ML - Update n. 69

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ML - Update n. 69
MUSICLETTER
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INTERVISTA
MASSIMO VOLUME
© ML 2010 - FREE
Musica & altri percorsi | La prima non-rivista che “sceglie il meglio” - www.musicletter.it - Anno VI - Update N. 69
MUSICA BEST OF 2009, CODEINE VELVET CLUB, JESU, VAMPIRE WEEKEND, DJ SPRINKLES, PLASMA EXPANDER,
BLAKROC, FIRST AID KIT, RONIN, THE BRUNETTES, GET BACK GUINOZZI!, THE CULT, PIPERS, TIN MACHINE,
PEARL JAM, VINICIO CAPOSSELA, THE KIM SQUAD AND DINAH SHORE ZEEKAPERS, NINE INCH NAILS,
AA.VV. (ORIGINAL SEEDS: SONGS THAT INSPIRED NICK CAVE AND THE BAD SEEDS), LITTLE MURDERS,
JOHN FOGERTY, MIRACLE WORKERS, AMY WINEHOUSE, SIOUXSIE AND THE BANSHEES, THE SONICS, THE CURE,
AA.VV. (PANAMA!3 – CALYPSO PANAMEÑO, GUAJIRA JAZZ & CUMBIA TIPICA ON THE ISTHMUS 1960-75),
FUNKADELIC, AA.VV. (TUMBÉLÉ! - BIGUINE, AFRO & LATIN SOUNDS FROM THE FRENCH CARIBBEAN, 1963-74),
JUSTIN ADAMS & JULDEH CAMARA, ELLIOTT MURPHY, WILCO, MOLTHENI LIBRI SPINGENDO LA NOTTE PIÙ IN LÀ
FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO NONA PARTE
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chi siamo
Luca D’Ambrosio
Domenico De Gasperis
Nicola Guerra
Jori Cherubini
Massimo Bernardi
Marco Archilletti
Manuel Fiorelli
Pier Angelo Cantù
Pasquale Boffoli
Franco Dimauro
Gianluca Lamberti
Nicola Pice
Gianluigi Palamone
Daniele Briganti
Domenico Marcelli
Costanza Savio
Michele Camillò
Marco Tudisco
Claudia De Luca
Alessandro Busi
Costanza Savio
Ecco, per stilare una classifica, le cinque più memorabili
fregature di tutti i tempi, in ordine cronologico:
1) Alison Ashworth
Laura Carrozza
Antonio Anigello
Valerio Granieri
2) Penny Hardwick
Stefano Sezzatini
3) Jackie Allen
Luigi Lozzi
4) Charlie Nicholson
5) Sarah Kendrew
Gaia Menchicchi
Ecco quelle che mi hanno ferito davvero. Ci vedi forse il tuo
Ilario La Rosa
nome lì in mezzo, Laura? Ammetto che rintreresti fra le
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prime dieci, ma non c'è spazio per te fra le prime cinque;
sono posti destinati a quel genere di umiliazioni e di strazi
che tu semplicemente non sei in grado di appioppare. Questo
webmaster / progetto grafico
Luca D’Ambrosio
forse suona più cattivo di quanto vorrei, ma il fatto è che noi
siamo troppo cresciuti per rovinarci la vita a vicenda, e
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questo è un bene, non un male, per cui se non sei in
informazioni e contatti
classifica, non prenderla sul piano personale. Quei tempi
sono passati, e che liberazione, cazzo; l'infelicità significava
davvero qualcosa, allora. Adesso è solo una seccatura, un po'
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[email protected]
come avere il raffreddore o essere al verde. Se volevi
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veramente incasinarmi, dovevi arrivare prima.
copertina update n. 69 / 2010-01-31
(Nick Hornby, Alta Fedeltà)
MASSIMO VOLUME | photo by Massimo Spadotto
Screenshots from “High Fidelity” (film by Stephen Frears)
ML 02
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update n. 69
sommario
MUSICA | BEST OF 2009
04 TOP 25 by ML
MUSICA | SPECIALE INTERVISTE
05 MASSIMO VOLUME by Jori Cherubini
MUSICA | RECENSIONI
09 CODEINE VELVET CLUB S.T. (2010) by Nicola Pice
10 VAMPIRE WEEKEND Contra (2010) by Nicola Pice
11 FIRST AID KIT The Big Black And The Blue (2010) by Luca D’Ambrosio
12 RONIN L’ultimo Re (2009) by Nicola Guerra
13 DJ SPRINKLES Midtown 120 Blues (2009) by Domenico De Gasperis
14 THE BRUNETTES Paper Dolls (2009) by Nicola Pice
15 GET BACK GUINOZZI! Carpet Madness (2009) by Nicola Pice
16 PEARL JAM Backspacer (2009) by Marco Tudisco
18 BLAKROC S.T. (2009) by Antonio Anigello
19 PIPERS No One But Us (2009) by Nicola Guerra
20 LITTLE MURDERS Stop Plus Singles 1978-1986 (2009) by Franco Dimauro
21 AA.VV. | AA.VV. Panama!3 | Tumbélé! (2009 | 2009 ) by Luigi Lozzi
23 PLASMA EXPANDER Kimidanzeigen (2009) by Antonio Anigello
24 ELLIOTT MURPHY Alive in Paris (2009) by Luigi Lozzi
25 JOHN FOGERTY The Blue Ridge Rangers - Rides Again (2009) by Luigi Lozzi
26 JUSTIN ADAMS & JULDEH CAMARA Tell No Lies (2009) by Luigi Lozzi
27 JESU Infinity (2009) by Antonio Anigello
28 AMY WINEHOUSE Back to Black (2006) by Franco Dimauro
29 AA.VV. Original Seeds: Songs That Inspired Nick Cave and the Bad Seeds (1998 | 2004) by Franco Dimauro
30 VINICIO CAPOSSELA All’una e Trentacinque Circa (1990) by Laura Carrozza
32 NINE INCH NAILS Pretty Hate Machine (1989) by Manuel Fiorelli
33 TIN MACHINE S.T. (1989) by Manuel Fiorelli
34 MIRACLE WORKERS Overdose (1988) by Franco Dimauro
36 THE KIM SQUAD AND DINAH SHORE ZEEKAPERS Young Bastards (1987) by Franco Dimauro
38 THE CULT Dreamtime (1984) by Franco Dimauro
39 SIOUXSIE AND THE BANSHEES Juju (1981) by Franco Dimauro
40 THE CURE Boys Don’t Cry (1980) by Franco Dimauro
41 FUNKADELIC One Nation Under a Groove (1978) by Nicola Guerra
42 THE SONICS !!! Here are The Sonics!!! (1965) by Franco Dimauro
MUSICA | LIVE REVIEW
44 WILCO Firenze, Teatro della Pergola (13.11.2009) by Marco Archilletti
45 MOLTHENI Roma, Circolo degli Artisti (04.12.2009) by Luca D’Ambrosio
ALTRI PERCORSI | LIBRI
47 MARIO CALABRESI Spingendo la notte più in là (2007) by Luca D’Ambrosio
FRAMMENTI DI CINEMA RIMOSSO |
NONA PARTE
48 IL GINOCCHIO DI CLAIRE Eric Rohmer (1970) by Nicola Pice
49 TRSITANA Luis Buñuel (1970) by Nicola Pice
© ML 2005-2010
BY L UCA D’AMBROSIO
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ML 03
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update n. 69
best of 2009: top 25
BEST OF 2009
I migliori 25 album scelti dai collaboratori, dagli amici e dai lettori di ML
© 2010 di
ML
WILCO
Wilco (The Album)
ANIMAL COLLECTIVE
Merriweather Post
Pavilion
THE FLAMING LIPS
Embryonic
ANTONY AND THE
JOHNSONS
The Crying Light
BILL CALLAHAN
Sometimes I Wish We
Were An Eagle
IL TEATRO DEGLI
ORRORI
A Sangue Freddo
PINK
MOUNTAINTOPS
Outside Love
THE XX
S.T.
ANDREW BIRD
Noble Beast
ARCTIC MONKEYS
Humbug
GRIZZLY BEAR
Veckatimest
THE BLACK HEART
PROCESSION
Six
EDDA
Semper Biot
VIC CHESNUTT
At the Cut
BENJAMIN BIOLAY
La Superbe
SONIC YOUTH
The Eternal
ZEN CIRCUS
Andate Tutti Affanculo
DM STITH
Heavy Ghost
EELS
Hombre Lobo: 12
Songs of Desire
FRANZ FERDINAND
Tonight: Franz
Ferdinand
MULATU ASTATKE &
THE HELIOCENTRICS
Inspiration Information
THE LEISURE
SOCIETY
The Sleeper
THE PAINS OF BEING
PURE AT HEART
S.T.
