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Omero
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Lydie Salvayre
Non piangere
Traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala
Titolo originale:
Pas pleurer
© Éditions du Seuil, 2014
© 2016 L’Asino d’oro edizioni s.r.l.
Via Ludovico di Savoia 2b, 00185 Roma
www.lasinodoroedizioni.it
e-mail: [email protected]
ISBN 978-88-6443-354-7
ISBN ePub 978-88-6443-355-4
ISBN pdf 978-88-6443-356-1
Copertina di Massimo Fagioli
Avvertenza delle traduttrici
Nell’originale, a caratterizzare la tipicità della parlata di Montse – la protagonista, madre dell’io narrante –, concorrono
almeno due elementi. Accanto ai termini presi di peso dallo
spagnolo, vi è la declinazione secondo la grammatica francese
di alcune parole spagnole o l’uso improprio di espressioni
idiomatiche francesi. Nell’atto di tradurre si è cercato di lavorare allo stesso modo con l’italiano, ma anche di riprodurre
– per quanto possibile, nel gioco delle equivalenze e delle
compensazioni inevitabile in traduzione – le caratteristiche
stilistiche più ardite (spesso ai limiti della riconoscibilità)
dell’impasto linguistico che l’autrice ha scelto per i dialoghi
per ragioni squisitamente musicali, oltre che sentimentali; del
resto, al ‘fragnol’ di Montse, al suo ritmo, alle sue valenze
politiche, oltre che affettive e intertestuali, la critica ha prestato molta attenzione, sottolineandone la rilevanza drammaturgica. Proprio questo tessuto di valori testuali si è cercato
di rispettare, nella speranza di aver aggirato il più possibile
l’insidia dell’esotismo che spesso svilisce questi arditi esperimenti linguistici e stilistici.
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Dal punto di vista grafico si è ritenuto essenziale rispettare
la scelta autoriale di omettere i segni diacritici che di norma
individuano le battute di dialogo.
Infine, per tutte le citazioni tratte da I grandi cimiteri sotto la luna di Georges Bernanos che ricorrono nel romanzo,
si è utilizzata l’unica traduzione italiana esistente, quella di
Giacinto Spagnoletti, risalente al 1953 (Mondadori, Milano
1992). Nella maggior parte dei casi la si è riportata fedelmente, con poche eccezioni dovute a variazioni introdotte
dall’autrice o a rari, taciti, emendamenti.
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¿De qué temes, cobarde criatura? ¿De
qué lloras, corazón de mantequillas?
Cervantes, Don Quijote (II, 29)
NON PIANGERE
PARTE PRIMA
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, l’illustrissimo monsignor vescovo-arcivescovo di Palma di Maiorca, con un gesto della veneranda mano su cui brilla l’anello
pastorale, indica ai carnefici il petto dei poveri ‘cattivi’. Ce
lo dice Georges Bernanos. Ce lo dice un fervente cattolico.
Spagna, 1936. La guerra civile sta per scoppiare, e mia madre è una povera cattiva. Una povera cattiva è una povera che
non tiene la bocca chiusa. Il 18 luglio 1936 mia madre apre
bocca per la prima volta. Ha quindici anni. Abita in un paesino sperduto in cui, da secoli, un pugno di latifondisti costringe tante famiglie come la sua a vivere nella miseria più nera.
Nello stesso momento, a Madrid, il figlio di Georges Bernanos, indossata l’uniforme azzurra della Falange, si accinge
ad andare a combattere sulle barricate. Per alcune settimane
Bernanos resta dell’idea che l’arruolamento volontario del
figlio nelle file nazionaliste sia fondato e legittimo. Le sue
simpatie sono note a tutti. Ha militato nell’Action française.
Ammira Drumont. Si dichiara monarchico, cattolico e cu-
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stode delle antiche tradizioni francesi, oltre che intellettualmente più vicino all’aristocrazia operaia che non all’odiata
ricca borghesia. Pur trovandosi in Spagna quando scoppia la
rivolta dei generali contro la Repubblica, non si rende immediatamente conto dell’entità del disastro. Ma ben presto deve
arrendersi all’evidenza. Vede i nazionalisti procedere all’epurazione sistematica di tutti i sospetti, con il beneplacito degli
alti prelati che, fra un assassinio e l’altro, concedono loro
l’assoluzione nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo. Ormai la Chiesa spagnola è diventata la Puttana dei
militari epuratori.
