000 Daniela Rosa 2016 viaggio in Ghana Togo Benin

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000 Daniela Rosa 2016 viaggio in Ghana Togo Benin
Viaggio in Ghana, Togo e Benin
31 ottobre - 16 novembre 2015
Daniela Rosa
Premessa
Alla vigilia della partenza, per aiutarmi a ricordare, mi sono procurata un quadernetto su cui
annotare nomi, situazioni, pensieri, insomma tutto ciò che avrei visto e vissuto nel corso del
viaggio. Data la mia inabilità con macchine fotografiche, prediligo penna e quaderno, da cui traggo
poi notizie e informazioni per le mie note di viaggio come ho fatto anche in questo caso.
Siamo in cinque ad imbarcarci per questo viaggio: Rosanna, Angela, io (Daniela) e le nostre “guide”
Rosaria e Marco, ottimi organizzatori del viaggio. Gabriella ci raggiungerà poi. Non è un viaggio
turistico perché la sua ragione principale è monitorare nel Togo la realizzazione di alcuni progetti
finanziati da Gocce per l’Africa, una onlus bergamasca presieduta da Attilia Pagani e animata dai
coniugi Rosaria Onida e Marco Roncelli; e nel Benin visitare la Maison de la joie, una casa-famiglia
che ospita bambini orfani e adolescenti in difficoltà. Desideriamo inoltre visitare i luoghi del
cosiddetto “olocausto africano” (black olocaust), dove si è consumata la grande tragedia della
tratta degli schiavi, anche col beneplacito di qualche papa visto che si trattava di pagani o
comunque di persone considerate nemiche della vera fede. Nel golfo di Guinea, conosciuto un
tempo come Costa d’Oro, sono rimaste fortezze e castelli usati come prigioni per gli schiavi in
attesa di essere imbarcati verso le Americhe, oggi trasformati in musei affinché ‘non si dimentichi’
(e loro non hanno dimenticato).
A questi motivi principali si è poi aggiunto il desiderio di visitare, sempre nell’ottica di un viaggio
solidale e rispettoso delle culture, altri posti che ci aiutassero a decifrare qualcosa dell’attuale
condizione di questi paesi. Su internet basta cliccare il nome dei luoghi che abbiamo visitato per
trovare miriadi di immagini, filmati, storie, dati, eventi, che danno l’illusione di conoscere tutto ciò
che li riguarda, ma la realtà è sempre molto più complessa, perché fluida e in continua
trasformazione. Quanto ai pochissimi giorni spesi in questi paesi, essi non ci permettono di certo
di esprimere giudizi approfonditi su questi stati africani: quante volte durante il viaggio abbiamo
ribadito che di quel paese vedevamo solo una piccola parte, e la vedevamo in una piccola porzione
di tempo, e quindi non era proprio il caso di sputare sentenze, vero Rosaria?
Questo racconto di viaggio non ha perciò alcun altra pretesa se non quella di condividere
sensazioni, impressioni, riflessioni e pensieri con alcuni amici; anzi le mie sensazioni e pensieri,
probabilmente diverse almeno in parte da quelle degli altri compagni di viaggio, perché soggettive,
costruite e condizionate dalla visione del mondo che ciascuno di noi ha elaborato, e che lo porta a
selezionare e interpretare ciò che vede in base a questa visione.
Qualche dato
Considerati tutti insieme, Ghana, Togo e Benin occupano un territorio grande un quinto più
dell'Italia ed hanno una popolazione pari alla metà di quella italiana (dati del 2010). Il Ghana fu
sotto dominio inglese dalla fine '800; il Togo dominio tedesco dal 1884; poi, dopo la prima guerra
mondiale, due terzi del territorio passarono ai francesi e un terzo fu annesso al Ghana; Il Benin fu
sotto dominio francese dall'inizio '800 e poi annesso all'Africa Occidentale Francese. Il primo dei
tre paesi ad ottenere l'indipendenza fu il Ghana nel 1957; Togo e Benin la conquistarono nel 1960.
In questi territori si svilupparono due fra i più importanti regni africani: quello Ashanti nel Ghana,
che riuscì a resistere a lungo agli inglesi, e quello del Dahomey (Danxomé) nel Benin soppresso
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dall’arrivo dei francesi. Una storia li accomuna, quella della tratta degli schiavi, durata quasi
quattro secoli, e abolita ufficialmente solo nel 1870.
Nel nostro viaggio abbiamo percorso il sud dei tre paesi, la fascia costiera e un centinaio di
chilometri verso l’interno, un territorio omogeneo geograficamente, la zona più verde, fatta di
boscaglia e foreste, territorio di pescatori e agricoltori.
L’ISU (Indice di Sviluppo Umano) del 2014 (riguardante il 2013) su 187 paesi colloca il Ghana
nell’ISU medio, al 138° posto; stanno invece nel quartile più basso il Benin, 165° e il Togo, 166°.
Il viaggio
GHANA
31 ottobre
L’aereo scende verso il Kotoka International airport di Accra (2,9 milioni di abitanti), la capitale del
Ghana, e dall’oblò noto le lingue di terra rossa delle strade non asfaltate che tagliano il verde
intenso della vegetazione. Ayéna (ci sarà modo di parlare di lui più avanti) e Augustin, (entrambi
togolesi) ci aspettano col loro pulmino che ci scorrazzerà per molti chilometri fra Ghana e Togo.
Siamo privilegiati ad avere un mezzo tutto per noi, così non dobbiamo ricorrere ai taxi collettivi, i
tro-tro, pulmini sempre stipati, che sono la forma di trasporto pubblico più comune ad Accra.
1 novembre
La città ci accoglie sotto la pioggia, pensiamo allora di fare un giro frettoloso nella città e andiamo
a vedere prima la grande Piazza dell’Indipendenza con al centro l’arco su cui campeggia la scritta
Freedom and Justice e poi il Kwane Nkruma memorial che si trova all’interno di un grande parco
dedicato al fautore dell’indipendenza e primo presidente del Ghana. La grandeur di queste opere
fatte sul modello occidentale vorrebbe essere espressione della modernità, ma appaiono avulse
dal contesto, e lo stato di semi abbandono in cui sono lasciate le rende anche un po’ tristi. Dopo
una breve sosta all’Art Center dove Mohamed Gungu (lo si può vedere esibirsi su you tube) cerca
senza successo di insegnarmi a suonare le asalato - e riesce anche a vendermele -, e dopo esserci
dissetati bevendo il liquido biancastro direttamente da un cocco decapitato, ci rifugiamo al Museo
Nazionale ideato dall’archeologo Arnold Walter Lawrence (fratello di Lawrence d’Arabia) e
inaugurato il 5 marzo 1957, anno dell'indipendenza del Ghana. All’ingresso campeggia la foto del
presidente John Dramani Mahama. Il museo è collocato su due piani, la parte inferiore etnica, la
superiore archeologica. La collezione comprende reperti eterogenei delle diverse popolazioni del
paese e di differenti epoche: tessuti kente espressione della cultura ashanti, dai bellissimi disegni e
colori, ognuno con un suo preciso significato simbolico che allude a passioni, sentimenti, eventi;
bambole akwaba del popolo akan, dalla grande testa piatta e rotonda, un lungo collo e un corpo
stilizzato con piccoli seni sporgenti: le donne incinte le portavano sulla schiena per favorire la
nascita di un bel bambino e poi le collocavano sugli altari famigliari; strumenti musicali (corno,
xilofono, strumenti a corde e gli immancabili tamburi sessuati con attributi maschili e femminili);
conchiglie un tempo usate come monete; e poi feticci, frecce, scudisci, sgabelli, pettini, un bel
corno d’avorio ... Ci sono anche oggetti provenienti da altri paesi africani acquisiti attraverso lo
scambio: maschere rituali Senufo della Costa d’Avorio, belle teste di bronzo dalla Nigeria, sculture
dalla Repubblica Democratica del Congo e altro ancora. Uno spazio del museo è dedicato al
ricordo della tratta degli schiavi ed espone catene, ceppi, cisterne dove gli infelici venivano lavati.
Nel museo è esposto anche l’imponente ed elaborato trono in legno intagliato del governatore del
Ghana e del suo primo presidente.
Dal soffitto in più punti sgocciola l’acqua della recente pioggia.
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Sappiamo che in Ghana c’è una curiosa usanza, quella di farsi costruire da abili artigiani bare
artistiche personalizzate la cui foggia ricordi il mestiere del defunto, una sua caratteristica o
passione particolare. Ci rechiamo in una di queste botteghe che espone bare coloratissime e
stravaganti a forma di camion, di bottiglia, di coccodrillo, di ananas, di aereo, di pesce ecc, (si deve
pagare qualche euro per poterle fotografare). Il prodotto, molto costoso, segno prestigioso di
ricchezza, è spesso ordinato con molto anticipo dal futuro utente.
Dopo il rumore e la polvere del traffico cittadino il giardino botanico a nord di Accra ci accoglie
come un’oasi di pace. Un lungo viale di palme altissime ci conduce nel parco dove ammiriamo
boschetti di bambù e alberi imponenti di cui purtroppo non conosciamo il nome, fatta eccezione
per quei pochi presenti anche in Europa, come l’inquietante fico strangolatore, e per quelli,
altrettanto pochi, di cui è ancora leggibile il cartello indicatore, come il kapok (ceiba pentandra)
dal tronco superbamente sostenuto alla base da radici vistose, larghe e alte anche più di due
metri, che fanno da magnifico piedestallo a questo albero che può svettare fino ad un’altezza di
sessanta metri. Altri alberi bellissimi, con frutti a noi sconosciuti, rimangono nell’anonimato, con
mia grande frustrazione.
2 novembre
Lasciamo Accra per dirigerci verso ovest: la meta sono i castelli e le fortezze costruite da vari
colonizzatori europei. Superiamo villaggi poveri e polverosi; poi, fuori dagli abitati, la vegetazione
intensa e disordinata riprende spazio. Lasciamo la strada principale e deviamo verso Apam per
vedere il castello. È situato su un promontorio e per raggiungerlo passiamo presso alcune
abitazioni, e qui vivo il mio primo shock: la condizione del luogo mi pare spaventosa, galline,
pecore e molte piccole caprette nere e bianche razzolano fra i mucchi di immondizia e nello spazio
fra le capanne, dove donne accovacciate stanno cucinando; su grandi piatti di alluminio sono
disposti pesci (a seccare? già abbrustoliti?) tutti coperti di mosche; vari bimbi saltellano lì attorno,
c'è infatti una scuola fatiscente nei pressi. Entriamo nel piccolo forte di pietre annerite costruito
dai danesi alla fine del XVII secolo e utilizzato come prigione per schiavi maschi e femmine; nel
1868 passò agli inglesi. Mi appare cupo, triste; dovrebbe ora essere adibito a rest house, ma non si
vede nessun guardiano attorno e chi avrà mai il coraggio di dormire in quelle quattro stanze
assolutamente disadorne, polverose, prive di elettricità suppongo, usando magari l'acqua del
pozzo che si trova nel cortile? Dai bastioni è però bella la vista sulla baia affollata di pescherecci
colorati. Scendiamo verso il villaggio affollatissimo di gente vociante e allegra che si dirige verso la
riva, sembra un giorno di festa, ma è sempre così, ci dicono, quando arrivano le barche cariche di
pesce da vendere al mercato. A poco a poco si attenua il senso di squallore precedente; si può
vedere quel luogo anche in un’ottica diversa.
