Zibaldone

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Zibaldone
Enrico Capodaglio
Palinsesto
2012
2387
Dare la vita per un altro
Dare la vita per un altro: ci sono uomini che lo hanno fatto. Od
offrendosi come vittima sacrificale al posto di un innocente, come
Salvo D’Acquisto, o esponendosi ai rischi più gravi, salvando
qualcuno dalle onde, per poi soccombere, o combattendo per la
liberazione di uno stato da una dittatura o da un invasore. Si tratta di
migliaia e migliaia di persone che non soltanto hanno identificato se
stessi con un altro essere ma, una volta compiuta questa istantanea o
duratura immedesimazione, in certa misura istintiva in un animo
limpido, hanno spezzato il proprio io perché ne vivesse un altro a
loro caro, o addirittura sconosciuto, che avrebbe goduto e sofferto
la vita al posto loro. Fenomeno inusitato e quasi magico che ci lascia
vibrare in un mistero naturale sconvolgente.
Così facendo essi, di colpo o in modo meditato, hanno preso alla
radice il proprio essere e l’hanno staccato da sé con una mano che
viene prima della vita stessa, e cioè dell’istinto di sopravvivenza e
dell’amor proprio e di sé, una mano inesplicabile, benché
intimamente umana e propria, compiendo un gesto di natura
propriamente divina.
Paolo scrive, nella Epistola ai Romani: “Ora a stento si trova chi sia
disposto a morire per un giusto” (5, 7). Ma uno solo, Cristo, è stato
pronto a morire per tutti.
Ciascuno vede che gli antichi greci, considerando gli dei uomini
immortali, tenevano se stessi per divini, o prossimi ai divini. Il fatto
che siamo caduti e decaduti non ci fa perdere del tutto questa
origine, neanche nel cristianesimo, in quanto discendenti di un
Adamo e di un’Eva immortali, e quindi di due semidei.
Nella Epistola ai Romani (5, 14-20) c’è il parallelo tra Adamo e Cristo:
due uomini, uno che pecca per tutti, l’altro che salva tutti. Paolo si
vergogna di dire che ciò che un uomo aveva distrutto soltanto un
uomo avrebbe potuto ricostruire.
Sappiamo che Cristo non si può imitare, giacché farci guidare da lui
vuol dire appunto essere serenamente convinti che non potremo
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assomigliargli mai, visto che mai gli abbiamo assomigliato, ma se
dovessimo trovare coloro che sono stati visitati da una scintilla di
Cristo non vogliamo ricordare questi esseri divini tra noi, morti per
un altro? Con loro possiamo attingere a una fonte certa e verificata,
perché attestata da un gesto realmente compiuto in una data esatta,
del divino nell’uomo, per trarne una fiducia in questa nostra, quasi
sempre disattivata e nascosta, capacità di oltrepassare gli schemi
mortali della sorte.
Secondo l’educazione omerica, ogni giovane greco deve imitare il
modello, dell’eroe, nell’unico modo possibile, diventando eroe egli
stesso, e cioè ricercando la gloria che, come nel paradeigma di Achille,
comporta la morte. Achille infatti sapeva, dalla madre Teti, che,
vinto Ettore, sarebbe dovuto morire.
Uccidere per non morire
Edgar Wallace fa dire a un personaggio, in un suo racconto, che
l’unica occasione lecita di uccidere un altro uomo è quando
mettiamo al contempo a repentaglio la nostra vita, per esempio in
un duello. Che tuttavia è una scelta revocabile, sebbene a prezzo del
cosiddetto onore, che in questo caso è una fantasima.
Che dire quando siamo costretti a uccidere per non morire, e cioè in
una guerra, nel corso della quale finiamo per uccidere anche chi
potrebbe un giorno futuro minacciarci e anche chi è indifeso sotto i
nostri colpi?
Dal fatto di come sia rarissimo e difficilissimo non uccidere quando
si potrebbe essere uccisi, o semplicemente minacciati di morte,
ricaviamo l’impresa di chi, non minacciato da nessuno, non
costretto, e del tutto al sicuro, dà tutto sé per un altro.
I mendicanti ricchi
La poesia, la filosofia, la musica, la scienza, l’arte, tutto il meglio, è
per pochi. Questa condizione comprovata e insuperabile può
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suscitare un orgoglio vano ma, molto più sensatamente, un’acuta
vergogna. Molto simile, e forse più grave, a quella di chi si vergogna
di fronte al povero di essere ricco. Perché il ricco può dare i suoi
beni ma il poeta o il filosofo non possono farlo. Perché a che serve
porgere il libro, mostrare il quadro, far ascoltare la sonata, leggere la
poesia se l’altro non ha le attitudini a coglierli e a condividerli?
L’educazione popolare, ormai detta di massa, è l’illusione che da
decenni coltiviamo vanamente, perché non appena la seduzione e la
pressione esercitata dagli insegnanti vengono meno, ogni allievo
torna alla propria natura, assecondando la spinta pedagogica ricevuta
un tempo soltanto se conforme alle sue attitudini.
Ecco che colui che coltiva le arti e le scienze soffre per il suo
involontario isolamento aristocratico e finisce per ritirarsi con gli
animi affini, vergognandosi del privilegio e dovendo anche subire lo
sguardo atonico e polemico di chi se ne sente escluso, ma non
vorrebbe neanche esserne incluso. E coloro che sono avviati al
sapere o alle arti, senza nutrirne il bisogno, ne hanno una visione
deformata, se non dannosa, che addirittura guasta le loro attitudini
native, rendendoli scettici e rancorosi verso i detentori del potere
culturale chiamati, con disprezzo unanime, gli intellettuali.
Le persone di cultura diventano così l’unico caso di mendicanti che,
essendo ricchi, chiedono l’elemosina ai poveri.
Un buon libro è non soltanto un pro memoria ma anche un pro
futuro, un pro pensiero, un pro vita.
2 gennaio
Studiare maschera il valore
Quando una persona studia molto, per anni, per decenni, non si
riesce più a capire da quello che scrive quanto sia intelligente e
addirittura se lo è. I suoi saggi sono pieni di riferimenti e di idee che
potrebbero essere sue come di qualunque altro; chiaramente di un
altro, se cita la fonte, ma, quando non la cita, attorno al suo dire si
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crea un alone indeterminato, impersonale, come se le idee le avesse
raccolte, o messe in fila, o cucinate lui, magari con ingredienti di
qualità ma che perdono il loro sapore distinto nel suo piatto.
A tal punto la cultura da studio può mascherare la mediocrità e
rendere indecidibile la questione se uno sia intelligente o no che se
uno non è molto sveglio e si accorge di non avere alcuna attitudine
spiccata, la prima cosa che deve fare è mettersi a studiare,
riempiendosi così dell’intelligenza altrui, che non sarà mai sua, che
non gli farà mai scrivere o scoprire qualcosa di nuovo, ma almeno
colmerà ai suoi occhi e a quelli degli altri quel terreno sterile, che
ricomparirà tale ogni volta che lo si incontrerà dal vivo, scambiando
con lui qualche sguardo e parola.
Conoscere di persona l’autore di molti e dotti libri rivela
infallibilmente se è intelligente. Può essere una persona opaca, muta,
ritrosa ma un gesto, uno sguardo, una reazione incontrollata,
un’intesa balenante in uno sguardo assente, una piega di malinconia,
un desiderio di paura o un bisogno di fuga, una tenerezza
involontaria o un modo imbarazzato di stendere le gambe te lo
rivelerà più delle sue parole. Egli avrà addosso la rassegnazione di
essere diventato un dotto, sentirà la nudità disadorna del suo animo,
spogliata dei suoi studi, e in tal modo ci renderà fiduciosi verso di
essi.
Il tipo invece dello studioso esuberante, ruffiano, canzonatorio,
amicone, frequentatore di convegni internazionali, banalmente
ironico, laborioso ed energico, galleggiante e veleggiante in carriere
accademiche, buon conversatore e buongustaio, raccontatore di
barzellette e bonario condonatore dei mali e delle ingiustizie della,
secondo lui, altrettanto bonariamente crudele e cinica natura umana,
è il prototipo stesso dell’imbecille imperfetto quando si mette a
scrivere, sia pure trenta o quaranta libri.
E ottiene successo e generale indulgenza, anche perché è sempre
politicamente aitante e pomposamente introdotto, giacché vendica
tutti dalle mortificazioni dello studio impotente e dai rancori del
pallido pensiero, appartenendo alla casta accademica, sì, ma come
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icona dell’umanità grossolana e vincente, temutissima
segretamente ammirata da chi fa professione di studi.
e
3 gennaio
Il sollievo di essere irresponsabili della nostra vita
Un amico mi dice: “Io ho fatto tutto il possibile e oltre il possibile
per la mia causa, e adesso non faccio più niente. Tocca agli altri, se
vogliono, aiutarmi.” E non era rassegnato, e neanche arreso, semmai
rilassato.
Infatti noi soffriamo per i nostri casi finché pensiamo che dipenda
da noi il buon esito di ciò che desideriamo ma, non appena abbiamo
fatto tutta la nostra parte, che ha un limite fisso oltre il quale si è
impotenti o si fa danno, non dico che non ci interessi più perseguire
la meta delle speranze, ma non ne sentiamo più il bruciore, perché
finalmente non ce ne sentiamo più responsabili.
Così, viaggiando in aereo e messo nelle mani del pilota, io non mi
preoccupo più per la mia vita, che fino a quel momento ho dovuto
difendere e salvaguardare dai pericoli, e non dico che non mi
importi sopravvivere al volo, ma che non ci penso più con ansia e
tensione, quasi la responsabilità della mia vita fosse per me più
gravosa, e finanche più importante, della vita stessa.
Essere nelle mani di un altro non si può sopportare in campo
morale ma, quando si tratta di affidare il mio corpo, subentra in me
un senso di affidamento naturale e di alleggerimento.
Si tratta di un’esperienza universale? Vi sono persone prese dal
panico in aereo, dove si sentono in trappola, mentre guidano con la
massima disinvoltura un’auto nelle autostrade italiane, il che è mille
volte più pericoloso, perché loro sono i piloti, anche se in mezzo a
migliaia di altri, da noi ingovernabili. Di fronte a un intervento
chirurgico molti si rilassano, “perché non devono fare più niente
loro”, altri si agitano per la stessa ragione.
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Mi domando se si tratta di una questione di fiducia negli altri. Non
ci fidiamo degli altri in autostrada, perché sono migliaia di
sconosciuti, e dà tensione pensare di poter morire per l’errore di
uno sconosciuto, mentre del pilota dell’aereo, o del chirurgo e della
loro équipe, ci fidiamo, anche se possono sbagliare, perché sappiamo,
o presumiamo, che il loro mestiere consista nel fare di tutto perché
non capiti.
4 gennaio
L’Epistola ai Romani
L’Epistola ai Romani è un fondamento della chiesa cattolica e una
delle principali fonti della riforma protestante, tanto che vi si
trovano le idee fondanti di Lutero sulla giustificazione per sola fede
e sulla grazia, anche se assai meno sulla libertà, sulla quale il monaco
di Erfurt getta un’ombra nera. Vi si percepisce la solitudine
dell’anima che tende a Dio e il primato assoluto di Dio sul prossimo,
tanto che l’amore stesso, che non fa da protagonista, è soprattutto
amore di Dio, e sempre costretto tra la giustizia e la fede, che non
circolano libere e larghe l’una nell’altra, ma si uniscono in uno spazio
teologico e giuridico così definito che manca l’aria, al punto che si
finisce per sentirsi non dico soffocati ma oppressi, pur se ciò che
Paolo scrive compare giusto e condivisibile. Gli uomini ne vengono
quasi annullati. L’assolutismo religioso di Paolo può schiacciare.
E tuttavia questo è un effetto delle parole scritte, come del fatto che
egli sia colui che scrive, o detta, non colui del quale si riportano i
detti. Mi sono formato infatti la convinzione che la grandezza di
Paolo vada colta dal vivo del suo apostolato, con la vita a fronte, e
non per ciò che egli scrive, che conta molto di riflesso, in quanto ci
dà indicazioni, sincere e per questo contraddittorie, su
quell’apostolato.
Leggiamo il passo della Epistola ai Romani in cui scrive: “Ciascuno si
sottometta all’autorità costituita perché non c’è autorità se non da
Dio e quelle che esistono sono stabilite da Dio. Quindi chi si
oppone all’autorità si oppone all’ordine stabilito da Dio” (13, 1-2).
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Si potrebbe dire che non è che un’interpretazione prosaica delle
parole di Gesù: “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è
di Dio” (Mc, 12, 13-17). E invece assistiamo a una deprimente
traduzione didattica che, presentandosi come un sillogismo a uso di
fedeli trattati come inferiori, può portare a conseguenze deliranti e
demoniache. Hitler o Stalin sarebbero forse voluti da Dio e quindi a
essi si dovrebbe obbedire?
Oso dire che il peso teologico di questa Epistola, scritta per una
comunità ben definita e riferendosi espressamente al potere
temporale dell’Impero romano, e che trae da quel contesto tutta la
sue energia strategica, sia stato pericolosamente sopravvalutato,
perché esteso a tutta la storia. Egli invita i cristiani a essere cittadini
rispettosi, punto e basta. Non teorizza l’origine divina del potere.
Non si può non sorridere con simpatia quando Paolo scrive che gli
esattori fiscali sono “funzionari di Dio” (13, 6), un principio in cui
gli italiani sono nativamente eretici, per cui i preti evitano di farne
motto nelle prediche. Anzi, un anziano sacerdote mi ha detto che
mai una sola volta in tutta la sua esperienza di confessore si è
verificato il caso di una persona che chiedesse l’assoluzione per non
aver pagato le tasse.
Se pensiamo che il liberatore Martin Lutero, prendendo alla lettera
tali parole, si è reso complice del massacro di centomila contadini
tedeschi, quegli stessi che aveva avviato alla lettura della Bibbia,
vediamo con orrore le conseguenze dell’assolutismo religioso,
quando si schiera dalla parte del potere.
Lo fa, si dice, per sopravvivere. Con questa argomentazione ho
sentito difendere da cristiani tonici e vigorosi i misfatti della chiesa
nel passato. Che cosa sarebbe restato del cristianesimo, essi dicono,
se si fosse imitato Cristo quando si veniva perseguitati? Che è il
massimo dell’ateismo possibile a un cristiano.
Cristo, giova ripeterlo, ha detto a chiare note che gli apostoli e i
discepoli sarebbero stati perseguitati. Non ha mai detto che
avrebbero perseguitato.
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Se contano le sensazioni, i timbri, i modi, le tonalità di Paolo
nell’Epistola sono grevi e fredde, come se ci fosse in lui la cavità del
cuore ben sagomata dall’esterno ma non il cuore, sicché la giustizia
sa di tribunale, un giusto tribunale; la libertà sa di cervello, un ottimo
cervello; la predicazione sa di avvocatura, egregia.
Eppure quest’uomo, che negli scritti sembra più un advocatus, un
difensor fidei che non un apostolo, un inviato, ha dato la vita,
spendendosi infaticabilmente ai quattro angoli del mondo per
diffondere il Vangelo. Dando così origine al tipo del predicatore
sistematico, dell’organizzatore di comunità, dell’amministratore di
verità teologiche, del manager religioso internazionale, del
pragmatico sostenitore di compromessi secondari, dove necessari,
con un’intelligenza morale sovrana e chiara ma singolarmente
incapace di toccare l’animo, almeno il mio, in quasi nessun modo,
negli scritti, se non per improvvise e inaspettate aperture.
Ciò che intendo dire è che Paolo non è poetico, benché non manchi
di colpi di genio anche in questo campo, mentre Cristo è sempre
poetico, nel senso della primordiale, divina, solidarietà del bene, del
vero e del bello. Tutto ciò che Cristo dice e fa è irresistibilmente
bello, non di meno quando è più duro, più asciutto.
Paolo ci spinge a considerare qual è nella storia del cristianesimo il
ruolo del tipo sanguigno, collerico, risoluto, del sottile
argomentatore (benché nella lettera ai Corinzi affermi che è ciò che
meno si debba essere); dell’uomo energico, forte e sicuro (ma di
nascosto insicuro), che impone l’obbedienza, anche a se stesso; del
prescrittore meticoloso di comportamenti, con precisazioni
legalistiche (benché dica che ciò che conta è lo spirito).
Colui che definisce se stesso “un aborto” si sottopone a una
disciplina inesorabile e categorica di umiliazione e pretende lo stesso
dagli altri. E osserviamo che questo ruolo è stato ed è decisivo, ai
vertici spirituali della chiesa, benché sempre più rara sia la capacità
paolina di essere inflessibile con se stessi.
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Paolo compare nelle lettere un fondatore di chiese più che un
apostolo “per vocazione”, come si definisce. Anzi egli mi pare, se è
lecito procedere in base alle sensazioni (che sono poi pensieri, così
rapidi da sfuggire all’autocensura) addirittura incongruo rispetto a
Cristo, benché desideroso di servirlo con tutta la sua volontà e fino
alla morte. E proprio questo è il suo straordinario valore umano e
religioso. Egli è tutto uomo, anche in modo improprio e rasposo.
Agire dal di dentro
A me il discorso paolino sulla libertà nella grazia e sull’amore come
compimento della legge sembra assomigliare più alla formulazione
dell’etica in senso hegeliano, quale incontro armonico del dentro e
del fuori, della morale e del diritto, più ancora che a un’espressione
di fede sorgiva.
In lui vedi il drammatico passaggio dalla predicazione, libera e
liberatoria, audacissima, di Gesù alla necessità storica della chiesa; la
necessità, anche brutta, se non brutale, di penetrare nella realtà come
potenza, sia pure spirituale e volta al bene, organizzata e articolata,
vedi cioè gli effetti di una resurrezione non già spirituale ma in
quello che Cristo ha chiamato il mondo, e cioè l’insieme dei mali e
degli inganni, dei poteri e dei compromessi vitali, in cui la chiesa,
fatta di uomini, comincia a penetrare, nel tentativo di agirvi dal di
dentro.
Devi agire dal di dentro. Soltanto così agisci. La tentazione alla quale
ti esponi è la caduta certa nel peccato. Ma si tratta di un peccato
indispensabile; di un male a fin di bene: questo è il dramma di Paolo
e di qualunque cristiano in azione a capofitto.
L’enigma di Paolo
La personalità di Paolo è stratificata e imprevedibile, per molti versi
enigmatica. Le sue tredici lettere, che messe insieme non arrivano a
duecento pagine, sono il frutto, credo, di pochi mesi della sua lunga
vita, sparsi in tempi diversi, e quindi di decisiva importanza per
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capirlo sarebbe stato il conoscerlo dal vivo e vederlo in azione, per
finalmente affezionarsi a lui. Ma già dagli scritti si coglie una
personalità con un’escursione molto ampia, si assiste alla nascita del
tipo terribile dell’uomo sincero, del credente contraddittorio ma
vivo, vivissimo.
Egli è capace di dire: “Amare non fa nessun male al prossimo: pieno
compimento della legge è l’amore” (Rm, 13, 10). Una ben singolare
formulazione. Come se dicesse, con gran semplicità: “Accetta di
amare, dai, non ha fatto mai male a nessuno”. Nella prima parte
riecheggia quei modi popolari, di quando diciamo ad esempio a uno
che ha un lieve malore: “Beviti un bicchier d’acqua, su, male non ti
fa.” Nella seconda parte fa una dichiarazione con tono dottorale,
dove sembra più importante compiere del tutto la legge che amare.
Nel senso che amare conta nella misura in cui compie la legge.
Oppure egli scrive: “Non fatevi un’idea troppo alta di voi stessi.”
Siamo abituati al fatto che Paolo non dica: “Non facciamoci un’idea
troppo alta di noi stessi” (12, 16), che egli usi cioè il voi in luogo del
noi, visto che lui è ben cosciente, tale idea, di essersela fatta,
sentendosi investito di una missione con tanta sicurezza da aver
convinto generazioni nei millenni a venire. E ammiriamo
nondimeno il tono veramente semplice ed efficace dell’espressione.
In ciò egli è molto simile proprio a Friedrich Nietzsche, che lo
odiava, convinto di essere portatore di una missione di portata
millenaria.
Sanamente assennata è poi la sua teoria, secondo cui: “È meglio
sposarsi che ardere”, che andrebbe ricordata a tutti coloro che si
ostinano a imporre il celibato a quei preti che non ne hanno la
vocazione, e che troppo spesso ardono nelle loro passioni gli
innocenti.
Sarebbe istruttivo campionare tutte le espressioni bibliche che non
vengono mai richiamate da lui, come da ogni altro, perché in
contrasto con la linea dominante delle chiese cristiane in un certo
momento della loro storia.
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Che Paolo si sentisse un piede sopra gli altri, nella sua travagliata
insicurezza, lo vediamo dalla similitudine in cui si definisce
l’architetto, mentre i cristiani che lo ascoltano non sono che il
campo sul quale il palazzo viene edificato, e il campo stesso
(Corinzi, 3, 30).
Tutti coloro che non sono Cristo però sono sullo stesso piano e
devono persuadersi a dire “noi” e non “voi”.
In un altro passo Paolo afferma sensatamente che l’alimentazione,
carne o non carne, non ha nulla a che vedere con la fede però invita
i cristiani a non mangiare carne per non scandalizzare i vicini, con
un notevole mimetismo tattico (Corinzi, 8, 7-11). Se infatti un uomo
debole ti vede mangiarla, potrà essere spinto a mangiare carne
immolata agli idoli.
Fiamme di Paolo
Paolo è capace però anche di sortite potenti, come quando scrive:
“Sappiamo bene che tutta la creazione geme e soffre fino a oggi
nelle doglie del parto: essa non è la sola, ma anche noi, che
possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente
aspettando l’adozione ai figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm,
8, 22-23), frasi nelle quali si sente un’investitura profetica.
Soltanto un ispirato infatti avrebbe potuto capovolgere l’ordine
gerarchico del creato in modo così naturale, mentre un dottore
avrebbe detto: “Noi gemiamo interiormente… ma anche la
creazione…”.
Paolo invece lascia che la creazione, quasi in un primo tempo noi
non ne facessimo parte, gema e soffra, per poi ricomprendere in
essa anche noi, che infatti ce ne siamo staccati superbamente, e la
ritroviamo proprio nel gemere comune.
Tutto a tutti
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C’è un passo in cui Paolo è veramente illuminante e dice qualcosa di
indimenticabile e che riemerge con potenza intatta ogni volta che si
assiste al trincerarsi di una comunità, di un movimento, di una
chiesa, nelle sue certezze inossidabili, mentre la ruggine cola nei
cuori:
“Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per
guadagnarne il maggior numero: mi sono fatto Giudeo con i Giudei
per guadagnare i Giudei; per coloro che sono sotto la legge sono
diventato come uno che è sotto la legge, pur non essendo sotto la
legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la legge. Con
coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza
legge, pur non essendo senza la legge di Dio, anzi essendo nella
legge di Cristo, per guadagnare coloro che sono senza legge. Mi
sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono
fatto tutto a tutti, per aiutare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio
per il Vangelo, per diventare partecipe con loro” (Corinzi, 9, 19- 23).
La sincerità, anche linguistica, di Paolo in questo caso è innegabile.
Egli non nasconde infatti la sua mania dei grandi numeri, che
ritroviamo spesso nella storia del cristianesimo, è che è una forma di
volontà di potenza, e una manifesta e pericolosa debolezza. La quale
trapela anche dal verbo “guadagnare”, come se i cristiani fossero una
preda d’oro da accumulare in virtù di un’imprenditoria missionaria.
L’esordio del passo è degno di una personalità fieramente ispirata:
“pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti”. Chi infatti
è servo troverà naturale farsi servo, e non c’è alcun merito in questo,
anzi una vergogna.
Dicendosi poi libero da tutti in quanto uomo di Dio, egli non
nasconde neanche la componente impura del desiderio di servire
Dio per non dover servire nessun uomo.
In che senso si è fatto Giudeo con i Giudei? Conosciamo la gran
duttilità della personalità di Paolo, che è pragmatico e confidenziale,
assennato e affettivo, sanguigno, superbo e furbo, illuminato e
sottile ragionatore. Ma questo mimetismo non va ricondotto al suo
carattere, bensì fa intendere un rispetto profondo, un ascolto,
un’immedesimazione, una volontà di familiarità spinta fino
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all’identificazione, e proprio con quel Giudeo che lui rimpiange di
essere stato, ricordandogli la sua vita precedente di persecutore, e
nel quale egli vede, da vero cristiano, la persona.
Egli si è slanciato addirittura verso gli altri, non curando più che
fossero nella legge o sotto la legge; lo stesso problema della legge
finalmente non gli interessa più, anche se non riesce a non dire che
lui è “nella legge di Cristo”, tante volte qualche commentatore
malizioso glielo rimproverasse.
“Mi sono fatto tutto a tutti per aiutare a ogni costo qualcuno”. In
questo passo c’è il culmine dell’ispirazione in Cristo. Io non sono
nessuno in modo arroccato e definito, non ho identità altra di quella
del mio fratello, giudeo, nella legge, fuori della legge, non importa.
C’è uno svuotamento, una kenosis della propria natura, che è, in
questo caso, di uomo forte, che si fa debole con i deboli, che si fa
tutto a tutti.
Siate tutto quello che volete, io non mi confronto con voi in base a
quello che io sono. Io mi faccio ciascuno di voi, non ho paura di
diventare uno di voi, all’opposto di ciò che voi crediate che io sia,
perché io non sono te ma tu sei me. Nel diventare te, divento me.
L’amore è un ponte del divenire tra due esseri, non una sostanza.
Mentre i filosofi pluralisti salvano i fenomeni, identificando elementi
eterni all’interno di essi, le radici di Empedocle, i semi di
Anassagora, gli atomi di Democrito, il cristiano salva questo mondo
del divenire nell’amore tra due esseri.
Fosse solo per questo passo, Paolo sarebbe indispensabile, e ci
attesta che egli apostolo lo è stato davvero, e non tanto per le sue
lettere, ma per quello che in esse trapela potentemente della sua
pratica di vita.
Osservo che egli non dice: “Amo tutti, per aiutare a ogni costo
qualcuno.” Forse perché farsi l’altro già vuol dire propriamente
amarlo?
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Manca allora un passaggio decisivo. Egli non dice: “Mi sono fatto
nemico con i nemici”, giacché soltanto immedesimandoti nel
nemico tu riusciresti a vedere te stesso come nemico dell’altro,
accetteresti cioè umilmente di non essere super partes, concepiresti
che essere cristiano potrebbe voler dire per un altro costituire il suo
nemico. Non crederesti troppo bassa cosa per te concepire la
possibilità di essere un nemico. E appunto capendo questo, lo
ameresti.
Cristo è perfettamente cosciente di avere molti nemici. E si fa a
quelli nemico, amandoli.
Ciò che si nota in Paolo è l’estrema intermittenza dell’illuminazione
divina. Egli è molto discontinuo, cosa pienamente perdonabile vista
la vita estrema che ha condotto con tenacia sovrumana. Un uomo
maledettamente pragmatico, giuridico, compromissorio, dotato di
una tenacia incrollabile, un uomo spiritualmente forte, eppure un
po’ triste e antipatico, impoetico, che va da un eccesso di rigore a
una praticità un po’ confusa, un tempo si sarebbe detto femminea
(“Meglio sposarsi che ardere”), benché ammirevole per la sua
dedizione e le sue capacità di capo, padre spirituale e organizzatore
di comunità, nonché maratoneta della predicazione e stoico
sopportatore di ogni ingiuria e percossa, che di colpo si apre in
rivelazioni di straordinaria intelligenza, profondità e bellezza, che
compaiono in mezzo a consigli pratici prosaici, lamentele, vanità,
rivendicazioni e cattiverie, o almeno durezze ruvide e prepotenti.
Rivelazioni che ti restano impresse per sempre e che non possono
essere derivate tutte da lui perché, per quanto la sua personalità sia
straordinariamente sfaccettata e per molti versi enigmatica,
all’insegna dei continui contrasti e degli andirivieni più disorientanti,
ora tonante ora dimesso, ora sanguigno ora mite come un agnello,
non sai per quanto; ora sottile cavillatore ora veleggiante senza
dubbi verso l’essenziale, non può un uomo così complicato essere
da solo capace di rivelazioni che resistono a due millenni.
Paolo è un uomo che puoi detestare e puoi amare insieme, come se
fosse tuo contemporaneo. Non è uno che va in maschera, che posa.
Ma che offende e sfinisce con la sua sincerità.
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Paolo ha ricevuto, o si è convinto di aver ricevuto, una chiamata da
Dio, nella formulazione della quale, a ben vedere, si cela una
superbia non da poco. “Saulo, perché mi perseguiti?” gli ha chiesto
infatti Dio, quasi supplichevole, e proprio per questo con potenza
sovrumana, in una luce abbagliante che lo ha fatto cadere da cavallo
sulla via di Damasco, dove si avviava per perseguitare i cristiani.
Cieco per tre giorni, ha ritrovato la vista e ha cominciato a predicare
la buona novella.
Il carattere angosciante della sua persona non deriva da questo fatto
ma dalla considerazione che, dopo tale evento, egli sia ancora
maledettamente troppo umano. Un’angoscia che ci somiglia in
modo più che imbarazzante.
Un episodio di epilessia, che ha fatto da detonatore di un processo
di colpa, di sommovimento spirituale, di follia mistica?
Ora, la visione o l’ascolto di Dio può essere stata fuori del corpo,
come si esprime lui, o dentro il corpo. Se fuori, puoi sempre pensare
al risveglio che sia stata un’allucinazione, un abbaglio. Se dentro, in
una simultaneità esplosiva, egli può aver vissuto l’attacco non come
un incidente bensì come una rivelazione fisica in tutto l’essere.
Si può avere una visione e dimenticarla e non dar seguito a essa.
Anche la visione miracolosa infatti è rapita dal flusso delle
esperienze fino a sbiadire, se non si radica in una storia spirituale già
orientata.
Molti che hanno assistito ai miracoli di Cristo sono rimasti increduli,
anzi, lo sono diventati.
Appartenendo a coloro che non hanno mai avuto visioni e
illuminazioni, se non la sensazione, in un’ora notturna, a Monaco, di
approssimarmi a una verità con tutto l’essere, che però non ha
nutrito poi tutte le mie azioni e pensieri, almeno in modo conscio,
sono condannato allo scetticismo. Ma soltanto per quanto riguarda
me, e resto aperto verso l’esperienza di Paolo sulla via di Damasco,
come verso altre, anzi, me ne nutro. E, così aperto, mi dico: Ma
2402
come mai egli riusciva poi così di rado, sebbene potentemente, a
ritrovare quell’illuminazione? Perché è così spesso opprimente e
triste, mentre Gesù non lo è mai una sola volta? Forse si dava
troppo da fare?
Friedrich e Paolo
Nietzsche considera Paolo ne L’Anticristo addirittura l’opposto di
Cristo, un vero e proprio disevangelista (come si legge nel
manoscritto) che ha cuore la potenza, l’obbedienza, il giudizio, la
vendetta, il castigo, la colpa, risucchiando il Vangelo nella mentalità
rabbinica e farisaica, proiettando il regno di Dio, che è ora, in un
aldilà a venire, che si attingerà, sì, attraverso la libertà nella grazia,
ma a condizione che ispiri dall’interno la legge.
Così giudicando Paolo, Nietzsche stesso è preso involontariamente
dalla stessa catena del giudizio categorico e del superbo odio critico
che lo respinge in Paolo, anche se il pensatore tedesco lo fa anch’egli
in nome di Cristo, giacché per lui “in fondo è esistito un solo
cristiano e questi morì sulla croce” (L’Anticristo, 39).
Una battuta a effetto, uno di quei coup de théatre ai quali difficilmente
Nietzsche riusciva a resistere, benché di natura impura? O una
sottile rivalità e invidia dei discepoli di Cristo, visto che Friedrich ha
sempre desiderato, e meritato, di averne anche lui in vita senza
riuscirvi? Ma egli ha vinto l’umiliazione di non attecchire,
affermando che il vero maestro non ha discepoli, se non quelli che si
burlano di lui.
Scatenato il sospetto dell’invidia, della gelosia, del risentimento,
secondo Nietzsche propri delle creature deboli, e in verità di tutti,
perché tutti siamo deboli, il sospetto si accanisce contro il
sospettoso in una sequenza nera. Le virtù dello smascheramento
critico da parte dello spirito libero si nutrono dei vizi inconfessabili
che usano l’indagine filosofica per sfogare le pulsioni indegne. E
smascherando, mascheri; sospettoso, insospettisci.
2403
Io, per esempio, chi sono? Cosa ho fatto? Per non dirmi nessuno
non mi resta che credere che pensare abbia un senso, che possa
essere addirittura come pregare. Altrimenti le mie critiche
snuderebbero chissà quali intricate debolezze personali. Che sarei
costretto a mascherare da forze, illudendomi di avere una potenza
che non ho.
Friedrich vede Paolo come un pensatore e lo stronca. Se lo fosse, se
lo meriterebbe forse, ma non lo è. Paolo è un invasato, un invaso,
un invadente, un invasivo, che macina centinaia di chilometri, che
digiuna, si lascia battere e fustigare, scappa dagli assassini nascosto in
una cesta calata da una finestra, rischia la pelle per mare e per terra.
Brucia dalla vergogna per avere, in quanto Saulo, perseguitato i
cristiani, anzi brucia per aver perseguitato chicchessia; si impone la
castità, si priva di tutto, si sfoga, smania, si difende, attacca, vuole
punire. Paolo non era un pensatore, bensì uno che si è imposto il
compito di dare un assetto costruttivo, che reggesse ai terremoti, alla
parola di Cristo, tradendola a fin di bene.
Nietzsche accusa l’umile che si mette all’ultimo posto di voler essere
invitato dal padrone di casa nel primo. Non sarà che Paolo, il quale
sembra tanto egocentrico, superbo, rabbioso, esuberante, drastico,
secco, passionale ma in modo cerebrale, era invece umile realmente?
Paolo fonda una chiesa, mentre per lui Cristo non aveva nessuna
intenzione di farlo, come pensano in molti, e nemmeno di fondare
una fede in un altro mondo, né di venire divinizzato, né di proiettare
tutti verso l’immortalità futura, essendo essa una qualità presente
della sua vita.
Nietzsche sceglie in modo aggressivo nei Vangeli i passi che
sostengono la sua tesi, la quale è religiosa e animata da un furor da
Antico Testamento, se condanna Paolo con i toni di un arcaico e
sdegnato rabbino, benché molti, soprattutto quei teologi e credenti
che si spaventano facilmente, potranno vederla solo come blasfema
e violenta. Un rabbino della libertà e della verità.
Eppure tutte le pagine dell’Anticristo su Cristo, sulla sua mitezza,
inclinazione al perdono, spirito di eguaglianza, resistenza passiva di
2404
fronte al male, addirittura sulla sua “idiozia”, sul suo fondare ora il
suo Regno, sono singolarmente ispirate, sono un atto d’amore che
gli scappa di mano, o al quale si abbandona, per Cristo. Anche se
non in Cristo.
Il Cristo di Nietzsche tuttavia non lo riconosco. Nietzsche lo
considera un egualitario ma non ne coglie lo spirito aristocratico, in
quanto Egli chiede il massimo a ciascuno. Chiunque può essere
all’altezza di amare ma l’impresa è la più ardua che ci sia, mille volte
di più che non scrivere L’Anticristo, attestandosi come spirito libero.
Cristo perdona ma è esigentissimo. È passivo verso il male ma solo
per diventare il più attivo contro di esso.
Nietzsche lo ha visto come mite e “idiota” (ispirandosi al
personaggio che dà il titolo a un romanzo di Dostoevskij) ma Cristo
era di una prontezza, audacia, durezza, nettezza, avventurosità, dove
e quando necessario, capacità di usare la spada della parola in modo
incomparabilmente lontano dalla sua immagine mite e incantata,
troppo letteraria e musicale, in Nietzsche.
Nietzsche vede Cristo come un modello di innocenza opposto al
suo carattere, proietta su di lui ciò che ha sempre voluto essere, un
danzatore filosofico, un gaio scienziato, un innocente affidato al
divenire. Egli avrebbe voluto in fondo imitarlo, in versione filosofica
e letteraria, come è fin troppo chiaro nel suo Zarathustra, maestro
senza discepoli in carne e ossa, appunto perché, in forma allegorica,
egli è troppo psicologico. O, nei casi migliori, antropologico.
L’Anticristo è un libro indispensabile per far capire ai cristiani i loro
peccati più gravi, quelli di cui non si accorgono. Ma esso è molto di
più un’Antichiesa, essendo Nietzsche avverso a qualunque chiesa, e
soprattutto un Antipaolo. Ed è un Antipaolo perché c’è Paolo in lui.
Nietzsche ama presentarsi pensatore interrogativo della verità, tanto
è vero che egli giudica Pilato, il quale si domanda “Che cos’è la
verità?”, l’unico personaggio onesto. Ma allora L’Anticristo, così
categorico, così apodittico, non è un libro onesto?
2405
Si deve essere categorici all’attacco, nel distruggere, e ipotetici in
difesa?
Il linguaggio del fanatismo, che Nietzsche stesso si è rimproverato di
aver adottato, dilaga di nuovo nelle ultime opere, proprio quando
egli si sente al massimo uno spirito libero, e cioè quando nega le
verità altrui, mentre al contempo lo invade un bisogno di assoluto,
di verità assoluta, incontenibile, che si scatena proprio nel negare a
ogni passo una verità concorrente, se questa va al di sopra del
singolo individuo, e cioè del tipo aristocratico da lui sostenuto.
Nietzsche considera Gesù il maestro di una pratica di vita e gli
oppone la sua pratica di spirito libero. Ma sa che la sua filosofia
approda anch’essa a nient’altro che a una pratica di vita, per giunta
pericolosamente acrobatica, e diventa forse invidioso e geloso verso
Cristo.
Nietzsche infatti giudica il cristianesimo da psicologo, come
espressione di un tipo umano, il tipo che chiama del redentore e il
tipo che chiama del fedele risentito. Ma la psicologia non è che una
sfera di pensiero circoscritta, perché labirintica.
L’Anticristo è l’opera di un depuratore, di qualcuno che vuol fare
pulizia di quella “spazzatura” (Corinzi, 3, 4) che Paolo dice essere
diventati i cristiani per tutti; un giudice implacabile e divertente, uno
smascheratore brillante e teatrale, che gesticola non meno dei suoi
imputati evangelici, che reciterebbero l’umiltà e la misericordia. Un
provocatore sostanziale, mai gratuito, dal quale bisogna farsi
umiliare serenamente; un collaudatore esperto nei climi più impervi.
Giacché se tu, leggendo, ti sdegni, ti scandalizzi, ti irriti, ti senti
colpito, ti vuoi vendicare, vuoi contrattare o smentirlo, gli dai
ragione, lo confermi, ti smascheri per quello che sei: un falso. Se ne
sei colpito al cuore non sei cristiano. A tal punto Nietzsche è puro
nel suo attacco e prende sul serio l’essere cristiani.
E tuttavia i suoi toni, le sue parole, i suoi gesti, il suo sentirsi l’unico
uomo del mondo depositario di una verità assolutamente certa, e
cioè che il cristianesimo sia una malattia basata sulla menzogna dei
deboli, gli fanno parlare il linguaggio del fanatismo e fondare una
2406
religione assolutistica della quale lui è l’unico portavoce. Il che rende
questo libro, trionfante ed eccitante, un monologo incendiario che si
dà fuoco per autocombustione, eppure non si consuma mai.
Mi colpisce la dolcezza con la quale Massimo Cacciari tratta i
discorsi di Nietzsche nelle sue ultime opere, la pazienza con la quale
commenta i passi di Così parlò Zarathustra. Cosa riesce a vedervi che
io ancora non vedo?
Il punto non è se negli scritti degli ultimi anni egli dava già segni di
follia, perché invece i suoi ultimi libri, Il crepuscolo degli idoli,
L’Anticristo, Ecce homo sono insoddisfacenti proprio perché in essi c’è
l’eliminazione totale della follia, cioè di ogni tipo di mania divina.
C’è un getto di pensiero sfrenato nell’eliminazione completa di ogni
altro essere vivente sulla terra, condizione propria della ragione
schizzata nella solitudine completa e impoetica.
Ti aspetteresti che così perdesse la sua potenza. Invece non è così.
Questo non arrivo a capirlo, tanto è vero che me ne devo difendere.
Ci dobbiamo ancora difendere da Nietzsche. Se non è potenza
questa.
L’unico genere letterario che si può attingere in questa condizione
tragica è il monologo teatrale. In un mondo in cui l’umanità è
scomparsa e resta un solo uomo che pensa fino in fondo, ogni altro
essere che lo ascolti è un non uomo, e cioè il tipo più inumano che
esista nel suo stato puro e assoluto: il lettore.
Nietzsche è dotato di un mimetismo proteiforme che lo porta ad
assomigliare straordinariamente a chiunque critichi. Forse è proprio
un essere polimorfo all’origine.
C’è stato chi ha scritto libri poderosi contro L’Anticristo, rovesciando
il processo contro il gaio inquisitore, che è diventato l’imputato. Ma
così si crea un processo infinito di giudici messi alla sbarra.
Amore, fede non sono pensieri, non sono pratiche di vita, non sono
effetti di psicologia individuale, sono il nucleo di fuoco indicibile
2407
prima delle parole. Essendo di loro natura transitivi, essi devono
comunicarsi e scambiarsi a parole ma, colpendo queste, tu colpisci
solo il mezzo, non il cuore, se c’è.
Nietzsche in quest’opera è violento, perché allora tutti gli altri
uomini dovrebbero sentirsi tristi e infelici perché non sono
Nietzsche. A meno che non lo vedano come uno spettacolo di
geniale divertimento. L’Anticristo è un’opera artistica, uno show, uno
spettacolo pirotecnico, una messa in scena tragicomica sul palco
della fine del mondo. Nietzsche andrebbe rappresentato. Se il teatro
è il luogo in cui dire la verità.
Genio o insipiente, la domanda è: Ami qualcuno? Sì e no. In ogni
caso fai qualcosa per qualcuno. Fai quel poco, pochissimo. La verità
è un fare, sempre duale, sempre minimo.
6 gennaio
Corrispondendo a Drammatica della prossimità
di Massimo Cacciari
I pensieri che seguono non sono un commento puntuale allo scritto
di Massimo Cacciari ma nascono da esso. Sono un commento
generativo.
“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima
e tutte le tue forze e tutta la tua mente, e amerai il prossimo tuo
come te stesso” (Lc 10, 27).
Il fatto di accostare immediatamente l’amore per il Signore a quello
per il prossimo costituisce una vera novitas, scrive Cacciari. E non
può essere che così, come risulta chiaro se riflettiamo su quel kai ton
plesìon sou os seautòn, “e il prossimo tuo come te stesso”. Cosa
significa infatti “come te stesso”? Non già: “come se fosse te
stesso”, dando per assodato che ciascuno di noi si ami in massimo
grado, sicché questo amore di sé costituisce la massima ed evidente
potenza d’amore, da riversare in futuro come una fiumana su Dio e
sul prossimo. Perché infatti in tal caso la sostanza nostra primaria
2408
sarebbe l’amore di sé, il quale è troppo rischiosamente incline a
specchiarsi per poter essere vòlto a un altro.
Si dice che uno non possa amare un altro se prima non ama se
stesso, e questo risulta vero nei casi in cui uno sprofondi in tale
accidia, indifferenza a tutto, mancanza di gusto per la vita da
inaridirsi e piombare in uno stato malinconico, o addirittura in una
depressione che, quando non sia una forma patologica, si può
definire la malattia del disamore.
Ma così non stando le cose, la vitalità dell’amor sui non puoi
incanalarla a piacere dove vuoi, a meno che l’amore di un altro non
venga compreso e abbracciato nell’amor di sé, fino a costituirne
un’espansione vitale, la quale sarebbe però un riassorbire l’altro nella
mia letizia, nel mio conatus. Amerei me stesso in modo polimorfico.
“Amerai il prossimo tuo come te stesso” significa allora “in quanto
te stesso”, in quanto cioè il prossimo, colui che si approssima a te
all’infinito, diventa il tuo vero io fuori di te. E non in quanto io
debba annullarmi e sostituirmi con un altro, impresa impossibile e
indesiderabile, ma in quanto il prossimo, approssimandomi io a lui,
realizza il mio io, che finalmente non è più mio, nell’atto di amarlo,
che è l’atto di far sì che tu mi costituisca, mi faccia diventare ciò che
io veramente sono.
Nessuno è veramente se stesso, non è io, finché non ama.
Se allora Cristo approva ciò che l’interlocutore, richiamandosi al
Deuteronomio, gli dice, nella prima parte della frase: “Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il tuo cuore e tutta la tua anima e tutte le tue forze
e tutta la tua mente” osserviamo intanto che si dice “il Signore Dio
tuo”, e cioè che il Signore è tuo, che ti ama appartenendoti.
Si distingue poi tra il cuore e l’anima, così indicando che il
sentimento radicale che proverai (agapéseis) corrisponde alla natura
essenziale del tuo essere, che è l’anima, ma soltanto da quando essa
amerà. Un’anima che non amerà è un’essenza, se non statica,
ricevuta e propria. E, in quanto propria, non amante, non vera.
2409
E ancora leggiamo: “Con tutte le tue forze”, così indicando non già
uno sforzo di volontà soltanto ma il pieno dispiegamento di una
potenza attiva d’amore, giacché amare è un’azione.
La certezza che lo sia è data dall’esortazione insita nel discorso, che
però va ascoltata nella tonalità giusta, affinché non si pensi a un
monito, giacché come puoi comandare di amare? L’espressione non
può essere intesa nemmeno come un vaticinio, come una
prefigurazione di ciò che necessariamente sarà, anche non
volendolo; e tuttavia essa, vivificata da Cristo, non può essere
neanche pensata come un obbligo, come l’indicazione di ciò che sarà
bene fare se vorrai seguire Cristo.
Chi ama infatti non può sopportare comandi altri da quelli che già lo
costringono ad amare.
Il passo si conclude dicendo: “e con tutta la tua mente”, cioè non
soltanto con tutto il tuo intelletto, con tutta la tua ragione, bensì con
tutti i tuoi pensieri, convergenti nel tuo amore.
La corrispondenza allora tra l’amore del prossimo e l’amore verso il
Signore Dio tuo è in realtà quella di un’unica sorgente e di uno
stesso processo, giacché è Dio il mio vero io, quello che si genera
nell’atto di amare. In quell’approssimarsi all’infinito, amando Dio, io
non mi annullo, benché annulli quell’ amor sui tanto evidente quanto
avverso all’amore, in virtù di una super evidenza, e cioè che io non
esisto non amando mentre esisto al massimo amando.
Ama il Signore Dio tuo vuol dire allora ama il tuo vero e unico Io. E
l’unico vero Io di tutti. Un io che non è res, bensì azione.
Approssimarsi all’infinito non risponde però al carattere attuale
dell’amore. Il quale infatti è possibile per noi nel suo culmine
soltanto in atti puntuali come quello del samaritano, che subito
cedono al regime ordinario della non corrispondenza, a quello che
Cacciari chiama il riallontanarsi, quasi di fuga, del samaritano.
Il peggiore antagonista dell’amore, duro e inesorabile, è l’idealismo
sentimentale, la retorica fluviale, l’ipnosi e l’autoipnosi predicativa. Il
2410
regime dell’amore umano contiene quello del disamore e
dell’inamore in modo costitutivo al di fuori dell’atto.
“Questo però io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per chi vi
perseguita” (Mt, 5, 44). Quest’affermazione mette a dura prova la
corrispondenza di cui finora ho parlato, facendomi dubitare di non
aver colto nel segno, a tal punto sono inesperto di amore.
Se non vogliamo tuttavia che essa resti ai bordi favolosi del discorso
come un’impresa mirabolante e acrobatica, che coloro che
vorrebbero compiere sono fatalmente i più incapaci a fare, come un
limite irraggiungibile e utopico per tutti tranne che per Cristo, e per i
rari illuminati, dobbiamo inoltrarci in un campo spaventoso con
coraggio.
Qual è infatti il nemico massimo? Colui che ci fa del male
volontariamente. E qual è il massimo del male? La morte. Dio è il
sommo amico perché ci dà la vita, ed è forse allora anche il massimo
nemico perché ci dà la morte? È Egli che ci perseguita e colui per il
quale dobbiamo pregare?
È concepibile pregare per Dio? Bisogna essere illuminati per
rispondere facendolo. Non come me un semplice uomo qualche
volta in grado di riconoscere chi illuminato lo è.
Quando Agostino si domanda: Unde malum?, egli si domanda di fatto
Perché Dio ci dà la morte? Essendo infatti Dio assolutamente libero, la
nostra morte è una sua scelta volontaria quanto la nostra vita.
Quando Dio toglie la vita a uno dei nostri cari, Egli non ci diventa
forse nemico? L’esperienza dell’amore per il nemico non è allora
un’immaginazione fantastica ai bordi estremi e favolosi del
cristianesimo, ma un’esperienza profonda derivante proprio dalla
prossimità di Dio.
Dio è prossimo perché la nostra relazione con Lui è questione di
vita o di morte. Siamo condannati a questa prossimità, siamo
costretti a questo amore.
2411
Ed è da questa prossimità con il nemico, che è anche il sommo
amico datore di vita, che discende la necessità di amare il prossimo
umano, come questione di vita o di morte?
Ci ingraziamo Dio per ingraziarci chi più di ogni altro ha la potenza
di perseguitarci?
Questa domanda ha un senso psicologico preciso ma proprio per
questo essa è dentro il regime del disamore o dell’inamore. Non si
può infatti parlare di amore senza parteciparvi, seppure in piccola e
debole parte.
Cacciari scrive: “Non ci è forse propria la philautia? E non dobbiamo
odiarla?” (p. 117).
“Il nostro peggior nemico siamo noi stessi.” Questa espressione
vuol dire che proprio nell’ amor sui si annida l’odium sui. Noi odiamo
principalmente chi amiamo e attacchiamo soprattutto il soggetto e
l’oggetto del nostro amore.
Amici e nemici non appartengono infatti a due categorie ben
distinte, se è vero che nella stessa guerra il nemico non è
necessariamente odiato, né lo è chi ci fa del male, anche
volontariamente, tanto più che, una volta definito come nemico, il
suo attacco ci giunge previsto e nell’ordine delle cose.
Non mi spingo a dire che i veri nemici sono i nostri amici, benché
l’esperienza ci mostri che nessuno può essere crudele come un
amico, sia perché soltanto l’amico potrà ferirci nel modo più
profondo, avendo noi a cuore la corrispondenza con lui; benché
sappiamo che soltanto la donna amata potrà farci veramente del
male, mentre i colpi della donna avversa o indifferente ci fanno
danni soltanto pratici o sentimentali.
L’amico e il nemico si ritrovano molto spesso nella stessa persona, al
punto che la difficoltà di amare il nemico si sperimenta nella gran
parte dei casi proprio nel bisogno di perdonarci tra amici per un
male che ci siamo fatti, o tra amanti e persone care, per la nostra
crudeltà inevitabile.
2412
L’amicizia è la messa alla prova dell’inimicizia.
Amare non è la clemente felicità che un altro esista, un’esperienza di
tutti i giorni, di cui ci nutriamo senza accorgercene e senza della
quale non vivremmo, ma la durissima prova di far questione di vita e
di morte in ciascuno, cioè di amare e perdonare chi ci tradisce, e cioè
chi ci dà la vita e la morte, proprio l’amico che ci è nemico.
Quando san Francesco distinse la vita secondo il Vangelo dalla vita
secondo la chiesa ma si sottomise ad essa, salvando l’ordine, non
fece che amare la chiesa proprio secondo Cristo, in quanto essa era
il nemico prossimo, umiliandosi a essa. La chiesa, tale la potenza di
quell’amore mortificato, non si accorse di essere amata in quanto
nemico, giacché la distinzione francescana significava che la chiesa
non viveva secondo il Vangelo. E lasciandosi amare da lui fu
costretta anch’essa a vivere, almeno per questo, secondo il Vangelo.
Francesco, obbedendo alla chiesa, era pronto a mandare a morte il
suo ordine, che così salvò.
Dio ha mandato a morte suo Figlio. Questo gesto d’amore divino è
indispensabile, e appunto cruciale, perché noi possiamo attraversare
amando questa terra altrimenti spaventosa di amici-nemici, nella
quale ci perderemmo come in un deserto senza fine, essendo amicinemici di noi stessi. In quanto Dio stesso sarebbe un amico-nemico,
non paradossale ma doppio, di fronte al quale saremmo impotenti, e
quindi subumani. Infatti, non potendo fare nessun male a Dio,
potremmo soltanto odiarlo in modo indegno, perdendo insieme
l’unico vero Io, svanendo in un aerosol di quasi nulla. E quindi la
sua inimicizia ci colpirebbe oltre ogni giustizia e umana
comprensione, giacché ci seccherebbe, senza volerlo, il cuore,
l’anima, le forze e la mente vanamente.
Il fato è l’effetto meccanico dell’amore negato.
Ma mentre con Dio è evidente che è così e non abbiamo scelta, noi
possiamo non approssimarci al prossimo, considerando la loro vita e
morte indifferente, come il sacerdote e il levita, i quali però, restando
2413
così nel proprio, passando oltre, scampano alla potenza dell’amore
divino.
Il samaritano, come scrive Massimo Cacciari, sente la ferita fuori di
sé, sente che l’uomo mezzo morto sulla strada è lui stesso, anzi
diventa lui stesso nell’atto di soccorrerlo, nel mentre il suo abituale
io si accerta finalmente come straniero. Non ami infatti l’altro
perché è straniero ma perché tu lo sei a te stesso, e quindi hai un
odio segreto per te, che non puoi mai colmare amandoti ma soltanto
amando, per quanto dura l’atto, colui che, fuori di te, ti è straniero.
In questo modo soltanto, soccorrendolo, soccorri te stesso.
Mi approssimo a me stesso, sempre più vicino, più vicino, e cosa
trovo in fondo? Il vuoto. Nessuno è mai prossimo a se stesso:
approssimandoti ti allontani.
Chi è il prossimo di quell’uomo mezzo morto? domanda Gesù. Non
domanda: Chi è il prossimo del samaritano?
Consideriamo nemici quelli che pensiamo sentano noi come nemici,
perché non ci riconoscono per colui o colei che siamo. Essi ci
rattristano perché ci rendono nemici a noi stessi.
Se mi riconosco io come il prossimo di un altro e mi approssimo a
lui, egli si sente amico a se stesso.
Ogni atto di caritas è un salvataggio reciproco dallo straniero che mi
ha invaso: io stesso.
Ma non c’è psicologia: nella parabola non si dice nulla dell’uomo
mezzo morto, del tutto passivo rispetto al bene che riceve, muto.
Non se ne racconta la storia né si sviluppa il seguito, magari con un
nuovo incontro, un sentimento di gratitudine, un tentativo
dell’uomo di ritrovare il suo salvatore. Nel Vangelo è sempre così:
fatti lucenti, azioni assolute, gesti decisivi, poche chiacchiere, pochi
sentimenti, quasi nessuna psicologia.
2414
Nietzsche per inciso ha voluto invece criticare il Vangelo come
esemplare di psicologia, come una pratica di vita individuale,
addirittura per tipologie: il tipo del redentore, il tipo del risentito.
Nella Lettera a Diogneto si dice che i cristiani sono stranieri in ogni
luogo, dentro e fuori la loro patria. Ma non è questione di luoghi, se
non in quanto l’anima stessa non ha luogo se non fuori di sé.
Il samaritano, considerato ateo e miscredente, è forse costretto dalla
sua fede in Dio, preso con violenza e gettato da Lui ad aiutare
l’uomo mezzo morto? Chi compie un atto d’amore si sente infatti
preso da una potenza, non già obbediente a un comando. La fede
stessa infatti non è né nel sacerdote né nel levita che passano oltre
ma soltanto in chi ama, sappia o no di avere fede.
Per rispondere a questa domanda dovremmo chiederci che cosa
intendiamo per fede.
Fede è la convinzione che Dio ci ami? È l’amore di Dio per noi ciò
nel quale crediamo? Crediamo in altre parole che Dio abbia fede in
noi? Abbiamo fede nella fede di Dio in noi?
Paolo dice che la fede senza l’amore è come un cembalo risonante
(Corinzi, I, 3). L’espressione è così bella da generare un senso di
rotondità, come di una superficie sferica sulla quale si può scivolare
esteticamente.
Come si può infatti dissociare la fede dall’amore? Se per fede si
intende il culto, l’espressione sarebbe immediatamente chiara ma
meno potente. Se per fede si intende la convinzione che Dio ci ami,
se ne può allora dissociare l’amore nostro per Lui?
Sentirsi amati da Dio è un’esperienza, spesso inconscia, spesso
affiorante alla coscienza, che sovente non si distingue nemmeno
dalla fede nella vita, dalla gioia di vivere e di gustarne la potenza.
Tale fede, alla quale può seguire l’espressione di gratitudine di un
culto, sarebbe allora puramente sonora e risonante se non la
nutrissimo dell’amore nostro.
2415
“Amor, ch’a nullo amato amar perdona” (Inferno, V, 103). Vuol dire,
sia pure in un piano passionale e umano, che colui che è amato non
può che ricambiare l’amore? Entriamo forse in una logica di scambi,
per cui uno ricambia ciò che riceve, e non può che farlo?
E ricambiare, non è un gesto debole, benché preso dalla potenza di
amore?
Il vero amore è soltanto quello corrisposto, quello che non puoi non
ricambiare, quello che ti condanna senza perdono a ricambiarlo,
mentre puoi amare non amato e non amare amato, quando si tratta
di amore falso.
Se è così l’amore divino, sommamente vero, è quello che non puoi
che ricambiare. Ma come mai tale amore viene infinite volte non
ricambiato, a dispetto della sua potenza sovrumana? Come mai non
ha sempre la potenza di farsi corrispondere?
La corrispondenza dell’amore è indispensabile. E l’esperienza
mostra che ci sono persone condannate ad amare, altre che scelgono
liberamente di farlo, altre ancora che non ne sentono il bisogno, e
per questo rifiutano di farlo.
Perché non si parla di fede nel prossimo? Perché il prossimo ci è
davanti in modo evidente mentre nel caso di Dio, essendo invisibile,
dobbiamo crederci?
La fede è verso il futuro. Fede che Dio esisterà? Fede che mi amerà?
Fede che esista un aldilà? Se infatti Dio è invisibile si intende cosa
significhi fede. Ma se tu credi che Dio esista, credi che esista ora,
senza intervallo temporale tra il tuo atto di fede e la realtà, e quindi
la tua fede esige che Dio esista già, che Dio ti ami già, che l’aldilà sia
aldiquà nel mentre dire fede genera un distacco tra un già e un non
ancora, che è il dubbio.
La fede è quindi una condizione paradossale di certezza temporale
nel mentre si proietta verso il futuro con abbandono, e di incertezza
spaziale in cui il futuro si approssima verso di me ma senza essersi
ancora realizzato e senza poterlo mai essere.
2416
I corpi sono sempre separati, compatrioti o stranieri, amici o nemici,
e quindi l’approssimarsi non intacca mai la nostra alterità sostanziale
gli uni agli altri, perché anzi l’amore si stampa proprio nella
lontananza e nella estraneità, anzi la produce e senza di essa non
sarebbe: “E la crudele solitudine / che in sé ciascuno scopre, se
ama” (Canto), scrive Ungaretti.
Proprio Dio invece, che è l’Invisibile che tutto vede, può dare
l’illusione dell’identificazione mistica, impossibile con un altro corpo
come il nostro.
Ma si tratta di un’illusione d’amore, perché Dio è amato nella misura
in cui resta lo Straniero, se non il Nemico, visto che dà la morte.
Perché c’è la morte, ecco che è indispensabile la fede, che genera
una tensione tra l’essere e il non essere, mentre invece l’evidenza
prima dell’amore attuale non avrebbe di fede alcun bisogno.
La fede è vivere la morte, l’amore vivere la vita: sono per forza
tutt’uno.
Non ho fede che io esisto. Io non dico: ho fede che il mare mi sta
davanti. Non dico a una donna: Ho fede che tu esisti. Ma non le
dico neanche ho fede di amarti. Visto che ti amo.
Se dico ha una donna: “Credo in te”, dico che ho grande fiducia e
stima delle sue qualità, affinché possa dare il meglio di sé. Ma Dio dà
sempre il meglio di sé.
Quando abbraccio una donna, lei è impermeabile nel corpo finché
non diventiamo maschio e femmina. Ma quando la amo
spiritualmente io non ho desiderio né fede di possederla un giorno,
perché già la amo e ne desidero il bene, anche senza di me.
Quando amo una donna, non per questo ho fede in lei, né ho fede
che mi ricambi. La amo indipendentemente dal successo pratico
dell’amore. La amo nel senso che desidero il bene di quella donna,
anche senza di me. Al massimo ho fede che lei si realizzi pienamente
nel suo essere pieno, che io solo vedo. Possibilmente, con me.
2417
Non dico nemmeno a Dio: ho fede di amarti, perché l’amore è
attuale, la fede invece è desiderativa, è proiettiva. La fede in Dio
non è allora che una conseguenza dell’amore che dubita, che perde
di calore, che raggela alla prova della morte.
Coloro che alla messa recitano l’atto di fede dichiarano la volontà
che così sia? Dicono di desiderarlo? Si ripromettono di farlo? Perché
sentono il bisogno di dirlo, e collettivamente? Essi sanno che il
dubbio serpeggia nella fede, dalla fede.
Come nasce, a guisa di rampollo, “a piè del vero il dubbio” (Paradiso,
IV, 131) nell’intelletto, la forza che “al sommo pinge”, lo stesso è
della fede, se non è fede passiva, dubbio che si medica con la
liturgia.
Ora, ha senso dire che io amo Dio, cioè che desidero il bene di Dio?
Si è detto che non possiamo volere il male di Dio ma non possiamo
neanche volerne il bene. Non potendo fargli né male né bene che
senso avrebbe avere fede che Egli si realizzi, se da sempre è
perfetto?
Che senso ha allora amare un Essere al quale non possiamo fare né
male né bene? Ecco che avere fede in Dio vuol dire non amarlo
abbastanza, giacché avendo fede che ci ami, e addirittura che esista,
già non lo amiamo abbastanza.
Da ciò si comprende che la fede, distinta dall’amore, diventa una
forma del tutto speciale e unica di esso, la nostra forma troppo
umana, cioè un riconoscimento dell’esistenza di Dio e del suo amore
per noi, volto al nostro bene, contenente però il costante inesorabile
dubbio che Dio non esista e non ci ami.
La fede si approssima all’infinito nel mentre retrocede all’infinito. È
un contrasto e un dissidio perenne. Che finalmente si risolve quando
incontro un mendicante e vedo Cristo in lui e lo ringrazio mentre
mi ringrazia. Allora scopro di essere io un mendicante.
2418
Da tutto questo discorso si comprende l’intuizione di chi dice che
Dio ha bisogno di noi. Di quelle madri che dicono ai bambini: “Non
fare così se no Dio si dispiace.”
Ma soprattutto cogliamo come Cristo, crediamo o no che sia figlio
di Dio, e Dio egli stesso, sia indispensabile perché possa esserci da
parte nostra un amore per il Padre, visto che il nostro amore è
sempre anche fede, cioè qualcosa di non perfetto, di
consapevolmente umano, che per forza deve misurarsi col culmine
del disamore, che è la morte.
Se non morissimo potremmo amare Dio senza Cristo.
Non posso dire: amo Dio perché mi ama. Sarebbe come dicessi:
Visto che Dio mi ama, io ricambio. L’amore non è, come gli auguri,
uno scambio, meno che mai un ricambio, ma è sempre attuale e
simultaneo.
Dio mi ha fatto e così mi è padre. Ma mi uccide, e così mi è nemico
e straniero. Posso dire: io amo Dio, amico-nemico, me stesso
straniero, fino alla morte. Anche se non voglio. Infatti Egli è Io.
L’Io di Dio stesso, essendo amore, non può essere presso di sé
come sostanza autosufficiente, ma esiste nell’incontro amoroso con
gli uomini, al punto che, ragionando in una parabola paradossale,
egli non esisterebbe non amando.
Se ora il mio io si realizza nella corrente amorosa, esso non è né
presso di me né annullando me e diventando l’io di un altro nel
quale mi scioglierei, né potrebbe essere la stessa corrente amorosa
(lo spirito) che toccherebbe entrambi. Eco che ogni incontro
amoroso è trinitario nel mentre è unitario, giacché lo spirito non è
soltanto un terzo io ma l’insieme. E in ciò si trova forse la sorgente
della Trinità più che nella semplice analogia agostiniana delle tre
forme dell’anima, che è, ricorda, conosce proiettata verso il futuro?
A questo punto non si comprende come possa essere venuto in
mente a Paolo, se non per una spinta predicativa, di scindere amore
e fede, e anche soltanto concepire che possa esistere una fede senza
2419
amore, se non riferendosi egli a una falsa fede, meramente rituale e
liturgica. Una fede senza amore è in effetti un controsenso
esistenziale, fonte di sofferenza, di tristezza, di rabbia, e perciò
bisognosa di culto, di pratica, di dizione pubblica.
Nella dialettica del servo e del padrone, lo schiavo scopre che il
nemico assoluto è la morte. E attraversando la morte si libera.
Evidente è la radice mistica di questa dialettica hegeliana.
Marx scrive che soltanto alienandosi fino in fondo l’operaio scopre
la vera umanità, cioè la sua essenza naturale, benché ogni volta
storicamente data. Un ragionamento mistico anche questo. Giacché
in termini storici e empirici, abbiamo visto che tutto ciò non accade
affatto, che non c’è un’alienazione totale, giacché il lavoro, anche il
più disumano, è vittoria sulla morte (almeno finché non si muore
per un incidente o per asbesto nei polmoni). Semmai la morte si
scantona, si evita con tutti i mezzi, la si scampa con lotte sindacali e
di partito, perché l’alienazione su questa terra non si combatte
misticamente.
Soltanto misticamente la morte, la alienazione totale, si attraversa. E
si può attraversare soltanto amando. Le due intuizioni sono una
sola.
Paolo non dice sempre le cose bene, non è uno stilista del pensiero,
benché la sua personalità, straordinariamente sfaccettata, sia capace
di illuminazioni. Quanto conta dirle bene? L’ispirato da Dio dice
sempre bene, nello stile giusto?
Cristo dice le cose meravigliosamente bene.
13 gennaio
Cristo dormiente
Cristo si assopì nella barca durante la tempesta (Mt, 8, 23-27) perché
era del tutto affidato a Dio, mentre gli apostoli ebbero paura perché
non avevano un coraggio proprio ma dipendente da quello di Cristo.
2420
E, vedendo dormiente Cristo, si sentirono abbandonati e a rischio
della vita. Non avevano allora abbastanza fede in Dio e neanche
abbastanza fede in Cristo, non pensando che la tempesta e il sonno
di Cristo fossero entrambi segno di presenza e di amore?
Siamo troppo piccoli per leggere l’amore nella tempesta e nel sonno.
Cosa avrebbero dovuto fare allora? Imitare Cristo
addormentandosi? Restare calmi? O questa sarebbe stata superbia
oppure fatalismo?
Bisogna pregare Dio che si svegli, scrive Isacco della Stella, con
l’audacia degli illuminati. Ma io, che illuminato non sono, penso che
l’amore di Dio è insonne e può dormire solo in apparenza o per il
nostro giudizio. Se prego che Dio, l’Amore, si svegli, io prego che
Dio sia Amore, prego cioè che Dio sia Dio. Così facendo non credo
che ci sia né che sia amore e invoco che Dio diventi Dio e mi ami.
Gli apostoli veramente invocano che li ami. Sono un noi, un io
comune.
Si può pregare per il bene di Dio?
Se l’amore umano per Dio è certezza della presenza e dell’amore di
Dio verso di noi, la fede è allora meno dell’amore, perché essa pensa
che Egli possa non essere ciò che è, pensa che Dio possa non essere
Dio per me, e che quindi io debba mettermi in moto, svegliare
Cristo, per meritare un amore che altrimenti potrei non avere?
La fede è e riconoscimento della nostra debolezza e carenza di
perfezione quanto della nostra forza: il coraggio della paura.
C’è in questo sentimento un gran senso di intimità.
Posso pregare affinché Dio mi renda capace di ricambiare il suo
amore. Ma se prego che mi ami o che ami un altro, dubito che già
non lo faccia e che abbia bisogno della mia preghiera per farlo? Sì,
dubito. Ma sono debole, un principiante in amore.
2421
Chi ama una donna o un uomo dubita di poter essere ricambiato.
Chi ama Dio dubita di poter ricambiare.
Il segreto
Pensa se fosse possibile che una persona ti sveli senza parole quello
che non sa e che tu tanto meno sai e che soltanto a te può svelare,
come se le fosse dato in consegna un segreto decisivo che può
essere sciolto solo se passato a te. E che anche tu sei depositario di
un segreto che riguarda il nucleo della vita, indicibile a parole, e che
tu stesso non puoi scoprirlo se non lo trasmetti a quella persona.
E che entrambi sentite che questo segreto si sta schiudendo nel
vostro incontro silenzioso, e che riguarda ciò che è decisivo sapere,
perché da quel passaggio la vita non sarà più la stessa e vi entra
dentro come un dono, non meritato, eppure dato proprio a voi, che
non vi risparmierà il dolore ma riaffiorerà sempre in momenti rari di
felicità, anzi di uno stato nuovo per il quale non c’è parola, perché è
la prima volta che se ne fa l’esperienza, e si può fare soltanto dopo
che voi vi siete passati il segreto negli occhi. E ditemi quale nome si
può dare a un’esperienza del genere.
Come se non bastasse aggiungi che colei che ti passa il segreto
potrebbe sapere che lo sta facendo, e proprio per questo lo fa, per
consegnarti un bene, senza che questo porti a un cambiamento
promettente della sua vita, anzi abbia un prezzo che ha deciso di
pagare, come tu hai deciso di pagare il tuo. E trova adesso qualcosa
nella tua vita che assomigli a questo e cerca un modo per
trasmetterlo ad altri affinché sappiano che questo è possibile.
Stati senza nome
Tutto ciò che ha avuto già un nome è sedimentato e assodato in
un’esperienza collettiva, come un fiume di memorie della specie dal
quale lo richiamiamo quando è il caso. Dici per esempio ‘felicità’ e
attingi dal fiume che essa “dura solo un attimo”. Dici
2422
‘innamoramento’ e attingi che “dura qualche mese” e poi si
trasforma o decade.
Ma esistono sentimenti che tu provi per la prima volta nella storia e
non hanno ancora un nome e non potranno averlo mai, non fosse
per l’incapacità di reggere stati senza nome, di non volerli
condividere con altri. Anzi sarà tua cura che non lo abbiano per non
farsi catturare dalla memoria consolidata dalla specie, che li cataloga
e li smista nei suoi archivi, in modo che tu possa dire: “Come si sa
da sempre, quello che provo è destinato a questa sorte. Ecco infatti
che mi sento infelice.” Quello stato invece senza nome è vero che è
stato l’avvenimento di pochi secondi ma, come accade a chi ha
scalato l’Everest, non solo è qualcosa di fatto per sempre ma anche
qualcosa che ti cambia per sempre perché, vuoi o non vuoi, sei un
altro. Quando diventi infelice allora non decadi, ma affianchi la tua
infelicità invadente a quello stato, coprendolo alla vista.
In questo senso chi pensa a una persona cara morta con dolore e
disperazione offusca la felicità perenne del suo amore per lei con le
sue mani.
Non è la stessa cosa avere o non avere scalato l’Everest, perché
tanto ormai è passato e oggi non riuscirei neanche a scalare il monte
Catria. Il picco, l’altitudine vertiginosa alla quale sei giunto, anzi, vale
per sé esattamente quanto vale per tutta la vita successiva, come un
fotone di presente che, trascinato dal raggio del tempo, resta sempre
lo stesso.
Lo stesso puoi dire di quello stato che nel fiume della tradizione si
chiama amore, parola che corrisponde in modo molto
approssimativo allo stato inedito di colui che lo vive ora per la prima
volta e per sempre, ragione per cui non passerà, non è passato ma
non finisce mai, in quanto una volta per tutte è accaduto.
Entrambi questi stati potenziano all’infinito la loro forza rispetto alla
scalata di una cima o a una navigata in solitaria nell’oceano perché
sono possibili solo tra due persone che attingono la simultaneità. Di
qui quella che chiamano felicità di quello che chiamano amore: il
paradiso del simultaneo.
2423
Nel mondo fisico, come ha dimostrato Einstein, non esistono due
fenomeni perfettamente simultanei. Tutto è, sia pur di pochissimo,
asincronico. Lo stesso accade nel mondo interiore, che di quello
fisico è il riflesso e l’imitatore.
Milioni e milioni di coincidenze favorevoli, in un mondo fisico e
spirituale, quasi sempre asincronico anch’esso, sono necessarie
perché i due si incontrino nello stesso momento. E la rarità
dell’esperienza è tale che non c’è ancora nome né mai ci sarà.
L’eterno presente di Dio è vero solo nell’incontro simultaneo con
una donna, con un uomo.
Dio non può essere nell’istante eterno da solo. Dio conosce il
paradiso d’amore grazie a noi, come noi grazie a Lui, attraverso
Cristo, l’unico uomo capace di cogliere al volo il simultaneo di
coppia.
Il bambino fuori di sé
Jean Piaget ha studiato la formazione dell’io nel bambino,
dimostrando con esperimenti dal vivo, nei quali ha fatto spesso
ricorso ai propri figli, non si sa quanto consenzienti, che nei primi
mesi di vita egli non distingue sé dal mondo e che soltanto
attraverso l’apprendimento impara a fare questa separazione.
Ma molti anni dopo l’assodata distinzione, i bambini, quando già la
loro percezione degli altri e del mondo è assestata, su un piano
affettivo continuano a cercare il proprio io negli altri, nel senso che
tendono verso gli altri e si tuffano in tutti coloro che sono loro
intorno, se anche non protendendo le mani e abbracciandoli, perché
alcuni sono molto ritrosi e timorosi, almeno cogliendone l’esistenza
come un’epifania che li lascia stupefatti o turbati, e considerandoli
come esseri che condividono con loro la meraviglia e la paura di
essere al mondo.
2424
Essi li guardano con curiosità e interesse, desiderio di gioia e
aspettative molto forti, sondando se l’interesse è reciproco, e subito
ritraendosi se sono disturbati da un’espressione o da un gesto che li
intimidisca. L’atteggiamento del bambino è in ogni caso di apertura
al mondo e soprattutto agli altri esseri, di fronte ai quali sono
vulnerabili ed esposti e nondimeno spesso calmi e fiduciosi, come se
fossero immersi in un vasto essere comune dai mille volti.
C’è da pensare che la madre sia dal bambino di pochi anni investita
da un processo di assimilazione gioiosa così profondo che i confini
delle due persone si perdono in un tutt’uno. E che la stessa paura di
sconosciuti sia così forte in loro perché essa si oppone a quello
slancio dell’io verso altri esseri, ancora ingovernabile e violento, al
quale esigenze di difesa e accortezza animale impongono di mettere
un freno.
Facile dirti piccolo quando gli altri ti considerano grande, difficile
quando gli altri ti considerano piccolo.
Ma se sei già piccolo, perché sei un bambino, non hai questi
problemi e puoi solo risalire.
La piovra
Tra le tante inquietanti metamorfosi nelle quali ciascuno di noi può
incorrere, la più pericolosa e irresistibile è quella della piovra. La
madre che vive per la figlia, il narratore che vive per i premi letterari,
l’uomo che vive per le sue malattie, se assecondati e in grado di
trovare qualcuno con cui sfogarsi, vedrai che infallibilmente lo
avvolgeranno nei loro tentacoli, ossessionandolo con l’ossessione di
cui si nutrono, senza mai rendersene conto, dolci e arrendevoli se
avvertono che cedi all’ascolto e rabbiosi e aggressivi se opponi
resistenza, magari anche solo dicendo loro, senza entrare nel merito
e nel valore del tema, che si sono fissati.
Nel Tristram Shandy si parla del dadà, che è non è più l’hobby horse
innocuo, il pallino, ma la fissazione dominante di ciascuno di noi.
dalla coperta di Linus all’auscultazione di ogni fenomeno, anche il
2425
più superficiale, del proprio corpo. Il nostro stesso carattere è il
nostro dadà, perché ad esso indulgiamo, lo carezziamo, lo
assecondiamo, lo titilliamo. E per oscuri meandri, il più delle volte
inconsci, questo carattere ci porta a collezionare carte telefoniche o
libri d’arte o cartelle cliniche.
Ma l’innocuo trastullo privato, quasi poetico nel suo disinteresse
infantile, che i più sani nascondono gelosamente e con un pizzico di
vergogna, arrossendo quando vengono scoperti, si trasforma in una
sinistra potenza quando ci facciamo dominare dall’impulso opposto,
quello della condivisione del dadà.
Intorno a noi, tremanti e spaventati, esausti e terrorizzati, gli altri
attendono il momento in cui partiremo con il ritornello dominante
la nostra vita, una canzone ascoltata mille volte e immutabile, alla
quale gli anziani inclinano con una demenza felice e potentemente
liberi da pudori e da inibizioni, mitragliando gli infelici parenti e
amici con uno sciame sempre uguale di lamenti, speranze,
disinganni, che ronzano sempre intorno allo stesso dadà.
Come piovre agili ed esperte, perché la loro fissazione moltiplica le
loro energie e li rende inventivi, astuti, tenaci, prepotenti, essi ti
fanno per l’ennesima volta la cronaca dei loro calcoli renali, della
loro inimicizia col fratello. Impomatano e leniscono in tua presenza
la piaga sempre aperta, ma non con quel dolore e quella nausea della
ripetizione che ti aspetteresti, ma con un piglio contento, quasi
allegri, e non desiderano stenderti e ridurti a una preda inerme una
volta per tutte, ma esigono che tu ti mantenga in vita quel tanto per
ascoltarli, abolendo il mondo intorno a noi, e trionfando
mestamente.
“Ti ricordi quel medico che ha sbagliato la mia operazione?” Tu sai
tutto di lui: la piovra ha indagato nella sua vita e nella sua genealogia
e ricorda perfettamente tutti gli atti e le omissioni del suo ricovero
ospedaliero, minuto per minuto. E tu ti divincoli nei suoi tentacoli,
rinunciando a chiedere pietà, reprimendo la tentazione di dire che
dell’operazione e della sua vita intera non ti importa più niente, e
nemmeno della tua. E vuoi soltanto slacciarti dalla presa,
2426
dimenticare ogni male, rinunciare persino a ogni bene, purché lo
sfogo finisca una volta per tutte.
Vorresti dire: “Sei diventato una piovra? Ti sei accorto?” ma non
puoi. L’altro ti guarderebbe allibito, offeso, umiliato. Come in tanti
casi, alla vittima non resta che un’arma: la cattiveria. Così nascono
molte mitologie sugli uomini cattivi.
Il dadà di uno diventa la tortura di un altro, il nostro cavallino a
dondolo un destriero scatenato all’attacco. Felici allora quei tempi
settecenteschi del gentiluomo Tristram in cui si conosceva l’arte di
trasformare il dadà in un’occasione di umorismo e di convivenza
benigna.
Il bottone arrugginito
Si legge spesso che nelle tragedie in corso l’attenzione si ferma su
particolari insignificanti e si viene colpiti con forza da cose
quotidiane, circostanza che ho riscontrato soprattutto nelle donne, le
quali però alle cose pratiche sono solite provvedere con molta
maggiore risolutezza degli uomini, il che spiega la loro
concentrazione e la rende una virtù. Nel caso dei maschi il
fenomeno è invece un sortilegio, una trappola ordita dalle cose
contro lo spirito. Il principe ne L’idiota racconta che il condannato a
morte fu ipnotizzato da un bottone arrugginito nella divisa del boia
e forse King Lear non si preoccupò, al culmine del dramma, di farsi
slacciare i bottoni della giacca troppo stretta?
Quando rischiamo la vita, la percezione si fa molto più acuta e
quando viviamo una forte passione lo sguardo è carico di tale
magnetismo che ciò che tocca resta incollato alla pupilla ma ciò non
vuol dire che ci interessino cose insignificanti. E tuttavia troppo
forte è l’ironia che il mondo è tutto lo stesso, che la sua onda lunga,
che sta per sommergere la nostra vita, ricadrà oltre di essa, portando
proprio tutto, anche un bottone arrugginito, oltre di noi.
L’apprendista scrittore
2427
L’apprendista scrittore, e ogni scrittore è un apprendista, può
sempre cadere nella tentazione di avvalersi di tecniche standard,
traendo indicazioni da considerazioni come la precedente. Ed ecco
una messe di racconti nei quali, mentre qualcuno sta morendo, gli
altri osservano che la tovaglia è stinta o che il frigorifero è vuoto,
lasciando al lettore di metterlo a carico della crudeltà umana o della
loro sopraffina arte narrativa.
Gli oggetti semplicemente nominati acquistano un carattere magico
in letteratura, come hanno osservato autorevolmente Italo Calvino o
Francesco Orlando, ed ecco elenchi di mezza pagina di carabattole
ed enumerazioni caotiche che ci dicono, a scelta, o la ricchezza
inesauribile della realtà o il soffocamento che gli oggetti causano alla
nostra troppo provata sensibilità.
Ma l’elenco dei poveri utensili di Robinson Crusoe trae la sua
potenza dal fatto che essi gli sono indispensabili per sopravvivere e
il bottone arrugginito colpisce il condannato, Dostoevskij stesso,
perché appartiene al boia.
Chi scrive un romanzo, se è lettore abituale di pezzi critici sulla
letteratura, e leggerà, mentre scrive, questo o quello, ne sarà
incalzato nelle pagine che sta scrivendo, sia come tema, sia come
effetto di un consiglio tecnico, intessendo una veste rappezzata di
idee da lettore e di idee da scrittore, inserendo tutto quello che il suo
occhio infilza in modo occasionale ora per ora.
Dostoevskij era un lettore assiduo di quotidiani, così come Thomas
Bernhard, ma ogni spunto delle cronache entrava in un loro
pensiero dominante, veniva investito e travolto da quello, esistente
prima della lettura e pronto a catturare ogni spunto per potersi
liberare, filtrando in modo categorico e spietato tutto ciò che di
incongruo ed effimero l’esperienza di vita e di lettura, durante la
scrittura, presentava loro.
14 gennaio
2428
Protezione reciproca
Se pensiamo o sappiamo che una persona sta soffrendo per un’altra,
una che magari non dorme per interessarsi e preoccuparsi della
vicenda di un’amica, e ripercorre nella mente. Contemplando. la
condizione di colei che le è cara, noi sentiamo colei che veglia più
protetta e al sicuro dai colpi del destino, grazie alla sua sensibilità, di
colei che è vegliata.
Non è infatti causa sua ciò che sta accadendo e nondimeno a lei sta
a cuore che la persona cara sia protetta da lei nel pensiero e possa
andare a star meglio. Chi protegge gli altri in cuore suscita desiderio
di protezione in noi e soprattutto suscita nella sorte un’attitudine
benigna e pacifica.
La persona sensibile non soltanto prende atto degli avvenimenti,
cosa che non è da tutti, ma li prende in carico, dà loro un significato,
e questo è ancora più raro, ma ne sente puree il peso, anche se non
sarebbe chiamata a reggerlo. Nella notte in cui la partita è sospesa
per i dormienti, una donna pensa a un’altra, ne accarezza la storia,
prova tenerezza per la sua inermità, ne contempla la solitudine,
immaginandola indifesa, come è indifesa lei che la sta accudendo da
lontano. Ma, non curandosi della propria sicurezza, allora è
veramente al sicuro.
Questo atto in apparenza inabile e inutile tesse con mille altri il suo
filo notturno. Una sottile fittissima ragnatela unisce i pensieri degli
insonni, alcuni pregano per gli altri, altri arrossiscono per fatti già
accaduti e immodificabili, altri ancora si ripromettono di
approssimarsi a chi per anni è stato lontano. Nel silenzio, fuori gara,
quando non c’è nulla di materiale da fare. Forse è questa ragnatela
invisibile di affetti a impedire che i mali si aggravino.
15 gennaio
Lo sceneggiato ruffiano
2429
La visione di uno sceneggiato televisivo è molto utile in quanto dai
suoi effetti risaliamo al processo mentale e, direi quasi, spiritico,
attraverso cui uno sceneggiatore e un regista si fanno piacere quello
che pensano piaccia a milioni di spettatori. Essi si fanno carico degli
istinti collettivi, come si presentano nella loro purezza media,
attraverso una seduta compositiva che evochi il fantasma dei geni
nazionali.
Tali caratteri per definizione sono presenti in tutti e basterà allora
auscultarli in se stessi con la massima indulgenza, abolendo cioè ogni
giudizio critico e ogni impulso contrastante e ribelle. Se farai un film
ribelle infatti il pubblico non si ribellerà soltanto per la ragione che si
ribelleranno prima i produttori.
In questo modo operando, sceneggiatore e regista sono ingenui e
astuti al contempo, visto che l’astuto è proprio colui che si avvale
della comune, e anche propria, ingenuità, e la attiva e mette in gioco
con spontaneità fredda, sentendosi autorizzato a farlo, in quanto
rappresentante del sentire comune, e quindi in modo impunito e
sfacciato.
Per questa ragione preti, suore, carabinieri, finanzieri, commissari di
polizia vengono identificati come i baluardi dell’ordine costituito,
sano e benigno, operanti i primi con le buone i secondi con le
cattive, se possibile incrociando i ruoli, per cui troverai il prete
detective e il detective assistente sociale. I medici godono di una
rappresentazione ambivalente, ora anche loro missionari e
benefattori, ora cinici, avidi e delittuosi. Gli insegnanti, quando non
sono anch’essi detective o missionari, figurano come tipi arcigni e
rigidi o come caratteristi, macchiette simpatiche o patetiche.
I personaggi storditi, torpidi, incantati, buoni ma semianalfabeti,
quali è rarissimo incontrarne dal vivo, devono sempre proliferare,
polarizzandosi con il tipo opposto, quello del furbo spregiudicato,
del truffatore sornione, dell’ipocrita, della iena sociale.
In netto declino la prostituta e la donna puttaneggiante, per ragioni
di correttezza politica mentre africani, cinesi, slavi sono
2430
regolarmente nel ruolo o di vittime o di simpatiche macchiette
etniche, sempre per le stesse ragioni.
Pur considerando l’intenzione di rassicurare, emozionare, far colare
lacrime sui casi disgraziati di perfetti sconosciuti, partendo dall’idea
di fondo che i sentimenti primari sono gli stessi in tutti, questi
sceneggiati ci dicono sia il basso giudizio che gli italiani hanno dei
loro concittadini, quando attivano il genio della lampada degli istinti
nazionali, allo scopo di girare un film gradito ai più, sia l’intima
soddisfazione che così stiano le cose, il compiacimento pigro e
rassicurante che in fondo è meglio così, non soltanto perché
l’umanità tutta è sempre stata e sempre sarà così, tutta italiana cioè,
ma perché è proprio così che tutti noi stiamo bene, esattamente con
tutti i nostri mali e debolezze immodificabili.
Lo sceneggiato televisivo è allora, in Italia e in qualunque altra
nazione, la più potente e smaccata adulazione dei caratteri pigri e
compiaciuti di un popolo.
16 gennaio
Il ritratto dello scrittore
L’abitudine al ritratto fotografico dello scrittore e anzi, il più delle
volte, alla semplice istantanea, diffusi dalla stampa, corrente
ovunque, sarebbe rischiosa se non fosse vana. Ogni ritratto contiene
un embrione di mitografia e assomiglia in modo imbarazzante a uno
specchio nel quale il pubblico guarda lo scrittore che si guarda.
Senza arrivare alla mania comprensibile di Tommaso Landolfi di
non farsi mai fotografare, al punto da figurare nella foto di un
risvolto di copertina di un suo libro con la mano davanti agli occhi,
offrendo il proprio volto negato, in modo magico, come talismano
dell’animo, mi domando se si possa comprendere da una foto se
uno è scrittore o no.
Se sappiamo che quell’essere è il poeta o lo scrittore che da prima e
da tempo stimiamo, guardiamo già il suo volto con occhi interiori e
2431
lo investiamo di una mitografia che dall’animo si sparge nel volto,
benché l’esperienza ogni giorno ci dica che il volto non corrisponde
ad esso, che un viso buffo e insignificante, uno sguardo opaco e
socchiuso può nascondere, e a volte addirittura significare, il genio,
benché un occhio saetti tra le rughe e le pieghe, che ci allerta.
Ma se guardiamo cento volti di autori ignoti, nell’album fotografico
di una rivista letteraria, come mi è capitato di recente, fissando ogni
sguardo puoi dire se sono scrittori reali? Per una ragione o per
l’altra, nessuno mi pareva tale.
Quello che è certo è che dalla foto si nota se l’occhio è estroflesso,
se si rivolge a chiunque guardi, se lo voglia far preda, o se è volto
verso la propria vita interiore. Ma una persona in posa riesce a
continuare a guardare dentro di sé come se nessuno la guardasse? O
non può che cercare di rendere, con uno sguardo manierato,
l’effetto che dovrebbe produrre chi realmente lo fa?
Sorrisi, anche a bocca chiusa, e tanto più risate gloriose e aperte,
sono da sconsigliare; tenute e posture bizzarre, mosse, moine,
smorfie, ammicchi, occhiolini, gesti inconsueti, così come sguardi
cattivi o fissi e attoniti nel vuoto, aggressioni oculari e dolorazioni
improvvisate, come le occhiate imperiose, sono dannosi, a meno che
uno non guardi realmente sé e il mondo in quel modo. Meglio non
guardare mai l’obiettivo, se non con aperta e vigorosa franchezza,
non troppo però, perché chi vorra mai sfidare costui? Nemmeno
vale però mirare un vuoto indefinito, un altrove atmosferico sempre
sul punto di diventare finto.
Essere se stessi in una foto: un triplo salto mortale. Infatti uno
dovrebbe saltare oltre la sua nuda e indifesa solitudine, oltre la sua
posa da osservato per tornare alla sua vita prima, cadendo in sé con
naturalezza senza movimenti goffi. Il tutto in un paio di secondi.
I dagherrotipi o le foto di fine Ottocento, che richiedevano pose
assai lunghe, sono più efficaci e rispondenti all’animo di colui che è
ritratto, perché questi ha il tempo, preso dal disagio e
dall’impazienza, di far riaffiorare la sua personalità, liberandola
dall’estemporaneo che si regge per pochi secondi, e lasciandola
2432
lavorare da quella noia che è la condizione più onesta e veritiera di
chi è fotografato.
Fare la carità
Fare l’elemosina nella chiesa primitiva e per secoli e secoli è stato
considerato quasi un sacramento, tanto che si dice in modo
eloquente “fare la carità”, cioè “fare l’amore” per dire “fare
l’elemosina”.
Il nucleo di fuoco di tutte le religioni è fare la carità: nell’Islam è uno
dei cinque precetti, è decisiva nell’induismo, nel confucianesimo,
nell’ebraismo, nel buddismo, come ci dice Max Weber in Economia e
società (L’etica religiosa e il “mondo”, I, p. 571).
Omissione di soccorso
Se stai immaginando una persona che soffre per qualcosa che le
accade, la senti al sicuro e meno esposta al male di altri. Perché?
Non è responsabile lei di quello che è accaduto, eppure lei ci pensa,
ne soffre. Nel suo dolore è in una condizione di innocenza, così tu
sai che è in salvo. Sensazione che lei è ben lontana dal possedere,
sentendosi perduta. Così tu non la soccorri.
Se la soccorri, lei ti vedrà come la persona che non soffre, e che
quindi non ha bisogno di lei, mentre proprio soccorrendola tu
dimostri in modo evidente che, essendo sensibile al dolore, ne hai
bisogno anche tu. Ma questo non viene mai colto, essendo il dolore
egocentrico. Così neanche lei soccorrerà te.
Ecco che né chi è soccorso né chi soccorre troverà comprensione
nel suo dolore, nel primo caso perché lo crede soltanto suo e inabile
a essere guarito da un altro, nel secondo caso perché non sarà visto.
Andare via e restare
2433
Negarsi, andar via per primo e di colpo da una riunione, non dar
mostra di desiderare qualcosa da nessuno, far intendere che altrove
hai cose importanti da fare, non mostrarsi vulnerabile alle lodi e alle
critiche, non inseguire né aspettare nessuno dà una sensazione di
forza e induce al rispetto, che però ti costringerà a continuare sulla
stessa linea, e cioè a continuare a vivere senza mai chiedere.
Di fatto chi resta, in una riunione, in un consesso, in una
compagnia; chi si attarda aspettando il momento propizio, l’accordo
utile, lo scambio che maturerà in qualche piano comune, ottiene
sempre molto di più dagli altri, sicché c’è da consigliare di resistere
nelle situazioni che si rilassano e si impantanano, per cogliere
qualche preda in quell’acquitrino che diventa ogni compagnia una
volta raggiunto lo scopo primo della sua convergenza.
Coloro che così operano dicono che hanno conseguito il loro
risultato per caso, e cioè in realtà indugiando nell’area propizia senza
impazienza fino all’estremo limite, mostrando di non aver nulla di
utile da fare fuori di quel consesso, anche quando diventa
acquitrinoso e informe, che per loro resta fedelmente l’habitat più
importante.
La persona dalle decisioni repentine ed efficaci, fiera e scattante, che
va via subito, è ammirata come indipendente ma proprio per questo
è inattendibile in quelle lunghe e noiose mediazioni e
compromissioni che costituiscono l’unica coltura propizia,
soprattutto in quelle società, come l’italiana, basata sulle conoscenze
personali, perché uno dei cento semi gettati alla rinfusa alla fine, per
caso, attecchisca.
19 gennaio
Troppi mali
Soffrono di così tanti mali che non c’è più posto per quelli degli
altri.
2434
Quando uno sviluppa una sensibilità per la tristezza e il dolore, non
essendo capace di altrettale sensibilità per l’allegria e la gioia,
possiamo dire che abbia un carattere morboso.
Se triste, taci
La tristezza è uno stato silenzioso, e tale deve restare. Quante volte
sgusciamo via da coloro che ci interpellano sulle sue cause perché
sappiamo che, parlando, non potremmo che avvilirli. E non perché
siamo magari tristi per qualcosa di preciso, essendo il nostro uno
stato indeterminato ma perché, se ci spingono a parlare, non
potremo che dire cose dello stesso tono del nostro sentimento, e
cioè o deprimenti o ciniche. Cose che, per dir così, sentiamo non
pensandole.
Quando si scrive in stato di tristezza fonda, il risultato è, se è un
racconto, una disfatta stilistica e morale completa, generando quella
prosa, detta minimalista, che contagia spietatamente il lettore se non
l’autore. Mentre le cose migliorano quando si scrive in versi, perché
allora affiora quel piacere che sempre cova nel cuore dei momenti
tristi.
Prosa e poesia migliorano quando la tristezza è viva ma declina e
una concorrente allegrezza ti spinge a salutare, anche scrivendo, i
primi segni di ripresa e, ancora patendo, quasi geloso di un dolore
non più tuo, già favoleggi e senti la risalita.
21 gennaio
La Shoah del genere umano
Definisco così lo sterminio di tutti coloro che sono morti, che non
esistono più, e che è nostro dovere ricordare e testimoniare. La
memoria degli uccisi nel Lager che fanno da alfieri a tutti coloro che
sono stati uccisi in qualunque altro modo, da altri corpi o dal
proprio, e dalla morte stessa.
2435
Dedicare tutta la memoria agli uccisi nei Lager, per quei possenti
incanalamenti collettivi delle emozioni e dei pensieri, in questo caso
almeno moralmente salutari, che ci rendono dei fanatici in tutti i
nostri comportamenti, essendo la morale civile null’altro che un
sistema di fanatismi alterni, temperati e dosati nei tempi molto
lunghi, e sempre in modo squilibrato, risucchia però tutte le nostre
energie di testimonianza memoriale. Nessuno ricorda più i morti
ammazzati in guerra, i morti negli incidenti stradali e i morti sul
lavoro, che sono affidati soltanto al ricordo affettivo e familiare ma
in nessun modo sono considerati appartenere alla storia dell’umanità
o della propria nazione.
Perché non indire una giornata per i morti di tutte le guerre?
Pensiamo sia cosa troppo umana, piuttosto che inumana?
Desideriamo che altre guerre in futuro eccitino la nostra noia della
civiltà?
Saggia la chiesa che ha istituito il giorno dei morti, in questo
veramente ecumenica e madre paziente della memoria.
Ci ripugna indugiare nella memoria di ogni altra ingiusta morte, che
non sia la più disumana, quella inflitta nei Lager. E questo non tanto
perché pensiamo che morire in quel modo sia peggio che morire in
altri ma perché ci fa rabbrividire il male scatenatosi in quegli
assassini. E, verificato che esso compariva loro sommamente
naturale, che esso è accaduto, con l’evidenza inesorabile dello
spogliarsi di una pianta, più che con l’irruenza di un uragano, tanto
più lo temiamo, come un gas inodore, come una mosca carnivora
che cammina sotto pelle, come un sussulto leggero e continuo sotto
la terra, come un impercettibile inverno.
Ma quando quel male torna, esso ha un’altra forma, e non la
riconosceremo, se non anni e decenni dopo e a prezzo di una lotta
tenace di piccole minoranze per farci aprire quegli occhi che ci
ostineremo a tenere chiusi.
23 gennaio
2436
Nietzsche e la non corrispondenza
Nel Crepuscolo degli idoli, come in tutte le opere degli ultimi anni,
Nietzsche riesce a parlare nel modo più accattivante il linguaggio del
fanatismo, trinciando giudizi con cattiveria geniale e attaccando
preferibilmente i maestri di sapienza, quelli che chiama i “grandi
saggi”, come Socrate.
Nel fuoco d’artificio della sua arte teatrale e retorica, fatta di
spiazzamenti e scarti continui, da un registro all’altro, accusa Socrate
di essere un plebeo, e soprattutto di essere brutto un bel po’, il che
per un greco è “quasi una confutazione” (Il problema Socrate, 3). Il suo
“demone” non è altro che un’allucinazione acustica e la sua
dialettica, una tecnica noiosa da pagliaccio: “Si sceglie la dialettica
solo quando non si ha altro mezzo”.
Le quotazioni di Socrate salgono quanto a capacità agonistiche ed
erotiche ma tornano a precipitare quando pretende di essere un
medico e un curatore di anime.
Mi domando quale effetto farebbe a Socrate la lettura di questo
libro. E credo che gliene susciterebbe uno umoristico, lo farebbe
sorridere, ammirandone l’intelligenza, tanto più che egli era abituato
a personaggi irriverenti e liberi dotati di talento, ai Callicle, agli
Alcibiade, ai Trasimaco, e ai commedianti filosofici: “Sei sincero? O
solo un commediante?” (Sentenze e frecce, 38), si domanda Nietzsche.
Ma non gli farebbe una gran paura.
Molto spesso Nietzsche ha l’aria di dire qualcosa che spaventa e
scandalizza chissà quanto, e ci riesce perché il primo a spaventarsi e
a scandalizzarsi per le sue parole è lui stesso.
Rileggi con calma e ti dici: “In fondo che cosa ha detto di così
terribile?” Quello che è terribile è il bisogno di scandalo.
La sicumera di Nietzsche in quest’opera è insopportabile e tuttavia è
difficile farne a meno, perché egli crea in ogni suo libro una terra
franca nella quale finalmente puoi dire ciò che pensi o ascoltare ciò
che ti vergogni di pensare, con la più innocente cattiveria, fino a
2437
farsi prendere dal gioco per gioiosamente e spericolatamente farsene
inghiottire. E quando ne risale, bruciando tutto nel fuoco della sua
libertà, si scopre che non c’è una vita da vivere conforme ai detti;
che il tipo aristocratico, libero, terrestre, tutto votato al divenire,
privo di risentimento, privo di volontà di dominio, sfrenatamente
smascherante, esiste soltanto nel libro, è un uomo-libro.
Nietzsche fa “con sommo rispetto” il nome di Eraclito ma il
filosofo di Efeso avrebbe potuto capire la sua lode? Una lode che
dimentica del tutto il logos fuoco che abbraccia i contrari in una
super-armonia dell’armonia e della disarmonia? Temo che il filosofo
di Efeso giudicherebbe quello di Nietzsche un sonno molto agitato.
Kant è uno “scaltro cristiano” (La “ragione” nella filosofia, 6),
Schopenhauer è “l’erede dell’interpretazione cristiana” (Scorribande di
un inattuale, 21), Wagner si è “genuflesso alla croce”. Nietzsche si dà
così da fare a snidare l’oscuro fondo cristiano negli altri, e a cercare
di non essere in nulla e per nulla cristiano lui, che non fa che
confermare che gli è impossibile, anche solo per un giorno, fare a
meno del suo antagonista, al punto che egli sagoma il suo pensiero
proprio sul non volerlo essere. Miliardi di persone ignorano il
cristianesimo, lui non vivrebbe senza.
Egli stima sempre coloro che non lo stimerebbero, come se la sua
potente capacità d’amare fosse attratta dalla non corrispondenza.
Hegel, che è “un evento europeo” (Scorribande di un inattuale, 21), come
Goethe, come Schopenhauer, come Heine, lo penserebbe caduto nel
delirio di una sconvolta presunzione, al modo in cui giudicava i
romantici, per il peso assoluto che Nietzsche dà all’individuo.
Ma più di tutti il suo amatissimo Goethe, il suo grandioso
“avvenimento europeo”, verso il quale egli nutre una riverenza
entusiastica, siamo sicuri che non lo avrebbe visto come una di
quelle minacce spaventose, proprio come Kleist, da tenere a distanza
e da ignorare?
E devo fare l’esempio di Machiavelli, che dubito avrebbe letto più di
qualche sua pagina? O di Stendhal, una scoperta rivoluzionaria nella
2438
sua vita, che l’avrebbe certo trovato troppo “detto”, troppo “fatto di
parole”, troppo “cerebrale”?
Dostoevskij, infine, l’unico dal quale Nietzsche accettava lezioni di
psicologia, non avrebbe visto addirittura come demoniaco il suo
scegliere la verità in luogo di Cristo?
Nietzsche fa tenerezza per il modo in cui ama chi non gli
corrisponde. In questo c’è una onestà disperata.
Con la macchina del tempo
Platone o Luciano, piovuti nell’Ottocento, capirebbero al volo le
poesie e le prose di Leopardi, dopo l’illustrazione delle svolte
principali accadute nei duemila e passa anni successivi alla loro
morte, in fondo per loro sintetizzabili in qualche ora.
Se dessero in mano a Platone Essere e tempo, non avrebbe invece la
sensazione di trovarsi in un Ade pieno di fantasmi, tra cura, angoscia
ed essere per la morte?
Se invece fosse trasbordato a New York nel 2012, superato lo choc
delle automobili, degli aerei e dei grattacieli, Platone comincerebbe a
osservare la città e la sua organizzazione, studiando donne e uomini
e facendo al più presto un confronto illuminante con la polis
ateniese. Mentre un confronto tra il pensiero di Heidegger, come di
una folla di pensatori contemporanei, e il suo, gli sarebbe
impraticabile.
Perché, si chiederebbe, Heidegger non si cura del bene della città?
Di ciò che è giusto e vale? Perché non cerca di educare gli uomini a
una forma di vita filosofica?
Ciò significa che la civiltà occidentale è cambiata mille volte meno di
come sono cambiate le teorie filosofiche rispetto all’antica Grecia, al
punto che un antico pensatore greco, messo a studiare, che so?,
Derrida, faticherebbe a capire non solo di che cosa parla ma perché
ne parla, facendosi un’idea della nostra civiltà, attraverso quei libri,
2439
come di una giungla inestricabile, e proverebbe più o meno la stessa
sensazione di Michelangelo piombato con la macchina del tempo in
un’esposizione di Pollock al Moma.
Io rispetto Pollock e non lo considero di certo un bluff ma se un
cittadino del quattromila dopo Cristo ci interpretasse alla luce delle
sue opere, preferirei che ci vedesse come ombre dell’ombra della
civiltà rinascimentale.
Le sculture di Giacometti sono molto emozionanti, perché mi
parlano della guerra delle anime, conseguente alla guerra dei corpi.
Ma se un greco antico, che di guerra se ne intendeva anche troppo,
vedesse come noi l’abbiamo vissuta e interpretata, che razza di
uomini ci giudicherebbe? Forse quali siamo.
Noi conosciamo la cultura greca dai loro filosofi, poeti,
tragediografi, commediografi, storici, scultori, architetti. Se la nostra
civiltà fosse conosciuta soltanto dai nostri consimili autori tra
duemila anni, essa risulterebbe straordinariamente complicata e
contorta, e quasi disumanamente aliena. Per fortuna film,
documentari, fotografie diranno ai posteri remoti che donne e
uomini non erano molto diversi che nell’antica Grecia né da quelli
del quattromila dopo Cristo.
Consigli a un genio contemporaneo: “Scrivi in modo da poter essere
capito nel quattromila dopo Cristo. Scrivi in modo da poter essere
capito da un antico greco. Le opere che restano si parlano tra loro
attraverso i secoli.”
24 gennaio
I libri degli amici
Miłosz scrive nel suo Abbecedario che quando un amico ci manda un
libro che non ci piace abbiamo due possibilità: o dirglielo
apertamente o non rispondere. La seconda ci appare la più delicata
ma per chi la subisce è invece la più dura, perché, non rispondendo,
non solo gli abbiamo detto che non ci piace il libro ma pure che la
2440
sua amicizia non ci sta a cuore al punto da affrontare un dissapore o
un conflitto.
Vero è che il silenzio non sempre segnala un giudizio negativo,
perché infatti non rispondiamo neanche quando un libro è bello nel
nostro campo, cioè in quello in cui vorremmo essere noi i soli a
significare la bellezza, anche se magari non ne abbiamo ancora dato
mostra in pubblico, perché gelosi dell’espressione di un talento nella
quale un altro ci ha preceduti. Oppure, se già l’abbiamo data, e
ampia, perché non amiamo che altri peschi nel nostro stesso lago.
L’ideale è che il libro sia un po’ bello un po’ brutto. E così noi
potremo trattare cordialmente l’autore, lodando i pregi del suo
lavoro, il quale così ci crederà benevoli e disinteressati, mentre la
nostra cordialità la attingiamo invece dai difetti del libro, che ci
mettono di buon umore. Passando poi alle critiche, discrete, egli
leggerà nei nostri toni un’amarezza solidale, che attribuirà al nostro
dispiacere che tali difetti vi siano, mentre siamo amareggiati dai pregi
che pur siamo stati costretti a vedervi.
Se uno non gode del bel libro di un amico è perché è inabile al bello,
o in assoluto o in quel periodo, caso quest’ultimo che lo farà soffrire
ancora di più. Siamo visitati di rado infatti dalla bellezza, che ci lascia
come stracci, e tanto più quanto più ne siamo stati una volta i
favoriti.
Chi ha in sé il desiderio e il talento attuale della bellezza, invece, è
contento naturalmente che un libro di altri sia bello, perché gli ridarà
la voglia di fare qualcosa di bello anch’egli, di rimettersi all’opera,
ritrovando la voglia di scrivere, perché ha visto grazie all’amico che
vale la pena misurarsi di nuovo in un campo fruttifero.
Nota il caso in cui stiamo incubando qualcosa sotto traccia che vale
e ci chiama con voce seducente. Ecco che il bel libro di un altro fa
addirittura da ostetrica e favorisce lo sbocco in vita del nostro.
24 gennaio
2441
L’automa saggistico
Chi scrive un saggio senza nessun apprendistato di scrittura e di stile
incorre fatalmente in formule fisse, in espressioni standard,
imprimendo anche alla sintassi una meccanica impersonale, che si
potrebbe applicare a qualunque scritto medio e corretto, in quella
lingua non meno fantastica che corrente, che ritroviamo nei testi
televisivi, giornalistici, paraletterari, di promozione di prodotti, negli
atti giuridici, nei comunicati amministrativi, nelle lettere ai giornali, al
punto che si potrebbe stilare un dizionario delle frasi standard e
delle costruzioni tipiche dentro le quali inserire qualunque
argomento.
Aprendo a caso un saggio, e dedicato a uno scrittore filosofico assai
raffinato, ma sarebbe lo stesso con un libro su di un calciatore o un
cantante, perché esistono stampi di scrittura già confezionati, trovo
nella prima pagina le seguenti espressioni: “I risultati non si fanno
attendere”, “come si desume da”, “per molteplici ragioni”, “ciò
assume una rilevanza”, “spazi concessi ai margini”, “un’attitudine
perfettamente consapevole”, “che si profila come”, “che funge da”,
“da un lato… dall’altro”, “in apparenza contraddittorio”
“paradossalmente”.
Questo modo impalcato ed eretto di scrivere, puntuto e
formalmente corretto, trasforma i temi e gli uomini in forme ed
esseri meccanici, dove tutto entra in una coreografia intellettuale di
pupazzetti linguistici, aspirando l’autore a ergersi nel modo
socialmente più inappuntabile e preciso, come un automa
intellettuale dagli ingranaggi incastrati e oliati.
26 gennaio
La lega percettiva terrestre
All’interno della nostra specie in questo istante sette miliardi, più o
meno, di nostri confratelli della lega percettiva terrestre stanno
guardando questo stesso pianeta, ciascuno dal suo punto di vista. E
uno vede una periferia parigina, uno una distesa di ghiacci, uno una
2442
giungla, uno un panorama volante lungo l’oceano pacifico, uno un
bagno, uno un boulevard, uno un libro un altro un cielo stellato o
un impianto siderurgico. E questi miliardi di occhi vedono lo stesso
mondo, generando miliardi di mondi, tutti veri, che sono il mio
stesso mondo.
Viviamo tutti in un mondo anamorfico della percezione, una realtà
del tutto deformata ma in modo universale rispetto alla nostra
specie, che fa sì che lo troviamo del tutto naturale e unico, cioè
senza nessuna alternativa possibile, un mondo che vediamo in una
prospettiva plasmata sui nostri sensi e tale da poterci muovere in
esso con il nostro corpo in modo armonico e coordinato.
Questa meravigliosa bolla visiva dentro cui ci vediamo non è certo
fantastica e illusoria, come potrebbe pensare solo un candidato alla
follia, e nondimeno è proprio come un cartone animato o un
videogioco, conformato in modo che le sue leggi, oggettive e
indipendenti da noi, siano commisurate al nostro modo di
percepirle, sicché catturiamo la realtà vera in una forma tipicamente
ed esclusivamente umana.
Il noumeno (da nous: intelletto, mente), cioè, nel gergo di Kant, il
mondo in sé, sarebbe accessibile soltanto a un Dio, che non solo ci
ha donato la vita ma anche il modo più adatto di percepirlo, quasi
sottraendolo alla propria visione, perché contento che fossimo noi a
vederlo nel modo idoneo alla nostra sopravvivenza.
Egli ne conserva una visione sua ma quasi in sonno giacché è chiaro
che, avendoci creati, egli si sarà adattato alla visione delle sue
creature e, per ogni pianeta esistente nel mondo, lo vedrà con gli
occhi di coloro che vi abitano.
Meraviglioso che sia sempre lo stesso cosmo, che si possa percepire
in migliaia di modi diversi, restando sempre quello, e obbediente alle
stesse leggi, in modo che miliardi di occhi di animali sani vedano
quello e non un altro.
L’arte sarà allora o il tentativo di indossare gli occhi degli altri, in una
polifonia che faccia incrociare i raggi di più personaggi in una danza
2443
di immagini verbali al centro di un libro, o di rompere, scrivendo, la
lega percettiva terrestre e di inventare un’anamorfosi tutta propria,
ben sapendo che è impossibile mettersi dietro l’occhio, ma si può
almeno svelare, combinando l’enfasi di una scena col taglio di un
particolare, che ogni visione è sempre la mia. E che tutti siamo gli
spettatori artistici del mondo.
Fede e credito
La falsa fede è un investimento nella banca della chiesa, per
depositarvi un denaro spirituale che dovrà fruttare nell’aldilà.
Qualcuno, cauto, va a messa tutte le domeniche, perché confida
negli investimenti con poco reddito ma sicuri. Qualcun altro lascia
tutto e va ad aiutare i malati di Aids in Etiopia, o dove che sia,
perché preferisce gli investimenti subitanei e rischiosi, puntando
tutti i suoi beni.
Al culmine della fede vera c’è chi dona tutto, chi perde tutto. E avrà
tutto.
Per secoli le chiese sono state, per i credenti tiepidi, le banche dello
spirito, fino al delirio da ragionieri della vendita delle indulgenze.
Oggi, dice Giorgio Agamben, in un discorso radiofonico, sono le
banche a essere diventate apertamente le chiese della religione del
capitalismo. La fede diventa un credito nell’aldiquà e la speculazione
finanziaria un investimento di fede in magie mirabolanti che ci
arricchiscano, mentre ci rovinano.
Alla speranza nel successo finanziario, cioè nel futuro egli
contrappone lo sguardo rivolto al passato, all’archeologia, per
placare questa idolatria economica. La fede, la speranza volta non
già al futuro ma al passato, che egli propone audacemente, è un
gesto mistico, perché il passato non è mai tutto avvenuto.
30 gennaio
L’arte del rifiuto
2444
Una forma di rispetto degli altri consiste nel non metterli nella
condizione di rifiutarci qualcosa, tanto più che non c’è amicizia, se
non la più solida e temprata, che resista a un rifiuto. Ma occorre una
vera e propria abnegazione nel non arrischiare neanche la possibilità
concreta che un aiuto, legittimo e ragionevole, dall’amico ci venga,
omettendo di chiedere in ogni caso e quasi per principio.
Quel che è certo, per proteggere un’amicizia o una qualunque
relazione, anche superficiale, e far sì che sopravviva, seppure in
modo stento e senza vigoreggiare, l’unico modo è di non chiedere,
considerando l’asprezza che insorge anche nell’animo più mite, e
durevole nei mesi e negli anni, di fronte a un silenzioso no, visto che
la stragrande maggioranza dei no sono silenziosi.
Chi è incline a negare, a non rispondere, a non interessarsi mai del
bene altrui, facendone regola di vita cinica, in quanto corrispondente
alle abitudini dominanti, abbia allora il coraggio di non chiedere a
sua volta e di promuovere il proprio interesse soltanto quando c’è
uno scambio equo di favori in corso. Ma tale dignità non avendo,
egli si stupirà che coloro ai quali ha negato tutto saranno molto più
propensi al suo bene di coloro, se ve ne sono, ai bisogni del quale ha
sovvenuto e che ha favorito, giacché in quelli che niente da lui
hanno mai avuto scatterà il desiderio di conquistarlo, di
accattivarselo, di domarlo al proprio interesse, tanto più quanto più
egli si è mostrato coriaceo e insensibile al loro.
Ecco così, che per mancanza di fierezza e di orgoglio, proprio
coloro che non danno niente a nessuno, se potenti, avranno tutto e
coloro che elargiscono e favoriscono a destra e a manca non
avranno nulla, essendo esperienza comune che nessuno è tanto
ingrato quanto chi è stato largamente beneficato.
Questa regola non vale quando ti trovi di fronte a quei rari uomini
tutti d’un pezzo, o a quelle donne ferme e di memoria lunga, che
costruiscono un’etica dell’amicizia proprio sulla memoria dei beni
dati e ricevuti, pur essendo sempre inclini ad aiutare, e così
pensando e ripensando, scoprono, nei tempi lunghi nei quali il
2445
fenomeno e vistoso, coloro che sempre hanno ricevuto senza dare.
E li tagliano via seccamente dal loro mondo per sempre.
I nostri difetti negli altri
Noi scopriamo meglio negli altri i difetti che abbiamo noi stessi, e
con evidenza inoppugnabile, conoscendoli fin troppo bene, cosicché
ce ne scandalizziamo e sdegniamo, in nessun modo percependo che
gli stessi si trovano in noi in maniera clamorosa. E inconsciamente
sapendo che non riusciremo a estirparli in noi, ci rendiamo conto
attoniti che sono altrettanto inestirpabili negli altri. E allora non ci
resta altro che lo scandalo.
Noi ci scandalizziamo infatti di un male quando pensiamo che non
cambierà mai.
Quando ci sentiamo odiati, al punto da venire esclusi, ignorati, messi
da parte, annientati col silenzio, giacché è rarissimo che chi ci odia lo
dica apertamente o si comporti in modo che tutti riconoscano
l’odio, ci gratifica nondimeno la sensazione che un altro provi un
affetto potente, qual è l’odio, verso di noi, che siamo quindi in grado
di suscitare passioni forti in virtù della nostra personalità, che non si
potrebbe facilmente eludere e ignorare.
Ci lascerebbe attoniti e avviliti il considerare che i nostri veri nemici
non sanno di esserlo, non ci odiano né ci amano, ci ignorano del
tutto, sono verso di noi del tutto indifferenti e, se ci hanno escluso e
omesso, non è stato per infliggerci una ferita mortale, ma perché
non si sono ricordati del nostro nome.
2 febbraio
Scrittori esistenzialmente corretti
Esiste un fenomeno affascinante in letteratura, non già per le sue
risultanze artistiche ma da un punto di vista antropologico: lo
scrittore esistenzialmente corretto. Non penso a un nome
2446
particolare o, meglio, penso ad almeno due o tre personaggi in Italia,
in Francia, in Germania e in tante altre nazioni, perché ogni lingua
ne ha qualcuno. Si tratta non soltanto di narratori o di poeti ma
anche di prosatori, di saggisti, perfino di giornalisti culturali travestiti
da scrittori, che hanno raggiunto una popolarità quasi sempre
internazionale, sebbene sempre blanda e un po’ trasognata, e una
autorevolezza tranquilla e sorretta da un pubblico vasto, fedele e per
giunta anche colto.
Essi presentano gli stessi caratteri, siano inglesi o ungheresi, che
provo a enunciare: sono molto composti e misurati, simil-sapienti, e
hanno un’aria dolente media e una sensibilità costante che li induce a
non fare mai dichiarazioni clamorose o a sorprendere con un guizzo
linguistico o concettuale, né con una cattiveria ardita.
Essi scrivono come i grandi nelle loro opere minori, con assodata
serenità, benché non abbiano mai scritto le opere maggiori. Sono
prolissi, se non fluviali, eppure, di qualunque scrittore e fenomeno
parlino, sembra sempre di leggere il ritratto dello stesso autore e la
descrizione dello stesso paesaggio. Se sono poeti, è sempre la stessa
poesia. Se sono romanzieri, lo stesso romanzo.
La loro prosa è liofilizzata, il loro incarnito è di ecopelle, la loro
raffinatezza è ecumenica e la loro lingua è alla portata di tutti ma
gode di una fluidità, di una scorrevolezza, di una mancanza di attrito
e di spigolosità esemplari. Essi veleggiano senza toccare le onde,
volano in una galleria del vento.
Essi prediligono i sinonimi in modo maniacale, sventagliando in un
solo periodo tutti quelli che riescono a trovare. Siano spagnoli o
americani, “una brama di anonimato” la riga dopo diventa un
“desiderio di invisibilità”. E come quest’arte è la più incline a farti
cadere, giacché è indispensabile, per riuscirvi bene, modulare le
sfumature reali della lingua e del sentire in quella situazione
concreta, e nella climax della sequenza, nell’incidenza esatta dei
singoli elementi, sfoggiando invece essi dolcemente a caso la loro
padronanza dei dizionari, rivelano una superbia sfrenata, perché si
danno l’aria di tenersi alti mentre stanno strisciando. Anzi, essi ti
2447
fanno intendere di stare sempre un po’ curvi e con la testa reclinata,
di fianco a te, per attestare la loro “solerte umiltà”.
Leggendo con lentezza filologica il loro periodare, sempre
sintatticamente ineccepibile, tu troverai che in un’intera pagina, e
perfino in uno stesso saggio, essi riescono a dire sempre e soltanto
la stessa cosa, riposando le nostre menti con una “delicata violenza”.
Ma l’arte dei sinonimi, nella quale Leopardi eccelle nello Zibaldone,
sta in un orecchio finissimo e in una coscienza così esperta della
lingua da produrre una musica anche concettuale sopraffina,
variando sempre toni e suoni insieme al significato, mentre essi si
limitano a lasciare sulla carta tutte le variazioni possibili di
un’espressione, che un altro avrebbe selezionato, per dire la stessa
non cosa, giacché alla fine essa non esiste più.
Leopardi nello Zibaldone spesso scrive di seguito la stessa cosa in tre
o quattro modi diversi, sperimentando le forme sinonimiche più
varie ma riuscendo a far sì, anche per proprietà intrinseche della
lingua come per la capacità logica di diversificare significati, e per il
ritmo emozionante che sa imprimere, che ogni modo dica qualcosa
di leggermente, ma decisamente, diverso, arricchendo il senso.
Gli scrittori esistenzialmente corretti invece non lasciano mai un
nome da solo: una “ritrosia” è sempre sottile, una fuga” sempre
“solitaria”. Ecco la “ leggera ebbrezza”, ecco il “vuoto risucchiante”
o la “pena impervia”, come se si sentissero dei Thomas Mann
redivivi, che però in quest’arte ciceroniana era superbo e non
riusciva mai stucchevole.
In ultimo, ma andrebbe detto primo, essi ricorrono a due o tre Leit
Motiven, che potrebbero essere l’inquietudine infinita, l’ambivalenza
del bene, la solitudine della fama, l’anima segreta nel pubblico
sfavillio, la malinconia nella felicità o la felicità nella malinconia,
l’armonia perduta per sempre, l’impossibilità della fede o dell’amore,
che essi ritrovano in tutti e in tutto, pur sentendosi sempre fidenti e
amanti di qualcuno o di qualcosa.
2448
Essi fanno sentire sempre il loro “timido e tenace desiderio” di
abbracciare con discrezione tutto il genere umano, e uno per uno,
nella convinzione democratica ed esistenzialmente corretta che tutte
le sorti si equivalgano, perché c’è in tutti lo stesso nucleo irrisolto,
veridico e romantico. Cosicché il ricco è povero, l’uomo famoso è
anonimo, il potente è impotente, l’armonico è stonato. E tutto
questo perché la totalità è irraggiungibile per tutti. Cosa talmente
vera da dare un “profondo e mesto sollievo”.
Questi romanzieri e prosatori cosiffatti sono una potenza
internazionale, perché non potrai criticarli senza comparire basso e
fermentante in modo acido e scorretto. Essi sono benvoluti da tutti
e hanno benevolenza per tutti, come maestri e sapienti della
democrazia letteraria mondiale. Deliziano infatti moltitudini di
persone colte, mentre infliggono le pene dell’inferno a chi abbia un
minimo di senso musicale, e cioè di esperienza del rumore, e un
minimo di senso della lingua, cioè del bisogno vitale di un attrito, di
una resistenza per poter non dico volare ma anche soltanto
camminare con decenza.
Planando essi a un metro da terra, non volendo essere né celesti,
perché sempre si sentono e si dicono incompiuti, né terrestri, perché
sono tutti fluenti e armonizzanti, riducendo le profondità a uno
spettacolo da delfinario, e avendo scelto un mondo intermedio che
non è né arte né vita immediata, né carne né pesce, ma col sapore
artificiale di tutte e due, finiscono per spingere ai margini proprio gli
scrittori veri, facendoli percepire e ricacciare come illeggibili o
squilibrati, risultando prima o poi tutti candidati al premio Nobel.
Controprova della loro potenza e dell’ammirazione che suscitano è
infatti la doppia tabella dei premiati dall’accademia di Svezia, per
quello che significa un premio, se anche il più prestigioso: per ogni
scrittore vero infatti puoi riportare a fianco il nome di uno finto. E
vedrai che quest’ultimo, polacco o francese, sarà sempre lo scrittore
esistenzialmente più corretto.
2 febbraio
2449
Il freddo spegne le nature sensuali
Io ho una natura sensuale. Se non la posso assecondare, e mi capita
fin troppo spesso, mi alieno. Posso dire di non vivere. Gli stessi
pensieri in me sono sensuali. Non riesco a percepire una verità dove
non sia un che di bello e di organico, mentre fin troppo bene colgo
le non verità per la bruttezza che mi ferisce e mi mortifica.
Altri vivono molto meglio di me la stessa vitalità fisica senza
nessuna sensualità e godono meglio anche l’attività riflessiva, quasi
in assenza di sé. E questo perché un conto è saper godere dei sensi,
in presa diretta, per ragionare freddamente quando è il caso, un altro
vivere nel mondo intermedio tra i sensi e lo spirito, ciò che è
appunto la sensualità.
