gli eventi vitivinicoli più salienti del secondo millennio

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gli eventi vitivinicoli più salienti del secondo millennio
GLI EVENTI VITIVINICOLI PIÙ SALIENTI DEL SECONDO MILLENNIO
(prima parte)
di Mario Fregoni
Anno 2000 n. 5
S
intetizzare la storia della vite e del vino del millennio trascorso non è certo agevole. Le lacune saranno numerosissime e ci auguriamo che i lettori possano
colmarle a loro piacere. I traguardi storici fondamentali sono, infatti, così tanti
che c’è solo l’imbarazzo della scelta.
Medio Evo: Vinland = America
L’anno 1000 si apre con la scoperta della “Terra delle Viti”, denominata “Vinland” dal
vichingo islandese Leif Ericson; sbarcando nella attuale Nuova Inghilterra scoperse per
primo l’America e si meravigliò della vegetazione lussureggiante delle viti riscontrate.
Ovviamente il fatto fu ignorato (buon per il nostro Cristoforo Colombo e per il nostro
Amerigo Vespucci!).
La vite ed il vino nei primi secoli del secondo millennio erano soprattutto diffusi dalle
abbazie, che si assunsero sempre l’onere di salvaguardare il “vino della messa”. In realtà si trattava di uno stile e di una regola di vita, ma anche di una fonte di sostentamento, in quanto i conventi servivano i regnanti ed i ricchi. La nobiltà possedeva i castelli spesso produttori di ottimi vini. Un grande crollo di qualità del vino si ebbe quando furono distrutte o confiscate le proprietà dei conventi, poiché la vite iniziò il percorso verso la pianura.
Un grande merito nello sviluppo della viticoltura della Borgogna –ad esempio- si deve
attribuire alle abbazie cistercensi di Cîteaux e, soprattutto, di Cluny. In questa famosa
zona viticola si coltivava sia il Pinot nero che il Gamay, ma Filippo l’Ardito promulgò il
primo editto di regolamentazione varietale, seguito da un secondo di Filippo il Buono,
ancora attualmente rispettati e che hanno creato il mito dei vini AOC di qualità della
Borgogna; con detti editti si proibì la coltivazione del Gamay nella zona classica del
Pinot nero; il Gamay da allora fu relegato alla zona limitrofa del Beaujolais, ma avrebbe più tardi (secondo dopoguerra del 1900) creato il mito dei “nouveaux”. Alcuni monaci cistercensi della Borgogna fondarono sul Reno (Germania) il monastero di Eberbach che fra il 1200 ed il 1300 rappresentò, per la sua estensione, il più grande vigneto del mondo. L’abbazia con i suoi torchi e le sue attrezzature testimonia ancora oggi i
fasti dell’antico Riesling renano.
La nascita del Claret, antesignano dei Bordeaux
Frattanto la zona di Bordeaux fu per tre secoli (1154 – 1453) collegata ai domini
dell’Inghilterra e nacque così la fortuna (che ancora perdura a Londra) del “Claret”,
vino rosso probabilmente prodotto già a quei tempi con i Cabernets ed il Merlot. Attualmente la notorietà di questi vini bordolesi in Inghilterra si deve anche a questo periodo storico, che comprese la guerra dei 100 anni.
L’era delle Malvasie
La storia delle Repubbliche marinare di Genova e, soprattutto, della Serenissima di Venezia è invece correlata ai vini dolci ed in particolare alle Malvasie. A Venezia esiste
ancora una via della Malvasia. Venezia importò e commercializzò in tutto il Mediterraneo e nel nord Europa i vini greci provenienti dal porto greco Monemvasia (donde il
nome di Malvasia per i corrispondenti vini provenienti da tutta la Grecia), che diede lo
stesso nome anche a quelli delle isole di Rodi, Creta e Cipro, produttrici ancora oggi di
ottimi vini passiti, aromatici e dolci. In particolare va citata l’isola di Santorini dove i
crociati si rifornivano del vin Xanto, ossia del vin Santo, proveniente dalla zona di Santo (donde Santorini).
