Leggi tutto - Opera Omnia di Giacomo B. Contri

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Si è diffusa la notizia che la CEI (Conferenza Episcopale Italiana)
sostituirebbe, nella formula del matrimonio, all’espressione “prendo te” quest’altra:
“accolgo te”. Notiamo che non è qui questione di sacramento ma di concetto.
Osserviamo che nell’uso comune delle persone benintenzionate il verbo
“accogliere” ha per oggetto, oltre agli amici o gli ospiti, anche gli extracomunitari,
gli handicappati, perfino gli avversari. Ciò è gentile, forse qualcosa di più, ma non
è molto gentile da parte degli sposi classificarsi reciprocamente fin dall’inizio
sotto la stella di un verbo così polisemico, e a un tempo così poco impegnativo.
Anche gli amici e gli ospiti a una certa ora o un certo giorno se ne vanno. C’è un
disinvestimento di principio immanente in questa parola, un non detto divorzio
anticipato. Se poi si cogliesse in questo verbo un’allusione sessuale (accogliere nel
corpo), dovremmo aggiungere un ulteriore commento che tralasciamo con
pudore.
Invece il verbo “prendere”, salvo concepirlo scorrettamente e
patologicamente come designante arbitrarietà, violenza, stupro, furto o
appropriazione indebita, designa un passaggio al possesso. Il possesso si definisce
come potere di fatto sulla cosa che si esplica in un’attività corrispondente
all’esercizio del diritto di proprietà. Prima di stracciarci le vesti con l’obiezione
che una persona non è una “cosa”, rammentiamo che il possidente, se non è un
idiota o un pazzo, tratta bene ciò che possiede, anzi il trattare bene è la sostanza
del possedere, incluso l’accrescere, il migliorare, il fare fruttare. Prendere impegna
e arricchisce. Oggi nessuno prende più nessuno.
Lo dice bene la canzone di Haiducee, Dragostea din tei:
Ma sappi che non ti chiedo niente.
Non mi, non mi prendi con te, non mi,
non mi prendi con te.
L’amore è un trattare, e trattare bene, e questo si può esercitare anzitutto
nel possesso, nel prendere. Uno tratta bene ciò che è suo: in caso diverso
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L' idea di giornalismo freudiano è della prima ora: si tratta sempre e comunque di vita giornaliera.
PRENDERE/ACCOGLIERE
Veni sancte Spiritus, mentes tuorum visita
l’alternativa è tutti i gradi del vandalismo. Oggi terrorismo. La parola
“vandalismo” è un eccellente descrittore di un’infinità di mal-andate relazioni
coniugali, e non solo di queste. Il mal-trattamento, senza sconfinare nel codice
penale, è all’ordine del giorno dei rapporti uomo-donna, nei pensieri, nelle
parole, negli atti (cui appartengono le parole), nelle omissioni. Rispetto al trattar
bene proprio del possesso, “accogliere” in quanto riduttivo è già un passo nel
maltrattamento.
Se abbiamo preso parte al matrimonio di due amici, abbiamo più test
perfettamente oggettivi per sapere se si “amano”: non la dichiarazione amorosa,
che vale pochissimo o peggio, ma l’osservare se sono diventati più belli, più
ricchi, più sani, con più amici. Ciò significa che si sono presi, posseduti cioè
fruttuosamente, perché l’albero si giudica dal frutto.
Non esiste “poveri ma belli” (titolo di un vecchio film): “povero”, cioè
senza possesso, è brutto.
Noi distinguiamo un primo Diritto dal secondo, quello statuale. Nel primo
inscriviamo la stessa psicoanalisi in quanto trattamento. Vi è inscritto anche
l’“amore”, il trattare bene da possesso.
24 giugno 2004
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