Nascita ed evoluzione del Parlamento inglese

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Nascita ed evoluzione del Parlamento inglese
George M. Trevelyan
Nascita ed evoluzione del Parlamento inglese
Il passaggio del trono da Giacomo II a Maria Stuart e Guglielmo III d’Orange costituì certamente uno
strappo istituzionale non meno drastico dell’esecuzione di Carlo I del 30 gennaio 1649 ed è proprio in
ragione di questo che la svolta del 1688-89 può essere definita una rivoluzione. Tale cambiamento non
fu però altrettanto traumatico; non a caso la sua natura incruenta ha contribuito a caratterizzare questa
seconda come “gloriosa” rivoluzione. Ciò non toglie che la situazione determinatasi nel 1688 fosse molto
delicata e coinvolgesse importanti questioni relative alla natura del potere. Paradossale è ad esempio
il fatto che i tories, sostenitori del diritto divino dei re, accettassero di contribuire a un cambiamento
che avrebbe portato a una legittimazione del potere di natura radicalmente diversa. È questo il tema
al centro del seguente brano, tratto dal classico testo del grande storico liberale britannico George
Macaulay Trevelyan (1876-1962). In esso emerge come gli errori di strategia politica di Giacomo e, di
contro, l’accortezza mostrata da Guglielmo III abbiano contribuito a far accettare a tutto il Paese una
detronizzazione altrimenti inconcepibile.
Il 30 giugno 1688, giorno dell’assoluzione dei sette vescovi1, venne spedito in segreto un dispaccio a
Guglielmo d’Orange, che lo invitava a sbarcare in Inghilterra con forze militari, alle quali si sarebbe unito
tutto il paese, ribelle al governo di Gia­como. Non si faceva parola della corona né accenno alcuno alla
sistemazione definitiva. […] Da circa un anno o più, i capi whigs e tories, dimentichi delle antiche rivalità,
si erano segretamente consultati per la difesa dei pubblici diritti. […] In questi colloqui s’erano maturati i
piani di resistenza costituzionale generalmente adottati in tutto il paese, ma fino alla primavera del 1688
nessun’idea di una sol­levazione armata era stata presa in considerazione né a Londra né all’Aja. Ma poi
le cose precipitarono e nel giugno il processo dei sette vescovi, e più ancora la nascita del principe di
Galles2, persuasero gli spiriti più audaci dei due partiti inglesi che bi­sognava fare ricorso alla forza. […]
La dottrina whig di un contratto tra re e popolo giustificava una ribellione contro quel re che violasse la
legge; e metà dei tories, capeggiati dal loro vecchio Danby3 e da Compton, vescovo di Londra, s’erano
ormai convertiti su questo punto alla dottrina whig. L’altra metà dei tories, capeggiati dall’arcivescovo
San­croft e da Lord Nottingham, non pensavano certo di unirsi alla ribellione, ma si sarebbero almeno
astenuti dal difendere con atti o con parole il re, fino a che il suo potere di nuocere non fosse stato
distrutto da altre persone meno scrupolose. […]
Si chiede sovente: perché nel 1688 i whigs e i tories cercarono l’aiuto di armi straniere? Perché in questa
loro lotta non si levarono a rivolta da buoni inglesi, come nel 1642 le Teste Ro­tonde? La loro causa era
migliore, e il paese assai meglio unito contro Giacomo II che non contro Carlo I. Perché dunque in­vitare
degli stranieri a intervenire? Il fatto che Giacomo intro­ducesse nell’esercito degli irlandesi, che gli inglesi
consideravano stranieri più odiosi degli olandesi, è una scusante, ma in se stessa non basta a spiegare
il fatto.
La risposta sta nella differenza della situazione. Nel 1642 Carlo I disponeva soltanto di quell’esercito
che aveva potuto mettere insieme con volontari lealisti; nel 1688 Giacomo teneva sul piede di guerra un
grosso esercito regolare. Nel 1642 sedeva un parlamento, come centro d’autorità intorno a cui si poteva
far capo per resistere al re; nel 1688 non esisteva parlamento4. Per suscitare e organizzare l’opposizione
a Giacomo, erano per­ciò necessari una bandiera o un capo. Occorreva quindi un esercito liberatore, e
occorreva altresì un capitano, sotto le insegne del quale tutti i gruppi dell’opposi­zione potessero marciare
con slancio. Il solo esercito utile a questo scopo era un grosso distaccamento di truppe professio­nali
della repubblica olandese (un’armata protestante poliglotta che includesse un contingente inglese, la cui
presenza avrebbe molto giovato a mitigare il senso dell’invasione straniera). E la sola persona intorno
alla quale whigs e tories si sarebbero riuniti con uguale fiducia era Guglielmo d’Orange, marito della figlia
maggiore del re. […]
Guglielmo e gli inglesi che lo invitarono comprendevano chia­ramente che l’appello al parlamento libero
era l’unico grido che potesse raccogliere insieme tutti i nemici di Giacomo, whigs e tories, la Chiesa e
i dissidenti. Qualunque prematura indiscre­zione sulla natura del regime che sarebbe seguito alla rivolta,
e soprattutto ogni accenno che Giacomo stesse per venir de­tronizzato o, viceversa, che si sarebbe
mantenuto sul trono, avrebbe diviso la nazione proprio nel momento in cui era più indispensabile l’unione.
