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CONFIMI
Rassegna Stampa del 13/11/2014
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INDICE
CONFIMI
13/11/2014 Il Risveglio
Chiave a stella, premiata la Rp di Venaria
13
SCENARIO ECONOMIA
13/11/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Calcoli errati e vedute corte
19
13/11/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Stimoli all'economia, Draghi accelera I saggi tedeschi criticano Merkel
20
13/11/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Il futuro dell'euro nel triangolo tra Francoforte, Berlino e Bruxelles
22
13/11/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Il vicepresidente dell'Europarlamento «Ora un'inchiesta per fare chiarezza»
23
13/11/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Mps svaluta, rosso di 1,15 miliardi
25
13/11/2014 Il Sole 24 Ore
Ma la priorità è il nuovo lavoro
26
13/11/2014 Il Sole 24 Ore
Quei paradossi del mercato
27
13/11/2014 Il Sole 24 Ore
Draghi: fare subito le riforme
29
13/11/2014 Il Sole 24 Ore
Più fondi a «Made in» e legge Sabatini
31
13/11/2014 Il Sole 24 Ore
Jobs Act, più vicina la fiducia
33
13/11/2014 Il Sole 24 Ore
«Patto per rilanciare la crescita»
35
13/11/2014 La Repubblica - Nazionale
Sciopero generale il 5 dicembre Operai dell'Ast bloccano l'Autosole Gli studenti
contestano Draghi
37
13/11/2014 La Repubblica - Nazionale
Un miliardo in più per la manovra
39
13/11/2014 La Stampa - Nazionale
SE LA SOCIETÀ CONDIZIONA L'ECONOMIA
40
13/11/2014 La Stampa - Nazionale
Draghi: i Paesi troppo indebitati hanno già perso la sovranità
42
13/11/2014 La Stampa - Nazionale
Scandalo dei cambi manipolati La maximulta affonda le Borse
43
13/11/2014 MF - Nazionale
Jack Ma (Alibaba): così provo a conquistare l'America
44
13/11/2014 Panorama
TFR BLUFF
46
13/11/2014 Panorama
E poi ho capito che il profitto non è tutto
48
SCENARIO PMI
13/11/2014 Corriere della Sera - Nazionale
Juncker si assolve: non mi dimetto
50
13/11/2014 Il Sole 24 Ore
Il Fondo italiano in campo per le Pmi
52
13/11/2014 ItaliaOggi
Fallita una pmi ogni cinque dall'inizio della crisi
53
13/11/2014 MF - Nazionale
Si allarga l'accordo tra Fondo Italiano e Fondo Europeo Bei
55
CONFIMI
articoli
13/11/2014
Il Risveglio
Pag. 11
VENARIA REALE - La sesta edizione di "Chiave a stella", il premio ideato da Api Torino, Fondazione
Magnetto e Repubblica, con la collaborazione di Camera di commercio e UniCredit, se l'aggiudica la Rp
rivestimenti plastici, impresa venariese guidata dal volpianese Rinaldo Pennazio. L'azienda, che si è imposta
nella categoria da 500mila a 3 milioni di fatturato, è nata come attività artigianale negli anni Cinquanta per poi
crescere fi no a diventare leader nei rivestimenti plastici su metalli. Fornisce trattamenti superfi ciali in grado
di risolvere problemi di corrosione, operando in differenti aree produttive che spaziano dal settore
metalmeccanico con relativo indotto ai settori alimentari, nautico ed aereo, fi no a quello delle strutture
funerarie. «Sono immensamente grato all'Api Torino - ammette Rinaldo Pennazio - per aver pensato a me ed
alla mia azienda. Per noi, dopo tanti anni di studi approfonditi sulle materie plastiche, è un motivo di enorme
soddisfazione». Il motivo del premio? La Rp rivestimenti plastici, selezionata tra 64 candidate all'ambito
riconoscimento, ha mostrato - raccontando la propria storia - «di contraddistinguersi sia per capacità di
esprimere e coniugare innovazione e tradizione sia per eccellenza del prodotto e valorizzazione del territorio
in Italia e all'estero». - ANDREA TROVATO Rinaldo Pennazio
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
Chiave a stella, premiata la Rp di Venaria
SCENARIO ECONOMIA
19 articoli
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Calcoli errati e vedute corte
Antonio Polito
P are proprio che, come aveva minacciato D'Alema in tv, la sinistra pd abbia perso la pazienza. L'alzata di
scudi di ieri notte contro il patto del Nazareno bis (o tris) avvia una fase in cui niente più può essere dato per
scontato, nemmeno il voto sul Jobs act. È probabile che le piazze sindacali abbiano restituito coraggio e allo
stesso tempo costretto a una accelerazione della lotta politica contro Renzi. Ma nel combatterla la minoranza
che fa capo a Bersani e D'Alema deve stare attenta a non ripetere gli stessi clamorosi errori che già le
costarono il controllo del partito. Con l'aggravante che stavolta non rischierebbe solo in proprio, ma
metterebbe a repentaglio la credibilità del governo Renzi in Europa, già in bilico di suo.
Il sospetto di una deriva politica è lecito. Appena qualche giorno fa, con un virtuosismo della litote certamente
appreso alla scuola dei padri («Il vivente non umano» di Ingrao e «La non vittoria elettorale» di Bersani),
Stefano Fassina è arrivato a proporre sul Foglio non l'uscita dall'euro, come un qualunque Grillo o Salvini, ma
«il superamento cooperativo dell'euro», che poi è la stessa cosa, visto che non sembra esserci nessuno in
giro disposto a cooperare con noi per farci uscire in modo indolore dalla moneta unica. Così più di vent'anni
di zelante europeismo, nuova ideologia di una sinistra che trasferiva a Bruxelles il sol dell'avvenire tramontato
all'Est, vengono buttati a mare in un sol colpo. Al posto dell'integrazione europea, cui hanno dedicato la vita
leader fino a ieri venerati come Spinelli, Prodi e Napolitano, ecco che si propone la «dis-integrazione
ordinata» della moneta unica, così da farne due, o tre, o quindici, come se questo risolvesse il nostro
problema cruciale: il costo di un enorme debito.
Il fatto è che il gruppo dei Fassina e dei Cuperlo ha letto fin dall'inizio male il segno politico della crisi
economica mondiale, interpretandolo come una potente spinta a sinistra dell'elettorato. Su questa base ha
indotto Bersani a fare una campagna elettorale perdente in stile cgil, mentre il suo popolo se ne andava da
tutt'altre parti. Ora è sotto choc per aver scoperto che quello stesso popolo segue Renzi, pur bollato come
una Thatcher col lifting da Susanna Camusso. Non resta che l'ultimo populismo, quello antieuropeista.
Pericoloso ovunque, ma molto di più quando alligna all'interno del partito di maggioranza e di governo di un
Paese a rischio come l'Italia.
Non è certo così, facendo i proto-grillini o gli pseudo-leghisti solo un po' più colti, che la sinistra pd può
sperare non dico di riprendersi, ma nemmeno di correggere la barra del timone che ha perso.
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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I neodissidenti dell'euro
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 17
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Weidmann (Bundesbank): bene la politica espansiva ma no all'acquisto di bond Il presidente Bce contestato
a Roma: investimenti mai così bassi dagli anni Novanta
Stefania Tamburello
ROMA La Bce ha messo in atto «un'espansione monetaria senza precedenti» per combattere gli effetti della
crisi. Mario Draghi, presidente della banca centrale europea illustra le misure adottate, ricordando in
particolare la decisione di allargare il bilancio della Bce ai livelli di inizio 2012 - che significa 1000 miliardi di
nuova liquidità per l'economia - e l'impegno preso per ulteriori interventi straordinari se fosse necessario.
Draghi interviene alla cerimonia per il centenario della nascita di Federico Caffè, e mentre parla da Berlino
rimbalzano le critiche dei consiglieri economici del governo tedesco che invece invitano la Bce ad evitare
«l'annunciata grande espansione» del bilancio, perlomeno fino a quando «la deflazione non sarà una realtà
dell'eurozona, non solo una previsione», dicono nel loro rapporto in cui rivedono anche al ribasso le previsioni
di crescita della Germania provocando il risentimento della cancelliera Angela Merkel. Ma un assist al numero
uno dell'Eurotower arriva - e non è cosa frequente - dal presidente della Bundesbank Jens Weidmann che, in
contrasto con gli economisti tedeschi, rileva come sia «appropriato» che la Bce adotti una «politica monetaria
espansiva e che il consigli o direttivo discuta nuove misure e continui a farlo». Un indiretto appoggio a Draghi,
dunque, dopo i rumors sull'esistenza di polemiche circolati nelle scorse settimane, anche se Weidmann
continua a non cedere sull'ipotesi di un eventuale futuro acquisto di titoli pubblici che «spingerebbe - dice - gli
stati dell'area euro a indebitarsi ulteriormente».
Dalla politica monetaria all'economia reale. Draghi segnala ancora una volta che il livello di disoccupazione
«è inaccettabile, è contro ogni nozione di equità, è la più grande forma di spreco delle risorse, è causa di
deterioramento del capitale umano, incide sulle potenzialità delle economie diminuendone la crescita per gli
anni a venire». E la perdita di posti, soprattutto fra i giovani, è più forte nei paesi con debito alto. «È il
momento di passare dalla riflessione all'azione» dice ai governi: con misure che «permettano ai lavoratori
disoccupati di trovare rapidamente un nuovo posto». Il tono è didattico, per una platea di studenti. Tra loro
anche gli ex allievi di Caffè, compreso il governatore Ignazio Visco, che cita il suo antico maestro e il suo
«siate sempre vigili. Non cedete mai agli idoli del momento, vale a dire alle frasi fatte, alle frasi convenzionali,
rifletteteci con il vostro pensiero e la vostra capacità intellettuale».
Fuori dall'aula un altro gruppo di studenti spinge per entrare. Vogliono porre domande a Draghi al grido, però,
non proprio benevolo di «fuori i banchieri dall'Università» e «sciopero sociale». Nella protesta la Bce finisce a
fianco delle grandi banche private responsabili della crisi. Non sono molti, una trentina in tutto. Non riescono
a entrare e finiscono davanti all'uscita del garage in attesa della vettura di Draghi. Li fronteggia un cordone di
poliziotti, in tenuta anti-sommossa e manganello in mano. Cartelli, lancio di vernice rossa e slogan urlati a
squarciagola fino ai pochi momenti di tensione, in cui uno studente rimane ferito, sanguinante per un esteso
taglio alla fronte.
Draghi spiega di non parlare in particolare dell'Italia ma di tutta l'Eurozona. C'è però molto del nostro paese
nella descrizione della Grande Crisi. C'è, in particolare, quando, sollecitando un rafforzamento della
governance politica, sostiene che non esiste un problema di «perdere la sovranità, perché quella i paesi con
alto debito l'hanno già persa, ma di acquistarla con la condivisione». E con le riforme. Perché politiche di
bilancio e monetarie espansive comunque «da sole non bastano per generare una ripresa della crescita
forte».
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Il discorso
«Un grande economista capace di indignarsi, un grandissimo professore e una straordinaria figura umana».
Con queste parole il presidente della Bce, Mario Draghi (foto ), allievo di Federico Caffè negli anni '70, ha
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Stimoli all'economia, Draghi accelera I saggi tedeschi criticano Merkel
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 17
(diffusione:619980, tiratura:779916)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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ricordato l'economista scomparso a Roma nel 1987. Caffè «ha saputo vedere dentro di me, indirizzarmi come
un padre, mi ha dato fiducia», ha aggiunto Draghi nell'intervento per il centenario della nascita del celebre
economista, sottolineando come sia stato «una persona umana per me straordinaria». Draghi ha quindi
ricordato come Caffè abbia «scommesso su di me».
Foto: Contestazioni all'Università Roma Tre all'uscita del presidente della Bce Mario Draghi intervenuto al
convegno organizzato per il centenario della nascita di Federico Caffè
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 17
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Il futuro dell'euro nel triangolo tra Francoforte, Berlino e Bruxelles
Danilo Taino
La Banca centrale europea e Mario Draghi vanno avanti, uniti, con il programma di politica monetaria
estremamente espansiva nonostante alcune critiche, di peso, in arrivo dalla Germania. E con la non
opposizione della tedesca Bundesbank e del suo presidente Jens Weidmann, si capisce da quello che si è
visto ieri. L'attacco da parte del panel dei saggi economici consulenti del governo di Berlino alla decisione
della Bce di espandere il suo bilancio - cioè immettere liquidità nell'Eurozona - per mille miliardi di euro
avrebbe potuto essere, portato in un clima di divergenze all'interno dell'istituzione di Francoforte, un momento
estremamente critico se anche Weidmann avesse ribadito le stesse argomentazioni. Il numero uno della
Bundesbank, invece, ha usato toni moderati e unitari per affermare la posizione della banca centrale tedesca.