Riprendiamo il viaggio. La strada affianca la grande spiaggia dorata dove palme altissime e snelle
scuotono verso le onde il ciuffo spettinato. File di pescatori stanno tirando le reti gettate al largo
dalle piroghe: la coordinazione dello sforzo è scandita da un ritmo preciso, si tira, si fa un battito di
mani, si tira di nuovo ... un altro gruppo di pescatori più in là fa invece una specie di danza fra uno
sforzo e l’altro. Ci fermiamo a filmare quello spettacolo. Arrivati a Cape Coast ci dirigiamo verso il
porto. Forse perché la luce del tramonto sfuma i contorni della realtà, o perché non riesco a
decodificare il senso di ciò che vedo (chi sono e che fanno quegli uomini sdraiati in un locale di cui
non riesco a comprendere l’uso? e che disposizione hanno verso di noi questi altri, che ci
osservano e parlano lingue sconosciute?) mi sento inquieta, ma gli amici si mescolano tranquilli fra
la gente e si dirigono verso la spiaggia, attratti dalla vista di piroghe in lavorazione, intagliate in
massicci tronchi, un magnifico lavoro artigianale; un po’ più in là in controluce, simili a neri bronzi
di Riace, dei pescatori si stanno facendo la doccia; qualcuno ci dà la voce e ci allontaniamo, anche
perché ci preoccupa una striscia nerissima nel cielo dove serpeggiano fulmini; dopo poco infatti si
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scatena il temporale. Ottobre e novembre sono qui i mesi delle piccole piogge. Il breve tratto di
strada in salita che porta al nostro albergo non è asfaltato come tutte le strade secondarie, ha
buche e solchi profondi incisi dalla pioggia e il pulmino salendo si inclina pericolosamente.
3 novembre
Il quarto giorno del nostro viaggio è dedicato alla visita del parco di Kakum, per ammirare una
foresta pluviale. Una guida ci conduce lungo i sentieri e ci illustra la vegetazione1. Si cammina su
ponti di corda sospesi (e ondeggianti, non bisogna soffrire di vertigini; qualcuno chiede: ma
ondeggiano di più se ci sono molte o poche persone? Le risposte sono divergenti). Ammiriamo
dall'alto le folte fronde e tutte le possibili sfumature di verde, ma di fauna esotica nemmeno
l'ombra. Non dico coccodrilli ed elefanti, che sappiamo presenti in altri parchi del paese, ma
almeno una scimmia, qualche uccello tropicale. Niente! Devo accontentarmi di simpatici gechi
dalle sfumature azzurre, gialle o rosa, di miti farfalle di varie dimensioni, fogge e colori, e di uno
splendido enorme scorpione minaccioso, di un nero lucido e cupissimo, con le sue tenaglie e la
coda mortifera ben alzata in difesa.
Si ritorna a Cape Coast per visitare l’imponente castello. All’origine era un forte costruito dagli
svedesi nel 1653, ma dal 1665 saldamente in mano agli inglesi che lo trasformarono in castello e
sede del Governatorato. Fra XVII e XVIII secolo vi fu una considerevole espansione del commercio
dell’oro e degli schiavi, e la moneta aurea inglese venne chiamata ghinea proprio perché fatta con
l’oro estratto in questo territorio; vi compariva un piccolo elefante, simbolo della Royal African
Company che gestiva il commercio degli schiavi. Gli ampi sotterranei del forte potevano ospitare
fino ad un migliaio di prigionieri, e si calcola che attorno al XVIII secolo venissero esportati 70.000
schiavi ogni anno. Abolita la schiavitù, continuò l’esportazione di oro, avorio, pepe, caffè, in
cambio di metalli, cotone, rum, tabacco, fucili e munizioni. Nel castello è stato ora allestito un
museo sulla storia della schiavitù e una lapide ricorda quella tragedia.
Durante la cena Ayéna ci chiede: “Quale messaggio voi anziani avete da lasciare a noi giovani?”
L’illusione giovanilista non mi fa gradire molto questa consultazione di noi “vecchi”, ma la
domanda mi emoziona, è un momento importante di messa a nudo del nostro incontro. Noi
“vecchi” europei che risposte sappiamo dare ad Ayéna, giovane uomo africano, pensante e
intelligente, dall’alto della nostra secolare civiltà? Lui ci consulta, e ci pesa; che cosa abbiamo
accumulato dentro di noi grazie a tutte le immense opportunità che abbiamo avuto nella nostra
vita? Mi sento spiazzata e non riesco a rispondere, e non solo perché non parlo francese. Per
fortuna Rosaria soccorre, e col suo francese fluente dà una risposta intelligente e concreta: “Il
messaggio che posso lasciare ai giovani sta nell’atteggiamento che ha caratterizzato la mia vita sia
privata che sociale, ossia ho sempre cercato di fare al meglio tutto ciò che ho fatto, come madre,
come moglie, come insegnante, nel mondo della cooperazione internazionale e nell’impegno a
diffondere una cultura della solidarietà e della pace, mossa da un rilevante senso del dovere e
della giustizia”.
La cena si conclude con succulenti ananas, che tutti gustiamo con piacere, ma mi auguro che
questo confronto continui e si approfondisca.
4 novembre
La mattina seguente mi sveglio presto e nella piacevole frescura del mattino faccio una
passeggiata nella zona attorno all’albergo: frotte di bimbi con la divisa e lo zainetto in spalla
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Questi alcuni nomi di alberi che sono riuscita ad annotare,tutti ben illustrati nella rete: celtis africana, nesogordonia
papaverifera (danta), Musanga cechopioides, antiaris toxcaria (kyenkyen, considerata la pianta più velenosa del
mondo), asoma parkia bicolor, piptadeniastrum africanum (dahmoa), petersia africana (essia) ecc.
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sciamano verso un vecchio edificio d'epoca coloniale che ora ospita una scuola; (la cittadina
conserva vari edifici del genere, interessanti anche se piuttosto mal conservati). C'è una grande
moschea non lontano, e da lì giungono non le consuete cantilene del muezzin, ma canti e musica;
anche la religione musulmana si adegua allo spirito africano.
Alcune donne già cucinano nello spazio sterrato sul retro delle case-baracche di lamiera,
picchiando nel mortaio con enormi pestelli, riempiendo grandi padelle con verdure, manioca o
riso, girando lunghi bastoni in pentoloni fumanti; altre donne si preparano col loro piatto di
alluminio ammaccato sulla testa per andare al mercato. La città è priva di fogne e lungo le strade
scorrono canali pieni di immondizia, qua e là malamente coperti da assi. Incrocio in un vicolo un
ragazzino albino, mi colpisce la sua pelle bianco latte. Su un muro si legge un invito a non urinare
lì, ma ogni volta che passiamo ci capita di vedere trasgressori.
Riprendiamo il viaggio ancora verso ovest, per visitare il castello più famoso, il più antico della
costa, quello di Elmina (in internet si trovano numerosissime informazioni, immagini e video)
costruito dai portoghesi nel 1482, passato agli olandesi nel 1637 e infine agli inglesi nel 1872. Qui
approdò anche Colombo in uno dei suoi viaggi di esplorazione.
I portoghesi lo costruirono su uno stretto promontorio ben protetto da un lato dall’Oceano
Atlantico e dall’altro da una laguna creata dal fiume Benya, e riuscirono a mantenere per un certo
tempo il monopolio del commercio dell’oro. Il crollo del valore dell’oro ghanese, di qualità
inferiore a quello messicano, e l’indebolimento economico del Portogallo portarono alla conquista
olandese. Il commercio degli schiavi importati dal Benin (sede del regno Danxomé, che catturava
uomini e donne da vendere come schiavi agli europei) fiorì sotto entrambi gli occupanti. Dapprima
gli schiavi venivano usati per trasportare verso l'interno dell'Africa centrale le merci importate
(soprattutto stoffe e metalli), poi nel XVII secolo inizia quel commercio triangolare che porterà
milioni di schiavi verso le piantagioni e le miniere del Nuovo Mondo. E così le numerose fortezze e
castelli della Costa d'Oro si trasformano in prigioni. Anche il castello di Elmina, considerato il più
bello e possente della costa di Guinea, dalle alte mura a prova di cannone, autosufficiente grazie a
canalizzazioni e a un sistema di raccolta dell'acqua piovana, dotato di grandi magazzini per il
deposito delle merci e delle scorte, diviene prigione per gli schiavi. Durante la visita, oltre a una
mostra che ricostruisce la storia della schiavitù, vediamo i lugubri stanzoni quasi privi di luce e di
aria dove venivano stipati gli schiavi prima di farli passare dalla Porta del Non Ritorno che portava
gli infelici direttamente sulle navi grazie a un canale appositamente scavato dai portoghesi.
Vediamo anche la cella dei condannati a morte, ora rifugio di innumerevoli pipistrelli: attaccati ai
muri bianchi sembrano strane decorazioni. Il castello ospitava anche schiave, che subivano un
doppio abuso: venivano fatte uscire in un cortile su cui si affacciava l'appartamento del
governatore che poteva così scegliere per sé le più belle.
Dal castello si gode la vista sul porto, affollato di barche e di persone, e sul vicino forte San Jago,
costruito dagli olandesi su un promontorio a difesa del castello e come residenza dei numerosi
soldati e ufficiali di stanza a Elmina. C'è un grande ponte in costruzione: vediamo scritte in cinese.
Non pervasiva, ma sicuramente visibile la presenza della Cina anche in queste regioni, come in
molta parte dell’Africa.
5 novembre
Partenza per il Togo. Lungo il tragitto ci fermiamo per una rapida visita alla Winneba University of
Education, un grande campus universitario con residenze per gli studenti, sicuramente uno dei
segni della crescita del Ghana; altri campus di facoltà scientifiche e tecniche si trovano in altre
località del paese, che è anche sede di un centro di eccellenza in ICT (Information and
Communication Technology), il Ghana-India Kofi Annan. Inizia una disputa fra Rosaria e Marco
proprio su questo: Rosaria è convinta, in base alle letture che ha fatto, più valide delle impressioni
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estemporanee che possiamo avere noi, che il Ghana è in crescita, ed enfatizza ciò che stiamo
vedendo; Marco è scettico, e per tutto il viaggio ci sarà il tormentone: è meglio il Ghana o il Togo?
o magari il Mali, o il Benin ... Alla periferia di Accra e nella zona attorno all'aeroporto, edifici
moderni, alberghi, banche, sono per Rosaria un'ulteriore conferma che è un paese in crescita2.
C'è speranza per l'Africa?
Io sono ancora sotto l’effetto delle prime impressioni negative; segni di sviluppo del Ghana
sicuramente ci sono, la strada da fare mi pare comunque ancora davvero tanta.
Tra sobbalzi e scossoni attraversiamo un ponte gettato sull’ampio letto del Volta, percorriamo i
circa 350 km che ci separano dal caotico e affollato confine del Togo e arriviamo nella capitale
Lomé. Sull'oceano una lunga fila di navi è in attesa di entrare nel porto. Quello di Lomé è infatti il
più importante della costa e lì arrivano le merci dirette in tutta l'area.
TOGO
6 novembre
Iniziamo la nostra visita a Lomé (675.000 abitanti) dalle ampie strade polverose, recandoci al
mercato dei feticci, usati nella religione vudù, qui ancora molto diffusa, cedendo così a questa
curiosità "esotica": è un mercato chiuso e si paga qualcosa per entrare, un po' di più se si vuole
anche fotografare. L'impressione è alquanto repellente: nei banchetti sono stipati crani di
scimmie, gatti, pipistrelli, camaleonti, pesci, ecc. ecc., pelli di serpenti, pellicce di ricci, uccelli, e poi
ossa varie, corni, sostanze minerali, foglie e radici, tutti ingredienti utilizzati per fare feticci,
ognuno diverso a seconda dello scopo (sempre gli stessi in realtà, per ogni tempo e luogo:
protezione da malattie, acquisizione di ricchezze, propiziazione amorosa, o magari soddisfazione di
una vendetta). L'odore che circola è piuttosto nauseante. Nel cortile c'è uno spazio riservato ai riti
vudù. Dopo averci illustrato i differenti rimedi, la guida ci porta sotto una tenda e ci mette in mano
amuleti vari (gris gris), pietruzze, conchiglie, piccoli manufatti, dopo di che (senza grande
convinzione, mi pare) fa gesti misteriosi e pronuncia invocazioni incomprensibili a chissà quali
divinità o demoni, alla fine dovremmo acquistarli ... a me rifilano per pochi spiccioli un seme di
mogano contro l'insonnia (io in realtà dormo benissimo; il seme comunque è molto bello) e un
portafortuna di plastica decorato con due conchiglie. Non mancano di mostrarci non ricordo bene
cosa - un legnetto? - che polverizzato avrebbe un effetto molto migliore del viagra. Non vediamo
l'ora di allontanarci da questo luogo, che tuttavia non è solo turistico ma frequentato dai locali che
qui vengono per trovare rimedi ai loro guai.