Avrebbe aperto la strada alle discus­sioni, quando non si chiedeva che una azione rapida. L’annuncio che,
intorno a tutti gli argomenti controversi, avrebbe deciso il libero parlamento, bastava. Ma non era possibile
—1—
che un par­lamento venisse eletto liberamente e, qualora fosse eletto, avesse il potere di risolvere questioni
tanto gravi, se prima non veniva spezzato il potere militare di Giacomo. […]
Se, dopo lo sbarco di Guglielmo, Giacomo avesse avuto la sin­cera intenzione di giungere a un
accomodamento col suo po­polo, egli si sarebbe certo salvato il trono, purché avesse ab­bandonato i suoi
progetti contro la Chiesa e la costituzione5. I tories, compresi quelli sollevati contro di lui, non avevano
finora nessun desiderio di detronizzarlo. Bastava che egli con­vocasse un parlamento e ne accettasse le
decisioni. Gli altri Lord e vescovi tories riuniti a Londra lo scongiuravano di or­dinare un’elezione generale
e metter fine così a ogni rischio di guerra civile. Ma egli rispose che non avrebbe convocato il parlamento
finché Guglielmo e il suo esercito restavano nell’iso­la. Convocare un parlamento ora, lo capiva bene,
sarebbe stato rinunciare ai suoi progetti, per quanto ciò potesse salvargli il trono. […] Nella crisi che seguì
allo sbarco di Guglielmo, il re si mostrò caparbio come politico, ma fiacco e titubante come soldato. Non
volle saperne di propiziarsi i moderati né di convocare il parlamento, eppure non osò portare le truppe
in battaglia, temendo che lo potessero tradire. […] Se Giacomo avesse convocato lui il parlamento,
questo non l’avrebbe deposto. Se si fosse mostrato pronto ad abbandonare i suoi disegni e a diventare
un monarca costituzio­nale, né i whigs né Guglielmo avrebbero potuto allontanarlo dal trono. Poiché la
Chiesa e il partito tory non avrebbero mai consentito a una vera e propria deposizione, cosa che avrebbe
contraddetto apertamente alla loro dottrina del diritto divino ereditario. Soltanto una guerra civile avrebbe
potuto deporre Giacomo, e questa gli inglesi della sua generazione, edotti dal­l’esperienza dei loro padri,
erano risoluti ad evitarla. Ma Gia­como si detronizzò da sé fuggendo in Francia, e detronizzò dopo di sé i
suoi eredi inviando il principe di Galles bambino alla corte francese perché ve l’allevassero nella religione
cat­tolica. Non lasciò altra scelta ai tories se non l’adottare la po­litica whig di assegnare la corona a
Guglielmo e Maria; così la rivoluzione ebbe il suo compimento in una mutazione di dinastia. [...]
Sgombrato il campo una volta per tutte con la seconda fuga di Giacomo, il paese doveva provvedersi
di un governo. In Inghilterra non c’era nessun’autorità legale e, a meno che non si trovasse un pronto
accomodamento, dall’anarchia sarebbe nata la guerra civile. In Scozia la guerra civile era pressoché certa
in qualunque caso; l’Irlanda, fedele a Giacomo, si pre­parava a sradicare l’estrema resistenza dei coloni
inglesi del­l’Ulster; e re Luigi di Francia con le sue flotte e i suoi eserciti giganteschi aveva sposato la causa
dell’esule. In questa crisi terribile si vide agire nella sua forma migliore quell’istinto che hanno gli inglesi
dell’azione politica improvvisata. Prima di Natale, quei membri della Camera dei Lord e delle Camere
dei comuni del tempo di Carlo II che fu possibile raccogliere subito a Londra, si riunirono per deliberare
intorno alla sal­vezza del regno, e invitarono il principe d’Orange ad assumere il governo dell’Inghilterra
e a convocare un parlamento con­venzionale6. Un consimile invito venne fatto dai notabili della Scozia a
nome del regno gemello. Guglielmo si sobbarcò il compito assegnato; soffocò ogni anarchia in Inghilterra;
pro­tesse i cattolici da ulteriori violenze; ottenne un prestito dalla City per le necessità immediate dello
Stato; confermò l’auto­rità dei magistrati e dei tribunali, decaduta con la scomparsa del re, raccolse sotto
il suo comando i reggimenti inglesi e scozzesi dello sbandato esercito reale; rimandò dall’isola le trup­
pe irlandesi che con la loro presenza causavano un panico dif­fuso; e, ultimo provvedimento ma non
meno importante, emanò lettere per la elezione immediata, e la convocazione nel mese seguente, del
parlamento convenzionale, il quale doveva decidere del trono e regolare l’avvenire dell’isola.