Una conferma è che quando fa molto freddo, come ho sperimentato
negli anni in cui ho abitato in montagna, in val di Fassa e in val di
Fiemme, io ero un altro, anzi ero dietro la vita. E non soltanto
perché i miei sensi si ritraevano e si irrigidivano ma anche perché i
miei pensieri diventavano singolarmente asessuati, nordici, quasi
amorfi, alieni: diventavano concetti. Ogni piccola conquista del
pensiero era sempre viziata dal suo carattere congelato e relativo al
clima e, benché apparentemente pura e disinteressata, in realtà
intirizzita, ritirata, risentita, come non sarebbe stato se in montagna
o al nord fossi nato, perché avrei imparato a diventare caldo
attraverso il freddo. Cosa che non puoi più apprendere da adulto.
Candidare un altro a fare il bene
Una volta un monaco mio amico si trovò a passeggiare con me e
incontrammo un mendicante che neanche tendeva la mano ma se ne
stava accucciato al freddo con davanti un bicchiere di plastica. Il
monaco, scalzo e magro, di tempra robusta, anche grazie alle
privazioni, lo guardò e gli disse: “La tua povertà ti insegna il
sacrificio e la rinuncia e ti rende più vicino a Dio di me che tornerò
nel convento, freddo, sì, ma mai come la strada.”
2450
Il mendicante ascoltò senza alzare la testa se, presa una moneta dal
bicchiere, gliela porse. Il monaco si illuminò, diventando pure tutto
rosso, e la prese con una mano che visibilmente tremava. Così ce ne
andammo senza parlare perché era stato già detto tutto.
Cento metri dopo ne incontrammo un altro, anche lui infagottato,
con molti capelli arruffati, a braccia conserte, che tendeva una mano
mentre guardava basso di malumore. Il monaco lo guardò e disse:
“Tu sei solo nel deserto e io tornerò nella comunità, per questo sei
più vicino a me di Dio”.
Il mendicante allora si alzò con sveltezza ma un po’ barcollando e gli
dette uno schiaffo, anche bello forte. Il monaco arretrò e non seppe
cosa dire. Era abituato agli schiaffi simbolici e mai in vita sua ne
aveva preso uno vero. Non offrì l’altra guancia e rimase stordito,
mentre io dissi al mendicante, che era mezzo ubriaco, o del tutto:
“Ohi, stai fermo. Ma che fai?” Allora il mio amico si riscosse, mi
fece segno di lasciar stare e ce ne andammo insieme, non riuscendo
a dire una parola.
Quando diamo a qualcuno un compenso modesto, diciamo che è
simbolico, e così quando facciamo un piccolo regalo. Simbolico
sarebbe stato un buffetto ma quello fu uno schiaffo. Così mi
domando quando di continuo diciamo che nei Vangeli questo o
quello è simbolico, non sarà che abbiamo attenuato, mitigato,
dolcificato e alla fine infiacchito ciò che invece è un fatto vero e
proprio?
Un altro mio amico, quando da giovane abitava da solo in alta
montagna, dieci chilometri oltre la fine del mondo, e camminando
d’inverno si sentiva sulla crosta gelata del pianeta, nudo sotto il
firmamento, anch’esso ghiacciato, il postino gli consegnò la lettera di
un professore sapiente e potente che lo esortò a pensare ad Antonio
Gramsci, che in prigione aveva scritto i suoi Quaderni, costituendo
un esempio di tenacia intellettuale e morale, alla quale lui poteva
ispirarsi, visto che gli raccontava della sua solitudine e del fatto che
non poteva fare altro che studiare, oltreché sciare per le piste da
fondo, allora gratuite, vicino a casa.
2451
Quando ebbe qualche giorno di vacanza il mio amico lo andò a
trovare e il professore scherzò sui suoi dolori, come disse, da
giovane Werther, perché qualcuno gli aveva raccontato di un suo
amore finito e, tornato serio, gli chiese se allora stava scrivendo o no
i suoi Quaderni delle Alpi.
Il mio amico che, come posso testimoniare, non era mai stato
violento, si levò e gli dette uno schiaffo, questo sì, simbolico, poco
più di un buffetto, tanto che mi disse di ricordare la sua pelle rasata
diventare rosea, e lo sguardo attonito, ma con una punta di malizia,
che gli fece capire che non era davvero stupito.
Da quella volta non si sarebbero dovuti incontrare più né lui
naturalmente avrebbe più messo piede nell’ateneo del professore. E
tuttavia, esattamente un mese dopo, gli arrivò un’altra lettera del
professore in cui gli scrisse che aveva capito di aver sbagliato e che
gli offriva l’altra guancia.
Il mio amico decise di prenderlo in parola e tornò a trovarlo e,
mentre gli tendeva la mano, gli dette un altro buffetto, questa volta
quasi una carezza, al che lui si arrabbiò veramente, si mise a urlare e
gli ordinò di andarsene, ripetendo agli studenti, che aveva voluto a
fianco per testimoniare, che era un ragazzo impossibile, un vero
maleducato e presuntuoso, e che si era sbagliato sul suo conto,
perché non era adatto per lavorare in una comunità di studiosi.
Cosa per altro vera.
Il monaco tornò anche lui dal mendicante, che tutti i giorni chiedeva
l’elemosina nello stesso punto, e non offrì l’altra guancia ma sedette
vicino a lui, che gli offrì una bottiglia di vino, che lui rifiutò con un
cenno. Li lasciai lì che parlavano non so di che cosa.
Queste due storie, realmente accadute, tanto che dopo trent’anni
non le ho dimenticate, se qualcosa ci insegnano o ci spiegano è che
non possiamo candidare un altro al bene che dovremmo fare noi,
come fanno gli studenti che, invitati a leggere un brano, si
precipitano a fare il nome di un vicino, che è quasi sempre quello
più goffo e timido.
2452
3 febbraio
La commozione
Quando qualcuno dice che si è commosso all’ascolto di un discorso
o alla lettura di una storia, e lo comunica al dicitore o all’autore,
questi riconosce la gratifica ma non ne è contento né appagato, e mi
domando perché. Forse perché così si rende conto di essere stato lo
strumento dell’emozione di un altro? O perché vede trasposto il
valore artistico su di un piano puramente sentimentale, per cui l’arte
diventerebbe un sottoinsieme della vita emotiva? Ma questo sarebbe
un bene da riconoscere. O sentiamo un filo di tristezza sapendo
quanto poco dura la commozione, e come essa sia un modo di
riconoscimento almeno quanto di liberazione dall’esperienza fatta,
per riprendere asciutti la propria vita?
Che una storia sia commovente, sia sensibile, sommuova i
sentimenti, è un tratto generalmente idoneo a far respingere un libro
da un editore, anche se profonda e veridica, perché è chiaro che
l’abitudine al cinismo, propria del mercato editoriale, rende
insopportabile che in un libro si mettano in gioco valori con un
sentire educato, fine, sfaccettato, candidato a non essere venduto
Almeno quanto è insoffribile che uno scrittore pensi, perché i
leggenti e decidenti della gran parte delle case editrici non devono
pensare, come non devono sentire. Essi devono decidere e vivere di
astuzie, trucchi, stranezze psichiche, comportamenti istintivi e
originali in modo estenuante e stereotipato.
Il primo personaggio è l’autore
Il desiderio di pubblicare costringe ogni scrittore a mettere all’angolo
la sua personalità reale, che riserva agli amici e ai conoscenti, e
inventarsene una all’uopo che possa piacere ai lettori, come li
immaginano i leggenti delle aziende editoriali. Ecco che il primo
personaggio che egli inventa e immagina è l’autore stesso. Così
troverai, conoscendolo di persona, che non assomiglia in nessun
modo ai suoi libri, e un autore sanguinario e sprezzante sarà bonario
2453
e tranquillo, uno angosciato e nevrastenico, frequentatore letterario
delle periferie rischiose, sarà un casalingo padre di famiglia, un
solitario asceta e glaciale sarà un compagnone che beve e mangia
allegramente in tavolate che anima con la sua verve.
Nelle generazioni più giovani predomina lo scrittore di genio
popolare, autarchico e maleducato, che non legge nessuno al di fuori
di coloro ai quali può rubare qualche segreto del mestiere o qualche
trama, che vive tutto dentro la propria fantasia e mai penserebbe che
esista uno più bravo di lui, tanto più se il pubblico, che non
considera e non ama, se non perché compra i suoi libri, lo conforta
con un consenso che lo induce a inclinare sempre di più nei suoi
vizi, finché di colpo scompare dalla scena, nessuno lo considera più,
nessuno si accorge neanche più che esiste né ricorda il suo nome.
La quantità eccedente di giovani scrittori, giovani in perpetuo, che
sono ormai migliaia, e tutti di culto, per questo o quello, tutti
energici, furbi, vincenti, privi di qualsiasi barlume di una vita
interiore, perché la loro vita è tutta esterna, come la loro pagina, fa sì
che uno cancelli l’altro, e tutti si cancellino a vicenda, cosicché essi
saranno dimenticati in blocco, in quanto coautori collettivi non di
un’opera ma di un’immensa e unica telenovela, di centinaia di
migliaia di pagine, di una striscia infinita di bava vocale e di saliva
scrittoria che non importerà più, perché per loro ciò che conta è
bruciare nell’esperienza sempre attuale di essere letti e di provare
l’emozione del successo in un centro commerciale.
4 febbraio
Antigone
Se incontrassi Antigone mi innamorerei di lei, perché non soltanto è
capace di provare pietà oltre gli schieramenti politici del male e del
bene, oltre l’onore della patria, oltre le leggi terrene, in virtù
dell’amore, del symphilein: “Non sono nata per condividere l’odio ma
l’amore” (I ep., v. 523). Ma soprattutto ha la fermezza per agire
secondo la pietà, rischiando la vita, e senza fermarsi di fronte a
nessuno. “Non ho caro chi ama solo a parole”, dice alla sorella
2454
Ismene, che non l’ha aiutata a seppellire il fratello Polinice ma che
poi vuole seguire la sua sorte (v. 543).
Quando Creonte le chiede ragione, lei risponde che dovrà
permanere per sempre nel regno dei morti, e quindi è naturale che
preferisca compiacere loro piuttosto che un vivo effimero. Soltanto
così l’amore infatti è vero e completo, se non si arrende davanti alla
morte, se non si schiera con la fazione dei vivi contro i morti, ma
imparziale considera gli uni e gli altri e, dovendo scegliere, ama
coloro che sono più indifesi e inermi. Così sentendo e agendo,
l’amore si completa e in nulla potresti dirlo meno che cristiano.
Vero che Cristo ha detto “Lasciate che i morti seppelliscano i
morti”, perché il nostro amore per le persone care morte è il più
completo e puro, coraggioso e fedele, amore terreno che sia
possibile, ma vive pur sempre nella malinconia tragica del nostro
narcisismo amoroso, in una catena umana che ci lega tra noi, ma
non con Dio. Mentre Cristo vuole proiettare il nostro amore verso
l’avvenire dei risorti e non si preoccupa del frattempo, dei decenni di
lontananza che ci dividono da essi, essendo il suo il genio
dell’urgenza. Propria della verità è infatti l’urgenza.
Ogni tragedia, come l’Antigone, è l’opera dell’ultimo giorno, cioè del
primo, del giorno totale in cui tutto si decide, per cui importa che
ciascuno vi arrivi con una sintesi efficace di ciò in cui crede, giacché
dovrà metterlo drammaticamente alla prova dei fatti, e in
pochissimo tempo. Tutto si gioca ora e per sempre, quindi il tuo
essere è tutto esposto, e non puoi mentire, una volta per tutte. Puoi
fare solo quello che vali, puoi puntare solo su quello che sei. Non c’è
trama, diversione, astuzia, compromesso: la tua natura è snudata una
volta per tutte e chiama bene o male, vita o morte.
Credi che le leggi dello stato da te, monarca, decise, siano tutto?
Non hai scampo, non puoi che dire ciò che Creonte dice e non puoi
che scatenarti addosso la distruzione. Credi nella pietà fraterna e
rispetti gli dei? Non hai scampo: Sei Antigone. Il popolo ti darebbe
un premio d’oro, come dice Emone, ma il tiranno ti ucciderà. Sei un
giovane limpido che ama e rispetta la promessa sposa? Sei Emone?
Dovrai ribellarti al padre e non ti resterà che il suicidio. Tutti
2455
muoiono, uccisi o suicidi, o soffrono pene terribili ma uno solo è nel
giusto, uno solo vince morendo: Antigone.
Quando Antigone spiega perché, essendo morto un marito o un
figlio, non si sarebbe comportata allo stesso modo, cioè
seppellendoli contro le leggi imposte dal tiranno, dice che, morto un
marito, avrebbe potuto risposarsi e, morto un figlio, avrebbe potuto
farne un altro. Ma che un fratello, morti entrambi i genitori, nessuno
avrebbe potuto ridarglielo. Non si tratta di una concezione arcaica
del clan familiare (come in Erodoto, III, 119), che dovrebbe infatti
incorporare anche il marito, e tanto più il figlio, legge che Creonte
non osserva per nulla, a quanto pare. Ma di un iperbolico dovere
d’amore, visto che Antigone non ha né mariti né figli e non può
amarli che in astratto.
Ogni volta che un personaggio antico ci sembra decadere dalle vette
di una purezza universale, noi subito lo leghiamo a usi e costumi dei
suoi tempi, come fosse l’espressione antropologica di una mentalità.
Ma in qualunque tempo è dato a ognuno vedere la verità e dirla. E
una donna che sfida le leggi di Creonte volete che poi distingua tra
un fratello, un marito e un figlio, quando si tratta di obbedire alle
leggi degli dei, che governano per sempre i morti? Ed ecco che
Antigone non amerebbe affatto il promesso sposo Emone, che per
lei in quel momento non esiste, e tutta verrebbe risucchiata dalla
legge del clan familiare, tanto più il suo è stato martoriato. Non può
essere così. È che per lei ora una e una sola è la cosa che conta:
seppellire Polinice. L’amore è una freccia, non è un ventaglio.
Non è la legge della natura che si oppone a quella della polis. Si
tratta, tra l’altro, di tirannide. E amare non è così naturale e
primordiale. È la legge dell’amore inventata, cioè trovata, da
Antigone.
“Non vedi che hai parlato in modo infantile?” mi dice mio figlio a
proposito di una delle controversie familiari sui casi minimi che
servono ai figli per farsi i denti nelle dispute della vita e ai genitori
per rendersi conto che, come ti rilassi, riaffiora un fondo arcaico che
credevi sommerso. Leggo l’Antigone steso a letto mentre cade la neve
ed ecco che Emone dice al padre Creonte: “Non vedi che hai
2456
parlato in modo infantile? (os agan neos) (III ep., v. 735). Anche allora
erano i figli ad aprire gli occhi ai padri.
Polinice viene tumulato da Antigone ma le guardie ne scoprono il
cadavere per usarlo come esca. Antigone torna, lo ricopre di terra e
confessa a testa alta la sua azione. Allora il cadavere viene di nuovo
offerto a cani e alla “specie spensierata degli uccelli”. Tiresia, seduto
sull’antico seggio augurale, intorno al quale si affollano gli uccelli, li
vide schiamazzare e dilaniarsi con gli artigli. Offre gli animali in
sacrificio ma non vi brilla fiamma: gli uccelli avevano contaminato
l’altare con il grasso sanguinante di un uomo ucciso. Se esponi un
cadavere agli uccelli, tu mangerai in loro il corpo degli uomini morti,
scatenando la vendetta degli dei.
5 febbraio
Difesa della scienza o di un carattere?
Coloro che tengono in nessun conto ogni forma di esaltazione,
estasi, visione mistica, preveggenza, fantasticheria contemplativa,
invasamento, ispirazione, trance, illuminazione poetica o musicale o
religiosa, conoscenza passionale, sempre richiamando al rigore
dell’esatta considerazione scientifica dei fenomeni, e rifuggendo da
ogni palpito e vibrazione di ogni genere, che addebitano alla infantile
creduloneria o autosuggestione, sembrano difendere in realtà, più
che un metodo e una pratica di verifica dei fenomeni, un’attitudine
psicologica, un carattere.
Il loro, sempre uguale, pacato, riflessivo, mai disposto a scomporsi, a
eccitarsi, a infiammarsi, in una monocorde identità che a loro pare
segno di etica laica, di disciplina del vero, di ferma adesione alla
natura delle cose. Una scelta pratica, insomma.
Ciò comporta che gli stati emotivi, sentimentali, passionali, affettivi
di ogni genere siano visti, come ne Les passions de l’âme di Cartesio,
quali altrettanti turbamenti dell’intelletto, infallibile finché non si fa
tentare dalle seduzioni del corpo. E si rinuncia del tutto a indagare il
2457
potere conoscitivo delle passioni, molto più radicate nella natura e
consentanee a essa.
Nell’ironico legame tra vita e conoscenza, aderendo a quel metodo
in modo assoluto, non faremo che generare il tipo freddo,
supponente e chiuso, mentre sposando le passioni potremo generare
l’esuberante strambo e credulone, sempre pronto a convibrare con
ogni abbaglio e allucinazione emotiva. Perseguiamo allora
un’attitudine più poliedrica, più flessuosa e agile, capace di indurirsi
quando occorre e di allentarsi quando giova.
Ci diranno mutevoli ed eclettici, non importa. L’arte più difficile è
quella di cambiare metodo in modo rapido e ponderato quando
occorre.
Nietzsche tenta di ricondurre ogni posizione di pensiero a
un’antropologia psicologica, ordinata per tipi. E in questa rischiosa
acrobazia non risparmia neanche se stesso. Perché una volta
divenuti coscienti delle stregonerie del legame tra vita del pensiero e
vita della vita non riesci più a placarti in una figura. Ne scegli una, la
difendi, ma alla fine non reggi, anche fosse l’oltreuomo, sempre
vulnerabile ed esposto a diventare un infrauomo.
Niente paura: nella scienza contano i risultati e molto meno i
processi per arrivarci, utili a riflessioni sempre a posteriori, che
servono a produrre scienza almeno quanto gli approfondimenti sulla
genesi della poesia in questo o quell’autore sono utili a generare
anche un solo verso.
Ma siccome tutto ricade in un’attitudine alla vita, restiamo aperti a
ogni forza conoscitiva dentro di noi, passionale o intellettuale,
distinguendo e armonizzando. Non ci rendiamo conto che mangiare
è diverso da bere, che camminare è diverso da correre, che per
allacciarsi le scarpe occorrono due mani e che non puoi toccare il
gomito con la lingua? Perché non dovremmo poter distinguere tra
l’esame di laboratorio della pelle e l’irradiazione mistica di un viso?
6 febbraio
2458
A.P. Florenskij
La concezione cristiana del mondo
“Mondare il cristianesimo del suo guscio storico, come accade nel
protestantesimo, conduce al suo annientamento”. Si riferisce al
gesto di Lutero di contrapporre la Bibbia alla storia della chiesa. Ma
in cinque secoli anche il protestantesimo è diventato storia e così,
mondando il cristianesimo dal protestantesimo, lo annienteremmo.
Florenskij sa che la fede è collettiva e si incarna nella storia, ma
l’ispirazione è intermittente: come potremmo confidare in un
popolo tutto e sempre mistico? Non dimenticando che Cristo
chiamò “mondo” la sfera del male e della menzogna.
C’è stata troppa storia, e non possiamo scaldarci tutti. Anche se
ognuno deve sopportare il gelo per scaldare un altro.
Un altro bersaglio che Florenskij prende di mira con frecce
acuminate è il cattolicesimo: una religione seduta, simboleggiata per
lui appunto dallo stare sempre seduti a messa.
Singolare che uno spirito così aperto, sfaccettato, capace di integrare
nel modo più originale la riflessione scientifica con quella spirituale,
in grado di saltare su ogni ramo dello scibile, dalla matematica alla
biologia, con guizzi agilissimi, di percepire ogni venatura dell’arte,
guardando tutto con uno scatto intuitivo poderoso e nuovo,
convinto che tutto sia interrelato, dal massimo al minimo, che vuole
comprendere tutta la storia dentro la fede, sia poi così netto,
asciutto, chiuso, asseverativo quando deve fronteggiare il
protestantesimo o il cattolicesimo, da ortodosso qual è, e quale
vuole sempre più profondamente essere.
Noi non reggiamo una totalità organica, se non con un gesto di
esclusione, una chiusura. Quando pensiamo a una sfera viva e nostra
non pensiamo mai all’immenso solido di vuoto tracciato da essa,
dalla prospettiva del quale la nostra viva totalità è un buco sferico.
2459
Inoltre, quando vogliamo essere troppo organici e collegare tutto in
modo unitario e vivente, non ci accorgiamo di diventare troppo
fisici, troppo materiali, troppo radicati negli usi e costumi locali,
nelle tradizioni religiose, nelle superstizioni, nelle esaltazioni
conformi al nostro tipo di esperienza, nel caso di Florenskij quella
dei preti ortodossi nella Russia visionaria e impetuosa, e finiamo per
giudicare tutto ciò che è semplicemente altrove, come il
cattolicesimo o il protestantesimo, come qualcosa di freddo e
remoto, soltanto perché non è presente in modo caldo e vivo nella
nostra esperienza quotidiana.
C’è in lui una buona dose di geniale fanatismo provinciale, di umida
tenerezza per il proprio mondo duro e innevato, e ciò proprio in una
mente straordinariamente aperta e inventiva, che rinnova tutto ciò
che tocca.
Egli dà addosso, lancia in resta, al pensiero rinascimentale e non si
rende conto che esso è profondamente materno, femminile. Pavel
non è abbastanza femminile quando parla dell’occidente. Polarizza
l’occidente, perché non lo conosce abbastanza, non ci vive.
Egli arriva a dire che San Sergio è stato il Dante della Rus’, perché
“riunì in lui tutti gli aspetti della cultura e della vita, e lo fece nel
modo più completo. Il Dante dell’Occidente fu soltanto uno
scrittore e un pensatore” (p. 153). Questo è puro narcisismo
esistenziale, la pretesa che qualcuno incarni la verità come imitatore
di Cristo, mentre a noi tocca dimostrare chi siamo, lasciando tracce
di cibo di cui gli altri si possano nutrire. Dante compone l’opera
delle opere e resta nudo come uomo, umile, esposto, incompleto,
onesto. Altro che completezza di cultura e di vita.
Noi che non siamo ortodossi ci troviamo a essere l’assolutamente
altro di Florenskij e a leggerlo con un esotismo scettico alternato a
un’infiammazione appassionata. E tuttavia la sua potenza spirituale,
intellettuale, intuitiva è troppo forte e calda per non risultare carica
di semi anche per noi.
Molto bello è quanto scrive sul pensiero concreto, nominale. Dio è il
Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; il rinnegamento è di
2460
Pietro, non è il rinnegamento in sé, universale. I nomi propri “sono
categorie, tipi della realtà”. Nella Bibbia tutto è personale (Il pensiero
medioevale e il pensiero rinascimentale”, 28 ottobre 1921). Vero e bello, e
tuttavia i nomi che non conosci, i nomi stranieri allora chi sono, chi
diventano per te?
Florenskij scrive: “Il cristianesimo non era una dottrina
sull’immortalità dell’anima, ma sulla risurrezione dei morti”. Poi,
piano piano, si è degradato.
Nell’Antico Testamento l’immortalità dell’anima non compare mai,
se non negli ultimi due secoli prima di Cristo, con i libri dei
Maccabei e della Sapienza. Platone, allora, nel Fedone, è stato il primo
a parlare filosoficamente di un’anima immortale e personale?
Florenskij mette al centro la resurrezione dei corpi ma non ci dice
nulla sulla risurrezione delle anime. L’anima resta sempre viva
mentre il corpo muore e risorge? L’anima muore e risorge con il
corpo? E se l’anima resta sempre viva (inconscia, immemoriale?)
quanto potrà contare la risurrezione di un corpo così spirituale da
combaciare quasi con l’anima? Il corpo la perde e la riguadagna?
Sempre nel Fedone, Platone parla anche del gran ciclo della natura e
dice che tutto muore e rinasce in essa. Sarebbe singolare, aggiunge,
che soltanto l’anima non conoscesse questa sorte di rinascita, per
conseguire la quale deve morire.
Florenskij dedica riflessioni ispirate alle tante forme di vita che
svalutiamo o ignoriamo quando è in gioco la partita che ci sembra
più seria, per esempio il sonno, che invece “colora la vita della
nostra anima”. Egli ricorda quante furono le rivelazioni nel sonno e
nel dormiveglia. Dice: “Senza il sonno noi cesseremmo di nutrirci
dal punto di vista spirituale”.
La storia del mondo, scrive, è diurna e notturna. Nella notte della
storia, un terzo di tutta la umana vicenda, “prevalgono il principio
mistico, la volontà noumenale, la sensibilità, la femminilità.”
2461
Un pensiero liturgico
Florenskij non ha completato la sua Filosofia del culto ma tutto il suo
pensiero vuole essere ecclesiale, incentrarsi sulla funzione religiosa
come unità mistica dei fedeli, nello spirito e nel corpo, come
fiammata collettiva nella quale ogni gesto conta come ogni parola.
Tutto il giorno deve diventare ecclesiale. Tutto il mondo va
riconosciuto come un’ecclesia geniale, nel quale la notte conta
quanto il giorno, il corpo quanto l’anima, il bambino filosofo quanto
il sapiente.
La cultura ecclesiale è sintetica, intessendo lo spirito e il corpo,
avversa allo spirito analitico e positivistico, basato sul dettaglio e
contraria (oddio) allo spirito rinascimentale che, per Florenskij,
arriva fino a Kant e oltre, essendo l’illuminismo, a quanto pare, per
lui, soltanto un suo epifenomeno.
La cultura rinascimentale, che è la sua antitesi, giacché per lui la vita
spirituale è basata sulle antitesi, ha un obiettivo: “non meravigliarsi
di nulla”. Visione che mi lascia stupefatto, perché invece essa dà una
forma proprio alla meraviglia. Ed è profondamente femminile, se
consideriamo che il più profondo pensiero rinascimentale è la sua
arte, femminea, in quanto mette il mondo nel grembo della forma.
Florenskij, incrociando dati fisiologici e resultanze spirituali, con il
suo consueto metodo conoscitivo, definisce la collera
“un’intossicazione cronica dell’organismo”. Ma ciò che è più
interessante è che, secondo lui, “il sangue si avvelenerà anche in
assenza di attacchi d’ira, e a causa dell’intossicazione del sangue
l’organismo intero sarà intossicato” (Spiritualismo radicale e
materialismo, 1 settembre 1921)
Fisiologia del santo
Egli ci invita a rinascere, per ritornare nell’organismo infantile e
“superare il sesso” (p. 73).
2462
Pavel prende giustamente molto sul serio gli studi fisiologici, per
esempio di Pavlov e, unificando anima e corpo, ne trae poi
conseguenze molto nette, e tutte sue, definendo addirittura la
fisiologia del santo.
Egli dovrebbe oltrepassare l’istinto aggressivo, la “collera” e l’istinto
erotico, che risultano intrecciati, e fonte di intossicazione
“ormonale” dell’organismo spirituale. Con un’attitudine che è
mistica e scientifica, senza contraddizione, crede però che il
processo biologico sia reversibile, e si possa tornare alla fisiologia del
bambino. Niente sublimazione, niente governo delle passioni,
nessuna ascesi di quegli istinti che sempre ci infiammano ma
addirittura regressione, reversione, retrocessione.
“La fisiologia dei santi è particolare e si manifesta in tratti
caratteristici, in un aroma che proviene da loro stessi e dalle loro
reliquie. Io l’ho sperimentato di persona”.
Non solo dall’organismo vivo e santo, allora, ma anche dal morto,
dalla reliquia secondo lui, si sprigiona una vita spirituale. Ecco
ancora questo singolare metodo misto: una credenza mistica,
un’allucinazione olfattiva, come lui stesso non esclude che sia, e
insieme la verifica sperimentale, la prova empirica.
“Psicologi americani contemporanei hanno mostrato che persone in
una situazione di elevazione estatica diffondono da tutti i pori della
pelle un profumo come di viola, mentre dalla pelle degli ossessi si
sprigiona un odore particolare” (L’anima e il corpo, 2 settembre 1921).
Ecco di nuovo la stessa commistione: psicologi americani che
assistono a estasi e ossessioni e attestano sperimentalmente il
fenomeno.
“Il corpo è una condizione spirituale visibile dall’esterno”, scrive
ancora, e, a quanto pare, anche odorabile. Che le passioni possano
produrre odori non fa specie, se è vero che i cani, e altri animali,
sentono l’odore della paura negli uomini. Lo spirito però mangia il
corpo meno di quanto il corpo non mangi lo spirito.
2463
Ogni intossicazione è contagiosa, al punto che “è molto pericoloso
avere rapporti ravvicinati con persone che sono preda delle passioni,
persone cattive in senso spirituale: hanno un’influenza immediata, e
senza che ce ne rendiamo conto ci provocano qualche danno”.
Di interesse speciale è la teoria secondo cui Adamo ed Eva “non
vedevano confini tra il corpo e il mondo”. Il corpo era percepito da
loro come un organo interno, che in seguito è diventato esterno,
facendoli sentire soltanto allora, dopo aver colto il pomo, nudi e
peccatori (p. 100). Sappiamo infatti da Jean Piaget che nei primi
mesi di vita non c’è distinzione nei bambini tra corpo e mondo. E
Adamo ed Eva erano bambini.
Il corpo è formato dal di dentro “come afferma la biologia
contemporanea”, e cioè dall’anima, e questo spiegherebbe la luce
che si irradia dall’uomo, “in particolare dalla testa”.
Come sempre con Florenskij l’ardimento intuitivo è tale da
sconfinare nella fantasticheria più sfrenata: questa luce dalla testa,
per esempio, visibile con gli occhi fisici, è la prima volta in vita mia
che la sento nominare. Eppure si apprende come qualcosa che tiene
del vero. Finché Florenskij non tira fuori impavidamente l’aureola
dei santi nelle icone, che descrive come fosse un fenomeno reale.
Di fronte a questo modo spericolato di procedere si può reagire o
accreditando i fenomeni tutti alla superiore potenza conoscitiva e
mistica di Pavel Alexandrovič, per cui capita di percepire tutto a lui e
buonanotte, o di setacciare le sue sfrenate affermazioni, che egli
palesemente intende tutte sul serio e non per metafora, mettendole
alla prova della scienza contemporanea, che ha oggi uno statuto
molto più rigido, e sfrondandole tutte.
C’è però una terza via: liberare l’immaginazione spirituale
avventurosamente, lasciando fermentare questa incessante
secrezione di idee, una più innovativa dell’altra, per aprire la mente
verso le nostre congeniali aspirazioni di conoscenza.
Buffa l’affermazione che la Critica della ragion pura, un libro
eticamente e giuridicamente ineludibile, sia stata scritta per Pavel a
2464
forza di sigari, sia una sigarnaja literatura, una letteratura del sigaro.
Considerando che il tabacco “paralizza gli organi mistici: li brucia,
per così dire, li recide” (Occultismo e sensibilità, 15 settembre 1921).
Il fumatore perde il senso del gusto insieme al senso della realtà. La
stimolazione delle facoltà intellettuali è solo un’illusione, perché in
realtà si perde del tutto il senso della infinita complessità irrazionale
del mondo.
Non è improbabile che sia vero. Pare tuttavia che Kant non fosse
affatto un gran fumatore. A detta dei suoi biografi, era parco e
disciplinato anche in questo, se è vero che si limitava a fumare una
pipa al giorno, non sufficiente a produrre tali effetti devastanti.
6 febbraio
Fiammata d’amore
Magari lo spettatore e ascoltatore televisivo quotidiano smettesse di
leggere libri. In lui insorgerebbe una saturazione, una spossatezza,
una nausea, che lo spingerebbe a cercare altri fonti di eccitazione e
conoscenza, affidandosi magari al consiglio di chi i libri li legge da
una vita. Ma non è così. La televisione è così potente non soltanto
da assuefare a sé, al punto che non c’è più bisogno di pubblicità
subliminale, perché tutta la pubblicità è del tutto e sempre manifesta,
essendo le difese immunitarie a terra e l’inconscio smutandato, e
tutto è pubblicità, e nient’altro che pubblicità: la politica, l’economia,
la cultura, lo spettacolo. Ma lo schermo di 1984 è così dominante da
decidere come gli adepti devono comportarsi in tutte le attività e
pratiche della giornata, persino in quella che più dovrebbe essere
libera, solitaria e critica: la lettura.
Essendo ogni trasmissione televisiva fatta a scopo di propaganda, la
pubblicità espressa, così fresca e umoristica, è l’unico momento
piacevole di pausa dagli spettacoli brutti e dai telegiornali bruti.
Se una fonte autorevole per il popolo dei divani parla di un libro in
televisione o ne legge una sola pagina, frotte di telespettatori, la sera
inerti, incubano subito l’acquisto come se fossero fecondati, già
2465
l’indomani scattano e, presi da un bisogno compulsivo, si
precipitano in libreria ed esigono esattamente quel libro per leggere
quella pagina. Non un altro dello stesso autore e neanche un’altra
edizione dello stesso libro ma proprio quella edizione che hanno
visto vibrare in mano al personaggio di prestigio, per farlo proprio,
assimilarlo subito e famelicamente.
Una figura popolare legge in televisione un verso d’amore di una
poetessa media, definendolo il più bello del Novecento, non si sa in
virtù di quale familiarità e campionatura, e subito sciami di
telespettatori, perché essi guardano anche le parole, candidi e
voluttuosi si fiondano ad acquistare tutto il libro, costi quel che
costi, per rileggere esattamente lo stesso verso e nessun altro.
Tempo tre giorni, un editore è costretto a una nuova tiratura. E
festosamente ne parlano con gli amici, lo citano ammiccanti alla
prima cena conviviale, lo esaltano commossi, lo rileggono con occhi
scintillanti e confidano di tornare a innamorarsi.
Meraviglioso candore dei telespettatori italici, forse ormai di tutto il
mondo, che non leggono una poesia dai tempi della scuola e che ora
di colpo condividono, compartecipano, congodono, giacché sono
abituati a guardare lo stesso programma con milioni di altre persone,
nel divano globale, e allora è naturale che vogliano leggere anche lo
stesso verso, nello stesso momento, almeno con altre migliaia.
In questo modo forse, con una telepatia nazionale, con
un’eccitazione sincrona, si innamoreranno tutti insieme e l’Italia
avvamperà di una fiammata unica e concorde, cantando proprio
quel verso.
8 febbraio
La cultura immaginaria dei sedicenni
Esistono professori che hanno una concezione strettamente orale
del sapere e concepiscono la sua trasmissione solamente dal vivo e
riservandola gelosamente ai loro studenti. Essi sono perfettamente
2466
sconosciuti al di fuori della cerchia loro e dei loro familiari e amici,
ma per gli studenti sono quasi leggendari e indelebili.
Non ne troverai traccia su Google, il che non manca di darti un
brivido sulla schiena, ma passeggero, perché l’impronta che hanno
segnato nel tuo animo è più resistente di un tatuaggio e appartiene
per diritto a quell’imprinting della paideia che è più una matrice che
una lastra, in quanto è la stessa tabula rasa, la cera sulla quale incidi
che ti hanno predisposto loro. Non contano infatti i contenuti che ti
hanno trasmesso ma i paradigmi, le forme, i metodi, col risultato che
certi autori che ti hanno fatto conoscere non valgono più per sé
bensì come modelli epistemici per conoscerne altri.
Nella cittadina che Ennio Flaiano ha scelto per rappresentare la vita
anonima, Macerata, c’era una volta un liceo classico, intitolato a
Leopardi, che ricordava da vicino lo Stift di Tübingen o la scuola di
Pforta oppure quella di Kaisersachern in cui crebbe Adrian
Leverkühn, nel Doctor Faustus di Thomas Mann. Laggiù, nel tempo, o
lassù, nell’empireo, ho avuto la fortuna di essere allievo di due di
quei professori benevolmente ineluttabili.
Il primo, Benedetto Branciari, un filologo latinista e grecista, che
non aveva timore di risalire al sanscrito di fronte a sedicenni in
soggezione pacifica, il quale correggeva tutte le grammatiche e le
sintassi che era costretto ad adottare, estenuandoci felicemente con
dettature di appunti infallibili e precisi fino all’ultima radice.
Il secondo, Gianfranco Taccioli, che adottò come manuale in prima
liceo la Storia d’Europa di Henry Pirenne e introdusse seraficamente
noi adolescenti, amorfi e polimorfi, dandoci rigorosamente del lei,
alle opere di F. Meinecke, E. Troeltsch, W. Dilthey, G. Droysen, E.
H. Carr, M. Bloch, H. Pirenne, R. Mondolfo, B. Snell, E. Cassirer,
W. Windelband, J. Huizinga, M.Weber, W. Jaeger, M. Pohlenz, non
concependo neanche che potessero risultare per noi troppe o troppo
difficili.
Il risultato è stato che quando apro L’autunno del medioevo o La cultura
greca, più che in una visita avventata alla casa in cui abitavo o in un
album di foto in bianco e nero, un’onda severa e serena di
2467
adolescenza intride me e i loro libri, all’aurora fredda e incantata
della mia vita spirituale, e non provo né rimorso né rimpianto di
quella prima gioventù, perché si era compiuta già allora come un
uovo. Essa si era nutrita di uno spirito di avventura che non era, né
poteva essere, solo conoscitivo ma creava una mitologia immanente,
tutta interna a quell’isola.
Si formò così, nelle nostre menti, un piccolo panteon di uomini e
studiosi veri, un limbo di maestri adulti, reali più delle poche
persone incrociate in carne e ossa lungo le mura di quella cittadina
pedonale, eppure certamente viventi in qualche extramondo segreto
e nobile. Il mondo adulto era, da qualche parte imprecisata del
pianeta, un governo di studiosi saggi, moralmente solidi e
benevolmente disinteressati, al punto che credo allora si sia formata
in me, e in alcuni di noi, l’idea spericolata che si possa ancora,
attraverso modelli autorevoli, formare i giovani nel bene e nel vero.
L’effetto è anche però che i loro libri io non sono riuscito più a
leggerli con occhi adulti e liberi, ma soltanto a rileggerli qua e là
pieno di emozione, con la vista appannata da quell’ovatta
dell’immaginazione da sedicenne, come fossero vivi tra le mie mani,
quasi più talismani da carezzare e tessere magnetiche da custodire,
che non opere da rigenerare con un’attenzione più cosciente e
addestrata, da discutere e da verificare.
Io torno sedicenne attraverso di essi, Le origini dello storicismo e La
Stoà, Paideia e Umanismo di Marx, ma Meinecke o Pohlenz, Jaeger o
Mondolfo tornano ciò che erano agli occhi del sedicenne e della sua
testa di allora: profeti laici, maestri di verità storiche cristallizzate per
sempre che, con poca esperienza di vita e di studi, avevano per noi
significati profondi e magici più nell’ordine allegorico e traslato che
in quello concettuale e sperimentabile. Ed essi sono restati così
prigionieri, come i sapienti conversanti nel limbo di Dante, fuori
della storia culturale, come se quel ragazzo li avesse rapiti con sé in
un tempo suo compiuto, più dell’immaginazione che non del
pensiero.
E come figli di coppie salde e armoniose tendono a formare
anch’essi matrimoni stabili, così gli studenti che non sono stati delusi
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dai loro professori, almeno da uno o due di essi, tendono a non
voler deludere, se faranno gli insegnanti, i loro allievi, per
trasmettere a essi il sentimento di un bene non soltanto culturale ma
direi quasi radicale, che può riemergere, dopo i primi tempi di stacco
e negazione, in ogni fase della vita, a distanza di anni e di decenni,
come un a certezza alla quale attingere.
10 febbraio
Neve
Come dell’innamoramento o degli affetti più sottili, della neve non si
può parlare in termini che non siano scientifici, ma soltanto dei suoi
effetti, che sono rigorosamente soggettivi. Per il resto la neve, come
l’amore e la gioia, si vivono soltanto. Per questo torniamo tutti
ragazzi. Attraverso essa infatti la natura ci assimila a lei e ci chiede di
diventare autosufficienti nel semplice vivere naturale.
Essendo quella in corso la nevicata più fitta a Pesaro e nella sua
provincia da più di cento anni, viene quasi naturale dire
dell’azzeramento, della cancellazione, del suo effetto di reset e di
pagina bianca, che apre a tutte le possibilità ma nel contempo
disabilita a impegnarsi per realizzarne qualcuna. La natura stessa ci
spinge a darci una calmata, a rallentare, a disattivare piani e progetti,
che ne vengono in ogni modo ostacolati, nella vita pratica, lavorativa
e sociale.
La storia, diciamolo, riceve una bella spallata dalla natura che, come
Circe, ci incanta con la sua magia, questa volta bianca. Ne deriva un
sentore da ospedale, da clinica di lusso, un rallentamento benigno e
termale di tutta la popolazione, costretta ad assumere i ritmi e i
tempi dei più anziani. Si genera un’atonia spirituale, un
intontimento, un imbambolamento che qualcuno potrebbe pensare
un preludio di contemplazione mistica e qualcun altro effetto della
bassa pressione.
Fatto sta che la proiezione verso il futuro subisce uno spaesamento.
Mancano direzioni e versi. Le strade sommerse ci fanno dubitare
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che anche nella nostra vita strade debbano sussistere e, nel torpore
universale, l’intimità viene assecondata con calma e piacere o
osteggiata con irritazione. Il centro e la periferia non esistono più e
anche la differenza tra cielo e terra diventa dubbia. Non parlo del
tempo, perché Thomas Mann ha già spiegato come meglio non
potrei, nel capitolo Neve del suo Zauberberg, la sua sospensione
ufficiale.
I lavoratori forsennati si accorgono che più della metà della
popolazione non produce e non fa assolutamente niente tutto
l’anno, tranne provvedere alla vita, alla salute e alla compagnia delle
persone care, e comincia a trovare tutt’altro che disprezzabile questa
condizione, anzi compare come la più degna.
La maestà bianca della neve tuttavia non ci confonda, perché la
natura non cessa di essere bella e terribile, anzi lo è nevicando più
che in ogni altro modo. Mentre i bambini fanno festa e noi torniamo
ragazzi, i vecchi isolati dell’entroterra muoiono dal freddo, i caduti si
contano a centinaia, qualcuno è morto, qualche altro è sepolto e non
può procurarsi da mangiare. La neve è troppo bella per rendersene
conto, il paesaggio è troppo incantato, e noi vorremmo presentare il
conto all’esercito della natura che si presenta con tale grazia
sovrannaturale? Io non ce la faccio. Le cose vanno così, sono
sempre andate così, essa ci dice, e voi umani dovete accettare la vita
e la morte, il dolore e la festa. E intanto ci incanta e ci calma i nervi
come un’infermiera bella e benigna.
Non ci sfugga tuttavia il lato militaresco dell’avvenimento. Da
sempre la neve acuisce in me il senso del dovere: bisogna darsi una
regola e agire con risolutezza, prima che tutto si sfarini, si copra, si
paralizzi nel paese delle fate. Ecco che la neve, dopo il primo giorno,
rende frenetici: spalare, procacciarsi viveri invadendo supermercati,
attivare allarmi, vigilare dalle trincee dei balconi, se possibile sciare,
precipitarsi con gli slittini, o mettere le catene e sfidare l’immobilità,
costi quel che costi.
Se leggiamo i resoconti tragici delle ritirate di guerra in Russia, di
Napoleone o degli alpini, perché dinnanzi alla neve è possibile
soltanto una ritirata, noi cogliamo la disciplina ostinata, la tempra
2470
gelida, la risoluzione ferrea di quei soldati a resistere, quasi tra la
neve e i soldati fosse dichiarata da sempre una guerra, finalmente
aperta e snudata, che non lascia spazio a immaginare, sognare,
sperare, contemplare ma soltanto a marciare, a combattere il
pulviscolo gelido, a sopravvivere. Essi hanno dovuto soccombere in
gran parte ma è impossibile immaginare uomini più fieri, tutt’uno
con la loro volontà, quasi il gelo della natura fosse il loro stesso, e
essi dovessero dare il massimo perché non era neanche concepibile
fare di meno. E il tutto non pensando, non provando sentimenti e
sensazioni, non immaginando, come una volpe o un lupo.
In tempo di pace invece, dobbiamo invece arrenderci alla neve: non
c’è altro da fare. Bandiera bianca. Arrendersi alla potenza, alla
bellezza, al ritmo deciso dalla natura.
I monaci eremiti
I monaci eremitici, che spesso scelgono luoghi isolati e montani,
convivono con la neve come con una maestra naturale inesorabile.
Assumono anch’essi qualcosa della natura, la sua durezza, la sua
inesorabile ripetizione, la sua gelosia per ogni vita individuale, la sua
democrazia mistica e atona. Sequestrati da Dio nella natura, essi
sono nondimeno sequestrati dalla natura. E per questo sono allegri,
sono semplici, sono sani, sono essenziali. Per la natura almeno
quanto per la fede.
Mi sono chiesto quanti monaci ho conosciuto nella mia vita e devo
registrare tre casi significativi. La prima volta ero con una ragazza
all’eremo di Monte Giove e scavalcammo una catenella con scritto
“Riservato ai monaci”, che apriva l’accesso a un giardinetto innocuo.
In pochi secondi ci raggiunse un monaco sdegnato col pizzetto che
ci sgridò in malo modo, indicandoci il cartello per subito scomparire
nel convento.
La seconda volta andai ad ascoltare un monaco itinerante, autore di
molti libri, che ci dette una sonora e affascinante lezione, piena di
giudizi irriverenti e brillanti, e alla fine sparì precipitosamente perché
l’aspettava un altro incontro in un’altra città. Alcuni ascoltatori
2471
commentarono ammirati che la sua agenda era fittissima e che era
stata una fortuna essere riusciti a catturarlo un’ora per ascoltare il
suo verbo.
La terza volta chiesi al monaco se potevo visitare la biblioteca del
monastero di Sant’Avellana, ricca di opere dantesche, e mi rispose
senza cerimonie che era riservata soltanto a loro.
Sempre ho presente un passo di San Francesco, che si presentò di
notte, d’inverno, con i suoi confratelli, con i ghiaccioli sulla tonaca, a
un convento, e non vennero fatti entrare. Egli rispose che quello che
avevano vissuto conteneva il segreto della perfetta letizia.
Egli non dà alcun giudizio di quei monaci, essendo loro grato. Ma
vedendo la cosa dal punto di vista basso in cui mi trovo ora, penso
che non se ne era affatto stupito. E mi convinco quasi che noi
idealizziamo i monaci. E che tra loro gli illuminati sono tanto rari
che in qualunque altro ambiente.
C’è però un quarto incontro. Osai inviare ai monaci di un convento
di clausura del sud un commento a un passo dei Vangeli non del
tutto combaciante con quello di un membro medioevale del loro
ordine. Non ricevetti un cenno di risposta o di dialogo, cosa
spiegabile con la regola ferrea alla quale sono sottoposti, ma da
allora mi fecero condividere sempre le loro preghiere notturne.
La chiesa consente a suore e monaci di clausura di ricorrere a
Internet, ma questo è un mezzo dialogico e interattivo. Non
potendo essi rispondere né dialogare, ciò che scrivono e
comunicano diventa così o beatificante o autoreferenziale, e mai in
ogni caso dialogico e alla pari, diventando per essi la rete qualcosa di
molto simile alla tentazione.
Tu infatti puoi dire quello che vuoi francamente e coloro tra di essi
che non sono illuminati non lo possono, così i lati più pericolosi del
loro carattere affiorano, tanto più che l’occasione di comunicare ha
tutto il fascino di un’intimità proibita, di un ponte etereo gettato sul
mondo, un amante assai seducente con la sua polifonia, svelante che
la purezza che essi credono di godere non è poi così forte, mentre si
2472
accorgono che il mondo non è così impuro. Anzi che è puro
proprio nella sua impurità.
Le suore sono in questo molto più forti e limpide dei monaci,
perché meno cogitanti e sublimanti dei maschi. Un uomo quasi
sempre sublima e soffre tortuosamente la sua fede, tant’è vero che
deve darsi un ordine ferreo e micidiale in ogni ora del giorno e della
notte, mentre una donna scintilla nella sua chiamata, gettando luce a
giorno su tutto ciò che guarda e tocca.
Le inibizioni e le tortuosità mentali del clero maschile sono una
minaccia sottile per la purezza delle suore, tanto più che loro è il
potere e loro la dottrina. Suore di clausura che senza il pensiero dei
ribollimenti sediziosi e torbidi del clero maschile o del loro
paternalismo esuberante e vuoto, sarebbero ancora più pure e più
lucenti.
Un monaco può, nel silenzio del chiostro, pregare non Dio ma gli
uomini, affinché siano più buoni? Può arrivare a loro da lontano,
agendo telepaticamente nel loro cuore?
Gli uomini si ripetono. La storia contemporanea assomiglia sempre
più agli Annali di Tacito. La letteratura è ormai un unico romanzo in
mille forme. La filosofia non è che un commento ai classici. La
poesia torna ubriaca a Omero, senza la pietà per gli dei. Ovunque si
avverte invece il risveglio femminile, benché non sappiamo ancora
in quali forme, di certo soprattutto dal vivo, nell’azione, con gesti,
invenzioni, illuminazioni, forse anche con opere scritte, se si
degneranno di decadere in queste forme, di cui si avverte il profumo
ancor prima che esistano.
Le donne hanno scritto e dipinto meno degli uomini non solo
perché tagliate fuori dalla società ma perché più dentro alla vita.
Abbiamo studiato abbastanza la storia del mondo maschile, ormai la
vita ha senso ed è nuova soltanto pensandola al femminile.
12 febbraio
2473
Le forme della voluttà
Le forme della voluttà sono per natura sottili e sottilmente tendenti
alla perversione, per cui è difficile individuarle, dietro maschere di
facce per bene e di paciosità distinte e insospettabili. Ma non ci
vuole molto per rendersi conto del piacere inesauribile, e tale da
rigenerarsi ogni giorno, anche per la miriade di occasioni che la
società italiana offre, del giornalista smascheratore e denunciatore
delle illegalità, degli abusi, delle disfunzioni, delle follie
amministrative, delle evasioni, delle corruzioni, e insomma di quel
delirio caotico e fantastico che giace alla base, forse tenendola in
piedi, della società italiana.
Grattacieli vuoti costruiti soltanto per sostenere la richiesta da parte
del costruttore di un prestito alle banche, laghetti artificiali per la
pesca, che servono in realtà per estrarre ghiaia, ponti interrotti e
sospesi nel vuoto, strade che non portano da nessuna parte,
auditorium da mille posti inaugurati e mai usati, impianti sportivi
colossali in stato di fatiscenza, autostrade che finiscono nel nulla,
cinema multisala costruiti sotto una rupe che sta per franare,
periferie dimentiche in cui si aggirano urbanisti malinconici,
inascoltati da decenni, che infilano il capo tra le maglie di una rete,
guardando un campo vastissimo dove verranno costruiti cinquanta
grattacieli per l’esposizione universale di Milano nel 2015, che non
abiterà mai nessuno.
In questo paese surreale, irreale, controreale eppure realissimo, tra
amministratori disfatti ed ecologisti disperati, tra cittadini arrabbiati
neri e censori documentatissimi e impotentissimi, ecco si aggirano
dinamici, determinati, incalzanti, con un piglio fiero e impavido, i
giornalisti che denunciano i mali. La loro opera sociale è meritoria in
modo evidente, anche se mai una loro cronaca dei disastri è servita a
qualcosa, tutti continuando imperterriti a rubare, corrompere,
evadere e abusare. Hanno sempre ragione loro perché i mali
esistono con evidenza somma e le cose stanno esattamente come
dicono, tanto che intorno a loro i corrotti snidati arretrano,
abbozzano difese improbabili, ridacchiano sicuri dell’immunità e
incenerendoli con lo sguardo, ma tremando sotto la cintola.
2474
Qualche procuratore, espertissimo e impotentissimo, anch’egli
sorride malinconico, con la dignità di chi firma la resa con onore,
qualche cittadino fa battute amare, mentre loro, i giornalisti
denunciatori, sottilmente godono, mai colti in fallo, mai smentiti, e
diffondono nel pubblico sdegnato e atterrito dalla vanità della lotta
una voluttà altrettanto sottile.
Il male esiste, è polimorfo, è tentacolare, è irresistibile. Le ville
abusive le costruiscono gli stessi che dovrebbero farle demolire. Il
cerchio della corruzione si completa, raggiungendo la perfezione
grazie ai rappresentanti della legge che, nei loro nascosti paesi,
mentre pontificano da Roma e dai canali televisivi, si comportano
peggio di tutti gli altri. Una voluttà amara e sottile, ma non per
questo meno eccitante e profonda, si diffonde per la nazione,
prossima al sonno. Il male sussiste ed è invincibile ma anche il bene
sussiste: vigila, documenta, perlustra, esplora, percorre come una
sentinella instancabile tutto il perimetro della dissoluzione. La città
assediata fuma tra le rovine ma le sentinelle vegliano e documentano
la disfatta. Anche questa volta possiamo andare a letto
voluttuosamente disgustati.
12 febbraio
Bisogno religioso in poesia
Una delle tante forme in cui il bisogno religioso si manifesta in
modo indiretto, e spesso contrastando o negando la fonte, è la
poesia. Ma essendo la gran parte dei poeti restii a identificarsi in
versi con una religione precisa, fosse pure la loro, e preferendo
sdoppiarsi e nascondersi per non subire reclutamenti forzati, non
per questo il bisogno religioso viene meno, costruendo spesso
credenze fantastiche in versi, decaloghi mistici esoterici, mondi di
demoni e semidei oscuri e ambigui, benché laici e mondani,
attitudini spirituali alla vita segrete e inedite nelle quali lampeggiano,
magari, solidarietà misteriche con piante e animali o politeismi
moderni e personali.
2475
Poesia contro preghiera
Quando Clemente Rebora si convertì, la poesia si distanziò da lui
come un altro mondo, che egli non giudicava affatto compatibile
con l’ardore della fede, ciò che non fa che confermare, ce ne fosse
bisogno, la sua potente fede passata in quella. E compose
pochissimo e segretamente.
Altri poeti vanno a messa ma dai loro versi non lo diresti. Il punto
non è di additare una presunta doppia vita ma considerare il tema
profondo: se un cristiano deve testimoniare, è mai possibile farlo in
versi?
O la poesia di preghiera e di testimonianza esprime sempre un
doppio e concorrente amore? Accende un effetto e lo contrasta? La
parola di verità infatti è già in sé poetica e non sopporta che la si
carichi con lirismi e commozioni eccentriche, né che si pretenda di
renderla più potente e appetibile in virtù di un’ispirazione singolare,
essendo il modo della parola evangelica costitutivo della sua
veridicità.
Essendo le attitudini poetanti alla vita così eterogenee, fino a
identificarsi con la sensibilità di un singolo, ecco che se ne
formeranno adepti e seguaci molto circoscritti, ma più frequente
sarà l’eclettismo sfrenato di chi segue tutti, uno per volta, fa
convivere tutti e si accende ed esalta ogni volta per un poeta al tutto
differente e incompatibile con l’altro appena caldeggiato. Perché
nessuno ai suoi occhi comporta una scelta di vita.
Come in una chiesa, pochi sono gli illuminati e molti coloro che
brillano di luce riflessa, ma che desiderano che tale luce sia in ogni
caso sempre la più potente nel pulviscolo, benché indiretta e non
propria, al fine di risultare anch’essi più lucenti.
I padri della poesia
2476
Come ci sono i padri della chiesa, così esistono i padri della poesia,
che hanno dato canoni interpretativi e composto una o più
ortodossie; esiste una scolastica, formata da una legione di critici
sostenitori di questo o quel dogma, e un feticismo della parola,
nonché, oggi, anche della biografia del poeta, la più appartata e tutta
volta all’intimo che sia stata la vita.
Tutto ciò genera una cultura ricca e settaria che, per attingere alle
forme e ai modi della religione, codificata in chiese, attesta però
proprio così il suo valore e la sua dignità, in quanto essa ha scelto
inconsciamente il modello più consolidato di ermeneutica, compresa
una tradizione liturgica, per generare un microcosmo, elitario e
fluttuante sia pure, con le sue regole, i suoi protocolli filologici, i
suoi riconoscimenti di autorità, i suoi tabù e i suoi peccati. Il buon
poeta così è per coloro che lo seguono colui che non pecca mai
rispetto alle loro tavole della legge.
Il rischio che compaia qualche vangelo poetico è ormai lontano dal
potersi correre, perché sono troppi nel mondo coloro che credono
la propria una parola di vita, e tuttavia sorprende lo sfogliare, in
edizioni di pregio, cronologie di decine di pagine della vita di un
poeta, trattato con somma reverenza biografica, se anche una gita al
mare viene tramandata, che non solo oltre confine passa
sconosciuto ma che quasi nessuno ha mai sentito nominare in patria.
La vita è la patria del poeta, unica possibile, eppure, così stando le
cose, migliaia di poeti vivono in migliaia di patrie, tutte loro, con
abitanti che spesso hanno dieci o venti cittadinanze.
Un critico infatti può lodare un poeta per un pregio suo esclusivo
per poi lodarne un altro con il pregio opposto, se anch’esso
esclusivo, basta che abbia dimostrato una coerenza e una tenuta di
immagine nei decenni.
Che l’Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna goda di un
commento di centinaia di pagine, più voluminoso del testo, si
comprende perché sono passati cinque secoli e bisogna ricostruire
un contesto, perduto per i più, che si irradia nel libro, e magari nasce
così il bisogno di fare irradiare tutto un mondo di allora nel libro.
2477
I libri del passato infatti hanno questo privilegio, di assorbire il
mondo in cui sono stati scritti come una spugna, agli occhi dei
posteri, mentre un libro contemporaneo sta e vale per suo conto,
nudo e crudo. Ma oggi, condividendo lo stesso mondo culturale, al
massimo con un salto di una o due generazioni, è singolare che si
cerchino nei testi riferimenti alle biografie degli autori, andando a
caccia di scoop, o si illustrino nell’apparato critico vicende storiche
condivise, e a tutti o note o accessibili, piuttosto che commentare la
poesia per quello che c’è scritto.
La cosa più sorprendente di tutte è che, mentre la parola biblica, è
stata per due millenni commentata, e tuttora lo è, quasi sillaba per
sillaba, senza timore di consumarla, in tanto presunto, reverente ed
esclusivo, ascolto della parola poetica scarseggino, e quasi manchino
del tutto, gli onesti commenti alle singole poesie di quasi ogni autore
italiano più importante del secondo Novecento.
Chi li stima, li ama e devotamente li studia non sente tuttavia il
bisogno di pubblicare un’edizione commentata dei loro libri, nei
quali li si segua verso per verso, chiarendoli e rendendoli accessibili
con note asciutte e precise, come è giusto che sia, se non si vuol
credere che la parola di Dio sia traducibile in tutte le lingue del
mondo senza perdere il senso e la parola poetica invece sia talmente
rivelativa, talmente tutta nella sua forma che anche qualche nota al
margine la sconsacri e la profani.
L’effetto è che nessuno sa esattamente di che cosa si parli quando si
legge una poesia, cosa diventata vaghissima e perennemente
fluttuante, giacché è reputato vergognoso e pedante tradurla in una
lingua comprensibile a quasi tutti. Vale la poesia, non il verso. Vale il
poeta, non quello che ha scritto. Vale l’atmosfera, non il senso. Con
il risultato che si può dire tutto di tutti, entrando in un mondo di
sensazioni volatili, in una tempesta di neve o di sabbia in cui
addentrarsi senza sapere perché e per andare dove.
13 febbraio
2478
Un requiem per il Kriminalroman
Friedrich Dürrenmatt ha scritto un requiem per il Kriminalroman,
intitolato La promessa. Una storia in cui risveglia la potenza del male,
immane, tenebrosa, inafferrabile ma senza contrapporle la potenza
del bene, che invece è smarrito, impotente, inefficace. Egli non
considera in nessun modo la potenza dell’amore, ma sente in modo
stringente, e quasi arcaico, soltanto quella della giustizia. Che non è
però né quella dell’ispettore e della magistratura né, tanto meno,
quella della morale comune: per Dürrenmatt una convenzione di
cemento e di vetro. Si tratta di una giustizia arcana, misteriosa e
fatale come il male, che colpisce con un incidente, come in questo
romanzo o nel racconto La panne, o per decisione vendicativa di un
personaggio, come nel dramma La visita della vecchia signora.
Le forze oscure del male o della giustizia agiscono ineluttabili e al di
là della mente di tutti, compresa quella dell’investigatore
professionista, semplice comparsa che la violenza dell’imprevisto
idiota e dell’imponderabile trasformano in “una triste carcassa
ubriaca”. Questa la sorte che tocca al detective di genio Matthäi, in
La promessa, ridotto a fare il benzinaio, nell’ossessione di trovare
l’assassino della bambina che Dike ha già provveduto, con un
incidente d’auto, a spedire nell’Ade.
Il requiem per il Kriminalroman, come i tedeschi definiscono quello
che gli americani, più ottimisti, chiamano detective story, dovrebbe
diventare così il requiem di una sana lotta tra il bene e il male. Ma ci
si concederà che, a cadavere di bambina ancora caldo, e avendo il
male menato la sua rasoiata, ci si debba almeno lasciare l’illusione di
scoprire chi è stato. Sappiamo che prevenire in questo campo non si
può, ma pretendere pure che ci lasciamo rapinare dalla scoperta
letteraria degli autori del male, con tutto il rispetto per la sinistra
potenza del suo filosofare narrativo, dell’orchestrazione ferrea, e,
perché no?, anche metafisica, non è un po’ troppo?
Dürrenmatt riesce a produrre un mondo deforme in modo
geometrico e metallico, un congegno narrativo da ingegnere
meccanico. Che è molto confortante, non soltanto per la perizia
tecnica indubbia, ma perché sfido uno svizzero a non sentirsi
2479
sollevato dal fatto che, per quanto ambigua e gelida, maniacale e
geometricamente demonica la si voglia incidere, la sua Svizzera sia
alla fin fine molto meglio di così.
Scrittori edificanti, no. Narratori zuccherini, no. Ma non dovrebbe
domandarsi uno scrittore se per caso non possa rischiare lo stesso
autore della favola di essere scambiato per l’orco? Se una
corresponsabilità nel male e nel bene esista in chi scrive? Ho
l’impressione che Dürrenmatt ne sia ben cosciente.
Tanto più uno stato è efficiente, civile, ordinato, tollerante tanto più
produce scrittori neri, inesorabili, calvinisti, fustigatori della comune
ipocrisia, della banalità del male. E anche tra i più bravi e potenti,
come Dürrenmatt, come Glauser.
13 febbraio
Gocce di sudore lungo la schiena
Quattordici milioni di italiani (ma come faranno a saperlo?) hanno
seguito il festival di Sanremo. La notizia tuttavia non mi sembra
questa. Semmai quella che quarantasei milioni, neonati compresi,
non l’hanno fatto. Si tratta di una maggioranza schiacciante e
silenziosa che nessuno considera, mentre è decisiva a renderci la
fiducia nei connazionali.
Adriano Celentano, mi dice un prete, ha pontificato per quasi
un’ora, sostenendo che i cattolici non devono fare politica bensì
parlare del paradiso, perché non è possibile che la nostra vita si
trascini vanamente tra guerre e mercati. Nessuno dei nostri maggiori
pensatori, scrittori, poeti, scienziati, artisti, giuristi gode della
millesima parte del suo potere di declamatore e predicatore pubblico
a una platea che sembra pendere dalle sue labbra e il giorno dopo
commenta, critica e approva ogni suo singolo motto, che si riverbera
nei quotidiani, suscita reazioni della chiesa e dei politici, viene
interpretato per giorni in ogni sfumatura. E se anche molti
disapprovano e contestano, è lui che disapprovano, è lui che
contestano.
2480
Una goccia di sudore freddo scende lungo la schiena a riscoprire la
santa scemenza, felice per chi la gode, e infelice per tutti gli altri, di
un popolo che non si lascerebbe rubare il più microscopico diritto
senza intentare causa per anni a chi l’offende, ma che è disposto a
farsi rapinare festosamente il cervello da un cantante, sia pur bravo.
Lo stile dei banchieri
Si parla con sollievo, ma anche con sospetto, dei banchieri, dei
manager e dei tecnici, tutti o quasi straricchi, che da quale mese
governano l’Italia. Gente avvezza a mondi lontani da quelli
dell’umanità di ogni giorno, alla quale nondimeno chiedono sacrifici,
benché per essi sia una parola astratta. Non infieriranno con
arroganza sui deboli ma non li tratteranno nemmeno in modo
solidale e magnanimo, mentre con i forti, con i quali hanno quasi
tutti e quasi sempre convissuto, potranno essere i giustizieri etici e
incisivi di cui si favoleggia? Ne dubito.
Ciò che conta in essi è lo stile morale, una questione estetica e
formale, tipicamente borghese, giacché di morale sostanziale, nel
governo della cosa pubblica, è sempre aleatorio parlare, e nella vita
privata chi mai può saperlo? E tuttavia in virtù di tale stile è
grandemente stimato nel mondo politico e degli affari il premier
Mario Monti. Con sobrietà potente e determinazione laconica ha già
conseguito, almeno quanto a contegno e voglia di lavorare, risultati
che i politici di professione non sono stati capaci di raccogliere in
decenni di teatro selvaggio.
L’esperienza, se non altro, ci insegna che con le buone maniere, una
compostezza di modi, una competenza esercitata sia pure in
questioni tecniche, finanziarie, bancarie, amministrative, insomma
con la vecchia etica borghese, sono soddisfatte le condizioni minime
di un arte di governo, come se tutti sapessimo che l’economia
mondiale non si cambia con la politica, che i poveri saranno sempre
più poveri e i ricchi più ricchi in ogni caso, ma almeno che ciò
avvenga col rispetto delle forme e un sapere specifico, se anche non
2481
si possa emendare nessuna ingiustizia e intaccare nessuna iniqua
distribuzione di beni.
E viene un altro, opposto e inconfessabile, sospetto: ferme restando
le diseguaglianze micidiali tra le classi, non sarà che il legame con
l’etica dell’economia è oggi più sentito, sia pure romanticamente,
proprio da coloro che la praticano per mestiere? Non sarà che i
banchieri e i tecnici, almeno quelli solo moderatamente disonesti,
vivendo il denaro anche come un oggetto di lavoro e di studio,
essendone oltre tutto strapieni, sono meno schiavi della sua malia
dei tanti altri, nella famiglia dei ricchi, che lo perseguono come unico
scopo?
Avendo i banchieri, come dire, prosciugato esistenzialmente tutta la
tensione folle, la irrazionale avidità, la corrente fantastica di illusioni,
di miti, di deliri, che intorno al denaro sciama, intorbidando tutto,
ma non essendo nemmeno, né essendo mai stati, avviliti, angosciati,
prostrati dalla sua mancanza o insufficienza, non potrebbero forse
occuparsi meglio loro, nella sera della vita, del nudo interesse
comune?
La risposta è impossibile. Quando si tratta di denaro, ogni logica
previsione, ogni indagine morale, ogni riflessione sensata sballano.
Tutto torna a sembrare possibile, la natura umana diventa
indeterminabile. Il denaro è l’infinito degli atei.
14 febbraio
Il film della distruzione
Quando c’era la seconda guerra mondiale e gli uomini si
macellavano ogni giorno, i film erano improntati ai sentimenti più
nobili, erano delicati e pieni di pudore. Oggi che siamo in un
periodo di pace lunga in Occidente i film sono violenti, grotteschi e
deformi. È quasi impossibile vedere un film senza un colpo di
pistola, una rissa selvaggia, una malvagità mostruosa, una strage.
Anzi, i colpi d’arma da fuoco, le mitragliate, le bombe, sono la
punteggiatura e addirittura la vera lingua dei film, al punto che ciò
2482
che i personaggi dicono e fanno sono soltanto delle pause d’umanità
in trincea e degli intermezzi ameni tra i massacri.
Si dirà che almeno oggi la distruzione e la violenza sono in buona
parte confinate nei film e negli spettacoli, come le malformazioni
schifose dell’animo e le perversioni macabre. Ma, a parte il fatto che
esse si estendono a onde concentriche in tutta la società, prostrata
da tanto persistente impulso distruttivo, il cratere dell’immenso
vulcano mondiale della devastazione, come segnala quel sismografo
che è il telemondo, non erutta, sterminando milioni di uomini ma
non è neanche spento, anzi sonnecchia velenosamente.
E basterà una scossa più forte al nostro comfort, una crisi
economica più cruda, una lacerazione più aspra alle nostre abitudini,
per far diventare materialmente reale quell’incubo, in centinaia di
migliaia di varianti, che guardiamo ogni giorno. La specie umana
sogna da sveglia ciò che teme ma anche ciò verso cui aspira, e non
riesce mai a sfiammarlo e ad accantonarlo, perché dentro siamo
ancora gli stessi, siamo pur sempre i figli e i nipoti di coloro che
sono stati condannati a uccidere e a essere uccisi.
I film horror generano fantasmi pericolosi nelle menti più deboli e
sensibili ma sfogano anche, sia pure senza catarsi, quegli istinti bradi
e irrazionali che senza quel cinema della barbarie, forse, conoscendo
la nostra macelleria millenaria, sarebbero ancora più forti e
incontrollati. In ogni caso quei film ci corrispondono e non
possiamo fingere di essere più nobili e superiori e di rifiutarli e di
sdegnarci mentre, per trovare un equilibrio, ce ne nutriamo.
15 febbraio
La ripetizione dell’eguale
La vita è tutta uguale. Rivivrai quello che hai già vissuto, dieci, venti,
forse cento volte, come un’onda nel mare, che sembra si muova ma
in realtà è sempre ferma e dondola sul posto. Il futuro è un fatto
corporale, illusorio per l’anima che, se la pensiamo immortale, allora
è anche extratemporale. E così proprio l’anima, se concepita reale, ci
2483
impone la ripetizione. Il segreto della serenità elementare, come
sanno bene monaci e asceti, sportivi e studiosi, lavoratori e
camminatori, è di ripetere ciò che fa bene, ciò che è bene.
Quando si pensa l’anima immortale, la si considera tuttavia vivente
nel tempo all’infinito e decollante dalla morte del corpo, non già
nonostante la morte, ma grazie a essa, che dà l’attrito indispensabile
per il volo. Ma non sarà da considerarla invece sempre, in ogni suo
istante, fuori del tempo? Proprio questo spiega la visione aristotelica
del filosofo simile al dio nel mentre filosofa, e cioè mentre vive
cosciente fuori del tempo.
Così la teoria dell’eterno ritorno di Nietzsche si sdrammatizza,
perché essa sarebbe chiara e serena, disponendo di un’anima
immortale, giacché può essere immortale per largo soltanto quella
che lo sia per lungo. Altrimenti è soltanto estasi chimica d’alta
montagna, e Nietzsche lo sa.
Quale può essere l’unico avvenimento che può spingere un’onda
umana, sempre sul posto nel mare vitale, a rompere le leggi della
fisica biologica? Incontrarne un’altra che, unica e immotivata, contro
tutte le leggi, si muova e proceda dalla terra verso il largo: figura
divina per il naufrago.
L’amore è sempre attuale e irrompe nella ripetizione, rendendo la
vita inestimabile, a dieci come a novant’anni, ma proprio per questo
l’aculeo della morte lo infilza proprio nel nucleo delle fibre più vive,
e rende la vita peggio che assurda, uno strazio. Gli inamanti e i
disamanti sopravvivono commentando: “Chi muore giace, chi vive
si dà pace.”
L’unico conforto è nel sentirmi più piccolo di quello che gli altri mi
credono. Così il male è meno di quello che mi spetta, il bene, di più.
16 febbraio
Al telefono
2484
Vuoi la voce dal vivo, vuoi l’impressione della vita, del timbro, del
tono, della grana fonica, dell’esitazione e dello slancio? Allora non
scrivere, telefona.
Non dico però che telefonando non siamo più gli stessi, perché anzi,
soprattutto in dialoghi che si protraggono a lungo, può affiorare la
nostra vita interiore, quasi come nel confessionale, benché non vi
possa essere mai assoluzione, essendo la confessione reciproca e il
discorso finisca per convergere sui temi di interesse pratico e morale
comune, non giungendo che di rado a una conclusione, ma invece
salutandosi in sospeso, più per esaurimento delle energie
conversative che per aver raggiunto una qualche tappa. Ma che ci
troviamo così snudati di fronte a un assente, non soltanto senza
nessuna traccia superstite del dialogo ma senza neanche una catarsi.
Due strade vitali infatti non si accostano, incrociandosi come due
navi che si salutino in mare, ma i piloti si richiamano a vicenda il
proprio viaggio, anche su mari alieni, continuando ciascuno a
percorrere la propria rotta, più caldi di amicizia, se vige un’affinità, o
stralunati dall’immersione in una condizione straniera.
La stessa postura telefonica, col ricevitore all’orecchio che si scalda,
con la voce che giunge deformata, cogliendo le intonazioni della
voce senza le espressioni del corpo, genera un risucchio da parte
della voce di tutto il corpo, che pena e giace, condannato
all’immobilità, scontando la condizione terribile di parlare a
qualcuno che non si vede e che non ti vede.
Dove finiscono i miliardi di miliardi di parole che gli umani si
dicono al telefono? Nascono e svaniscono lungo i cavi o nei segnali
eterei e negli anni compongono una fonoteca fantastica che orbita
intorno al pianeta come una striscia di bava sonora, simile alle lingue
straniere palpitanti dalle radio di una volta, Messa per iscritto,
trasformerebbe le nostre città in biblioteche chilometriche, mentre
così un immenso archivio vocale, mai aperto da nessuno, vaga nello
spazio, senza che nessuno mai lo intercetti.
Fluttuanti e militari
2485
Chi legge, studia, scrive, pensa, senza avere relazioni sociali, come
potrebbe capitare a scrittori zelanti o a docenti universitari laboriosi,
finisce per perdere la percezione del tempo e dello spazio. Fluttua
nell’etere, alle ondulazioni del suo mondo psichico, diventa come un
neonato gigantesco che non distingue più tra la pellicola della sua
pelle e il mondo, l’animo gli esce quasi dal corpo e lo alona, lo
abbraccia, lo involge.
Ma come questo fluttuare e volteggiare diventa sempre più
sfuggente, una seconda voce si insinua dentro di noi, sempre più
ferrea e militaresca, che impone un dovere autogestito, un lavoro
fisiologico collimato, come dicono i fisici dei raggi di luce, un
consumo di energia mentale convergente.
Proprio questo misto genera quei libri in cui si sfronda ogni
fluttuante immaginazione e fantasia, ogni guizzo irriverente, ogni
stacco capriccioso, ogni forma linguistica anomala, ogni pensiero
ereticale, ogni asintattica follia per procedere come una falange nella
trattazione, che non segnala un carattere davvero d’acciaio, e tutto
molato nello studio, quanto piuttosto una resistenza nel vuoto, un
panico da microgravità, senza quello scambio vitale e carneo tra le
donne e gli uomini, che soltanto può dare a un libro l’aroma della
vita, come del pensiero.
16 febbraio
Saturazione
La crisi economica poderosa richiede, per evitare che la ritirata
diventi una Caporetto, una ripresa della domanda di merci e del
consumo di prodotti. Quali merci e quali prodotti? Gli stessi che si
compravano prima. Quello che si pretende è semplicemente una
crescita potenziata degli acquisti che già si praticavano prima, non
una selezione della qualità, una svolta dei desideri. Ancora
automobili, ancora telefoni cellulari, ancora computer, ora con tre
schermi a retablo, iPod, iPad. E vestiti, vestiti, vestiti, che ingolfano
gli armadi.
2486
Ma se il calo precipitevole degli acquisti dipende dalla
disoccupazione e dalla povertà, fatti certi e verificati, esso deriva
anche da un male interno, per non dire intimo, che forse potrebbe
risolversi in un bene: la saturazione, e quasi la nausea, da consumo.
Comprare l’ennesimo feticcio, simile a quelli che già possediamo, e
che palesemente ormai ci hanno stancato, ci sta diventando difficile.
La mente fa scattare il comando automatico ma è il corpo che,
davanti al negozio, si ritrae, esita, gira a largo. E non per una
reazione di orgoglio, ma per un’assuefazione estenuata, quasi la
natura si fosse ribellata in noi prima di noi, opponendosi alle voluttà
dopate dell’acquisto.
Si rigenerano gli antichi bisogni naturali ma siamo troppo storditi e
scesi in basso per rispondere alla possente chiamata, che giunge a
sensi felpati e torpidi. O c’è ancora un filo di speranza?
Compenetrarsi
L’aspirazione a compenetrarsi con un altro essere è così forte che
Platone nel Simposio mette in bocca ad Aristofane il mito
dell’androgino originario, l’essere composto da una femmina e da un
maschio che si muove rotolando acrobaticamente come al circo. Ma
in realtà il limite dell’amore sta proprio nell’impossibilità di
compenetrarsi, tranne che nell’atto, che al suo culmine, se
simultaneo, come non è frequente che accada, fa guizzare un piacere
in cui non sai cosa stia accadendo, quasi invadente entrambi, non si
sa da dove, non nascendo da noi e non nostro proprio.
L’abbraccio stesso, che si pratica soprattutto tra scrittori maschi,
essendo molto meno usato dalle donne e da ogni altra categoria di
persone, se non giovani e di amicizia stretta, soltanto in rari casi
comporta una compenetrazione, nell’armonia del corpo e dello
spirito, tanto che c’è sempre uno che si slaccia prima o che è più
blando o formale.
2487
Essendo manifestamente impossibile compenetrarsi fisicamente, per
le mille distonie e asincronie di due esseri, che con gran difficoltà
riescono a trovare l’unisono, se non cantando, ecco che il nostro
bisogno inappagabile si sfrena nel campo spirituale, e soprattutto
nell’amore, nel quale però è costitutivo il rispetto dell’altro e della
sua libertà.
E nel quale la stessa potenza della passione genera timidezza e
incapacità di manifestarla, pudore e delicatezza tali che si
frappongono a un’espressione piena e diretta, quale puoi ritrovare
soltanto tra ragazze molto giovani, che anche tra loro, per pura e
sovrabbondante amicizia, di continuo felicemente si abbracciano,
gioendo del bene che si vogliono e della felicità di vivere.
Sembra quasi che una legge oscura imponga a ciascuno la regola
della solitudine fisica e morale, per sopravvivere e guadagnare
autonomia, sognandosi e desiderandosi a distanza, suscitando
effusioni epistolari e rimembranze, sfoghi poetanti e commozioni da
lontano o segrete. Come si nota spesso nelle madri, che agognano i
figli, ma non vogliono e non possono compenetrarli come
vorrebbero, e tanto più nei padri, che temono di intenerirsi e
intenerire, quasi abbracciarsi fosse il preludio di uno scioglimento
della loro forza e della vigilanza nella cura e nella guida della prole.
Le donne adulte in particolare malsopportano di essere abbracciate,
anche da coloro che amano, costringendo i maschi a un’educazione
dei sentimenti che imponga a ogni gesto di irraggiarsi dal cuore e di
omettere le effusioni quando esso è arido o incerto, col risultato che,
per questa legge dell’onestà radicale, insita in loro, esse preferiscano
un rapporto asciutto e senza smancerie di nessun genere, trovando
naturale perfino la secchezza, con l’avanzare degli anni, mentre il
loro modo di amare si fa sempre più interiore, piuttosto che un
amplesso che a loro suoni falso in questo o quel punto, e senza
l’abbandono proprio della gioventù.
Nulla è più affascinante di una donna che in età adulta sia ancora
capace di effondere i suoi sentimenti, di abbracciare, di carezzare,
anche un amico o un’amica, non curandosi affatto dei protocolli
estetici e di convenienza, ma trascinando gli altri nel fuoco limpido
2488
del suo sentire. E, così facendo, non già negando il corpo per lo
spirito, ma vivendo la giovinezza stessa in ogni età, e dimostrando
che essere giovani e femminili importa molto, è vero, ma che è una
tale potenza da poter promanare da una donna, se libera il suo
cuore, in qualunque stagione della vita.
Conosco non solo sessantenni ma ottantenni capaci di questa magia
femminea, che non puoi che chiamare gaia scienza della vita,
sapienza esclusiva del loro sesso.
20 febbraio
Il poeta come personaggio
Non so se sia possibile scrivere una poesia che non contenga la
storia di una vicenda, non soltanto nei casi dei micro racconti in
versi ma anche quando si dipana un semplice flusso esistenziale, e
perfino allorché ci si stacca in una contemplazione, in uno stato
dell’essere, che ha sempre un suo dinamismo segreto.
Non so neanche se si possa scrivere la più impersonale e astratta
storia di una sensazione o di una condizione, senza che ci sia dentro
un personaggio.
Non parlo di poesie che ospitino personaggi con nome e cognome,
letterari o naturali, o il tanto affezionato “tu”, che vale a piacere
anche per un “io”, oppure la più vibrante e memoriale “terza
persona”, al maschile o al femminile che sia. Intendo proprio la
necessità dell’autore come personaggio.
Diventati esperti delle pieghe del narrare in versi, è invalso l’uso di
trattare di “colui che dice io”, del “soggetto del verbo poetico”, ma
non è di questi che vorrei parlare, bensì dell’autore stesso, del poeta
il quale, a differenza del narratore, il quale cambia di continuo i suoi
personaggi, affidando qualcosa di sé a ciascuno, per poi
abbandonarli alla loro sorte nell’immedesimarsi, lindo e fresco, in
nuove figure, è sempre imprigionato beatamente allo stesso
protagonista: se stesso. Più celato e poco visibile che sia,
2489
mimetizzato ad arte, senza un nome secondo, ma senza neanche
poter essere indicato col nome proprio dell’autore quando mangia,
passeggia, discute, viaggia, si arrabbia e gode.
Eppure, si scrivano due o venti libri, il personaggio è sempre lo
stesso, giacché chi scrive poesie inventa se stesso molto più di
quanto non lo esprima, mette in gioco colui che vorrebbe essere o
che ha paura di essere, si confessa, si sfoga, giudica, loda, condanna,
si mette in moto, si mette in scena, si avventura nel mondo, senza
mai essere realmente lo stesso, giacché è poeta soltanto nell’atto di
scrivere poesie. Eppure è avvinghiato tutta la vita a quell’unico
personaggio innominato.
La vita del poeta è così molto più lacerata e difficile da reggere di
quella del prosatore, perché egli deve sostenere sempre lo stesso
protagonista, che è se stesso e non è se stesso, declinandone la
parabola nei decenni, se intende farlo mutare, per gradi e in modo
che un libro non sia il contrario di un altro in troppo breve tempo.
Se un poeta si converte da giovane, deve rimandarne la confessione
da uomo maturo, o inventarla, e se passa dalla parte dei democratici
dopo una militanza tra i conservatori, deve considerare se ciò sarà
coerente con la parabola pubblica del suo poetare.
Soltanto gli ingenui, sia detto con invidia, possono pensare che Eliot
si sia realmente convertito, cadendo quella conversione nella fase più
giusta e ponderata della sua carriera poetica ammirevole. O è sempre
stato combattuto o si è inventato quella conversione al punto giusto,
tenendo conto che sono invenzioni dal salato prezzo, giacché non si
tratta di menzogne ma di invenzione di sé, di messe in gioco radicali,
di atti di affidamento, ma più alle Muse che non a Dio.
Non puoi convertirti all’inizio, non puoi cominciare dal Paradiso. E
da giovane sai che tutti si aspettano da te ribellioni, indecenze e
rivolte, e un linguaggio spericolato e senza mezze misure. Se invece
racconti come perdi la fede e diventi un vecchio rivoltoso e
impudico, la comunità dei lettori, coagulata dallo scandalo, non ti
darà del patetico ma troverà indecente la tua poesia.
2490
Eppure un poeta non dico che non abbia età, ma ha l’età dei suoi
versi, delle sue invenzioni.
Nella sua vita prosaica il poeta, come nella sua vita rumorosa il
musicista, è lo stesso giorno tragico e comico, severo e delicato,
buffonesco e austero, ma nel suo personaggio in versi non potrà mai
esserlo. Non soltanto un libro vuole un’unità spirituale ma tutta la
collana dei suoi libri, perché i critici non si perdano, deve essere
tenuta a un filo che non sia una volta di canapa e l’altra d’oro. E
soprattutto deve essere lo stesso filo.
Così egli comincia a diventare colui che il personaggio rappresenta
in versi, mentre il suo “io che scrive” assume soltanto i suoi tratti
dominanti del momento, gli altri venendo tagliati e censurati, perché
i lettori non lo riconoscerebbero. Egli si tiene così stretto al duro filo
che via via va intrecciando, come un alpinista che, scalando, forgi gli
strumenti che gli consentono di arrivare in cima o di tornare al
campo base.
I lettori infatti conoscono soltanto il poeta, quasi sempre, o
conoscono la persona in quanto poeta, anche se oggi non è più
possibile scrivere e sparire, facendosi immaginare dagli altri, ma si
frequentano di continuo i lettori, che lo costringono a essere simile a
colui che scrive, forzandolo a entrare in un personaggio che il poeta
stesso a fatica ricorda, sia perché non ha più quel cuore di una volta,
sia perché quel cuore uno ce l’ha soltanto nell’atto di scrivere.
A nulla vale diventare personaggio mondano, contrastare con una
doppia personalità i maliziosi, se non ad accentuare la distanza tra
persona e personaggio, specialmente ai tempi d’oggi, in cui un
contemplativo vero, un essere tutto poetante, un’anima realmente
sensibile e religiosa di vita non sarebbe osteggiata da nessuno,
soltanto perché non verrebbe neanche vista né considerata.
Così, in un momento di malinconia, passeggero ma profondo, un
poeta di età veneranda mi disse, guardando una vetrina con un suo
libro: “Si chiama come me, fa tutto quello che faccio io, e non ci
incontriamo mai.”
2491
21 febbraio
Fine della parabola
Sto per dire una cosa brutta ma vera, e cioè che decidiamo quando
una persona per noi sta finendo o ha finito la sua parabola vitale o
affettiva o letteraria. Abbiamo diviso speranze, anzi, poiché le
speranze non si condividono, fervori ed esperienze, ci siamo presi
sul serio, rispettati, incoraggiati a distanza. Ci siamo pensati,
immaginando l’uno il destino dell’altro e a un certo punto, basta, una
voce cattiva e fredda dentro di noi ci dice che quella persona non
può più darci niente, né noi a loro. Che la sua parabola è finita.
Si tratti di un’amica o di un familiare, di un poeta o di un filosofo, le
parole dei quali ci animavano e ci scaldavano. Le fortune dei quali ci
facevano piacere, in una trasmissione di gioia, in una partecipazione
all’allegria elementare di vivere attraverso un progetto, un’impresa, o
semplicemente un affetto, e da quel punto, se non resistiamo, noi
non proviamo più affetti né interessi per loro. Lasciamo che un
amore, un’amicizia, una solidarietà, un sodalizio, continuino per
inerzia senza una vera partecipazione del cuore, senza
immaginazione di felicità, senza rabbia, senza invidia, senza
passione.
Decretiamo la morte di un altro rispetto a noi, forse perché stiamo
anche noi morendo in qualche punto, in qualche ramo, arrivando
persino, guardando uno sguardo opaco e un cambiamento
impercettibile in un volto, a pensare: “Questa persona tra poco
morirà. Questa persona è già sulla strada della morte.”
In questi casi che cosa ci resta da fare, nella scoperta di una nostra
cattiveria così lucida e profonda da umiliare la stima che sopravvive
di noi? Forse soltanto scoprire dove siamo morti? Forse cercando di
risalire, con una psicoanalisi incrociata, al punto della morte
dell’altro? Io credo ci resti quello che ci resta sempre da fare: agire,
inaugurare, “farsi vivi”. Dedicarsi proprio a colei o a colui che così
percepiamo. Se è vero che l’amore va da vita a vita, tanto più
provvedere che viva da morte a morte.
2492
22 febbraio
Ha venduto cento milioni di libri nel mondo. Ma sei miliardi e
novecento milioni non li hanno mai letti. Ed erano i più importanti.
23 febbraio
Conforto univoco
Capita che per anni, per decenni ascolti e conforti i mali fisici o
morali di un’altra persona, senza dilungarti suoi tuoi. E quando un
giorno esponi i tuoi, o fai intendere di averli, e gravi, non sei
ascoltato, e forse non sei neanche creduto. O perché tu hai mali
fisici mentre la persona che ti ascolta li ha morali o perché tu li hai
morali mentre l’altra li ha fisici. O perché, per convincere di averli,
devi anche tu lamentartene partitamente e in modo continuato,
secondo il principio che soffre veramente chi se ne lamenta.
Ci sono persone infatti in grado di ascoltare e recepire mali molto
lontani dai propri e altri sensibilissimi soltanto ai mali dello stesso
genere dei propri, ed espressi con lo stesso codice, con la stessa
retorica del compianto, con la stessa disposizione analitica,
altrimenti non sono creduti gravi, e neanche mali.
I malati anziani, per esempio, sono spettacolari nella cronaca
meticolosa dei sintomi, delle diagnosi e delle terapie delle loro
malattie, tanto più lievi e innocue quanto più ne parlano, mentre tu
vorresti puntare al succo spirituale e avviarli a un modo diverso di
viverli per godere i beni piccoli di ogni giorno. Altri illustrano le
infinite pene del disconoscimento o accusano con precisione dolente
le mancanze del prossimo nei confronti della loro disperazione
mentre tu hai un mal di testa furioso che a loro sembra niente e che
sprezzano con un “Cosa vuoi che sia? Alla tua età!”
Così ti troverai a passare per insensibile ogni volta che taglierai corto
a fin di bene e spezzerai la litania che è, per quel genere di persone
2493
non solo resoconto ma terapia, a patto che si reciti il rosario in
presenza di un orecchio muto e intento. Mentre per te è un dilagare
egocentrico e morboso di un animo egoista, o reso tale dalle
circostanze, dall’età e dai malanni. Egoista manifesto diventa però
alla resa dei fatti non chi pone il mondo in perenne ascolto della sua
sfortuna, ma chi non ha la misericordia, la pazienza e la dedizione
per l’egoismo suo che, in mille guise travestito, cerca vittime
sacrificali e condolenti nei familiari, nei conoscenti e negli amici.
Se vuoi fare la controprova, ledi l’egoismo del dolente con una tua
gioia libera e innocente, che in nessun modo peggiora il suo dolore
né fa cadere in spregio e in sordina i suoi mali, e aspettati che per un
attimo ne goda con te, e sentirai la tua lingua scottare nel suo
ghiaccio.
24 febbraio
Superbia della chiesa
Il peccato più grave è quello contro lo Spirito Santo, il peccato di
superbia, di orgoglio, di onnipotenza. Ora, considerarsi la portavoce
di Dio, di Dio dell’universo, comprendente, lo ricordo, duecento
miliardi di galassie, stando alle stime difettose dei nostri tempi, non
sembra un peccato contro lo Spirito Santo ma una virtù esercitata in
nome della sua gloria. E tuttavia non è espressione di superbia
attribuirsi questo privilegio, che esclude ogni altro portavoce sulla
faccia della terra e dell’universo?
Io vedo un vizio perché è presente in me. E accorgermi della
superbia della chiesa segnala che anch’io ne soffro. E chi vorrebbe,
avendo da una parte la superbia di una potenza spirituale
bimillenaria e dall’altra l’impotenza di un quasi nessuno come me,
come chiunque, riconoscerlo e parteggiare per l’orgoglio brado e
quasi zingaresco di chi la denuncia?
Aggiungi che la superbia di denunciare è tutta mia mentre la
superbia della chiesa, ammesso che sia tale, non è di un singolo, ma
2494
di tutto il suo corpo gerarchico, almeno, di centinaia di migliaia di
membri, eredi dell’unica staffetta che dura da due millenni.
Fa riflettere questo parlare di vizi e di peccati riferendoli a un corpo
collettivo, mentre essi non possono che essere strettamente
personali. Non è bello che uno si faccia forte della superbia di
un’istituzione, alla quale si sacrifica umilmente, in nome di quella che
presume essere la verità, per esonerarsi della superbia sua propria
nell’appartenere a quella potenza, che trae non solo dal numero ma
dalla sua vicenda storica preponderante l’autorevolezza.
Non resta che riconoscere che nessuno su questa terra, singolo o
somma istituzione, è il portavoce di Dio, tranne gli illuminati, i quali
però non ne godono il potere, anzi si umiliano per i poveri, i deboli,
i miserabili, i reietti. E mai oserebbero pensare di esserlo.
Al massimo possiamo metterci in ascolto. La chiesa cattolica, come
ogni altra, come ogni singolo mortale, come un orecchio immenso
teso a cogliere la voce di Dio. E in grado di dire soltanto: “Io ho
ascoltato questo. E tu?”
L’umiltà della chiesa non può promanare da una sua disciplina
interna, perché vera umiltà è l’umiliazione che può venire soltanto
da tutti coloro che, come me, sono fuori della chiesa, e allora è bene
dire subito che anche la chiesa è fuori del nostro mondo, e deve
aspirare ad entrarci, venendo mortificata da noi, in modo che quella
di entrambi sia vera umiltà.
La chiesa è indispensabile per la società, nella quale è innervata, ma
proprio per questo è automatico che monti in superbia, giacché tutti
coloro che ne fanno parte godono della superbia dell’istituzione,
come portavoce di Dio, e addirittura in quanto si sentono coloro
che ne rendono effettuale la parola nel mondo. E, se non frenati,
non contrastati, farebbero il mondo a loro misura, come in passato è
accaduto, senza mai accorgersi dell’arroganza implicita in questo
disegno di potenza. La chiesa trae invece beneficio dall’essere
perseguitata, sconfessata, denunciata, scoperta nei suoi mali e nelle
sue bassezze, che si gonfierebbero in una clamorosa impunità e in
una ipocrisia beata, se non le si opponessero di continuo valori
2495
diversi e opposti, rivendicando la libertà del cittadino e dello stato,
costringendola a inghiottire rospi di continuo, senza i quali si
godrebbe, perdendosi.
La chiesa deve ringraziare coloro che ne sono fuori e vogliono
restarvi, e mostrare riconoscenza verso di essi, almeno quanto si
impegna a tenere sulla corda coloro che sono dentro.
Cristo ha fatto uscire la fede d’amore dai templi. Chiunque voglia
rinchiuderla di nuovo dentro, imprigionandola in un perimetro sacro
e imponendo la liturgia collettiva come condizione non solo della
salvezza ma dell’esistenza in fede, considerando il mistero
dell’eucarestia l’unico modo in cui Cristo è presente in effetto, fa
violenza a se stesso e agli altri.
26 febbraio
Il coraggio di pensare
Spesso ciò che si scrive è deviato e indebolito dal desiderio di
compiacere una persona assente alla quale si immagina di dispiacere
o che si teme di contrariare. Quando si tratta di interessi bassi e
cortigiani, la cosa è squallida. Quando si tratta di persone amate, è
nobile e comprensibile, benché fonte di malintesi senza fine. Ma può
capitare anche, ed è rischio di gran lungo più diffuso tra gli studiosi,
di voler compiacere qualcuno che molto si stima e al pensiero del
quale, pur difforme dal nostro, vogliamo riconoscere il tributo che si
merita, ma che ci costringe a un’esposizione o tortuosa o
contrastata, dove la composizione delle frasi, e la loro stessa tonalità,
svelano ciò che i concetti resistono a non dire, scintillando
nell’attrito con ciò che dicono.
La persona da compiacere se ne accorge, mentre gli arriva la critica
tanto più secca quanto più malcelata, in virtù del solo rispetto
formale, benché sincero e profondo, e disprezza lo studioso per la
sua mancanza di autonomia e di coraggio franco nel dire quello che
soltanto e veracemente pensa, vendicandosi col dirlo davanti a tutti
debole e irrisolto.
2496
Ciò vuol dire che quando ci si mette a pensare, non soltanto la
decisione è presa, ed è irreversibile, ma bisogna farlo fino in fondo,
sfoderando il coraggio che ci è dato in sorte, e sprezzare
dignitosamente di compiacere coloro che comunque ci sarebbero
avversi.
Per far questo bisogna non solo non aspirare ad avere un’autorità al
di fuori di ciò che si dice, perché è la via per non avere nessun
potere sociale o per perdere quello che si ha, ma essere in grado
anche di non compiacere se stessi, perché non è libera quella
persona equanime con gli altri e partigiana per sé, incline a sfogarsi e
a bearsi delle proprie parole, dette non già prescindendo dal proprio
status sociale e dai propri interessi, ma come arma di rivendicazione
di un proprio valore presunto, il che vorrebbe dire obbedire solo a
se stessi, che è la schiavitù peggiore.
29 febbraio
Leggendo Altissima povertà
Leggendo Altissima povertà e Opus Dei di Giorgio Agamben, due libri
che si integrano senza completarsi, anche perché non è ancora
stampata l’ultima predella del polittico sul sacro, arrivo a pensare,
forse tradendo il pensiero dell’autore, che il sacro sia il contrario
dello spirituale, il quale è indicibile filosoficamente. E infatti di Dio,
di amore e di fede non si parla, e non si può né deve parlare, in
questi libri.
Lo spirituale infatti viene simbolicamente liberato da ogni liturgia,
ufficio, dovere, regola operativa, in quanto tutte queste vengono
considerate forme di amministrazione tecnica, e quindi di comando
imperativo, di volontà di potenza, non meno costrittive di quelle
esercitate dalla tecnologia di dominazione degli uomini attraverso il
capitalismo.
Soltanto san Francesco apre un varco, liberandosi dal diritto, dalla
giurisdizione universale del mondo, e riesce a salvare il suo ordine
2497
rivoluzionario da un conflitto con la chiesa, distinguendo tra una
vita secondo la forma del santo Vangelo e un “vivere secondo la
forma della santa Chiesa romana” (Altissima povertà, p. 149). Ma
sottomettendosi alla chiesa, in quanto essa, a mio modo di vedere,
diventa per lui proprio quella nemica prossima che Cristo esorta ad
amare, trasformandola in amica, e di fronte alla quale perciò egli si
umilia, disarmandola e insegnandole ad amare.
1 marzo
L’ermafrodita
Esistono verità assolutamente indimostrabili e del tutto evidenti, ma
in un modo loro fluttuante e vaneggiante per costituzione, come
l’arrivo della primavera, che è prima di tutto uno sciame di
immaginazioni e pensieri sensoriali e inconsci, di quelli che ti fanno
dare ragione a Schelling quando parla di un pensiero inconscio della
natura. Un pensiero che a questo punto ci appare non tutto tradotto
in materia ma in qualche modo spirante e soffiante dentro la materia
stessa, quella della natura fuori e dentro di noi.
Non è soltanto un fenomeno chimico nostro, questo languore e
senso di vago, di possibile e di torpido, di incubazione e
spegnimento di nevrosi, in uno stato di incantamento e assenza
imbambolata, come dicono capiti alle donne incinte ma è, con
un’evidenza di quel genere di cui dicevo sopra, uno stato generale
della natura dentro cui siamo presi come finalmente appartenenti,
senza proporselo e ricercarlo, anzi subendolo con dolcezza e con un
piacere indistinto. Uno stato generativo, un’impollinazione, una
rinascita concordata alla quale partecipiamo, in una condizione di
spirito ermafrodita, quasi perdendo lo stacco tra maschile e
femminile, tra veglia e sonno.
2 marzo
Un popolo sul lettino televisivo
2498
Troppi italiani ormai possono essere curati solo collettivamente
perché, come esiste, a detta di Jung, un inconscio collettivo, esistono
anche una paranoia, una schizofrenia, una nevrosi, una mania
ossessiva che hanno contagiato un intero popolo nel popolo.
Non essendoci infatti più una vita interiore, l’inconscio si è
estrovertito, estroflesso, sfoderato e domina la vita sociale in modo
dirompente e incontenibile, anche perché il super-io ha allentato la
sua morsa e la coscienza ha annebbiato la sua lucidità. I desideri
impossibili e proibiti, i turbamenti irrazionali mareggiano in un
immenso essere collettivo che ora brama di dilaniare un criminale
ora inneggia a un idolo, in un immenso sogno a occhi aperti che ha
stracciato le vesti simboliche, e si presenta nudo e ruggente ogni
volta che un richiamo mediatico eccita l’adunanza di una massa.
Il carattere ludico del giornalismo televisivo e delle navi crociera
della stampa nazionale è ormai talmente ossessivo e compulsivo che
ci si domanda se sia possibile tentare una terapia psichiatrica di
massa.
Ogni fatto naturale e personale dell’esistenza, primo fra tutti la
morte, e ogni avvenimento tragico collettivo, come un naufragio,
vengono investiti con una tale violenza selvaggia dall’interesse
morboso di masse eccitate dal giornalismo stesso, che verrebbe in
mente di proporre un servizio terapeutico nazionale, attraverso gli
stessi mezzi - la televisione, i giornali - che scatenano la follia.
Non ci vedo nulla di strano, essendo il nostro il Paese più
contraddittorio del mondo occidentale, che coloro stessi che
spacciano un veleno offrano, in ore alte di ascolto, gli antidoti. Che
coloro stessi che corrompono, risanino; coloro che imbarbariscono,
inciviliscano, coloro che instupidiscono facciano rinsavire. Opera
doppia che già si compie attraverso i canali pubblici e privati e le
pagine dei giornali in cento modi, seppure, blandi e laterali, con
trasmissioni mediche ed ecologiche, pedagogiche, spirituali, con
interventi civili e moderati, secondo il collaudato principio che la
televisione e la stampa debbano fare il male con una mano e il bene
con l’altra, come la natura, come la vita.
2499
Personaggi reclutati nell’anonima moltitudine degli esperti, categoria
nominata con reverenza a ogni passo, potrà passare in rassegna tutte
le trasmissioni del proprio canale o gli articoli del proprio quotidiano
in una pagina autocritica, giudicandone severamente i danni e le
menzogne. Ma le loro parole dovranno essere messe in bocca agli
stessi leader televisivi e giornalistici che li corrompono. Amando gli
italiani le confessioni espiatorie e le catarsi pubbliche quanto le
gogne, l’audience arriverebbe alle stelle. Naturalmente tutto
continuerebbe a essere finto e concordato dietro le quinte, come è
sempre stato, ma l’effetto sarebbe potente.
Il caso della nave Concordia e del suo capitano, ormai massacrato in
quanto codardo abnorme, mentre forse è caduto in balia a un
troppo umano panico da disastro, o della morte di Lucio Dalla, un
cantante di talento e un uomo spiritoso, smembrato come Dioniso
da un’orda di baccanti televisive, che inneggiano alle sue “canzoni
immortali” e alla sua santità laica, rendono necessario un intervento
che è tanto urgente quanto sempre rinviato.
Un popolo beatamente demente, che vaneggia in preda a emozioni
impulsive, verrà messo su un lettino simbolico, trattandolo qual è: da
malato grave. Nello studio televisivo potrebbe campeggiare un
divano vuoto, mentre l’analista di turno, un cantante, un’attrice, una
conduttrice, un politico (giacché se fosse sempre lo stesso
diventerebbe un idolo) denuncia i sintomi, non potendo intervenire
sulle cause, che sono individuali, di questa immane paranoia
nazionale, intimamente aggressiva, che trasforma ogni soggetto
degno in un mostro e ogni evento drammatico in una farsa macabra.
Essi saranno delegati a spiegare perché una persona incapace di
avere una vita propria, senta il bisogno di vivere collettivamente
quella di un altro, ma non per rispettarla, conoscerla e valutarla,
bensì per divorarla e ingerirla con un amore o un odio cannibalesco
per poi smaltirla e defecarla, già con la gola protesa a un’altra vittima
del sacrificio mediatico orgiastico. Essendo le pecore matte, guidate
da pastori ubriachi, soltanto gli stessi pastori, ormai autorevoli e
riconosciuti, potrebbero infatti snebbiarle e farle tornare sobrie.
5 marzo
2500
Chi esercita violenza?
Quando un pensatore si esprime in modo crudo, o serenamente
disincantato o irridente e cinico, la sua violenza viene subito
riconosciuta come un gesto di aggressione alla società, non già dei
benpensanti ma di tutti, e attribuita a un suo modo d’essere
singolare e autonomo, che si dovrà vagliare per decidere se
ammetterlo in qualità di personaggio sapido e pittoresco
nell’ecumene. Ma non si pensa mai che la violenza che egli ha
dovuto subire dalla società in cui vive, nella quale il suo tipo umano,
fortemente individuale, è umiliato, avversato e scoraggiato in ogni
modo, sia stata cento volte più forte di quella contenuta nella sua
reazione, sempre felpata dalla malinconia e dal disincanto o dal
distacco del pensiero.
Lo si considera invece come vissuto, fino al momento di scrivere, in
altro mondo, o non vissuto, finché egli si è messo di punto in bianco
a denunciare la società, perché è fatto così per conto suo, e magari
aveva qualcosa di molto personale, e tutto privato, da vendicare e da
rivendicare.
Che robusto carattere ha dimostrato Schopenhauer e che personalità
sproporzionata rispetto ai canoni comuni del pensiero e del giudizio!
Che mentalità asociale e antisociale, che l’ha fatto vivere dentro la
galleria dei propri pensieri mentre gli uomini intorno sfaccendavano
e si intrecciavano nella umanità misurata di chi si impegna nel bene
comune. Nato così, separato e incontentabile, per fortuna il dono
del pensiero, dicono, gli ha fatto riguadagnare il consesso umano da
cui altrimenti sarebbe andato, sia pur fieramente, alla deriva.
E che sfortuna ha avuto Leopardi, per le sue condizioni fisiche, le
sue malattie, la sua solitudine quasi innata. E per fortuna, essi
pensano, ha avuto il dono dell’arte a bilanciare il furto della salute e
della bellezza. Arte che gli ha restituito, e a gran dosi, entrambe.
Ma Schopenhauer, ma Leopardi, fino agli esempi recenti e presenti
di personalità dall’amarezza vigorosa e dal giudizio imparziale, anche
molto lontani da quei due maestri, nel tempo e nell’ispirazione,
2501
come Thomas Bernhard, come Cioran, non vivevano mai fuori del
mondo sociale, anzi di quello si sono sempre nutriti con attenzione
vertiginosa e concreta, a quello hanno risposto e reagito, traendo
spunto sempre da esperienze circostanziate e dirette, inabili a
ragionare in astratto e librescamente.
Anche in questi casi ci si impietosisce per chi e per ciò che fa
violenza, in questo caso la società, più che per la vittima che subisce:
il pensatore. E che, se denuncia, se semplicemente dice in che cosa
questa violenza sussiste, passa per violento egli, e inabile a meritare e
ad amare la comunità.
Tra tutte le corporazioni, la più potente e gelosa è quella che si
chiama “Tutti”. Ciascuno di noi, quando la famiglia umana viene
criticata, sia pure a fin di conoscenza e di bene, si ingelosisce, si
picca, a nome di tutti, e si predispone a difenderla e a rivendicarne i
meriti contro il malpensante.
6 marzo
Autori di culto
Con andamento ciclico e sussultorio, un libro o un film viene
definito dalla stampa “di culto”. Ciò significa che si tratta di
un’opera quasi sempre non popolare, adatta a palati raffinati e scelti,
ma in grado di suscitare una devozione fervente in élites, meglio se
internazionali, in modo che i devoti abbiano la sensazione di
appartenere a un’aristocrazia spregiudicata e priva di formalismi, ma
con un gusto felice nelle scelte e un’audacia naturale che la libera
dagli schemi mediatici e dalle pressioni del commercio e della
propaganda.
In genere non capisco come si possa istituire un culto per un libro o
un film e detesto l’euforia con la quale i devoti si riconoscono nella
setta che, sparsa nel mondo, tributa il suo culto a un’opera
dell’intelligenza, illuminandosi quando si nomina l’autore prediletto
e citandone pagine e battute con espressioni di solluchero, di
arroganza e compatimento per gli esclusi.
2502
Non apprezzo il devoto di un culto letterario ma mi domando anche
se nell’autore che è oggetto di tale culto, il più delle volte conosciuto
male, come è il modo d’agire proprio degli entusiasti, non siano
presenti dei caratteri idonei a suscitarlo.
Non mi fido per esempio di tutti coloro che scompaiono e si negano
a ogni propaganda, o nascondendo il proprio nome o sparendo,
come si dice, dalla circolazione. Facendo cioè quello che quasi tutti
fanno naturalmente senza che nessuno ne diventi devoto, cioè
vivere privatamente.
La mia abitudine a leggere il libro nudo o a guardare il film per
quello che è mi impedisce di considerare un capolavoro il libro di un
autore di cui ignoro il volto o che so sottrarsi alle interviste, per
vivere in quello che la stampa chiama un bunker, e che poi si rivela
essere un appartamento come un altro.
La stranezza infatti non sta in Salinger o in Pynchon ma in tutti
quegli scrittori che fanno una vita mondana parossistica, passando
da un festival a un premio letterario, da un’intervista a una
trasmissione televisiva, visto che non comprendo come facciano a
scrivere quello che effettualmente scrivono. Eppure mi domando se,
nel mondo della propaganda universale, sparire del tutto e negarsi a
tutto, in modo sistematico e rigido, non sia anch’esso un modo,
naturale per l’autore, ma sommamente profittevole per l’editore, di
tenere sempre accesa l’attenzione su di un personaggio.
Don De Lillo
Con De Lillo ci troviamo davanti, perché egli non vuole che ci
troviamo dentro, uno scrittore dotato di un’intelligenza superiore,
attento come un sonar a ogni fenomeno sociale, con intuizioni
potenti, una lingua famelica e inventiva, e capace di descrizioni che
scompongono e ricompongono la realtà, sempre vista come un
fenomeno globale, come un cosmo.
2503
Ma un cosmo che di continuo esplode silenziosamente e si
frammenta, per poi di nuovo contrarsi in una vicenda esistenziale di
esseri in carne e ossa, e di nuovo espandersi e disgregarsi, in virtù di
un’analisi meticolosa e millimetrica dei frammenti che volano in ogni
direzione.
La stella di Ratner è stato scritto negli stessi anni di Gelo di Thomas
Bernhard e di Corporale di Paolo Volponi, e cioè negli anni Settanta,
quando più forte è stata la sensibilità dei narratori per le nuove
scienze: la psicoanalisi, la psicologia della percezione, l’etnologia,
l’antropologia, l’etologia, così come per le antiche: la filosofia, la
matematica, la fisica, alle quali in questo romanzo si allude di
continuo, per via diretta o indiretta, per analogia fantastica più che
con dettati espressi.
Al centro vige il contrasto tra il mondo organico e quello inesorabile
della matematica, attraverso le vicende del protagonista, un
quattordicenne premio Nobel, il quale rimanda involontariamente
alla mente superiore e precoce dello stesso DeLillo.
Si genera così un cosmo che si espande e si contrae, in modo
disarmonicamente armonico, vista l’attenzione sintetica alla forma
del romanzo, sempre viva nel suo autore, stratega di una battaglia
letteraria tanto sofisticata da far venire in mente la teoria dei tipi di
Bertrand Russell, ossia dei livelli di verità che convivono sul filo del
paradosso: verità della ricerca da parte degli scienziati dei segreti
dell’universo, verità esistenziali dei personaggi, verità linguistiche
eccitate dalle intuizioni di pensiero e lessicali dell’autore.
Va da sé che definire DeLillo un postmoderno non ha senso, perché
per definizione non c’è nulla che possa venire dopo il moderno,
essendo la moda, come scrive Leopardi, sorella della morte e, come
questa, immortale.
Ciò che conta è infatti tutt’altro, e cioè che il romanzo è come un
cervello cosmico, aspirando a diventare non soltanto una
riproduzione della ricchezza del mondo, che diventa anarchica,
geniale e caotica, se pretendiamo di farlo entrare tutto dentro la testa
di un uomo, e della sua opera, ma addirittura una delle sorgenti di
2504
senso del mondo, al pari di una ricerca scientifica reale, quasi l’arte
narrativa potesse darci, al suo livello di verità, qualcosa di altrettanto
degno di un modello fisico o biologico o matematico del mondo.
Essendo questo impossibile, il romanzo diventa un artefatto mentale
della personalità straricca e di curiosità indomabile del suo autore, la
quale è dotata di vis immaginativa e sensitiva almeno quanto di vis
intellettiva, presentandosi egli così come un romanziere che, di
fronte all’anarchia geniale del mondo, soggetta a paradossi,
contraddizioni, misteri, ondeggiamenti continui tra realtà materiale e
psichica, se noi pretendiamo di considerarlo tutt’assieme, cosa che
ciascuno di noi è ben lontano dal poter fare nella vita di tutti i giorni,
genera un’anarchia artistica altrettanto anomala, che però sia
compresa in quel diverso microcosmo che è il romanzo.
Noi non vi apprendiamo nulla di nuovo sul mondo fisico e
biologico né matematico, se non per qualche ardita e acuta
intuizione filosofante; non proviamo emozioni e passioni
riconducibili alla nostra esistenza; non ci sentiamo pronti a schiarire
alcun mistero grazie al libro ma veniamo messi in vibrazione nelle
nostre facoltà intellettive, immaginative e percettive, entrando in un
cosmo artificiale e linguistico che i misteri li genera più che svelarli.
Veniamo sottoposti così a un massaggio cerebrale, quasi
allucinazione indotta a occhi aperti, senza un messaggio.
Sta agli interpreti trovare semmai i messaggi, facendo entrare in
attrito il mondo reale come lo conosciamo e il mondo del romanzo,
parlando per esempio della vanità delle nostre ambizioni di
conoscenza, della fluidità inafferrabile del mondo, del carattere
fantascientifico della vita attuale e ordinaria, della solitudine del
bambino geniale
Se pensiamo tuttavia a ciò che segna una svolta nella nostra
esistenza concreta, vediamo che non c’è alcuna affinità o simpatia
col mondo rappresentato da DeLillo, giacché siamo mossi da
avvenimenti minimi per tutti tranne che per noi. Un uomo, a Tokio
come a Digione, si sente meglio se passa da un monolocale a un
bilocale, se guadagna duemila dollari invece che mille, se guarisce da
una malattia. E si sente peggio se un figlio non gli telefona mai o se
2505
va al governo il partito che detesta, se gli cresce un foruncolo sulla
fronte o se perde un autobus.
La nostra esistenza, decisa da cambiamenti piccoli ma concreti, visita
il mondo di DeLillo non come una narrazione che lo riguardi in
quanto persona in carne e ossa, ma in quanto cervello che tenta di
ospitare il mondo più che può, attraendo così soprattutto giovani
intelligenti e ancora in cerca di lavoro, studenti oppure persone di
ogni età e condizione che però lo leggano nella coscienza di entrare
in un mondo totalmente altro, col brivido di immaginare che sia
questo stesso nostro mondo visto da una mente superiore.
Essi non si pongono il problema di tornare alla realtà, fatta di pranzi
da cucinare e di visite mediche, di cene in pizzeria e di feste con gli
amici, benché dopo un tale romanzo dovrebbe essere più difficile
mettere un piede per terra, senza scomporre questo gesto, come fa
DeLillo in pagine e pagine di microanalisi. E non se lo pongono
perché la letteratura è per loro un intrattenimento aristocratico, un
esercizio del cervello, almeno quanto il romanzo popolare, il quale
invece dà una continuità illusoria con la vita di tutti giorni e,
lasciandola com’è, gratifica il bisogno di pensare che la vita che si fa
è l’unica e vera.
Nel romanzo popolare la continuità sentimentale è illusoria e falsa,
in quello aristocratico è invece rotta nel modo più affascinante, ma
per tornare sempre alla nostra vita, giacché il genio è di DeLillo, non
mio. Il romanzo ci dà così la vita mentale del genio, nel gusto
eccitante di viverla con lui, davanti a lui finché dura, per preferire
poi il genio della nostra vita.
Il fatto che l’autore sia un uomo austero, riservato, laborioso, serio,
per niente incline alla presunzione, solitario non intacca questo
discorso, giacché parliamo del genio che è nell’opera addirittura
involontariamente.
Comprendiamo così come anche nei riguardi di un autore
riconosciuto nel mondo e degno sotto ogni riguardo si possa
formare una compagnia internazionale di devoti, che gli tributano un
culto, giacché si tratta di compartecipare del genio riconoscendolo
2506
ed entrando in sintonia con esso, leggendo opere labirintiche e,
proprio come i labirinti, perfettamente compiute e circoscritte in un
microcosmo, come Underworld, che ci dice non come è fatto il
mondo ma come una mente superiore possa navigarvi, rispettandolo
nella sua fluttuazione senza fine, galleggiando acrobaticamente nella
selva dei suoi eventi e delle sue percezioni, grazie all’espediente del
passaggio di mano in mano di una palla da baseball, in virtù
dell’umorismo disincantato e febbrile sempre attivo nell’autore.
Rumore bianco è invece un libro di genere del tutto diverso, dove c’è
una possente sintesi delle ansie dominanti nei nostri tempi, e quindi
un ritratto straordinariamente somigliante degli Stati Uniti e di gran
parte del mondo occidentale. In cui l’esistenza concreta e il cosmo
sociale sono compenetrati.
DeLillo risulta essere un filosofo narrativo, un favolista
settecentesco che non si sottrae a fronteggiare il nostro tempo nelle
sue articolazioni caotiche pur di far cogliere che si tratta pur sempre
di un cosmo, a un livello di verità misto, ballante ma non mai
tremolante. Si tratta ancora in fondo di un antico greco, di un uomo
del Rinascimento, di un illuminista proiettato in un mondo
contemporaneo e deciso a dimostrare la potenza del pensiero e
dell’arte sulla piattaforma più scossa dei nostri tempi.
11 marzo
Lettura prima
Si dice, ed è vero, che esistano libri che leggi una sola volta e libri,
quelli che vagono di più e che proprio per questo distingui dagli altri,
che hai voglia di rileggere. Me esiste un terzo genere, raro e sommo,
di libri, che sono quelli che, sempre rileggendoli, leggi sempre per la
prima volta.
Un caso di questi sono le Operette morali, che avrò letto almeno dieci
volte e che pure mi trovo ogni volta a leggere come fosse la prima,
scoprendovi passi, anche continuati, e interi dialoghi che mi
risultano del tutto nuovi. Il che dipenderà senz’altro dal difetto mio
2507
di memoria, ma anche e soprattutto dal fatto che questo libro è così
ricco, pregnante, fitto di bellezze e di pensieri che non ce la fai mai a
comprenderlo tutto, perché anzi esso ti comprende, e quindi mentre
ti fissi su di un’immagine o una forma linguistica perdi di vista il
concetto e mentre pensi a quello che Leopardi scrive non fai caso al
modo in cui lo scrive.
Aggiungi che di continuo ti mette in moto l’immaginazione e ti
distrai, mettendoti a rivivere o a vivere a modo tuo quello che leggi,
mentre gli occhi scorrono senza recepire una parola, perché sei tutto
preso dall’immaginare qualcosa, indotto dalla frase precedente, come
in sogno. E così la lettura è intervallata da continue visioni e pensieri
tuoi che vanno fluttuando, magicamente messi in moto, e quando ti
risvegli e credi di essere stato sempre sulla linea, hai in realtà saltato
interi passi.
Ma tale è l’incantagione che ti dà un senso di continuità e ti sembra
di aver letto tutto di filato mentre, quando ritorni sul libro tempo
dopo, l’attenzione cosciente si è spostata su di un altro passo, finché
tu puoi dire di non aver mai letto il libro per intero e tutto insieme,
perché non lo contieni.
Proviamo infatti a tenere bene in mente le prime dieci pagine della
Storia del genere umano, un mythos, una favola così piana e distesa che ti
inganna, e a riferire poi quello che c’è scritto. Passaggi decisivi ci
sfuggiranno del tutto, anche perché l’atmosfera, la dolcezza ipnotica
della prosa, la cadenza musicale ci farà incantare e quasi
imbambolare, facendoci perdere di lucidità.
Mentre quello che è detto è tutto esattamente rispondente a un
pensiero, espresso in centinaia di pagine dello Zibaldone, con una
condensazione incomparabile, che soltanto a una lettura lentissima
potrà affiorare nella sua interezza.
Potrai dire che chi studia quest’opera potrà, e anzi ha potuto
pienamente, vista la chiarezza di ogni pensiero e la perspicuità di
ogni forma, comprenderla a pieno e riferirla a modo suo e
coerentemente. Ma neanche così l’avrà veramente letta tutta, perché
2508
come avrà colto la musica di senso che la percorre? E ascoltandone
la musica, come potrà averne colto i significati?
Nello Zibaldone dei pensieri
Circa un decimo dello Zibaldone dei pensieri, che conta 4526 pagine
manoscritte, è composto da quindici saggi e trattatelli, uno dei quali
scritto per intero l’11 ottobre del 1823. Sette vertono sulla lingua, tre
sulla natura, due su Omero, due sono di carattere politico e uno
parla di musica. Il trattatello antropologico sulla natura e il
cristianesimo, del 9-15 dicembre 1820, diviso in undici punti, ha un
andamento musicale e dimostrativo in crescendo; lo scritto sull’amor
proprio e le sue conseguenze bellicose (pp. 872-911, 30 marzo - 4
aprile 1821) parte con un “presto” e finisce con un “largo”,
scandendo l’argomentazione in cinque tempi. In una settimana (dal
5 all’11 agosto 1823) Leopardi scrive un saggio di più di settanta
pagine sull’Iliade (pp. 3095-3167) e dal 25 al 30 ottobre del 1823 (pp.
3773-3810) affronta la crux della seconda natura, tema
scombussolante, sviluppato con la massima coerenza, combinando
pathos e rigore dimostrativo.
Anche nei quindici saggi incastonati nello Zibaldone, essendo le
argomentazioni concatenate e stringenti, è sempre decisiva la
tonalità dell’espressione, non soltanto in senso musicale, ritmico,
retorico, ma in modo da intingere il significato nudo in un senso
esistenziale, che accompagna o guida intimamente il ragionamento,
in modo che tu non possa mai intenderlo senza immedesimarti nel
timbro affettivo ed emotivo, nella pronuncia passionale dei detti,
mai recepibili in modo neutro e letterale.
L’affermazione non è innocua, perché si espone a una domanda
pressante: può la tonalità del dire orientare l’argomentazione del
pensiero, al punto di deviarlo dalla direzione esatta dei significati
concettuali?
Se il pensiero crudo fosse un pilota automatico con i sentimenti per
passeggeri, di certo questo sarebbe impossibile. E in realtà, si deve
dire, i sentimenti, come i pensieri, sono guidati da un pilota
2509
volontario e cosciente, lo stesso Leopardi. Eppure, se le rotte
percorribili sono già segnate nella mappa oceanica o celeste o
stradale, i passeggeri possono sempre rendergli il viaggio più o meno
ameno e perfino promuovere una diversione, farlo girare in tondo o
tornare indietro.
Resta il fatto che, serbando la dominanza dei significati espressi e
negando che i toni possano guidare e orientare il pensiero, è
impossibile comprendere i significati stessi, e soprattutto cogliere i
pensieri di Leopardi, non soltanto nei loro effetti filosofici ma nelle
loro fonti, nei sentimenti razionali che li ispirano.
Perché infatti egli ha imboccato proprio allora quella strada? Perché
si è fermato a mezza costa? Perché ha contemplato il mare o il volo
degli uccelli? Perché si è sporto presso al burrone?
Pensiamo proprio al saggio sulla seconda natura dell’ottobre del
1823, in cui si parla dell’ “odio naturale dell’uomo verso i di lui
simili”, odio inestinguibile e soltanto con strategie assidue
temperabile e addomesticabile, facendo vivere gli uomini alla larga e,
se non è possibile, nelle società dette civili, vincolandoli alle norme e
alla censura del disonore.
Affermazione dritta come un rettifilo e senza traverse. E ditemi se
affermare ciò con saldezza inesorabile, per impedire scappatoie e vie
di fuga velleitarie, non segnala dolore, rabbia, delusione, sconforto,
disperazione, speranza remota che non sia così, volontà folle di una
reazione e di un’attitudine diversa, sia pur di pochissimi, quale si
esprime nella denuncia ferma attraverso l’espressione franca e
aperta, per quanto grave sia il disincanto.
Il problema sta nell’impossibilità di definire le passioni senza
provarle e senza provarne altre opposte e concorrenti, a meno che
non si costruisca, e non è di certo il caso, un sistema geometrico
delle stesse come ha fatto Spinoza nell’Ethica.