In giro per Lomé, dove circolano moltissime moto strombazzanti, ci fermiamo per una visita al
mercato dell'artigianato, dove sono esposte sculture in legno e in pietra, belle ciotole levigate dal
caldo colore ambrato, batik vivacissimi. Siamo gli unici bianchi e anche gli unici visitatori, come ci
capiterà spesso nel corso del viaggio. Ci dicono che il turismo è calato moltissimo perché l'Africa fa
paura, per l'ebola, le guerre, il terrorismo fondamentalista, l’insicurezza delle città, soprattutto di
notte e spesso non si fa distinzione fra paese e paese. Andiamo poi a respirare aria più fresca sul
lungomare decorato dalle palme fruscianti; sulla riva, abbandonate su un fianco, vecchie barche di
pescatori; ci rilassiamo sull'ampia spiaggia lambita dalle onde spumeggianti come champagne
fuoriuscito dalla verde bottiglia dell'oceano, mentre il vento asciuga piacevolmente i nostri corpi
accaldati. Una musica ci avvolge ... ci dimentichiamo delle tristezze dell'Africa.
Riprendiamo il cammino per visitare il Museo d’arte africana che ammassa, in un piccolo spazio,
molti manufatti di pregevole fattura, espressione artistica di varie etnie dell’Africa centrale. Sono
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Qualche dato sul Ghana: crescita attesa del PIL 5%; inflazione 17%; principali esportazioni: petrolio, oro, cacao,
legname, tonno, bauxite, alluminio, diamanti; l’Italia è il sesto partner commerciale; utenti internet 20%; linee
telefoniche fisse 1%; telefoni cellulari 118 ogni cento abitanti.
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in mostra sgabelli, letti, armadi e porte (questi ultimi dei Dogon), colonne intagliate; serpenti,
coccodrilli, ippopotami, grandi uccelli stilizzati scolpiti nei profumati legni della foresta (come
sarebbe bello saperli distinguere ed elencare) e poi armoniose teste nigeriane, una donnaleopardo dai seni appuntiti, guerrieri, maternità, re e regine; e ancora: scatole, collane, oggetti
funerari, spade tuareg, enormi tamburi yoruba e igbo, maschere, passaporti (di fatto un pezzo di
osso o legno), uno scettro, un maestoso trono ashanti con sgabello per salirvi, qualche vaso, ed
anche uno scheletro (in legno, naturalmente).
Il museo è stato interamente comprato da un cinese.
In serata arriva Gabriella e così il nostro gruppo è ora al completo. C'è una simpatica usanza: a ogni
nuovo arrivato in Togo (in questo caso Rosanna ed io) Ayéna fa dono di un abito: scelta la stoffa,
scelto il modello, prese le misure, una sarta lo confeziona nel giro di poche ore, e così potremo
recarci nei villaggi a visitare i progetti tutte vestite alla togolese.
Il 7 novembre è ancora dedicato a tour. Appena fuori città la vegetazione si fa lussureggiante, gli
alberi possenti; fra le erbe rigogliose si ergono le rosse guglie piramidali dei formicai, qualcuno alto
più di due metri. La meta è Kpalimè, nella regione Plateaux, zona nota per la produzione di
agrumi, le piantagioni di caffè e cacao e per il clima più fresco. Accompagnati da una guida che si
presenta col soprannome di Cobra, facciamo un percorso botanico verso il monte Kloto e un
piccolo assaggio della foret classée (ossia protetta) di Missahohé. All’inizio del sentiero ci vengono
mostrate delle teche con farfalle dai colori sgargianti e un insetto-stecco, vivo, ma senza le ali, che
gli spuntano da adulto. Poi incominciano i nostri incontri vegetali: la mimosa pudica, una
pianticella sensitiva che, toccata, chiude a una a una le sue foglioline e letteralmente sviene, un
trucco ingegnoso per non essere mangiata dalle capre che ne sono golose; un ibiscus sabdariffa, il
cui fiore viene utilizzato per fare il karkadè; un altro bel fiore la cui foggia è indicata dall’esplicito
nome di clitoria; una palma raphia, dalle grandi foglie, con le quali si possono costruire cesti e
borse, per un certo tempo di moda anche da noi; la pianta del caffè, dai fiori bianchi e profumati;
la myristica fragrans da cui deriva la noce moscata; il cacao col suo caratteristico frutto che
sembra una palla da baseball che spunta direttamente dal tronco; la liana del pepe; la spathodea
campanulata, una bignoniacea dal fiore rosso fiammante; la jatropha curcas, i cui semi oleosi
vengono usati come biocarburante e che ha proprietà antiemorragiche e cicatrizzanti; l’iroko
(Chlorophora Excelsa), un magnifico albero che può raggiungere i 50 metri di altezza; il teck
(tectona grandis) originario dell’Asia, ora molto diffuso nella zona, le cui foglie lasciano un succo
rosso usato come pittura naturale; un arbusto della famiglia dello zenzero, ma di cui non so il
nome, la cui grande foglia verde, macchiata di rosso e di bianco, sembra la tavolozza di un pittore;
e poi ci vengono mostrate cortecce, radici, erbe contro il mal di denti, di gola, contro i dolori
reumatici, con proprietà antibiotiche ... vegetali che gocciolano liquidi gialli e neri usati per
colorare i magnifici batik africani ... la natura è davvero uno scrigno delle meraviglie.
Nella zona si pratica una policoltura di manghi (furono importati nel periodo coloniale), avocado (a
novembre è pronto per essere raccolto), banani, ananas, guaiava (di origine brasiliana), papaya, e
poi l’immancabile manioca, presente ovunque.
Il cielo è andato oscurandosi e arriva uno scroscio molto forte; ci rifugiamo sotto una struttura che
ci protegge e lì facciamo il nostro solito picnic a base di formaggini Tigre, tonno, banane, arance;
tutti disdegnano, credo per motivi puramente ideologici, le mie comodissime scatolette
Simmenthal: leggere, piccolo formato, niente olio. Gabriella distribuisce pezzetti di zenzero e
liquirizia.
Alla fine si riparte lungo sentieri ormai infangati. Il nostro Augustin, il cui lieve sorriso ricorda le
sculture nigeriane viste ieri al museo, è bravissimo a guadare buche allagate e scivolosi pendii
senza impantanarsi. Poi a piedi sotto la pioggia, e poco protetti dagli alberi sgocciolanti,
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percorriamo un sentiero che porta verso una cascata che scende dal Plateaux, una striscia bianca
spumeggiante che precipita dalla roccia fra l’intricata vegetazione e muore in una vasca d'acqua.
L'ultima volta che Rosaria è arrivata fin qui si è fatta un bel bagno rinfrescante facendosi un
idromassaggio naturale, oggi però siamo già bagnati abbastanza. Ritorniamo, sempre sotto una
pioggia sottile, al grazioso albergo Chez Fanny dove ci asciughiamo e ristoriamo.
Rosanna ha un attacco di febbre.
8 novembre
Mont Agou, che fa parte della catena dell’Atacorà che a partire dal Ghana attraversa il Togo e
raggiunge il Benin, è il più alto del Togo, circa mille metri d'altitudine. Per raggiungerlo
percorriamo un sentiero così stretto che il nostro pulmino è lambito ai fianchi dalle alte erbe.
Qualche occhio colorato in mezzo all'esuberanza del verde, voli sghembi di farfalline multicolori,
kapok, mango, baobab si susseguono, ogni tanto appare una spettacolare palma a ventaglio,
messa lì per fare aria a qualche immaginario re assiso sul trono. Sulla cima del monte bella vista sul
Ghana e il suo confine.
La prossima meta è il Lac du Lomé, o Lac Togo, un lago costiero separato da una stretta striscia di
terra dal Golfo di Guinea, di fatto una laguna fra Lomé e Aneho; la sua massima profondità è di
2,70 metri. Ad Agbodrafo prendiamo una piroga per attraversarlo, il barcaiolo la spinge servendosi
di un lungo bastone. Appena tocchiamo la sponda opposta, dove si trova il villaggio di Togoville,
con rapidità fulminea, tanto che non riusciamo nemmeno a reagire, ognuno di noi è letteralmente
sollevato da robusti giovanotti che ci depositano sulla spiaggia senza farci bagnare i piedi (segue
richiesta di una mancia). Attraversiamo il paese percorrendo una strada sterrata che sale a gradini
fra poverissime case; solita immondizia, fogne a cielo aperto e animali razzolanti. È domenica,
bambini a piedi nudi, infarinati di polvere rosata, saltellano in giro, molte donne stanno sedute
presso la porta della loro baracca e ci guardano, mi pare di cogliere una certa diffidenza, quasi una
sottile ostilità, ma forse è solo il mio disagio. Difficile capire che tipo di vita si possa fare lì, in quelle
condizioni. Tuttavia Togoville è un villaggio animato, moltissima gente attraversa il piccolo lago per
fare un pellegrinaggio a una chiesa dedicata a vari martiri africani, ed è anche un posto storico,
perché c’è la Maison Royale, dove nel 1884 il sovrano locale Mlapa III firmò con l’esploratore
tedesco Gustav Nachtigal un trattato che era di fatto un atto di sottomissione alla Germania. C'è
una simpatica diatriba fra Rosaria e Marco: quest'ultimo sponsorizza la visita (con molta ironia,
però) Rosaria dice che proprio non merita, si tratta solo di una stanzetta dove c’è un misero trono
(anzi, una sedia) e qualche foto del grande evento. Alla fine si decide di saltare lo storico edificio e
ritornare alla spiaggia. Attorno alla chiesa spuntano vari mototaxi, Angela ed io ne approfittiamo
(visto anche il caldo soffocante) e ci facciamo portare a zig zag fra buche e anfratti fino alla
spiaggia. Riattraversiamo poi il lago con una piroga tutta per noi, mentre una lunga fila di locali
deve attendere pazientemente. Ah questi yovò, questi colonialisti di bianchi! Allora diamo
ospitalità anche a qualche turista locale.
Il viaggio riprende sul nostro pulmino, la strada corre lungo la riva dell'oceano con le sue palme e
la sua spiaggia dorata, così affascinante se la si guarda da lontano. Ma quando ad Aneho
raggiungiamo il nostro albergo che si trova proprio sulla spiaggia, la troviamo piena di rifiuti e di
plastica. Una miriade di granchi del colore della sabbia, una vera e propria colonia, appena ci
avviciniamo si rintana bucherellando la sabbia, e si vedono buchi di tutte le misure.
La cittadina si trova alla confluenza del fiume Mono nella laguna, e là dove il fiume incontra
l’oceano, le lingue di sabbia e il gioco delle acque dal diverso colore creano un effetto incantevole.
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Nel cuore del nostro viaggio: la visita ai progetti
Quelli in corso …
9, 10 e 11 novembre
Oggi finalmente inizia la visita ai progetti realizzati da Gocce per l'Africa, l'onlus a cui hanno dato
vita Rosaria e Marco. Questi progetti si trovano nella zona della prefettura di Vo, situata nella
regione marittima, abitata da oltre duecentomila persone; il capoluogo è la città di Vogan. Ci
accompagna sempre Ayéna, responsabile dell’UMESPE, (Universe Maillots Esperance).

A Lonlongno Gocce per l’Africa ha costruito un magazzino per conservare il mais e il riso
prodotto sia per l’autoconsumo sia per la vendita del surplus al prezzo migliore.
Destinataria è una cooperativa religiosa cristiana legata ad un predicatore locale: il gruppo
vive assieme, lavora assieme, ospita vedove. Hanno preparato per noi sotto una tenda
poltrone e sedie (probabilmente prese a prestito per l’occasione) e al nostro arrivo ci
festeggiano scatenandosi in balli e canti festosi, inserendo come ritornello un Buon
arrivato! E addirittura stendono a terra a mo’ di tappeti i loro scialli su cui cerchiamo di non
camminare; tutto ciò naturalmente ci commuove. Il portavoce del gruppo legge poi il
discorso che ha preparato in francese, ringrazia per quanto fatto finora, fa un resoconto
della situazione e illustra i nuovi desiderata, ossia un motocoltivatore da usare sul terreno
di recente affittato e una battitrice per separare i chicchi di riso dalla spiga, operazione ora
compiuta manualmente dalle donne.
