FILM: PER QUALCHE DOLLARO IN PIU`

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Ultimo aggiornamento Lunedì 22 Febbraio 2016 15:44
Omaggio a Sergio Leone:«Per qualche dollaro in più» 1965. Leone 1929-1989 figlio d'arte
suo padre era il noto regista del muto R.Leone Roberti si è spento all'età di soli 60 anni. Il
cinema italiano e mondiale gli deve veramente molto di F. Lamendola Un film al giorno: « Per qualche dollaro in più » di Sergio Leone (1965)
di
Francesco Lamendola
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E chi non ricorda quella strada di villaggio in terra battuta, diritta, fiancheggiata da due file di
casupole imbiancate a calce, irte di travi a vista, quasi prive di finestre come fossero fortini,
avvolte e quasi disciolte nella vampa abbagliante del sole, con le brulle montagne, i cactus e il
deserto sullo sfondo, tremolanti nell'aria arroventata dal calore?
Chi non ricorda quel motivo musicale del carillon, strano, melodioso eppure con qualche cosa
di inquietante, quasi di funesto; quel
carillon
che incomincia a suonare allorché viene sollevato il coperchio del grosso orologio da tasca nel
quale è incorporato; quel
carillon
che scandisce gli ultimi secondi di vita di qualcuno perché, non appena la musica si fermerà, le
pistole cominceranno a sgranare il loro rosario di morte?
E chi non ricorda quelle facce bruciate dal sole, increspate dalla tensione nervosa che
contrae i muscoli, con quelle barbe ispide, quelle gocce di sudore che imperlano la fronte e
quegli occhi sbarrati, simili a delle sottilissime fessure: occhi di uccello da preda, pronto a
lanciarsi in picchiata sulla preda e ad afferrarla con gli artigli spiegati?
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Sono immagini, suoni, colori e sensazioni che rimangono impressi a lungo, nella mente dello
spettatore, dopo che lo spettacolo è terminato.
Complici l'accurata ambientazione western, la sceneggiatura sobria ed efficacissima, la
recitazione intensa e drammatica e, non certo ultime, le musiche superbe di Ennio Morricone, si
può ben dire che Per qualche dollaro in più, secondo della trilogia del dollaro di Sergio Leone
(dopo
Per un pugno di dollari e prima di Il buono, il
brutto, il cattivo
) è stato uno di quei film che rimangono non solo nella storia della cinematografia di una data
epoca, ma anche in quella del costume e dell'immaginario collettivo. Al punto che, dopo il 1965,
è stato ben difficile per gli Italiano immaginarsi il Far West diversamente dal paesaggio arido e
dalle casupole bianche di Las Palmares; i cacciatori di taglie, con volti diversi da quelli di Lee
Van Cleef e di Clint Eastwood; i banditi, con altra faccia da quelle di Gian Maria Volonté e di
Gigi Pistilli; l'assalto alla banca, in maniera diversa dal 'colpo' di El Paso.
Eppure la storia è relativamente semplice e si snoda lineare, senza troppi colpi di scena, dal
principio alla fine, verso l'inevitabile conclusione del duello finale, nella vampa del sole a
mezzogiorno.
Un bandito sadico e drogato, El Indio (Volonté), viene liberato dai suoi compagni dalle prigioni
messicane e, dopo essersi crudelmente vendicato del traditore che lo aveva fatto arrestare,
imbastisce immediatamente un colpo che dovrà passare alla storia: l'assalto ala Banca di El
Paso, universalmente considerata come una delle più inaccessibili degli Stati Uniti d'America.
Solida come una fortezza, sorvegliata giorno e notte da guardie armate, si avvale di una sottile,
impensabile astuzia: i denari dei risparmiatori non sono custoditi nella robusta e vistosa
cassaforte, che balza subito all'occhio nell'ufficio del direttore, ma in un'altra cassaforte, più
piccola, dissimulata all'interno di un mobile in legno apparentemente innocuo: un armadietto
contenente bottiglie e bicchieri per offrire da bere ai clienti di riguardo. Nessuno sa del trucco, o
meglio, nessuno tranne il povero falegname che ha fabbricato il finto mobile-bar; per cui il
direttore dorme sonni tranquilli.
Ma il destino ha deciso altrimenti.
Un bel giorno (o brutto, secondo i punti di vista) quel povero falegname finisce in prigione,
proprio la stessa in cui era stato rinchiuso, ma non per molto, l'Indio; e, certo non sapendo con
chi aveva a che fare, gli racconta ogni cosa. Sicché l'Indio, appena liberato con la dinamite,
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uccide con un colpo di pistola il poveraccio e, poi, convoca tutti gli uomini della sua vecchia
banda, e anche quelli di un altro bandito, Digghy (Pistilli), per spiegare loro il suo piano.
