I santi sauroctoni

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I santi sauroctoni
Santi Sauroctoni
con particolare riferimento a Giorgio e Giulio
Fiorella Mattioli Carcano
questo breve saggio è dedicato agli amici
Angelo Molinari, Franco Belluati e Franco Ruga...
e loro sanno perché
serpente di Genesi 1,3 ss, il tentatore per
eccellenza che persuadendo l’uomo a
disobbedire al comando divino, ne provoca il
decadimento. In effetti alcuni commentari
medievali al Genesi significano come questo
serpente dell’Eden fosse in effetti un drago e
che proprio la maledizione del Signore (che dice
“sul tuo ventre striscerai e polvere mangerai”) significò
la perdita delle ali che quel serpente-drago
aveva.
Scorrendo l’Antico Testamento li ritroviamo,
senza un nome proprio, nel libro di Giobbe
(40-41) e chiamati Behemoth e Leviathan, cioè
il mare; in Isaia si descrive il secondo come
“serpente tortuoso...abita il mare” (Is 27,11).
Meno caratterizzati sono i draghi nei Salmi. Il
Salmo 90, 13, riferendosi al Giusto, protetto da
Dio, recita “camminerai sull’aspide e sulla vipera /
calpesterai il leone e il drago”. La negatività della
figura del drago sembra però attenuata nel
Salmo 148,7 quando recita: “creature tutte della
terra, draghi della terra e dei mari, lodate il Signore”.
Il drago è comunque simbolo del demonio.
Sant’Agostino, in particolare nei commenti che
fa ai Salmi, definisce il drago come l’immagine
di Satana, il nostro antico nemico, il traditore.
In realtà il drago, soprattutto nell’agiografia alto
medievale è la forza della natura. I testi sacri
che, come dicevo, si rifanno ampiamente alla
Sacra Scrittura trovano poi un vuoto all’interno
dei Vangeli, dove il drago non compare, ma fa il
suo ritorno nella sua più importante
rappresentazione nell’Apocalisse ed è il “draco
rufus” il drago con sette teste sconfitto dalla
donna vestita di sole. Questo è il drago che la
Chiesa, la Chiesa istituzionale, la Chiesa dotta,
la Chiesa dei chierici, porta avanti nelle
leggende di alcuni santi e, non solo, nelle
rappresentazioni.
Le leggende dei santi che nella loro vita si
incontrano coi draghi sono moltissime e in
effetti sono molte volte un rimando all’incontro
fra il Male (inteso anche come forza avversa
della Natura) rappresentato dal drago e il “vir
Dei”, quella persona che è collocata tra l’umano
e il divino, che appartiene alla storia e alla
Una riflessione a tutto campo sulla figura del
drago porta all’immediato ed evidente riscontro
sulla duplicità di significato e di ruolo che
l’immaginario, la tradizione e la letteratura
attribuiscono a questo personaggio. Egli per
alcune culture può essere simbolo e apportatore
di positività, per altre di negatività e, addirittura,
essere rappresentatività tangibile del Male per
eccellenza.
Questa è, in una lettura generale, la figura del
drago nell’ambito del Cristianesimo, e in
particolare
all’interno
della
letteratura
agiografica, cioè quella che narra la vita dei
santi, e nella fattispecie di quei santi che si
impegnarono contro questo personaggio
simbolo del Male, e che sono detti sauroctoni,
cioè uccisori di draghi. Ma il termine per sé non
è del tutto corretto, infatti anche all’interno di
questo discorso che io andrò a condurre, un po’
a volo di drago, troveremo che l’incontro santodrago sarà raramente un incontro cruento, se
non per quello che l’iconografia, in particolare
la pittura, ci hanno consegnato, ma non
all’interno dei testi agiografici. Fatta comunque
la dovuta eccezione per l’iconografia
teologicamente corretta della Madonna che
schiaccia col piede la testa del drago-serpente.
Siccome il fondamento di ogni vita di santo è
comunque la Sacra Scrittura, è opportuno
segnalare come la figura del drago-serpente, è
comunque abbastanza confusa anche all’interno
dell’Antico Testamento, ma sia significata con
una valenza in genere negativa.