A un certo momento si scatena un temporale furioso, le tende sotto cui siamo riparati
cominciano a gocciolare abbondantemente e dobbiamo quindi rifugiarci nel magazzino. Le
donne della cooperativa, che hanno avuto l’idea di usare questo luogo anche per produrre
sapone, ci danno una dimostrazione del loro lavoro: in un pentolone aggiungono all’olio di
palma, che è l’ingrediente principale, profumi, essenze, manioca, argilla, soda caustica,
lievito, silicati e mescolano il tutto con un grande bastone; suddividono poi l’impasto e lo
modellano a forma di palla: appena asciugato sarà pronto per essere venduto. Qualche
guadagno sta arrivando anche da questo lavoro.
Le donne hanno preparato da mangiare per noi e ci offrono del riso e delle bibite che
condividiamo con gioia.

Il secondo progetto che visitiamo è il Centro di salute Dzrékpo-Hagou. Questo è il progetto
più ambizioso che Gocce per l’Africa ha finora realizzato in Togo, grazie anche al
considerevole aiuto economico di Gabriella; già da tempo è pienamente funzionante ed è
divenuto un importante punto di riferimento sanitario non solo per donne in gravidanza e
partorienti, ma in generale per gli abitanti della zona. Il progetto è in espansione perché è
in via di completamento la costruzione di un piccolo edificio per l’abitazione dell’infermiere
capo e ne è previsto un secondo per la levatrice e l’aiuto levatrice, che svolge anche la
mansione di gerente della farmacia. Fornire questi alloggi è cruciale perché consente la
presenza costante di personale che può intervenire tempestivamente in caso di
emergenza. Si tenga conto che il personale specializzato preferisce vivere nelle città, e
fornirgli un alloggio perché risieda nel villaggio costituisce un grosso vantaggio per la
popolazione.
Gocce per l’Africa si è anche impegnata per il 2016 a dotare la struttura di un piccolo
laboratorio (con microscopio, reagenti ecc.) per effettuare una diagnosi precoce della
malaria, malattia endemica in quel paese.
9
Il centro di salute è privo di energia elettrica. Inutile sottolineare come ciò limiti l’efficienza
e l’efficacia del centro stesso. Per questo motivo Gocce per l’Africa sta facendo valutare i
costi di un eventuale allacciamento ad un villaggio distante circa 5/600 metri, dopo di che
deciderà se è in grado di sostenere economicamente questo ulteriore, importante
progetto.

A Katsikopé Gocce per l’Africa ha costruito una scuola elementare, collocata in un ampio
spazio alberato. Numerose madri degli allievi si sono preparate per accoglierci e stanno
sedute in fila di fronte a noi. Prendono la parola il direttore della scuola, un maestro, e il
capo del villaggio, ringraziano, esprimono le loro aspettative. Anche le madri prendono la
parola per ringraziare. Grandi applausi sottolineano la partecipazione emotiva dei presenti.
La richiesta che rivolgono è quella di ristrutturare una vecchia aula in terra cruda e col tetto
di paglia. Rosaria interviene dicendo che noi donne presenti siamo tutte ex insegnanti e
capiamo l’importanza della scuola e dell’educazione per la crescita di un paese, e quindi
incoraggiamo le famiglie e i ragazzi a proseguire nell’impegno scolastico. Gocce per l’Africa
ha fornito di recente anche banchi nuovi e materiale librario. Visitiamo le classi, molto
numerose, di almeno cinquanta ragazzi/e ciascuna.

Sulla strada per Kpomé, dove si trova un quarto progetto, ci appaiono baobab giganteschi
così possenti, così splendidi, che Rosanna fa fermare in continuazione il pulmino per
fotografarli, per appropriarsi della bellezza che vede e per portarne con sé il ricordo. Siamo
diretti alla cooperativa agricola Dékawwo che produce, su terreni in affitto, mais e farina di
manioca; è formata da una ventina di adulti e da molti minori che vivono in una comunità
basata su una comune fede religiosa e accolgono vedove e orfani dando loro vitto, alloggio
e istruzione. La riunione avviene sotto una tenda rappezzata e una tettoia di foglie di
banano in un ampio cortile abbellito da una grande palma; caprette razzolano e belano fra
le nostre gambe. Sono presenti adulti (la tesoriera è una donna) e anche molti bambini, e
veniamo accolti da canti e suoni di tamburi. Uno dei responsabili fornisce i dati sulla
produzione e sul guadagno realizzato nel corso dell’anno. Mentre cala il buio e una
lampadina a basso consumo illumina la riunione, enumerano le loro richieste: un
magazzino/stalla per conservare la produzione e mettere al sicuro le capre di notte (infatti
hanno subìto un pesante furto); una sgranatrice per le pannocchie di mais, necessaria
poiché fanno due raccolti all’anno ed essendo il lavoro manuale troppo lento, parte del
prodotto viene rovinato da insetti, topi e umidità; chiedono infine l’attrezzatura per
produrre la farina di manioca, perché i costi del noleggio delle macchine incidono molto
sugli utili. Gocce per l’Africa non ha per ora il denaro per il magazzino, ma ha inviato soldi
per aiutare ad acquistare del terreno dove poterlo costruire; c’è invece l’impegno a
contribuire alla realizzazione delle altre due richieste. L’incontro si conclude con musica,
canti e balli.
…. e i progetti già conclusi
Marco e Rosaria desiderano monitorare anche i progetti ormai conclusi per verificare il loro buon
funzionamento o l’insorgenza di altri eventuali bisogni.
•
A Momé Hagou Marco e Ayéna controllano le condizioni del magazzino e della macchina
per la decorticazione del riso donata da Gocce per l’Africa. Marco fa notare che non tutte le
norme di sicurezza sono rispettate e invita a provvedere. Il villaggio appare bellissimo pur
10
•
•
•
nella sua povertà, immerso nel verde brillante della vegetazione, circondato dalle mura
d'argilla rossa e da magnifici palmeti. È importante aiutare i contadini a ricavare dal lavoro
agricolo il necessario per vivere, solo in questo modo riusciranno a rimanere sulla loro terra
e a preservarne la bellezza.
Un secondo magazzino, anch’esso con una macchina per la decorticazione del riso, si trova
a Kovéto-Animabio. Sono presenti tredici persone, fra cui due donne, rappresentanti
UMESPE e il capo del villaggio che si distingue perché indossa un copricapo bianco. Altre
donne si aggiungeranno successivamente, sono magre, sciupate, sembrano più vecchie di
quel che sono in realtà. Alla riunione assistono anche galline e pulcini che ci razzolano
attorno. La persona incaricata a relazionare dice che il raccolto è stato scarso per la scarsità
delle piogge, ed hanno dovuto ricorrere a prestiti statali per l'acquisto di concime, sementi
ecc. Pensano che il problema potrebbe essere risolto acquistando pompe per prelevare
acqua e irrigare i campi. Marco è piuttosto scettico riguardo ai costi/benefici di questa
soluzione, e quindi, prima di decidere se accettare la richiesta, chiede che venga fatto un
progetto più preciso. Ayéna interviene con un discorso di incoraggiamento a superare
questo difficile momento e infonde fiducia in un futuro migliore.
A Dzrékpo c’è un grande complesso scolastico con duemila studenti del College
(corrispondente alla nostra scuola media) e del Liceo. Nello spazioso cortile alberato Gocce
per l'Africa ha costruito delle latrine, di cui andiamo a controllare le condizioni in cui sono
tenute. Inutile sottolineare l’importanza di questi monitoraggi affinché i progetti
continuino ad essere funzionanti.
A Katiohé si va a vedere la situazione dei pozzi. Tutto funziona regolarmente. Sotto un
bell'albero ombroso ci offrono polenta, pollo, birra e banane.
Abbiamo visitato anche la scuola materna di Atchandomé. Questo progetto è stato finanziato da
Oikos Progetti di sviluppo ma è Marco che di fatto ha seguito la sua realizzazione. Veniamo accolti
da una decina di notabili e dal capo del villaggio, che indossa una specie di corona. Un
responsabile pronuncia il discorso di ringraziamento, fa il punto sulla situazione ed avanza, a nome
del gruppo, la richiesta della costruzione di un’altra ala della scuola materna. Prende la parola
anche il capo villaggio, che a sua volta ringrazia. Aquelo, grazie. Si esprime nella sua lingua, l’ewe,
non so se perché non conosce il francese o perché vuole essere compreso dagli uomini del
villaggio presenti. Ayéna traduce per noi.
Visitiamo le aule e osserviamo sulle lavagne i disegni della lezioncina di oggi: forme geometriche,
colori, animali. Poi i bimbi, che hanno dai 3 ai 5 anni e indossano un grembiulino a quadretti rosso
e bianco, si esibiscono per noi cantando una canzoncina e delle filastrocche. Ne sono presenti 77.
Durante la visita a questi progetti sono rimasta molto colpita sia dalla grande dignità e serietà dei
destinatari, giovani uomini e donne che lottano contro notevoli difficoltà, sia dalla modalità con
cui Rosaria e Marco lavorano, prestando ascolto ai bisogni delle persone, analizzando con loro
problemi e difficoltà, valutando costi e benefici delle realizzazioni richieste, e nel contempo
sottolineando l’importanza dell’educazione, della valorizzazione del lavoro agricolo, del risparmio
per evenienze future; tutto ciò mi è sembrato un importante esercizio di democrazia, un momento
altamente educativo di responsabilizzazione e di crescita per le persone coinvolte. La grande
competenza di Marco, la sua capacità di valutare i progetti sia sotto l’aspetto tecnico che
economico, è stato sicuramente un fattore cruciale per la loro riuscita. Sono anche stata
favorevolmente impressionata da Ayéna, il partner togolese di Gocce per l’Africa, che ha il
compito fondamentale di coordinare e di monitorare in loco la realizzazione dei progetti. La sua
11
provata onestà, la stima da cui è circondato dagli abitanti dei villaggi, la sua capacità di infondere
fiducia alla popolazione hanno contribuito certamente al successo di queste iniziative.
Ayéna ci propone di fare una visita di cortesia al prefetto di Vogan, nel cui territorio sono stati
realizzati i progetti; ci accoglie con cordialità e formula ringraziamenti. Le scuole realizzate da
Gocce per l’Africa sono pubbliche; inutile costruire una scuola se poi non ci sono insegnanti, un
centro di salute se non ci sono infermieri, è quindi necessaria la collaborazione con le istituzioni
perché i progetti realizzati funzionino; anche questo compito diplomatico è affidato ad Ayéna.
Riprendiamo la via del ritorno al nostro albergo. Ad Akumapé c’è un cimitero, simile ai tanti che
abbiamo intravisto ai bordi dei villaggi; questo è piuttosto grande e ci fermiamo. Nessuna
recinzione se non la vegetazione che cresce spontaneamente ai margini. Camminiamo fra lastre
affondate nella terra cedevole, fra disordinate tombe rettangolari; qualche croce pencolante,
pilastrini di mattoni sbeccati, una fossa piastrellata d’azzurro. Nessun fiore sulle tombe nude;
nessuna foto; nessuno sotto quel sole cocente. Un nome graffiato nel cemento: Kolita fils de
Togovi age 40 ans mama ...
BENIN
L'11 novembre attraversiamo il confine col Benin che è a pochissima distanza da Aneho. Veniamo
accolti da poliziotti dal faccione tondo, dal collo taurino, il corpo massiccio, la voce sotterranea
così tipica delle persone di colore. Qui non solo gli uomini ma anche le donne sono monumentali,
in tutte e tre le dimensioni, mi verrebbe da dire; i loro abiti coloratissimi stringono il seno
prosperoso, fasciano la schiena ben ritta, sottolineano la vita stretta e il sedere alto e tondo.