Pensiamo ora al racconto dei due gemelli, un maschio e una
femmina, separati alla nascita e che si incontrano da adulti, senza
sapere di essere gemelli, e che proveranno così un trasporto
2510
amoroso sensuale e spontaneo l’uno per l’altro altrimenti
impossibile. Una voce del sangue li avviserà del rischio o la natura,
ignara di incesti, susciterà in loro una passione del tutto simile a
quella tra coppie di ceppi genetici diversi?
Leopardi sa come sia impossibile definire un assoluto naturale,
quando il semplice fatto di sapere o di non sapere che una donna è
mia sorella, cambia completamente l’azione dell’istinto e
l’inclinazione del sentire.
Ora, anche quando pensi, tu non sai se chi ti ascolta è tuo fratello o
tua sorella e il tono della tua voce per questo è sospeso tra il legale e
l’artificiale della prosa argomentativa e l’istinto spontaneo della
natura, che si nutrono l’uno dell’altro, oscuramente sperando che sia
un tuo gemello spirituale quello a cui parli e non l’intercambiabile
lettore al quale potrebbe scrivere in concetti nudi l’intercambiabile
scrittore.
I pensieri dello Zibaldone fanno convivere l’irregolarità ritmica e
tonale della natura e la concisione pregnante della ragione, ma
sempre puntando sulla chiarezza e sulla semplicità, che “non hanno
a mancar mai pur un attimo” (3050).
Di rado essi sono paragonabili agli aforismi, abbastanza frequenti in
Nietzsche, in Umano troppo umano, in Aurora, in La gaia scienza o nei
suoi frammenti postumi, e ancor meno alla ricca tradizione
mitteleuropea, da Karl Kraus a Elias Canetti. Manca in Leopardi la
secchezza conclusiva, il gesto lapidario di chiusura (aforizo, inteso
come circoscrivo), nel cristallo del pensiero, propria spesso di
Nietzsche, il quale pure i suoi cristalli li combina in reticoli, in
aggregazioni mobili, componendoli però con atomi di pensiero
solidi.
In Leopardi infatti predomina, fino al passaggio cruciale dal 1823 al
1824, la fiducia palpitante nella natura, fluida, cangiante, inventiva,
pur con la paura costante del tradimento, propria dell’amante, con
la sua varietà, duttilità, germinazione imprevedibile, quasi la ragione,
che pur osserva, esamina, costruisce, dovesse esserne messa alla
2511
prova di continuo, stare ai suoi giochi dal fascino pericoloso, anche
stilisticamente.
Non possiamo approssimare lo Zibaldone ai Diari di Kierkegaard,
opera anch’essa di migliaia di pagine e inedita, nella sua interezza, in
Italia; o accostarlo alle Massime e riflessioni di Goethe oppure ai Parerga
e Paralipomeni di Schopenhauer, con i quali le affinità filosofiche e
compositive sono profonde, e tuttavia la Stimmung di pensiero è la
più diversa che sia possibile, in quanto Arthur fa servire la maestria
letteraria alla pregnanza del giudizio, affinché trionfi da solo.
Kierkegaard insiste sulla propria irriverente e libera voce, mentre
Schopenhauer procede per brevi saggi di argomento chiuso e,
soprattutto, non v’è in nessuno dei due l’ambizione di una organicità
tonale e paesaggistica, che Leopardi guadagna proprio per quella
mezza tinta generale di poetico (stilistica e filosofica) che pertiene
sia alla lingua sia all’impeto naturale razionalmente espresso.
Nel nostro secolo, non è ragionevole affiancare lo Zibaldone ai
Cahiers di Simone Weil né tanto meno ai Quaderni dal carcere di
Gramsci, maratona etica. Non ai primi per il loro carattere di
appunti geniali, compiuti, illuminanti, che non ambiscono però a un
organismo stilistico; non ai secondi per la subordinazione completa
dello stile al pensiero e all’intenzione culturale e politica.
I “pensieri a penna corrente”, come Leopardi li definisce, ma
soltanto all’inizio dell’opera (p. 95), visto che in seguito parlerà
soltanto di pensieri (pp. 125 e 3197), hanno di proprio che, quando
vi è una nuda intenzione filosofica, nell’a parte del pensiero
giudicante, essa è poi polifonicamente contrastata da altre più
passionali o occasionate forme espressive, come quando passi da un
percorso roccioso a uno spumeggiante di fronde.
In questo senso posso dire che Giacomo abbia messo in atto ciò che
il suo ammiratore tedesco, Friedrich, ha teorizzato, e cioè
l’impossibilità di separare la ragione dalle forze naturali e vitali.
Leopardi ha cercato poi proprio nell’atto linguistico e stilistico la via,
mai goduta, per la loro conciliazione, essendo la natura, fino alle
2512
Operette morali (ma dentro anche di esse), non già la via di
un’impossibile felicità, bensì quella che non ostruisca, che anzi
consenta, l’immaginazione della felicità.
Il che ha senso pensando che la letteratura non è mai separata dalla
vitalità, anzi è il mezzo per cui la natura continua nella storia, serve
“a scuotere la mia povera patria, e secolo” (p. 1394). Elettrizzare i
contemporanei, dare una scossa che li faccia reagire, tratteggiando in
modo inesorabile un quadro disperante e spaventoso, è infatti
l’intenzione tonale dominante, l’Hauptton che non dovremmo mai
dimenticare quando percorriamo con lui i passaggi glaciali e impervi
in cui ci guida.
14 marzo
La provincia dell’immaginazione
L’immaginazione, scrive Leopardi, è l’unica fonte di bellezza nella
vita. Vi è di certo in questa dichiarazione un moto difensivo, ma in
vista di un contrattacco, proprio attraverso la letteratura:
l’immaginazione infatti, senza la quale la vita sarebbe “una
carnificina”, è “la vera provincia della lingua italiana” (p. 30).
Mentre la lingua francese infatti mette le cose sotto l’intelletto,
l’italiana le mette sotto i sensi. Leopardi pensa a un’immaginazione
empirica, sensuale, ma dotata di una doppia vista, infatti: “Egli vedrà
cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono
d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà
un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono” (p. 4418).
La coscienza storica della lingua italiana, da Leopardi vantata come
la più ricca delle moderne, in quanto è la più vicina alla natura, gli
garantisce la capacità di sentire ed esprimere la natura proprio
scrivendo, atto naturale e fisico in alto grado, forma di vita energica.
Chi vorrebbe invece imprigionare la lingua nei vocabolari, come
l’accademia della Crusca, pretenderebbe una lingua morta per un
popolo di morti. La sua istanza razionale frena sia il carattere storico
2513
e sociale della lingua sia il suo moto naturale, impedendole di
immedesimarsi nel carattere stilistico della natura stessa.
Tale coscienza storica è sempre anche stilistica. Stile e lingua solo
malamente si possono distinguere (pp. 2227-2228). E in effetti, se la
lingua è l’anatomia, lo stile è la fisiologia, in grado di metterla in atto
e farla vivere.
Ma il mio paragone è insufficiente perché, dentro lo stile naturale, la
pronuncia anche di una sola parola (quindi, stando al paragone,
dell’organo in stasi, giacente), non solo già le conferisce moto ma la
rigenera.
Leopardi scrive: “l’idea dello stile abbraccia così quello che spetta ai
sentimenti come ciò che appartiene ai vocaboli” (p. 2907). Lo stile è
il ponte tra la lingua e la vita interiore, tra il pensare e il sentire.
In un uomo che corre lo stile è di certo indotto dal moto coordinato
di muscoli, tendini e ossa ma non è la loro risultante meccanica, se vi
è un nescioquid personale, che rende la corsa propria di quell’atleta,
avendo a che fare persino con lo sguardo, col volto, con una grazia
e una forza inconsce: un’innocenza atletica.
Si potrebbe dire che la lingua tende a chiudersi in ogni singolo
pensiero in un tutto, con un equilibrio interno, sia esso di tre righe o
di trenta pagine: “Tutto è male.” Dicendoti: bada al contenuto.
Pensa a ciò che intendo. Ma lo stile si insinua ovunque, svelando il
sentimento, giacché avrebbe potuto dire: “È male tutto” oppure
“Male è tutto” oppure “Il tutto è male”. Messa così noi sentiamo
una voce fantasma che dice: “Non questo o quello, dai, è inutile che
lottiamo: tutto è male. Con un tono categorico, quale insorge in noi
quando siamo stanchi di fare gli avvocati difensori della vita, sia pure
la nostra e, vedendo tutto andare a rotoli, troviamo la forza per una
sentenza. Detta però non dall’alto, ma guardando al bene mentre la
scia di pena ci porta via.
Ma lo stile è benigno soprattutto perché è organico e attraversa tutti
i pensieri insieme, in modo spirituale, non è irreversibile e discreto
come la lingua, bensì continuo e reversibile, inducendo un effetto
2514
retroattivo, sicché l’esito drammatico dell’incupimento nello
Zibaldone negli ultimi anni verso la natura getta un’ombra sui primi
ma anche la luce dei primi si irradia con un tepore profondo verso
gli ultimi.
Lo stile è sempre poetico, anche in prosa, proprio per il suo mettere
in atto un’impresa impossibile: la convivenza di natura e ragione.
Un piano filosofico, scorporato dal conatus della natura verso la
felicità, è carta morta. Leopardi incede e avanza, fronteggiando ogni
clima e stagione del continente. Quando è filosofo, Leopardi è
sempre anche pastore nell’Asia sconfinata della vita. Sta
transumanando e sta transumando, sta portando una greggia al
pascolo, sta cercando di sopravvivere e di farla sopravvivere.
L’immaginazione agisce nel gioco dello stile con la lingua come in
quello col pensiero. In questo secondo senso, essa è il legame tra
filosofia e poesia, giacché “il gran poeta in diverse circostanze avria
potuto essere un gran filosofo, promotore di quella ragione ch’è
micidiale al genere da lui professato, e viceversa il gran filosofo, gran
poeta” (p. 1650).
Immaginando, si trovano analogie inopinate tra le cose e si passa dal
concreto all’universale, e viceversa, in modo rapido: “L’animo in
entusiasmo, nel caldo della passione qualunque ec. ec. discopre
vivissime somiglianze tra le cose. Un vigore anche passeggero del
corpo, che influisca sullo spirito, gli fa vedere dei rapporti fra cose
disparatissime, trovare dei paragoni, delle similitudini astrusissime e
ingegnosissime (o nel serio o nello scherzoso), gli mostra delle
relazioni a cui egli non aveva mai pensato, gli dà insomma una
facilità mirabile di ravvicinare e rassomigliare gli oggetti delle specie
le più distinte, come l’ideale col più puro materiale, d’incorporare
vivissimamente il pensiero più astratto, di ridur tutto ad immagine, e
crearne delle più nuove e vive che si possa credere” (p. 1650).
La prosa filosofica genuina è sempre anche prosa letteraria, sia
perché ha a che fare con lo stile, sia perché nasce
dall’immaginazione, in quanto la ragione è sempre, finché non
pretende una mortifera monarchia assoluta, legata alla natura. E
2515
nondimeno la natura istintuale, reattiva, scattante per paure e
speranze immediate, è da Leopardi stesso, nello Zibaldone, quasi
sempre educata, incanalata; non è mai lasciata grezza, privata,
umorale ma rivolta al suo canone universale, quasi finalmente nella
sua prosa civiltà e natura potessero armonizzarsi simbolicamente ed
effettualmente. Scrivere, pensare, è infatti vivere fortemente.
Il singolo, nel senso di Kierkegaard, e cioè l’autore, non si fonda
allora su se stesso, unico e originale, per poi scoprire in Dio la sua
mancanza di sostanza, bensì ricerca, muovendo dalle proprie
esperienze, ciò che lo accomuna a tutti, pur senza trovare mai alcuna
verità assoluta.
La natura, scrive Leopardi in una sequenza di pensieri del 5 e 6
aprile 1825, non ha per fine il piacere, mentre ogni singolo animale
“di sua natura” ce l’ha. La natura come cosmo vivente è in
contraddizione esplicita col singolo animale. E l’autore stesso questo
piacere non può ignorarlo, non può non perseguirlo nella sua prosa,
tanto più sperando di conseguirlo quanto più il suo stile sarà
naturale.
La lingua infatti, benché attingente al proprio fondo naturale antico,
può essere messa al servizio di un pensiero innaturale, mentre lo
stile non mai, per non ridursi a semplice artificio.
Liaisons dangereuses
Le liaisons dangereuses tra filosofia e poesia sono tormentate: la
filosofia mira infatti al vero mentre la poesia al bello, cioè al falso (p.
1228), perché il vero (“così volendo il tristo fato dell’uomo”) non fu
mai bello; e la poesia “quanto più è filosofica, tanto meno è poesia”.
Dovremmo concludere allora che la prosa, nella misura in cui è
poetica, falsifichi il pensiero? O dovremmo annoverare anche questa
tra le cosiddette contraddizioni nei passi dello Zibaldone, scritti nel
corso di tanti anni? A un confronto tecnico di prelievi avremmo
forse di che sbizzarrirci, ma perderemmo la coscienza dello stile
2516
come potenza naturale, che mette in moto dal vivo, appunto come
fa la natura, la secca contraddizione logica, senza risolverla.
Leopardi infatti instancabilmente saggia questa via: la contraddizione
delle cose è vera, egli scrive (p. 4129), quindi non resta che negare
verità e falsità assolute, negando lo stesso principio di
contraddizione, il quale afferma che non potest idem simul esse et non esse.
In logica, il principio è valido ma in natura la contraddizione è
fattuale: come infatti si diceva prima, essa non ha per fine il piacere
nostro, ma ogni essere vivente tale fine “di sua natura” ce l’ha. E
non si scampa, neanche filosofando.
Anche da questo punto di vista Leopardi non cambia
repentinamente idea nel 1824, l’anno famigerato in cui, come
persistono a dire i manuali, passerebbe da una specie storica a
un’altra cosmica di pessimismo, che io preferirei chiamare
disincanto. Segue piuttosto le curve, i tornanti, da vivente
contraddittorio, della contraddittoria natura: scivola nelle discese o si
arrampica sulle rocce di quell’aldiquà che percorre da maratoneta
dell’immanenza, senza incontrare personaggi, come nelle Operette
morali, ma soltanto la stessa persona universale, lo stesso Giacomo
uguale a tutti, in mille forme.
La natura ha sempre la sua varietà di orridi e di piane edeniche, nel
1817 come nel 1827. C’è da vedere in quale punto della parabola
biologica e del percorso, e con quale potenza di immaginazione, si
trova Leopardi. E se ha la forza e la voglia di visitarli. Ed è soltanto
quando si stanca di camminare, pensando e scrivendo, nella natura e
la osserva da un poggio dolorosamente satirico, che egli ne sintetizza
una sostanza ultima, involontariamente metafisica: è a questo punto
che la contraddizione diventa disperata.
La lingua infatti, benché attingente al proprio fondo naturale antico,
può essere messa al servizio di un pensiero innaturale, mentre lo
stile non mai.
L’umano si mescola in tutto
2517
Leopardi scrive: “l’umano si mescola in tutto” (p. 116). Così
nell’opera il nudo pensiero del bello falso e del vero brutto genera
anch’esso effetti miscelati. Allo stesso modo accade nella forma
filosofica e letteraria dello Zibaldone, nel quale gli opposti sono
conviventi, compenetrati, se non conciliati, per mezzo di una
pronuncia che segue i tornanti tonali dell’esperienza giorno per
giorno.
È una microsocietà che si instaura con il lettore, l’alter ego, sicché il
carattere universale diventa intimo, come fosse la prima cellula di
un’Italia nuova. Ed è tanto più impressionante dirlo se si pensa che
lo Zibaldone è stato letto postumo, più di sessant’anni dopo la morte
dell’autore.
Leggiamo infatti: “Chi non ha o non ha mai avuto immaginazione,
sentimento, capacità di entusiasmo, di eroismo, d’illusioni vive e
grandi, di forti e varie passioni, chi non conosce l’immenso sistema
del bello, chi non legge o non sente, o non ha mai letto o sentito i
poeti, non può assolutamente essere un grande, vero e perfetto
filosofo, anzi non sarà mai se non un filosofo dimezzato, di corta
vista, di colpo d’occhio assai debole, di penetrazione scarsa, per
diligente, paziente, e sottile, e dialettico e matematico ch’ei possa
essere; non conoscerà mai il vero, si persuaderà e proverà colla
possibile evidenza cose falsissime ec. ec. Non già perché il cuore e la
fantasia dicano sovente più vero della fredda ragione, come si
afferma, nel che non entro a discorrere, ma perché la stessa
freddissima ragione ha bisogno di conoscere tutte queste cose, se
vuol penetrare nel sistema della natura, e svilupparlo” (p. 1833).
È questo “immenso sistema del bello”, non dimenticando che il
cuore dello Zibaldone batte prima delle Operette morali, avendolo
scritto Leopardi in gran parte prima di esse, a ispirare il prosatore e
a temperare “sempre i suoi diversissimi stili secondo la natura degli
argomenti” (p. 1897), conquistando un andamento naturale molto
più difficile dell’andamento logico (p. 2285). E soltanto così la lingua
italiana può “unire insieme le due qualità del bello e del vero, in un
medesimo stile”.
2518
Il punto è anche filosofico, infatti la ragione non viene concepita da
Leopardi né in modo idealistico soggettivo né in modo puramente
critico e illuministico, né come in Fichte (in La dottrina della scienza)
né come in D’Holbach (in Il sistema della natura), bensì come una
forza materiale tra le altre, anzi addirittura come la più materiale che
vi sia (p. 107).
Una lingua tutta razionale sarebbe distruttiva come una vita tutta
filosofica: diventerebbe stenografica, algebrica, denotativa, fatta di
termini e non di parole.
Il termine infatti è pronunciato come fosse scritto, la parola invece è
scritta come fosse detta.
Il punto di vista della ragione del resto è indispensabile anch’esso,
visto che tutto il discorso a difesa della natura è, in ogni caso e per
forza, esso stesso razionale.
La prosa di Leopardi sarà allora naturale e razionale (pp. 252-53),
chiara per studio e per artifizio (pp. 3048-49), ma “con l’abito del
bello e del caldo” (p. 1836).
15 marzo
Libro paesaggio e libro persona
Non mi riferisco al carattere stagionale dei pensieri, benché di certo
rilevi se un’idea è nata in primavera o in inverno, ma al fatto che sul
pensiero che leggo ora agisce quello che ho letto poco prima, di
tema e di tono del tutto dissimile. E che in questa vicenda alterna si
musica un piano tonale, una sequenza timbrica che genera il poetico
naturale, come le parole pronunciate da una persona sono subito
colte all’interno del tono madre di quella personalità così come la
conosciamo.
Lo Zibaldone non è soltanto un paesaggio, da percorrere per cercare
di valutare caso per caso come questo avvenga, per sequenze
temporali definite: è una persona.
2519
Leopardi dà molto peso alla retorica drammatica dell’opera. Basti
pensare alla sua tecnica dello stacco di pensiero che, a ogni incipit,
chiede e consegue una sua nuova intonazione, una pronuncia
affettiva particolare, molto diversa, si è detto, dagli incipit degli
aforismi di Nietzsche. C’è una scelta retorica nell’intonazione di ogni
pensiero, forse subconscia (un subconscio assai educato), di certo
protesa a uno svolgimento drammatico dei pensieri, nei timbri e toni
incessantemente variati della stessa voce, che trova nel silenzio della
pausa nuove capacità espressive.
L’intonazione della voce discende di certo anche dalla sua biografia:
il soffoco recanatese è palese nei pensieri del settembre 1817, così
come lo sbandamento romano da quelli del 1822, il periodo che egli
definì forse il più penoso e il più mortificante della sua vita (p.
4420), che gli consente soltanto poche note linguistiche, nelle quali
spesso, nei momenti più ardui, fortunatamente si rifugiava.
Dall’inizio del 1824 lo Zibaldone accentua le note autobiografiche
(circa da pagina 4200); dalla fine del ’23 già si infittiscono quelle
filologiche, segno di tensione da distrarre. E i timbri gnomici, con
un sorriso amaro, già da p. 4092 si fanno meno attenti a quel sistema
tonale di cui ho parlato, nell’abbraccio (fin dall’inizio pericoloso, ma
avventuroso) della natura, quasi sentisse di non essere più nel corpo
vivo del suo libro, di star diventando nervoso, e quindi freddo,
incisivo, analitico.
21 marzo
Il perfetto filosofo
“La scienza della natura non è che scienza di rapporti” (p. 1836),
sicché una prosa soltanto scientifica o filosofica “staccherebbe di
netto il meccanismo del bello” (p. 1837).
Il vero e perfetto filosofo è difficilissimo a trovare, ne sorge uno
ogni dieci secoli, “seppur uno n’è mai sorto”. Infatti uno può essere
filosofo con tutti tranne che con se stesso.
2520
Ma, se esistesse, come dovrebbe essere? Leopardi risponde così:
“È del tutto indispensabile che un tal uomo sia sommo e perfetto
poeta; ma non già per ragionar da poeta; anzi per esaminare da
freddissimo ragionatore e calcolatore ciò che il solo ardentiss. poeta
può conoscere. Il filosofo non è perfetto, s’egli non è che filosofo, e
se impiega la sua vita e se stesso al solo perfezionamento della sua
filosofia, della sua ragione, al puro ritrovamento del vero, che è pur
l’unico e puro fine del perfetto filosofo. La ragione ha bisogno
dell’immaginazione e delle illusioni ch’ella distrugge; il vero del falso;
il sostanziale dell’apparente; l’insensibilità la più perfetta della
sensibilità la più viva; il ghiaccio del fuoco; la pazienza
dell’impazienza; l’impotenza della somma potenza; il piccolissimo
del grandissimo; la geometria e l’algebra, della poesia ec.” (p. 1839).
Non ci senti l’aria pura e asciutta di Eraclito?
Sono queste le contraddizioni che si trovano nella natura, e quindi
anche nel pensiero e nello stile di Leopardi, finché egli confida, pur
nel conflitto perenne, in essa, sicché si potrebbe dire che il suo stile
di pensiero sia, come armonia inverosimile del vero naturale e del
vero razionale, non già la vagheggiata ultrafilosofia, ma almeno una
sua prefigurazione.
Come si può verificare nello stile questo inverosimile, eppur
realissimo, misto? Non si può rinvenire soltanto passo per passo,
pensiero per pensiero, né si tratta soltanto di un’atmosfera, di una
meteorologia stilistica, di un’aria del volto dello Zibaldone, per usare
una metafora sulla quale Leopardi ragiona.
22 marzo
Il mio sistema
K. Jaspers, nel suo saggio su Nietzsche del 1936, distingue uno
spirito sistematico, che Friedrich possiede, da uno spirito di sistema,
che non voleva possedere. Leopardi dice a chiare note che non v’è
pensiero che non debba disporsi in un insieme coerente e parla più
volte nello Zibaldone del “mio sistema”. La teoria del piacere, la
2521
visione antropologica del cristianesimo, la teoria delle passioni, la
morale, i giudizi sulla lingua italiana, sullo stile, sulla poesia e sulla
prosa sono, al loro interno e tra i diversi filoni, sempre collegati in
una coerenza sostanziale.
Si parla di un’opera aperta, poliedrica, polivoca, ed è giusto. Ma le
contraddizioni interne non vanno esagerate, fino a diventare il
nucleo del suo stile di pensiero, che è intimamente sperimentante, sì,
ma soprattutto quando si parla di natura prima e seconda, perché
qui la contraddizione è nelle cose, nel perenne, immoderato conflitto
con questa dea dai mille volti, tanto più potente in quanto non si sa
chi o che cosa sia.
Che cos’è o chi è la natura?
“Quando io dico: la natura ha voluto, non ha voluto, ha avuto
intenzione ec., intendo p. natura quella qualunq. sia intelligenza o
forza o necessità o fortuna, che ha conformato l’occhio a vedere,
l’orecchio a udire; che ha coordinato gli effetti alle cause finali
parziali che nel mondo sono evidenti (pp. 1693-94).”
Alla fine di agosto del 1821 Leopardi scrive: “Tutto nella natura è
armonia, ma soprattutto niente in essa è contraddizione.” In questo
caso è intelligenza necessaria. Nello stesso mese si chiede: Perché ci
hai fatti tali da cambiare in peggio? Perché non ci hai fatti perfetti?
Ed ecco che la natura diventa una persona, una dea che ci esclude
dalla sua armonia, che ci fa diventare contraddittori rispetto a lei e a
noi stessi.
Se è un fatto che fino al 1823 i passi dedicati alla natura sono quasi
tutti caldi e favorevoli, vi si insinuano però già dal 1820 correnti
gelate e sinistre. Vero che la dea armonica felicita tutti gli animali che
non deviano dai suoi solchi (pp. 141, 255, 3269) ma ha dato a noi la
fanciullezza e la vecchiaia, la vita e la morte, il desiderio di piacere,
che è dolore, giacché il piacere non si desidera, o si vive o si insegue
all’infinito.
2522
Un uomo si rompe una gamba o viene schiacciato da una pietra: può
sempre dire di non essere amato dalla fortuna, uno dei nomi della
natura. Ma che altri invece lo sono. Basta che il male non sia colpa
generale della natura, non derivi necessariamente dall’ordine delle
cose, non sia inerente al sistema universale. Ma che io sia
un’eccezione, che sia caduto in un errore accidentale nel corso e
nell’uso del detto sistema.
Se anche tutti fossimo felici tranne uno resterebbe una speranza.
Potremmo felicitarci per il suo bene e considerare tutti noi miliardi
di infelici come accidentali. Felice uno adesso, felici tutti un giorno.
Ma se tutti fossero infelici? Potremmo essere tutti corrotti dalla
civiltà. Non vi sarebbe ancora una necessità nell’infelicità animale.
Il fatto è che io ho conosciuto persone felici, durevolmente appagate
nel fare il bene o nel viverlo. Io stesso ho vissuto e spero di vivere
momenti di felicità. I bambini, che a ogni generazione si rigenerano,
vivono intere stagioni di felicità, giorni armonici, beatitudini animali.
La fanciullezza mia è perduta per sempre ma per centinaia di milioni
di persone va cominciando.
Leopardi è talmente democratico ed egualitario che preferisce tutti
infelici, purché siamo tutti nella stessa condizione. Preferisce la
fratellanza universale alla felicità di qualcuno. Come puoi esserlo
infatti se i più non lo sono?
Si vede bene in ogni caso come, vivendo tutti gli uomini da sempre
in qualche corrotta società, e non potendo mai attingere l’assoluto
naturale, imputare la malvagità o la causa dell’infelicità alla natura
non potrà mai essere un’argomentazione secca e inesorabile, ma
dipendente sempre da una stagione della vita, da un’intonazione
esistenziale, da una piega del cuore.
Leopardi è un tale rigoroso empirista, un tale filosofo naturale, come
si definivano Galilei o Newton, da non poter escludere che sia vero
ciò che non si può dimostrare, universalmente e necessariamente,
falso.
2523
Se è vera vita quella del fanciullo, è un vero tuttavia effimero.
Difficile reggere un vero temporaneo, quando lo si è perduto.
Leopardi nega risolutamente che la sua visione del mondo dipenda
dalla condizione propria. E infatti è così. Essa dipende dalla
condizione propria di ciascun uomo quando pensa e sente da adulto,
se non è innamorato.
Il ragionamento sul dolore universale dipende dalla sua intonazione
matura del cuore, la quale dipende dall’infelicità personale, la quale
dipende dalla malattia o dalla infermità fisica universale, dal disgusto
dell’invecchiamento universale, dall’impossibilità di amare e di essere
amato universali, i quali dipendono da quello che si pensa sul dolore
universale, che dipende da un’intonazione del cuore… In questa
doppia spirale nella quale ci avvitiamo non si trova mai l’inizio.
Leopardi, non vedendo una salvazione beatifica nell’aldilà né una
felicità terrestre nel futuro, ha sempre sentito con energia potente la
felicità dell’origine, un paradiso terrestre che nutre la sua
immaginazione di felicità, in questo accordandosi, come osserva
espressamente, con il libro del Genesi.
Il suo rovello è allora se la natura ha mai voluto la civiltà. Se ha mai
considerato il prezzo di dolore per la singola creatura. E come si fa a
saperlo, visto che non risponde?
Fino alla fine del 1823 Leopardi si convince che la natura non ha
mai voluto la cosiddetta perfezione spirituale e civile, bensì quella
animale, mirando “al ben essere materiale delle sue creature” (p.
942). Dice “creature”, e quindi si tratta di una dea intelligente e
creatrice. L’uomo è stato già creato perfetto dalla natura, per quella
perfezione sempre relativa alla specie che solo è possibile. Ma ci
siamo ostinati a incivilirci, a straragionare, e così a decadere.
Il 16 febbraio del 1829 la natura non è responsabile del disordine
orribile dei padri che uccidono i figli ma l’11 aprile è persecutrice e
nemica e - lo sprezzo e la rivalsa sono immediati - “non dà una
grande idea dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine” (pp.
4485-6).
2524
“Di chi è o fu”. L’autore del mondo potrebbe non essere più?
Nessuno ci aveva mai pensato.
Fino alla fine dello Zibaldone, anche quando i pensieri si slabbrano e
diventano quasi note tra sé, in assenza di lettore, ne resta il fascino
poetico proprio per l’oscillazione non soltanto del giudizio morale
sulla natura ma anche su ciò che essa sia.
Almeno una volta essa è “lo stesso che Dio”, altrove è il fato, il
destino ma anche l’animalità, la franchezza, la schiettezza, la
semplicità di carattere, la spontaneità del sentire, il paesaggio.
Più che una donna cosmica, “madre di parto e di voler matrigna”,
essa viene trasformata in un’amante infedele, comunque intima e
familiare, fino alla fine giacché, se essa è indifferente agli uomini,
Leopardi non è mai indifferente alla natura.
La natura la reggi finché tieni il tono poetico dominante. Quando
esso si smorza, subentra un Nebenton, un accento secondo razionale,
che pure non è estraneo alla natura, per via del suo grandioso piano
universale, indifferente a noi.
Anche la nostra propria ragione è indifferente a noi: pensiamo allora
in modo impersonale e riscontriamo l’indifferenza della stessa
ragione al fatto che sia io o un altro a soccombere per una
catastrofe, in virtù di quello stesso pensiero che pure è intimo e
nostro.
Le illusioni sono non soltanto indispensabili ma “realissime”, egli
scrive, se indotte in noi da quella somma realtà che è la natura. La
natura non ci ha fatto per capirla ma per viverla, e cioè per illuderci
che il male sia accidentale e il bene universale. Se noi, volendo
comprenderla, non riusciamo più a illuderci, è causa nostra, se
andiamo contro di lei.
Potenza delle illusioni
2525
Una teoria delle illusioni implica la facoltà personale di illudersi. Se
non ci riusciamo più, andiamo alla deriva, scorporando il nostro
pensiero razionale dal piano della natura. La nostra stessa teoria ci si
rivolge contro. Con chi prendercela se non siamo più capaci di
coltivarle? Con l’eccesso di civiltà e di ragione. Teoria vertiginosa: il
vero va dosato, va combinato col falso oculatamente, altrimenti
ammaliamo.
E va miscelato con un falso poetico: “Chi vuol togliere alla civiltà la
letteratura amena è come volesse togliere all’anno la primavera, alla
vita la giovinezza” (6 marzo 1829).
L’aroma di una potenza giovanile, se gran parte dello Zibaldone è
stato scritto entro i venticinque anni, non è un segno da poco per
comprendere quest’opera senz’opera, in un perpetuo flusso di
ricerca dal vivo.
Lo Zibaldone è un salvataggio in extremis dell’animale sopravvissuto
alla civiltà: c’è un uomo in mare e bisogna salvarlo.
Quando i dubbi, non già sulla vocazione all’infelicità, ma sulla
volontà della natura di infliggerla a noi mortali, e quindi sul suo
carattere personale e intenzionale, eromperanno, il tono della sua
tacita domanda di sempre diventa secco e severo: “Chi mi sa
spiegare questa contraddizione in natura?” (maggio 1824). Chi mi sa
dire perché l’amante adorata mi tradisce?
Dopo l’incrinatura del sistema poetico del bello riesce persino
difficile capire se e quando il tono sia ironico. L’ironia, che divampa
nelle Operette, ha ormai fatto il suo ingresso nel suo stile di vita e di
pensiero. Comincia la preparazione della battaglia con l’antica
alleata, si impone la necessità della difesa, della sopravvivenza con le
armi, ora sì, simboliche della letteratura e della filosofia.
Quando nella fine del 1823 la disposizione a illudersi viene meno, lo
stile stesso si spezza, nelle Operette morali, in una cattiveria
manieristica. Superlativi abbondanti a ogni pagina nello Zibaldone
cominciano a diradare, sequenze di nomi, verbi e aggettivi messi in
fila di dieci, quindici occorrenze, si riducono; periodi ricchi di
2526
anafore, parentesi, distesi con forza inventiva impetuosa, con tirate
di fiato da corridore si abbreviano e si fanno caustici e gnomici.
L’atleta combattente si siede e affila le armi.
La dialogicità interna dello Zibaldone, armonizzata nella storia
drammatica di un solo protagonista, Leopardi diventato ciascun
uomo, si mette in scena nel teatro satirico e amaro delle Operette con
una prosa magistrale e imparziale, si frantuma nelle battute di tanti
personaggi.
Quando Leopardi racconta di sé
Non ci si accorge quando Leopardi racconta di sé e dei suoi casi,
tanto corrono spontanei: “taluno mi raccontava che…” (p. 1787),
“Io soleva” (p. 2118), “L’ho osservato in me” (p. 2564), “Io ho
udito dire” (p. 4241), giacché ciascuno di noi potrebbe affacciarsi
oggi con analoghe esperienze.
Si tratta infatti quasi di esperimenti di riflessione fatti in corpore vivo
(pp. 44, 45). Sono aneddoti di famiglia (p. 65) o detti e vicende di
conoscenti (p. 204) o ricordi di fanciullezza (pp. 106, p. 137, 151).
Essi sono scanditi con tale ritmica irregolarità da far pensare a
un’arte anche in questo, non soltanto come prova di una memoria
fortissima dei propri pensieri (come è chiaro dai richiami interni),
ma anche di una coerenza del sentire, di un’imposizione durevole di
modestia e di sobrietà.
Impossibile cogliere in Leopardi un atto di presunzione e di alterigia,
tanto che ci si dimentica dei suoi privilegi di nobile, e soprattutto di
quelli del genio. I primi dimenticandoli da sempre egli per primo, i
secondi non potendo essere goduti in nessun modo, e nemmeno
percepiti, in quanto invece si sono tradotti in aggravamenti della sua
sorte, sia per gli attacchi continui e gratuiti, ai quali è stato esposto,
sia perché facevano risaltare ancora di più la sproporzione
drammatica tra il valore e la rispondenza dei beni.
Riflettiamo sul fatto che la rabbia traspare solo, e assai di rado ed
educatamente, negli ultimissimi anni, benché è da credere che agisse
2527
sempre, nei passi quasi spogliati di fierezza, quasi misantropici (fatto
straordinario in Leopardi), tanto che si deve dire che egli stesso
risentisse del potente effetto catartico dei suoi pensieri, della serenità
chimica nascente dal pensare e dire il vero francamente e con tale
arte.
Questo dramma epico di un uomo solo si è espresso nell’azione
letteraria e filosofica. Scrivere e pensare non è una forma di vita
simbolica bensì di potenza vitale in atto. Leopardi ha passato le sue
giornate a scrivere e a pensare, a immaginare e a sentire scrivendo.
Nel gran risveglio del 1824 in una terra nuda, Leopardi risente
tuttavia ancora il suo impeto in Parini, ovvero della gloria, e dice che
nessun uomo è nato a studiare, semmai ad agire. Non perde il senso
del valore di ciò che abbiamo perso.
24 marzo
Operette morali
Le Operette morali, scritte in gran parte nel 1824, nascono proprio
perché l’onda di fede nella potenza sociale della letteratura si è
attenuata e comincia a risaccare, benché Leopardi sia ormai in grado
di governare con maestria, con una prosa planante su ogni spruzzo e
dondolio marino, anche il movimento del riflusso.
Ecco che non c’è più Giacomo, protagonista invisibile e
onnipresente dello Zibaldone, bensì una miriade di personaggi, e cioè
di punti di vista, di caratteri e, ancor più, di prospettive allegoriche e
filosofiche, di controcanti senza canti, in un duellare arguto, amaro e
comico, che sfaccetta la realtà attraverso il disincanto, l’ironia e il
gioco di verità combacianti e conflittuali.
Le Operette morali cominciano con una prosa poetica e filosofica, una
sintesi pregnante che mette in scena un mito delle origini
concorrente con il racconto del Genesi. Nel primo libro della Bibbia
infatti Dio crea un uomo e una donna già adulti, privandoli dell’età
più bella della vita, ma facendo loro abitare un mondo tutto
2528
fanciullo: il paradiso terrestre. Come potranno reggere un maschio e
una femmina già fatti, nati grandi, un mondo tutto bambino?
Ecco che Leopardi immagina invece un mondo popolato tutto e
solo di bambini: “Narrasi che tutti gli uomini che da principio
popolarono la terra fossero creati per ogni dove e a un medesimo
tempo, e tutti bambini”.
Come vivranno? Nutrendosi di miele e latte di capre, in un clima
sempre mite, in una terra tutta piatta, senza mare e senza anfratti
pericolosi, zone d’ombre e rischi per la loro incolumità. Un mondo
limitato ma a loro misura, perché godano questa universale festa dei
bambini.
Sappiamo che Leopardi vive il pensiero razionale come proprio
dell’età adulta e solitaria e mai giudica tutto soltanto in base a esso,
giacché sempre gli è presente l’intera parabola della vita umana, ogni
età della quale ha la sua attitudine, e quasi la sua verità.
Egli non è mai astratto, non si identifica mai, idealizzandola, con
l’età fissa della ragione, benché ogni verità debba essere universale e
mai colui che pensa debba eccettuare sé o immaginare che un fatto
sia occasionale e una condizione soltanto sua propria. Egli sa che
non esistono solo i filosofi, sempre necessariamente invernali, né
solo poeti, sempre nativamente primaverili, e che nessuno è sempre
filosofo o poeta, che nessuno d’altronde non lo è mai. E vuole
rivolgersi a tutti e in ogni stagione.
Storia del genere umano
Giove, vedendo che i bambini, avendo esplorato tutto il loro vasto e
piatto mondo, cominciano a trovarlo troppo piccolo, a mano a
mano che crescono, e temendo non si disamorino alla vita, crea il
mare, le selve, le gole, le ombre misteriose. E insomma, non
potendo creare l’infinito, spera si contentino dell’indefinito, che è un
suo surrogato potente.
2529
Ma i ragazzi che diventano adulti non se ne appagano e allora egli
scatena il diluvio, rendendoli adulti con la cognizione del dolore,
indispensabile per “allacciare gli animi alla vita”.
Ecco che neanche il dolore basta, perché il dolore è sempre potenza
nemica, e, appena si allenta, subentrano l’insoddisfazione il fastidio
per problemi più piccoli ma più insopportabili dei mali grandi. E
allora Giove paternamente sparge il mondo di fantasmi, di
sembianze eccellentissime e di larve meravigliose: la Sapienza, la
Giustizia, la Virtù, l’Amor patrio, confidando che gli uomini si
esaltino per essi e stimino la vita proprio offrendola a divinità
superiori e immense.
Gli antichi greci infatti erano pronti a morire giovani per la patria,
immaginando una vita immortale. Vivevano pochissimo ma
ciascuno di loro valeva per quattro di noi, in virtù di una potenza
vitale, e cioè di una capacità di immaginare che era tutt’uno con la
facoltà di illudersi. Eppure mai uno di loro pensò di essere un illuso,
morendo sul fiore degli anni in battaglia per la patria, mentre noi,
che moriamo in guerra nel modo più prosaico, come fosse un
incidente personale, stimiamo loro illusi, che invece morivano
umanamente e con un calore e una virtù di trasfigurazione, oggi
sconosciuti.
Per una genia inquieta, insaziabile, immoderata, come è la nostra,
neanche quei fantasmi bastarono. E allora Giove (e cioè la dea
natura) fu costretta a darci la Verità, potenza terribile che eccita gli
animi più nobili a penetrarla, uscendone feriti o brutalmente uccisi.
Ma non potendo assistere a tanto dolore e disperazione, a tanto
spegnimento dell’amor di vita, al deserto diventato la vita degli
umani, egli concesse Amore. Non già l’amore triviale della Venere
pandemia, bensì quello uranio, celeste, dando al genere umano la
facoltà di innamorarsi spiritualmente, divinamente. Così donò una
potenza terribile, congenere all’inquietudine inguaribile degli uomini,
visto che: “L’essere pieni del suo nume vince per sempre qualunque
più fortunata condizione fosse in alcuno uomo ai migliori tempi.”
2530
Vale a dire ai tempi antichi, se chi si innamora, infuso dalla follia
divina, in questo mondo impossibile, diventa l’uomo più fortunato
che esista.
E allora, quando il passeggere chiede al venditore di almanacchi, in
un’altra operetta, se accetterebbe di rivivere la vita già vissuta, e quel
venditore fossi io, risponderei di sì, perché mi sarebbe dato
innamorarmi della stessa donna.
Se fosse possibile un perpetuo stato iniziale, un innamoramento
perenne, chi non vorrebbe rivivere per sempre? Con tutta la gioia
dell’impossibile e la disperazione che è dentro l’innamorarsi più
sintonico.
La natura forse provvede a che così non sia perché sarebbe
estenuante. E non perché gli uomini vivrebbero molto meno,
benché più intensamente, soluzione conforme ai suoi piani di
ricambio continuo e rapido, ma perché gli innamorati perenni
rimanderebbero sempre a fare i figli, il bisogno dei quali soggiunge a
innamoramento declinante e bisognoso di riconvertirsi in specie
tutta naturale.
27 marzo
Gioventù e primavera poetica
Tale è la potenza della visione negativa, dolorifica, infelicitante
dell’opera di Leopardi più diffusa e trasmessa, anche alle scuole, con
tenacia sorda e cieca, che tutti i passi in cui si manifesta l’energia
massima, come nel caso di questo inno all’amore, o vengono
ignorati o ascoltati malinconicamente, e come ripieghi, riflussi,
rinunce, nostalgie, rimpianti.
Ora, la letteratura non è, per la stragrande maggioranza delle
persone, una forma di vita tra le più potenti, ma altro dalla vita,
un’osservazione, una descrizione e un giudizio sulla vita, invece che
vita in atto, e di vitalità massima.
2531
La letteratura viene concepita come sfera simbolica, allegorica,
metaforica, e non già come dimensione fisica, attiva, realissima.
Leopardi scrive che privare la vita della letteratura amena sarebbe
come togliere all’anno la primavera e alla vita umana la gioventù,
giacché essa non simboleggia ma è la primavera, la gioventù.
La fiducia nello stile naturale, esaltato e messo in atto nello Zibaldone,
e cioè di uno stile che armonizzi natura e civiltà, considerando anche
i pensieri, oltreché la lingua, parte integrante di esso (giacché come
faremmo a separarli?) viene meno. Ed ecco che l’uso della lingua
cambia del tutto e subentra la cattiveria manieristica.
Non più la vita franca, sincera e veritiera di un Giacomo universale
ma le battute salaci e dolenti di personaggi diversi, che generano una
lingua magistrale e artificiale, in quanto un personaggio non potrà
parlare mai come una persona.
Se non è possibile fare agire la letteratura nella società, tutti
diventiamo personaggi.
Il romanzo moderno nasce dalla coscienza della separazione già
attuata e irreversibile dalla società, dalla scissione tra vita pubblica e
privata, non a caso in Inghilterra.
La forma delle Operette
La forma delle Operette morali è unica in tutte le letteratura, pur
essendo debitrice alla tradizione del dialogo filosofico da Platone
fino agli illuministi, dai dialoghi satirici di Luciano alle Vite dei filosofi
di Diogene Laerzio, alle raccolte di massime e a una miriade di prose
dagli antichi greci e latini fino ai suoi tempi. Perché si tratta di una
forma mista: di prosa e di poesia, di filosofia e di letteratura, di
comico e di tragico, di narrativo e di meditativo, di teatrale e di
lirico, un misto di sentimenti, pensieri, emozioni, ragioni, sensazioni
che trascolorano, si scaldano e si raffreddano, si seccano e si
inumidiscono come nella vita interiore di ogni giorno.
2532
Si va dal mythos, dalla cosmogonia esiodea, dalla favola platonica,
come nella Storia del genere umano a trattati veri e propri come Il Parini
ovvero della gloria, dalla raccolta di apoftegmi, come i Detti memorabili di
Filippo Ottonieri, abitante di una Nubiana in Val di vento, che allude
al Socrate di Aristofane cogitante sulle nuvole, ma fa sentire sul collo
il garbino di Recanati, alle prose poetanti come il Cantico del gallo
silvestre. E soprattutto si passa, concertando l’opera grazie alla
variazione dei toni e dei temi, dai dialoghi drammatici e avventurosi,
come quello di Cristoforo Colombo e Pietro Gutierrez a quelli
filosofici, come quello tra Plotino e Porfirio; da quelli comici e
allegorici, come il Dialogo d’Ercole e d’Atlante al tragico, come nel
Dialogo della Natura e di un Islandese, un tragico che nasce tutto dalla
sorte fisica e corporale, e che si chiude con una scena di umorismo
nero.
L’Islandese percorre tutti continenti, cercando di azzerare tutte le
sue idee civili e le sue aspirazioni sociali e culturali, risolvendosi in
un corpo elementare, che si accontenta di non soffrire. Ma la Natura
lo insegue e anzi lo precede, né gli consente di essere soltanto un
animale anonimo, mimetizzandosi come una pecora o un cavallo,
regredendo nel regno impersonale dei viventi. Rinunci alle ambizioni
morali e spirituali ed ecco i mali fisici che ti perseguitano e ti
schiantano. E alla fine un leone rifinito e macilento, più malridotto
di te, ti sbrana con un morso. O la sabbia del deserto che sognavi,
da Islandese tormentato dal freddo, ti sommerge con un mausoleo
eremitico.
Nelle Operette tutti sono personaggi, anche la Natura e la Morte. Ciò
che leggi ti dice che esse sono forze impersonali e indifferenti a
chiunque di noi ma il fatto che esse parlino, ragionino, dialoghino
con noi ti dice tutto il contrario.
Comici siamo noi, che non riusciamo a non essere antropomorfici,
trasformando quelle forze in antagoniste, nel nostro teatro
filosofico, ma comiche sono anche loro, così potenti, così
inesorabili, che noi adeschiamo portandole alla nostra altezza e
dicendo a parole quello che esse fanno come sordomute potenze
invincibili.
2533
Un piccolo uomo vi dà voce e, se voi non perdete per questo il
vostro potere che, detto, si riconferma, non ne uscite neanche voi
così bene, cara Morte, cara Natura, perché quello che fate, una volta
messo in parole umane e corrispondenti ai vostri fatti, non vi fa più
stazionare così in alto rispetto a noi, anzi vi fa comparire forti, sì, ma
prepotenti, ma prevalenti in un modo alla fine tronfio e cieco, e
degno di riso come la nostra impotenza che ci vede tanto bene da
non potervi fare niente.
28 marzo
Pietà comica
Vasta è l’immaginazione di Leopardi: l’Islandese percorre tutti i
continenti, la scommessa tra gli dei si svolge nell’anno 833.275. I più
audaci autori di fantascienza immaginano il 3.000, il 4.000 d. C.,
Leopardi si slancia centinaia di migliaia di anni avanti, immagina il
mondo deserto da tempo inenarrabile di uomini. Il dialogo sul
piacere, sempre inattuale, si svolge tra Colombo e Gutierrez sul
pontile di una nave che vaga di notte nell’oceano.
L’immaginazione è una potenza canora: un conto pensare il mondo
dopo la fine del genere umano, un altro immaginarlo. Vorresti quasi
che fosse, vorresti quasi esserci.
Il comico insorge allora quando da uno scenario vastissimo si cade
in un dettaglio vile e minimo. Nella Scommessa di Prometeo, ad
esempio, volta a definire la migliore invenzione degli dei, il genere
umano contende faticosamente il premio, soccombendo, a una
pentola ideata da Vulcano.
Le Operette sono un paesaggio naturale in tutte le stagioni e i climi: la
primavera, con L’elogio degli uccelli, l’autunno con il Dialogo di Torquato
Tasso e del suo Genio familiare, l’inverno, con i trattati e gli aforismi.
L’estate manca, come il piacere in atto.
Non c’è una sintesi ultima, se esistono un vero poetico e un vero
filosofico concorrenti. Al di là dei personaggi, Leopardi stesso è
2534
polifonico e polivoco: l’inno all’amore (nella Storia del genere umano) e
l’inno alla morte (nel Dialogo di Plotino e di Porfirio) nascono dallo
stesso cuore. Non c’è nessuna contraddizione se non nelle cose: Chi
più ama più sente la morte come un porto.
Se fossimo pazzi io o tu, saremmo ridicoli. La vita è pazza di suo: è
questo che fa ridere.
Il fatto stesso che tutti siano personaggi nelle Operette fa ridere.
Leopardi non ha mai scritto romanzi perché non accettava le
finzioni esagerate che questo comporta, i connotati meramente
individuali di esseri unici e diversi da tutti che in realtà non esistono,
tanto era preso dal desiderio di identificare la natura umana comune,
nella sua ricchezza inesaurita ma sempre proporzionata a ciascuno.
Il romanziere è un creatore di mitologie, in quanto vuole far
diventare un personaggio memorabile, illudendosi e illudendo a
credere che esistano esseri in grado di reinventare la natura umana, e
che ogni vita sia un unicum, un apax. Visione indispensabile per
incoraggiarci a vivere, perché domani potrà accadere chissacché e
noi stessi potremo repentinamente cambiare, conoscendo exploit
avventurosi.
Essere personaggio nelle Operette è invece sempre qualcosa di
allegorico, di recitato, di finto, di comico o di tragicomico, di
drammatico ma anche teneramente buffo, benché ogni detto sia
vero, pensato e condiviso dall’autore.
L’apocrifo, il pastiche, la finzione riguardano allora sia lo stile sia le
pieghe del discorso, che diventa manierato e simulante, ironico e
salace, scettico, disincantato, irriverente. Ma, essendo tutto sentito e
sofferto ad abbondanza e in modo inesorabile, non v’è sarcasmo ma
pietà comica per la nostra specie.
Leopardi scrive che la vita è degna di essere vissuta soltanto se amo:
non mi pare una stranezza. E che, se non amo e sono infelice non
devo uccidermi per non far soffrire le persone care. Qualunque cosa
io possa pensare e sentire, che essi non soffrano per causa mia è
sempre più importante. E aggiunge: Se uno non ragiona così non è
2535
sapiente ma barbaro. Non vi sembra un modo di pensare chiaro e
basilare?
30 marzo
Segni leopardiani di Andrea Zanzotto
Una natura benigna pullula in Dietro il paesaggio (1951), ma essa non è
ancora leopardiana, perché mancano la metafisica laica o pagana, gli
accenti antagonistici sull’io e sul paesaggio; la natura vi diventa
semmai una coltura in cui il cuore poetante cova e si salva. proprio
nell’altruismo di una metafora globale. Dietro il paesaggio non indica
un retromondo metafisico, né costituisce un'autobiografia indiretta
del soggetto ma allude forse a ciò che vi si compie nell’ombra
dolorosa della tela: un gesto generativo di realtà, una seminagione.
Leopardi è il vero figlio della natura e il vero uomo universale e
innocente di fronte al mondo mentre Zanzotto è già allora
inconsciamente materno.
Nelle sue Divagazioni su temi leopardiani (1999) egli dice che Leopardi:
“(…) non era certo un depresso, era semmai un bipolare: si sono
lette molte diagnosi sulle malattie di Leopardi, e interpretazioni
psicoanalitiche, ma una cosa è certa: che in lui esisteva un fortissimo
sentimento originario dell’immensa energia creativa che egli portava
in se stesso”.
Bipolare è forse lo stesso Zanzotto, se il jaillissement di energia, di
immedesimazione nell’alma Venus genitrice è una fede fisica costante
nella sua opera, quella che salva dalla resa l’io e il mondo, attraverso
la loro mai sconfessata liaison affettiva, nella seminagione dei primi
libri ma pure in quella disseminazione che comincia con La Beltà
(1968).
Già in Elegia (1954) troviamo una Silvia senile e in Vocativo (1957)
rintracciamo quasi una riedizione di Il pensiero dominante (Idea);
appaiono gli aggettivi leopardiani, come 'odorosi' e 'acerbo', da lui
considerata una delle parole che danno quasi "il DNA della
situazione leopardiana". Ma non è tanto il leopardismo espresso, da
2536
Vocativo, che Fernando Bandini definisce a ragione parodico
(struggente come la parodia di un padre) fino a Sovrimpressioni (nelle
Sere del dì di festa), a commuoverci ora. Semmai più quello latente e
radicale: il senso acuto della propria postazione nella storia,
esponendosi come un essere candido e insieme consapevole del
degrado.
Che cosa infatti, fra tanto, Leopardi ci ha insegnato? Che non si può
evadere dal proprio spazio storico, per quanto inospitale, e che il
pensiero e la lingua soltanto da lì potranno risuonare forti e veridici.
Così mi sembra che Zanzotto diventi leopardiano al pieno proprio
quando matura la sua conversione alla storia, non tanto nell’infittirsi
dei riferimenti, semmai nel mimetismo linguistico degli scarti di
senso, degli choc, degli exploit e delle turbolenze, e soprattutto
nell’imitazione dell’uso geniale che ne fa la natura dentro la civiltà
tecnologica.
In Leopardi l’uomo nasce fanciullo animale per combattere poi la
natura, cioè se stesso, da adulto e da vecchio, giacché il mondo
detto antico è semmai quello più giovane. Mentre in Zanzotto la
natura, da bella e terribile, come in Vocativo (1957), anzi tremenda,
diventa via via proprio nella lingua la sorella ferita, sempre più fisica
e meno metafisica, sempre meno solenne e più dispersa, che si batte
come può con la sua freschezza maculata dentro il consumismo
schizoide. In questo senso Galateo in Bosco (1978) era l’apice di
un’armonia drammatica poi scheggiata, giacché infatti nella selva del
Montello passa la Linea degli Ossari della prima guerra mondiale: in
parto e agonia gemellare di storia e di natura.
Ciò può dipendere dal fatto che c’è in Zanzotto un idealismo
filosofico superstite, che lo fa erede della prima metà del Novecento,
con un senso di “potente, nativa natalità” (così Stefano Agosti), e gli
consente una “visione del cosmo del genere lirico-scientifico”. Ma
discende pure dalla coscienza storica febbrile del poeta di Pieve di
Solìgo, una benedetta (per i suoi lettori) malattia storica, che lo
spinge a somatizzare il mondo giorno per giorno nel suo inviluppo
concreto.
2537
Quando lo ascoltai un ventennio fa nella chiesa di Sant’Arcangelo di
Fano, mi colpì che parlasse tutto il tempo della storia italiana la
quale toccava i suoi nervi scoperti, nelle mutazioni di mentalità e di
costume, con una chiarezza pedagogica esemplare. Ma la sua lingua
poetica stessa, anche quando si avventura in filosofemi, gerghi
tecnologici, fosfeni e acufeni, grafici e schizzi, se ardua è però
naturale, cioè fresca, ardita, irriverente come quando si esprime nel
dialetto o addirittura nel petèl, il linguaggio infantile. Questo vuol dire
afferrare al volo il testimone leopardiano, se in fondo l’impresa sta
nell’estendere fino all’inverosimile il sentimento della natura,
desiderando che inglobi la storia negli slanci inventivi della lingua.
La stessa vita vegetale non è forse irregolare, imprevedibile,
asimmetrica, capace di far viaggiare le spore per migliaia di
chilometri e di impollinare acrobaticamente con le più ardite
soluzioni? Non si tratta in entrambi i casi di una resistenza contro il
geometrico, il razionato, il meccanico della realtà industriale e
tecnica che viene messa in atto?
L’impulso germinativo sconveniente, il disordine fertile della natura
non viene insomma mai meno in quello sporadismo, in quella
disseminazione dell’io che congloba la frantumazione alienante del
mondo fino a Sovrimpressioni (2001): esso assume solo le sghembe
forme storiche che noi attualmente viviamo, accettando la sfida,
anche mimetica, con l’antagonista. Non tutto può diventare natura,
perché la terra storica più artificiale di ogni tempo, la nostra, dà rudi
contraccolpi ma il poeta non sfolla, anzi li registra nella lingua,
scossa come la terra e materna, nel paradosso biologico.
La voce del sentire non cede mai del tutto all’impersonale molla del
linguaggio: mentre la subisce, rinfresca poeticamente l’avversario
con un superstite altruismo; inglobando cioè le tecniche e gli artifici
dei tempi con un’ironia pedagogica senza l’acido né il maligno. C’è
una tenerezza adottiva verso le brutture vitali della storia, benché
osteggiate con ogni mezzo moralmente; un’apertura educativa come
di un maestro che non accetti (neanche per sé) la sentenza di morte,
giacché il formicolante e impertinente corpo del mondo non
progredisce, però vive e cresce.
2538
Benché Zanzotto dia un giudizio non meno duro di Pasolini, e anzi
molto più analitico e spietatamente articolato, perché ne ha vissuto il
disarticolarsi, sulla calamità antropologica che diventa ecologica, è
nondimeno di questo e di nient’altro che egli parla, come calamitato,
per cui i mali psicosomatici della mente poetante sono quelli della
realtà: duole il mondo giacché esso ci vive dentro, da cui discende
l’invocazione di La Beltà: “Mondo, sii, e buono; / esisti
buonamente”.
È chiaro infatti che l’espansione genetica di questa poesia non è per
l’amore privato e individuale col suo dolore inesorabile, bensì per
una distribuzione (omeopatica) dei veleni e dei pani comunitaria e
pubblica, per questo cattolica (nel timbro di Noventa), ma severa
nella sua etica in apparenza libertaria. Il gioco è serio: con una
pedagogia estrema e votiva egli ha compreso la storia, per tentare di
umanarla con la poesia, nella natura.
Il lirico di massa
Vi sono secoli con due o tre poeti di valore universale in un nazione
e altri senza nemmeno un nome. Il Novecento sembra aver
aumentato la dose ma non ne siamo sicuri, perché i nostri occhi
sono troppo ravvicinati. Anche pensando soltanto ai poeti di valore,
inesportabili ma degni di rinomanza nella terra natia e resistenti al
tempo, essi possono essere alcune decine, ma è impossibile che ve
ne siano migliaia, come in ciascuno stato occidentale oggi compare.
C’è uno schiudersi incessante, in tutte le stagioni, anche dalle calotte
di gelo e dall’asfalto, come dai tronchi segati e da moncherini di
rami, di gemme in versi, che sbucano dai muri, dai davanzali, dalle
balaustre, dai pavimenti di civile abitazione, dai soffitti, dai tetti, dai
cofani delle automobili, dalle tasche dei manager e dai camici dei
medici, dalle borse e dalle pentole.
Deve essersi formata una ghiandola predisposta alla secrezione della
sensibilità lirica, tanto è diffusa oggi in ogni popolazione del pianeta,
per un adattamento evolutivo, che deve rispondere a un nuovo
2539
bisogno antropologico, serio e profondo, quand’anche gli effetti ne
siano superficiali, da indagare.
Milioni di esseri umani, eccitati dalla produzione anomala di ormoni
lirici, quale non si è mai verificata nella storia dell’umanità e in
nessuna contrada del mondo, non resistono al bisogno di effondersi
in una forma singolarmente alogica e capricciosamente emotiva, che
li spinge a scombussolare ogni piano percettivo e ogni visione dotata
di forma e senso, mescolando tutto quello che viene loro in mente,
nel nostro caso chiamata “cuore”.
Ciò mi ricorda quello che facevamo da bambini, quando, alla fine di
un pranzo, versavamo in un bicchiere caffè, cenere, sugo, limone,
zucchero, sale, aceto e olio, vino, parmigiano e salse di ogni tipo,
con la sensazione di aver prodotto qualcosa di originale ma con la
coscienza di non poterlo offrire a nessuno, se non per scherzo. Tale
coscienza, crescendo, si è smorzata.
Seduti davanti al foglio i lirici di massa attivano un processo di libera
associazione, intinto in un liquore verbale solenne e liturgico. che
spruzzano con allusioni a dolori misteriosi, e talora cavernosi.
Nessuno può credere che centinaia di migliaia di persone soffrano
tanto e così assiduamente e che al minimo varco di paesaggio legioni
di esseri umani si sentano volteggiare in preda a estasi, o che al
minimo scambio di sguardi divampi in loro un amore degno di
Tristano e Isotta. O che tanti altrimenti scanzonati concittadini
pensino alla morte ogni minuto e si atteggino così tragicamente per
qualche altra ragione che non sentirsi finalmente al centro
dell’attenzione, nella folla, in qualità di anime sublimi e delicate.
E tuttavia, componendo versi, ciascuno apre oggi le porte del
mondo e si candida a sacerdote lirico dell’umanità, prima di
riavvolgersi nel sudario della sua solitudine, anch’essa teatrale e poco
verosimile.
Si è tentati di dire che tanto più si scrivono poesie d’amore tanto
meno si ama, tanto più si scrivono poesie di sdegno civile tanto
meno si agisce contro le ingiustizie, tanto più si cantano il dolore e la
2540
morte, tanto più si sta di buon umore e si vive alla giornata. Tanto
più si dimostrano intuizioni acrobatiche, tanto meno si capisce
qualcosa di vero.
Scorrendo nei decenni tanti di questi libri lirici in diverse lingue, mi
sono convinto che si tratta in realtà di un libro unico, di un’anima
collettiva mondiale che si sveglia ora in questo ora in quella,
perseguendo lo scopo non di scrivere poesie che diano agli altri un
varco di luce conoscitiva o una catarsi del sentire, ma che dicano al
mondo: “Io esisto. Io sono esistito.”
Considerata in questo modo la lirica di massa, altrimenti
imbarazzante o irritante, non si può che riconoscere nascente da un
desiderio legittimo, perché chi, sapendo di sparire per sempre, e
avendo i mezzi minimi culturali per sopravvivere, non cercherebbe
di provvedere affinché altri esseri umani un giorno sappiano almeno
che egli un giorno è esistito?
Letta in quest’ottica, la più veritiera, la lirica di massa mi sembra
degna di rispetto e di ascolto paziente, benché sarebbe molto
meglio, piuttosto che segnalare il proprio vivere agli altri umani o ai
posteri l’essere vissuto, fare direttamente qualcosa di utile e buono
per loro in corso d’opera.
31 marzo
Nozze d’oro tra anima e corpo
Significativo che con gli anni un male spirituale diventi subito un
male fisico, cosa che è segno di indebolimento, se una delusione
basta a darti mal di stomaco e una prova intellettuale pubblica a farti
salire la pressione. E tuttavia questa correlazione matrimoniale più
stretta tra corpo e anima, appunto come in una coppia ormai
abituata a convivere da decenni, è anche salutare, perché tu non puoi
persistere in un dolore vano, non puoi insistere in una rabbia
furiosa, non puoi abbandonarti in una malinconia struggente perché
tendi ad avere capogiri, a congestionarti, a cadere nell’ansia e nel
panico, come stato prima del corpo che dell’animo.
2541
Il corpo prende a comandare troppo, si dirà, ma è un troppo
benevolo compagno, e anzi sposo, dell’anima visto che la loro
convivenza, perlomeno in questo mondo, è indissolubile e, se lo
curi, esso farà in modo che la tua anima possa germogliare e fiorire
in ogni età della vita.
L’anima è donna e il corpo è maschio, naturalmente. Almeno in noi
uomini. E nelle donne? Forse il contrario?
Autonomia dall’amore
Posto che mi è impossibile usare l’espressione fare sesso senza
pensare subito a una ginnastica, senza legarmi a formalismi
generazionali, parlerò di fare l’amore, giacché credo che, non dico
proprio e sempre l’amore, ma un sentimento in quel fare debba
esserci, e generoso e caldo, benché subitaneo ed effimero, affinché
un maschio e una femmina possano accoppiarsi e goderne, giacché
non è per forza godere spruzzare sperma o esserne innaffiate.
E osservo che le donne hanno un’autonomia molto superiore agli
uomini dal piacere che dà l’atto d’amore. Tanto che, pur avendo
goduto al meglio e pienamente, esse riescono a staccare subito
dopo in modo repentino, rimettendo in moto subito le loro attività
o i loro pensieri e sensazioni, mentre noi uomini echeggiamo e
restiamo invischiati da una malia che ci imbambola e ci rende
storditi, quando non ci addormentiamo.
L’affermazione Omne animal triste post coitum non l’ho mai
sperimentata, semmai il placamento del desiderio e la sensazione
calma e governata che almeno una questione cruciale è sciolta nel
modo migliore per entrambi. Le donne poi non sono tristi affatto,
anzi sempre più dinamiche e pronte ad affrontare i casi loro e quelli
degli altri. Tanto che mi domando come possa essere nata questa
convinzione, forse per una propaganda avversa, soprattutto
religiosa, tesa a dimostrare che si tratta di un piacere effimero, di cui
si paga il prezzo. E proprio quando per una volta il piacere è
gratuito.
2542
Osservo anche come una donna possa non fare l’amore per anni e
anni, e quando lo fa lo vive come se lo facesse abitualmente e non lo
carica di significati ideali o emozionali che lo trasfigurano e lo
prolungano nell’immaginazione e nel ricordo, trovandolo normale.
Tanto che capita che un uomo abbia la sensazione infondata che lei
l’abbia fatto per lui, e per il suo piacere, tanto poco lei indugia non
dico a descriverlo ma anche a considerarlo.
I questionari sulla frequenza degli atti sessuali che ingenui
professionisti delle statistiche si ostinano a somministrare sono
naturalmente tutti falsi. Perché chi fa spesso l’amore non ha nessuna
voglia di andarlo a raccontare e chi non lo fa mai, mai lo
ammetterebbe. Tutti si orientano a rispondere secondo un piano
ideale immaginario che dovrebbe corrispondere a un’aspettativa
sociale media, in tempi notoriamente di clamorosa energia e vitalità
pubblica, o a un suo ideale adolescenziale.
In genere credo che si faccia molto meno l’amore che in altri tempi,
perché basta seguire la vita delle donne per sapere esattamente che la
sera sono disfatte dal lavoro e dalla famiglia, mentre gli uomini,
meno istintivi e primitivi che in epoche passate, non riescono a
eccitarsi se la donna non li fa sentire desiderati.
Le donne, vedendo impallidire il mito della loro bellezza, decidono
che l’uomo non può più desiderarle come una volta, e quindi
preferiscono il piacere della castità, la cui potenza non va affatto
sottovalutata, che cresce con l’età, come una morfina opposta
all’oppio dell’amore fisico, e alla quale si deve resistere con un
guizzo di volontà prima che di desiderio.
Una volta nel gorgo della giostra il desiderio irrompe ma è la
decisione di entrare in quei preparativi fluttuanti che lo consentono
a essere ostacolato dal ritmo troppo veloce delle azioni e dalla
frenesia delle sensazioni che non si riesce a rallentare e a disporre a
quella trance animale che precede l’atto.
2543
Vedi una donna calma e lenta infatti e subito pensi a desiderarla. Ne
vedi una scattante e dinamica e pensi a lavorarci insieme. Lo stesso
capita alle donne, basta che quella calma indichi padronanza.
Benché un giovane non l’ammetterebbe, esistono donne e uomini
che non hanno mai fatto l’amore in vita loro, e che non sono vergini
se non perché lo fanno da soli. Le donne che non hanno un
compagno solo in rarissimi casi rinunciano a immaginarli
toccandosi. E gli uomini soli mai.
Così la società dello spettacolo, dell’immaginazione scorporata, dei
guardoni della vita altrui e della propria, intacca l’amore che è
sempre duale, e genera moltitudini dedite al sesso autogestito che,
quanto a piacere fisiologico, è per l’uomo, come per la donna, più
passivo, statico e languente nel caricamento ma altrettanto vivo
nell’effetto.
L’eros femminile non culmina in un getto ma in uno sbocco più
lento, largo, durevole, volteggiante, come in una planata rischiosa e
senza freni, in una vibrazione in assenza di gravità, invisibile e
inverificabile materialmente, e perciò più potente e spirituale (come
ho appreso e intuisco).
1 aprile
Rabbia e malinconia
La rabbia è spesso il rovescio della malinconia, infatti ci eccitiamo,
sdegniamo, arrabbiamo per le ingiustizie sociali o per le nostre
beghe di lavoro o familiari, quando siamo delusi, avviliti, prostrati e
inclini a cedere. E a volte reagiamo alla malinconia passiva con una
controffensiva di iracondia, a volte la rabbia previene una caduta che
si presagisce prossima.
In questo caso i familiari commentano che è meglio veder reagire
una persona, facendo fuoco e fiamme, perché almeno si sfoga, che
non sopportare il suo abbattimento e l’indolenza funerea di chi non
2544
ricorda neanche più le cause del suo stato e finisce per sentirsi vano
e indifferente a tutto.
Non è sicuro però che lo sfogo, salutato come una terapia
indispensabile, quasi parlando e smaniando gli umori cattivi
uscissero dal corpo, sia sempre e per tutti efficace. Esistono persone
infatti che sfogandosi aggravano il proprio stato e lo sentono ancora
più drammatico e insolubile che non sopportandolo in silenzio.
Se anche non sempre vale, la regola che piangendo tu senti più
profondamente le ragioni del pianto e smaniando carichi sempre più
la gravità della situazione si verifica in tutti quei casi nei quali la tua
maggiore vitalità reattiva finisce per essere soltanto fisiologica e,
tutt’al più, simbolica, affrontando i problemi in un teatro in cui sei il
protagonista contro la sorte, che però non si presenta in
palcoscenico.
Le nostre capacità di cambiare il paesaggio interiore, per esempio
mettendoci a ridere all’improvviso e continuando a farlo finché non
diventiamo di buon umore, sono molto più spiccate di quanto non
si creda, ma tanto più in quanto la nostra sorte dipende soltanto da
noi stessi, cosa che accade rarissimamente e per breve tempo.
2 aprile
Cattolici e comunisti
L’effetto della religione cattolica, specialmente se vai a messa o
condividi in ogni modo con altri la tua devozione, è un calmante
potente e soprattutto un’educazione sentimentale efficace, a
prescindere dalla forza della tua fede e dalla solidità delle tue
credenze, avviando alla mitezza, alla pazienza, alla sopportazione, e
così anche rendendoci quella lucidità indispensabile a tentare di
strecciare gli affari ingarbugliati, segnando un sentiero scomodo ma
affidabile nella selva indistricabile delle passioni umane. Rimedio che
a me manca ma che riconosco salutare e degno, nonché benefico
socialmente.
2545
L’antagonismo tra cattolici e comunisti, che si è sviluppato con
veemenza fino a un paio di decenni fa, ed oggi sopravvive sotto
traccia e in modo sparso e intermittente, è l’espressione di due
opposte reazioni, e addirittura di due temperamenti opposti.
Se ne è indotto che i cattolici finissero per non voler cambiare
niente, esortando alla sopportazione, e quindi diventando inclini a
lasciare intatti i rapporti di forza ingiusti e violenti. Cosa vera
soltanto in via teorica, giacché essi, agendo sugli effetti e ignorando
le cause, addebitate alla natura umana immutabile, possono anche
riuscire a rimuovere le cause, per via indiretta e psicologica.
I comunisti invece, proiettati verso il cambiamento efficace, grazie
anche alla rabbia e allo scontento espresso e reattivo contro le
violenze sociali da parte dei potenti, inclinerebbero all’orgoglio, alla
fierezza, all’indipendenza e alla lotta aspra, cadendo nel rischio di
esaurire l’energia nella critica del male e nel disgusto aspro per le
ingiustizie, e cioè in modo simbolico e astratto, cozzando però
contro le architetture meccaniche del potere che, di solidissimo
metallo, si presenta però in forme sguscianti, segrete, truccate,
menzognere, finendo per non essere mai attaccabile direttamente.
Essi invece, insistendo sulle cause profonde dei fenomeni, quasi
sempre per loro di carattere economico, aiutano tutti a non
pretendere di risolvere le ingiustizie in modo personale, di volta in
volta che si presentano, generando un allarme sullo stato di guerra
segreto della società, che sveglia i placidi dal sonno della loro
conquistata mitezza e arrendevolezza.
Da ciò ci ricava che bisognerebbe amalgamare e compenetrare di più
i caratteri degli italiani, conservatori in massimo grado nel non voler
cambiare mai, insistendo a ribadire la loro parte di giustizia, che da
sola diventa blandamente efficace.
Ci vorrebbero una fierezza e un orgoglio di giustizia cattolici e una
mitezza e lucida pazienza comunisti, oggi di fatto liberalsocialisti, o
di morale laica che dir si vogliano, senza cadere sempre in questa
maledetta polarità italica, per la quale se certe qualità sono di una
parte l’altra deve coltivare per forza quelle opposte.
2546
Fa riflettere il caso di quei comunisti, come Piero Ingrao, sensibili
alla poesia e capaci, specialmente invecchiando, di dolcezza, e di
quei tanti cattolici, spesso preti, battaglieri ed energici nella lotta
contro i mali sociali, i quali subito vengono apprezzati e riconosciuti
da quasi tutti, esprimendo un bisogno profondo di compenetrazione
dei valori presente in moltitudini di cittadini.
Questa trafila di pensieri, in apparenza autonomi e lontani, sono
intimamente legati tra loro, giacché sono partito dalla rabbia e dalla
malinconia per arrivare ai cattolici e ai comunisti, giacché è così che
pensiamo in modo vivo. E quando in un saggio monografico
affrontiamo un tema, definito dal titolo, non per questo smettiamo
di procedere in questo modo, e cioè per analogia, per somiglianza e
per contiguità, come scrive in modo esemplare David Hume.
Corriamo in una pista e, mentre un telecronista interiore continua a
ricordarcelo, noi riversiamo sul tema scelto le sollecitazioni e
suggestioni che nascono dal nostro vivere, catturando gli echi della
cronaca e le onde delle passioni, e riversandole in ciò che scriviamo,
dove più dove meno.
3 aprile
Cristiani in guerra
Nel Natale del 1914 il Belgio era occupato dall’esercito tedesco e il
cardinale Mercier distribuì ai fedeli e agli altri cittadini una lettera
pastorale, intitolata Patriottismo e Resistenza, nella quale leggiamo:
“Cristo incorona il valore militare e la morte accettata in modo
cristiano assicura al soldato la salvezza della sua anima (…) Il
soldato che muore per salvare i suoi fratelli, per proteggere i cuori e
gli altari del suo Paese, rappresenta la forma più alta dell’amore.”
Scopro l’esistenza di questa lettera grazie a Ernst H. Kantorowicz
che, nel suo saggio Pro patria mori (in I misteri dello Stato, p. 68), con la
lucidità sintetica che gli storici giuristi riescono a conseguire,
affronta il problema più terribile della storia, se un cristiano possa
fare la guerra senza macchiarsi di una colpa irredimibile.
2547
Mercier è stato un uomo ammirevole, che ha incoraggiato il suo
popolo alla resistenza, ma affermare che Cristo “incorona il valore
militare” è una follia, visto che esso significa, sì, resistere
all’aggressore ma non puoi farlo se non aggredendo e uccidendo a
tua volta. Che cosa vuol dire “morire per salvare i suoi fratelli”? Si
parla di un sacrificio da onorare, ma non dimentichiamo che si tratta
di uomini che vengono uccisi mentre cercano di uccidere. La
domanda vera è allora un’altra: “Può un cristiano uccidere per
salvare i suoi fratelli?”
Definirla “la forma più alta d’amore” è un atto che si deve
comprendere in situazione, a Paese violato, e non stando seduti
come me in una casa pacifica e sicura, e immaginando che Mercier
pensava a uomini senza nessun desiderio di uccidere, e che tuttavia
lo hanno fatto, pronti a morire se necessario, con azioni di guerriglia
assai rischiose. E tuttavia ragionare così, mentre è una nobilitazione
ammirevole della chiesa a cui Mercier appartiene, tutt’uno col suo
popolo offeso, è uno stravolgimento della parola di Cristo.
Infatti è proprio in questo campo che si misura la distanza di ogni
chiesa cristiana da Cristo, giacché ogni chiesa vuole il cristiano nel
fuoco della storia, cerca di innestarne la vitalità sociale, in base al
contesto storico, nella parola di Cristo, in quanto ogni chiesa è
intimamente legata alla storia del suo popolo. E c’è da ringraziare
quando essa si schiera, come nel caso del cardinale Mercier, dalla
parte degli oppressi.
Ogni chiesa ci dice che un uomo e una donna sono cristiani nella
situazione concreta storica in cui si trovano e devono fare i conti
con quella, senza sottrarsi e senza evadere, giacché si muore e si
combatte intorno a loro, battendosi, secondo Mercier, non soltanto
per la protezione delle persone care e dei concittadini, e cioè della
patria, ma anche per la difesa di diritti elementari, come quello
dell’indipendenza e del rispetto di leggi e diritti internazionali.
La guerra è già scoppiata e tu che cosa fai? Decidi di non uccidere:
benissimo, e allora? Ti barrichi in casa, ti nascondi, scappi? Fai
2548
l’infermiere, curi i feriti, seppellisci i morti? Non uccidere è troppo
poco quando gli altri vogliono uccidere te.
La posizione del cardinal Mercier ha alle spalle un’antica tradizione
nella chiesa cattolica, eppure non risulta che dare a Cesare quel che è
di Cesare voglia dire anche combattere in una guerra di Cesare o
contro Cesare, anche se ci troviamo dalla parte giusta, giacché un
cristiano non deve mai uccidere. Neanche per difesa personale o
della patria? No, perché altrimenti la propria vita o la propria patria
diventano superiori alla verità di Cristo.
Immaginiamo cosa accadrebbe se i cristiani, in luogo di difendere la
patria, o di combattere nell’esercito nazionale, si lasciassero
sterminare, senza cercare di arginare il male. I prepotenti si
scatenerebbero, eccitati dal dolore delle vittime, esaltati dalla loro
resa, e dilagherebbero, facendo trionfare sulla terra la bruta volontà
di potenza e schiacciando i deboli dovunque li trovassero.
È vero. Ma allora dobbiamo dire che quei cristiani, che fanno la cosa
giusta in quanto uomini nobili e di valore resistendo, in ogni caso
tradiscono la fede e l’amore. Fanno il male in risposta al male, per il
bene di altri: irresolubile contraddizione che soltanto Dio può
sciogliere. E che nessun cristiano al potere, dal papa in giù, è mai
disposto ad ammettere che si ponga, sia per la superbia di credersi
portavoce di Dio, sia perché coltiva un’idolatria della storia in
quanto manifestazione di Dio. Sia perché vive nella menzogna,
pretendendo di risolvere le contraddizioni da solo, protetto dalla
chiesa, altrettanto ambigua.
Ecco che la chiesa, nella sua storia travagliatissima, ha scelto o di
promuovere guerre, promettendo la salvezza ai crociati, né più né
meno come oggi se la sentono assicurare i terroristi islamici,
forzando la parola del Corano. Oppure di accettarle e lasciarle
combattere come un male inevitabile, mai imponendo ai credenti di
rifiutarsi di prestare servizio militare, di abbandonare le armi e
disertare.
Urbano II affermava che partecipare alla crociate dava remissio
omnium peccatorum. E non già, come si legge nel Canone di Clermont,
2549
soltanto delle punizioni temporali che la chiesa stessa aveva facoltà
di imporre. Come se uccidere un musulmano fosse meno grave che
uccidere un cristiano, perché lo si liberava, con la morte, anche del
male, mentre è il peggiore tradimento della parola di Cristo, perché
fatto in suo nome.
Un’onda di vitalità e di potenza, di cinismo energico e di selvaggia
idolatria della storia ha nutrito le scelte dei capi della chiesa cattolica,
che poi sono state temperate dal soccorso e dalla cura dei feriti, dai
compianti dei morti, dalle invocazioni a Dio, segretamente pensando
che, se una guerra è scoppiata, essa dovesse rientrare nei suoi piani
misteriosi.
Il fatto è che tutte le chiese, abituate a onori, potere e sicurezza, si
trovano sempre impreparate nell’ora collettiva della disperazione e
della tragedia, e non vogliono rimanere a nessun costo dalla parte
del martire passivo e non violento, giacché devi farti debole per stare
col debole, e povero per stare col povero, rivelando così
quell’astuzia che le ha fatte sopravvivere, quella malizia a fin di bene
che ha reso loro possibile lenire le miserie e i dolori dei più indifesi,
ma al prezzo di macchiarsi di peccati irredimibili. Tra Dio e Cristo
esse scelgono sempre Dio, quando il conflitto si pone. E Cristo
torna a essere il Figlio che non può sapere l’alta volontà del Padre,
esperto della durezza implacabile del mondo che ha creato.
La tragedia di un papa: macchiarsi di un peccato mortale per salvare
qualche uomo in più. Più di uno se ne è dovuto imbrattare, e non
esito a pensare che alcuni l’abbiano fatto precipitando in un abisso
di dolore.
Una responsabilità che ci è risparmiata ma anche una responsabilità
che dipende dalla condizione in cui ci si mette, giacché chi osa farsi
portavoce di Dio è messo nella condizione terribile di decidere della
sorte di milioni di persone, senza averne il diritto e in contrasto
violento con la sua fede e il suo amore.
Che cosa fare allora in caso di guerra? Proteggere e aiutare finché
puoi i cari e i concittadini, senza armi, e fino al martirio. Detto
2550
questo, ogni altra cosa diversa, che quasi sicuramente farai, sarà tua
responsabilità, da condividere o no, ma non trucchiamo le carte.
5 aprile
Sul tradimento
La chiesa, diventando una potenza secolare, uno stato ricco e
dominante per secoli e secoli, più di dieci, se vogliamo risalire alla
donazione di Sutri (728 d. C.), si è macchiata di alto tradimento
verso Gesù. Lasciamo stare, in quanto conseguenze, le violenze e le
persecuzioni che ha compiuto in suo nome, che è il peccato più
grave che un uomo possa compiere, e non vale dire che si tratta di
un’istituzione, che è fatta di uomini, ciascuno dei quali resta
responsabile e non può nascondersi dietro le sue mura e le sue
tende. E risaliamo all’origine.
Col semplice fatto di detenere un potere temporale, la chiesa ha
tradito: tutto il resto è una conseguenza tragica. Sappiamo, e se non
lo sappiamo dobbiamo apprenderlo al più presto, che per noi
uomini è impossibile non tradire. La cosa giusta da fare allora, da
parte della chiesa, essendo sempre e comunque macchiati tutti da
questa colpa, dentro o fuori della chiesa, è di ammetterlo
risolutamente e dire: “Abbiamo tradito Cristo e allora dobbiamo
cercare con tutte le nostre forze di fare oggi il bene in qualunque
modo.” E non di nascondere a sé e agli altri il tradimento, dicendo
che non è vero, che addirittura si è il portavoce privilegiato e unico
della sua voce.
Penso che molti papi, cardinali, vescovi, chierici abbiano nei secoli
sofferto pene indicibili per questo tradimento, tanto più se non
l’hanno mai ammesso, col risultato di essere diventati violenti verso
gli altri, e specialmente verso coloro che lo dicevano apertamente,
responsabili ai loro occhi di dire la verità, anche se hanno finto di
crederli eretici o istigati dal diavolo.
Il dramma che si è posto alla loro coscienza si può esprimere così:
“Per appartenere al mondo e agire in esso, noi dobbiamo avere
2551
potere, anche militare, e facoltà di repressione, perché altrimenti gli
uomini si scateneranno selvaggiamente, non solo contro di noi ma
contro ogni altro. La chiesa cattolica ha raddolcito e temperato la
malvagità e la crudeltà umane, costituendo l’unico baluardo per
milioni di poveri e inermi, che altrimenti sarebbero stati ridotti in
schiavitù da poteri molto più aspri e spietati del nostro. Noi membri
del clero abbiamo fatto il male a fin di bene, abbiamo tradito per
agire nella realtà storica concreta, scongiurando mali peggiori
perché, se non avessimo accettato di macchiarci di colpe
imperdonabili, che nel chiuso della nostra coscienza soffriamo
atrocemente, non avremmo salvato dagli imperi e dalle dittature
milioni di esseri umani.”
Chi così pensa non ha alcuna fiducia nell’essere umano, non guidato,
non educato, non addomesticato, non ridotto a mitezza, lasciato alla
battaglia della vita nuda e cruda. Non vede mai come adulti la donna
e l’uomo ma sempre come figli da proteggere, tutelare e ridurre
all’obbedienza, e si assume una responsabilità precisa, in quanto si
schiera con il mondo, aspirando a combattervi per il bene ma con le
sue armi. E soprattutto non manifesta quella fede nella parola di
Cristo sulla quale pure la chiesa è edificata.
Ritenere che la chiesa cattolica sia la prosecuzione storica della verità
di Cristo mette la chiesa, che se ne sente così orgogliosa, serena e
potente, in una contraddizione profonda. Essa infatti ha sempre
combattuto il panteismo naturalistico, e cioè la presenza di Dio in
tutta la natura, ma non si accorge di cadere nel panteismo storico, e
cioè nella presenza di Cristo in tutta la storia, orientata dalla chiesa,
assicurandosi l’eredità apostolica.
Quanti cattolici russi (come ci fa sapere Miłosz in La mente prigioniera)
hanno pensato che lo stalinismo rientrasse oscuramente nei piani di
Dio, quanti hanno salutato in Mussolini l’uomo della provvidenza,
quanti dal medioevo a oggi hanno invocato imperatori e re a
sostegno della fede cristiana, perché hanno pensato che qualcosa di
divino e di voluto dall’alto si rivelasse, visto che è accaduto, al di
sopra delle volontà di tutti. E non è questo un tradimento per
godere la logica violenta del mondo dalla parte giusta, e cioè
preponderante?
2552
Pensiamo che la chiesa cattolica non esista. Una malinconia
profonda prende i nostri cuori, un senso di desolazione per un
mondo disadorno e affidato a se stesso. Immaginiamo conventicole
cristiane segrete e ridotte ai margini, inclinanti a perfezionismi
pericolosi, a forme di ascesi e di purezza riservate a pochissimi e
tendenti al fanatismo e alla selvatichezza superstiziosa.
Se ci accade così, vuol dire che non abbiamo fede nella parola di
Cristo e nella nostra natura, e vogliamo mischiare il mondo a Cristo,
che si rivela a chiunque e in qualunque momento. Ammettiamolo,
siamo onesti e soltanto così si potrà proseguire un’opera cristiana.
Neghiamolo e saremo vigliacchi.
Essere o non essere membri della chiesa non importa, se ritroviamo
la franchezza della nostra debolezza.
Esistono società, come la francese, nelle quali la chiesa cattolica è
molto debole e marginale, eppure gli uomini non sono affatto
peggiori, anzi meno ipocriti, più solleciti del bene pubblico, meno
inclini alla corruzione che non in Italia, sede del papato. Il che ci
significa che non è la natura umana che ha tale bisogno
dell’educazione materna della chiesa per non sgarrare ma sono i
membri della chiesa a volere gli uomini dipendenti e peccatori per
giustificare la propria esistenza.
12 aprile
Narcisismo patetico e spavaldo
Quando il narcisismo di uno scrittore viene lasciato libero di sfogarsi
in un romanzo, si possono distinguerne due tipi: quello patetico e
quello spavaldo. Una vera epidemia del primo tipo si è dispiegata in
Italia a partire dagli anni Ottanta quando uno stuolo di narratori,
decisi a riconoscersi nel ruolo di figli incompresi a oltranza, si è
dipinto come vittima sensibile e raffinata della famiglia e della
società, esibendo una sensibilità insicura, emotiva e fragile ma
sottilmente arrogante e sprezzante, come sempre accade quando un
2553
uomo indugia a lungo a rimirare le sue ferite e a inventarne di nuove
e letterarie.
Analoga tendenza si è manifestata nella letteratura femminile, nella
quale le donne hanno cominciato a commiserarsi, ostendendo la
loro sensibilità in modo lamentoso e dolente, ma anch’esse
riservando unghiate improvvise e cattiverie sconcertanti, come è
normale che accada quando si indugia in uno stato di confessione
pubblica e intima, che si protrae per centinaia di pagine.
Questa tendenza al narcisismo patetico è destinata a non finire mai
perché la letteratura svolgerà sempre un ruolo confessorio, di sfogo,
lamentazione, sdegno dolente e pianto collettivo sui mali propri e
del mondo, in nome di una finezza del sentire e di una
rivendicazione indiretta di ascolto, compatimento sublimato e
riconoscimenti per tanto versamento di lacrime e pene.
Quando un uomo scrive un romanzo pensa sempre di rivolgersi ad
altri uomini e una donna ad altre donne ma nei fatti è dubbio che un
uomo ami sentire una donna offrire le pieghe del suo animo per una
prolungata esibizione di sfortune e labirintiche insicurezze private ed
è addirittura escluso che una donna apprezzi, o almeno accetti, le
sofferenze intime di un membro della specie maschile che vorrebbe
più decente e sicura.
Che siano altri uomini a condolersi con i loro simili, lasciandoci
trascinare in una confessione impudica e arresa è ancora più
improbabile, a meno che non godano l’autoesclusione dalla lotta di
un esemplare più debole del loro sesso. Che infine una donna ne
commiseri un’altra è possibile, ma giusto con la distanza della
lettura, soltanto se è incline a commiserare se stessa.
Appurato che nella realtà viva atteggiamenti di questo genere
sarebbero snobbati e considerati deprimenti e patetici, resta da
capire perché tali libri abbiano invece udienza e mercato. Forse
perché i lettori si sfogano per interposta persona. Scelgono cioè di
delegare uno scrittore o una scrittrice a sfogarsi in modo indecente
al posto loro, scadendo e svilendosi ai loro occhi, senza nessun
danno per la loro dignità di lettori, attraverso una catarsi per
2554
interposta persona che li gratifica e consente loro di continuare a
disprezzare coloro che nella vita quotidiana si comportano in quel
modo, visto che essi si sono liberati dalla tentazione leggendo.
Molto meglio allora quelle scrittrici narcisiste in modo spavaldo,
sicuro, indipendente, come Rosa Matteucci, in Lourdes o in Cuore di
mamma, che non pietiscono nulla, non mendicano nulla dal lettore,
sono così e basta, e con autonomia esistenziale e stilistica né si
confessano né chiedono di essere accolte nella comunità sociale, ma
raccontano in modo fiero ed energico una storia, che sarebbe bella e
degna anche se nessuno la leggesse.
19 aprile
Il mare dell’emotività
Leggere romanzi di continuo fa entrare in un mare dell’emotività,
visto che le sensazioni, le impressioni, le memorie, le immaginazioni,
che mareggiano di continuo nell’interno, rompono gli argini ad
apertura di libro e sboccano con un getto incontrollato e quasi
onirico nel fiotto emotivo del racconto, mentre due fiumi, quello
dell’autore e quello del lettore, riversandosi insieme nella storia,
lasciano ovunque brandelli di vita interiore che si incollano
repentinamente, spinti dall’acqua e appiccicati dai venti a questa o
quella scena cittadina, a questo o quel volto, a questo o quell’evento
del passato ambientato dove capita nel mondo.
L’emozione seconda e l’immaginazione guidata del lettore inondano
il libro o, più spesso, semplicemente lo bagnano, sciogliendo i
groppi e le tracce emotive dell’autore, ormai disseccate nella lingua
letteraria, come in un erbario, e ridando loro vita. Così, mentre
l’autore viaggia verso emozioni e storie nuove, il lettore ne richiama
in vita le passate e dimenticate, postvivendo, per dir così, le sue
esperienze, in modo che la vita di uno passi in quella di un altro,
senza che sia più di nessuno.
Io prediligo la scrittura ragionata, oggi quasi estinta in Italia, ma non
fredda né geometrica, bensì quella in cui il processo di essiccazione
2555
linguistica e di raffinatura stilistica è già stato compiuto dall’autore,
che è diventato così il primo lettore del suo libro e il primo suo alter
ego, sulla scia della sua stessa vita ormai cristallizzata in arte, il che
consente un maggiore affidamento del lettore secondo, che sa che
c’è una mente che governa l’insieme e che, tanto più sarà trascinato
in alto mare, tanto meglio sarà essere bene governato dal timoniere.
Quando invece un romanzo si presenta irrequieto, palpitante,
smanioso, frenetico, nella trama, nella lingua e in tutto ciò che tocca
ma trova tutto il suo valore e senso nell’essere irragionato e come
viene viene, visto che lo firma un talento che si crede superiore, il
lettore, questo essere più ipocrita di chi è solo uomo, questo essere
inventato ma più intransigente di un adolescente ferito, sarà
diffidente e incline ad azionare le chiuse, spegnendo le emozioni e
chiudendo il libro.
21 aprile
Il non pensiero romanzesco
Principale effetto della gran parte dei romanzi contemporanei,
prediletti dagli editori, e quindi anche dai lettori (e viceversa) è che
essi promuovono il non pensiero. Se un personaggio pensa o dice
una cosa intelligente, se l’autore riflette in qualunque forma, se la
situazione stessa dà da pensare, un libro viene subito ignorato.
Il non pensiero narrativo invece è molto pregiato, o perché induce
un’ipnosi, non profonda ma media, come la televisione, o perché
spinge a elencare gesti, azioni, fatti, detti, avvenimenti, immagini
urbane, oggetti, a condizione che non ci sia niente da pensare ma, al
contempo, rendendo agente e potente, quando ci riesce, questo non
pensiero, che garantirebbe l’esistenza di un narratore di razza.
La vita è fatta così. Imprevedibile, disordinata, senza significati
precisi, neanche politici o filosofici, tantomeno morali o spirituali,
procede e si agglomera in seguito a una serie di situazioni
pulviscolari, che cominciano, prendono una piega, si intrecciano, si
slegano e si dissolvono, senza che se ne possa o debba ricavare un
2556
qualche senso, una visione panoramica, non dico, ma almeno una
prospettiva, una rotta di comportamento, un modello di sguardo.
In questa gran passione collettiva per le cose come accadono, che
segnalerebbero non solo lo scrittore genuino ma anche l’uomo che
compulsa i tempi, notoriamente inclassificabili, dove non c’è niente
di fisso, dove qualcosa è vero sempre fino a un certo punto e da un
punto di vista, l’unica cosa che conta, per distinguere i valori letterari
(se a qualcuno interessano) sono le ragioni formali della percezione
dello scrittore, giacché di lingua o stile non è quasi mai il caso di
parlare.
Tali ragioni, sempre uniche e rivoluzionarie, vengono di solito
scoperte o rivelate da un critico che si accorge che in un romanzo
“c’è una percezione dello spazio inedita” o che “le cose più
importanti vengono regolarmente taciute” o che “la psicologia si
coglie soltanto dai gesti”, qualità questa molto stimata, o che “c’è
un’atmosfera in cui senti l’odore del sangue.” Oppure della neve, del
fumo, di ozono, di piscio, di benzina, di quello che ti pare.
Al romanzo-Asl, quello in cui si descrivono in modo analitico
cartelle cliniche di familiari con esiti funesti, accese da intermezzi
lirici deprimenti, si affianca il romanzo-Amanup (o comunque si
chiami l’azienda dei rifiuti), in cui si mostra la decadenza, la morte, la
decomposizione e il riciclo di tutti i personaggi e gli eventi, con
macabro istinto anatomico. Dal romanzo fotografico, in cui si dice
che il mondo è questo, esponendo fotogrammi, e cioè scene fisse,
senza commento alcuno si va al romanzo-traffico in cui si accelera il
battito del lettore con una corsa spericolata nella vita, costellata di
decine di incidenti di ogni tipo, al termine dei quali i sopravvissuti,
poco inclini alle malinconie esistenziali, pronunciano battute agri e
da veri duri, come veterani della guerra calda o fredda.
In gran voga è il romanzo di sostegno, in cui si narrano, in un’aria di
vetro, gli stati d’animo di esseri alla deriva, o per handicap fisici
oppure psichici, in genere attribuendo loro facoltà misteriose e
rivelative, con un sentimentalismo dolente e quasi sempre ipocrita.
2557
In ogni caso, il romanziere descrive i mali del mondo, intesi come
fatti irrelati, in modo potenzialmente enciclopedico, andando
all’infinito, ben sapendo il piacere collettivo del lamento, la
soddisfazione indotta dalla commiserazione, il gusto di una sconfitta
condivisa, giacché una letteratura del genere canta mestamente la
resa, sicura di trovare accoglienza in una gente ormai rassegnata. Si
tratta di marce di ritirata, di letteratura da Caporetto, nelle quali
l’autore si vuole staccare dalla massa (“leggiadrissima parola”, diceva
Leopardi) in qualità del modo suo, reputato unico e raro, di
rappresentarla e di viverla, il più delle volte ignorando che è il
centesimo della serie.
In ogni scrittore grande vedi invece che sempre il male contiene in
sé l’aspettativa del bene, spesso quello è anzi soltanto un bene
tormentato, osteggiato, pesto e malconcio ma resistente nell’animo
dell’autore. E che è in quel bene, per quanto perdente, e non nel
male descritto e approfondito, che risiede la potenza di un romanzo.
Fosse pure un bene impossibile e perduto, che parla con la lingua
del male.
Così stando le cose, la questione non è di continuare a scrivere
romanzi o di smettere, ma tornare a credere nel senso della vita
(fosse pure dentro il non senso) e che la letteratura sia ricerca del
vero (sia pure dentro il falso), fatta con tutto l’essere (sia pure dentro
il non essere), e in modo proporzionato e conforme alla propria
natura. E altrimenti è meglio salvarsi, e cioè non andare alla malora
con le proprie mani, e fuori della letteratura, ricercando le tracce, le
oasi, i bagliori di bene in chiunque e in qualsiasi cosa si trovino. A
meno che non si voglia morire narrando.
22 aprile
Richiamare l’attenzione
Non c’è miglior modo di richiamare l’attenzione su qualcosa se non
dire che in una persona, in una situazione, in un libro, non ce n’è
traccia alcuna, specialmente quando si nega che sia presente una
tendenza giudicata universale, o almeno ricorrente. Se dico infatti
2558
che nelle parole di un amico non c’è stata traccia di malignità, io
confesserò che ho pensato che vi potesse essere, per qualche segno
o tono che mi è sembrato di cogliere, o che ho pensato altri
potessero cogliervi.
Il risultato sarà che tutti studieranno quel discorso alla ricerca del
punto in cui un’eventuale malignità avesse potuto annidarsi, per
concludere che effettivamente c’era.
Ogni volta invece che qualcuno richiama la nostra attenzione su
qualcosa, vuol dire che si tratta di un punto dolente, irrisolto e
ambiguo, di fronte al quale vuole risultare pubblicamente vincitore
con una posizione chiara e netta, tornando ad arrovellarsi in
solitudine su quel tema.
Se uno difende l’importanza di qualunque valore con energia e
sicurezza di fronte ad altri è quasi sempre perché lo vede vacillare in
sé, come sperimentiamo sia nell’oratoria politica, tanto più gagliarda
quanto più corrotti e scettici sono gli oratori, sia nelle vicende
private, nelle quali non richiamiamo mai l’attenzione sui valori certi
e sentiti, appunto perché tali, mentre diciamo quello in cui crediamo
espressamente quando non ci crediamo più o stentiamo a crederci.
27 aprile
Che cosa penseremo tra un minuto?
Noi non possiamo sapere cosa penseremo domani e neanche cosa
penseremo tra un minuto o due, sia perché il pensiero non è
pianificabile, neanche vagamente, sia perché non ha un’incubazione
prima che le occasioni interiori o esterne lo sveglino e lo spingano
ad agire. Pensare è sempre reagire a un’emozione, una sensazione,
un sentimento, a un altro pensiero, sempre pericolanti, guizzanti,
incerti, quando siamo soli. Oppure a un detto, un fatto, un clima,
una circostanza che ci sbilancia e ci attira, quando siamo in
compagnia.
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Gran parte della novità della vita, essendo le nostre azioni per la
sopravvivenza, nel lavoro, nelle relazioni con familiari e amici, dal
punto di vista visibile e pratico, in gran parte definite, consiste
proprio nel non sapere noi stessi che cosa penseremo, nello stupirci
di pensare questo o quello, nell’assistere sorpresi all’andamento
quasi sempre imprevisto che i nostri pensieri, quasi avessimo dentro
un secondo io, vanno a prendere, più di una volta folleggiando. Ma
anche quando essi si attengono grosso modo alle situazioni, sempre
reagiremo in una forma che un secondo prima non possiamo
prevedere, pur conoscendoci almeno un poco coi decenni, eppure
non riuscendo mai a immaginare che cosa ci passerà per la testa.
Alcuni dicono: “Mi conosco e quindi non mi metterò in quella
situazione, perché reagirei male.” E invece puoi giurare che non ci si
metteranno proprio perché non sanno come reagiranno.
La poesia invece
La poesia invece, al suo stadio germinativo, comincia a incubare
dentro di noi per giorni e giorni in modo indeterminato e vago,
languente, fermentante, senza che ci sia un orientamento e neanche
una scrittura mentale di qualunque genere. Finché arriva il momento
in cui una frase raccolta al volo camminando, una reminiscenza, un
desiderio, simili a quelli occorsi centinaia di volte e lasciati cadere,
vengono a un certo punto catturati al volo, diventando per la prima
volta significativi, attraverso un’attrazione poetica che li collega, pur
nella sensazione che intervenga un’associazione casuale e
leggermente indegna.
E quelle frasi fatte, quelle sensazioni, quegli odori diventano
soltanto allora pregnanti e concordanti, perché ti trovi nel periodo di
incubazione, che li traduce in versi, non ancora scritti in testa, ma già
significati e ritmati, cosicché puoi anche in dieci minuti scrivere di
getto una poesia che si è venuta formando in quei giorni, trattenuta
da una memoria semisegreta che l’ha tenuta in coltura.
27 aprile
2560
Il dovere dell’amato
Ti odio perché morendo mi hai abbandonato. Oppure ti odio
perché amandomi non sei capace di rendere possibile il nostro
amore. A tal punto credo in te, così tanto per me sei potente non
solo verso di me ma anche per te stesso che se il destino o un
incidente, o una morale sociale, te lo impedisce, è colpa tua e io non
te lo posso perdonare. Chi è amato infatti deve avere la potenza di
gratificare chi lo ama, altrimenti vale poco per una donna.
Chi è amato deve potersi mettere al sicuro dalla morte, deve avere il
coraggio di affrontare le imprese, anche eroiche, necessarie a rendere
possibile l’amore, svincolandosi dai lacci della malattia,
dell’impotenza e del dolore, altrimenti come può dirsi degno di
amore?
Se è vero amore, così ragiona il genio folle del semidio che ci
possiede, la fortuna, il caso e il fato devono inginocchiarsi a esso,
come la viltà e i calcoli quotidiani devono disintegrarsi, altrimenti
come puoi usare quelle parole assolute e iperboliche tipiche
dell’idealismo sentimentale, se non per surrogare la tua impotenza?
Vero amore è quello che giunge a buon fine, se non per una storia
concreta e durevole, per un oltrepassamento dell’infelicità, giacché
l’amante infelice può pur sempre essere felice per il bene sognato
dell’amata, anche in sua assenza.
Ma se l’amata ripone in lui il suo bene e lega alla sua la felicità
propria, anche l’amante più dedito e disinteressato le risulterà un
buono a nulla e un mezzo uomo.
La donna infatti pensa istintivamente che l’uomo disinteressato in
amore sia un debole, mentre reputa se stessa della massima forza se
riesce a manifestare la stessa dedizione per un uomo aldilà del suo
interesse.
27 aprile
2561
Cotte letterarie
Le cotte poetiche degli italiani sono niente più che flirt senza
conseguenze, eccitati dalla ruffianeria degli imbonitori televisivi, ma
veementi ed esclusive finché durano. Lo vediamo nel caso della
Szymborska, oggi accaparrata nelle librerie, poetessa degna di stima
se perfino Brodskij consiglia di conoscerla, ma che gli italiani
leggono cento volte più di Miłosz, che è almeno altrettanto rilevante,
anzi, secondo me, tre volte di più. Ma la televisione lo ignora.
Non so il polacco ma so che il traduttore italiano della poetessa
polacca, Piero Marchesani, che ha tradotto anche le poesie di
Miłosz, ne ha reso i versi con tale finezza da far dire a uno studioso
che nella nostra lingua la sua poesia è migliorata. E quindi forse non
è del tutto insensato dire quello che ne penso, ignorando l’originale.
Mi sembra di intuire si tratti, nel caso della Szymborska, di quel
tipico carattere spiritosamente sfarfalleggiante, e predicante moralità
profondamente leggere, ma pieno di aculei e di labirinti alteri, che
devi guardarti bene dal criticare anche in un minimo tratto, giacché
la cattiveria del giudizio è subito sotto il pelo delle acque materne e
gioviali, sempre ammesso che la corte di donne devote, che si sono
riconosciute prontamente nel suo stile danzante e autoritario, te lo
lascino fare senza incenerirti.
In questi casi si è soliti dire che la banalità è apparente e che le
battute da commedia e le saviezze domenicali nascondano abissi di
senso. Il dettato elementare e di superficie non ci deve ingannare:
una cultura vasta e avvertita si cela sotto spruzzi d’acqua di rose e
schizzi di bucce d’arancia.
Abbiamo a che fare allora con la tipica sfida del carattere femminile
aristocratico, che trova sempre un corteo di donne affini, altrettanto
feline e pronte ad adunghiarti, nell’aria dimessa, sorridente e
innocua, per un mimetismo sofisticato, nel quale identifico la forma
tipica del nichilismo femminile, assai più raffinato di quello
maschile, perché gravido di valori rivendicati e seminato di bontà
antropologica ma dedito in fondo, se non alla guerra perenne, alla
2562
perenne disfida e negazione ironica di ogni accordo e armonia tra i
mondi e i sessi.
Gli uomini sono capaci molto di rado di questa articolazione del
quotidiano, bamboleggiante ma intinta di perfidia e graffiante. I
poeti che vi si misurano conseguono soltanto un nichilismo piatto e
condominiale, se hanno una personalità femminile sotto pelle,
perché non hanno un mondo maschio da sfidare.
Banalità narrate
Quando un narratore descrive giornate insignificanti con una lingua
da scuola media, si dice che è in atto un’operazione raffinata di
riduzione all’essenziale, una scarnificazione esistenziale, una poetica
del dimesso e dell’anonimo.
Sarà, ma allora giornate così piatte preferiamo vivercele da soli,
almeno forse ci rilassiamo, senza trovarle specchiate in un libro, e
battute così banali, a volte con quello spirito che un tempo si
chiamava di patata, preferiamo ascoltarle da persone che
conosciamo e che possiamo scusare con affetto, piuttosto che farci
educare da maestri che hanno preferito tenere gelosamente segreta
la loro cultura profonda, offrendoci soltanto un arbre magique, o da
asceti narrativi che si sono scarnificati misteriosamente, porgendoci
un piatto di ossa spolpate.
27 aprile
L’osmosi
Grazie a Iosif Brodskij
Quando leggo a lungo uno scrittore o un filosofo che ammiro, e si
genera un affetto più forte che se lo avessi mai frequentato, mi piace
chiamarlo tra me con il nome mentre, se li ho frequentati, non riesco
a chiamarceli pubblicamente, e a volte neanche tra me, perché mi
sembrerebbe un abuso di confidenza.
2563
Mi accade così solo leggendo, non per mettermi alla loro altezza,
anche perché l’altezza appartiene ai cognomi, mentre tutto ciò che
pensiamo, sentiamo e scriviamo, se è vero, si lega molto meno al
cognome, allora risonante quasi altro e altero, benché alto e potente
in quei casi, che non al nostro nome di battesimo, con il quale
viviamo noi stessi intimamente e da uomini nudi. E quale momento
solitario è intimo come il leggere?
Con questo spirito ringrazio Iosif, del quale ogni anno rileggo
almeno un saggio, perché venti sue pagine sono così pregnanti, così
ricche di intuizioni che ti appagano e quasi ti saziano. E sono scritte
in una lingua che persino in traduzione riesce bene concertata,
oltreché per merito dei traduttori, perché obbedisce a una sintassi
poetica e di pensiero che è quasi translinguistica.
Chi farebbe a meno dei suoi scritti su Montale, su Auden, sulla
Achmatova, su Stephen Spender? E proprio riguardo al saggio su
quest’ultimo (del 10 agosto 1995) vorrei rendere onore a quella sua
intuizione che chiama dell’osmosi. E cioè la condizione in cui,
quando magari si vivono giorni intensi con una personalità di valore,
come Spender, le cose dette, le sensazioni, le situazioni si
compenetrano, suscitando sempre nuovi pensieri, ricordi e
immaginazioni, che a prima vista non hanno nulla a che vedere con
quello che accade, e invece ne traggono spunto in modo personale e
profondo.
Iosif stesso dice di continuo cose pensate e che fanno pensare per
osmosi e così, non approfondendo quello che ha scritto lui ma
partendo per un tuo flusso mentale, metti a fuoco una sensazione
che non sarebbe mai nata senza le sue parole.
E la mia è questa. Quando mi addentro in una lingua straniera per
giorni e giorni finisco per avere la sensazione che essa venga in me
non dopo l’italiano ma prima. E per quanto conosca ad esempio
l’inglese quasi soltanto come lettore e ascoltatore, e sappia assai
poco conversare, comincio a sentire di essere stato un tempo un
inglese, prima di diventare un italiano.
2564
Poiché non credo, né miscredo, nella reincarnazione, penso che ciò
dipenda dal fatto che una lingua nuova ti ringiovanisce perché tutte
le cose diventano come lavate di fresco, mentre le emozioni e le
sensazioni che tu provi in quella lingua tornano quelle da ragazzo. E
così la lingua in cui ti addentri viene prima nel tempo di quella con la
quale stai invecchiando.
Da ragazzo passavo il tempo libero ad ascoltare le canzoni inglesi,
soprattutto dei Beatles, e così tutto l’emotivo, il canoro, il
sentimentale, più vivo del parlato e del prosaico quotidiano, era in
inglese. Ma è un fenomeno diverso perché, riascoltando quelle
canzoni, io ritrovo, sì, le emozioni di allora, ma in quello stadio della
mia parabola vitale, e non, come accade con l’inglese che ascolto o
in cui riesco a pensare oggi, il quale sveglia in me un’altra giovinezza,
attuale, non la mia di allora, ma quella che avrei potuto vivere da
inglese, non fossi diventato dopo italiano. E che per qualche
secondo ho la sensazione di vivere oggi.
Ho fatto l’esempio dell’inglese, e non è casuale, perché invece il
francese e il tedesco, sul quale ho penato molto di più, risalgono per
me esattamente al punto della mia vita in cui ho cominciato a
studiarli e a parlarli, e forse proprio perché li conosco meglio. E
l’inglese irrompe nella mia esperienza con violenza come fosse tutto
attuale. C’è qualcosa di magico in questa lingua, che credo derivi
anche dall’urto continuo delle parole contro le cose.
Nella lingua inglese c’è infatti qualcosa di selvatico, per come i suoni
vengono pronunciati e stravolti rispetto allo scritto dalla potenza
delle emozioni e dei pensieri collettivi, tanto da renderla una lingua
fisica più di ogni altra a me nota, e carica di sensi e di avventure
affascinanti e scabre, scontrose e dense di affetti, di reazioni fiere, di
guizzi di vita quasi a ogni frase.
28 aprile
Fessure
2565
Esiste anche una speranza matematica, debitamente studiata. Che è
il contrario esatto della speranza vera.
La vera speranza dice: Mi sento il penultimo degli uomini, lontano in
modo infinito dall’ultimo.
Quando impari a trasformare chimicamente la malinconia in allegria,
sei a buon punto della guarigione.
29 aprile
Il diario intimo come genere
Quando i biografi ronzano intorno alle vite degli scrittori come api
agili e assetate, preferiscono tra i tanti fiori sempre quelli che
sbocciano dai diari, nella speranza di trovarvi qualcosa di segreto e
di invitante perché sanno che, se anche gli aneddoti privati e le
confessioni a se stessi non getteranno luce che in casi rarissimi sulle
opere, i lettori ne saranno gratificati, per il piacere di spiare le camere
del cuore che credono riservate a pochi intimi.
Illusione che gli scrittori, quelli che scrivono diari intimi,
assecondano, inventando per il pubblico futuro, se la loro stima di
sé è abbastanza gonfia, una vita privata altrettanto immaginaria, se
non di più, di quella raccontata in pubblico, col risultato che i diari
sono anch’essi un’attività letteraria preordinata, riservata ai devoti, ai
guardoni e ai pettegoli, che garantirà un pubblico secondario e
ausiliario.
Inutile insistere sul fatto che l’autobiografia nel journal è più
smaliziata e ingannevole di quella involontaria, e per questo
inesorabile ed esatta, che si ricava dalle storie narrate di personaggi
immaginari, nelle quali è inevitabile che l’autore parli di sé con
sincerità maggiore, anche perché nascosto da maschere che lo fanno
sentire più al sicuro.
Quando il biografo scopre che lo scrittore non parla mai della
moglie, del marito o dell’amante o dei genitori, o di qualunque
2566
persona cara, centrale nella sua vita, dovrà guardarsi bene dal
ricavarne che essi non siano così importanti come si credeva. Perché
anzi è facilissimo che proprio delle persone intessute con noi dagli
affetti più profondi non si parli mai, o quasi, in un diario.
Sia perché sarebbe sleale dire a estranei, visto che un diario, anche
quello dai toni intimi, è sempre rivolto a un pubblico, quello che
riguarda la persona amata, che perderebbe la sua forza di soggetto,
non potendo dire la sua, sia perché la partita con i più cari è sempre
aperta, in quanto c’è un legame esclusivo in atto, del quale ci si
nutre. E non ha senso voler far sapere a sconosciuti cosa si sente per
loro, in quanto appunto lo si sente, e non lo si vorrebbe compiuto e
risolto in una forma, e tanto più in quella letteraria, giacché vivo
vuole vivo, in un cerchio che non si chiude, benché di farlo sempre
si immagini e si sogni.
Colui che a mia conoscenza è riuscito meglio a parlare della persona
più cara della sua vita, lasciandola integra e viva, è stato Elias Canetti
con l’amata Vera, quasi trasmettendoti il suo amore per lei, nel farla
diventare un personaggio altrettanto straordinario, benché inventato
dal vero e parallelo, della donna reale. Impresa che a Canetti riesce
con chiunque egli racconti, pur amandolo meno, per il suo talento di
ritrattista filosofico, che non ci dà un quadro esistenziale ma
l’entelechia di una persona, il suo ritratto destinale. E come in ogni
ritratto che si rispetti, ciò è gli possibile soltanto ritraendo se stesso.
Per essere te devo essere io.
Andare a curiosare negli epistolari ha senso soltanto se ci si rende
conto che si tratta pur sempre di una forma di letteratura, atipica e
speciale, e cioè di una letteratura a due, che trae il suo piacere e il
suo conforto proprio dall’intimità di escludere tutti gli altri, di
confidare o ascoltare una voce che non è segreta in virtù di qualche
tema proibito o rivelazione inconfessabile, ma sempre e in ogni caso
in quanto rivolta a uno solo.
Per questo, quando un’epistola non contiene un discorso
orchestrato e profondo, che allora prima o poi si riverserà in qualche
opera, o è stata scritta fin dall’inizio per il pubblico, le lettere più
2567
affascinanti sono quelle di coloro che scrittori non sono, perché
convinti che ciò che diranno sarà letto da una persona sola e per
sempre.
Che cosa leggi?
Quando mi vede con un libro in mano mia moglie non mi chiede
mai: “Che cosa leggi?” e io le sarò sempre grato per questo. Quando
infatti qualcuno me lo chiede, io divento all’istante incapace di
continuare a farlo e devo chiudere il libro, che si spegne di colpo ai
miei occhi, come fosse incenerito. E mi domando perché. Forse
perché si è creata un’alleanza segreta con l’autore che mi sta
raccontando o spiegando qualcosa affinché non lo sappia nessuno?
O perché il filo che ci lega a qualunque lettura, magia potente e
fragile, è così sottile che una voce dal vivo automaticamente lo
spezza?
Mentre se sento voci intorno a me, anche vivaci, di persone che si
occupano dei fatti loro, conversazioni e perfino sparatorie televisive,
rumori di ogni genere, passi, urti, spostamenti di oggetti, porte
chiuse con forza, vibrazioni di lavatrici e di lavapiatti non faccio una
piega, anzi mi conciliano la lettura che nel silenzio completo, e in
assetto regolare, seduto a un tavolo con un leggio, mi riuscirebbe
impervia e quasi insostenibile.
30 aprile
Reporter
Angelo Ferracuti, mi dice: “Da anni e anni un libro narrativo, inteso
come fiction, non mi esce più dalla penna. Mi prende molto di più la
realtà dal vivo e scrivo solo reportages.”
Il narrativo, come il tempo e lo spazio per Kant, è infatti una forma
a priori della conoscenza, un’attitudine propria sempre del soggetto
che si apre al mondo, giacché la vita non è in sé per nulla narrativa
ma siamo noi che la rendiamo tale raccontandocela a vicenda. Un
2568
raccontare che, beninteso, fa parte a sua volta della vita, anzi ne è la
miglior parte. E tuttavia sono racconti nati sempre da un’esperienza,
trasmutata in finzione.
Ora, o il narratore scrivente raccoglie i racconti degli altri,
continuando così l’arte della vita sociale, o inventa lui un racconto,
che diventa apologo e allegoria. Ma allora deve avere, nel tempo in
cui scrive, uno sguardo così forte che tutto quello che dice gli
obbedisce, altrimenti è meglio un reportage. Anzi, se il romanzo è
più potente di un buon reportage, soltanto allora è buono. Ma se è
più debole e noioso, come capita spesso, vuol dire che lo scrittore
non è stato un buon reporter della vita interiore. Che non gli sono
accaduti dentro fatti altrettanto importanti di quelli di fuori. O che
sono stati troppo importanti per raccontarli.
Non sempre è il tempo di scrivere un romanzo, come quasi mai è il
tempo di scrivere una poesia. Ma se il tuo tempo è dell’editore e del
pubblico, cosa ne verrà fuori?
Meglio allora narrare la realtà dal vivo, e cioè l’intreccio nella materia
concreta della storia della vita interiore degli altri, soprattutto se, con
una mossa letteraria, lo scrittore racconta in modo indiretto anche la
sua.
Legna da ardere
Si dice che chi scrive non debba mettersi nelle mani di uno
psicoanalista, benché artisti illustri abbiano avuto bisogno, per
decenni, di questa terapia, giacché l’inconscio e i suoi fantasmi sono
appunto la materia che arde in letteratura. Ma vi sono scrittori,
soprattutto giovani che, riuscendo meno a distinguere il reale
dall’irreale, il fattuale dall’immaginario, intendo sempre dentro la
loro psiche, caricano a bella posta le loro angosce, turbe, distonie, gli
eccessi pericolosi della mente, nella speranza di generare così la
legna da bruciare in poesia o nel romanzo.
Ma come la letteratura non si fa con i buoni sentimenti non si fa
neanche con i cattivi, che anzi giungono presto a noia, cadendo nel
2569
manierismo, perché almeno i sentimenti buoni si spera proseguano,
anche se smorzati, nella vita reale, i cattivi invece vi sono quasi
inutilizzabili, anche per le imprese nefande.
Iosif Brodskij scrive, nel suo saggio su Stephen Spender: “In tempi
poco virili come questi (1995), una persona, uno scrittore
specialmente, può permettersi di essere brutale, aspro, meschino,
eccetera. Di fatto in tempi poco virili deve spacciare sangue e
immondizia, altrimenti non vende.”
Il discorso vale anche quando si spacciano angoscia e mestizia,
provate al dieci per cento e simulate al novanta, come se, essendo il
mondo così ingiusto e duro, rivaleggiando con esso in tinte forti e
nere, noi ne guadagnassimo, se non una descrizione più pertinente,
una dimostrazione di quanto siamo cattivi e forti anche noi, nella
gara infantile del negativo, inventando dolori che nessun mortale
reggerebbe a lungo senza finire in una dipendenza da farmaci o in
una clinica.
1 maggio
Andare dallo psicoanalista
Non sono libero di fronte al volume della sfera ma lo sono davanti
alle teorie di Freud, perché non sono e non possono essere
scientifiche. Esse sono da studiare e ammirare come visione
inventiva del mondo psichico ma il discorso cambia radicalmente
quando uno se ne voglia far curare.
Vero è che un pensiero filosofico, benché a Freud ripugnasse questa
definizione, può avere un’efficacia terapeutica potente, tanto che
possiamo immaginare che una serie di incontri sul pensiero di
Spinoza possano smuovere la coscienza più provata e depressa, al
punto che proliferano centri di consulenza filosofica che,
descrivendo ampi giri intorno all’anima di un paziente, piano piano
si approssimano al nucleo del suo dolore immedicato, risultando
salutari. E proprio perché non sei preso di petto tu e la tua angoscia.
2570
Ma quando una malattia psichica si fa radicata e persistente, per sé o
per i propri familiari, essendo ormai quasi tutte le terapie familiari, e
nessuno avendo ormai una vita interiore indipendente, ti trovi però
a decidere se andare non da Sigmund Freud, impresa che
richiederebbe in ogni caso una fede, né presso uno dei suoi seguaci
più illustri, che allora saranno anche autonomi da lui in questo o
quel tratto decisivo, ma dallo psicologo trovato nell’elenco del
telefono o consigliato da amici, quasi sempre del tutto diversi da te.
E allora sarà come gettarsi nel vuoto, non potendo restare sulla terra
ferma che ti sta ballando sotto. E la prima cosa che vorresti prima di
raccontare i fatti tuoi è che lui (o, meglio, lei) ti raccontasse i suoi,
per conoscerlo e sondare se è affidabile, congeniale e in grado di
capire e sollevare un animo straniero.
Ma non puoi farlo perché lo psicoanalista deve restare per te una
maschera insondabile, che ha un diritto assoluto alla sua vita privata,
fatto che subito gli conferisce un potere sinistro, perché si genera
una situazione innaturale, di un ascoltatore protetto e barricato, di
un risolutore dei suoi e dei tuoi problemi, di un’autorità dogmatica,
perché non fondata su di una scienza né su un talento o una
competenza che tu abbia anche minimamente potuto esplorare, il
quale può chiederti tutto di te o invitarti a spifferare tutto, soltanto
perché in fondo sei tu che hai bisogno.
Si dovrebbe inventare una terapia incrociata, nella quale lo psicologo
onestamente si esponga con la sua personalità, invece che con quella
di Sigmund, da lui indossata come un paramento sacro e un
vestimento dottrinario, almeno in una prima fase, finché possa dare
qualche traccia umana di sé al paziente, che altrimenti si sente
indegno e dipendente, non all’altezza di un dialogo alla pari, e
respinto così nella sua malattia, che quindi viene con un mano
alleggerita e con l’altra aggravata.
L’impassibile
La persona che ti può aiutare non lo fa ma tu hai già rinunciato per
tuo conto; l’amico che ti può gratificare resta freddo ma tu l’avevi
2571
già messo in conto; la donna che potrebbe abbracciarti resta sulle
sue ma tu te l’aspettavi. La bella notizia inaspettata non arriva ma tu
la inaspettavi. L’unico modo perché la vita combaci con te stesso
senza attriti, conflitti, tensioni, paure, desideri, è diventare del tutto
impassibile, neanche pronto al peggio, semmai pronto a tutto,
perché nulla, buono o cattivo, ti giunge e ti scalfisce, anche se ti
colpisce. Da ciò si ricava che l’unica forma di pace possibile nella
vita è quella di una mezza morte che, quando non è il frutto di una
disperazione così pronunciata e protratta da diventare invalicabile, è
la condizione più vigliacca e deprecabile che vi sia, benché qualcuno
osi farsene un vanto e un vessillo.
Stranezze dell’amore
L’amore può cadere in letargo e diventare distaccato, per giorni, per
mesi, per anni ma quando ritroverai la vena, sarà la stessa donna che
te lo riaccenderà perché, innamorati una volta, lo si è per sempre,
pur potendo restare ineffettuale e come sotto anestesia il sentimento
per tempo anche lunghissimo.
Stendhal osserva, in De l’amour, che soltanto un’umiliazione cocente
inferta dall’amata ti può guarire del tutto e rendere libero. Questo è
vero però soltanto in un primo tempo, magari per qualche anno,
perché, la cicatrice restando e infiammandosi ai cambi di stagione, la
forza prima dell’amore rinasce, anche se resta in sospensione.