Infatti il drago si collega con la
rappresentazione di Lucifero, l’angelo ribelle
precipitato
all’inferno
e
imprigionato
dall’arcangelo Michele nelle viscere della terra,
ma che talvolta, passando dalle caverne, esce di
nuovo sulla terra per insidiare gli uomini.
Nell’Antico Testamento i draghi, o meglio i
serpenti-drago sono numerosi. Primo fra tutti il
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metastoria: il santo, che sempre sta tra noi e il
metafisico.
Nella prima parte del medioevo, quindi grosso
modo fino al VI–VII secolo, incontriamo
parecchi santi che sul loro cammino, per poter
dare atto della loro virtù, hanno la necessità di
incontrare questa forza così potente e così
rappresentativa di Satana, del Diavolo, che
secondo il significato greco del termine, è “colui
che divide”, che separa l’uomo dal suo
Creatore.
Il più antico drago che compare nella vita di un
santo è forse proprio quello di Giorgio, una
leggenda che recuperiamo attraverso varie fonti
medievali. La più importante è naturalmente la
Legenda Aurea di Iacopo da Varagine, redatta
nella seconda metà del sec. XIII, che è una
narrazione certo molto tarda rispetto agli
accadimenti narrati.
Secondo la «prima» leggenda e i successivi
ampliamenti, fin dalla concezione San Giorgio è
predestinato a grandi cose; la sua nascita porta
grande gioia ai genitori Geronzio, persiano, e
Policronia, cappadoce, che lo educano
religiosamente fino al momento in cui entra nel
servizio militare. La data della nascita sembra
doversi fissare verso il 280 tenendo presente la
data della morte (303) La sua professione di
militare sembra derivare dalla identificazione
con il tribuno che strappò l’editto di Galerio
contro i cristiani in Nicomedia. Il martirio
avviene sotto Daciano imperatore dei Persiani
(che però in molte recensioni è sostituito da
Diocleziano, imperatore dei romani), il quale
convoca settantadue re per decidere le misure
da prendere contro i cristiani. Giorgio di
Cappadocia, ufficiale delle milizie, distribuisce i
beni ai poveri, e davanti alla corte si confessa
cristiano; all’invito dell’imperatore di sacrificare
agli dei si rifiuta ed iniziano le numerose e
spettacolari scene di martirio. Egli viene
battuto, sospeso, lacerato e gettato in carcere,
dove ha una visione del Signore che gli predice
sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre la
resurrezione; quindi ha la meglio sul mago
Atanasio che si converte e viene martirizzato.
Tagliato in due con una ruota irta di chiodi e
spade Giorgio risuscita convertendo il magister
militum Anatolio e tutte le sue schiere, che
vengono passate a fil di spada. A richiesta del re
Tranquillino, il santo risuscita diciassette
persone morte da quattrocentosessant’anni, le
battezza e le fa sparire; entra in un tempio
pagano e con un alito abbatte gli idoli.
L’imperatrice Alessandra si converte e viene
martirizzata;
l’imperatore
lo
condanna
nuovamente a morte, ed il santo, prima di
essere decapitato, implora da Dio che
l’imperatore ed i settantadue re siano inceneriti;
esaudita la sua preghiera Giorgio si lascia
decapitare promettendo protezione a chi
onorerà le sue reliquie.
La leggenda della fanciulla liberata dal drago per
opera di Giorgio sorse successivamente; sembra
che il racconto di tale episodio sia nato, al
tempo dei Crociati, dalla falsa interpretazione di
un’immagine dell’imperatore Costantino che si
trovava allora a Costantinopoli. La fantasia
popolare ricamò sopra tutto ciò, ed il racconto,
passando per l’Egitto, dove S. Giorgio ebbe
dedicate molte chiese e monasteri, divenne una
leggenda affascinante la cui diffusione fu
probabilmente facilitata anche da una scena (di
cui un esemplare si trova ora al Louvre)
raffigurante il dio Horus, purificatore del Nilo,
cavaliere dalla testa di falco, con uniforme
romana, in atto di trafiggere un coccodrillo tra
le zampe del cavallo. Inoltre, la qualità dei
supplizi richiama la leggenda greca di Perseo e
di Andromeda, e la celebre storia del drago
senza il quale non possiamo immaginare la
figura del Santo, si legge con tutti i suoi
particolari nel Martirio di S. Teodoro.