In questa striscia di confine c’è una grande confusione di gente, di venditori, di grida, di odori, di
aria irrespirabile ... Salutiamo con un po’ di dispiacere Augustin perché è arrivato Aliou, beninese
del nord, che ci accompagnerà col suo pulmino, privo ahimè di aria condizionata. Un rosario coi 99
grani, che ricordano i 99 nomi di Allah, avvolge la cloche.
La prima meta è la Maison de la joie a Ouidah, a qualche decina di chilometri dal confine.
La maison è una casa-famiglia che ospita bambini orfani o abbandonati e adolescenti in difficoltà. I
proprietari sono una coppia mista, un italiano e una beninese, che per ragioni di lavoro hanno
dovuto tornare in Italia, a Faenza dove vivono, ed hanno pensato di utilizzare in questo modo
quell’edificio rimasto vuoto. Un progetto di adozione a distanza e un’attività di raccolta di aiuti fra
amici, consente di mantenere i ragazzi affidati alle cure di Zinath, che oltre a essere la cuoca funge
da madre per tutti quei ragazzini; c’è poi un giovane amministratore e un direttore. I ragazzini
vanno a scuola, ma collaborano anche attivamente all’andamento della casa. Alcune stanze sono
disponibili per chi voglia rimanere per un’attività di volontariato o per un’esperienza di turismo
solidale e responsabile.
Angela, che lo scorso anno ha trascorso qui tre mesi, viene accolta festosamente dai bambini che
la circondano e abbracciano. Si cena a lume di candela per la mancanza di corrente; si chiacchiera
sulla terrazza; il cielo di questa notte priva di luce artificiale è un brillio vangoghiano di stelle. Si
parla come al solito di Africa, ognuno porta racconti di precedenti esperienze, dei diversi paesi
visitati, si confronta l’allora e l’oggi, i peggioramenti, i miglioramenti; ritorna il tormentone del
confronto Ghana-Togo, Togo-Benin, si commentano i progetti, si condividono riflessioni, ci si
sconforta sulla situazione, si cerca quel qualcosa di buono che si è visto ... ci si divide fra
afrottimisti e afropessimisti.
Nelle stanze della Maison senza elettricità la pala sul soffitto è ferma, l’antizanzare infilato nella
spina è inutile. Sdraiata nel mio letto, dove per fortuna soccorre la zanzariera, ripenso alle
esperienze vissute in questi giorni e decido di sostenere il progetto di Kpomé: la bimba che la sera
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precedente mi ha abbracciato, che ha appoggiato timidamente al mio seno la sua testolina dai ricci
fitti che io ho accarezzato e premuto contro di me, che non mi ha abbandonato finché non sono
salita sul pulmino, mi ha impresso uno speciale solco di tenerezza. Mi addormento con la sua
immagine.
12 novembre
Ouidah è stato uno dei porti più importanti per la tratta degli schiavi. Lo ricorda la via degli schiavi,
lunga quattro chilometri, al cui termine si erge la Porta del Non Ritorno, un segno forte che fa
sentire l’angoscia di quelle donne e di quegli uomini imbarcati a forza verso quell’immenso
misterioso oceano vuoto che l'arco ora spalanca davanti ai nostri occhi. All’inizio della via degli
schiavi c’è una piazza dove quegli esseri umani, strappati con violenza dalla loro terra, privati della
loro identità, marchiati a fuoco, incatenati, venivano venduti all’asta, e c’è un grande albero,
chiamato l’albero dell’oblio: prima di incamminarsi verso il loro destino gli infelici gli giravano
attorno e da quel momento dovevano dimenticare la loro vita passata e la loro terra.
Siamo i soli turisti su questo grande spiazzo, su questa grande spiaggia che protende davanti a noi
il nulla dell’oceano deserto.
Dobbiamo aspettare Rosanna che Angela ha accompagnato all’ospedale per un controllo;
nell’attesa entriamo in una bottega di artigianato per fare qualche acquisto; chiediamo aiuto a
Rosaria per trattare sul prezzo (io e Gabriella siamo del tutto inabili in questo). Nel pomeriggio alla
maison rimaniamo ancora in attesa delle nostre compagne; al suo rientro Rosanna ci annuncia che
purtroppo non potrà continuare il viaggio con noi perché deve sottoporsi a flebo al chinino e stare
a riposo; non ha perso però il suo sorriso, né la vitalità e la carica positiva che l’ha finora
caratterizzata; Angela decide generosamente di rimanere con lei. Un po’ tristi, noi quattro rimasti,
decidiamo comunque di fare un giro per Ouidah. Questa cittadina è il centro storico del vudù, la
religione praticata dalla maggioranza della popolazione del Benin e nel mese di gennaio vi si
celebra con particolare partecipazione la sua festività nazionale. Manca il tempo per visitare i
luoghi sacri legati a questa religione, come il Tempio dei pitoni e la Foresta sacra, divenuti però
ormai, ci dice Rosaria, luoghi puramente turistici; e poiché non ci fanno entrare, neppure per dare
un’occhiata, al museo situato nella fortezza portoghese di Sao Joao Batista, nonostante manchi più
di mezz’ora alla chiusura, decidiamo, dopo aver attraversato la città e le sue miserie, di farci
portare da Aliou sul lungomare. Mentre caracolliamo nel nostro nuovo mezzo di trasporto, provo
una grande tristezza guardando le capanne dei pescatori annerite dal tempo; i fumi grigi che si
levano dalla spazzatura bruciacchiata; le persone attorno che mi sembrano particolarmente
decrepite e lacere; e mi danno disgusto quei piccoli maiali neri che razzolano intorno.
Sul lungomare palmato, alle spalle dell’Arco del Ritorno eretto per accogliere i discendenti degli
schiavi tornati qui per ritrovare le loro radici e per dare una qualche forma di riparazione alla
violenza subita dai loro avi, tramonta un sole dolce e rosato a confortare un po' questo luogo
infelice.
Il 13 novembre lasciamo Ouidah. Ciò che osserviamo lungo le strade del Benin è molto simile a ciò
che abbiamo visto nei precedenti paesi; qui tuttavia le auto mi sembrano molto più mal ridotte, il
traffico di camion più intenso, i motorini che fanno slalom fra il traffico caotico ancora più pazzi
(solo il guidatore porta il casco; chi siede dietro, spesso una donna, non corre rischi?). Polvere,
strombazzamenti, fumo nero dai tubi di scappamento ... poi magari all'improvviso un bel rondò
con aiuole piene di fiori, e l'edificio dell'Università d'Abomey Calavi; e i cartelloni che pubblicizzano
prestigiosi college, e il bell’edificio modernista di una banca ... un'Africa che è un inferno, ma ogni
tanto ha qualche oasi di paradiso.
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Già visto in Togo ma ancor più clamoroso qui nel Benin: lungo la strada miriadi di venditori abusivi
espongono sui loro banchetti taniche, bottiglioni, bottiglie, e persino bottigliette di solo mezzo
litro piene di benzina di contrabbando proveniente dalla Nigeria. Moto e auto si fermano a
dissetare i loro motori con quel liquido rossastro e il tutto avviene alla luce del sole, nessuno
evidentemente ha interesse a reprimere questo mercato illecito e pericoloso.
Senza passare per l’infernale traffico di Cotonou, raggiungiamo Abomey Calavi, sulle rive del lagolaguna di Nokuè per raggiungere in barca Ganvier. L'acqua del lago, alimentata dal fiume Ouémé,
è per sei mesi salata e per sei mesi dolce, perché nel periodo delle piogge l'acqua dolce spinge
indietro quella salata; cambia anche la sua profondità, di un metro e mezzo nel periodo salato, di
tre metri in quello dolce; ospita sardine, carpe, tilapie, cernie, gamberetti.
Questa laguna è scura, le sue acque nere; erbe acquatiche appena colorate da fiori viola pallido
creano qua e là sulla sua superficie strani prati galleggianti. Qualche airone biancheggia su
quest'acqua livida, ma ancora una volta mi stupisce l'assenza di quella fauna colorata che stava nel
mio immaginario africano.
Ganvier (37.000 abitanti) si definisce con molto ottimismo la Venezia africana; è un villaggio
lacustre di capanne/palafitte di bambù e dai tetti di paglia, appoggiate su tronchi di tek infilati per
due metri di profondità. Venne fondata nel 1717 dalla tribù dei Tofinou che si rifugiarono qui per
sfuggire ai cacciatori di schiavi del Dahomey i quali, a causa di un tabù religioso, non si
avvicinavano all’acqua. Un tempo il lago era popolato da coccodrilli, e la leggenda dice che furono
proprio questi animali a salvare i fuggitivi trasportandoli sulla loro groppa, e per questo sono
considerati sacri. Ora per fortuna i coccodrilli sono spariti. La cittadina ha tutto ciò che serve per
poterci vivere: per il rifornimento d'acqua è stato costruito un pozzo profondissimo dotato di una
pompa a motore; c'è il mulino, il centro di salute, gli alberghi, isole artificiali di pietra su cui sono
state costruite le scuole e il municipio; vediamo una chiesa tutta dipinta d'azzurro e una moschea;
la maggioranza del paese è però vudù. Il mercato si svolge sulle barche; l’attività principale è la
pesca. Riusciamo a scattare poche fotografie perché la gente del posto non gradisce.
Riprendiamo il viaggio. Mi annoto qualche nome di villaggio ... Sehouè, Zagbodomey ... la strada è
letteralmente infernale perché in località Allada finisce l'asfalto e si viaggia fra nuvole di polvere
rossa: ai lati della strada le palme, la tapioca, i tek sono tutti psichedelicamente rossi. Mi viene da
pensare che la civiltà è una strada asfaltata. Molte macchine e camion in panne ostruiscono la
carreggiata. Incurante di tutto questo caos, il mercato continua, gruppi di donne vendono olio di
palma in bottiglie di plastica riciclata, dovunque razzolano allegramente polli spelacchiati.
Finalmente arriviamo a Bohicon all'albergo dei "samaritani" gestito da una piccola e dinamica
suora desiderosa di venire in Europa e per questo colleziona i nostri indirizzi. Durante la cena il
grande schermo televisivo trasmette necrologi e commemorazioni funebri con sottofondo di
musica funeraria, pare sia una delle trasmissioni più seguite.
14 novembre, aboxwisun in lingua fon, che significa "mese in cui il sorgo muore"3
Oggi la meta è Abomey capitale del regno fon del Danxomè (che i colonialisti francesi chiamavano
Dahomey), perché desideriamo conoscere qualcosa dei trecento anni di vita e dei dodici re di
quello che fu uno dei regni più importanti dell’Africa. Il suo mitico fondatore fu Agasu, nato
dall’incontro fra una principessa e uno spirito che aveva preso la forma di una pantera maschio;
seguirono lotte fratricide per la successione finché a metà del XVII secolo il re Hwegbadja fondò la
3
I nomi dei mesi fanno riferimento all’agricoltura o a un’attività specifica, o a un fenomeno meteorologico: mese in
cui si semina il miglio (aprile); mese della sarchiatura (maggio), mese della siccità (gennaio) ecc.
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città di Abomey che rimase sede del regno fino alla fine del XIX secolo. Ogni re costruiva la sua
dimora, talora accostandola a quella del re precedente, e oggi rimangono dieci palazzi reali, non
tutti però visitabili. Un grande fossato del perimetro di dieci chilometri, mura alte quasi cinque
metri con sette porte racchiudevano i palazzi e i quartieri abitati dai principi, dai discendenti, dagli
artigiani di corte, dalla guardia reale, dagli schiavi ecc. Lo spazio era suddiviso in un cortile esterno,
uno interno dove il re teneva consiglio, e uno privato, raggiungibile con un percorso tortuoso per
rendere difficile l’accesso all’abitazione del re. Gli edifici erano costruiti con terra petrosa
mescolata a paglia, fibre di noce di palma, scarti di manufatti d’argilla, conchiglie, ed erano
decorati con bassorilievi; il tetto era di paglia. La lingua ufficiale del regno era il fon, ancora oggi la
più parlata in un'area fra Benin, Togo e Nigeria. Questo regno bellicoso collaborò attivamente alla
tratta degli schiavi; la guerra serviva infatti oltre che ad espandersi, a catturare nemici, venduti poi
agli europei.