Al punto di essere apparso più preoccupato di non dare l'idea di divisioni inconciliabili nella Bce che non di
ribadire in modo rigoroso l'ortodossia tedesca in fatto di politica monetaria. E' vero che ha riaffermato il suo
scetticismo sull'eventuale acquisto di titoli pubblici dell'Eurozona da parte della Bce - che a suo parere
favorirebbero la propensione dei governi a fare nuovi debiti. Ma la frase chiave che ha pronunciato ieri
davanti a imprenditori e politici locali tedeschi è questa: «La politica monetaria espansionista è
fondamentalmente appropriata. Ed è comprensibile che il Consiglio della Bce abbia discusso misure
addizionali e continui a discuterle». Forse ha qualche idea diversa da quelle di Draghi sul futuro ma
certamente, di fronte al rischio deflazione, offre un sostegno pieno per ciò che si tratta di fare ora. La cosa
non è indifferente, se si tiene conto di due elementi. Da una parte ci sono le voci di contrasti all'interno della
Bce e di critiche alle scelte di Draghi: smentite giovedì e ieri di nuovo. Dall'altra, soprattutto, la Bce è entrata
in un territorio di politica monetaria non convenzionale che non ha mai calpestato, nuovo, ed è decisivo che il
suo stimolo all'economia per mille miliardi abbia successo e sia sostenuto da tutti, principalmente dalla
Germania. Non è possibile sostenere a questo punto che Draghi e Weidmann siano della stessa opinione su
tutto. Si può però dire che sono uniti nel giudicare il momento delicatissimo e nel ritenere fondamentale
preservare l'unità della Bce. Messaggio importante a politici e mercati.
danilotaino
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Il commento
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 19
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Il vicepresidente dell'Europarlamento «Ora un'inchiesta per fare
chiarezza»
Tasse Le multinazio-nali non pagano le tasse, i cittadini sì Regole L'obiettivo è chiudere quei buchi neri sulle
regole fiscali
L. Off.
BRUXELLES «C'è molta ipocrisia, ci sono molti comportamenti cinici in questa vicenda. Io sono greco:
ricordo Juncker che accusava noi e voi, gli italiani, come evasori fiscali. Ed ecco qui, proprio lui ha creato nel
suo Paese un sistema di regole che per trent'anni ha consentito l'evasione fiscale. Questo sì, è
antieuropeismo...».
Dimitrios Papadimoulis, eurodeputato della Sinistra unita europea (Gue/Ngl) e militante del movimento Syriza
nella sua Grecia, è uno dei vicepresidenti del parlamento europeo. L'11 novembre ha lanciato con i suoi
colleghi a Strasburgo e a Bruxelles una petizione per censurare il comportamento della nuova Commissione
Europea sul caso «LuxLeaks». Com'è andata?
«Occorrono 76 firme e finora non ci siamo arrivati. Fra le altre ci sono varie firme dei populisti, della destra
estrema. E noi vorremmo invece quelle dei Verdi, dei socialisti che non hanno votato Juncker..».
Qual è il vostro obiettivo?
«Avviare una chiara indagine su quello che è accaduto e soprattutto su come e perché possa esistere in
Europa una cornice di regole che consenta questa enormità: le multinazionali non pagano le tasse, i cittadini
sì. E vogliamo naturalmente che le regole siano cambiate. Subito. Con una nuova norma europea, un minimo
comune denominatore che non permetta gli scandali. Ogni impresa deve pagare le tasse sui suoi profitti nello
stesso Paese in cui li ha realizzati».
Un'indagine è stata comunque già avviata dalla stessa Commissione europea...
«Non ci fidiamo di questa Commissione, e neppure della sua indagine. Non ci fidiamo dei partiti di governo
che negli Stati Ue hanno creato queste stesse regole, forse legali ma non morali, non etiche, consentendo la
nascita dei paradisi fiscali sulle spalle dei cittadini».
E allora?
«Allora chiediamo una commissione speciale di inchiesta nominata dall'Europarlamento, che dia risultati
rapidi e credibili».
Chiedete anche le dimissioni immediate di Jean-Claude Juncker?
«Non vogliamo fare di questo tema una questione personale. Comprendo bene le varie responsabilità, ci
mancherebbe. Ma Juncker, quand'era primo ministro, ha usato gli stessi sistemi che vengono usati oggi da
molti Paesi».
Colpa comune, mezza assoluzione?
«Nell'Europarlamento c'è una chiara maggioranza di 3 partiti che sostiene Juncker, e che finora ha retto. Noi
non vogliamo sfasciare tutto. Ripeto: il nostro obiettivo è cambiare le regole in Europa, chiudere quei buchi
neri sulle regole fiscali. E c'è anche un rischio che non vogliamo correre».
Quale?
«Guardi: noi non abbiamo votato per la Commissione Juncker. Il risultato di tutta questa vicenda è che oggi la
Commissione si è indebolita, Juncker si è indebolito. Non intendiamo spingere la Commissione in una deriva
che la porti verso gli anti-europeisti, per esempio britannici».
Sta pensando a Nigel Farage?
«Farage è stato ed è un ottimo specialista nel preparare i "pacchetti" di istruzioni su come non pagare le
tasse. Ma a parte lui, non vogliamo neppure che dopo questo caso la Commissione si senta intimidita dalla
pressione tedesca».
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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INTERVISTA
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 19
(diffusione:619980, tiratura:779916)
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
24
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Chi è
Vicepresi-dente del Parlamento europeo, il greco Dimitrios Papadimoulis fa parte del Gruppo della Sinistra
unitaria europea/Sini-stra verde nordica
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 33
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Pesano gli accantonamenti e le rettifiche emerse dopo l'analisi della Bce sugli attivi Viola: «Problemi ereditati
dalle passate gestioni». La Borsa di Milano perde il 2,87%
Fabrizio Massaro
Era previsto che la bocciatura agli esami della Bce avrebbe avuto effetti sui conti di Mps, e così è stato: la
banca ha chiuso i nove mesi del 2014 con una perdita netta di 1,15 miliardi. La Borsa l'aveva già scontato ieri
facendo perdere al titolo il 6,48%, andamento che con le perdite registrate soprattutto dalle altre banche ha
spinto il Ftse Mib in calo del 2,87%.
La perdita di Mps è stata causata in particolare da accantonamenti e svalutazioni emersi dopo l'analisi della
qualità degli attivi (aqr) della Bce. Inoltre hanno pesato 300 milioni di accantonamenti straordinari per l'uscita
di oltre 1.300 dipendenti e la chiusura di 150 filiali. In totale entro l'anno avranno lasciato la banca 5.200
persone sulle 8 mila previste dal piano di ristrutturazione. E non è finita, perché altri effetti degli esami Bce
potranno esserci anche nel quarto trimestre, ha specificato l'istituto. Nonostante questo il patrimonio rimane
alto al 12,8% come tier 1.
Insomma la banca continua ad affrontare problemi «eredità del passato», ha detto il ceo Fabrizio Viola. Il
banchiere ha comunque rivendicato che «la trasformazione del modello di business è in atto. Il risultato
operativo, al netto di rettifiche e componenti non ricorrenti, è stato di 1,6 miliardi, +16,6%.
In seguito soprattutto all'esito degli stress test, Mps ha registrato una carenza di patrimonio di 2,1 miliardi da
coprire con una ricapitalizzazione fino a 2,5 miliardi. Gli advisor Ubs e Citi stanno anche «identificando le
migliori opzioni strategiche per consentire alla banca di operare serenamente in futuro», ha ricordato Viola. E
un'integrazione con un'altra banca non è esclusa.
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Un anno a Piazza Affari Fonte: Borsa Italiana d'Arco 0.51 1,009 2.301 1.943 1.585 1.227 0.869 Ieri Mps
2013 2014 0,635 euro (-6,48%) Novembre Gennaio Marzo Maggio Luglio Settembre Novembre
La vicenda
Fabrizio Viola, amministratore delegato di Mps. La banca ha chiuso i nove mesi del 2014 con una perdita di
1,15 miliardi di euro soprattutto a causa degli accantona-menti e delle svalutazioni emerse con gli esami della
Bce 2,5 miliardi di euro l'aumento di capitale con cui Mps coprirà
la carenza
di patrimonio rilevata dalla Bce
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Mps svaluta, rosso di 1,15 miliardi
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Ma la priorità è il nuovo lavoro
Lina Palmerini
La «scossa» di Mario Draghi sulle riforme piomba nelle stanze romane qualche ora prima dei due vertici
politici. E il Jobs act diventa il primum vivere di Renzi, più dell'Italicum.
«Dalla riflessione si passi ora all'attuazione delle riforme». La frase asciutta di Mario Draghi - detta mentre
parla della crisi «specialmente dell'Italia» - sembra dedicata a Matteo Renzi. Parole che rimbalzano nel
pomeriggio del premier che si preparava a un doppio vertice, prima con Berlusconi, poi con la direzione del
Pd. Il piatto forte di entrambi i tavoli è la legge elettorale, le modifiche all'Italicum e la nuova versione del patto
del Nazareno ma il segnale di Draghi ha rimesso un ordine di priorità all'agenda. E ristabilito un'urgenza:
prima le riforme strutturali e prima tra tutte la riforma del lavoro. Che il Governatore ha espressamente citato
tra quelle necessarie, come aveva fatto già quest'estate da Jacksone Hole.
La parola chiave del Governatore è «attuazione», dunque il tempo per Renzi si sta consumando. Non basta
più un impegno, un calendario dei lavori della Camera, una Direzione Pd come quella di ieri, ora serve una
legge in Gazzetta Ufficiale. Il primum vivere del premier per tenere la trattativa in Europa, a questo punto, è il
Jobs act. E Renzi sembra esserne consapevole perché nella riunione dei capigruppo di maggioranza di
lunedì scorso - prima che si affrontasse il tema legge elettorale, soglie e premio di lista - ha chiesto tempi
stretti sul lavoro. «Entro il 1° gennaio l'articolo 18 deve essere abolito perché le misure sull'occupazione della
legge di stabilità funzionano solo se contemporaneamente si fa la riforma del lavoro».
Ma non è solo una questione di efficacia in combinazione con la manovra, il punto è che Renzi rischia uno
stop dall'Europa. Che il premier non sarebbe in grado di gestire perché a Bruxelles, Berlino o Francoforte non
c'è una minoranza Pd da strattonare o il partito debole di Berlusconi a cui dare ultimatum. Se in Italia non ha
avversari, nei circoli europei li trova. E accelerare sulla legge elettorale anziché sulla riforma del lavoro
avrebbe il sapore di una mossa elettorale, non anti-recessiva.
Finora il bottino del 40,8% di voti alle europee gli ha consentito margini di trattativa e più tempo ma ora è agli
sgoccioli. A fine novembre c'è il giudizio sulla manovra e le notizie - finora - non sono del tutto rassicuranti. La
spada di Damocle sono circa 3 miliardi che la Commissione Ue potrebbe chiedere all'Italia.
Il secondo e fondamentale tornante è con la Bce che i primi mesi del 2015 dovrebbe decidere se dare il via
libera a misure non convenzionali per rispondere alla crisi dell'euro «e specialmente dell'Italia», come ha
puntualizzato Draghi citando espressamente il nostro caso. E chiarendo, una volta di più, che «senza le
necessarie misure strutturali del mercato del lavoro e dei prodotti» non c'è politica monetaria che tenga.
E quindi se pure il patto del Nazareno racconta la nuova versione dell'Italicum e in Direzione la minoranza Pd
resiste, l'urgenza per Renzi si chiama Jobs act. Per questa ragione si apre la strada alla fiducia nonostante le
barricate di una minoranza Pd che può ritrovarsi unita solo su un fronte: l'articolo 18. Il collante resta quello,
sul resto va in ordine sparso. Sia sull'euro che sul referendum anti-Fornero non c'è più una sola sinistra Pd
come non c'è più una sola Cgil. Sono almeno tre.
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44,2%
Tasso di disoccupazione dei giovani
In termini assoluti corrisponde a 710mila senza lavoro tra i 15 e i 24 anni
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
26
La proprietà intellettuale è riconducibile alla fonte specificata in testa alla pagina. Il ritaglio stampa è da intendersi per uso privato
POLITICA 2.0 Economia & Società
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Quei paradossi del mercato
Morya Longo
Il debito pubblico lievita, ma i titoli di Stato italiani attirano una buona domanda a tassi in generale bassi. Le
banche aumentano gli utili, ma la Borsa le bastona. Il comportameto dei mercati sembra paradossale. Ma non
lo è. u pagina 3 Il debito pubblico italiano passerà dal 127,9% del Pil di fine 2013 al 132,2% di fine 2014,
secondo le stime della Commissione europea. Eppure il rendimento dei BTp decennali è sceso dal 4,09% di
dicembre 2013 fino al 2,35% di ieri: segno che la fiducia degli investitori ha quasi dimezzato i tassi d'interesse
che lo Stato deve pagare. Per le banche italiane, invece, il destino sembra quello opposto: sebbene solo Mps
e Carige dopo gli stress test debbano varare aumenti di capitale e sebbene abbiano presentato conti in
generale con utili in aumento (+81,3% per UniCredit e +88% per Intesa), la Borsa le sta bastonando. A
Piazza Affari hanno mediamente bruciato il 5,68% negli ultimi due giorni, annullando quasi tutti i guadagni da
gennaio. E dalla data degli stress test hanno perso il 13,43%.