La parte di leggenda relativa alla liberazione
della fanciulla liberata dal drago narrava che in
una città della Libia ci fosse un lago in cui
viveva un drago che avvicinandosi alla città
uccideva con il fiato coloro in cui si imbatteva.
Per tenerlo lontano i cittadini traevano a sorte
giovani vittime da dargli in pasto, finché toccò
alla figlia del re, che invano il padre tentò di
sottrarre al sacrificio; a questo punto intervenne
l’eroe mitologico divenuto san Giorgio nella
leggenda cristiana, egli esortò la principessa a
non temere e sfidò il drago in un terribile
combattimento in cui riuscì ad abbatterlo e a
liberare la popolazione. Egli agisce in questo
modo nel nome del Signore ed in cambio
chiede alla popolazione di convertirsi al
cristianesimo e di lasciarsi battezzare. La forza
del santo cavaliere è dunque al servizio di Dio.
La figura di San Giorgio su un cavallo bianco
che trafigge con una spada o una lancia il drago
è diventato anche un topos iconografico e il
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culto del santo cavaliere si è diffuso tanto in
letteratura quanto in arte.
A Lydda, in Palestina vi era una basilica sorta
sulla tomba di San Giorgio e compagni
martirizzati nel 284, il culto di san Giorgio si
diffonde sin dal IV secolo sia in Oriente che in
Europa. Sulla vita di San Giorgio non si hanno
notizie storicamente fondate, se non che fu un
militare originario della Cappadocia; tutto il
resto è frutto di scritti fantastici che hanno
generato leggende diventate patrimonio della
tradizione popolare, che riferisce la data del
martirio al 23 aprile.
Nel medioevo la popolarità di san Giorgio, il
cui nome non rimanda alla figura del guerriero,
in quanto è la traduzione del tardo greco
Gheorghios, derivato a sua volta da Gheorgos,
agricoltore, era cresciuta a tal punto da ispirare
una letteratura che gareggiava con quella dei
cavalieri dei cicli bretone e carolingio.
L’episodio che lo collega al drago in alcune
versioni non ha un epilogo cruento, bensì viene
collegato con il ruolo più consono allo scontro
fra uomo e drago, e cioè quello che si conclude
con l’atto di “domare il drago”, che in effetti,
quale rappresentante, come si vedrà, delle forze
della natura, non può essere ucciso. Anche
Giorgio avrebbe reso il drago mansueto al
punto che la principessa lo conduceva legato
con la propria cintura a guisa di guinzaglio,
come un animale da compagnia.
Ma in genere l’iconografia rappresenta
l’episodio di San Giorgio e il drago con un
epilogo di uccisione del drago. Forse nessun
santo ha riscosso tanta venerazione popolare
quanto S. Giorgio e a testimonianza di ciò vi
sono le innumerevoli chiese dedicate al suo
nome: a Gerusalemme, a Gerico, a Beiruth, a
Costantinopoli. Anche in Italia il culto di
S. Giorgio fu assai diffuso. A Roma Belisario
(ca. 527) affidò alla protezione del santo la
porta di S. Sebastiano e ai due santi insieme è
dedicata la chiesa al Velabro.
Circa il patrocinio di San Giorgio ricordiamo
ancora come il santo sia stato scelto come
speciale patrono sia dai militari che dai cavalieri
e venne pertanto rappresentato in piedi con lo
scudo o la lancia o anche a cavallo con la lancia
mentre trafigge il drago, salvando la principessa
destinata al sacrificio. Questo legame con il
mondo militare lo rese particolarmente caro ai
cavalieri medievali e in particolare al mondo
longobardo perché è il mondo dei guerrieri. Tra
l’altro Casale Corte Cerro, luogo la cui la chiesa
è dedicata a Giorgio, è sita nella corte di Cerro,
che fu terra legata al mondo longobardo. Infatti
tale era l’ascendenza dei signori di Cerro, legati
ai conti Biandrate, a loro volta discendenti dagli
Anscarici che erano di stirpe longobarda.