Visitiamo il palazzo del re Glelé (1858-1889) passando attraverso le mura color amaranto. E' stato
trasformato in un museo che illustra l'evoluzione del regno; la sua organizzazione sociale; la vita
militare; la vita quotidiana. Nella prima stanza sono esposti vari asen, (assin), aste di ferro con la
cima a forma di cono capovolto decorato con motivi vegetali, animali, e altri elementi simbolici
che alludono alla personalità di un antenato defunto. Piantate nella terra fungono da piccoli altari
votivi, da punto d’incontro fra i vivi e i morti a cui si portano offerte sacrificali. Ci fa da guida nel
percorso una bella e spigliata ragazza, che ci dirà di essere una principessa. Ci capiterà di
incontrare un altro beninese (sposato con un'italiana) anche lui addirittura quattro volte principe.
Beh, veniamo a sapere che i re del Dahomey avevano quattromila mogli, sorvegliate da
quattrocento eunuchi, e molte migliaia di figli, e quindi era abbastanza facile essere discendenti di
re! I figli ereditavano le mogli del padre ed era consentito il matrimonio fra fratelli e sorelle.
Nelle varie vetrine del museo sono conservati oggetti di pregevole fattura: sculture in legno
coperto d’ottone raffiguranti una pantera, un'aquila con un altro uccello nel becco, che
simboleggiano i vari re; mazze, lance, una enorme spada per indicare la direzione nella battaglia,
un grande tessuto con la raffigurazione delle amazzoni, guardia sceltissima del re, note per la loro
ferocia (pare infatti che addentassero il nemico alla gola). Ci viene mostrato un grande trono di
legno lavorato: le quattro gambe appoggiano su altrettanti teschi umani. Tanto per rimanere in
tema: in una vetrina è in mostra il teschio di un nemico decorato con la coda del suo cavallo per
farne uno scacciamosche più macabro che bizzarro. Sono poi esposti oggetti vari ed eterogenei,
gioielli, bastoni, una portantina, un ombrellone girevole per rinfrescare il re, e anche qui
"passaporti" (tavolette di legno); armi francesi, regali del re del Portogallo e dell'Inghilterra, foto
storiche. Un elemento davvero pregevole sono i bassorilievi che decorano i muri esterni e i pilastri
del palazzo, fatti con terra di termitai (elastica e impermeabile) impastata con olio di palma,
trattati col caolino e poi colorati. Alcuni sono rappresentazioni simboliche dei “nomi forti” dei re
rivelati attraverso la divinazione e che ne prefigurano il destino; altri rappresentano scene di
guerra o sono omaggi agli antenati. Entro le mura vi sono altre costruzioni oltre al palazzo reale;
un tempio ospita lo spirito del re (di lui si diceva non che era morto, ma che "era entrato nella
notte"); un altro edificio dal tetto conico spioventissimo, è la tomba, ma solo simbolica, del re (che
è sepolto altrove) mentre è la tomba vera delle spose che hanno voluto (o dovuto?) morire con lui
per continuare a servirlo; nel caso di Glelé furono ben quarantuno; i suoi muri, ci dice la nostra
bella guida, con compiacimento perché certa di impressionarci, sono impastati con sangue di
schiavi e di animali, e con acqua di fiume.
Fra i re di cui ci racconta la storia c’è Ghézo (1818-1858) che, quando l’abolizione della schiavitù gli
tolse i maggiori introiti, trovò un'altra risorsa economica promuovendo un’intensa piantagione di
palme da olio importate dal Brasile e dando così l’avvio a un'agricoltura da rendita.
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Agolì Agbo (1894-1900) fu l’ultimo re, che però regnò sotto la tutela francese e venne alla fine
esiliato nel Gabon.
Questo palazzo-museo ha una particolarità per noi impensabile: gli oggetti esposti vengono ancora
usati durante le cerimonie e dati in prestito ai discendenti della famiglia reale. Il palazzo, che era
considerato un luogo sacro, un punto di convergenza fra forze spirituali e naturali, mantiene
ancora questo alone, e lì si svolgono tuttora riti vudù, e viene portato del cibo sulla tomba del re.
Terminata l'immersione nella storia di questo regno africano, fatta di lotte fratricide, usurpazioni,
violenze, feroce certo, ma non dissimile da altri da noi meno lontani, ci dirigiamo verso il sito
archeologico di Agongointo.
Nel 1998 durante i lavori di costruzione di una strada è stato scoperto un villaggio sotterraneo
molto particolare risalente al tempo di Agajà (1711-1741), quinto re di Abomey, che aveva messo
in atto una particolare strategia di guerra facendo scavare nella pietra laterizia una fortezza
sotterranea, del tutto invisibile dall'esterno, nella quale si nascondevano i soldati che così
potevano prendere alle spalle i nemici che assalivano il villaggio. Ci caliamo in uno di questi buchi e
raggiungiamo una specie di grande caverna fatta di tante stanze illuminate con lucerne all’olio di
palma; c’è la cisterna per la raccolta dell’acqua, un ripostiglio per la conservazione del cibo, ed
anche un ingegnoso pertugio scavato nella roccia per veicolare la voce e comunicare a distanza
(sistema presente anche nei nostri castelli medioevali); quello era il rifugio di una famiglia che
riteneva il colore rosso sgradito alla divinità, ecco perché all’ingresso del museo c’è il divieto a
entrare con vestiti di quel colore.
Nel bosco sovrastante questo sito archeologico si trova un centenario ficus strangolatore che
stringe nelle sue spire e avvolge con le sue potenti radici aeree un baobab vecchio di almeno
trecento anni; chissà chi dei due soccomberà per primo. Presso questi giganteschi alberi
avvinghiati si svolgono riti vudù, perché lì dimora Dan, la divinità dalla forma di serpente, simbolo
della continuità della vita dopo la morte.
Il viaggio riprende ... immagini rapidamente fuggenti al di là del finestrino, ormai consuete e così
simili nei tre paesi: nomi di villaggi su cartelli arrugginiti, insegne di negozi dipinte sui muri
sgretolati ... salon de haute couture con le più fantasiose proposte di acconciature, bar Le secrete
de la joie, un misterioso jardin des aromes sacrés ... ; improbabili monumenti in legno e terracotta
per abbellire i villaggi; bimbi nudi nella polvere; uomini che scavano, (neri e lucidi ricordano corpi
di schiavi); … una donna con la biacca sul viso, un’anziana a seno nudo … qui una cooperazione
giapponese, là un’altra saudita, latrine finanziate dall’Unicef ... ; davanti ai nostri occhi scorrono
caserme, scuole, chiese, depositi di cemento, case dai tetti di lamiera verniciati di brillanti blu,
verde, o rosso; qualche tomba semicoperta dalla vegetazione; piccole estensioni di mais alternate
a manioca, coltivazioni di tek, manghi pesanti di frutti, mimose ancora fiorite ... e poi, lungo ogni
strada, sempre, donne, bimbi, uomini che camminano, camminano, ai piedi gli infradito …
In serata, percorsi circa centosessanta chilometri, si arriva alla capitale ufficiale del Benin, Porto
Novo (223.168 abitanti) che i portoghesi fondarono come base per la tratta degli schiavi.
Dormiamo nel Centro Songhai creato nel 1985 da Nzamujo, un frate domenicano di origine
nigeriana che ha messo in pratica la filosofia di uno sviluppo sostenibile sfruttando una
circolazione virtuosa fra i vegetali (piantagioni varie) che forniscono cibo agli animali, e allevamenti
e piscicoltura che ritornano al vegetale sotto forma di concime. Fondamentale è il riciclaggio delle
materie prime e degli scarti attraverso una rigorosa raccolta differenziata delle materie organiche.
L'acqua delle vasche dei pesci, purificata grazie al "giacinto d'acqua", viene riciclata per
l'irrigazione dei campi. Nei periodi di secca gli impianti di piscicoltura vengono trasformati in campi
per la coltivazione di soia e cotone. Un ricercatore del centro ha scoperto che le foglie e i semi di
neem (azadirachta indica, albero molto diffuso nella regione e dalle proprietà portentose, tanto
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da essere chiamato “la farmacia del villaggio”), possono essere usati come antiparassitari,
sicuramente meno efficaci di un pesticida chimico, ma capaci di allontanare i parassiti dalle piante
per due settimane senza contaminare l'ambiente. Come energia si sfrutta il metano prodotto dalla
fermentazione dei rifiuti vegetali e degli escrementi animali. Inoltre vengono recuperate e messe
in funzione molte macchine agricole obsolete per l'Europa e gli Stati Uniti, ma qui estremamente
utili. Nel centro vivono e studiano gratuitamente per diciotto mesi trenta allievi scelti
semestralmente che sono poi in grado di aprire una fattoria ecologicamente autosufficiente. Il
centro è dotato di un negozio in cui è possibile acquistare ciò che viene prodotto all’interno; di un
albergo con piscina; di una chiesa, e di altre strutture ricettive. Interessante questa dichiarazione
fatta da padre Nzamujo a un giornalista: "In occidente l'agricoltura biologica è quasi un
passatempo per ecologisti snob. Qui invece è l'unica via possibile. Come può un contadino africano
comprare assiduamente sementi e pesticidi dall'Occidente... [In Occidente] il cerchio più grande è
l'economia, il secondo cerchio rappresenta l'uomo e il più piccolo la natura, l'ultima
preoccupazione. Tutto nel mondo occidentale è subordinato all'economia, anche l'essere umano. Il
modello di Songhai è opposto: il cerchio più grande è la natura, che contiene tutto e a cui tutto è
subordinato, poi viene l'uomo e solo per ultima l'economia. Solo così lo sviluppo può essere
veramente duraturo e sostenibile".
Passeggiamo piacevolmente fra le piantagioni di palme, papaia, aranci, augurando che il modello
Songhai possa sopravvivere e diffondersi.
C’è speranza per l’Africa.
15 novembre
Oggi, domenica, andiamo a visitare il Museo etnografico di Porto Novo situato in una bella
palazzina coloniale a due piani. Raccoglie molte maschere cerimoniali fatte per la festività del
gelede che si svolge ogni anno dopo i raccolti per celebrare la madre primordiale e il ruolo della
donna nello sviluppo della società, eco di un antico ordine matriarcale. Anche gli uomini
nell’occasione indossano copricapi da donna e si travestono da donna. Due delle maschere
esposte rappresentano adepti dell’orisha4 Obatala creatore degli uomini secondo la mitologia dei
Nago Yoruba; sono poi rappresentati due gemelli: un tempo il parto gemellare era considerato un
evento infausto, ora vi è stata una rielaborazione più positiva, sebbene non sia venuto meno un
certo timore; quando i gemelli muoiono si dice che sono ritornati nella foresta, da cui si crede
siano venuti; vengono scolpite delle statuette che li rappresentano e che la madre si porta
addosso prendendosene cura come se fossero figli veri.
Le maschere gelede sono anche ironiche o satiriche, vogliono divertire ed educare, così c’è la
maschera della buona coabitazione e quella della vita comunitaria rispettosa della differenza;
quella di una donna nuda e di un uomo dall’enorme pene che hanno lo scopo di denigrare le
donne leggere e gli uomini infedeli.
Le vetrine del museo illustrano i riti che scandiscono le varie fasi della vita: la nascita (cinture di
protezione del nascituro, piante medicinali); l’iniziazione all’età adulta (flagelli); la circoncisione; il
fidanzamento; il matrimonio (la dote consisteva di stoffe, conchiglie, noci di cola, ecc.; c’è anche il
lenzuolo che viene esposto per testimoniare la verginità della sposa); la morte (strumenti di
divinazione per individuarne la causa, un tamburo col quale si comunica l’evento, una barella per il
trasporto dei morti, un telo per avvolgerli, asen da tenere in casa in loro memoria ecc.). Anche
4
Gli orisha non sono divinità ma spiriti che trasmettono agli uomini l’energia che è in tutte le cose viventi. Sono di
fatto archetipi antropologici. Ogni orisha possiede una sua personalità e gli è associato uno specifico fenomeno
naturale o un colore; si impossessa del credente e si serve di lui per comunicare con i mortali. Ogni essere umano
possiede uno spirito protettore che lo cura, lo consola, gli dà consigli. Nella contaminazione avvenuta col cristianesimo
in Brasile, gli orisha sono stati associati a santi cattolici.