Le crociate e l’Ordine di Malta
Il periodo storico iniziale dei commerci veneziani si intrecciò con quello delle crociate,
che furono ben otto tra il 1097 ed il 1270. I navigli dei crociati si rifornivano in molte
isole del Mediterraneo ed un particolare impulso all’estensione della vite e del vino fu
promosso dai Cavalieri di S. Giovanni (oggi Ordine di Malta). Il vino era l’alimento base, assieme al pane, per rifocillare i pellegrini del S. Sepolcro. Da Gerusalemme e da S.
Giovanni d’Acri i cavalieri si spostarono a Rodi ed infine a Malta (dove di recente hanno
rimesso le radici). A Cipro i Cavalieri di Malta mantennero per secoli una commenda
costituita da una fortezza-monastero che produceva il famoso vino dolce “commandaria” a base di Malvasia. La tradizione vitivinicola dell’Ordine di Malta continua oggi in
Italia con la produzione di un finissimo vino dolce dal nome di “Piccolit” (paragonabile
al “commandaria”) originario dalla famosa Rocca Bernarda (Friuli), nonché con il “Vino
dei Cavalieri” del Castello di Magione (Umbria).
Va qui rilevato che a quei tempi si chiamava Malvasia anche il vino dolce di Moscato,
essendo gli aromi pressoché simili. Di fatto Venezia divenne il più grande porto del vino del Mediterraneo.
Inizia l’epopea dei vini liquorosi “inglesi”
La Malvasia di Creta verrà piantata a Madera, l’isola dell’eterna primavera, presso la
quale attraccavano moltissimi navigli sospinti dalle correnti. Già dal 1456 gli inglesi intuirono l’importanza dei vini di Madera, che si conservavano e miglioravano (si ossidavano, ossia maderizzavano) con i lunghi trasporti via mare. Da questa prima esperienza commerciale (che continuò e perdura ai nostri tempi) gli inglesi passarono
all’Andalusia, per molti secoli soggetta agli arabi, i quali per ragioni economiche e sociali rispettarono sempre l’attività viticola, nonostante il Corano vietasse il consumo del
vino. Così dal 1517 in poi Cadice divenne il porto degli inglesi per il trasporto via mare
del vino Sherry o Cherry o Jerez, prodotto con la varietà Palomino e di cui si occupò
persino l’Ammiraglio Nelson.
Come è noto nel 1492 venne scoperta l’America, ciò che consentì una rapida espansione della vite. L’argomento merita di essere trattato separatamente.
Il rinascimento culturale italiano
Nel rinascimento l’Italia ha due grandi opere che testimoniano la eccezionale varietà
dei vini del territorio italico. Il primo libro fu scritto tra il 1500 ed il 1550 da Sante
Lancerio, bottigliere per oltre 30 anni del Papa più enofilo della storia dei Papi, ossia
Paolo III Farnese, morto ad 82 anni nel 1549, sfruttando il potere terapeutico dei vini,
di cui sapeva far uso da esperto. Per le diverse malattie, per le varie stagioni, per le
differenti occasioni, più o meno ufficiali, Paolo III Farnese degustava un vino specifico.
Fu un Papa che viaggiò molto e quindi Sante Lancerio ebbe modo di descrivere le caratteristiche organolettiche e terapeutiche della Malvasia, del Moscatello, del Trebbiano, dei Greci, del Razzese, dell’Aglianico, del Lagrima, del Montepulciano (SI), dei vini
di Castell’Arquato (PC), dell’Albano, del Monterosso (Cinque Terre) e di numerosi altri.