Nauseato, Bernanos assiste impotente all’infame connivenza. Poi, con un grande sforzo di lucidità che lo costringe
a rinnegare le convinzioni di un tempo, decide di mettersi a
raccontare la straziante realtà di cui è testimone.
È uno dei pochi, nel suo schieramento, ad avere il coraggio di farlo.
a mis soledades voy,
de mis soledades vengo.
Il 18 luglio 1936 mia madre, accompagnata da mia nonna,
si presenta al cospetto dei señores Burgos che, avendo cacciato di casa la loro domestica perché puzzava di cipolla,
ne stanno cercando una nuova. Al momento del verdetto,
don Jaime Burgos Obregón si gira verso la moglie con un’espressione soddisfatta e, dopo aver squadrato mia madre da
capo a piedi, sentenzia con un’arroganza che lei non ha più
dimenticato: Ha un’aria davvero umile. Mia nonna lo ringrazia come se le avesse appena fatto un complimento, io
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invece, mi dice mia madre, non ci vedo più dalla rabbia, la
prendo come una offesa, come una patada al culo, figlia mia,
una patada al culo che mi fa fare un soprassalto di dieci metri, che mi rivolta il cervello che dormiva da più di quindici
anni e mi facilita di capire (io: mi aiuta a capire), mi aiuta
a capire il senso delle palabre che dice sempre mio fratello
da quando è tornato da Lérima. E così, quando scendiamo
in strada, mi metto a gritare. Ha un’aria davvero umile, lo
capisci che cosa vuol dire? Bassa la voce, per l’amor del cielo, implora mia madre che è una donna docile. Vuol dire,
avevo il sangue agli occhi figlia mia, vuol dire che sarò una
serva stupida e obbediente! Vuol dire che accetterò tutti gli
ordini di doña Sol senza protestare e che le laverò il culo
senza protestare! Vuol dire che offro tutte le garanzie di una
perfecta idiota, che non dirò né chus né mus davanti a niente
di niente e non causerò mai nessuna molestia di nessunissimo tipo! Vuol dire che don Jaime mi pagherà, com’è che
dici tu?, quattro soldi, e io dovrò pure dirgli muchísimas
gracias con quell’aria così umile che mi dona tanto. Signore
Gesù, mormora mia madre allarmata, bassa la voce, così ti
sentiranno tutti. Io allora grito ancora più forte: Non me ne
frega niente se mi sentono, non voglio fare la sguattera dai
Burgos, meglio andare in città a fare la puttana! Per l’amor
del cielo, mi supplica mia madre, non dire barbarità. Non ci
hanno fatto neanche sedere, le dico indignata, non ci hanno
dato la mano, all’improvviso mi recuerdo (io: mi ricordo),
all’improvviso mi ricordo che ho un voltadito e che ho il
pollice bendato, sì, va bene, un giradito, però non correggermi sempre, altrimenti non ce la farò mai. Allora mia madre
per cercare di apacigarmi mi ricorda con voce sussurrata i
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tanti vantaggi che mi esperano se verrò assunta: terrò vitto,
alloggio e vestiti sempre puliti, terrò la domenica libera per
andare a bailare la jota sulla piazza della chiesa, mi daranno
il mio bel salario e il mio bel premio a fine anno, così potrò
farmi il corredo e magari mettere da parte qualcosa. Davanti
a quelle palabre esclamo: Meglio morta! Dios mío, sospira
mia madre lanciando mirade angustiate sulle due file di case
che affiancano la stradina. Allora mi metto a correre come
una loca verso il granaio. Per fortuna il giorno dopo è scoppiata la guerra, e così non sono mai dovuta andare a fare la
serva né dai Burgos né da nessun altro. La guerra, figlia mia,
è cascata proprio a fagiano.
Stasera mia madre guarda la televisione, e l’immagine di un
uomo che si rivolge al presidente della Repubblica, vista di
sfuggita sullo schermo, le ricorda all’improvviso l’entusiasmo
di suo fratello José di ritorno da Lérima, quella sua impazienza giovanile e quell’ardore che lo rendevano così bello.
Ed ecco che d’un tratto le torna in mente tutto, la frase di
don Jaime Burgos Obregón, l’euforia del luglio del ’36, la
scoperta entusiastica della città e il volto dell’uomo che ha
amato alla follia e che io e mia sorella, fin da piccole, abbiamo
sempre chiamato André Malraux.