17
l’arte divinatoria è illustrata fra l’altro da strumenti di consultazione dell’oracolo. Ci sono poi
manichini vari usati durante le feste che si svolgono in occasione del ritorno in Benin degli
afrobrasiliani.
In tutti i musei abbiamo avuto come guide giovani istruiti, consapevoli della importanza di
difendere e curare il patrimonio storico e culturale del loro paese. Questa è stata per me una bella
sorpresa, di un’Africa che non ti aspetti.
Decidiamo di visitare anche il Museo da Silva di arte e cultura afrobrasiliana inaugurato nel 1998 in
un bell’edificio coloniale di fine ottocento. È una casa-museo a due piani, in cui il ricco proprietario
espone un’ingente quantità dei più eterogenei e anche costosi oggetti che la famiglia ha
collezionato: grammofoni, radio, fonografi, macchine fotografiche, strumenti musicali, corni
d’avorio lavorato, teste di animali, feticci, cappelli di paglia, orologi ecc.; c’è anche un tavolo che –
così dice una didascalia - un discendente di schiavi acquistò dalla famiglia di Napoleone Bonaparte,
ripristinatore della schiavitù abolita durante la Rivoluzione francese.
La collezione comprende anche biciclette, moto, carrozze; in un garage, oltre ad altre lussuose
automobili, c’è perfino una Rolls Royce, la prima entrata in Benin. Ci sono poi esemplari delle
prime macchine tipografiche e perfino carri di carnevale. Foto, ritagli di giornali e materiale vario
illustrano la cultura afrobrasiliana come il candomblé, nome dato al vudù nella sua versione
brasiliana. Il riferimento alla tratta degli schiavi compare sia su scritte all’ingresso del museo sia su
pitture murali.
Il ragazzo che ci fa da guida ci dice di essere di religione vudù, e gli facciamo qualche domanda al
riguardo: crede nella reincarnazione, nei morti che ritornano (revenant) e nella divinazione che
permette di entrare in contatto col mondo degli spiriti. Gabriella gli chiede se vengono ancora fatti
sacrifici; sì certo, risponde, ma aggiunge con enfasi: pas humaine!
Confortati da questa precisazione lasciamo il museo.
Ci restano ancora poche ore prima della partenza per l’Italia e decidiamo, come nostra ultima
meta, di andare a vedere una chiesa del XIX secolo, (poi trasformata in moschea). La facciata
policroma, in puro stile coloniale brasiliano, mal conservata nonostante sia monumento Unesco, è
affascinante, come spesso ci appaiono le cose dalle forme e colori inconsueti. Purtroppo non
possiamo visitarla perché è chiusa. Proprio accanto stanno costruendo una moderna (e brutta)
megamoschea, e per questo Rosaria pensa che questa straordinaria ex chiesa, simbolo di una
fusione così trasversale di culture, sia purtroppo destinata a crollare.
Il quartiere in cui ci troviamo è fra i peggiori visti nel corso del viaggio, per la condizione delle case,
per i bambini laceri e scalzi nella sporcizia e nella polvere, per le donne dal volto triste e
rassegnato. Chiedo a Marco di accompagnarmi lungo una stradicciola perché voglio girare un po’
attorno, ma dopo poco decido di tornare indietro: è troppo il disagio che provo, la mia curiosità mi
sembra davvero fuori posto.
Ritorniamo al nostro pulmino e, attraversando la città, notiamo alcuni uomini e donne vestite con
lunghi camicioni bianchi, alcune di loro scalze. Appartengono all’Eglise du christianisme céleste,
una delle innumerevoli sette religiose africane. Vengo anche a sapere che in questi paesi ci sono
piccoli gruppi di religione baha’i. Rimango stupefatta: cercando in internet scopro che questa
religione ha avuto un suo peculiare sviluppo in Africa ed ha preso molto piede in Ciad e Kenya
dove è la terza principale religione. Perso ogni riferimento alla sua origine iraniana e sciita, ha un
orientamento di tipo pratico e organizzativo più che di speculazione teologica, predica l’unità del
genere umano, la pace e l’uguaglianza.
Percorriamo le poche decine di chilometri che ci separano da Cotonou (761.900 abitanti) la
capitale economica del Benin e sede del governo. Ci accoglie con edifici moderni, ambasciate,
tribunale, la SOBEBRA Société Béninoise de Brasseries, moschee, superfetazioni di case
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pretenziose, ma non possiamo fermarci a visitarla. La meta è ormai l’aeroporto dove ci
ricongiungiamo con Rosanna, sorridente e ristabilita. Salutiamo Marco che deve completare con
Ayéna alcuni lavori burocratici e Angela che ritorna dai suoi bimbi alla Maison.
Durante il volo guardo dall’oblò i pochi grappoli di luce fioca laggiù, nel grande buio dell’Africa.
Quando sotto di noi compare una lastra arancione, brillante come zucchero caramellato, sappiamo
che stiamo sorvolando l’Europa. Si sono spente le stelle che sopra l’Africa splendevano come
diamanti regali.
Ghana, Togo, Benin: tre paesi simili?
La mancanza di servizi essenziali per la maggior parte delle persone come la distribuzione
dell’acqua potabile e dell’energia elettrica, la mancanza di fogne, la raccolta del tutto insufficiente
dell’immondizia, la conseguente carenza di igiene che provoca la diffusione di malattie, mi sono
sembrati problemi comuni a tutti e tre i paesi, seppure in gradi lievemente diversi. Inoltre mi è
parso evidente il contrasto fra la più dignitosa situazione, pur nella povertà, dei villaggi, rispetto al
degrado delle città, cresciute in modo veloce e disordinato sia per la crescita demografica rapida,
sia per l’immigrazione dalla campagna. Non è il caso qui di entrare nelle cause, ben note, di tutto
ciò.
Al di là delle differenze linguistiche e storiche, ho trovato anche altri elementi di tipo culturale e
sociale comuni a tutti e tre i paesi visitati, che tratteggio brevemente, senza nessuna pretesa di
esaustività.
Religione
La religione in questi paesi occupa ancora un posto centrale5; quella musulmana è minoritaria ma
in crescita, ed è diffusa soprattutto nel nord dei tre paesi; quella cristiana, prevalente nel sud, è
maggioritaria ma suddivisa in moltissime chiese; il vudù è ancora molto praticato, sebbene nel
corso del tempo si sia verificato un forte sincretismo col cristianesimo perché i missionari
permisero la contaminazione per ottenere conversioni, e gli afrobrasiliani riportarono nei loro
luoghi d'origine la cultura vudù mescolata ad elementi del cattolicesimo.
La presenza delle varie chiese balza agli occhi: lungo le strade sono numerosissimi i cartelli
pubblicitari che le reclamizzano: neoapostolici, avventisti e neoavventisti, pentecostali e
neopentecostali, presbiteriani, battisti, metodisti, evangelici e una miriade d’altre congregazioni
come la Winner's chaple e la Miracle bible church - i nomi sono molto significativi - fondate da
qualche intraprendente predicatore che promette miracoli, guarigioni, successi. Un cartellone
reclamizza una Wonderful Jesus conference e un altro addirittura il ritorno di Gesù: coming soon...!
Campeggia spesso il richiamo a Geremia 29,11 “Io infatti conosco i progetti che ho fatto a vostro
riguardo, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza”. E di
speranza l’Africa ha davvero molto bisogno.
Infinite sono in Africa le schiere di mullah e di marabut islamici, di ministri di centinaia di sette e
fazioni cristiane, nonché di sacerdoti di dei e di culti africani. Malgrado una certa concorrenza, la
tolleranza in questo ambito è sorprendente e il riconoscimento del popolo unanime. 6
5
Nel Ghana: 70% cristiani, suddivisi in numerosissime chiese; 15% musulmani, il resto religioni autoctone, che però
permangono in vari modi anche nelle religioni importate. Togo: cristiani 29%, musulmani20%, religioni tradizionali
51%. Il vudù è presente un po' ovunque, ma diffuso soprattutto nel sud est. Benin: 43% cristiani, 25% musulmani, 17%
vudù.
6
Ryszard Kapuscinski, Ebano, Feltrinelli, 1998, p.225.
19
Così scriveva Ryszard Kapuscinski nel 1998.
La pervasività di una religiosità non sustanziata di sottigliezze teologiche ma impastata dei
problemi del quotidiano, è rivelata anche dai motti che compaiono accanto all’insegna di quasi
ogni bottega: Blood of Jesus (un venditore di bevande), The Lord is my shepard (un bar), God is
over all, Christ in you, God rules (un internet cafè), I thank God, o, più amichevolmente, Thank you
God, e ancora: Dieu est capable, Dieu est grand (un coiffeur), A Dieu merci, La grace de Dieu (un
negozio di generi alimentari), La gloire de Dieu; c’è anche la classica scritta in latino: Soli Deo
gloria. Una specie di talismano, che però segnala il bisogno di legame continuo con l’invisibile.
Maternità africana
Le donne stanno emergendo in Africa, sono presenti nei parlamenti di vari stati africani. Anche noi
abbiamo notato la presenza delle donne in molti ruoli sociali, e l’abbiamo colto come un segno
molto positivo per questi paesi. Tuttavia il ruolo materno delle donne ci è parso ancora centrale.
Non c’è giovane donna che non sia incinta, o non abbia un bimbo sulla schiena, o non sia
circondata da piccolini. In Africa la donna continua a essere soprattutto madre. L’esuberanza e la
rotondità delle forme corporee femminili rimanda alla maternità più che alla seduzione, e
quest’ultima, se è presente, non cancella il richiamo alla funzione materna e procreativa.
I bimbi sapientemente legati sulla schiena fanno un tutt’uno con la madre, come se ancora fossero
nell’utero; il foulard tiene ben strette le gambine attorno ai fianchi materni e lascia liberi solo i due
bei piedini nudi, mentre le braccine si aggrappano al corpo della mamma e gli occhi curiosi non si
lasciano sfuggire nulla di ciò che avviene attorno. Non sempre ci sono i pannoloni, e la mamma
pazientemente sopporta che il bimbo la inondi con la sua calda pipì. Colpisce la pazienza di queste
madri africane, il loro contatto corporeo così amorevole coi loro bimbi. Alla Maison de la joie ho
ammirato Zinath, la cuoca della casa, madre di nove figli, non tutti dello stesso padre, mentre
lavava il suo ultimo piccolo: lo teneva per metà nella tinozza e per metà appoggiato alle sue
gambe, lo insaponava, lo sciacquava versando acqua da una ciotola, e alla fine spalmava con
vigore tutto il suo corpo con una crema. Che piacere essere lì, manipolato dalle mani sicure e
sapienti della mamma, quanta gioia in quel massaggio mattutino. Così cresce felice un bimbo. E
come sono belli, e forse felici, i bambini africani: quando in casa di Ayéna è comparso davanti a noi
un bimbetto nudo, perfetto come un putto raffaellesco, e si è fermato in mezzo alla stanza
scrutandoci, perplesso dalla nostra inattesa presenza, anche noi siamo ammutoliti; nella mia
mente quell’immagine è rimasta come un’icona mitica: un bimbo nudo, simbolo di ciò che solo
davvero conta nella vita, è il dono che ancora l’Africa può darci.