Tanto più forte l’amore, tanto maggiore lo stacco, quando si creano
le condizioni o gli ostacoli che lo causano, e tu vedrai che ti sarà più
facile col tempo essere padrone e governare la tua indipendenza
proprio nei confronti della donna di cui ti sei innamorato, sia perché
sai che è te stesso in altra forma, sia perché sai che non è in nessun
modo te stesso, sia perché sei cosciente di quanto sia raro
innamorarsi, e di quante concomitanze spirituali, più che fattuali,
siano necessarie al fulmine. Sia infine perché a quella donna o dai
tutto o preferisci negare tutto, piuttosto che accettare una via di
mezzo. Ma, senza accorgertene, negando amore, ricalchi gli stessi
solchi del tuo donarlo.
2572
Innamorarsi di una Beatrice vuol dire che il mondo diventa “non
Beatrice”, e questo è ancora sano e avventuroso, quasi dialettico. Ma
quando senti che il mondo dentro cui ti muovi e vaghi disperato
non è Beatrice, ecco che comincia la pazzia.
Amare rende vulnerabili, e quindi coscienti della propria fragilità,
anche se poco inclini a lamentarsene, perché nello stesso tempo
insorge in te una potenza. Questo potrebbe rendere più attenti e
soccorrevoli verso gli altri coloro che sono abituati a sentirsi forti.
Amarsi vuol dire inventarsi l’un l’altro? Io direi piuttosto generarsi a
vicenda, in un parto incrociato, anzi, in una maieutica incrociata,
perché ciascuno aiuta l’altro a partorire se stesso.
Ma non cresci mai perché continui ad amare la levatrice.
Ecco che, dovendosi perdere, per una delle mille costrizioni e tabù
con le quali la morale sociale sa infierire su chi si ama, tu hai
veramente perso l’altro soltanto se non ti ama più, e cioè se recede e
regredisce dal parto, giacché in amore i due esseri possono rientrare
in grembo e vivere in utero da adulti, in una specie di tana e sonno
letargico. Giacché se non si ritrae, l’altro continuerà ad attingere la
vita da te come te da lui, benché duramente.
Ecco l’alternativa più dura che si presenta ai mortali: o vivere da
rinato, soffrendo, o tornare in utero in letargo, che non è né gioia né
dolore ma normale non vita, e cioè post vitam e ante vitam.
Giacché che cos’è la non vita, quella da tutti detta vita, se non attesa
e rimpianto d’amore?
Questo spiega la possibilità di non essere gelosi se la donna o
l’uomo amati vanno con altri, addirittura fidanzandosi o sposandosi,
in quanto sei tu che continui a dar vita, e l’altro ne faccia quello che
vuole, se l’aiuta a trovare un qualche bene.
In Il disagio nella civiltà, Freud riconosce che l’innamorato non è un
caso patologico, anche se, al culmine della passione, sente di essere
tutt’uno con la persona amata, si identifica con un altro essere, il che
2573
va contro tutte le leggi psichiche quanto al rapporto netto e secco,
adulto e maturo, tra l’io e il mondo esterno.
Non so se sia questo però vero amore, il quale consiste invece, come
ho detto, nell’aiutare l’altro a diventare se stesso, nel mentre ti fa
diventare ciò che sei. L’intimità che ne nasce lega due persone dal di
dentro ma non ha nulla a che fare con l’identificazione, e cioè con lo
scioglimento delle differenze, che invece ne risultano spinte al grado
massimo, dando la vertigine della differenza nell’unione più forte
che ci sia.
Il disagio nella civiltà
Il titolo originario dell’opera di Freud, scritta nell’estate del 1929,
non era Il disagio nella civiltà bensì Die Unglück in der Kultur, L’infelicità
nella civiltà, titolo che doveva esser sembrato a Freud troppo frontale,
troppo romantico. Ma sostituendolo con Das Ubehagen, il disagio,
soltanto in apparenza ha attenuato la forza del discorso, perché anzi
ha reso pienamente l’idea di una scomodità perpetua, di un non
sentirsi mai a proprio agio nel letto sociale, in un modo che alla fine,
proprio perché più basso e letterale, finisce per essere più potente.
T.Mann dedica pagine e pagine, nelle Considerazioni di un impolitico, a
distinguere Kultur, tipicamente tedesca, ironica e conservatrice, da
Zivilisation, alla francese, illuminista e progressista. Invece Freud non
vuol fare alcuna differenza tra queste due forme: c’è un’unica civiltà
in questo campo, e le differenze nazionali non sono che sfumature.
Questo saggio, dove la maestria argomentativa, l’onestà irresistibile,
l’ardimentosità e la tenacia tipiche di Freud non possono che
affascinare, è in gran parte un commento al pensiero di
Schopenhauer (mai nominato), ma con una drammaturgia assai
diversa, gelida, asciutta, attenendosi nel modo più ostinato e fedele a
quello che chiama il senso comune, e cioè al senso che secondo
un’intelligenza superiore dovrebbe essere comune a tutti.
Freud scrive che “nel piano della Creazione non è incluso l’intento
che l’uomo sia ‘felice’.” Non essendoci per lui una creazione e
2574
neanche un tale piano, mi sorprende che la metta così benché,
seguendo il suo metodo del sospetto, potremmo considerarlo la spia
di un suo sentimento, o risentimento, segreto.
Ma puoi applicare impunemente la psicoanalisi a Freud? Egli si è
tutelato in ogni modo perché ciò non potesse accadere ad altri che a
lui. E tuttavia un maestro vero forgia sempre le armi più taglienti per
essere colpito, che prima i discepoli più bravi e poi gli avversari
meno bravi useranno contro di lui. Come si può obiettare a Marx,
critico dell’ideologia, che anche la sua lo è, così si può obiettare a
Freud che, se la religione è un’illusione, anche la psicoanalisi lo è. Se
l’arte e la ricerca del vero sono sublimazioni, anche la psicoanalisi lo
è.
L’ideologia di Marx ha infatti lo scopo di trasmettere al proletariato
la forza per andare al potere, soddisfacendo quindi gli interessi di
una classe economica determinata, ma non potendo più aspirare a
essere universale. I borghesi hanno reagito criticando la sua, di
ideologia, e non a parole. Così la psicoanalisi ha lo scopo di far
diventare gli uomini indipendenti dalla realtà esteriore, spostando il
campo di battaglia tutto all’interno della psiche, nell’illusione di
vincerla meglio giocando in casa.
Non devono essere molti gli operai o i contadini andati in analisi, né
tutti coloro per i quali i nostri mali dipendono sempre dalla realtà
esteriore, come in effetti il più delle volte accade.
In ogni caso, i palliativi dell’infelicità, per Schopenhauer come per
Freud, sono gli stessi: la sublimazione dell’arte e della ricerca del
vero, la bellezza, l’ascesi, sia nella versione buddista (lo yoga) sia in
quella cristiana (nominando anche lui San Francesco), l’amore, un
po’ troppo strapazzato. E, aggiunge Freud, la pulizia e l’ordine.
Come mai?
È manifesto infatti che Freud, forse un sintomo sadico-anale?, ama
molto la pulizia e l’ordine, tanto diffusamente ne parla, al punto da
definire “civiltà del sapone” quella in cui sempre più viviamo e da
trovare belli i fiori i balconi con i fiori, mentre il tema della giustizia
sociale lo imbarazza non poco, perché apre questioni che definisce
2575
“spinosissime”, soprattutto pensando al lavoro alienante, che Freud
relega in nota, a tal punto lo mette in difficoltà il solo pensiero.
Ma dove il suo equilibrio stoico, il suo governo magistrale del senso
comune, la sua capacità di dire cose note a tutti con potenza
rinnovata vengono meno è quando affronta la religione, tema che lo
mette in agitazione e lo spinge a posizioni estremistiche e drastiche,
tanto da far sospettare che ci sia dell’altro sotto.
Il sentimento oceanico
Il suo discorso muove da una lettera di Romain Rolland, che gli
parla di un “sentimento oceanico” di origine religiosa, che ci
unirebbe a tutte le creature. Sentimento catturato dalle chiese e
incanalato nelle religioni.
Sigmund Freud non ne trova traccia in sé né può parlarne in modo
sensato, non soltanto perché “non è facile parlare scientificamente
dei sentimenti” ma soprattutto perché esso rimonta al sentimento
dell’io infantile, nei primi mesi di vita, quando il principio di piacere
navigava libero senza dover tener conto del principio di realtà. La
religione sarebbe allora una regressione all’infanzia.
Io dubito di queste verità misteriose incubate nei primi mesi di vita,
alle quali siamo legati per sempre, e ancor più dubito che si provasse
mai tale piacere incontaminato.
Nell’utero stesso non dovevano mancare pene, fastidi, malinconie,
sofferenze, distonie, se pensiamo a quelle madri che, incinte,
corrono e saltano da tutte le parti, guidano automobili, volano da un
continente all’altro. Oppure non si muovono dalle loro città ma
stanno in ansia, hanno paura, si arrabbiano, si intristiscono, si
agitano. Anche lo sballottamento non deve essere stato cosa da
poco. Un ventre materno, sempre in moto, tra i mille suoni e rumori
che vengono dal di fuori, urti e contraccolpi, mentre il feto sta al
buio, o al massimo vede fluttuare macchie colorate, non capisce
come diamine possa sopravvivere in una tana così angusta e densa di
2576
odori, anche disgustosi, deve creare un disagio non inferiore a quello
nella società.
Nel primo anno di vita trionfa il principio di piacere perché non c’è
conflitto col mondo esterno, scrive Freud. Ma che dire dei pianti
disperati, di rabbia selvaggia, che scoppiano di continuo in una
giornata del neonato da un momento all’altro, della velocità
supersonica con la quale un lattante passa dal soddisfacimento della
poppata alla furia più selvaggia, dal sonno beato alle urla terrificanti?
Ma anche ammettendo oasi di felicità neonatale, che ho
sperimentato nei miei figli, benché di durata effimera, di giorno e di
notte, visto che non dormivano più di un’ora di fila, questo
sentimento oceanico della primissima infanzia io non ho avuto la
fortuna di percepirlo, neanche come osservatore. E forse per questo
non riesco a intendere come possa essere l’origine della religione.
Semmai ho riscontrato nei miei figli una condizione di piacere
compiuta quando è cominciato il gioco simbolico, a tre anni circa,
quasi finalmente fossero approdati, dopo tante tempeste, nella terra
promessa. Allora la loro vita, nel governo beato del gioco, mi è
sembrata davvero invidiabile.
Vero è che Freud il suo oceano ce l’ha già, ed è l’inconscio, sul quale
galleggia l’isola della coscienza, e forse per questo prova un po’ di
gelosia e molta diffidenza per questo sentimento oceanico religioso,
per il vero assai vago, di Romain Rolland.
Attacco alla religione
Ma l’attacco inesorabile che sferra alla religione arriva dopo, con una
scarica aggressiva fulminea: “la tecnica della religione consiste nello
sminuire il valore della vita e nel deformare in modo delirante
l’immagine del mondo reale, cose queste che presuppongono
l’avvilimento dell’intelligenza. A questo prezzo, mediante la
fissazione violenta a un infantilismo psichico e la partecipazione a
un delirio collettivo, la religione riesce a risparmiare a molta gente la
nevrosi individuale. Ma niente di più” (2, fine capitolo).
2577
Scatta qui una gelosia molto più sfrenata e quasi selvaggia: la
religione come terapia è infinitamente più potente della psicoanalisi.
Che “la grande maggioranza dei mortali non sarà mai capace di
sollevarsi al di sopra di questa concezione della vita” infantile e
irrealistica è così impressionante per “una mente amica
dell’umanità” da renderne doloroso e umiliante il pensiero, scrive
ancora Freud (2, inizio del capitolo), il quale forse, con una
formazione reattiva, intendeva dire invece che è un pensiero
piacevole e trionfante, come necessariamente deve sentire chi la
vede così.
Osservo che Freud parla in questo saggio di arte di vivere e, più
spesso, di tecnica di vita, e non di scienza di vita, che sarebbe l’unica
scienza sulla quale non si tengono ancora corsi universitari,
essendoci sorprendenti istituti di scienze religiose. E che, pur senza
ammetterlo apertis verbis, egli riconosce che la psicoanalisi stessa è un
diversivo, un modo della sublimazione. E si occupa infatti della
religione come di una tecnica collettiva, spesso vincente, per placare
le nevrosi solitarie.
Quando scrive che la religione “sminuisce il valore della vita”, che
procede cioè con una tecnica ascetica, forse memore di Nietzsche,
ciò accade per sottomettersi, in un delirio collettivo, sempre meglio
di uno individuale, al volere imperscrutabile di Dio, cosa che Freud
non comprende più, perché gli sembra un cammino tortuoso
superfluo. Se ti piace farti servo, fallo subito. Già, ma di chi?
Tecnica di vita
Le teorie di Freud non sono e non possono essere scientifiche,
come Karl Popper ha spiegato in modo convincente, perché non
sono mai falsificabili. Se non ricordi il desiderio di uccidere il padre è
perché era troppo radicato nell’inconscio. Se invece hai memoria di
un sentimento di affidamento totale a lui, come a molti di noi è
accaduto nell’infanzia, non si vede come ciò possa portare a credere
in un Dio paterno. Uno potrebbe anzi dire: “Amo mio padre perché
2578
mi ha sempre curato e soccorso, non amo Dio perché, secondo me,
non l’ha mai fatto.”
Alla fine le teorie di Freud si accolgono per immedesimazione e si
respingono se non sono utili alla nostra tecnica o arte di vita.
Freud inoltre sembra credere che i credenti si abbandonino alla fede
una volta per tutte con cieca determinazione delirante, mentre la
conoscenza dettagliata di molti di loro ci spinge a pensare il
contrario. Che essi mantengano sempre i piedi in due staffe o
caschino di continuo da cavallo.
Freud pensa che un unico desiderio ci accomuni tutti, quello della
felicità, intesa come assenza del dolore ma soprattutto come
“accoglimento di sentimenti intensi di piacere.” Ma tale felicità, per
ragioni sociali e naturali, è impossibile. La società ci impone
continue umiliazioni e proibizioni ma, nella monarchia naturale
assoluta dei primordi, sarebbe appunto la natura a infliggerci
altrettanti dolori. Neanche lì la donna amata ci ricambierebbe, una
malattia improvvisa potrebbe più facilmente colpirci, un assassino
annientarci appena vista la luce.
Sospettando Freud
Verrebbe voglia di compiangere che Freud non abbia mai
conosciuto Leopardi ma poi penso che l’avrebbe trattato come
Nietzsche o come Schopenhauer: “Ho letto Schopenhauer molto
tardi nella mia vita, e per un lungo periodo di tempo ho evitato di
leggere Nietzsche, l’altro filosofo le cui intuizioni e scoperte
coincidono spesso, in modo sorprendente, con i risultati
faticosamente raggiunti dalla psicoanalisi; più che la priorità mi
importava di conservarmi libero da ogni influsso esterno”
(Autobiografia, 5).
Questo passaggio è quanto mai ricco di segnali linguistici
compromettenti. Saranno semmai i risultati suoi infatti a coincidere
con le scoperte di chi è venuto prima, e non il contrario. E forse
che Nietzsche e Schopenhauer non hanno faticato quanto lui per
2579
conseguirle? E infine, visto che la psicoanalisi è una scienza, se Bell
avesse dichiarato che non gli importava la priorità, nella scoperta del
telefono, ma soltanto mantenersi libero dagli influssi di Meucci, la
cosa non sarebbe riuscita almeno buffa?
Viene in mente il passo analogo di una lettera di Petrarca (Fam. XXI,
15) che per la stessa ragione dice di aver evitato di leggere Dante.
Ma entrambi avevano le loro buone ragioni: per tutelare la loro
diversità palese. Come di Petrarca tutto si può dire tranne che imiti
Dante, così Freud è lontanissimo nel punto cruciale tanto da
Nietzsche come da Schopenhauer e da Leopardi. Egli infatti scrive:
“Non esistono istanze al di sopra della ragione” (L’avvenire di
un’illusione, 5).
Per Nietzsche invece esistono, e come. E agiscono dentro la ragione
stessa, se egli è arrivato a coniare l’espressione dichtende Vernunft,
ragione poetante. E per Schopenhauer è la volontà di vita che si
arma della ragione come e quando le serve. Per esempio quando
essa vuole scrivere Il mondo come rappresentazione. Ma è soprattutto
Leopardi che considera la ragione una forza, un’energia, decisiva, sia
pure, ma sempre nel gioco con l’immaginazione, la sensibilità, la
forza delle illusioni, al punto che essa debba volontariamente
contenersi, concertarsi e temperarsi, confrontandosi con la natura,
fino a generare un’ultrafilosofia, e cioè un’armonia temperata di
natura e ragione.
La ragione sovrana
La ragione è infatti una forza, come l’Es, come il Super-io, non è e
non può essere l’istanza suprema e assoluta. Deve anch’essa mediare
e accordarsi con le altre forze. A meno che non vogliamo esentare
soltanto la psicoanalisi dalla partita, alto e sovrano giudice e arbitro,
mentre persino l’arte e la filosofia devono mettersi la maglietta di
una squadra e ingaggiare la lotta sul campo.
Proprio la ragione sovrana spinge invece Freud, con una forma di
idealismo soggettivo a rinverdire, grazie al suo genio, un sistema
romantico tutto internato nel cosmo della psiche (giacché anche il
2580
principio di realtà è nella psiche che agisce). Soltanto così può
generare l’illusione della psicoanalisi, un sistema fitto di intuizioni
profonde e irrinunciabili, costrette però in un piano economico,
sistematico, che non può reggere, perché tutto psichico.
La psicoanalisi è una tecnica di vita, senza la quale Freud non
sarebbe sopravvissuto o sarebbe caduto in nevrosi o in psicosi. Essa
serve al terapeuta quanto al paziente. Cosa scontata. Diciamola,
allora.
La psicoanalisi è un’illusione, utile o addirittura indispensabile alla
vita di molti.
La religione gli appare come un delirio collettivo perché egli
considera solo un cosmo, quello psichico. Non apre le finestre al
cosmo vero, oggettivo, fisico. E non apre le finestre neanche al
carattere duale dell’amore, della fede, dell’amicizia, dell’incontro con
l’anima della donna, non accettando che qualcosa di essenziale si
possa capire soltanto in due.
Il sentimento dell’ingiustizia, connaturata al mondo, non è la molla
centrale del suo pensiero, mentre è proprio esso che sprigiona il
bisogno di un altro mondo, visto che solo pochissimi uomini, come
lui, godono le armi per sopportare altrimenti la vita, e cioè con la
ricerca intellettuale. Mentre miliardi di persone sarebbero esposti
brutalmente al non senso, alla giungla delle malattie psichiche,
pensiero che ripugna.
Tutti si creano una dea, alla fine, ed ecco che Freud attribuisce alla
civiltà intenzioni personali, visto che essa vuole vincolarci in mille
modi e in più legarci tutti tra noi “libidicamente”. Operazione in cui
c’è “lo zampino della natura”, sempre presente dentro di noi, visto
che una società è fatta da uomini, che si portano la natura dentro, e
alquanto fosca, se torniamo ai nostri terribili desideri incestuosi e di
parricidio dei primi anni di vita. Ecco non una, ma due dee
concorrenti, natura e civiltà, in una teomachia sanguinosa, nella
quale ci troviamo in mezzo.
2581
In questo saggio meraviglioso per chiarezza e concatenazione, in
molte cose ne sappiamo quanto prima, tanto che Freud stesso ha
più volte il simpatico dubbio di star sprecando carta e inchiostro, in
altri casi apprendiamo che non c’è via di fuga, se non nella nevrosi o
nel delirio collettivo della religione, peraltro indegno, mentre monta
un senso di calma, di quiete conservativa: la società deve essere
repressiva, dal carcere non puoi evadere, e tanto vale che ce ne
rendiamo conto e ci mettiamo tranquilli. Manca del tutto lo spirito
di rivolta terrena: in questo Freud è l’uomo meno romantico che
esista.
Il non amore di Freud
Freud scrive che Dio non può esistere per i mali orrendi del mondo,
che sono sotto gli occhi di tutti. È bella questa fierezza da
adolescente, giacché la ribellione in lui, tanto misurato in queste
pagine, si scatena soltanto nei confronti di Dio. E tuttavia per il
fatto che, mentre pensa e scrive questo, milioni di bambini stiano
nascendo nel mondo, rendendo quasi sempre felici due genitori,
quante donne e uomini pensano che Dio non possa che esistere?
L’infelicità sociale, che è incancellabile per Freud, maestro nell’etica
del disincanto, non consiste in realtà in altro che nel non amore.
Così intesa, si apre un mondo, che Freud invece si ostina a non
aprire, benché sia tentato e sfiori la maniglia della finestra più di una
volta, dicendoci qualcosa di vero ma sempre in negativo, non
avendo nell’amore una fiducia convinta, bensì molto intermittente e
prudente, che è una disgrazia.
Così egli dipinge esattamente la condizione del non amore, però
come fosse obbligata, considerandola una fonte di infelicità non solo
sociale, ma connaturata, e addirittura risalente alla nostra natura
individuale arcaica, a colpe misteriose e inconsce compiute nei primi
anni di vita, prima fra tutte la volontà di parricidio. Il che è il delirio
al quale si va incontro quando ci si interna del tutto nella psiche,
come fosse il vero mondo, il noumeno.
2582
Segnacoli preoccupanti di non amore sono quelli linguistici, quando
si parla cioè di oggetto sessuale o di oggetto di amore, intendendo
“oggetto” non già come cosa, ma comunque come oggetto della
nostra azione, fisica o psichica, mentre in amore si danno soltanto
soggetti.
Neanche l’espressione più serena dell’amore: “Ama il prossimo tuo
come te stesso”, che in fondo si potrebbe intendere in modo
equilibrato, trova la sua approvazione. Egli sarebbe d’accordo
semmai con il dettame contrario: “Ama il prossimo come esso ama
te.” Come se ce ne fosse bisogno.
Da lui mi sarei aspettato semmai uno stoico: “Ama te stesso come il
prossimo ama te.” E cioè amati poco, con moderazione, che
francamente mi pare più in sintonia con la sua personalità così seria.
Mentre la sua formula non sarebbe lontana dalla legge dell’occhio
per occhio, benché volta in positivo, tanto da poter significare:
“Ricambia l’amore quanto ti viene dato.”
Il maschio non vuole essere privato dell’oggetto sessuale, cioè della
femmina; la femmina non vuole essere privata dei figli. Così Freud
(4). Per lui la femmina non ha gli stessi desideri sessuali del maschio
ma un impeto radicale soltanto per la prole.
La concezione patrimoniale, economica, della felicità, messa in atto
in quest’opera, è tipica del carattere sadico-anale, per usare il gergo
di Freud, il quale aspira in realtà alla tranquillità, alla pulizia della
quiete, all’ordine dei concetti, e così può dipingere un panorama di
infelicità universale, tanto fa ordine e pulizia ogni giorno in sé con la
ragione psicoanalitica.
Scherzare, essere irriverenti, è la voglia che mi viene sempre quando
c’è un pensatore autorevole che ammiro. E con Freud (chiamarlo
Sigmund è impossibile, troppe reti e tabu ha filato intorno alla sua
persona, tanto che non ha più un nome proprio) mi viene da dire
che è un tipo narcisistico, perché tutto introflesso nella psiche;
inibito, perché non è capace di spiegarsi e lanciarsi in un amore vivo
e vero; sadico-anale, perché la sua ragione sovrana è segno di
parsimonia patrimoniale, com’è confermato dalla teoria della
2583
“economia libidica”; affetto da nevrosi, intesa come fuga, più che
dalla realtà economica e politica concreta, dalla marea degli altri, che
vanno bonificati.
Egli dice che ha dato la vita alla psicoanalisi, in realtà ha dato la
psicoanalisi alla vita. Sua e, per il vero, di molti altri.
Non è un caso che in questo saggio non si parli mai del potere
terapeutico della psicoanalisi. Non ci crede più?
Repressione sociale
Alla fine della giostra però il pensare profondo di Freud perché,
anche se non voleva essere considerato un filosofo, egli è forse
qualcosa di più, è un pensatore, al punto che gli è impossibile dire
qualcosa che non abbia pensato dal di dentro e in ogni nervatura,
coglie la natura essenziale della civiltà. E cioè che essa si basa sulla
repressione, sulla proibizione e sulla negazione dei desideri.
Se immaginiamo anche solo per un momento tutto quello che è
proibito fare o dalle leggi o dai costumi morali, o per sopravvivere o
per non perdere la stima, l’affetto, l’amore degli altri o per non
essere isolato e giudicato inattendibile, inaffidabile o pericoloso, ci
mettiamo le mani nei capelli. Non possiamo abbracciare un’amica
perché gli altri non pensino che siamo amanti, non possiamo
carezzare un maestro per non essere visti come ruffiani, non
possiamo frequentare le studentesse per non essere visti come
molestatori o gli studenti per non essere visti come adolescenti
invecchiati o gay. Non possiamo telefonare a chi ci pare per non
risultare sospetti, non possiamo dire in faccia a nessuno quello che
pensiamo per non essere giudicati invadenti, Non possiamo dire a
un poliziotto che è aggressivo per non insultare un pubblico
ufficiale. Non possiamo alzarci in chiesa e dire un’opinione durante
l’omelia per non essere trattati da blasfemi. Non possiamo cantare
camminando né farci vedere in pubblico arzilli. Non possiamo
ridere durante una conferenza o piangere al cinema.
2584
Potremmo continuare all’infinito. E siamo in Italia, poi, cioè nel
Paese considerato in Europa il più libero di modi, dal popolo più
espansivo, invadente, esuberante, indiscreto, irriguardoso della vita
privata, sfrenato negli usi e costumi, indifferente alle regole
dell’etichetta e del vivere civile, temibile per le battute intime e
sconcertanti, anche verso gli estranei e gli sconosciuti incontrati per
strada, incline a dire quello che passa per la testa al primo venuto.
Non vi sembra di vivere in un carcere immenso di cristallo?
E da dove pensiamo che nasca questa tanto decantata vita interiore,
se non dal ripiego del carcerato che ammutolisce e si mette a
coltivare i suoi fantasmi?
E quello che ci dice Freud è che non soltanto quelli che la pensano
come noi, se siamo noi a rompere gli schemi, saranno i primi a
biasimarci ma noi stessi siamo i nostri principali censori, perché la
natura dentro di noi, e quindi dentro la società, è essa a inquisirci per
prima, peggio che in una comunità di mormoni.
La natura è puritana, questo ci insegna Freud. Stavo per scrivere
puttana. Forse le due cose sono complementari.
Postilla non scientifica
Immaginiamo che un uomo e una donna possano realizzare i loro
desideri in un patto a due, simile alla complicità di due ladri,
dribblando la società. Essi non potrebbero amarsi perché non
potrebbero stimarsi. Essendo la stima componente elementare
dell’amore, a dispetto dei romanzi, ed essendo il controllo sulla
stima esercitato in modo monopolistico dalla società, ecco
l’impossibilità che insorgano oggi forme d’amore cosiddette
platoniche o cavalleresche o stilnovistiche.
Ora, posto che l’eros platonico è prima di tutto un eros a tutti gli
effetti, non una sublimazione, se in una società si riescono a
generare forme d’amore aristocratiche libere e concorrenti rispetto a
quelle comuni, tu puoi amare un allievo o un’allieva, nella scuola, o
2585
come nel caso di Socrate, nella piazza. Tu puoi diventare l’amante
sacrificale di Ginevra, sposata al re, puoi comporre un canzoniere
per una donna che nel frattempo fa dieci figli con un altro, puoi fare
da cicisbeo a una dama maritata a un vecchio. Ma in società puritane
come la nostra, perché sempre la democrazia impone il suo
puritanesimo invidioso e gretto, tutto ciò e oggetto di gogna
mediatica.
La gogna, fino all’esecuzione capitale, è sempre stata uno strumento
di consolazione soprattutto per la gente incapace di vivere fuori di
una morale, sempre anerotica e repressiva verso ogni forma di eros
goduto. Basti pensare alle leggi contro l’omosessualità in Inghilterra,
che all’inizio dell’Ottocento prevedeva l’impiccagione per gli
omosessuali, uccisi a decine senza il minimo ripensamento, non
perché contro natura, come dicevano, ma perché più capaci di
godere l’amore.
E pensiamo anche al profondo desiderio pubblico che un
condannato al patibolo vada al supplizio a testa alta, e meno chi ci
va a capo basso ma senza smaniare, per nulla chi si agiti e scalpiti.
Tu sei un uomo se non ti ribelli quando ti ammazzano: singolare
idea di fierezza virile. L’esecuzione pubblica del reo è in realtà
sempre la condanna a morte dei desideri, un’occasione di festa per la
società, anche se oggi si tratta, almeno in occidente, di esecuzioni
simboliche.
2 maggio
Quando ami una persona
Quando ami una persona, che vedi allegra e trasfigurata dal tuo
amore, tu non sei geloso che altri la amino in tua presenza o in tua
assenza, specialmente se tu sparirai per lungo tempo dalla sua vista,
perché desideri che la persona amata sia simile il più possibile a
com’è quando tu le sei a fianco, mentre temi più di ogni altra cosa
che soffra e detesti pensare che, lontana da te, si avvilisca e si spenga
fino a non essere più amabile, diventando irriconoscibile e tutt’altra
da colei che ami.
2586
Ogni amica o amico o familiare o conoscente che la faccia sentire
bene e vogliosa di vivere e di agire ti è caro, e provi verso di lui o di
lei un sentimento di gratitudine, essendo contento perfino che
qualcun altro la ami, a meno che non la separi da te per sempre.
Ciò vale nell’amore matrimoniale, verso i figli o i genitori, nei
confronti degli amici e di tutte le persone care per una qualunque
ragione. Meno per l’amore passionale, se non trasformato, al suo
vertice, in cristiano.
Esistono però amanti veri, benché rari, i quali non sono gelosi
neanche di altri che si innamorino della persona amata, e non perché
così si attesta degna di amore, cosa che non si ha bisogno che
qualcuno confermi, e neanche perché tanto l’amore è sempre
diverso secondo chi lo prova. Né perché un amore non ne cancella
o ne sorpassa un altro. Ma perché vuoi che quella persona continui a
immaginare la felicità, e così a viverla.
Se non sei d’accordo, allora non sai cos’è l’amore.
Se sei geloso invece, tu subordini la felicità dell’amata alla tua,
imponendole il tuo bisogno di sicurezza e il tuo senso di proprietà,
visto che qualunque amore può sparire da un momento all’altro
come è comparso. Condizione, questa della gelosia, universale,
giacché in un mondo così aleatorio non c’è mezzo più sicuro di
garantire una persona e te stesso della durata di un sentimento che
condizionare la sua felicità alla tua, con le buone o con le cattive.
La persona amata così, benché infastidita e irritata, si dirà però che
l’altro, geloso, terrà la corda stretta e non la lascerà proprio perché
altrimenti sarebbe perduto.
Ma se uno che ti volesse felice e si saprebbe ugualmente perduto
senza di te, nondimeno non fosse geloso proprio perché ti ama,
pensi che potrebbe amarti meglio?
Molti ritengono che amare vuol dire saper godere e soffrire in pari
grado, e condividere così l’infelicità dell’altro quanto la felicità,
2587
perché quale amore sarebbe quello che ponesse come clausola un
cielo sempre sereno? E questa è la condizione degli amori durevoli
di tipo matrimoniale, e cioè basati sulla convivenza perenne, che
sopravvivono a dispetto di tutto, nei quali tu troverai sempre,
credente o no, un qualche soccorso celeste, un’aura di
predestinazione, una potenza benigna che li protegge e sostiene.
In tempi di apertura sperimentale, soprattutto da parte delle donne,
oggi ormai dimenticati, che si erano accesi in modo rapinoso negli
anni sessanta e settanta, e cioè al tempo della rinascita delle donne,
sono stati però tantissimi i casi di femmine di ogni età capaci di
amare nel modo sopra indicato, e cioè senza gelosia e tollerando
perfino storie parallele, i nostri tempi essendo invece i più normativi
e canonici nella relazione tra i sessi, tali da castrare qualunque libertà
amatoria.
Il puritanesimo sessuale è una favola ma quello amoroso è ciclico,
nel senso che novantanove volte ti troverai dentro di esso e una
volta solo fuori, specialmente di questi tempi, a partire, direi, dagli
anni ottanta del Novecento.
4 maggio
Emozioni numeriche
Inutile negare che ai numeri si associno non solo significati
simbolici, accreditati dalle religioni, dalle tradizioni e dalle letterature
ma anche sensazioni del tutto personali, emozioni familiari o
straniere, associazioni istintive o subconsce, non legate solo a
compleanni e ricorrenze o a casi fortunati e nefasti.
Tutti prediligiamo i numeri tondi, benché in me si insinui una
passione per i più prossimi ai tondi: 19, 99, 1999, anche se confesso
che già 19.999 mi turba e mi respinge. Amo l’1, com’è naturale, e mi
è simpatico il 2, benché seduto, perché mi ricorda un neonato che
finalmente si calma. Provo un fascino rigenerante per il 3 mentre il 4
mi lascia perplesso: a che serve? Come non sentire la calma
efficiente che spira dal 5 e la decenza, che però non mi entusiasma,
2588
del 6? Mentre il 7 mi è francamente antipatico e l’8 mi riesce
perturbante, quasi si fosse inserito di forza nella serie. Il che
comprova che non è questione di forma, perché chi vorrebbe
negarne l’eleganza grafica? Il 9 mi dà sempre un senso di libertà e il
10 suona stabile, ma francamente un po’ troppo canonico.
Ricordo il sollievo che ho provato quando sono arrivato alla pagina
2012 dei pensieri, la stessa dell’anno in cui scrivo. E il senso di
disorientamento lungo decine e decine di numeri successivi, quasi
pulviscolanti nel vuoto, fino a ritrovare la rotta col 2101, un
promettente nuovo inizio, e su basi più solide. Come rimpiango quel
2189 così fiero e perfino quel 2367, benché nervoso. Mi sono
sentito di nuovo perso in quello strano 2544, un numero trincerato,
e da allora non ho visto all’orizzonte per un bel pezzo nessun porto
numerico che mi potesse ospitare. Finché mi sto approssimando al
sontuoso e giunonico 2590 e presto potrò arrivare al 2600, bello, sì,
ma come stadio intermedio, come fosse di per sé poco sensibile, e
quasi aziendale. Già sul 2601 però spira un vento nuovo, tiepido.
Non trovate sia uno dei numeri più promettenti?
5 maggio
Teoria della moneta
Keynes, nella sua Teoria della moneta, pubblicata subito dopo la crisi
del 1929, mette in luce nel modo più spregiudicato il carattere
irrazionale dei comportamenti economici, che quindi non si possono
prevedere in nessun modo, assimilando l’economia alle scienze
sociali, che scienze, io credo, non sono e non devono essere, più che
non a quelle matematiche, sia pure nel loro versante più debole,
applicativo, statistico e finanziario, consistente nel definire gabbie
numeriche dalle quali ciascun uomo può uscire a piacimento ma
nelle quali tutti, catturati nella loro appartenenza alla media, possono
venire imprigionati, anche se non lo sanno.
Se aumenta il mio reddito del dieci per cento, scrive Keynes, non
per questo consumerò il dieci per cento in più del mio denaro.
Immagino che potrei spenderne molto di meno, se ho un carattere
2589
ritentivo e avaro o molto di più, preso dall’euforia, considerato il
fenomeno che con gli stessi soldi, quando ce ne arrivino di
inaspettati, fantastichiamo sempre di comprare dieci cose diverse.
Se il mio reddito diminuisce, al contrario, potrei ridurre all’osso i
consumi, per la paura che mi prende, o mettermi a spendere più di
prima, magari per liberarmi dall’ossessione del denaro.
I saggi d’interesse delle banche derivano non soltanto dalla domanda
di moneta ma anche dal denaro non investito, cosicché potranno
restare alti anche se sono in molti a chiedere prestiti oppure restare
bassi, quand’anche una banca abbia un capitale sicuro, anche se
sono in pochi, caso quanto mai raro, a chiedere denaro.
La banca, secondo un detto popolare, indossa sempre due paia di
pantaloni, anche se ti mette in mutande. Ma cosa succede quando la
banca si mette a correre in piazza nuda, investendo spericolatamente
nel mercato finanziario i soldi dei cittadini, ai quali, per non
rischiare, nega prestiti e mutui?
L’homo oeconomicus è irrazionale, mosso da animal spirits, secondo
Keynes, anche quando è un professionista, un ossesso degli
investimenti in borsa o, da qualche tempo, un banchiere. E lo è non
soltanto perché riverserà nella sua ossessione di far denaro tutti i
meandri irrazionali del suo carattere ma perché nessun uomo è per
fortuna puramente economico.
Se invece persiste in questa follia, sotto specie di pragmatismo, si
scateneranno le patologie da sempre incubate in qualunque
professione basata sul denaro. Se colui che deve avere un carattere
che Freud definirebbe sadico-anale, il banchiere, si trasforma in un
uomo d’azione, cioè smanioso d’avventura; e il tipo narcisista,
l’investitore finanziario, si metamorfosa nel tipo erotico, che vuole
godere emozioni legate ad altre persone (stando ai tre tipi libidici
definiti da Freud) quella concordia di patologie che genera la salute
economica, benché precaria, salta del tutto, mentre noi infrauomini,
disprezzati dai superuomini delle banche, delle imprese e della
finanza, dovremo subire le manie dei casi clinici economici, ormai
staccati dai loro ruoli.
2590
Economia troppo umana
Spesso le cose si mettono in modo più banale e troppo umano. Se
un industriale o un banchiere fa un investimento e viene lasciato
dalla moglie, ha un incidente, si innamora, si converte, scopre le
opere di Spinoza, dimentica un investimento decisivo per il suo
interesse per colpa di una malattia, le sue decisioni economiche ne
saranno segnate. E sappiamo che basta un atto mancato o
improvvido, molto frequente quando si maneggiano mentalmente
cifre di milioni di euro, per perdere in un giorno quello che si è
guadagnato in dieci anni, come è accaduto di recente nella banca più
antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena.
Proprio per contenere il diramarsi improvviso della follia da potenza
economica, esistono regole e proibizioni ferree nelle operazioni
bancarie, una camicia di forza indispensabile per la megalomania
sempre irrompente nel mercato del denaro, trasgredendo le quali si
rovina un impero economico in un battibaleno, al contempo
rovinando legioni di investitori anonimi, mentre si regala una
fortuna a un altro giocatore.
L’economia, detta la scienza triste, potrebbe diventare più serena, se
non mai allegra, visto che la finanza allegra ha sempre avuto effetti
letali, considerando tutto l’uomo e non dimenticando mai che si ha a
che fare sempre e solo con persone intere, che coi soldi ci campano,
e non soltanto economiche. Almeno meno tristi sarebbero tutte le
sue vittime.
Economia mista
L’immagine irrazionale dell’antropologia umana che ci dà Keynes,
basata su fatti accertati e su una crisi drammatica, non ha come
scopo di generare un’economia altrettanto irrazionale, che
aggiungerebbe caos a caos, semmai quello di orientare gli animal
spirits, non al modo in cui la pubblicità fa già da più di un secolo, e
2591
cioè sfruttando con cinismo spiritoso e buffe menzogne le emozioni
e lo spirito gregario, ma orientandoli verso un bene sociale.
Ma la conclusione più certa che si trae dal carattere imprevedibile
della natura umana e dal guizzare degli animal spirits è che una
qualunque teoria e pratica economica non può né essere applicata in
modo rigido né per lungo tempo, per una presunzione di coerenza
fallimentare in economia, ma sempre corretta con il ricorso
concomitante al metodo opposto in qualche ambito e settore. Lasci
il libero gioco del mercato in un campo voluttuario? In un altro, nei
beni primari, deve intervenire lo stato. Segui una politica fiscale
repressiva nel commercio, nell’industria allora devi ammorbidirla. O
viceversa, sempre allentando e stringendo con gran mobilità. Affliggi
il consumo di merci all’interno? Devi favorire in ogni modo le
esportazioni. Deprimi la spesa privata? Incrementa quella pubblica.
Noi uomini invece, questi capolavori di incoerenza nella vita
immediata, pretendiamo che le teorie economiche obbediscano a
leggi rigorose, avendo tributato a esse il carattere di scienza, che nel
sentire comune vuol dire un sistema di dogmi assoluti, che regolino
il caos della vita pubblica. E mai accetteremmo che anche
l’economia dipenda dallo sciame di impulsi che ci governano in ogni
altro campo, sicché preferiamo essere rovinati per nostra colpa,
perché non siamo stati abbastanza efficienti, laboriosi, pronti al
sacrificio, piuttosto che accettare che l’economia segua le spirali
dell’ingovernabile temperamento umano.
Mentre se procedessimo anche in quel campo in modo più agile, per
tentativo ed errore, cosa impossibile perché dovrebbero essere i
pochi e i migliori a decidere, potremmo farci un’economia su
misura. Cosa che in Italia già avviene da sempre, ma nel dominio dei
peggiori, di coloro che non amano le leggi né le regole.
Chi non lavora non esiste
Il mondo fluttuante e volubile delle emozioni, oscillanti tra euforia e
panico, può avere solo un ormeggio sicuro, che impedisce a una
società di diventare una giungla irrazionale: il lavoro. Senza di esso
2592
non ha senso parlare di economia né di società. Tu sei fuori, non sei
né razionale né irrazionale, non esisti, se non lavori. Ecco perché si
deve far entrare in partita il maggior numero di persone, giacché le
loro emozioni non potrai mai orientarle se non hanno un equilibrio
interiore e soldi da spendere, e neanche più di tanto quando ce
l’avranno, ma almeno avrai creato un esercito sociale di pace.
Parlare di fiducia, di coraggio, di voglia di lottare, di “rimboccarsi le
maniche” diventa infatti un idealismo ridicolo se pure chi spende il
suo tempo con attività frenetica, senza cedere alla rassegnazione, per
cercare un lavoro che non trova, non ha presa, sbraccia nel vuoto
col suo entusiasmo e il suo ottimismo, perché in realtà egli, non
lavorando, non esiste.
Queste due riflessioni ci fanno continuare a rispettare la mente di
Marx, il quale a chiare lettere insegna che è il lavoro il primo e unico
motore dell’economia e che questa è sempre politica. Perdendo,
come oggi accade, queste due convinzioni si creano due mostri:
l’uomo tutto economico, molto simile a un pazzo infelice, di cui
nessuno può prevedere il comportamento, perché può far fallire da
un giorno all’altro una banca, un’azienda o un intero stato e l’uomo
senza lavoro, che è un signor nessuno.
Economia morale e nazionale
Un altro ambito che gli studi economici, che io sappia,
scandalosamente ignora è quello dei caratteri nazionali, non già
intesi come fissi e naturali, ma nella profondità storica. Misure
idonee per i tedeschi o gli americani sono dannose per gli italiani,
votati al rilancio continuo, all’attivismo pullulante e caotico,
bisognosi di illusioni, di rischio e di fiducia, confermati di continuo
con affetto e benevolenza, e che in un regime di austerità si
deprimono.
La ripresa economica dipende anche dalle qualità morali di un
popolo, come si è visto in modo palese in Germania, che si è finora
ripresa da crisi economiche spaventose, se negli anni Venti un chilo
di pane si comprava con una carretta di qualche miliardo di marchi.
2593
Ma le qualità morali dipendono dai fatti, anzi, dall’unico fatto: il
lavoro. Penoso o poco pagato che sia, esso è come l’attrito, senza il
quale precipiti nel vuoto oppure stalli.
Comprare di più le stesse cose di prima
Sembra che per molti la ripresa dalla crisi consista nel fatto che un
giorno mitico riprenderemo ad acquistare un’auto ogni tre o quattro
anni, invece che ogni dieci; che cambieremo più spesso il computer,
il cellulare, l’iPod, che acquisteremo i vestiti alla moda, i cibi e i vini
costosi più spesso di quanto non abbiamo preso a fare. Per il
cervello a una dimensione di questi economisti l’uomo nuovo è
quello che tornerà a essere un consumatore infelice come prima,
mentre da mille segni si vede che le persone sono sature di
consumare e vogliono cambiare vita. C’è una nausea generale del
consumatore servo ma il capitalismo non ha altra ricetta che dirci:
Esci, compra, vendi, consuma, allo stesso ritmo di prima E poi,
quando hai fatto il tuo dovere sociale, considerati libero per la tua
vita privata.
Eppure il ceto medio alto, che può ancora spendere, non mette in
moto come dovrebbe questo sciame di emozioni positive e non
compra l’ennesima automobile. Il ceto medio basso non se la può
permettere. Il disoccupato va in bicicletta. Proprio questo è il male
incurabile che il capitalismo non aveva previsto: la saturazione
dell’homo oeconomicus.
Eppure questa rivolta passiva è distruttiva, questa virtù di sobrietà
che potrebbe rifiorire dalla crisi, getta per strada milioni di persone,
affama i più deboli e spinge al suicidio centinaia di imprenditori, dal
che si ricava che il vizio del consumo ci intossica e ci rende indegni e
la virtù di un regime parco e spartano getta nella povertà gli
innocenti, a tal punto nel capitalismo vizi e virtù sociali sono
rimescolati in modo che il male sia efficace e il bene dannoso.
La sfiducia è creata soprattutto dall’ingiustizia sociale. E quando un
governo si richiama al principio di austerità, compie un’incursione
indebita in economia dei valori morali. Austero infatti può essere
2594
soltanto chi, possedendo beni, rinuncia a usarli. Ma il povero non
può essere austero, perché non ha beni, né può fare sacrifici perché,
non lavorando, non ha niente da sacrificare agli dei del mercato.
Non si può definire sacrificio restare inattivo per anni, perché non
serve a niente e a nessuno né si può chiamare austero chi non ha da
mangiare.
Ecco che quella che si impone è un’attitudine interiore di resistenza
passiva, inumana, e per giunta incompatibile con i caratteri italici,
disordinati quanto si vuole, ma protesi all’attività, perfino smaniosa,
quale che sia, che vengono depressi da un regime di pura rinuncia e
inoperosità. Fino a quando?
8 maggio
Teatro verità
A distanza di tre anni riascolto Liliana Segre parlare, comparendo in
pubblico per l’ultima volta, a quei giovani italiani ai quali si è rivolta
in questi anni, in una forma codificata, usando quasi le stesse parole,
come in uno spettacolo teatrale. E faccio l’esperimento di ragionare
sull’incontro per la seconda volta, per verificare se, quando si tratta
delle esperienze essenziali, anche le nostre reazioni sono sempre le
stesse. Invece sono sempre diverse.
Ogni discorso pubblico è sempre un monologo teatrale ma quando
si racconta un’esperienza tragica, come occorre quando un
sopravvissuto da un Lager descrive la sua vicenda, mi domando
quale differenza ci sia nella catarsi tra una storia fantastica e una
reale. In entrambi i casi è necessario che essa non ci riguardi in
modo diretto e che siamo solidali con il protagonista che, come dice
Aristotele, non deve essere né molto peggiore né molto migliore di
noi.
Ma la differenza sta nel fatto che nell’Edipo re ci immedesimiamo in
chi trasgredisce la norma, in chi offende la legge, senza sapetrlo e
volerlo, nel caso di un testimone del Lager, nella vittima. E così non
ci depuriamo simbolicamente del nostro impulso a fare, o solo a
2595
immaginare il male proibito, ma ci depuriamo attraverso la
conoscenza esatta della realtà, in modo molto più simile a quello di
una psicoterapia di gruppo.
La vittima è sopravvissuta e così noi, immedesimandoci in lei, in
virtù del suo racconto in prima persona, sopravviviamo dentro di lei,
attraversando simbolicamente il suo girone infernale. Si tratta di un
teatro allucinatorio, di un teatro verità che acquista tutta la sua forza
quando non è Edipo ma Antigone la protagonista, e racconta in
prima persona. Giacché una donna è per definizione una prima
persona, ed è sempre offesa anche come figlia, moglie, sorella,
madre, amata, attuale o potenziale, mentre un uomo può essere
offeso anche solo per suo conto, come individuo.
La donna conosce il sommo dell’alienazione, anche in quanto è
l’essere più indifeso di fronte alla forza bruta, un po’ come l’operaio
che, secondo Marx, potrà redimere tutti in quanto è il più abbrutito
dal regime di fabbrica. Ma la forza catartica non sta in questo, che
suscita commozione e tenerezza, nel caso di Liliana Segre, ma nel
suo riferire i fatti, nel suo stare sul segno letterale delle cose, come
una donna è capace di fare.
La potenza di un dolore oggettivo, assoluto, di un assurdo fattuale
non già nato dal cuore e dai suoi meandri ma dalla forza omicida
inesorabile della realtà, ci fa sentire al cospetto, nel Lager, di una
apocalissi atea, tutta terrestre, che non ha senso né verso. Non c’è
rivelazione di luce divina ma del male che è ora, totale e finale, visto
che anche dopo settant’anni è sempre ora (6 febbraio 1944 o 9
maggio 2012), come accade nella tragedia letteraria, che non rievoca
e concelebra ma attualizza tutto.
Mentre il pubblico sperimenta l’irreversibile, che è un carattere
intrinseco del male, la donna superstite che racconta è l’amante del
genere umano, come è proprio soltanto della donna poter diventare,
giacché è quando tu colpisci la donna che hai rotto gli argini, hai
rotto con l’universale e a quel punto puoi fare di tutto. E presto lo
farai.
2596
Quando l’ariano vitale ed esuberante sputa in faccia a una ragazza
ebrea, quando la rasa, le tatua un numero sul braccio, ne getta via i
documenti, lanciando sorrisi ironici ai commilitoni con gli occhi di
ghiaccio dei cani da slitta, che cosa ti aspetti più da un uomo così?
Soltanto una donna potrebbe perdonarlo.
Tipico delle donne saper trasformare l’odio in pietà.
Osserva che i soldati sopravvissuti alla guerra, se non sono scrittori
o storici, molto di rado raccontano, se non a familiari e intimi, le
vicende di guerra che hanno vissuto. Perché essi non riescono a
elaborare il lutto in un teatro di verità? Perché non sono donne.
Condizione della catarsi nata dalla storia vera è che la vittima si sia
salvata, non solo perché solo così può raccontare dal vivo ma perché
con la sua sola presenza essa è testimone della morte e della vita
unite.
Il potere del carnefice, in questo caso il dottor Mengele, di lasciare in
vita la vittima, Liliana da ragazzina, è più impressionante, se
possibile, di quello di uccidere, perché scatena nella vittima una gioia
selvaggia e una gratitudine incontenibile, mista a un’onda anomala di
paura, visto che potrebbe essere soltanto un rinvio, giacché senti
l’onnipotenza in atto, che ruba il suo potere al bene, visto che è il
dottore che potrebbe ucciderti che ti fa vivere.
La parola “nuda”, riferita a una ragazza ebrea nel Lager, continua ad
avere un senso erotico. Dobbiamo vergognarci o per noi lei resta
sempre la ragazza che vorremmo conoscere e frequentare, resta
sempre la persona che nessuno potrà mai svilire nell’anima? Ed è la
sua anima nuda che nonostante tutto desideriamo. Che vorremmo
aver potuto conoscere.
9 maggio
Love
La maestra e l’allievo
2597
Nel romanzo Love di Elisabeth von Arnim, questa guida
indispensabile per capire il sesso dell’anima, una donna vedova ha
una storia rapinosa con un ragazzo che la ama in modo sincero e
invincibile, scandalizzando famiglia e società, oltreché se stessa,
mentre l’amore tra un prete maturo e ipocrita e una ragazza fresca e
spontanea, nell’Inghilterra di inizio Novecento, viene legittimato
beatamente. Fosse stato anche un vecchio vedovo, avrebbe avuto
ogni diritto di sposare una ventenne, pur suscitando malinconici e
divertiti commenti.
Immaginiamo qualcosa di peggio: una donna matura e sposata,
insegnante di teologia, ha una storia d’amore con un suo allievo.
Ecco che un quadruplice divieto viene infranto: la donna matura
non deve mettersi mai con un ragazzo; se è già sposata, ecco che
aggrava di parecchio la sua posizione; se è un suo allievo, futuro
prete, si rende imperdonabile, perché non solo viene meno all’etica
professionale ma corrompe il ragazzo, infangandone la vocazione, e
lo spinge a rendersi complice di un adulterio.
Lasciando stare la questione personale tra i coniugi, che non
possiamo sindacare, non sapendone nulla, resta il fatto che la donna
ama in modo profondo e sincero il giovane che la ricambia allo
stesso modo.
Ecco che la società non ha nessuna pietà per l’amore se esso non
nasce, cresce e si sviluppa nel suo grembo, perché esso le deve
appartenere, dentro lo scrigno dell’etica, come le deve appartenere la
fede dentro il forziere della religione ufficiale.
Soltanto che l’amore, come la fede, non appartiene alla società, anzi
sono due forme di scandalo molto prossime, addirittura
intercambiabili, perché se non ami una persona non puoi amarle
tutte e se non sai cos’è l’amore non saprai mai neanche cos’è la fede.
Sono pronto a scommettere che le mistiche, i santi, gli uomini e le
donne con una fede rovente almeno una volta si sono innamorati di
una persona, esperienza senza la quale non avrebbero mai amato
Dio, sia pure riguardandola in seguito come peccato o come
trampolino di lancio verso di Lui.
2598
Quando Kierkegaard, in Enten Eller, distingue seccamente la fede
dall’etica, e quindi l’amore dalla società, non dice altro. E infatti egli
ha realmente e radicalmente amato Regine Olsen. E proprio per
questo, cosa che può capire soltanto chi ha amato o ama, si è
separato per sempre da lei.
Se quella insegnante di teologia matura e sposata avesse rinunciato, il
suo amore non sarebbe cambiato, sarebbe stato soltanto più
doloroso, ma forse più forte. E, se l’avesse fatto, sarebbe stato non
in ossequio alla società, alle regole etiche delle quali neanche
volendo avrebbe potuto interessarsi, ma del suo stesso amore,
compatibile con quello che essa, immaginiamo, nutriva per il marito,
perché dentro un amore vero può rientrare più di una per.
L’amore ha infatti il potere di rigenerarsi e moltiplicarsi, unico e
nuovo, verso ogni creatura e di prendere la forma di ognuna,
assumendone il nome proprio. Anzi è la persona che inventa
l’amore proprio, che è di sua esclusiva proprietà e pertinenza e del
quale gode i diritti esclusivi.
Così uno potrebbe amare Laura e Beatrice perché la forma d’amore
Laura non ha nulla a che vedere con la forma d’amore Beatrice.
Laura non sarà mai Beatrice e non getterà mai ombra su di lei come
Beatrice non potrà farlo su Laura. Così l’amore per Laura e per
Beatrice, pur chiamandosi con uno stesso nome, non hanno nulla in
comune l’uno con l’altro, se non per una decisione sociale e morale
convenzionale, che denuncia solo l’irresistibile bisogno di ogni
società di impicciarsi di ciò che non la riguarda, essendo l’eros di
specie più divina che umana.
Ma la donna, essere più sociale dell’uomo, non sarebbe mai
d’accordo con quanto ho scritto, se non amando al culmine e nel
modo più disinteressato. E l’uomo meno che mai se a fare il
ragionamento fosse una donna. A tal punto la società è dentro di
noi.
2599
O forse l’amore di sua natura deve trasgredire qualche regola per
accendersi? Deve scandalizzare negativamente chi non ama per
scandalizzarsi positivamente?
Per ragionare su questa domanda, giacché rispondere è impossibile,
essendo io, come tutti, così inesperto nelle cose d’amore, valutiamo
la situazione dall’interno. La donna insegna all’allievo, e ciò genera e
potenzia naturalmente l’amore, come Platone dice con sicurezza nel
Simposio, tenendo l’educazione filosofica per erotica in alto grado. La
donna è teologa, e quindi avvia alla riflessione con tutta l’anima in
Dio, propiziando l’amore del giovane per lei. La donna è matura, e
così tra lei il giovane si instaura quel fuoco spirituale che scioglie il
ghiaccio del tempo. La donna è sposata e il ragazzo libero, così ha
percorso una strada che è ignota all’altro, mentre lei non ricorda più
che cosa voglia dire essere liberi, generando uno scambio
esistenziale che elettrizza il sentimento. Concludiamo che il marito la
tradisce, scegliendo le sue amanti sempre tra le atee intransigenti.
Ecco che ciò che, visto dall’esterno, sembrava il peggio del peggio
diventa, visto dall’interno, il meglio del meglio. E che, se l’amore è
scandalo, lo è per i peggiori mentre diventa per i migliori, la coppia
di amanti, la cosa più naturale che ci sia.
Lo stesso si può dire della fede, che è scandalo soltanto per chi non
crede, specialmente se è l’uomo etico, il funzionario hegeliano dello
stato di cui parla Kierkegaard. E così non è giusto dire né che
l’amore né che la fede siano scandalo nel loro intimo e abbiano
bisogno per esistere di trasgredire una qualunque regola portante
della società.
La suocera della società, il gendarme dell’etica questo non possono
capirlo ed è bene che non lo capiscano, perché in fondo devono
sopravvivere. Lo fanno per noi. Non per salvarci l’anima ma le
penne.
Dike femminile
2600
Che le donne siano così affascinanti e che invece di nasconderlo si
trucchino, si facciano belle, si vestano con cura e gusto, quando lo
fanno, e in ogni caso quasi sempre con stile e mira estetica degli
uomini si comprende nel gran piano della natura. Ma perché scatti in
esse l’inesorabile senso di giustizia, che si stacca dall’amore
sentimentale, che fa sì che di colpo non si curino più per un uomo,
siano indifferenti alla seduzione, gelino il loro fascino e si
trasformino in esseri freddi, efficienti e severi, quando per loro un
amore non è giusto (non dico legale), questo è un mistero.
La natura perché ha stabilito questo, visto che non è la religione o
l’educazione ad agire, in quanto capita a donne libere, laiche,
emancipate come alle devote cattoliche, protestanti o islamiche, in
questo identiche?
Da dove questo bisogno di onorare la giustizia, contro i loro
sentimenti e desideri, che se aboliscono di colpo, come se
incarnassero la legge di Dike, della Giustizia che, secondo i greci
antichi, è superiore anche agli dei, identificandosi con Ananke, la
necessità?
Ci penso leggendo un passo del romanzo Amore di Elisabeth von
Arnim, alla fine di una lunga immersione, leggermente inebriante,
nel genio femminile, che nei suoi romanzi si esprime ai livelli più
acuti. La frase è messa in bocca a Christopher, il marito innamorato,
più giovane di vent’anni, di Catherine che, svelando il suo
invecchiamento, ha deciso di incarnare Dike: “Dio, come odiava le
confessioni e tutto quel voler girare pagina. Bastava che si verificasse
un qualunque evento fuori dell’ordinario e le donne, costrette a
fermarsi a fare quello che chiamavano riflettere, cominciavano a
seminare rovina, rovina per se stesse e per le persone che le avevano
amate felicemente e serenamente, trascinate in quella foga dai due
superdistruttori dell’amore, le stramaledette confessioni e le ancor
più stramaledette nuove pagine”.
Chiunque conosca intimamente una donna sa di questa loro
decisione drastica e inesorabile che sia fatto ciò che è giusto, prima
riflettendo come un giudice in camera di consiglio, poi confessando
2601
la nuda verità e infine voltando pagina per cominciare una nuova
vita severa e onesta.
Quando è l’uomo a isolarsi da una donna, in un amore che lo fa
stare in tensione, egli va semmai a leccarsi le ferite ma è molto più
difficile che prenda lui la risoluzione, se è vero che è quasi sempre la
donna a troncare le relazioni, quando sono sentimentali e non di
mero interesse economico o sessuale.
Christopher è un giovane bello, sano ed entusiasta, un innamorato
sincero di Catherine, la vedova quasi cinquantenne, con una figlia
ventenne andata in sposa a un pastore maturo. Il loro amore è per
definizione impossibile, andando contro tutte le convenzioni sociali,
biologiche e religiose, e al contempo possibile, visto che sono due
persone libere che si amano. Il contrasto d’età, tanto più perché è la
donna più anziana, è doloroso ma stimolante, visto che l’amore si
genera soltanto dai contrasti. Ma ciò che non è giusto è che si amino
ancora quando la figlia di Catherine, devota e leale, muore di parto.
Ciò spinge Catherine a non tingersi più i capelli, a non curarsi più, a
svelarsi vecchia e nuda, a rinunciare a far sì che il suo volto sia la
verità per Christopher, che resta attonito nel continuare a vedere la
sua anima attraverso un volto inamabile, e si spaventa per il fatto
che, non godendola più, la ama lo stesso, al di là dell’illusione della
bellezza. Reazione pura, nobile e quasi di sogno.
La storia finisce con i due amanti che decidono di restare insieme,
nella paura, sentimento proprio dell’amore, e nel dolore del
disinganno, finale anche questo tipico del genio femminile. Ma
molto improbabile quanto al genio maschile.
Amori impossibili che, se fossero possibili, non sarebbero amore.
Amori possibili che se fossero impossibili non esisterebbero. E
soltanto così lo sono.
L’amore impossibile è sempre possibile, visto che esiste.
2602
L’amore vive al di là del possibile o dell’impossibile, in quanto è il
sentimento più concreto e polimorfo di tutti, che sopravvive sempre
dentro le condizioni date.
18 maggio
No
Ci sono persone che non hanno le idee chiare quando raccontano
qualcosa o riferiscono un concetto o descrivono una sensazione e
non trovano mai le parole giuste, così chi le ascolta è portato a
cercarle lui e a suggerirle. E queste persone rispondono
regolarmente: “No, non è questo che intendo.” E riprendono a
concentrarsi, impuntandosi e farfugliando perché le parole non
vengono, ma non ammettendo mai di non sapere neanche loro cosa
intendano. Un altro si fa sotto con una proposta ragionevole,
un’ipotesi sulla parola misteriosa, e loro dicono ancora risoluti “No,
non si tratta di questo.” E no diranno sempre a chiunque intervenga,
ma mai addebitando a sé l’insufficienza. Così chi è intervenuto passa
per più confuso di loro mentre essi serbano intatta fiducia nelle loro
capacità di sentire e di capire, trasmettendo agli altri la loro
autorevolezza.
Altri cominciano ogni loro frase, in risposta all’affermazione che
ascoltano, sempre con un “No”. Poi ascolti quello che dicono ed è
quasi esattamente uguale nel significato, anche se non nelle parole, a
quello che hai detto tu. E troverai che qualunque cosa tu replichi,
pur rinunciando a dire che hai detto lo stesso, loro cominceranno
sempre con un “No” il loro discorso, sia esso simile o contrario al
significato delle tue parole.
18 maggio
Scienza e rivolta
La scienza è una disciplina indispensabile di sottomissione alla realtà,
perché se ti ribelli all’elettricità prendi la scossa, se ti ribelli alla legge
2603
di gravità ti ammazzi, se ti ribelli alla radioattività ti contamini, se ti
ribelli alle leggi della biologia ti ammali.
Di fronte alla scienza tu non sei libero perché il volume della sfera è
quello e non hai alcun potere di modificarlo o di negarlo. Studiare
matematica allora, e qualunque altra scienza, ti insegna a riconoscere
e accettare la realtà. Tu non puoi eccitarti bruciando i tuoi neuroni,
perché ti fai danni irreversibili senza un senso.
I giovani hanno insito l’impulso alla ribellione ma mettersi a bere, a
fumare, a inghiottire pasticche allucinogene, a sniffare vuol dire
incanalarlo contro le leggi della realtà, e quindi contro se stessi. Non
bisogna insegnare allora a spegnere l’impulso bensì a incanalarlo
contro le ingiustizie sociali e contro il male, perché le ingiustizie
sociali dipendono da noi e combattere contro di esse ci rende liberi e
legittima il nostro spirito di rivolta. Combattere contro il male
morale, che è in mano agli uomini, ci permette di scatenare la nostra
rabbia e sete di libertà e di giustizia, senza soffocare il nostro
impulso di rivolta.
Ecco che la debolezza della formazione scientifica in Italia è una
delle principali cause dell’incapacità di combattere fin da giovani i
mali sociali. Educati invece dalla scienza alla dura disciplina della
realtà si scatenerebbe il nostro bisogno radicale di libertà, compresso
sanamente dalla scienza, verso mete idonee a diffondere il bene e
arginare il male in campo politico e morale, con tutta la potenza
insita nei nostri sentimenti rivoltosi, di disobbedienza e di polemica
col mondo, destinata al suicidio se dediti alle droghe e alla ribellione
contro le leggi della natura, invincibili e immodificabili.
20 maggio
Sullo stato presente del romanzo italiano
Il romanzo è un genere ibrido, che si trasforma di continuo e
contamina con ogni altro genere, disposto a diventare tutto, anche
transessuale, pur di non restare neutro.
2604
Esso mescola pensiero e narrazione, al punto che non puoi sapere
mai se quello che un personaggio o l’autore dicono vada inteso alla
lettera e preso fino in fondo sul serio, staccandolo dalle emozioni e
dalle tonalità con cui è detto. Un pensiero è contraddetto da un altro
una pagina dopo, più spesso da un fatto, da un gesto, da
un’immagine.
Le emozioni si rivelano pensieri truccati e le sensazioni visioni
balenanti della realtà. Un passaggio poetico può essere un giudizio
ideologico e una satira sociale un’allegoria metafisica. Un giudizio
ideologico può essere invece una poesia che sarebbe impertinente
scrivere.
Ogni romanzo, anche il più serio, entra in una sarabanda
carnevalesca, perché tutto è detto ironicamente, tutto è finto ma
togli le maschere e vedi capi cosparsi di cenere. Il riso è
tremendamente serio e il gioco diventa da disperati. Che però si
intignano ad agire e a capirci qualcosa mentre la clessidra scorre. Il
tempo infatti è contato.
La realtà stessa nel reportage letterario, non in quello giornalistico,
come allenta le sue molecole, perde solidità per ricomporsi in una
forma poetica e morale.
Il romanzo inghiotte sociologia, psicologia, antropologia, politica e ti
ridà una storia fatta di gesti e di immagini mentre le idee diventano
personaggi e le battute di un dialogo serrato una conferma
dell’indicibile. Può figurare come un romanzo-inchiesta (L’affaire
Moro di Leonardo Sciascia) e rivelarsi una meditazione sul male; si
manifesta come una storia allegorica (Il barone rampante) e racconta la
disciplina del fanciullo immortale che cerca il vero. Oppure può
presentarsi come un’autobiografia (i cinque libri di T. Bernhard) e
diventare una storia morale europea. Inghiotte il rosso e il nero e
ogni altro colore, descrive una tragedia sociale e diventa un teatro
pedagogico. Si inventa una commedia per dire che non c’è scampo.
Il montaggio è un giudizio sulla realtà, la forma metrica è
un’interpretazione della realtà, il colore è una critica pittorica della
realtà. Che noi assimiliamo senza capire da dove provengano.
2605
Niente è quello che sembra, quando c’è una lingua, e soprattutto un
pensiero della lingua, una lingua che pensa, immagine, sente.
Lingua trillante o bifida, pesta o lineare, nei nostri tempi. Allora
bisogna tacere o farla lo stesso sciogliere e parlare?
La lingua era un ponte tra il dentro e il fuori. Adesso va come
un’altalena pazza dall’uno all’altro. Fino a qualche decennio fa si
andava dal dentro al fuori, da una vita interiore che sbocciava ed
esplodeva o si dilatava fino a conoscere e rigenerare la storia (i
romanzi di Volponi). Oggi si va invece dal fuori al dentro. Ma la vita
interiore esiste ancora? Rischiamo di non trovarla più perché il fuori
ci assorbe, ci invade, ci colonizza, ci bonifica. In questo rischio
siamo costretti a vivere e a scrivere.
Un tempo la psicologia di un personaggio diventava allegoria di
un’intera società. Oggi si allude all’anima, o all’animo, con storie che
compaiono come materiali che ci urtano. A volte ci chiudono dentro
una scatola di pietra, ci asfissiano, altre fanno pullulare
semplicemente la vita fluttuante o ci scaraventano addosso con
violenza pezzi brutali di realtà.
La lingua, nel romanzo italiano di oggi, non è più tutt’uno con la
storia e il suo pensiero ma lo insegue, riproduce la realtà mentre
corre, col fiatone, con la gola secca. O cerca di precederla, ma la
realtà è andata da un’altra parte.
I sapori delle cose si devono cercare prima di quello del palato. Alla
fine che cos’è un budino lo sappiamo soltanto mangiandolo. Ma
come mangiare la polvere, le schegge, la carta bruciata, la pioggia
acida che non possono venir metabolizzate? Prima che la punta della
lingua si scotti e ferisca deve esserci una testa che seleziona i cibi.
Tutto si riduce alla qualità del cibo reale ma esso non è mai stato
sicuro e ‘biologico’ nella storia. Allora oggi ci domandiamo: Quanto
artificiale riusciamo a inghiottire?
2606
Non è un materialismo ingenuo quello che pretende di dare alla
letteratura la forza della materia sociale non lavorata, non riplasmata
da una lingua che saliva, scioglie, smaltisce e sputa quello che non si
può mangiare?
Prendo una storia politica e civile, mi documento, leggo libri, mi
informo e scrivo. Ma se non sai chi sei, a quale scopo?
Non è un idealismo ingenuo quello di chi racconta la sua attitudine
dall’interno, sperando di arrivare a un mondo che non le
corrisponde? Che soprattutto non vuole essere mangiato da noi?
Faccio il diario del mio animo in crisi, confidando a tutti i miei gusti
e le mie antipatie dal cinema alle donne, dai paesaggi alle città, dai
politici ai passanti. Ma se non so che cos’è e cosa non è il mondo, a
quale scopo?
Siamo davvero così antiquati, noi ancora legati come siamo a
Volponi, a Levi, a Sciascia, a Gadda, a Pasolini, a Calvino? Siamo
proprio fuori del tempo o è l’Italia di oggi che è fuori dello spazio,
se altrove esistono scrittori che con quegli autori sono stretti e
intrecciati. Philip Roth legge Primo Levi, Don DeLillo ammira
Svevo, Elias Canetti sente congeniale il diario di Pavese. Perché loro
non li sentono come personaggi storici e noi sì?
Chi scrive oggi in Italia non può che scrivere da italiano per cogliere
il rischio esatto della svolta che stiamo vivendo. Chi ci resta
intrappolato, almeno avrà avuto coraggio.
Motto del narratore pauroso: dove finiscono gli altri comincia il mio
racconto.
Il desiderio e la curiosità che qualcuno attraversi il cerchio di fuoco
resta forte come il disincanto. E ogni libro che leggiamo, cosparsi di
cenere e con spirito ascetico, perché leggere un romanzo è oggi una
sofferenza, lo vediamo come un esperimento dal vivo fatto dalla
cavia, cercandovi i segni di una letteratura impossibile.
25 maggio
2607
Il giudizio di Simone Weil su Marx
Lo spettacolo di una mente che guarda la realtà e dice con
franchezza e con calma ciò che pensa è meraviglioso. Ma quando è
una donna a farlo, una donna che ti supera in franchezza, che
applica all’esame di una teoria la stessa attitudine concreta della vita
quotidiana, tu ti senti nel vero con lei.
Vedi quando Simone Weil dice a proposito di Marx, senza averlo
convenuto con nessuno e senza pensare a compiacere o a dispiacere
a nessuno, quello che non puoi che riconoscere, che si tratta cioè
dell’ultima grande forma del pensiero borghese, la quale dà
all’economia esattamente il potere che secondo tutti i capitalisti gli
spetta.
Smascherare, demistificare, snudare l’ideologia capitalistica, e cioè il
crudo e nudo interesse di profitto, la religione economica assoluta,
che è la vera fede collettiva di tutti coloro che dominano e sfruttano
gli altri, non avrà potuto fare questa gran paura a nessuno di loro.
Anzi, sono stati contenti che la partita, visto che la battaglia era
nell’aria, si giocasse a casa loro.
I capitalisti hanno sempre saputo benissimo che le belle parole
sull’interesse generale, sul progresso della civiltà, sui vizi privati che
diventano pubbliche virtù, sulla mano invisibile che provvede ad
arricchire tutti arricchendo i pochi, sull’etica calvinista, sulla morale
del lavoro, sul carattere naturale del loro modo di produzione sono
tutte balle. E appunto per questo le hanno sempre diffuse e
propagandate, ad arte e senza crederci per niente.
Come dire ai generali di un esercito: “Vergognatevi. Vi state
corazzando con la propaganda ideologica per proteggere i vostri
sporchi interessi. Combattete a mani nude.” “Eh già,” pensano
quelli, “si dà il caso che vogliamo vincere la guerra. E se facciamo
tanta propaganda al nostro esercito è per disarmare voi. Ma se
proprio volete sfidarci, venite pure: faremo affari anche con la
guerra e la rivoluzione.”
2608
“Il male sulla punta della spada si trasmette all’impugnatura,” scrive
Simone Weil. In altre parole non puoi fare una rivoluzione violenta
per abbattere il capitalismo senza infettarti.
Il potere dipende dall’esercito, dalla polizia e dalla burocrazia, non
tanto e non solo dalle aziende. Infatti Stalin si è impossessato di
quelle tre forze e ha sottomesso gli operai nelle aziende capitalistiche
di stato, esattamente come nell’Occidente. Soltanto che ha scatenato
una propaganda diversa, questa volta con le parole del marxismo,
usate cinicamente come nuova ideologia di oppressione dei più
deboli.
Ti uccido per liberarti
Diabolico opprimere e seviziare i più deboli e poveri in nome di
un’ideologia basata sul loro riscatto e la loro liberazione.
Non volendo neanche da lontano paragonare la chiesa cattolica alla
dittatura atea stalinista, sia per la preponderanza grandiosa del bene
in essa, sia perché è generata dalla fede e dalla miscredenza dei
credenti, in un continuo scambio di potere, sia perché, mentre
indirizza a una meta, opera anche oggi, e ha operato in ogni tempo,
anche a favore dei poveri e dei deboli, nondimeno in un punto
cruciale le due istituzioni si assomigliano: nel giustificare e
legittimare il male che fanno.
Infatti la chiesa cattolica, almeno fino alla perdita del potere
temporale nel 1870, e poi ancora diventando complice del fascismo,
ha ucciso, o lasciato che si uccidesse, e perseguitato in nome di
Cristo, colpa di tutte la più grave, come Stalin ha ucciso e
perseguitato in nome della liberazione dei proletari. Molti dei quali,
per i meandri masochistici che non capiremo mai, continuavano ad
adorarlo e rispettarlo nel mentre ne subivano la violenza. Proprio
come milioni di fedeli verso la chiesa della quale erano vittime.
26 maggio
2609
Le donne amano la realtà
Le donne amano naturalmente la realtà, l’amano al punto che
neanche se ne accorgono. Noi uomini dobbiamo fare una gran fatica
per amare anche un solo aspetto provvisorio della realtà, perché per
noi tutto è provvisorio.
Noi maschi preferiamo amare sogni, illusioni, miti, favole, utopie,
fossero pure i sogni della nostra carriera, le illusioni del nostro
potere, le favole del nostro interesse, le utopie della nostra ricchezza.
Mentre le donne, naturalmente scettiche in tutto ciò, e perciò
distaccate anche quando ne fanno uso e se ne adornano, o sfruttano
gli uomini per averli, si attengono alla realtà in tutto, sapendone
l’ossatura.
Così vedrai una donna bellissima, contenta di esserlo e desiderosa di
essere radiosa in mezzo agli uomini, al contempo pensare che essi si
fanno incantare dalle sue apparenze e disistimarli per questo, anche
se provano piacere. Mentre noi entriamo nell’illusione come se fosse
vera.
Non parliamo di quando siamo ricchi e potenti e crediamo che
davvero le donne possano essere attratte da noi per questo, mentre
siamo soltanto gli strumenti e i burattini di una regina fredda o di
un’amica ironica.
Quando le donne trovano un sentimento vero, una fede vera, un
impegno onesto in un uomo, esse lo stimano sempre e possono
anche innamorarsene. Molto più di rado accade lo stesso agli uomini
per una donna.
Dolori e gioie dalle donne
Le cose evidenti, che abbiamo sotto gli occhi ora, proverbialmente,
sono quelle che ci sfuggono più volentieri. Ma lo stesso capita alle
cose ricorrenti in tutto il corso della vita, alle nostre esperienze più
certe e profonde. Soltanto adesso infatti mi rendo conto che tutta la
2610
mia propensione di rispetto per le donne dipende da un fatto
semplice e sicuro: tutte le gioie più profonde e i dolori più taglienti,
dall’infanzia a oggi, sono sempre venuti a me, e a quasi tutti i
maschi, dalle donne.
La parola felicità, o l’immaginazione di essa, non ha alcun senso per
noi se non c’è qualcosa di donna; l’infelicità, sotto sotto, non è che
amore doloroso o critico o contrastato per una donna, anche se è la
sposa che ti corrisponde; se guardiamo bene, noi maschi, essa ha
sempre a che fare con un problema, un nodo, un vuoto, che si pone
tra te e una donna.
L’unico dolore potente della mia vita dovuto a un uomo è stato per
la morte di mio padre. E questo non vuol dire che io non sia legato
a uomini quanto a donne, che non ami mio figlio quanto mia figlia,
se dell’amore ci sarà mai misura, che non abbia amici più che cari.
Ma il fatto è che i loro problemi e mali, più che suscitarmi dolore, mi
spingono a sovvenirli, a rimediarli, a confortarli, perché riesco a
dimenticarmi quasi del tutto di me, pensando a loro. Mentre se c’è
una donna in gioco la sua sorte mi sta sempre attaccata come se
dovessimo impantanarci insieme e potessimo uscirne fuori soltanto
insieme. Col risultato che non riesco ad aiutarle.
Gli amori non solo non sono quantificabili, perché amo mio figlio
più di mia figlia e mia figlia più di mio figlio, inseguendosi gli amori
all’infinito. Ma non sono neanche commensurabili, per cui non ha
senso nemmeno prendere alla lettera quello che ho appena detto, in
quanto ogni amore è unico, fatto dalla persona amata.
26 maggio
Dolori incrociati che non si sciolgono
Chi ama soffre e non pensa come soffre chi lo ama perché ciò
vorrebbe dire essere certi di essere amati, cosa che chi ama non osa
pensare, essendo quello il suo desiderio e la sua speranza. Avendo la
forza di esserne certo, penserebbe molto di più a far soffrire meno la
persona che ama, mentre egli la vede indipendente da lui, perché
2611
libera da tutto è più bella, e sicura in quanto da lui sicuramente
amata. Mentre lei, a sua volta, è certa di amarlo ma non può essere
certa mai di essere amata. Così due dolori d’amore reciproci e
simmetrici non si risolvono in gioia condivisa ma si acuiscono molto
più che se l’amore non fosse ricambiato.
Entrambi sanno che tutto concorre sempre contro coloro che si
amano, contro qualunque amore, qualora essi non siano certi del
reciproco amore con serenità e non lo risolvano in un legame sicuro,
socialmente certificato. Per sopravvivere nella società, l’amore deve
diventare matrimoniale o stabilizzarsi in una convivenza, e cioè
intiepidirsi allo scopo di durare nel tempo, giacché più è caldo e più
è bersagliato da tutti, eccita tutti, come fosse uno scandalo e
un’offesa alla collettività vedere due persone in un eccesso di
passione condiviso.
Gli sposati nessuno li invidia, perché sono rassicuranti, in quanto di
essi si potrà dire che hanno accettato il regime normale e se, dopo
decenni, si baceranno e si scambieranno ancora carezze in pubblico,
la società benigna li osserverà con una punta di tenerezza e una
punta di ironica superiorità, perché sa che non possono provarvi
nulla di travolgente.
Così le coppie annunciano il loro record di durata nei quotidiani:
nozze d’argento, nozze d’oro, nozze di platino. Guardano fieri e
commossi dalle foto il pubblico che si compiace della loro
prestazione, perché due esseri umani che resistono una vita insieme
suscitano l’ammirazione collettiva, con quel filo di compatimento
che spetta a chi senz’altro ha praticato rinunce, privazioni, censure.
Stando così le cose, la fede che tale record sia ispirato da Dio, che
può anche prescindere dal matrimonio religioso, è l’unica via per
liberare la coppia dalla prosa squallida della semplice resistenza di
due mammiferi a convivere. Il legame è stato voluto dall’alto e la
chiamata è stata ascoltata e mai tradita.
Credere questo vuol dire continuare ad amarsi e, essendo l’amore la
forma più profonda di fede, anche i senza Dio, i fuori di Dio, gli
oltre Dio, gli al di sotto di Dio, definiti in ogni caso rispetto a Dio,
2612
se sono due esseri che convivono intimamente nel tempo sono
credenti e praticanti, benché fuori da ogni culto.
Ma quella società che così benigna appare in vista si trasforma in un
corpo mostruoso quando una coppia va contro i valori condivisi,
esigentissimi nella definizione delle coppie, per sesso, età,
monogamia, legittimazione giuridica, cura concordata dei figli,
convivenza, atteggiamento pacato, sorridente, modesto, quieto e
integrato.
La famiglia di origine, specialmente della donna, e soprattutto
mediterranea, e in particolare la madre del sud d’Italia, questa
potenza generosa e illuminata nel bene, ma infernale e cieca quando
si presenta allo stato puro e selvaggio, smaniosa di sicurezza e di
imprigionare la figlia nella famiglia perfetta, la quale sa che il mondo
è una giungla, diventa allora di un’invadenza ossessiva per salvare
l’oasi matrimoniale della figlia dalle potenze ctonie e superne.
Nulla questa madre, che non ha mai amato, teme come l’amore. Che
esso si distragga e venga meno nella coppia, cosa che può accadere
in ogni minuto. E nulla avversa come la lontananza, anche minima,
dei coniugi, che essa cerca di tutelare e di trincerare in casa con pasti
continui, feste familiari, pressioni psicologiche e pratiche,
apparizioni a tutte le ore del giorno e della notte, che finiscono per
minare la coppia e alla fine distruggerla.
Così il dolore d’amore, che è tutt’uno con il non essere insieme
sempre, ma che nutre una coppia quanto la prossimità perenne,
viene di continuo stordito e narcotizzato da queste suocere sempre
ai fornelli, domestiche detectives e spie della coppia e custodi sacre
della famiglia, che soffrono o godono un ruolo faticoso e snervante,
che nel mondo animale è assente, e che figura come una delle
invenzioni perverse delle società mediterranee.
In queste società infatti le donne mature e anziane possono dare il
massimo bene e il massimo male, e spesso tutti e due in modo
indistricabile, diventando in ogni caso vittime che creano altre
vittime, in una catena sacrificale dall’oscuro significato religioso,
parallelo a quello cattolico.
2613
L’amore impossibile
La fede è una cosa impossibile che diventa reale, perché verso
Qualcuno che nessuno ha mai visto e al quale non si sa se saremo
mai congiunti. Così l’amore è vicino alla fede in quanto è
impossibile, si nutre dell’impossibile, perché mai potrai congiungerti
alla persona che ami e unirti a lei in modo indissolubile, perché anzi
il matrimonio stesso, vincolo indissolubile per la chiesa cattolica,
almeno finché morte non separi, si nutre anch’esso dell’impossibile,
nel senso che non raggiungi mai la persona alla quale sei sposato, né
lo vuoi, per questa elementare verità, che altrimenti verrebbe meno
la spinta a essere uniti e l’unione decadrebbe in una convivenza
d’abitudine, meccanica e atonica. Rischio che non si corre in un
amore precluso e censurato o da impedimenti fattuali o dalla società
o dalla coscienza.
Così l’amore impossibile è sempre anche amore dell’impossibile, in
ogni condizione, e ciò ne costituisce il dolore vitale come la gioia
emozionante, in modo quasi indistinguibile, benché vi siano stati di
solo dolore puro e di sola gioia pura. E non è amore dell’impossibile
in sé ma del varco di vero che apre, o sembra aprire.
In questo modo si comprende chi sia Beatrice per Dante, donna alla
quale è stato impossibile unirsi in vita, e che per questo è così
prossima alla sua fede, tanto che è lei a guidarlo nei cieli paradisiaci,
in quanto il suo amore per lei non è mai consumato. E non per
questo si può dire che sia casto, non esistendo un amore di tal
genere, ma sì che sia puro e fatto tutt’uno, in modo anche
scandaloso per chi consideri freddamente la cosa. Eppure con la
solita audacia Dante è ben lontano dal sentirsi frenato o macchiato
dalla concorrenza di un così autonomo amore sopravvivente mentre
si slancia verso Dio.
Non potendo salvare gli uomini dalla morte, Giove mise la morte
dentro la vita, attraverso l’amore, cosicché, non potendo vincerla in
nessun modo, avessero almeno il sentimento di tenerla sotto il suo
potere, al prezzo di tenercela dentro.
2614
28 maggio
Fantasmi
La vita di un uomo solo può essere piena di segreti ma due vite che
si intessono diventano piene di misteri. Tutta la convivenza umana
vibra di fenomeni fluttuanti, confermando che le anime
interagiscono, oltrepassando i corpi e le disposizioni della ragione.
Non crediamo ai fantasmi ma come chiamare la presenza continua
degli altri dentro di noi, il loro miscelarsi, generare un’atmosfera,
alonare ogni nostra sensazione e stato di coscienza?
Quando non riusciamo a dormire arriva il punto in cui i volti degli
altri, le loro sagome e voci si assiepano, la loro presenza dentro noi
si affolla, straripa, fluitando noi nei tempi passati che diventano
tempi passanti, in un film senza regista che ci estenua, con una
sensazione di delizia e di paura, come se il nostro corpo fosse un
tronco che scivola lungo il fiume mentre dalle sponde ci chiamano,
ci chiedono di dare loro vita, vogliono la nostra. E tutto resta
incompiuto, imperdonato, immedicato, eppure ancora gonfio come
un passero impaurito eppure accasato nella mano. Tutti dormono
ovunque e tu sei visitato dai fantasmi, fantasma tu stesso, non fosse
per il legno e la corteccia del tuo corpo duro che scorre e sbatte
sommerso dalle acque.
Tu forse sei ora uno di quei fantasmi nell’insonnia di un altro.
Quanto sei stato da poco nella sua vita, a meno che tu non gli abbia
dato l’anima, insufficiente per lui a calmarlo e farlo addormentare
ma sempre abbastanza per tenerlo sveglio.
Allora pensi che sarebbe meglio se tutti fossimo sempre presenti, in
una “etterna margarita”, agli occhi di tutti, tutti contemporanei, col
nostro fagotto di sentimenti, invece di questa migranza nel tempo
senza pace, zingari della vita degli altri, col nostro amore gocciolante
che siamo pronti a succhiare per la sete, anche se sa di ferro.
Stai calmo, ti stai adattando nella stanza del giorno quando ormai è
notte, poi si avvicina l’ora di andare a dormire, sempre più tardi.
2615
Guardi il letto perché hai sonno finalmente e ti dici: “Oddio”. Sai
che non ce la farai, come quando hai voglia di fare l’amore ma una
voce ti dice che non potrai. Passerai due o tre ore sveglio, si fa per
dire, disteso, desiderando che venga la luce e possa alzarti finalmente
per un mattino sano, che hai voglia di vivere. Sperando che almeno i
pensieri siano i tuoi, i ricordi ti appartengano, i desideri siano quelli
veri. Ma non è così. I pensieri si fanno per conto loro, i ricordi
decidono loro, i desideri sono snaturati. La notte è buona e ti offre
silenzio, pace, riposo. Ma tu non sei buono, tu vorresti vivere
sempre sveglio per arrivare a capo, per concludere qualcosa, per
risolvere, per trovare la calma, la cosa più meravigliosa che esista.
Hai voglia di amare e di dare qualcosa perché ne hai la forza ma il
fiume corre azzurro cupo nella notte e i primi volti si affacciano tra
le piante. Li hai traditi o li hai ignorati. Non li hai mai amati
abbastanza e il tempo passa, è quasi tardi. Che cosa hai dimenticato?
Forse vegliando sempre lo potresti scoprire ma il tronco del tuo
corpo non è così forte, è stato reciso e adesso scorre, geme,
comincia a stancarsi, comandato da altri, per scopi che non conosci.
Le acque mormorano. Il silenzio ti accorda una musica che ti fa
rilassare. Hai perso molte occasioni, hai omesso di frondeggiare, non
hai contato le stagioni. E tutti dormono, come cose, come la natura
santa, come bambini: si sono arresi e sono loro nel giusto. Tu hai
ancora rabbia, rivolta, voglia di capire. Ma sono tanti coloro che hai
abbandonato, troppi. Non basterebbero mille notti per rendere loro
quello che devi. Come fai a dormire?
30 maggio
L’inespressione
Considerando che c’è la morte, che quando uno esce dalla vita esce
da tutto e del tutto, anche da se stesso, cosicché non importa più se
era un babilonese antico o un londinese di oggi, se aveva vent’anni o
sessanta, se era un potente o un impotente, bello o brutto, se era un
vittorioso o uno sconfitto, mi domando perché non dire allora tutto
quello che pensiamo a chiunque, non esprimiamo sempre quello che
sentiamo, non riveliamo quello che temiamo e amiamo, non ci
2616
dichiariamo e confessiamo agli altri in ogni occasione, spianando
sotto la luce e agli occhi di tutti quello che di verace c’è nel nostro
animo.
Sparire per sempre agli occhi dei mortali e in più non esprimersi
neanche, tenere muti gli amori, intorcinare dentro i dolori, covare
rimorsi e rimpianti, nascondere gioie e affetti, a che serve mai? Non
è aggiungere una seconda morte dell’anima, da noi scelta, a quella
prima del corpo, obbligata? Non è un ridurre il nostro vivere a cosa
ancora più piccola, bassa e timorosa? E in nome di chi e di che cosa?
O uno pensa che Dio ogni giorno leggerà nel tuo animo, saprà e
vaglierà, e allora sarebbe in ogni caso una confidenza in Lui troppo
esclusiva, se tiene fuori le altre creature, quasi non fossero degne di
confidenza, o tanto vale tirare fuori tutto quello che si è e si sente,
perché soltanto allora e così noi potremo sapere se la convivenza
terrena tra noi potrà bastarci, quando tutti la dispiegheranno in
pieno per quello che è e che vale.
Noi subiamo una censura sociale molto stretta ma che non è niente
rispetto a quella che esercitiamo su noi stessi. Il fatto è che questa
repressione feroce dipende in gran parte dal desiderio di non far
soffrire le persone care e di non ferire coloro che frequentiamo, e
quindi è dovuta, più ancora che al bavaglio sociale, al nostro
desiderio del bene, o del non male, altrui, verso il quale siamo così
delicati, quando lo siamo, che preferiamo non metterlo neanche alla
prova.
E quando non lo siamo, l’affetto dei cari e dei conoscenti si ritrae in
ogni caso da noi, giacché se loro si censurano soffrendo perché non
dovremmo farlo anche noi?
Vedi che la bontà e il desiderio del bene di un altro è spesso
repressivo e a volte crudele verso di noi, sicché non faccio il tuo
bene non per cattiveria ma per non fare il mio male. E facendolo mi
faccio del male io. Quanto male nasce dal bene in una società, tanto
da domandarsi se sia vero bene.
2617
Ma non solo i più degli uomini tacciono e segregano in sé pensieri e
sentimenti, o per insicurezza o per gelosia, o per pudore o per paura
ma è proprio questo loro atteggiamento che suscita verso di essi un
affetto più vivo e una partecipazione più forte alla loro sorte,
quando muoiono, quasi fossero affidati alla natura delle cose, inermi
e ignari, catturati al volo dalla rete della morte come uno storno
ignaro, e perciò suscitando il compianto più profondo.
Mentre chi si dice e si dà tutto, e si espande generoso e libero, dà
agli altri la sensazione che proprio aprendo la sua vita la chiuda, la
completi, e che la morte non gli tolga così tanto da doverlo
compiangere.
Le morali sono fatte per la vita sociale, forse dalla natura stessa, che
illude gli uomini che siano stati loro a elaborarle mentre, in
quell’inseguimento reciproco tra la sua intelligenza e la nostra, che è
come un artificio da lei stessa escogitato, è sempre essa a operare,
proprio come capita a noi uomini che, avendo ideato i computer,
non abbiamo fatto altro che esprimere e far giocare in essi
l’intelligenza nostra.
Le morali sono fatte per la vita che si crede immortale ma la verità è
fatta per la vita che si sa mortale, e facendo essa piazza pulita di
tutto, non solo liberandoci dai mali ma anche dalle contorsioni dei
beni e dagli spasmi della stessa felicità, come può la verità avere a
che fare con la morale, con questa morale storica e convenzionale
che serve al genere umano in una fase del suo sviluppo, allo scopo di
continuare a vivere sempre, quando nella morte non c’è più nessuno
sviluppo?
Ecco che c’è qualcosa di molto più cruciale e decisivo della morale e
della religione stessa, come non possiamo non pensare quando
vediamo a Milano un papa, seduto tra migliaia di cardinali, vescovi,
preti, tutti anch’essi seduti, e rivestiti secondo protocolli precisi
quanto comici, scortati e protetti da quindicimila uomini delle forze
dell’ordine, attorniati dalle cosiddette autorità, nelle prime file e nel
dovuto rispetto del loro ruolo politico, economico, sociale, persino
delinquenziale, parlare a un milione di persone devote, spensierate e
commosse.
2618
Tutto ciò, escogitato dalla società e dalla cultura che ha messo la
religione cattolica così in alto e così al sicuro, passerà come non
fosse mai stato al vento della morte. E resterà soltanto la parola di
Cristo, colui che più si è accostato al fuoco, e in compagnia del quale
noi speriamo di passare nel mondo in cui non c’è morale né
religione, né ci sono forze dell’ordine a proteggere chi va nudo e
scalzo, né treni, auto, aerei a portare pellegrini, che credono di avere
più fede accostandosi al papa che, secondo loro, fa emanare
magicamente dalla sua persona di candido umanista, temprato nel
tepore delle contraddizioni di una curia il quale, al servizio anche
della natura e della società, deve mischiare male e bene, caldo e
freddo, per dare tepore ai tiepidi.
Per chi gela anche il tepore è indispensabile. Ma insufficiente.
2 giugno
Diverso dalla nascita
Non sono mai stato con una prostituta, benché la cosa mi attraesse
come fa a tutti, per non corromperla, non sono sadico né
masochista, non ho nessuna perversione segreta. Non ho commesso
ancora reati né fatto del male a qualcuno con volontà cosciente.
Eppure le mie idee più radicate, sembrando a me del tutto naturali, e
i miei sentimenti più profondi, sembrando a me sinceri, sono tali da
risultare inaffidabili e sconcertanti, se non pericolosi e immorali, non
appena li diffondessi, alla gran parte della gente che conosco.
Me ne accorgo anche quando altri giudicano scandalose e
riprovevoli persone che per me andrebbero comprese dall’interno,
non per bontà, ma perché mi piace quel guizzo di vita sfrenato che
non trova pace e ti fa buttare a repentaglio senza sapere ancora in
cosa credi.
Vedi tutti i casi in cui in una coppia c’è una differenza d’età
esagerata, quando si infierisce su una donna che si innamora spesso;
se una ragazza attraente sposa un personaggio famoso che potrebbe
2619
essere il nonno, se una signora ricca e in pensione assume un
marocchino giovane al suo servizio; se un padre si mette a girare il
mondo, non curando le figlie universitarie, che un giorno ne
saranno orgogliose; se una ragazza chiede l’elemosina invece che
andare a lavorare o si rifà il seno perché ossessionata dall’asimmetria
delle poppe, e in mille altre casi, io mi ritrovo sempre, non senza
vergogna, dalla parte di coloro che suscitano scandalo o
disapprovazione, e non per apertura mentale ma perché sono
anch’io in qualcosa come loro.
È come se mi sentissi diverso ancor prima di essere quello che sono
diventato, come se prima di essere sano o malato di mente, morale o
immorale, razionale o irrazionale, e qualunque nome più preciso,
etnico o politico, vogliamo dare a queste categorie, uno potesse
essere in se stesso diverso, in sé scandaloso e inaccettabile, selvatico,
fuori squadra. E attingesse realmente da lì la sua vita, il suo fuoco, e
perfino la sua possibile onestà e bontà.
Tanto che quando vedo un matto che cammina dondolando, subito
mi sento come lui e mi verrebbe normale affiancarlo, e quando
incontro una zingara che chiede l’elemosina accovacciata sulle scale
di una chiesa, mentre forse il mattino ha rubato un portafoglio, io la
riconosco una di famiglia, legata a me da una parentela ancestrale. E
non la aiuto perché sono buono ma perché mi fa ritrovare l’aria di
un’infanzia bruciata che non abbiamo mai convissuto.
3 giugno
A nessuno importiamo se non cadiamo
A nessuno importa niente di noi e di quello che facciamo sicché
ostentare indifferenza, anzi, non preoccuparsi di celarla, è la prima
regola di ogni rapporto sociale, non appena si consolida e finisce di
suscitare allarme o interesse istintivo. Che altri ci gratifichino
espressamente, nonostante ci stimino e ci vogliano bene, è più raro
che venir abbracciati da una passante per uno scatto di simpatia.
2620
Eppure compi la minima azione che susciti riprovazione o che
faccia, non dico ballare, ma anche solo ondeggiare la stasi edilizia
delle convenzioni, ed ecco che tutti si accendono, partecipano al tuo
caso, intervengono, rimuginano a casa su di te, si schierano, si
accalorano, si sdegnano, puliscono dalle ragnatele le loro morali e ti
attorniano, facendoti sapere cosa pensano e perché in questo caso
hai sbagliato.
Lo stesso accade se ti capita qualcosa di male, una malattia, una
separazione, se subisci un’ingiustizia. Se stai bene a nessuno fa
piacere, se hai una famiglia armoniosa la cosa non interessa nessuno
ma se ti fanno un torto, anche non grave ma che ti ha colpito, ecco
che una corrente di attenzione e sostegno si diffonde con la velocità
del fulmine, finché le acque tornano a calmarsi nel lago più inerte,
non appena la cosa si sbiadisce o decade, non perché si risolva, ma
perché tutto passa.
Così il medico che ha lavorato una vita scopre al momento della
pensione di essere benvoluto e amato da tutti, mentre nessuno glielo
aveva mai detto, né fatto capire se non con gli occhi e i gesti. Lo
studente stimato da tutti non ha mai ricevuto un segno di
riconoscimento convinto se non col linguaggio asettico dei voti,
perdendo la testa gli insegnanti tra un sette e mezzo e un tra sette e
l’otto. La moglie fedele e soccorrevole non ha mai ricevuto dal
marito che l’ammira e le vuole bene una parola gentile d’amore
finché non cade in una crisi depressiva.
Perché non siamo capaci invece di partecipare la salute, la gioia, la
fortuna, il valore, la bontà, l’armonia, non soltanto nelle occasioni
comandate e rituali: battesimi, comunioni, lauree, matrimoni ma
ogni volta sia il caso, quando non riusciamo mai a dire: “Sei una
persona di valore.” “Mi hai dato molto.” “Ti voglio bene.”
5 giugno
Favola dell’innocenza
2621
Continuava a vederla in abito da sposa perché si emozionava
sempre, proprio come fanno le donne il giorno del matrimonio,
inclini a ridere e a piangere prima ancora di sapere il perché.
Chiamava questa la sua innocenza e a dire il vero non si sentiva
neanche lui colpevole, e di cosa poi?, perché l’innocenza è
contagiosa, non è un fatto morale e non consegue più di tanto ai
comportamenti ma è un modo d’essere che viene prima di tutto il
resto e che molto di rado perdura fino all’età di quella donna.
Non c’è bisogno di dire che un innocente può fare molte cose che
non vengono trovate per niente innocenti da chi non lo è, tant’è
vero che i dialetti hanno coniato anche troppe espressioni per
definire quello stato femminile di candore che fa dire alle zie,
vedendo un bambina di un anno ridere al papà: “Ecco, fa già la
puttanella” (registrazione dal vivo). Ma quello che i proverbi sulle
acque chete e sulle madonnine infilzate non colgono, è che
l’innocenza è tragica, e lo sa.
Come si vede nell’amore, sempre innocente, che la natura ha dato
alle donne e agli uomini soltanto per un certo tempo, perché oltre
diventa una potenza che con la natura non ha più niente a che fare,
che anzi le si ribella, che scoppia, smania, infierisce, finché uno o si
uccide o uccide, dal vivo o in icona, diventa matto o
immalinconisce, fino al disgusto del cibo e infine anche dell’acqua.
E quella donna infatti si sposò. E quando lui chiese di voltarsi a
colui che le stava di fianco davanti all’altare vide se stesso. E capì
che non era una favola.
Un rito d’amore privato
Una mia amica mi racconta che ogni anno, nella ricorrenza del
matrimonio, indossa per il marito l’abito da sposa che, beata lei, le
sta ancora bene. L’abito che si indossa una sola volta nella vita, e
così rapisce tutto il suo mistero in un solo giorno, perché diventi il
giorno più vero e più bello della vita, almeno nell’immaginazione e
nel ricordo. Ma se il mistero dell’abito bianco, quando la donna
punta a farsi bella come non è mai stata e mai più sarà, è quello del
2622
matrimonio come sacramento, che invece dovrebbe durare per
sempre, ha ragione lei: perché non festeggiarlo ogni anno, facendolo
entrare in un calendario religioso privato? Anche la sua bellezza
appartiene forse alla chiesa e le è offerta in voto?
Travasi involontari
Chi ha i sensi eccitati perché ha fatto l’amore con un uomo, quando
ne incontra un altro, deve controllarsi di più perché l’attrazione per
il primo ha suscitato un’attitudine erotica per chiunque le piaccia.
Chi si innamora sente rinascere un amore passato, non per
desiderarlo, perché anzi il nuovo amore lo rende compiuto e chiuso,
e proprio per questo, non giungendone più passioni fresche e
rischiose, esso rivive nel ricordo, smesse le difese, nella sua identità
viva.
Il disamore è demente
Le sessanta donne che sono state uccise in Italia dall’inizio dell’anno
e le migliaia che sono state picchiate e violentate, e quasi sempre dai
familiari e dai mariti o dagli amanti respinti, sono vittime della
demenza del disamore. Perché l’amore è folle ma il disamore è
demente.
Da parte mia, farei la modesta proposta di sterilizzare chi violenta
una donna e chiudere in un carcere femminile a vita chi la uccide.
Ma non essendo io, per fortuna mia e degli altri, un legislatore né un
giudice, perché la persona più mite diventa inesorabile quando ha il
potere di giudicare, dico che ogni violenza è sempre una tragedia del
disamore.
E cioè della scoperta che, se l’uomo non è innocente, perché mai
dovrebbe esserlo la donna?
E che perciò l’educazione civica di un uomo comporta sempre
l’educazione al disamore, e cioè al dolore da donna.
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Se si tratta del proprio, le cose sono più facili, perché noi maschi
siamo così chiusi da non capire mai a fondo il dolore di una donna,
nel quale non ci immedesimiamo ma che leggiamo sempre negli
effetti e nelle conseguenze sgradevoli per noi. Se si tratta invece del
disamore di una donna verso di noi, educarsi a esso vuol dire
educarsi al dolore, all’impossibile, e cioè diventare uomini.
“Diventare uomini. Sì, ma perché? Che me ne faccio poi?” Questa è
la domanda che frena molti di noi dal voler crescere. “Per sentirsi
uomini, non per altro,” è la risposta.
Non possiamo amare l’impossibile quando si ama in modo
concorde e odiarlo quando non veniamo più amati. Poiché si tratta
dell’esperienza più dura della vita, come attestano le centinaia di
migliaia di violenze sulle donne, spesso colpite avendone in mente
un’altra che riteniamo colpevole, e quindi in quanto donna. Ed è qui
invece che si mette alla prova il nostro valore più che in ogni altra
cosa.
Se non sei più amato, fatti frate, buttati sul lavoro, fai centinaia di
chilometri a piedi, smetti di nutrirti, rasati a zero, prendi un volo per
la Patagonia, vai a servire la mensa ai tossici, parti per le missioni, fai
lo sciopero del silenzio, fatti crescere la barba fino ai piedi, alzati
sempre alle tre di notte, dedica la vita a un’altra persona, padre,
madre, figlio, sconosciuto, in ogni caso agisci. Non dormire, non
ritirarti, non cedere, non disperarti, altrimenti prima o poi diventerai
violento.
6 giugno
L’amore internato
L’amore internato o per gelosia o per pudore o per profondità del
sentire o per doverlo tenere segreto è coltivato dalla coppia in
sintonia in modo che, nessuno sapendolo, soltanto essi all’unisono
lo coltivino, versandolo tutto l’uno nell’altro, mentre nessuno può
sentire il gorgoglio dei fluidi transitanti da un’anima all’altra.
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Nella gabbia del cuore l’amore si interna anche a coloro che lo
provano, sia perché gli mancheranno baci e carezze e naturali
sbocchi sia perché gli altri spiando si appostano e lo intercettano, lo
frugano e lo stuzzicano con malizia. Gli amanti stessi non potranno
entrare nella gabbia del loro cuore per goderlo, perché l’intera
società ne vorrà l’internamento e la preclusione anche a essi.
Eppure l’amore, come una pianta, cerca e trova sempre l’ossigeno, la
luce, la vita perché amore è sempre amore espresso.
Amore legale, libertario e clandestino
C’è una severità venuta dall’alto nell’amore matrimoniale che ti
impedisce di goderne a fondo. Se è venuto dal cielo come un
miracolo infatti al cielo appartiene e non è più tutto tuo. Se tu infatti
così lo riconosci, non puoi sottrarti a trovarvi un senso oltre la
vertigine primaria, che proprio a te è stata donata a condizione di
renderla sempre più lenta e sicura. E se fai finta non sia così, sei un
ladro che ruba a Dio e a se stesso. Ecco che, riconoscendolo, ti
aspetta la rinuncia, e cioè il sapere e il volere che tale amore abbia un
senso che attraversa nelle fibre la coppia, anche nell’intimità dello
stesso amore, che non è più nato da te e da lei, inventato da noi,
perché è Dio che l’ha fatto trovare e l’ha nel suo concepimento
battezzato e dotato di un’anima sola, acconsentendo che fosse.
Se è un matrimonio d’amore dovrà durare come testimonianza
pubblica che esiste, quasi facendo entrare la sua norma nella natura,
mentre la natura è anarchica in amore e nella società. Esso dovrà
subire l’eresia di un’invadenza mostruosa della società nel cuore.
Mentre nell’amore extramatrimoniale, anche sostenuto da una
convivenza durevole, e cioè, diciamo così, extracomunitario, c’è un
libero patto di due esseri che vogliono restare individui liberi,
facendo prendere dalla rete della società loro stessi ma non la
coppia.
2625
Se è un amore clandestino nella società, e anarchico esso, in quanto
naturale, nato da due nature spose e gemelle e attratte l’una dall’altra,
e impossibilitato a stringersi in un contratto beneaccetto dalla
comunità, tu non puoi negare per questo che miracolo sia, anzi più
scandaloso perché niente e nessuno potrà legittimarlo mai. Non è
bene accolto da nessuno fuori dalla coppia, non ha passaporti né
visti né permessi di soggiorno.
Anzi, scoperti, i due verranno separati ed espatriati, Non scoperti, la
polizia morale e sociale, nulla potendo più quella giudiziaria, darà
loro la caccia ma proprio per questo saranno, vivendo nel paradosso
e nel conflitto con la gendarmeria del disamore, gli amanti più
potenti che esistano, costretti a fare i conti direttamente con Colui
che ha fatto il dono, se l’amore viene sempre dal dio, il quale ha
trasgredito per primo le leggi che la società superba si è data,
spacciandolo per suo.
E ha mandato il Figlio a parlare con le prostitute, i poveri, i
clandestini della terra, che anch’essi si innamorano fuori legge, e dà
loro amore, facendone gustare la meraviglia e segnando il tempo e la
scadenza del godimento celestiale del dono, che perdura e si
trasforma, dando alla donna e all’uomo illegali che si devono
separare la forza e lo spirito per giovare ad altri, se riescono a
trovarli nel dolore, ma in luce divina, senza mentire e versare in
tante gocce (perché più non possono) la cascata da cui sono stati
investiti e che, si siano baciati o no, li ha eletti e immersi nell’amore
divino
Dire la verità
D’istinto sappiamo tutti che dire sempre la verità non è possibile,
non è utile e neanche desiderabile, sicché il problema è quello di
definire quando la puoi e la devi dire e quando no.
Ci sono persone, soprattutto donne, che hanno come regola ferrea
di dirla sempre ed esigono che a loro sia detta, ma la gran parte delle
volte hanno la gran fortuna di non avere nulla da nascondere, o per
una fedeltà rigorosa, una lealtà esemplare, o per mancanza di
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immaginazione o per tutte e due le ragioni. Sappiamo infatti che chi
ha una immaginazione ricca è già avviato sulla strada della bugia, se
non della menzogna, e ha sempre qualcosa da nascondere, anche
soltanto (si fa per dire) un desiderio, una speranza, un’ambizione.
Per dire sempre il vero ci vuole forza ma ancor di più per sentirselo
dire. E così anche la persona più coraggiosa e capace di dirlo dovrà
sempre domandarsi se è giusto farlo, visto che, come può gratificare
un altro con una rivelazione piacevole, può anche mortificarlo con
una realtà più dura del sopportabile.
Ecco che allora puoi dire la verità solo se non farai soffrire un
innocente. Come dire infatti a uno studente che non ha le capacità
per capire un argomento? A un marito che ami un altro? A un
malato terminale qual è la sua sorte? A ciò aggiungendo che per dire
la verità in modo netto, perché netto diventa per forza, presa la
risoluzione, per il fatto stesso di dirlo, tu devi essere in assoluto
sicuro che sia tale.
Ed ecco che lo studente che non capisce nulla al liceo diventa un
medico tra i più stimati, che la donna si riaccende per il marito dopo
una sbandata, che il malato dato per spacciato, come ho appreso in
almeno due casi solo nell’ultimo mese, si riprende magnificamente e
considera te, medico, che hai dato il verdetto, un incrocio tra un
incompetente e un maligno.
Eppure dire sempre e a tutti la verità è un sogno affascinante,
perché starebbe a dimostrare che saremmo tutti più forti e limpidi,
che sapremmo perdonare, e in più che ciascuno potrebbe sbagliare
strada cento volte di meno, incanalandosi, messo apertamente
sull’avviso dagli altri, e potrebbe fidarsi di ciascuno, finalmente
trovando, sgombrata dalle illusioni e dagli equivoci sociali, la sua
natura prima.
Vi sono tuttavia molte persone che della verità non sono capaci e
che chiamano verità la menzogna in modo così connaturato e
costitutivo che sarebbero capaci non solo, come già sono, di mentire
a se stessi senza accorgersene ma di mentire a tutti gli altri,
propagandando il loro vero menzognero fino alla violenza e
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all’omicidio, cosa accaduta infinite volte per ragioni di potere
economico o religioso, e che, essendo tali persone più di frequente
al potere, hanno sterminato, nei secoli, centinaia di milioni di
uomini, sempre in nome della verità.
Ecco che la verità, non dico quella letterale, ma quella interiore,
mentale, spirituale, è anch’essa definibile con gran difficoltà e
rischio, e quasi ignota a noi stessi. Tanto più il momento di dirla
viene da noi rimandato e ciò che diciamo di continuo è così
ritoccato, aggiustato, manierato che alla fine le pagliuzze di vero
trapelano appena in una colonna di fango, che bisogna avere la
pazienza di setacciare all’infinito. C’è chi nondimeno lo fa e se lo fa
bastare per vivere.
7 giugno
Choc a sorpresa e annunciato
Quando lavori in un’impresa con soddisfazione o vivi un
matrimonio tranquillo e il padrone ti licenzia o la moglie ti lascia da
un giorno all’altro, tu vivi uno choc, perché non te l’aspettavi per
niente. E, dopo il primo periodo di sconvolgimento, sdegno,
racconto a mezzo mondo della disgrazia che ti è capitata, che ti dà
nondimeno un senso di avventura eccitante che ti guardi bene dal
confidare a chicchessia, piombi nelle conseguenze dello choc, il
quale è una scossa violenta, non perché istantanea, ma in quanto
vedi in un baleno la vita futura che esplode, sapendo che è la tua
non solo di oggi ma, se non di sempre, almeno di anni e anni.
Quando lavori in un’azienda per anni con la spada di Damocle del
licenziamento, incerto nella data ma certo nel fatto, o vivi un
matrimonio destinato a fallire e che boccheggia per mesi o per anni,
quando il fatto tanto atteso e pienamente consaputo accade, non
solo hai uno choc lo stesso ma addirittura più forte e disastroso di
quando non t’aspettavi niente di male. E questo perché è peggio che
il colpo arrivi quando da tempo tu ti sentivi impotente a pararlo,
giacché abbatte un uomo già provato e con difese troppo basse per
reggerlo. Mentre nello choc a sorpresa è invece un uomo sano e
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vigoroso a essere colpito, con una riserva di energie, di vitalità
inerziale, da spendere ancora a lungo per provvedere ai casi suoi.
Dal che si induce, contro la vulgata, che è meglio non prepararsi mai
ai colpi da subire, fare finta di niente, illudersi che non cadranno,
accentuare i segni positivi e favorevoli e ridurre all’angolo quelli
contrari.
7 giugno
Non c’è un’arte dell’addio
Tanto è strano l’animo umano che quando tu sai che dovrai salutare
per sempre un amico in partenza tra qualche ora e che non lo
rivedrai per anni, godi nondimeno la sua presenza, come se la
coscienza del futuro fosse abolita dal presente, durasse pure pochi
minuti.
Se tu ti mostrassi dolente all’amico un’ora prima della separazione o
anche pochi minuti prima del saluto, lui si offenderebbe, non sentirà
che ti dispiace perderlo, cosa vera, ma che egli non induce più un
effetto buono su di te. E se non lo induce adesso che lo vedi quale
potenza di produrlo avrà la sua amicizia quando non lo vedrai?
Ecco che nei saluti sempre preferiamo chi ride con affetto, anche in
vista di una lunga separazione o di un addio, sia perché vi vediamo
un atto di coraggio, sia perché ci fa sentire fino all’ultima goccia la
gioia del suo amore, sia perché ci lascia un’ultima immagine benigna
e rassicurante, quale ci avvia a pensare che perdurerà nella
separazione, essendo per lui impossibile vederci senza goderne.
Troppa gioia e disinvoltura sconfinando però nell’indifferenza e
facendoci sospettare che l’amico si stia già consolando, se non
sollevando, il più bello sarà che ridendo egli abbia gli occhi umidi,
dicendoci così tutto. Eppure tanta facilità a esprimere le emozioni
non vorrà dire che egli dimenticherà l’assente che non sarà più in
grado di suscitargliele dal vivo?
2629
Ecco che, così stando le cose e non essendo possibile un addio vada
mai nel verso giusto, e non potendo illuderci che non ci venga mai
riservato, non ci resta che sperare di essere noi quelli che partono.
Lontano dagli occhi
Se incontriamo finalmente la donna amata, lontana da noi per cause
di forza maggiore e la vediamo sofferente non penseremo che lo sia
perché noi non ci siamo, cosa vera, ma che non ci ami più
abbastanza. Che la nostra lontananza la renda così triste non vuol
dire che la nostra presenza la rallegrerebbe. Lei ci fa sperimentare
infatti che la nostra assenza intacca il suo amore, cosa che le
dispiace, ma la priva di ogni coraggio, fiducia e fedeltà in noi. E ci
farà sentire che lei desidera, sì, la nostra presenza, la quale sta
diventando però condizione unica e vincolante del suo amore, e così
temiamo che il suo amore sia più imperfetto e debole, e già quasi
pronto a volgersi altrove.
Se invece la rivediamo, sì, sciupata e smagrita, cosa che non ci
lusinga, perché allora il nostro amore non continua a renderla bella,
e quindi lei si merita che anche noi la amiamo meno, anche perché
meno ci piace, ma vivace e allegra, sia pure con sforzo, disinvolta e
pronta a insistere che sta bene, che si difende, che le sue giornate
sono piene e degne di interessarla e impegnarla, ecco che noi siamo
attestati che ci ama, perché lei è capace di vivere da indipendente,
senza di noi. E così l’amore che ci dà è quello di una donna libera
per un uomo libero, che è il massimo, e quasi mai raggiungibile
bene, che si possa sognare.
Se infine ci chiede di noi e si interessa a noi, trascurando del tutto lo
stato in cui si trova lei, benché gramo, il consiglio è di fare di tutto
per tornare a vivere insieme, perché ogni altra scelta sarebbe
sprecare l’unica bellezza della vita.
7 giugno
L’urlo
2630
Anni fa una troupe televisiva circolava per le scuole superiori
italiane, invitando gli studenti a salire sul tetto dell’edificio o a
sporgersi da una terrazza urlando a squarciagola qualunque cosa
volessero, nei limiti della decenza e del codice, per sfogare la loro
rabbia contro i nemici della gioventù, ovunque fossero annidati.
Ricordo che quando ero ragazzo in più di un film si poteva vedere la
scena del protagonista giovane che andava in luogo isolato e gridava
a perdifiato una parola chiave maledetta o emetteva un urlo
selvaggio e ripetuto che lo sfiancava, dopo il quale rimetteva in moto
l’auto calmo e padrone di sé.
Anch’io volli provare l’esperienza e me ne andai sotto un ponte,
gonfiai i polmoni e urlai il nome di una ragazza, non perché c’e
l’avessi con lei, tutt’altro, ma perché quel nome mi pulsava sempre
dentro e ne ero così teso e carico che avevo deciso di provare questo
rimedio estremo.
Ci detti veramente sotto tanto che dovetti scendere per succhiare un
po’ d’aria ma della calma e padronanza nel protagonista del film
neanche l’ombra. Anzi, oltre a sentirmi un po’ coglione, il fatto che
quel nome che avevo custodito dentro lo gridassi così all’aperto mi
fece sentire sicuro che mai avrei filato con chi lo indossava, giacché
era una ragazza che, pur essendo seria e profonda, ci teneva
parecchio a sbaragliare la concorrenza col suo fascino.
Se invece oggi, quando sento la rabbia salire, passione che ha
accompagnato, come la paura, tutta la mia vita, e sarà ormai difficile
che mi abbandoni, mi trovo ad ascoltare, che so?, Smells Like Tine
Spirit dei Nirvana, anche se il testo non punta di certo a consolare,
ecco che la mia rabbia, caricata dalla voce urlata di Kurt Cobain,
finalmente si esprime e si sfoga, senza che io muova un muscolo, e
acquisto la calma e la padronanza di quel personaggio del film.
Se invece ho paura, perché sto rischiando un incontro che potrebbe
farmi soffrire o darmi piacere, e non lo saprò fino all’ultimo
momento, e ascolto per caso Sing for the moment di Eminem, presto
mi viene un ardire e un’allegria che risolvono la situazione. Se mi
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sento abbastanza in forma e contento, visto che una malinconia
struggente si apprezza soprattutto in quello stato, Martha di Tom
Waits mi commuove.
D’altro canto, se sono calmo e ascolto lo stesso pezzo dei Nirvana,
mi eccita e rende aggressivo artificialmente, cosa che non mi piace;
se sono già ardito e carico, la canzone di Eminem non diventa altro
che un piacevole accompagnamento e se sto rimpiangendo la donna
che non vedo da ore, abiti pure con me, la voce di Tom Waits ha
l’enfasi di un romanticismo patetico.
Ciò significa non solo che non puoi urlare o provare una passione a
comando ma che la musica non soltanto deve essere in contrasto col
testo, per suscitare effetto, ma che anche il nostro stato d’animo
dev’essere in contrasto, polarizzato, con la musica, sicché una
canzone disperata ci piacerà quando siamo sicuri di un amore
ricambiato e una marcetta cordiale quando siamo turbati da una
paura.
Come fare allora per valutare il valore di una canzone? Semplice, se
è meglio di un farmaco e se ti rifà ogni volta lo stesso effetto, al
punto che, quando guidi l’automobile, ascolti sempre gli stessi pezzi,
che scegli d’istinto in base all’umore, sei sicuro del suo valore
artistico, che è l’ultima cosa che ti importa visto che ti giova.
E nota che l’effetto giunge solo grazie alla lingua del canto, senza
stare per niente attenti ai testi, che in questi tre casi non sono per
niente banali, tanto che quando senti dire e dici che il testo di una
canzone non potrà mai essere come una poesia, ciò vale se lo
confrontiamo con le opere dei poeti maggiori, ma rispetto alla gran
parte delle poesie oggi scritte, che a tutta voce invocano un filo di
musica che le salvi, esso può competere con onore con esse, e più di
una volta sbaragliarle.
8 giugno
Eva, donna di iniziativa
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Come stiamo? Come Eva e Adamo dopo la cacciata dal paradiso
terrestre, solo che non abbiamo mai mangiato la mela.
Di Eva e Adamo non si dice che fossero innamorati l’uno dell’altro,
altrimenti sarebbe prima o poi venuta fuori una prole. Né quando si
parla di albero della conoscenza si allude al fatto che Eva volesse
conoscere altri uomini e Adamo altre donne, benché fosse un
desiderio attendibile. Ma noi tendiamo a vederli come innamorati,
belli e intrisi di eros, tanto da farci sentire struggente il paradiso
terrestre proprio per un sentore intimo di coppia beata, senza
perturbatori intorno.
Una sensazione sottile ci dice anche però che per trovare
affascinante una donna tu devi confrontarla con tante altre, scegliere
e sentirti tu scelto tra concorrenti numerosi e invitanti, e che proprio
questa elezione è indispensabile per il piacere dell’amore, che la
prima coppia non poteva provare, non essendo neanche abilitata
all’uso dei sessi, benché sant’Agostino la pensasse in modo diverso,
se la procreazione non era contemplata nel piano.
Così nella parabola di una qualunque storia d’amore noi
immaginiamo l’innamoramento come paradiso terrestre, la cacciata
dal paradiso come la fine del mondo nel disamore fino a una
rinascita spirituale, grazie a una lunga penitenza nel nuovo mondo.
Che però sarà popolatissimo e assordante, duro e faticoso, fino a
rendere oggetto d’un rimpianto senza fine l’eros casto di quel
giardino.
Quando Eva e Adamo piovvero nel nostro mondo non si sa che
cosa pensassero. Essi serbavano memoria dell’Eden e forse si
mangiarono le mani, eppure non si può dimenticare che l’istinto
infallibile verso il nuovo mondo, verso le Americhe della prima
coppia, che lei, la tentatrice, doveva sentire come un più vero Eden,
fu di una donna. Ed è grazie a lei se ci siamo.
Come non c’è eros senza selezione così non c’è confidenza senza
esclusione. Eva e Adamo parlavano? Forse non ce n’era bisogno. Si
toccavano? Cosa facevano, se non dovevano procurarsi il cibo,
ripararsi dalle intemperie e provvedere ad altri? Impossibile per noi
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immaginare cosa facessero e decidessero, uno stato di incoscienza
beata non dura mai per noi più di qualche minuto. Il paradiso
terrestre non ammette durata, è istantaneo.
Ma, caduti in terra, Eva e Adamo sopravvivono e rinascono in ogni
coppia mortale, legale o clandestina. Serbino o no memoria
dell’Eden, si pentano o rimpiangano, essi non possono ancora
parlare a cuore aperto. Sposati o accompagnati, un uomo e una
donna non possono veramente dirsi tutto, né prima né dopo la
caduta.
Tutto d’un fiato
Leggo da quando ero bambino eppure un’esperienza, che credo
d’aver meritato, mi è stata sempre negata: quella di leggere un
romanzo “tutto d’un fiato”. E scorrendo in uno stesso giorno tre
recensioni di lettori fortunati che segnalano al pubblico d’aver
scoperto un romanzo di tal fatta, che inoltre è anche “un capolavoro
nel suo genere”, io brucio di nuovo di invidia, perché so già che,
prendendoli in mano io, non riuscirò mai a leggerli in quel modo.
Migliaia di romanzi esistendo, a detta di tanti e qualificati lettori, che
ti spingono a girare pagina in modo spasmodico e ansimando
appassionatamente, mi sono convinto che sono io l’incapace di
provare l’esperienza più avvincente che sia data a un lettore.
