Capital "Medicina dello sport di Forlì" (maggio 2007)

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Capital "Medicina dello sport di Forlì" (maggio 2007)
Sciare, giocare a pallone, fare un paio
di boline in barcaa vela: fa bene al fisico
maancheal cervello. E alla carriera.
Perché ogni disciplina insegnaqualcosa
di diverso: a diventare autorevoli,
motivare la squadra, superare
i m o m e n t i di Crisi... I RossanaCampisi
U
no skipper e tre golfisti. Un
gruppo di sciatori, un bel
po' di pallavolisti e molti
ciclisti. Ecco un buon piano aziendale per le future assunzioni. A chi si occupa di selezione del
personale non dovrebbe sfuggire un
dettaglio: sotto il vestito di un grande
manager ci sono muscoli e cervello
ben allenati. Ricercatori Usa l'hanno
appena confermato: lo sport migliora
l'intelligenza. Detto questo, se tra un
po' farete una pausa caffè, mettete in
conto una domanda da fare al vostro
collega: che sport pratichi? La risposta potrebbe illuminarvi.
Golfista, il manager dell'anno
Tenace, sa gestire ansia e imprevisti.
Perfezionista, non accetta le sconfìtte.
È lo sportivo in perenne sfida con se
stesso e con il campo: cerca di sfruttare meno «handicap» possibili (i colpi
in più concessi per andare in buca).
Ma la vittoria è solo di chi sa concentrarsi e dare il massimo nell'hic
et nunc. «Il golf è uno sport mentale.
Chi pensa all'errore fatto continuerà a ripeterlo e si frustrerà. Il golfista vincente, in azienda è il manager
dell'anno», spiega Riccardo Penna,
responsabile della formazione commerciale in Alfa Romeo (e autore
con Giuseppe Vercelli di Performance sportiva, performance di vendita,
scritto nel 2006 dopo uno studio sugli
atleti degli sport che l'Alfa sponsorizza: si può richiedere sul sito www.
alfa-academy.it).
Un buon golfista gestisce in azienda persone, progetti e budget: come Marcello Binda, ad del gruppo
leader nazionale di orologi e gioielli
in acciaio (da Breil a Trudi Jewels).
«Quando non scio, mi ritiro nel circolo di Garlenda, vicino Albenga, e
per 50 giorni all'anno sfogo il mio spirito competitivo. Nella sua diversità,
il golf riproduce le stesse dinamiche
del mio mondo professionale: sgombero la mente dal lavoro e la occupo
con lo sport».
Ciclista, il miglior motivatore
In sella alla sua bicicletta, cesella lo
spirito di sacrificio a ogni pedalata:
ovvio che in azienda sia il maratoneta e il motivatore. Il ciclista, diceva
Lance Armstrong, sette volte vin-
citore del Tour de France, è anche
il gregario che sfianca l'avversario,
non corre in volata ma fa vincere la
sua squadra. «Una buona pedalata
è la base per le idee migliori. Mi da
il tempo di pensare, perché sono solo. Sento la pressione sanguigna, la
fatica. E le endorfine che scorrono
nelle vene. È il miglior allenamento
per vincere competizioni sane come
quelle aziendali», confessa Francesco
( 'asoli, presidente esecutivo di Elica,
leader nel mondo per la produzione di
cappe aspiranti. «Percorro 8mila chilometri l'anno sulle montagne che ••
4MAGGIO
2007 Capitai _ 1 6 5
Sport
• circondano Fabriano, la città dove
vivo. Vado in bici durante le pause
pranzo, la sera e nei weekend. Ogni
nostro fatturato lo devo allo sport.
Molti miei dipendenti sono anche ex
atleti».
in tutto, è il manager affidabile anche
a lungo termine.