Il mercato
In tutti e tre i paesi l’aspetto economico più visibile e pervasivo è quello del mercato. Non solo i
grandi mercati delle città negli spazi a questo dedicati, sempre affollati da migliaia di persone, ma
anche lungo le strade fuori città. Per chilometri e chilometri, dietro banchetti di legno, sotto
tettoie di lamiera, dentro baracche, si vende la più diversa mercanzia, esposta ai bordi polverosi
della strada, accatastata o impilata in bell’ordine: generi alimentari, vestiario, stoffe, legna, ceste,
scarpe, pentole, pneumatici, gomme di bicicletta avvolte in nastri multicolori che le fanno
sembrare ghirlande natalizie, colonnine di cemento dai fantasiosi capitelli (un elemento molto
usato nell’edilizia), cataste di materassi, letti, armadi, specchi, porte, divani (col venditore sdraiato
sopra a riposare) e perfino bare, dalle luccicanti rifiniture.
E poi c’è l’interminabile mercato itinerante: quando il pulmino rallenta e va a zig zag per scansare
le buche, ai finestrini si affollano subito donne e ragazzini con sulla testa in straordinario equilibrio,
e solo talvolta appoggiati su un cercine, grandi piatti di latta o catini con piramidi di arance verdi,
20
prismi di pani, cilindri di manioca, arabeschi di verdure, torri di bottiglie d’acqua, oltre che dei più
diversi generi di merce.
In tutti e tre i paesi la corrente elettrica è mancata varie volte, per un tempo più o meno lungo.
Allora le strade della città sprofondano nel buio, il mercato però continua fino a tardi al banchetto
illuminato da un lumino ad olio, da una candela, o da qualche marchingegno più moderno come
una pila o una lampada che funziona grazie a un generatore.
Le domande che vengono alla mente sono molte: il commercio come anima delle relazioni fra le
persone? E poi commercio di che cosa? Molta di questa mercanzia non alimentare viene
certamente importata. Mentre lo sviluppo europeo è passato dall’agricoltura alla manifattura e
poi al commercio, in questi paesi si passa dall’agricoltura direttamente al commercio, saltando la
fase della fabbricazione di prodotti e manufatti. Sarà sostenibile questo tipo di sviluppo?
La pubblicità
Un altro elemento che colpisce sono i numerosi cartelloni che pubblicizzano prodotti di bellezza
(creme, trucchi, profumi o altro). Usano immagini di donne che, pur con tratti africani, hanno la
pelle molto chiara o addirittura bianca, come se promettessero che i prodotti reclamizzati
"sbiancano". Qualcuno infatti ha White come nome commerciale. L’imitazione del modello fisico
della donna occidentale lo si coglie anche vedendo numerose donne che hanno i capelli (o in
qualche caso parrucche) tirati e lisciati, ed anche decolorati.
Anche l’immagine maschile nella pubblicità ha un aspetto occidentale: giacca e cravatta, sebbene
in Togo e Benin l’abito maschile più diffuso sia una blusa e pantaloni della stessa stoffa, dai colori
vivacissimi (qualcuno un po’ su d’età ricorderà che era diventato di moda da noi il pigiama palazzo,
un completo simile, ma per le donne, e con il pantalone a zampa d’elefante).
Gli alberghi
In Africa c’è tutto quello che c’è in Europa, solo che o funziona male perché non si fa
manutenzione o non funziona del tutto perché non ci sono i ricambi per aggiustarlo. In tutti gli
alberghi nei quali abbiamo dormito c’era l’aria condizionata o il ventilatore, ma se salta la corrente
il condizionatore non funziona, o, nel caso ci sia corrente, capita che non funzioni il telecomando.
A parte qualche disagio del genere abbiamo però quasi sempre dormito quasi rinfrescati e
asciugati. Per quanto riguarda altri confort non è il caso di fare piagnistei: serve davvero acqua
calda con la temperatura oltre i trenta gradi? È un grosso disagio l’asse del water rotto? La doccia
che si stacca dal tubo flessibile? Il rubinetto del lavandino da cui scende un filo impercettibile
d’acqua o la perde sul pavimento? La luce che salta mentre sei sotto la doccia e ti lascia nel buio
pesto? E se una mattina l’acqua dal rubinetto proprio non scende, beh, per una volta non ti lavi la
faccia! Trovare qualche scarafaggio stecchito dopo la spruzzata di insetticida lo si mette in conto
già in partenza. Io e Rosanna ci siamo portate il sacco lenzuolo, e lì prudentemente ci avvolgiamo,
salvo poi scalciar via tutto quando il sudore ci imperla.
Il cibo
La tradizione culinaria mi è sembrata molto simile nei tre paesi. Nel nostro caso le restrizioni
alimentari per motivi igienici o per scelte individuali, hanno ridotto la varietà, comunque limitata:
riso (bianco, fritto, o con verdure), cous-cous, fagioli, pesce, pollo, arance, vari tipi di banane,
ananas, manghi. Io per i primi giorni mi sono limitata prudentemente a bollenti zuppe di verdure,
poi mi sono lasciata un po’ più andare. Le offerte più “esotiche”: banane plantain fritte o secche
tipo patatine; manioca sotto forma di puré (fufu) o grattugiata e cotta al vapore (attieké); salsa di
arachidi; gombo (Abelmoschus esculentus una malvacea dal fiore color panna) simile a uno
zucchino filaccioso; salse piccantissime di cui non sono riuscita ad individuare la composizione.
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Abbiamo anche masticato pezzi di canna da zucchero da bastoni scorticati per l’occasione, e
bevuto thè di foglie di kinkiliba. C’era anche vino di palma, ma ci siamo comportati da quasi
astemi, tranne Marco e Rosanna buoni assaggiatori di birre locali.
Un’ultima a riflessione
Nonostante tutti gli strumenti di conoscenza che abbiamo a disposizione, gli stereotipi hanno una
persistenza e una lunga durata che impedisce di cogliere i profondi e rapidi movimenti storici.
Nell’immaginario di molti l'Africa (e per Africa intendo quella centro-meridionale, la cosiddetta
Africa “nera”) è ancora un paese senza storia, senza cultura; nel caso migliore un luogo
incontaminato e ancora vergine, nel caso peggiore popolato da etnie tribali e da bambini affamati
col viso coperto di mosche. Questi stereotipi continuano ad essere veicolati da agenzie turistiche e
da agenzie caritatevoli. Ora, in nessun luogo del mondo, e neppure in Africa, è rimasto qualcosa
che non sia stato profondamente modificato dai colonialismi vecchi e nuovi, da migrazioni di
popoli, da contaminazioni di culture e colture, dai contatti secolari con gli altri continenti. Il
processo di globalizzazione e modernizzazione è entrato ormai largamente anche in Africa. La
strada che il continente deve fare sulla via dello sviluppo economico (nell’indice ISU troviamo
quasi tutti i paesi africani subsahariani in coda alla classifica), è ancora molta, così come quella
dell’emancipazione politica e culturale, per diventare consapevole di sé e contribuire, coi suoi
valori, allo sviluppo dell’umanità, e proprio a questo processo stanno dando vita molti intellettuali
africani7. Certo, c’è ancora un’Africa oscura, anche nei paesi che abbiamo visitato: denunce di
riduzione in schiavitù di bambini di strada di Cotonou e Porto Novo (rapiti o comprati per venderli
come schiavi in Nigeria), voci di traffico d’organi; discriminazione e violenza nei confronti degli
albini; mutilazione genitale femminile, una pratica tutt’altro che sconfitta. Difficile verificare
l'entità di piaghe così terribili, che si spera stiano diventando sempre più marginali. E poi c’è
l’Africa dei dittatori, dei signori della guerra, del traffico d’armi, dei bambini soldato, dei
fondamentalismi religiosi, e anche l’Africa dei milioni di persone che vivono sotto la soglia di
povertà (ossia con meno di un dollaro e mezzo al giorno).
E ancora: c’è un’Africa che conserva la sua cultura e le sue tradizioni, con i suoi riti e miti; l’Africa
del vudù, dei capi villaggio e addirittura dei discendenti di re (nel Ghana e nel Benin, che pure sono
repubbliche presidenziali, i re continuano ad essere oggetto di rispetto e di credenze nei loro
poteri superiori); l’Africa della poligamia anche al di fuori dell’islam, consentita in molti paesi
africani (c’è un movimento di donne che lotta contro).
Ma c’è anche un’Africa “che non ti aspetti”8, l’Africa del successo, delle idee nuove, un Africa in
cammino. Allora: dobbiamo aiutare l’Africa a “modernizzarsi”, (a diventare come noi), oppure
dobbiamo aiutarla a custodire la sua cultura e la sua identità? Qualcuno sogna un’Africa che segua
un modello di sviluppo alternativo a quello occidentale e che conservi i suoi valori di attaccamento
alla terra e alla fede religiosa; di senso comunitario, di solidarietà, di harambee,9
Forse l’Africa la sua strada la deve cercare e sperimentare da sé e ciò che noi possiamo fare è solo
mettere a sua disposizione le nostre conoscenze, e allo stesso tempo vigilare affinché l’Occidente
e l’Oriente non allunghino i loro appetiti, non impongano i loro modelli culturali, le loro ideologie,
le loro mode.
7
Si veda ad esempio: Ngugi Wa Thiong’o, Decolonizzare la mente, Jaca Book, 2015.
Eyoum Nganguè, Capo di Buona Speranza. L’Africa che non ti aspetti. Nel libro si porta fra l’altro l’esempio di
Nollywood, l’industria cinematografica nigeriana che è ormai la terza a livello mondiale dopo quella statunitense e
quella indiana, e del pepe Penja, un prodotto d’eccellenza che il Camerun esporta nel mondo.
9
In swahili indica la collaborazione di tutti per un obbiettivo comune. Questo termine venne usato anche da Jomo
Kenyatta durante la lotta per l’indipendenza del Kenya.
8
22
Forse la speranza ci può venire dall’Africa.
********
Qualcosa ancora sui progetti
Può darsi che qualche lettore/lettrice di queste mie note di viaggio non sia del tutto convinta che i
progetti di cui ho parlato siano davvero utili ad innescare dei processi (a mo’ di reazione chimica)
di sviluppo umano, sociale ed economico: certo non bastano, occorrono anche grandi progetti
relativi a infrastrutture, ecc.., ma – dopo aver visto quelli realizzati e in corso di realizzazione,
finanziati e soprattutto curati da Rosaria e Marco per Gocce per l’Africa – mi sono convinta che
servono, sono utili, incidono sul percorso di crescita delle persone, perché quantomeno ampliano
le loro possibilità di scelta. Sono, sì, delle gocce rispetto agli enormi bisogni e alle necessità, ma
sono davvero efficaci perché “partecipati” dalla comunità dei riceventi, e “costruiti” con loro;
perché costituiscono dei tasselli che vanno a riempire gli spazi vuoti di un mosaico; perché sono
progetti scelti prestando attenzione anche alle molteplici ricadute laterali, alle interazioni con
diversi altri aspetti, in altri termini (per usare un linguaggio moderno) perché sono progetti
“sostenibili”.
La Onlus “Gocce per l’Africa” si finanzia con donazioni private e con l’organizzazione di cene di
solidarietà. Un aiuto significativo è venuto recentemente anche dalla Chiesa Valdese che attinge
dagli introiti dell’8 per mille. Segnalo che è possibile contribuire alla realizzazione dei progetti:
 col 5 per 1000 (il codice fiscale da utilizzare è: 95183740166)
 oppure facendo un bonifico bancario - il codice IBAN è il seguente: IT81F07601
11100000007956786
 oppure con un bollettino postale da farsi sul c/c 7956786
Mi permetto di segnalarvi Gocce per l’Africa Onlus perché a mio giudizio merita un aiuto; inoltre è
una Onlus locale, ed è facile avere notizie dirette contattando e incontrando personalmente i
responsabili; c’è trasparenza, c’è documentazione, c’è un continuo monitoraggio e, soprattutto,
ciò che fa, va davvero a buon fine.
Per ulteriori informazioni si può consultare il sito http://www.gocceperlafrica.it
Per avere informazioni sulla Maison de la joie si può consultare il sito:
http://www.maisondelajoie.com dove viene indicato anche come effettuare eventuali donazioni.
E per finire ringrazio le mie carissime compagne di viaggio per avermi fatto partecipe delle loro
idee, emozioni e pensieri, e per aver letto e commentato questo racconto del nostro viaggio.
Bergamo, gennaio 2016
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