Pagine incollate, invece sì. Pagine piombate, pesanti, d’acciaio a
provare di voltarle. Pagine impantanate, ingorgate, infossate, dalle
quali risali con accorgimenti faticosi, tenendoti al bracciolo,
graffiando la carta. Oppure pagine così intense e vere che non hai
nessuna voglia di voltarle, e le rileggi, ci pensi su, le riascolti, le leggi
ad alta o a bassa voce, ti metti a sognare.
8 giugno
Il mondo fatto dalle donne
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Le donne sono state tagliate fuori da millenni dai libri sul mondo
sicché, pretendendo di conoscerlo in base a essi, scritti quasi tutti da
uomini, tranne che nell’ultimo secolo, siamo portati sempre a
pensare che quello che studiamo sia la natura umana, come essa si è
espressa e documentata nella storia, mentre invece è come ce
l’hanno raccontata gli uomini.
Il fatto che le donne non vi abbiano messo bocca per iscritto non
significa però che non abbiano agito nel mondo quanto gli uomini, e
anche più di noi, giacché in modo meno palese, per farlo diventare
così com’è.
L’interesse comune è allora di capire meglio come sono le donne,
perché altrimenti mai sapremo le cause profonde e radicate del
vivere sociale, l’antropologia millenaria che si fa scherno delle svolte
pretese epocali da un anno all’altro, segnalate da questo o da quel
pensatore o catturate da questo o quel giornalista.
E, andando all’osso, io credo che siano le donne in gran parte a
desiderare il corso normale delle cose, che amino la vita quotidiana,
che censurino ogni scarto, guizzo, anomalia, che richiamino ai
doveri sociali e naturali, che vivano il desiderio di una conservazione
profonda e stimino un equilibrio fondato sul giusto mezzo e sul
governo delle passioni e dei desideri, molto più degli uomini, i quali
trasgrediscono, sgarrano, eccedono e difettano, sempre riportati
nella rotta giusta, o presunta tale, prima o poi da una donna.
Tanto che quando uno va nei matti o si isola dall’ecumene o
sbarella, smania, s’infuria, si deprime, eccede nel lavoro o nell’ozio,
si rattrista, si esalta, il giudizio unanime dell’altro sesso, e degli
uomini stessi, è: “Si vede che non ha al fianco una donna.” Oppure:
“Ci vorrebbe una donna.”
Donne anomale esistono e, benché in minoranza nettissima, sono
anch’esse tante, sparse tra le altre con fama di bizzarre, matte e
originali o di ambiziose, perfide, arrampicatrici. Oppure con tale
forte personalità e talento da essere pregiate per uniche nel loro
campo, accettate e riverite dalle altre donne, ma non più di tanto
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amate, e quasi tenute per un terzo sesso, per ultra, e quindi infra,
donne.
9 giugno
L’anima nel volto
Le donne veramente belle cambiano volto di continuo, e viste di
profilo, di fronte, di scorcio, sono sempre diverse, e quasi un’altra
persona. Ciò dipende da asimmetrie e irregolarità leggere dei
lineamenti ma soprattutto il fenomeno si verifica se la bellezza si
irradia dall’interno e muta al variare delle emozioni e dei pensieri,
che passano tutti nel volto, leggendosi ogni volta come un testo
nuovo e rinnovando non solo l’espressione ma gli stessi lineamenti e
fattezze.
Lo sguardo tende sempre a rendere visibile l’anima ma soltanto in
poche donne l’anima trapela nuda, impossibile sapere come e
perché, forse perché le amiamo, forse perché le capiamo. In quel
caso non si tratta solo di un eros dell’anima ma di una trasparenza
tale che si fa luce negli occhi.
Quando vedi l’anima nel volto, snudata nel riso e nel dolore e sotto
gli occhi di tutti, ne hai scandalo, benché sia impressionante che
nessuno se ne accorga tranne te, e vorresti quasi dire “Copriti”,
mentre nasce un senso di libertà, che è quasi felicità, anzi lo è,
benché venata di tristezza perché dovrai pur prima o poi guardare
altrove.
Un riso di coppia è sussurrato, perché non si dà libertà a due nelle
istituzioni oppressive.
Guardando le foto di Simone Weil non ne troverai due uguali, anzi ti
sembra inverosimile che sia la stessa persona. Sono dieci, venti
donne diverse per quell’emanazione istantanea non solo
dell’intelligenza e delle emozioni del momento ma della sua vita
spirituale.
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Simone Weil ci spiega senza volerlo la radice della sua anima nel
volto, scrivendo: “È buona l’azione che è possibile compiere
mantenendo l’attenzione e l’intenzione orientata del tutto verso il
bene puro e impossibile, senza velare con nessuna menzogna né che
sia desiderabile né che sia impossibile” (quaderno VIII).
10 giugno
La rivoluzione femminile
La rivoluzione femminile, l’unica del Novecento, profonda, durevole
e irreversibile, è rimasta agli inizi e stalla in modo faticoso e
drammatico. E la ragione mi sembra chiara: non c’è stata una
rivoluzione maschile. Ed era da prevedere perché non c’è mai stata
una rivoluzione da parte di chi ha già il potere. Avrebbe potuto
esserci per la prima volta? Noi maschi in ogni caso non siamo stati
all’altezza. A cominciare dalla vita materiale: fare la spesa, cucinare,
stirare, lavare, spazzare, curare i figli fin da piccoli, seguirli e guidarli,
accudire i nostri anziani.
Abbiamo temuto di diventare noi femmine, oltre alla pochissima
voglia di dedicarci a mansioni materiali noiose, quasi l’odore di
bucato, di detersivo, di piscia e di cacca di bambini, di ambulatori
pediatrici, di sughi gorgoglianti e di pesci sventrati fossero associati
da dentro alla natura femminile, al punto da farci snaturare. Ancora
di più abbiamo temuto che, nella guerra attraente tra i sessi, ma non
meno secca se la si accetta ad armi pari, le donne ci lasciassero
prendere il loro posto per assumere loro il nostro, venendo così
sconfitti e spodestati, in modo da far penare e subire noi per un altro
paio di millenni, quando non riusciamo a farlo nemmeno per un
giorno.
Senza un mutamento materiale in questo campo anche quello
spirituale diventa arduo e si risolve in dichiarazioni solidali,
atteggiamento amabile, omissione di critiche, accettazione di ogni
piatto e camicia ci vengano offerti e indifferenza a una casa
disordinata e abbastanza polverosa.
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Le donne così subiscono uno stress permanente, facendo sempre un
doppio, triplo, lavoro, che spegne i loro desideri, genera ostilità
criptiche e persistenti, e soprattutto le stanca e le estenua, tanto che
la sola risposta possibile a uno snaturamento unilaterale è un’attività
frenetica e spasmodica, un rincorrere gli impegni, guidando a tutta
velocità, muovendosi con agilità atletica per la città e per la casa,
smistando madri, figli e mariti capricciosi ed egocentrici, che non
smettono magari di amare e di stimare, ma tenendo in sospensione
questi sentimenti per anni o per decenni.
11 giugno
Il calo felice
Il calo del desiderio sessuale, non si sa quanto responsabile del calo
delle nascite, che almeno è un fatto verificabile, è stato registrato da
quei medici senza pazienti che sono gli esperti di statistica. Come il
calo dei salari, degli stipendi, dei consumi, degli investimenti, dei
prestiti, dei profitti e di tutto ciò che è computabile. Più difficile
definire il calo dell’attenzione degli ascoltatori, fissato dagli ineffabili
esperti, esseri più simili ai marziani che ai terrestri, intorno ai
quaranta minuti, calcolo che almeno è confermato da fin troppe
esperienze.
Ma è possibile, essendo il calo un fenomeno sempre considerato
negativo, auspicare invece un calo preventivo, terapeutico e
salutifero, come un programmato calo degli zuccheri o della
pressione? I sostenitori della decrescita felice auspicano che cittadini
volenterosi, non animati da bisogni espiatori e da discipline
ascetiche, ma in nome della felicità sociale, comincino a consumare
meno, a correre meno di qua e di là, a produrre meno, a telefonare
meno, diventando autonomi e coltivando, come si augurava
Voltaire, il proprio giardino. Sempre meglio fare così che distruggere
centomila aiuole, che è l’effetto di una produzione selvaggia.
Questi illuministi benigni e operosi sono da ascoltare e da ammirare
ma saranno sempre i felici pochi, in una serena aristocrazia
democratica, perché il loro invito va contro tutte le pulsioni
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irrazionali e dominanti di quello che Ortega Y Gasset (nel 1930)
chiamava l’uomo-massa, e cioè ciascuno di noi, smanioso di
potenziamento, accelerazione e corsa eccitante non importa verso
dove, basta che si sappia solo quando è tardi.
Ciò che aumenta in realtà è sempre l’ansia, la disperazione,
l’illusione, la povertà, l’indigestione, la frenesia; ciò che si moltiplica
è il vuoto, che cresce in modo esponenziale con l’inganno che lo
cavalca, come un’immensa nube che simula un guerriero che
brandisce un’arma, ma meglio questa immagine labile di potenza
grandiosa nel cielo, per quasi tutti gli esseri umani, che non quello
scivolo verso il nulla che a tutti sembra, quasi rinuncia a vivere, il
regredire verso una vita più lenta e gustata con semplicità.
14 giugno
Tempo libero
Logico che facciamo ricorso al tempo per organizzare la vita sociale,
darci orari di lavoro e appuntamenti; per scandire il ragionamento
logico e matematico, visto che la successione delle operazioni
algebriche condiziona il risultato; che teniamo sempre fisso il
metronomo della parabola biologica con regesti anagrafici e
ragioneria di ogni nostra acquisizione degli anni. Strana ragioneria, a
dire il vero, se gli anni che, a detta di tutti, abbiamo sono poi proprio
quelli che abbiamo perso per sempre.
Ma dopo essersi inchinati a questi dei prosaici e potenti, la nostra
percezione del tempo spirituale si dilata avventurosamente, tanto
che una volta ci sentiamo neonati, che se qualcuno ci chiedesse:
Quanti anni hai? Sarebbe legittimo rispondere: Tre giorni. E a volte
ci sentiamo millenni addosso, come reggessimo l’atlante
dell’evoluzione umana sulle spalle. Nella noia, un’era si impantana
nella nostra piccola testa. In una gioia improvvisa non c’è più
differenza tra noi e una bimba delle elementari. Ti manca una
persona da tre giorni e ti sembrano trent’anni, anzi, nella sua assenza
che differenza c’è tra un secondo e mille miliardi di anni, se appunto
manca, non c’è? Mentre, se te la ritrovi davanti, il tempo viene
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risucchiato al suo punto iniziale e tu puoi dire che non c’è, non c’è
mai stato un tempo. Ma ecco che il tempo rinasce, non appena non
la vedi più e, dopo tre secondi, sei già vecchio di qualche milione di
anni luce dentro al cuore.
Quanti anni hai?
Eppure tu vuoi sapere quanti anni realmente ho. Non li dimostro ed
è per dirmi questo che lo vuoi sapere. Cominci a capire che mi
vergogno di invecchiare e mi guardi con ironia. Dici tu l’età che sei
una donna, tanto che festeggi il tuo miliardo di anni luce in
pubblico, e io faccio tante storie. Adesso me ne sento parecchi. Beati
i tempi in cui uno non sapeva quando era nato. Questa ossessione
dei numeri ci ucciderà tutti. E non ti rispondo se non dicendo:
“Sempre troppi.” Tu sei contenta, perché finalmente lo riconosco,
era quello che desideravi. Poi dicono delle donne. Per la stanchezza
mi scappa di bocca la cifra, nella sua idiozia esatta. Così finalmente
puoi dirmi: “E allora?”
15 giugno
Un caso grave
“Non riesco a mentire ma non riesco neanche a stare zitta, e questo
rende il caso grave,” dice Angela.
“Eh, sì,” le risponde Lino, “perché molte persone non riescono a
mentire a parole però mentono benissimo coi fatti.”
“Proprio questo ti volevo dire. Mio marito Gilberto mi ha detto,
fissandomi, che le donne sono tutte puttane. E io gli ho risposto che
allora gli uomini sono tutti magnaccia. Tu invece sei stato zitto.”
“Sono un caso grave anch’io,” dice Lino, “sono accuse che non
capisco.”
“Non capisci? Per lui sono puttana perché esco con te.”
“Parla coi fatti, allora: lascialo.”
“Non per mettermi con te. Sei troppo pulito, non ti si vede il
sangue.”
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Lino torna solo e pensa che Angela ha ragione. La verità che lega
due persone è accessibile a loro solo di taglio, versando il sangue
cioè per il successo della coppia. Il vero invece per lui, che è contro
la violenza, riguarda il versante dell’insuccesso, quello che non
vogliamo mai vedere, mentre è proprio ciò che per Lino i due
amanti devono saper condividere. E per questo alla fine Angela
sarebbe tornata col marito e lui sarebbe rimasto un uomo libero.
16 giugno
Dialogo sul potere
Carl Schmitt trova il nucleo del potere nel legame tra protezione e
obbedienza, come il suo maestro Thomas Hobbes. Non posso
disobbedire a chi tutela la mia vita, anzi devo rivolgere a lui il mio
consenso. Ma il potere, di una persona o di un gruppo, non si limita
a raccogliere il consenso dei protetti, perché anzi genera un
plusvalore, ci fa diventare consenzienti a ogni sua opera. Ben oltre, e
contro, la tutela della nostra sopravvivenza.
Trovo che proprio questo sia il punto decisivo, in quanto segna il
passaggio dal cittadino attivo, che decide uno scambio conveniente a
entrambi, al servo, magicamente grato al potere e succube a ogni sua
decisione. Un caso in cui la gratitudine è un sentimento vile, che
genera una dipendenza irrazionale, un affidamento da cucciolo
attaccato alla madre, da bambino che stringe la mano forte del
padre.
Siamo tutti deboli e inermi, scrive Hobbes (De cive, I, 3) e al
momento opportuno chiunque può uccidere chiunque, anche nello
stato di diritto, compreso il più potente, che dovrà pur dormire,
abbassare le difese, esporsi, benché protetto da scorte di armati.
La paura di venire ammazzati, che il più potente, Roi Soleil o
Napoleone, non può mai ignorare, lo costringe ad avvalersi di altri,
genera il bisogno del gabinetto, del corridoio, dell’anticamera, della
camarilla, scrive Schmitt, dello spazio selettivo di coloro che avranno
accesso al vertice. E che potranno essere i primi a volerlo uccidere.
2641
Così Carl Schmitt: “Il potente diventa sempre più isolato quanto più
il potere diretto si concentra nella sua persona individuale. Il
corridoio lo sradica dal potere comune e lo innalza in una stratosfera
in cui egli mantiene contatti soltanto con coloro che indirettamente
lo dominano, mentre li perde con tutti gli altri uomini su cui esercita
il potere, che a loro volta li perdono con lui.”
Ecco che il potere non è mai nelle mani di uno, anche se è il più
potente, ma comincia a diventare qualcosa di impersonale, una forza
sovrastante e minacciosa che fluttua di giorno in giorno, ora
concentrandosi nelle mani di uno ora di un altro, fulminando ora il
più debole ora il più potente, se nessuno è invulnerabile. Il potere
mette in evidenza sempre più l’impotenza, tanto maggiore nel più
potente, sotto questa nube di morte che può rovesciarsi su chiunque
in qualunque momento.
Napoleone però, nella concordia dei testimoni, dimostrò uno
sprezzo della morte che in più di un caso ha suscitato l’ammirazione
dei suoi soldati. Almeno in questo, noi cittadini protetti, possiamo
considerarlo un esempio. Più sprezziamo la morte meno saremo
servi del potere, anche del nostro.
Il potere è un verbo sostantivato, che si usa da tempo quasi soltanto
in forma assoluta, come se fosse indifferente che sia volto al bene o
al male, per il disincanto che ci spinge a considerarlo sempre volto al
male, mentre credo dovremmo trovare due espressioni diverse per
distinguere i casi opposti.
San Paolo, nella Lettera ai Romani dice: “Non c’è potere che non
venga da Dio” (13.I). E Gregorio Magno, nel passo riportato da C.
Schmitt: “Dio è l’essere sommo e il sommo Potere. Tutto il potere
viene da Lui ed è e rimane nella sua essenza buono e divino. Se il
diavolo avesse potere, anche questo potere, nella misura in cui è,
appunto, potere, sarebbe buono e divino”. E aggiunge che soltanto
la volontà di potere è cattiva.
Trova quel passo in cui santa Teresa scrive che il diavolo non può
entrare nei nostri pensieri né capirli. Se fosse così fare il male
2642
sarebbe, come è giusto, una scelta tutta nostra di identificazione col
diavolo, giacché siamo noi che liberamente gli apriamo la porta.
Dio è onnipotente ed è Egli che dà al diavolo il potere istituzionale
per scopi suoi imperscrutabili. Hitler e Stalin allora, scatenando
l’inferno, hanno avuto il potere da Dio attraverso il diavolo? Mah.
Burckhardt, nelle sue Meditazioni sulla storia universale, come riferisce
C. Schmitt, scrive invece: “Il potere è in sé cattivo.” E questa è una
convinzione diventata universale.
E tuttavia il contrario del potere è l’impotenza. E chi mai vorrebbe
considerarla un bene? Ecco che il potere è un bene, che si realizza se
è potere di bene e si autodistrugge se è potere di male.
Nell’ultima parte del suo dialogo C. Schmitt mette in luce come
l’uomo, attraverso la bomba atomica, termine di un processo
plurisecolare, abbia prodotto una reazione a catena nel potere stesso,
che lo ha fatto diventare un’entità autonoma da tutti, un Leviatano
all’ennesima potenza, fatto di corpi tutti impotenti, compresi i più
potenti, vittime di una macchina mondiale, di un dio nero,
impersonale e distruttivo.
San Paolo direbbe che quel dio nero è in realtà nient’altro che il
capo dei diavoli, obbediente a un piano misterioso di Dio? Gregorio
Magno direbbe che la bomba atomica è frutto della volontà di Dio,
così come una distruzione del pianeta a causa di essa, per ragioni di
bene supremo e ultraterreno che ci sfuggono?
Delle due l’una: o è fuorviante attribuire a Dio l’onnipotenza sul
mondo, avendolo egli affidato agli uomini dentro il gioco cosmico
da lui stabilito o è vergognoso dipingerlo, sulla pelle degli altri, come
uno sguinzagliatore di diavoli che puntano a incenerire questo
mondo a beneficio di un altro. Non dimentichiamo infatti che la
coppa può essere consegnata in altro mondo ma la partita si deve
giocare qui.
17 giugno
2643
Antologie d’amore
Non c’è dubbio che un’antologia di poesie d’amore possa mandare
in solluchero il pubblico, e di conseguenza anche gli editori. Eppure
l’amore è l’unico sentimento che respinge con tutte le sue fibre
questa forma. Leggendone una, dedicata agli autori del Novecento,
mi viene infatti da pensare che i poeti, soprattutto se maschi, siano i
meno adatti a parlare d’amore, benché siano tra gli uomini i più
sensibili e candidati a provarlo.
O perché appunto ne parlano, come chi ama non fa se non alla
diretta interessata, e molto più con gli occhi e coi gesti che con le
parole, o perché ne parlano in modo tortuoso, per colpire nel segno
con manfrine e meline, non riuscendo a far sentire che sono o sono
stati innamorati. O perché lo immaginano freddamente o perché ci
tengono a spiegare a noi, in degna cornice a al sicuro nella lingua e
nella tecnica, come e perché amano. O infine proprio perché sono i
più sensibili e indifesi alla potenza dell’amore, che per essi è troppo
viva per poterne veramente parlare. E il dio d’amore rende goffa
prima di tutto la lingua, e proprio di chi ha scelto.
Ecco che leggiamo, anche nei maggiori di ogni lingua, tanto più
perché infilati in una collana dove una perla preme sull’altra, bugie,
difese, perifrasi, aggiramenti, bizzarrie, spavalderie o tuffi così ben
fatti da non essere attendibili. E insomma tu mai ti trovi a dire:
“Questo è davvero un povero cristo innamorato.”
Forse chi sceglie le poesie d’amore, questa specie di ruffiano degli
amori in versi, dovrebbe pensare di cercare tra quelle che non ne
parlano ma nelle quali si capisce che l’autore è innamorato.
Chi ama è unico. Il poeta d’amore è unico e scrive una sola poesia,
anche in centinaia di varianti, per una sola donna. Intorno a lui il
mondo non esiste, e gli altri poeti tanto meno. Anzi gli ripugna
anche solo l’idea che un altro scriva poesie, e d’amore per giunta,
come se non esistesse una sola donna e una sola poesia.
2644
Sospetto è perciò anche il poeta che scriva un intero libro di poesie
d’amore, perché il retore, il trombone, il sentimentale, il tenerone, il
didascalico, il narcisista, se non ti chiami Petrarca o se sei un
contemporaneo, sempre più sospetto e scaltrito, soffocano come
rampicanti le intuizioni sincere ed efficaci dell’amante onestamente
pazzo.
Il curatore di tali stravaganti antologie, eccitanti a prima vista e
sempre deludenti, dovrebbe essere o essere stato innamorato
anch’egli. Ma chi lo è in atto non si interessa degli amori altrui e chi
lo è stato si appiglia a tutto pur di risvegliarne il ricordo. Il canto
polimorfo dell’amore in piena giacché, via via che scorri le pagine,
diventa un’inondazione torbida, finisce per trascinare una pappa
sentimentale che dell’amore è il contrario.
L’amore è per solisti, non per cori polifonici.
Aggiungi che chi ama è nudo in mezzo a tutti sotto lo sguardo della
sua donna, con l’anima di fuori, esposta a chiunque e scandalosa.
Chi ama in versi è vestito di lingua e di arte.
Detto da uno studente di diciassette anni: “L’amore è un ingresso
pericoloso nel senso della vita perché è un’analisi introspettiva oltre
che volta verso una donna.”
Riduzione all’essenza
L’amore risana tutto perché semplifica è riduce all’essenziale la vita.
Una miriade di cure, affanni, preoccupazioni, sempre investiti su
fatti insignificanti, su fastidi rodenti ma minimi, su malumori che
diventano cosmici per chi vive dentro una bolla cerebrale, vengono
spazzati via e neanche trattenuti dalla mente. Ma perfino gli eventi
storici, le guerre, se non minacciano l’amore, i cataclismi, se non
ledono gli amanti, rientrano pacificamente nell’ordine delle cose,
giacché sappiamo da sempre che queste cose accadono e
continueranno ad accadere sempre.
2645
L’amore parla con gli occhi e cresce e si irradia per mesi senza che
ancora una sola parola sia stata detta, e perfino di rado si alluda,
essendo tutto evidente, benché non devi azzardarti a cercare prove e
testimonianze orali o scritte. Passa a un certo punto ai baci e agli
amplessi, per i quali non devi aver fretta, giacché è l’amore che
decide.
Si tratta di una conversione sessuale che a un certo punto deve
arrivare, conforme ai piani naturali. Ma c’è un’altra ragione se ciò
accade, e cioè che l’amore vede le parole come un decadimento,
tanto più essendone l’uso così selvaggio, così abusato, nel cinema,
nella televisione, nelle canzoni, così universalmente ruffiano e
zuccheroso, che due che si amano sdegnano di condividere le parole
del branco mediatico. Ed è per questo che passano ai baci, alle
carezze, a conoscersi nella carne, per dire tutto a modo loro e solo
loro.
Quando ostacoli morali o sociali o sentimentali impediscono il
passaggio dall’amore contemplante, che va dall’anima al corpo, a
quello agente, che va dal corpo all’anima, questo disdegno per le
parole perdura. Ma allora esse diventano indispensabili per dirsi
esattamente come stanno le cose. Eppure si continua a non parlare,
a soffrire, muti d’amore come muti si è stati felici.
Per questo è così difficile scrivere un romanzo o un racconto
d’amore, perché dovrai narrare solo i gesti e i fatti, che però ne
daranno solo la caricatura e la parodia, perché tutto dipende dalla
trama invisibile che gli amanti hanno intessuto, che solo loro
possono vivere e sentire. E che sono gli ultimi a voler riferire a sé o
ad altri.
1 luglio
Furti letterari
Tu leggi un’osservazione prima di averne fatto l’esperienza di
persona e senti che c’è qualcosa di vero, ma come a futura memoria.
2646
Ti accorgi che per te quel pensiero è un seme che potrà svilupparsi
un giorno, quando lo vivrai.
Tu leggi, con gli anni, più di una volta quello che hai scoperto per
tuo conto, lo riconosci e dici: “È vero perché l’ho vissuto.”
Scrivi tu di qualcosa che non hai ancora vissuto ma intuisci, perché
preme in te un seme di vero ed ecco che un altro, che l’ha vissuto in
pieno, ti legge, e lo riconosce vero. Figura cosa tua ed è molto più
sua.
Vedi allora come sia vano cercare in un autore i prestiti, gli influssi, i
furti letterari e le discendenze legittime, se tu pensi per la prima volta
ciò che un altro ha pensato duemila anni prima e se passi per autore
della vita di un altro.
20 giugno
Scritto al buio
La tristezza è la rinuncia alla gioia per non soffrire. Non è uno stato
di dolore ma di non dolore, che del dolore ha il tono ma non la
potenza. E così vagamente indegno, perché musicale, anche se usi le
corde dei nervi avviliti per suonarlo. Una musica della ritirata dopo
una battaglia in cui non ci si è arresi ma che si è abbandonata perché
è impossibile vincerla. Il soldato torna a casa senza voglia e con
mestizia canta, perché non potrà più né vincere né arrendersi alla
vita ordinaria.
Mentre è combattere nell’impossibile che dà la gioia e i dolori più
forti, e i soli che valga la pena provare. Ma se la carne è stanca, lo
spirito non è da meno. Ecco perché la tristezza è un sentimento
corale, anche quando si è da soli, se quasi tutti si ritirano. La vita è
triste quasi sempre, quasi sempre lo è il mondo, perché ha rinunciato
alla gioia per paura del dolore, in una lenta ritirata invernale di
moltitudini nelle lande del possibile.
Il possibile infatti ti apre tutte le porte, basta che sia tu a richiuderle.
2647
La malinconia invece è un assolo. Uno dei soldati sconfitti che
tornano a casa (non sapendo che non c’è più) si sente più triste degli
altri perché ha capito la situazione in cui si trova e non ha voglia di
cantare. Non torna indietro da solo verso il campo di battaglia
perché non ha il coraggio eppure ha almeno il coraggio di
rendersene conto e ricomincia finalmente a soffrire, a sentirsi
disonorato, colpevole, al di sotto del suo valore, salvando il seme di
una battaglia futura.
Ecco che la malinconia, reputato lo stato più passivo, contemplativo
e inabile alla reazione o alla rivolta è, tutt’al contrario, l’incubazione
della rivolta, della protesta, della controffensiva. Sovversivi, patrioti,
spiriti liberi, contestatori, combattenti per i diritti, quelli che tengono
negli anni e non sono fuochi di paglia, così come i poeti e i filosofi,
sono tutti di natura malinconica, e cioè ribelle, nulla tollerando
meno che lo stato di vittoria impossibile che insegue i più animosi e
vigorosi in ogni loro passo, finché non riescono a dare l’unghiata nei
movimenti di rivolta, di vita o di arte, irrompenti all’improvviso.
Stile malinconico in letteratura
Per queste ragioni lo stile malinconico in letteratura è suggestivo
all’inizio ma presto stufa quando tinge tutta una storia nella sua
finezza monocorde. Esso infatti ha senso solo nel vivo della lotta.
Anime sensibili ed elette, vi prego, non abbandonatevi alla vena.
Racconti di malattie mortali di familiari, storie sociali e politiche
nelle quali si celebrano i funerali lenti dello stato italiano, spruzzate
di depressione dolce sui paesaggi che si descrivono, epicedi sugli
affetti volubili e gli amori evanescenti solleticano il senso musicale
dei lettori ma alla fine non è un buon modo di raccontare, perché
genera compiacimento, abulia, inettitudine a vivere mentre lusinga e
carezza la nostra debolezza.
Libri del genere, che indossano la malinconia per scrivere,
considerati spesso i più alti, ai margini più raffinati delle lettere, sono
in realtà astorici e indulgenti, non ci fanno capire nulla, e per questo
non sono destinati a durare, a meno che non giungano al disincanto
2648
tragico, come in Maupassant, sempre per altro voglioso di vita,
d’amore e di giustizia e di rilanci e rimonte impossibili.
Se non c’è un’ossatura, un’attitudine morale, un giudizio storico, una
reazione, un contrasto, una lotta, anche solo attraverso la potenza di
lingua o di stile, che è sempre potenza di vita, il romanzo si sgonfia
mentre lo si legge, inalando nei nostri polmoni il suo alito di gomma.
È vero che vi sono libri profondamente malinconici, come Il
Gattopardo, Il deserto dei Tartari, quasi tutte le storie di Pavese ma si
trattava allora della scoperta storica della malinconia, dopo l’allegria
di stato del fascismo e la serenità di chiesa del cattolicesimo, oggi
quindi impossibile, essendo lo stato profondamente triste e il
cattolicesimo irrequieto e frenetico.
E per giunta tu troverai in quei libri sempre un vigore conoscitivo
possente, come nel Gattopardo, e la capacità di mordere tutti i frutti
delle cose, compresi quelli velenosi; o un’attitudine radicale, come
nel Deserto dei Tartari, libro monocorde, eppure vero per la sua
radicalità passiva, che è anch’essa una forma di potenza. E in Pavese
una malinconia esistenzialista e libertaria, dentro la quale c’è sempre
un amore vissuto nelle fibre sensibili, sicché la malinconia sa di
campo ancora fumante di una battaglia che si è combattuta fuori del
libro.
Veri malinconici, e cioè radicali e ribelli sotto la polvere di neve, oggi
non ne esistono o non scrivono libri o ne scrivono riemergendo
dalla malinconia, e allora il contrasto tra la voglia di sfumare e
svanire e la fierezza di riprendersi e rimettersi in gara genera un
effetto, benché sempre come fossero un passo indietro al nostro
tempo, leggermente ma decisamente già passati.
Ho dato l’anima
“Ho dato l’anima, ho dato tutto. Posso avere almeno questa
coscienza. Di più non potevo, ho dato il massimo. Tutto ciò che
accadrà dipende ora da Dio.”
2649
“L’anima che hai dato varrà qualcosa forse per gli uomini. Ciò che
vale per Dio devi darlo ora.”
21 giugno
L’anima degli animali
Nella primavera del 1947, il pastore giordano Mohammed el-Dib,
stanco di inseguire una capra ribelle su una parete rocciosa a ovest
del Mar Morto, tra le rovine di Qumr n, si divertì a gettare pietre
nell’apertura di una grotta. Capì di aver colpito un vaso di terracotta.
Il giorno dopo trovò otto giare intatte piene di rotoli.
Nel settembre del 1952 un cacciatore, inseguendo una pernice ferita,
tra detriti marnosi e speroni, trovò in un’altra grotta migliaia di
frammenti manoscritti. Un altro cacciatore arabo, seguendo un cane
che inseguiva una bestia, nelle vicinanze di Gerico, entrò in una
grotta contenente i libri dell’Antico Testamento.
E poi dicono che gli animali non hanno un’anima.
23 giugno
Discorso mai fatto agli studenti
Siamo stati insieme tre anni e di colpo tutto si ferma. Io non posso
dirvi più nulla e non ho saputo dirvi quello che più conta. Vi aspetta
un esame che non è un dramma e non gli assomiglia neanche da
lontano. La prova c’è, richiede concentrazione, come al solito. Ma
quando comincerà vi troverete calmi. Sappiate che valete e abbiate
fiducia in voi. Nessuno di noi è sicuro di sapere. Io, per esempio, se
mi presentassi all’esame, non so se lo supererei. Ma di valere, sì,
bisogna essere sicuri, tanto più se i fatti cercassero di smentirlo.
24 giugno
Paura dei vecchi
2650
“Non ho paura della vecchiaia, ho paura dei vecchi.” Così mi dice
un amico che ha incubato una vera e propria fobia. Quando li
guarda, perché ne è calamitato e non può farne a meno, diventa
teso, li contempla, li fissa e ne rimane disgustato, naturalmente
perché si vede come sarà. Quello che lo turba, fino quasi a dargli il
panico, è il vederli così tranquilli, forse non contenti, ma placidi,
attenti, ed è sicuro che staranno in guardia ogni minuto, intasando
gli ambulatori medici, per la tutela della loro salute sacra, per
garantirsi una sopravvivenza il più lunga e indolore possibile.
Ma quello che ancora più lo impressiona, fino a farlo soffrire, è
l’indifferenza totale che offrono allo sguardo degli altri, che li
compatiscono o ne sono infastiditi, perché rallentano il traffico, in
mezzo alla strada nelle loro biciclette sbilenche o guidando un’auto
storica come autisti autistici. Sono così deboli, lenti, curvi, opachi,
spenti eppure vogliono vivere fino all’ultima goccia di sangue, non
preoccupandosi per niente del loro personaggio sulla scena, quasi
fossero soli al mondo e il mondo fosse loro.
Quasi tutto il divertirsi, correre, godere, smaniare, eccitarsi non
contasse nulla e loro non lo invidiassero in nessun modo né lo
desiderassero. Non poter mai più baciare una donna o metterglielo
dentro, non poter più mangiare quello che si vuole, correre, ballare,
cantare, lavorare sodo, nuotare, giocare a calcio, sciare, passeggiare
con passo spedito, viaggiare in giro per il mondo a loro non
interessa assolutamente nulla, basta che vivano. Essi sostituiscono i
piaceri e anche il senso della vita con la semplice esistenza, un
vuoto, un nulla, un non senso, e dentro quel non senso stanno
sempre “abbastanza bene”.
Il mio amico non è il solo a sentirla in questo modo, se nel Contre
Sainte-Beuve di Proust trovo due versi di Victor Hugo, che dicono
così:
Je crois que la vieillesse arrive par les yeux
Et qu’on vieillit plus vite à voir toujours les vieux
Credo che per via degli occhi ci arrivi la vecchiaia
E che s’invecchi prima a veder sempre i vecchi.
2651
Quando ho risposto all’amico che uno può uscire dalla vita in
qualunque momento, mi ha detto che infatti è l’unica cosa che lo
conforta, mi ha pregato di avvisarlo il giorno che lo vedrò così,
anche se manca un bel pezzo, e provvederà. È addirittura arrivato,
nel pieno di una cena tra amici, a farmi sottoscrivere un atto in cui
dichiaro che mi impegnerò a dirgli: “Sei diventato come loro.” Ma
subito dopo ha aggiunto: “Forse allora però ci farò una risata sopra
e andrò, come ogni giorno, dal medico di famiglia.” Ho sorriso
anch’io, pensando: “Io mi avviserò da solo.”
Ma chi può dirlo? Nella vecchiaia non si cade di colpo ma scivola in
modo impercettibile ed essa ci cambia dal di dentro, sicché non
esiste più quella sentinella che dovrebbe avvisarci, perché combacia
sempre di più con colui che dovrebbe essere avvisato.
La vera vecchiaia, quella più temibile perché di essa meno ci
accorgiamo, è quella che ci fa pensare soltanto a noi stessi,
trasformando gli altri nei nostri infermieri e custodi. Riuscire ancora
a pensare a un altro, come le italiane anziane che abbiamo sempre
conosciuto, è ciò che non solo le fa invecchiare meno, ma le fa
sembrare fresche come ragazze.
Paura degli insetti
Un discorso non remoto, benché lo appaia, dal precedente è quello
sulla paura, che quasi tutte le ragazze hanno, degli insetti: esse
arrivano a scappare gridando dalla camera dove c’è una mosca, a
uscire di casa e non tornare finché il millepiedi non è stato
ammazzato, perché li vogliono tutti morti.
Esse in realtà non temono gli insetti ma il brutto potere subdolo, il
danno morale che un animaletto può fare alla loro bellezza e
freschezza, esposta indifesa a tutto il mondo, ai doni che spargono
senza saperlo con la loro gioia di vivere, ma che intuiscono, e che
vedono minacciati da un pericolo tanto più insidioso quanto più è
sottile, minimo, apparentemente insignificante, tendenzioso,
mascherato da inermità, mobile, maligno per decreto naturale, come
2652
in un’ape o in una vespa, giacché le ragazze sempre chiamano ape o
vespa qualunque insetto inoffensivo, moscerino o farfallina, entri
nella loro camera. E segno è questa paura, se si protrae fino
all’adolescenza e oltre, di purezza di cuore e di ripugnanza per i tiri
mancini della natura.
25 giugno
Le espressioni dell’animo
Noi vediamo nei bambini le emozioni tingere naturalmente gli occhi
e il volto, che le segue docile e fresco, scoprendone l’animo in modo
affascinante e tenero. E nella fanciullezza perdura la risonanza
vivace nel volto, salvo che in essa si è già capaci di giocare con le
espressioni, orientandolo con vivacità a esprimere più di quello che
si sente, allo scopo di comunicarlo e perseguire uno scopo, mentre il
bambino crede che tutti siano bambini, e cioè sinceri e immediati, e
soltanto esprimendo il suo bisogno sa già di ottenere ciò che vuole.
Adolescenti che sempre più sanno usare lo strumento musicale del
volto per far intendere la loro musica, che è ancora briosa, duttile,
cangiante, e già nascondono quanto rivelano, fanno curve sinuose,
specialmente le donne, almeno quanto sanno essere diretti.
Adulti che si appostano come piloti invisibili nella carlinga del volto
mostrando una maschera, sempre infinitamente più mobile di quella
fissa, o decidendo di lasciare al volto il compito di esprimere per suo
conto, con onestà, il loro animo, contando per essi solo le parole e i
fatti. Ma il volto si annoia e sciopera.
Solo in amore e negli affetti il volto degli adulti torna bambino, e
una luce brilla negli occhi, una bellezza dimenticata si risveglia, i
lineamenti ritrovando una mobilità così ricca che di nuovo le
espressioni dell’anima sfuggono, per un eccesso di vivacità
riconquistata, al controllo dei muscoli facciali, e giostrano con essi
con la potenza della natura prima. Ecco che il volto torna vivo e
musicale, qualunque banalità si dica e gesto semplice o curioso si
faccia.
2653
Gli amanti infatti giocano col volto e con le mani, tutto diventando
piacevole e degno, ritrovando i giochi con il corpo che facevano da
bambini e da fanciulli, che sono infiniti, minimi e di inventiva
continua, che riprendono a coglierli con la loro malia. Come
prendere la luna tra le dita, mordersi le unghie, scrutarsi l’orecchio,
sempre strano, portarsi i piedi in bocca, giocare a campana,
abbandonarsi alla ridarella, fare a gara a chi arriva prima, salire le
scale di corsa, sfilare lungo una linea bianca sul selciato o mettendo i
piedi interi entro una mattonella, camminare a occhi chiusi, scoprirsi
le gambe dalle gonne, sentirsi l’odore della pelle del braccio e delle
mani, soffiarsi via il ciuffo dalla fronte e via via, liberi, lungo i
sentieri divertenti e deliziosamente vergognosi degli amanti bambini,
ignorati dagli adulti.
Poco dirò di quando il volto diventa fisso, triste, opaco, monocorde
mentre l’animo gode la pace morta di un serio individuo maschile,
una specie di essere composto e pietrificato, un morto vivente che
adora il grigio, la sera, il divano, e ti fissa incrociandoti come
l’ennesima copia tranquilla di un’umanità non più animale né
vegetale, ma per niente scontenta e insoddisfatta. Mangerà, berrà,
guarderà la televisione, dormirà, per mesi, per anni, vincendo tutti,
superando tutti, osservando tutti, senza che nessuno lo guardi, per
non raggelare, come un uomo invisibile e inattaccabile dentro una
quercia.
25 giugno
Sabbie mobili
Uomini di piombo, che ti schiacciano con la loro forza di gravità
pesante più che su Giove, uomini rasoterra, aderenti al suolo, che
attirano verso il basso tutti quelli che stanno loro attorno,
trasformandoli in pietre viventi. Uomini di colla, capaci di
appiccicare sei o sette corpi al loro, davanti a una partita di calcio o a
carte. Donne che li attirano come sirene domestiche, non pensando
che a cucinare e a far mangiare mariti, figli, genitori, nonni e ad
appesantirli, ingrassarli, stordirli, lamentandosi sempre perché si
2654
sentono condannate a farlo, mentre così vogliono ricattare tutti e
risucchiarli nelle sabbie mobili sotto il loro potere.
26 giugno
Detto d’amore
L’amore è sempre all’inizio.
Morte in vita è non potere o non sapere o non volere (che sono la
stessa cosa) iniziare.
Completare ci rasserena, ma come ai funerali degli animali.
Negli Anni di noviziato di Wilhelm Meister (IV, X) Filina dice a Wilhelm
una frase che piacque anche a Nietzsche: “E se ti amo, a te che
importa?” Lei non ha mai contato sulla riconoscenza di nessuno, e
nemmeno sulla sua.
Tanto più sei libera da me, tanto più ti amo.
L’impossibile è drammatico ma il possibile non lo è.
L’amore tragico, cioè con un’impossibilità costitutiva, è sempre
anche comico, perché non muore mai. Quegli amanti infatti a
sorpresa ridono.
Se amare ti ferisce pensa a che cosa sarebbe non amare.
Non cerca la felicità, perché è lei.
“Comunque sia, non si ama per volontà propria” (S. Weil, lettera del
19 gennaio 1942 a padre Perrin).
“La carne induce a dire io e il diavolo induce a dire noi” (nella lettera
successiva al medesimo).
27 giugno
2655
Nella rapida
In realtà tutto ciò che è decisivo è urgente, e dipende dalla coscienza
esatta e irremovibile di essere trascinati da una rapida, ogni
momento di ogni ora, anche se non se ne sente lo scroscio e non si
vede. La fede non è che un moto repentino delle braccia per andare
subito più veloce della corrente. Così l’amore. Non un resistere alla
rapida, che è impossibile, ma un batterla in potenza e velocità per
quei pochi secondi in cui ci riusciamo, che è l’unico modo per
prendere nelle mani la nostra sorte. Così Aristotele dice, in un senso
che faccio mio, che la ricerca della verità è “un inseguimento di
uccelli in volo” (Metafisica, 1009b, 35), perché la verità non la insegui
ma devi farla tua ora, volando più veloce di un uccello col pensiero.
Il pensiero sta alla filosofia come la poesia alla letteratura. Filosofia e
letteratura sono istituzioni, discipline, pratiche, sistemi, codici,
metodi, tecniche. Il pensiero e la poesia sono rivelazioni.
Alcmeone è il primo greco a dire che il pensiero ha sede nel cervello,
mentre per Empedocle noi pensiamo con il sangue, per Anassimene
con il respiro e per Eraclito con il calore vitale. Ma non avevano
altrettanto ragione anche loro?
28 giugno
La chiusura del cerchio
La chiusura del cerchio che, essendo vero e invisibile in campo
spirituale, non chiude realmente ma segna il confine magico che è la
forma intima del vero.
Non amare
Non amare vuol dire non accorgersi di dove si è.
2656
Uomini di gusto
Fa parte del corredo di un uomo completo e in grado di penetrare
da adulto nella vita la capacità di gustare i cibi, apprezzare i sapori ed
essere capace di attenuare, o azzerare, la propria vita spirituale
quando si sta davanti a una buona tavola. Gli esperti di cucina ci
danno sempre un senso di vigore e di salute, ma soprattutto di una
virilità speciale, consistente nell’accettare il mondo al punto di
gustarne la parte assaporabile e masticabile senza tanti pensieri
molesti, sicché chi non apprezza la buona cucina viene dai più visto
come un essere vagamente sospetto, più debole e perfino meno
virile.
Scrittori che descrivono piatti e portate con l’acquolina in bocca
sono da sempre molto stimati dal pubblico, sia nel versante più
bonario e mediterraneo, come Andrea Camilleri, che spira un
sentimento democratico quando il suo commissario dimentica
inchieste ed amori struggenti davanti a un piatto di spaghetti
all’inchiostro di seppia, sia nella versione più disincantata e
terribilmente malinconica del suo collega spagnolo, Montalban, il
protagonista del quale gusta le pietanze quando il suo scetticismo
tende a farsi disperato e non c’è più scampo allo spettacolo del
disonore e della miseria.
Maigret riesce sempre a mettermi appetito e sete di tutto quello che
ordina, e soprattutto della birra, ma perché tu mangi in realtà il
sogno di un bistrot di rue Vaugirard e bevi l’atmosfera del quai des
Orfèvres lungo la Senna, in una notte parigina umida e smemorata tra
un omicidio e la voglia di un letto caldo.
E quando leggi Gadda, ti mette la voglia di mangiare non solo il
pollo alla gelatina e i fagioli con le cotiche ma anche i personaggi, le
scene, le cose, la lingua, il pensiero, mordendo e gustando tutto
almeno nell’immaginazione, visto che la realtà reale sempre più per
lui è diventata qualcosa che non puoi non solo masticare ma
neanche cuocere, in quanto essa è sempre e comunque cruda.
2657
Gli italiani sono famosi nel mondo per la loro arte culinaria, per la
varietà sconfinata e la genuinità ingegnosa delle loro pietanze, per il
tempo e le parole che dedicano al cibo e per la maestria dei cuochi,
tanto che non solo ogni regione ma ogni paese ha i suoi piatti tipici,
le sue tradizioni, le sue finezze gastronomiche. Dire cibo in Italia è
come dire vita, piacere, salute, vigore, fantasia, capacità di mordere e
di appropriarsi della materia delle cose, rielaborandola e
raffinandola. Tanto che il cibo è l’unico punto di incontro armonico
e sereno tra natura e civiltà che, tra mille squilibri, possiamo vantare.
Ecco che colui che mangia poco, giusto il necessario, e senza enfasi
ed entusiasmo conviviale, e che soprattutto parla poco dei cibi, è
poco più di uno straniero in patria, un essere con qualche fissazione
esotica o artificiale, orientaleggiante o vegetariano mistico, un
fiancheggiatore timido e un po’ patetico dei veri uomini e donne,
una figura triste e delicata da compiangere o da tollerare, che suscita
diffidenza ed è sospettato di seminare malumore e asocialità nella
compagnia.
La sua salvezza, essendo per il resto un tipo di buona compagnia,
può consistere allora o nel rimarcare una raffinatezza di palato, per
cui mangia poco ma in modo molto selettivo, beve un mezzo
bicchiere di vino ma del migliore, degusta assaggi, sceverandone gli
ingredienti e giudicandone la qualità, la cottura, l’abbinamento,
oppure nel fingersi malato, inventando delicatezza di stomaco, coliti
e gastriti di cui non ha mai sofferto ma che saranno utili a
riassicurare tutti, essendo la salute un altro dogma italico da tutelare
in ogni caso, anche al costo di mangiare per dovere.
Olfatto e gusto
Le persone dall’olfatto sensibile hanno spesso un gusto spartano e si
trovano imbarazzati tra coloro che rievocano romanticamente i
piatti sopraffini gustati ai bei tempi in questo o quel ristorante,
dimenticando essi sempre quello che hanno appena mangiato.
Sentono i sapori ma non sentono il sapore dei sapori, anzi
preferiscono di gran lunga gli odori, come quello della polvere di
zucchero delle paste notturne appena sfornate o della pizza calda,
2658
anche se già sanno che mangiandole proveranno un piacere
modesto. Altri, integri e fortunati, godono sempre insieme
dell’olfatto e del gusto.
Il gusto dei cibi aumenta mischiando i sapori e contrastandoli, quasi
mangiando l’appetito stesso. Mangiando invece con lentezza, come
tutti i salutisti consigliano di fare, distinguiamo, sì, molto meglio i
sapori singoli, ma non ci sembrano mai così intensi e stimolanti
come altri favoleggiano.
Il piacere di mangiare il cibo è sempre in realtà il piacere di un vigore
e di una potenza che si provano mangiando, nella crescita
dell’energia e della vitalità, soprattutto in compagnia, festeggiando la
vita, celebrazione della quale non sono capaci coloro che soffrono
qualche pena d’amore o una malattia o un dolore spirituale forte e
costante che, inabilitandoli a vivere al pieno, li rende infatti incapaci
prima di tutto di gustare i cibi.
Distacco dalla materia
Chi non gusta a fondo i cibi manca di qualcosa. Forse soffre di quel
male contemporaneo che si chiama distacco dalla materia, gravido di
conseguenze in mille campi? Non lo so. L’uomo è ciò che mangia, il
cibo siamo noi, dicono. E con noi cambia di continuo l’attitudine
verso di esso. Quel che è certo è che se mi chiedessero qual è il cibo
che mi piace di più, che assaporo, che godo sempre, direi con
sicurezza: l’acqua.
Il distacco dalla materia è un male conclamato dei nostri tempi, in
un’economia sempre più dominata dalla finanza rispetto alla
produzione materiale, in una comunicazione sempre più eterea e
fluttuante, e perfino in un puritanesimo borghese, diffuso
ambiguamente in ogni classe sociale, per cui la vista e l’udito sono
sempre più nobilitati rispetto, se non al gusto, unico scampo in un
mondo aereo, all’olfatto e, ancor di più, al tatto.
Sono passati i tempi, soprattutto negli anni sessanta e settanta, in cui
i figli dei contadini e degli operai schernivano i figli dei borghesi
2659
perché troppo poco fisici. Parlavano con loro di cacca, piscia,
sangue, sperma per irridere e compatire la loro pulizia linguistica. E
li istradavano verso l’amore fisico, del quale in famiglia quelli non
avevano quasi mai sentito parlare, istruendoli sui flussi e le
secrezioni genitali delle femmine, accompagnandoli in farmacia a
comprare i preservativi, godendo di veder colare il sangue dalle
ferite, scoreggiando e ruttando in pubblico e pisciando all’aperto, il
più lontano possibile, fino al rito dello schizzo di sperma lanciato in
circolo intorno a un tappeto di foto di donne nude. O, virtù tra tutte
la più ammirata, solo col maneggiamento più abile della verga.
I figli dei contadini raccontavano i mitici e possenti lavori della terra
e quelli degli operai la forza muscolare e la concentrazione necessari
nei lavori materiali mentre i figli dei borghesi, fiacchi e pallidi,
contriti e ammirati, soffrivano come meritavano il distacco dalla
materia, che è distacco dalla realtà e dalla vita.
I padri e le madri borghesi infatti si volevano staccare dalla materia,
in virtù di un’altra potenza, che chiamavano spirito, mentre non era
che il potere di imporre ad altri di restarle incollati a soffrire. E
infatti i giovani del popolo, vincenti nella fanciullezza e
nell’adolescenza, finivano ancora, da adulti, sui campi e nelle
fabbriche, mentre i figli umiliati dei borghesi cominciavano già a
prendersi il meglio della vita. E, anche presentendo questo, i giovani
contadini e operai li insolentivano e deridevano per la gracilità.
Quello che i borghesi chiamavano spirito era infatti il vuoto, non la
vera potenza che infonde la materia di sé, non una forza generante
vita che produce gli strumenti del benessere comune, non un eros
sensuale, un amore corporale, animati da ingegno pratico e poesia,
ma un lavoro solo mentale, un amore solo verbale, in cui i corpi si
toccavano soltanto al momento di palpare le merci da acquistare o in
un coito zootecnico.
Questa fusione di poesia e ingegno tecnico era invece nel progetto
umanistico di Karl Marx nella Ideologia tedesca, affinché le stesse
persone coltivassero il lavoro manuale e intellettuale, intridessero di
intelligenza la materia e di spirito il corpo di tutti, o dei più. Ma, a
quanto pare, ci sono barriere sociali invalicabili in questo campo
2660
cruciale. Il distacco dalla materia è in noi ancora tanto forte da
contagiare anche coloro che non sognano e non hanno sognato
altro dal non aver mai più a che fare con essa.
29 giugno
Paul Valéry
(genio incompreso da me)
Paul Valéry è come il folle diventato direttore del manicomio ma
senza nulla dell’arroganza e della prepotenza di chi si è salvato in
postazione di comando.
Il suo carattere analitico è ossessivo, ma si esprime in variazioni
infinite e imprevedibili. Come si fosse drogato del suo genio per
studiarlo come analista, per farne una diagnosi accurata, senza
preoccuparsi (cosa per me sconcertante) della terapia.
Intuisce che Dio è il vero io, che l’io puro umano è uno zero, e
tuttavia non chiude il discorso per aprirsi a gesti rivoluzionari, anzi
proprio su questo vuoto lo svolge, e riprende a variarlo all’infinito,
come un essere di origine semidivina caduto in un mostro di
ragione, secondo l’espressione leopardiana. E infatti Valéry, per
un’etica ferrea?, si impone più di essere secondo ragione un mostro
che secondo natura un uomo (come è detto nel Dialogo di Plotino e
Porfirio).
Il risultato è un caso singolare di genio pedante, di uno stato
intermedio tra nevrosi e intuizione rivelativa, trattata da lui stesso
come un elemento prosaico del discorso al pari di altri, col risultato
di una piattezza tonica e passionale, come egli fosse il contabile
umile dei suoi ricchi acquisti intellettuali.
Pensare è più che ragionare e perfino più che filosofare. Non entra
in gioco più l’intelletto, non la ragione sola, ma quello che Leopardi
chiama il senso dell’anima. E non c’è dubbio che Valéry pensi, ma lo
fa in modo clinicamente pericoloso, in particolare nei Quaderni,
2661
anche se lo stesso Monsieur Teste è un libro sconcertante per la
commistione di idee incisive e di sintomi di una mente logicamente
perturbata, e quasi afilosofica, e proprio con la freddezza propria di
chi non sublima in nessun modo. L’incapacità o nolontà di godere il
pensiero è impressionante.
Egli smateria la realtà per dare materia al pensiero. Ma il suo
pensiero lascia il mondo com’è, non lo lavora, non lo reinventa. Il
mondo è sempre più ricco di esso e tale da arricchirlo, mentre
Valéry sta sempre concentrato sul suo tavolo di vivisettore a studiare
il proprio cervello quale cervello universale.
La parola è la forma più umana e sociale di comunicazione, tanto
che l’amore e la fede sono sempre antisociali al loro culmine
ineffabile. La parola è il modo che ha il mondo per essere condiviso
da noi.
Andare invece alla ricerca dell’io puro, come fa Valéry, che pensa nel
modo più profondo, da dentro, e tutto vibra quando lo si legge,
sebbene in modo meccanico, vuol dire però spremere il vuoto, il che
non si può che fingere di fare, riempiendolo in realtà con le proprie
elucubrazioni. Inseguire le forme della coscienza separate dal mondo
diventa un delirare geniale, essendo come baciarsi o mordersi da
soli, cercare di prendere un gomito in bocca. La ginnastica mentale
di Valéry è infatti sempre disarmonica, torcendo gli arti in modo
innaturale. Quando invece la faccenda è introspettiva, egli ti sembra
puntare il faro su una macchia. Visto che per lui esiste sempre e solo
quello che sta osservando in quel momento.
Non dubito che i più volgeranno in pregio ciò che per me è un
difetto, lamentando la mia sordità, che sono il primo non a
riconoscere però almeno a mettere in conto, benché non sappia
guarirne, ma persisto a trovare l’analisi un mezzo indispensabile però
incapace per sé delle avventure intellettive e spirituali più utili. Tanto
più in quanto essa viene caricata di facoltà rivelative che, se non
sfocia in intuizioni, non le sono proprie.
30 giugno
2662
La femminilità per Sigmund
Quando un uomo scrive delle donne è buona regola lasciarne da
parte il cognome, essendo esse un mondo rispetto a cui ciò che un
uomo dice è per forza molto personale. E, così facendo, si ritrova
gran parte dell’interesse che sarebbe forse soprattutto storico e
culturale se rimettessimo in campo il cognome.
Non voglio però fare illazioni sul matrimonio di Sigmund, benché
mi piacerebbe sapere esattamente cosa pensassero realmente la
moglie e le figlie di lui, informazione ormai inattingibile benché
decisiva.
Prima di tutto vorrei onorare però la sensibilità autocritica, la
disposizione a esprimere i propri dubbi in pubblico che accompagna
tutta l’opera scritta di Freud, il quale aspirava, sì, a che il suo
discorso fosse scientifico, basato su casi concreti e verificati, ma di
continuo era visitato dalla paura che invece lavorasse troppo di
fantasia o sulla scorta delle sue intuizioni poderose, basate su
un’auscultazione continua di sé e su di un’osservazione tenace e
radicale dell’animo degli altri, sia pure. Ma senza prove.
Eccone alcuni esempi: “Mi viene continuamente il dubbio che
manchi a queste conversazioni una ragion d’essere”, esordisce
all’inizio della lezione 33 della sua Introduzione alla psicoanalisi, dedicata
a La femminilità. Contenuti che sembravano a lui stessi peregrini si
erano del resto già presentati nella terza lezione, sulla Scomposizione
della personalità, e in tanti altri casi. Ma ora lo prende quasi il panico di
fronte allo “enigma della femminilità”. Nella pagina seguente
ammette che “Tutto ciò è molto oscuro” e che “descrivere ciò che la
donna è” sarebbe forse un compito superiore alle forze della
psicoanalisi.
Egli respinge con fermezza l’antinomia tra maschile attivo e
femminile passivo, nata dal fatto fisiologico che lo spermatozoo è
intraprendente e l’uovo attende immobile. Nei ragni e in una miriade
di altri animali non è così. Osserva che del resto “per realizzare una
meta passiva può essere necessaria una grande dose di attività.” Per
2663
farsi mettere incinta infatti non c’è dubbio che più di una donna
abbia dovuto darsi da fare parecchio, se è tutto qua. Ma soprattutto
riconosce che sono gli ordinamenti sociali che “sospingono la donna
in situazioni passive.”
Sigmund respinge il pregiudizio di una donna meno intelligente
dell’uomo, anzi la femminuccia sembra lei più intelligente e vivace
del maschietto. Sull’aggressività invece è indeciso: prima scrive che
“la bambina è di regola meno aggressiva” e subito dopo che “gli
impulsi aggressivi delle femmine non lasciano nulla a desiderare
quanto a ricchezza e violenza.”
Ciò detto, anche per rispetto alle prime donne psicoanaliste e al
pubblico femminile che immagina presente in sala, perché questa
lezione in realtà non la lesse mai in pubblico, egli si avventura nella
sua storia sessuale fantastica della donna. Nella fase fallica (dai 3 ai 6
anni circa) la piccola identifica nella clitoride l’area erogena
dominante. Ed ecco che Freud riferisce di essersi sentito raccontare
da quasi tutte le pazienti di essere state sedotte dal padre. Si tratta di
racconti non veritieri ma che sono un sintomo di investimento
erotico, che del resto avevano già messo in gioco la madre, forse in
quanto, per curarle e lavarle, lei aveva finito per stuzzicarne le parti
sensibili.
Ancora una volta Sigmund, che ha il pregio raro di immedesimarsi
sempre negli altri, si mette nei panni degli ascoltatori: “Insomma, si
ha occasione di vederle queste bambine, e in esse non si nota nulla
di simile.” Al dubbio profondo, che convive sempre in lui con la sua
fede psicoanalitica, egli replica che bisogna osservare meglio i
fenomeni che ci sono sotto gli occhi. Ma che, a quanto pare, non
devono essere così impetuosi se nessuno se ne accorge.
Non fecero in tempo a riprendersi dallo choc, che allora possiamo
immaginare essere stato non da poco, che Sigmund svelò che la
bambina prende a odiare anche la madre quando lei smette di darle il
latte, e che l’odio diventa feroce se la causa è un secondogenito,
tanto più che adesso lei teme di essere fatta fuori per avvelenamento
con altri cibi.
2664
Trovo immaginaria la definizione sessuale delle cause dei fenomeni
descritti ma la potenza dell’odio, dell’amore, della gelosia,
dell’invidia, della simpatia, della carica aggressiva (“accanto all’amore
è sempre presente una forte tendenza aggressiva)” invece no, per
niente. E credo che Freud resti un liberatore per aver parlato
apertamente di queste forze oscure e vigorose, che si scatenano dalla
prima infanzia, soprattutto nelle famiglie chiuse, e che investono
anche le spinte sessuali, le quali mi appaiono esse però “formazioni
secondarie”, per la loro debolezza e intermittenza nell’infanzia,
provvedendo la natura con evidenza a non scatenarle quando non
servono a niente.
Buttare tutto sul sessuale, del resto, è l’unico modo, per come siamo
fatti, di scuotere le coscienze ad accettare l’irruenza di quelle forze
passionali oscure.
L’inermità del bambino rende comica tanta violenza, tranne nei casi,
rari ma non inesistenti, in cui fa fuori fratellini o sorelline. E
sappiamo che più di un delitto tragico compiuto dai fantolini è stato
poi nascosto da un genitore, addossandosi la colpa o tenendo tutto
sul vago a oltranza, nel far balenare un assassino misterioso.
Possiamo dividere l’attività di Freud in due parti: quella che si paga e
quella gratuita. Singolare risulta che il malato paghi e il (presunto)
sano possa apprendere gratis le teorie terapeutiche. Perché pagare se
me le posso leggere? Forse che serve il potere personale e unico del
mago scienziato? Ma non pagando e non avendone un bisogno
diretto, è molto più difficile per noi prenderle sempre sul serio.
Cadendo in una malattia psichica forse tutto potrebbe sembrarci più
potente ed efficace.
E non già perché vero e rispondente ai fatti. Ma perché ci darebbe
una gran bella scossa. La mia sensazione è che il quadro sessuale,
con la sua forza scandalosa e liberatoria, ecciti felicemente il malato
e ne liberi la psiche, affinché smuova la sua vita interiore in modo
più disinvolto e spregiudicato, sicché l’effetto positivo non deriva
dall’aver conosciuto le cause sessuali oscure della sua malattia, ma
dall’esserne finalmente disinibito a cercarle.
2665
Drammaturgie sessuali
Quando Sigmund parla del complesso di evirazione del bambino e
del desiderio frustrato del pene da parte della bambina confesso che
la cosa mi sembra troppo buffa. Ma diventa drammatica se penso
che le femmine allora erano così represse, recluse, inibite, fatte
oggetto di tabù, privazioni e divieti, relegate in casa, rese inabili a
studiare, sorvegliate a vista, orientate nelle scelte matrimoniali,
censurate in ogni manifestazione spontanea e condannate a tal
punto, con minore o maggiore finezza, a un ruolo passivo, tinto di
valori sublimi o segnato da sonori ceffoni, che per forza dovevano
prima o poi dirsi: “Ah, se fossi nata uomo!”. Altro che invidia del
pene. Invidia dei pantaloni, semmai.
Per ritorsione contro questa teoria, qualche donna ha sfoderato la
teoria della rinfetazione: in ogni uomo ci sarebbe il desiderio
struggente di rientrare nel grembo materno. Io questo desiderio in
coscienza non ce l’ho per niente, si sta molto meglio all’aria aperta.
Dove la potenza spaventosa della società, la sua forza plumbea e
repressiva, la sua violenza disumana, sia essa, arrivo a dire, una
dittatura o una democrazia, e che Sigmund non ha mai, neanche una
sola volta in tutta la sua opera, ignorato o sottovalutato, si dispiega
in tutta la sua carica di male è quando lo vediamo elencare i caratteri
considerati tipicamente femminili, giacché la società di allora li aveva
marchiati a fuoco sulla loro pelle: il narcisismo, il pudore, gli scarsi
contributi alle scoperte e alle invenzioni nella storia della società; il
debole senso di giustizia, dovuto all’eccesso di invidia; i modesti
interessi sociali, per via del carattere asociale dell’’innamoramento, la
chiusura nella famiglia.
Tale forza impressionante, dico tra due parentesi di fuoco, la
sperimentiamo oggi di nuovo in questo puritanesimo economico
selvaggio, che non ha nemmeno la cattiva coscienza del
puritanesimo religioso, visto che i preti i desideri sessuali li hanno
sempre avuti e coltivati. E che ci compare come una castrazione
chimica feroce non solo del sesso ma anche di ogni sentimento
umano, al punto che la satiriasi, indegna per l’abuso della donna,
2666
almeno segnala, in forma rozza e primitiva, una voglia erotica
sopravvivente.
Una spiegazione comica della tessitura
Le donne però, ci dice Sigmund, almeno l’intrecciare e il tessere lo
hanno insegnato all’umanità. E a riguardo egli dà un’interpretazione
che non ho capito e che riporto: “La natura stessa sembra aver
offerto il modello da imitare, facendo sì che, con la maturità
sessuale, il pelo pubico cresca fino a coprire il genitale. Il passo
successivo consistette nel far aderire l’una all’altra le fibre che sul
corpo erano conficcate nella pelle ed erano soltanto ingarbugliate tra
loro.”
La femmina, in altre parole, si guarda la passera pelosa ed è contenta
che sia stata finalmente coperta pudicamente dalla natura quella
mancanza di una verga che tanto l’ha fatta soffrire. Grata, invece che
pettinarsi i peli, si dedica alla tessitura.
Questo mi sembra il discorso più comico che Sigmund abbia mai
messo sulla carta ma egli, che aveva parecchi pregiudizi ma è sempre
capace di accorgersi quando le spara grosse, aggiunge: “Se respingete
come fantasioso quest’accostamento e ritenete che l’influenza della
mancanza del pene sul configurarsi della femminilità sia una mia
idea fissa, mi cogliete, naturalmente, privo della possibilità di
difendermi.”
Legittimo che le donne siano passate al contrattacco, parlando di
invidia dell’utero da parte maschile, del desiderio frustrato di
custodire una creatura in grembo, nostalgia che mi sembra
improprio coltivare ma molto più attendibile.
La sfasatura sessuale
Altre tesi sul carattere femminile, che però si può comprendere solo
amando le donne, e non soltanto osservandole, come fa lui,
sembrano confermate dai fatti anche oggi, così da considerarle non
2667
già naturali, ma di lunga durata storica, più resistenti alle
trasformazioni: per esempio la maggiore inclinazione all’invidia e alla
gelosia, la continua competizione con le altre; l’identificazione con la
propria madre, al punto di voler riprodurre, dopo la nascita dei figli,
il matrimonio infelice dei genitori; il fatto che la relazione con il
figlio sia sempre la privilegiata, tanto che “Il matrimonio non è
sicuro se non quando la moglie sia riuscita a fare del proprio marito
anche il proprio bambino e ad agire da madre nei suoi confronti.”
Questo è vero, tanto che puoi vedere che gli uomini più
indipendenti sono sempre quelli che danno più filo da torcere alle
mogli, le quali non riescono ad amarli finché non si ammalano, o
fingono di ammalarsi, se non dipendono da loro per i cibi, i vestiti,
gli orari, le decisioni. E soltanto allora le vedi tutte contente e
affettuose.
Vero è anche però che noi uomini abbiamo difficoltà anche
maggiori con le mogli indipendenti, che ci fanno stare sempre sui
carboni ardenti, ci disorientano e sembrano sfidarci di continuo, con
la differenza però che noi ne siamo eccitati sessualmente, mentre le
donne dalla nostra indipendenza, per quanto la accettino e la
ammirino persino, sono spente nell’eros.
La vasta esperienza della vita di Sigmund e la mira infallibile delle
sue intuizioni, quando, assai spesso, ha il privilegio di averle, gli fa
dire: “Si ha l’impressione che tra l’amore dell’uomo e quello della
donna rimanga un distacco dovuto a una sfasatura psicologica.”
Come sa chiunque ami durevolmente una donna, in un matrimonio
ad esempio, dove l’asincronia è il travaglio permanente
dell’esperienza.
Ed ecco un’altra intuizione che chiunque può verificare in più di un
caso, anche se non fa lo psicoanalista: “Un uomo sui trent’anni si
presenta come un individuo giovanile, non del tutto formato, che ci
aspettiamo saprà sfruttare vigorosamente la possibilità di sviluppo
che l’analisi gli offre. Una donna della stessa età invece, ci spaventa
sovente per la sua rigidità e immobilità psichiche. La sua libido ha
occupato posizione definitive e sembra incapace di abbandonarle in
favore di altre. Non vi sono vie verso un ulteriore sviluppo; è come
2668
se l’intero processo avesse già fatto il suo corso e rimanesse d’ora in
avanti inaccessibile a ogni influenza o, meglio, come se il difficile
sviluppo verso la femminilità avesse esaurito le possibilità della
persona.”
Tutto qua? Non è molto il bottino di questo saggio. E Freud se ne
rende conto concludendo: “Teniamo presente che ogni donna è
anche un essere umano” (grazie). E invitando a rivolgersi
all’esperienza, ai poeti e alle future conquiste della scienza. E se
invece ci rivolgessimo direttamente alle donne?
1 luglio
I poeti per Freud
È singolare che Freud, il quale ha sconfitto, o almeno combattuto
coraggiosamente, più di ogni altro la segregazione razziale tra sani e
malati, facendo comprendere che se sani perfetti non esistono non
possono esistere neanche malati perfetti, e li ha disposti in un’unica
sequenza graduata, nella quale basta ben poco per passare dall’uno
stato all’altro, abbia poi insistito a recludere i poeti, e gli artisti in
genere, in un tipo antropologico a sé stante, come persone del tutto
diverse, quasi appartenessero a un altro mondo.
I poeti confermano le mie teorie, i poeti hanno già intuito quanto
dico, i poeti andrebbero interpellati per capire le donne, i poeti
hanno da sempre espresso la violenza repressiva della società e
hanno da sempre percepito il mondo inconscio, che nutre dai tempi
di Omero e di Sofocle la loro arte…
Questo strano atteggiamento borghese verso i poeti è sintomatico di
una sua paura inconscia di essere egli stesso un artista, visto che
voleva con tutte le sue forze essere uno scienziato, per affermare la
psicoanalisi come un edificio ben costruito e solido, che reggesse al
tempo e durasse dopo la sua morte, come in effetti è successo
(benché reso irriconoscibile dai suoi seguaci) in virtù del suo culto
borghese dell’opera architettonica, del quale l’individuo è servo in
vita per diventarne il padrone in morte.
2669
Ma il suo mettere gli artisti in un mondo a parte ci fa anche capire
molto della sua incomprensione della dimensione estetica nella vita
quotidiana di tutti, che invece Nietzsche aveva compreso
perfettamente. Della fantasia percettiva, dell’invenzione del passato,
dell’immaginazione perenne di noi stessi e degli altri; del teatro, della
menzogna, della trasfigurazione in ogni parola che pronunciamo su
noi stessi, sui nostri sentimenti, sulle nostre pulsioni, anche e
soprattutto davanti a uno psicoanalista, che nutre verso di noi
ambizioni ben precise di conferma delle proprie teorie.
Egli infatti ci vuole guarire soltanto a condizione che possa farlo in
base alle sue teorie, giacché altrimenti dovrebbe soccombere a noi,
ammalarsi lui per guarire noi.
Ecco che tutto quel mondo che Nietzsche ha abbondantemente
indagato, soprattutto nelle opere che vanno da Umano troppo umano a
La gaia scienza, insistendo in mille modi sul fatto che gli istinti sono
artisti creativi, che ogni nostra esperienza è intrisa di finzione
poetica, che una ragione poetante è in opera in ogni istante della
nostra vita, che la menzogna, morale o extramorale, inconscia o
semiconscia, ci fa vivere sempre dentro un romanzo sociale e
personale, dentro un palcoscenico in cui ogni nostra parola è
orientata dai nostri istinti e bisogni, lo avrebbe costretto a dubitare
molto delle parole dei suoi pazienti e della possibilità stessa di
comprenderli e di curarli in base alle sue interpretazioni da quanto
gli facevano sapere e gli confessavano, più o meno volentieri e
volontariamente.
Messi i poeti e gli artisti in un mondo a parte, riverito ma tenuto a
distanza, ecco che il campo psichico poteva diventare tutto suo,
oggetto inerme delle sue costruzioni geniali, altrettanto artistiche di
quelle che ciascuno di noi intesse ogni giorno, ma orientate
finalmente a un fine preciso: la guarigione.
Egli ha curato qualcuno, alleviandone i sintomi anche per lunghi
anni, se la malattia psichica non era troppo grave, perché, come
scrive onestamente in Analisi terminabile e interminabile, nei casi
peggiori non c’è niente da fare. Ma l’ha fatto perché ha prestato
2670
ascolto alle loro vite, si è appassionato a esse, si è concentrato
spasmodicamente a comprenderle, ha gratificato i pazienti dando
loro un’importanza cruciale e continua, mentre le sue teorie, che
gratificavano lui, giungevano a effetto non perché fossero vere ma
per la potenza della sua intuizione nel penetrare le vite altrui, che poi
ritraduceva nelle sue formule, che però avevano sempre qualcosa a
che fare con quelle vite, e in modo decisivo, li guarisse o no.
2 luglio
Sss!
Quando si lavora insieme ad altri in una stanza, intorno a uno o più
tavoli, e affaccendati in incombenze autonome, benché collegate, e
due si distraggono conversando del più e del meno, ci sono sempre
coloro, soprattutto donne, che devono a un certo punto esclamare
sdegnate: “Sss!”, provocando un fastidio acustico, e soprattutto
psichico, molto maggiore di quello causato dal vocio. E nota che
quelli che sono soliti intimare il silenzio ad altri sono gli stessi che
parlavano un momento prima e parleranno un momento dopo a
voce alta.
3 luglio
Il cinismo caldo della comunità
Ogni occasione di vita sociale e conviviale ti richiama con voce
allegra e potente all’evidenza che il cinismo è la materia
indispensabile di ogni convivenza. Le debolezze degli altri,
soprattutto se assenti, l’inclinare a pensare sempre che siamo mossi
dagli impulsi più bassi, che tutti gli amori puntino solo al sesso, che
tutti gli impegni puntino al potere, che tutte le smanie non siano che
difese patetiche contro l’avanzare del tempo, che tutte le bizzarrie
non siano che fughe dall’inesorabile, che tutti i valori siano
revocabili, che tutte le forme di purezza e affetto non siano che
espedienti per sopravvivere o per affermarsi, è la pratica di sentire
universale e condivisa gaiamente da tutti noi quando siamo in una
compagnia di amici.
2671
Aprire un varco di stima e di solidarietà non può durare che un
attimo, e viene messo quasi tra parentesi nella fiumana inarrestabile
dei nostri giudizi incrociati, severi o rassegnati, implacabili o derisori,
tanto che chi nutre un qualunque sentimento sincero, una fede
limpida, un desiderio tenero, chi coltiva un impegno tenace per il
bene proprio o comune è destinato o a essere ignorato o snobbato,
come non confacente alla conversazione, o a essere affettuosamente
ridimensionato attraverso qualche sua traccia ridicola o troppo
umana.
Per questo molti non parlano mai nelle cene conviviali e sono
considerati i più deboli, timidi o con qualche inibizione segreta,
perché sfuggono a quella derisione incrociata che al contempo è
l’unico modo per integrare gli altri nella vita sociale, tanto che la
sensazione che abbiamo tutti, mentre ci scandalizziamo dei rischi
che altri corrono contro queste regole, godiamo delle difficoltà
altrui, ci consoliamo con le malattie degli altri, ridicolizziamo come
l’ennesima versione della commedia umana ciò per cui noi stessi in
segreto soffriamo, è quella di nutrire una benevolenza generale nel
calore della comunità familiare. Mentre abbiamo inferto colpi
taglienti a più di un nostro simile, specialmente se assente, e anche a
noi stessi.
Perché in effetti soltanto in un modo un’eguaglianza calda e
partecipe si istituisce: al prezzo di rinunciare a ogni desiderio e
speranza, a ogni passione forte e indipendente. A tal punto ogni
società si costituisce sulla rinuncia contenta del singolo a essere colui
che è, e a coltivare una via che lo migliori e lo soddisfi in quanto
singolo, e lo ospiti, dopo tanta solitudine, nel grembo di una
compagnia amichevole e familiare. Che altrimenti lo troverebbe
eccessivo o sfasato, velleitario o ignaro delle leggi del mondo, che al
massimo si possono godere francamente per due o tre ore, con un
esorcismo conviviale, attraccati all’isola di una mensa.
Questa legge conviviale però è anche una disciplina dell’egoismo,
perché è dato che a ognuno spetti soltanto una porzione di ascolto,
e non di più, tanto che se uno racconta troppo di sé, sia pure
dipingendosi come un infelice o uno sfortunato, gli altri lo
2672
smontano e lo ridimensionano, correggendolo o scherzando sulle
sue fisime e fissazioni, oppure comparando i suoi mali ai propri o a
quelli altrui, insegnandogli seccamente che non è il solo al mondo,
che non può mangiarsi lui tutto il male. Ed è bene che sia così,
anche perché, se lo ignorassero e tacessero, non sarebbe invitato più
alla loro mensa.
4 luglio
L’uomo senza braccia
Hai mai provato la sensazione di sentirti senza braccia e senza
gambe? Un torso. La tua impotenza è tale che non puoi fare
esattamente niente. Rinuncia all’idea che venga qualche amico per
caricarti e farti uscire, prestandoti le sue gambe. Quello più caro è
anch’egli un torso e s’aspetta, come è giusto, da te che lo vada a
sostenere. Coloro che vengono subito dopo non hanno mai
sperimentato la stessa sensazione e non possono immaginare come
ti senti, anche perché ti hanno visto così spesso correre e nuotare e
muoverti con agilità nella città. Non possono credere che tu sia la
stessa persona. Eccoti di nuovo nella condizione che in tanti e tante
volte abbiamo sperimentato, anche se non ne abbiamo mai preso
coscienza e così non l’abbiamo detto. Non più di malinconia o
dolore ma di amputazione e pietrificazione. Il cuore, come dice la
saggezza della nostra lingua, rimane di sasso.
Il fenomeno è invisibile e quindi inattendibile, Va da sé che se ti
specchi sei identico e che persino il tuo carattere rimane quello e
non depone affatto contro la tua sincerità che tu sia allegro,
scherzoso e più o meno pronto a trovare la vita di sempre
combaciante con la tua non vita.
Se infatti è vero che noi ci adattiamo a tutto, anche il mondo è fatto
così, tanto è abituato ai nostri cambiamenti che non ne trova più
nessuno strano o tale da incresparlo, e tanto meno da turbarlo. Il
mondo sa già tutto ed è abituato a tutto da sempre. Ne ha visti tanti
di uomini! E anche tu sei mondo, e quindi anche tu trovi naturale
che qualcosa di così brutto accada, visto che accade, se anche a te.
2673
Anzi è proprio per questo che rimani di sasso. Rimani, per così dire,
di mondo.
5 luglio
Debolezza dei paragoni
Divagando mentre un politico telegenico parla di cose che non
riesco a capire mi metto a pensare ai paragoni che studia Aristotele
nella Poetica. E me ne viene in mente uno mio: “Incontrare te è come
dissetarmi alla fonte.” Io tento di spiegare che cosa provo a
incontrarti e lo attingo a un’esperienza fisica rara e piacevole per
corroborare ciò che provo, che però allora non è evidente e certo di
suo, se lo devo spiegare con un piacere fisico inconfutabile per tutti.
Se dicessi invece: “Dissetarmi è come incontrare te”, attingerei a te
come fonte primaria e modello del paragone per spiegare il piacere
di dissetarmi. Tutti però, tranne me, si dissetano con lo stesso
piacere con l’acqua senza provare nulla quando ti incontrano, e
quindi non potrebbero condividere ciò che dico, non conoscendoti.
E io sembro dare più peso al bere rispetto all’incontrarti, giacché nel
paragone carico di valore sempre la prima condizione, dacché uso la
seconda come sostegno espressivo della prima.
Ecco che il paragone ha un’intima debolezza perché o attinge la sua
forza ad altro e minore elemento, benché più a portata di tutti, e
sposta l’accento su ciò che dovrebbe valorizzare il fulcro del mio
discorso, pur di compartecipare il paragone, o non è perspicuo e
potente agli occhi degli altri, che dovrebbero immaginare qualcosa di
cui non hanno un’idea.
Ma se tu accosti due enti che sono del tutto incongrui e remoti,
cogliendone qualcosa che realmente hanno in comune, anche se
nessuno ci ha mai pensato prima, e dici della donna che ti appare:
“Sei come un esercito schierato in battaglia”, giacché per te è così, te
la fai sotto eppure non vuoi che avanzare e combattere la tua
somma paura d’amore, ecco che la potenza del paragone si scatena
in modo irresistibile, e ti accorgi che prima il paragone era debole
2674
perché troppo lineare ed edonistico, non per ragioni intrinseche alla
forma retorica, e che la sua forza dipende dal polso di chi lo getta.
Trovi in fondo che mai uno debba mettersi in testa di svolgere tutte
le analogie che il paragone contiene, perché la sua audacia e forza
dipende proprio dal guizzo sventato con il quale isoli una sola
qualità comune. Visto che la donna amata tutto vorresti tranne
ucciderla o ferirla, semmai vuoi vincerla quanto vuoi esserne vinto.
Eppure mi domando se lo stesso non sia combattendo in guerra: tu
vuoi vincere almeno quanto essere vinto. E uccidere è solo una
catastrofe secondaria, rispetto al tuo impulso, che ti piove addosso o
fai piovere addosso a un altro. Credevi fosse questione di vittoria,
invece lo è di morte.
6 luglio
Etty e io
Esistono libri che non sono libri, tanto la voce che ne promana
attraversa la carta come fosse un fluido e giunge a te, dandoti la
sensazione che sia detta all’orecchio da persona viva. Tra questi
rarissimi libri da ascoltare, così pochi che quasi non esistono, che
puoi scoprirli dopo decenni di letture, il primo posto spetta ai Diari
di Etty Hillesum. Sfido chiunque a dire che questo è un libro e a
presumere che se ne possa dare un giudizio critico e filosofico se
non attenendosi alla lettera alle sue parole ed entrando nel vivo della
sua anima stupefacente perché perfettamente naturale.
Cosa vuoi che ti dica io che non sono una donna? Leggilo! Anche se
questo gesto mi mette in cattiva luce ma ne troverai, dandomi retta,
una buona e irreversibile.
“Le cose veramente primordiali in me sono i sentimenti umani, una
forma di amore e di compassione elementari che provo per le
persone, tutte le persone.” E come mai? “Perché io stessa sono
composta di tante persone diverse.”
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“Certe volte mi capita di pensare: la mia vita è completamente
sbagliata, c’è un errore: ma questo capita solo quando ci si fa una
determinata idea della vita, rispetto a cui può apparire sbagliato
come realmente viviamo.”
La forma della nostra vita è infatti la più difficile per noi da scoprire,
è soltanto una e ogni nostro potere, ogni nostra facoltà di azione, di
senso e di gioia è all’interno di quella forma. Le idee della nostra vita
invece sono infinite e tutte sbagliate.
“Ho capito pian piano che nei giorni in cui proviamo avversione per
il prossimo, in fondo proviamo avversione per noi stessi. Ama il
prossimo tuo come te stesso. So che dipende sempre da me, mai da
lui.”
“Non ci si dovrebbe mai lasciar paralizzare da una cosa sola, per
grave che essa sia, la gran corrente della vita deve continuare a
scorrere.”
“Il gran cranio dell’umanità. Il suo potente cervello e il suo gran
cuore. Tutti i pensieri, per quanto contraddittori, nascono da
quell’unico grande cervello: il cervello dell’umanità, di tutta
l’umanità. Lo sento come un unico, grande insieme e forse è di lì che
mi viene di tanto in tanto quel profondo sentimento di armonia e di
pace, malgrado le numerose contraddizioni.”
“Ecco, una persona deve avere pazienza. Il tuo desiderio dev’essere
come una nave lenta e maestosa che naviga per oceani infiniti, e non
cerca un luogo in cui gettare l’ancora.”
Scrive Etty che la maggior parte degli occidentali non capisce l’arte
del dolore, e per questo non riesce ad accorgersi che la vita è sempre
“bellissima, degna di essere vissuta e ricca di significato.”
“Oh lasciare completamente libera una persona che si ama, lasciarla
del tutto libera di fare la sua vita, è la cosa più difficile che ci sia.”
Il maschio replica: Ma se ami una persona, le leggi dentro e sai che
tu sei indispensabile al suo bene. Come puoi allora liberarla da te?
2676
Lei penserà a una scusa ipocrita. A meno che non sia impossibile, o
fonte di dolore per altri, o una minaccia per lei il frequentarla, e
allora per forza la dovrai lasciare libera da te. Ma farsene una gloria
potrebbe essere una ritirata idealistica.
La chiave di tutto per Etty è la disciplina d’amore, d’origine divina,
di vivere nel Lager come nella propria camera olandese assolata e
tranquilla la bellezza e la bontà della vita: “Per me, questo lavoro
spirituale, questa intensa vita interiore hanno valore soltanto a
condizione che possano essere proseguiti in qualunque circostanza:
e se non è possibile nella pratica almeno nel pensiero. Altrimenti
tutte le cose che faccio ora sono ‘belle lettere’. ”
Sia pure il libro stupendo, e lo è, sono ‘belle lettere’ se non fai,
almeno nel pensiero, quello che scrivi. Un libro vero si fa nella vita.
Ciò significa pure che nella mia camera assolata di Pesaro io posso
apprezzare la bellezza e la bontà della vita come se fossi in un Lager.
Cosa vertiginosamente folle eppure vera. Giacché non devo avere
imminenza di morte per capire e apprezzare la vita.
Nondimeno è proprio l’idea che si può morire presto che ci fa
vivere meglio. L’idea di un tempo che si stira per decenni è
disgustosa.
Ciò che penso io
Ciò detto, non potrò che scrivere, da maschio, quello che penso
mentre ascolto questa voce. Non si può infatti diventare nessun
altro, tanto meno una donna.
Puoi vedere la morte come il passaggio a un aldilà metafisico o come
la tristezza di questo cadavere dell’amico che sbirci a capo chino. Ma
c’è un terzo modo: come il passaggio dalla vita alla non vita mentre
sei in carne e ossa. Passa allora dalla non vita alla vita.
La vera preghiera, scrive Etty, che aveva problemi come me, benché
meno gravi, col ripetere formule, è l’essere amoroso.
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Pregando mi sembra di strafare, di volere troppo, di essere
incontentabile. Non basta quello che hai?
Pregando mi sembra di volere quello che non mi spetta e di
spregiare i doni che ricevo.
Pregando, Dio mi diventa quasi antipatico e più sconosciuto e
lontano di quando non chiedo.
Pregare per altri? Quando chiesi che mio padre vivesse non hai
risposto. Se io ti chiedo il bene di un altro e tu lo neghi, allora in
realtà tu l’hai già fatto mentre io non lo so, e l’avresti fatto
comunque se io non ti avessi pregato. Perché non posso credere mai
che tu lo faresti solo se io ti prego, quando dici a me di fare il bene
in modo inaugurale.
Ecco perché la preghiera deve diventare il tuo essere. E tu sei
preghiera, generando quello che pensi e senti. Ma allora dovresti
essere uno speciale.
Felicità è disperazione la stessa cosa. Disfelicità.
Devo fare penitenza. Sono stato troppo felice. Ma perché essere
felice non va bene? Offendi qualcuno? Lo sei stato troppo? Non ha
senso.
7 luglio
Dialogo tra doppiatori
“Amo moltissimo pochissime persone.”
“Non sappiamo mai chi ci ama. E tu?”
“Ti amo tanto da non amarmi.”
“Più sei libero da me e più ti amo.”
“Sono geloso. Tu non ti copri mai e ti si vede l’anima.”
“Quando ci sei, mi spoglio del mio amore.”
“Parliamo in amore, non d’amore.”
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8 luglio
Mark Strand
Leggo Un uomo che cammina un passo avanti al buio, un’antologia di
poesie di Mark Strand, tradotta da Damiano Abeni. E anche questo
non è un libro. Quest’uomo dov’era? Anzi, dov’ero io? Perché lui è
famoso da tempo. Guarda se devono passare decenni prima di
incontrare la voce che ti aiuta a conoscere, e perfino a vivere, aldilà
della solita mezz’ora, senza mai esercitare la minima pressione sulla
nuca.
Fare un discorso critico allora non è la prima voglia che ho. Non è
desiderabile scrivere su tutti. Ci sono poeti che scrivono essi su di
noi, ed è meglio così. Scrivere sulla poesia di Mark Strand sarebbe
come mettersi a studiare il tappeto volante da cui puoi finalmente
guardare il paesaggio dal basso. Un tappeto che vola ad altezza
d’uomo.
Fa bene che qualcuno ti faccia vivere dentro le sue poesie. E come
mai Mark Strand può farlo? Come mai rattristarsi nei suoi versi è
cosa buona e dolce? Forse perché sgrava il dolore dalle sue finte?
Come mai ascoltare, camminare, star da soli acquista un fascino
desiderabile? Come mai la povertà diventa ricca?
La sensazione è che la lingua angloamericana, attraverso il suo poeta,
abbia una sua magia pragmatica, entrando nelle persone e nelle cose
in modo che non hai più difesa né ti interessa averla.
8 luglio
Scusa se ti pesto a sangue
Che cosa sta succedendo alla lingua degli italiani, e quindi ai nostri
sentimenti elementari? In pochi giorni leggo che alti dirigenti della
polizia italiana chiedono scusa alle famiglie dei feriti e bastonati nel
corso del G8 di Genova, e addirittura ai genitori di un ragazzo
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ucciso. Una madre, a detta dei giornalisti, ma mi sembra del tutto
improbabile sia vero, a meno che nelle sue parole non vi sua
un’ironia tagliente, risponde che li scusa ma non li perdona.
Ora, noi eravamo abituati a porgere scuse quando passavamo
davanti a una persona in una fila, senza accorgercene, o quando,
sempre distrattamente, pestavamo un piede a qualcuno. Ci scusiamo
per una scorrettezza piccola e involontaria, in un minuetto di civiltà
basilare sempre più raro ma confortante. Si presume infatti che colui
che si scusa per un fallo minimo mai ne commetterebbe uno grosso.
Scopriamo adesso che ci si può scusare per aver picchiato a sangue
centinaia di persone, così aggravando in modo grottesco la
responsabilità dell’aggressione, perché vuol dire che essa, non
potendo dirsi involontaria, sia tenuta per un’infrazione minima, un
eccesso deplorevole ma veniale, che non si può giustificare,
cozzando contro tutte le leggi democratiche, e per la quale non resta
allora che scusarsi in pubblico, magari palpebrando e atteggiandosi a
capo sensibile e malinconico.
Nei Promessi sposi (IV) leggiamo che così il novizio Lodovico, che
diventerà Fra Cristoforo, si rivolge al guardiano dei cappuccini:
“Permettetemi padre,” disse, “che, prima di partir da questa città,
dove ho sparso il sangue d’un uomo, dove lascio una famiglia
crudelmente offesa, io la ristori almeno dell’affronto, ch’io mostri
almeno il mio rammarico di non poter risarcire il danno, col
chiedere scusa al fratello dell’ucciso, e gli levi, se Dio benedice la mia
intenzione, il rancore dall’animo”. E, ottenuto il consenso del
guardiano, così infatti gli si rivolgerà: “non potendo altro che farle
inefficaci e tarde scuse, le supplico d’accettarle per l’amor di Dio”.
In una società spagnolesca, basata sull’orgoglio e sull’onore, porgere
le scuse era un gesto di umiliazione molto più incisivo e duro da
affrontare. In più Lodovico, non volente, è stato trascinato a
uccidere un uomo che l’avrebbe ucciso senza pensarci due volte. E i
familiari della vittima, senza aver mai versato una lacrima, volevano
soltanto “aver nell’unghie l’uccisore”. Cosa più importante di tutte,
Lodovico si fa frate per espiare tutta la vita, mentre i personaggi a
capo della polizia che domandano scusa restano assisi sui loro
scanni.
2680
In una società democratica, o si tratta di reati, le conseguenze dei
quali le scuse pubbliche non possono attenuare, o non si tratta di
reati, e allora di violenze difensive dell’ordine pubblico. Ma
eccessive, che richiederebbero casomai una ben più profonda
richiesta di perdono da parte dei responsabili diretti, che pure
risulterebbe ipocrita e patetica, se fatta in pubblico, e nella speranza
di guadagnare benevolenza e strada sgombra per una nuova e
completa libertà d’azione nel proprio ruolo. Mentre la domanda di
perdono infatti, sempre personale e privata, comanda un
cambiamento completo di vita, le scuse, pur se sincere e dolenti,
favoriscono una liquidazione gratuita dell’atto.
9 luglio
L’impossibile che fa la realtà
Meglio del turismo diagnostico, per mezzo del quale legioni di
italiani attraversano l’Italia, in genere diretti verso la Lombardia, il
Veneto, l’Emilia, per esami specialistici presso i luminari della
medicina, e mi riferisco alla gran parte dei casi non gravi, e spesso
lievissimi (perché in quelli gravi altro che turismo), si rivela a tutti gli
effetti, anche fisici, il turismo religioso.
Milioni di persone ogni anno vanno in pellegrinaggio nei maggiori
santuari europei, da Lourdes a Santiago di Compostela, da S.
Giovanni Rotondo a Loreto o nei luoghi di apparizione della
Madonna, come Me ugorje, spesso visitandoli tutti e più volte. Una
pressione interiore inquieta e rapinosa, una malattia, quasi, di fede
coltivata ogni giorno, sbocca finalmente in un’esperienza comune,
che apre il cuore alle aspettative più fantasiose e superstiziose, ma
senza potersi liquidare e risolvere soltanto in esse.
Per inciso osservo che il volo miracoloso della santa casa da
Nazareth a Loreto, la notte tra il nove e il dieci dicembre del 1294,
portata dagli angeli, è oggetto di credenza ancora oggi di migliaia di
fedeli. Il fatto che i mattoni siano attaccati con la malta, in uso allora
in Palestina, fa pensare che sia stata trasportata intera. E non è allora
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molto più spirituale considerare come quei marinai, anche
imprecando e magari bestemmiando, abbiano compiuto il viaggio
reale, con quale cura e perizia tecnica, e con quale amorevolezza gli
operai l’abbiano portata in cima al colle di Loreto, senza farsi
mancare maledizioni per la fatica immane, trasportandola intatta?
Non potrebbe essere un’impresa di fede questa? O tanto poco
riusciamo a immaginarla da aver bisogno di angeli? Perché non ci
commuoviamo per il miracolo di una fede umana?
La superstizione è così potente che si affianca alla ragione e alla
cultura nelle stesse persone, senza esserne per nulla scalfita e senza
che l’attitudine razionale, maturata attraverso le conoscenze
scientifiche, venga meno. Ho conosciuto uno psichiatra, educato alla
ricerca sperimentale, che mi ha messo di fronte a un fatto visto con i
suoi occhi: alle 18 e 40, non un minuto prima non un minuto dopo,
a Me ugorje il sole ruota su se stesso.
Egli non ha espresso alcun giudizio al riguardo, si è limitato a
riferirmi un fatto del quale è stato, insieme ad altri, testimone
oculare. Centinaia, forse migliaia, di persone, di ogni estrazione e
competenza culturale, hanno assistito allo stesso fatto. La
superstizione, e questo la rende insormontabile, riposa infatti non
solo sul desiderio di credere e di vedere ma anche e soprattutto sulla
certezza di aver visto, di aver toccato con mano. Al contrario della
fede, che non riposa mai sulla prova sperimentale, e addirittura la
contraddice.
Se uno va a Me ugorje entra in un campo dei miracoli, così come
uno che vada a Gardaland entra in un campo dei divertimenti. Il
paragone è solo a prima vista irriverente. Perché attesta invece la
nostra tendenza a identificare uno spazio fisico nel quale valgono
leggi interne soltanto a esso, se l’ingegnere compassato è legittimato
a divertirsi come un bambino nell’ottovolante o a credere che nella
notte sia comparso un ulivo che il giorno prima non c’era solamente
in quello spazio fisico, deputato o al divertimento o alla visione.
Che importa che il sole (il quale realmente gira su se stesso) si veda
girare a occhio nudo alle 18 e 40 e soltanto lì, cosa impossibilissima
a verificarsi, a petto della fede in Dio? Eppure molti credono che,
2682
vedendo girare il sole, allora è più probabile la guarigione
miracolosa. E noi siamo così fragili e miseri che offendere questo
sentimento assurdo in nome della scienza, cioè della realtà, suonerà
cattivo verso colui che rischia di perdere per sempre la persona cara,
benché cara anche a noi. E così finirà per suonare cattivo anche
parlare di suggestione collettiva e del rischio, fissando il sole, di
guastarsi la retina per sempre.
Il superstizioso, indotto a ragionare con pazienza, ci guarderà nel
caso migliore come a un uomo che non entra abbastanza nella vita,
più che come una minaccia a quell’equilibrio tra ragione e follia
faticosamente raggiunto.
Essere superstiziosi vuol dire liberarsi dal peso della ragione e della
realtà, tutt’uno con essa, quando diventa insopportabile, e
alleggerirsi per poi affrontare con cuore nuovo le asprezze della vita.
Così vedrai che proprio le persone superstiziose, che noi irridiamo e
compatiamo, reggono molto meglio di me e di te, che non possiamo
credere al sole che gira e agli ulivi sbucati dalla terra in una notte, la
dura necessità di assistere un comatoso, di soccorrere uno
sventurato, e persino di servire rigorosamente le leggi della fisica e
della biologia in un laboratorio.
La Madonna, se esiste il suo potere miracoloso, giacché nessuno lo
sa, si manifesta nei cuori e non nei sensi ma queste moltitudini
traggono quasi sempre un gran beneficio, non soltanto spirituale,
dall’esperienza di convergere nel luogo della visione. Donne che
soffrono il caldo come la peste, sensibili a ogni malessere fisico e
timorose di ogni malanno e danno, sempre in attesa di sciagure e
preoccupate di ogni sintomo in loro e nelle persone care,
fronteggiano condizioni pratiche impervie, poiché sempre sono
previste camminate di decine e anche centinaia di chilometri,
arrampicate, rinunce e disagi materiali di ogni genere, a imitazione
delle sofferenze di Cristo, come credono, sopportando un genere di
vita spartano e asciutto, canti, rosari, veglie e preghiere collettive,
non solo senza lamentarsi mai bensì con passione vigorosa.
Uomini che prendono l’auto per non percorrere duecento metri a
piedi si mettono a scalare monti senza nessun allenamento mentre
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anziane signore, delicate come farfalle, affrontano camminate di sei
ore senza battere ciglio, guidate da preti che si fanno un punto
d’onore nel non cedere mai. E benché tanti anziani sedentari e pigri
scuotano il loro corpo con imprese inimmaginabili e repentine è
rarissimo che qualcuno di loro si senta male.
Questa disciplina ferrea e collettiva, ginnica, dietetica, militaresca,
irradiata da un fervore spirituale che non si ha ragione di non
credere sincero e forte, oltre al cambiamento di sito e di clima, al
distacco dai familiari, ansiogeni o libertari che siano, dai genitori
malati e pretenziosi o sani e pimpanti, dai figli capricciosi ed esigenti
o deliziosi e affettuosi, dalla routine del lavoro e dalla micidiale
sequenza spesa-cucina, lavaggio, stiraggio, spazzatura, spolveratura,
nonché da quel peso fatale che per molte madri è la responsabilità
del prossimo, quasi la vita altrui dipendesse dalla propria per
investitura etica e divina, fa sì che l’esperienza sia rigenerante e
salutifera come nessun’altra al mondo.
A questo punto importa che la Madonna sia apparsa realmente, se la
visione è maturata da una pressione di dolore, morte e guerra
insopportabile e destinata a generare larve attonite, che in questo
modo si è convertita invece in fiducia corale nell’avvenire e in
amore?
Ecco che un fenomeno impossibile, l’apparizione della Madonna, si
è convertito in una realtà potente e decisiva, condivisa da milioni di
persone, che magari neanche ci credono o credono di crederci,
tranne una minoranza solida antropologicamente atta a fidare
nell’impossibile, che ne traggono nutrimento e forza per
fronteggiare la vita, che quasi sempre le vede, anonime e duramente
impegnate, nella trincea quotidiana.
Un’altra conferma decisiva che l’impossibile è indispensabile alla
vita, la verifichiamo da questa esperienza cruciale. Un uomo non sa
pregare e non crede nella preghiera e tuttavia trova tutte le strade
sbarrate per giovare a una persona amata, perché o non può o non
vuole essere aiutata. Rinunciando al proprio bene, diventato
impossibile, egli trova soltanto nel desiderio del bene di quest’altra
persona il varco per uscire da un dolore tanto forte quanto vano. Ma
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tale bene non lo può fare, perché l’altra, vivendo con lui o distante
mille miglia non importa, è irraggiungibile al suo potere di fare del
bene. Ecco che a quest’uomo che non crede nella preghiera, perché
non crede che Dio l’ascolti, non resta altro che pregare per lei un
Dio in cui non crede, unico varco che non si chiude mai.
Quest’uomo non crede nell’amore cristiano ma soltanto nell’amore
per una persona singola, con la quale corrisponde, ma se esprimere
quest’amore è precluso e perfino giovarle è impossibile, giacché o i
suoi modi per farlo non sono beneaccetti oppure sono alieni all’altra
persona o sono impraticabili per una qualunque delle infinite ragioni
con le quali una società stronca gli eccessi, ecco che questi sarà
spinto verso l’unica possibilità che gli rimane, se non vuole perdersi
in un’angoscia senza senso, e cioè amare cristianamente. E non
perché nato ad amare, non perché rispondente a una natura intima e
prepotente sua, ma perché non resta altra salvezza che questa.
Vedi da ciò quanto vasto e dettagliato e potente sia l’impossibile
nella vita degli uomini, tanto che si potrebbe dire che una felicità
terrena fondata sull’incontro di due esseri, molto più efficace e
vivificante di una serenità autarchica e stoica, sarà sempre
impossibile di fatto, per ragioni interiori o esterne, sicché il fatto che
centinaia di milioni di persone non abbiano trovato di meglio al
mondo che l’amore cristiano e nessun’altra salvezza che la morte in
croce di Cristo, ci dice la vastità e la inesorabile potenza della
disperazione quanto la capacità della nostra specie di reagire in
modo generoso, benché assurdo, se necessario, alle avversità.
8 luglio
Le lettere di Simone Weil a padre Perrin
Si devono pubblicare le lettere indirizzate a una persona, in un
incontro di anime intimo che esclude per definizione le altre? Ho già
risposto.
Io non conosco il padre domenicano Perrin, alla quale Simone Weil
ha scritto sei lettere dal gennaio al maggio del 1942, il quale le ha
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pubblicate, oltre ad aver dialogato più volte con lei, con un’attitudine
che si può far rientrare nella categoria cattolica della “diffusione di
un travaglio spirituale ereticale a scopo di meditazione”. Lettere
incentrate sul suo desiderio di essere battezzata e di entrare nella
chiesa, cosa che padre Perrin fortemente auspicava, ma dentro un
desiderio ancora più forte, una vera e propria vocazione di Simone,
a non entrarvi: “La mia vocazione mi impone di restare fuori della
chiesa” (lettera sesta).
Fuori e dentro la chiesa
È per me evidente che esistono cristiani indispensabili fuori della
chiesa e che si devono mettere in testa di non fare nessun tentativo
di cambiare idea, perché sarebbe uno snaturamento, e perfino un
tradimento, non generando altrimenti che una indecisione ambigua e
permanente, patetica e imbarazzante, benché segnalante una
profondità spirituale che i cattolici ortodossi inesorabilmente
vedono come dramma tempestoso di un’anima e, alla fine, sotto
sotto, come tempesta in un bicchier d’acqua, visto che secondo loro
sarebbe tanto facile arrampicarsi sul bordo per nuotare insieme a
tutti gli altri nell’oceano materno della chiesa.
Essi non ammettono che esistano pecore bianche, e che sbianchino
le altre, fuori dal gregge.
Quando una donna poi si rivolge a un maschio confessore e
ascoltatore, paziente e benigno come padre Perrin, riversa troppo in
lui, che di sicuro si sarà largamente compiaciuto delle confidenze di
una tale donna, del suo bisogno di amare un uomo, di identificare
un padre spirituale, di mostrare la sua anima a un modello di pace e
di fede certa, facendole perdere l’indipendenza del sentire e del
pensare, sia pure in modo intermittente, che per un cristiano extra
ecclesiam è come l’aria che respira.
Sono fuori, sono sotto la chiesa e ho paura di peccare di superbia.
Ma la vita ha tanti sofisticati modi per piegare questa superbia, al di
fuori di una chiesa. E testimoniare resta sempre molto più
importante che obbedire, anche perché la natura indipendente
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concepisce tutti i rapporti come personali, e quindi è più esposta al
rischio di obbedire a un solo uomo, che così diventa troppo
importante.
Simone Weil scrive: “Non posso fare a meno di continuare a
domandarmi se, in quest’epoca in cui una parte così grande
dell’umanità è sopraffatta dal materialismo, Dio non voglia che vi
siano uomini e donne che, pur essendosi votati a lui e al Cristo,
rimangano fuori dalla Chiesa.” Simone, tu sai che Dio vuole così,
cosa ti importa di padre Perrin? Non sarà che vuoi tu convertire lui?
“(…) nessun pensiero mi procura tanta pena quanto quello di
separarmi dall’immensa e sventurata massa dei non credenti.
Avverto il bisogno essenziale, e credo di poter dire la vocazione, di
passare fra gli uomini e i diversi ambienti umani fondendomi con
essi, assumendone lo stesso colore, almeno nella misura in cui la
coscienza non vi si opponesse, dissolvendomi tra loro, affinché si
mostrino quali sono, senza dissimularsi ai miei occhi. Desidero
conoscerli per poterli amare quali sono.”
Definire sventurata la massa dei non credenti è già un segno
preoccupante del desiderio di compiacere Perrin e la sua buona
ventura di ortodosso, mentre nel contempo è un’accusa formidabile
alla chiesa, come se starci dentro voglia dire separarsi proprio dagli
sventurati. Ma, a parte questo cedimento, il brano è perfetto. Tu ami
le persone esattamente come sono e non ti domandi se siano fuori o
dentro la chiesa, perché sono sempre dentro la ecclesia del mondo e
sempre fuori da una chiesa determinata.
Un cristiano è tutti e, se non lo è, si fa tutto a tutti, come scrive san
Paolo. Oddio, ma questo è molto pericoloso. Appunto.
Il problema non è allora che Simone Weil sia fuori della chiesa ma
che padre Perrin sia dentro e che cioè veda la chiesa come patria, il
che è fondamentalmente ateo, sebbene spruzzato di incenso e santi
propositi.
“Amo i sei o sette cattolici di autentica spiritualità che il caso mi ha
fatto incontrare nel corso della vita. Amo la liturgia, i canti,
2687
l’architettura, e i riti e le cerimonie del cattolicesimo. Ma non ho in
alcun grado amore per la Chiesa propriamente detta, se non per il
rapporto che intrattiene con tutte quelle cose che amo.”
Trovo incomprensibile che Simone, come dice anche in altri passi,
possa amare tanto liturgia, riti e cerimonie, delle cose così
profondamente noiose per chi non sente col cuore la comunità
cattolica, e che con Cristo non hanno nulla a che vedere, nel senso
che non sono affatto il passaggio necessario per incontrarlo.
La liturgia svolge migliaia di funzioni, anche preziose e salutifere, ed
è atta a ben altro che a solleticare solo l’istinto spettacolare, tra l’altro
oggi eccitato in così tanti modi da rendere le messinscene religiose
più deboli e lente, e in ogni caso effimere. E tuttavia, se la consideri
indispensabile alla salvezza, sei perduto. Perdi il deserto, il bosco, la
strada, la piazza, la periferia, il terreno vago.
E ancor più sorprendente è che lei lo dica subito dopo la
confessione onesta di aver incontrato in tutta la sua vita appena sei o
sette cattolici potenti. Cosa che ciascuno di noi può dire e che ci fa
intendere però che non è possibile sia così, che non abbiamo gli
occhi per vederli.
“Non è compito mio pensare a me stessa. Il mio compito è pensare
a Dio. Spetta a Dio pensare a me.” Questo è vero. Non so però se
sia un compito: come fa a esserlo? E non so se a Dio spetti: amare
non è mica un dovere.
La chiesa come cosa sociale
Volersi snaturare per fare penitenza genera cattiveria. Infatti Simone
scrive, nella seconda lettera, che se una ventina di giovani tedeschi si
mettessero a cantare inni nazisti, una parte della sua anima
diventerebbe nazista. E questo per il sentimento e il bisogno
profondi di una patria terrena. Subito dopo aggiunge che anche la
chiesa si candida a essere questa patria e quindi di fatto la accusa di
costituirsi sullo stesso bisogno, benché volto al bene, che genera il
nazismo.
2688
La chiesa in quanto “cosa sociale” è diabolica e “appartiene al
Principe di questo mondo.” Più chiaro di così. E con idee come
questa, Simone, come ti può venire in mente di volerci entrare e che
padre Perrin ti dia il lasciapassare?
Di qui la conseguenza rigorosa: “Sento che nel mio caso è
necessario e s’impone che io sia sola e straniera e in esilio rispetto a
qualsiasi ambiente umano, senza eccezioni.”
Osserva che nella lettera precedente aveva detto di volersi sciogliere
in tutti e in tutto e ora dice di essere in esilio presso tutti, non solo
verso la chiesa. E questa contraddizione è vera, sincera e potente.
E tuttavia la chiesa è un ambiente come ogni altro in cui lei desidera
sciogliersi, e quindi anche verso il clero e i fedeli cattolici tu puoi e
devi avere la stessa apertura che verso i non credenti, perché siamo
tutti nella chiesa del mondo e siamo tutti persone, anche quelle
trincerate in una patria terrena detta chiesa. Il punto è così non già di
farsi battezzare per entrare ufficialmente nella chiesa ma trattare
anche i cattolici come i non cattolici, aprirsi anche a loro come a
persone sventurate, non già accentuare la loro prigionia. E se loro
non ti approvano e ti escludono, tu apriti e accoglili. Chi è infatti più
a rischio di perdersi di un cattolico ortodosso? Che ti importa se non
entri nella chiesa quando puoi entrare in ogni singolo cattolico con
atteggiamento benigno? Farti cattolico per lui.
In realtà nelle istituzioni non si entra, si entra solo nelle persone.
Lei parla di “impura mescolanza del soprannaturale con il male”, che
appartiene alla chiesa. Ora io oso immaginare che Simone pensi che,
entrando nella chiesa, debba accettare che la convivenza di diabolico
e angelico sia costitutiva mentre, restando sola, potrà restare radicale
in materia. Ma se proprio questo volersi salvare da sola fosse
diabolico? Di qui il conflitto assillante.
Eppure non sono sola, pensa, è sempre Dio a salvarmi: “Riguardo
alla guida spirituale della mia anima, infatti, penso che Dio stesso se
ne sia assunto il compito fin dall’inizio e lo mantenga.”
2689
Nell’argomento della scommessa Pascal fa approdare alla
convinzione che credere in Dio sia la scelta più ragionevole, e quindi
anche la meno rischiosa. Ma quanto è alto invece il rischio di colui
che crede, di chi scommette per il vero. Come accade a colui che,
cacciato un demone da sé, si ritrova a coabitare con altri sette (Mt,
12, 43-45, Lc, 11, 24-6). Simone teme più di ogni altra cosa
l’accasarsi nella fede, il trovare una patria terrena non solo nella
chiesa ma nella fede stessa, che invece vive solo nel rischio
continuo.
“Lei sa che quello che chiamo buon porto è la croce” (lettera terza).
Questa di imitare il sacrificio di Cristo è una mania anche delle
anime più pure e potenti. La croce scelta è solo di Cristo e per noi
soltanto se costretti dalle circostanze, quando cioè non c’è
assolutamente nessun’altra strada. Se ci ammazzano noi siamo del
resto come Cristo senza nessun proposito da parte nostra. Non ha
alcun senso esaltarsi all’idea di morire anche noi per il bene altrui,
giacché il bene altrui noi possiamo farlo solo vivendo, a meno che
non ci mettano in trappola. Ogni invocazione di una morte in croce
da parte nostra è perciò sempre o frutto di un’esaltazione in fondo
suicida, e perciò disamorata, o di una menzogna sublime, che
dobbiamo guardarci dal coltivare, per salvare il bene che possiamo
fare da vivi.
“Posso dire di non aver cercato mai Dio in nessun momento della
mia vita” (lettera quarta). Dio infatti non si cerca, chi lo cerca non lo
troverà.
“Sono per così dire nata, cresciuta e sempre rimasta nell’ispirazione
cristiana.” (…) Questa è la parola giusta, come per l’amore e per la
poesia: ispirazione. “Per questo motivo non mi è mai venuto in
mente di poter entrare nel cristianesimo. Avevo l’impressione di
essere nata al suo interno.” E tuttavia non so se abbia senso parlare
di un cristianesimo nativo giacché, secondo me, esso incorre
soltanto nell’incontro con Cristo, quando sei in grado di capirlo.
Gli eredi degli schiavi
2690
Altrettanta ragione ha Simone nel parlare di genio della fede, anche
se credo sia dato a troppo pochi.
L’esperienza della fabbrica, in tre tornate di pochi mesi, perché uno
che non è abituato alla sua brutalità schianta in breve tempo, le ha
dato la coscienza di essere una schiava. Una processione popolare in
Portogallo le ha fatto capire che il cristianesimo è la religione degli
schiavi. Noi infatti siamo tutti schiavi, anche se viviamo in una
repubblica che, sulla carta costituzionale, è fondata sul lavoro.
Come scrive un altro Weil, Eric, commentando la dialettica del servo
e del padrone nella Fenomenologia dello spirito, noi siamo gli eredi degli
schiavi, e in quanto tali siamo riusciti a costituire società
democratiche. E tuttavia la nostra schiavitù nel mondo resta
fondante, in quanto tutto ciò che più conta e vale sulla terra è
impossibile, o per la nostra debolezza o perché nessun uomo ci
vuole liberi.
Simone Weil è del tutto sincera quando scrive: “Durante tutto
questo cammino spirituale non ho mai pregato. Temevo il potere di
suggestione della preghiera, quello stesso potere per cui Pascal lo
raccomanda. Il metodo di Pascal mi sembra uno dei peggiori
possibili per approdare alla fede.”
Si prega infatti perché non si ha o non si è qualcosa, ma se non lo si
ha o non lo si è non lo si avrà e non lo si sarà mai. Pregare vuol dire
allora sapersi schiavi. Pure capitano situazioni senza scampo a tutti e
più di una volta, ed è precisamente in queste che si prega. Non è un
metodo, è l’unica possibilità. Si prega così non per fede ma per la
sua mancanza, perché pregando in sostanza si chiede la fede, più che
il conseguimento di questo o quel bene, che sarebbe un tentare Dio,
visto che anche Dio, come ci dice il Libro della Sapienza, si può
tentare, si può mettere alla prova. Si prega, come dire, a fondo
perduto e senza nessuna speranza perché non nostra è la fede né la
speranza.
Il dogma è “un malessere dell’intelligenza.”
2691
“Tutti sanno che c’è colloquio veramente intimo soltanto quando si
è in due o in tre. Basta essere in cinque o sei perché il linguaggio
collettivo cominci a prevalere.” E Simone ricorda il passo
evangelico: “Ovunque due o tre si riuniranno nel mio nome, io sarò
in mezzo a loro” (Mt, 5-45). Due o tre, non due o trecentomila.
Cristo evitava la folla e la affrontava soltanto perché costretto. Che
cosa avrebbe pensato di una folla plaudente e osannante in una
cerimonia pubblica con un milione di fedeli entusiasti e commossi?
La fede è intima, è segreta, anche se pubblica e condivisa nelle
funzioni.
“Mi scusi se parlo dell’Inquisizione” scrive Simone a padre Perrin.
Mi scusi se parlo della corda in casa del boia. L’Inquisizione non è
un male interiore dei membri della chiesa, turbati da problemi di
coscienza, ma una violenza fatta a innocenti che ne sono fuori. Non
è un capitolo nero interno alla storia della chiesa che debba
rielaborare nelle celle e nei confessionali, come se essa fosse un
unico immenso animale che vive da due millenni, una gloriosa
testuggine marina che esca dall’acqua solo depositare le uova o per
uccidere i granchi. L’Inquisizione non è un peccato nel tribunale
della coscienza spirituale, è una sequenza di omicidi fatti a creature
di Dio in nome di Dio, il culmine del male.
“Quando anche non ci fosse dato altro che la vita di quaggiù,
quand’anche il momento della morte non ci portasse alcunché di
nuovo, l’infinita sovrabbondanza della misericordia divina è già
segretamente presente su questa terra nella sua interezza” (lettera
sesta). Le cose in effetti stanno così e non so come potrebbero stare
altrimenti per lei, nel fuoco del dono e dell’ispirazione. Ma per la
stragrande maggioranza degli esseri quaggiù non c’è misericordia,
perché c’è sventura senza amore e senza fede.
Anche Simone infatti perde la certezza quando viene a contatto con
la sventura altrui: “Anche, e forse a maggior ragione, se si tratta della
sventura di coloro che mi sono indifferenti o sconosciuti, compresi
quelli dei secoli più remoti. Questo contatto mi procura un male così
atroce, strazia da parte a parte la mia anima a tal punto che per
2692
qualche tempo l’amore di Dio mi diventa quasi impossibile. Manca
pochissimo perché non dica del tutto impossibile.”
Dov’è mai infatti in questi casi “l’infinita sovrabbondanza della
misericordia divina” già presente intera su questa terra? Se soffre chi
amiamo, almeno lo amiamo. Ma coloro che ci sono indifferenti o
sconosciuti, le vittime non amate da nessuno? E quelle dei secoli
passati, ai quali non puoi fare più niente? Chi li soccorre?
Benché io non ami che uno parli dello strazio dell’anima sua in
modo iperbolico, perché mi dà la sensazione che voglia risultare il
primo al mondo per sensibilità, e soprattutto di fronte a padre
Perrin, Simone doveva pure scuotere questo padre con una lingua
estrema, che lei usa perché lui non abbia scampo, visto che è nella
chiesa, e cioè in un’istituzione dove tutto questo si pacifica, visto che
tanto il peggio tocca a quelli che ne sono fuori.
“Una madre, un’amante che avessero la certezza che il figlio o
l’amato è nella gioia non penserebbero in cuor proprio di
domandare o di desiderare altro” (lettera sesta). Sì, ma se fosse
sbarrata la strada della presenza viva, altrimenti sfido un’amante a
gioire se l’amato se la fa con un’altra felicemente, pur sapendo che
nulla osta a che conviva con lei. O una madre tutta contenta perché
il figlio lavora a Sidney quando avrebbe un’ottima occasione
professionale sotto casa, nella città in cui si trova bene.
I gesti estremi d’amore
Diffido dei gesti estremi dell’amore altruista, e anche l’amata o
l’amato ne diffidano. Se infatti un uomo si sentisse dire dalla sua
donna che gode della sua felicità come che sia, penserebbe subito
che il suo amore vada scemando, e a ragione. Chi ama infatti non
solo vuole il bene della persona amata ma sa anche di poter lui
provvedere a esso meglio di chiunque altro, visto che ama.
Cedendola invece ad altri, sia pure per altro amore, dovrebbe
pensare che in tal modo sarebbe amata di più dall’altro, ricavandone
lei un bene maggiore, ammettendo così che il suo amore è minore.
2693
Quale bene maggiore puoi dare infatti che amare? Se invece reputi
che una vita tranquilla, socialmente accettabile, una costruzione
familiare armonica sia meglio del tuo amore, poniamo caso,
irregolare, manifesti disincanto sull’amore e ti compiaci di un
eroismo innaturale, che ti renderà malinconico, mentre renderà
malinconica anche la persona che ami, la quale non capirà più niente
del suo bene e nemmeno di che cos’è il bene.
Meglio allora la madre che fa capire al figlio quanto dolore le costa
separarsene di un’altra libertaria che esulta per la sua indipendenza,
inducendolo a credere che l’amore materno sia cosa plasmabile dalle
circostanze e viga in assenza serenamente, anche in virtù del sollievo
per la liberazione dalle responsabilità.
Mi vengono in mente quei familiari che esultano durante la messa
funebre di un congiunto perché si è finalmente riunito a Dio. Dovrei
ammirarli, invece un brivido mi passa per la schiena.
Le galline di Simone
Le galline, quando ne vedono una ferita, la attaccano per finirla a
colpi di becco, dice Simone. L’animale uomo ha sentore della
mutilazione di un altro e gli si avventa contro con piacere. Così la
chiesa, si intende, colpisce la gallina ferita, lo sventurato fuori dalla
sua salute, per un bisogno animale di mutilare mascherato da
ortodossia.
Lei, padre Perrin, non lo farebbe mai, spera Simone: “Ma mi sembra
che quando le si parla di non credenti che vivono nella sventura
accettandola come parte dell’ordine del mondo, lei non ne sia
colpito come lo sarebbe se si trattasse di cristiani e di sottomissione
alla volontà di Dio. Eppure è la stessa cosa.” E quindi lei soffre di
una “grave imperfezione,” e cioè “l’attaccamento alla chiesa come a
una patria terrena”, in un’atmosfera piacevole di calore umano
mentre, scrive Simone: “Quaggiù i figli di Dio non devono avere
altra patria se non l’universo stesso.” Il cristiano è legato alla
“totalità della creazione”
2694
“È l’amore per ciò che è al di fuori del cristianesimo visibile a
tenermi al di fuori della chiesa.” Infatti è l’anonimo, l’invisibile, che
mi chiama, come sono anonimo e invisibile io.
10-12 luglio
Forme dell’amore implicito di Dio
Questo scritto di Simone Weil, della primavera del 1942, è ispirato
dall’inizio alla fine e anche in questo caso non resta che andare a far
visita a questa Diotima cristiana e ascoltare dalle sue parole le
rivelazioni di una conoscenza amorosa che un inesperto d’amore
come me farebbe solo bene a catturare dalla sua bocca.
Ma siccome non me ne resterebbe niente, se non la sensazione di
aver ascoltato una donna meravigliosa, se non scrivessi quello che ne
penso, ecco che non posso tirarmi indietro, restando a guardare la
mensa spirituale e devo scegliere il cibo che fa per me e spiegare
perché altro non ne mangio.
Proprio perché inesperto e intermittente, visto che mi presento in
questi pensieri come sono, e non essendo un illuminato e chiamato
alla fede da Dio, osservo che pensare e scrivere troppo dell’amore di
Dio finisce per avere qualcosa di ossessivo, possibile solo in quanto
si pensa e si scrive. E che dopo ti senti svuotato e sei inabile ad
amare.
Se pensare infatti può essere amore, esso non è tuttavia l’amore
primo, il quale esce non solo dal libro e dalla parola ma esce proprio
fuori di sé, per la semplice ragione che c’è un altro in carne e ossa
fuori: donna, uomo o Dio verso i quali l’amore è la corrente, la
freccia, la tensione, quello che vogliamo, fermo restando che noi
non vogliamo altro in realtà che la presenza e il bene attuale del
soggetto del nostro amore. E quindi butteremo volentieri all’aria
l’amore stesso e tutti i nostri sentimenti se la persona o la Persona
che amiamo ci stesse finalmente davanti e potessimo giovarle.
2695
L’amore infatti non è che la spinta che non serve più quando quella
persona o Persona c’è. Sotto i nostri occhi fisici e spirituali.
Parlare così di carattere impersonale dell’amore, come fa Simone,
vuol dire attribuire all’amore ciò che è proprio del pensiero d’amore
il quale, specialmente se stirato, sondato e insistito in ogni piega,
diventa tutt’uno col pensiero emotivo, il suo orgasmo, il suo
idealismo, la contemplazione della propria potenza spirituale e
verbale mentre, insisto, se ci apparisse la persona o la Persona amata
butteremmo per terra la penna e al vento i fogli. Se ci apparisse Dio
altro avremmo da fare che pensare all’amore che nutriamo per Lui.
L’amore è così sempre una scia, un’eco, un rimbombo, una
risonanza della visione o un suo presentimento, un desiderio,
un’attesa, un surrogato, un sostituto, un’immagine residua, un alone.
Ma non vale nulla per sé, come ci si accorge quando la persona
amata c’è. Se Dio è in me, finalmente l’amore, arma sempre a
doppio taglio, arma di felicità dolorosa, e quindi impura, si lascia
cadere.
Ma Dio non c’è, e fiumi di pensiero, di sentimenti, di inchiostri si
versano rapinosi. L’amato o l’amato li hai pur visti una volta, come
sa Dante che ha pur visto Beatrice, senza l’apparizione della quale
non l’avrebbe mai amata per sempre, o quasi. Ma Dio nessuno di
noi l’ha mai visto. A questo punto pensare e scrivere troppo sul
nostro amore per Dio non sembra l’idea migliore. Meglio forse
aspettare che ci visiti Egli come, senza farsi vedere e in segreto,
osiamo ricordare (o era un sogno?) che una volta è successo.