Mia madre si chiama Montserrat Monclus Arjona, un nome che sono felice di far rivivere e di strappare per un istante
all’oblio al quale era destinato. Nella storia che mi accingo a
raccontare non voglio introdurre, per ora, nessun personaggio inventato. Mia madre è mia madre, Bernanos è l’autore, così degno di stima, dei Grandi cimiteri sotto la luna e la
Chiesa cattolica è l’infame istituzione che fu nel ’36.
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fuente es mi vida
en que mis obras beben
Mia madre è nata il 14 marzo 1921. In famiglia la chiamano tutti Montse o Montsita. Ha novant’anni quando comincia a rievocare per me la sua giovinezza in quell’idioma
misto e transpirenaico in cui è solita esprimersi dacché, più di
settant’anni fa, è stata catapultata per puro caso in un paesino
del sud-ovest della Francia.
Mia madre era bella. Dicono che un tempo aveva quel
particolarissimo portamento che le donne spagnole acquisivano a forza di reggere il cántaro in equilibrio sulla testa,
un portamento che oggi hanno solo le ballerine. Dicono che
incedeva diritta come una nave e flessuosa come una vela.
Dicono che aveva un corpo da diva del cinema e che nello
sguardo le si leggeva la bontà del cuore.
Adesso è vecchia, ha il viso segnato dalle rughe, il corpo decrepito, l’andatura insicura e vacillante, eppure i suoi
occhi sprizzano giovinezza, e al ricordo della Spagna del
’36 sono attraversati da un lampo di luce che non avevo
mai visto prima. Soffre di disturbi della memoria e ha perso
per sempre le tracce di tutti gli eventi che ha vissuto dalla
guerra a oggi. Ma conserva assolutamente intatto il ricordo di quell’estate del ’36 in cui accadde l’impensabile, di
quell’estate durante la quale, dice, capì cosa significava vivere, e che fu senza dubbio l’unica avventura di tutta la sua
esistenza. A volte mi capita di pensare che, in fondo, è come
se per mia madre niente di quello che lei stessa, negli ultimi settantacinque anni, ha considerato reale sia realmente
esistito.
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Stasera la ascolto per l’ennesima volta frugare tra le ceneri
della giovinezza perduta e vedo il suo viso animarsi, come
se tutta la sua voglia di vivere si fosse concentrata in quei
pochi giorni dell’estate del ’36, in quella grande città spagnola, come se per lei il corso del tempo si fosse fermato
in calle San Martín, il 13 agosto 1936 alle otto del mattino.
La ascolto sciorinare i suoi ricordi e intanto leggo I grandi
cimiteri sotto la luna di Bernanos che mi offrono un quadro
più completo e più cupo di quello stesso periodo. Cerco di
decifrare le ragioni del turbamento che questi due racconti
suscitano in me, un turbamento che temo possa condurmi
dove non avevo nessuna intenzione di andare. Per essere più
precisa, è come se dentro di me si fosse aperta una diga di
cui ignoravo l’esistenza e da cui ora, a mano a mano che la
rievocazione procede, tracimano sentimenti contraddittori
e, francamente, piuttosto confusi. Mentre il racconto di mia
madre sull’esperienza libertaria del ’36 mi suscita nell’animo
una sorta di meraviglia, di gioia infantile, le atrocità descritte
da Bernanos, ritrovatosi faccia a faccia con la notte degli uomini, con il loro odio e con la loro furia, contribuiscono ad
accrescere il mio timore che prima o poi a qualche stronzo
venga in mente di riproporre certe idee malsane che credevo
sopite ormai da molto tempo.
Quando all’età di quindici anni mia madre, accompagnata
da mia nonna, va a proporsi per il posto di domestica, doña
Pura, la sorella del succitato don Jaime Burgos Obregón, seduta tutta impettita sul bordo di una sedia dall’alto schienale
di cuoio, sta leggendo esaltata l’editoriale della prima pagina
dell’“Acción Española”, il suo giornale preferito: «Finalmen18
te un giovane generale ha preso il comando della Grande
Spagna, che rischiava di sprofondare nella democrazia e nel
socialismo, ed è intenzionato ad arginare l’invasione bolscevica. Rispondendo all’appello di questo straordinario trascinatore di folle, altri generali si sono radunati senza esitare
intorno a lui, e le coalizioni nazionaliste si sono risvegliate
dal loro lungo letargo. Ma riusciranno la ragione, l’intelletto,
l’amor patrio e l’eroismo ad avere la meglio sui bassi istinti
e sugli appetiti bestiali che il governo di Mosca ha fatto salire al potere, nella speranza di avvelenare così tutta l’Europa
mediterranea?». La domanda con cui si conclude l’articolo
getta doña Pura in uno stato d’angoscia tale da causarle un
repentino attacco di palpitazioni. Doña Pura è soggetta spesso a questo tipo di attacchi. E sebbene il medico le abbia
raccomandato di evitare le contrarietà che glieli scatenano, i
suoi sentimenti patriottici le impongono di leggere regolarmente il giornale dei nazionalisti. È mio dovere, dottore, dice
con un filo di voce.