Il potere di un principe investito in modo tanto irregolare di funzioni che appartenevano alla corona, non
aveva nessuna va­lidità legale, ma siccome nel paese dopo la fuga del re non esisteva più autorità legale
di sorta, dappertutto si obbedì agli ordini del principe. Il problema di chi dovesse occupare il trono venne
lasciato alle decisioni del parlamento convenzionale che il principe aveva convocato. Ma il fatto ch’egli
dirigesse con successo il governo provvisorio alla fine del 1688, abituava la gente all’idea che Guglielmo
e sua moglie sarebbero stati rico­nosciuti re e regina, quando il parlamento da lui convocato si sarebbe
riunito nel mese successivo. […]
Se Giacomo fosse rimasto in Inghilterra accettando di essere re sotto la tutela del parlamento, è
assai probabile che la rivoluzione avrebbe trasformato, assai più che non lo fece, le forme della nostra
costituzione. Nessuno si sarebbe più fidato di Giacomo senza imporre limitazioni molto precise al suo
potere. Ma, salendo al trono Guglielmo, non sembrò necessario legargli le mani con restrizioni quasi
repubblicane7 della sua libertà d’azione. […] Avremmo avuto qualcosa che sarebbe somigliato assai di più
a una costituzione scritta. La fuga di Giacomo in Fran­cia ci salvò dalla necessità di introdurre nella legge
costitu­zionale un cosiffatto mutamento formale8, che in pratica si sa­rebbe dimostrato un esperimento
grossolano e fors’anche peri­coloso.
Così il leggero mutamento che viene effettuato nell’ordine della successione a spese di Giacomo e di suo
figlio, per quanto fosse l’aspetto più rivoluzionario della rivoluzione, fu di fatto la condizione necessaria del
carattere in gran parte conservatore ch’essa ebbe.
(da G.M. Trevelyan, da Storia d’Inghilterra, Garzanti, Milano 1962)
—2—
Note
1 L’arcivescovo di Canterbury e sei suoi confratelli si erano rifiutati di leggere dai pulpiti la Dichiarazione di Indulgenza
emanata nel 1687 da Giacomo II e che annullava le leggi contro i cattolici e i dissenzienti. La petizione nella quale spiegavano
al sovrano il loro rifiuto venne considerata pubblicazione sediziosa e i sette vescovi incriminati e imprigionati. Nel processo che
ne seguì e che venne condotto con grande imparzialità gli imputati furono però assolti.
2 Il figlio di Giacomo II, nato dal suo secondo matrimonio con la principessa cattolica Maria Beatrice d’Este.
3 Thomas Osborne, conte di Danby, Lord tesoriere sotto Carlo II, prima di cadere in disgrazia. Daniel Finch, conte di
Nottingham, di cui si parla successivamente, era stato invece al servizio di Giacomo II come esponente dell’ala conservatrice
dello schieramento parlamentare.
4 Agli inizi di ottobre del 1688 Giacomo II aveva di fatto sciolto il Parlamento.
5 Contro la Chiesa anglicana progettando di restaurare il cattolicesimo; contro la costituzione, infrangendo il patto col
Parlamento (la cosiddetta Dichiarazione di Breda del 1660) con cui il padre Carlo II aveva potuto restaurare la monarchia.
6 Nato sulla base di un accordo.
7 Orientate cioè a limitarne fortemente il potere.
8 Il regime costituzionale che caratterizzerà da questo momento in poi l’Inghilterra continuerà a fare a meno di un testo
costituzionale scritto. A differenza degli altri paesi che si avvieranno sulla sua strada, l’Inghilterra manterrà – e mantiene
tuttora – come base del funzionamento dei propri organi istituzionali non una costituzione in senso formale, ma una serie di
documenti stratificatisi nel corso della storia che segnano le principali conquiste a tutela dei diritti dei cittadini (dalla Magna
charta all’Habeas corpus, dalla Petition of rights al Bill of rights)
Per la comprensione del testo
1
Come spiega l’autore la necessità dell’intervento di un esercito straniero?
2 Quali errori vengono imputati alla strategia politica adottata da Giacomo II?
3 Sulla base di quali considerazioni Trevelyan può sostenere la tesi, apparentemente paradossale, che
la rivoluzione del 1688 abbia di fatto rivestito un carattere conservatore?
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