O ci sovveniamo almeno che la sua Presenza più di una volta ci è
stata imposta, quasi come una condanna, giusta o ingiusta, o che
l’abbiamo tastata una volta come quella di un Essere vero, non
ricordando più esattamente quando e come né sapendo quando di
nuovo accadrà.
Osservo che d’estate è più difficile che Dio ci visiti. Non a caso
Simone ha scritto il suo saggio in primavera, stagione di aspettative e
fermenti, in cui si schiude la capacità d’amare. A tal punto siamo
2696
piccoli che persino un cambio di stagione ci occulta il senso
dell’anima.
Quando allora Simone scrive che l’amore precede la visita di Dio, il
momento in cui prenderà per mano la sua futura sposa, giacché: “Si
tratta di un obbligo permanente”, io non capisco. Come fai ad amare
chi non ti ha mai visitato?
Tale amore originario, che Simone chiama implicito, ha tre oggetti
immediati: le cerimonie religiose, la bellezza del mondo e il
prossimo. Ai quali lei aggiunge, con un leggero scarto, l’amicizia. E
l’amore personale?
Quanto alle cerimonie religiose, alle quali lei partecipava senza
prendere i sacramenti, non essendo battezzata, la loro importanza
per un credente ortodosso è cruciale ma mi sfugge nel suo caso. La
fede collettiva è importante, decisiva per i cattolici, ma non può
esserlo per una cristiana fuori della chiesa, se non come gesto di
sottomissione, umiliazione, obbedienza, e cioè proprio nel modo
che Pascal, da lei spesso criticato, consigliava: il faut s’embêter, egli
diceva, attraverso quel processo che lei chiama di autosuggestione,
accusando Pascal di confonderlo con la preghiera.
Strano anche lei disponga in quest’ordine le tre forme, mentre
m’aspetterei prima il prossimo, in virtù del quale puoi amare la
bellezza del mondo, e magari anche le cerimonie religiose. Meglio
ancora poi se una persona, o più di una, è per te la prediletta,
giacché amando una più fortemente amerai tutti. Ma amando tutti
ho paura che non amerai nessuno in particolare.
Non so di chi si sia mai innamorata Simone, perché di sicuro si è
innamorata, altrimenti non sarebbe capace di parlare così, ma deve
esserci stato qualcosa di irrisolto o di cruento in quest’amore
personale, se di regola lei aggira l’amore tra uomo e donna e, quando
ne parla, lo definisce subito coniugale, per giunta attribuendo
all’amicizia caratteri che sono propri dell’amore.
Simone dice che Cristo chiama i propri benefattori “giusti”: “Il
Vangelo non opera alcuna distinzione tra l’amore per il prossimo e
2697
la giustizia”; “Siamo noi ad aver inventato la distinzione tra giustizia
e carità.” D’accordo, ma essi si identificano in Dio, e in modo
imperscrutabile, non in noi, perché non solo deve restare una
giustizia giudiziaria ma anche una giustizia commutativa o
distributiva terrena, se si vuole costruire una società. O l’amore
diventerebbe indifferenziato, quasi noi potessimo essere tanti piccoli
dei in miniatura, imitatori della giustizia amorosa di Dio.
Singolare anche l’affermazione che la creazione “è da parte di Dio
non un atto di espansione di sé, ma un ritrarsi, un atto di rinuncia.
Dio insieme a tutte le creature è meno di Dio da solo. Egli ha
accettato questa diminuzione. Ha svuotato di sé una parte
dell’essere. Egli si è svuotato già in questo atto della sua divinità.”
Questo ragionamento serve a spiegare l’esistenza del male che un
Dio onnipotente non avrebbe potuto consentire, essendo
assolutamente buono. C’è quindi una rinuncia all’onnipotenza in
nome della nostra libertà.
Bella l’idea di Dio che muore nell’atto della creazione per noi, che
rinuncia alla sua divinità perfetta ma brutta quella di un Dio che
senza creature è più Dio. Un padre che è più padre senza figli? Non
è allora forse amore Egli?
Allora preferisco lo Spirito di Hegel, pensiero, non amore, che però
si sviluppa creandoci.
Confesso che è forte la sensazione che a Simone sia venuto a
mancare l’amore personale. E tuttavia, se non essere amati è molto
triste, non potere amare è tremendo. E Simone può amare e come.
Tanto che l’intero saggio è un capolavoro fitto di illuminazioni che
ci dimostrano come una natura col genio dell’amore possa amare
senza essere amata. Almeno in vita, perché oggi da temperamenti
come il mio è amatissima. E tuttavia non in modo sensuale.
13 luglio
Felicità terrena
2698
La felicità terrena è una possibilità materiale e per qualcuno è una
condizione reale, benché sfugga all’analisi e sopravviva in estasi
destinate a restare periferiche e sconosciute, quasi sempre di gente
insospettabile, perché chi la prova a tutto pensa tranne che a
divulgarla.
Essa dipende sempre dal vivere il presente che per qualche ragione,
e cioè in virtù di un’altra persona, si ama con tale profondità che
esso non sembra più, e quindi non è, in quel sentimento, effimero. E
tutto ciò che accade è così dentro quell’essere.
Proprio questo carattere della felicità, di essere esclusiva del presente
e di ignorare il passato e il futuro, la rende sempre esposta, uno lo
sappia o no, all’infelicità, la quale acquista così una potenza sinistra
quando occorre, sempre inaspettata per le persone capaci di felicità,
come una gelata d’estate, e diventa una sventura decuplicata perché
anch’essa si insedia nel presente e, per la buona abitudine acquisita
(si dice: “Sei abituato troppo bene”) ignora ogni speranza come folle
e ogni rimembranza del bene perduto come lancinante.
L’infelicità diventa però drammatica ma non tragica (a meno che la
persona cara non muoia) perché nel fondo, benché mai lo
ammetteremmo, essa continua a nutrirci della felicità provata,
giacché non può dirsi infelice chi non sia stato mai felice, e chi trova
tutta la sua potenza vitale, che si rovescia contro lo sventurato,
proprio dalla certezza che il bene, benché perduto, è tuttavia sempre
esistente, giacché una volta per tutte l’abbiamo sperimentato nella
sua evidenza assoluta. Non importa se assoluta per quella donna o
quell’uomo, che tanto non avrebbe potuto godere né immaginare
nulla di più e di diverso.
Se io ho perduto un bene infatti, che è impossibile per me, ma che
esistendo nel mondo è sempre possibile e a portata di cuore, se non
di mano, soffro per un impossibile possibile, anzi realissimo, in
quanto è proprio la potenza e l’evidenza del fatto che quel bene,
intendo una persona, esiste più di ogni altro che mi fa soffrire di non
disporne.
2699
Lo stato di felicità non va identificato col piacere, perché esso è
invece identificazione di piacere e dolore, all’infinito. Cosicché puoi
dire che, se l’infelicità è drammatica, e tutto ciò che è drammatico
sotto sotto è noioso, visto che le dinamiche sono sempre quelle, la
persona felice è tragica, in quanto tocca il culmine, raggiunge il picco
del monte umano, vi si tiene in equilibrio, sa che non c’è nulla di
meglio, eppure non è mai sazia e appagata, benché felice, anzi si
sente come un tuffatore che non tocca mai l’acqua, come un
paracadutista che non precipita mai al suolo, in uno stato di
sospensione magica, sia esso d’amore o di fede, mentre tutta la terra
resta sempre, e anzi anche di più, molto pericolosa.
Peggio della cremazione è infatti la sparizione d’amore. Lo
svanimento della verità.
La felicità più potente è il dolore più acuto, non perché dolore ma
perché felicità.
“Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la
miseria”, scrive Dante nel V dell’Inferno. Eppure poter dire: “Sono
stato una volta felice”, vuoi mettere? Essere stato felice vuol dire
esserlo ora perché la felicità, se la attingi, è sempre grazie a un altro,
divino o umano, e quindi irreversibile. Essa non esclude tuttavia la
sofferenza, anzi affiora da una marea di dolore. Che c’è sempre ma
non ti sommergerà mai.
Noi siamo reversibili, gli altri sono irreversibili.
Se Paolo si fosse trovato solo all’inferno, senza Francesca, viva in
terra, egli avrebbe potuto dire: “Lei esiste, è nel mondo”, come la
luna, il mare, la maestà dei tigli, il profumo di un bouquet di pitosfori.
Francesca è nata. Vedo tutta la natura da questo inferno vestita da
sposa come lei. Invece Francesca vola con Paolo nell’inferno, e
questa è la condanna che non si sopporta. Si sono amati non per
volontà miracolosa di Dio ma per iniziativa loro, ed essere uniti
ancora e sempre, e trascinati dalla tempesta d’amore, non è sollievo.
Puoi dire quello che vuoi del matrimonio in chiesa ma immagina la
donna che piange ridendo sotto il velo, immagina quel vortice di
2700
spirito e bellezza che vedrai una volta sola (anche se ti sposi più
volte), parente della primavera, dei mandorli in fiore, del polline
nuziale e pensa quanto di primordiale, di pagano, di potente nel suo
sbocciare sotto i tuoi occhi come una Venere cristiana, che madre
natura ammira orgogliosa.
Perché infatti nei matrimoni tutti guardano la sposa, anche le donne?
C’è nell’amore qualcosa di religioso e, a dirla tutta, di idolatrico: la
donna diventa una dea, diventa la verità. Ecco che in Petrarca e in
Dante lei deve morire, in una vicenda parallela a quella di Cristo.
Senso alla morte
La morte di Cristo ha senso, ha il massimo del senso, in questo
modo egli riscatta credenti e non credenti. Quanti amici ho visto
invece sfilarsi dalla vita in modo tragico, perché senza dramma,
dopo una cronaca ospedaliera fatta di quasi niente. E diventare fola,
fantasma, immagine del passato. Non credo che a loro basterebbe
essere vissuti perché io li ricordi per qualche minuto. Uno di essi
invece se ne è andato con un urlo, che hanno sentito in tutta la
corsia. Ma, se siamo uomini, dobbiamo dare senso ai morti quanto
ai vivi.
Non avesse senso la vita dovrebbe averlo almeno la morte. Questo
desiderio, e quasi decisione di senso, è all’origine di molti suicidi.
Dio, se esisti, fa che per loro la partita non sia chiusa.
Nostro compito è quello di pensare ai morti finché viviamo giacché,
in ogni modo stiano le cose, noi avremo fatto tutto ciò che è in
nostro potere, e cioè amare fino all’ultimo giorno coloro che sono
morti e trasmettere ad altri il nostro amore per loro, cosa questa
tanto difficile da rasentare l’impossibile.
La rinuncia
2701
L’unica speranza di scampo per l’uomo del presente, quando
l’adesso felice diventa l’adesso infelice, è diventare servo delle
persone care e provvedere a loro, perché un infelice libero è una
contraddizione in termini. Molti del resto ci diventano cari se li
serviamo. Ecco che l’amore cristiano comporta sempre di aver
sperimentato non solo la disperazione, cosa facile e alla portata di
tutti, perché basta lasciarsi andare alla deriva che le onde o ci
buttano contro gli scogli o ci portano in alto mare, ma di aver
provato anche la felicità, senza conoscere la quale non puoi parlare
di rinuncia, giacché quale senso avrebbe rinunciare alla noia e al
dolore?
La rinuncia tuttavia non si può teorizzare né idealizzare ed è
morboso esaltarsi per essa, perché trasformandola in un bene la
cancelli, in quanto il bene a cui rinunci non sarebbe più tale per te.
Chi canta la rinuncia sa subito di anima pia, di chi si dispone a vivere
placido la sua viltà.
Per questo Goethe, nelle Affinità elettive, è più cristiano dei cantori
sentimentali della rinuncia, la quale, se falsa, è un passaggio breve e
ideale oppure un chiodo piantato da loro stessi nelle carni, che si
potrebbe tranquillamente staccare. Il tema della rinuncia (Entsagung)
tragica e costitutiva dell’amore, non per sé ma per come sempre si
mettono le cose, è invece di un’amarezza profondamente onesta e
senza lume di speranza, come deve essere se non vogliamo
raccontarci balle.
Come infatti l’umiltà è in realtà nient’altro che l’umiliazione alla
quale gli altri ci inchiodano a sorpresa, la rinuncia possiamo
compierla soltanto se costretti e in prossimità della felicità che ci
viene negata contro la nostra volontà e contro il nostro desiderio più
profondo. Uno che rinunciasse per conto suo, se non è un
illuminato, non rinuncerebbe a niente perché non avrebbe niente da
perdere.
Immaginiamo un prete o una suora che fanno voto di castità. A che
cosa hanno rinunciato? Chi ci dice che qualcuno li avrebbe amati e
che loro sarebbero stati capaci di amare qualcuno? Non avessero
2702
fatto il voto essi magari sarebbero stati rifiutati, esclusi dall’amore
terreno, oppure avrebbero vissuto in modo arido e incapace di
amare. Dov’è quindi la loro rinuncia? Essi non ci provano neanche,
si ritirano dalla prova prima dell’inizio e dicono di rinunciare a un
mondo piatto e senza senso. Bella rinuncia. Anch’io rinuncio al
deserto del Sahara, alla solitudine e all’indifferenza del mondo.
Suora o prete affidabile è solo chi ha amato una persona, meglio se
ricambiato, e se è stato capace un tempo di essere felice con lei. O è
stato felice in altra vita.
Kierkegaard amava Regine e ne era amato: per questo la sua è stata
rinuncia vera, incomprensibile infatti a tutti coloro che sono privi
della sua ispirazione.
Ti amo ma mi farò suora
Mi domando come avrei reagito se fossi stato Regine: lasciata da un
uomo di fede, che non si fa neanche prete, per il suo bene. La
poverina se la sarà vista brutta.
Se una donna mi avesse detto: “Ti amo ma mi farò suora.” Ciò
avrebbe acuito o lenito il mio dolore? Ci sono donne capaci di dirti
in questi casi: “Vuoi forse competere con Cristo?”, che è un
bell’esordio di violenza pura per una scelta cristiana, sottilmente
sadica, perché ti schiaccia affiancandoti a colui che per lei è Dio, pur
essendo sempre anche un uomo. In altre parole lei ha scelto il
meglio sulla piazza, rispetto al quale tu sei quasi nessuno.
Ma se una donna, attenta a non ferirti, fosse però irremovibile nella
sua decisione, come sempre sono le donne di questo tipo, tu potresti
essere rasserenato dal saperla in gabbia: “Almeno non sarà di un
altro.” Ma potresti pensare anche: “Tutto il mio amore non è valso a
niente.” Oppure: “Lei mi guiderà verso la fede.” E perfino: “Non
potrà non amarmi anche in convento.”
A meno di non trasformarsi in un Egisto, tentazione che non potrà
non venire, per sfidare la sua scelta e far confliggere cielo e terra in
2703
modo provocatorio ma sano, visto che l’amore terreno ha sempre i
suoi diritti, metamorfosi che mi avrebbe reso ridicolo agli occhi di
lei, c’è da scommettere che tale donna mi avrebbe soggiogato, non
riuscendo io più ad amare un’altra. E nelle notti calde avrei pensato:
“Cosa starà facendo adesso?”
Lo dico perché vedo come si comporta un mio amico, giacché si
tratta di una storia vera, occorsa a lui tre mesi fa. Quella donna ha
fatto una scelta netta e coerente. E, nutrendo la sua vocazione, ha
liberato l’uomo da sé mentre si è liberata di lui. Ma proprio così
facendo, proprio in virtù della sua virtù, col desiderio del suo bene,
proprio amandolo cristianamente, forse ancora più di ogni altro, lo
ha colpito nel modo più duro e quasi ucciso, tanto che lo incontro
sempre più stranito e, quando lo abbraccio e arrivo a dirgli per la
pena, facendo violenza a me stesso: “Ti sei liberato da una pazza”,
non ha la forza di aprire bocca. E ci scommetto che pensa alla prima
visita in monastero che potrà farle. Conclusione: l’amore, anche il
più puro, è sempre violento.
L’amore cristiano è per i senza scampo
Siccome la felicità in terra esiste, e come, ed è una persona, ma non
c’è scampo, tutte le vie per raggiungerla sono prima o poi sbarrate,
anche se ce l’hai a fianco, ecco che non ti resta che l’amore cristiano,
che è contronatura per noi maschi, perché la felicità in terra per noi
è sempre quella di Adamo ed Eva.
Simone Weil scrive di essere nativamente cristiana ed Etty Illesum si
sente alla radice dell’anima compassione amorosa per tutti. Era Eva
infatti a non voler restare più in quel paradiso, intuendo di essere
fatta per questo mondo.
Bene fanno i credenti ortodossi a insistere sul fatto che la fede e
l’amore sono in Cristo e per Cristo, che è una persona. E benché
quasi nessuno lo vorrà ammettere, e nessuno tra i credenti, essendo
Cristo un maschio è più facile per le donne avere fede e amore in lui
che non per noi.
2704
Questa è la differenza principale tra le donne e gli uomini, le prime
amando naturalmente e nativamente gli altri, e all’interno di
quest’amore, un uomo, o un’altra donna, noi maschi amando invece
una donna singolare, qualcuno anche un uomo, e in virtù di questo
amore, da questo stelo tenero e filo sottile, ma più resistente
dell’acciaio, presi dalla disperazione e dalla felicità, che così
sperimentiamo, andiamo rinunciando verso l’amore cristiano, se non
siamo santi o illuminati o con animo di donna. Animo al quale
inclina spesso il prete, teso a correggersi verso Dio, quando non
cade in tentazioni perverse, spesso dovute al carattere materno del
suo temperamento.
Nota che Simone ed Etty sono vissute poco, sono morte ragazze.
Cristo stesso è morto ragazzo. La vita per noi va per le lunghe,
questa storia che si diluisce e si annacqua, come reggerla toccando i
vertici, dopo i quali le paludi diventano insopportabili, la vita perde
la sua forma, perde bellezza e decade più di una volta? Tu non puoi
offrirti più come un san Francesco, che brucia tutto nel vero e
splende. O sì?
Mettere in opera l’amore o la fede nei tempi lunghi è un lento
strazio e la prosa degli anni ci schizza in bocca i suoi veleni più lenti.
Ecco perché chi ha fede sente prossima la fine del mondo e chi ama,
la propria. Anzi, non pensano essi propriamente alla morte, che
viene abbagliata dalla fede e dall’amore, ma a farla finita prima che la
festa del vero finisca.
Tu sei il non chiamato, il cercatore d’oro che invecchia nella miniera
e alla fine non vende neanche più le pagliuzze che trova e regala le
pepite perché quello che gli sta a cuore è setacciare, quello che gli
piace è l’ambiente straccione e un po’ cialtrone che vive da sempre.
Come capita a quel vecchio miliardario peruviano, il quale continua
a gonfiarsi le mani nel fango e a intossicarsi di mercurio per cercare
l’oro, vestendo come un pezzente e mangiando come quando era un
ragazzo povero e sognatore, perché nulla vale la gioia nel dolore
della sua vita di sempre, anche se potrebbe comprarsi interi quartieri
di Lima e vivere nel lusso.
15 luglio
2705
Ti incanti?
“Che fai? Ti incanti?” Così si dice a una persona che fissa il vuoto,
astraendosi da tutti coloro che lo circondano. Non pensa a qualcosa
ma sospende l’attenzione da tutto come fosse una pianta, a occhi
spalancati, quasi in trance. Io ho sperimentato in questo stato che
l’aderenza pratica della mente alla realtà si allenta tanto che ho
pensato, in completa indifferenza emotiva, guardando un dizionario
di francese, con scritto sul dorso Boch, di poter entrare nello spazio
bianco della o. E cadendomi gli occhi su un libro di Platone, di
potermi assottigliare tra due pagine. Pensieri assurdi che non mi
hanno suscitato allarme, come in casi di stanchezza estrema, quando
le cose insensate che ti vengono in mente assumono un’aria losca, ti
spaventano e mortificano come fossi realmente pazzo, bensì essi
galleggiavano in un sopore demente e tranquillo, serenamente
alogico e asintattico, forse simile a quello che prelude all’invenzione
letteraria.
Potenza della contraddizione
Non tutto ciò che è contraddittorio è potente e non tutto ciò che è
contraddittorio e potente merita rispetto. La chiesa dei crociati ha
trasformato l’amore in odio, con una contraddizione potentissima
negli effetti ma sciagurata. Cristo ha trasformato l’odio che
elettrizzava il mondo in amore. Anche il paradosso deve essere
quello giusto e nel verso giusto. Il fascino del paradosso, tanto
amato dai contemporanei, è invece quasi sempre casuale, eccitante e
sciagurato.
16 luglio
L’addetto ai pareri
Ogni volta che si riuniscono più persone, amici o parenti, tu troverai
che ce n’è sempre almeno uno che considera suo dovere esprimere
2706
pareri. Viene raccontato un fatto in modo circostanziato, ad
esempio che i figli trascurano la madre malata, che due sposi si
separano, che uno studente è respinto all’esame. E tu troverai che
alcuni ascoltano e basta, altri sono pronti a esprimere il loro parere,
e quasi sempre sono coloro i commenti dei quali ci interessano
meno, mentre vorremmo conoscere quelli di coloro che ascoltano.
Espressi che sono i pareri, tutti gli astanti rimangono dell’idea che
avevano prima e aspettano solo che l’espressione del parere, per
altro ascoltato già centinaia di volte in casi analoghi, abbia termine,
sperando che nessun altro esprima nuovi e altrettanto inutili pareri.
La situazione si aggrava quando il parere investe il corpo,
soprattutto se non ci si vede da tempo. Nessuna condizione fisica
può essere risparmiata, non soltanto per notarla pubblicamente ma
per giudicarla, per esprimere il proprio da nessuno richiesto parere.
“Sei ingrassato, sei dimagrito, ti sei gonfiata, ti sei sgonfiata. Secondo
me stai bene, stai male, stavi meglio prima, stavi peggio prima.”
All’addetto ai pareri non viene mai in mente che uno ha il corpo che
si ritrova, e che esso non risponde a un piano volontario o a un
progetto salutista o dietetico. E soprattutto che bello sarebbe
diventare invisibili nel corpo, perché le persone si concentrassero
sullo spirito e solo alla luce di quello notassero, da un guizzo degli
occhi, da un gesto simpatico, da una movenza delle spalle che
quando parla in modo così animato l’amica diventa molto più fresca
e bella.
I pareri che esprimiamo di continuo in compagnia sono, nella gran
parte dei casi, arbitrari, fatti alla cieca, immediati, dettati da
impressioni e da preconcetti inveterati, rivelandosi pericolosamente
sempre pareri su noi stessi o, peggio, smascheramenti delle nostre
idee recondite e radicate.
L’uomo del bucato
Come sarebbe invece dolce e umano semplicemente guardare e
ascoltare. Contemplare un volto senza pensare a niente, ascoltare
2707
una storia assorbendola piano piano, lasciandola depositare,
sedimentare, intuendo in silenzio il suo dramma e il suo significato.
Parleremmo tutti più liberi e con maggiore confidenza, come ci
accade solo con le persone che non giudicano.
Ascolta per esempio questa storia, accaduta a Marsiglia: c’è una
coppia, sposata da dieci anni, che non ha figli e ormai non può più
averli. Un giorno lei comincia a sospettare qualcosa e si rivolge a un
detective che le porta le prove fotografiche che lui ha un’amante. Lei
mostra le foto al marito che le dice: “Non ti amo più. La nostra
storia è finita.” Lei non si rassegna e vorrebbe parlarne ma lui si
rifiuta categoricamente di farlo. Allora lei scopre il nome dell’amante
e le telefona per sentirsi dire che è solo un flirt, un gioco senza
conseguenze. Lo riferisce al marito che si indurisce e le dice che può
ancora abitare nella casa comune ma che divideranno tutto e che
non vuole più vederla.
L’amore è scomparso. Lei prende a seguirlo, a cercarlo ovunque, a
frequentare i luoghi che gli sa familiari, gli compare all’improvviso
solo per poter parlare ma lui si nega, anzi minaccia di denunciarla
per stalking. Lei lo trova inconcepibile e non si arrende ma l’unico
risultato che ottiene è di farlo ammutolire e andarsene. Lei si rivolge
alla madre del marito che sta dalla sua parte ma le dice: “Sai quanto è
testardo.” E subito dopo domanda: “Non smetterai adesso di
occuparti di me? Sai quanto ho bisogno di te col Parkinson che
avanza.” Lei accetta di continuare a curarla.
Ti racconterò adesso di un’altra coppia di Palermo: hanno cinque
figli, uno dei quali non parla mai con nessuno, la seconda ha smesso
di studiare e non fa niente tutto il giorno. Moglie e marito non si
parlano da un anno abitando insieme. Lei lavora tutto il giorno
come biologa in un’azienda ospedaliera, lui si avvale della legge 104
per assistere un genitore inabile ed è in aspettativa da sei mesi. Un
giorno torna a casa e dice: “Tra noi è finita.” Lei lo sapeva da tempo
e non aspettava altro. Non gli toglie però le chiavi di casa e accetta
di fargli ancora il bucato che lui, andato a vivere in un appartamento
da solo, continua a portarle ogni settimana.
2708
Lui che era solito portarle la richiesta di esami per il padre malato,
un giorno glieli getta sul tavolo con la fede. Lei prende certificati e
fede e li getta dalla finestra. Lui li raccoglie e continua a portarle il
bucato. Quasi ogni giorno si presenta e porta il figlio che non parla
con sé a passeggiare. Lei se ne vuole liberare una volta per tutte ma
ci sono quei figli in comune e quando torna dal lavoro, che consiste
anche nel curare il padre di suo marito, è troppo stanca per prendere
risoluzioni. Un giorno in un supermercato un figlio incontra il
marito che abbraccia un’infermiera. Lui si difende dicendo che era
solo uno scherzo.
Non giudichiamo, non esprimiamo pareri, ascoltiamo e rispettiamo.
Ma femmina o maschio che tu sia, come fai a dire che noi, dal pene
invidiato dalle donne, non siamo alle donne inferiori? Come fai a
dire che siamo uguali?
La fierezza dell’abbandonata
La difficoltà non sta soltanto nel fare a meno di una persona, che
alla fine, come ci dicono queste due storie, è scarica ed esaurita e
non avrebbe più nulla da darci né da dirci, ma accettare che perfino
l’amore a questo mondo non ha più senso. Le sue promesse sono
inattendibili, la sua sostanza è evanescente, le sue certezze una folata
di vento. Essere amati è più labile di una nuvola giacché nuvole ci
saranno sempre ma una volta soltanto in quella forma. Se allora
neanche l’amore ha senso, si dice la persona abbandonata, perché
non farla finita subito?
Ecco che la persona che abbandona, sapendo che l’amore non si dà
e non si toglie a comando, e tuttavia è in corso un omicidio di
anima, dovrebbe cercare di raddolcire il più possibile il gesto,
accettando un lungo tirocinio di preparazione, dialogo, sofferenza,
cura dell’abbandonata, disposizione a raccontare di sé e dei propri
sentimenti, benché le ripugni parlare del nuovo amore al vecchio,
giacché non dei suoi amori soltanto si tratta ma di due persone.
Cosa che né maschi né femmine fanno mai, per senso di colpa, per
mancanza di coraggio, perché non si parla mai quando serve, col
2709
risultato che la barbarie si scatena negli stati democratici senza che
nessuno possa intervenire. E anime moribonde restano stese a terra
senza che nessuno le soccorra. Lo scontro frontale col vuoto infatti
non è previsto nei protocolli delle autoambulanze.
Dopo un certo tempo la moglie fece trovare un biglietto all’uomo
del bucato: “Non importa se terrai le mie cose ma ridammi subito
l’anima.”
Siamo arrivati così al punto decisivo: la fierezza dell’abbandonata.
Non serve a niente pietire, chiedere ragione, rimanere attoniti e dirsi
che è impossibile che l’essere che dava senso alla vita si trasformi in
un assassino, giacché chi può farci più male di chi amiamo o
abbiamo amato? Ha ragione quella donna, deve insorgere l’orgoglio
della persona libera, anche dall’amore: L’anima va tolta dalle mani di
chi non ci ama più prima che la uccida.
17 luglio
Equità
Un vero cristiano tratta anche un cattolico falso da essere umano
come tutti gli altri.
Un migrante illuminato non considera quegli esseri tozzi e grossi che
poggiano il culo sempre nello stesso posto, al punto da considerarlo
roba loro, con disprezzo, ma cerca di capire il loro modo di vivere
violento, risalendo alla sorgente comune, se non lo cacciano o non
lo bastonano prima.
Il buon mendicante non disprezza chi gli fa l’elemosina, illudendosi
di comprare la sua povertà, ma capisce che per chi la fa è l’unico
varco dalla prigione.
Manette
2710
Siamo ammanettati gli uni agli altri, dal lavoro, dagli interessi, dai
bisogni e perfino dagli affetti e dalle amicizie, per non parlare degli
amori dalle manette d’oro, siano ortodossi o ereticali. E siamo
ammanettati dai concorrenti, dagli antagonisti, dai nemici che ci
tengono chiusi dentro le migliaia di carceri disseminate nella nazione
per rinchiudere le persone oneste e in facoltà d’amare. Centinaia di
migliaia di carceri invisibili, perché ci siamo dentro, ma che a volte
balenano impavidi su un alto colle, in ogni città d’Italia, in ogni
campagna, perfino sulle Alpi e gli Appennini, che troneggiano,
grandiosi, squadrate, imponenti e trasparenti. Dalle manette non ci
libereremo mai, e più ci proviamo più si stringono, tanto più se
siamo soli nel cubo di una stanza. E chi ci darà allora da mangiare e
da bere? Chi sfameremo e disseteremo?
Non resta che riunirci e accordarci con pazienza, studiare bene le
catene che ci legano, i movimenti minimi possibili, non correndo e
gemendo di qua e di là come cani al cappio, e provare ad andare a
gruppi nello stesso verso, provvedere gli uni agli altri con i polsi
legati, ma con le mani abbastanza libere per non finire paralizzati,
con i piedi pesanti ma non così incastrati da non fare qualche passo.
Ecco il significato della “social catena” di cui parla Leopardi.
Guinzagli
Pensa ai comunque, ai tanto, ai nonostante, ai tuttavia, ai sebbene, a
tutte quelle congiunzioni e proposizioni concessive e avversative e
vanificative, a quelle inibizioni e cautele, negazioni e prudenze che la
lingua ha assorbito e calcificato, effetto delle mille impossibilità della
vita e causa di altre mille, perché anche la lingua, che abbiamo
addomesticato, ci addomestica a sua volta, come la cagna graziosa e
inerme addomestica il padrone e lo rende servo. E a come,
rendendo domestica la lingua e la vita, diventiamo cani stretti al
collo da guinzagli invisibili, incatenati alle zampe, ammutoliti da
museruole che noi stessi ci siamo inventati e inflitti.
La gabbia è vera benché immensa ma non facciamoci almeno
addomesticare da corde fantasma, che magari neanche esistono.
Non tutte le forze invisibili esistono.
2711
Restiamo animali selvatici, incapaci di dire: “Fammi tuo, sarò
buono.” Corriamo, mordiamo e contempliamo la savana, come un
giaguaro, come una gazzella, quale dei due non possiamo saperlo
prima.
Caldo e freddo: un’ossessione
È affascinante e mi dà un pizzico d’invidia la disposizione,
soprattutto delle donne fuori di giovinezza, a godere delle sensazioni
minime di caldo o di freddo, tanto da esprimerle con sollievo e
goduria, pure solo per un refolo d’aria, per il passaggio dal solleone a
una stanza in penombra, anche se la pagano con l’insofferenza, che
deve essere acutissima, al caldo umido, visto che di continuo ne
parlano, guardandoti con occhi spiritati, emettendo sospiri e lamenti,
cercando compagni di sventura, che regolarmente trovano, in altre
donne o nei pochi uomini sensibili, cadendo i giorni estivi nei quali
non ci si saluta neanche più ma si esala subito l’anima in pubblico
col primo arrivato, sognando piovaschi, temporali, allagamenti,
diluvi.
Mai come in questi casi percepisco l’anima delle donne come un
fenomeno fisico, e quindi più fine e vivo del nostro, e da questo
deriva anche forse come concausa la loro maggiore disposizione alla
religione, in quanto cura rinfrescante dell’anima sempre a rischio di
evaporazione. La nostra anima maschile essendo più solida e
resistente agli stimoli fisici ma anche spirituali, e così più a rischio di
farsi ottusa e petrosa.
Questa resistenza al sole, questa ostilità alla luce sfolgorante, che si
potrebbe comprendere solo in chi ha occhi delicati o offesi, visto
che dire calore equivale a dire luce possente, gloriosa, sfavillante.
Quest’amore per le stagioni in penombra, come l’autunno, prediletto
da molti uomini mentre l’inverno è la stagione preferita di quasi tutte
le donne, non sarà un segno di un infiacchirsi, di un rintanarsi, di un
farsi troppo delicata della specie, e non per raffinamento spirituale
bensì corporale. Fermo restando il piacere di condividere sensazioni
2712
personali, anche le minime e passeggere, quando le sappiamo di
tutti.
C’è chi invece non contempla, ausculta e commenta le sensazioni
atmosferiche ma lascia che il corpo ne prenda atto inconsciamente, e
scopre quanto è caldo o freddo, a meno che non si senta male,
quando qualcuno li nomina.
Le ragazze e i ragazzi non parlano mai di caldo o di freddo, le prime
se non sono di carattere languido e svenevole, i secondi mai del
tutto, perché non se ne accorgono o li danno per scontati. Sono
sempre le madri a ricordare loro di portarsi le maglie, di coprirsi, di
tutelarsi, di prevenire le avversità del clima, madri che non si
rendono conto che se hanno caldo o freddo loro non vuol dire
affatto che debbano averlo anche i figli.
I bambini poi uscirebbero sempre vestiti come sono in casa,
ammalandosi allegramente come fosse un fenomeno naturale,
indipendente da come si abbigliano, e spesso si ammalano proprio
perché vestiti troppo e asserviti al codice termico delle madri.
Il gran sole carico d’amore ed ecco lo trasformiamo in una immensa
e gratuita lampada abbronzante. Usare un dio per essere più belli e
appetibili è una cosa stranamente oscena. Almeno all’inizio perché,
come in tutti i comportamenti ossessivi, si invertono il mezzo e lo
scopo, e non ci si abbronza più per sembrare più belli a una persona
cara o ai passanti ma ci si aspetta dagli altri, diventati indifferenti se
non come giudici compiacenti, che ci confermino che siamo
realmente abbronzati, nel grado giusto e più degli altri anni, quasi
fosse un merito, morale ed estetico in sé, anche se volto a niente
perché non ci attira più nessuno se non lo specchio.
Il lavoro, in senso fisico, consiste nell’usare il corpo, la vacanza
nell’esserne usati. Ma il corpo è l’uomo.
Pudore estetico
2713
Passeggiando d’estate lungo la spiaggia tu trovi naturale vedere tanti
corpi nudi e non pensi più che sia una mancanza di pudore morale o
estetico. Ma quando provi un sentimento forte t’accade di colpo di
essere in imbarazzo in costume, così addosso ad altri seminudi come
te, di tutti i sessi, le età e le conformazioni. E trovi i brutti disgustosi
e orrendi, le vecchie impudiche e quasi mostruose, e ti sembra che
perfino le ragazze belle e giovani ci rimettano e quasi si guastino a
esporsi così a tutti coloro che non conoscono e non amano, quasi la
bellezza per loro fosse una roba da niente, tranquilla e giocosa, da
gettare là, in pasto al primo che se la vuole mangiare con gli occhi.
Mentre proprio la forza spirituale dei tuoi sentimenti dovrebbe farti
sentire con indifferenza i corpi e trovare di nessun peso se uno vada
nudo o vestito, ti fa invece trovare i corpi esposti quasi un’offesa alla
bellezza spirituale, una rinuncia concordata alla magia perturbante
del bello, pur di giocare a essere sani, tranquilli e divertiti.
18 luglio
Il mondo in una stanza
Come chiusi in una stanza presso un gran movimento di vita, di
onde, di grida, di colpi di pallone, di ronzio di biciclette si sente tutto
molto più forte e incombente che stando fuori, tanto che se esci
sulla soglia ti domandi dove sia finita tutta quella gente chiassosa e
quelle macchine rumorose, così nel cuore di un uomo solo e
separato il vocio del mondo scroscia con una potenza e una varietà
più invadente che non ha dal vivo, tanto che quando esci esso
diventa di colpo silenzioso.
19 luglio
Apologia del vecchio poeta
Portato davanti ai giudici per aver baciato una ragazza di tredici
anni, un vecchio poeta rifiutò l’avvocato e si difese da solo col
discorso seguente: “Mi ha ispirato inconsciamente la storia che ho
2714
letto quando una ragazzina si scoprì il seno davanti a Goethe, molto
anziano. So che per i tedeschi tutto quello che faceva Goethe andava
bene e che non posso pretendere lo stesso privilegio. Ma vi invito a
una riflessione: ragazzi e donne adulte si attraggono, le trentenni
cercano i coetanei e verso i quaranta, cinquanta, sogniamo di sedurre
le ragazze.”
“Logico che un vecchio sia attirato dalle minorenni, che
rappresentano per lui la freschezza dell’innocenza, benché convenga
con voi che un bacio è al confine della decenza e avrei potuto farle
soltanto una carezza. E questo proprio perché sono l’uomo del
giusto mezzo, e credo che la somma degli anni dell’uomo e della
donna debba essere il più possibile costante. Se ci pensate bene, è il
modo più naturale per spianare i dislivelli del tempo: un’alleanza tra
l’uomo e la donna. Tanto è vero che fino a qualche secolo fa la cosa
era normale e accettata da quasi tutti.”
I giudici si guardarono tra loro, imbarazzati dal dover decidere se il
vecchio fosse fuori di testa o fingesse. Ma si insinuò in loro la
sensazione spiacevole che si trattasse di un membro della categoria
del poeta applicato, quello che non capisce che la vita è un’altra
cosa, e non meriterebbe più che un’alzata di spalle, non ci fosse di
mezzo un reato grave. Né loro né i genitori della ragazzina però si
facevano portare in giro così facilmente e il pubblico, goloso di
vendicare un crimine morboso, non voleva restare a bocca asciutta.
Così i giudici si ritirarono in camera di consiglio ed emanarono la
sentenza, che fu di due anni con la condizionale. Espletato il rito, il
giudice che la lesse si permise un commento: “La parabola della vita
ascende verso un picco e poi declina. Sta a noi equilibrarla con
gioventù di spirito e, se ci riusciamo, con un po’ di forza morale, che
non dipende dall’età. Ma è un compito che non ci può spingere a
usare un innocente, come la ragazzina, che non sa nulla dei ‘precipizi
del tempo’ e non ci tiene affatto a spianarli, come dice lei, con un
vecchio. Se lei è un poeta, come dice, perché non si limita a scrivere
quello che desidera? Le ricordo per tutti un romanzo, Lolita di
Nabokov. Così facendo ha fatto del male a una bambina in modo
disgustoso.”
2715
Il pubblico applaudì e cominciò a commentare con asprezza,
rivolgendo al vecchio occhiate gelide. A quel punto si udì una
vocina: “Non è cattivo, non è cattivo. Sono stata io che gli ho dato
un bacio perché mi ha raccontato una bella storia.”
I genitori la portarono via con decisione e soltanto allora il poeta
vecchio si rese conto di quello che aveva fatto.
20 luglio
Consigli della voce
Datti sempre da fare anche se sei ignorato, ama anche se non sei
ricambiato. Aiuta anche se sei sfruttato, rilancia l’amicizia anche se
sei dimenticato, sorridi anche se il cuore è a pezzi, mostrati sicuro
anche se hai paura, dì che stai bene anche se stai male, interessati dei
malanni perenni di chi si disinteressa dei tuoi occasionali; buttati con
fervore nel lavoro che non ti piace, studia quello che più ti annoia,
fai i lavori quotidiani che più ti respingono, parla bene di coloro di
cui pensi male; saluta chi non ti risponde, fai passare chi avanza
sgomitando, cedi il posto a chi te lo ruba, mostra fiducia verso chi
disprezzi, ignora i torti e le dimenticanze, ignora il passato che
rigurgita; fai come se sapessi che il futuro può cambiare la vita,
avventurati con pazienza nello squallore delle persone più aride.
Piangi e soffri solo quando sei da solo e in pubblico ridi e scherza,
fingi di vivere per sempre, di essere giovane di spirito, contento,
vitale, fai come se conoscere qualunque cosa, anche minima, dagli
uomini o dai libri sia per te indispensabile, agisci in ogni modo come
non avessi un corpo che si può ammalare. Canta spesso, anche da
solo, e arriva sempre un momento prima che ti colpisca la
malinconia, trovati bello quando ti specchi e ammira come superiori
a te le persone che vorresti giudicare inferiori.
Sii contento se splende il sole o se piove, ascolta le querce maestose
che lampeggiano nei sentieri di campagna e apprezza i quartieri
periferici più amorfi. Fa come se ti conoscessero tutti e tu
conoscessi tutti, porgendo agli sconosciuti un aspetto cordiale e
pronto alla battuta. Vivi il momento presente, qualunque sia, e fidati
2716
dei piani inconsci delle persone care. Non lamentarti con nessuno,
sia perché non serve a niente sia perché dimenticheresti i doni che
hai. Doni che devi dare subito a qualcun altro prima che
gualciscano.
Se riuscirai a fare così, almeno in minima parte, allora avrai imparato
ad affidarti, ad abbandonarti, a non pensare, a non progettare, a non
recriminare e sarai pronto all’ascolto del piano misterioso e duro che
è stato fatto per te, come per ogni altro. Non è abbastanza ma è
tutto. Ed è quello che fanno milioni di persone senza chiedere
niente e senza neanche rendersene conto.
22 luglio
Amare il solo Dio
Tutti coloro che amano Dio solo, che si isolano in un amore
esclusivo ed ermetico, che fantasticano e si esaltano, che bruciano e
sublimano, che si convincono di fare un’esperienza unica con Lui
che soltanto loro conoscono, che si convincono di averlo
incontrato, visto, sentito; di esserne stati visitati, di esserne stati
convertiti e chiamati, di esserne stati scelti e ne gioiscono fino al
tripudio e all’estasi, pensa come risulterebbero se Dio non esistesse
o non fosse quello che loro hanno amato, o fosse lontanissimo o
addirittura opposto a quello che si sono immaginato e hanno
creduto di amare, e alla fine veramente amato, riempiendo il suo
silenzio con i propri fantasmi, diventati sentimenti reali e potenti,
fino a produrre allucinazioni del cuore, se non dei sensi.
Può un uomo che abbia il senso dell’anima ignorare questa
possibilità? E non sarebbe meglio allora che si dicesse: Mi sembra,
spero, ho fiducia, ho la sensazione, ho il desiderio, ho il bisogno di
aver incontrato o di poter incontrare Dio ma non ne sono e non ne
sarò mai sicuro. Per questo mi rivolgo a Lui sempre come l’amante
insicuro e immeritevole di essere ricambiato. Così almeno non avrò
avuto la presunzione di voler sapere io chi sia Dio e avrò amato in
modo sincero e privo di esaltazione e arroganza.
2717
Così facendo inoltre non amerò mai il solo Dio ma sempre insieme
il mio prossimo, che esiste con tutta evidenza, e amare il quale non
può essere inganno e illusione, tanto più perché Dio si è incarnato e
fatto uomo, e così nel modo più chiaro ci ha detto che da allora non
ha più senso amare il solo Dio, perché sarebbe come ignorare,
deplorare e svendere il cuore stesso del suo piano di salvezza.
24 luglio
La presenza
Ami, seppure all’infinito futuro, sempre nel presente. Ecco che non
può lo Spirito svilupparsi dialetticamente, se non è amore fatto
pensiero. Amore che non è solo sentimento ma pensiero della
presenza. Nel nucleo della sua filosofia, Hegel, avverso ai sentimenti
e alle intuizioni come via d’accesso a Dio, è stato forse troppo
strategico e scaltro, quasi un Napoleone filosofico, nel bandire ogni
sospetto d’amore dal suo Spirito divino. Ma doveva sapere fin
troppo bene che non c’è spinta generativa di pensiero senza amore,
e in ogni caso senza una potenza che dia carne, moto e carica al
pensiero. Altrimenti le guerre prima o poi si perdono, e per la stessa
logica con la quale si vincono.
L’idea stessa del vero che è l’intero, introdotta con solennità nella
Vorrede alla Fenomenologia dello spirito, da dove trarrebbe questa sua
organica plasticità, la continuità della corrente, l’energia di
irradiazione che metta in moto leve, pistoni e pulegge del motore
dialettico senza una volontà, amante o solo attivante, che accenda il
meccanismo?
Essere, nulla, divenire: la prima triade della sua Scienza della logica
resterebbe stampata solennemente nel manuale, in una simulazione
di realtà che nessun ufficio brevetti accetterebbe, se non intervenisse
un genio motore che non può essere un semplice Io penso divino.
Non è il pensiero, per sua logica intrinseca, che mette in moto l’Io
divino. O sì? O la potenza del vero, eterno, oggettivo, logico, spinge
Dio a creare? La verità crea Dio? Così è per Hegel.
2718
La scienza della logica dovrebbe, nelle intenzioni di Hegel, spiegare
come procede il pensiero divino prima che abbia creato il mondo.
Essa è, ci dice nell’Introduzione: “l’esposizione di Dio, come egli è
nella sua essenza prima della creazione, della natura e di uno spirito
finito.” Ma in realtà essa spiega qual è la logica del mondo, per
generare la quale occorreva un’altra logica generatrice, seminale (un
logos spermatikos) a noi del tutto sconosciuta.
Se infatti la logica è eterna non può contenere nulla in sé che spinga
Dio a creare il mondo nell’istante X scelto liberamente. Visto che
Hegel ammette che è esistito un tempo un Pensiero divino
perfettamente logico senza il mondo. Da quale processo logico
scatterebbe la creazione? La logica non può che essere eterna,
immutabile, sia pure nel dinamismo circolare. In essa non può
scoccare la scintilla di una rivoluzione creatrice che non fosse già
programmata nella logica stessa.
La nostra logica, proiettata in modo arbitrario da Hegel nella mente
di Dio, è creata, non creante. Eppure deve esserci qualcosa di simile
tra le due logiche, prima e dopo la creazione, se la seconda, fatta così
come vediamo, funziona da mondo, dà e ordina la vita della materia
reale mentre la prima esclude la materia. Hegel centra sempre il
punto. Sostituisce però il punto interrogativo col punto fermo.
La presenza è tutto, presenza in ogni stadio. E la presenza è amore,
non pensiero logico nudo, il quale infatti potrebbe lavorare solo in
questo o quell’anello della catena di montaggio dialettica. Una volta
impostata la sua meccanica dal piano logico, e predisposto
l’impianto, infatti chi ce la metterebbe mai dentro l’energia
necessaria alla vita?
Hegel osa affermare che la logica del pensiero divino, per sua
necessità intrinseca, sbocca in creazione del mondo. Idea
meravigliosamente semplice e geniale. La logica è onnipotente
appunto perché è logica.
L’amore logico: una specie di paradiso totale. Senza nessuno che vi
abita dentro. Hegel ottiene il privilegio di farvi un viaggio per
2719
raccontarlo agli uomini nella sua Scienza della logica, e convertirli alla
filosofia dialettica, la forma di vita la più simile a quell’Eden fatto di
soli concetti. Francesco De Sanctis infatti, nel fuoco delle lotte
politiche italiane e del caos vitale che l’aveva espulso, la lesse in
Svizzera in esilio e ne trasse un gran conforto spirituale.
L’unità del pensiero semmai è la presenza divina in ogni stadio della
storia, della natura e del pensiero umano, presenza che genera il
cosmo dialettico vivente in ogni fase del pellegrinaggio del pianeta,
della specie umana e del singolo filosofo.
Hegel, che si ispira soprattutto al Vangelo di Giovanni, pensa come
lui che il logos sia amore, ma in quanto logos. Un amore non
sentimentale, sia chiaro, per niente tenero, un amore molto
pensante, inesorabile, che non si cura più di tanto di me o di te, se
non facciamo i bravi.
Giovanni l’evangelista ha curvato l’arco di Eraclito fino a spezzarlo,
e cioè a dividerlo in due legni incompatibili: il bene e il male.
Contrari che non sono più indispensabili l’uno all’altro per dare
tensione all’arco ma giacciono per terra, uno splendente e l’altro
color carbone, come la tenebra persiste a fianco della luce. Intanto il
mondo incredulo e notturno, vedendo l’arciere disarmato, avanza,
invece che inginocchiarsi davanti a lui.
Hegel invece, una volta assorbita in seminario tutta la sua teologia e
avendo rubato all’amore cristiano la formula per il suo pensiero,
torna a Eraclito e si fa bravo nel riconoscere la potenza
indispensabile del male, guerra compresa. Così però è un arciere
cristiano che tende un arco greco.
Il fatto che il cristiano sia per lui un greco sviluppato non lo esonera
dalla critica di voler essere tutto, di indossare tutte le verità della
storia come costumi, di non essere capace di scegliere, preferendo
fare il regista del suo film del mondo piuttosto che recitarvi una
parte e solo quella o, ancor meglio, scriverne la storia reale.
Cristo è stato presente è non è bastato agli increduli perché il
mondo intorno, lamenta l’evangelista Giovanni, è rimasto lo stesso.
2720
Ma esso deve rimanere lo stesso. La fede è fede in quanto il mondo
rimane lo stesso. Questo i mezzi credenti e gli increduli non l’hanno
voluto capire. È in questo mondo sempre uguale che ami.
Vorresti un mondo a misura di fede e d’amore? A che servirebbero?
Un mondo dove Gesù regni e governi? Ma “Il mio regno non è di
questo mondo.” Non è qui che regno. È qui che Gesù è vivo e
presente: e allora questo è il regno.
Prima, dentro, oltre il pensiero e la sua lingua, c’è la verità: la
presenza di Dio e di chi è in amore.
Chi vive di lingua, di lingua perisce. Chi vive di lingua diventa
incapace di fede e di amore. Egli lascia opere. Ma il vero non è
opera, è presenza.
25 luglio
Eschilo
I Persiani
La seconda guerra mondiale è finita da pochi anni e uno scrittore
russo ambienta in Germania e rappresenta a Mosca una tragedia,
mostrando il dolore e la devastazione di un popolo sconfitto, quello
che ha invaso la Russia, offendendo ogni diritto e tradendo ogni
patto. Alla fine i tedeschi sono stati respinti, com’è giusto, ma la
catarsi giunge nella sua opera teatrale grazie a una compassione più
vasta, che vede il popolo barbaro non solo come criminale ma come
sventurato e fratello. Sarebbe stata concepibile questa messa in scena
nel 1950 senza che i sentimenti nazionali e il senso di giustizia si
ribellassero con violenza?
Nei Persiani invece accade proprio questo. La guerra contro i persiani
invasori è finita da pochi anni ed Eschilo mette in scena la sua
tragedia ambientandola in Persia e partecipando al dolore e alla
sventura del popolo invasore che ha seminato di recente il lutto tra
la sua gente. Vero che i greci hanno vinto secondo merito e giustizia,
2721
e quindi il pubblico celebra, grazie alla tragedia, la sua degna
potenza; vero che la superbia dei persiani risulta in tal modo colpita
a fondo anche per alto decreto. Ma mentre il pubblico è gratificato
dalla doppia vittoria, umana e divina, ecco che monta la pietà per gli
sconfitti e prende tutto il campo, a temperare il trionfo.
Tanto più che i due popoli, questa la sorpresa, sono fratelli, di stirpe
comune, essendo entrambi discendenti di Perseo e Danae, come si
svela nel sogno che la regina racconta (v. 191 e ss.):
“Mi apparvero due donne ben vestite: una abbigliata con peplo
persiano, l’altra dorico. Le avevo davanti agli occhi, entrambe
imponenti, molte più alte di ogni altra donna e di bellezza
incomparabile. Erano sorelle di sangue della stessa stirpe: a una era
toccato in sorte di abitare la patria greca, all’altra la terra dei
barbari”.
Nel sogno il figlio Serse, accorgendosi del contrasto tra loro, le
aggioga a un carro ma, mentre la prima sta ritta e presta la bocca
docile alla briglia, l’altra si ribella, si strappa il morso e spezza il
giogo, facendo cadere a terra Serse, sotto gli occhi del padre Dario
che lo commisera.
Il sogno della regina profetizza la sconfitta persiana ma è singolare
l’apertura spirituale di Eschilo, che si immedesima nei vinti, mentre
la trama religiosa della tragedia, al di sopra delle parti, mostra
giustamente puniti i persiani invasori. I quali sono chiamati barbari,
sì, ma come non fosse un insulto, come fosse diventata ormai
un’espressione neutra, non più connotata dall’etimo.
I persiani invasori vengono compatiti e cantati nel dolore delle loro
donne, dentro il rispetto per l’ombra dolente del padre Dario, figura
che i greci sono spinti ad ammirare, disapprovante la guerra
tracotante del figlio che pretende di aggiogare persino il mare.
I Sette contro Tebe
In questa tragedia di Ares, della furia bellica, dell’orgasmo
sanguinario dei sette campioni militari che comandano l’esercito che
2722
assedia Tebe, il maschile e il femminile sono scissi all’inizio nel
modo più secco e conflittuale. Mentre Eteocle cerca di reagire,
benché sconvolto, organizzando la difesa della città, che cosa fanno
infatti le donne? Piangono, si disperano, farneticano, smidollando i
soldati invece di sostenerli con fierezza. Le donne, dice Eteocle,
sono prepotenti, se sicure, e angoscianti se insicure, incapaci di
affrontare il pericolo, anzi capaci solo di aggravarlo. Di questo egli le
rimprovera con invettive aspre: “Vi domando, bestie insopportabili,
credete sia questo il modo migliore per salvare la città?” (vv. 182-3).
I maschi che reagiscono, si battono, vendono cara la pelle e le donne
che si straziano, presagiscono la catastrofe, ne sono risucchiate. La
solita misoginia greca? E invece no. Perché le donne sono anche
coloro che rispettano gli dei, si rimettono a loro, si scandalizzano
per la violenza contro gli inermi e li rappresentano fino in fondo,
tormentandosi per la macelleria della guerra.
Anche Eteocle, vittima dell’attacco del fratello Polinice, non trova
altro infatti che reagire alla violenza con un impeto belluino
altrettanto forte, quasi la partita si giocasse tutta tra uomini quando
invece un’altra potenza è indispensabile, quella che lega le donne agli
dei giacché: “È tremenda la forza di chi rispetta gli dei”. Ed è questa
che predomina sull’ordine della sventura materiale che vede solo da
una parte i vincitori assetati di sangue e i cadaveri dall’altra.
Se gli dei sono dei
“ei Theoi Theoi” (v. 566) dice il coro delle donne ne I sette contro
Tebe: “se gli dei sono dei”, allora facciano morire i nemici ingiusti in
questa terra. Se Dio è Dio allora deve esserci giustizia a questo
mondo e realizzarsi ora il sommo bene. E qual è? La presenza. La
presenza di Dio nel mondo adesso.
Se i greci non concepivano la fede è perché essa è amore di una
giustizia a venire, di un bene visto da lontano, mentre nella presenza
divina non c’è più bisogno di fede. Fede è amore fedele nell’assenza,
mentre nella presenza non c’è più bisogno di fedeltà. L’amore per
un’altra persona è esso stesso nient’altro che fede terrena, se in sua
2723
assenza. E infatti i greci languivano poco per amori lontani, malattia
questa subentrata nell’ellenismo, e impazzivano molto per amori
vicini. In presenza degli dei invece non c’è più bisogno di fede, e
neanche di quell’amore struggente figlio dell’assenza, c’è il bene
attuale con il quale ogni tragedia si chiude, secondo giustizia.
Non si può mai trattare, nella tragedia, di un bene sommo, perché il
prezzo è sempre disumano e tale da mietere vittime in modo
inesorabile, ma del ripristino in terra di una giustizia terribile per i
singoli, e nondimeno da riconoscere in modo universale, come in
questo caso la vittoria tebana.
Così i greci non credevano nella felicità, nel sogno del bello, del
buono e del vero incarnato da un uomo o una donna su questa terra,
se non nell’autarchia filosofica, mentre i cristiani vogliono tutto, e
allora devono proiettarsi nel futuro.
Dio stesso ama gli uomini in quanto mortali, e cioè in quanto
lontani, ma in loro presenza cosa potrà accadere del suo amore?
Potremo soltanto scioglierci, fonderci in Lui?
La tragedia greca insorge proprio per la sua mancanza di fede
nell’assente e nel futuro, giacché giustizia va fatta ora o mai più:
“pot’ei me nyn:” (v. 101): “quando, se non ora?” Ma questa
mancanza presunta di fede non è invece la forma più potente di
essa, e cioè quella che invoca e pretende la presenza?
Eteocle e Polinice
Ancora una volta Eschilo, da saggio cristiano, parla con rispetto dei
Tebani e mette al centro una lotta fratricida, come nei Persiani, quella
tra Eteocle e Polinice, andando in modo irresistibile e profetico oltre
le differenze di nazione, tanto che non puoi non sentire che ogni
guerra è guerra tra fratelli.
Eteocle e Polinice si uccidono a vicenda, perché questo è l’esito di
ogni guerra e una donna, Antigone, contro tutte le leggi materiali,
seppellisce Polinice. Il suo legame con gli dei è oltre la morte.
2724
La tragedia è emozionante anche perché vuoi sapere chi vincerà,
anche se lo sai già, a tal punto la carica drammatica ti cancella dalla
mente ogni informazione, come doveva accadere anche allora agli
spettatori, che noi immaginiamo tutti intrisi, dalla nascita, nella
mitologia e dalle storie ricorrenti negli agoni tragici mentre anche
allora, come oggi, ce ne saranno stati tantissimi ignoranti, che
coglievano un frammento qua e là della loro stessa tradizione, e
assistevano alla tragedia non per catarsi religiose o sociali ma per
sapere come andava a finire.
Definire il bene
Noi non sappiamo da vivi se Dio c’è o non c’è. Da morti o non lo
sapremo più per sempre o lo sapremo una volta per tutte. Se non lo
sapremo mai saremo stati uomini e donne fino in fondo, stampando
nei cuori almeno l’immagine del sommo bene. Se non lo
raggiungeremo mai, o perché esiste ma non per noi, o perché non
esiste in assoluto, lo avremo almeno definito, meritando un certo
orgoglio per la nostra specie. Anche se, finiti noi, nessuno lo saprà
mai.
E questo vale per chiunque, se anche non è un genio o se anche è
un genio, come Dante, che infatti lo ha definito. Oppure nostro
compito e dignità è definire cos’è il male, il che è lo stesso, come ha
fatto Leopardi. Giacché dicendo tutto ciò che manca e quanto
manca non possiamo che definire in modo implicito il bene.
Ora uno che non ha fatto nessuna scoperta scientifica e non ha
scritto nessun capolavoro, non ha scalato nessuna cima e non è
andato in nessuna missione in Africa o dove che sia, ha in ogni caso
il compito e la dignità di ogni uomo e donna nel definire il bene, sia
quel che sia; amando e fidando che sia, anche se non ci crede, anche
se non lo pensa. Anche se pensa che un bene sommo non vi sia,
come tutti noi, anche gli amanti e i fidenti più calorosi pensano, e
non possono fare a meno di pensare nel nucleo di ghiaccio che si
snuda in noi sotto gli strati bollenti e fiammanti.
2725
Le Supplici
Perché tante tragedie di Eschilo, come di Sofocle, sono andate
perdute? Possibile che nemmeno uno per secoli, fino ai tempi di
Adriano, abbia sentito la voglia di conservare un papiro, di
preservare come cosa preziosa una tragedia che ha catturato
centinaia di migliaia di spettatori? Come considerare questa ottusità
di piombo che ha soffocato tutti e ovunque per centinaia d’anni
senza che un solo uomo libero, generoso e ricco custodisse e
tutelasse i loro capolavori, e di tanti altri, per quegli esseri
improbabili e sinistramente dominanti chiamati posteri?
Della tetralogia egizia ad esempio ci restano soltanto Le supplici, e
non è cosa da poco, tale da far scatenare l’inventiva psicoanalitica,
da far tremare l’immaginazione di tutti noi che, sognando il talamo
d’amore, almeno una volta ci siamo spaventati da soli vedendo la
nostra donna sfoderare all’improvviso un pugnale.
Le donne infatti sono al centro della tragedia: cinquanta supplici che
cercano ospitalità presso il re di Argo, perché le vogliono maritare a
forza con i cugini egizi, in un legame considerato incestuoso.
Fratelli di sangue i persiani, cugini gli egizi, davvero Eschilo aveva
intuito che, come dicono i genetisti, siamo tutti parenti.
Le donne, figlie di Danao, non sembrano pensare affatto ai piaceri
del letto e alla gioia delle nozze ma soltanto al rispetto della legge
sacra e, mentre vengono rapite inermi e supplici, si accordano per
una controffensiva non proprio da fanciulle indifese: ammazzeranno
tutte i mariti la prima notte di nozze. Cosa che chissà quante ragazze
nei secoli, costrette a un matrimonio odioso, avranno progettato,
preferendo poi vendette diluite nel tempo.
Tutte uccidono lo sposo, immagino quando più gode e sta per
schizzare il seme, perché in altro modo l’impresa sarebbe stata meno
agevole e meno simbolica, cosa che un contemporaneo piazzerebbe
al centro della scena, e nella tragedia perduta Eschilo avrà nascosto
2726
agli occhi per suscitare lo scandalo nell’immaginazione. Tranne una,
Ipermestra, che se ne innamora.
Non sappiamo come finì la storia, se è perfino tramandato un lieto
fine con le ragazze date in sposa tranquillamente ad altri. Fatto sta
che, obbedendo alla legge sacra, si uccide un uomo inerme e,
innamorandosene, la si viola tremendamente.
In questo caso le donne non sono affatto per la vita e per l’amore,
come è infatti loro caratteristica quando si impuntano nel rispetto
assoluto di una religione, e l’unica che s’innamora viene vista dalle
altre quarantanove come traditrice e malfattrice. Che è conflitto
tragico ma anche intuizione del carattere femminile il quale come
può essere capace di tutto per amore, almeno in certi periodi storici
e biografici favorevoli, può essere anche all’amore, specialmente
fisico, del tutto indifferente, neanche fosse fatta di legno, basta che
decida che c’è qualcosa di molto più importante.
1 agosto
Sono stato benissimo
Quando una persona trascorre un periodo di studio o di lavoro
all’estero, o lontano dalla sua città, dalla famiglia e dalle amicizie, e
torna finalmente a casa è quasi impossibile dica che si è trovato
male, a meno che non abbia sofferto fino all’inverosimile e non si sia
spezzata in lui la vena mitologica e l’euforia esotica che sempre
accompagna e sostiene ogni permanenza durevole lontano dai volti
e dalle strade note.
Se anche uno ha contato i giorni sul calendario, se ha cominciato a
sentirsi meglio al giro di boa, se ha penato ogni ora per la nostalgia e
per gli usi e i pregiudizi avversi o per la lingua malcompresa, ogni
sera rimpiangendo una scelta avventata, tornato a casa, dimenticherà
di colpo tutto ciò, e dirà e penserà sempre nel modo più convinto di
essere stato benissimo, il suo giudizio dipendendo in realtà dal
sollievo di essere tornato sano e salvo e il suo piacere consistendo
2727
nel poter dimostrare di aver superato una prova che non dovrà
ripetere mai più.
Si farà un punto d’onore nel parlare del Paese ospitante con le
espressioni più favorevoli e appassionate, quasi tutto fosse o ben
fatto o ragionato o divertente e non sopporterà la minima ombra o
critica, vista come chiusura culturale, anche se il suo successo
dovrebbe sembrare più pieno si fosse trovato in un luogo incivile e
pericoloso, cosa che confesserà soltanto per far risaltare un suo
atteggiamento disinvolto e tranquillo, quasi fosse invulnerabile.
E mai, a nessun costo, potrà riconoscere che la natura umana
raggiunga qualunque Paese lontano, timbrando tutto e tutti col suo
marchio, e facendo sì che un inverno a Caracas assomigli fin troppo
a uno a Parigi o a Mosca, quando uno lavora o sta a casa o deve
trattare con i suoi simili in modo continuato e stringente. Le donne
e gli uomini da lui conosciuti a New York o a Buenos Aires saranno
per lui del tutto diversi e incomparabili con gli altri, in genere di gran
lunga superiori, e soltanto lui sarà il depositario della loro scienza,
perché soltanto viaggiando si genera l’organo conoscitivo idoneo a
cogliere questa umanità multiforme che i sedentari non potranno
mai immaginare.
Domanda a questo punto all’entusiasta se vorrebbe mai vivere tutta
al vita in quel Paese, qualunque esso sia, e ti dirà che gli piacerebbe
ma è impossibile e finalmente elencherà tutto ciò che, pur essendo
per gli abitanti di quel luogo un bene, a lui pare un male. Ma perché
ormai si è abituato ai costumi italiani ed è faticoso prendere da
adulto quelli degli altri. Tutto essendo relativo, conviene tenersi beni
e mali propri.
2 agosto
Se non gioco non vivo
C’è un’età, subito prima della scuola elementare, in cui il genio delle
bambine si manifesta con sicurezza smagliante, tanto che hai la
sensazione che in esse parli una voce rivelatrice. E loro la fanno
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propria divertendosi un mondo, cogliendo l’ironia di insegnare agli
adulti i segreti che esse dimenticheranno tra un mese.
Così, passeggiando per le vie di Bolzano con la figlia di cinque anni
di una coppia di amici, indecisi se andare a visitare il Duomo o fare
un giro lungo la via dei portici a leccare vetrine, Maria ha detto con
aria da monella: “Andiamo a visitare il niente?”. E chiedendogli il
padre quale gelato volesse, ha risposto: “Un gelato che sa di te.”
Quando la madre le ha chiesto di camminare e di smettere di
giocare, ha risposto: “Se non gioco non vivo.”
3 agosto
Sono io
Quando telefoniamo a un familiare siamo sicuri che la nostra voce
sarà riconosciuta al primo colpo e non stiamo lì a dire chi siamo. Lo
stesso facciamo con gli amici che vediamo ogni giorno. Ma capita
che qualcuno non ci riconosca, così come si fa esperienza di persone
che, telefonando, non dicono mai chi sono, anche se non le si vede
da tempo, dando per scontato che la loro voce li identifichi
immediatamente e che essi siano presenti alla mente dell’altro in
modo certo e costante, dimostrando una gran fiducia, quasi sempre
illusoria.
Ma ci vuole un’intimità unica e speciale, quando qualcuno chiede:
“Chi è?” per rispondere “Sono io.” Lo si può fare in genere soltanto
con chi ci ama, se l’amore scavalca anche il nome, che è sociale e per
tutti, e punta all’essere, e appunto all’essere io. E c’è un che di
rivelativo e sconcertante in questa risposta, quasi godessimo il
diritto, almeno per una sola persona, di essere tenuti per colui che
solo è io, senza temere che la persona intima e cara ci dica: “Tutti
siamo io.”
Pure c’è stato chi si è sentito rispondere dall’amata: “Io chi?” E mi
ha detto che dopo vent’anni ancora se lo ricorda.
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Raggi di ghiaccio
Gli uomini perseguitano con motteggi, ironie, scherzi imbarazzanti e
volgari i propri simili, per vendicarsi in pubblico di qualche offesa
recente o remota, il più delle volte inconscia. E quando le vittime si
oscurano in volto, li deridono di nuovo perché suscettibili e
permalosi. L’unica vita sociale possibile è infatti quella basata
sull’irrisione reciproca e in tal senso il permaloso è propriamente è
colui che non accetta non già la presa in giro, ma la società.
Addossare al prossimo la colpa delle proprie mancanze è lo sport
preferito delle persone inaridite, che non ne soffrono neanche più
ma pretendono, non sapendo più amare né confidando di essere
amate, l’obbedienza, non tanto nelle azioni e nei comportamenti ma
nei valori, nei sentimenti e nelle scelte. Cosa per gli altri
indesiderabile amandoli, impossibile non amando.
Uomini che vivono con i giovani, a scuola, nelle parrocchie, nelle
associazioni sportive, che succhiano la gioventù altrui, volenti o
nolenti, finiscono per non vivere con fermezza da adulti. Ma se
vivere da adulti vuol dire navigare con rotta salda in un mare di
paglia, meglio sarebbe non crescere.
Coppie matrimoniali di lunga, e lunghissima data, che si rinfacciano
in pubblico con un risentimento congelato i loro difetti arcinoti, con
l’atteggiamento di chi li sa immodificabili. E il coniuge smascherato
in pubblico, in genere l’uomo, subisce senza nessun malanimo gli
insulti e il disprezzo, come se ormai fossero entrambi moralmente
morti. L’amore e l’odio sono cristallizzati, ibernati e dalla lastra di
ghiaccio arrivano colpi che sarebbero violenti tra persone vive ma
subito le emozioni congelano e la coppia di veterani non mostra
alcun segno di sangue nel corpo, paralizzato dietro il velo di gelo.
Morti loro, non è morta tuttavia la coppia, che sopravvive
vigorosamente proprio in virtù della morte in pubblico dei suoi
componenti.
Ci sono mogli o mariti che dicono sempre “noi”: Noi preferiamo il
mare alla montagna, a noi non piace il sale, noi non mangiamo carne
e, addirittura, noi pensiamo e noi crediamo. Gli occhi cadono subito
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sul coniuge zitto che non reagisce e verrebbe voglia di chiedergli: “È
vero che anche tu lo pensi?” Ma è superfluo.
Coloro che sono padroni dei propri nervi, composti e capaci di
controllare le emozioni, tenendo tutto dentro, tengono sotto
controllo anche quelle degli altri che, convivendo, finiscono per non
provare più per loro nessun sentimento spontaneo e riducono così
al minimo la possibilità che il padrone dei propri nervi sia turbato da
qualunque imprevisto.
La gran parte dei problemi non si risolve perché noi non ne
veniamo a capo da soli mentre chi ci potrebbe aiutare non esercita la
sua competenza in modo dettagliato ed esclusivo nel nostro caso,
come noi non lo facciamo nel suo, se non per denaro, sicché le cose
fatte bene costano care mentre i sostegni gratuiti, se non per amore,
sono svogliati e approssimativi. Il mondo degli interessi e degli
affetti si separano così sempre di più, governando a turno.
4 agosto
Non pensare corrompe
La maggior parte degli uomini, compresi i governanti, gli
imprenditori, i militari, i professionisti di ogni genere non pensa e
non si rende conto di quello che fa e delle spinte e movenze che li
agita. Non pensa, nel senso che non si dispone mai in una
postazione esterna per valutare le cause delle sue azioni e il proprio
ruolo nel gioco sociale, come se fosse un altro. In tal modo ha la
sensazione di avere maggiore efficacia, operando d’istinto in un
mondo fatto di istinti, che alla fine si concertano proprio per la
sinergia, come amano dire, di tanti investimenti pulsionali. Essi
gettano, diciamo così, la natura umana nel piatto e poi si vedrà cosa
verrà fuori.
Come non pensano al mondo esterno, in cui pure operano ogni
momento, giudicando ogni valutazione ponderata un uscire dalla
partita per mettersi in panchina, non pensano neanche alla loro vita
interna, e così non si conoscono, si credono del tutto diversi da
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quello che sono, il che genera quel misto di candore e furbizia che è
proprio degli italiani, capaci di credersi anime pure e ingenue, con la
convinzione più placida, quando tutti li tengono per furbacchioni
matricolati.
Il mondo esterno e il mondo interno in tal modo non entrano in
comunicazione tra di loro, i fatti e le intenzioni, i comportamenti e
gli stati d’animo, le parole e gli interessi non vivono mai tra loro un
attrito, una resistenza, un conflitto, come dimostra lo stupore
sincero con il quale i potenti, presi con le mani nel sacco, si
guardano attorno, sentendosi puri come mammole, anche quando
prove giudiziarie certe li inchiodano a reati e a delitti, che nel loro
cuore non hanno mai neanche concepito, sembrando loro
impossibile che, essendo di sentimenti così ingenui e nobili, essi
abbiano potuto farsi regalare ville e vacanze, piazzare gli amici degli
amici nei posti più ambiti, aver truffato i soldi pubblici.
Seppure condannati con prove schiaccianti, messi alla berlina,
abbandonati dai loro compagni di ruberia, altrettanto candidi e
stupiti di loro, essi si sentono vittime di congiure e persecuzioni, di
assalti mediatici e attentati politici, scuotono il capo sconsolati per
l’imboscata che giudici loschi hanno intentato contro di loro,
trovano nella propria limpidezza una serenità malinconica, tinta di
religione o di buon senso. Stato d’animo trasognato e disincantato
che è il loro solo modo di pensare.
Essi non hanno mai pensato a come è fatto il mondo, non dico in
modo oggettivo, che è impossibile, ma ponderato e distaccato dal
proprio utile e piacere. Né hanno mai pensato a come è fatta la
natura umana, quella di tutti, per cui il potere ti rende superbo e
arrogante, il denaro ti corrompe, il ruolo di capo esalta la vanità e il
senso di onnipotenza, l’abitudine alla parola ti rende falso e doppio.
Da ciò si ricava che non pensare è fonte sicura di immoralità e di
falsità, nonché di coscienza pacifica e tranquilla, anche in mezzo al
dolo e al male, radicate nel sangue e nei tessuti in modo da rendere
un uomo tanto malvagio e insensibile quanto potente e ignaro di sé
e del mondo.
2732
5 agosto
Cose d’amore
Le cose d’amore hanno bisogno di generare calma, visto che sei
certo dei sentimenti. E piacere, perché ti innamori nel piacere. E
vedrai che il dolore consegue, commisurato al piacere. E tuttavia
devi vedere alla prova del dolore la persona amata per saggiarla.
Chi ispira lo sa. Come fa? Mistero. In genere è donna. Chi è ispirato
lo sa. In genere è maschio.
Il dolore è inevitabile e inesorabile. Ma un conto è il dolore a vuoto,
dolore per inerzia, pigrizia, viltà, cedimento al fiume passivo della
vita, sprecato nel ciclo biologico, come acqua dolce che si riversa nel
mare, esala, piove e torna a ingrossare il fiume. Tutt’altra cosa il
dolore fecondo, non dirò felice ma dentro la felicità che per chi così
soffre esiste, benché nell’assenza.
Luce d’assenza
Ma non c’è assenza se non di chi è stato presente in modo
pregnante. Così chi vive l’assenza ha già trovato una volta, colui che
desidera, e solo per questo crede d’averlo perso. “Luce d’assenza,”
definisce Eugenio De Signoribus questa condizione.
Gli apostoli hanno incontrato Cristo e con la sua morte credono di
averlo perso mentre, avendolo incontrato una volta, non lo
perderanno più. Ma essi non lo vedranno mai più in carne e ossa
dopo le sue apparizioni da risorto.
Ecco che la fede, come l’amore, è sempre, oltre che desiderio di un
incontro a venire, memoria rivelativa di un incontro realmente
accaduto.
Tale incontro con Cristo tuttavia è stato per quasi tutti infecondo,
stando a quanto ci dice l’evangelista Giovanni. A consolazione di chi
2733
Cristo non l’ha conosciuto dal vivo, essendo la fede sempre anche
consolazione di non vivere la presenza attraverso il godimento del
dolore spirituale dell’assenza.
Quando ami una donna che non puoi più vedere non negare che lei
per te diventa in assenza una dea, come scrive Leopardi, e che
nell’amore passionale c’è un che di religioso. Tremendo quando ti
appare dea in presenza, come dice il Cantico dei cantici.
Non so se per le donne che non si chiamano Saffo sia lo stesso.
Si comprende che la chiesa cattolica, avendo compreso che i vocati
alla fede sono spesso anche i vocati all’amore passionale, tema la
donna come concorrente mistica alla scelta clericale, considerando
anche il fatto che il cattolicesimo è sempre anche fisico, insistendo
sul corpo in modo addirittura ossessivo, al punto di parlare della sua
resurrezione.
Ma mentre gli amanti di una donna e gli apostoli hanno visto e
incontrato il soggetto del loro amore, sicché la loro fede nasce e
resiste vivificata dalla presenza, i fedeli che non hanno mai potuto
conoscere Cristo spiritualizzano per forza il loro amore e la loro
fede, dovendo affrontare la prova più dura, e cioè amare senza mai
aver sperimentato la presenza fisica.
Ci sono amanti che non si sono mai visti ma si sono scritti centinaia
di lettere. Casi rari, e ai confini del delirio. E ci sono amanti che,
non potendosi più vedere, continuano ad amarsi, avendo
sperimentato la presenza.
Essendo la presenza fonte originaria dell’amore e della fede, Cristo,
figlio dell’uomo, deve essere il più prossimo all’origine, presente in
noi in modo molto vicino all’inizio, altrimenti essi non si
attiverebbero.
6 agosto
Rifiuto d’amore
2734
C’è un bisogno d’amore, di amare e di essere amati, e ci sono
persone in carne e ossa intorno a noi, raggiungibili nel corpo o nello
spirito. Sembrerebbe che una corrispondenza felice nella quale
finalmente soddisfare un bisogno profondo sia sempre a nostra
portata, senza tagliarci le mani con le solite contraddizioni insite
nella natura. Possiamo ammalare, essere poveri, brutti, infelici,
stupidi ma, se non essere amati, possiamo almeno amare. E
possiamo farlo subito, al punto che nessuna tragedia sia più tragica
perché c’è sempre, fino all’ultimo minuto, un varco.
Ma la vita ci mette subito brutalmente a contatto con un’esperienza
che sulla carta non diresti corrente: gli umani non vogliono essere
amati. O non vogliono essere amati da me o da te, o non vogliono
essere amati da nessuno, almeno finché dura il loro scontento o il
loro bisogno di indipendenza. O vogliono essere amati nel modo
che decidono loro, e nel luogo e nell’ora da essi stabilito,
accogliendo manifestazioni d’affetto al momento sbagliato con
insofferenza e fastidio. Le mogli si scrollano di dosso la carezza
intempestiva, i figli vogliono essere amati con leggerezza e facendo
finta di niente, i mariti vorrebbero sigillare l’affetto nella casa, liberi
altrove di odiare o essere indifferenti quanto basta, giacché odiare,
essere indifferenti, è indispensabile quanto amare, e forse di più,
guardando ai semplici interessi sociali.
Anzi potremmo dire che se Platone giudicava l’esercito migliore
quello fatto di amanti, disposti a morire l’uno per l’altro, le società
meglio organizzate nel mondo occidentale sono proprio quelle nelle
quali gli uomini si amano meno, sono meno sentimentali e affettivi,
più composti e pragmatici nelle emozioni, almeno secondo la
vulgata, che vuole più freddi i popoli nordici.
I popoli mediterranei tuttavia, più calorosi nel teatro sociale, più
amanti in vista, risultano alla resa dei conti i più freddi nei passaggi
cruciali, il loro entusiasmo sparendo con la velocità del lampo, così
come si è acceso, se qualcosa li delude o li irrita, come ha spiegato
Leopardi una volta per tutte nel Discorso sopra lo stato presente…
Soltanto che tale freddezza non si convoglia a studiare ed elaborare
le forme della convivenza, organizzandola secondo ragione, ma
2735
continua a manifestarsi nella sfera privata, a difesa del proprio
interesse presunto, spesso inteso in forma magicamente psicologica.
Difficilissimo, e quasi impossibile, è amare chi non vuole essere
amato, tanto da pensare che sia per noi molto più grave educarci ad
accettare l’amore altrui che non amare.
Essere amati da chi non amiamo appena ci lusinga, cedere alle
tenerezze di chi non ci piace per poco non ci disgusta, consentire a
un altro, benché stimato e benvoluto, l’iniziativa di volerci bene, ci
sembra una degnazione alla quale egli non deve abituarsi.
Ecco che per forza si vanno ad amare i più deboli, insicuri,
bisognosi, quelli messi in condizione dalla sorte di trovare scampo
solo nell’iniziativa degli altri. La gran parte dei quali, nel mondo
occidentale soprattutto, è costituita da professionisti del bisogno, e
cioè da persone che intuiscono che, accettando di venire aiutati e
amati, fanno contente le persone che non vivrebbero se non
sovvenissero ai bisogni altrui, falange vasta e soccorrevole quasi per
istinto di sopravvivenza.
Spreco d’amore
Per l’asincronia, il carattere intempestivo, prematuro e acerbo o
tardivo e fuori tempo dell’amore umano, esso si spreca nel pianeta
mille volte di più che non il cibo e l’energia, i quali sarebbero
sufficienti per farne sopravvivere un secondo, mentre la metà del
primo è indigente o a rischio di vita. Amore che non solo non si
rigenera ma che, sprecato, isterilisce chi l’ha provato vanamente, lo
rende secco o marcio e inabile ad amare nel futuro.
Pure il bisogno d’amare c’è, ed è radicato e violento al punto che
esso sciama verso il cielo, al punto di volgersi a Colui che non si è
mai visto e nemmeno si è certi che esista. E così fa il bisogno di
essere amati, al punto che ci si sente amati da Colui che non ce l’ha
mai detto.
2736
Perché l’amore sale verso l’alto, un alto misterioso e inattingibile?
Perché non si irradia e ramifica verso coloro che vediamo, che ci
sono attorno e vicini? I quali invece vengono trascurati, madri,
padri, mogli, mariti, figli, amanti, amici, compagni, giacché non
possono competere in nessun modo con Dio. Ami Dio per non
amare gli uomini?
Si ama il più potente, il più perfetto, colui che immaginiamo ci possa
dare un bene per sempre? Amiamo l’idea di vivere per sempre e di
riflesso Colui che ce lo può consentire? Amiamo l’idea che il più
perfetto ci ami? Gran parte dell’amore di Dio è amore del nostro
bene perfetto immaginato? Perché Dio dovrebbe riservarci tali sorti
fulgenti? Soltanto perché soffriamo? Ma soffrire non è un modo
sofisticato per pagare pegno senza amare, visto che amando
qualcuno soffriremmo meno per noi?
Moltissimi, specialmente donne, amano gatti e cani come fossero
figli. Anch’essi non rispondono. Molti amano solo gli esseri che non
rispondono e che si figurano come vogliono loro.
Vogliamo amare nella potenza, dalla parte del più forte. Ma amare
nell’impotenza non è vero amore?
Il più potente, il più forte, manda se stesso, figlio di se stesso, carne
sua, a vivere e a morire per noi. Sceglie cioè l’impotenza, l’inermità,
la condizione di vittima. Non so se via vero ma esiste una
conoscenza più profonda dell’amore?
Indispensabile è infatti essere coscienti che Dio ha mandato il figlio
a vivere prima che a morire, perché invece dicendo solo che l’ha
mandato a morire, si appaga scandalosamente la nostra superbia
vertiginosa che sta nel pensare che la vita nostra sia più importante,
sia addirittura il fine della morte di Dio, cosa che fa rabbrividire.
Cristo si è espresso pienamente vivendo e alla fine è dovuto morire
per noi, ma l’arco della sua vita non era tutto teso alla morte, come
Giovanni invece dà a intendere nel suo Vangelo, proiettando su di
lui la propria bruna onestà. Cristo ha invece prima impresso in
modo irreversibile la pienezza vitale dell’amore tra vivi, la gloria del
2737
regno ora incarnato da Cristo, giacché amore è sempre amore di vita
e non di morte. Non c’è e non deve esserci alcun amore della morte
ma soltanto necessità della morte, e allora amore fino all’ultimo
momento, come infatti Cristo dice, nello stesso Vangelo: Vi amo e
vi amerò fino all’ultimo minuto della mia vita.
8 agosto
Il Vangelo secondo Giovanni
Non sono soltanto io a sentirlo, ma tante persone negli anni,
soprattutto credenti accesi e a prova di filosofia e di teologia, mi
hanno confidato di trovare il Vangelo di Giovanni meno efficace
degli altri, quasi a se stante, per quel suo troppo meditare e
considerare in modo pacato, quasi disincantato, benché più nei toni
che nei detti, le vicende cruciali che racconta, quasi il fuoco per lui
non fosse fuoco.
La sensazione, giacché dovremmo andare a scuola dalle sensazioni,
che ho provato ascoltandole è che nondimeno esse pensino che
anche Giovanni ci debba essere, che è giusto vi sia, e non soltanto
perché entrato nel canone. Anzi, il suo Vangelo vi è entrato proprio
perché esprime un sottofondo indispensabile nella fede, un
retrogusto amaro, un freno scettico, un gravame di pensiero di cui
tutti prima o poi abbiamo fatto esperienza. Giovanni ci deve essere,
proprio perché c’è qualcosa in lui che non prende, che non
convince, che resiste, che non si risolve.
Quando Nietzsche attacca san Paolo, che è un uomo di ricchezza
vitale contraddittoria e straripante, capace del peggio e del meglio,
ma sempre col cuore, e lo attacca perché è come lui, non dobbiamo
pensare allora che un bersaglio più consono avrebbe dovuto essere
per lui l’onesto e categorico Giovanni? Il quale completa, sì, i
meravigliosi Vangeli sinottici, acqua di verità e di vita, ma autorizza
anche l’incredulità dentro la fede, fa entrare gli uomini che non
credono nel piano di salvezza, giacché noi tutti non crediamo.
2738
Il suo è il Vangelo della realtà, che attesta che c’è la verità però noi
non ci crediamo. E che la realtà non ci basta.
Neanche il Logos ci bastava. Per questo è venuto Cristo.
Avendo letto più volte il suo Vangelo ed essendo preso da tanti
dubbi, e avendolo trovato una volta troppo triste e un’altra molto
robusto e sano, una volta troppo grave, e quasi morboso nei suoi
presentimenti di morte, e un’altra di onestà irresistibile e
adamantina, mi sono deciso a cercare di capire se queste sensazioni
abbiano un senso, ragionando in modo particolare su questo o quel
passo, a cominciare dall’inizio grandioso.
“In principio era il logos, e il logos era presso Dio, e Dio era il
logos. Questo era nel principio presso Dio.” Una vera fortuna per
gli amanti della solennità e della verità, detta al massimo e una volta
per tutte, che il Vangelo secondo Giovanni cominci con una frase
del genere, la quale ha esercitato l’intelletto dei teologi, vogliosi di
succhiarne interpretazioni decisive, e ha eccitato i filosofi, che si
sono trovati a casa loro, essendo il logos per Eraclito il principio di
ogni ente e per gli stoici lo pneuma divino che informa il mondo.
Anzi, se è vero che siamo tutti parenti, discendendo tutti da due
capostipiti genetici, stando agli stoici possiamo dire alla lettera,
derivando noi dalla stessa ragione seminale, da un unico logos
spermatikos, che siamo tutti figli di Dio.
E non a caso Giovanni, dinnanzi all’Incarnazione, è risalito al
filosofo di Efeso, che il principio, l’arché, altra parola più che
familiare ai filosofi antichi, lo ha stabilito non già separato dal
mondo, come il Nous di Anassagora, o trascendente, come le Idee
platoniche, bensì immanente nella trascendenza, quale armonia
incarnata nel cosmo.
Tu cominci il tuo Vangelo con il Logos, il Verbum che si fa carne. E
rendi quasi omaggio a Eraclito, ti fai intendere dai greci. Ma allora
dovresti anche considerare più gioiosamente la stessa incredulità,
come un polo indispensabile per la fede. Se il logos armonizza bene
e male in una super armonia, come sarà in Hegel, allora non dovresti
2739
nemmeno essere triste, avvilirti e deluderti troppo per quanto noi
siamo cattivi.
C’è qualcosa insomma di pretestuoso nel lamento recriminante di
Giovanni, che si può sintetizzare nella tautologia che il male è il
male. Che c’è, ed è impermeabile al bene. Sei voluto partire dal
logos? Bene, non lamentarti allora se entrambi i contrari, le tenebre
come la luce, fanno il loro onesto dovere di contrapporsi, essendo
indispensabili entrambi.
O sei greco o sei cristiano. O sei dialettico o sei iniziale. O sei per la
durata o sei per l’adesso. O sei pensoso o sei illuminato. Scegli.
Perché Giovanni scrive che era (en) il logos? Il principio non è
soltanto l’inizio ma anche il fondamento, che perciò è sempre.
Dobbiamo intendere allora che all’inizio c’era il logos senza il
mondo, ma non già che ci fosse il logos tutto da solo, giacché era
“presso Dio”.
Quest’idea greca del logos, che Cristo non ha mai pensato e che era
lontanissimo dal pensare, espone Giovanni al rischio di usare una
parola carica dei filosofemi di altri e che aveva già assunto l’aspetto
di una potente piovra concettuale. Logos vuol dire pensiero (da cui
‘logica’) ma anche discorso razionale (da cui ‘dialogo’), parola, e
infatti Girolamo traduce verbum, Verbo, messo in trono con la
maiuscola.
In principio era la Parola. In principio allora non c’era il puro
pensiero monologico ma la tensione dialogica e fonica verso un
altro, essendo la natura divina già verbale, sdoppiata e diversa in sé,
in quanto pensiero che parla. E non certo da solo. Un Dio che parla
da solo sarebbe comico. A chi parla allora? A un altro se stesso. Dio
padre parla a Cristo, che già coesiste presso di lui; il quale, anzi, è lui,
secondo Giovanni, da prima della costituzione creativa del mondo.
Come spesso capita quando si parte in modo molto solenne e
oracolare, il senso di quello che si dice, tenuto fermo soltanto dalla
volontà rivelativa, ondeggia paurosamente. Giovanni infatti
esordisce dicendo che in principio era il logos. Ma subito dopo dice
2740
che il logos era pros ton theon, presso il dio, dinnanzi a Dio. Come
presso? Come dinnanzi? Erano due allora? Egli torna a dire subito
dopo: kai theos en o logos. E Dio era il logos. Da uno a due, da due a
uno.
L’uso del polisindeto non indica allora un giustapporsi, una
sequenza, ma un’identità simultanea e paradossale, alogica: Dio è
intimamente doppio e uno dall’inizio, perché la sua natura è di
relazione, di intimo proslogos, dialogos proteso fin dal principio verso
un altro.
I conti devono tornare, i paradossi essere ordinati, la teologia
assumere un composto e sacerdotale tratto di pensiero, perché c’è in
Giovanni un forte odore di tempio.
Se Cristo è Dio, allora è eterno. Ma Cristo è un uomo. E allora ecco
che l’esordio del Vangelo si presenta in modo misterico, con Dio
che è uno in due. Un Dio che manda a incarnarsi, essendo padre e
figlio, coeterno di se stesso, quel se stesso destinato, diventando
uomo, a chiamarsi Cristo. Che è anch’esso paradosso, sì, ma in
un’attitudine molto più grave e impostata di quella propria degli altri
evangelisti i quali fede e amore li hanno appresi da Cristo soltanto
per le strade.
Goethe ha avuto un’intuizione provocante scrivendo nel Faust: Im
Anfang war die Tat: In principio era l’atto. Non il pensiero, non la
parola. Ed è pienamente comprensibile questo bisogno di schiodare
Giovanni dalla soggezione filosofica ai greci, che lo renderebbe già
pronto per l’intervento dialettico di Hegel. Manca ancora però un
ritocco essenziale, cosa che invece il tanto maltrattato Paolo (da
Nietzsche) ha colto in pieno: In principio è, e non già era, l’atto. In
quanto il principio è sempre oggi e l’azione divina è d’amore e,
soltanto in conseguenza di ciò, logos. L’amore inventa il logos.
E se si trattasse soltanto di un problema di dispositio retorica?
Giovanni stesso infatti parla più volte di agape divina, dell’amore che
da Dio e da Cristo si diffonde, come una corrente rapinosa ed
elettrizzante, tra gli uomini: “Poiché Dio ha così amato il mondo da
dare il suo figlio unigenito, affinché chiunque creda in lui non muoia
2741
ma abbia la vita eterna, la pienezza di vita (zoen aionion)”. Peccato
allora che Giovanni non abbia esordito con l’amore principiante e
generante: dal logos agapos al logos spermatikos al logos. Perché tutto il
suo Vangelo avremmo potuto leggerlo meglio in questa luce.
O il logos è sembrato all’evangelista esordiente più solido
dell’amore? Di qui la tristezza.
Giovanni, uomo assolutamente serio, “israelita senza frode”, come
Gesù definisce Natanaele, si è preso la responsabilità di incorniciare
l’opera di Cristo in una sua teologia, che tanto effetto ha avuto. Ma
che alla fine non è di gran conto se nessun credente vero si è mai
interessato appassionatamente a questa storia così grandiosa del
logos originario, la quale rischia in più di un passo di sfociare in una
visione rigida e categorica del male e del bene nella quale, a
differenza che per Eraclito, il male andrebbe annientato, andrebbe
illuminato a giorno. Che è come pretendere che il mondo non sia il
mondo. E nondimeno risentirsi se la salvezza non si attua proprio in
esso.
La tentazione di Prometeo
Non invidio Giovanni, perché genera una metafisica così seria e
gravemente atteggiata da farmi tentare da un mito insorgente con
potenza liberatoria: quello di Prometeo che si ribella a Zeus perché
vuole salvare la stirpe umana, destinata dal padre tiranno alla
distruzione. Egli ruba il fuoco agli dei e insegna agli uomini le
tecniche, comprese la matematica e la poesia. Per questo viene
incatenato a una roccia e torturato dall’aquila divina che gli mangia il
fegato. Sa la sua sorte e la sua condanna e nondimeno non recede
dalla pietà disinteressata e amorosa per gli uomini, mentre accusa
Zeus di tirannide. Impresa nella quale Eschilo, nel Prometeo incatenato,
si impegna con una determinazione così dura e priva di timori da
sconcertare chi pensa che i greci con gli dei ci andassero molto cauti.
Questo Prometeo ribelle a Zeus nutre per gli uomini un amore
disinteressato e pronto al sacrificio, forse addirittura più simile a
quello di Cristo di quanto non sia l’astrazione logica divina e
2742
planante (il logos) che si incarna in un uomo, nato duemila anni fa, e
tuttavia presunto come esistente dall’eternità. Cosa quest’ultima
contraddittoria al punto che i Vangeli non dicono che Cristo non
muore, continuando in nuova forma, tutta spirituale, la sua vita
eterna. Ma che muore e risorge. Allo stesso modo a chiare lettere
dicono che egli nasce dal grembo di Maria, nulla o quasi dicendo
della sua verginità, e mai che egli abbia assunto la forma corporea
attraverso una metamorfosi, il che trasformerebbe l’incarnazione in
un gioco di prestigio.
Io credo che Cristo sia il figlio prediletto, ispirato da Dio e ispirante
Dio, non Dio egli stesso, e ispiratore indispensabile di ogni uomo. E
tuttavia è evidente che la sua potenza comporta, per cattolici o per
liberi credenti e pensanti, che sia nato, realmente nato, e morto,
realmente morto, come qualunque altro uomo. E prima di nascere e
prima che il mondo nascesse non poteva essere da nessuna parte.
Anzi, ho la netta sensazione che questo suo nascere improvviso sia
indispensabile e appartenga a quei misteri freschi che non si
dovrebbero mai sgualcire con concetti teologici.
Non giudicare
“Dio infatti non ha mandato il figlio nel mondo per giudicare il
mondo (ina krine ton cosmon), ma perché il mondo si salvi mediante
lui” (1, 17). Non si tratta di giudizio bensì di amore.
Subito dopo Giovanni però scrive: “Chi crede in lui non viene
giudicato; ma chi non crede è già giudicato perché non crede nel
nome del figlio unigenito” (1, 18).
E conclude: “ E il giudizio è questo: è venuta la luce nel mondo ma
gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere
erano malvagie” (3, 19). Chi fa il male odia la luce.
Giovanni che Gesù, con Pietro e Giacomo, chiamava “i figli del
tuono” (se era davvero lui uno dei suoi discepoli prediletti), perché
impetuoso e irruente, non mi sembra da questi passaggi quel teologo
2743
chiaro e concatenato che la sua prosa solenne e forte ci induce,
quasi per via di suggestione, a credere.
Il mondo infatti, come scrive Leopardi nei Pensieri, per la prima volta
viene identificato da Gesù con la sfera del male, della menzogna,
dell’ingiustizia, della miscredenza. Tale mondo di male Dio vuole
salvare e ha mandato il figlio, che ha diffuso la sua luce d’amore,
senza giudicare, a tale scopo, rivolgendosi in modo speciale ai
peccatori, cioè a coloro che erano considerati malvagi. Mentre i veri
malvagi sono coloro che non hanno creduto in lui, giacché soltanto
un malvagio può odiare la luce, e quindi essi si giudicano da soli.
Essi hanno preferito liberamente le tenebre, mentre prima della
venuta di Cristo potevano essere ancora perdonati, non avendo
conosciuto la luce.
Le conseguenze di questo modo deformante di pensare sono
tremende: l’assassino, il ladro, il violento, lo spergiuro, il losco, lo
sleale, l’ambiguo, chi vende il suo corpo e la sua anima e un giorno
però prende a credere in Gesù, cambiando vita, sarà salvo. L’uomo e
la donna retti che non nuocciono agli altri e, se possono, giovano
loro, ma non credono che Gesù sia il messia, saranno tenuti per
malvagi e si perderanno.
Si vede bene come Giovanni, se concateniamo le sue affermazioni
quasi fossero argomenti teologici, dica il contrario di Cristo in nome
di Cristo, per quella doppia malattia che è un misto di zelo e di
bisogno di sicurezza giudiziaria, per quello spirito manicheo che
danni tanto più micidiali ha fatto, in quanto i loro depositari si
sentivano integri e schierati dalla parte giusta.
Questi discorsi sono invece, secondo me, in veste teologale, tre getti
impetuosi della sua indole passionale, inclinante al grave, al
doloroso, anche al tremendo. Indole che, in una personalità doppia e
inconciliata, convive con una altrettanto potente e pratica capacità di
amare e di diffondere l’amore.
Giovanni è sempre stato lontano dalla maestà serena e minerale
della sapienza di Eraclito, una strada maestra nella storia del
pensiero, proprio perché per lui il male è indispensabile quanto il
2744
bene, l’incredulità quanto la fede. Tanto più non è stata buona cosa
esordire con il logos, il quale va contro ogni forma di amore radicale
e scandaloso, urgente e invasato, e cioè contro ogni amore cristiano.
Il suo è un Vangelo di Dio, dove il padre che scende è il
protagonista mentre così facendo Giovanni finisce per derubarci
dell’inizio. Il nostro amore infatti inizia da Cristo, non dal Logos
paterno. In Lui nasciamo per la seconda volta e soltanto dopo
scopriamo la sua alta origine. Questa planata aerea fino
all’atterraggio del Logos presso di noi ci colma di ammirazione e
rispetto ma resta un preambolo teologico troppo metallico e
possente perché noi mortali possiamo coglierlo nell’amore. Chi mai
può amare un Logos? E chi mai può non amare Cristo?
Le tenebre non l’hanno compresa
Che cosa succede infatti? Kai to phos en te skotia phainei, kai e skotia
auto ou katelaben: E la luce splende nelle tenebre, e le tenebre non
l’hanno compresa.
Kata-lambano, cum-prehendo, afferro avvolgendo, prendo dentro di me,
abbraccio in me. Ci si potrebbe divertire a stuzzicare le parole, se è
vero che le tenebre non potranno mai comprendere la luce; è un
bene che non lo facciano, perché altrimenti vorrebbe dire che la luce
si accende e si spegne dentro di esse. Se le tenebre sono il male
come potrebbero mai comprendere, abbracciare, il bene? Molto più
naturale e utile semmai che accada il contrario. Se comprendere vuol
dire invece, nella metafora naturalizzata, pensare e capire che la luce
è luce, le tenebre dovrebbero al contempo capire che sono tenebre.
Ma allora il male non sarebbe male.
Come può la Luce che si rivela non soltanto non essere vista nella
sua evidenza radiosa ma addirittura essere scartata per le tenebre?
Così dicendo Giovanni dà un colpo alla natura umana terribile e
irreversibile, dalla quale non ci potremmo riprendere più. Ciechi
come talpe, e quindi maligni come demoni, noi restammo nelle
tenebre: la cosa è fatta per ottusità costitutiva, amen, addio.
2745
O invece la luce non è così potente da persuadere gli uomini a
vederla o noi uomini siamo conformati così male che, anche
vedendola, non ce ne facciamo convertire, essendo negati
nell’intimo alla luce?
Siamo ignoranti e quindi cattivi: ci troviamo in pieno intellettualismo
etico socratico. Invece siamo cattivi, e quindi ignoranti: ecco la
visione cristiana. Ora invece, con Giovanni, temo si debba dire:
Siamo cattivi e per giunta pure ignoranti.
Tale incompatibilità di natura tra Dio e gli uomini sarebbe allora una
cattiva novella, che ci darebbe un quadro tragico, quasi gnostico, che
sarà anche vero ma di un vero ateo e negativo, senza un fuoco
d’amore di fede.
La fede infatti è sempre nel presente e si proietta nel futuro
presente, proietta l’oggi in ogni domani, ma in questo caso
l’antropologia negativa, la delusione teologica e storica non lascia
viva che una fede di pensiero. La fede di pensiero è la teologia come
condizione grave e malinconica di una durata della religione nei
secoli. Ma non è la fede fede.
Lo riscrivo: “E il giudizio è questo: è venuta la luce nel mondo, ma
gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, giacché le loro opere
erano malvagie” (3, 19). Questo perfetto, egapesan, è terribile e
agghiacciante. Già definirlo, come in italiano, passato remoto,
“preferirono le tenebre”, migliora appena la situazione. La partita in
ogni caso è già stata giocata. Perfetto e passato remoto sono del
tutto alieni alla fede, del tutto incomprensibili all’amore, e un vero e
proprio peccato teologico. Esso ci dice infatti che gli uomini hanno
già preferito morire che vivere, persino di fronte al Cristo vivente in
carne e ossa.
E questo, Giovanni, è veramente troppo. Permetti che non ci
incoraggia molto sapere che questi nostri progenitori, gloriati dalla
folgorazione fisica e attuale della luce che noi non potremo mai
vedere finché campiamo, perché la visita cade una volta sola, non
hanno creduto e hanno addirittura preferito le tenebre del male.
2746
Cosa c’è stata? Una vera pestilenza di incredulità? Un’epidemia
tenebrosa di amanti della morte nei cinquant’anni seguiti alla morte
di Cristo? Oppure la luce è meglio non vederla, così ci resta
l’illusione di preferirla alle tenebre? Perché in realtà essa non è così
evidente, non è così potente?
Questo vuoto di fede e d’amore che Giovanni fa sentire, mentre le
comunità ardenti di fedeli si moltiplicavano, magari non tra i giudei,
che intanto si disperdevano, non era costellato forse di isole
amorose che lente e rapinose si espandevano? E perché non ne
parla? Fede chiama fede e amore amore, ma sembra quasi che egli
goda tenebrosamente l’incredulità vincente per uno spirito di
tristezza che lo abbia colto, al quale attinge per trarre la voluttà di
teologizzare. E per questo è stato tanto beneamato dai pensatori di
fede.
Giovanni è triste e vero
Il suo è un pensare solenne, liturgico, chiesastico, senile, è vero.
Eppure ancora una volta c’è in lui qualcosa di spaventosamente
onesto, al quale non si riesce a resistere. Egli dice le cose come
stanno, non trucca i fatti, non mente, non illude, non si esalta, non
consola e non conforta. E alla fine regge. Di Giovanni ci si può
fidare, perché è triste ed è vero.
Mancava un evangelista con queste corde per completare
un’antropologia concertata dei Vangeli: questo si saranno detti molti
teologi, non solo funzionari del pensiero ecclesiastico. Ed ecco che
c’è Giovanni e tutto torna a posto: l’armonia è salva. Tanti sono gli
uomini gravi nella chiesa, pessimisti, onesti in modo categorico,
asciutti, casti, malinconici e testardi: finalmente c’è un capostipite
che li autorizza alla loro tristezza filosofica.
Resta il fatto che a Giovanni si deve il massimo rispetto, perché egli
è ciascun uomo, un vero devoto dell’universale, uno con le idee fin
troppo chiare in materia di tenebre e di luce, uno che addirittura
comincia il suo Vangelo mettendosi di fianco a Dio, quasi esso fosse
un arché filosofico. E da lassù, dove vita e luce (zoe e phos) erano
2747
(badiamo bene: erano) la stessa cosa, discende come testimone in
assetto semiangelico, atterrando verso di noi e verso il nostro
mondo presente.
Gli increduli
Giovanni, in virtù del suo travaglio di credente incredulo, ci dice
ancora qualcosa di sé con l’uso dei verbi: la luce splende (phainei)
nelle tenebre, nel presente, e le tenebre non l’hanno compresa, ou
katelaben: nel perfetto, nel passato.
L’incredulità non è tuttavia per Giovanni, l’uomo dalla passione per
la simmetria, il problema più drammatico. Anzi, essa è per lui molto
meglio della credulità impulsiva e vacillante (1, 43 e ss.), come si
vede da questo racconto. Natanaele dice a Filippo, alludendo a
Gesù: “Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?” Filippo lo
invita ad andare con lui incontro a Gesù, che gli risponde e dice:
“Ecco un vero israelita in cui non c’è frode”. E Natanaele: “Come
mi conosci?” Gesù rispose: “Prima che Filippo ti chiamasse, ti ho
veduto quando eri sotto il fico” Gli replicò Natanaele: “Rabbi, tu sei
il figlio di Dio, tu sei il re di Israele.” Gesù rispose: “Poiché ti ho
detto di averti veduto sotto il fico, credi? Vedrai cose maggiori di
queste!” E gli disse: “In verità, in verità, vi dico: Vedrete il cielo
aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo.”
Gente che oggi crede e domani non crede, che oggi è incredula e
d’un tratto si converte. Gente che ha bisogno di toccare con mano,
di vedere il miracolo materiale e gente che neanche con il miracolo
crede. Gente che crede senza aver visto ma non regge. Il vero
dramma è la fluttuazione, l’oscillazione volubile, capricciosa, la
mancanza di tenuta di qualunque fede, dove almeno invece
l’incredulità tiene, è costante, tenace, è tenebra netta, decisa.
Gesù legge l’animo di tutti però Giovanni esagera, proiettando su di
lui il proprio carattere scettico sugli uomini, deluso e amareggiato,
quando scrive, e proprio a proposito di coloro che “credettero nel
suo nome alla vista dei prodigi” (1, 23-25): “Gesù però non si fidava
di loro, perché li conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno gli
2748
desse testimonianza su un uomo, sapeva infatti da sé quello che c’era
in quell’uomo.”
Gli ebrei proprio non ci volevano credere. Pretendere che Cristo
rivoluzionasse la fede ebraica dal di dentro, convertendo gli ebrei, è
stata la dolorosa illusione di Giovanni, che lo fa soffrire vanamente.
Infatti, anche se qualche ebreo si è convertito, sempre meno nei
secoli, la religione ebraica è sopravvissuta indifferente a Cristo, e lui
ci riferisce con toni tragici di come sia stato così fin dall’inizio.
Giovanni, da sacerdote levita, vede il mondo, com’è naturale, come
un cosmo ebreo che non è stato né trasfigurato né convertito dal
Figlio dell’uomo. E neanche scosso più di tanto.
E questo Vangelo è pregno della tristezza veggente di chi ha intuito
che cristianesimo ed ebraismo vanno e procederanno ciascuno per
suo conto, costituendo così per lui una tragedia nella tragedia: la
scomposizione perenne di luce e tenebre.
Nondimeno, non potendo di certo Giovanni mai pensare che
l’ebraismo, che Cristo non nega ma compie, fosse il male, egli resta
di sasso, di fronte a questa conseguenza: qualcosa di decisivo si
inceppa nel suo piano spirituale e mentale. E la robusta incredulità
giudaica resta per lui come un fenomeno tanto insormontabile
quanto incomprensibile.
La donna madonna
Leggendo i Vangeli è fin troppo chiaro che la famiglia è vista come
un pericolo, un freno, una rete quando, come ogni famiglia, diventa
vischiosa, secerne resine e succhi che filano una rete collosa e uno si
ritrova che non sa più chi è e che fa. Gesù non è un figlio di
famiglia. Il padre terreno non lo nomina, la madre la tratta con
autonomia di spirito completa. Sua madre e suoi fratelli veri, dice,
sono coloro che credono. Nessuno è meno adatto ad accogliere un
profeta dei suoi congiunti, che l’hanno visto crescere.
Il cristianesimo è per la liberazione dalla famiglia. Il cattolicesimo
invece, dominato dal matriarcato mediterraneo, si fonda sulla
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famiglia e prospera su di essa, trasformando l’uomo libero in uomo
di famiglia.
Ciò che è familiare, di famiglia, è il contrario dello straniero,
dell’alieno, dell’emarginato, ai quali il cristiano si rivolge.
Molti cattolici si creano comunità di credenti, movimenti religiosi,
associazioni, altrettanto importanti o di più, della famiglia di sangue
e di scelta, che anch’essi però fanno famiglia, un famiglia religiosa
che è ancora più pressante dell’altra, fatta almeno di persone diverse
mentre la comunità specializzata di credenti rende tutti omogenei in
una forma di fede esclusiva e speciale.
L’amore di Dio viene usato come solvente nelle scabrose relazioni
umane, ammorbidendo la convivenza dei membri, i quali non sanno
più amare uno in esclusiva, unico modo d’amare, almeno a
intermittenza, per essere festosamente uniti agli altri membri in un
non amore cremoso e piacevole, nel quale stemperano le loro
passioni personali, impedendo che insorgano le cattive e le buone,
accettando tutti spiritosamente, basta che nessuno si accampi come
persona unica e allergica anche a uno solo dei cibi della mensa
comunitaria.
Non appena uno di loro non è più capace di ridere, di gioire, di
scherzare, di portarsi in giro, è inghiottito dal dolore, essi lo
tollerano e lo rispettano, mettendolo in stand by per un lungo tempo
ma senza mai entrare nel suo mondo. Se inghiottito dalla morte lo
lanciano nei loro cuori in paradiso, affidandolo a Dio, già subito
dopo la sua scomparsa. Perché nessun sentimento personale reale li
ha mai legati, ma soltanto un miele collettivo, in certi casi anche se è
un congiunto di sangue. Essi infatti non concepiscono il dolore, la
solitudine, la disperazione che per loro sono atei.
Il culto della madonna, diventata una dea nel cattolicesimo per
ragioni antropologiche e spirituali profonde, indispensabili
all’equilibrio interiore di milioni di donne, non trova nei Vangeli un
appiglio solido. Era la madre di Gesù, onorata per questo, ma non
santificata. Era una madre, disperata davanti alla croce. Quando dice
al figlio: “Non hanno il vino,” Gesù le risponde: “E che cosa a te e a
2750
me, donna?” Non è ancora il momento che il vino del suo sangue
scorra. Non è ancora il momento che al figlio e alla madre importi,
che li rileghi in modo indissolubile.
La madonna è una vera e profonda madre, non una dea. Per questo
tante donne si riconoscono in essa.
La samaritana, Marta e Maria, le donne predilette di Gesù,
soprattutto la seconda, che gli lava i piedi e glieli asciuga coi capelli,
che lo cosparge di nardo riempiendo di profumo tutta la stanza,
scena con la quale è detto tutto della purezza amorosa tra Gesù
maschio e Maria femmina, sono chiamate “donna” con un tono che
non ha bisogno di commenti, emanando già una luce limpida che
dice tutto.
Fissare negli occhi: un gesto pregnante, come quando Giovanni (1,
36) emblepsas, fissando, Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di
Dio.” E così Gesù, fissando Simone, disse: “Tu sei Simone, figlio di
Giovanni; tu ti chiamerai Cefa”, che vale a dire Pietro.
Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono? (1, 46)
Da dove vieni? Di dove sei? Questa domanda risuona sempre, dai
tempi dell’Odissea ogni volta che lo straniero o il forestiero si
presenta, tanto più se marca il territorio con la sua personalità o se
lo minaccia con la sua diversità, come se il luogo della nascita e della
vita precedente fossero decisivi, quasi fossimo un vino che si giudica
dal terreno o un animale che si identifica dalla savana o dalla foresta
d’origine. Mentre lo spirito non si sa da dove viene né dove va: “Il
vento (pneuma) soffia dove vuole e ne odi la voce, ma non sai da
dove venga o dove vada: così è di chiunque è nato dallo Spirito”
(3,8).
Annuncio del sacrificio
Nel Vangelo di Giovanni il sacrificio della croce viene annunziato di
continuo da Cristo, dalle nozze di Cana a quando cacciò i mercanti
2751
dal tempio e i giudei gli chiesero un segno: “Disfate questo tempio, e
in tre giorni lo innalzerò,” intendendo il tempio del suo corpo.
Giovanni trasmette la sua precipitazione ansiogena, la sua volontà
che la morte arrivi al più presto e al meglio perché il destino si
compia, attitudine tipica dei vecchi, che vogliono che tutto si chiuda,
si completi, si sbrighi e si risolva al più presto, per sistemare le cose
una volta per tutte. Ecco perché la storia che dare la vita è sommo
amore è così insistita. Dare la vita però, non dare la morte, come
molti fraintendono.
Amore personale
Gesù, come il pastore, conosce le sue pecore per nome e loro
conoscono lui. L’amore è strettamente personale. Non per tutti, per
ciascuno.
Chi è il cieco?
Gesù dice che non si salveranno coloro che credono di vedere,
mentre i ciechi si salveranno. Un credente ortodosso crede di
vedere, non sa di essere cieco. Un eretico sa la sua cecità. Cosa ne
trai?
9-15 agosto
Confessione tra le ortiche
Un prete cattolico, uomo di carattere forte, uno strano misto di
intransigente e di libertario, un tipo di personalità molto diffusa nel
clero, e che perciò non faceva presagire in nessun modo la sua
decisione, un giorno gettò la tonaca alle ortiche, come si diceva una
volta. Cosa che lui fece alla lettera. E nelle tasche venne trovata
questa confessione, che attesta quel suo “fare troppo una questione
personale delle cose dello spirito”, come ha commentato il suo
vescovo, ma anche “un’intuizione del carattere di Giovanni da non
prendere sotto gamba,” secondo le parole di un monaco di Fonte
2752
Avellana. Questi, non tra i più amati da quel vescovo, ne ha dato
una lettura pubblica, che ho ascoltato anch’io, presso la cattedra dei
non credenti dell’eremo di Monte Giove. Ricopierò di seguito la
lettera per gentile concessione dell’autore. Come si vedrà, più di uno
spunto mi è giunto da essa per gli ultimi miei pensieri, benché io
cammini in un altro sentiero, e a maggior ragione è giusto riportarla.
“Caro Giovanni,
chiunque tu sia, compagno nelle mie notti di sentinella, perché
guardi così di fianco Cristo in questo Vangelo, che non annuncia
come gli altri una buona novella squillante e irrompente, ma vive un
crepuscolo di incredulità e di fede con un’onestà che strazia. Sei un
uomo saldo e franco, con la tua teologia, che è una controffensiva
all’incredulità degli uomini, e forse anche alla tua, che per tanti
decenni hai respirato, tanto che sento il bisogno di scrivere proprio
e solo a te.
Ma da dove viene l’angoscia che promana da quello scrivi? Permetti
ti dica che non è lecito spargere tristezza sulla memoria di Cristo,
anche se spirituale e profonda. Tutto ma la tristezza no! Il dolore
pazzo, l’audacia, il rischio, la partita mortale, la vigilanza, l’impeto
dell’amore, l’intuizione discriminante, il miracolo, il gesto, la luce
radiosa dello sguardo o la luce tagliente delle parole. Ma non la
tristezza retrospettiva.”
“Ti vedo come il vero fondatore della chiesa, che è triste, perché è
realista, nella misura in cui è teologica, mentre è allegra solo quando
incontra i poveri e i reietti. Come un onest’uomo che fonda
un’onesta chiesa, perciò, ma forse troppo onesto, solo, disincantato,
dal cuore anziano. Non si dovrebbe mai diventare anziani nelle cose
d’amore. Questo è un peccato che perfino un selvatico come io
sono diventato potrebbe rimproverarti. Benché nessuno possa
privarti dei tuoi meriti di benefattore dell’umanità che, si sa, deve
essere grata agli onesti, tanto più se sono tristi. Di chi altri infatti
potremmo fidarci?”
“Quando hai scritto il tuo Vangelo eri vecchio. Sempre che fossi tu
l’apostolo, il testimone oculare, allora poco più di un ragazzo,
diventato da anziano così preciso nei riferimenti storici, così poco
incline all’entusiasmo, così realista nel dipingere la cerchia
2753
soffocante degli increduli, l’odio attizzato contro Cristo, la violenza
della persecuzione, l’urto, la rissa, l’aggressione, l’ottusità, il calcolo
politico per salvare dai romani la nazione ebraica, l’impotenza,
addirittura scomposta, di Cristo. Quando lo fai gridare nella
sinagoga, non sarai stato però forse troppo oculare, troppo letterale?
E perché hai aspettato cinquant’anni per scrivere? Deluso e
scontento, e insieme dottrinario e geometrico nella sintesi potente
dei tuoi discorsi, a chi ti rivolgi? Perché fai risentire così gravemente
la verità? Perché insisti a considerarla impotente?”
“Giuda, demoniaco, tradisce, Pietro rinnega, nessuno è affidabile. I
toni sono quelli del sacerdote pensoso di fronte ai miscredenti. Di
colui che attacca gli uomini perché ormai li conosce fin troppo. Ma
se li conosci fin troppo come puoi credere?
Non solo le vicende di Cristo, che nelle tue parole non riconosco
sempre, o vedo spesso dall’esterno e dal freddo, le narri in modo
retrospettivo, il che è un modo per scioglierlo, e quasi annullarlo, nel
Logos eterno, quasi come un’occasione (tremo nel dirlo) cruciale e
mancata, ma il presente stesso non lo senti e non lo fai pulsare. Il
futuro per te quasi non esiste o è catastrofico (se hai scritto tu
l’Apocalisse). Tu vuoi solo l’eterno come se non si fosse incarnato,
come se la nostra vita effimera non ne fosse la linfa.”
“I toni sono di chi è più morto che vivo nel cuore per essere più
vivo che morto nel pensiero. Vivo solo nell’attestare, nel certificare,
notificare e dichiarare la verità. Vecchio esemplare, puro, integro,
senza allegria inventiva, senza fuoco artistico, ammirevole per
integrità e pregnanza ma esacerbato dall’imminenza della fine, dal
sentore dell’apocalisse che, a questo punto, non potrà che far
scatenare la tua bile nera, risvegliando esso finalmente, se ne sei
davvero l’autore, tutta la tua passione più profonda, la tua
immaginazione nera più sfrenata.”
La lettera dell’ex prete finisce così, in modo secco. In tal caso, se
Giovanni fosse l’autore dell’Apocalisse, si tratterebbe in effetti di uno
sdoppiamento di personalità tanto estremo quanto coerente: la
fantasia degli onesti è sempre apocalittica. Per questo è forse meglio
2754
che essi non ne abbiano. E credo che questo prete abbia scritto a
Giovanni perché è come lui, soltanto meno saldo, meno integro,
meno ricco di fede, e quindi meno dotato e fortunato. Non si
spiegherebbe altrimenti il fatto che ora si guadagni da vivere, e bene,
scrivendo, con uno pseudonimo, thriller popolari sulla fine del
mondo.
Ma proprio per questo temo, pur dandogli ragione su qualche
sensazione e provando simpatia per lui, che non abbia capito a
fondo l’evangelista, questo santo serio e veritiero, addirittura
indispensabile e liberatorio per noi che troppo spesso siamo tristi,
quasi sempre siamo increduli. E mi trovo scandalosamente a
condividere il parere di quel vescovo che diceva che non si deve fare
“una questione troppo personale nelle cose dello spirito.”
18 agosto
Cristo è in prossimità di morte. Il mondo è per Giovanni in
prossimità di morte. Ma il mondo continua, sordo, incredulo,
necessario, a vivere. Ecco che il cattolicesimo, erede di Giuda
quanto di Pietro, adatta il Cristo, tradendolo, al necessario, e lo lega
al mondo, cioè al male, facendo tutt’uno di fede e di incredulità, di
male e di bene.
Un vecchio cardinale
“Non saremmo che una conventicola di sfigati,” pensò il vecchio
cardinale, “se non facessimo così,” masticando svogliato un filetto e
bevendo un vino dei Castelli, mentre ascoltava in televisione gli
attacchi dei giornalisti al Vaticano per le sue operazioni bancarie
amorali. “Il principe di questo mondo deve assaggiare la frusta,
sentire che abbiamo il potere, per starsene buono. E dite pure quello
che volete.” Gli venne in mente un aforisma: Il bene batte il male
con il male. “Meglio dimenticarlo. Sa di eresia,” e sorrise
tristemente.
2755
Lo stesso cardinale stava tranquillo: insorgono sempre nella chiesa
illuminati, santi e testimoni, quasi ogni giorno. Loro invece sono la
parte amministrativa, i riciclatori degli animi sporchi, quelli che
fanno il lavoro che nessuno vuole fare, perché tu, missionario
visionario, possa far splendere il tuo amore tra i poveri. “Fossi al tuo
posto, avessi le tue energie, fossi giovane come te,” si disse il
cardinale, guardando con gli occhi lucidi il servizio televisivo
sull’Etiopia, “ma presto me ne andrò, nell’ospizio del Purgatorio. E
forse ne sono contento.”
Tutti i cardinali, i vescovi, i preti sanno che il mondo non finirà
prossimamente. Il mondo durerà molto a lungo ed essi devono
prepararsi, prevenirsi ed equipaggiarsi perché la chiesa possa
governarlo e temperarne le violenze anche in futuro. La chiesa è
vecchia e, come tutti i vecchi, molto previdente. Deve essere avara,
risparmiare, mettere da parte, fare provviste, non finisce mica
domani la partita. Se infatti i vecchi muoiono, la chiesa invecchia
senza mai morire e, si spera, col sangue nuovo che le viene trasfuso
ogni giorno dai giovani, durerà quanto il mondo.
Per chi ama in effetti questo mondo dura sempre troppo, tanto da
mettere l’amore alla più dura della prove: la durata. Il sempre terreno
della natura è il contrario del sempre ora dell’amore.
È l’amore che fa il mondo ma il disamore che lo fa durare.
Il vecchio cardinale però, all’opposto dell’ex prete, non faceva una
questione abbastanza personale delle cose dello spirito.
19 agosto
Scultura, incultura
Scultura, a guardare molte esposizioni di questi anni, viene in mente
che significhi “incultura” e che vicino al colto si debba rubricare lo
“scolto”, colui cioè che crede che tutto il talento stia nelle mani, e
che nell’atto di modellare, sbalzare, plasmare, intagliare, incidere
2756
esso diventi magicamente operativo, se si vibra di una tensione
passionale e si lascia irrompere il genio del corpo.
Intuisco che invece tutto nasce da una visione invisibile, che prende
la mente e che si forma soltanto dopo uno studio ossessivo, anche
pratico, fatto non soltanto di visite ai musei e agli atelier degli amici
e sfogliando libri di storia dell’arte ma leggendo di tutto, sia pure,
anche remoto dal proprio campo. Una cultura che si forma, e
attacca, come la neve, se e quando c’è una vita che brucia ogni
minuto. Allora, sì, le mani sentono e pensano.
Leopardi ha scritto pochissimo sulla scultura, quattro o cinque
passaggi in tutto lo Zibaldone. Ma leggo questo passo: “Piacere della
vita. Una statua, una pittura con un gesto, un portamento, un moto
vivo, spiccato e ardito, ancorché non bello questo né bene eseguita
quella, ci rapisce subito gli occhi e, ancorché in una galleria d’altre
mille, ci diletta, almeno a prima vista più che tutte queste altre, s’elle
sono di atto riposato, seppure perfettissime” (pp. 4021-22).
Tanto Leopardi amava la vita, il moto, l’impeto, l’ardore che perfino
nella scultura subito li persegue, anche a scapito della maestria
formale, dissentendo da Madame de Staël che, nella Corinne ou de
l’Italie, considerava pregio delle statue greche lo stato di riposo, fonte
di quiete contemplativa.
La vita biologica va dal moto alla quiete, dalla vita all’immobilità
della morte. La scultura va al contrario, dall’immoto, dal fisso, dal
rigido, della materia morta verso la vita delle emozioni, la vivacità
delle sensazioni, la vibrazione dei sentimenti. Essa non può mai
essere mortuaria, benché soggetto ne sia un compianto funebre, un
“corrotto”, come lo chiama Jacopone da Todi. Anche quando ha a
che fare col dolore e con la morte, il sentire va verso la potenza
vitale, il gioco delle passioni, l’energia dei vivi.