Questo rafforza il riscontro che con molta
frequenza appare fra la scelta e il radicarsi di un
tipo di culto, un preciso indirizzo di
affidamento a un particolare titolo, sia esso
divino, che mariano, che santoriale. Noi ci
troviamo in presenza, proprio in questo luogo,
di un culto dedicato ad un santo antico:
difficilmente una dedicazione di questo tipo
avverrebbe dopo il Concilio di Trento.
L’incontro fra il santo e il drago, come si è
detto, avviene per moltissimi altri santi che in
genere sono detti sauroctoni, termine generico
usato per “uccisori di drago”, ma che in verità
sono quasi sempre domatori di draghi.
Quindi Giorgio, con questa sua prerogativa,
attraversa tutta la storia dell’immaginario
dell’occidente medievale, per la figura di
cavaliere soprattutto, per questo voler difendere
la situazione di debolezza di una persona: ma
non è il solo.
Prima di arrivare a san Giulio, ritroviamo altri
santi che si collegano addirittura ad una
presenza che non è una realtà terrena, ma
ultraterrena: quella dell’arcangelo Michele, che è
il primo se vogliamo, al di là del racconto di San
Giorgio, che scaccia agli inferi Satana=drago=
serpente = “colui che divide”, il nostro nemico,
come dice l’Apocalisse, l’antico nemico.
Quindi il culto micaelitico, di san Michele
Arcangelo, strettamente si collega a volte col
culto di altri santi e ne esiste tutta una serie
collegata al monte Gargano, tutta una serie di
santi sauroctoni nella fascia tra il Lazio e
l’Umbria, strettamente connessi a quell’altro
fenomeno tipico del culto micaelitico,
rappresentato della stilla, cioè l’acqua che
gronda dalla grotta dedicata all’arcangelo e che
ha poteri taumaturgici, situazione collegata al
racconto evangelico in cui si narra di una
piscina dove si potevano portare i malati, e dalla
quale talora essi uscivano risanati, perché
passava un angelo ad immergere l’ala in
quell’acqua e la benediceva.
Questo collegamento con il tocco d’ala
dell’angelo, identificato con Michele (Michele,
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“forza di Dio”) si collega ai luoghi micaelitici,
Gargano, Mont Saint-Michel, la Sacra di San
Michele, laddove sempre troviamo luoghi con
grotte che stillano acqua che ha poteri
taumaturgici e poteri anche di scacciare demoni,
serpenti, draghi e quant’altro.
Un altro esempio molto antico di incontro fra
un uomo di Dio e un drago è contenuto nel
racconto riferito a san Silvestro papa, il primo
pontefice romano che esercitò il suo ministero
liberamente: infatti durante il regno di
Costantino si stabilì un accordo politico tra il
capo dei cristiani e l’imperatore, quindi la
religione cristiana non fu più costretta ad essere
vissuta e praticata nella clandestinità, non tanto
nelle catacombe, che sono stati sempre luoghi
di sepoltura e non di culto, quanto piuttosto
presso alcune case dove la fede in Cristo poteva
esprimersi nella forma cultuale. Anche papa
Silvestro ha scacciato dal Tevere un grosso
mostro che terrorizzava la città.
Lo stesso accade, secondo il racconto che ce ne
fa Venanzio Fortunato, uno scrittore latino del
VI secolo, nella vita di Marcello. Anche
l’episodio di Marcello, vescovo di Parigi (la cui
vita fu fatta scrivere a Venanzio Fortunato
proprio dal successore di Marcello, Germano) è
collegato con una situazione di paura e pericolo.
Esisteva un drago, nei sobborghi di Parigi, che
usciva da un sepolcro e col suo fiato mefitico
appestava, ammorbava, creava malattie.
Marcello, così come Silvestro, doma questo
drago e lo scaccia.
Il racconto di Venanzio Fortunato è molto
suggestivo dal punto di vista letterario, infatti
egli narra che con il bastone episcopale
Marcello tocca leggermente il drago e questo
immediatamente diventa un buon animale
domestico. Addirittura gli pone la stola sulla
testa e il drago si lascia condurre fuori dalla
vallata paludosa dove era insediato.