Doña Pura trascorre i giorni seguenti in preda al terrore di
vedere la sua casa saccheggiata, le terre espropriate e il patrimonio distrutto da José, il fratello di Montse, e dalla sua banda di ladri. Tanto più che Maruca, la moglie del droghiere, le
ha confidato in un orecchio che gli anarchici, durante le loro
scorrerie, compiono sanguinose rapine, sventrano le monache
dopo averle violentate e profanano i conventi con orribili sozzure. Da allora doña Pura si immagina che facciano irruzione
in camera sua, strappino dalla parete il crocifisso d’avorio che
veglia sul suo letto immacolato, trafughino lo scrigno decorato a smalto in cui custodisce le sue gioie e si abbandonino,
Signore Gesù, a efferatezze indicibili. Ciononostante, doña
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Pura continua a salutare i genitori di quelle teste calde ogni
volta che li incontra. Ha davvero un gran cuore!
Ma non appena cala la sera, si china sull’inginocchiatoio e
implora il Cielo di proteggere tutti i suoi cari da quei selvaggi
che non hanno rispetto di niente e di nessuno.
Crepino!
Non ha ancora finito di pronunciare quella parola che già
arrossisce per la vergogna di aver espresso un desiderio simile. L’avrà sentita il buon Dio, che a quanto dicono è dotato
di un udito soprannaturale? Domani andrà a confessarsi da
don Miguel (il parroco del paese, che ancora non ha tagliato
la corda), e lui le prescriverà tre Ave Maria e un Padre nostro,
il cui effetto benefico sulla sua coscienza è quasi più immediato di quello di una compressa di aspirina. È risaputo che
all’epoca, qualunque fosse il crimine commesso da un cattolico ai danni di un rosso, con armi bianche, armi da fuoco,
manganelli o spranghe, se il cattolico in questione faceva atto
di pentimento prima della preghiera serale si ritrovava all’istante senza macchia né colpa: evidentemente, in Spagna, le
deroghe celesti avevano del miracoloso.
Doña Pura riprende la sua invocazione e adesso prega la
santissima Vergine Maria perché ponga fine all’ardire di quegli sfrontati che offendono a morte il buon Dio. Doña Pura
è convinta che attentare ai suoi beni equivalga a offendere a
morte il buon Dio. Nessuno meglio di lei sa cosa offende a
morte il buon Dio. Appartiene, infatti, a quel gruppo di persone che, in paese, con un’eloquente abbreviazione, vengono
chiamate fachas.
Facha è una parola che, pronunciata con la ch spagnola, fa
lo stesso identico effetto di uno sputo.
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I fachas in paese sono una minoranza e sono tutti convinti
che:
l’unico rosso buono
è un rosso morto.
Mio zio José, il fratello di Montse, è un rosso, anzi per la
precisione un rosso-nero.
Da quando la sorella gli ha raccontato della visita in casa
dei Burgos, non riesce a tenere a freno la rabbia. Nessun rosso, nel ’36, riesce a tenere a freno la rabbia. E meno che mai
ci riescono i rosso-neri.
José è convinto che sua sorella sia stata offesa. La Spagna
del ’36 pullula di gente offesa.
Ha un’aria davvero umile! Ha un’aria davvero umile!
Ma chi si crede di essere quel cabrón! Se ne pentirà amaramente quel sinvergüenza! Gliela faremo rimangiare la sua
schifosa frase del cazzo! Gli tapperemo la bocca, a quel burgués!
Da quando è tornato da Lérima, José non è più lo stesso.
Ha negli occhi il riflesso di visioni inaudite, ineffabili, e sulle
labbra parole che provengono da un altro mondo e che fanno
dire a sua madre Questo non è mio figlio.
Ogni anno, fra la raccolta delle mandorle a maggio e quella delle nocciole a settembre, José va a tagliare il fieno come
lavoratore stagionale in una grossa proprietà nei dintorni di
Lérima, facendo una fatica che va ben oltre le sue forze e
percependo in cambio una paga irrisoria che lui, però, è fiero
di regalare ai genitori.
