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GENITORI IN RETE
PER UN’ALLEANZA EDUCATIVA
Scuola San Carlo – via Trento,3 Inverigo (CO) - Dottor Luigi Ballerini
Martedì 25 gennaio 2011 ore 21.00
«Da 6 a 10 anni: i desideri più veri dei nostri bambini che cosa
chiedono a noi adulti?»
Inizio sottoponendovi alcune frasi:
 “c’è una fatica fuori di me che non mi fa lavorare”
 “sono stato vicino a Monica perché mi sono accorto che è molto triste”
 “mi piace andare a letto, anche se non ho tanto sonno perché così medito e a me piace
meditare”
 “che brutte cose che succedono nel mondo”
Sono tutte frasi di bambini, ma potrebbero essere dette da ciascuno di noi, anzi, forse, qualcuno di
noi non sarebbe più capace di dirle.
In particolare, la frase “c’è una fatica fuori di me che non mi fa lavorare“ che mi ha detto un
bambino che mi viene a trovare nel mio studio medico, mi ha colpito molto perché è una frase
adulta. Così come una frase adulta è “sono stato vicino a Monica perché mi sono accorto che è
molto triste”
Vorrei partire da qua perché vorrei porre la questione di chi è il bambino.
Io sostengo che il bambino è colui che pensa già bene: pensa e pensa bene! Sa anche che dovrà
aspettare per diventare grande, ma lui è già grande, ma sa avere anche pazienza.
Quindi il bambino pensa, pensa bene, sa che diventerà grande e sa anche che deve aspettare per
diventare grande. Il pensiero è uno: non c’è il pensiero del bambino ed il pensiero dell’adulto.
Adesso c’è l’idea che ci siano tanti pensieri, come il pensiero femminile, maschile, il pensiero
adulto e cose simili. Non è vero il pensiero è uno ed è lo stesso nel bambino e nell’adulto.
Dobbiamo chiarire subito: o i sacramenti della confessione e della comunione sono una bufala o la
chiesa ritiene che i bambini siano imputabili dall’età di nove anni, perché è da quest’età che i
bambini fanno la prima confessione. Mentre per lo stato riconosce che i soggetti sono imputabili a
diciott’anni, con una imputabilità parziale prima, per la chiesa la responsabilità inizia a nove anni,
quindi, o qualcuno si è bevuto il cervello, o è una farsa, quindi facciamo la sceneggiata per cui
mandiamo in bambini nel confessionale per cui imparano chissà che cosa, oppure è vero che un
soggetto di nove anni è in grado di giudicare se il suo comportamento è a favore o a sfavore del
suo benessere ossia il bambino è in grado di giudicare se ha peccato oppure no, perché quello
che gli viene chiesto è di essere in grado di giudicare se quello che ha compiuto, pensato o
omesso, con un lavoro intellettuale molto sofisticato, è stato a favore del suo interesse oppure no.
Forse la chiesa (e questo vale per chi ha interessa per questa posizione ma anche per chi non ha
interesse e può mantenere una ipotesi per una verifica culturale) è rimasta l’unica a tenere uno
sguardo preciso sul bambino, ritenendolo imputabile per i suoi atti a nove anni.
Quindi: non un frugoletto tanto tenero, un contenitore vuoto da riempire, ma un bambino che
pensa, pensa bene e sa gi
udicare i suoi atti così come sa giudicare gli atti degli altri.
I bambini ci guardano e ci giudicano.
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GENITORI IN RETE
PER UN’ALLEANZA EDUCATIVA
Ho letto uno studio dell’associazione americana degli psicologi che hanno preso in esame alcune
famiglie in cui il papà ha perduto il lavoro; hanno intervistato i papà i quali hanno dichiarato, nella
misura del 80-90%, di essere sotto tensione ma anche di essere molto bravi e capaci di contenere
la tensione e di non trasmettere la situazione di disagio che stanno vivendo. Hanno quindi
intervistato i figli, i 2/3 dei quali ha detto che era preoccupato per i papà perché il papà era
preoccupato. Quando ho letto questo studio mi è sembrato interessante; poi mi è accaduto che un
ragazzo dei 10 anni, in studio, mi ha detto: “il mio papà alla mattina si sveglia sempre nervoso”. Il
papà mi aveva precedentemente informato di aver perso il lavoro da qualche mese, ma di non
aver detto niente in casa.
Ho quindi chiesto al bambino di motivare, secondo lui, questa situazione del papà. La risposta è
stata “non so perché il mio papà è nervoso, però c’è qualcosa che lo preoccupa”.