Tutta una serie di santi sauroctoni umbri,
studiati da Mario Sensi, sono collegati con zone
paludose: i draghi, nella letteratura agiografica
sono forse solo all’apparenza simbolo del Male,
il combattimento in effetti vede il prevalere
dell’uomo di Dio, ma più sulle forze della
natura che il drago rappresenta e, in senso
traslato, con la deificazione che delle stesse il
non cristiano ne faceva. In questa visione ben si
comprende perché il drago diventa alla fine
sempre un essere che non viene ucciso, ma
domato, addomesticato, mandato da qualche
parte dove non poteva nuocere, così come
l’intervento del lavoro umano giungeva a
bonificare le paludi, arroncare terreni,
conquistare nuovi spazi alla natura (opera
sovente dovuta ai monaci) e, nel contempo il
cristianesimo prendeva posizione rispetto alle
forme di religione locali precedenti.
Ma che cos’era allora questo drago? Era
veramente simbolo di Satana, di tutto quello
che l’Apocalisse ci racconta e l’immagine che
nei testi agiografici una Chiesa dotta ci vuole
dare? O è invece la trasposizione di una lotta
che sempre e comunque avviene fra delle forze
preesistenti e una forza nuova che si vuole
immettere? E allora possiamo leggere la lotta
fra il santo e il drago come episodio di
rifondazione di un luogo con un altro tipo di
culto: è il caso di Giulio ma non solo. È il caso
dell’isola Gallinara, con Ilario. Anche Ilario,
come san Giulio, scaccia dei serpenti dall’Isola
Gallinara. Non li manda via, li manda a vivere
in un luogo determinato, confinato: si dividono
in definitiva due territori. E questo è veramente,
se vogliamo, il racconto allegorico di situazioni
che davvero sono avvenute. L’impianto del
cristianesimo non avviene sul nulla. La gente
che si converte al cristianesimo aveva già
comunque una sua religione, una sua sfera di
sacralità e di sacertà e allora si arrivava alla
coesistenza, come alla Gallinara, o alla
rifondazione totale, come nel caso dell’Isola di
San Giulio
Non riferisco il racconto di san Giulio peraltro
molto noto: significo soltanto che ci troviamo
di fronte ad un testo molto antico, la cui prima
versione a noi giunta è dell’VIII secolo, quindi
andiamo molto indietro nel tempo. La Vita di
Giulio, così emblematica sia come testo
agiografico sia per i suoi rimandi simbolici e i
“segnali” storici, andrebbe maggiormente
studiata, o meglio fatta conoscere, infatti
contiene al suo interno dei dati che rimandano
all’archeologia, alla filologia, all’epigrafia.
Nel caso di Giulio e della sua fondazione
religiosa sull’isola, e all’evangelizzazione del
Cusio siamo di fronte ad un’evangelizzazione
precoce delle zone extra urbane che viaggia
separata da un potere centrale, che potrebbe
essere quello metropolita di Milano, e che ha
radici più antiche o perlomeno coeve con
l’evangelizzazione del Novarese.
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Giulio è un personaggio storico: infatti
l’incrocio degli studi interdisciplinari, compreso
lo scavo archeologico, ci porta a concludere che
in quel tempo, alla fine del IV secolo, è davvero
esistito qualcuno che è stato in questo luogo e lì
ha operato una fondazione cristiana.
Sono ormai dati tanto consolidati che ci
portano sicuramente a dire come Giulio è
arrivato lì e perché. Il perché credo sia ormai
stato scoperto da Réginald Grégoire: Giulio è
un cappellano militare, che si muove al seguito
dell’esercito bizantino. Infatti la vita di Giulio lo
dice chiaro, egli parte con un rescritto di
Teodosio che gli impone di andare, battezzare e
fare cosa? Estirpare l’eresia ariana. All’interno
dell’esercito si era diffusa ampiamente questa
eresia, che era la più famosa dei primi secoli del
cristianesimo: i seguaci del prete Ario non
riconoscevano la coesistenza in Cristo della
doppia natura divina e umana. Questa eresia si
era grandemente diffusa nell’esercito e continuò
per molto a caratterizzare grandemente
l’esercito. È molto più semplice credere ad un
dio solo umano, piuttosto che ad un dio misto
divino umano. L’eresia ariana che è poi
diffusissima nel mondo barbarico e nel mondo
longobardo, fino all’imposizione della volontà
conciliare voluta da Teodolinda.