Da quando aveva quattordici anni, consuma le sue giornate nei campi, lavorando dall’alba al tramonto. La sua vita è
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questa. E non ha mai immaginato neppure per un attimo di
metterla in discussione, né ha mai immaginato neppure per
un attimo che sia possibile vivere in un altro modo.
Ma quell’anno, quando arriva a Lérima insieme a Juan,
trova una città scossa dalle fondamenta, trova princìpi morali stravolti, terre collettivizzate, chiese trasformate in cooperative, bar che riecheggiano di slogan, e su ogni viso legge
un’allegria, un ardore, un entusiasmo che non dimenticherà
mai.
Scopre allora parole nuove e audaci che conquistano il suo
giovane animo. Parole immense, altisonanti, incandescenti,
sublimi, le parole di un mondo che sta per nascere: libertà,
rivoluzione, fratellanza, collettività, parole che pronunciate
in spagnolo, con l’accento sull’ultima sillaba, ti arrivano dritte in faccia come pugni.
E ne resta incantato come un bambino.
Gli vengono in mente cose a cui non aveva mai pensato
prima.
Cose spropositate.
Impara ad alzare il pugno e a cantare in coro Hijos del
Pueblo.
Grida insieme agli altri Abbasso l’oppressione, Viva la libertà.
Grida A morte la morte.
Si sente vivo. Si sente migliore. Si sente al passo con i
tempi e ha il cuore in tumulto. D’un tratto capisce che cosa
significa essere giovani. Non lo sapeva. Si dice che avrebbe
potuto morire senza saperlo. E si rende conto di quanto sia
stata grigia la sua vita, fino a quel momento, e miseri i suoi
desideri.
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In quell’impetuoso soffio nero percepisce qualcosa che,
non avendo a disposizione un’altra parola, chiama poesia.
Torna in paese con la bocca piena di frasi ampollose e con
un fazzoletto rosso e nero intorno al collo.
Con un’eloquenza febbrile dice al suo uditorio (composto, per il momento, solo dalla madre e dalla sorella) che a
Lérima ha visto sorgere l’alba di un giorno luminoso (José
ha una naturale predisposizione al lirismo), che la Spagna
è diventata finalmente spagnola e lui spagnolissimo. Quasi
tremando, dice che bisogna sbarazzarsi del vecchio ordine
che perpetua la servitù e umilia gli uomini, dice che la rivoluzione ha iniziato a farsi strada nei cuori e nelle menti e che
un domani si estenderà a tutto il paese e poi a tutto l’universo. Dice che presto non sarà più il denaro a decidere le
sorti del mondo e a fare la differenza tra gli uomini, e che un
giorno
Il mare saprà di anisetta, dice la madre irritata.
e che un giorno non ci saranno più ingiustizie, né gerarchie, né sfruttamento, né povertà, le ricchezze verranno messe in comune e tutti
E tutti andranno in vacanza col papa, taglia corto la madre
sempre più esasperata.
e tutti quelli che tengono la bocca chiusa da quando sono
nati, quelli che prendono in affitto la terra da quel cabrón di
don Jaime, che ce l’ha tutta lui, quelli che lavano il culo a sua
moglie e le lucidano le pento
Dio ti perdoni! esclama la madre che ormai ne ha fin sopra i capelli.
si ribelleranno, combatteranno, si affrancheranno da ogni
forma di schiavitù e do
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Te la do io la schiavitù! sbotta la madre. Sono le sette, è
meglio se vai a dar da mangiare alle galline. Ti ho preparato
il secchio.
Ma José è un fiume in piena, e le galline, impermeabili alle
idee di Bakunin, dovranno aspettare ancora un po’ il loro
pastone.
Da quando è tornato da Lérima, José è un fiume in piena e
passa senza soluzione di continuità dai momenti in cui sbraita
e freme di rabbia (e allora non si contano i coño, gli joder, le
puñeta e i me cago en Dios) a quelli di sublime esaltazione.