ZU
Carboniferous
SUNN O)))
Monoliths &
Dimensions
Per saperne di più andate su www.musicletter.it/bestalbums
ML 04
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update n. 69
speciale intervista
MASSIMO VOLUME
Intervista a Emidio Clementi
Dal primo all’ultimo Dio; Bologna, il rock e una straordinaria ripartenza
© 2010 di
Jori Cherubini
Prima di ritirarsi provvisoriamente dalle scene,
sul
finire
dello
scorso
millennio,
i
Massimo
Volume sono stati tra i nomi di spicco della scena
underground;
termine
forse
desueto
ma
assolutamente indicativo. Dopo quasi due lustri di
attesa - in parte colmati da libri e progetti
"paralleli" - il gruppo di "Mimì'" è tornato alla
grande. Classe immutata, carisma, numerosi live
e un nuovo album (in arrivo). Buona lettura!
Altri Nomi, ultima traccia di Club Privé, sembrava sigillare definitivamente la storia dei
Massimo Volume. Invece, a circa dieci anni di distanza, cosa vi ha spinto a riunirvi?
È stato un caso. La proposta del museo del cinema di Torino per la rimusicazione di Caduta di
Casa Usher abbinata alla serata del Traffic ci è piaciuta da subito. Non si trattava solo di un
evento celebrativo, ma di tornare in scena con del materiale nuovo. Al resto ci ha pensato il
fattore umano, l’affetto reciproco, che non è mai stato messo in discussione, nemmeno dopo lo
scioglimento del gruppo.
Pochi mesi fa la Mescal ha dato alle stampe un vostro
live (Bologna Nov. 2008). Più che a una tappa di un
“reunion-tour”, somiglia alla performance di un gruppo
omogeneo, che si conosce a memoria, che macina la
perfezione. Avete provato di nascosto in questi anni?
Pensa che avevamo pianificato due mesi di prove per
rimettere insieme la scaletta. Invece ci siamo resi conto da
subito che era molto più semplice di quanto avevamo previsto.
I pezzi uscivano fuori con la stessa intensità di un tempo, con
una pulizia addirittura maggiore. Credo che questo sia stato
un fattore determinante per convincerci ad andare avanti: sapevamo ancora suonare, anzi lo
facevamo ancora meglio.
ML 05
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update n. 69
speciale intervista: massimo volume
“Le cose non riescono a trattenere i colori. Dentro
questa foto gli oggetti sono solo macchie, incerte, dai
colori differenti. Non c'è nessuno dentro queste stanze
illuminate, dentro questo poster "Manhattan di notte"
che nasconde l'interno della cucina di un ristorante
cinese". I testi che scrivi sono colmi di immagini
suggestive che definirei “postmoderne” se non fosse
un aggettivo abusato. Poesia e narrativa. Come nasce
un brano e dove cerchi ispirazione?
Ti rispondo come immagino ti risponderebbe chiunque altro
che ha a che fare con la parola scritta: mi ispiro al mondo che
mi circonda, alle esperienze personali, a tutto ciò che tocca la
mia sensibilità. Col tempo ho preso maggiore confidenza con
l’immaginazione, sono meno crudo di un tempo, probabilmente ho anche perso qualcosa per
strada. Ma è un genere di trasformazione piuttosto comune, naturale direi. L’importante è
continuare ad avere stimoli. Può sembrare una frase fatta questa e forse lo è, ma è anche la
verità.
Nel settembre del 1919 Emanuel Carnevali scriveva le seguenti frasi all'interno della
poesia Giorno D'Estate: “Tutti i miei giorni sono in questa stanza, si accalcano contro di
me. So quello che ho fatto, fatto male, sbagliato, frainteso, quello che ho dimenticato,
trascurato e ho perduto la mia giovinezza.” Chi era costui, e quanto ha influito Il Primo
Dio (unico romanzo di Carnevali, pubblicato postumo nel 1978), sulla scrittura di
Emidio Clementi?
Emanuel Carnevali è stato un poeta e uno scrittore, ma anche un agitatore culturale, vissuto a
cavallo del Novecento. Emigrato giovanissimo negli Stati Uniti, ha fatto parte della nuova scena
artistica americana che vedeva in lui un modello di riferimento. La malattia e gli stenti lo hanno
però costretto a tornare in Italia, dove è morto, ancora molto giovane. Per me la sua scrittura è
stata un’illuminazione. Il mio sguardo nei confronti della realtà non è stato più lo stesso dopo aver
letto “Il primo dio”.
Su L'ultimo dio (Fazi Editore, 2004) hai scritto che al calcio devi la scoperta della
solitudine. Ne fai cenno anche in Ronald, Tomas e io: "Poi percorrevo il tratto di strada
ghiacciata fino alla biblioteca comunale per i risultati di calcio sul Corriere della Sera
della settimana precedente". Che rapporto hai con la solitudine e con il calcio?
Della solitudine ho bisogno. Sto bene in mezzo agli altri, ma i rapporti umani mi affaticano.
Restare solo serve a ricaricarmi, a riordinare i pensieri. Il calcio invece è una vecchia passione, a
cui non riesco a rinunciare. Se c’è un legame tra le due cose riguarda la mia infanzia. A cinque
anni la mia famiglia si trasferì da Ascoli a San Benedetto del Tronto. All’inizio nessuno voleva
giocare con me in quanto tifoso dell’Ascoli e ne soffrivo. Ma al di là del calcio provo molto più
affetto nei confronti di San Benedetto che non di Ascoli.
ML 06
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update n. 69
speciale intervista: massimo volume
Ti chiami Emidio, adori il Primo Dio di
Carnevali
e
hai
intitolato
un
tuo
romanzo autobiografico L'ultimo dio.
Ma chi è Dio e che rapporto hai con la
spiritualità?
È una domanda troppo complessa per
essere affrontata in poche righe. Al di là
delle coincidenza che citi, non so chi sia
Dio. La sua assoluta perfezione me lo
rende
un'entità
impalpabile,
troppo
distante per poterci trovare dei punti di
contatto. Mi affascinano molto di più le
figure di Cristo, di Sant'Agostino o di certi rabbini chassidi che hanno operato nel mondo, si sono
sporcati le mani, mettendo a repentaglio la loro purezza. Per lo stesso motivo non provo una
particolare attrazione nei confronti del buddismo, che mi appare una forma di pensiero
eccessivamente algida, quasi asettica, nella sua ricerca del vuoto.
Sul tuo ultimo romanzo (Matilde e i suoi tre padri. Rizzoli, 2009) scrivi di anni '70, di
ribellioni e Lotta Continua, di Re Nudo e di eroina. Parli di Bologna descrivendola come
"eterno ritorno". Anarchia e libertà. Al centro Matilde, suo malgrado, sballottata e
volenterosa di una vita "normale". Qual è il tuo legame con l’epoca descritta?
I miei anni '70 li ho trascorsi in provincia, dove comunque l’aria che si respirava non era così
diversa da quella delle grandi città. Il libro però tratta di una storia privata, dove il contesto
storico è delineato ma mai in primo piano. Detto questo, quando sono arrivato a Bologna provavo
una forma di rigetto verso tutto ciò che avevano rappresentato quegli anni, parlo soprattutto da
un punto di vista artistico. Pensa che ho ascoltato per la prima volta un disco dei Pink Floyd negli
anni ’90. Oggi il discorso è diverso, ma non sono mai stato un nostalgico.
Massimo Volume, Marlene Kuntz, C.S.I, Afterhours… Durante gli anni '90 vennero alla
luce o si affermarono numerosi gruppi fondamentali, in grado di cambiare in meglio
l'intero panorama "rock" della penisola. Quali sono le formazioni odierne meritevoli di
attenzione, che reputi particolarmente interessanti?
La vecchia scena è ancora viva e questo mi fa piacere. Dei nuovi mi piacciono: Le luci della
centrale elettrica, Grazian, Moltheni, i Bachi da Pietra. Si è sempre piuttosto pessimisti quando si
parla del presente, a tutti i livelli, invece bisognerebbe prestare più attenzione a ciò che ha da
dire.
L'attesa, le urla del pubblico, gli strumenti da accordare. Cosa provi a salire su un
palco?
Tensione, energia, brevi attimi in cui vorrei mollare tutto e tornarmene a casa. Ma faccio fatica a
distinguere un concerto dall’altro. Se penso alla mia vita sulla scena, riesco a racchiuderla in
pochissime immagini, molto simili tra loro.
ML 07
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update n. 69
speciale intervista: massimo volume
In base a quale criterio scegliete i brani da
eseguire
durante
concerto
alla
i
live?