Training aziendali
Velista, bravo a fare gruppo
Come in ogni sport di squadra, anche chi fa regate ha un ruolo definito:
messo il piede sulla barca, guai a distogliere la mente dalle proprie competenze e capacità. Qui, più che altrove, è vietato improvvisare compiti
altrui. La manovra perfetta è frutto di
coordinazione e velocità. Un velista
basa il suo successo sulla fiducia nel
team, sa stare a stretto contatto con i
compagni e (se necessario) fa un passo indietro per mettersi a loro disposizione: al timone ci sta il migliore e
basta. Razza ben diversa dallo skipper: autorevole e autoritario, quando perde paga solo lui (non è colpa
del mare né del vento). Se il velista
è il manager leale per eccellenza, lo
skipper è invece l'ad dell'azienda: da
il 110% e pretende il 110% da tutti (il
suo management, se arriva alla fine,
è di quelli che dice che mai avrebbe
pensato di raggiungere certi risultati). «La vela è stata la mia più grande
scuola di management. Mi ha insegnato a rispettare e potenziare il valore delle persone con cui lavori ogni
giorno. Proprio come si deve fare in
azienda», conferma Francesco Casoli, che un bel giorno di 15 anni fa ha
convocato una riunione con i dipendenti: parto, ci vediamo fra 16 mesi.
«Ho fatto il giro del mondo con 12
amici su una barca di 18 metri: tra
le 72 partecipanti, è stata l'unica che
non ha fatto mai cambi».
Meno gerarchie ma stesso spirito di
squadra per la pallavolo, che forma
manager-strateghi. Tito Mazzarino
di Astrazeneca, terza in Italia (quarta nel mondo) nel settore farmaceutico (oncologico, cardiovascolare e
gastrointestinale), ex pallavolista di
serie A, afferma: «Ho imparato davanti alla rete la tecnica del problem
solving, che oggi sfrutto con il mio
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team. Ogni obiettivo raggiunto è un
set che vinco con il gruppo della Sicilia che coordino. E se occorre, devo trovare il coraggio per mettere in
panchina qualcuno...».
Sciatore, rischiare ma con giudizio
II manager che fa sci alpinismo sa
mettersi in discussione come quando deve lanciarsi giù dall'alto di una
vetta: operazione che nella vita di tutti i giorni non si sognerebbe di fare.
Eppure questo tipo di sportivo si fida
del suo equilibrio emotivo e della sua
armonia fisica. Non teme percorsi accidentati: è la legge di ogni sport con
alta variabilità ambientale. Le cunette impreviste (o la nebbia) hanno lo
stesso ruolo delle tensioni in ufficio:
quando arrivano, lui le affronta e le
risolve. Il fondista è invece molto simile a chi si allena in palestra: vince
con la costanza.
Con il fitness si rinuncia allo spasmo
della competizione, ma a ogni peso in
più che si solleva, cresce l'autostima.
Il palestrato, in azienda è colui che
legge e interpreta i dati: ha esperienza
«La grande affinità tra i due mondi
non emerge solo nelle metafore sportive con cui si esprimono i manager.
L'utilità dello sport a fini professionali
ha indotto società di consulenza e formazione, come Psicosport di Milano,
a organizzare corsi di discipline sportive per dirigenti, tenuti da team di
psicologi dello sport e manager», dice
Fiorenzo Rubboli, responsabile di medicina dello sport nell'Ausi di Forlì.
Non solo. Accanto ai manager sportivi, spesso gli imprenditori creano
palestre interne per i dipendenti, organizzano tornei sportivi (alla Binda come alla Tod's) e programmano
congressi all'insegna di sport e natura. «La Saeco ha da poco riunito dieci manager da tutto il mondo in un
paesino della Val d'Aosta per un meeting aziendale. È la tecnica del team
building in outdoor, ovvero creare e
potenziare gruppi con incontri fuori
dai luoghi classici: tra laghi e boschi,
camminate e attività aerobica si attivano nuove dinamiche per incentivare gli aspetti relazionali e cognitivi»,
precisa Claudia Gambarino, psicoioga
del Centro di medicina dello sport di
Torino e maestra di sci. C'è poi chi,
come la Nike, porta all'estremo questa
filosofia e assume solo ex atleti. «Un
manager che fa sport è propositivo
e positivo. Certo gli italiani, rispetto agli americani, più che le maniche
corte e i pantaloncini scelgono attività
sportive coerenti con il proprio status. Il tennis, per esempio, ha perso
moltissimo negli ultimi anni, e tanti
golfisti di oggi sono tennisti pentiti»,
aggiunge Penna. Attenzione, però. Se
sorseggiando il caffè il collega vi sta
elencando record eroici, non è detto
sia un praticante. Più probabilmente
è un fedelissimo dei giornali sportivi:
conosce di ogni sport solo le prime
fatiche. E al vostro commento stupito, vi dirà che il suo sport preferito è
lavorare. Eccolo, il vero esempio di
manager rampante.
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