Insomma: a fronte di cattive notizie sul debito pubblico i BTp vengono iper-acquistati, mentre le banche
vengono iper-vendute nonostante le notizie relativamente buone. E sebbene in bilancio abbiano 425 miliardi
di titoli di Stato, che dovrebbero aiutarle in una fase positiva per i BTp. I mercati sono impazziti? No, il
paradosso è solo apparente: i titoli di Stato sono infatti favoriti da quella che potremmo chiamare la
«scommessa-Bce», mentre le banche sono sfavorite dal fatto che in una congiuntura economica pesante
faticheranno sempre di più. I risultati diramati in questi giorni lo dimostrano: dietro utili in grande aumento
(trainati principalmente dalle commissioni), si nascondono ricavi ben meno brillanti. Banche e titoli di Stato
vivono quindi sorti opposte per lo stesso motivo: la recessione. Più l'economia peggiora, più si scommette
sulla Bce (e questo aiuta i BTp) e meno si scommette sulle banche (deprimendole in Borsa).
La nuova vita dei BTp
Sui titoli di Stato (non solo italiani) gioca l'aspettativa che prima o poi la Bce dovrà partire con il «quantitative
easing»: di fatto dovrà iniziare a comprare proprio titoli di Stato europei stampando moneta. È vero che
l'opposizione politica è forte. Ma è anche vero che l'economia e l'inflazione non promettono nulla di buono:
prima o poi la Bce qualcosa dovrà pur fare. Questa aspettativa ha ancorato i rendimenti in basso. Anche per
un Paese come l'Italia che ha un debito pubblico in costante aumento.
A favore dei titoli europei (BTp inclusi) inizia forse a giocare anche un altro elemento: sul mercato si
scommette sui futuri acquisti da parte dei giapponesi. Da quando la Banca centrale ha aumentato le iniezioni
di liquidità e da quando il maggior fondo pensione nipponico (il Gpif, che è il più grande al mondo) ha
annunciato che aumenterà gli acquisti di azioni e bond internazionali, i mercati hanno iniziato ad attendere
flussi di capitali in arrivo dall'estremo oriente. I primi dati ufficiali dimostrano che in effetti qualcosa si muove:
già a settembre (prima di entrambi gli annunci) dal Giappone c'è stato il più grande movimento di capitali che
non si registrava dal novembre 2013: 3.340 miliardi di yen. I più gettonati dai giapponesi sono stati i titoli di
Stato tedeschi, americani e australiani. Ma anche i BTp italiani hanno attirato un po' di capitali: per ora poche
briciole (gli acquisti netti sono stati pari a 75,2 miliardi di yen, cioè 500 milioni di euro), ma in futuro
potrebbero aumentare. E contribuire a tenere bassi i rendimenti.
Banche al bivio
Per quanto riguarda gli istituti di credito, sembra che il mercato si stia accorgendo del fatto che la recessione
pesa. E peserà in futuro. Possiamo considerare opinabile il fatto che se ne accorga solo ora, dopo mesi di
iper-acquisti. La speculazione, certamente, esaspera le vendite. Che, del resto, riguardano il settore creditizio
in tutta Europa. Ma il dato di fatto resta: tassi bassi, disinflazione e recessione prolungata erodono il margine
d'interesse (cioè la principale fonte di ricavi), aumentano i crediti deteriorati (causando forti rettifiche in
bilancio) e pesano sulla redditività delle banche.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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L'ANALISI
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Non è un caso che gli utili annunciati in questi giorni siano stati realizzati ancora una volta soprattutto con le
commissioni (cioè con la vendita di prodotti allo sportello) e meno con la tradizionale erogazione di
finanziamenti (tant'è vero che i crediti alla clientela in generale calano). Del resto è difficile avere banche sane
in un Paese bancocentrico e malato.
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13/11/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 2
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Draghi: fare subito le riforme
Bce pronta se necessario a misure non convenzionali contro la crisi POLITICA ESPANSIVA «Ci attendiamo
una crescita del bilanco ai livelli del 2012 e un miglioramento delle aspettative d'inflazione»
Rossella Bocciarelli
ROMA.
«L'attuale, inaccettabile livello della disoccupazione, il 23% dei giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni
non ha un lavoro, è contro ogni nozione di equità, é la più grande forma di spreco di risorse, è causa di
deterioramento del capitale umano, incide sulle potenzialità delle economie diminuendone la crescita per gli
anni a venire». È il Mario Draghi allievo di Federico Caffè che parla e affronta di petto uno dei temi più cari
all'antico maestro, misteriosamente scomparso il 15 aprile del 1987. Il presidente della Bce è infatti
intervenuto ieri alla celebrazione per il centenario della nascita dell'economista pescarese volute
dall'Università Roma Tre, al termine della quali purtroppo si è svolto il solito, brutto rituale di scontri fra
qualche decina di studenti contestatori e forze di polizia.
«Sono qui per spiegarvi l'azione che la Bce ha intrapreso per rispondere alla crisi in cui l'area euro, e
specialmente l'Italia, si trovano» aveva esordito il presidente della Bce. Dopo aver ricordato l'insieme delle
misure di politica monetaria, convenzionali e non, messe in opera per contrastare la crisi, e il fatto che il livello
dei tassi d'interesse è oggi allo 0,05 % e che resterà molto basso a lungo, Draghi ha riassunto lo stato
dell'arte sottolineando che l'Eurotower ha attuato «una espansione monetaria che non ha precedenti e che
prevede due risultati: che il bilancio della Bce si espanda al livello che aveva a marzo 2012 e che le
aspettative di inflazione a medio termine tornino vicine ma sotto il 2%» Se poi tutto quel che è stato deciso
non dovesse bastare, ha ribadito, il consiglio dei governatori è impegnato anche a decidere altre misure non
convenzionali. Tuttavia, ha aggiunto «gran parte delle misure intraprese può avere effetto sull'economia reale
solo attraverso le banche, che nell'eurozona intermediano l'80% del credito».
Quindi tocca alle banche, ora, agire. Infatti «solo se esse passano a famiglie e imprese le condizioni
straordinariamente espansive sia in termini di tasso d'interesse sia di durata, sia di quantità disponibile che la
Bce offre loro, la politica monetaria è pienamente efficace nella sua azione di stimolo».
Naturalmente, perché questo stimolo si trasmetta all'economia ha aggiunto Draghi occorre non solo che vi
sia una domanda di credito sufficiente ma anche che le banche stesse siano sane. È per questo, ha
ricordato, che la Bce prima di diventare il supervisore unico dell'eurozona ha lanciato il Comprehensive
assessment sulle 130 banche europee più significative. La politica monetaria ha fatto e continuerà a fare la
sua parte, ha detto ancora il presidente dell'Eurotower ma da sola non basta.
«Una politica monetaria espansiva, una politica fiscale che nel rispetto delle regole esistenti veda maggiori
investimenti e minori tasse, non sono sufficienti a generare una ripresa della crescita forte e sostenibile senza
le necessarie riforme strutturali dei mercati dei prodotti e del lavoro».
E su quali riforme si debbano fare, secondo il presidente della Bce si è riflettuto abbastanza: «Maggiore
concorrenza, completamento del mercato unico europeo, misure che permettano ai disoccupati di trovare
rapidamente un nuovo posto di lavoro diminuendo la durata della disoccupazione» sono tutte riforme
necessarie, da tempo nell'agenda della politica economica di molti paesi dell'euro. «La riflessione faccia ora
posto all'attuazione» taglia corto Draghi. Che aggiunge un'osservazione: i paesi che sono in fondo alle
classifiche Ocse per l'istruzione sono anche quelli che presentano il tasso di disoccupazione giovanile più
elevato.
Infine, Draghi affronta il tema della «condivisione della sovranità nazionale»: «La nostra esperienza mostra
che la condivisione della sovranità nazionale è condizione necessaria per una fiducia duratura nel disegno
del nostro comune viaggio europeo». Dunque, conclude «non si tratta di perdere la sovranità, quella l'hanno
persa i Paesi troppo indebitati, ma di acquistarla condividendola con altri Paesi dell'Eurozona».
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La lunga crisi LE MOSSE DELLE BANCHE CENTRALI
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
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convenzionale con cui una banca centrale mira a rilanciare l'economia. La banca centrale acquista sul
mercato titoli di vario tipo (generalmente titoli di Stato, ma non solo) stampando moneta. Questa politica da
un lato tiene bassi i tassi d'interesse dei titoli acquistati, dall'altro inietta sul mercato finanziario una gran
quantità di liquidità a basso costo. Il Qe è stato usato più volte dalla Fed Usa, dalla Bank of England e dalla
Bank of Japan. Mai dalla Bce.
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 1.7
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Più fondi a «Made in» e legge Sabatini
L'orientamento del governo: «Local tax» in tempi rapidi, su Tfr e fondi pensione non si cambia PARTITE IVA
AGEVOLATE Modifiche in arrivo per il regime dei «minimi» in modo da venire incontro alle richieste
avanzate dai professionisti
Marco Mobili Dino Pesole
ROMA
Sì al rifinanziamento della nuova "Sabatini" per i macchinari industriali e via libera al sostegno del made in
Italy. Per la nuova Local tax a breve si potrebbero aprire le porte della Camera con un emendamento
sottoscritto dal Governo, mentre la rimodulazione del «bonus bebè» avverrebbe in funzione del reddito
aprendo spazi per risorse aggiuntive comunque destinate alle famiglie più bisogonose. E ancora: modifiche in
arrivo per quel che riguarda il regime dei minimi così da venire incontro alle richieste avanzate soprattutto dai
professionisti.
Nessuno spazio per una riduzione del prelievo sui fondi pensione, che con la stabilità passerebbe dall'11,5 al
20 per cento. Quanto al Tfr la linea del Governo al momento resta quella di confermare il dispositivo previsto
dalla legge di stabilità, senza modifiche al regime di tassazione ordinaria. In sostanza, a quanti decideranno
di optare dal prossimo anno per il Tfr in busta paga verrà applicata l'aliquota marginale riferita all'intero
reddito dell'anno. Disco rosso alla tassazione separata, che invece continuerà ad essere applicata per quanti
percepiranno il Tfr al termine del rapporto di lavoro. Decisione - si apprende in ambienti parlamentari motivata essenzialmente dalla constatazione che a fruire dell'anticipo del Tfr in busta paga dovrebbero
essere soprattutto le fasce di reddito medio-basse.
Delle modifiche in via di definizione alla legge di stabilità all'esame della commissione Bilancio della Camera
si è discusso ieri mattina in un vertice a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi e il
ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, cui hanno partecipato anche il viceministro Luigi Casero e lo staff
economico del premier. Correzioni che comunque dovranno garantire - questa la linea del Governo - la
sostanziale invarianza dei saldi della manovra. Nel primo passaggio alla Camera saranno altresì messi a
punto gli emendamenti per rendere effettivo il potenziamento della riduzione del deficit strutturale (dallo 0,1
allo 0,3% del Pil), in linea con le intese raggiunte finora con la Commissione europea. Il tutto in attesa del
giudizio che l'esecutivo comunitario esprimerà il prossimo 24 novembre sull'impianto complessivo della legge
di stabilità, con annesse le nuove stime macroeconomiche definite dal governo.
Mentre a Palazzo Chigi si definivano gli spazi di intervento per ritoccare il Ddl di stabilità, la commissione
Bilancio procedeva di buona mattina al recupero di una novantina dei 1.600 emendamenti dichiarati
inammissibili 24 ore prima. Nella serata di ieri, poi, la Bilancio ha definito i 500 emendamenti "segnalati" dai
gruppi politici su cui si concentrerà l'esame di merito (che comunque prima di lunedì prossimo non prenderà il
via). Al netto della decisione della Capigruppo della Camera sulla calendarizzazione in Aula del Jobs act,
attesa per oggi. Nel caso l'esame dovesse partire da lunedì, i lavori della Bilancio subirebbero uno slittamento
in avanti così come la data di approdo in Aula della ex Finanziaria, oggi fissata al 24 novembre.
Nel gruppone dei "segnalati" entrano anche le proposte di rifinanziamento della "nuova Sabatini" per i
macchinari industriali. Da Pd, Ncd e Per l'Italia arriva la richiesta di raddoppiare il plafond gestito dalla Cassa
depositi e prestiti (portandolo a 5 miliardi) per concedere finanziamenti agevolati destinati all'acquisto e al
leasing di beni strumentali nuovi. Di conseguenza scatterebbe la proroga di un anno per i finanziamenti, che
potrebbero essere concessi fino al 31 dicembre 2017.
Dal Pd arriva anche una rateazione "semplice" per tutti i debiti fiscali, con un tasso d'interesse agevolato al
3,69%, per un massimo di 10 anni (senza dover dimostrare di essere in difficoltà). La misura potrà essere
applicata a più tipologie di debiti, che vanno dalle cartelle di pagamento di Equitalia, alle ingiunzioni fiscali dei
comuni che riscuotono in proprio, passando per gli avvisi di accertamento esecutivi e quelli con adesione
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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La lunga crisi LA LEGGE DI STABILITÀ
13/11/2014
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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emessi dalle Entrate. Da Ncd la proposta di eliminare la clausola di salvaguardia con l'aumento della benzina.
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Le modifiche in discussione
SABATINI-BIS
Nuovi macchinari, più risorse
Tra i 500 emendamenti alla Stabilità "segnalati" anche le proposte di rifinanziamento della "nuova Sabatini".