Flog
di
Nel
corso
Firenze
del
(dicembre
2008) in molti chiedevano Pizza Express.
In base alla qualità dell’esecuzione durante le
prove,
a
come
si
inseriscono
nel
contesto
generale, a quanto ancora riescono a comunicarci
emozione. Visto che nessuno di noi possiede una
buona memoria, è raro che eseguiamo un pezzo
senza prima averlo provato. Da questo punto di
vista il testo di Pizza Express è veramente ostico, pieno com’è di: andò, fece, si volse, infilò.
Avete suonato alle feste de l'Unità, ai festival estivi, nei piccoli circuiti underground e
nei palazzetti dello sport. Esiste un posto, magari che esula dall'ordinario, dove ti
piacerebbe portare i Massimo Volume?
Non sono di quelli che vorrebbe esportare l’arte in spazi diversi da quelli abituali. Certo vedere i
Pink Floyd a Pompei o il Beatles che eseguono il White Album sul tetto di un grattacielo fa il suo
effetto ma a me piace la cornice del club. Sfondo nero, nessuna réclame pubblicitaria, delle buone
luci, il pubblico vicino.
So che è come chiedere a un padre di indicare il migliore dei suoi figli. Ci provo lo
stesso. Qual è il più bel disco dei Massimo Volume?
Quello a cui mi sento più legato è Da qui. Non so se sia il più bello, ma ho un bellissimo ricordo
della sua gestazione, del periodo passato in studio con Steve e Kaba (Steve Piccolo e Kaba
Cavazzuti, addetti alla produzione artistica, ndr). Pochissime tensioni, la voglia di spaccare il
mondo facendo semplicemente quello che sapevamo fare, uno stato perenne di eccitazione.
Durante un'intervista, rilasciata nel gennaio del 2009 al Mucchio Selvaggio, dichiarasti
di non avere ancora un CD pronto: "… niente di
definitivo". A distanza di un anno
possiamo rassicurare i fan con l'imminenza, magari in primavera, di un "atto
definitivo"?
Ci stiamo lavorando. Abbiamo già metà disco pronto, il resto è ancora da scrivere. L’idea è quella
di registrarlo prima dell’estate e buttarlo fuori prima dell’autunno.
Sarà stampato anche in vinile?
Sicuro. Siamo dei grandi appassionati del vinile.
MASSIMO VOLUME: www.myspace.com/massimovolume
Foto di Massimo Spadotto
Intervista di Jori Cherubini
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ML 08
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update n. 69
musica
ARTIST: CODEINE VELVET CLUB
TITLE:
S.T.
LABEL:
Island records
RELEASE: 2010
WEBSITE:
www.myspace.com/codeinevelvetclub
MLVOTE: 9/10
Ossessionati dall'idea di una (impossibile) vagheggiata purezza sonora, libera dalle ibridazioni
postmoderne ma - al contrario - prigioniera dei clichè del "genere" a cui è pigramente
rassicurante affidarsi, i dotti soloni della critica (?!) musicale esprimeranno perplessità snobistiche
dopo l'ascolto dell'omonimo debutto dei Codeine Velvet Club. In pieno (perenne?) revival
Eighties i dischi che non suonano anche solo vagamente come quelli usciti nell'Inghilterra della
prima metà della decade thatcheriana per antonomasia non sembrano degni di menzione.
L'alternativa? In ossequio alle mode d'oltreoceano qualsiasi altro genere a cui poter appiccicare in
successione la parola folk oppure le care vecchie categorie - rock e/o pop - seguite o precedute
da indie, post e così... semplificando. Nell'attesa che taluni (pseudo-perchè ignari-puristi)
chiariscano a loro stessi il senso della postmodernità - pastiche frammentario, indeterminato e
ripetitivo di generi - altri (come chi vi scrive) continueranno a fruirne piacevolmente e
consapevolmente, per nulla spaventati dalla sua indefinita e indefinibile complessità quanto - al
contrario - divertiti dai suoi giochi di rimando, da quel meccanismo, cioè, di citazioni a scatole
cinesi con cui tenta di nascondere la consapevolezza che in qualsiasi manifestazione dell'arte
contemporanea (musica compresa) nulla può essere nuovo. Jon Lawler (già componente della
band The Fratellis) con l'apporto fondamentale della deliziosa Lou Hickey rinuncia a qualsiasi
tentativo di assecondare tendenze e movimenti modaioli e sposta, invece, le lancette di quel
grande orologio che è la storia della musica leggera sugli anni '60 del Novecento confezionando
un disco che è un tuffo nell'epoca aurea del pop. Quella più sfacciatamente commerciale, quella
dei sublimi duetti tra Lee Hazelwood e Nancy Sinatra, quella del Wall of Sound di
philspectoriana memoria, quella che coniugava il soul afro con gli irresisitibili riff rock 'n' roll,
quella che costringeva le big band jazz a suonare pezzi da tre/quattro minuti nei dancefloor di
infimo ordine dove neri e bianchi ballavano insieme sudati e appiccicati anni prima che l'apartheid
fosse abolito. I brani sono un distillato di melodie appiccicose che zigzagano senza soluzione di
continuità tra il rock e il soul blues (il vizio delle etichette appartiene anche a me) secondo lo
schema dei gruppi musicali sixties (voce maschile +voce femminile + chitarra + basso + batteria)
arrangiati, però, alla maniera sontuosa del pop orchestrale (con un'eccelsa sezioni di fiati e di
archi). Un disco, dunque, all'insegna del passato che sa alternare momenti più divertiti ad altri più
malinconici ma vi sorprenderete, comunque, a trovare anche echi shoegaze (in Time) e
acidamente rock (come non pensare ai B-52s in The Black roses?) e, incredibile ma vero, persino
la cover di I am the resurrection degli Stone Roses. Insieme drammatico e leggero, ruvido e
dolce, probabilmente saturo ma senza ombra di dubbio meraviglioso. Come quei vecchi musical
hollywoodiani che nessuno propone più. Paradossale che in piena sede di bilanci sull'anno appena
trascorso si debba già iniziare a parlare di uno dei migliori dischi del 2010.
Nicola Pice
ML 09
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update n. 69
musica
ARTIST: VAMPIRE WEEKEND
TITLE:
Contra
LABEL:
XL Recordings
RELEASE: 2010
WEBSITE:
www.myspace.com/vampireweekend
MLVOTE: 8,5/10
A dispetto delle cassandre che quotidianamente ne preconizzano la fine, gli Arcade Fire (i
migliori?) hanno dimostrato nel corso della decade ormai alle spalle quanto il rock (quella strana
ma bellissima mistura di tensione emotiva ed enfasi espressiva) abbia ancora un senso quando
riesce a rappresentare le dismutazioni sociali di fronte alle quali ci sentiamo tutti sempre più
indifesi e, soprattutto, le rinnovate inquietudini trans-generazionali (anche se quel capolavoro che
è stato Funeral, comunque, andava dritto al centro di paure universalmente accumunabili a tutto
il genere umano). Il rock, però, sa essere nelle sue molteplici articolazioni sonore anche altro
(fortunatamente, verrebbe da aggiungere). Desiderio di riscatto dal conformismo mediocre del
quotidiano, rielaborazione del proprio vissuto, anelito di libertà e/o di fuga, distruzione del buon
senso comune o, in alcuni casi, semplice voglia di vivere. I Vampire Weekend appartengono alla
ristretta schiera di coloro che hanno deciso (almeno fino a questo punto della loro breve carriera)
di costruire un universo musicale gioioso ed esuberante ai limiti d'una spensieratezza di stampo
adolescenziale. L'elegante effervescenza del'omonimo (celebratissimo) debutto del 2008 era stata
in grado d'entrare in magica sintonia con gli umori d'una gioventù desiderosa di divertirsi con
gusto e misura in discoteca senza troppi pensieri, lasciandosi alle spalle, piuttosto, le paure del
terrorismo e della crisi economica che hanno segnato gli anni '00. I brani del nuovo disco,
Contra, seguono il solco tracciato dal precedente ricreando un'atmosfera di allegra vitalità scevra
da qualsiasi dietrologia socio-politica e sotteso simbolico grazie alla capacità (poco comune) del
gruppo di confezionare melodie twee dall'irresistibile andamento danzereccio. I Vampire
Weekend, dunque, si nutrono di pop ma ciò che li differenzia da decine di altre bands che, al
contrario, non raggiungeranno mai egual successo, pur altrettanto indie nell'approccio sonoro, è
la veste ritmica con cui sono ornate le loro canzoni. Una riuscita fusione di raggae, di dub, di
esotismi caraibici e indiani, di ska, di percussioni afro che è perfettamente funzionale
all'originario, giocoso progetto musicale e il cui mix dei vari elementi dosano con arguzia senza
scivolare nei clichè della word-music. In fondo, i nostri dimostrano di aver imparato alla
perfezione la lezione di Paul Simon in Graceland o dei Talking Heads più terzomondisti ma il
falsetto spregiudicato del cantante Ezra Koenig (soprattutto in White Sky brano dall'incredibile
complessità ritmica) dimostra voglia di osare e di spingersi anche al di là delle proprie possibilità
vocali. D'altronde ad un'analisi attenta (che non si limiti ad assecondare l'impulso danzante) è
evidente che i “Vampire weekend” siano profondi quanto astuti conoscitori di più di venticinque
anni di pop music e che i campionamenti, le aperture elettroniche, i delicati arpeggi chitarristici
alternati ad improvvisi riff, gli inattesi incisi orchestrali, le continue citazioni (Brenda Fassie, i
Postal Service, gli Stars, Peter Grabriel e, persino, gli Strokes in Cousins) che spargono nei
lori brani, siano il segno d'un talento cristallino che – c'è da scommetterci – il futuro svelerà
compiutamente. Per il momento: let's dance!