Tutta la scultura contemporanea, o quasi, sempre più affine alla
ricerca poetica, si muove nell’indefinito. Situazioni enigmatiche,
sguardi verso un altrove, portamenti esitanti, movenze fluttuanti, di
volti sfumati e di corpi anch’essi rimescolati con membra artificiali o
desnodati, componendo il figurativo e l’astratto, e cioè il mondo di
2757
fuori e il mondo di dentro, il sogno e la veglia, le cose viste e le cose
sentite.
Nulla come l’indefinito chiama a un’arte non dico dell’esattezza ma
della corrispondenza con una vita interiore, e con la sua potenza e
articolazione, proprio come in Leopardi. Mentre un effetto
indefinito che nasce da una poetica e da una visione della realtà
anch’essa indefinita, non è che oscillazione e scossa, fluttuazione e
montaggio artificiale della materia e dei sensi, tranne se l’artista ha
una vita spirituale vera, la quale timbra sempre la materia, non si sa
come, e nel suo modo.
Ascoltando o leggendo una poesia si forma una visione interiore, si
sveglia un mondo di fantasmi che restano invisibili. Guardando una
scultura in una piazza accade il contrario: la visione interiore diventa
cosa vista e le esperienze dentro cui è nata sono esse a diventare
invisibili. Un frammento di psiche tra panchine, piante, palazzi,
gelaterie, negozi, diventata visione visibile. Naturale che lo sconcerto
insorga e che ci si domandi: “Cos’è? E che ci fa qua?”
Tu vedi coi sensi una memoria, un desiderio, un’immaginazione,
un’emozione, un’idea, e assomiglia a un brano di sogno. Non potrai
consuonare con quella scultura, finché per te la vita interiore non
sarà reale. Di qui il carattere aristocratico della scultura di oggi,
destinata alle anime visionarie.
Nella scultura il corpo è l’anima, l’anima il corpo. Difficile reggere
questa sorpresa violenta.
Non parliamo di creazione in arte, meno che mai per gli scultori.
Stanno giorni interi a lavorare di mano. Assomigliano più a
contadini, a operai, ad artigiani, mossi da una fede artistica.
22 agosto
Ninfee
2758
La natura umana è una ed è quella. Ma ci sono uomini e donne che
vorrebbero convincere sé e gli altri di non parteciparne, o
mostrandosi e ritenendosi amici di tutti o negando la minima vanità
e ambizione o insistendo a dirsi ingenui quando sono navigati o
affermando di soffrire solo per i mali del mondo e non per sé, o
dicendo di dare soltanto senza mai ricevere oppure smentendo di
aver mai usato un altro ai propri scopi o dichiarando di non pensare
mai al sesso quando amano. A forza di crederci essi diventano
davvero diversi, galleggiando come ninfee nello stagno delle passioni
umane, in questo modo rifiutandosi di condividere il male che
anch’essi fanno, senza volersene accorgere, con il loro dondolio
beato di fiori rari, mentre ranocchie e bisce lottano per la vita, sotto
la dolente ed estetica pietà di quella flora pura e sognante.
L’esercito della vita
Che gli eventi precipitino è l’ultimo desiderio dei disperati.
E quando sai che fatalmente accadrà qualcosa che porrà fine a un
tuo bene, a un piacere profondo, finché la cosa non è accaduta e sta
per accadere, tu ne parli in modo asciutto e quasi fiero, non dico con
soddisfazione, giacché sarà la tua condanna, ma perché nel dolore ti
dà conforto schierarti dalla parte della forza del destino, ancora per
poco a tuo favore, quella stessa potenza che ti schiaccerà il cuore,
trasformandoti in un soldato mercenario dell’esercito della vita.
E prima di tutti si comportano così le donne, da sempre soldatesse
volontarie e disinteressate di quell’esercito, come spiega Eschilo nei
Sette contro Tebe, tragedia nella quale le donne piangono in pubblico,
si disperano apertamente per l’avanzata della guerra, l’esercito della
morte, disprezzate dai maschi, ma il quale poi, proprio grazie a loro,
ispirate dagli dei e pronte a pregarli, sempre dovrà cedere all’altro,
attraverso il pianto e la disperazione, pur lasciando sul campo i
cadaveri dei più giovani: all’esercito della vita, guidato da Dike, la
giustizia.
2759
Uno di quei giovani, prima di morire, immagino dica in cuore alla
sua donna “Mi manchi molto. E conto i minuti che mi separano da
quando non potrò vederti più.”
Eventi disperati che non dipendono da nessuno ed eventi che
dipendono dalla volontà di due persone. Eventi che dividono
legando: disperazione di coppia.
25 agosto
Interesse a fare il bene
Siamo inclini a pensare che ogni sentimento sincero sia e debba
essere disinteressato e che l’atto più puro sia quello che non si
ripromette e neanche consegue un utile personale. Così, quando
qualcuno realizza il bene di un altro sortendone un vantaggio
pratico, diffidiamo della sua purezza.
Il fatto è che però un sentimento sincero, un’azione pura aspirano
sempre a un interesse anche personale, almeno simbolico, un senso
di gratificazione e di potere, perché è naturale e giusto che l’agire
buono sia efficace e fonte di piacere per chi se ne avvale come per
chi lo dispensa. Senza uno scopo pratico, senza un effetto vigoroso,
senza un potenziamento vitale, un sentimento e un atto, per quanto
puri e liberi, confermerebbero altrimenti la separazione netta tra il
male, sempre efficace e utile a qualcuno e per qualcosa, e il bene,
sempre inutile e inabile, confinato in una sfera tutta spirituale e
interiore, indebolendone ancora di più l’incidenza e dando ragione a
quanti lo sospirano e lo compiangono come cosa di sogno.
Amore e virtù
Propria dell’amore più vivo è la dedizione al bene di chi si ama. Nel
caso di due amanti questo può comportare la rinuncia, nel senso che
un uomo che ami una donna sposata debba rinunciare al bene suo
per quello di lei, non irrompendo con violenza nella sua famiglia,
essendo in suo potere la donna. Egli sacrifica così il bene proprio,
2760
ma anche quello di colei che, amandolo, lo fa consistere nel
ricambiarlo a lui. E così sacrificandosi insieme, gli amanti clandestini
non spengono ma fanno diventare cristiano il loro amore, non più
concorrente con quello matrimoniale, ma parallelo a esso, e
duplicato in modo che non si capisce più perché essere amanti.
Si pretende dall’amore che superi ogni altro bene e interesse, pena il
sospetto che non sia così forte e sincero come credono, se non nel
rapimento, nel dilagamento, nell’inondazione, neanche fosse una
potenza selvaggia della natura. Chi ama, si dice, vuole fatti, non
parole. E alla fine i fatti devono unire per sempre gli amanti, costi
quel che costi. Ma migliaia sono i casi in cui, così procedendo, e
avendo gli amanti seminato il dolore intorno, i due si ritrovano di
colpo soli uno davanti all’altro e si accorgono che la loro unione non
è più possibile proprio quando è finalmente possibile.
Nell’amore infatti c’è un’aspirazione di perfezionamento anche
morale, benché di una morale difforme da quella religiosa, basata
cioè sul coraggio, sull’onestà più ardita, sul sacrificio di sé, sulla
libertà di spirito, che purifichino però dalla bassezza e doppiezza, dal
calcolo e dalla sporcizia, tanto più dalla premeditazione di un
omicidio d’anima, essendo l’amore un quasi selvaggio alleato della
vita, ma pretendendo al contempo di essere il più immacolato, cosa
impossibile se non nel picco del sentimento puro e interno. O
altrimenti, nella rinuncia.
Le coppie di amanti criminali, che uccidono, non nell’anima ma nel
corpo, il coniuge indesiderato, raramente sopravvivono insieme,
come tanti film denunciano, perché la complicità nel male degli
amanti finisce per separarli e farli diventare impraticabili l’uno
all’altro.
Ecco che, lasciando stare l’assassinio concertato, che è sempre
effetto di un disamore imbizzarrito che gioca l’ultima carta in modo
suicida, la virtù, che consiste anche nel non far soffrire gli innocenti,
impedisce agli amanti di coltivare il loro amore, che viene così
disinnescato nella sua carica antisociale, per sopravvivere in modo
spirituale e segreto, giacché non puoi smettere di amare per volontà.
2761
Ma tranne in casi più unici che rari, finisce col cadere in letargo, se
non per spegnersi.
Il caso di Abelardo ed Eloisa è rimasto infatti leggendario non per
lui ma per lei, che è sempre rimasta espressamente innamorata di lui,
anche svolgendo il suo incarico di badessa nel modo più decoroso, e
che non ha mancato mai di ricordarglielo, con una franchezza,
vincente senza volerlo, che ha fatto piegare il capo anche ai giudici
religiosi, in altri casi severi e spietati, tanto che i loro corpi vennero
sepolti l’uno al fianco dell’altra, cosa oggi impensabile.
Quando infatti gli altri sentono che regge nel cuore un amore
disinteressato, l’invidia e lo sdegno vengono disarmati, suscitando
una simpatia invincibile, se anche nulla fanno per incoraggiarlo,
quasi a quel punto venissero a cadere le differenze tra amore
passionale e amore cristiano, al punto che si verificano casi di donne
(perché gli uomini non lo capiscono) clementi verso l’amore che ha
acceso il loro sposo per un’altra, se spirituale e segreto.
Di tali donne ne ho conosciute più di una, ma in decenni passati,
non perché la mente femminile fosse più aperta in materia sessuale,
cosa per altro vera, ma perché più sensibile alla potenza dell’amore
puro, specialmente nelle meno colte e più popolari.
Fenomeno antico, questo, e del tutto diverso dalla libertà sessuale di
comportamenti femminili, vigente negli anni sessanta e settanta, oggi
inconcepibile, quando una ricchezza sconcertante di esperimenti e
pratiche libertarie avevano inondato le società occidentali,
ammettendo amori concorrenti e conviventi, unioni libere ed
esplorative, al punto di intimidire e sconcertare noi uomini,
sofferenti dietro alle ragazze che si muovevano agilmente perfino in
quei triangoli che Nietzsche aveva sognato vanamente con Lou
Salomè e Paul Rée. Esperienze molto in uso fin dalla fine
dell’Ottocento nella borghesia alta, colta e liberale e quasi scomparse
oggi o sottaciute, nell’imperio odierno del puritanesimo sottostante a
tanto puttaneggiare superficiale ed estetico.
Ardimento femminile
2762
Il risalire alla fonte dell’amore, laddove esso è ancora indistinto, lo
purifica e rende inerme il cuore di tutti come, oso dire, nel caso della
Maria che asciuga i piedi di Cristo con i suoi capelli, gesto che non
potrai dire di per sé innocuo, anzi intimo e audace oltre misura,
eppure se pensi male sarai tu a dovertene vergognare e non potrai
propalare i tuoi sospetti di eros senza essere tenuto per un uomo
morboso e ottuso. E giustamente, perché quell’audacia di Maria,
sorella di Marta, libera tutti.
Le donne hanno sempre avuto più audacia degli uomini in questi
gesti. Pensiamo a quante donne sono lapidate oggi, o minacciate di
lapidazione, perché adultere o ammazzate dai familiari perché hanno
scelto di amare un occidentale. E nondimeno esse, amando,
mettono a rischio la loro vita senza pensarci, mentre sappiamo tutti
che i maschi occidentali hanno una paura matta di andare con le
musulmane perché non dico i mariti ma i padri e i fratelli, almeno
nella loro fantasia, non ci penserebbero due volte a risolvere la cosa
alla radice.
Io credo che questo ardimento femminile derivi dal fatto che il loro
amore da amante è più vicino alla fonte, e cioè più indistinto e
indefinito nel genere, potendo essere insieme di sorella, di figlia, di
madre, di amica in modo a volte quasi indifferente, mentre noi
uomini abbiamo bisogno di sapere sempre che razza precisa di
amore sia il nostro, per tenerne ben separati i tipi l’uno dall’altro,
cosa per noi più facile, essendo meno potente la nostra facoltà
d’amare, a meno che non si riversi tutta e in modo radicale e
ossessivo in un’unica specie.
Per questo vedi la suora singolarmente libera nella verginità e il prete
singolarmente legato e travagliato nella castità. La prima restando
donna, tale quale come sarebbe una madre o una moglie, perché il
suo amore per Dio e per gli uomini continua serenamente a
partecipare di quelle forme, mai solo sensuali, anche nelle donne
libere di unirsi agli uomini, mentre il prete cattolico è sempre lì che
ha paura che di colpo il suo amore spirituale non perda l’alveo e non
si rovesci con desiderio fisico tempestoso su di una sola donna. O
peggio.
2763
Amori scandalosi
Non c’è amore senza scandalo. Esso, fenomeno raro ed estremo, si
nutre di paradossi e impossibilità sociali: l’uomo maturo, e perfino
anziano, con la ragazza; la quarantenne con l’adolescente; la sposata
con l’uomo libero; il prete con la donna atea e ribelle; la bella con il
brutto; la donna pragmatica e ambiziosa con il nullafacente; l’uomo
tutto cervello con la svampita; il pudico con la ninfomane; Il giallo
con la bianca, il nero con la rossa, il povero con la ricca, un sesso
con se stesso; in un continuo ribaltamento dei ruoli, dei valori, delle
classi, delle etnie, dei dettami religiosi.
La società è sempre contro tale facoltà libertaria d’amare, sdegnata,
scandalizzata. I disamanti disapprovano concordi, biasimano,
irridono, motteggiano, quando non fanno violenza manifesta,
vendicandosi, in nome di quel giusto mezzo che è il non amore,
rinvigorendo sempre l’amore che si nutre di rivolta e di fierezza, se
non lo stroncano con la forza.
Ma se le cause di scandalo di un amore si intuiscono correntemente,
si è perso quasi del tutto il carattere scandaloso della fede, in quanto
essa è diventata istituzionale e protetta dai governi e dai
benpensanti. Col risultato di renderla ovvia, tiepida e abitudinaria.
21 agosto
Umiltà oggettiva
Giorni sprecati, indulgenza versata a piene mani su noi stessi, pietà
per le nostre debolezze, dolore falso per il dolore vero. Padri, figli,
madri, fratelli, amanti di noi stessi, quante volte siamo caduti e
cadremo nella trappola di credere, soltanto perché siamo dentro
questo corpo, che il mondo abbia verso di noi qualche dovere, che
gli altri non possano rimandare la scoperta del tesoro che siamo,
che Dio ci debba qualcosa, e addirittura ci ami.
2764
Non ho fatto nessuna scoperta scientifica, non ho composto
nessun’opera musicale, non ho disegnato né scolpito nulla, né
dipinto qualcosa di memorabile. Non ho mai vinto gare nazionali o
internazionali in nessuno sport, non ho scalato vette né per la prima
né per la centesima volta. Non ho navigato in solitaria nell’oceano
né corso ancora una sola maratona. Non ho salvato la vita a
nessuno. Tra tanto non aver fatto, cosa sto facendo intanto? Pensare
e scrivere, mentre gli altri agiscono?
E se la vita stessa fosse per noi una scoperta scientifica, un’opera
musicale, un quadro, una scultura, un oceano, una vetta, un
salvataggio? E nessun altro può scoprirla al posto nostro, può
musicarla, può dipingerla, può scolpirla, può scalarla, può salvarla.
Posto che salvare la propria è sempre per forza salvare anche quella
di un altro. Tanto che non si comprende perché siano così rari gli
uomini che sentono il bisogno di condividerla e metterla per iscritto,
visto che soltanto loro la sanno.
Le donne, le più capaci di franchezza, preferiscono dirle in faccia le
cose, così le adattano alla persona e alla situazione, rifuggendo da
pensieri astratti e scorporati. Esse vedono e tengono in conto i tratti
universali della natura ma li devono nominare volta per volta, nel
caso esatto in cui si presentano e sotto i loro occhi, affinché il dirlo
sia efficace e ne possano saggiare l’effetto.
Vano obiettare che una marea di gente scrive, se pensano ciò che
pensa il cervello mondiale o locale e si elettrizzano, correndovi
eccitati dentro, oppure inventano sentimenti e idee confacenti alle
poesie o ai racconti o ai saggi che quel cervello decide di produrre. Il
mondo-uomo scrive e pensa in loro ciò che sappiamo già. Ed è
grandiosamente identico a se stesso. Mentre è dell’uomo-mondo,
che sgambetta piccolo piccolo attaccato per la schiena a un lembo
microscopico del mondo, che vorremmo avere notizia.
26 agosto
Se resisto diventa più forte, se mi arrendo, incrudisce. Se me ne
dimentico, mi agguanta di colpo, se me ne ricordo mi fa di nuovo
2765
soffrire, se voglio risolverlo è impossibile, se lo raggiungo diventa
inafferrabile. All’amore non c’è scampo, se non nell’amore.
27 agosto
Cronache del caso e del fato
Una bambina di dodici anni cade in una buca nella sabbia che aveva
scavato in una spiaggia della Gironda e muore soffocata. Una sposa
si fa fotografare in riva al lago nel Quebec ma l’acqua appesantisce
l’abito e lei annega; a Düsseldorf un giudice di gara viene trafitto dal
giavellotto lanciato da un atleta.
I talebani decapitano diciassette persone, tra le quali due donne
perché ballavano a una festa: un figlio e un marito uccidono la
madre e la moglie; un pranoterapeuta è ucciso dal compagno dopo
aver assunto eroina. Un uomo viene sfigurato a bottigliate da tre
ragazzi ai quali ha negato il denaro.
Leggiamo le prime cronache con curiosità, perché sono bizzarre ma
bizzarro non è il dolore dei loro cari, tanto più perché quelle morti
erano evitabili, per un soffio, per un passo, un’occhiata, un
avvertimento, un gesto minimo, un presagio istantaneo. Proprio
questa inezia di disattenzione o leggerezza rende la loro morte
insopportabile, più di quella data con violenza da altri esseri
cosiddetti umani, perché nelle cronache del secondo genere si entra
nella fatalità naturale, di quel fato della natura violenta della quale
siamo protagonisti. Nei casi del primo genere c’è la perfidia della
leggerezza, di quella negligenza che coltiviamo migliaia di volte per
vivere e senza la quale non usciremmo di casa e che invece con le
sue ali di libellula in quel solo caso ci ammazza.
28 agosto
A Odissea aperta
Il ritorno
2766
Quando vado a nuotare in mare preferisco fare un bel tratto lungo la
riva e ritornare a piedi lungo la spiaggia sotto il sole, pur di non
rifare lo stesso tragitto a nuoto. Il tempo dell’andata è avventuroso e
progressivo, quello del ritorno è anch’esso progressivo, in senso
cronologico, ma in realtà è regressivo, prosaico e negativo, perché ti
riporta al punto di partenza. E tutto è come prima, benessere fisico a
parte.
Sarebbe meglio poter nuotare ogni giorno ripartendo da dove si è
arrivati il giorno prima ma ogni nostra avventura, anche piccola,
fisica e spirituale, è fatta in modo che non solo la sua potenza si
smorza e viene meno ma che si debba tornare al punto di partenza,
come se non si fosse conquistata nessuna postazione.
Ritornare indietro infatti ti riporta alla facciata identica delle cose ma
senza il calore dei sogni e dei progetti, quasi tu prima vivessi come
materia in mezzo alla materia, mentre abitavi nell’avventura di
domani. L’unico modo per pregiare il ritorno allora è farti un mito o
un sogno della casa, della famiglia, della patria.
E questo ti accade, quanto più ti capita qualcosa di grave e di
pericoloso in viaggio. Impossibile oggi incontrare una donna uccello
(tale è la sirena omerica) che canta per sedurci, volteggiando intorno
all’albero della nostra nave. Ma una volta, nuotando con il cielo
coperto, non mi accorsi che il mare stava crescendo e che il libeccio
mi stava portando a largo. Non riuscivo più a tornare indietro e
allora rinunciai a nuotare. Mentre restavo calmo e sinistramente
indifferente, il mio corpo, un essere non più mio, prese il
sopravvento e si irrigidì, al punto che mi accorsi chiaramente di
essere in due, e che se uno va a fondo muore anche l’altro.
Non ripercorsi tutta la mia vita temendo di annegare, come si sente
raccontare, anzi la morte mi comparve nel modo più stupido, come
un osso di traverso, una gaffe, una distrazione. “Il pericolo mortale è
incolore”, come scrive Nabokov in Guarda gli arlecchini! a proposito
di un’esperienza analoga. Quando il corpo tornò ad ascoltarmi mi
misi a sbracciare e, quando mi tornò la voce, a gridare. Non c’era
2767
nessuno e non so da dove sbucò fuori un bagnino, mio amico
d’infanzia, che mi venne a salvare.
Un’avventura così comune che sembra già raccontata infinite volte.
Non certo solo psicologica, anzi, prima di tutto fisica, fin troppo
prosaica a viversi eppure di gran significato e indimenticabile nella
vita successiva. Nell’epica invece perché qualcosa abbia un
significato spirituale, e tutto in essa ce l’ha, devono avvenire eventi
clamorosi, unici, leggendari, favolosi, che ingoiano tutto il senso
della vita, in modo che lo spirito esca tutto fuori e all’aperto. Il tuo
spirito te lo vogliono succhiare le sirene, ce l’hanno i Lotofagi, te lo
cattura Circe o Calipso e tu te lo devi riprendere con l’astuzia e con
l’azione.
Nestore e Menelao raccontano a Telemaco le vicende di Odisseo,
che le racconterà a sua volta, nella reggia dei Feaci, cominciando dal
naufragio con la zattera, le nuotate sopra gli abissi del mare fino alla
foce di un fiume mansueto che lo deporrà a riva, vicino ai lavatoi
pubblici, esausto, sporco e salmastro, per essere accolto da
Nausicaa.
Ma mai una volta, nei dieci anni di viaggio, che Odisseo abbia
pensato di tornare indietro, al punto di partenza dell’ultima
avventura, nuotando o navigando, se non ricacciato a forza, come gli
capita due volte, già in vista delle coste di Itaca o quando è
risospinto contro Cariddi. Il ritorno al punto di partenza era proprio
contro il suo sangue. Lo stesso vagheggiato ritorno in patria non
sarà neanch’esso un vero e proprio ritorno, perché Itaca non era più
da un pezzo la reggia placida del potere e degli affetti, ma una terra
irriconoscibile dove nessuno lo riconosceva. Così l’estrema sua
avventura, contro la violenza in casa propria, diventa la più
spaventosa.
Il tanto decantato nostos, il ritorno a casa, siamo sicuri che sia sempre
stato la sua meta nostalgica? La dea Calipso, che l’ha sedotto per
anni e anni, badiamo bene, per amarlo e farlo diventare immortale,
mica per seviziarlo, siamo sicuri che fosse così terribile per lui?
2768
Beato Odisseo, al quale il male, la sventura, la trappola si
presentavano nel modo più affascinante e avventuroso, e non con il
secco rifiuto di una donna o di una cartella clinica. Beato perché
sventurato.
Il fatto è che per Odisseo sono sventure quelle che per noi
sarebbero avventure. Questo è il nucleo della sua grandezza, questo
ce lo rende superiore. Chi non vorrebbe restare per sempre con
Nausicaa? Chi non sognerebbe di amoreggiare per anni con una dea
diventando immortale? In questi due casi Odisseo non avrebbe
pagato pegno, come invece col canto mortale delle sirene. Eppure
no. Nel paese dei Lotofagi egli rifiuta il loto che gli avrebbe fatto
scordare il ritorno. L’eroe non cede al dolore e alla paura ma
neanche alla felicità e alla pace.
Mentre è indubbio che Omero, da poeta sovrano delle acque epiche,
avesse un inconscio, e di potenza inesauribile, un oceano
tempestoso ma sempre calmo al fondo, e che l’avesse più fecondo
del nostro un popolo versato nell’immaginazione come il greco,
sono aleatorie le piste che esplorano l’inconscio di Odisseo.
Rischioso è insinuare che egli non abbia fatto altro, sapendo il
ritorno ineluttabile, che rimandarlo, che complicarlo, che
scongiurarlo, cacciandosi nei guai o subendo astutamente i piaceri
come non voluti, anche per riuscire a desiderarlo, da uomo maturo,
e allora fermamente volerlo, quando scopre che le avventure non
portano mai in un avamposto che meriti presidiare, senza contare
che sono logoranti e dure, non consistendo in una meta bensì nel
viverle a rischio della pelle affinché qualcuno le racconti. A meno
che, così dicendo, noi non abbiamo parlato in realtà che
dell’inconscio di Omero.
Racconto asciutto
Odisseo non bruciava affatto dalla voglia di raccontare lui, benché
sapesse farlo benissimo, in modo cioè da dare a bere qualunque cosa
e, quando narra al re dei Feaci le sue traversie, inventando e
truccandole parecchio, non è per sfogarsi ma perché così cerca di
2769
assicurarsi il suo appoggio, e meglio se il cantore Demodoco è nei
paraggi e potrà tramandarle. Ma lo fa senza compiacimento,
immerso sempre nella coscienza della sventura sua e dei compagni,
ben lontano dalla terapeutica malia e mania odierna del narrare.
Come accade invece alla gran parte di noi contemporanei che non
viviamo perché viviamo allo scopo di raccontare a qualcuno quello
che ci succede. E si scrivono anche interi libri su quanto è bello
raccontarci le cose, tanto che tutto diventa una favola e non c’è più
alcuna differenza tra una menzogna e una cosa vera.
Per noi raccontare la vita è meglio che viverla, e serve a rianimarla e
darle quel gusto e quel senso che di per sé non ha. Per questo molte
letture dell’Odissea, soprattutto femminili, come quella di Hannah
Arendt, insistono sul potere di farmaco e di lenimento del racconto.
Punto di vista più comprensibile oggi, se le avventure del Novecento
sono state quasi tutte sventure disumane. Odisseo invece è tuffato
dentro il mare della vita con un’attitudine molto meno disincantata e
più vitale; egli provoca di continuo le occasioni di azione e di
conflitto: la sua è una conoscenza per via d’azione. Così accadrà
qualcosa di grande in sé e di cui solo per ciò varrà tramandare
memoria.
Il protagonista deve soffrire e agire, non per covare in mente l’idea
di raccontare prima o poi, come Odisseo farà per due giorni nella
reggia dei Feaci, ma col cuore in gola e per uno scopo preciso. I
Feaci infatti (contro la vulgata) sono il popolo più inospitale che
esista, tanto che Nausicaa si raccomanda che, nel cammino fino alla
reggia, Odisseo non incroci lo sguardo di nessuno, e soltanto in
virtù della sua presenza regale, della passione suscitata in Nausicaa e
della protezione di Atena potrà essere accolto e ascoltato.
Raccontando, egli si gioca la pelle e, benché sia impensabile che non
gli dia piacere, è concentrato al massimo per riuscire persuasivo.
In una pausa nella lettura dell’Odissea, apro il libro poetico di
Giampiero Neri, caldo di stampa, intitolato il Professor Fumagalli e
altre figure. E leggo: “Può sembrare strano che un episodio riportato
in poesia, nella sua nuda informazione, si presti a essere frainteso.
L’episodio è quello omerico dell’isola dei Feaci e il fraintendimento
2770
la loro cosiddetta ospitalità, quasi passata in proverbio (…). Bastava
leggere, le informazioni della poesia non mancavano di chiarezza,
eppure il paradosso dell’ospitalità dei Feaci è vivo ancora oggi. Ma
siamo lontani dal considerare la poesia per quello che è realmente,
una vera e propria informazione. Vogliamo illuderci e credere che da
qualche parte, magari nell’isola dei Feaci, ci sia un mondo costruito
da noi, di cartapesta.”
Quando il re dei Feaci accoglie Odisseo egli è un nessuno auratico, è
l’ospite straniero esausto ma con un carisma misterioso, anche
perché senza nome, che, raccontando della sua maratona marina di
venti giorni e delle sue battaglie per sopravvivere, falsando i nomi,
non dice chi è. Umile e modesto? No, astuto come sempre: egli non
sa ancora infatti da quale parte stiano i Feaci.
Anche quando l’aedo Demodoco narra il dramma di Troia, egli non
si svela ma scoppia a piangere, nascondendosi al pubblico, pur senza
poter sfuggire allo sguardo del re. E soltanto quando l’aedo canta la
gloria dolorosa di Odisseo si scopre, ma non salta fuori compiaciuto
bensì mormora disfatto: “eim’Odiseus Laertiades”, “Sono Odisseo
figlio di Laerte” (IX, 19), con l’aria di dire: “Sono io quello
sventurato”, anche se “meu kleos ouranon ikei”, se “la mia fama
arriva fino al cielo”.
Inconcepibile per un greco che l’uomo che gioca la partita della vita,
nudo in campo, lo faccia per godere di raccontare le proprie vicende
ad altri personaggi, tanto meno a un pubblico di lettori o ascoltatori,
giacché non in mani umane è la storia. Dove andrebbe a finire
altrimenti la solitudine epica, la trama segreta degli dei,
l’inconsapevole folgore degli avvenimenti che irrompono inespressi?
Fantastiche le vicende ma vera la sventura. Se non si comprende
questo lasciamo l’Odissea nelle mani guantate dei modelli di
narratologia.
Prima anche di Omero, è la Musa in persona, invocata all’inizio del
poema, a raccontare tutto, trattandosi di storie di dei e di uomini,
bisognose di un’intermediaria semiceleste.
2771
E dico Omero, chiunque egli sia, un solo poeta in ogni caso, perché
siano pure gran parte delle storie ereditate dal folklore e dalle
tradizioni orali, dal ciclo troiano e dal tam tam mitologico, mandate
a memoria e cantate centinaia di volte dagli aedi, ci sembra forse
l’Odissea un’opera cucita e ricucita da tanti onesti sarti? Intessuta da
tanti artisti, tutti di talento e capaci di rendere organico il concerto e
sempre così ispirato lo stile? Quanti geni narrativi e stilistici avrebbe
dovuto avere la Grecia? Quanti geni poetici e del montaggio, tutti
sintonici e concertanti?
Perché qui non si tratta solo di fatti e di racconti ma di musica della
lingua, del sentire e del pensiero epico, che ondeggia allo stesso
vento con una potenza e un ritmo che soltanto un poeta unico,
aiutato magari da un equipaggio di scrivani operosi nei decenni, può
aver messo in moto. Non si tratta tanto infatti di mettere in mare
tante navi, ciascuna pilotata da un aedo, in una flotta ordinata e
orchestrata da un condottiero poetico, ma di mettere in moto il
mare stesso.
Tutta l’azione dal vivo si svolge in una quarantina di giorni, ed è in
questo periodo che Odisseo è ossesso dal ritorno, perché nei lunghi
anni precedenti, scontato che gli dei vogliono che soffra oltre ogni
limite, non si ritrae dalla Moira che gli spetta, anzi rilancia,
dimostrandosi davvero divino, come Omero spesso lo chiama, per
la resistenza sovrumana che dimostra, dopo nove o dieci anni di
assedio a Troia, nel farsene altri dieci di viaggio, sempre ansioso di
mettersi nei guai più affascinanti, finché non si ritrova senza
compagni e senza nave. Ma ancora fiero, battagliero e sofferente, e
sempre disposto a chiudere il cerchio, non però per disarmarsi,
ritirarsi e pensionarsi ma per ingaggiare una nuova battaglia: la lotta
sanguinaria, ai confini dell’impossibile, con i pretendenti.
Dubbi di un moderno
Difficile credere che un uomo stia lontano venti anni da casa perché
la Moira è avversa, e non perché anche lui ha deciso così. Ma
nell’epica l’inverosimiglianza è così grandiosa da diventare
verosimile. Fatto sta che, essendo Penelope accorta e astuta, e
2772
neanche più così tanto innamorata (e per forza), benché fedele
fedelissima, e salda, saldissima, l’unico disposto a mettere subito a
rischio la vita per Odisseo, come dimostra nei primi cinque libri, è
Telemaco.
Libri detti infatti della telemachia, nei quali pure circola un vago e
ingiusto scetticismo sulla profondità dell’amore muliebre,
comparendo Penelope una che vaglia tutte le ipotesi senza troppo
drammatizzare, anche quella di risposarsi, magari per far fuori il
pretendente. Atena stessa, che le è comparsa in sogno, non ritiene
giusto, per saggiarla, farle sapere che il marito è vivo. Questi libri
sono invece emozionanti e incoraggianti per qualunque padre,
considerando come Telemaco, che non ha mai visto il genitore,
viaggi per mari in tempesta solo per sentirne parlare con
ammirazione da Nestore e da Menelao, e rischi la pelle, affrontando
il vecchio del mare, o Proteo che sia, per riuscire a sapere se è vivo.
Penelope aspetta il ritorno del marito per vent’anni. In nessun modo
sono esplorate le pieghe sentimentali del suo cuore, legittimamente
ondeggiante. Mai si domanda se Odisseo l’ha lasciata per un’altra
donna, l’ha tradita, si è rifatto una famiglia, l’ama ancora. Il
problema dell’amore passionale di coppia non esiste. Lei si domanda
se è morto, cosa probabilissima, o se è vivo, cosa ai confini
dell’impossibile. E, nel sogno delirante che sia vivo, non si domanda:
Non mi ama più? Bensì: Perché non ritorna? Anzi, addirittura lei è
convinta al novantanove virgola nove per cento che sia morto, che
non tornerà mai, eppure, non credendoci per niente, si comporta
come se potesse tornare da un momento all’altro. Se non è fede
questa.
Fede infatti è, essendo increduli quasi del tutto, quasi fino all’ultima
goccia, nondimeno vivere esattamente come fosse vero e certo
quello in cui non crediamo per niente.
Forze gigantesche in campo
Principio dell’epica non è l’elemento fantastico ma il potenziamento
e la dilatazione delle forze in campo, nei quali il coraggio e l’ingegno
2773
di Odisseo, forze spirituali, riescono ad avere la meglio sulla potenza
preponderante della natura, pilotata dagli dei, giocando una battaglia
d’intelligenza con gli dei stessi, le leggi dei quali vengono ora seguite
ora trasgredite, finché Odisseo riesce a orientare la loro volontà a
suo favore, neutralizzando il nemico Poseidone e facendo sì che
l’amica Atena quasi si innamori di lui, lo curi, lo salvi e sostenga
come l’essere prediletto tra tutti i mortali, al punto che non avrebbe
potuto più essere ucciso dai pretendenti neanche l’avesse voluto.
Per quanti popoli di cannibali ci siano, Lestrigoni, Ciclopi selvaggi,
maghe e sirene, mostri marini e tempeste perfette, la potenza del
campione del genere umano è vincente, a prezzo della sventura ma
nella gratificazione continua del valore e dell’ingegno, ai quali alla
fine gli dei stessi si arrendono. Al punto che la dea più astuta, Atena,
e l’uomo più astuto, Odisseo, si coalizzano, sentendosi affini al di là
del rango, perché accada esattamente quello che desiderano e
decidono loro.
Divino, glorioso, nobile
Dios, tradotto spesso divino, come è lecito, o glorioso, è un epiteto
riservato per il vero, oltreché a Odisseo e a Penelope, anche al
porcaio Eumeo. Tanto da tradurlo meglio con nobile, se è difficile
trovare in tutto il poema un uomo di sentire più nobile di Eumeo. E
ditemi se non è significativo, ai fini del libero giudizio morale nella
Grecia arcaica, e addirittura di un sentimento creaturale cristiano,
che sia un porcaio, benché capo di uomini, colui che in modo più
saldo e puro incarna: la lealtà amorosa a un padrone che crede
morto, l’ospitalità più aperta e disinteressata, il rifiuto di ricorrere a
trucchi e menzogne, il rispetto rigoroso degli dei, la coerenza ferma
tra pensieri e azioni.
Un solo punto debole viene scoperto da quel genio nello scrutare e
giudicare gli uomini che è Odisseo: “Tu sei apistos”, incredulo, senza
fede, dice infatti a Eumeo, giacché non credi che possa essere vivo,
benché io stesso, invecchiato e imbruttito da Atena e travestito da
mendicante sia pure, ti induca con la mia arte mielata, giurando e
spergiurando, a crederci.
2774
È questo un varco sorprendente su quel popolo, incarnato dal suo
eroe, di cui si dice che ignorava la fede, mentre è proprio il più
astuto, Odisseo, a essere in questo caso il meno disincantato. È
proprio colui che induce gli altri a credere ciò che vuole senza mai
farsi ingannare da nessuno, senza mai cedere a quello che gli altri
vogliono far credere a lui, a colpire il nobile Eumeo con una freccia
che sembrerebbe l’ultimo a poter scoccare: quella della fede. Lui che
anche agli dei più volte ha disobbedito, o perché ha ignorato il
comando o perché li ha sfidati, pur rispettandoli altre volte sia per
interesse sia per paura sia per pietà.
Entrati nel disincanto, possiamo esplorare, se non l’inconscio di
Omero, quello dell’Odissea, che resta aperto nei millenni, e
interpretarla come fa Theodor Adorno nella Dialettica dell’illuminismo,
quasi il poema fosse La fenomenologia dello spirito o l’Odissea dello
spirito di Schelling, che pur si è detto scettico sulla lettura allegorica
del poema. E forse inconsciamente lo è, forse l’inconscio di ogni
poeta è naturalmente filosofico, se i conti tornano così bene quando
Adorno ci dice che Odisseo è il rappresentante dell’illuminismo, con
la sua ragione calcolante e la sua astuzia, la quale non risparmia
neanche gli dei, se essi attendono che Poseidone vada a raccogliere
onori presso gli Etiopi per distrarlo dalla persecuzione dell’eroe. Se i
Lotofagi rappresentano un eden dell’oblio, impossibile e astorico, e i
Ciclopi una società preagricola e pastorale nella quale vige l’anarchia,
non si conoscono istituzioni politiche e il pensiero è illegale, nel
senso che va contro le leggi della società come contro quelle della
logica.
Vero però che i conti non tornano più quando si pensa a Itaca,
anch’essa pastorale, anche se già agricola, ma pur sempre patriarcale,
se il re si mette sulle ginocchia i figli dei porcai e dei pastori, conosce
quasi tutti per nome; ha un padre, Laerte, che quando era re lui
mostrava con orgoglio al figlio gli alberi che lui stesso aveva
piantato. Dove Odisseo si fa il letto da solo e sente alla pari la fedele
intimità del porcaio. Non proprio un mondo illuministico quello in
cui non figura nessuna organizzazione politica, non tribunali, non
parlamenti, non amministrazione, non tasse ma soltanto una reggia,
forse di stile miceneo, che resta senza governo per vent’anni,
2775
confidando sulla crescita di Telemaco e sull’ascendente della regina,
sola a contenere decine di pretendenti, nessuno dei quali pensa a
farla fuori per insediarsi al potere, ma di cui tutti aspettano
banchettando e motteggiando per un tempo indefinito le decisioni.
Forse che il ritorno a Itaca vuol dire anche per Odisseo spegnere la
febbre illuministica, venir meno alla sua ragione calcolante, rientrare
nell’umido mondo antico di padri ortolani, porcai sentimentali,
mogli tessitrici fedeli, nutrici affettuose, nella nostalgia del cane
Argo, che incarna morendo la perfezione muta dell’amore umano?
Vivrà davvero in pace aspettando la dolce morte per mare da
vecchio, promessa dalla profezia di Tiresia? Forse che anche
l’astuzia calcolatrice avrà fatto il suo tempo e Odisseo troverà in casa
la sua vera Calipso, la sua sirena legittima, i suoi lotofagi
compatrioti? Anche la ragione strumentale e disincantata, di cui
Adorno vede l’alfiere in Odisseo, non sarà allora che una stagione
della vita. Ma di questa non può esserci poema.
Qualcosa ci dice tuttavia, se lo conosciamo abbastanza, che con i
nipotini in braccio il vecchio Odisseo non racconterà più le sue
avventure ma ne inventerà altre, del tutto nuove e diverse da quelle
che gli dei hanno inventato per lui.
29 agosto
I greci hanno creduto nei loro dei?
I greci hanno creduto nei loro dei? Questa domanda ne nasconde
un’altra: Erano essi così diversi dagli uomini oggi viventi da poter
credere in decine, in centinaia di divinità, una più originale dell’altra?
C’è chi ha fatto l’ipotesi che essi vedessero anche i colori in altro
modo. Ne sono nati saggi affascinanti ma gli studi di genetica hanno
dimostrato che, se essi avessero avuto recettori retinici conformati in
modo diverso dai nostri, questi si sarebbero tramandati ai
discendenti. Se Omero definisce il mare viola, le ragioni sembrano
essere più poetiche che non fisiologiche. Quando leggiamo prophygon
ioeidea ponton (XI, 107), che Rosa Calzecchi Onesti traduce
2776
“scampato dal mare viola”, pensiamo a un mare violaceo scuro,
magari più “iodoso”, ricco di iodio che non oggi. In chloron deos (XI,
43), la parola che dà il colore al terrore (dalla quale ‘cloro’) indica
quel colorito livido della pelle dell’uomo spaventato, che per noi
sbianca e per i greci arcaici diventava di un pallido verdino, forse in
modo più realistico.
È stata fatta anche l’ipotesi che i greci arcaici concepissero il proprio
corpo, almeno quando ci pensavano su, in modo radicalmente
diverso da noi. Se in Omero non troviamo neanche una parola per
esso (soma designando il cadavere) non per questo però i greci arcaici
non dovevano sentirlo come un tutt’uno. Sembra strano che essi lo
pensassero come membra (mele o guia), come Bruno Snell
congettura, sulla scorta delle intuizioni del filologo alessandrino
Aristarco.
E tuttavia un argomento portante va a favore della sua ipotesi: se
essi infatti non pensavano l’anima come separata dal corpo e
immortale, è conseguente che non considerassero neanche il corpo
come staccato dall’io e pensabile a se stante. Il corpo per loro
semplicemente è l’uomo, sono io e sei tu, col nome proprio, e quindi
faticavano a distinguerlo da sé, come potrebbe fare invece chi si
identica con l’anima o la ammette.
Come nessun cristiano ha mai visto Dio, così nessun greco antico ha
mai visto uno degli dei. Noi tendiamo invece, in virtù della potenza
artistica di Omero e della mitologia, a vedere nell’immaginazione gli
dei e a proiettarli nell’antica Grecia come se per gli abitanti di quel
tempo fossero stati visibili.
Essi invece non potevano che cogliere tutta la distanza tra il mondo
che avevano sotto gli occhi ogni giorno, il mondo di fuori, e quello
raccontato da Omero e dai miti, il mondo di dentro, immaginato,
più potente e affascinante di quello percepito, eppure vivevano
insieme in tutti e due i mondi.
Per tutti era così? Avendo noi a disposizione solo i racconti degli
uomini liberi e maschi è lecito domandarsi se anche le donne libere,
le schiave e gli schiavi condividessero tale immersione totale nel
2777
divino. Se infatti la religione non consisteva in dogmi, liturgie,
letture sacre, non essendoci un libro sacro, messe e riti uguali per
tutti; se essa era invece tutt’uno con la morale sociale dominante e
col suo sistema di valori, è legittimo chiedersi perché gli esclusi e le
vittime avrebbero dovuto condividerla.
Se la stessa arte tragica era fruita nei teatri quasi sempre soltanto dai
maschi liberi, mentre le donne potevano giusto raccontare ai figli
piccoli le storie omeriche e mitiche a memoria, vorrei tanto sapere
che cosa le donne, libere e schiave, pensassero nel loro intimo e
segreto di questi dei.
Cosa che non sapremo mai ma faccio l’ipotesi che mentre il
cristianesimo è sempre stato più proprio, forte e sincero nei ceti
popolari, nei più deboli ed emarginati, la religione della Grecia antica
fosse nel popolo schiavo, che nel politeismo aristocratico ben poco
poteva riconoscere di sé e dei suoi dolori, più debole e di facciata e,
quando potente, basato sul terrore e sulla superstizione.
Rispetto ai greci, noi pensiamo che essi fossero proprio come noi,
perché due o tremila anni non basterebbero di certo a conformarci
in modo diverso, eppure dobbiamo arrenderci a una differenza
antropologica che non riusciamo a capire fino in fondo, forse per
una nostra mutilazione storica.
30 agosto
Arte dell’invisibile
T.Adorno, in una conversazione radiofonica con K.Kerényi,
mandata in onda il 16 settembre 1952, osserva che Omero infonde
una forma artistica nei miti, e per ciò stesso non può più essere
immerso in essi in modo incantato, semmai con un’attitudine che
Adorno definisce illuministica, basata sulla ragione calcolante, anche
nel senso che l’arte è una tecnica che comporta un piano narrativo
deciso dall’autore. In fondo è Omero che decide come si devono
comportare Poseidone, Atena e Zeus con Odisseo.
2778
Ma forse già i primi anonimi inventori dei miti, visto che non
possono essere nati da soli né essere frutto di collettivi in trance
adunati allo scopo, avevano trovato nel loro popolo un terreno
fertilissimo. I greci infatti non trovavano strano che fosse l’arte a
dispiegare la verità invisibile, compenetrandosi con la religione e la
società, perché forse più artistica era la loro stessa vita, nel senso che
quello che noi chiamiamo arte e affidiamo a solitari che fantasticano,
allora poteva essere una forma di conoscenza e di vita immaginativa
condivisa, almeno in modo embrionale e inconscio o semiconscio,
in virtù dei tanti segreti che la natura presentava per loro. E per noi.
Suona tuttavia molto singolare anche l’incidenza sociale di centinaia
di artisti e affabulatori con nome e cognome, concertati tra loro, che
inventassero nei secoli i miti uno per uno, risucchiati via via
nell’anonimato da una possente cascata collettiva, mentre interi
popoli via via li facevano propri, dedicando a loro sacrifici, culti, riti
nei momenti cruciali della loro vita intima e sociale.
Se oggi un romanziere raccontasse gli incontri con Dio e popolasse i
suoi romanzi di visioni, apparizioni, miracoli, intersezioni magiche e
fantastiche tra il mondo percepito e quello invisibile, non sarebbe
preso sul serio da nessuno né la sua opera diventerebbe mai
patrimonio collettivo, perché per noi l’arte è troppo conclamata e
subordinata finzione, tanto più quando attiene all’invisibile
metafisico e religioso.
L’arte, è vero, è sempre arte dell’invisibile, se sentimenti, passioni,
emozioni, sensazioni, pensieri, amori, fedi sono tutti invisibili. E
tuttavia si tratta di un invisibile interiore, e come tale consaputo,
mentre per i greci l’arte era deputata a cogliere anche l’invisibile
fuori di noi, e a renderlo verosimile. Gli dei greci non sono
concepibili né immaginabili al di fuori di questa arte orale, uditiva,
visiva, sonora collettiva, che non è ancella della religione, ma
tutt’uno con essa. E ciò accade perché la facoltà di immaginare non
era associata, come oggi, al fingere, al simulare, alla stregoneria
sensoriale, alla suggestione percettiva ma all’ingresso nei misteri
altrimenti insondabili della vita.
31 agosto
2779
I greci credevano di essere greci?
Alla domanda se i greci credevano veramente negli dei, siamo tentati
di rispondere con un’altra domanda: I greci credevano veramente di
essere greci? Visto che gli dei erano tutt’uno con gli uomini di allora.
Li avevano inventati in loro quindi erano loro.
Oggi uno, in società laiche, crede o non crede in un dio. I greci
antichi invece erano dentro gli dei come dentro l’unica civiltà non
dico sociale ma antropologica per loro realmente esistente.
Bruno Snell scrive in La fede negli dei olimpi (in La cultura greca e le
origini del pensiero europeo): “Il nostro concetto di fede presuppone
infatti come possibile l’incredulità (…). La fede, il credo,
presuppone l’esistenza di una fede falsa, di una fede eretica, contro
cui essa si stacca; la fede è perciò legata a un dogma per il quale o
contro il quale si lotta. Ciò non esisteva nel mondo greco. Per i
Greci gli dei sono così evidenti e naturali che essi non riescono
nemmeno a immaginare che altri popoli possano avere un’altra fede
o altri dei.”
I greci, dice il filologo nel suo libro magistrale. Ma quali? Tutti? E
quando? Nel mondo arcaico? Anche nell’età classica? Che gli dei
invisibili siano per tutti evidenti e naturali sempre comporterebbe
uno stato allucinatorio permanente che contrasta col carattere
fortemente fisico, concreto, inesorabile, della lotta per la
sopravvivenza. O no?
L’invisibile, diciamo oggettivo, è in genere molto debole o
eccezionale nella vita dell’animale uomo in lotta per la vita e il mio
forte timore è che soltanto con i greci noi ci compiacciamo di
immaginare non soltanto degli dei fantastici ma anche degli uomini
fantastici e tutti di sogno.
Mentre il Dio cristiano per molti sta lassù e quindi lo si può anche
dimenticare nella frenesia della vita pratica e nell’assedio dei
problemi concreti di ogni giorno, gli dei della Grecia si trovavano
2780
ovunque, scivolavano e fluttuavano dappertutto: nel sonno ti
immergeva Morfeo, al risveglio ti faceva saltare dal letto l’Aurora,
all’amore ti spingeva Afrodite, alla guerra Marte. Nei boschi le ninfe
ti alitavano sul collo, in mare Poseidone mugghiava sotto la nave.
Eri accerchiato da una tempesta sempre spumeggiante di
immaginazione mitica dentro la quale eri sballottato. Come potevi
non credere? Soltanto isolandoti. Nascita della filosofia vuol dire
nascita della solitudine.
Non esistevano gli atei allora? Sicuramente sì, ma essi erano per
definizione uomini soli, o in quanto separati dalla società, ai margini,
stranieri di fatto o per scelta, o in quanto filosofi, per i quali il
pensiero si distingue dall’immaginazione e si stacca da una società
assoluta, visionaria e cieca al contempo.
Anche oggi gli atei, pur essendo milioni, forse centinaia di milioni,
sono uomini soli, o uomini che pensando si isolano. Tutte le
associazioni di atei, di sbattezzatori, di anticlericali organizzati sono
ininfluenti, patetiche o grottesche. Non ha senso un apostolato a
favore dell’ateismo, giacché sarebbe un apostolato contro la società,
essendo sociale e collettiva ogni forma di religione.
Per questo è così difficile far comprendere ai religiosi integrali che
una società deve essere laica, in quanto essi identificano laicità e
ateismo, considerando lo spirito laico una forza individuale
antagonista alla comunità, un’energia disgregatrice che osteggia la
formazione di un corpo sociale caldo e omogeneo, come essi in
modo pericolosamente ingenuo e prepotente lo sognano.
1 settembre
Le cose vanno così
Nell’Odissea chi vive senza gli dei vive fuori della società e
dell’umanità, come i Ciclopi, anarchici e indifferenti alle leggi divine,
dispregiatori dell’ospitalità (ma non sempre), crudeli con gli stranieri,
indifferenti tra loro, volti soltanto ad appagare i bisogni corporali e a
recintare la proprietà privata. Giganteschi e stolti, con una potenza
2781
fisica maggiorata ma con un occhio solo, essi manifestano tenerezza
soltanto per gli animali.
Polifemo è nondimeno figlio di Poseidone, a conferma che gli
schemi e i modelli narratologici e allegorici saltano sempre,
partecipando anche gli dei dell’ambiguità universale. Non basta
allora indagare l’Odissea secondo i moduli della morfologia della
fiaba, descrivendone le funzioni come in un gioco di ruolo.
Polifemo, come dice il nome, è colui che parla molto. E perché mai
dovrebbe farlo se è un essere antisociale? Perché è fatto così. Egli
disprezza le leggi divine e umane. Come mai, se è figlio di
Poseidone? Prova a chiederglielo, se fai in tempo. E Poseidone si
vendica di Ulisse perché gli ha accecato il figlio ma non si preoccupa
di educare il caro Polifemo a non fare a pezzi gli esseri umani.
Perché? Non si sa.
Le cose accadono e non c’è una spiegazione per tutto. Quando ci
mettiamo a fare gli analisti dell’Odissea non dobbiamo dimenticare
che le cose accadono di continuo, si tratta di salvasi la pelle, e non a
tutto c’è una spiegazione. Se è vero che Omero anticipa la
meditazione filosofica, indicando le cause di certi eventi, è vero
anche che esse sono spesso capricciose e mutevoli, che conoscere le
cause dei mali non aumenta la speranza di scamparne, che ogni volta
che accade qualcosa Odisseo e i compagni si trovano di fronte
all’imprevisto puro.
L’unica remota sponda è una profezia di salvezza, di Eolo o di
Tiresia, nell’Ade, o l’assistenza benigna di Atena, ma sono soccorsi
che si dimenticano del tutto quando si rischia la vita, e cioè quasi
sempre, tanto più che anch’essi restano sempre in balia dei
capovolgimenti imprevedibili della volontà di Zeus, che può
ripensarci in ogni momento.
Gli dei non soltanto non hanno creato il mondo e gli uomini ma
non sono nemmeno i garanti dell’ordine e della ripetizione
prevedibile dei fenomeni, collaborando anzi al loro disfrenamento
fantastico. Né sono timonieri affidabili in campo morale, al massimo
temperando, se vogliono, con interventi in extremis, il caos delle
avventure e la violenza delle pene, quando non sono presi da
2782
impulsi irrazionali e incontenibili. Soltanto quando la misura è colma
e parecchi ci hanno rimesso le penne, la giustizia di Dike viene
ristabilita.
In questo caso la regola di condotta che si ricava dall’Odissea è: cerca
di non offendere mai un dio ma, siccome è impossibile che prima o
poi tu non lo faccia, aspettati di tutto e prega di impietosirne, o di
attrarne verso di te, almeno uno, se vuoi salvarti la pelle.
2 settembre
Dei o uomini fantastici?
Bruno Snell ci dice che i greci omerici non avevano paura degli dei,
semmai provavano meraviglia e ammirazione per loro, che erano
così liberi di fronte a essi da sfidarli di continuo; che gli dei
privilegiavano i potenti e gli arditi e ignoravano l’umiltà e l’amore dei
deboli, che quindi non si spiega perché mai dovessero adorarli, se
non per paura.
Ma tutto questo si ricava dall’Odissea e dall’Iliade, poemi fondanti la
paideia, d’accordo, ma sempre soprattutto opere d’arte, narrazioni
epiche, come tali consapute e accolte, che hanno a protagonisti eroi,
re e regine, personaggi eccellenti e unici. Giacché la paura degli dei e
la supplica di protezione da parte dei più deboli e infelici sono il
fondamento di ogni religione concreta e quotidiana, fuori dei teatri e
perfino dei miti, essendo la stragrande maggioranza degli uomini
lontanissima da quegli eroi, se non quando erano condannati a
combattere e uccidere o morire in guerra.
Io, antico greco, posso sorridere delle debolezze di Zeus che fa il
donnaiolo, inseminando travestito le belle ragazze, ma quando
faccio il sacrificio di un animale pregiato, che rinuncio a mangiare,
supplicandolo di non farmi morire in guerra, lo prendo molto sul
serio: da mito diventa un dio reale, eccome.
3 settembre
2783
Il tempo epico
Il tempo epico impone una dilatazione che esprima la sua potenza.
La guerra di Troia deve durare dieci anni, non può risolversi in
qualche mese. Se anche le conferme storiche si infittiscono, difficile
infatti è pensare che gli Achei per tanto tempo non facessero mai
ritorno alle loro città. Altrettanto vale per il vagabondare di Odisseo,
perché soltanto così l’immaginazione può spingersi verso scenari
grandiosi, commisurando a tempi immani sentimenti immani.
Nella vita reale accade esattamente il contrario: una guerra troppo
lunga spegne la passione bellica e l’ardore dei combattenti e una
sparizione già di due o tre anni logora i sentimenti delle mogli più
fedeli, giacché la potenza del tempo agisce nella vita vissuta al
contrario: smorzando, attenuando, inaridendo, sciogliendo. E
nell’epica invece moltiplica, ingigantisce.
Almeno quando abbiamo a che fare con uomini e donne fuori
dell’ordinario, simili a dei, con passioni potenti e resistenti al punto
da ingigantire il sentimento stesso della vita e da fronteggiare
arditamente quel dio che in realtà non è mai stato detronizzato:
Kronos.
Così la proibizione del ritorno, imposto a Odisseo con un decreto
immutabile degli dei (V, 86-87), si protrae per dieci anni in modo
così inesorabile che proprio i tentativi di attuarlo finiscono sempre
per ostacolarlo. E benché il distruttore di rocche lo invochi tutti i
giorni (V, 221), cosa impensabile se prendiamo il tempo alla lettera,
la trama dei fatti concede all’eroe pause che dovevano suonargli ben
liete, spingendolo a una gratitudine inconfessabile per i mangiatori di
loto (IX, 97) e soprattutto per Calipso, la dea che amoreggiò con lui
per anni e anni nel suo bellissimo letto, se la questione della fedeltà
doveva restare tutta a carico delle donne.
Non è un caso che l’azione, vissuta dal vivo e non raccontata dal
protagonista, si svolga alla fine in una quarantina di giorni,
attestando anch’essa il genio dell’autore dell’Odissea, perché il tempo,
da quando Odisseo arriva a Itaca, dormendo nella nave dei Feaci
(quasi a voler provocare un altro animo polymetes, dalle molte astuzie:
2784
Sigmund Freud) possa accelerare in modo incalzante, come richiede
l’azione, che da epica diventa drammatica negli ultimi libri.
Da allora il ritorno non è più un ritorno, e cioè un rincasare alle
origini rimaste immote, perché invece la patria, la moglie, il figlio
vanno riconquistati con le armi e con l’astuzia e Itaca diventa una
rocca simmetrica a Troia e invasa dai pretendenti nemici, per
contrappasso divino, visto che Odisseo e gli Achei avevano
attaccato Troia non di certo per ragioni così nobili e beneaccette agli
dei. I quali consentono a Odisseo il ritorno soltanto dopo un
decennio di castigo, a condizione che dimostri di nuovo tutta la sua
astuzia e il suo coraggio, questa volta per liberare la patria sua.
5 settembre
Siamo sulle ginocchia degli dei
Theon ev gounasi keitai: siamo sulle ginocchia degli dei (I, 263), come
bambini che non crescono mai del tutto: “Gli uomini hanno tutti
bisogno dei numi” (III, 48). Questa coscienza è la radice di tutto:
nonostante tutte le loro debolezze, stranezze e ambiguità, noi
abbiamo bisogno di loro. E la loro mente è inesorabile, non paterna
o materna in modo sentimentale: “Non si cambia d’un tratto la
mente dei numi immortali” (III, 147). Hai voglia a piangere e a
disperarti, non addolcirai il divieto del ritorno. Benché bambini,
quanto a impotenza sul nostro destino, dobbiamo comportarci da
uomini e difenderci da soli, anche dalla morte, che essi possono
procurarci (III, 243) ma che non possono allontanare da noi (III,
236). E tuttavia anch’essi alla fine cambiano idea (V, 286).
Il loro comportamento non è ineccepibile, anzi, è inattendibile,
anche perché quasi sempre misterioso, e il loro favore o disfavore il
più delle volte si scopre a cose fatte. Zeus si è spassato con
parecchie ragazze, come la dea Aurora con Orione, la dea Demetra
con Iasione, ma questo non può in nessun modo intiepidire il nostro
rispetto, sia perché ne abbiamo sempre bisogno sia perché alla fine
c’è una legge, superiore anche a essi, ma alla quale essi sono mille
2785
volte più prossimi di noi, che ripristina una giustizia di massima e nei
tempi lunghi.
Le passioni degli dei alla fine cedono al comando di Zeus, come nel
caso di Poseidone che perseguita Odisseo finanche sulla zattera, ma
che infine si arrende alla volontà del capo, mentre Atena diventa
così risolutiva che si può dire sia lei, con una sequenza di interventi
miracolosi, a far sì che Odisseo torni sul trono.
Gli dei hanno il pudore di non ridere mai degli uomini, come
sarebbero giustificati a fare, semmai delle debolezze proprie, come
accade quando Afrodite e Ares amoreggiano e non si accorgono che
Efesto li ha incatenati al letto e allora Ermes, Apollo e Poseidone,
mentre le dee rimangono pudicamente in casa, scoppiano in un riso
inestinguibile (VIII, 326) alle spalle dei due amanti. Sono immortali e
soltanto a loro è concesso un libero riso mentre i mortali ghignano
malignamente, come i Proci o di gioia casomai piangono, come
Penelope, o godono fortemente il sollievo e lo scampo ma non
ridono. Al massimo sorridono.
Ma dove gli dei si approfondiscono e distanziano del tutto da quelle
figure capricciose e variopinte che i pensatori cristiani sdegnavano è
quando provano pietà per gli uomini, se Zeus è “il vendicatore di
stranieri e supplici:” (IX, 270). Nel vero, profondo dolore gli dei
ascoltano i deboli, gli stranieri, i poveri come si apprende quando
Odisseo, trasformato in vecchio mendicante da Atena, invoca le
“Erinni dei poveri”. Nelle quali si credeva realmente se perfino tutti
i pretendenti, tranne Antinoo, offrono pane e carne al mendicante,
per pietà e per paura degli dei.
Che Odisseo si presenti come mendicante non è soltanto un altro
cavallo di Troia. Egli si immedesima nel povero straniero, perché di
fatti lo è diventato, e soffre le umiliazioni e le violenze, guardando il
mondo tutto dal suo punto di vista. Gli anni di sventura lo hanno
reso cristiano, giacché la giustizia per lui non è fatta dai potenti in
nessun modo e il suo cuore si apre al porcaio Eumeno, detto nobile,
glorioso o divino, come lui stesso è detto, alla nutrice, al cane Argo,
al vecchio padre Laerte, alle ancelle fedeli, identificando le persone
2786
fedeli per dimostrare loro gratitudine e preparando la vendetta
contro le infedeli, che sono anche malvagie e ingiuste.
Ma essere cristiano è anch’essa in lui un’astuzia, come dire,
un’astuzia sincera. Nulla di meno cristiano della vendetta sanguinaria
che scatenerà, facendo strage dei pretendenti, perché essere cristiano
non comporta soltanto una sensibilità ma una condotta non
violenta, se Cristo ha imposto a Pietro di inguainare la spada. Ma
nell’Odissea non è mai messo in discussione che chi ha un diritto e
sta dalla parte del giusto debba affermarlo con violenza, se gli dei
sono dalla sua parte. Perché così deve essere in un poema epico, e
non solo perché sia stato scritto sette secoli prima di Cristo.
La chiesa cattolica ha operato per secoli nella storia esattamente
nello stesso modo, con l’astuzia sincera di Odisseo, quasi le crociate
fossero letteratura, affetta da quella mania estetica della verità che è
una forma di crudeltà, la quale interviene proprio quando non si
distingue tra il piano spirituale dell’immaginazione e quello fisico del
sangue, del dolore e della morte di uomini in carne e ossa.
La chiesa ha visto gli uomini come personaggi di un dramma divino,
sostituendosi agli dei, come portavoce dell’unico Dio, mentre tale
compito almeno i greci lo affidavano all’arte.
9 settembre
L’aurora
L’aurora (Eos), dea dell’inizio e della rinascita in un cosmo in cui
non c’è creazione, è nell’Odissea una dea pura e privilegiata.
Rododaktylos, dalle dita rosate, ed euplokamos, dai bei riccioli, come
Nausicaa, come Calipso, non interviene nella vita degli uomini se
non sorgendo, aprendo la vita al nuovo giorno. Non compie azioni
decisive, come Atena, Zeus o Poseidone, ma le fa compiere, è
l’indispensabile madre della narrazione, la vita pura delle origini alla
quale gli eroi si risvegliano con la sensazione che tutto sia di nuovo
possibile e che sia il momento di decidere. “È un nuovo giorno, una
nuova avventura,” sembra dire Omero, “e un nuovo libro della mia
2787
Odissea.” Tutto è possibile per tutti e anche per me: il cantore.
Muoviti allora, decidi, agisci! Fai qualcosa!
L’Aurora, erigheneia, figlia di luce, fa saltare dal letto Telemaco
all’inizio del secondo libro e nel quarto libro, quando tutti piangono,
Elena, Menelao e il figlio di Nestore, lo stesso Telemaco tra le
lacrime dirà: “ Ma verrà ancora, figlia di luce, l’Aurora” (IV, 194-5),
che diventa la speranza stessa allo stato puro. All’inizio del quinto
libro Eos salta lei dal letto, lasciando Titone glorioso, per portare
luce agli immortali e ai mortali. All’inizio dell’ottavo saltano su ai
suoi raggi Alcinoo e Odisseo.
Tanto deve essere pura l’Aurora che quando scelse come amante
Orione, un mortale, gli dei, maligni e invidiosi, secondo Calipso,
direttamente interessata in quanto amante di Odisseo, si
arrabbiarono al punto da mandare Artemide a Ortigia per farlo
fuori.
Quando Odisseo fugge nella nave lungo il fiume Oceano dalla
schiera infinita dei morti, dopo il viaggio nell’Ade, riguadagna il
mare e giunge all’isola Eèa, dove l’Aurora sta di casa, dove nasce il
sole, per rigenerarsi subito con il massimo di vita. In un mondo che
è l’unico mondo, perché l’aldilà è un prato cupo di spettri, l’aurora è
l’unica rinascita, la resurrezione quotidiana che vuol dire molto per
quei greci che hanno goduto del “dono del sonno”, il sonno soave
che scioglie le membra e snoda i dolori, per riprendere a vivere, non
si sa per quanto, integri e nuovi su questa terra.
Dell’aurora Alberto Savinio, che l’Odissea l’ha navigata in lungo e in
largo, scrive: “L’aurora non ispira. È il tramonto che suggerisce
all’uomo la necessità ‘morale’ del lavoro e che egli deve farsi quaggiù
una vita sempre più alta, sempre più spirituale, sempre più lontana e
diversa, sempre più staccata dalla semplice vita dell’animale capitato
sulla terra assieme col bue, col serpente, col mollusco.” E ancora:
“L’aurora rivela all’uomo l’esistenza di Dio, il tramonto insegna
all’uomo che egli stesso può diventare dio. L’aurora porta all’uomo
le religioni (ex oriente lux, le religioni vengono dall’oriente), il
tramonto gli dà la civiltà e il progresso” (alla voce Germanesimo, in
Nuova enciclopedia).
2788
La civiltà occidentale moderna è la civiltà dell’occaso, del tramonto,
nella quale l’uomo “pensa di rendere la vita duratura di là dal
tramonto del sole, di là dalla morte, di là da se stesso”. Ma la civiltà
di Omero, colta e letterata, è nondimeno una civiltà dell’aurora e
dell’azione, del pensiero in azione, dell’esordio di ogni giorno, una
filosofia del mattino.
11 settembre
Il pianto virile
Un’educazione universale, popolare e borghese, religiosa e laica, ha
sempre intimato, fino a pochi anni fa, ai maschietti di non piangere,
per non comportarsi come femminucce. Fin da bambino l’uomo
doveva, e forse ancora deve, reprimere il pianto e sopportare i dolori
fisici e morali con animo forte mentre le donne potevano piangere
liberamente. Benché, ritornando alla mia infanzia, io posso dire di
aver visto più di un compagno di giochi sciogliersi disonorato nel
pianto in pubblico e di aver pianto io stesso, bruciante esperienza, in
presenza di altri, ma di non ricordare neanche una bambina con le
lacrime agli occhi. Spaventata, smarrita, angosciata, ma non
piangente, se non di rabbia.
Leggendo l’Odissea, dove si dovrebbero trovare quei modelli di eroi
tutti d’un pezzo e dal ciglio asciutto ai quali si ispiravano gli
educatori virili dell’Occidente scopriamo invece che essi piangevano
di continuo, versando lacrime copiose, singhiozzando e sfogandosi
con la stessa veemenza con la quale agivano e combattevano.
Piangono Telemaco, Menelao, il Ciclope accecato, piange parecchio
Odisseo, con tutti i suoi compagni, piange il nobile porcaio Eumeo,
il vecchio padre Laerte e quasi ogni personaggio che compare prima
o poi finisce per piangere, se non fa parte dei Proci più arroganti.
Si piange così tanto nell’Odissea che Elena, figlia di Zeus, non trova
altro rimedio per far smettere gli uomini di piangere che versare nel
vino una droga (farmakon) così potente che uno non avrebbe versato
più una lacrima nemmeno se davanti a lui morissero il padre e la
2789
madre o gli ammazzassero figli e fratelli davanti agli occhi (IV, 219226).
Anche le donne piangono, ma molto meno di gusto: Elena, la
nutrice Euriclea, naturalmente Penelope, che bagna il letto nuziale
da vent’anni (si fa per dire), piangono ma Elena, come ho detto,
risolve in modo pratico un piagnisteo esagerato, Nausicaa scompare
con dignità dalla scena, Calipso cede Odisseo, dopo averlo goduto
parecchi anni, senza fare troppe storie, la nutrice Euriclea passa
decisa all’azione; Penelope è una donna di ferro, fedele, strategica,
autorevole, capace di mettere tutti in soggezione; accorta,
sospettosa, poco incline a sciogliersi, anche con Odisseo, per nulla
palpitante e sensuale, semmai una vera roccia, anche se stillante fiotti
di lacrime, tuttavia impenetrabile.
Si ha la sensazione che per i Greci arcaici un bel pianto, vigoroso,
sano, convinto fosse efficace segno di vita e di potenza, visto che
dopo i singhiozzi Odisseo si dimostra ogni volta più forte e
coraggioso di prima. E che in ogni caso non ci fosse nulla di che
vergognarsi per loro se la morte degli amici, la separazione dalle
persone care, la perdita dei compagni, delle navi, dei beni, la
lontananza dalla patria e dalla famiglia, la paura di avere un padre o
un marito morto, scatenassero pianti robusti e disperati. A quali
misteriosi modelli si ispiravano allora gli educatori del maschietto
occidentale che non piange mai?
13 settembre
Il mare è infecondo?
Alberto Savinio era convinto, come me e come tanti, che Omero
dicesse il mare infecondo, affascinato dall’idea: “ma da un controllo
da me fatto in questi giorni,” scrive, “ho trovato che Omero dice
divino il mare, lo dice ondisonante, lo dice canuto, lo dice vinoso ma
non una volta infecondo” (voce Mare nella Nuova enciclopedia).
Conclude che la parola atrygetos, infecondo, c’è invece in uno degli
Inni omerici, quello a Poseidone.
2790
Savinio non conobbe mai Internet, benché la sua intelligenza fosse
già da internauta, grazie al quale si trova in pochi minuti (costando i
lessici una cifra) che il mare è definito atrygetos più volte da Omero
(Odissea, V, 52 e 140; XIII, 419), che però Rosa Calzecchi Onesti
traduce ‘instancabile’, che non è affatto male. Il Rocci dà per atrygetos
‘infecondo’, ‘sterile’, visto che tryghé vale raccolto, vendemmia,
mietitura. Ma aggiunge che alcuni dei moderni lo vorrebbero
‘agitato’, ‘irrequieto’, ‘inospitale’, ‘indomito’, stando atrygetos per
atrytos, appunto instancabile.
Lo vorrebbero perché Omero lo attribuisce al mare, che per loro
non dovrebbe essere infecondo, giacché ci sfama con i pesci o,
come dice Savinio, in quanto è fecondo di scambi e di commerci?
Non lo so. Ma se Savinio scrive: “tale è la mia natura che io subisco
il fascino soprattutto delle cose che sono fuori della verità”, viene da
pensare che invece alla verità lui arrivi in ogni caso, anche per le vie
più sinuose e le distrazioni occasionali, perché alla fine Omero dice
realmente il mare infecondo. E non c’è ragione di sostituire
l’aggettivo se tanto poetica e veridica è l’immagine di un mare che
non si miete, non si vendemmia, dal moto incessante ma senza che
mai venga il raccolto.
14 settembre
Parole per strada
Anche chi arriva troppo tardi, arriva sempre in tempo.
Se è ancora in grado di sentire la bellezza della vita, per esempio,
può trasmetterla agli altri. La vita non gli diventerà più facile per
questo dono. Resta sempre operante il piano basso in cui la partita si
gioca e si perde senza alcuna bellezza.
O la bellezza, la felicità, sono una donna, un uomo, più che uno
stato o una condizione? Se è così, allora passeggere e irte di spine.
Spina per spina, cerca la bellezza e la felicità del vero in Cristo.
Anche se arrivi troppo tardi.
2791
14 settembre
Sempre
Se accipimus peritura perituri (De providentia, 5, 8), se riceviamo da
effimeri l’effimero, come scrive Seneca, quanti sono gli inganni nel
pronunciare questa parola magica, ‘sempre’, facendoci un
incantesimo da soli. L’amante dice all’amato: “Ti vorrò sempre
bene”, intendendo “finché vivrò”, non “finché vivrai”; “sarò sempre
dalla tua parte,” dice l’amico all’amico, intendendo che non vi sarà
mai termine all’amicizia.
Ma il sempre, avverbio straricco, dicendo che non ci sarà mai fine a
un legame, dichiarazione così rischiosa da allarmare mentre
conforta, dice anche di una continuità dell’amore e dell’affetto,
garantendo non vi saranno intermittenze, buchi, falle, dimenticanze,
atonie durante tutto l’inarcarsi del sempre, valendo anche per “ti
amerò ogni minuto di quel sempre”? “Sarò dalla tua parte in ogni
occasione precisa”? O l’impegno a non troncare mai un legame ci
esonera dal tenerlo ben teso anche domani o dopodomani?
L’amato che così si sente dire, dopo un secondo di conforto, giacché
se l’amante ha detto mille, si può pensare che valga almeno per
cento, subito vaglierà in quale modo concreto lei potrà esprimere il
suo amore. Vive con lui e quindi le prove potranno venirne ogni
giorno. Non vive con lui, sta all’altro capo del mondo, e allora non
sarà che con quel sempre lei lo vuole compensare di quel mai che
sperimenta ogni giorno. Che cioè mai la vede, mai la tocca, mai ne
gode la compagnia?
Il sempre dell’amore non è temporale, è un intensificativo che dice
che ci si trova ora nel sempre, nel suo incantesimo, da esseri
effimeri. E allora accetta l’incantesimo! Potresti non averne altro,
per sempre.
C’è un secondo modo, più sicuro, di ricorrere al sempre, volto al
passato, dicendo cioè: “Con la stima e l’affetto di sempre”.
Mettendosi il sempre dietro le spalle però e facendolo durare almeno
2792
fino all’oggi, appellandosi alla sua tenuta temporale, non si è per
questo più sicuri di non suscitare dubbi. Magari per anni tale stima
perenne non ci è mai stata testimoniata e fatichiamo tutti a
riconoscere una costanza così durevole nel cedere le armi, una volta
per tutte, al valore e al cuore di un altro.
Chi così si esprime tuttavia, disarmandosi, mette nelle mani un’arma
segreta a noi, perché come potrà di punto in bianco e per cosa da
poco prendere a disistimarci? Potrà invece, come potremo noi, e
forse, avendo assicurato già un sempre nel passato, sarà più
disinvolto nell’imporre un mai nel futuro.
15 settembre
Giustiziare la persona amata
Una donna, che non ha piacere di comparire col suo nome ma che
sono pronto a svelare qualora cambi idea, perché un pensiero così
profondo non è giusto che si presenti anonimo, mi ha detto che
bisogna “giustiziare dentro di sé l’oggetto del proprio amore”,
saperlo vedere com’è da nudo, perché altrimenti noi ameremmo un
mito, una leggenda, un ideale. Ciò fatto il nostro sarà vero amore.
E mi ha fatto pensare che con gli anni noi lentamente giustiziamo,
anche non volendo, la persona amata, che si svela in ogni sua piega e
debolezza sotto i nostri occhi, e che a volte addirittura, insieme al
meglio di sé, dà anche il peggio, ignoto a ogni altro, non solo perché
si espone, si abbandona e si confida soltanto con noi ma perché
convivendoci nel tempo noi la scopriamo per forza qual è.
Ma se l’amica ha inteso che dobbiamo giustiziarla al culmine
dell’amore, per sapere esattamente chi amiamo, ecco che per un
uomo è impossibile, perché noi crediamo che l’amore stesso ce la
sveli con l’aureola che invece noi le mettiamo sul capo. Mentre le
donne sì che sanno farlo, anzi non fanno quasi altro, e infatti
troverai che anche nel primo impeto e nel fuoco
dell’innamoramento esse sanno chi amano, e per questo lo amano in
2793
modo più potente e più vero, mentre scherzano sui suoi limiti e
debolezze al punto che diresti che non amino.
Per noi uomini è un vero sacrificio di immaginazione e di piacere,
mentre amiamo, scrutare e amare la donna amata, forse anche
perché abbiamo paura di non amarla più e, una volta giustiziata,
come dice l’amica, in genere quando siamo costretti a farlo da un
conflitto o da una privazione, e scopriamo che l’amore regge
d’inverno come in primavera, ecco che è vero che diventiamo più
certi e saldi in amore, anche se con una vena di malinconia e di
rinuncia. Giacché, amandola sul serio, ciò vuol dire che amiamo
proprio lei, e non solo il piacere e il sogno di amarla, sicché
dovremo tenerci pronti a rinunciare al nostro bene per il suo, a
pensare praticamente a lei, cosa poco maschile.
Amore segreto
L’amore tende al suo nascere al nascosto e all’invisibile tanto che si
vergogna di essere visto e identificato da altri e persino dalla persona
amata.
Condizioni ardue o impossibili per veto sociale o pratico non sono
mai state avverse all’amore, anzi lo infiammano, se i due si possono
frequentare lo stesso, giovando all’insorgere dei sentimenti non
perché impossibile ne sia l’effetto ma perché ciò ne garantisce la
segretezza.
Viene il giorno in cui gli amanti, e in genere l’uomo, perché la donna
è più indifferente al pubblico, se non costretta, sentono il bisogno di
fare sapere che si amano, per continuare a far l’amore al sicuro,
senza che si insinuino concorrenti o si affaccino pretendenti. Ma una
volta aperto per strada l’amore, anzi dichiarato, perché aperto lo è
sempre, essi non vogliono che rientrare nel segreto del sentimento,
sia pure con gli sguardi, il modo di camminare insieme, di parlarsi,
facendosi scudo della proclamazione in pubblico per celarsi meglio
nell’evidenza.
2794
Ma una volta che la società concorre all’amore, riconoscendolo, sia
pure in un fidanzamento o in una coscienza pubblica della storia,
ecco che la gran parte del fascino se ne va, giacché già se ne andava,
nel momento in cui uno dei due comincia a dire che è l’ora di
frequentare un po’ di più gli altri. E persino fare l’amore da quel
momento è diverso, quando puoi farlo, sei legittimato a farlo, in un
bel letto caldo, tante volte sognato all’aperto, nelle notti selvatiche e
rischiose, e trovato quando ci stai sopra pesante e inerte come un
cappotto d’estate.
M.W., l’attrice più felice del mondo
Io sono l’attrice più ricca del mondo ma non riesco a goderlo se non
nell’invidia e nel desiderio che vedo lampeggiare negli occhi degli
altri. Io sono la più bella ma non conta nulla finché gli uomini non
mi sognano e le donne non ne soffrono. Io ho un immenso potere
sui sogni ma riesco a sentirne il piacere solo frequentando le
aspiranti ad averlo. Io sono l’attrice più famosa e rido perché la folla
creda che io sia felice, come infatti divento quando essa impazzisce
per me. Non so se sono brava, se valgo qualcosa e non ho neanche
la concentrazione per rifletterci su ma se tutta questa gente si esalta
quando mi può vedere e sfiorare, mi fa sentire subito la più brava, a
meno che non siano tutti matti.
Loro, uomini e donne, sono contenti che io sia la più bella, ricca,
potente, famosa, felice, perché così vivono meglio la loro vita. E io
sono ancora più contenta perché sono loro che mi fanno diventare
quello che altrimenti non sarei.
Se fosse appena più ricca di loro la vicina di casa la odierebbero, se
fosse appena meno brutta la donna della porta accanto soffrirebbero
le pene dell’inferno, se fosse di un pelo più potente la moglie di un
amico, cadrebbero in crisi, se leggessero un articolo nella cronaca di
Lebanon sulla loro concorrente in affari l’invidia le mangerebbe. Ma
io sono fuori gara, sono al di sopra dell’umanità in lotta, depuro tutti
i loro sentimenti e li nobilito in modo fantastico, come loro fanno
con i miei.
2795
Finché riuscirò a tenere nascosta la mia disperazione, la cosa
continuerà così. Per questa disperazione in fondo ho fatto l’attrice,
che non me ne ha mai guarito ma le ha opposto una cosa tipica del
mondo del cinema, chiamata felicità. Le due forze per ora, senza
intaccarsi minimamente, si tengono in equilibrio a meraviglia. Da
sola soffro come una cagna, anche perché sono nata malinconica e
quasi pazza, ma so che il pubblico mi renderà esultante come una
scimmia. Una doccia fredda e una doccia calda non fanno sempre
bene alla salute?
Domani si vedrà. Ma non sono tipo da viale del tramonto. Da regina
d’America che sono diventerò la regina dell’Africa. Farò abbastanza
soldi per diventare una protagonista della beneficenza mondiale.
Taglierò il cordone dell’immaginazione erotica degli uomini e farò
costruire tante scuole e ospedali nel continente nero quanti mai
nessuna diva prima di me, continuando a godere l’ammirazione delle
donne. Sono loro in fondo le più fedeli ai sogni.
16 settembre
Il corpo e io
Il mio corpo sono io: è vero. Ma è altrettanto vero che il mio corpo
non sono io, è un altro, come ci accorgiamo quando facciamo
qualcosa che non vogliamo o quando non facciamo quello che
vorremmo. Allora capiamo che il corpo non solo non è a nostra
disposizione ma non è nemmeno una materia viva impersonale. Egli
ha un’identità e una personalità, compenetrata alla nostra. In che
modo? Palesemente, se un’angoscia ci dà mal di stomaco o un’ansia
mal di testa, se il benessere fisico ci dà un senso di piacere e quasi di
esultanza. Ma è vero anche il contrario: che egli è intessuto con noi
in modo segreto e indecifrabile, come ci accorgiamo quando
vorremmo urlare per chiedere soccorso e non ci riusciamo, quando
siamo decisi a ragionare ma impulsi di ordinaria follia quasi pilotano
la nostra mente. O quando siamo felici senza sapere perché.
Come affrontare con metodo scientifico una condizione nella quale
sono vere cose opposte? Io per esempio mi sono accorto che il
2796
corpo, come un cane, sente l’odore della nostra paura, e quando
temiamo di avere un organo malato, quello ringhia e ci attacca,
mentre se riusciamo a diventare indifferenti, si acquieta e se ne sta
buono.
Altre esperienze mostrano invece che gli ipocondriaci, i quali hanno
sempre paura di qualche malattia, sono più sani degli altri, anche se
l’ipocondria è essa stessa una malattia, e delle più coriacee, benché
languide negli effetti. Anche in questo caso la paura del corpo
genera effetti opposti e rende dubbie le cause. E chi consigliasse
un’indifferenza assoluta ai segnali del corpo, farebbe danno quanto
chi imponesse un’analisi metodica e capillare della propria salute.
Nessuno è imbattibile come chi si vuole ammalare perché, anche se
non ci riesce, vive come se fosse sempre malato. E nessuno è
vulnerabile come chi vuole essere sempre sano. E allora?
Fatti amico del tuo corpo. Poniti in auscultazione ma non come
fosse l’oggetto vivente in cui abiti né come fosse te in tutto e per
tutto, o in versione materiale. Trattalo con rispetto, come una
persona, come un parente, come colui che ti ospita in vita e, quando
te lo chiede, non disdegnare di diventare tutt’uno con lui, di farti
guidare dal corpo. Se nuoti o corri o passeggi non stare a pensare a
chissacché. Considera quanti tuoi inutili pensieri e dannosi è
costretto egli ad ascoltare che tu produci senza scopo e costrutto,
senza armonia. Non vuoi lasciarlo in pace per un’ora?
Siamo uno e siamo due e torniamo uno, in una continua
fluttuazione. Da questa esperienza nascono conseguenze morali
inenarrabili: il rispetto delle più leggere differenze, fino quasi
all’identità; il senso delle contraddizioni vitali della natura, che vanno
rispettate e ricongiunte in un duetto musicale, scegli tu il genere;
l’apertura verso lo straniero, giacché ne ospitiamo uno dentro di noi,
ci ospita lui, siamo forse la stessa persona.
Il mio carattere non sono io. Chi sono?
Il primo straniero che ospitiamo è Dio. Anzi, è il contrario: Dio è il
primo straniero che ci ospita.
2797
17 settembre
Un po’ di calma
Storie che ti tengono col fiato sospeso, che leggi col fiato in gola,
che ti fanno restare senza fiato, che addirittura ti mozzano il fiato,
per fortuna io non le ho mai lette. Quanto più un romanzo è buono
tanto più il mio respiro diventa regolare.
Secondo i risvolti pubblicitari di oggi i romanzi ci dovrebbero prima
di tutto sconvolgere, far provare emozioni vertiginose, turbare
intimamente, rivelare verità segretissime, gettare una luce cruda sulla
nostra vita, eccitare fino al parossismo, mettendo in un moto
selvaggio il nostro cuore e facendoci sfrigolare dalla tensione e
dall’ansia, scatenando, come l’acido lisergico, allucinazioni rischiose,
oppure rapirci dentro visioni estreme. Mai una volta che si dica che
una storia ci potrebbe dare un po’ di calma.
Esistono lettori in grado di divorare un libro, belve che spero già
sazie quando metteranno la bocca sul mio.
I grandi romanzi non si stampano più, si ristampano.
Ho appena comprato il nuovo romanzo di un prolifico scrittore
italiano e non sono riuscito a leggerlo. Soltanto a rileggerlo.
24 settemb
Omaggio impertinente ad Alberto Savinio
La Nuova enciclopedia di Alberto Savinio è una miniera scintillante, in
cui scopri che l’oro letterario non è o vero o falso ma ce ne sono
infinite qualità intermedie, con gradi di purezza diverse e che se tutte
le pagine luccicano, tanto che quando lo chiudi hai la sensazione di
aver spento la luce, lo spettacolo della sua intelligenza rende passiva
e superflua la tua, perché chi si mettesse a tirare di scherma con
2798
Savinio, per contendere quell’oro, anche fosse altrettanto abile e
brillante, cosa difficilissima, giostrerebbe sempre con le armi forgiate
da lui, col suo nome inciso sull’elsa.
Meravigliose le sue pagine, più che a leggerle, a viverle con lui,
perché lo senti vivo e guizzante dovunque. Ma quando chiudi il libro
magico, benché resti una sensazione forte di piacere incontaminato,
sei del tutto smemorato di quello che hai letto.
L’intelligenza sua divora felicemente il mondo, lo mangia, lo
assimila, lo trasforma. E fa lo stesso con te, lettore, perché per lui è
solo come lettore che esisti. Il suo effetto non è di stimolarti a
pensare a questo o a quello a modo tuo, perché già pensa tutto lui,
già rinnova e rigenera lui ogni cosa che tocca, libro o situazione,
passione o condizione. Così non c’è più niente da fare dopo, se non
sorridere dal piacere e ringraziarlo che ti ha invitato alla festa
dell’intelligenza.
Savinio ti suona come un pianoforte. Ma tu sei un uomo.
Non vi sono in lui pensieri collegati meccanicamente, non vi sono
tesi sostenute ma una raffica di intuizioni sonore attraverso
l’organismo della sua personalità unica e sovrana, che attinge una sua
felicità di pensiero godibile per tutti ma, in questo slancio di
comunicazione spiritosa, brillante, illuminante, sovversiva, egli è del
tutto autarchico e anarchico. Non ha mai smesso in realtà di essere
un pianista. Che gode la presenza del pubblico ma al buio, zitto, in
ascolto.
Commentare i suoi pensieri allora è come mettere le note in un
sacco, spegnere la festa, perché essi valgono nei toni dell’autore, nel
suo esatto timbro ironico, nel suo stile esistenziale e musicale.
Non sono così neanche sicuro, mentre glieli rubo per assaggiarli,
perché non vuoi lasciare niente sul piatto, che fuori dal suo concerto
proteico quegli accordi di sapori e aromi resteranno gli stessi ma mi
conforta pensare che qualunque altro lettore, con la sua copia della
Nuova enciclopedia, potrà provarli e gustarli come non ne avessi detto
nulla. Questo libro infatti non si metabolizza e non si consuma mai:
2799
si esegue o non si esegue. Eppure l’unico modo per parlare dei suoi
pensieri per me è proprio quello di mangiarne la musica.
La poesia
L’amore di Savinio per Apollinaire, che palesemente stima
nell’intimo e perfino con tenerezza, deriva dalla sua “atarassia
poetica”, dal suo non godere né soffrire “gli estremi infernali della
vita”, restando “nel suo medio umano”. E questo è un gran merito.
Come mai?
La poesia era propria di una civiltà orale quando, per mandare a
memoria centinaia di versi, il ritmo era indispensabile. Con l’avvento
della scrittura, il verso è diventato inutile. E così chiunque l’abbia
preso troppo sul serio, fatte le eccezioni sacrosante, è diventato
falso, artificioso, volgare. Quali ne sono le conseguenze?
Il verso dà “talvolta un piglio aforistico alle più smaccate bestialità, e
però il verso è spesso usato a impoetici fini, a mascherare l’anemia
delle idee e la magrezza della fantasia (v. Paul Valéry). Per rendere il
verso più efficace e più ricordabile il suo significato, bisognerebbe
cantarlo come usa nella liturgia, e come usano i declamatori francesi.
Il verso è autoritario e legifero. Serve a inculcare al popolo le
volontà del capo. È inappellabile, definitivo.” “Come strumento
religioso e legislativo, il verso oggi si chiama slogan” (Voce
Apollinaire).
La poesia tende all’espressione ‘scelta’, ‘sontuosa’, ‘aulica’,
deformando la naturalezza dei fatti e dei detti. E perfino la bellezza
della Ginestra la guasta a Savinio, forse troppo delicato, lo
“sterminator Vesevo”. Per non dire della lingua elucubrata con cui
Manzoni dice che la preghiera a Maria è annunciata da tre campane
in tre ore diverse del giorno: “Te, quando sorge, e quando cade il
die, / E quando il sole a mezzo corso il parte, / Saluta il bronzo che
le turbe pie / Invita ad onorarte.”
La poesia ormai va decifrata con un dizionarietto personale per ogni
autore, mentre la lingua dovrebbe essere comune e mediocre come
2800
in Apollinaire, in quanto lingua della vita, “che nella sua vastità è
mediocre” (voce Attendere).
E arriva ora il passo più importante: “Perché fine della lingua non è
di esprimere in maniera aulica o estetistica poche idee, limitate,
obbligate, e ambigue, quando non addirittura false, ma di farsi
strumento duttile, preciso, ‘inappariscente’ soprattutto di tutto
quanto una mente profonda, sottile e osservatrice può pensare, e
dare forma così a una letteratura vasta, viva, completa”.
Confesso che l’uso delle virgolette per suggerire un significato
particolare, che non si capisce quale sia, o per produrre un tono che
si fa fatica a intendere, in tutti mi irrita tranne che in Savinio. Tanto
più in questo caso, in cui mettere le virgolette alla parola
inappariscente è ciò che la rende appariscente.
Questo passo è esemplare e calza bene per la prosa, e soprattutto
per lo Zibaldone, prediletto da Savinio e da tutti coloro che hanno
un’idea di stile, teso sempre alla chiarezza e alla perspicuità delle idee
più complesse e delle passioni più sfaccettate. Non vale sempre né
molto, mi sembra invece, per la poesia, che allora non si capisce più
quale originalità avrebbe e come si distinguerebbe da un trattato
scientifico, stando alle sue regole. Ma si può negare che essa abbia
preso negli ultimi cinquant’anni proprio la direzione lamentata da
lui?
Savinio non è e non può essere un amante della poesia moderna
quale che sia perché tira troppo bene di scherma per accettare i mille
colpi a vuoto e per aria, e non ha abbastanza sensibilità per il dolore,
la paura, la follia, la malinconia, la morte, l’amore, se allo stato nudo
e non lavorato dall’arte. Egli, che pure è abbastanza femminile, non
stima abbastanza le donne (o forse le mogli borghesi che frequenta),
e così non coglie il senso materno, e tanto meno erotico e sensuale,
propri del poetare.
A Savinio neanche Baudelaire pare poeta molto grande, e allora chi
sarebbe grande? Benché lo ponga al fianco di Copernico e di
Darwin quale figura rivoluzionaria, avendo egli ucciso Apollo e
chiuso con le Muse, producendo invece tutta da sé la sua poesia,
2801
senza il soccorso dell’ispirazione (voce Barba). Mentre esattamente
lo stesso, e molto più a ragione, si potrebbe dire per Savinio e per la
sua prosa.
Savinio, uno degli uomini più intelligenti e vivi del Novecento, non
percepisce nemmeno il poetico e il filosofico nella Recherche di
Proust, che vede come un chroniqueur di lusso, dal gran valore storico
e documentario (voce Proust). E io che credevo invece che Marcel si
fosse inventato tutto il suo mondo mondano, che dal vivo doveva
essere una gran noia, solo per scrivere delle passioni di sempre, delle
contraddizioni sensuali di sempre, potenziate attraverso le figure
mitologiche di dei parigini che non sono mai esistiti, risvegliando il
panteon di nobiltà immaginarie per raccontare di tutti noi
epicamente.
Ma dove Savinio non è Savinio, perché un demone si impossessa di
lui, è quando manifesta il “poco amore” che ha verso la poesia di
Leopardi. E perché? C’è in lui il ricordo del paradiso perduto ma
non la promessa del paradiso ritrovato. La poesia invece ci dovrebbe
incoraggiare attizzando la speranza.
Io trovo invece che la disperazione di Leopardi sia più confortante
di una promessa di paradiso fantasticamente ritrovato. E questa
opposizione con lui credo sia anche sua con se stesso, perché
Savinio intende la poesia per la sua antica funzione pratica e
pedagogica, in nome della sua potenza sociale e collettiva nell’antica
Grecia, atta a formare uomini liberi ed energici, semplici e pieni di
areté, come occorre in Pindaro. Che guarda caso è così spesso invece
proprio la stessa spinta al canto in Leopardi.
In lingua media e sensibile agli stadi medi della vita, la poesia
incoraggia le speranze, evitando gli eccessi del dolore e della gioia.
Democratica e non autoritaria, priva di solennità legiferante ed
estetica, non richiede la consultazione di dizionari ed espone poche
idee chiare ed esatte in modo ‘inappariscente’. Ammetto che la
visione di Savinio della poesia mi sconcerta. Forse egli ritiene che la
vera poesia si trovi nella prosa.
2802
L’anima delle donne
La mia sensazione è che tale opinione dipenda dal suo giudizio
troppo freddo sull’intelletto femminile mentre, quando parla di
anima, che alla fine è molto più importante, benché non si possa
separare dall’intelletto, egli diventa più luminoso e profondo, come
si vede dai passi che seguono.
La voce Nora (italiana) della Nuova Enciclopedia, getta una luce cruda
sull’Italia del dopoguerra, e forse su qualunque Italia: “C’è tuttora in
Italia uno spirito controriformista, che pur non dichiarandolo
apertamente, nega l’anima alla donna”. E perché? “Per egoismo, per
volontà di bassa dominazione, per non mettere in mano un’arma alla
donna, per non spartire con lei il capitale; soprattutto per atteggiarci
nei confronti della donna a uomo-dio e persuaderla che se mai essa
sente desiderio di vita superiore, deve attingere nell’anima
dell’uomo.” E soprattutto per ragioni politiche, visto che “l’anima è
la parte politica dell’individuo.”
Tra parentesi, da un’osservazione attenta e spregiudicata degli esseri
umani io sarei più portato a dubitare l’anima in molti di noi uomini,
tanto a lungo riusciamo a tenerla in letargo, e inclino a credere che la
gran parte dei mali sociali dipenda proprio dalla preponderante
vitalità dell’anima femminile rispetto a quella maschile. Ne siamo
surclassati e annaspiamo allora in altri campi, neutri e bassi, che
molto di rado sono quelli dell’esercizio dell’intelletto.
Quando si tratta di anima, Savinio si illumina e riesce a scrivere una
pagina come questa, che trae spunto da Nora la quale, nella Casa di
bambola di Ibsen, abbandona il marito non appena diventa cosciente
che non le riconosce un’anima: “Perché l’anima, benché nostra, c’è
tra lei e noi una ‘incolmabile’ distanza, né mai veniamo con la nostra
anima in piena, in istretta confidenza. Ma della nostra anima noi
viviamo nella soggezione, spesso nel timore, sempre nel desiderio di
contentarla e soprattutto di far bella figura di fronte a lei.”
In altre parole la nostra anima è femmina, è la donna dentro di noi,
osteggiando la quale noi reagiamo offendendo le donne fuori di noi.
2803
Il discorso si fa ancora più chiaro se lo colleghiamo a un altro passo:
“L’antifemminismo non è soltanto iniquo in sé, ma nocivo alla
civiltà. Civiltà non fiorisce senza presenza e partecipazione delle
donne. Dirò di più: esiste civiltà perché esistono donne. Dirò
meglio: le civiltà si fanno per le donne. La civiltà è nei rapporti tra
uomini e donne, ciò che la corte è nei rapporti tra uomo e donna:
una forma di seduzione, di lusinga, d’infingimento per nascondere
quel che di brutto, di triste, di vergognoso, di mortale è nell’amore e nella vita.”
Ciò significa che l’uomo incivile e che non ha pudore e soggezione
per la propria anima non ha alcuna spinta a costruire una civiltà per
le donne, perché è incapace di nascondere in sé e fuori di sé il
brutto, il vergognoso, il mortale, che preferisce allora far dilagare
liberamente, diventando aggressivo e barbaro.
La carità
Un’altra voce dell’enciclopedia di Savinio non può essere soltanto
eseguita o ascoltata ma merita una riflessione sulla partitura. Egli
gioca col vero e con il non vero, com’è suo costume, in modo che il
non vero faccia da trampolino al vero, ma non so se possa
continuare a farlo trattando di un tema intrattabile, intorno al quale
ci domandiamo se esso sia il re del gioco della vita o se non rompa
ogni gioco: la carità.
“Carità. La carità è quell’affezione dell’animo che ci fa amare Dio
per sé e il nostro prossimo per amore di Dio. Anche la carità, come
tutti i sentimenti cristiani, è sentimento di carattere popolare e
dunque non può essere sentito se non dall’uomo di carattere plebeo
e non può giovare se non a lui.”
Osservo che tutti i sentimenti sono popolari, anche negli uomini di
intelletto superiore, e che la carità, prima di tutti, ha ben poco a che
fare con un presunto ‘carattere plebeo’. Questa, Alberto, è una
battuta da oltreuomo. Qualunque intelletto libero e superiore è anzi
il più esposto, quando non pensa, non scrive, non studia, ai
sentimenti più immediati e popolari che ci siano. E infine la carità
2804
non è un sentimento psicoterapico che possa o debba giovare a sé,
semmai a coloro verso i quali si irradia.
Ma continua Savinio: “Interrompiamo il ragionamento e poniamo
questa domanda: il concetto cristiano della vita è riservato
‘unicamente’ alla plebe, o può essere esteso anche a coloro che non
fanno parte della plebe?”
Non capisco quale differenza ci sia tra ‘unicamente’ con le virgolette
o senza, forse si tratta di una sottolineatura. Ma mi accorgo che
prima si trattava di sentimento, proprio solo della plebe, e ora di un
concetto. E tuttavia un concetto di carità senza il sentimento non
comprendo che cosa sia.
E poi chi è la plebe? Savinio risponde: “Pongo tra i plebei anche
coloro che appartengono ad altre classi, come principi e duchi,
ufficiali dell’esercito e scienziati, uomini ricchi e uomini ‘colti’, ma
essenzialmente e per qualità di mente sono plebei ossia uomini
schiavi e non posseggono quel criterio personale, quel giudizio
individuale che soli tolgono l’uomo dall’aggregato della plebe e
fanno da lui un individuo autonomo.”
Plebeo è l’uomo massa, che non ragiona con la sua testa e non è
indipendente dalle servitù sociali. Il sentimento e concetto di caritas
allora vale qualcosa per chi non è come lui?
La risposta di Savinio è che “la variante del sentimento della carità a
uso dei non plebei non sarebbe più il sentimento che ci fa amare il
nostro prossimo per amore di Dio, ma un sentimento che, sia pure
per amor di Dio, ci pone davanti al nostro prossimo in condizione
di perfetta indifferenza; considerato che il sentimento della carità,
ossia l’amore che per amore di Dio noi diamo al nostro prossimo,
offenderebbe il nostro prossimo ‘non plebeo’, e dunque gli
nuocerebbe.”
Se fosse stato un altro a farlo, questo discorso sull’indifferenza come
amore sarebbe stato un delirio divertente. Anzi, preso sul serio e alla
lettera, lo è. Ma, non pago dell’incoscienza di essermi messo in gioco
in questa scherma fantastica, colgo l’occasione per osservare che
non solo Savinio tira di scherma sempre da solo ma anche davanti
2805
allo specchio, quale per lui è il pubblico, perché quello che dice è la
verità Savinio, di un uomo e artista autosufficiente.
Per capire allora devo rompere lo specchio e domandarmi: Perché
mai dovrebbe offendermi essere amato cristianamente? Mi sentirei
compatito? Mi sentirei assillato? Mi sentirei dipendente e debole? Ma
sono dipendente e debole! O forse, visto che non mi offende, ciò
vuol dire che sono un plebeo? Per quel che vale questa parola, sia
come sia.
Ma c’è un altro colpo di scena nel suo discorso: “nel sentimento
cristiano della vita la premessa di Dio non è necessaria”, anzi gli
nuoce: “Il vero sentimento cristiano è ateo.”
Non è un detto così assurdo. Credo anch’io si possa amare senza
credere in Dio ma perché allora vuoi dire cristiano questo
sentimento? Parla di fratellanza, di solidarietà, di rispetto per le
creature, anzi, per le non creature.
Tale sentimento sarebbe appunto un sentimento, cioè un’attitudine
della quale nessuno saprebbe nulla tranne chi la prova, se Savinio
non ne scrivesse. Ecco che sono le opere scritte il suo modo di
amare gli uomini, gli animali, le piante, le cose. Nell’introduzione a
Tutta la vita, infatti, il sentimento cristiano non lo estende forse
anche ai metalli?
Savinio non vuole nessuna confidenza da parte di nessuno, non
cerca nessuna solidarietà, sintonia, amicizia, affinità che non scopra
lui stesso, non vuole essere in nessun modo umano al modo della
plebe, vuole sparire per diventare tutto scrittore, e munifico,
inesauribile, illuminante, qual è. Soltanto che noi non vogliamo
diventare nient’altro che suoi lettori, essere divorati da una piovra
così profumata. Mentre lettori lo siamo, ci divertiamo un mondo a
fingere di esserne mangiati, ed è piacevole. Ma la carità è altra cosa,
non è letteratura, non è sentimento, non è concetto, non è
nemmeno una voce dell’enciclopedia.
Cos’è? Disciplina, arte di vita, ricerca del vero, anonima, umile,
plebea, ecumenica; indifferenza a noi semmai, non agli altri, e allora
2806
un amore che educa gli altri a essere indifferenti a sé. Pratica
disarmata, insuccesso perenne, maratona fuori della pagina, del
sentimento, del concetto, del genio. La carità è il modo in cui il vero
si manifesta fisicamente tra noi, nel mondo terreno. Se non ne siamo
capaci, come io ora lo sono, diciamolo: “Sono infelice perché ho
dimenticato la carità.” Non ce ne inventiamo una su misura.
La vita è breve. Abbiamo bisogno di fare una sintesi.
29 settembre
Festa di matrimonio
Quando si va a una festa di matrimonio, che dura almeno una mezza
giornata, noi ci possiamo trovare ai tavoli con persone che non
abbiamo mai conosciuto e che, parlando e tacendo, guardandoci a
vicenda, valutando e soppesando, un po’ alla volta sciogliendoci e
svelandoci, tra battute e ritrosie, raccontando e nascondendo,
finiscono per diventarci familiari, quasi un orchestratore invisibile, e
non gli sposi con penna e taccuino, ci avesse assegnato a quei tavoli
perché era deciso a farci incontrare.
Timidi tutti davanti al destino, attendiamo le mosse altrui come
giocatori di poker inesperti. Che lavoro farà? Avrà più soldi di me?
E le idee politiche? Non sarà un devoto di qualche imbonitore?
Abbiamo molto da celare e molto di cui vergognarci ma anche
qualche gioiello artigianale da mettere sul panno. Piano piano gli
ospiti del matrimonio si accorgono che potrebbe non essere più un
gioco di prudenza e astuzia domenicale l’uno contro l’altro, finendo
a pari e patta per godersi il pranzo. Si potrebbe infatti giocare
insieme contro il destino, allearsi contro i piani e gli intrecci che per
il resto del tempo siamo costretti a tessere per non finire noi nella
tela. Basta così poco.
Non è necessario presentare il curriculum, anzi, meglio se non
sappiamo nulla di quello che fanno gli altri. L’imbecille che si
presenta con la professione e che gode a elencare quelle degli altri,
per fortuna non siede con noi.
2807
E allora si comincia a scherzare, a sorridere, a ridere di un singolo
caso della vita, tenendosi sulle generali, e poi piano piano di tutti. Si
forma un codice fatto di tutto ciò di cui non si parlerà. E poi si
aspetta l’occasione di osare, di rischiare, di rilanciare. E si comincia a
festeggiare che insieme, otto persone sconosciute, mangiando e
bevendo, possono coalizzarsi e liberarsi. Come il lavoro, la
solitudine, la delusione, perfino la disoccupazione, la separazione, la
malattia, la morte siano lontani, disattivati per una volta. Un
sodalizio di umani, vinta la paura, scherzano sullo spettacolo del
mondo, di cui in fondo siamo contenti di far parte, così diversi e
stranamente familiari gli uni agli altri, così spiritosi e stranamente
simpatici.
La vita viene vista artisticamente, un teatro fascinoso in cui ci fa
persino piacere recitare, perché non c’è dramma che adesso non sia
commedia. E nessuno vorrebbe il ruolo di un altro, troppo buffo
che ognuno abbia il suo. Ciascuno il proprio ruolo lo vede aleggiare
sopra il tavolo, come una divisa, una maschera, un indumento che si
risolve in un velo, quasi svapora, mentre il vino va giù e si gusta il
cibo democratico. Noi siamo altro, siamo più di quel che sembra, e
lo scopriamo svestendoci attorno a questo tavolo: un camerino di
commedianti amatoriali, uno spogliatoio di atleti dilettanti.
Non ci vedremo più, non sappiamo neanche i nostri nomi. Che
importa? Siamo della stessa specie. Credevamo di essere unici e
questo ci faceva soffrire. E poi soffrivamo del fatto di soffrire. Nelle
ore più buie, soffrivamo di aver sofferto.
Alzandoci, senza neanche ricordare di salutare tutti (non mettiamo i
timbri a questa libertà effimera) una ragazza scalza, con un tatuaggio
sulla caviglia, si mette a fotografarci, facendo lampeggiare il flash.
Lampeggeremo nel ricordo, anche senza foto, gli uni per gli altri. Per
qualcuno siamo una luce e qualcuno è una luce per noi, stabile e che
non brucia gli occhi. Per quanti siamo e saremo invece sempre
lampi, istantanei e inestinguibili? Lampi nei cieli sereni.
1 ottobre
2808
Medici allegri e tristi
L’Italia è passata dalla cura di un medico allegro (come si dice
‘finanze allegre’) e disonesto a quella di un medico triste e onesto. La
nazione malata si sentì dire dal primo che stava benissimo, visto che
stava benissimo il medico, anche se lei si sentiva male. Arriva il
secondo medico e le dice che ha tutte le ragioni di sentirsi male, e
che deve ringraziare lui se non starà molto peggio. La grande malata
guarda il nuovo medico con una flebile gratitudine, giacché la sua
cura non punta a guarirla ma a non farla schiattare. Fermo restando
che se farà sacrifici, se sopporterà con pazienza per anni i suoi mali,
che le daranno dolori molto più forti che in passato, ma in vista di
un bene futuro, potrà tornare, o forse diventare per la prima volta,
veramente sana. Quando? Un giorno.
Alle donne non potresti dirlo, specialmente se anziane, ma alle
nazioni sì, perché possono durare secoli e secoli, e che cosa vuoi che
siano cinque o dieci anni nella loro storia? Deperiranno e moriranno
molte cellule di forma umana ma resterà saldo l’organismo.
A detta dei più, i medici precedenti erano formati non solo da
disonesti ma anche da incompetenti, molto spesso le stesse persone,
mentre il governo dei medici odierni è competente per definizione,
almeno in economia. E tuttavia i risultati di tale competenza non si
vedono, anzi, la recessione si aggrava, i consumi decadono, i
disoccupati diventano un’armata di solitari depressi. I medici politici
italiani sono stati insomma così abili da inventare una nuova forma
di competenza: astratta, ideale, simbolica, sospesa sulla realtà come
una forma estetica, un contegno in camicie bianco, una postura
d’azione, un portamento. Qualcosa di svincolato dagli effetti
palpabili, dai successi visibili. La competenza diventa come il
prestigio, il decoro, la signorilità: uno status ineffabile e atmosferico,
un’allure.
I compiti europei
2809
L’uomo politico più potente, il presidente del consiglio attuale, il
quale crede che la parabola economica e quella morale debbano
combaciare, come nei Buddenbrook, si stupisce che, facendo i compiti
europei con diligenza e abnegazione, non si vedano i progressi
economici sperati. Ma egli ha fede che ciò debba accadere, in nome
di un imperativo categorico ottocentesco: Tu lavora onestamente e
prima o poi i risultati verranno.
Non nuoce in questo cammino disciplinare, compiuto soprattutto
dai più deboli, poveri, declassati e ormai espulsi dalla società,
qualche occasionale visione profetica. Il presidente del consiglio
infatti da qualche tempo la fine della crisi la vede. Barlumi di fari
sembrano lampeggiare all’orizzonte? Si vede un uccello di terra che
segnala il porto vicino? Galleggiano nel mare tronchi di alberi,
sacchetti di plastica, relitti di barchette? No, niente. Buio e acque
nere e deserte ovunque. Ma egli sa e sente nel suo cuore che la terra
è vicina.
Il motto dell’etica calvinista non è forse: Lavora duro e abbi fede?
Ma quando gli occidentali hanno cominciato ad accorgersi che non
basta, che non funziona? Con la prima guerra mondiale? E in che
anno siamo oggi?
La cosa più evidente è sempre quella più ignorata, non solo quando
è una lettera rubata. La cosa saputa da tutti è troppo semplice per
essere presa sul serio da chi ha carriere finanziarie e bancarie, come
si dice oggi, di eccellenza. Se diminuiscono i consumatori, perché
impoveriti, inoccupati, disoccupati, o perché impauriti, allarmati,
demotivati, come si può sperare in una ripresa economica? Se
quando si compra meno si produce anche meno e seppure chi
possiede qualcosa in più lo accantona o lo espatria, come potrà
migliorare l’economia? Mistero della fede.
Il presidente Obama, tra uno scherzo e l’altro, al David Letterman
Show, con la solita scioltezza, ha avuto la semplicità di dirlo e il
temibile intervistatore non ha trovato nulla da controbattere. Negli
intrattenimenti politici nostrani invece, che puntano sul godimento
del dolore della crisi, nessuno osa dirlo, perché le verità da noi sono
sempre “più complesse”.
2810
Non si fanno investimenti per creare lavoro, dicono, perché non
bastano i soldi. Ma non si è sempre decantato il rischio in economia?
Non c’è sempre stato un prezzo da pagare se si vuole un profitto?
Ora, un governo di professori di economia, di manager, di
finanzieri, di banchieri, di economisti seduti al caldo delle stufe,
come ironizzava Werner Sombart, evitano il rischio imprenditoriale
come la morte, vedono il governo come una cassa di risparmio e
non come un istituto di investimento. Non si accorgono che sono
tornati i tempi del governo imprenditore?
Quintino Sella, integerrimo fantasma ottocentesco, domina le sedute
del governo. Il quale pareggiò il bilancio nel 1875 affamando la
popolazione. Che bello, saremo schiavi dello stato, della banca, della
finanza, della buona reputazione in Europa oltreché della povertà,
dell’inerzia, dell’immobilità, della tristezza sociale, della corruzione.
E quando finalmente saremo schiavi proprio di tutto, le qualità
morali e la sensibilità creaturale degli italiani almeno miglioreranno?
No, i ricchi e potenti saranno, come sempre, pochissimi e gli onesti
si nutriranno di virtù ideali, di spirito di sacrificio e di noia
paleoindustriale.
L’Italia infatti è la nazione che non conosce dialettica, nella quale il
servo non diventerà mai padrone, perché non affronterà mai il
padrone di tutti, la morte, intesa come potenza negativa sociale sulla
quale far leva per un progresso civile, come nella Fenomenologia dello
spirito di Hegel. Casomai affronterà la vita da schiavo, infiorandola
con amenità, lusinghe sensuali, ambiguità piacevoli, in uno stagno di
vernice d’oro e di animali vischiosi.
La fiducia impossibile
Il presidente del consiglio parla agli italiani come si fa agli allievi:
l’Europa ci dà i compiti a casa e noi dobbiamo fare bella figura. Siate
obbedienti, avete già fatto abbastanza i birbanti. Egli rieduca gli
italiani con pedagogia pacata ma ferma. Quando cresceranno, se
fanno i buoni, avranno un bel regalo dal papà.
2811
I governi si reggono sulla fiducia che il popolo nutre verso di essi
ma anche sulla fiducia che essi nutrono verso il popolo. E la fiducia
è non tanto la presa d’atto di una dignità reale ma l’invenzione di
una dignità possibile. Bisogna ammettere che è difficile per
qualunque governo oggi nutrire una tale appassionata carica di
entusiasmo morale da elettrizzare gli italiani con tale sentimento.
Ecco che il governo più serio, tanto più se formato da ministri
anziani, che ne hanno viste di tutti i colori, che sanno benissimo che
nessuno in Italia si fida della propria ombra, figuriamoci di quella
degli altri, non potrà mai nutrire fiducia esso verso un popolo intero,
o convincersi di averla, nonché gloriosamente inventarla per
trasmetterla.
Così esso opererà in modo da succhiare più sangue che può dagli
onesti, che in ogni caso farebbero già il loro dovere, rendendoli
anemici e passivi, tanto più che essi hanno già le mani legate. Gli
onesti infatti si legano le mani da soli, sia perché scelgono un lavoro
che non li costringa a furti e a compromessi sia perché non
riuscirebbero, anche fossero tra i ricchi e i potenti, ad avere le mani
così sciolte da rubare e truffare.
E tale governo lascerà i disonesti, in genere più ricchi e più potenti,
ai loro tranquilli bagordi e privilegi, non fidandosi di loro e non
sperando di poterne spremere soldi, e tanto meno sostegni.
La conclusione è che un governo in Italia tanto più sarà serio e
rigoroso tanto più colpirà i seri e rigorosi, mentre un governo
disonesto e sciatto, non vergognandosi della propria corruzione, ma
non osando infierire sugli onesti più di tanto, lascerà le cose come
stanno, lascerà cioè che l’Italia rotoli giù, esaltando al contempo gli
italiani, che almeno si ammorbidisca la loro caduta precipitevole con
illusioni, miti e fantastiche immagini di sé.
4 ottobre
Concetti e pensieri su strada
2812
Il concetto procede in linea retta, il pensiero in modo sinuoso e
curvilineo. Il primo assomiglia a un treno che corre lungo i binari
che tagliano il paesaggio il più possibile in modo rettilineo, riducono
le curve al minimo, e sono fissati dopo aver spianato e colmato il
terreno, in modo che esso sia il più piatto e praticabile possibile. Il
pensiero invece procede lungo vie e strade, sterrate o asfaltate,
seguendo le ondulazioni, i rialzi, le discese, le volute del paesaggio. E
non solo si nutre dei suoni, degli aromi, persino delle sferze dei rami
sul viso, fronteggiandone le insidie, ma apre addirittura esso il
passaggio, in misura delle proprie forze e curiosità, non sapendo
dove potrà arrivare né se potrà continuare.
5 ottobre
I sentimenti diventano persone
Se un uomo sta molto solo, i sentimenti che prova non si rivolgono
direttamente agli altri uomini, non reagiscono alle pressioni delle
situazioni concrete e urgenti, quando uno è invidioso o sleale o
affettuoso o arrabbiato verso i suoi simili e dissimili, ma diventano
riflessi e si mettono in gioco tra loro, come se essi fossero persone
vive, interne e autonome. Così la gioia si allea alla paura, che la
tradisce, contro il dolore; la noia non aspetta ormai più la visita del
sollievo, l’ansia crede di essere minacciata da chissà quale morte
mentre è nemica di se stessa e la lealtà si associa alla pazienza per
sfuggire alla delusione: sentimenti diventati tutti persone fantasma e
ombre senza sagoma d’uomo o di donna.
A tal punto siamo abituati a giostrare con gli altri che non riusciamo
a vivere un sentimento da solo, per quello che è, anche perché un
sentimento da solo non esiste, Ed esso viene spinto, anche nella
solitudine nostra, dalla sua intima vita sociale, su un piano simbolico
ed egocentrico, in una tale girandola che troviamo più comodo
pensare che siamo sempre noi la persona che li prova tutti mentre
essi, i sentimenti, per così dire, si provano da soli, si allenano per
inerzia in una dialettica emotiva della quale diventiamo semplici
assistenti.
2813
Se siamo disposti a lasciarli fare, ecco che passeremo un pomeriggio
di piacevole noia, in cui non accade niente ma è una fortuna, perché
anche i sentimenti, liberi dal nostro controllo e dalla pretesa di
orientarli, si godono un po’ di libertà, tra un obbligo sociale e l’altro,
lasciando affiorare quella nostra natura che con tanta tensione
vigiliamo, quasi non fosse degna essa di guidarci.
6 ottobre
La morte prima della vita
Prima si muore e poi si nasce. Infatti nascendo si viene
dall’inesistenza, da una morte ben più profonda e radicale di quella
che ci aspetta alla fine della vita. Prima di nascere non siamo mai
vissuti per poi finire nella morte, ma non siamo mai nemmeno
cominciati. E tuttavia nascendo, l’infinito tempo che precede il
nostro arrivo viene subito attestato dai nostri vagiti come la prima
volta che accade ciò che da sempre sarebbe potuto accadere. La
potenza del nulla infinito passato grida dentro di noi nel parto, in un
dolore di gioia, nel caos emotivo ma generativo di un Big Bang tutto
personale, non privo di un’oggettiva paura giacché noi l’inizio, a
differenza dell’energia primordiale, lo sentiamo e come.
Se l’inesistenza è dentro di noi fin dall’inizio, perché per millenni
non siamo mai esistiti, ecco che la morte non è una sorpresa
assoluta, una novità tremenda perché mai sperimentata ma, al
contrario, fa paura perché sappiamo dove ci riporta. È un ritorno di
morte, anzi è una ricaduta ma in una forma terribilmente prosaica,
ripugnante e umiliante di non vita, nel sarcasmo di un corpo che si
decompone quando prima di nascere splendeva nell’azzurro,
limpido, pulito, incontaminato nulla carico di noi da sempre.
Un nulla che (come possiamo dire una volta nati) già sapeva
inconsciamente di noi, già preludeva a noi, era carico e, forse non
amorosamente ma rapinosamente teso verso il giorno fatidico in cui
finalmente sarebbe esploso in noi.
2814
Pensando le cose così, come effettivamente sono, il fatto che un
essere, sia egli infinitamente atteso, desiderato, voluto o sia
progettato, incubato, preordinato, incubato nell’universo, benché da
nessuno in particolare secoli, anni o giorni prima che fossimo
concepiti, nella necessità assoluta che un giorno sarebbe nato, visto
che di fatto è nato, si riduca a una salma di cera non è concepibile o
accettabile che accada.
A meno di non pensare che la natura, o Dio nella natura, sia un tale
sperperatore da far convergere miliardi di forze e di fattori in una
nascita, tanti infatti ne occorrono perche nasca proprio io, o
chiunque altro, per poi buttare via tutto tranquillamente, con la
scusa che tanto ne possono nascere miliardi di altri. E non più con
qualche grano almeno di quella primordiale bellezza del
concepimento primordiale di quella nascita (iscritta nel piano) ma
nel modo più brutale, prosaico, triste e mortificante.
Se Dio buttasse a mare me perché tanto ne possono nascere miliardi
di miliardi, questi sarebbero infatti miliardi di miliardi di fallimenti
come me.
Si creda o non si creda, per rispetto del genio oggettivamente
generoso, se anche non in modo soggettivo, che ha fatto questa vita,
sia personale o impersonale; per il suo onore, al quale ci ripugna
addebitare un fiasco così clamoroso (che pure ci eccita e ci fa sentire
torvi e importanti), noi abbiamo il piacere morale di vivere
pensando che la nostra vita, di noi tutti viventi, compresi animali e
piante, e in forma rigorosamente personale, giacché altrimenti non
sarebbe vita ma semplice esistenza, perduri in nuove forme,
altrettanto alte, libere e nostre, e non divenga rifiuto biologico
riciclabile.
7 ottobre
Romanzi personalità
“Essere buono, fiero e impavido”, questa è la risposta di Vladimir
Nabokov a un intervistatore che gli chiedeva quale fosse il carattere
2815
migliore per un uomo. Credo che egli sia riuscito più di una volta a
essere tale.
“Ormai lo scrittore è morto e posso dire liberamente quello che ne
penso”. Modo di ragionare (che sorprendo ora in me) non solo da
vigliacco ma inefficace, perché tu dirai quello che realmente pensi
solo nella piena e completa responsabilità verso colui di cui scrivi,
meglio che se ce l’avessi davanti.
A tale riguardo, scrivendo un saggio, mi capita quasi sempre di
pensarlo come scritto ‘per’, e non ‘su’ uno scrittore. A questo
scrivere su qualcuno, caricandogli parole sopra, standogli addosso,
preferisco allora uno scrivere ‘intorno’ a lui, senza gravargli sulle
spalle e senza pretendere di entravi troppo dentro. O appunto ‘per’
lui, perché spesso tu scrivi per colui di cui parli, quasi ti sentisse
anche da morto. Non nel senso che ti rivolgi solo a lui o che vuoi
fargli un piacere e un favore ma orientandoti verso lui, o lei, con una
gratitudine di fondo. Così ti dispiace che egli non possa leggerlo
perché è morto.
Quando uno scrittore che ci appassiona è sicuro, esuberante, se non
spavaldo, netto nei giudizi, infallibile nelle percezioni, dotato di ogni
bene e qualità, la tentazione è quella di acciuffare un lembo del suo
tappeto volante e di essere sempre d’accordo con lui volando,
perché si rifletta su di noi il presunto godimento delle sue certezze e
le gioie immaginate della sua dominanza.
Cosa che a me è impossibile fare perché non amo illudermi di
diventare un altro, né lo desidero, né posso esaltarmi dentro la
potenza di un altro ma posso riconoscerlo soltanto riportandolo a
me. Così facendo sono costretto forse a sminuirlo, nel caso che egli
sia più ricco di me e, non volendo farlo entrare a forza, potrò
soltanto recepirne questo o quel tratto. Ma almeno figurerà
esattamente per come lo sento e lo penso, giacché egli parla e scrive
già per se stesso, e quale bisogno avremmo mai che un altro lo
risenta e lo ripensi dall’interno, diventandone, da traduttore e
interprete, l’eco e l’ombra?
2816
Esistono eppure i devoti, gli entusiasti, gli idealizzanti che si
arrendono a uno scrittore e ne diventano gli amateurs, i cortigiani, i
cultori, i servi felici.
L’operazione non è disinteressata, giacché schierati come milizia
virtuale volontaria dietro il suo cavallo fiammeggiante essi potranno,
senza mai combattere né spargere il proprio sangue, dominare tutti
gli scrittori meno potenti in effigie e disprezzare tutti coloro che
contro quello scrittore si battono, A tale scopo essi scelgono sempre
i più famosi e riconosciuti e, se accademici, vanno in sollucchero
filologico con pose, cerimoniali e complimenti esagerati e bifronti,
detti con tono bollente verso l’amato scrittore e con tono gelido, che
non ammette repliche, verso l’eventuale obiettore. Se invece fanno
parte a sé, vivono nel bozzolo di un’ammirazione che semina
disprezzo su tutti gli esseri umani intorno a loro, che non siano il
loro scrittore.