Da Pd, Ncd e Per l'Italia arriva la richiesta di raddoppiare il plafond dalla Cdp (portandolo a 5 miliardi) per
concedere finanziamenti agevolati destinati all'acquisto e al leasing di beni strumentali nuovi. Di conseguenza
scatterebbe la proroga di un anno per il beneficio, che potrebbe essere concesso fino al 2017
MADE IN ITALY
Finanziamento da sbloccare
Via libera alla promozione dell'export e all'attrazione degli investimenti esteri con il finanziamento del Piano
per il Made in Italy. A dispetto delle promesse e delle aspettative, infatti, nella versione iniziale della legge di
stabilità le iniziative previste dal decreto Sblocca-Italia erano rimaste a secco di risorse (130 milioni per il
primo anno e 270 nel triennio quelle necessarie)
TFR E FONDI PENSIONE
No alla tassazione separata
Negli interventi correttivi non ci sarà spazio per la tassazione separata sull'anticipo del Tfr in busta paga, né
per una riduzione del prelievo sui fondi pensione, che passerebbe dall'11,5 al 20 per cento. Sul trattamento di
fine rapporto la linea del Governo al momento resta quella di confermare il dispositivo previsto, senza
modifiche al regime di tassazione ordinaria
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
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Jobs Act, più vicina la fiducia
Accordo in salita, ma per il governo il testo va approvato prima della manovra LE REAZIONI Damiano (Pd):
pronti al confronto sulle correzioni Sacconi (Ncd): no a cambiamenti, al Senato siamo decisivi
Giorgio Pogliotti
ROMA
Sul Jobs act si profila un maxiemendamento del Governo alla Camera, dove probabilmente verrà posta la
fiducia. La strada per un accordo su alcune modifiche da recepire ieri sera era ancora tutta in salita, e il
premier Renzi, preoccupato di mandare segnali chiari all'Europa, punta su un'approvazione in tempi rapidi del
Ddl delega.
Circa 600 emendamenti sono stati presentati in commissione Lavoro, di questi 300 sono del Movimento 5
stelle, 150 di Sel, 50 della Lega, 15 sono firmati da quasi tutti i componenti del gruppo Pd della commissione,
20 da singoli deputati Dem e 11 da Forza Italia. In questo quadro Renzi ha delineato due scenari possibili:
«Sul Jobs act la discussione c'è già stata, c'è un problema di tecnicalità parlamentare - ha detto parlando ieri
sera alla direzione nazionale -. Vedo due alternative e cioè se procedere mettendo la fiducia sul testo del
Senato per una rapida approvazione o se comunque garantire entro il primo gennaio l'entrata in vigore anche
attraverso delle modifiche da verificare con le forze della coalizione». Il punto, ha ribadito Renzi «è che il
primo gennaio il Jobs act deve entrare in vigore» per consentire alle imprese di utilizzare la decontribuzione
prevista dalla legge di stabilità per fare nuove assunzioni nell'arco temporale del 2015 con il contratto a
tempo indeterminato a tutele crescenti.
Alla Camera la partita si gioca prevalentemente all'interno del Pd, considerando che sui 45 deputati della
commissione Lavoro ben 21 sono Dem - in prevalenza della minoranza -, compreso il relatore del Ddl delega,
che presiede la commissione Cesare Damiano. Uno degli emendamenti firmati dal gruppo Pd riguarda le
modifiche all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, riproponendo in sostanza l'ordine del giorno votato a fine
settembre dalla direzione del Pd per «assicurare la garanzia del reintegro nei casi di licenziamenti
discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie».
L'obiettivo dell'emendamento è quello di fissare dei paletti sui licenziamenti per non lasciare mano libera al
Governo nei decreti delegati. Con altri emendamenti si afferma il ruolo della contrattazione nelle decisioni sul
demansionamento, si specifica che il controllo a distanza deve riguardare gli impianti e non i lavoratori, si
frena l'estensione dell'utilizzo dei voucher, si conferma il ricorso alla Cig anche per cessazione del ramo
d'azienda, si riducono le tipologie dei contratti precari. «La commissione ha svolto egregiamente il proprio
lavoro - afferma Damiano - siamo sempre pronti a confrontarci per cercare un accordo sulle modifiche al testo
approvato dal Senato».
Il sottosegretario al Lavoro, Teresa Bellanova, ha cercato di mediare in commissione Lavoro aprendo su
«modifiche che non stravolgano l'impianto del testo», compreso il tema dell'articolo 18, sottolineando «la
priorità del fattore tempo»: il testo deve essere approvato prima della legge di stabilità che è in calendario in
Aula il 24 novembre. Secondo il timing indicato da Bellanova, quindi, il Jobs act deve andare in Aula tra il 18
e il 19 novembre, così vi sarebbero i tempi per un terzo passaggio al Senato. Ma da Palazzo Madama il
capogruppo del Ncd, Maurizio Sacconi, frena sulle modifiche al testo, sottolineando che «la presentazione di
circa 600 emendamenti al Jobs act rende davvero impervio l'esame del provvedimento e preannuncia quello
stesso ostruzionismo che almeno in Aula abbiamo conosciuto al Senato». Sacconi invita il Pd a «ricordare
sempre che il Nuovo centrodestra non accetta maggioranze spurie e che esiste ancora il Senato della
Repubblica ove esso è tutt'altro che autosufficiente».
Intanto ieri un sostegno al Jobs Act è arrivato da Annemarie Muntz, Director Group Public Affairs Randstad,
presidente di Ciett (la confederazione internazionale delle agenzie per il lavoro), e di Eurociett (la
confederazione europea delle agenzie per il lavoro): «Va nella direzione giusta dell'introduzione di una
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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La lunga crisi LAVORO E PREVIDENZA
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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maggiore flessibilità nel mercato del lavoro italiano, assicurando nel contempo le necessarie tutele ai
lavoratori in maniera inclusiva».
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I nodi da sciogliere
LICENZIAMENTI
Richiesti limiti ai disciplinari
Uno degli emendamenti firmati dal gruppo Pd in commissione ripropone in sostanza l'ordine del giorno votato
dalla direzione del Pd per «assicurare la garanzia del reintegro nei casi di licenziamenti discriminatori e per
quelli ingiustificati di natura disciplinare, previa qualificazione specifica della fattispecie»
DEMANSIONAMENTI
Ruolo al sindacato
Con altri emendamenti si afferma il ruolo della contrattazione e del sindacato nei casi di demansionamento,
chiedendo di definire con più precisione le situazioni in cui possa intervenire uno o l'altro degli strumenti.
Sotto la lente anche la disciplina dei controlli a distanza, per i quali si chiede di specificare che deve
riguardare gli impianti e non i lavoratori
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 13.18
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«Patto per rilanciare la crescita»
«Per investire si devono alleggerire fisco e burocrazia e incentivare la ricerca» IL TERRITORIO «Il Governo
ha dimostrato coraggio nell'avvio delle riforme ma per Roma Capitale si deve fare di più»
Nicoletta Picchio
ROMA
«Un nuovo patto di fiducia» con la politica. Per ricominciare ad investire ed affrontare i tre problemi
fondamentali che penalizzano la competitività del Paese: innovazione e ricerca, pressione fiscale e
burocrazia. Se il paese non riuscirà a cambiare passo su questi aspetti importanti difficilmente potrà sperare
in un nuovo processo di sviluppo e di crescita». È il messaggio che Maurizio Stirpe, presidente di Unindustria,
lancerà davanti alla platea dell'assemblea degli imprenditori di Roma e del Lazio. È la prima volta, da quando
è presidente, cioè dal settembre del 2012, che Stirpe organizza l'assemblea. Ha voluto aspettare che
l'unificazione completa delle territoriali laziali, con l'ingresso di Latina. «È stata la conclusione di un percorso,
per me essenziale. Con il completamento della fusione abbiamo realizzato una grande territoriale di
Confindustria su base regionale».
Una nuova organizzazione, che ha anticipato la riforma Pesenti approvata prima dell'estate, e che dovrà
essere più funzionale alle esigenze delle aziende associate. Proprio per rispondere alle richieste della base
l'assemblea di quest'anno si svolge in una formula innovativa: «è la porta di ingresso di Unirete, una due
giorni di attività, tra incontri btob e altri eventi, per aumentare le relazioni tra gli associati creando una
business community. Un nuovo modo di intendere il sistema associativo».
Di fronte alla crisi le aziende, quindi, si rimboccano le maniche per fare la propria parte: quali sono i progetti
che state mettendo in piedi?
Come Unindustria stiamo puntando su tre macro-obiettivi: l'economia del mare, il remanufacturing, turismo
ed Expo 2015. L'economia del mare riguarda le aree lungo il litorale, con una zona fanca aperta nel porto di
Civitavecchia. Poi vogliamo rilanciare il manufatturiero, mettendo al centro l'industria, creando condizioni
competitive per evitare delocalizzazioni. E poi il turismo, su cui contiamo di avere l'effetto dell'Expo: dobbiamo
bilanciare il forte calo delle costruzioni e della domanda pubblica che hanno molto pesato sull'economia del
Lazio. È uno sforzo necessario. Negli ultimi due anni si è anche arrestata la spinta dell'export: il 2013 ha
avuto un calo del 2% rispetto al 2012 e i primi sei mesi del 2014 hanno segnato una diminuzione del 3%
rispetto al dato 2013.
Lei parla di un patto di fiducia con la politica: in cosa consiste?
L'Italia deve ricominciare a crescere e non potrà farlo senza il rilancio degli investimenti pubblici e privati. Per
realizzarli occorre ripristinare la fiducia di imprese, e cittadini e che l'Italia imbocchi senza ripensamenti la
strada delle riforme. Apprezziamo il taglio dell'Irap da 5 miliardi che c'è nella manovra, ma non possiamo
concederci marce indietro. Il calo degli investimenti pubblici previsto nella stessa legge di stabilità non è
invece un buon segnale: politica industriale significa avere uno Stato che spende su una visione e la
condivida con quegli imprenditori che, come ha detto il presidente Renzi, non dovrebbero avere più alibi per
investire. Ma anche lo Stato deve fare la sua parte, andando avanti con la spending review per trovare le
risorse per gli investimenti. Bisogna agire per esempio sulle partecipate locali, privatizzare per renderle più
efficienti. In società a Roma come Atac e Ama c'è un tasso di assenteismo attorno al 13%, percentuali
impensabili per il privato.
Quindi meno carico fiscale su cittadini e imprese, investimenti in istruzione ricerca, innvazione,
semplificazione. Sul lavoro?
Non serve una riforma tanto per farla, non servono mediazioni al ribasso. La legge delega è una buona
cornice, ma non deve essere snaturata nei decreti attuativi. Fermo restando che serve un'azione delle parti
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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INTERVISTA Competitività. Il presidente di Unindustria Roma, Maurizio Stirpe, lancia la proposta per un
accordo di fiducia con la politica LAZIO
13/11/2014
Il Sole 24 Ore
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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sociali tra di loro su come recuperare competitività, agendo sulla formazione, sulla mutualità, sulla
contrattazione decentrata che deve avere più spazio.
Come giudica l'azione del governo?
Ha dimostrato convinzione nell'avvio delle riforme, ma adesso c'è bisogno ancora una volta di coraggio e
concretezza, elementi che sono mancati in molti dei cambiamenti epocali annunciati nel quadro normativo
nazionale e locale. Il quadro istituzionale è ancora molto incerto. Sarebbero dovute sparire le province, le città
metropolitane avrebbero dovuto dare un impulso dinamico al governo del territorio, Roma Capitale avrebbe
dovuto avere un riconoscimento chiaro di risorse e poteri.
Invece i traguardi raggiunti sono a dir poco modesti. Nel Lazio poi la questione è ancora più complessa. Uno
Stato moderno ha bisogno di un'architettura semplice. La confusione non è alleata della fiducia e noi
imprenditori oggi più che mai viviamo di fiducia.
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MAURIZIO STIRPE
Presidente di Unindustria
Maurizio Stirpe (foto), nato a Frosinone nel 1958, dal 2012 è presidente di Unindustria, l'associazione di
Confindustria che rappresenta le imprese di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo
L'imprenditore
Stirpe è presidente della Prima Spa, società capofila di un gruppo industriale della componentistica in
plastica per l'industria dell'auto, delle moto e degli elettrodomestici.
Stirpe è anche presidente del Frosinone Calcio
IMAGOECONOMICA
13/11/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 1
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Sciopero generale il 5 dicembre Operai dell'Ast bloccano l'Autosole Gli
studenti contestano Draghi
LUISA GRION FABIO TONACCI
Sciopero generale il 5 dicembre Operai dell'Ast bloccano l'Autosole Gli studenti contestano Draghi A PAGINA
11
TERNI. Fabio si arrotola un po' di tabacco, mentre i pezzi di carne sfrigolano sulla brace. «Siamo stati bravi
oggi... ma possibile che per farci ascoltare dobbiamo paralizzare l'Italia?». Davanti a lui Matteo inzuppa il
pane nel vino, addosso ha la giacca dell'acciaieria. Soddisfatto anche lui, almeno per stasera. «Sai quanto ci
staremo qui? Fino a Natale, te lo dico io». Qui è il presidio dei lavoratori dell'acciaieria di Terni su viale Brin,
l'ingresso principale.