Nicola Pice
ML 10
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update n. 69
musica
ARTIST: FIRST AID KIT
TITLE:
The Big Black And The Blue
LABEL:
Wichita Recordings
RELEASE: 2010
WEBSITE:
www.myspace.com/thisisfirstaidkit
MLVOTE: 7,5/10
Chi
ha
iniziato
questo
nuovo
anno
all’insegna
di
sonorità
particolarmente rock,
elettroniche o sperimentali e non avverte ancora il bisogno di un ritorno a certe melodie bucoliche
e riposanti, sicuramente è incappato nella recensione sbagliata perché The Big Black And The
Blue – esordio sulla lunga distanza delle giovanissime sorelle svedesi Klara & Johanna
Söderberg – è un lavoro essenzialmente folk. Niente di più e niente di meno. Un bel disco
di popular music che ha come protagoniste due talentuose ragazze cresciute con Buffy SainteMarie, Gram Parsons e i classici americani, in grado di dar vita da sole a undici belle canzoni
dalle miscele country/pop e in odore di Fleet Foxes e Leisure Society. Un intreccio di voci
davvero
incantevoli
che
ricalcano
in
qualche
modo
quelle
delle
più
celebri Joanna
Newsom, Alela Diane e Zooey Deschanel. Quaranta minuti circa da ascoltare tutti di un fiato,
a partire dall’iniziale In The Morning fino alla conclusiva Will Of The River. Un susseguirsi di
ballate acustiche, opportunamente ritmate e arrangiate, che non lasciano alcun dubbio sulle
qualità del duo nordeuropeo che si firma First Aid Kit e che, per nostra fortuna, non ha nulla a
che vedere con l’omonima rock bandamericana. The Big Black And The Blue (che segue l’EP del
2009 intitolatoDrunken Trees) è il primo album del 2010 che abbiamo avuto modo di ascoltare e
che vi consigliamo vivamente di reperire, soprattutto se siete riusciti ad arrivare alla fine di
questa recensione. Nulla di nuovo, ma pur sempre un bel sentire.
Luca D’Ambrosio
ML 11
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update n. 69
musica
ARTIST: RONIN
TITLE:
L’ultimo Re
LABEL:
Ghost Records
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.myspace.com/ronintheband
MLVOTE: 9/10
“Ho perso le parole”, cantava il buon Luciano Ligabue. Dichiarazione d’intenti non mantenuta,
visto che il romagnolo ci ammorba da tempo con testi a tratti irritanti che rispecchiano il mal
costume generale di questo paese. Ci sono, però, luoghi dove amore non fa sempre rima con
cuore, ci sono luoghi dove le parole vengono addirittura messe da parte per far parlare un
concetto espresso attraverso la musica. Musica vera, popolare, intensa che tocca corde
emozionali e che proietta immagini poetiche nella nostra mente. Quel luogo si chiama L’ultimo
Re, nuovo lavoro dei Ronin di Bruno Dorella che, partendo da un film visto
da bambino, ci
riconduce a quel ricordo suonando una colonna sonora immaginaria. Sarà capitato a tutti di
associare vita vissuta a musiche perfette per quel momento, e in questo momento di bassezza e
crudeltà questa poesia ristabilirà lo squilibrio. Come in Lemming del 2007 dove la barca tornò
sola (mare carogna, mare carogna) anche qui le budella dell’ultimo prete serviranno per
impiccare l’ultimo re. Di musica strumentale si parla, quindi, che però suscita grandi emozioni
perché carica di pathos, malinconia e profondità, suonata da ottimi musicisti che assecondano le
idee che girano nella testa dell’eclettico Dorella (OvO e Bachi da Pietra gli altri progetti nel
quale il musicista è coinvolto). Un modo diretto e senza elucubrazioni nel suonare musica
strumentale che ricorda le atmosfere western di Morricone ma si tinge anche di tex mex,
Calexico e musica surf, riuscendo ad avvolgere tocchi leggeri di chitarra con violino, tuba,
contrabbasso, organo e poco altro, offrendo all’insieme un senso compiuto e di grande amalgama.
Il mio disco dell’anno del 2009 appena passato. Un anno di silenzi e di paure ma ricco di grandi
soddisfazioni che saziano il cuore.
Nicola Guerra
ML 12
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: DJ SPRINKLES
TITLE:
Midtown 120 Blues
LABEL:
Mulemusiq
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.comatonse.com/thaemlitz
MLVOTE: 8/10
Terre Thaemilitz è un dj e produttore presente sulla scena musicale elettronica e ambient
nordamericana da più di un ventennio. Nativo dello stato del Minnesota e cresciuto nel Missouri si
trasferisce verso la metà degli anni Ottanta a New York dove inizia a frequentare la comunità
transgender per diventare presto uno dei più apprezzati dj del giro. Le radici musicali di
Thaemilitz spaziano tra
l’avanguardia e il minimalismo di Pauline Oliveros e l’elettronica
teutonica dei Kraftwerk, mentre le prime esperienze musicali risalgono alla Deep House suonata
nei club della Grande Mela verso la fine degli anni ‘80. Come dj usa lo pseudonimo DJ Sprinkles
e con tale ragione sociale (fatto inedito) firma nel 2009 Midtown 120 Blues sua ultima fatica e
capolavoro di una carriera discografica iniziata nel 1994 con Tranquilizer. L’operazione che il
Nostro compie in questo lavoro è spiegata dallo stesso nelle note di copertina dove parla di house
che fugge dalle piste da ballo, di transessuali che vivono l’emarginazione sociale e della loro fatica
di vivere e “lavorare”, delle varie dipendenze dall’alcol e dalle droghe, del razzismo e dei tanti dj
sfigati che nessuno mai ricorderà. In Midtown 120 Blues si ha la sensazione che Sprinkles
partendo dal grande amore per la house sia andato così tanto in profondità da provocare non solo
lo svuotamento dei dancefloor ma anche l’effetto che gli ex occupanti anziché sbattere le chiappe
abbiano preso un paio di cuffie e si siano messi ad ascoltare una musica nuova fatta da bianchi e
diafani omosessuali (graziati dall’AIDS) ma allo stesso tempo grondante di negritudine. In un
tappeto sonoro fatto di house al valium e ridotta all’osso, vi è racchiusa tutta la musica nera del
secolo scorso (blues, soul, jazz e funk) assimilata e fatta propria da quelle minoranze sociali che
con le loro sofferenze indotte da una società omofobica riescono ad attualizzare e restituire
all’arte in una versione inedita. Sembra quasi che il malessere esistenziale di chi non riesce a
stare in nessun luogo convenzionale e normale trovi piena cittadinanza in questo progetto
musicale inaudito ricalcando nello spirito quello che per tanti anni è stato il blues dolente del
popolo nero. Tuttavia anche il buon Thaemilitz dopo averci regalato tanta meravigliosa angoscia
si congeda con una composizione piena di brio e apparentemente priva di malessere con la
conclusiva The Occasional Feel-Good. Una grande canzone piena di ritmo e gioia di vivere: un
messaggio di speranza per il futuro?