Tuttavia l’opera rinascimentale più grandiosa, vero vanto dell’Italia, è quella di Andrea
Bacci, medico del Papa, apparsa a Roma, in latino, nel 1596. È costituita da 7 volumi,
porta il titolo di “De naturali vinorum historia de vinis Italiae” e tratta dell’immagine
del vino nell’antichità, dei caratteri dei vini derivanti dalla natura del terreno, del valore
nutritivo del vino, dell’uso farmacologico e dell’influenza del vino sul comportamento
umano, del rapporto piatti-vini al tempo dei romani, del servizio dei vini, anticipando le
regole dei sommeliers. Gli ultimi tre volumi sono dei veri atlanti dei vini italiani del rinascimento, di quelli europei e delle altre bevande. Un’enciclopedia insomma inesistente negli altri Paesi viticoli, ancora oggi da consultare per la ricchezza di riferimenti
storici.
I secoli più innovativi
Verso la metà del 1600 gli inglesi svilupparono i loro commerci con il Portogallo e crearono la fortuna del Porto, vino prodotto in una bellissima zona collinare scoscesa, lungo
il Douro, interna rispetto alla città di cui porta il nome. Il vino è liquoroso e perciò a
Londra entrò in concorrenza con il Madera e lo Sherry.
A quell’epoca anche gli olandesi, con la loro grande flotta, esportavano vino e spinsero
i viticoltori del Cognac a distillare il loro modesto vinello, non conservabile, per poterlo
trasportare come alcol che poi diventò il famoso distillato di vino che tutti conosciamo,
assieme al pressoché coevo fratello Armagnac.
Nel 1661 l’Abate di Hautvillers (Champagne) decise di costruire una grande cantina per
la trasformazione dell’uva dei 10 ettari di vigneti di proprietà dell’abbazia e di quella
proveniente dalle decime di Ay e Avenay. Fu così che diversi frati perfezionarono il
metodo di spumantizzazione, scoperto dai romani (si veda Lucano, 39-65 d. C.), realizzata nei dolium e tramandatosi nei secoli. La fortuna aiutò i frati perché ebbero modo
di utilizzare la bottiglia di vetro, resistente alla pressione di 6 atmosfere ed oltre, in-
ventata dall’inglese Reneln Digby. Comunque il metodo champenoise si diffuse in tutta
l’Europa. L’Abate Dom Perignon è una leggenda, priva di documenti storici. Gli furono
assegnate le date di nascita (1638) e di morte (1715) di Luigi XIV, detto il Re Sole. Fu
scritto che Dom Perignon era vegetariano, astemio e cieco, a causa di un tappo di
champagne. Doveva essere un tappo particolare per colpire contemporaneamente due
occhi!
La viticoltura del nord Europa, ivi portata dai romani lungo le vie d’acqua del Rodano,
del Reno, della Mosella e del Danubio, originò un grande vino, il Tokay ungherese, prodotto nell’omonima cittadina con i vitigni Furmint ed Arzevelu. Sull’uva si instaura la
Botrytis nobile disidratante e così ne esce un vino simile al confratello Sautern francese. Il Tokay va citato anche per la delimitazione dei confini della zona di produzione
(come si fa per le DOC), che storicamente fu la prima ad essere realizzata nel 1700,
seguita dal Chianti (1716) e dal Porto (1750). Tuttavia va rammentato che già Columella descrisse perfettamente i confini del territorio di produzione del Falerno, il più
prestigioso cru dell’epoca romana.
Un altro grande vino storico nasce alla fine del 1700 e più esattamente il Marsala. Per
caso una nave inglese (la Elisabeth) di John Woodhouse sbarca a Marsala nel 1773 e
da quell’evento fortuito nasce la conoscenza dei vini base e l’esame della possibilità di
produrre un grande vino liquoroso, il quarto ascrivibile agli inglesi, dopo il Madera, il
Jerez ed il Porto.