I nostri bambini ci guardano, ci giudicano e formulano ipotesi.
Un altro caso.
Un ragazzo di dodici anni era in compagnia della mamma che, incontrando una sua amica si è
sentita dire: “il mio bambino si è fatto la fidanzatina”. Immediatamente questa è stata la risposta
della prima mamma: “al mio Luca queste cose non interessano”. Luca, il bambino in questione, mi
ha detto in studio: “ma come fa mia mamma ad essere così stupida da pensare che non mi
interessino le ragazze?”.
Gli ho risposto: “porta pazienza perché a volte le mamme fanno fatica a pensare che i propri figli
crescano; aiutala tu, anche attraverso il tuo comportamento, a far capire che non sei più un
bambino”.
Questa mamma era ben lontana da comprendere la crescita del figlio.
Il bambino non è quello che pensiamo noi: il bambino pensa, ci ascolta, giudica e desidera e,
soprattutto, il bambino non è il bambino ideale.
Chi è il bambino ideale?
Il bambino ideale è quello che abbiamo in testa noi e spesso incarna quello che noi non siamo
riusciti a realizzare oppure quello che siamo riusciti a realizzare e che abbiamo paura di perdere.
In ogni caso il bambino ideale diventa un termine di paragone che è una fregatura perché qualsiasi
bambino reale paragonato ad un bambino ideale è perdente.
In studio incontro numerosi casi di confronto tra bambino reale e bambino ideale: il papà che è
scontento della figlia perché è troppo esuberante, e la vorrebbe più a modo e più educata; il papà
che si lamenta della figlia timida che non sa stare con gli altri e la vorrebbe… Insomma: la voglio,
cioè il bambino ideale che abbiamo in testa. Tanto più abbiamo in testa il bambino ideale e tanto
più nostro figlio sarà fregato perché la competizione è impossibile.
Soprattutto il bambino ideale è quello che desidera quello che vogliamo noi.
Ciascun genitore dovrebbe stampare ed appendere il discorso di S. Ambrogio fatto nel IV secolo:
“L'educazione dei figli è impresa per adulti disposti a una dedizione che dimentica se stessa:
ne sono capaci marito e moglie che si amano abbastanza da non mendicare altrove l'affetto
necessario. Il bene dei vostri figli sarà quello che sceglieranno: non sognate per loro i vostri
desideri. Basterà che sappiano amare il bene e guardarsi dal male e che abbiano in orrore la
menzogna.
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PER UN’ALLEANZA EDUCATIVA
Non pretendete dunque di disegnare il loro futuro: siate fieri piuttosto che vadano incontro al
domani di slancio anche quando sembrerà che si dimentichino di voi: non incoraggiate
ingenue fantasie di grandezza, ma se Dio li chiama a qualcosa di bello e di grande, non siate
voi la zavorra che impedisce di volare.
Non arrogatevi il diritto di prendere decisioni al loro posto, ma aiutateli a capire che decidere
bisogna e non si spaventino se ciò che mano richiede fatica e fa qualche volta soffrire: è più
di mille raccomandazioni soffocanti, saranno aiutati dai gesti che videro in casa: gli affetti
semplici, certi ed espressi con pudore, la stima vicendevole, il senso della misura, il dominio
delle passioni, il gusto per le cose belle e l'arte, la forza anche di sorridere.
E tutti i discorsi sulla carità non mi insegneranno di più del gesto di mia madre che fa posto
in casa per un vagabondo affamato, e non trovo gesto migliore per dire la fierezza di essere
uomo di quando mio padre si fece avanti a prendere le difese di un uomo ingiustamente
accusato. I vostri figli abitino la vostra casa con quel sano trovarsi bene che ti mette a tuo
agio e ti incoraggia anche ad uscire di casa, perché ti mette dentro la fiducia in Dio e il gusto
di vivere bene.” [S. Ambrogio.]
A quel tempo, quarto secolo, la psicologia non era ancora stata inventata e non era stato inventato
il bambino ideale ma S. Ambrogio aveva ben in mente il problema: “non sognate per loro i vostri
desideri”.
Guardare il figlio come un bambino ideale lo mette in difficoltà, perché per crescere sano deve
essere certo di piacere al suo papà ed alla sua mamma.
Spesso noi restituiamo altro: non mi piace come cammini, come ti vesti, cosa ti interessa e così
via.
La difficoltà di accettare che il bambino abbia un suo desiderio e saper cercare di capire cosa sia
questo desiderio è un difficoltà che riscontro in modo diffuso.