Domenico De Gasperis
ML 13
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: THE BRUNETTES
TITLE:
Paper Dolls
LABEL:
Lil' Chief Records
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.myspace.com/thebrunettes
MLVOTE: 9/10
Il duo (musicale) più cool del pianeta è tornato a miracol mostrare. Jonathan Bree e Heather
Mansfield, conosciuti ai più (?!) come The Brunettes, hanno realizzato un nuovo disco: Paper
Dolls che, forse più dei precedenti (se possibile), brilla per forza catchy e originalità. In questa
circostanza, però, è stato messo al bando qualsiasi tipo di barocchismo. L'opera precedente
(Structure & Cosmetics, datata 2007) che, comunque, m'era piaciuta assai per la sfrontatezza
sonora esibita, aveva i contorni di un delizioso seppur inconsistente melange, multiforme e
originale quanto si vuole ma probabilmente stucchevole. Il pop etereo e sognante abbracciava
suggestioni cinematiche western, la morbidezza beatlesiana lasciava il passo ad acustici e
taglianti suoni banjo blues, il carillion del metallofono rincorreva le vibrazioni della marimba. Ogni
suono era pertanto destinato al tritacarne di una sperimentazione audace che faceva dell'orpello
un elemento portante della forma canzone al pari della struttura melodica e dell'arrangiamento.
In Paper Dolls, invece, i nostri si affidano soltanto ad un sintetizzatore, a una drum machine e
alle loro voci riuscendo, comunque, a riprodurre un'infinità di suoni differenti. Il lavoro di
sottrazione compiuto, dunque, non ha precluso alla band neozelandese la possibilità di continuare
a essere testimonianza sonora di straordinaria pluralità musicale. Come nel cinema (tanto per
fare paragoni arditi) il compianto Akira Kurosawa poneva in ogni sua opera le basi per almeno
altri dieci (possibili) film (talmente tanti erano i temi trattati), alla stessa maniera questo bizzaro
quanto affascinante duo scrive brani musicali che partono da una semplice idea sonora e
seguono, nell'ambito della stessa composizione, altre strade finendo per suonare diversamente da
come ci si aspetterebbe per un brano pop che si rispetti. The Brunettes in Paper Dolls ci
appaiono – meno indefinitamente che in altre circostanze - un duo vocale del bel canto anni '60
che "suona" alla maniera (retrò) degli anni '80 attraversando di volta in volta nella successione
dei brani (o in uno stesso brano) l'electro, il pop, il beat, il funky, il glitch in un saliscendi
musicale dal fascino incommensurabile che sa riprodurre molteplici gamme emozionali. Le voci
(l'una maschile, l'altra femminile) di Jonathan ed Heather, infatti, si sovrappongono e si
incrociano in un gioco continuo di rimandi secondo la lezione dei Blonde Redhead (che continua
ad essere un loro punto di riferimento) o dei Fiery Fournaces passando dalla frenesia
all'introspezione, dalla malinconia alla gioia, come in un labirinto di Escher dove si citano con
fresca ironia e senza soluzione di continuità (questo tipo d'ossessione è rimasto intatto) gli
“Architecture in Helsinki” in Thank you o i Polyphonic Spree (In Colours), gli Human League
(sfacciatamente in Magic, No Bunny), gli Stereolab così come i They Might Be Giants. Un raro
caso di intelligenza applicata al pop quello dei Brunettes. Se vi par poco...
Nicola Pice
ML 14
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: GET BACK GUINOZZI!
TITLE:
Carpet Madness
LABEL:
FatCat Records
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.myspace.com/getbackguinozzi
MLVOTE: 8/10
Come si può definire (musicalmente) ciò che sfugge per propria natura qualsiasi tipo di
definizione? I Get Back Guinozzi! sono l'archetipo di un'anarchia sonora allegra quanto
sgangherata: sin già dal nome un monumento vivente alla stravaganza. Il duo francese (ma i
brani sono in inglese) composto dalla vivace vocalist Eglantine Gouzy e dall'allampanato
polistrumentista Fred Landini dopo la finto-psichedelia-finto-esotica del singolo Low Files
Tropical (accompagnato da un video dal gusto retro-pornografico) debutta con un disco - Carpet
Madness - che fa dell'incoerenza stilistica la propria bandiera. Il background musicale, con i cui
rimandi nel myspace affermano (con un'incoscienza pari alla sfrontatezza) di nutrire il loro
universo sonoro, spiega fino a un certo punto il senso (o sarebbe il caso di dire il non-sense) del
progetto Get Back Guinozzi!. Tastierine giocattolo, drum machine fuori sincrono, chitarra non
propriamente accordata ad eseguire melodie semplici quanto sghembe che ondivaghe passano da
dolci vocalizzazioni armoniche a taglienti improvvisazioni hip-hop in un contesto ritmico
altrettanto incerto: di volta in volta electro, onirico, rockeggiante. Così, dunque, tra echi surf pop
e ugualmente shoegaze, tra frammenti sonori che scorrono velocissimi (i brani sono brevi) in cui
non si può non sentire qualcosa dei Feelies o dei Cure, dei Smiths (che il dio della musica mi
perdoni...) o degli Animal Collective, dei Talking Heads e, persino, di Serge Gainsbourg
(quando Eglantine Gouzy gioca alla pupa yè-yè)... Si parla di inquilini particolari, della scuola,
delle proprie ossessioni, di guardie e ladri (nell'omaggio ai Clash di Police and Thieves) e, udite
udite, di King Kong in maniera del tutto follemente surreale. Qualcuno ha parlato di melting-pot
musicale ma, a mio avviso, il meticciato figlio della globalizzazione e/o dell'incrocio multiculturale
è un fenomeno troppo complesso (al pari della sua importanza epocale) per interpretare e
spiegare le scelte della band, soprattutto perchè presuppone un processo di metabolizzazione più
o meno cosciente dell''enorme mole di sonorità eterogenee e implica la volontà di rielaborazione
(originale o pedissequa che sia) di quei suoni che, vista la struttura dei brani, al contrario qui
manca. Carpet Madness, invece, è "divertissement" che lambisce appena il situazionismo ben
attento a non sprofondare nel trash citazionista giocando, piuttosto, con i generi musicali che
scivolano senza soluzione di continuità in un pastiche delirante di matrice surrealista. A ben
vedere, dunque, la mia stessa recensione diventa sterile come, ugualmente, lo sforzo di
appiccicare categorie estetiche a ciò vuol essere inclassificabile. Nel dubbio se considerare i Get
Back Guinozzi! banali, eccentrici o (più probabilmente) sublimi, tra voci sovra incise che
suonano come un coro di bambini, risa insensate, effervescenze naïve, sincopi dub e chissà
quant'altro ancora... alzo bandiera bianca con l'unica certezza che questi strani figuri sarebbero
piaciuti ad André Breton nella stessa misura con cui piacciono (molto più modestamente) a me e
per non meglio precisati motivi.
Nicola Pice
ML 15
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: PEARL JAM
TITLE:
Backspacer
LABEL:
Monkeywrench | Universal
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.pearljam.com
MLVOTE: 7,5/10
Allora, la scena si presenta più o meno così: sono a cena da Daniele, amico che divide equamente
il suo tempo libero tra la passione sfrenata per Lou Reed e la produzione di quiche. Per qualche
strano motivo Lou non è della serata. Non manca invece, al centro della tavola, una splendida
quiche lorraine. In sottofondo Tom Waits racconta di essersi perso nel culo del mondo. Ne
prendiamo atto con una certa soddisfazione, mentre Daniele taglia la prima fetta. A quel punto,
tra un morso e una chiacchiera sui massimi sistemi, si finisce come sempre a parlare di musica e
allora gli chiedo cosa ne pensa di Backspacer, l'ultimo album dei Pearl Jam. Quello che mi ha
risposto suona più o meno: “É un bellissimo disco inutile”. Così, secco, diretto, tranchant. Io ho
accusato un po' il colpo. Qui, però, bisogna fare un passo indietro. Io amo in maniera viscerale i
Pearl Jam e la questione non è solo strettamente tecnica, come d'altronde succede sempre con
la musica. È qualcosa che ha a che fare con il 1991 (anno di pubblicazione di Ten), con i miei
sedici anni, con un walkman rosso e con la sensazione costante di essere in uno di quei
meravigliosi pomeriggi di settembre prima che ricominci la scuola, anche se magari era inverno e
faceva -15... Ma questa è un'altra storia, signori della giuria (giuro: mi sto alzando in piedi...).
Analizziamo i fatti e partiamo dall'album in questione. Trovo che Backspacer sia un disco molto
interessante, un lavoro in cui è evidente un cambio d'atmosfera rispetto almeno agli ultimi due
lavori (Riot Act del 2002 e Pearl Jam del 2006). La fine dell'era Bush, e il conseguente cambio
di amministrazione con Obama, sembra aver influenzato positivamente le dinamiche compositive
del gruppo che, negli ultimi anni, aveva apertamente osteggiato la politica dell'ex presidente.