La viticoltura alla metà del ‘600 raggiunse l’emisfero sud, più esattamente l’Africa del
sud, ad opera degli olandesi, che tramite la loro Compagnia delle Indie importarono talee di Moscato dalla Francia (che diede la prima vendemmia a Città del Capo nel 1659)
e quindi del Moscato di Alessandria dalla Spagna, che colà prese la denominazione di
“hanepoot”. La viticoltura si estese nei secoli successivi, specialmente verso il Capo di
Buona Speranza, ma il simbolo viticolo del Sud Africa è tuttora rappresentato dalla tenuta Constantia, sita alle spalle della Montagna della Tavola, a pochi chilometri
dall’oceano e da Stellembosh. Constantia divenne celebre in Europa per la qualità dei
suoi vini (degustati anche da Napoleone a Sant’Elena), in particolare del rosso, che allora fu paragonato al nostro Lacrima Christi. Sotto la dominazione inglese le vicissitudini di Constantia non furono altrettanto brillanti, ma la notorietà è rimasta e così si è
estesa a tutta la produzione vinicola del Sud Africa, che produce ottimi vini, a causa
del suo habitat favorevole.
Un luogo simbolico simile stava parallelamente nascendo lungo il Reno e cioè il castello
Johannisberg, tuttora noto per i suoi Riesling. Fu presso i vigneti di questa proprietà
che si realizzò la prima (1775) “spätlese”, traducibile come vendemmia tardiva, da cui
successivamente nacquero gli “ice wines” (ossia i vini del ghiaccio), prodotti con l’uva
che viene raccolta a dicembre, quando ormai è caduta la neve. Analoghi accadimenti si
riscontrarono sulla Mosella, in Austria ed in altri Paesi del nord Europa.
Il 1800 inizia con un libro di Chaptal (1801), l’inventore dello zuccheraggio, detto appunto chaptalisation, la cui applicazione ha portato un netto miglioramento nei vini
settentrionali, ma una crisi nell’impiego dei vini da taglio provenienti dal sud del Mediterraneo ed in particolare dall’Italia. Questa pratica enologica divide ancora gli interessi
vitivinicoli europei ma ha segnato la fine dell’era dell’aggiunta delle spezie al vino o dei
numerosi sali (cloruri, carbonati, solfati, ecc..). Iniziò però l’era della chimica, in particolare della solforosa, proseguita con tanti altri composti che certamente sono estranei
all’uva. Le grandi frodi commerciali iniziarono proprio nell’800, cosi come le sofisticazioni, spesso denaturanti le caratteristiche organolettiche primigenie del vino.
La viticoltura del nuovo mondo
L’odissea della viticoltura americana parte dal Sud America con le varietà spagnole
provenienti da seme, ancora oggi diffuse, quali la Quebranta, la Criolla, la Pais, la Mission, ecc. In alcuni Paesi (Brasile) si diffuse la V. Labrusca (Isabella o Uva fragola), resistente alle malattie, ma di qualità discutibile. La prima vendemmia (o la prima piantagione di vigneto) latino-americana è stata probabilmente realizzata nell’attuale Repubblica Dominicana fra il 1493 ed il 1503, pochi anni dopo la scoperta dell’America ad
opera di C. Colombo. Le notizie dei cronisti dell’epoca, ovviamente frammentarie ed incerte, sostengono che la seconda e più importante vendemmia fu ottenuta in Messico
(1522) dove il famoso capitano Hernan Cortés ordinò di piantare i vigneti con talee e
semi che fece importare dalla Spagna. L’anno seguente la vite approdò a Cumana (Ve-
nezuela), ivi trasportata dai gesuiti, ma non ebbe un gran successo. Frattanto nel 1532
i portoghesi esportarono viti da Madera e dalle Azorre a Capitania de San Vicente (Brasile) per iniziativa di Martin Alfonso de Sousa. Quasi contemporaneamente (1536) la
vite giunse nel Rio della Plata (Argentina) dove non trovò un clima favorevole, per cui
il primo esperimento viticolo riuscito si riscontrò più a nord nel 1541-1542. La viticoltura del Paraguay nacque nello stesso anno ad Asunciòn. Passarono pochi anni e Francisco Carabantes piantò le prime viti in Perù (1547). In Bolivia la vite viene insediata
ad opera degli agostiniani fra il 1550 ed il 1570 a Pilaya, Paspalla e Cinti. Fa seguito il
Cile con Francisco de Aguirre che nel 1554 realizzò la prima vigna a Copiapò de la Selva. Una spedizione spagnola del 1582 portò la vite nella zona di Imbadura in Ecuador.