All'interno di una vecchia chiesa spagnola sconsacrata, dall'alto di un pulpito di legno, quasi
parodia di una messa solenne, l'Indio racconta il segreto di cui è venuto casualmente a
conoscenza, e infiamma una ventina di bandidos dalle facce patibolari con la prospettiva di
un bottino da un milione di dollari, convincendoli di avere studiato un piano perfetto e senza
rischi.
Intanto, però, due bounty killers si sono messi, a loro volta, sulle tracce dell'Indio. Si tratta di
un giovane senza nome, chiamato il Monco (Eastwood), alto e magro, dagli occhi di ghiaccio,
che indossa un poncho messicano decorato a scacchiera e rumina eternamente un corto sigaro
all'estremità della bocca; e un raffinato pistolero più avanti negli anni, di nome Mortimer (Van
Cleef), che possiede un'arma infallibile, una specie di corto fucile montabile che raddoppia la
potenza di tiro delle sue pistole: un ex colonnello dell'esercito che ha una luce inquietante nello
sguardo e che mastica la pipa con calma imperturbabile, anche mentre sta per far fuori
qualcuno. Come poi si verrà a sapere, quest'ultimo non insegue tanto la grossa taglia che
pende sulla testa dell'Indio e dei suoi compari, quanto una vendetta personale: molti anni prima,
il bandito aveva ucciso suo cognato e provocato la morte di sua sorella, che si era tolta la vita
per non subire una violenza carnale.
Sulle prime sembra che la cittadina di El Paso sia troppo piccola per contenerli entrambi.
Interessati alla stessa selvaggina, brutali ed esasperatamente individualisti l'uno e l'altro, non
appena scoprono le reciproche intenzioni, sono sul punto di affrontarsi in un duellomortale; ma
poi cambiano idea e decidono di unire le loro forze, non senza qualche diffidenza reciproca, in
vista dell'obiettivo comune. Stabiliscono, così, di dividersi, in modo che uno di loro si infiltri
all'interno della banda dell'Indio: e questo compito tocca al più giovane; l'altro seguirà le mosse
dei banditi da lontano, pronto ad intervenire al momento opportuno.
Ed è così che il giovane cacciatore di taglie entra nella banda dell'Indio, proprio alla vigilia del colpo; troppo tardi per impedirlo, ma giusto in tempo per unirsi ai banditi prima che possano
dileguarsi nel deserto, facendo perdere le proprie tracce. L'assalto alla banca riesce alla
perfezione: con cronometrica precisione, la parete esterna viene fatta saltare con l'esplosivo e il
finto mobile-bar viene caricato su un carro con delle funi, facendolo scorrere lungo una scala di
legno, in meno di un amen; poi tutta la banda si allontana, in una nuvola di polvere e di spari,
beffando i guardiani, lo sceriffo e l'intera popolazione del paese, colti completamente alla
sprovvista.
Dopo aver seminato gli inseguitori, l'Indio e i suoi si ritrovano nello sperduto villaggio di Las
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Palmares, un buco dimenticato da Dio ai margini del deserto, per aprire la cassaforte e dividersi
il bottino. L'Indio non ha fretta: dice che devono lasciar passare qualche giorno perché le acque
si calmino, poi intascheranno ciascuno la propria parte e si separeranno. La cassaforte, nel
frattempo, si è rivelata un osso duro: ma proprio nel paese si imbattono in un misterioso gring
o
,
che è appunto il più anziano dei due
bounty-killers,
il quale - dopo aver ucciso uno dei banditi in un regolare duello (il cattivissimo Klaus Kinsky,
brutto come il peccato e, per giunta, gobbo) - si presenta come esperto di serrature. Per lui,
aprire con metodo scientifico la cassaforte, senza danneggiare il denaro, è un gioco da ragazzi;
ma l'Indio, che ha in mente un suo piano, rimanda ancora la divisione del bottino e afferma che
tutti saranno pagati a tempo debito, compreso quello strano
gringo
dalla mantellina scura e dalla faccia proibita.
Quella notte, i due cacciatori di taglie - i quali, ovviamente, avevano finto di non conoscersi tentano di penetrare nel locale dove è custodito il denaro; ma vengono sorpresi, smascherati,
pestati selvaggiamente e rinchiusi, ben legati, in una cantina, in attesa dell'inevitabile uccisione.