Ce ne sono altri tre in città. Sul diario di bordo della protesta, al giorno 22, i lavoratori hanno scritto:
"occupazione dell'autostrada". E a qualcosa quelle cinque ore sull'asfalto dell'Autosole all'altezza del casello
di Orte, sono servite: la trattativa con il governo sul piano industriale della ThyssenKrupp riprenderà già oggi
alle 16 e non la prossima settimana come era previsto. Una battaglia vinta, la guerra è ancora lunga.
Tra chi si è seduto sull'autostrada ieri c'era anche Fabio. Ha 32 anni, una moglie incinta disoccupata e Sofia
che nascerà a gennaio. La busta paga di novembre però sarà magra. Invece dei soliti 1.500 euro, non
supererà i 300. «Sono capomeccanico dell'area a freddo» . Il cognome non lo dice, nessuno te lo dice.
«Non serve, noi siamo quello che facciamo là», spiega, mentre indica col dito una torre di cemento blu alta
cento metri. Dentro c'è l'unico forno rimasto acceso in tutta l'acciaieria da quando è iniziato lo sciopero a
oltranza dei 2.700 lavoratori, tre settimane fa. La fabbrica scorre talmente nelle vene di questi uominie queste
donne che, per dire, i turni ai presidi sono gli stessi che fanno in azienda. Otto ore ciascuno, orari stabiliti.
Anche se in strada a protestare giorno e notte, a irrigidire il muscolo nel braccio di ferro che ha bloccato tutta
la produzione della Thyssen di Terni, ci sono sì e no 400 dipendenti.
«Il resto se ne sta a casa al caldo», osserva Domenico, capo manutenzione, altro senza cognome.
Ha 42 anni, 20 dei quali spesi nell'area a freddo dell'acciaieria.
«Non molleremo fino a quando non avremo un piano industriale credibile. Cosa vuol dire? Che ci devono
assicurare che non la smantelleranno, come vogliono fare i padroni tedeschi».
Alle 10.30 di ieri mattina c'è stata un assemblea. Avevano programmato di occupare il casello di Orte il
giorno dopo. «Poi però un gruppo ha deciso di farlo subito». Hanno preso le macchine e si sono fatti i 20
chilometri fino all'A1. Una carovana di 300 persone, esattamente come a luglio quando la Thyssen annunciò
il piano industriale con i tagli da 100 milioni di euro. Ad aspettarli allo svincolo c'erano poliziotti e carabinieri.
«Nessuno in assetto anti sommossa, tutto si è svolto in maniera pacifica, senza tensione», racconta Stefano
Garzuglia, che un cognome ce l'ha ma solo perché è il delegato Fiom, il leader della protesta. Ha la voce roca
è stanca di chi non dorme da tre giorni.
Operai e impiegati hanno occupato la carreggiata alle 12.52, in entrambi i sensi, mentre la polizia rallentava il
traffico. Si sono seduti sull'asfalto, e hanno aspettato. Pioveva. Gli agenti provavanoa convincerlia uscire, ma
niente. «Non ce ne andiamo».
Intanto la colonna di tir e automobili si allungava, dieci chilometri di fila tra Ponzano Romano e Magliana
Sabina, dove venivano fatte uscire per proseguire sulla statale, otto chilometri tra Orvieto e Attigliano. E non
sono mancati, naturalmente, disagi e lamentele di automobilisti e camionisti. «Alle 17.05 ci hanno chiamato i
sindacati da Roma e ci hanno detto di essere stati convocati domani pomeriggio (oggi per chi legge) al
ministero dello Sviluppo economico». Conquistato il punto, il blocco si è sciolto.
Dunque la discussione sul piano industriale della Thyssen, che prevede 290 esuberi (141 sono già usciti
volontariamente), ripartirà subito, ma su due tavoli separati: uno con i sindacati, l'altro con l'azienda. «Il
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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L'EMERGENZA LAVORO
13/11/2014
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governo non deve fare da arbitro - si arrabbia un altro Domenico, operatore della manutenzione nel settore
Px1 - prenda una posizione.
E' stato Renzi a dire che l'acciaieria di Terni è strategica, no?».
Dietro di lui i suoi "colleghi di linea produttiva" alimentano con la legna il fuoco che hanno acceso dentro due
bidoni arrugginiti.
Qualcuno ha portato una tanica di vino. Ci si scalda così. «I bar e i ristoratori ci portano da mangiare.
Altrimenti scollettiamo tra noi, mettiamo i soldi e andiamo a comprare il cibo». Tutta Terni è con loro, e
Domenico l'operatore di manutenzione, sa perché: «La fabbrica è nata prima della città, è come la Fiat per
Torino. Possiamo accettare che ce la tolgano?».
La risposta la conoscono tutti, al presidio. Ma sono rimasti in quattordici. La carne alla brace è pronta. Si
mangia e si beve, per non pensare alla notte. Tra poco comincia il giorno 23.
Foto: Il blocco sull'Autosole
13/11/2014
La Repubblica - Ed. nazionale
Pag. 13
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Il governo cerca di aumentare l'importo per gli ammortizzatori e di ridurre le tasse a fondi pensione e
liquidazioni E si propone di alleggerire i tagli agli enti locali. Tetto più basso per il bonus bebé. In un
emendamento rispunta la web tax
ROBERTO PETRINI
ROMA. Caccia ad 1 miliardo nelle pieghe della legge di Stabilità per tentare l'intesa con il Parlamento. Lunga
riunione nella giornata di ieri a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi, il ministro
dell'Economia Pier Carlo Padoan e il suo staff. Quasi due ore di lavoro durante le quali sono stati posti sul
tavolo quattro pacchetti di temi, oggetto della maggior parte delle richieste di modifica, da parte della
maggioranza parlamentare ma che vedono anche alcune convergenze delle opposizioni. Su tutti il governo
ha espresso la disponibilità ad intervenire, ma naturalmente a saldi invariati: dunque i costi dovranno essere
coperti con risparmi all'interno della manovra.
Il primo tema caldo è l'inserimento del Tfr in busta-paga: esclusa almeno per il momento la neutralità fiscale
per le somme anticipate in busta-paga (la Commissione Bilancio ha bocciato un emendamento in tal senso
per carenza di coperture, mentre in un altro emendamento di Sel rispunta la web tax) si lavora a ridurre
l'aumento di tassazione per i fondi pensione (fino al 20 per cento) e per i rendimenti del Tfr (fino al 17 per
cento). Nel pacchetto anche la disponibilità a rivedere i tagli ai patronati, che hanno sollevato le proteste dei
sindacati.
Risolvere la questione costerebbe circa 400 milioni.
Il secondo pacchetto di «attenzione» è quello del lavoro: in primo piano le risorse per i nuovi ammortizzatori
sociali previsti dal jobs act. L'idea è quella di trovare in "Stabilità" più risorse degli 1,5 miliardi previsti per il
2015 e dunque la necessità di ulteriori interventi. Sotto esame anche le modifiche, proposte in Parlamento dal
Pd, ai criteri che consento l'accesso agli sconti contributivi per le assunzioni triennali: il punto è che potranno
beneficiarne solo le aziende che non hanno licenziato recentemente.
L'altra questione riguarda il bonus bebè da 80 euro : il reddito familiare per beneficiarne è di 90 mila euro
Isee una cifra che riguarderebbe circa il 95 per cento delle famiglie. La proposta del Pd è di scendere a 70
mila, ridurre la platea e destinare le risorse a famiglie in stato di povertà. Infine gli enti locali: la partita con i
Comuni è ancora aperta. In particolare l'obiettivo è quello di introdurre, se ci si farà in tempo, la local tax nella
legge di Stabilità, tornado ad imporre target generalizzati sui saldi, eliminando le griglie del Patto di stabilità
interno e lasciando ai Comuni autonomia impositiva e di bilancio totale.
I PUNTI JOBS ACT Si cercano più risorse per gli ammortizzatori sociali del Jobs act e si punta a evitare il
beneficio degli scontri contributivi triennali per i nuovi assunti alle aziende che hanno fatto recenti
licenziamenti TFR E FONDI Si lavora alla riduzione della tassazione del Tfr e dei Fondi pensione che il testo
della legge di Stabilità 2015 ha collocato rispettivamente al 17 e al 20 per cento.
La misura costerebbe 400 milioni BONUS BEBÈ Il tetto di reddito stabilito dall'attuale testo della legge di
Stabilità è pari a 90 mila euro Isee e investirebbe una platea troppo ampia.
Si mira a scendere a 70 mila euro per destinare le risorse alla povertà
Foto: IL MINISTRO Pier Carlo Padoan ministro dell'Economia
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Un miliardo in più per la manovra
13/11/2014
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MARIO DEAGLIO
Ieri l'Europa era alle prese con il proprio clima politico, dai tumulti parafascisti di Varsavia agli scandali sulle
spese elettorali a Parigi, dalla possibile secessione della Catalogna ai possibili conflitti di interesse del neopresidente della Commissione, Juncker, fino all'incontro Renzi-Berlusconi. Anche le due maggiori potenze
mondiali, Stati Uniti e Cina, ieri si sono occupate di clima, ma di quello «vero». I presidenti Obama e Xi hanno
messo fine a decenni di indifferenza climatica e annunciato congiuntamente una grande intesa contro
l'inquinamento atmosferico. Al termine della riunione dei Paesi dell'area Asia-Pacifico, hanno comunicato di
aver concordato un accordo innovativo e forse epocale: gli Usa accettano di ridurre di oltre un quarto in 10
anni le loro emissioni di gas a effetto serra, la Cina invece continuerà ad aumentare le proprie emissioni
inquinanti ma si è impegnata a raggiungere il picco "intorno al 2030". Econtemporaneamente, a soddisfare
con fonti rinnovabili non inquinanti (energia solare, termoelettrica, eolica) un quinto del proprio fabbisogno
energetico. Per entrambi - e per tutto il mondo - l'accordo comporta cambiamenti radicali nell'economia e
nella società. Basti pensare che uno dei primi atti del presidente George W. Bush, entrato in carica nel
gennaio 2001, fu quello di ritirare l'adesione degli Stati Uniti al Protocollo di Kyoto, primo tentativo - opera di
europei e giapponesi - di controllare il clima del pianeta. Il motivo? L'accordo di Kyoto «costava troppo» ed
era contrario all'«American way of life», fatta di luci sempre accese, aria condizionata al massimo e
automobili che divorano carburante, sull'onda di uno spreco ostentato di energia allora a basso costo,
acquistabile con dollari che tutto il mondo accettava senza fatica e Washington stampava volentieri.
L'America che dice sì al disinquinamento sta uscendo, con difficoltà e profondi mutamenti, dalla crisi iniziata
nel 2008 e ha subito quest'anno un terribile inverno, con una tempesta polare dopo l'altra che hanno
provocato una caduta record del prodotto interno lordo nel primo trimestre. A questo si deve aggiungere una
siccità ormai più che decennale nelle regioni occidentali. Entrambi i fenomeni sono probabilmente
determinati, almeno in parte, da variazioni climatiche legate all'inquinamento. Sotto l'effetto della crisi e del
clima, il Paese è diventato più «biologico», più «verde», maggiormente preoccupato per le risorse e (un po')
meno sprecone. Il cambiamento del modo di vita americano, che George W. Bush riteneva immutabile e
irrinunciabile è ormai in atto, gli Stati Uniti sono culturalmente pronti a prendere sul serio i problemi climatici.
Espresso in tonnellate di gas serra immesse nell'atmosfera, il contributo della Cina all'inquinamento globale è
poco più del doppio di quello degli Stati Uniti; siccome però i cinesi sono tantissimi, l'inquinamento per
abitante in Cina è pari a poco più della metà di quello della Usa. Questo contribuisce a spiegare perché, se
per gli Stati Uniti l'applicazione del nuovo accordo comporterà soprattutto un cambiamento nel modo di
vivere, per la Cina si tratta soprattutto di un cambiamento nel modo di produrre e nella struttura stessa della
produzione. La Cina produce quasi la metà di tutto l'acciaio del mondo, assai più di quanto oggi le serve. Ne
produce tre volte di più di dieci anni fa e riesce a esportarne una buona quantità perché il suo costo di
produzione è molto basso, non tanto, o non solo, per il basso livello dei salari ma perché p e r q u e s t a p ro
d u z i o n e b r u c i a un'enorme quantità di carbone, di cui ha depositi immensi a basso costo di estrazione.