Racconto un altro caso: un bambino tra i dieci e gli undici anni, nella fase in cui dall’interesse il
bambino sembra passare all’apatia, ad uno stato in cui sembra non avere alcun interesse. Il
bambino in questione, davanti ad un’edicola, ha chiesto alla mamma di comperargli i francobolli del
Kenia e la mamma ha risposto: “ma a cosa serve questa cosa?”.
Ci lamentiamo che nostro figlio non si interessi di nulla e, nel momento in cui alza lo sguardo
manifestando un desiderio (i francobolli del caso sopra), lo rischiacciamo nell’angolo perché il suo
desiderio non corrisponde a ciò che abbiamo in testa noi.
Magari se ci avesse chiesto di acquistare un altro libro di grammatica per esercitarsi ulteriormente
avremmo detto: “finalmente mio figlio sta diventando come voglio io”.
Ma di fronte alla negazione della mamma ci vorrà del tempo perché il bambino possa esprimere un
desiderio perché in quell’istante egli ha pensato: “ho sbagliato a desiderare”.
Per il bambino, a differenza dell’adolescente, noi abbiamo sempre ragione, cioè la sua mamma ed
i suo papà, nella sua testa, hanno sempre regione perché ci difendono ad ogni costo. Il suo
pensiero sarà di aver sbagliato a desiderare, di aver desiderato qualcosa di sbagliato.
Spesso sono quei bambini che iniziano a chieder permesso per far qualsiasi cosa perché dubitano
di sé in quanto qualcuno li ha portato a dubitare di sé.
I bambino hanno bisogno di essere presi sul serio: i bambini detestano l’ironia.
Quanto è serio il trasporto di un bambino per una bambina? È serissimo! Perché ironizzare sulla
fidanzatina invece che prendere sul serio questa esperienza come espressione di un desiderio.
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Lo stesso vale per il gioco: quando un bambino gioca è concentratissimo, è serio, e siamo noi
adulti che la sviliamo.
I bambini prendono sul serio tutto e non sopportano che noi screditiamo con dell’ironia quello che
stanno facendo; e stiamo attenti alle parole.
Quello che facciamo a volte riusciamo a giudicarlo meglio.
Le parole ci scappano e le parole suggeriscono e danno delle idee: le parole buone danno delle
idee mentre quelle cattive fanno male. Le parole spesso sono predittive sui bambini.
Ho incontrato in studio due genitori che parlavano del figlio ma non riuscivo a comprendere il vero
problema. Dopo venti minuti, su mia insistenza, hanno dichiarato: “nostro figlio è gay”. Ho chiesto:
“sulla base di cosa dite ciò”. Apprendo quindi che questo bambino era bravissimo a giocare con le
perline costruendo braccialetti ed anelli molto belli e sofisticati. Allora ho detto loro: “perché non
pensate di avere davanti un creativo che un giorno potrà diventare un famoso designer
internazionale di gioielli di lusso?”.
Quello che dicono il papà e la mamma nella maggior parte dei casi diventa predittivo, stiamo
attenti a quello che diciamo, come, per esempio: “tu sei quello che non studia”, “a te non piace
studiare”, “a te non piace il sugo”.
Questi sono i “sempre predittivi”, cioè quello che noi diciamo dobbiamo tener presente che,
spesso, si realizza nel bambino e, soprattutto, dobbiamo tener presente che spesso mettiamo i
ragazzi su una linea retta costante nel tempo: “se adesso è così quando sarà alle medie sarà
peggio!”.
Sono anche sicuro che quello che vi sto per dire vi scandalizzerà: i bambini hanno sempre ragione.
Quando non li capiamo, quando non ci piacciono, è il momento in cui ci stanno dicendo qualcosa. I
capricci esistono solo quando noi li nominiamo così. Pensate alla differenza tra dire “stai facendo i
capricci” e dire “che cosa mi stai chiedendo”. Noi ci fermiamo al modo con cui il bambino sta
chiedendo e, siccome è irritante, lo definiamo capriccio e non entriamo nel merito di quello che
veramente ci sta chiedendo.
Il problema del capriccio è che noi non ci chiediamo che cosa veramente ci sta chiedendo.
Pensate alla diversità di posizione: questo bambino cosa mi sta chiedendo?
È davvero diverso guardare ai bambini sapendo che pensano, che hanno dei desideri e che
essenzialmente vogliono essere felici e che, come noi, cercano di arrivare a sera cavando la pelle
e, a volte, usano dei mezzi, che noi chiamiamo capricci, che non comprendiamo.