L'album, infatti, si presenta più “leggero”, veloce (11 pezzi in circa 37 minuti!) e diretto, e la
voglia di suonare viene urlata fin da subito in Gonna see my friend, graffiante pezzo d'apertura in
cui esplodono le chitarre e, quasi, le corde vocali di Eddie Vedder. Stesso DNA hanno pezzi come
The Fixer (primo singolo dell'album) e Supersonic, canzoni che sembrano concepite con il chiaro
intento di essere suonate dal vivo e dare modo alla band di esprimere a pieno la sua innata e
oramai proverbiale attitudine live. I riff sparati di queste canzoni lasciano spazio, poi, anche ad
altri episodi più strutturati come Johnny guitar, tra i pezzi più interessanti dell'album e Amongst
the Waves, in cui la voce (qui più morbida) di Eddie Vedder prepara l'ingresso prepotente delle
chitarre e dell'assolo di un ispirato Mike Mc Cready. Ma è su due pezzi in particolare, The End e
Just Breathe (musica e parole di Eddie Vedder) che credo, signori della giuria, sia utile
soffermarsi. Chiedo che siano aggiunte al resto delle prove in modo che confortino quanto detto
fino a ora, anche se, per una serie di motivi che ora andremo a chiarire, queste due straordinarie
canzoni possono anche rafforzare la tesi dell'accusa (“un bellissimo disco inut...” non ci riesco: mi
si inceppa la lingua e l'anima).
ML 16
musicletter.it
update n. 69
musica: pearl jam
Mi spiego meglio. In entrambi i pezzi, accompagnata dagli arpeggi morbidi della chitarra e dalla
leggerezza degli archi, a farla da padrone assoluto è la voce splendida di Eddie Vedder, che
riesce a toccare, sopratutto in The End, vette interpretative incredibili. Il leader dei Pearl Jam,
credo che a oggi possa essere considerato a tutti gli effetti una sorta di moderno “crooner”, tanto
da far diventare indimenticabile, se la cantasse, anche la posologia della Tachipirina! Eppure la
bellezza e l'intimità struggente di queste due perle sembrano creare un empasse, tracciando un
solco netto che le separa dalle pure ottime prove dei pezzi che abbiamo precedentemente citato.
In pratica la loro eccezionalità rende evidente come all'interno della band di Seattle oggi sembrino
convivere ormai due anime. Da una parte c'è il gruppo con la sua energia che, per quanto grande,
a volte rischia di apparire un po' prevedibile. Dall'altra troviamo Eddie Vedder, che dopo l'ottima
prova solista di Into the wild, sembra aver raggiunto una nuova consapevolezza e una maturità
compositiva che lo avvicinano al miglior cantautorato americano (non a caso Just Breathe è una
reprise, con l'aggiunta del testo, di Tuolumne, pezzo presente solo in versione strumentale nella
colonna sonora del film diretto da Sean Penn). La sensazione è che queste due anime, queste
due entità compositive, non sempre sembrino integrarsi perfettamente, anche se rimango
dell'idea che Backspacer sia un ottimo disco, da ascoltare tutto d'un fiato e regalandosi delle
apnee emotive durante i suoi momenti più riusciti. Con questo, signori della giuria, chiudo la mia
arringa, convinto che questo rappresenti un capitolo estremamente interessante, ma di
passaggio, nella discografia del gruppo, prima di nuove e ci si augura di nuovo indimenticabili
prove come quelle degli esordi. Nell'attesa, prenderei un'altra fetta di quiche lorraine. S'il vous
plait...
Marco Tudisco
ML 17
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update n. 69
musica
ARTIST: BLAKROC
TITLE:
S.T.
LABEL:
V2 Records
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.blakroc.com
MLVOTE: 7,5/10
I Black Keys sono probabilmente uno dei gruppi che più mi hanno conquistato gradualmente,
produzione dopo produzione, facendomi cambiare parere grazie alla crescita del loro sound
dall’esordio datato 2002. Il motivo è presto detto: la loro è sempre stata una ricetta perfetta ma
molto semplice, un rock scarno fatto di chitarra, una splendida voce, batteria e calde trame blues
sporcate dal germe incendiario del Dio R’n’R, cosa che chiaramente li ha sempre troppo avvicinati
alla caricatura di un altro (e più famoso) duo autore di Seven nation army. In realtà Dan
Auerbach e Patrick Carney possiedono un DNA tutto loro: essenziali e non presuntuosi, nel
corso degli anni hanno scritto canzoni calde e coinvolgenti, facendo sussurrare per la passione
come saltare per l’energia, riuscendo a produrre la bellezza di cinque dischi, due EP e un live
(senza menzionare i 7”) in otto anni sempre rimanendo a un ottimo livello compositivo. Ancora
caldi dai tanti ascolti dell’ultimo Attack & Release, i padiglioni auricolari dei loro fan si sono trovati
nel corso del 2009 ad ascoltare Keep it hid, scommessa solista del cantante Dan Auerbach. Un
grande album di cantautorato sempre religiosamente vicino alle sue influenze blues ma svuotato
dall’irruenza dei Black Keys, molto più dedito al soul e al rythm’n’blues e comprendente una
manciata di canzoni dall’intensità impressionante e che senza ombra di dubbio rimarranno anche
negli anni a seguire (When the night comes spedisce Dan diretto nel paradiso dei grandi della
musica contemporanea). Detto questo, passa qualche mese, si arriva quasi alla chiusura del 2009
e, sorpresa delle sorprese, esce un ulteriore progetto parallelo delle chiavi nere, questo Blakroc.
Blues? Rock? Soul? Garage? Macché, i due di Akron hanno fatto un disco hip hop. Poi rilasciano
una marea d’interviste e cosa si scopre? Chiaro, i Black keys (parole degli interessati) sono stati
pesantemente influenzati sin dagli esordi dall’hip hop, certo anche da Son House e dal blues del
delta ma anche pesantemente da RZA e i Wu-tang clan (?!?). Allo shock iniziale, che tra l’altro è
certamente immotivato, si aggiunge la curiosità per questo nuovo esperimento che consiste
nell’improvvisazione vocale di gente come Ludacris, il compianto Old dirty bastard (nell’iniziale
Coochie), Mos Def e RZA sulle basi suonate dei Keys, nel loro stile, chiaramente con un’ottica
più groove e caldamente accattivante. Qual è il risultato finale? Un altro centro pieno, una
raccolta di canzoni che fa battere il piede per tenere il tempo e che piace per tutta la durata
dell’ascolto, alternando i martelli della già citata Coochie alle calde e soleggiate influenze di On
the vista. Pharoahe Monch e RZA duettano splendidamente scansando viziosi assoli di chitarra
in Dollaz & sense ma è la sensualissima voce di Nicole Wray in Why can’t i forget him che fa
prendere una virata verso l’alto a questo Blakroc. Dan tace, non prende spazio agli MC’s, tesse
trame suadenti con i suoi accordi, lo immaginiamo scuotere la testa e ammiccare sorridente al
rapper di turno, sino al timido approccio ai cori in Ain’t nothing like you o nel ritornello super soul
di What you do to me. Il duo afferma che non sarà un capitolo isolato questo Blakroc ma che, tra
qualche mese, potrebbe già uscire la part two, personalmente io ne sono più che contento, il
progetto è piacevolmente riuscito e ha le caratteristiche per conquistare, tra l’altro, anche tanti
amanti di sonorità differenti a quelle del mondo rock ma è senza remore che mi auguro anche di
poter ascoltare, in tempi ancora più rapidi, nuove canzoni a nome Black Keys degne del
precedente Attack & release.
Antonio Anigello
ML 18
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: PIPERS
TITLE:
No One But Us
LABEL:
Materia Principale
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.myspace.com/pipersonline
MLVOTE: 7/10
Basterebbe la tripletta iniziale No One But Us, Golden Sand ed Eveline per accorgersi che i Pipers
sono un altro piccolo diamante pop scovato chissà dove dall’etichetta Materia Principale, che
annovera fra le proprie scoperte quei Gentlemen’s Agreement, osannati e meritevoli di
copertina per la nostra rivista (ML 59). Il disco d’esordio di quest’ultimi (Let Me Be A Child)
parlava la lingua del folk giocoso con influenze Violent Femmes, mentre No One But Us dei
napoletani
Pipers
si
muove
in
territori
completamente
diversi,
molto
internazionali
e
indubbiamente Pop, con la P maiuscola. Melodie zuccherine che preferiscono lo zucchero di canna
al miele, canzoni che imparano a memoria la lezione dei Coldplay e degli Starsailor e senza
trastullarsi in ineluttabili ritornelli centrano il bersaglio in soli tre minuti tre. Tracce dal forte
appiglio radiofonico di chiara matrice anglosassone che deliziano nella loro semplicità apparente,
per poi delineare un grande lavoro in fase di produzione; non a caso il disco è stato masterizzato
presso il Pierce Entertainment da Bunt Stafford Clark (Suede, Graham Coxon, Idlewild,
Manic Street Preachers, Elbow tra i crediti). Se i riferimenti guardano dall’Inghilterra
elogiandone la scrittura, l’italianità fuoriesce mestamente e l’unico gruppo al quale
potrebbero
essere paragonati sono gli …A Toys Orchestra però più attaccati alla forma canzone. La qualità
dei brani, le trame acustiche che giocano contemporaneamente con sole e pioggia e la voce
trasognata del vocalist fanno sì che il golfo di Napoli sia inglobato nella manica. Ottima scoperta
di cui sentirete presto parlare.