La mattina tuona contro i ricchi cattivi, un pleonasmo, come dice lui (ha imparato il termine leggendo “Tierra y Libertad”), dato che tutti i ricchi sono cattivi: quale patrimonio,
infatti, non è stato rubato? Impreca contro gli approfittatori
amici di don Miguel, che ben presto sentirà spirare sotto le
sottane il vento gelido della rivoluzione (gli viene da ridere
al solo pensiero), contro quel ladrón di don Jaime Burgos
Obregón e contro gli altri affamatori del popolo, e soprattutto contro il capo della ghenga nazionalista che si è autoproclamato capo della rivolta: il generale Francisco Franco Bahamonde, che José insulta a volte con un linguaggio piuttosto
colorito (che qualcuno potrebbe definire volgare), dandogli
del nanerottolo incula-preti, del bastardo, del marcio schifoso, del figlio di puttana, dell’assassino che se solo lo prendo
lo appendo per i cosiddetti, altre volte invece in stile logico-politico-bakuniano, definendolo alleato oggettivo del capitalismo e nemico di classe del proletariato, il quale peraltro
è due volte vittima: innanzitutto della diffidenza del governo
repubblicano, in secondo luogo della repressione franchista.
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Ma se, di mattina, il suo cuore è una polveriera pronta a
esplodere, di sera José sogna a occhi aperti una realtà favolosa e promette alla sorella Montse un mondo in cui nessuno
sarà mai più servo né proprietà di un altro, in cui nessuno
alienerà mai ad altri quella parte di sovranità che è sua di
diritto (frase presa in prestito da “Solidaridad Obrera”), un
mondo giusto e bello, un paraíso, al solo pensiero ride per la
felicità, un paradiso in terra in cui si potrà amare e lavorare
liberamente e allegramente, in cui
Non vedo, lo blocca Montse sforzandosi di non ridere,
come potrei in pieno gennaio raccogliere le olive, liberamente e allegramente, con le dita gelate e la schiena a pezzi. Tu
farnetichi, gli dice dall’alto dei suoi quindici anni.
L’osservazione di Montse interrompe per un attimo la sfilza di mirabolanti promesse che José ha in programma di realizzare, ma poi lui riattacca con la stessa foga e lo stesso fervore. E in fondo in fondo Montse è felice di sentire suo fratello
immaginare un futuro in cui nessun uomo sputerà addosso a
un altro uomo, in cui negli occhi di nessuno si leggeranno più
paura e vergogna, in cui le donne saranno uguali a
Uguali per cattiveria? gli chiede Montse con un’aria maliziosa.
Uguali per cattiveria e anche per tutto il resto, dice José.
Montse sorride e in segreto approva con tutta sé stessa il
modo che ha José di esprimere a parole concetti a cui fino ad
allora nessuno aveva mai dato voce, spalancando così davanti
a lei un mondo sconosciuto e vasto come una città.
Le piace a tal punto ascoltare José che approfitta di ogni
pretesto per stuzzicarlo. E allora lui diventa filosofo (fra tutti è questo il suo José preferito) e partorisce frasi sublimi
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sull’arte dello spossessamento. Montse: l’arte di cosa? José:
dello spossessamento. Montse: sarebbe a dire? José: sarebbe
a dire che possedere un oggetto, una casa, un gioiello, un
orologio, dei mobili di mogano, qué sé yo, significa diventarne schiavo, significa volerseli tenere a tutti i costi, significa
aggiungere nuove forme di schiavitù a quelle alle quali non
possiamo sottrarci. Nelle comuni che fonderemo, invece, tutto sarà nostro e niente ci apparterrà, comprendes? la terra
sarà nostra, così come la luce e l’aria, ma non apparterrà a
nessuno. José è elettrizzato. E alle porte delle case non ci saranno né catenacci né chiavistelli, non mi credi? Montse beve
avidamente tutte quelle parole di cui arriva a capire poco o
niente, ma che le fanno bene anche se non sa perché.
La madre, esausta, spera che tutto quel farneticare tipico
della giovinezza lasci presto il posto a quello che lei chiama:
il senso della realtà, ossia, in altre parole, la vocazione alla rinuncia. Questo è il suo desiderio segreto. Questo è il desiderio
segreto di tutte le madri, in paese. Le madri sono dei mostri.
Faremo la rivoluzione e annienteremo i nazionalisti, si
esalta José, Fuera los nacionales! Fuera! Fuera!
A Palma di Maiorca, dove in quel periodo vive Bernanos, i
nazionalisti hanno già cominciato a dare la caccia ai rossi, i
quali però, su un’isola così tranquilla, militano in partiti moderati e non hanno partecipato in alcun modo al massacro
del clero.
Da quando è stata dichiarata la guerra santa, da quando
gli aerei fascisti vengono benedetti dall’arcivescovo di Palma
in abito talare, da quando la fornaia gli fa il saluto romano
ogni volta che lo incontra, da quando il gestore del bar, rosso
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