Ma l'Indio, che aveva sempre saputo chi essi fossero veramente, decide di servirsi di loro per
eliminare il maggior numero dei suoi stessi uomini e, poi, fuggirsene col fedele Niño, un
gigantesco tipaccio che gli è particolarmente devoto. Come previsto, i due bounty killers riesc
ono a liberarsi e l'Indio, fingendosi in preda a un attacco di furia isterica, sguinzaglia tutti i
banditi alla loro caccia. Ma non riesce a fuggire col denaro: perché Digghy, che aveva mangiato
la foglia, lo sorprende e, dopo avere eliminato il Niño, lo costringe a seguirlo in una casa del
villaggio, in attesa di vedere come andrà a finire la caccia all'uomo.
Quando il sole si leva sul villaggio, l'atmosfera è quella di una resa dei conti ove ciascuno
giuocherà la sua parte fino in fondo. Le prede sono divenute cacciatori: tiratori infallibili, i due
buonty-killers
abbattono tutti i membri della banda, uno dopo l'altro, snidandoli casa per casa. Quando non è
rimasto più nessuno, si ode la voce del giovane pistolero che chiama a gran voce l'Indio e lo
sfida ad uscire e affrontarlo. A quel punto Digghy consegna all'Indio il cinturone e una pistola e
lo lascia andar fuori, per battersi con l'avversario. Ma il colonnello Mortimer, impugnando la sua
arma micidiale, detta le regole: sarà lui a battersi con l'Indio, ma entrambi potranno estrarre la
pistola solo quando il
carillon
dell'orologio cesserà di suonare. L'Indio, allora, comprende che solo un parente stretto della
donna morta per causa sua, tanti anni prima, può possedere un orologio uguale a quello di lei,
che egli aveva sempre tenuto con sé, da quella volta. Dopo un'attesa snervante e col giovane
pistolero a fare da arbitro, la musica finisce e l'Indio, bruciato sul tempo, cade a terra fulminato.
Lo stesso destino toccherà anche a Digghy, poco dopo, mentre cercava di colpire alle spalle il
più giovane dei due avversari.
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Memorabile la sequenza finale, a metà fra il tragico e il grottesco: l'anziano cacciatore di
taglie, consumata la sua vendetta, ha deciso di lasciare tutto il guadagno al giovane "collega" e
questi carica su un carro i cadaveri dei banditi, l'uno dopo l'altro, contando ad alta voce il
'valore' di ciascuno e facendo la somma totale. Poi si allontana lentamente, col carretto
stracarico di corpi, sulla strada assolata, mentre l'orchestra imperversa nel crescendo finale,
dominato dagli squilli di tromba e dal rullare della batteria.
Di questo bellissimo film, che, pur non essendo un capolavoro, ha definitivamente innalzato il
western
all'italiana alla dignità di un sottogenere di tutto rispetto - al punto da influenzare a fondo gli
stessi registi americani, primo fra tutti Sam Peckinpah - la critica italiana blasonata, come al
solito, ha dato un giudizio sussiegoso e pedante, andando a cercare il pelo nell'uovo per
evidenziare veri o supposti difetti.
Il critico Paolo Mereghetti, ad esempio - che giudica Per qualche dollaro in più inferiore al
primo film della trilogia,
Per un pugno di dollari
(giudizio dal quale, personalmente, dissentiamo) - ha scritto che
"(…) Leone (…) replica senza grandi novità il film precedente, accentuando la costruzione a
freddo di un'epopea picaresca dominata dalla morte e dalle sue manifestazioni. Mai come in
questo film la violenza «spesso pervertita sadicamente», non ha nulla a che vedere con la
durezza reale del periodo storico mentre la vicenda si chiude su se stessa, «In una neutra e
pericolosa retorica».
Osservazione, quest'ultima, che ci sembra scadere in un moralismo degno di miglior causa,
visto che stiamo parlando di un film western e non di un trattato di filosofia morale sulle
ragioni del bene e del male o sull'uso, più o meno legittimo, della forza.
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Anche la valutazione espressa da Gianni Rondolino sul Dizionario Bolaffi del cinema italiano
appare un tantino arcigna e ingenerosa:
"(…) L'opera che lo fece conoscere al grande pubblico [Sergio Leone] e lo rivelò regista solido
e spettacolarmente efficace fu Per un pugno di dollari(1964), uno dei primi western all'italiana,
firmato con lo pseudonimo di Bob Robertson (= figlio di Roberto Roberti). Il film, ispirato a
La sfida del samurai
di A. Kurosawa, non esce dagli schemi abituali del genere se non per una maggiore violenza
degli effetti drammatici e una maggiore cura dei particolari realistici, ma ottenne ugualmente un
eccezionale successo popolare. In quest'ambito egli realizzò i film seguenti, da
Per qualche dollaro in più
(1965) a
Giù la testa
(1971), dimostrando una tecnica più scaltrita e un più sorvegliato uso degli effetti spettacolari,
anche se la sua opera parve cristallizzarsi in una sorta di 'maniera', che egli cercò di rinverdire
con soluzioni registiche non sempre felici."