Nicola Guerra
ML 19
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: LITTLE MURDERS
TITLE:
Stop Plus Singles 1978-1986
LABEL:
Off The Hip
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.littlemurders.wetpaint.com
MLVOTE: 7/10
Un omicidio piccolino, quello dei Little Murders di Melbourne. Roba che non regge il confronto
con i crimini ben più efferati che si stanno consumando in quegli anni proprio in quella città. Pur
soffocato dalla montante onda punk, Rob Griffiths riuscirà tuttavia a farsi largo in una scena
delirante “proteggendo” la sua idea di suono “english” (lui è da lì che proveniva, ed è dal suo
amor patrio che avrebbe preso l’abitudine di vestire se stesso e i suoi ampli con la Union Jack)
dagli sbrodolamenti hard tipici del periodo riformulando la line-up quando i rischi sembravano
voler prendere la forma di una reale minaccia e facendo dei Little Murders una delle più
incontaminate power pop band in giro per l’Australia, assieme ai Sunnyboys di Sidney. Il suono
che affascinò allora un giovane Greg Shaw resta ancora oggi un grande esempio di scintillante
guitar pop di cui Stop riassunse, nel lontano 1986, formula e ricettario: era come ascoltare i
Saints rifare le canzoni dei Monkees. Una ricetta che Rob avrebbe messo da parte per dieci anni
salvo poi riprenderla in mano al momento di tornare ai fornelli per realizzare solo nel 1997 il
primo vero album (…And Stuff Like That per la cronaca, realizzato in parte con materiale
vecchio di cui troverete qualche sputo pure qui dentro, seguito poi a distanza ravvicinata da First
Sight e We Should Be Home By Now, NdLYS). Un monumento alla coerenza e all’amore per la
più perdente delle musiche perdenti.
Franco Dimauro
ML 20
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: AA.VV. | AA.VV.
TITLE:
Panama!3 | Tumbélé!
LABEL:
Sound Way | Family Affair
RELEASE: 2009 | 2009
WEBSITE:
www.soundwayrecords.com
MLVOTE: 8/10 | 8/10
Per comprendere la ragione per cui vi propongo i dischi di cui vado a parlare bisogna avere chiara
in mente la straordinaria rivoluzione avviata negli anni Ottanta da Paul Simon, David Byrne e
Peter Gabriel (e ci aggiungerei, su un piano diverso, anche Bob Marley) che dischiusero le
porte dell’industria discografica di largo consumo alla world music e alle espressioni delle
tradizioni di paesi non anglosassoni. In seguito ci si è resi conto di quanta ispirazione molti artisti
traessero dalla musica (prima negletta, ghettizzata, “on the border”) popolare (e consentitemi
l’uso del termine) “indie” per le loro opere più acclamate. Provate a quantificare quale
straordinario contributo alla causa, per esempio, abbiano dato Ry Cooder e Ali Farka Tourè con
l’album Talking Timbuctu nel 1994 (ne abbiamo parlato sul N° 60 della nostra fanzine; N.d.R.).
Potrò sembrare a molti eretico al riguardo, ma la mia personale convinzione è che il rock sia
vetusto, anacronistico, privo di autentica forza eversiva, e che una strada innovativa, una via che
guardi in avanti, si possa percorrere recuperando l’antico, le radici della musica. E oggi andare a
scavare nel mercato discografico alla ricerca di espressioni indigene sconosciute è, oltre che
dilettevole, anche esercizio proficuo. Magnifici sono in questa ottica i due album assemblati
dall’etichetta inglese Sound Way Records, specializzata – sono loro a dirlo nella presentazione nel
loro sito internet – nel “recupero di registrazioni perdute o dimenticate delle vibranti culture
musicali del mondo.” Panama! 3 reca quale sottotitolo Calypso Panameño, Guajira Jazz &
Cumbia Tipica on the Isthmus 1960-75 che esprime bene la gamma di generi che
contraddistinguono la musica in quella regione nevralgica che separa il Nord America da quella del
Sud, circoscritta al periodo 1960-1975. Un’accurata compilation di pezzi da “ballo” caraibici e
funky tropicale (contaminati da Afro-Cuban soul, jazz fusion e hip-hop) che al primo impatto può
far sorridere, ma poi lascia prevalere la prospettiva storica e sociale in cui si muove il suo
contenuto, e nel mix culturale e multietnico che in quella particolare zona del mondo prende vita.
Dettagliate note di copertina (curate dal compilatore, Roberto Ernesto Gyemant) vi guideranno
all’ascolto, le riproduzione degli originali LP dell’epoca – così “cool” - solleticheranno il vostro
piacere ‘vintage’, la musica contenuta contribuirà a farvi scoprire un universo sonoro vibrante che
da sempre aleggia sulle nostre teste senza aver mai preso forma compiuta sebbene i nomi degli
interpreti appaiano del tutto sconosciuti (Lord Panama & the Stickers, Los Silvertones, Beby
Castor, Black Czar). Un ascolto che alla lunga si rivelerà foriero di buone sorprese. Musica
fresca e vitale benché in alcuni casi abbia più di 40 anni. Tumbélé! (Biguine, Afro & Latin
Sounds from the French Caribbean, 1963-74) propone musiche dalle Antille Francesi
(Guadalupe e Martinica) risalenti agli anni tra il 1963 e il 1974, ben prima dell’esplosione
giamaicana internazionale del Reggae e del dub, presenti nella stessa area geografica, anche se
basate su differenti tradizioni musicali.
ML 21
musicletter.it
update n. 69
musica:
Generi come il beguine (importante per quest’area quanto il calypso a Trinidad), una
combinazione di hot jazz di New Orleans e ritmi danzanti arrivati sulle navi degli schiavi
dall’Africa, il bele, il gwo ka, tutte musiche di chiara identità creola, in gran parte conosciute
anche nella vicina Cuba. Ritmi frenetici, groove afro-cubano affascinante e ballabile di matrice
french jazz & latin, con una decisa predominante di percussioni, riverberi e (talvolta) dell’organo.
Compilation curata da Hugo Mendez; anche qui con dettagliate note di copertina e un accurate
repertorio iconografico.
Luigi Lozzi
ML 22
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: PLASMA EXPANDER
TITLE:
Kimidanzeigen
LABEL:
Wallace Records | Here I Stay Records
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.plasmaexpander.net
MLVOTE: 7/10
Non vorrei sembrare ripetitivo, ma il concetto espresso già qualche ML fa si ripropone ancora
attualissimo con l’album dei Plasma Expander (ML 64 recensione Bachi da Pietra, Tarlo
Terzo): possibile che gruppi di ottimo valore italiani non riescano a far sentire forte la loro voce
in patria? Poco importa, il secondo disco dei cagliaritani ci ripresenta comunque un gruppo in
grande spolvero, pieno di classe, privo di compromessi e dal cervello fino. Quanto la lezione del
guru Steve Albini ha influito nell’evoluzione musicale del trio? Abbastanza ascoltando
Kimidanzeigen, una raccolta che fa del noise, free rock e adrenalina rock and roll un vessillo da
sfoggiare, groove accattivanti e solide melodie. A tre anni dall’esordio prodotto dal solito tandem
Wallace e Here i stay records, i sentieri percorsi li portano a intraprendere strade non asfaltate,
non cercando alcun che di accattivante ma mettendo in gioco il grado d’attenzione (e di
sopportazione al rumore) dell’ascoltatore ricreando trame complesse e geometricamente post
rock. Ci si perde tra pezzi di space-core e divagazioni progressive, di grande impatto,
indispensabile metterli al vaglio del fatidico live che, vedendo stralci in rete, promette scossoni
tellurici, del resto la macchina è stata rodata da qualche tempo per tutta l’Italia e parte d’Europa.
Non resta altro che lasciarsi andare al flagello auricolare di Hands in your guts, Why not o No
moustache segnandosi sul calendario le date dei Plasma Expander vicino a casa, il modo più
economico per fare una vacanza nella rumorosa e spigolosa Sardegna Rock.
Antonio Anigello
ML 23
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: ELLIOTT MURPHY
TITLE:
Alive in Paris
LABEL:
[CD + DVD]
Blue Rose | I.R.D.