Ecco che allora il serpente è simbolo del male:
in questo caso sia il paganesimo, sia
l’arianesimo. L’isola doveva certamente essere
sede di un luogo di culto precristiano, infatti la
connotazione naturale dell’isola la porta ad
essere luogo di sacralità per eccellenza. Il luogo
sacro ha come sua peculiarità il fatto di essere
isolato, recintato: la separazione reale del luogo
sacro è simbolo precipuo della separazione
ideale fra il mondo e il luogo dove si manifesta
la ierofania, luogo dove l’uomo può sentirsi
vicino al divino. Ogni luogo sacro è un luogo
recintato: da un’isola, ad una montagna sacra,
un sacro monte; è un luogo che ha dei precisi
confini. Del resto Isaia lo scrive “metti dei confini
al monte – dice il Signore – e ne farò la mia casa”.
Quindi “Fa di me altro dal mondo”. E’ legittimo
pensare per l’isola ad una presenza di sacralità,
almeno di un bosco sacro, così isolato, ma
presente all’interno di che cosa? Del lago che è
una delle simbologie più grandi di tutti i tempi.
Il lago come “occhio della terra” attraverso cui i
defunti possono ancora vedere questo mondo.
Ecco questi collegamenti, con culti sicuramente
preesistenti e con quella che era la missione di
Giulio: estirpare i serpenti del dubbio e
dell’eresia, che sono collegati con il mondo
pagano e con il credo ariano.
Giulio naturalmente diventa poi il santo
patrono del luogo, così come avvenne per
Marcello. A Parigi poi, in epoca illuminista ci fu
un tentativo di rendere per così dire tangibile il
combattimento col drago, creando un “reperto”
costituito da un animale impagliato posto nella
chiesa di san Marcello. Anche all’isola si
mostrava ai devoti pellegrini, una vertebra di un
serpente scacciato da Giulio. E’ la necessità di
dare una “prova” di qualcosa che sfugge,
perché è più nella fantasia che nella reale
dimensione.
Abbiamo parlato dei santi sauroctoni fino
all’alto Medioevo.
Ma cosa diventano dopo il 1300? Diventano
soprattutto santi, che continuano a liberare una
palude da una situazione, collegata con la
malaria, con malattie del tipo anemia
mediterranea. Diventano risanatori naturali del
luogo e scacciando quella malattia, quella febbre
che è identificata nell’azione malefica del drago
e soprattutto nel suo alito appestatore.
E ancora, se vogliamo fare un ulteriore passo di
collegamento, accanto ai santi sauroctoni ci
sono le sante sauroctone, la più famosa è
naturalmente santa Marta con la sua Tarasca. Il
culto provenzale di Marta, collocato nella città
di Tarascona, che appunto ricorda nel nome il
mostro domato da questa santa, personaggio
evangelico, sorella del resuscitato Lazzaro, e che
la tradizione vuole approdata dopo un
avventuroso viaggio assieme alle altre Marie,
nella Camargue, ha grande diffusione nel
Novarese, e la sua rappresentazione iconica è
sempre unita alla raffigurazione di questo
rettile, che potrebbe essere stato, secondo
alcune interpretazioni, un coccodrillo sfuggito
dai circhi romani della tarda romanità, quando
vi era l’uso di animali mostruosi nei circhi.
Anche Marta doma la sua Tarasca buttandole
addosso dell’acqua santa e poi prendendosela al
guinzaglio.
Nel Cusio, fra l’altro, abbiamo una vasta
rappresentazione iconica di Marta con le più
diverse, e improbabili, Tarasche nate sia dai
modelli che circolavano, sia dall’agile fantasia
del pittore: in Valle Strona una Tarasca al
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guinzaglio di Marta non ha le caratteristiche di
un sauro, ma di un cane arrabbiato. Si vede che
per quel pittore un drago poteva essere anche
un cane arrabbiato, terribilmente arrabbiato...