Esistono scrittori che si sostituiscono al mondo mentre li leggi,
autori di romanzi personalità, nel senso che avrai una verità
Nabokov, una verità Bellow, una verità T.Bernhard, una verità
P.Roth. Passare in loro compagnia settimane o mesi è un’esperienza
potente di sostituzione di persona, nella quale il loro sangue entra
nel tuo corpo e ritorna al libro, in una trasfusione rassicurante, non
priva di rischi che si svelano col tempo.
In tutti questi casi l’esperienza tende a farsi totale e onnivora, con un
senso di piacere, che va dall’euforia alla voluttà, pur nei travagli e
negli scuotimenti, e una rigenerazione dei tessuti sensoriali e
mentali, più robusta che in un romanzo dove contano soprattutto i
personaggi e le situazioni. In questi casi infatti l’autore è sempre il
primo personaggio, un essere dominante ma non prepotente, se non
in modo involontario.
E tuttavia la presa energica della personalità artistica, nella
fantasmagoria ironica di Saul Bellow oppure, nel versante tragico,
nella prosa tentacolare, cupa e comica, di Thomas Bernhard, o in
una cognizione virile del male naturale, come in Philip Roth, ti
agguanta mentre leggi. Ma lasciata la presa, chiuso il libro, essa non
continua più ad agire, nutrendo la tua vita e riaffiorando nei
2817
momenti cruciali, perché la loro letteratura non si basa in nessun
modo sulla condivisione protratta con te di un’esperienza feconda al
di là della loro voce risonante. Il lettore si eclissa con lo scrittore,
pur restandogli un’impressione forte e indefinita negli anni.
Ciascuno di questi autori non solo l’ho letto a fondo ma convissuto,
senza sentirmi espropriato, eppure essendolo di fatto, mentre mi
sprofondavo in loro, giacché essi non entrano in relazione col
lettore in nome di un vero comune che, non dico vada oltre loro e
me o chiunque altro, ma che ci attraversi, considerandoci simili
all’autore al di là del loro romanzo.
Essi sono, per così dire, troppo straripanti in una personalità che
surclassa gli antagonisti e il pubblico stesso dei lettori, troppo fatti
d’arte vera, troppo intelligenti e robusti nella loro personalità che
irrompe a cascata, anche grazie a una resistenza insonne e a uno
sfrenato bisogno di rielaborare tutto e sempre in modo proprio.
A un certo punto io ne sono stato saturato sicché, trovandomi a
leggere ora un loro libro a me sconosciuto, non sarebbe più lo
stesso, giungendo fuori tempo massimo rispetto a quell’esperienza,
così concentrata e appassionata ma definitiva. Ricordo distintamente
che, arrivato a metà di Estinzione, dopo aver letto gran parte dei libri,
tutti incisivi e potenti, di Thomas Bernhard, lo scrittore europeo più
forte del secondo Novecento, io mi sia sentito saturo, al punto che
le sue parole non mi giungevano più, si erano scaricate per me. E la
semplice idea di rileggere un suo libro, amato e stimato in alto grado,
mi è diventata impossibile.
Tali scrittori sono diventati per me parenti nobili di famiglia,
altolocati e fiammeggianti, esseri amati e decisivi, sì, uomini che
posso dire di conoscere come pochi altri, anche incontrati di
persona, e che di fronte a chiunque mi sento di ammirare e
riconoscere senza disinganno od ombra di tradimento, eppure sono
esperienze finite, consegnate alla storia.
Avendo letto invece le opere di Kafka o di Leopardi da quando ero
adolescente, e ormai nel corso di quarant’anni, io posso tornare a
esse in qualunque momento della mia vita, trovandole o quasi del
2818
tutto nuove o mai lette, benché non ce ne sia una che non abbia
riletto più volte, oppure ricordando quasi tutto parola per parola,
eppure ritrovando lo stesso succo nutriente che si riferisce
esattamente alla mia vita, senza che Kafka e Leopardi ne abbiano
mai potuto saper niente.
Lo dico come un fatto, qualcosa di cui non mi domando il perché,
tanto è così. Pindaro, Omero, Platone, Sofocle, Eschilo, Orazio,
Lucrezio, Virgilio, Dante, Machiavelli, Shakespeare, Büchner,
Dickens, Kleist, Melville, Manzoni, Baudelaire, Rimbaud, Svevo,
Proust, per dire i più di coloro con i quali sperimento negli ultimi
dieci anni questa pratica o tentazione rinascente di lettura, ho spesso
voglia di riviverli perché parlano sempre del mondo con me, o
addirittura a me di me. Molti altri, anche grandi, no.
Il discorso non può essere però categorico, benché in astratto ci sia
del vero (c’è sempre del vero, ma quanto?). Infatti ho letto La ricerca
del tempo perduto a diciotto, diciannove anni, dall’inizio alla fine,
l’unico modo per leggerla, e avendone riletto in seguito questo o
quel volume, questo o quel passaggio, per scriverne o parlarne, non
ho più ripetuto l’impresa, e per la stessa ragione per cui non avrò più
diciannove anni. Mi sembra disonesto infatti trattare quel libro come
fosse reversibile, a differenza della mia vita.
Arrivato a Il tempo ritrovato, il diciannovenne si sentì raggelare e
vivamente fu deluso che Marcel lo mettesse a cospetto della morte
del suo romanzo, lo uccidesse davanti a lui con tale voce sepolcrale
ed extratemporale, mettendosi a filosofare con tale distacco,
presentandogli i volti invecchiati e i corpi cadenti di coloro che lo
aveva invitato a mitizzare, e dicendo a se stesso crudamente, ma così
anche a lui, che gli dei invecchiano prima e peggio degli uomini. Ciò
che chiuse l’esperienza, riportandolo nel disamore, per altro verso
con somma delicatezza e onestà, alla sua vita tutta da fare.
Anche la prima lettura del Woizeck di Büchner, una sorpresa totale,
resterà unica e irreversibile, perché si addentra, irrompe, si invena
troppo, ti scopre per quello che sei. Cosa che capita una volta sola
con un libro.
2819
Anzi, quando un libro entra veramente in te, come Casa desolata di
Dickens, diventa, di qualunque cosa parli, una tua autobiografia,
anche se non c’entra nulla con te, in modo così ineffabile e
poderoso che ringrazi ma non ci metti più le mani, perché proprio
non vuoi guastare l’impressione che non hai mai perduto, benché
non ne sapresti dire niente che la esprima.
Altri, anche classici, anche imperituri, li leggi per loro, per ammirarli,
per goderne, per soffrirne, per capirli, per fartene affascinare, per
onorarli, per viaggiare con loro o per contemplarti e dimenticarti di
te. E sono proprio quelli che puoi riprendere in mano. Allora vedi
che la tua distinzione è solo approssimativa e non regge. E nulla dice
di gerarchie di valori oggettivamente reali, che forse non esistono
più, avendo a che fare con questi nomi.
8 ottobre
Vladimir Nabokov
Nonostante quello che ho detto, se però un autore di romanzi
personalità ha scritto almeno un libro per me e per te, ti tornerà
prima o poi la voglia di leggerne o rileggerne gli altri, per
riconoscenza a quel solo libro. Gelo di Thomas Bernhard, Herzog di
Saul Bellow, Il teatro di Sabbath di Philip Roth, Lolita di Nabokov,
non so se siano i loro libri migliori, ma aprono sempre il varco a una
rilettura, quando la tua vita ritroverà la sua giungla,
quell’inquietudine selvatica che è segno di un riaffluire di sogni, di
aspettative, di pericolosi misteri.
Sono intimamente grato infatti per quella liberazione naturale,
tutt’altro che erotica, che Nabokov mi ha fatto illudere di godere
con Lolita, “iniziale fanciulla”, un vero libro dell’aurora, un canto
dell’inizio. Canto che intona e spiega tutto quello che seguirà nella
travagliata vita, illudendomi che essa si trovi tra due aurore, come un
libro dell’Odissea (visto che Humbert Humbert può viverla in età
matura). Per questo sento quasi il debito di rileggere dopo decenni
altri suoi libri (dei quali ricordo soltanto che sono belli) o di
scoprirne di nuovi. Dico il dovere, mentre so che mi aspetterà un
2820
acrobatico piacere, soltanto perché so che nessun altro di essi potrà
ridarmi lo stesso sentimento dell’inizio.
Ancor prima di aprire Guarda gli arlecchini! immagino, ignorando
molti altri suoi libri, che, visto che si è così liberi una sola volta,
Nabokov, prima e dopo aver scritto Lolita, non abbia potuto darsi
che alla pirotecnia più affascinante, giacché un sentimento essenziale
e profondo, fintanto che non si è espresso e dopo che si è espresso,
non può che spingere verso il più radicale e brillante esercizio di
intelligenza vitale, la quale sola è in grado di capovolgersi di colpo in
un sentimento della vita vero.
Non mi stupisce affatto allora che questo romanzo degli ultimi anni
sia una sarabanda, una carnevalata tragicomica, una parodia dal
ritmo frenetico (L’uccello di fuoco Di Nabokov?) perseguendo
pienamente il suo scopo, quello di dimostrare come bravo sia
l’autore: “Sono uno scrittore eccellente? Sono uno scrittore
eccellente.”
Ma in modo che io non possa che essergli riconoscente perché non
mi annoia mai, non mi delude mai, finché la sua dimostrazione si
converte nella mia gratificazione.
Scrittore di scrittori
Sappiamo che quando il protagonista di un romanzo è uno scrittore
o l’autore è già famoso e privo di complessi o è un narciso melenso
o non sa più cosa scrivere. Ma c’è un ultimo caso, lo scrittore è tale
non soltanto quando scrive ma anche quando non scrive. Quando si
innamora o si disamora, lavora, mangia, guarda, incontra i suoi simili
e dissimili, pensa, sente, passeggia, soffre di insonnia. E, quando
arriva il momento di scrivere, in questi casi tutti i giorni e molte ore
al giorno, egli non fa che compiere l’ultimo atto: darne la prova più
persuasiva, a se stesso e agli altri.
Se però uno scrittore crea i romanzi, nel corso di una vita intera, i
suoi romanzi a loro volta si mettono selvaggiamente a creare lo
scrittore, non perché egli sia l’insieme dei suoi personaggi né perché
2821
sarebbe un altro se non li avesse scritti, pur restando lo stesso uno
scrittore. Ma perché i romanzi si esprimono attraverso te quanto tu
ti esprimi attraverso loro. La cosa è molto pericolosa, per questo
non bisognerebbe scriverne così tanti a meno che, come ha fatto
Nabokov, non ci si butti audacemente tutto dalla parte dell’arte.
Ecco che la personalità dello scrittore non dico che diventi doppia o
che venga indossata ogni volta che egli venga chiamato in causa, in
interviste e convegni, ma intendo proprio che si compenetra con
l’altra sua, originaria, con quel che sempre ne resta fuori, che
precede il primo libro, che riaffiora tra i libri in una diversa forma di
vita scrittoria: intima, orale, immaginativa, ineffabile ma altrettanto
forte, se non di più.
Noi immaginiamo sempre infatti, tutto il giorno, in gradi artistici più
o meno spinti. E la letteratura non è che il potenziamento di questa
forma di vita immaginativa naturale, che finisce per rendere ogni
gesto, moto, pensiero spietatamente e artificialmente artistico.
Noi scriviamo per definire chi vorremmo e chi non vorremmo
essere. E tornare liberi di continuare a essere passivamente colui che
siamo, anonimo, indisturbato. Ma lettori e critici assediano l’autore,
identificandolo con i suoi personaggi. Ecco che, essendo noi in gran
parte colui che vorremmo essere come colui che non vorremmo
essere, è vero, sì, che i personaggi siamo noi, ma quel noi che non
siamo mai stati, o che fummo o che saremo, non essendo capaci di
essere colui che siamo. Perché, se ne fossimo capaci, non
scriveremmo romanzi, semmai pensieri, nei quali puoi finalmente
essere chi sei.
Oppure, grado più alto, vivremmo, senza scrivere, colui che siamo.
Ed ecco che il romanziere è perseguitato sempre più, attraverso i
giudizi dei lettori, siano o non siano critici, e a causa dei suoi
personaggi, da colui che vorrebbe essere ma non può, e da colui che
non vorrebbe mai essere e sembra. Ma che alla fine, in quanto tutti
noi siamo in gran parte i nostri vizi, rimpianti e sogni, le nostre
immaginazioni e i nostri rifiuti, finisce per essere davvero, col
risultato che, complicandosi la vita intermedia tra un romanzo e
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l’altro, e aggravandosi la confusione, egli non potrà che scriverne un
altro.
Carne da romanzo
La conseguenza di questa condizione faticosissima, ma naturalissima
per il romanziere, come per un atleta che si alleni ogni giorno, è che
tutti coloro che incontra, le donne di cui si innamora o gli uomini
con i quali lega e combatte (visto che in genere fatica ad avere
amici), diventano tutti carne da romanzo.
Senza contare che nei romanzi con protagonista uno scrittore, i
personaggi sono quasi sempre traduttori, editori, professori, critici,
giornalisti, dattilografe, studentesse. Che quindi vengono strapazzati
più degli altri.
Questi scrittori di scrittori è sicuramente meglio non averli
conosciuti di persona, perché non ci piacerebbe esserne ignorati ma
neanche esserne trasfigurati e deformati in un romanzo, tanto più
che è quasi impossibile che per qualcuno che essi abbiano
incontrato, traendone una buona impressione, la loro stima possa
articolarsi in una pagina al di là di un semplice enunciato o di
un’attestazione così asciutta e disadorna da risultare svilente.
Infine, in questo tipo di romanzo, ciò che viene colto degli altri è
soprattutto la fisionomia, il modo di gestire, la faccia, l’espressione, i
tic, le manie, l’abbigliamento, il gusto, le bizzarrie, finendo per
produrre una serie di caricature divertenti e grottesche delle persone
reali, come si accorge solo chi le conosce visto che, narrando,
l’enfasi è quasi tutto, e bisogna caricare al massimo i difetti,
soprattutto fisici, mentre i pregi restano sempre anonimi e opachi, a
meno che non si tratti di una splendida donna. Che allora verrà
colpita nel carattere.
Così uno si troverà identificato col modo di vestire, col tipo di
occhiali che inforca, con l’odore che emana, con le rughe che lo
solcano, col particolare abnorme e singolare, un mento sfuggente o
un occhio sbieco, un neo peloso o un dente storto, giacché lo
2823
scrittore personaggio del libro vive il mondo come un romanzo in
cui tutti convergono su di lui, nel bene e nel male, e contano nella
misura in cui fanno provare sentimenti e pensieri a lui, diventando
tutte comparse rapide e deformate ad arte dalla sua penna.
Ora, il corpo e le sue imperfezioni, la materia della vita, può essere
usata per dire qualcosa dell’animo, per significare la vita interiore.
Ma questo sarebbe il processo del simbolismo che va dal dentro al
fuori, da Nabokov per nulla apprezzato.
Se tuttavia il corpo vale di per sé, e non più come medio della
sequenza che unisce un animo a un altro animo, ecco che esso
finisce per essere trattato come una specie di anima materiale
estroflessa, come se fosse colpa nostra dei difetti fisici e delle nostre
goffaggini, attribuendoci un destino e un valore in base alla nostra
fisionomia, che suscita fascino o ripugnanza di per sé, prima ancora
che uno sappia qualcosa di noi, ci conosca per quello che siamo e
valiamo.
Ecco, ne Il dono, “un uomo di una piccolezza ripugnante, quasi
portatile.” È piccola allora anche la sua anima? Eccone un altro “con
la faccia butterata dal vaiolo”. È affetto da una qualche corruzione
morale?
L’effetto è quello di un cinismo goliardico e spumeggiante, adottato
dallo scrittore per disimpegnarsi elegantemente tra le miserie fisiche
dell’umanità mediocre, ma così si annienta la vita spirituale degli
altri.
È inevitabile, per generare la gaia liberazione di un romanzo, la
franca cattiveria verso i vizi altrui, quella che mettiamo in atto in
privato, e che nel romanzo si gode in pubblico, sicché le pagine si
popolano di idioti bizzarri, di sceme esuberanti e selvagge, di
affascinanti piccoli cretini dalla vitalità grottesca, poiché gran parte
del piacere del lettore sta nell’immedesimarsi con la libertà di
giudizio suprema e irridente del protagonista.
L’autore, come noi tutti, deve fare i conti con un mondo rigoglioso e
demente, pullulante di vita e affezionato a buffe fissazioni, a
2824
pittoresche manie, a gioiose e allegre puerilità. Oppure, quando il
quadro si incupisce, a perfidie, ostilità e violenze, che riesce a snidare
nell’andamento di un giorno qualunque. E noi, autore e lettore, chi
siamo? I puri, i sensati, i decenti, gli intelligenti.
La carne da romanzo deve essere sempre maledettamente pittoresca.
Lo scrittore protagonista porterà in giro anche se stesso, ogni tanto
confessando le sue debolezze, le sue paure e angosce, le sue puerilità
e vergogne, che però assumeranno un tono disincantato, fascinoso,
e anch’esso libero e sovrano, perché è nel patto che il protagonista,
sconfitto dal potere sociale o no che sia, debba vincere almeno nel
suo libro, con al fianco, amico e assistente prediletto, il suo fido
lettore, che non sarà intelligente proprio come lui ma degno di
procedere alla sua destra, senza agire mai, ma compiacendosi della
sua allegra vendetta sui mali del mondo.
Naturale che poi si resti come una spoglia vuota, né più né meno
come l’autore, perché la vita, riassunta in una sintesi beffarda,
continua passo passo come prima, coi suoi poteri di marmo, senza
che nulla se ne possa più trarre di filosoficamente utile se non
l’impressione gratificante di aver assistito allo spettacolo del talento,
e cioè dello scrittore uomo unico, che simbolicamente si misura con
la vita galoppante e selvaggia senza farsi mai disarcionare fino
all’ultima pagina. E alla fine può dire: Con la mia arte ho vinto la
sua, e la mia, follia.
Nabokov non persegue una “narrativa didattica”, non si interessa né
di ideologia né di sociologia bensì realizza una “voluttà estetica”,
come egli scrive a proposito di Lolita. Il fatto è che la voluttà estetica
di Lolita è filosoficamente utile e ci fa riconoscere una volta per
tutte che l’amore per la vita è iniziale e che la sua sensualità, sempre
perversa, non ci rivela altro che la sua profondità. Ma la voluttà
estetica della mezza età è arlecchinesca e frastornante.
Guarda gli arlecchini!
2825
La voluttà estetica di Guarda gli arlecchini! è esortativa: l’autore esorta
se stesso a colorare genialmente la vita, visto che ovunque trapela il
suo carattere tragico, subire il quale è indegno di un uomo che valga
qualcosa.
Dipingi la tragedia! Trasformala in commedia! Visto che nessuno
regge una tragedia reale, nuda e cruda, per più di qualche giorno o
mese, se non vuole impazzire, la metamorfosi diventa una questione
d’onore per un artista, come nella gaia scienza di Nietzsche. È una
questione di realismo, di vitalità dell’arte concorrente con quella
delle altre forme di vita.
Una pazzia reale
Quando infatti lo scrittore protagonista di questo romanzo parla di
“disturbo nervoso che rasentava la follia”, della sua embrionale
pazzia manifestatasi nell’infanzia, di cui intuiamo tutti i sintomi, che
insorge in modo intermittente e violento, sappiamo che non scherza.
Si tratta di una cosa molto seria. Di una potenza che può distruggerti
nei modi più prosaici e anonimi se non la metti in gioco in
letteratura, che per certi scrittori va intesa alla lettera come un
problema clinico, solo potenzialmente metafisico, che per forza
cerca salvezza nell’arte.
“Atroce, intollerabile. Dovrebbe esistere una legge naturale, insita
nella natura stessa, contro esordi tanto disumani. Se ai miei terrori
nervosi non si fossero sostituite, verso i nove o dieci anni di età,
inquietudini più astratte e banali (problemi tipo l’infinito, l’eternità,
l’identità e così via) avrei perso la ragione assai prima di trovarne il
lume”.
Passo nel quale, come dovunque, si manifesta lo snobismo del
personaggio scrittore, che in un altro passo parla di Du côté de chez
Swann come di “uno strano romanzo francese” (per Nabokov un
capolavoro) e si imbatte a ogni passo in esseri balordi e mai
lontanamente alla sua altezza. Benché snobismo propriamente non
sia. Il problema dell’infinito infatti è banale perché non ti fa soffrire
2826
atrocemente, non perché indegno di cura artistica. E i balordi invece
lo fanno soffrire, e per questo se ne difende e li sbeffeggia.
Lo snob è infatti colui che guarda il mondo dall’alto, se anche lo
trova per lui innocuo, essendo innocuo egli stesso. L’aristocratico
invece è colui che ingaggia una lotta mortale col mondo e usa
l’ironia e lo sprezzo per pararne i colpi che sa prima o poi vincenti e
letali.
Lo scrittore protagonista, che non è ma è Nabokov, parla di
continuo del suo male, dall’infanzia alla vecchiaia (se mai è stato
vecchio), come un “pericolo indicibile”, un “panico impotente”. La
letteratura è questione di sopravvivenza, in un continuo saltare dallo
svuotamento all’euforia, dalla prostrazione alla megalomania. E
fortunati coloro che grandi scrittori lo sono, anche se questo non
attenua, anzi aggrava i sintomi, al punto che, specialmente nelle
ultime parti di Guarda gli arlecchini!, quando la prosa diventa
psichedelica in modo più deregolato, si può vedere in piena luce la
trasformazione di un caso clinico in una forma artistica di mania
divina quasi a ogni pagina.
Da questa pazzia latente, incipiente, di origine infantile, nasce la gran
passione, l’evidente stima, la riconoscenza devota, l’ammirazione
trascinante che Nabokov nutre per le donne, anche le più stupide,
ammesso che una donna possa mai esserlo. Al massimo infatti esse
inventano lo spettacolo d’arte varia della loro stupidità, soprattutto
in presenza di un esemplare maschio particolarmente sbilanciato in
senso cerebrale, riportandolo in vita con tale maestria, finché dura,
che meriterebbero tutte un attestato da terapiste naturali.
Addebitare o accreditare all’autore gli stati psichici dei suoi
personaggi è sempre un’infamia. Giacché è un omicidio della libertà
di parola, che si può esercitare soltanto se nessuno ci viene addosso
credendo che un romanzo sia una confessione in pubblico. Quale in
effetti è, ma bisogna scoraggiare in tutti i modi che si sappia, che si
dica, per non far colpire un inerme. Tra un romanzo e l’altro
esistono poche persone vulnerabili come uno scrittore, che riesce a
salvare un minimo di equilibrio soltanto se è sicuro che nessuno lo
2827
prenda per un pedofilo, un massacratore di amici, un donnaiolo
impenitente che debba fare i conti con la moglie vera.
Ma la realtà artistica che uno scrittore ha inventato, con somma
disinvoltura inventa il suo inventore e batte alla porta della sua
coscienza prima ancora degli sprovveduti che gli chiedono ragione
delle sue scandalose idee religiose o dubbie pratiche morali. Rischio
sicuro al quale non si può reagire che con una vita spartana e
ascetica, con una severità inaccostabile, con un secco diniego di ogni
attribuzione privata di ciò che si racconta. Dal che si ricava di quale
utilità possano essere mai le interviste e gli autocommenti.
Innamoramento
Ho detto in altro passo che si può testare, leggendo una poesia, se
un poeta è realmente innamorato, o lo è stato o lo sarà, se insomma
è idoneo a esserlo. E lo provo con un esempio, tratto da Guarda gli
arlecchini!:
Innamoramento
Dimentichiamo che l’innamoramento
non è del viso la semplice ruota
ma sotto ninfee gialle l’inabissamento
il panico notturno di chi nuota.
Finché si sogna, innamoramento
vieni, ma non ci tormentare
col risveglio, meglio l’accento
di questa fessura, di questo luccicare.
E vi ricordo che l’innamoramento
non è, gli indizi non son quelli, realtà
quali forse il mondo oltre il tempo
ha schiuso nell’oscurità.
Non vi sono dubbi, vi pare? E neanche nella mia versione, in cui
serbo la rima, avvalendomi, non sapendo il russo, della traduzione in
2828
versi liberi di Anna Raffetto (come di quella di Franca Pece
dell’autocommento di Nabokov). Mi sono preso troppa libertà
quando invece di ‘reticenza’ ho scritto ‘accento’, (una reticenza
tonale)? Il mio goffo accavallamento sintattico finale non insinua, in
modo coerente con il testo, che esista, oltre alla realtà diurna, una
realtà notturna, indicata segretamente dall’amore, perché l’amore è e
resta sogno, e come tale più potente del reale soltanto finché dura.
Come ogni poesia d’amore che si rispetti, anche questa dà nel
filosofico e invita, ma in realtà esorta, gli innamorati che risalgono al
giorno, e cioè al disamore della realtà diurna, e quindi sono insicuri e
tristi, ad attenersi ai segni dischiusi nell’inabissamento d’amore,
rinunciando a parlarne al risveglio. Meglio star zitti, meglio la
reticenza, nel ricordo del sogno, per custodire (che altro resta da
fare?) quella fessura di luce sottomarina.
Autobiologia
Autobiografia o autobiologia? Inventare la propria vita, cosa che
facciamo tutti, tutti i giorni, senza scrivere un rigo, porta sempre a
colorarla con le tinte più accese, fosse pure con i neri più neri e i
bianchi più bianchi, che in questo romanzo sono due colori tra i
tanti. L’autobiografia, genere fantastico, indossa sempre la casacca di
Arlecchino.
Per parlare molto di sé, di quel sé che inventa, come fa Nabokov,
che lancia nello spazio il proprio io, bisogna essere indifferenti a sé,
mentre, per parlare molto del mondo, indifferenti al mondo. Chi
non ama i romanzi personalità, come questo, non è disposto a
un’ascesi in letteratura.
Essendo romanzi autoalimentati, autofagi, devi essere sicuro che gli
arti si riformeranno. Cosa sempre rischiosa. Ma c’è chi sopravvivere
proprio così: “ricreare all’infinito il mio fluido ego mi manteneva più
o meno sano di mente.”
Quando incontri persone disordinate, vuote, dissonanti e apri un
libro di intelligenza come questo, provi un senso di sicurezza e
2829
sollievo. Forse perché con esso sei ammesso a frequentare l’uomo
superiore che gode a modo suo la vita, o dà questa sensazione.
Inoltrandoti tra mille sensazioni colorate, musicali, calde, senti però
sempre più forte il dolore di chi l’ha scritto, che lo spinge a
raccontarti, godendo quello che soffre, e pensi che la partita della
gioia tra il grande scrittore e le persone che incontri si faccia molto
indecisa.
Chi scegli? Cominci ad ammirare il coraggio di chi lo scrive, che non
si risparmia mai. Ma avrebbe sofferto meno avesse accettato quella
più sicura e anonima banalità, come ora ingiustamente ti appare,
delle vite disordinate fuori della letteratura. E ti accorgi che lo
scrittore gratifica e rallegra te, ridà a te senso e voglia di vivere, che
per almeno una settimana è grazie a Nabokov che la tua vita si
rimette in moto. E ti si accende un’intuizione segreta e discreta:
come è capace di amare gli sconosciuti quest’uomo!
Una drosophila su Nabokov
Il professor Kanner mostrò una bustina per francobolli e ne estrasse
una farfalla dalle ali ripiegate. Una zampetta della farfalla si contrasse
ma: “non può volare via, una trafittura è stata sufficiente”. Ines
gemette: “Che mostro.” E “meditò tristemente sulle migliaia di
creaturine che quello aveva torturato”. Proprio come ha fatto il
cacciatore di farfalle Nabokov. Mentre leggo questo passo un
moschino, davvero insignificante, quasi fatto d’aria, lo stesso che da
anni mi viene a visitare alla stessa ora di notte, mettendomi alla
prova con una grazia quasi femminile, si posa esattamente su queste
righe.
Guardandolo con la lente mi illudo di riconoscerlo (per via di
contiguità, direbbe Hume) come un moscerino della frutta, in un
vassoio vicino, e considero che questo quasi nulla, quasi invisibile,
batte le ali centinaia di volte al secondo e, se è femmina, come
credo, depone nei quindici giorni della sua vita almeno cinquecento
uova. Non può essere infatti sempre quello ma forse appartiene a
una famiglia che si passa di generazione in generazione il compito di
sondare il mio tasso di tolleranza.
2830
Soffio per salvarlo prima che volti pagina ma lei si tiene al filo delle
sue zampette frullando le ali. Allora aspetto che se ne vada da sola.
Arriva al bordo della pagina, raggiunge il taglio, si tiene in equilibrio
e vola lenta intorno alla lampada. Spero che faccia un resoconto
clemente su di me.
Aver indugiato su di un moscerino così insignificante, sia pure per
risparmiarlo, fa sentire insignificante anche me. Ecco perché molti
sono violenti, perché si sentono degradati a confrontarsi con
qualcuno che credono molto più piccolo di loro, perché lo è
nell’ordine fisico, e così prima lo ammazzano e poi non ci pensano
più.
Allora mi metto a pensare quanto aver trafitto migliaia di farfalle ha
a che vedere con il talento di Nabokov, che deve selezionare,
almeno simbolicamente, tutti i personaggi. Un buon narratore deve
essere cattivo con gli inermi? Come fai altrimenti ad attrarre noi
lettori amanti del proibito, del peccato, del reato, che amiamo
leggere ciò che non faremmo mai, se non sei capace di un po’ di
questa puerile capacità di torturare e uccidere i tuoi personaggi? Uno
scrittore deve essere ancora il bambino crudele? Nabokov riderebbe
di me, direbbe che mi sono fatto attrarre dal “vudù freudiano”.
Dietro-front
Guarda gli arlecchini! fa perno festosamente intorno all’incubo del
ritorno, che lo scrittore personaggio di Nabokov racconta a una
delle sue donne amate, attraverso un esperimento. Immagina di
percorrere il viale di platani che conosciamo bene e ora prova a
pensare a un dietro-front improvviso, per tornare indietro e
ripercorrerlo a ritroso. Per il suo protagonista e alter ego è
impossibile: “Ne sono schiacciato, il peso del mondo intero mi
grava sulle spalle nell’atto di girare su me stesso e di costringermi a
vedere come ‘destra’ ciò che avevo visto come ‘sinistra’ e viceversa.”
L’incubo si scioglie soltanto alla fine del romanzo quando,
ricoverato lo scrittore per un ictus con paresi all’ospedale, e
2831
cominciando a sciogliersi dai nodi della malattia, fa il suo ingresso
nella camera d’ospedale la realtà in persona. La quale dialoga con lui
e gli svela che non è pazzo ma deve solo sostituire lo spazio con il
tempo, giacché così quel dietro-front è davvero impossibile.
Quando gli studenti mi chiedono: “Prof, può ripetere?”, io dico: “Il
mio cervello si rifiuta.” Posso provare con altre parole e facendo giri
più larghi e diversi; e dicendo così qualcosa di nuovo. Ma ripetere
no. Non si torna indietro nel tempo. Se lo facessi ammetterei che
possano esistere due stati temporali uguali, e quindi anche due
pensieri e detti uguali in tempi diversi, il che mi trasformerebbe in
un ripetitore, in un dettatore, qualcosa che si può chiedere a una
macchina, a un alieno.
Dare ripetizioni, agli studenti: lo immagino un incubo. I ripetitori:
dei martiri.
Se non vi sono due pensieri uguali in questo Palinsesto non è perché
ho buona memoria ma per la paura del ritorno indietro nel tempo,
che è una specie di vita da morti.
Mimodramma
Pensando alle ricerche sui neuroni specchio, scoperti dall’équipe di
Giacomo Rizzolatti, attraverso i quali moduliamo le nostre reazioni
su quelle degli interlocutori, comprendendoci a vicenda per
imitazione, e mappiamo la realtà con un pensiero per immagini, c’è
forse definizione migliore di quella che Nabokov dà della vita? Un
mimodramma.
Guarda gli arlecchini! Guarda Nabokov! Sia quel che sia, voluttà
estetica o stimolatore cardiaco, non scriverai neanche una volta uffa!
al bordo delle pagine, né ti pentirai mai di averlo letto. Esperienza
letteraria, pittorica, musicale (benché egli non ami la musica) e
filosofica (benché sia tutt’altro che un patito dei concetti), questo
romanzo significa ciò che è, la vita che fa e che ti dà.
2832
Se vuoi procedere per via di opposizione, a libro chiuso, considera
Marai o Tabucchi, che non scrivono già falsi d’autore, cioè libri nei
quali l’autore sa di non essere originale, ma di avere una buona
tecnica, e così copia i quadri veri. Bensì scrivono ‘finti d’autore’, cioè
romanzi non abbastanza vitali, non abbastanza forti per diventare
veri, benché sulla strada giusta, e che così assomigliano ai romanzi
veri, li echeggiano di continuo, li ricordano a ogni passo, li
presumono, ne dipendono.
Il falso è l’opposto del vero, il finto è un vero debole, depotenziato.
Intransigenze
Il volume di Nabokov intitolato Intransigenze, che contiene le
interviste sue, giacché dà la sensazione di intervistarsi da solo, è
piacevolmente disarmante per la megalomania in maschera che
chiama il lettore a condividere, senza potere partecipare al ballo, e
divertente in modo spudorato, benché non malizioso, per i giudizi
che schizza a ogni passo, definendo mediocre Balzac, troppo
stimato Stendhal, insopportabile Dostoevskij, mediocre T. Mann.
Viene in mente quello slogan pubblicitario degli anni sessanta: “Con
quella bocca puoi dire ciò che vuoi.” Chiunque, imposto che debba
essere insultato, vorrebbe esserlo allora da Nabokov, che forse
accetterebbe di esserlo a sua volta soltanto da chi mostrasse
altrettale spirito. Il divertimento però lascia un gusto agro. Facile
trovare i confini in ogni scrittore, quanto più è grande. Perché ha
esplorato tutta la sua terra.
La sua teoria che un romanzo non debba essere interpretato in
nessun modo, ma soltanto descritto e documentato in ogni dettaglio
del suo contesto storico e materiale ridurrebbe la critica a uno
pseudo romanzo erudito. L’abolizione di ogni lettura ideologica,
allegorica, morale, filosofica, religiosa, sociologica, economica,
simbolica, tanto più se freudiana, come Nabokov auspica o
pretende, finirebbe per generare allucinazioni iperrealistiche con
lettori credenti che Kafka si sia davvero trasformato in scarabeo e
2833
che Joyce abbia scritto l’Ulisse ossequiando alla lettera i disegnatori
della mappa di Dublino.
Ma in questo, come in ogni altro caso, il metodo vale accettando il
corollario: a condizione che il lettore sia Nabokov. Il quale preparò
duemila pagine di lezioni su cento autori della letteratura mondiale,
tutte basate su documenti e mappe esatte, che fece distribuire ai suoi
studenti, i quali almeno una fortuna nella vita possono dire di averla
avuta.
Come sempre i suoi giudizi colgono nel segno. ma in un solo nervo
del corpo dei suoi bersagli, giacché non esiste un’opera letteraria, per
capolavoro che sia, della quale non si possano dire cose
orrendamente vere. Morte a Venezia, un racconto più suonato che
narrato, può essere irradiato da riflettori spietati che lo trasformino
in una farsa in maschera patetica e ridicola. Ma proiettando altre luci,
esso è una composta elegia addirittura neoclassica.
Il vero infatti è l’intero, l’insieme dei raggi di sguardo che si
incrociano in un libro, non un singolo impietoso laser, che non
risparmierebbe quasi nessuno.
Uno scrittore come Nabokov, capace di far sorridere di piacere i
lettori all’ombra della sua libertà di spirito e della sua maestria
avventurosa nella lingua, ha lasciato si ristampasse un suo
romanzetto (come egli lo chiama) più che dignitoso ma dispensabile
come L’occhio (o La spia), sotto il livello del quale nessuno degli
autori conclamati sui quali irrompe con le sue battute allegramente
infamanti è mai sceso. Ha pubblicato Cose trasparenti, che sparisce
assai presto dalla mente, con tutti gli onori alla memoria, perché si
vede che invece resta opaco.
Ascolto malinconicamente Nabokov sdegnare il Don Chisciotte, come
del resto fa anche Virginia Woolf, assai meno brillante di lui, la quale
sembra non accorgersi delle pagine languide e annoianti che occorre
a lei così spesso di scrivere. E penso che per comprendere e
apprezzare un autore bisogna essere capaci di mettersi dal suo punto
di vista, e nello stato in cui si trova, come dice Leopardi (Zibaldone,
22 novembre 1820). Tanto più che altrimenti ci si espone al rischio
2834
di essere oggetto, alzando troppo l’assicella del salto, di un giudizio
troppo severo su di sé. E la Woolf infatti diventa pallida fino
all’evanescenza a fianco di Cervantes.
Se invece il suo è proprio lo stile dell’evanescenza, come dice una
sua devota, allora non fa per me. Nel romanzo Le onde, per esempio,
mi ha estenuato. In Mrs Dalloway invece si fa rispettare.
Aggiungi che è proprio l’autore di un ordine superiore di valore che
acuisce la tua sensibilità, rende più incisivo il tuo giudizio, potenzia
le tue facoltà, infiamma le tue passioni, esalta la tua natura, diversa
dalla sua. E così quanto più un autore vale tanto più il suo lettore
migliora, diventa esigente, perfezionista, ipersensibile, iperlucido. E
quindi non è giusto che le nostre armi, potenziate dal talento di uno
scrittore, vengano ritorte proprio contro di lui a libro chiuso,
quando senza il suo potenziamento intellettuale e vitale ci saremmo
accontentati di molto meno né mai ne avremmo visto eccessi e
difetti.
A meno che non ci si voglia schierare in tifoserie opposte anche in
letteratura o arruolarsi nell’esercito passivo di chi trova illeggibili
proprio i libri più importanti. E gode ad ammettere con un sorriso
complice che l’Ulisse (da Nabokov riverito) gli è incomprensibile per
le troppe lingue e tecniche, che L’uomo senza qualità è illeggibile
perché non c’è una trama solida e La montagna incantata (che io
ammiro ma non amo) è un supplizio per i suoi dialoghi sofistici,
rinunciando a vivere dentro quei libri come accettiamo di fare nelle
asprezze e i disagi di un lavoro appassionante o di un viaggio
esplorativo in luoghi impervi e sconosciuti.
Vale un libro che non impone le stesse difficoltà della tua vita
presente? Che non abbia qualcosa di irresolubile? Di irrimediabile?
Parla, ricordo
In Parla, ricordo (Speak, Memory) Nabokov scrive: “Ho notato più
volte che, dopo aver attribuito ai personaggi dei miei romanzi
qualche particolare del passato a me molto caro, esso languiva nel
2835
mondo artificioso in cui io lo avevo posto così bruscamente.
Sebbene continuasse a indugiare nella mia mente, il suo tepore
personale, il suo fascino retrospettivo scomparivano e in ultimo esso
veniva a identificarsi più strettamente con il romanzo che non con il
mio io del passato, dove era parso trovarsi così al sicuro dalle
intrusioni dell’artista” (cap. IV, traduzione di Bruno Oddera).
Racconti qualcosa del tuo passato e quello diventa letteratura, che
non soltanto rende più anemico il ricordo dell’esperienza reale ma,
se non si sostituisce a essa, la copre chiudendone l’accesso.
Questa vita superstite, non romanzata, Nabokov la trasfonde in
Parla, ricordo, che dovrebbe essere, ma non può, racconto di vita
sorgivo, anamnesi rispettosa nella quale parla la memoria stessa. E
non può che finire per essere un racconto fantastico con un grado
superiore di attinenza alle esistenze realmente esperite, sia pure, e in
qualche caso amate o affezionate.
E tuttavia la narrazione è asciutta, distante, egocentrica: “C’era miss
Clayton che, quando io mi afflosciavo sulla sedia…”; “c’era
l’incantevole, bruna Miss Norcott, che perse un guanto bianco di
capretto a Nizza, dove io cercai invano…”; “si concluse il giorno in
cui mio fratello e io…”. Di rado Nabokov si perde in una persona
reale dimenticandosi di sé, di quel sé che è dovunque, visto che è lui
a raccontare, ma che sbuca sempre fuori non solo come il prisma
che scompone il raggio del ricordo ma come colui per il quale e in
nome del quale tutto sembra essere accaduto.
Marcel Proust secerne, quando parla dell’infanzia, un succo viscoso,
un lattice sensoriale, una gelatina immaginativa, quasi uno sperma
verbale che intinge e appiccica i ricordi, generando un’atmosfera
lenta e collosa, come avesse le antenne impollinate e stesse
trasvenando la vita.
Dolores Prato, in Giù la piazza non c’è nessuno, genera un’allucinazione
che rende il passato perennemente presente, sopravvivente in
un’ultrarealtà che ti inchioda. E per questo si tira indietro, tanto che
non la vedi presente per intere pagine, puro occhio conoscitivo.
2836
Questo effetto allucinatorio lei lo produce soprattutto descrivendo
le cose, gli oggetti della vita quotidiana, con tale evidenza che essi
trattengono in sé la corrente del tempo, la materiano, la condensano,
la fissano diventando solide come scogli, e mantenendo ciascuna la
sua estensione non solo tecnica ma anche storica.
Entrambi vivono una filosofia inconscia del tempo, non alla ricerca
del tempo passato ma all’invenzione dell’atemporale, a patto che sia
tutto interno alla totalità del mondo fisico reale.
Anche Nabokov ha tale filosofia, che annuncia all’inizio del libro:
“La culla dondola su un abisso”. “La natura vuole che l’uomo adulto
accetti i due neri vuoti, a prora e a poppa”: l’abisso prima della
nascita e l’abisso dopo la morte, ma Nabokov si ribella alla “stolida
calma” che la natura vorrebbe in questo campo da noi.
Un salvataggio è in corso, quello di esseri che non esistono più se
non in questo libro. Ma ne siamo sicuri? Non è che lo scrittore tutto
immerso in questo mondo finisce per pensare la sua arte come
troppo magica e semidivina dispensatrice dell’unica sopravvivenza
possibile? Quale responsabilità allora! E cosa conta più se una ha
perso un guanto di capretto a Nizza e un’altra ha la pappagorgia?
Non si dovrebbe allora puntare ad acciuffare per un lembo un’anima
che sta per perdersi?
Proust sa che il passato è il regno delle anime. Nabokov si accosta in
modo ondeggiante a questo sentimento sicché, quando descrive una
persona con dedizione, soprattutto la madre e il padre ma anche
Mademoiselle, la governante scontrosa, l’istitutore polacco, l’autista
avventuriero, entra nel tempo più reale, quello degli affetti perduti e
salvati orficamente, scrivendo le pagine più belle. Ma subito dopo se
ne ritrae, perché è uno scrittore energico, fiero, artista, che non
rinuncia alla sua anima seconda, al suo personaggio reale di scrittore
combattente fin dall’infanzia.
Quando egli riesce ad amare qualcosa fuori di sé, e gli capita più che
spesso, una luce, una goccia d’acqua che scivola da una foglia, un
ponte, una farfalla, una porta del campo di calcio, il racconto diventa
2837
affascinante, perché egli è il primo a provarne una gioia, che è l’arte
della memoria artistica.
Non ha senso allora dire che in quei casi è proustiano perché
entrambi, Marcel e Vladimir, attingono in modo originario
quell’angolatura temporale che si incona (‘incunea’ è troppo duro)
tra il passato e il presente, fendendo la continuità spaziotemporale e
generando una quarta dimensione folleggiante ed euforica di
memoria viva.
Estensione del tempo a Cambridge
Nei primi anni venti del Novecento Nabokov studia a Cambridge e
ne esprime così quel “qualcosa che molti solenni studenti hanno
tentato di definire”: “Io vedo questa proprietà fondamentale come la
consapevolezza costante che si aveva di una imperturbata estensione
di tempo. Nulla di ciò che si contemplava era precluso in termini di
tempo; tutto costituiva un accesso naturale a esso, per cui la mente
si abituava a funzionare in un ambiente particolarmente puro e
ampio, e poiché, in termini di spazio, il vicolo angusto, il prato
racchiuso da un chiostro, la scura arcata ti ostacolavano fisicamente,
quelle onnipresenti visuali di tempo erano, per contrasto,
particolarmente bene accette alla mente, così come la vista del mare
da una finestra ti esalta grandemente, anche se non hai la passione
dello sport della vela” (XIII, 2).
Queste “onnipresenti visuali di tempo” mi fanno pensare a uno
scritto di M. Keynes del 1938, Le mie convinzioni, nel quale ricorda il
suo arrivo a Cambridge una ventina di anni prima di Nabokov, nel
1902, subito dopo segnato dal platonismo dei Principia Ethica di
Moore, per lui “anche migliore di Platone perché esente da artifici”.
E, quanto a spiritualità, al di sopra del Nuovo Testamento, che
diventa “un manuale di politica se paragonato al capitolo di Moore
sull’ideale”. Affermazioni che confermano che quando stimi
vivamente un autore non devi mai fissarti sulle assurdità sfolgoranti
che tanto prima o poi tutti diciamo. Anzi, scavalcarle con scioltezza,
perché il suo valore non ne viene adombrato.
2838
Mi domando se l’eternità stessa dell’iperuranio non sia che una
“onnipresente visuale di tempo”, e cioè una dilatazione
contemplativa e un rallentamento fisiologico del tempo, che viene
calmato, potenziato e orientato in una comunità di pensatori, quale
l’Accademia di Platone costitutiva nel quarto secolo a.C. e il circolo
degli studiosi di Cambridge all’inizio del Novecento, scorporato
però dalla coscienza tragica della natura umana ingovernabile, quale
affiora dalle Leggi di Platone, che infatti Keynes dice al di fuori dei
loro interessi dell’epoca, insieme alla Politeia.
In tal caso non sarebbe il tempo ad essere “un’immagine mobile
dell’eternità”, come scrive Platone nel Timeo (37d), ma l’eternità a
essere un’immagine immobile del tempo.
Liberi per la prima volta da Bentham e dai suoi calcoli economici,
Keynes e i suoi maestri e amici fidavano nella superiorità della
conoscenza inutile, sì, ma interessante e volta al bene, culminante
nella contemplazione amorosa.
Il loro pensiero tuttavia non si voleva affatto neoplatonico (benché
lo fosse), perché scientifico e volto all’esame esatto dei sentimenti
che nel contempo venivano coltivati intensamente, il che è uno
sdoppiamento salutare, sintonico con la personalità di Nabokov, che
sempre indaga lucidissimo, ma senza freddezza alcuna, le sue
passioni reali. Simile in questo a Leopardi, a Stendhal, che più diversi
tra loro e con lui non potrebbero essere.
Se A è innamorato di B
Le tre domande che seguono sono un esempio delle discussioni che
i giovani di Cambridge affrontavano nel 1903, quando Moore stesso
aveva trent’anni, e hanno senso, conservando il loro umorismo
delizioso e profondo, se si riconosce che A, come ogni altro, non
può smettere a comando di essere innamorato.
Ecco la prima: “Se A è innamorato di B e crede che B ricambi i suoi
sentimenti, mentre in realtà B è innamorato di C, è più o meno
desiderabile che A scopra l’errore?”
2839
Che si parli d’amore in questi termini è divertente ma non sciocco.
Infatti nella domanda, la risposta alla quale è ovvia se intesa in senso
letterale, si chiede in senso più profondo se l’amore di A è puro e
disinteressato al punto da resistere se non ricambiato.
“E se A è innamorato di B alla luce di una rappresentazione
equivoca delle sue qualità, sarebbe stato preferibile che non si
innamorasse affatto?”
La seconda domanda è ancora più sottile, perché se B si presenta ad
A in un modo falso che però lo fa innamorare, quel comportamento
equivoco si rivela potente e congeniale alla natura di A. La domanda
segreta è allora se l’amore svela sempre chi siamo, perché sarebbe
impossibile amare chi non ci rivela. E quindi non è mai preferibile
non essersi innamorati, perché ci perderemmo o in felicità o in
conoscenza, che sono due beni.
“Infine, se A è innamorato di B perché i suoi occhiali sono difettosi
e non gli permettono di vederlo bene in viso, questo pregiudica, in
tutto o in parte, il valore dello stato d’animo di A?”
La terza domanda sugli occhiali difettosi investe il tema classico se
l’amore acciechi o accenda la vista. E la risposta è che accieca
accendendo, accende acciecando. Fuori di ossimoro, fa convergere
la vista tutta nel nucleo dell’amato e di sé, appannando tutto il resto.
Il sottofondo borghese e ironico delle domande è che la cosa
migliore sarebbe che A ami B in modo leale e con ottima vista e ne
sia ricambiato nello stesso modo e misura. Ma questo vorrebbe dire
essere troppo sornionamente socratici. E non avere vent’anni.
L’udito colorato
Nel secondo capitolo del libro, Nabokov parla del suo “udito
colorato”, cioè del suo vedere i colori al suono delle lettere, e spiega:
“Forse il termine ‘udito’ non è del tutto esatto, dato che la
sensazione del colore sembra essere causata dall’atto stesso del
2840
formare oralmente una determinata lettera mentre ne immagino il
contorno”.
Ci sono persone capaci di questa sensibilità sinestetica, che vedono i
colori delle lettere, che variano persino da lingua a lingua, benché
isolate dalla parola. Per lui ad esempio la ‘a’ inglese ha il colore del
“legno esposto alle intemperie” mentre la ‘a’ francese ricorda a
Nabokov “l’ebano lucidato”; la ‘q’ la gomma vulcanizzata, e la ‘r’
uno “straccio fuligginoso che venga lacerato”. Non soltanto colori
vengono risvegliati allora, ma anche oggetti e azioni.
Confrontandosi con la madre, Nabokov è contento di scoprire che
vede alcune lettere con gli stessi colori suoi, il che potrebbe essere
un segno di affinità non solo sensoriale ma anche spirituale.
Non siamo in molti a vedere i colori delle lettere, e persino delle
parole, ma è disorientante scoprire, come ho appurato
confrontandomi con mia figlia, che non sono quasi mai gli stessi. Io
vedo la ‘A’ di un giallo solare e la ‘a’ di un giallino camomilla, la ‘B’
di un bel blu elettrico e la ‘b’ bluastra con striature violacee. La ‘C’ è
castana e la ‘c’ è color gianduia.
Da che cosa derivano questi colori? Si potrebbe ipotizzare che la
prima lettera della parola che nomina un colore, ne venga tinta. La
‘R’ per esempio è rossa ma la ‘B’è anche la prima lettera della parola
‘bianco’. E perché la ‘A’ non è azzurra mentre la ‘S’ è celeste’?
Perché la ‘V’ è rosa con venature ruggine e non verde, come invece
è nettamente la ‘E’?
Non so se esistano studi in questo campo, per appurare se la forma
grafica della lettera conti come il suo suono, in modo che la ‘U’ sia
marrone scuro perché evoca una gola o un pozzo. E la ‘S’ azzurra
perché risveglia l’immagine di tornanti lungo la Costa Azzurra. ma
da dove trae la ‘D’ quella sua gelida biancoazzurra lucentezza
metallica e la ‘N’ la sua grigia opacità? E da dove la ‘O’ il suo color
rosso mattone sotto una luce autunnale? Sulla ‘H’, che non ha suono
proprio, corrono riflessi neri, bluastri, grigio ferro, come se una luce
elettrica scorresse lungo la sua figura senza mai definirsi in una tinta.
2841
Il problema si fa più complesso quando leggiamo un’intera frase:
“Mia madre fece tutto il possibile per incoraggiare quella generica
sensibilità agli stimoli visivi”. Non c’è neanche il nome di un oggetto
in essa. Eppure ecco vedo un’onda blu notte (“Mia madre”) che
cede al giallo paglierino di “fece”, arriva a “tutto” che è come un
pezzo nero morbido su cui batte un giallo luminoso; procede verso
la corrente grigioazzaurra, fuligginosa e sinuosa di “possibile”, svaria
in tonalità castano chiaro con una stilla di rosso in mezzo (la ‘r’ in
“per incoraggiare”); gioca ancora tra il gianduia di “generica” e
sfocia nel celeste di “sensibilità agli stimoli”, per finire nel rosa
virtuoso di “visivi”.
Le parole dentro le parole
Più affascinante e arbitraria per il profano come me, e forse per tutti,
diventa la fitta rete di parole fantasma nascoste dentro le parole che
usiamo, le quali elettrizzano l’inconscio in modo ingovernabile, o
perché ne sono contenute come parte o perché basterebbe invertire
due lettere per ottenerne un’altra.
Io ho scritto: “Più affascinante e arbitraria per il profano come me”.
Ed ecco che in “affascinante”, di per sé propiziatorio, c’è dentro la
fascina, che mi dà una sensazione di opulenza sana ma ci sono
anche i ‘fasci’ (parola che quindi deve aver esercitato un fascino
inconscio sui fascisti), quasi volessi stringere i lettori con me in un
accordo. In “arbitraria” c’è l’arbitro, il comportamento del quale
deve essere tutto tranne che arbitrario, sicché mentre io dico che
qualcosa è “arbitrario”, senza accorgermene mi carico del potere
decisionale dell’arbitro e induco il lettore ad affidarsi a esso,
acquistando potenza ai suoi occhi, mentre mi schermisco.
Mi dico anche “profano”, davanti al fanum, al tempio, e quindi mi do
un’aura sacrale e autorevole, perché sto, sì, davanti, fuori e non
dentro, ma pur sempre al tempio, e quindi sono umile ma dinnanzi a
un tema importante e decisivo.
Ecco che il linguaggio ci influenza per ciò che leggiamo nascosto
dentro le parole, anche se non c’è la minima intenzione cosciente di
2842
farlo, arrivando al lettore, e a noi stessi, se ce ne rendiamo conto,
seminando segni difformi e desiderati rispetto al significato che
imprimiamo coscientemente al discorso. Tanto che si possa dire che
il prosatore, e ancor più il poeta, lavorano in grazia di quest’arte
inconscia, condensata in una lingua che dice sempre più e altro, e
spiccante fuori al momento di scegliere le parole in modo così sottile
e sotterraneo da agire anche contro la propria semplice volontà
tematica e stilistica.
Il dono
Molti giudizi di Nabokov mi inducono a pensare che, cominciando
a scrivere in inglese, egli cominci a distaccarsi da se stesso scrittore
in russo, se di continuo le sue osservazioni sprezzanti potrebbero
rivolgersi proprio allo stile de Il dono. Come è possibile infatti tanto
pathos terribilmente serio sul fatto di scrivere poesie, tanta
romanticheria illuminata, tanto lirismo d’alta classe su quel suo
protagonista poeta che rischia di assomigliare proprio agli studenti
poveri e smaniosi di Dostoevskij che dileggia; tanto compiacimento
sulla trasformazione della vita concreta in opera d’arte attraverso lo
spasmo e l’enfasi, pur governati splendidamente?
Nabokov non è Nietzsche, capace di criticare se stesso per aver
parlato il linguaggio del fanatismo, in questo caso artistico, perché il
risultato è troppo bello e lui è troppo famelico, anche se la poetica
del Nabokov russo è agli antipodi di quella del Nabokov americano.
Essendo lui uno scrittore molto più polimorfico e contraddittorio di
quanto non si ritenga.
Non esisterebbero dieci romanzi nel Novecento all’altezza de Il dono
quanto ad arte narrativa, fosse tutto come nella seconda e nella terza
delle sue cinque parti. Eppure proprio in quelle parti è un libro
magnificamente inutile, perché fine a se stesso, disinteressato, in cui
la vita si specchia nella vita attraverso l’arte. Siamo lontani dall’ art
pour l’art, ma siamo pericolosamente vicini alla vie pour la vie. Ci vivi
bene dentro, e tanto basta.
2843
Il dono è un romanzo scritto con La recherche, se non nel cuore, nelle
orecchie, nella quale c’è un’anima del mondo, non intendo del bel
mondo, che dà unità psichica all’opera, dentro la quale tutto
mareggia, con una filosofia inconscia e salmastra che tende tutti i
sensi dell’autore e del suo amabile parassita lettore, immergendo
tutti i personaggi in quell’ampio seno. Nel romanzo di Nabokov,
troppo diffidente verso le filosofie, quest’anima collettiva anonima
ma potentemente spirituale, nella prima parte, di circa cento pagine,
non si va ancora formando, e così i personaggi né si sciolgono in un
sentire che sale dal profondo né si orchestrano in modo polifonico
ma si susseguono, uno incalzando e scalzando l’altro, subito dopo le
prime pagine monodiche, di legno buono e profumato, ma di legno,
sull’infanzia.
La noia meravigliosa
Il merito di Nabokov è quello di rendere meravigliosa la noia,
giacché con essa ti difendi da questa congerie di volti e di storie
abbozzate e gettate con un’arte troppo incontentabile e irrequieta,
giacché sappiamo che la vita fa proprio così, ma non ci fa bene ci
venga ribadito in un libro dandoci in cambio la pura arte narrativa.
Lo leggiamo così a occhi socchiusi, sulla difensiva, quasi in un
mezzo sogno, anche per aggiungere noi, lettori, disamabili parassiti,
quei toni teneri, malinconici, vivi solo a metà che al romanzo, nel
suo primo passaggio, mancano.
Ma tale noia si trasforma piano piano, come fosse l’anfitrione
indispensabile di un viaggio nel viaggio, nella calma meravigliosa
della bellezza, per lo scorrere dell’animo di Nabokov fatto realtà. E
finalmente, nella seconda parte dell’autobiografia, la storia trova la
sua ispirazione, quella di essere un romanzo personalità, come una
quercia che, mentre rigoglia di rami e di chiome, si ramifica sotto
terra, buttando anche getti dal tronco, potenzialmente all’infinito. E
allora ci vivi dentro come in una pianta degna di figurare nel
paesaggio della realtà di fuori.
2844
Personaggi antipatici
I personaggi de Il dono sono quasi tutti antipatici, primo fra tutti lo
stesso Fëdor Godun-Čerdyncev, il poeta protagonista, finché non
s’innamora. E così non vorresti mai incontrarli di persona, come
invece un personaggio di Melville o di Stevenson. E in questo modo
si fa del tutto chiaro che essi sono affascinanti solo in quanto
letterari e raccontati da Nabokov.
Si tratta di un poema narrativo: non chiamava del resto anche Gogol
Le anime morte un poema? E quando un vero prosatore in poesia
narra la vita di quel poeta in poesia che lui non è più, nascono libri
come Il dono, o come Il dono di Humboldt di Saul Bellow, anch’esso
dedicato a un poeta, e forse ispirato al nostro.
E proprio in questo suo romanzo Nabokov ci spiega perché non
abbia voluto che di rado versificare all’altezza della sua poesia in
prosa. Egli infatti attraverso il personaggio insopportabile di Fëdor
ci spiega che odia la status del poeta, il suo mondo morboso e
ridicolo, anche su piani di coscienza artistica superiori, che diventa
vero solo in un romanzo. Ma fuori del romanzo Nabokov detesta il
poeta professionista, così confermandoci che i romanzi servono in
genere a rendere sopportabili, e addirittura fascinosi, gli esseri che ci
sono insopportabili in carne e ossa.
Končeev, il poeta in cui inclina a riconoscersi Nabokov, critica così i
versi di Fëdor: “Lei, lo so, già da tempo, ha corrotto le sue poesie
con le parole e i significati - e ormai è difficile che si rimetta a
scrivere versi. È troppo ricco, troppo avido. L’incanto della Musa è
nella sua povertà.” Discorso immaginario, che in realtà Fëdor fa a se
stesso, e che vale forse per lo stesso Nabokov. E per tutti.
Assaporare le immagini e le metafore, che in versi dovrebbero
risultare involontarie, è il procedimento più di frequente messo in
atto nel libro: “Fu subito perquisito con brutalità dal vento”; “l’aria
si chiudeva come un enorme palpebra azzurra.” “in tutta quella
patologica incontinenza della luce elettrica”, espressione che ti fa
pensare a troppa luce come a una vescica malata. Oppure egli ci
parla della “meravigliosa capienza della luce mattutina”, della “calda
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maschera del sole”, dei “profumi nudi”, della notte “polverosa di
stelle”.
Ed è il momento di ringraziare la traduttrice, Serena Vitale, che è
scrittrice piena proprio quando lo traduce, risultando troppo
blasonata per i miei gusti, quando gli fa il commento critico.
Nabokov non si vergogna di un estetismo selvaggio, visto che ha il
talento per civilizzarlo in una forma palesemente proustiana, eppure
tutta sua, né arretra nel parlare d’amore come di un rito a due, di una
religione dei misteri orfici, con i suoi tabù e i suoi segreti categorici
per il mondo. La donna amata, Zina, dice infatti al poeta: “Ma
voglio avvertirla: a casa non dovremo scambiare una sola parola. Nel
modo più assoluto, mai!”
Meraviglioso l’incontro impossibile col padre in un vicolo notturno
di Berlino, immaginato in veste di mendicante, come nell’Odissea:
“(…) un mendicante di una settantina d’anni, avvolto in fiabeschi
cenci, con le guance coperte di una fitta barba incolta, strizzando un
occhio, gli avrebbe detto come un tempo “Salve, figliolo!”
Questo romanzo giovane, scritto prima del disincanto occidentale,
arriva a noi fuori tempo ed è in grado di scioglierci ancora, di farci
tornare quelli che eravamo, quando guardavamo il dolore dall’altra
parte della linea, quasi la poesia fosse in grado di riscattarlo.
L’arlecchinesco e cinico Nabokov, che scrive di un personaggio che
“ha gli occhi troppo buoni per la letteratura”, dà fondo a ogni
energia artistica allo scopo di commuoverci con l’arte: “E penso
ancora, che allora a volte credevo di essere infelice, ma adesso so
che quell’infelicità era uno dei colori della felicità”.
Tutto è colorato nel mondo, e ancor più nel mondo di Nabokov,
pittore tridimensionale: “l’unghia listata di nero del cameriere” come
il “bordino dorato” del boccale, le insegne luminose “blu ozono e
rosso sherry”, i “grigi denti giallastri” e le “tumide labbra griselline”
(un viola pallido, grigiorosa). Ma è colorata proprio l’immaginazione,
la sua attitudine alla vita.
2846
Coloro che dicono che Dickens è uno scrittore per ragazzi hanno
ragione soltanto nel senso che ci fa sentire ragazzi. L’uomo ragazzo,
l’uomo che torna giovane leggendo un romanzo è quanto viene
generato anche da Nabokov. Il dono è un dono di giovinezza fatto a
noi: questo il senso del titolo.
Un altro merito di Dickens è quello di armonizzare
democraticamente il popolo dei lettori. Per una volta sei contento di
trovarti in mezzo a milioni di persone di ogni lingua che apprezzano
gli stessi libri con te. Cosa che con Nabokov non arriva ad accadere.
E giungiamo così alla quarta parte de Il dono, nella quale il quadro e
le tecniche cambiano del tutto. Fëdor infatti ha deciso di scrivere un
ritratto biografico di Černyševskij, l’autore tormentato di Che fare?, le
mille miglia lontano dall’autore, e proprio per questo così vicino. E
la quarta parte del romanzo consiste in questo libro, congestionato,
frammentato, caotico, in un taglia e incolla che monta appunti
eterogenei ed esattissimi, legati con elastici nascosti, dando il senso
di una vita sfilacciata e incomposta proprio con una tessitura
biografica tecnicamente ardita.
Nabokov si caratterizza attraverso i suoi antipodi: lo scrittore
materialista, astratto, utopista, bizzarro, istintivo, generoso,
folleggiante, disgraziato, perseguitato, popolarissimo in Russia finché
non finì in Siberia e poi eletto a padre della patria da Lenin, della
quale incarna l’anima più folle e ingovernabile, in grado di
contendere il primato in questo campo anche quella italiana. Eppure
un’anima onesta e protesa a un mitico bene comune, della quale non
solo i lettori russi hanno sentito la potenza tragica ma anche
Nabokov che, proprio tratteggiandolo nelle sue bizzarrie e
debolezze più concrete e attestate sulle carte e sui fatti, ne rende la
disperata e caotica onestà.
Ancora una volta ne Il dono protagonista di un romanzo russo non è
questo o quel personaggio ma l’anima russa.
Nel finale si dispiega tutta la fiducia di Nabokov nella letteratura, la
fede in sé, l’orgoglio, la forza di descrivere, l’amore disinteressato
per la conoscenza delle persone e delle cose concrete, la fierezza di
2847
carattere nell’accogliere il mondo nella sua pittura vivente. Ormai
egli sa di aver scritto un bel libro e si mette a danzare e a pattinare
sulla natura cantando, e svelando e liberando tutta la sua tensione,
per questo perdendo un po’ di efficacia. Ma glielo perdoniamo
volentieri, se lo è meritato.
Con Gogol nel cuore
Pnin è scritto invece con Gogol nel cuore e, nell’ultima parte, in villa,
in fratellanza con Cechov. Finalmente un romanzo di Nabokov
normale, verrebbe da dire, e cioè il romanzo normalmente bello che
potrebbe avere altri due o tre nomi in copertina, perché dà la
sensazione che a questo punto gli scrittori contemporanei migliori
siano intercambiabili, quando si abbandonano al naturale, si liberano
dalla storia della letteratura, dall’impegno di risultare originali,
componendo alla maniera classica, che nel romanzo è una forma
popolare.
Dopo tanti émigrés russi a Parigi, che diventano fatalmente delle
macchiette, forse perché volevano diventarlo per mimetizzarsi ed
essere se stessi in segreto, ecco un emigrante vero, solo e spoglio
con tutto il suo disagio fisico e quasi metafisico, il suo imbarazzo
permanente di essere russo e di non essere americano, il che genera
un’ondata di simpatia per tutto ciò che è russo, come avrebbe
suscitato un’ondata di simpatia per tutto ciò che è americano se Pnin
fosse stato Pinn, un improbabile americano esule a Mosca.
Pnin non è Nabokov, non è il Nabokov che è riuscito a diventare
davanti al pubblico, anch’esso vero, s’intende, ma è il Nabokov
familiare, amabile, indifeso, che ha sofferto il trapianto, celando per
fierezza i turbamenti e le umiliazioni indefinibili e crude di una
condizione di ospite onorario in un Paese che alla fine era nemico
del suo.
L’alleanza convinta che egli stabilisce con gli americani contro la
dittatura comunista finiva infatti per lacerare i tessuti dell’immenso
orgoglio russo. E, per dirla tutta, il comunismo stesso, alieno,
catastrofico, illiberale, egli sapeva quanto fosse fatto con gli stessi
2848
caratteri russi, come il passare del tempo via via sempre più ci fa
comprendere.
Questo imbarazzo più profondo di Nabokov, troppo duro per
essere detto e pensato, dà così tutta la sua forza dolorosa
all’imbarazzo di Pnin. Ed ecco sgorgare da una fonte pura di dolore
irredimibile il vecchio affetto russo, il delizioso patetico tendente al
comico, il graffio dello sconfitto che però è ancora vivo, l’articolata
manovra difensiva di un soccombente che ha tutta la poesia dalla
sua parte, la tenerezza per certe donne americane (come racconta e
ama bene le donne Nabokov!), che fanno lampeggiare intelligenza e
bontà nei laboriosi crepuscoli domestici.
La parola ‘spirituale’ ha allora un significato nel dizionario artistico
di Nabokov? In questo romanzo sì. Spirito infatti è insuccesso
mondano.
Nel romanzo naturale, che tutti prima o poi scrivono, il Philip Roth
di Patrimonio, il Saul Bellow di Ravelstein, il Thomas Bernhard di La
cantina, il Nabokov di Pnin, essi si arrendono ad essere se stessi al
naturale, raccontano affidandosi al proprio sentire con più
semplicità, in genere dopo libri importanti e dimostrativi di talento.
Io non sono questo o quel mio personaggio, dice lo scrittore, il
romanzo non è la realtà. L’arte diventa allora la dimensione pubblica
mentre in privato, ai familiari, agli amici, prima di tutto a se stesso, si
rivela, a tratti e a lampi, chi è una persona. Se ogni romanzo è una
mascherata lo è però anche ogni gesto e pensiero della nostra vita
detta privata, romanzesco in modo embrionale.
Esistono infinite maschere e un volto sconosciuto? Sì, ma chi scrive
si svela, si espone, si denuncia, si confessa, si snuda, si rappresenta,
anzi, più che esprimersi, si realizza in pubblico: la x misteriosa
diventa un alfabeto. E ogni motto di ogni personaggio dice di te, in
modo diretto o indiretto. Anzi, tu hai la responsabilità verso i tuoi
simili di far tua ogni parola che scrivi. Altrimenti un romanzo
sarebbe puro intrattenimento per quell’essere anfibio e alieno, per
quel centauro parassita che è il lettore, metà essere umano metà
indossatore delle maschere di un altro.
2849
La vita è breve e bisogna arrivare a un senso. Ti piacerebbe si
dicesse di te: Era un lettore quotidiano di romanzi? E allora? Ma chi
era? Oppure: Era uno scrittore di romanzi famosi? E allora? Voleva
forse sostituirsi al mondo e al senso del mondo? E con che cosa?
Con una droga per ricchi di spirito? Come il capo di una setta
aristocratica e molto presumente di sé?
Vedi che sono vere due cose contrarie. Tra due veri, scegli.
Eugenij Oneghin
Ne Il dono leggo: “ormai è tradizione che la sensibilità, l’intelligenza e
il talento di un critico russo si misurino in base a ciò che pensa e
dice di Puškin.”
Nabokov ha curato, in dieci anni di lavoro, una versione dell’Eugenij
Oneghin di Puškin, corredata da 1.200 pagine di note, imponendosi la
disciplina esemplare di tradurlo alla lettera, rinunciando alla rima,
rispettandone le figure retoriche, usando sempre la stessa parola
quando lo fa Puškin, cercando di cogliere le chiavi lessicali, tonali,
esistenziali, ironiche, mimetiche della lingua sua e dei suoi
personaggi. Ma senza difendersi (come egli stesso dice) dallo scabro,
dal goffo, persino dal brutto dell’inglese che ha messo al servizio
dell’impresa.
Ammirevole impresa che mi fa comprendere ancor di più che per
apprezzare al meglio colui che quasi tutti i russi migliori giudicano il
miglior poeta russo non solo bisogna essere russo ma bisogna essere
Nabokov.
Se infatti ci fosse stata una sola possibilità di renderlo in modo
libero e suo in inglese Nabokov non avrebbe mai perso l’occasione.
Ma così almeno non potremo far dire e cantare a Puškin ciò che non
ha mai detto e cantato, e sappiamo chi non è colui che leggiamo in
traduzione ma che non conosceremo mai nella sua lingua:
dimostrazione esclusiva e decisiva come quella di Abel, secondo cui
non si dà soluzione per un’equazione superiore al quarto grado.
2850
Le traduzioni dei libri poetici sono nondimeno indispensabili, non
tanto perché ti fanno approssimare a un autore ma perché te lo
fanno immaginare, come quando, vedendo un ritratto fotografico,
immagini la persona più viva di quanto non sia.
9-14 ottobre
Felix Baumgartner
Oggi un uomo, Felix Baumgartner, austriaco, di quarantatré anni, è
salito in una capsula trainata da un pallone aerostatico fino a 39.000
metri e si è gettato a corpo libero dalla stratosfera, superando il
muro del suono, alla velocità di Mach 1.24. Ha aperto il paracadute
dopo più di quattro minuti e, dopo altri quattro o cinque, è atterrato
in piedi, mettendosi a camminare disinvolto.
Ho seguito per un’ora la lenta ascensione, ho visto le sue gambe
penzolare dalla capsula finché non si è gettato nel vuoto verso il
nostro pianeta di madreperla dal bordo blu lucente. Da decenni non
provavo un’emozione così forte davanti a uno schermo. Anzi da
decenni non provavo nessuna emozione di realtà davanti a un
televisore, tanto che riprovare quella singolare congestione di ansia,
speranza, ammirazione, paura, eccitazione mi ha fatto scendere
verso certe scene cruciali dei film nell’infanzia televisiva.
Mentre lo vedevo salire concentrato come uno studioso di papiri
greci, con una serietà assorta che finalmente non era la solita posa
teatrale da attore o da manichino della pubblicità, ma una
concentrazione vera, pura, reale, perché era in gioco la sua vita ma
non per gioco, ho pensato che allora gli uomini esistono ancora.
Che non è vero che nell’età della tecnica tutto è impersonale; che in
queste imprese tutto è narcisismo e incoscienza; che non è vero che
tutto è relativo e c’è sempre qualcosa di sporco dietro; che non tutto
è spettacolo, non tutto è truccato dietro le quinte. In ogni epoca uno
può dimostrare se questo è un uomo
2851
Ai giornalisti Baumgartner ha detto: “Quando sei in piedi in cima al
mondo, diventi così umile che non pensi più a battere i record, non
pensi a ottenere dati scientifici, l’unica cosa che vuoi è di tornare
vivo.” Parole nelle quali senti ancora la purezza dell’impresa e
l’intelligenza sintetica dell’atleta.
Alla domanda su che cosa ha provato scendendo alla velocità del
suono, non ha detto che è fantastico, che è incredibile, che è
meraviglioso, ma ha risposto: “È difficile descrivere le sensazioni
perché non te ne accorgi.” La tuta pressurizzata e la mancanza di
punti di riferimento ti impediscono infatti di capire a quanto vai.
Se la tuta si fosse strappata, se il sangue si fosse messo a bollire, se
avesse cominciato a vorticare turbinosamente nella striscia di caduta
lunga trenta secondi, in cui la pressione esterna si approssima a
quella del vuoto, venendo meno la resistenza dell’aria, sarebbe
morto. Cosa che, se fosse accaduta, avrebbe prodotto un
ingolfamento mistico.
La potenza della mente in questi casi governa le sensazioni, in
un’anestesia emotiva, mentre animo e corpo stringono un’alleanza
compatta. Quando arrivi non puoi dire neanche mezza parola falsa.
Ho letto che già hanno lamentato che sono stati spesi milioni di
euro per risultati scientifici modesti, non essendoci di mezzo
l’università o un’agenzia spaziale. Se fossero stati grandiosi il rischio
della pelle sarebbe stato forse giustificato? Che l’impresa sarà una
fortuna per lo sponsor, il quale smercia bevande energetiche
sospette. Questo non macchia l’impresa. Che non è giusto far
soffrire così le fidanzate per smania di protagonismo. Ma pensate la
gioia dopo.
15 ottobre
Verity
L’aletheia è la verità su un piano perenne, universale, oggettivo. La
doxa, invece, è l’opinione, sempre mutevole, personale, soggettiva. Il
2852
mondo della politica, del costume, della letteratura, delle relazioni
personali è tutto un tessuto di doxai cangianti ed effimere. E questo
da sempre, da millenni. Sì, ma oggi c’è un fenomeno nuovo, che non
consiste solo nella velocità con la quale le opinioni cambiano, sia
pubbliche che private, sia nelle masse che nei singoli, e lo proverò
con un esempio.
Damien Hirst ha fatto erigere a Ilfracombe, nel Davon, una statua di
bronzo di venti metri, battezzata Verity (aletheia, verità), che
rappresenta una donna incinta brandente una spada di contro al
cielo. Da un fianco, quello che dà verso un banale parcheggio, è ben
sagomata nel suo corpo lucente col pancione, dall’altra, verso una
rube scontrosa, porge il feto e il teschio bene in vista.
Le opinioni al riguardo sono state nell’ordine che, primo, avendo
Hirst dato un bel po’ di soldi al comune, l’affare si rivela socialmente
utile. Secondo, che arrivando frotte di turisti a rimirarla, l’economia
locale sarà potenziata. Terzo, che essendoci a Ilfracombe già fin
troppe ragazze incinte, sopra la media nazionale, la statua darà
un’altra bella spinta al libero amore. Quarto, che mostrando il
teschio e il feto insieme, le ragazze del villaggio proveranno
ripugnanza per l’atto sessuale. Quinto, che la scultura è meravigliosa,
un capolavoro, ed è un onore per gli abitanti di Ilfracombe che Hirst
si sia degnato di scegliere il loro villaggio; sesto, che la scultura fa
schifo ed è l’ennesimo gioco amorale di un giocattolaio sadico, che
tra l’altro ha fatto morire novemila farfalle rare nel corso di una
performance che ha raccolto una folla di visitatori.
Qual è il fatto nuovo al quale alludo? Che tutte queste opinioni sono
di una stessa persona. Non abbiamo più neanche una sana, effimera
e cangiante, opinione ma tutta nostra e da difendere a spada tratta
almeno per un mese o due. Le stesse persone pensano sempre tutto
e il contrario di tutto. Siamo arrivati a una fase oltre la doxa, siamo
un cervello che registra tutte le opinioni volatili che sono nell’aria. E
ci convincono tutte. Immagina le conseguenze alle elezioni.
15 ottobre
2853
Esuli in patria
Grado è un’isola, perché non basta un ponte su di una lingua di terra
per farle perdere la sua natura di terra navale galleggiante, anzi
mentre cammini per i suoi viali ampi, arredati in stile rivierasco,
continui a sentire l’acqua che bolle sotto. La sera è tiepida, il mare è
bianco. Il golfo di Trieste riluce da lontano. La laguna che la
circonda è fascinosa perché è come se le piante e le terre, riflesse
nell’acqua, abbiano rialzato le chiome grondanti, diventando
tridimensionali ma senza perdere la loro consistenza fluttuante di
riflesso, restando sottomarine, mentre la luce liquida ti entra nei pori
della pelle.
Confini d’acqua, sabbiosi, fluidi, mobili che rendono molli i bordi,
che frastagliano e sbocconcellano le coste, come le genti, le etnie. Le
terre emerse sono zattere, gli arcipelaghi etnici sono ormeggiati
labilmente. Inondazioni e smottamenti umani sono sempre possibili.
Le nazioni hanno la leggerezza inquieta dei giochi di luce sull’acqua.
Confini ben diversi dalle Alpi, benché anch’essi insufficienti a
dettare leggi geografiche alla volontà di potenza e prepotenza.
Questi italiani, abituati al gran rimescolio delle acque storiche,
sballottati da onde che si incrociano e spesso corrono lungo la riva,
e non verso di essa, hanno in sé qualcosa di marino, di fluviale, un
leggero mal di mare, che resiste dopo decenni dalle guerre. Essi, che
galleggiano su terre oscillanti, marinai di terra, sono italiani come
noi. Essere italiani non è questione di cittadinanza, di stato, di
nazione, forse neanche di lingua e di religione. È qualcosa di più
originario, che appartiene a una geografia antropologica antica,
eppure esiste e consiste.
Incontriamo gli esuli istriani. Perché sono tuttora esuli, o figli di
esuli, visto che l’esilio si tramanda di padre in figlio e di madre in
figlia. Italiani più di noi, perché l’amore tradito è sempre vivo. La
nostalgia, la ferita aperta, la malinconia della felicità di amare
un’Italia che diventa persona che scorre nel sangue, piuttosto che
uno stato o una nazione. Ma in questo caso essi sono esuli nella loro
stessa patria, dove sono stati costretti a giungere, con i soli beni che
2854
avevano addosso, quando l’Istria, preda di una guerra persa, è stata
ceduta alla Jugoslavia che non l’aveva vinta. Esuli dall’Italia all’Italia.
Come chi ama è esule dall’amata, vivendole a fianco, in tal modo
essi sono italiani.
16 ottobre
Il diario di guerra di Biagio Marin
Chiedere notizie di Biagio Marin ai suoi abitanti vuol dire correre un
rischio malizioso. Neanche lui era amato dai concittadini, perché era
stato fascista, perché si era pentito di esserlo già durante la guerra,
per i suoi incarichi politici dopo la fine del conflitto e la sua
solitudine critica. Nel suo diario di guerra, Una pace lontana, pieno di
intuizioni profonde, si trovano affermazioni sconvolgenti, prima fra
tutte quando scrive nel 1941: “Dio assista Hitler”, frase che ti
inchioda e richiede tutto il tuo coraggio per continuare ad
addentrarti nell’esame di coscienza di un letterato che per una volta
appare sincero e potente, come negli scritti che non leggerà nessuno.
Il poeta che ha scritto: “che la gloria de Dio se fassa inferno”, nel
senso che l’alba delicata diventi sole, il bene diventi male?, è stato
uno di quei fascisti che criticavano Mussolini in segreto non perché
fosse un dittatore ma perché non era abbastanza duro e inesorabile,
non era abbastanza simile a Hitler. Abbiamo rifiutato di riconoscere,
in quell’esame di coscienza della nazione che abbiamo ancora paura
di fare, che, come lui, centinaia di migliaia di italiani non erano
fascisti perché erano nazisti, e si contentavano con sprezzo del
fascismo come sottoprodotto nazionale di un dittatore, come lo
definisce Biagio Marin, plebeo.
Ordine, disciplina, rigore, potenza militare inesorabile che incarnasse
le forze possenti della natura e quindi, osa scrivere Marin, di Dio,
che essi volevano innestare nel popolo italiano pigro, arrendevole,
comodo, scettico, irresoluto, che li deludeva profondamente, mentre
sognavano che fosse portatore di una civiltà superiore, alla quale era
2855
indispensabile la carneficina dei più deboli, come nell’impero
romano, perché l’Europa si rigenerasse.
Discorsi mostruosi fatti da chi? Dalle anime più oneste, cruente con
se stesse, sensibili, patriottiche, come Marin, in nome di un’etica più
profonda, di un comando storico più imperioso. Chi avrà il coraggio
di penetrare in questi gorghi di autocoscienza spirituale e di delirio,
che spingeva il poeta delle vele mistiche di Grado a nominare Cristo
a ogni passo, a evocare Socrate come maestro, senza trovarvi gli
antagonisti radicali del suo entusiasmo per l’esercito tedesco che
seminava la tortura e la morte? E che a quell’entusiasmo arrivava
intensamente pensando?
Forse gli italiani pigri, comodi, scettici, corrotti non sono stati né
sono i peggiori, forse la natura parlava e parla invece nella loro felice
irresolutezza, nel loro scetticismo abulico, nella loro immoralità
girovaga e scanzonata, proprio perché chi potenzia il bene potenzia
anche il male, come scrive lo stesso Marin, sempre esaltando i
nazisti, anche se non riusciamo a vedere di quale bene parli, in quel
fantasma d’acciaio che vedeva energico e salutare per l’Europa, che
si augurava fosse dominata tutta da Hitler, e proprio al culmine del
suo fervore etico, del suo tormento spirituale.
In questi casi mi domando se sia giusto pubblicare un diario privato,
che l’autore non aveva destinato alle stampe. A noi serve molto per
capire i disastri delle anime solitarie, la forza distruttiva del pensiero
che si inabissa, ma è fatale che ci resti impressa nella mente più di
tutto quell’unica frase: “Dio assista Hitler”, che milioni di uomini
allora hanno ripetuto, attenti bene, nelle loro preghiere. E non mi
sembra giusto che ne paghi il prezzo Marin, vittima di quel gorgo
che la poesia non può riscattare.
Eppure, vedi la potenza di ciò che è pubblico, tu non puoi più
ignorarlo. Da uomo fortunato che vive nella pace mi dico allora:
non ti entusiasmare mai per niente, per nessuno.
17- 20 ottobre
2856
Mi ha insegnato molto
“Mi ha insegnato molto.” Questo non vuol dire che io lo abbia
imparato. “Ho imparato molto da lui.” Questo non vuol dire che me
lo abbia insegnato. Tra insegnare e imparare c’è sempre
un’asimmetria misteriosa.
Tutti diciamo: “È stato mio professore.” Nessuno di noi dice: “Sono
stato suo allievo.” Chi ci insegna qualcosa infatti è nostro ma noi
non siamo suoi: c’è qualcosa di affettuosamente bello in questa
ingiustizia. Ci cibiamo di chi ci insegna qualcosa, che ci entra dentro,
si trasforma in tessuti e in nervi, ce lo mangiamo. Ma noi non gli
apparteniamo.
Sequestro di persona
Dove finirà la fiumana di coglionerie che si dicono e si sentono
quando si parla in pubblico, per questioni di rappresentanza. ‘Saluti
delle autorità’: basta leggere la frase in un programma perché una
goccia gelida scivoli sulla schiena. E quando siamo noi a parlare il
demone dell’idiozia ci seduce con carezze irresistibili.
E infallibilmente i timori più tetri si mostrano fondati. Reminiscenze
dei supplizi scolastici, lampi cupi di presidi arcaici, di presidenti e
direttori oltretombali, di sindaci, assessori, questori, pretori, vescovi
dal passato remoto, che ancora tengono in ostaggio, riaffiorando
con la loro micidiale medicina, la nostra memoria, quasi il teatro
burocratico della società non fosse intaccato dal correre del tempo.
La gipsoteca riprende vita, dai magazzini del passato morto e
sepolto escono le statue di gesso, dagli armadi sbucano gli scheletri
con la divisa o la toga odorose di naftalina: i podestà, i ras, i
commendatori, i cavalieri del lavoro e i marescialli del regno, i balivi,
i baroni, i vescovi-conte, i consoli. E una fiumana di autorevoli
falsità scorre sulla platea attonita, che consegna le armi, si arrende, le
porte antipanico bloccate dal panico, le vie di fuga sigillate dal
dovere. E diventiamo per una, due, tre ore la discarica vivente di
questa fiumana verbale con la puzza dei secoli, come si dice a Roma.
2857
Ma è un sogno. Finito l’incubo, tutto torna come prima. Siamo
sempre gli stessi, integri. Ci specchiamo nei camerini senza macchie
e infezioni. Anche gli oratori lentamente tornano esseri umani. È
stata una commedia nera. Ritrovandoci a pranzo, diciamo battute e
sorridiamo, persecutori e vittime, tutti sollevati dall’aver deposto le
maschere funerarie della rappresentanza.
L’arte letteraria è un modo per depurare, filtrare, riciclare con
l’ironia, lo scherzo salace, la grazia dell’insulto la sofferenza che ci è
stata inflitta dalle autorità sociali della parola. Apriamo Il dono di
Nabokov e le mortificazioni che abbiamo subito da quegli esseri che
Vladimir malinconicamente irride (nel suo caso un’associazione di
scrittori) vengono finalmente giudicate in effigie. Sembra un modo
superbo di trattare i seviziatori delle nostre ore indifese, invece è
molto delicato, visto che essi non sapranno mai della sua e della
nostra rivalsa. E se qualcuno si riconosce in un personaggio, stia
tranquillo, è sempre in quello sbagliato.
Delicatezze
Quanto è durato in Italia il tempo delle delicatezze? Quando seduti
al cinema eravamo sempre lì a voltarci e a sistemarci, preoccupati
che chi sedeva dietro non potesse vedere. Ne sentivamo l’irritazione
e il fastidio a ogni nostro movimento e volevamo farci piccoli e
trasparenti per non disturbare. Ricordo che a teatro mi chinavo
perché lo spettatore del loggione dietro di me vedesse meglio. E
dopo anni ho scoperto che proprio facendo così gli precludevo la
vista.
Sosia
Incontriamo dovunque sosia di persone che conosciamo. Non tanto
nell’esattezza dei lineamenti ma nel modo di parlare, di gestire, di
comportarsi, negli schemi del ruolo, della posa, dell’attitudine. In
pochi giorni ne ho identificati tre, confermati da testimoni
2858
attendibili. Da una regione all’altra d’Italia, da un continente all’altro,
il tipo umano si ripresenta intatto.
Non si tratta di somiglianze solo fisiche e naturali, anzi. Come se il
corpo plasmasse l’anima, chi ha certe fattezze si orienta in un certo
modo obbligato in società. Ci si presenta un tipo generale da
classificare, come fossimo semplici mammiferi: il viso carino e
anonimo finisce per produrre la cattolica fervente e socialmente
utile, dalla grazia didattica inesorabile; il tipo con la faccia grassa e
bonaria diventa, per decisione del corpo, un osteopata paziente o un
avvocato confortante; il volto scaltro con gli occhi pungenti e ritratti
decide di generare un politico di carriera.
Da Roma a Trieste, a Palermo a Torino, essendo i tipi fisici
ricorrenti, anche i ruoli pubblici e i comportamenti sociali lo
saranno. Una donna sinuosa con occhi grandi non potrà che essere
mondana, una ragazza magra, con il viso duro dovrà diventare una
creatura spigolosa e riservata.
Il gioco non è così semplice. Al contempo infatti è l’animo che
plasma il corpo. Il tipo pigro, pensoso e dolce diventa grosso, perde
i capelli e si assesta in un impiego florido e sicuro o in una cattedra
universitaria pacifica o in una pretura tranquilla. La donna nevrile e
dinamica acquista una magrezza che la rende sciolta e irrequieta
anche nelle cariche pubbliche, passando da un incarico all’altro.
Potremmo andare avanti all’infinito.
Animo e corpo si contendono il nostro essere e fanno il loro gioco
incrociato, al quale in gran parte assistiamo. Ma il discorso ancora
non mi soddisfa. Per questo amo poco nei romanzi quando si
caratterizza un essere dalle sue, quasi sempre buffe e manierate,
fattezze. O quando si dipinge un carattere stilizzandolo ironicamente
e facendone una caricatura fisiognomica. Oltre il corpo e l’animo c’è
infatti l’essere vero, la persona segreta, diversa dall’uno all’altro, un
fuoco che brucia invisibile e potente e risponde col guizzo delle
fiamme alla domanda prima, creaturale: Chi sei? Chi sono?
20 ottobre
2859
I generosi
Gli uomini sono in genere generosi nei sentimenti, le donne negli
atti. La prima forma è la più fruttifera e appariscente, sia perché gli
uomini generosi sono pochi, sia perché restano più impresse le
manifestazioni affettive di gesti e parole. Le donne invece, più restie
a esprimersi in modo gratuito e verbale, preferiscono fare qualcosa
di concreto e di essenziale. Ma che, proprio perché essenziale, non
figura, compare prosaico e quasi dovuto, in ogni caso ordinario e
corrente. Col risultato che esse vengono il più delle volte dette
fredde quando provvedono agli altri nel modo più caldo. Mentre gli
uomini vengono detti caldi e, quando vai a vedere, non hanno fatto
niente di concreto e sostanzioso a favore di nessuno.
23 ottobre
Sentimenti freschi
Quando soffri una malattia, un insuccesso, uno stallo, le persone che
ti sono amiche da lontano, non ti sono assidue e di rado le pensi,
seppure ogni volta con simpatia, sono più pronte e sincere nel
partecipare ai casi tuoi con sentimenti freschi quando d’un tratto le
incontri, di quelle che vedi tutti i giorni, e agli occhi delle quali sei
usurato, anche per il semplice avvistamento quotidiano, fosse pure
di pochi secondi. Quelle con le quali lavori e che magari non ti
conoscono ma ti praticano risultano invece artefatte e spente di
fronte alla tua pena, quando non godono di nascosto, per una
competizione professionale o soltanto esistenziale, o per la rottura di
una routine che i tuoi casi neri offrono loro.
Vedi quanto è vero che gli uomini devono sempre avere tra loro
larghi spazi e lunghi tempi di separazione per potersi stimare e
affezionare.
Stop
2860
Stop all’esperienza: tutto quello che vedi, senti e dici non entra in te,
è bloccato, gli usci sono tutti chiusi, e tu puoi viaggiare, incontrare
una miriade di persone, camminare per ore in una metropoli,
ascoltare le voci polifoniche di un gruppo intorno a un tavolo, e non
pensi niente, non senti niente, non vivi niente. Viaggiando vedi colli,
piane, fiumi, platani, campanili, fabbriche, passanti ma non ti
entrano dentro, cerchi solo di non urtarli, di sgusciarvi in mezzo,
guidando col pilota automatico. A che servono? Milioni di persone
vivono intere settimane senza poter assorbire nulla del cibo e delle
bevande della realtà perché i pori sono chiusi, gli accessi bloccati.
Una ruvida lotta per sopravvivere, anche intellettuale, blocca quasi
sempre l’esperienza, questa fonte magica che si apre e sgorga solo in
rari casi e che è affare dei sensi, ma che funzionano soltanto quando
l’anima si apre.
Donatori di sangue
In un giorno due donne, tra le più sensibili e oneste, mi dicono:
“Sono delusa. Ho dato tanto, mi sono data da fare per questo e
quello. E proprio le stesse persone che ho aiutato mi hanno ignorato
quando ho avuto bisogno io.” Una mi dice che tanto è sempre così,
che sono pochi i capaci di dare qualcosa agli altri. L’altra che ha
chiuso con un intero gruppo di colleghe: le saluta, sì, ma non va più
in là. Si isola ma non sta meglio, eppure è decisa a non cercarle più.
È la crisi tipica del donatore di sangue, che non deve mai aver
bisogno della persona che ha aiutato a vivere, se non l’ha addirittura
salvata. Scoprirebbe che quella mai donerebbe il sangue per lei o per
nessun altro.
27 ottobre
Il programma
Nel lavoro è indispensabile avere un programma. In questo campo
c’è tale accordo che in tutti i modi viene tutelata la facoltà di
perseguirlo, a beneficio comune, tanto che vai incontro a giudizi e a
reprimende se non lo rispetti e che in tutti i modi si impedisce a
2861
coloro che sono all’esterno del luogo di lavoro di disturbarti per
questioni personali, telefonando o venendoti a cercare, mentre fai
lezione o operi un paziente o avviti un bullone. Senza contare che le
ferie sono definite come il tempo massimo in un anno nel quale tu
puoi permetterti di non seguire il programma.
Fuori del lavoro invece la società concorre in tutti i modi a impedirti
di perseguire un qualunque programma, se non vivi solo o isolato,
incrociandosi sempre con i tuoi i desideri e i bisogni di tante altre
persone, le quali concorrono a definire al più presto possibile che
cosa decidono di fare, in modo che gli altri debbano adattarsi e
conformarsi alle loro esigenze.
Se sei abbastanza energico e determinato dall’imporre agli altri i tuoi
programmi, grazie anche a un carattere sempre intraprendente e
dinamico, finirai per lavorare anche fuori del lavoro, in ogni
momento della giornata, con i coniugi, i figli, i genitori, gli amici,
organizzando la loro vita. Se non lo sei, dovrai studiare una strategia
che consiste nel non avere mai un programma espresso, a maggior
ragione quello di non fare niente, giacché quando invece lo avrai e ti
riprometterai di realizzarlo, puoi stare sicuro che in nove casi su
dieci sarà impossibile.
Se invece non lo avrai, e darai mostra di non averlo, come per
incanto ciascuno prenderà la sua strada, non dico desiderando
liberarsi di te ma non interferendo in nessun modo con la tua vita,
tanto più sia vuota e priva di progetti. Allora, non sapendo cosa fare
e rimanendo solo, tu potrai realizzare quel programma che non
avevi coltivato e definito ma che, risalendo dall’inconscio
liberamente, visto che non sai che fare, si verrà piano piano
formando nella tua giornata, senza che nessuno abbia nulla da ridire.
31 ottobre
Il risparmiato
Chi amiamo ci fa capire dal di dentro la verità delle cose ma che
soltanto se amati possiamo sopportare.
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L’amore è una battaglia spirituale in cui i contendenti non
rinunciano mai a colpire con spari di sguardi ispirati, affondi di
ammirazione e tenerezza, dichiarazioni di passione e minacce di
paradiso. Perché ogni dono d’amore è pur sempre un attacco al
cuore.
Ma a differenza che nella battaglia materiale, quando uno dei due si
ritira, proprio così invade il paese dell’altro, quando fa un passo
indietro, sferra l’attacco mortale, quando abbandona il campo,
infierisce spietatamente, sparendo, sull’animo mezzo morto
dell’altro.
Il risparmiato dalla furia d’amore guarda la sua salvezza come la
devastazione più profonda, vede disperando che il suo nemico
amato il quale, colpendolo, gli donava una pura felicità bellica, ora
rinuncia a fare il suo dovere, mentre rimpiange le truppe
d’occupazione, che lo costringevano all’azione, alla vigilanza, alla
difesa. Guarda le oneste attività riprendere tranquille, le persone che
lavorano, mangiano, conversano, scherzano, nella più naturale delle
condizioni, e pensa: Sono al sicuro, non mi resta che morire.
Allora può ancora compiere una mossa bellica, l’ultima e decisiva,
sferrare una controffensiva d’amore non solo verso la persona che
ha abbandonato il campo, sia o non sia ogni giorno al suo fianco,
ma verso ciascuno che di volta in volta incontri, dimenticandosi di
sé e, nudo, innocente, ma armato di una corazza che è la sola
imperforabile, giovare a un altro, anche solo ascoltandolo,
guardandosi coi suoi occhi, e solo allora colpendolo con violenza
benigna, considerandolo il soldato potenziale di un esercito
semidivino.
27 ottobre
Sole di ghiaccio
La vita giovane è così potente che si tuffa nella marea collettiva,
potenziandosi e arricchendosi, succhiando volti, voci, incontri e
2863
bruciandoli al suo fuoco, solo perché ha l’avvenire davanti. Che,
indeterminato e tutto da vivere, è come un palla di fuoco, un sole
invisibile ma scottante, una fonte energetica fantasma che potrà
durare per quaranta, cinquant’anni.
Mentre quando il tempo s’accorcia, tu devi attingere all’energia già
bruciata, riciclare l’olio già consumato della memoria e, quando ti
spingi all’avvenire, esso ti dice che sarai più vecchio, come un sole di
ghiaccio che diventerà sempre più freddo. Allora ti butti nel presente
ma scopri che esso brilla di luce riflessa e che il passato ti illumina,
sì, ma con un calore troppo tiepido, proprio come il futuro. Cerchi
fuoco, potenza, calore e trovi solo luce, sempre luce.
Allora, se diventi saggio, vivi di luce, ma staccandoti da tutto, quasi
fossi un abitante di un altro pianeta venuto sulla terra per capire e
per pensare, ma sapendo che non potrai tornare nel mondo giovane
dal quale sei venuto e detestando il mondo vecchio nel quale andrai,
cominci a sognare e pretendere un pianeta nuovo, di cui non sai
nulla e che sai di non meritare.
Restando giovane nel cuore, che chiunque adesso può strapazzare,
perché avendo tutte le potenze non avrai la prima e più importante,
il pensiero va alla chiusa del suicidio, perché la partita, giocata
nell’essenziale, finisca. Ma non lo compi per le persone più care, che
ancora una volta, solo esistendo, ti salvano. Tu non sei infatti nato
per te stesso ma per vivere loro.
28 ottobre
L’Apocalisse
Io non so, nessuno sa con certezza se l’Apocalisse sia stato scritto da
Giovanni. L’autore del quarto Vangelo, del quale non sappiamo
neanche se fosse l’apostolo, è un uomo grave e serio, capace di
governarsi in un dolore monocorde e composto ma con una febbre
interiore che non sarebbe del tutto strano si fosse scatenata in quella
che chiama la sua visione in rapimento estatico, anche se si tratta di
un film intero.
2864
Se anche nel Vangelo egli tiene molto a freno l’immaginazione lirica
e metaforica, da qualche varco traluce una sua ispirazione poetica e
profetica. Ma più rilevante è che l’Apocalisse porta ovunque le tracce
di un carattere categorico, offeso, sanguigno quanto lucido e
ragionante, di un essere caldo e freddo ma non mai tiepido. E
soprattutto del tempo di violenza, strazio, smarrimento, sbando,
mortificazione subito dalle comunità cristiane, sotto l’infuriare delle
persecuzioni imperiali. Cosa che accomuna l’Apocalisse al quarto
Vangelo.
In esso senti dovunque il dolore di un mondo violento che impazza,
il rischio continuo della vita, la caccia all’uomo, l’odio e il
risentimento contro Gesù e contro i cristiani, al punto che
nell’autore la risposta dell’amore più di una volta vacilla, pur senza
mai spegnersi.
Nell’Apocalisse però il mondo è pura violenza, distruzione, castigo,
disastro, reale, realissimo, non da proiettare tutto in un tempo a
venire, in un giudizio universale, detto imminente (“il tempo è
vicino”, Ap., 22), ma contraddetto dall’autore quando parla di
castighi che avverranno dopo mille anni. E a questo punto Giovanni
non lo riconosco più e divento scettico che si tratti della stessa
persona, tanto più in quanto ho imparato ad amarlo e stimarlo nel
profondo, leggendo il quarto Vangelo, mentre l’autore dell’Apocalisse
ha addirittura qualcosa di luciferino.
Impossibile infatti sceneggiare la gigantomachia delle forze
demoniache senza parteciparne, anche se vengono fatte
giganteggiare solo per farle distruggere da quelle divine, né più né
meno come accade nei film di fantascienza cosmica di Hollywood.
Profetare non vuol dire prevedere un futuro che è nella mani di Dio,
tanto più che dopo Cristo non possono darsi profeti, ed è
stupefacente che l’autore dell’Apocalisse non se ne renda conto,
pretendendo che ogni sua parola sia immutabile e intoccabile,
perché proveniente, secondo lui, direttamente da Dio attraverso la
testimonianza di Cristo.
2865
Viene il sospetto, forse infondato filologicamente, che parte di tale
libro sia stato scritto addirittura ignorando Cristo, al quale in un
secondo tempo sono messe in bocca le rivelazioni, integrando e
accomodando testi diversi preesistenti.
Tale superbia scandalosa dell’autore si traduce alla fine in una tutela
minatoria del proprio copyright, minacciando chiunque aggiunga o
tolga una sola parola al suo libro con gli stessi castighi micidiali che
colpiranno i reprobi, pretesa che è un delirio di onnipotenza, benché
sofferto con la sincerità più cupa. Immaginiamo infatti se un finale
del genere sarebbe stato mai concepibile in uno dei Vangeli.
Tra mille anni, adesso
Quasi duemila anni sono passati e non è successo niente. E così
delle due l’una: o l’autore ha preso una cantonata clamorosa,
dicendo imminente ciò che profetizza, o le sue parole non vanno
proiettate nel futuro ma sono un segno di reazione a quella violenza
omicida che infuriava ai suoi tempi, che è presente adesso e sempre,
e quindi anche nel futuro imminente o lontano.
“Ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito.” (Ap., 4), vi si
legge. Ma è quello che già accaduto e che sempre accadrà. E così
allora davvero è successo tutto ciò che egli scrive, e ciascuno è libero
di interpretare le cavallette con capelli di donna e dentature leonine
come fortezze volanti che bombardino le città nel ventesimo secolo
e i cavalieri dell’apocalisse alla luce delle mille violenze che hanno
straziato gli uomini in due millenni.
L’Apocalisse è tutto simbolico, si dice, e in parte oscuro, ma di fatto
poco importa, spiritualmente parlando, ricercare il referente preciso
di questo o quel simbolo, una volta definiti i casi eclatanti e certi,
visto che l’angelo stesso si incarica di spiegare più di un simbolo
(Ap., 17), giacché è chiarissimo di che cosa si parla: del male radicale
e della giustizia divina. Che però non vi fa una bella impressione,
diventando terribilmente terrena.
2866
Ed è altrettanto chiaro che se ne parla con una disperata sfiducia
nella potenza e nell’efficacia dell’amore umano in terra. Terra che
infatti è quasi tutta consegnata ai malvagi. Il che è drammaticamente
umano, però troppo umano, tanto da diventare quasi ateo,
rischiando di spezzare il legame d’amore tra Dio e gli uomini.
L’Apocalisse non spinge alla fede e all’amore, che sono sempre
potenze dell’inizio, ma apre una sarabanda macabra sul finale di una
partita ormai tutta giocata. Per questo è una lettura che si gode, ma
dando un piacere torvo, che suscita un’aggressività fosca e una
soddisfazione perversa. Che in sostanza gratifica le forze oscure
presenti in noi demonicamente, sconfessando la purezza e il candore
spirituali. E per giunta ha incoraggiato nei secoli ebbrezze di potenza
e di prepotenza in nome di Dio.
Stupefacente che l’autore dell’Apocalisse non si renda conto che il
regno di Dio è ora ma non è di questa terra, e che egli abbia potuto
illudersi così tanto in una palingenesi edenica tra noi, da deludersi
terribilmente che non vi sia stata, per scatenare le potenze divine del
castigo, quasi potesse comandarle lui. E soltanto perché ha avuto
una visione, che a questo punto, e da tanti segni, dubitiamo sia mai
avvenuta, giacché solo in tre o quattro passi riconosciamo
l’ispirazione veritiera di una visione reale. E per il resto è un cupo,
iracondo, fantasioso dislocare un esercito spirituale su un campo di
battaglia sanguinario, dove tutte le metafore sono così violente da
diventare letterali, sia pure a favore del bene, anche quando entra in
campo l’Agnello.
Come fai tu a dire questo? L’hai forse avuta tu una visione? No. Ma
il veggente come l’amante, come l’ispirato da Dio nella fede, si
riconosce dalle sue parole in segni involontari, in passaggi ineffabili,
in toni e pause misteriose che qua non tralucono che troppo poche
volte, sommerse da una volontà di fare ordine una volta per tutte. E
con le cattive, visto che le buone non sono servite.
Sia pure la fine del mondo meritata ma un po’ di pietà, di tenerezza,
di compassione, di solidarietà fraterna per le vittime di questa
inesorabile giustizia, visto che siamo uomini e peccatori anche noi,
non vogliamo averla?
2867
Con questo orgasmo di potenza, troppo lungo e troppo geometrico,
benché potente e affascinante, di energica immaginazione e
obbedienza alla lettera, non si finisce per perdere la traccia
fondamentale dell’amore?
Si potrebbe anche giudicare la cosa così: La verità di Cristo non si
realizza subito, quando volete voi, e allora voi volete distruggere
tutto e che ci sia la fine del mondo!
Che diritto ha un uomo di mettersi al posto di Dio e prevedere le
sue mosse? Che diritto ha l’autore dell’Apocalisse di porsi come
intermediario di Gesù?
Capisco che se la Bibbia comincia con un libro sulla genesi, per le
anime amanti della simmetria, debba concludersi con una fine del
mondo. Ma questa è un’esigenza molto artistica, molto naturale e
molto politica, a conforto di quel bisogno d’ordine formale che
sempre nutre anche le istituzioni, spirituali o temporali. E per cinque
secoli infatti, da parte di diverse chiese, non si è affatto sentito il
bisogno di inserire questa Apocalisse o un’altra tra i testi canonici.
Questo libro è allora un documento possente della violenza che i
cristiani subivano, attoniti per il fatto che Cristo non venisse in loro
aiuto a farli trionfare. Cosa che infatti non doveva né poteva fare,
essendo il suo regno qui e ora sempre, ma nella rivoluzione d’amore
che si compie dentro l’animo, e che sola giustifica e dà la forza per
agire realmente contro il male nella società, garantendo la potenza e
l’efficacia dell’ispirazione.
“Il tempo è vicino” (Ap., 22), è addirittura adesso. L’Apocalisse è ogni
giorno, la rivelazione è ora, se apro gli occhi.
Il male è il male di sempre e che sempre ci sarà sul pianeta, che è
vincente sempre. Tranne quando è contrastato dall’amore?
Osserviamo che molti stati del mondo il male l’hanno tamponato
più di altri, non solo ricorrendo all’amore ma anche e soprattutto al
rispetto degli altri, al sentimento del bene pubblico, alla sensibilità
2868
sociale, all’osservanza delle regole, alla simpatia naturale per i simili,
alla benevolenza nascente dal fatto di vivere protetti da una buona
legislazione, al sistema di premi sociali per gli onesti e di castighi per
i disonesti. E spesso si tratta di stati dove i credenti attivi sono molti
di meno che in quelli più ricchi di praticanti convinti, avvezzi a
vivere in stati disordinati, ingiusti, corrotti, violenti.
Arrivo a dire che scopo del cristiano non è vincere il male mondano
con un’organizzazione sociale specifica, che spetta allo stato e
all’iniziativa benigna di ogni cittadino, sia o non sia credente. Ma è
generare l’amore nel proprio animo. E, grazie a tale libera e
disinteressata testimonianza, in quello degli altri.
Quando la chiesa pretende di procedere con un’organizzazione
statale che imponga i valori cristiani, potenziando il bene sempre
potenzia anche il male. Dico ‘cristiani’ perché i cattolici sono oggi
troppo spesso convinti del contrario, che quel che conta sia agire,
darsi da fare, convertire, provvedere, incidere, propagandare e
sostenere con l’appoggio dei poteri politici i valori in cui credono,
col risultato che generano un nuovo potere tra gli altri, si
contrappongono agli altri e si difendono e arroccano nelle proprie
cittadelle, sentendosi superiori e garantiti oppure soffrendo e
turbandosi inquietamente, ma sempre dentro le loro mura.
Molti cattolici vogliono addirittura arricchirsi cristianamente e
diventare potenti cristianamente. Essere padroni della vita e dei beni
degli altri cristianamente.
Fa bene il cattolico ad agire politicamente in ogni forma possibile, se
coerente e ossequiente delle leggi dello stato, basta che non eserciti
un potere che fatalmente lo corrompe più degli altri,
sprofondandolo in un’ipocrisia disgustosa. Basta che non si
convinca di testimoniare così la sua fede, dimenticandosi di amare.
Amare è invece diventato per i cattolici dotati di potere politico, o
ronzanti intorno a esso, qualcosa di liturgico oppure di privato.
Tanto che non vedono più chi hanno sotto gli occhi. Ma soltanto,
nel migliore e più raro dei casi, il genere umano inteso, così scrive
A.Belyj in Pietroburgo, come “il millepiedi umano”.
2869
Se ami il prossimo non rubi, non menti, non corrompi, non intaschi
tangenti, non deturpi l’animo delle donne, non ti gonfi di superbia e
di arroganza, convinto di appartenere a una comunità di eletti,
rispondente solo a Dio, per la quale il papa preghi in modo speciale,
a meno che non pensi che egli debba pregare prima di tutto per i
peccatori.
Siamo fragili siamo fatti di carne, siamo peccatori. Giù allora a
tuffarsi nel male per essere confessati e perdonati. Come i bambini
che amano rotolarsi nel fango per la gioia di lavarsi. Ma i bambini
sporcano solo se stessi, loro sporcano tutto ciò che toccano usando
le parole della fede.
I cattolici amano più i cattolici dei non cattolici. E più i cattolici
simili a loro di quelli dissimili. Anzi, a un certo punto, amano solo la
loro cerchia più stretta, e alla fine se stessi. Promuovendo se stessi
essi credono di elevare un inno alla vita, in quanto di razza cattolica
privilegiata.
Anche da questo punto di vista si vede che l’ispirazione d’amore
non si lega necessariamente a un addomesticamento politico del
mondo, ad un abitare civilmente la terra, perseguibile con altre
umane virtù (propiziate anche dal cristianesimo o dall’Islam o da
altre forme religiose), bensì irrompe come apocalisse, come
rivelazione nell’animo degli uomini e delle donne in qualunque
condizione statale e sociale si trovi a vivere.
Dico donne
Dico donne, e davvero Giovanni non mi conforta con la sua
misoginia, che lo spinge a nominare i 144.000 giusti delle tribù di
Israele destinati a salvarsi e subito dopo a definirli vergini “che non
si sono contaminati con donne”.
Ora, spesso la verginità, ci dicono gli interpreti, è nei libri apocalittici
che fiorivano prima e dopo la venuta di Cristo, simbolo dell’assenza
di idolatria, di purezza di fede. Ma il fatto che si stabilisca
un’analogia simbolica tra l’idolatria e la contaminazione con la
2870
donna è spaventoso, se anche è naturale che per un uomo votato
alla castità la donna che non può toccare diventi una dea, e che
quindi egli non sia in grado di concepire l’amore passionale se non
come un culto idolatrico della donna.
Spesso i religiosi dicono ‘femmina’, che è indizio di gran sensualità.
Qual è il gesto spirituale?
C’è il forte sospetto che il libro dell’Apocalisse, scritto alla fine del
primo secolo, e forse in parte intorno al 70 d.C. risulti dalla fusione
di due libri. Infatti è molto strano che tanta disperazione cupa e
solenne non sia stata educata all’amore dalla venuta di Cristo, ma il
risultato non cambia: la voluttà della distruzione è una passione
profonda e arcaica.
Prima ancora di commentarne questo o quel passo bisogna coglierne
allora il gesto spirituale decisivo: il mondo è mostruoso, angosciante,
violento, la persecuzione infuria. Bisogna capovolgerlo con una
controffensiva spirituale che mostri la potenza divina a capo di un
esercito angelico del bene, commisurata all’antagonista, e trionfante
su di esso una volta per tutte. Peccato che così anche il mondo
finisca.
Il risultato fa paura perché deve far paura. Ma, scritto nell’isola di
Patmos, per le comunità cristiane, le sette chiese d’Asia alle quali il
messaggio viene annunciato dagli angeli, esso finisce per far paura
soprattutto a quelle stesse, perché i nemici veri non leggono il libro
e, se lo leggono, ne ridono come di un vaneggiamento impotente,
perché le armi materiali tanto ce le hanno loro.
Solo quando il mondo occidentale diventerà tutto cristiano, esso
potrà finalmente fare paura a tutti, e non solo ai credenti pacifici, ma
allora esso affiancherà la sua potenza verbale, diventata esornativa o
tirtaica, a quella delle armi vere brandire dagli offensori armati in
nome di Cristo, i primi dei suoi traditori.
2871
Trovo che l’Apocalisse non abbia nulla a che fare con Cristo e invece
molto con la volontà di potenza e di distruzione del suo autore e di
coloro che, per paura, per far paura ad altri o per sintonia con
l’autore, hanno deciso di chiudere con esso la Bibbia. Facendola così
però diventare circolare, perché si tratta di un finale da Antico
Testamento, che avvinghia il nuovo nelle antiche spire di una voluttà
di violenza che Cristo ha insegnato a oltrepassare.
Il suo autore, che si ritiene il testimone visionario ed estatico della
sua parola, ne è invece il traditore, e poco mi incantano le sue estasi,
i suoi rapimenti, le sue visioni, le sue premonizioni, che hanno un
valore letterario e drammaturgico evidenti, affascinanti su un piano
artistico, storico e culturale ma del tutto estranee allo spirito di
Gesù.
Solo Dio sa la fine
La questione della fine del mondo va lasciata tutta a Dio e non deve
esistere nessun uomo che si appropri fanaticamente di ciò che non
possiamo né sapere né vedere. Ma si sa che la chiesa ha avuto, e
forse ancora ha, bisogno anche di questo terrorismo grandioso, di
questa magnificente potenza, e, specialmente nei suoi membri
anziani, ha bisogno soprattutto di trovare un finale di partita, di
chiudere il gioco subito una volta per tutte, dato che sono prossimi a
morire.
Io non ho che la mia vita breve e non ho nessun monito infuocato
da tramandare alle generazioni future. Posso trovarmi così del tutto
indifferente, e anzi ostile, al pathos di chi si immedesima
superbamente in Dio e palesemente gode della sua opera di
distruzione, eccitando gli animi alla paura, e quindi alla violenza,
come si farebbe nel tempo finale di una sinfonia o nell’ultimo atto
di una tragedia.
Ma la fede non è arte, non è letteratura, non è musica e la fortuna
straordinaria che questa operetta fiammeggiante ha vissuto in esse
non è che la conferma che la sua sorgente è in un bisogno possente
e universale di assistere illesi, magari con un brivido tra le scapole, a
2872
uno spettacolo grandioso di morte e distruzione, naturalmente a
opera delle forze del bene, affinché si goda legittimamente ogni più
atroce male che tocchi agli altri. Giacché nessuno dei lettori si sente
destinato a quella stessa fine, anche perché nessuno realmente crede
che possa intervenire in quella forma.
Cristo è “il primogenito dei morti”, perché il primo a risorgere ma
viene detto anche “il principe dei re della terra” (Ap., 1), che sembra
una formula teocratica dal sapore ateo, tanto più che erano i tempi
delle feroci persecuzioni romane contro i cristiani. Che allora non
erano tutti così capaci di rispondere con l’amore all’odio se
l’Apocalisse è proprio la profezia della sanguinaria vendetta divina
contro i persecutori, che verranno distrutti da pestilenze, grandinate,
terremoti e massacri, per nulla cristianamente.
L’autore dell’Apocalisse, che sempre più dubito sia lo stesso del
quarto Vangelo, per quanto quasi ogni uomo sia capace di tutto e
del contrario di tutto, sistema in modo fin troppo semplice il
problema della giustizia terrena. Mentre infatti le stragi della natura e
della storia colpiscono buoni e cattivi in modo indifferente, nella
fine del mondo esse saranno selettive in modo categorico, colpendo
soltanto i cattivi.
Nella sua fissazione per la numerologia, l’autore considera le dodici
tribù di Israele, assegna dodicimila giusti a ciascuna, e ottiene la cifra
di 144.000, per quei tempi non così pochi. Ammette però alla
salvezza anche ogni popolo e razza al di fuori di Israele, arrivando a
profetare la distruzione, chissà perché, di un terzo dell’umanità.
Questa geometria della salvezza è non so se più ridicola o
soffocante, benché ammantata di solennità drammaturgica, e getta
una luce patetica sull’infernale bisogno di sicurezza che spinge un
uomo a voler decidere lui come andranno a finire le cose.
Chi è colui che chiama Cristo?
La prima visione dell’autore è di un Cristo coi capelli candidi come
neve e con gli occhi di fuoco, dal volto di sole, la voce fragorosa e
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scrosciante e una spada a doppia lama in bocca. Difficile immaginare
una visione più difforme e snaturante di Cristo, un incubo vero e
proprio, con quella spada in bocca da film horror, che da sola
avrebbe dovuto consigliare di tenere il testo alla larga dalla Bibbia, e
spingere a non inserirlo a completamento del Nuovo Testamento,
come documento di un visionario molto aggressivo.
Sappiamo che si tratta di un simbolo della parola acuminata e
tagliente di Dio ma i simboli vanno scelti in modo coerente e
acquistano senso dal contesto. Quando Cristo dice che è venuto a
portare la spada, l’espressione ha una palese potenza spirituale
mentre in questo caso annuncia morte letterale.
Deprimente è la tendenza a considerare l’Apocalisse un genere
letterario come un altro, benché alla lettera sia vero, in quanto questi
uomini non sono letterati e non scrivono per entrare in una storia
della letteratura. Senza considerare che si attribuire a tale genere una
potenza impersonale e coattiva tale da piegare i modi e i contenuti
spirituali a una convenzione fatale seguita non si sa perché. Se un
autore per esempio dice che ha avuto una visione, crede o si illude di
averla avuta, non segue un genere. Sta a noi sondare se è attendibile.
Cristo, “colui che ci ama”, non viene più menzionato come fonte
d’amore se non per fargli dire: “Io tutti quelli che amo li rimprovero
e li castigo.” (Ap., 3,VI), Espressione che ha un suo senso profondo
ma non nell’Apocalisse, dove il castigo sono la tortura e la morte.
Chiudendo anche il varco della beatitudine paradisiaca, sulla quale si
tace perché guasterebbe la voluttà infernale della scena. I buoni sono
semplicemente i risparmiati dal massacro, gli scampati, non già i
degni di una felicità ultraterrena. Al massimo “riposeranno dalle loro
fatiche” (Ap., 14)
Il libro si rivolge alle sette chiese dell’Asia, alle quali un angelo è
delegato di portare il messaggio alla lettera. All’angelo che volerà
verso la chiesa di Efeso il visionario impone però di riferire una
frase che attribuisce alla lettera a Gesù, come tutto ciò che dice, che
mi ha colpito: “Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo
amore di prima.” (Ap., 2, II). Che è una definizione semplice e
chiara del tradimento.
2874
E ce n’è una seconda notevole: “Al vincitore darò la manna nascosta
e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo che
nessuno conosce all’infuori di chi la riceve” (Ap, 2, II). La
delicatezza e la grazia di questa espressione, intimamente poetica, ci
segnala che si apre uno dei rari varchi di sensibilità all’amore da
parte dell’autore.
Il rotolo dai sette sigilli
Nella seconda visione, dopo un nuovo rapimento estatico, l’autore
vede un rotolo, scritto fuori e dentro, chiuso con sette sigilli,
ciascuno schiuso da un angelo. Ne escono i quattro cavalieri
dell’apocalisse: bianco, rosso, nero e verdastro. Ma ne escono anche
i martiri del cristianesimo, finché non si scatena un terremoto (Ap.,
6).
Mentre il rotolo del libro si apre, il rotolo del cielo si chiude ed è il
finimondo. Gli angeli suonano le trombe del giudizio. Infuriano le
cavallette con capelli di donna e denti di leone, ventri come corazze
e aculei da scorpione. Al sesto squillo un terzo dell’umanità viene
ammazzata. Ah, che goduria: finalmente viene fatta giustizia,
massacrando, uccidendo, divorando, sterminando. Quello che
avevamo sempre atteso, che i nostri persecutori venissero colpiti,
che Roma Babilonia fosse distrutta, che i malvagi soffrissero
atrocemente, che Dio in persona annientasse coloro che volevano
annientare noi, sta accadendo. La bestia che sale dall’abisso, con
dieci corna e sette teste (Ap., 13) sta completando la sua opera di
sterminio, ammirata e adorata da tutti i popoli della terra. Ma
l’angelo incatena il drago per mille anni in fondo all’abisso, ma poi di
nuovo lo scioglierà. Ancora una volta il tempo va a fisarmonica: è
vicino e durerà millenni. Cadrà grandine da mezzo quintale il chicco,
un mare di sangue farà strage dei marinai. Gli uccelli, come nel film
di Hitchkock, divoreranno gli uomini. Meraviglioso. Ma siamo sicuri
di non aver dimenticato il nostro “amore di prima”, Cristo?
Giovanni esegue le istruzioni è ingoia il libro, come facevano gli
agenti segreti ai tempi della guerra fredda coi messaggi
2875
compromettenti: “ti riempirà d’amarezza le viscere ma in bocca sarà
dolce come il miele.” Singolare inversione sensoriale, perché si
dovrebbe dire: “in bocca sarà dolce come il miele ma ti riempirà
d’amarezza le viscere.” Ma no, l’amaro è quello della morte e del
massacro, il dolce, che deve vincere, è quello del bene che trionfa. E
che importa il dolore degli uccisi?
La donna vestita di sole
Un altro varco si apre in questa carneficina nata da una mente
esaltata ed esaltante, ormai del tutto priva di fede d’amore, perché
chi ama di tutto si occuperebbe tranne che di scrivere un libro del
genere. “Una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul
capo una corona di dodici stelle” illumina la scena. “Era incinta e
gridava per le doglie e il travaglio del parto.” Nasce Cristo.
Non vale obiettare che Cristo è nato prima che si scatenino gli
eventi profetati, se è lui che li comunica al visionario. Non deve
esserci un ordine cronologico nelle visioni. Il tempo si contrae,
esplode, si riavvolge. Né può essere la chiesa, benché a molti
membri del clero cattolico piacerebbe. La chiesa è nata da Cristo e
non viceversa. Deve essere Maria.
E questo ci fa riflettere sull’ambivalenza di chi considera un credente
puro se non contaminato da donna e poi riesce a trovare solo in una
donna la giusta luce limpida e sovrastante. Ma da chi sei nato, se non
da una donna? E l’amore di chi ti ha soccorso quando eri cucciolo e
inerme? Chi ti ha allevato, nutrito, insegnato a ridere e ad amare?
Vedi che una castità forzata e ossessiva ti ha completamente
snaturato e traviato.
Se un membro della chiesa parla male delle donne è sicuramente
privo di fede e vergine per forza. Se ne parla bene e vive
serenamente con esse è puro e vergine per scelta.
Tanta è la fascinazione verso la donna di coloro che hanno deciso di
essere vergini, fatta eccezione per le anime pure, più rare di un
quadrifoglio, che la Roma Babilonia è rappresentata anch’essa da
2876
una donna, una grande prostituta, ammantata di porpora e coperta
d’oro, seduta sopra una bestia scarlatta. Che a rigore avrebbe dovuto
essere l’uomo che la paga.
Ma anche la Gerusalemme celeste che scenderà in terra è una donna,
la promessa sposa dell’Agnello. Prostituta o sposa angelicale, la
donna è sempre nel cuore rimosso dei vergini, che sprizza scintille di
violenza e odio verso lei innocente, se non è casta come lui. E chi li
farebbe allora i figli? E con chi?
Audacia del minimo
Lutero ha letto in solitudine la Bibbia e ha condotto la sua critica
coraggiosa, documentata, e a volte violenta e delirante, quando si
scatena la sua mania dell’anticristo (il quale per un cristiano non
esiste), all’interpretazione della chiesa cattolica, rinfacciandole di non
averne rispettato rigorosamente la parola. Ma ha mai dubitato che la
Bibbia potesse ospitare libri che non era giusto inserirvi? Credo di sì,
ma alla fine ha preferito conservarli, interpretandoli a modo suo, le
esclusioni restando periferiche e timide nella traduzione che ha fatto
e ha coordinato.
Egli ha criticato la chiesa cattolica come interprete ma accettando il
canone della Bibbia