Paga però un prezzo occulto fortissimo, per questa e per altre produzioni industriali di base, rappresentato da
un inquinamento travolgente, soprattutto da polveri di carbone. Un recente studio cinese mostra che, delle
161 maggiori città del Paese, 152 non rispettano il livello di qualità dell'aria fissato dal governo: una grigia
nebbiolina inquinante è l'aspetto più caratteristico del paesaggio urbano cinese e si traduce in malattie e
minor durata della vita. Meno acciaio e più «design», meno industria di base e più elettronica, informatica,
servizi: è questo, in sostanza, il programma di cambiamento strutturale della produzione messo a punto dalla
nuova dirigenza cinese che recepisce la domanda che sale da una popolazione di giovani molto più istruiti dei
loro genitori che vogliono lavorare a un computer e non vicino a un altoforno. Naturalmente i cambiamenti
tecnici, a differenza dei mutamenti di stili di vita, richiedono tempi tecnici, spesso molto lunghi, il che spiega il
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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SE LA SOCIETÀ CONDIZIONA L'ECONOMIA
13/11/2014
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maggior tempo per diventare «verde» che la Cina ha concordato con gli Stati Uniti. E l'Europa? Su scala
mondiale, il nostro continente è verdissimo: ha applicato l'accordo di Kyoto e si appresta a nuove, fortissime
riduzioni delle emissioni dannose (pagando il beneficio in salute con maggior costo di produzione, minori
esportazioni, minor crescita e occupazione, uno scambio che abbiamo accettato). Gli europei hanno tutti un
forte interesse economico a che americani e cinesi seguano la stessa strada. A Pechino, però, l'Europa non
c'era, trattandosi di una riunione dell'area Asia-Pacifico. Il fatto è che americani e cinesi hanno deciso da soli,
senza chiedere né il parere né il permesso all'Europa o al resto del mondo. Il nostro rischio è quello di
diventare virtuosamente meno inquinati ma anche sempre più lontani dalla prima fila: di occuparci
maggiormente delle variazioni della nostra temperatura politic a c h e d i q u e l l e d e l l 'at m o s fe ra
mondiale. Di subire le grandi decisioni mondiali invece di contribuire a determinarle. [email protected]
13/11/2014
La Stampa - Ed. nazionale
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Draghi: i Paesi troppo indebitati hanno già perso la sovranità
All'uscita dall'Università, secchi di vernice contro il governatore
MARCO SODANO
«La nostra esperienza mostra che la condivisione della sovranità nazionale è condizione necessaria per una
fiducia duratura nel disegno del nostro comune viaggio europeo». Parole pronunciate dal presidente della
Bce Mario Draghi, ieri, alla celebrazione del centenario della nascita del grande economista Federico Caffè.
Ancora: «Ogni legame duraturo vuole una solida base di fiducia reciproca. I paesi dell'Eurozona, in questi
anni, hanno rafforzato i loro legami e allargato la base di fiducia su cui poggiano: una politica monetaria
comune, regole di bilancio comuni, ora una vigilanza bancaria comune e presto anche un mercato di capitali
comune». Insomma, secondo Draghi la questione non è «perdere la sovranità, quella l'hanno persa i Paesi
troppo indebitati, ma di acquistarla condividendola con altri Paesi dell'Eurozona». Questa condivisionerinuncia di sovranità, comporta anche vantaggi. E infatti Draghi ieri ha ricordato che la Banca centrale
europea resta pronta a usare tutti gli strumenti possibili contro una crisi che tocca diversi paesi europei e
«specialmente l'Italia». È guerra dichiarata alla disoccupazione, che «nell'area euro è inaccettabile: è la più
grande forma di spreco delle risorse e incide sulle potenzialità delle economie diminuendo la crescita». E la
crisi s'è fatta sentire fuori dall'Università Roma Tre (dove Draghi celebrava Caffè con il governatore di
Bankitalia Visco). All'uscita, lanci di vernice accompagnati da slogan tipo «fuori i banchieri dall'Università»
attendevano Draghi e Visco. Il bilancio degli scontri con la polizia che sono seguiti parla di un ragazzo ferito
con un visibile taglio alla fronte: da giorni circolavano messaggi che invitavano a far sentire la protesta in
occasione della visita di Draghi alla sede dell'ateneo. Di giovani - e del lavoro che non c'è - ha parlato
lungamente anche Visco, spiegando che non ci si può aspettare che sia lo Stato a risolvere il problema del
lavoro «perché non ci sono i quattrini e lo Stato programmatore non ce la fa, non può leggere nel futuro».
Secondo Visco bisogna invece investire nella scuola «creando un ambiente nel quale si possa avere maggior
successo nell'accumulare capacità di progredire. E contemporaneamente garantire condizioni ragionevoli agli
esclusi o aiutarli a essere inclusi».
Ha detto
Sono qui per spiegarvi l'azione Bce contro la crisi in cui l'area euro, e specialmente l'Italia, si trovano
Mario Draghi La contestazione Antagonisti all'attacco
Foto: GIUSEPPE LAMI/ANSA
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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EUROPA LA CRISI ECONOMICA
13/11/2014
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Pag. 23
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Scandalo dei cambi manipolati La maximulta affonda le Borse
Sanzione da oltre quattro miliardi per sei grandi banche internazionali Ubs, Hsbc, Citigroup, Jp Morgan, Rbs
e BofA gli istituti coinvolti nell'indagine
SANDRA RICCIO MILANO
Giornata nera quella di ieri sui mercati. Il listino di Milano ha chiuso la seduta con un tonfo del 2,87%, il
peggiore in Europa, trascinato a fondo dalle vendite a raffica sull'intero comparto bancario e dal crollo di un
peso massimo come Enel (-5,9%). Il gruppo dell'energia ha deluso il mercato con un risultato in sensibile
flessione confermando però i target di Ebitda e utile netto per fine anno. A innervosire gli operatori è stata
però la revisione della previsione di riduzione del debito per il 2014. Enel aveva detto che sarebbe scesa a 37
miliardi ma ieri il target è stato portato a 39-40 miliardi. Un fulmine a ciel sereno che gli analisti di Fidentiis
l'hanno bollato come "un colpo alla credibilità dell'azienda". Più cauti gli esperti di Bernstein che hanno invece
giudicato la revisione come un contrattempo che sarà riassorbito nei prossimi mesi piuttosto che un tema
strutturale del gruppo. Per la piazza milanese la caduta di un titolo come Enel è stata un motivo di
nervosismo in più in un contesto già molto volatile. Ad affondare il colpo è stato però il ritorno di tensione sui
bancari. La miccia l'ha innescata la notizia della maxi multa da oltre quattro miliardi per lo scandalo sulla
manipolazione del mercato dei cambi a sei dei più grandi gruppi bancari internazionali (Ubs, Hsbc, Royal
Bank of Scotland, Citigroup, Jp Morgan Chase e BofA). A livello europeo l'indice di settore ha perso oltre due
punti percentuali ma le vendite sono state molto più intense sui titoli dell'Italia. A fine giornata Unicredit ha
perso il 5,6%, Intesa il 3,6%, Banco Popolare il 4,2% e PopMilano è caduta del 7,2% mentre Mediobanca è
arretrata del 3,4%. Molto male ha fatto Monte dei Paschi con un crollo di oltre il 6% che a contrattazioni
terminate si è trasformato in un vero e proprio panic sell nonostante le sospensioni al ribasso del titolo. «A
pochi minuti dalla pubblicazione della trimestrale della banca senese, tra gli investitori si è diffuso il panico e i
volumi sono letteralmente schizzati» fa notare Vincenzo Longo, Market Strategist di Ig. Per l'esperto le
banche italiane stanno soffrendo anche per le trimestrali sotto le attese per molti istituti e a causa di una serie
di revisioni di giudizi di alcune banche d'investimento sui nomi principali. A pesare è però anche l'attesa di
dati negativi nelle prossime sedute sul fronte inflazione e Pil per i Paesi dell'eurozona mentre ieri deboli
segnali positivi sono arrivati dall'industria: a settembre la produzione ha segnato un rimbalzo dello 0,6% (dal 1,4% di agosto). Il dato non è bastato a sollevare l'umore delle piazze europee: Londra è scesa dello 0,2%,
Parigi dell'1,5%, Francoforte dell'1,6%. La maglia nera è andata a Milano e ricorda la fragilità dell'Italia che
rimane osservato speciale e su di sé attira ancora un certo scetticismo da parte degli operatori sulla capacità
di riformarsi e spingere sulla crescita. Le indicazioni positive arrivano dal comprato dei titoli di Stato. La
tensione di ieri non l'ha contagiato con i rendimenti sul Btp a 10 anni che sono saliti in misura marginale
passando dal 2,34% al 2,37%. Lo spread Btp-Bund si è allargato a 156 punti base. Oggi il Tesoro offrirà fino
a 6 miliardi di titoli a 3, 7 e 15 anni.
Foto: REUTERS
Foto: I grattacieli di Canary Wharf, a Londra, con le sedi di alcune delle banche sanzionate ieri
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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PIAZZA AFFARI MAGLIA NERA IN EUROPA. BENE I TITOLI DI STATO, SPREAD POCO MOSSO A 156
PUNTI BASE
13/11/2014
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Pag. 1.9
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Jack Ma (Alibaba): così provo a conquistare l'America
Stiamo preparando la quotazione in borsa di Alipay, ma non vogliamo fare la guerra agli istituti di credito
Everett Rosenfeld C
A pag. 9 Jack Ma, fondatore e ceo di Alibaba, è ben deciso a replicare in tutto il mondo, soprattutto negli Usa,
il successo del Single Day, che in Cina ha generato un volume di vendite online per 9 miliardi di dollari. E nel
frattempo rassicura le banche. Con Alipay, la piattaforma dei pagamenti che in un futuro non troppo lontano
sarà quotata, il gruppo non intende fare guerra alle banche, con le quali anzi i rapporti si stanno
rasserenando. E il ceo non esclude un possibile accordo con Apple. Domanda. È realistico pensare che
Alibaba diventi così globale che anche negli Usa si festeggi il Giorno dei single, per così dire? Negli Usa si
comprano già tanti prodotti su Alibaba, e, come lei sa, diversamente dalla Cina, il 67% dell'economia degli
Usa è fatto dai consumi. Risposta. Penso ci sia una grande opportunità anche negli Usa. Perché
organizziamo queste giornate? Non si tratta solo di una giornata di vendita online. È un momento in cui il
produttore comunica con i consumatori. È un modo per far conoscere le innovazioni, i nuovi prodotti, i nuovi
trend del business ogni anno. Penso che se gli americani conoscessero altri prodotti, che non vengono solo
dalla Cina, ma da Filippine, Kenya, Africa Argentina e Paesi simili sarebbe un'occasione unica. Non
pensiamo che possa succedere l'anno prossimo, ma nei prossimi cinque anni sì. D. Se e quando questo
momento arriverà negli Usa, o in altri Paesi, potrete configurare diversamente la piattaforma di Alibaba, che si
tratti di Alibaba, AliExpress, Taobao, o TMall, e pensate di differenziarle dagli Amazon o dagli eBay del
mondo? R. Sì, è possibile. Cinque anni fa venivamo sfidati. Alibaba può diventare più grande di Amazon?
Oppure di eBay? Ebbene, fidatevi di questa generazione dell'innovazione, stanno cambiando le cose ogni
giorno. Tutti lo vedono. Si vogliono novità, articoli economici, prodotti buoni, oggetti unici? Se i consumatori
sanno di poter ottenere queste cose, arriveranno. D. Lo farete anche in Cina? R. Sì, anche se lì è davvero
difficile. Perché in Cina la ricchezza è meno diffusa. Ma se lo possiamo fare in Cina, a maggior ragione
perché non negli Usa? D. Ma in Cina approfittate della carenza di punti vendita non virtuali, dato che non ci
sono tante catene di vendita al dettaglio come negli Usa, in Germania o Giappone. Poi siete avvantaggiati
dalla crescita del wireless. Molte transazioni da voi gestite avvengono sui cellulari. Vantaggi ottenuti perché
siete stati i primi. R. Ma c'è anche lo svantaggio che i consumatori cinesi non sono ricchi come gli occidentali.
E quindi ora cerchiamo di aiutare le aree più remote e la gente dei villaggi a guadagnare per spingere lo
shopping online. D. In Cina il consumo pesa per il 34% del pil contro una percentuale doppia negli Usa,
pensate di modificare questo stato di cose in poco tempo? R. Non ho i dati esatti, ma circa l'80-90% dei circa
200 milioni di acquirenti oggi sono giovani e non così ricchi, ma hanno iniziato a comprare. Ma ci vorrà
tempo. D. Siete arrivati a capitalizzare più di Wal-Mart. R. Ciò mi rende nervoso. Penso a molti anni fa,
quando la gente sosteneva che Alibaba fosse una società terribile, ma sapevo che eravamo meglio di ciò che
la gente pensava. Oggi invece ci sono molte aspettative su di noi, il che mi preoccupa perché non siamo
ancora a tale livello di eccellenza. Comunque non guardo mai il titolo. D. Alipay non è parte di Alibaba, ma è
famoso per i servizi, che includono il micro-credito. Lo quoterete? R. Dovremmo. Dobbiamo essere molto
trasparenti. Con la trasparenza ci miglioreremo. Siamo in un business legato alla finanza e siccome voglio
che la società duri a lungo. Non mi interessano tanto i proventi dell'ipo, quanto la trasparenza. D. Molte
grandi banche non ne saranno molto felici. R. Si abitueranno. Intanto hanno cominciato ad apprezzarci
perché forniamo loro tecnologia e know-how. Le vogliamo aiutare, per aiutare meglio i nostri clienti. Abbiamo
avuto molti scontri, molte discussioni, ma abbiamo iniziato a capirci. Sanno che non possono ucciderci e noi
non vogliamo uccidere loro. Quindi abbiamo iniziato a lavorare insieme. Abbiamo spiegato che possiamo fare
le cose in modo più efficiente, economico e veloce. Vogliamo cercare di aiutare le piccole imprese e i
consumatori che usano la loro tecnologia. Le banche da sole non sono in grado di farlo. D. A quando l'ipo? R.
SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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INTERVISTA DOPO L'ABBUFFATA DI RICAVI NELLA FESTA DEI SINGLE, IL PATRON DELLA SOCIETÀ
DI E-COMMERCE A CNBC: SIAMO ANCORA LONTANI DALL'ECCELLENZA
13/11/2014
MF - Ed. nazionale
Pag. 1.9
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SCENARIO ECONOMIA - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Non abbiamo date precise. La società è pronta e sana, con una crescita sostenibile. Ma penso che Alibaba
non debba diventare troppo grande. Meglio una sana e stabile crescita. D. L'ipo avverrà in Cina o negli Usa?
R. La Cina è un posto ideale visto che l'80-90% dei giovani usa i nostri servizi e sarebbe fantastico se
potessero comprare le nostre azioni. Ma non abbiamo mai detto che questo possa avvenire solo in Cina. D.
Lei ha incontrato Tim Cook poco tempo fa. È pensabile una partnership tra Alipay e Apple Pay in Cina o
altrove? R. Tutto è possibile. Apple è una grande società che ha cambiato il mondo, specialmente nel mobile.
traduzione di Giorgia Crespi
Foto: Jack Ma Quotazioni, altre news e analisi su www.milanofinanza.it/alibaba
13/11/2014
Panorama - N.47 - 19 novembre 2014
Pag. 52
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TFR BLUFF
Il governo calcola che almeno il 50 per cento dei lavoratori dipendenti aderirà alla sua offerta di incassare
subito il Trattamento di fine rapporto. Ma è un'illusione. Perché più di otto italiani su dieci non lo chiederanno.
La Legge di stabilità 2015 prevede la possibilità di chiedere l'anticipo del Tfr in busta paga. Lei pensa che lo
chiederà? vedere note a pagina 55 Undici milioni di dipendenti su 13 rispondono «no»: meglio non rischiare
di Alessandra Paola Ghisleri * Su 13 milioni di dipendenti delle aziende private, oltre 11 dicono di no. Il
governo nel progetto di Legge di stabilità offre loro la possibilità di farsi anticipare in busta paga la quota
spettante del Trattamento di fine rapporto, il Tfr. Ma l'82 per cento degli interessati risponde: «No, grazie; ci
teniamo l'indennità di liquidazione». In base al sondaggio condotto da Euromedia Research (vedere le
schede in queste pagine) soltanto il 17 per cento degli italiani vorrebbe subito i soldi del Tfr. Costoro lavorano
da almeno 10 anni e sanno che la loro pensione, un giorno, sarà la metà dello stipendio. E allora perché non
provare a spendere subito la liquidazione? Il 17, però, è una percentuale decisamente bassa. E questo ha
due significati: i lavoratori dipendenti di aziende private si fidano della gestione del loro Tfr. Ma soprattutto è
finita l'epoca del «li investo in Borsa, guadagno benissimo e ci pago sopra due lire di tasse».
Paradossalmente, la maggioranza relativa di quanti rispondono sì, e cioè il 35,4 per cento, prevede che
accantonerà il Tfr come «risparmio»: è evidente la contraddizione (e forse anche l'ignoranza del dibattito
normativo), perché mentre oggi il Tfr è assoggettato a una tassazione del 23 per cento, il suo incasso
anticipato, soprattutto per cifre superiori ai 15 mila euro, potrebbe sottoporlo a un'imposizione superiore. Ma
allora che risparmio sarebbe? Forse la possibilità di averli immediatamente a portata di mano... Quella
piccola minoranza pronta a chiedere subito il Tfr dice anche che lo verserà «nel mucchio» delle spese e nelle
utenze domestiche. Nessun sogno, insomma, nessun grande acquisto. Sono le stesse voci di spesa che il
sondaggio attribuisce a quanti hanno beneficiato del bonus degli 80 euro. Anche loro li hanno messi «nel
mucchio» (il 58,9 per cento). Il 19 per cento li ha spesi per pagare le bollette. Vicino allo zero è la percentuale
di chi li ha usati per le vacanze o si è concesso un capriccio. E concludiamo con il Jobs act, la riforma del
lavoro. Chi «suggerisce» a Renzi la politica sul lavoro? Solo il 21,4 per cento è convinto che il premier agisca
per il meglio del Paese; il 30,6 crede siano l'Europa, la Confindustria e i «poteri forti»; il 32,2 pensa che Renzi
sia più attento alla sua linea politica piuttosto che all'Italia. Insomma, la maggioranza degli elettori non ha
ancora capito che cosa preveda davvero questa attesissima riforma. Gli unici «puri e duri» nel sostenere il
premier e le sue promesse sono gli elettori del Pd, al 64 per cento sicuri che Renzi agisca per il bene del
Paese. Da questo elemento del sondaggio, insomma, emerge forse l'unica notizia positiva per Renzi: che il
Pd non è affatto diviso sui temi forti. La sinistra radicale e quella estrema non riescono ancora a scalfire il
dominio dei renziani. * direttore di Euromedia Research Risposte al sondaggio di Panorama. Risposte a un
sondaggio condotto per Porta a Porta l'8 settembre 2014.
Come pensa Che utilizzerà l'antiCipo del tfr? Li accantonerò come risparmio Andranno nel mucchio: li
spenderò assieme al resto del mio stipendio Ci pagherò le utenze domestiche Li userò per integrare il budget
delle ferie Ci farò una buona spesa Mi concederò un capriccio Altro
E comE lo ha spEso? chE cosa nE ha fatto? Quei soldi sono finiti «nel mucchio»: li ho spesi, ma per nulla di
specifico Ci ho pagato le mie utenze domestiche Ci ho fatto una buona spesa Ho integrato il budget delle mie
ferie Li ho messi da parte come risparmio Mi sono concesso un capriccio Altro lEi ha ricEvuto il bonus da 80
Euro di mattEo rEnzi?
QUESTO SONDAGGIO Il sondaggio è stato condotto in esclusiva per Panorama da Euromedia Research il 7
novembre 2014 con interviste telefoniche (e con metodologia Cati-Cawi): ha coinvolto 800 elettori italiani, un
campione prestratificato, rappresentativo di un universo di 50.624.663 abitanti.
Note: * Rispondono soltanto lavoratori dipendenti del settore privato. ** Rispondono solo quanti hanno
dichiarato di volere l'anticipo del Tfr: il 17,1% del campione. *** Rispondono solo quanti hanno dichiarato di
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copertina
13/11/2014
Panorama - N.47 - 19 novembre 2014
Pag. 52
(diffusione:446553, tiratura:561533)
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avere ricevuto il bonus: il 21% del campione.
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Panorama - N.47 - 19 novembre 2014
Pag. 129
(diffusione:446553, tiratura:561533)
E poi ho capito che il profitto non è tutto
Luna Berlusconi si divide tra famiglia (due figlie) e lavoro (è impegnata in una società di produzioni teatrali e
tv). Ma è grazie al marito-attore che ha imparato a emozionarsi. a renzi dico che si possono fare ottimi profitti
anche con l'arte. in italia sprechiamo tante occasioni ogni giorno
Annalia Venezia
Tacchi alti e pantaloni attillati, apre lei la porta dell'ufficio, un loft dalle pareti viola alla periferia di Milano. «Il
mio assistente è malato oggi» spiega Luna Berlusconi mentre intorno a lei cinque ragazzi sotto i trent'anni
sono intenti a lavorare con una videocamera. Seconda figlia di Paolo Berlusconi, fa parte di quattro cda (tra
cui Il Giornale) ed è amministratore delegato di Rg Produzioni, società che ha fondato insieme al marito,
l'attore Edoardo Sylos Labini, a cui è legata da cinque anni. Da pochi giorni si è conclusa la seconda stagione
del programma da lei prodotto, Bella più di prima su La5, che ha come obiettivo la remise en forme di sei
donne. Lei, però, è già concentrata sul futuro. Che programmi guarda in tv? Guardo la tv di sera, dopo aver
messo a letto le bambine. Mi piacciono i programmi di informazione, tra tutti seguo con attenzione Virus di
Nicola Porro, l'unico che mi tiene incollata allo schermo anche quando sono stanca. Non a caso sto
lavorando con lui a un progetto per il Teatro Manzoni di Milano. Che cosa non le piace invece? La volgarità e
le discussioni troppo accese. Come passa il tempo libero? Non amo la vita sociale. Quando non lavoro cerco
di stare il più possibile in famiglia. A vederla così curata deduco che le piaccia anche fare shopping. Non lo
nego, ma avendo poco tempo ormai mi riduco a comprare negli aeroporti anche i pezzi più importanti del
guardaroba. Ha prodotto un programma sulla bellezza, che rapporto ha con la chirurgia estetica? Se aiuta ad
avere meno complessi e a rendersi la vita migliore ben venga. Ma il nostro programma mirava a far sentire le
sei protagoniste meglio con se stesse. Non ridurrei tutto al bisturi. Com'è lavorare col proprio marito? Ci
compensiamo, ma il rischio di parlare sempre di lavoro è alto. Ci vuole pazienza e metodo. Le piacciono di
più gli applausi o il profitto? Mio marito mi ha insegnato ad amare il teatro e a capirlo. Lui recita, io mi occupo
di tutta la produzione. E, come lui, ho imparato a emozionarmi più per un applauso scrosciante che per un
profitto eccellente. In ogni caso, con le nostre produzioni teatrali anche i profitti sono arrivati, e questa è stata
una grande soddisfazione. Che cosa pensa di Matteo Renzi? È un bravo comunicatore, peccato sia dalla
parte sbagliata. Da imprenditrice per ora sto a guardare. La politica dovrebbe occuparsi di riforme urgenti. Se
non diminuiscono le tasse per chi assume, inutile parlare dell'articolo 18. Se lavorasse con lui che cosa gli
suggerirebbe? Sono convinta che si possano fare ottimi profitti anche con l'arte. In Italia sprechiamo tante
occasioni ogni giorno.
Foto: a teatro Luna Berlusconi, 39 anni, è l'ad di Rg Produzioni.
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INTERVISTA link _donne manager
SCENARIO PMI
4 articoli
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 19
(diffusione:619980, tiratura:779916)
Il capo della Commissione Ue rompe il silenzio sullo scandalo LuxLeaks «Non dipingetemi come amico del
grande capitale». I fischi dei deputati
Ivo Caizzi
BRUXELLES Nega responsabilità e conflitti d'interessi. Il presidente della Commissione europea, il
lussemburghese Jean-Claude Juncker, ha interrotto una settimana di imbarazzato silenzio per respingere
nell'Europarlamento e con i giornalisti il suo coinvolgimento nello scandalo LuxLeaks, che ha rivelato i
favoritismi fiscali concessi a centinaia di società straniere quando era premier del Lussemburgo.
Juncker si ritiene ancora adeguato e credibile davanti ai 500 milioni di cittadini dell'Ue. Ha promesso di
impegnarsi per l'armonizzazione fiscale e per lo scambio automatico di informazioni tra Stati sui tax ruling, le
richieste preventive delle società su come verranno tassate dal Lussemburgo e da altri paradisi fiscali
disponibili a concedere forti riduzioni in modo riservato. La Germania preme per accelerare.
«Non dipingetemi come il miglior amico del grande capitale», ha replicato Juncker, dopo essere stato accolto
con fischi e critiche da vari settori dell'Europarlamento di Bruxelles. Ha negato di essere «l'architetto» del
regime da paradiso fiscale del suo Granducato, sviluppato nei circa 20 anni da premier e ministro delle
Finanze, quando è stato anche il principale frenatore delle iniziative Ue contro i grandi evasori fiscali. Si
considera in regola con le leggi comunitarie, nonostante la precedente Commissione europea abbia avviato
una procedura su presunti favoritismi fiscali in Lussemburgo (a Fiat Finance e Amazon) in contrasto con la
normativa sugli aiuti di Stato. «Se anche dovesse essere accertato che aiuti di Stato sono stati deliberati da
qualche istituzione lussemburghese - ha precisato - non vedo perché mi dovrei dimettere».
Juncker è stato difeso da Manfred Weber, il leader tedesco del suo europartito Ppe. «È vergognoso che i
governi firmino con le imprese accordi segreti che le aiutano a non pagare le tasse», ha invece attaccato il
capogruppo degli eurosocialisti Gianni Pittella, che non intende però far saltare la maggioranza con il Ppe e
un presidente della Commissione appena insediato. Il leader degli euroliberali, il belga Guy Verhofstadt, ha
chiesto di concludere entro dicembre i procedimenti su Fiat e Amazon perché, se quegli accordi risultassero
illegali, sarebbe «un problema» per Juncker. Gli euroscettici (Ukip e M5s) hanno chiesto «sospensione o
dimissioni».