Ricordo che nel culto di Giulio rimane il suo
legame con i draghi, anche in una delle sue
caratteristiche taumaturgiche, cioè quella di
scacciare i demoni. Sappiamo che Giulio è un
grande scacciatore di demoni e tutto il
Medioevo è pervaso da questi viaggi all’Isola di
San Giulio per condurvi gli indemoniati, di cui
si hanno memorie ad esempio nei graffiti: uno
di essi annota che nel 1523, per intercessione di
Giulio fu liberata una donna ossessa di
Borgomanero.
Per di più negli atti di visita della fine del
Cinquecento noi troviamo descrizione di una
gabbia per gli indemoniati. Colui che arrivava
all’isola in preda alla possessione – forse era
solo un malato di nervi, un isterico – veniva
messo in questa gabbia di legno, perché non
nocesse, collocato presso il cenotafio di Giulio
attendeva che il preposito, cioè il capo del
Capitolo isolano andasse a benedirlo ed
esorcizzarlo: per questo suo servizio il religioso
non poteva accettare alcun denaro.
Nella liturgia il drago divenne anche un attrezzo
liturgico. Nella vita di San Marcello sono
descritte le spire del drago e quando viene
ammansito egli “fa le feste” al santo,
scodinzolando, perché la coda è il luogo dove è
insita la forza del drago. Diventa molto
mellifluo nei confronti del santo, fa quasi “le
fusa”.
Ecco quindi che il ricordo di questo Satana che
poi alla fine la Chiesa deve ridurre all’impotenza
– perché l’Apocalisse stessa ci dice che alla fine
dei tempi la donna vestita di sole lo schiaccerà
definitivamente (ecco tra l’altro il ruolo della
Madonna come grande sauroctona, insieme alle
sante Marta, Cristina di Bolsena, Margherita
d’Antiochia, ma quante altre donne scacciatrici
di draghi!) – prende forma in un attrezzo
liturgico usato durante le rogazioni, cioè
l’antichissimo rito, che vede le sue origini nel V
secolo nella diocesi di Vienne in Francia, atto a
invocare Dio, la Vergine e i Santi con formule
propiziatorie e richieste di liberazione da ogni
tipo di male, affinché proteggano il territorio e
le campagne e qui con scopi soprattutto
propiziatori per la fertilità, ma anche di
liberazione.
Chiamato anche “uccellaccio”, il drago delle
rogazioni, che si può trovare anche all’isola di
San Giulio, aveva una specifica funzione
all’interno
dell’apparato
liturgico,
che
comunque sempre è un grande apparato
scenico.
Il drago veniva utilizzato appunto nelle
rogazioni, cerimonie propiziatorie della natura
che venivano fatte proprio in primavera, nel
periodo tra san Giorgio e san Marco, in cui si
richiedeva l’intervento di tutte le potenze
perché ci fossero buoni raccolti, piogge
opportune e si impetrava affinché “a peste, bello,
malo, libera nos Domino”.
Questi riti svolti in forma
processionale
duravano tre giorni ed erano sempre
accompagnati dal drago processionale, che
veniva collocato in tre punti diversi della
processione e in tre situazioni diverse.
Il primo giorno se ne andava baldanzoso, a
capo della processione, con la famosa coda
dritta e la bocca piena di fiori (a Parigi
addirittura venivano buttati dolci e fiori nella
bocca di questo drago che era in vimini, mentre
i nostri sono di metallo).
Il secondo giorno era collocato a metà della
processione, ed aveva un aspetto meno fiero,
procedendo con la coda allineata al corpo,
adorno di pochi fiori
L’ultimo giorno, quello del trionfo di Cristo
sulle forze del male, il drago chiudeva il corteo,
con la coda a penzoloni, l’aspetto mogio e la
bocca aperta priva di fiori.
Ma il collegamento tra Giorgio, il drago e i miti
e i riti della primavera non è del tutto
scomparso, perché la festa del santo è collegata
ad un ritorno della primavera al punto che in
alcune aree particolari, a tutt’oggi in certe aree
della Dalmazia e dei Balcani, è proprio la festa
di san Giorgio che dà l’avvio alla primavera. In
quell’occasione si prende un albero, lo si riveste
di verdi fronde, lo si porta tutto intorno, mentre
i giovani lo accompagnano: si vuole così
simboleggiare la continuità della vita.
Questo albero è chiamato “il Verde Giorgio”.
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