Stiamo attenti anche ai castighi che, molte volte, sono delle vendette.
Siccome non sei stato bravo ti punisco togliendoti qualcosa che ti piace.
Primo caso: hai portato a casa una pagella che non mi soddisfa e quindi ti tolgo la playstation
perché so che ti piace.
Secondo caso: hai portato a casa una pagella che non mi soddisfa e quindi ti tolgo la playstation
perché ti sta portando via il tempo che dovresti dedicare allo studio.
Pensate alla differenza tra i due casi dove, nel primo infierisco sul bambino e nel secondo cerco
una soluzione rispetto ad un problema. Non vai più a calcio, ma può darsi che l’allenamento sia
l’unico punto in cui si trova bene, si sfoga, ha ammirazione per l’allenatore…
Stiamo sempre attenti a considerare quello che lui desidera e stiamo sempre attenti a non sottrarlo
ai rapporti che sono importanti.
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PER UN’ALLEANZA EDUCATIVA
Io sostengo che non esistono bambini cattivi ma esistono bambini incattiviti che sono quelli che
imparano da noi una forma di rapporto, basata su azione-reazione, per cui iniziano a pensare che
il loro modo di stare con l’adulto sia fare quello che all’adulto piace obbligandoli a perseguire certi
meccanismi, come, per esempio, a farci arrabbiare per verificare che reagiamo nello stesso modo:
hanno imparato che, per stare con noi, devono farci arrabbiare assumendo questo come forma
abitudinaria del rapporto. Ma come adulti, qualche volta, dobbiamo sorprenderli ossia non farci
trovare nel posto dove loro si aspettano di trovarci.
Vi leggo un esempio di bambino anormale prendendo spunto dal libro “I miei primi 79 anni” di
Stern Isaac e Potok Chaim: “ho spesso spiegato che sono diventato un grande musicista non
perché un giorno sono tornato a casa da un concerto supplicando di avere un violino: il mio amico
suonava il violino e perciò lo volevo suonare anch’io […] al conservatorio sono stato riconosciuto
come un talento eccezionale […] il desiderio dei miei genitori era che io diventassi un buon
musicista ma il successo non era il loro principale obiettivo: ciò che desideravano era che io
potessi dare corpo alle mie potenzialità […] nel mio caso, da un giorno all’altro, diventai il mio
maestro, suonavo e volevo suonare sempre meglio, lo volevo perché incominciavo a trarre piacere
dalle mie capacità […] fu il momento in cui le cose cambiarono: quando iniziai a scoprire ciò che
ero in grado di fare ed ebbi la percezione di ciò che avrei potuto fare, da allora non ebbi più
bisogno che mi si richiamasse all’esercizio”.
Vi lascio come consegna questi quattro verbi: sostenere, incoraggiare, confortare e difendere.
 Sosteniamo i loro passi ed i loro tentativi di affrontare il reale;
 Incoraggiamo la loro iniziativa nel reale con i compagni e con gli altri adulti, favoriamo i rapporti
con le famiglie, con gli insegnanti; non siate genitori invidiosi che pensano che il bene passa
solo attraverso sé; aiutatelo a fidarsi di altri adulti di cui ci si deve fidare, insegnante,
catechista, allenatore; affidateli a qualcuno che ritenete autorevole;
 Non scoraggiateli e non permettete che si abbattano; “sei sempre il solito”, “sempre queste
sciocchezze”;
 Difendete il oro pensiero ed i loro desideri: i bambino hanno solo il desiderio di essere felici e di
diventare adulti felici. Stiamo attenti a non ridurre il desiderio al possesso dell’oggetto ma
dobbiamo essere coscienti che il desiderio si esprime nella realtà e può passare anche dal
possesso.
Ho fatto un lavoro analizzando alcuni programmi e canali televisivi.
La sovra-valutazione del sesso che è presente in parecchie serie televisive porta a pensare che
l’unico argomento possibile sia il sesso. Allora, far imparare a giudicare, non significa stare
accanto al figlio mentre guarda la televisione, ridicolizzando tutto, ma far capire al figlio che il
sesso non è l’unico argomento di cui parla con i suoi coetanei.
Aiutare a formulare un giudizio non vuol dire farlo sentire uno stupido perché gli interessa qualcosa
ma giudicare assieme quello lui, assieme a noi, vede.
Pensate alla differenza tra la possibilità di cogliere il loro desiderio rispetto al gesto di condannare
il comportamento.
Poniamoci sempre la domanda: “di cosa si tratta” o “cosa sta succedendo”.
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