Juncker è atteso al G20 a Brisbane in Australia, dove è in agenda la lotta alla grande evasione fiscale. Ma poi
a Bruxelles dovrà considerare le irritazioni popolari soprattutto nei Paesi dove, quando era presidente dei
ministri finanziari dell'Eurogruppo, ha sollecitato misure di austerità (con aumenti delle tasse), mentre da
premier guidava un paradiso fiscale con rigido segreto bancario a vantaggio di multinazionali, società e ricchi
investitori. Inoltre piccole imprese e negozi, sottoposti a pesanti imposizioni fiscali, hanno scoperto con
LuxLeaks di essere stati penalizzati nelle concorrenza con multinazionali e grandi catene, che pagano tasse
minime grazie ai favoritismi dei vari Lussemburgo, Olanda, Irlanda o Regno Unito.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Il caso
Lo scandalo «LuxLeaks» esplode il 7 novembre con un'inchiesta giornalistica internazionale, pubblicata in 31
Paesi, che svela accordi segreti tra le autorità del Lussemburgo e 340 aziende in tutto il mondo, tra cui 31 in
Italia, per spostare flussi finanziari enormi pagando tasse minime Il caso coinvolge il neopresidente della
Commissione Ue, Jean Claude Juncker, che ha guidato il Lussemburgo da 1995 al 2013, e con lui giganti
come Amazon, Ikea, Deutsche Bank Procter & Gamble, Pepsi e Gazprom Diversi europarlamen-tari della
Germania, sostenitrice della sua candidatura, hanno chiesto a Juncker di chiarire la sua posizione
28 I commissari
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Juncker si assolve: non mi dimetto
13/11/2014
Corriere della Sera - Ed. nazionale
Pag. 19
(diffusione:619980, tiratura:779916)
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cioè i «ministri» europei, tanti quanti gli Stati dell'Unione
500 Milioni i cittadini dei 28 Stati membri dell'Unione Europea
Foto: Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ieri durante la conferenza stampa a
Bruxelles in cui si è difeso dalle accuse di accordi fiscali segreti con le multinazionali in Lussemburgo (Epa)
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 13/11/2014
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13/11/2014
Il Sole 24 Ore
Pag. 35
(diffusione:334076, tiratura:405061)
Il Fondo italiano in campo per le Pmi
Mara Monti
Il Fondo Italiano di Investimento firma un accordo con il Fondo Europeo per gli Investimenti per puntare sulle
start up e sui finanziamenti alle piccole e medie imprese. Con una dotazione di 500-600 milioni di euro, i due
fondi investiranno in fondi di private equity e di private debt (specializzati nei cosiddetti minibond) e in fondi di
Venture capital dedicati a imprese innovative sia nella fase seed quella iniziale che nelle fasi successive di
finanziamento. Allo scopo di sostenere le attività di investimento in imprese di nuova costituzione, è allo
studio un fondo dedicato al seed capital per mettere a disposizione circa 30 milioni di euro che investirà
insieme ai business angel selezionati sulla scorta del modello già utilizzato dal Fondo europeo.
«La scommessa è sostenere attraverso finanziamenti diffusi anche di piccole entità, quelle attività che
possano in futuro diventare di successo come già accaduto in alcuni settori ad esempio le biotecnologie - ha
detto Innocenzo Cipolletta, presidente del Fondo Italiano di Investimento -. Lo strumento servirà anche per la
diffusione in Italia del venture capital creando le basi per attrarre nuove risorse di capitale dal mercato sia
domestico sia internazionale».
Il Fondo Italiano di Investimento che non esclude di allargare la collaborazione con altri investitori a
cominciare dai Fondi sovrani ("stiamo parlando" ha detto Cipoletta), ha già collaborato con il Fondo Europeo
da quando nell'ottobre 2011 venne firmato un protocollo d'intesa che definì la partnership per investimenti in
fondi di private equity. La cifra messa a disposizione dei due fondi (100 milioni ciascuno) in tre anni è stata
ampiamente superata avendo investito insieme in 10 fondi, per quasi 500 milioni di euro, di cui 370 milioni di
euro in 7 fondi di private equity e la parte restante in 3 fondi di venture capital.
«La collaborazione con il Fondo Italiano di Investimento riafferma la nostra determinazione a sostenere il
mercato italiano del venture capital e del private equity - ha detto Pier Luigi Gilibert, chief executive del Fei in
una nota - e consente di unire le forze per aumentare le risorse messe a disposizione delle Pmi italiane nelle
varie fasi della loro attività, dando loro l'opportunità di crescere anche all'estero».
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SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 13/11/2014
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Finanziamenti. Accordo con Fei per puntare sulle start-up
13/11/2014
ItaliaOggi
Pag. 1
(diffusione:88538, tiratura:156000)
Fallita una pmi ogni cinque dall'inizio della crisi
DI TINO OLDANI
Oldani a pag. 7 Il solco che separa il bla-bla del governo dalla cruda realtà dei fatti sta diventando
preoccupante. Prendiamo le piccole e medie imprese (pmi), che da sempre sono la vera spina dorsale
dell'economia italiana. Il primo rapporto Cerved dedicato a questo settore, potendo contare su una messe di
dati senza eguali, ha rivelato pochi giorni fa che, dall'inizio della crisi economica (2008) ad oggi, una piccola e
media impresa su cinque è uscita dal mercato. In dettaglio: su 144 mila pmi censite, 13 mila sono fallite, più
di 5 mila hanno avviato una procedura concorsuale non fallimentare, altre 23 mila sono state liquidate
volontariamente. L'amministratore delegato del Cerved, Gianandrea De Bernardis, ha tenuto a precisare che
le pmi considerate, secondo la defi nizione Ue, sono quelle con un fatturato tra 2 e 50 milioni di euro e tra 10
e 250 dipendenti. In questa forchetta, in Italia ci sono 144 mila società che generano un giro d'affari di 851
miliardi, con un valore aggiunto di 183 miliardi, pari al 12% del pil nazionale. Dunque, una colonna portante
dell'economia, che purtroppo si sta sgretolando sempre di più. Poiché la crisi dura da ben sette anni, cosa
hanno fatto finora i vari governi per le pmi? Cercando una risposta su Google, si scopre che il 28 agosto
scorso il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, ha emesso un comunicato grondante ottimismo sul
successo dei mini bond, introdotti con il decreto Competitività per aiutare le pmi, con un carico fi scale ridotto.
«Lo strumento dei mini bond» recitava il comunicato, «è ormai decollato e diventa sempre più diffuso tra le
piccole e medie imprese che intendono accedere al mercato per reperire risorse di fi nanziamento in
alternativa al credito bancario. Negli ultimi due mesi sono ben 26 le pmi che, per la prima volta, si sono
affacciate sul mercato dei capitali e hanno emesso mini bond per un valore complessivo di un miliardo. Le
emissioni vanno da un minimo di 5 milioni a un massimo di 200 milioni». Concludeva entusiasta Padoan:
«Porteremo questa positiva esperienza all'attenzione dei partner europei in occasione dell'Ecofin di Milano».
Purtroppo per Padoan, il presunto «decollo» dei mini bond viene ora smentito dai dati del Cerved, che
descrivono una realtà ben diversa. Su 144 mila imprese, sono soltanto 29 quelle che hanno emesso fi nora
obbligazioni fi nanziarie, per un valore che si è fermato a 226 milioni; la torta complessiva dei mini bond
agevolati sul piano fi scale, pari a 4,2 miliardi, è andata per il 95% alle grandi imprese. Di certo, spiega la
ricerca Cerved, su questi dati ha in uito un certo ritardo culturale delle pmi italiane, che,a differenza di quelle
tedesche e francesi, dipendono per il 98% dai fi nanziamenti bancari. E poiché il credit crunch non ha mollato
la presa, e poiché i pagamenti dei clienti e dello Stato hanno accumulato ritardi pazzeschi, ecco spiegati i
fallimenti che hanno costretto una pmi su cinque a chiudere i battenti. È evidente che senza una vera ripresa
dei ussi del credito bancario, non vi sarà alcuna ripresa. Lo sa bene anche Matteo Renzi, che sul sito che
porta il suo nome ( matteorenzi.it) ha postato qualche tempo fa una proposta dettagliata, con un titolo roseo:
«250 miliardi di credito garantito per le aziende». Recita il testo: «Oggi molte imprese, anche sane, soffrono,
e in alcuni casi chiudono perché il credito non è disponibile. E quando è disponibile, è erogato a condizioni
molto onerose. Tante aziende sono inoltre messe in diffi coltà dai crediti verso la pubblica amministrazione. In
queste condizioni, competere con i tedeschi e gli olandesi è quasi impossibile». Ecco allora la soluzione di
Renzi: «Riteniamo che l'accesso al credito sarà una delle leve principali per consentire alle piccole imprese di
sopravvivere e per avviare un nuovo ciclo di crescita. Per questo prevediamo di riallocare sui fondi di
garanzia del credito almeno 20 miliardi di fondi europei, in modo da garantire almeno 250 miliardi di crediti a
piccole e medie imprese, dando all'imprenditoria sana, in particolare nel Sud, l'ossigeno per ripartire, a tassi
competitivi con le imprese tedesche e olandesi». Dettaglio importante: il post reca la data del 14 novembre
2012, quando Renzi era ancora sindaco di Firenze, ma parlava già come se fosse il presidente del Consiglio.
I fondi di garanzia del credito, infatti, erano una sua idea: voleva che ne sorgesse uno in ogni Regione, con
fondi del programma europeo Jeremie ( Joint european resources for micro to medium enterprises ). Peccato
che da quando è premier se ne sia completamente scordato, per dare la precedenza a riforme controverse
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 13/11/2014
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DATI CERVED
13/11/2014
ItaliaOggi
Pag. 1
(diffusione:88538, tiratura:156000)
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 13/11/2014
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(Jobs act, articolo 18, Senato regionale, legge elettorale), buone per stare ogni giorno sul teatrino mediatico,
ma del tutto inutili per favorire la ripresa delle pmi, o quanto meno per ridurre il numero dei loro fallimenti.©
Riproduzione riservata
13/11/2014
MF - Ed. nazionale
Pag. 1
(diffusione:104189, tiratura:173386)
Si allarga l'accordo tra Fondo Italiano e Fondo Europeo Bei
Stefania Peveraro
a pag. 18 ll Fondo Italiano d'Investimento sgr (Fii) e il Fondo Europeo per gli Investimenti (Fei) hanno siglato
un nuovo accordo di coinvestimento finalizzato a supportare lo sviluppo delle piccole e medie imprese
italiane, rinnovando e ampliando quello firmato tre anni fa e che nel periodo ha dato luogo a investimenti per
un totale di 520 milioni di euro in nuovi fondi di private equity e di venture capital con obiettivo puntato sulle
piccole e medie imprese e sulle startup italiane. Il nuovo accordo, siglato per il Fondo Italiano dal presidente
Innocenzo Cipolletta e dall'amministratore delegato Gabriele Cappellini e per il Fei dal ceo Pier Luigi Gilibert e
dal responsabile degli investimenti in equity John A. Holloway, avrà una durata di quattro anni e prevede
l'investimento complessivo di un totale di risorse di 500-600 milioni di euro per nuovi fondi di private equity, di
venture capital, di private debt e al fianco di business angel. Il Fondo Italiano infatti dedicherà parte delle
risorse del nuovo fondo di fondi di venture capital proprio all'investimento in veicoli di seed capital, in modo
tale da seguire tutto il ciclo di vita delle aziende. In particolare, al seed capital sarà dedicato un veicolo di
circa 30 milioni di euro, che saranno appunto investiti sistematicamente al fianco di business angel
selezionati congiuntamente da Fii e Fei, sulla scorta del modello già utilizzato da Fei nell'ambito del mercato
europeo. Di un simile progetto con focus sull'Italia aveva parlato per la prima volta Dario Scannapieco,
presidente del Fei e vicepresidente della Bei, in occasione dell'intervento al convegno annuale dell'Aifi del
marzo 2013, accennando al fatto che Il Fondo Europeo per gli Investimenti avrebbe potuto replicare in Italia il
progetto-pilota varato in Germania e Spagna sulla base del programma European Angels Fund varato a inizio
2012. L'accordo di coinvestimento con il Fondo Italiano firmato nel 2011 si riferiva inizialmente a un impegno
di 100 milioni di euro per ciascuna delle due istituzioni, ma quell'obiettivo è stato poi ampiamente superato: in
poco più di tre anni di attività infatti Fii e Fei hanno investito congiuntamente in dieci fondi per un ammontare
complessivo di oltre 500 milioni di euro, di cui 370 milioni in sette fondi di private equity e i restanti capitali in
tre fondi di venture capital. Il nuovo accordo ha dunque l'obiettivo di proseguire e rafforzare la proficua
collaborazione tra le due istituzioni, mantenendo pur sempre indipendenti le attività di due diligence svolte da
ciascuna delle parti e le relative decisioni finali di investimento. L'accordo con Fii si inserisce nell'attività di
investimento, ormai decennale, in fondi gestiti da operatori italiani da parte del Fei, che ha portato oggi a
impegnare sul mercato domestico dall'inizio dell'operatività del Fei nel 1994 un totale di oltre 669 milioni di
euro in 32 fondi di venture capital e private equity a supporto di aziende italiane. A fine dicembre 2013 il Fei
aveva investito circa 8 miliardi di euro in oltre 435 fondi europei e aveva impegnato 5,6 miliardi in oltre 300
operazioni di garanzia. A oggi il Fei ha in portafoglio quote di una ventina di fondi italiani o comunque con
particolare focus sull'Italia, gestiti dai seguenti operatori. (riproduzione riservata)
Foto: Innocenzo Cipolletta e Gabriele Cappellini
SCENARIO PMI - Rassegna Stampa 13/11/2014
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