La vite fu coltivata negli Stati Uniti verso la metà del 1700.
In America del nord i primi viticoltori dovettero superare grandi fallimenti con la coltura della Vitis vinifera importata dall’Europa negli Stati costieri dell’Atlantico. Gli insuccessi furono attribuiti al freddo e perciò si continuò a piantare varietà di specie americane notoriamente più resistenti alle basse temperature, tra le quali la Catawba divenne famosa. Il fiume Ohio era allora considerato il Reno d’America e nel 1859 produceva
più del doppio del vino della California. Fra i primi insuccessi della vite europea va annoverata l’esperienza di Thomas Jefferson (1734-1826) che aveva conosciuto il toscano Filippo Mazzei a Londra, la cui lunga storia non è qui il caso di raccontare. Jefferson
cedette del terreno a Mazzei (presso la sua casa di Monticello in Virginia), il quale partì dalla toscana in nave con le talee, gli attrezzi ed i viticoltori e piantò il vigneto (con
Sangiovese?). L’esperimento fallì e Jefferson lo attribuì ad eventi bellici. Tutto ciò avveniva oltre mezzo secolo prima che noi conoscessimo la fillossera, la peronospora e
l’oidio, ecc., parassiti verso i quali la vinifera non è resistente. I fallimenti non erano
pertanto dovuti al freddo ed alle guerre, ma ai parassiti allora sconosciuti e che non si
sapevano combattere. La corrente viticola che in California ebbe successo venne dal
Messico, dove gli spagnoli erano presenti da 250 anni. Nel 1769 il francescano Junipero
Serra fondò la sua prima missione nei pressi di S. Diego ed impiantò una varietà da
seme denominata, ancora oggi, “Mission”, in onore della missione d’origine. Le missioni
si moltiplicarono in tutta la California e la viticoltura si estese soprattutto nelle aree
calde della Valle di S. Gioacchino. Solo nell’ultimo secolo ci si rese conto che la qualità
del vino si realizza nelle valli più fresche del Napa e del Sonoma, nonché a Monterey
(Costa Centrale), dove si riflette l’influenza della corrente fredda di Humbolt. La California ha poi fatto scuola con le varietà, concentrandosi su quelle internazionali di origine francese e conciando eccessivamente i vini con le barriques, copiando malamente
la tradizione francese. Ma oggi si stanno ricredendo.
Per completare l’espansione della vite nei Paesi americani occorre segnalare che nel
1772 pose le sue radici in Guatemala a Cunen e San Miguel (Sierra Zacapulas). Nel secolo XIX (1860) i francesi insediarono la Vitis vinifera in Canadà, nella Penisola di Niagara, a El Contado di Essex (Ontario Occidentale) in un clima che si rivelò avverso, ma
poi la diffusero nella Columbia Britannica (1930) dove il clima più favorevole consentì
una viticoltura di qualità. Va rammentato che la vite americana labrusca è coltivata da
alcuni secoli in queste zone, con le varietà Concord, ecc..
L’ultima viticoltura americana può considerarsi quella dell’Honduras, installata nel
1940 a S. Antonio de Oriente.
Nel 1788 la prima nave giunse in Australia e verso il 1820 si ottennero i primi vini,
tanto che nel 1822 conquistarono la prima medaglia in Inghilterra. La viticoltura iniziò
nelle zone più calde, ma poi si diresse verso sud in quelle più temperate, tanto che attualmente si coltiva la vite anche in Tasmania, posta a 40° di latitudine sud.
L’impostazione della viticoltura australiana non si discosta molto da quella nord e sud
americana e del Sud Africa, soprattutto dal punto di vista della piattaforma ampelografica. Comunque i vini sono spesso buoni ed ottimi, ma simili a tutti quelli del nuovo
mondo.
Mario Fregoni

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