Decisamente più equilibrato e condivisibile ci sembra quanto scrive l'Enciclopedia Garzanti
del Cinema
(edizione
2004, vol. 2, p. 677):
"Il film che segna la svolta nella sua carriera è Per un pugno di dollari (1964) con cui (…)
realizza un western atipico e personale, in cui la violenza è sottolineata da una regia barocca e
dilatata che influenza profondamente altri registi (su tutti S. Peckinpah) e affronta i canoni del
genere con sottile taglio dissacratore. L'enorme successo di pubblico (per nulla scalfito
dall'accusa di plagio mossa dal regista nipponico A. Kurosawa) viene confermato dagli altri
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titolo di quella che è definita la 'trilogia del dollaro' (stesso interprete principale, C. Eastwood, e
stesso autore della colonna sonora, E. Morricone):
Per qualche dollaro in più
(1965) e
Il buono, il brutto, il cattivo
(1966), due opere che, segnando la nascita dello spaghetti-western, definiscono un linguaggio
in cui la violenza dell'azione è immersa in tempi narrativi sospesi assumendo la sacralità di un
gesto carico di mito e, insieme, di sordida brutalità. Con la trilogia, Leone smonta e rimonta i
canoni e la filosofia del genere western assecondando la vena eccessiva e iperbolica del suo
stile fiammeggiante e il suo senso spettacolare del racconto, per poi cantare la morte
dell'epopea della frontiera e la fine del mito con
C'era una volta il West
(1968), film che accentua il versante brutale ed efferato dei lavori precedenti, insistendo sulla
violenza cieca e cinica come unico meccanismo relazionale e, dunque, dando il segnale di un
mondo che sta per svanire."
Aggiungiamo solo che Sergio Leone, figlio d'arte (suo padre era il noto regista del muto R.
Leone Roberti), nato a Roma nel 1929, si è spento nella sua città natale nel 1989, all'età di soli
sessant'anni.
Crediamo che il cinema italiano gli debba molto, e questo articolo vuole essere anche un
piccolo omaggio alla sua memoria, nell'avvicinarsi del ventennale della scomparsa.
Francesco Lamendola
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Francesco Lamendola è nato a Udine nel 1956. Laureato in Materie Letterarie e in Filosofia, è
abilitato in Lettere, in Filosofia e Storia, Filosofia e Pedagogia, Storia dell’Arte, Psicologia
Sociale. Insegna nell’Istituto Superiore “Marco Casagrande” di Pieve di Soligo e ha pubblicato
una decina di volumi tra saggi storici, musicali, filosofici, di poesia e di narrativa, di cui
ricordiamo “Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C.”, “Il genocidio dimenticato. La
soluzione finale del problema herero nel sud-ovest africano”, “Metafisica del Terzo Mondo”,
“L’unità dell’Essere”, “La bambina dei sogni e altri racconti”, “Voci di libertà dei popoli oppressi.”
Fogli Sparsi (E-Book). Collabora con numerose riviste scientifiche (tra cui “Il Polo” dell’Istituto
Geografico Polare e “L’Universo” dell’Ist. Geogr. Militare) e letterarie, su cui ha pubblicato
diverse centinaia di articoli e a siti internet “Arianna Editrice”, “Edicola Web” ,”Libera Opinione” e
“il Corriere delle Regioni” Quaderni culturali: Giornale Web animato aggiornato sui suoi ultimi
scritti. Tiene conferenze per la Società “Dante Alighieri” di Treviso, per l’”Alliance Française”,
per l’Associazione Italiana di Cultura Classica, per l’Associazione Eco-Filosofica, per l’Istituto
per la Storia del Risorgimento, “Alfa e Omega”, “Il pensiero mazziniano” e per varie
Amministrazioni Comunali, oltre alla presentazione di mostre di pittura e scultura.
Archivio sinottico di tutti gli articoli di Francesco Lamendola clicca: Archivio sinottico “Francesco Lamendola”
Altre notizie su: www.ariannaeditrice.it
Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/03/2008
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In redazione il 22 Febbraio 2016
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