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.elliottmurphy.com
MLVOTE: 8/10
Americano, newyorkese, ma da tantissimi anni residente a Parigi, Elliott Murphy propone il suo
ultimo album live registrato nella capitale francese. Da subito, da quando si è affacciato sulla
scena del rock agli inizi degli anni ’70 (Aquashow nel ’73 il suo album d’esordio, ma prima di
allora si esibiva per strada o nelle metropolitane e addirittura partecipava come comparsa a Roma
di Fellini), è stato additato dalla critica come uno dei possibili eredi di Bob Dylan, al crocevia là
dove si intersecano le istanze del rock, del songwriting d’autore e del folk. Mai realmente sugli
scudi Elliott però ha potuto sempre contare sul consenso e la stima dei suoi colleghi, Bruce
Springsteen in primis, e sul supporto incondizionato dei suoi fan che lo hanno collocato nella
schiera romantica dei ‘beautiful loser’ del rock accanto a gente come Willy De Ville, Bob Seger,
Southside Johnny, Tom Waits, Graham Parker, Garland Jeffreys, John Mellencamp & Co.
Lost Generation (’75), Night Lights (’76) e Just A Story From America (’77) gettano le basi
per la sua credibilità artistica, ma mentre negli Usa, a causa delle scarse vendite dei suoi album,
gli vengono concesse poche chance dall’industria discografica, egli trova nella decadente Europa
maggiori attenzioni nei confronti del suo genuino, onesto talento. E tra esibizioni live (che spesso
lo hanno condotto anche nel nostro paese), dischi pubblicati per etichette indipendenti (se ne
contano in tutto una trentina; e con ques’ultimo siamo a 31), qualche romanzo niente male
(“Café Notes“ e “Poetic Justice”), influenzato da gente come Francis Scott Fitzgerald, Jack
Kerouac e Henry Miller, Murphy ha portato avanti il suo credo (che punta anche su solidi
riferimenti letterari) con immutati slancio, convinzione, integrità e carica espressiva, e continua a
farlo anche ora che ha superato la sessantina. Da tempo ha instaurato un sodalizio artistico con il
chitarrista francese Olivier Durand, ed è quest’ultimo che lo asseconda a dovere sul
palcoscenico (Alan Fatras e Laurent Pardo al basso completano l’organico) in lunghe,
simbiotiche ballate elettro-acustiche (accanto a ballate più morbide, parentesi blues e momenti
intimistici nei quali inforca l’armonica) che ammaliano un pubblico devoto e partecipe. Dodici
brani coinvolgenti ed entusiasmanti con il bonus di un DVD (registrato nella stessa occasione) che
di pezzi ne propone sei in più.
Luigi Lozzi
ML 24
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: JOHN FOGERTY
TITLE:
The Blue Ridge Rangers (Rides Again)
LABEL:
Fortunate Son | Verve | Universal
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.johnfogerty.com
MLVOTE: 7/10
Bastano poche energiche battute, il vocalismo distintivo e i riff della sua chitarra a farla da
padrone, a rendere immediatamente riconoscibile lo stile spumeggiante e swamp di John
Fogerty, e a evocare magnifici ricordi intorno a una band unica e irripetibile qual è stata
Creedence Clearwater Revival, di cui John è stato leader e frontman (gli altri essendo il
fratello Tom, Stu Cook e Doug Clifford). La rivista Rolling Stone lo ha inserito al 40° posto nella
classifica dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi; negli States Fogerty è considerato una
colonna portante del rock alla stregua di Dylan, Springsteen ed Elvis. Capace sempre di
regalare al suo pubblico concerti spumeggianti, coinvolgenti e ricchi di energia, e intimisti nella
giusta dose, come è avvenuto nella tournée dello scorso anno (immortalata nel DVD “Comin’
Down The Road – Concert At Royal Albert Hall” pubblicato di recente su etichetta Verve; N.d.R.) e
nell’esibizione romana di quest’estate all’Auditorium, con la freschezza e lo slancio di un rocker
che non dimostra affatto di avere gli anni che ha (64 suonati). Ottavo album per il cantantechitarrista californiano che nell’intero arco della sua carriera, iniziata all’indomani dell’abbandono
dei C.C.R. (subito dopo discioltisi) nel 1973, ha in verità inciso pochi dischi, restando peraltro per
un paio di lunghi periodi lontano dalle scene tra i ’70 e i ’90 e divenendo più regolare solo nel
nuovo millennio. Questo nuovo lavoro prende le mosse dal suo primissimo e indimenticato disco
solista del ’73, The Blue Ridge Rangers, peraltro esplicitamente citato nella grafica della
copertina. E ha una scaletta – adesso come allora - con tanti brani adorati di artisti celebrati del
country & rock (Paradise di John Prine, Never Ending Song Of Love di Delaney & Bonnie
Bramlett, I Don’t Care di Buck Owens, Back Home Again di John Denver etc.). Unico brano
che egli firma è Change In the Weather (in una versione in parte diversa da quella comparsa su
Eye Of the Zombie nell’86). In Garden Party, scritta da Rick Nelson, divide la scena con gli
Eagles Don Henley e Timothy B. Schmit a disegnare sognanti armonie vocali. Poi quella cover
di When Will I Be Loved degli Everly Brothers in chiusura, cantata in coppia con l’amico Bruce
Springsteen. Il Boss ha sempre dimostrato grande stima nei confronti di John inserendo spesso
brani dei Creedence (soprattutto Who’ll Stop the Rain) nelle scalette dei suoi concerti in giro per
il mondo. Disco non proprio imperdibile. Un passaggio – direi – interlocutorio e transitorio nella
carriera di Fogerty; non va biasimato se si è concesso un disco come questo, omaggio alla sua
musica preferita, se si pensa a lui come a un artista che non ha mai speculato sulla sua
produzione discografica. La Deluxe Edition include anche un DVD con il “Making Of” di Rides
Again.
Luigi Lozzi
ML 25
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: JUSTIN ADAMS & JULDEH CAMARA
TITLE:
Tell No Lies
LABEL:
Real World | Family Affair
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.myspace.com/justinadamsproducer
MLVOTE: 8/10
Un magistrale crossover culturale realizzato da due musicisti i cui rispettivi background non
potevano (apparentemente) essere più distanti tra loro. Justin Adams suona la chitarra, è
cresciuto ascoltando la musica della sua regione d’origine nel Nord Africa, ha all’attivo
collaborazioni con Robert Plant, Jah Wobble e Natacha Atlas e ha prodotto album per Lo'Jo e
Tinariwen. Juldeh Camara è un Griot Fula, virtuoso del ritti, strumento mono corda
abitualmente utilizzato nella musica tradizionale del Gambia, e titolare di diverse incisioni
discografiche. Qualcosa di davvero speciale fin dal primo ascolto per gli appassionati di World
Music, qualcosa che lascia senza fiato e incanta. È del 2007 il primo disco inciso insieme in coppia,
Soul Science, nel quale splendeva un pezzo, Ya Ta Kaaya, che proponeva un sound simile a un
Bo Diddley con al fianco Pete Townsend ed entrambi accompagnati da una di quelle band che
è possibile ascoltare a Bamako, la capitale del Mali. In questo secondo appuntamento – della cui
realizzazione produttiva si è fatta carico la Real World di Peter Gabriel - ecco un nuovo
magistrale esempio di contaminazione tra avvolgenti e fluidi ritmi africani e tratti distintivi del
rock. Fin dall’apertura affidata a Sahara, un brano nel quale coesistono magistralmente sonorità e
vocalismi africani con riff acid e psichedelici di chitarra elettrica, possiamo apprezzare la bontà del
mix sonoro realizzato. In Fulani Coochie Man poi il suono diventa inequivocabilmente blues, di
quel blues che - abbiamo imparato a decifrare da una quindicina d’anni a questa parte (grazie a
Ry Cooder e Ali Farka Toure, con Talking Timbuktu, prima, e Martin Scorsese e il suo
progetto “The Blues”) - non è originario dei campi di cotone del sud degli States ma affonda le
sue radici nella terra madre Africa. Ma non meno coinvolgenti sono pure gli altri brani dell’album,
da "Achu", che si veste di vigorose sonorità e vocalismi sahariani, a Madam Mariama con un
egregio lavoro chitarristico in avvio che lascia poi spazio ad una frenetica melodia prodotta dal
ritti di Camara, a Banjul Girl.
Luigi Lozzi
ML 26
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: JESU
TITLE:
Infinity
LABEL:
Avalanche inc.
RELEASE: 2009
WEBSITE:
www.avalancheinc.co.uk
MLVOTE: 6,5/10
Non so descrivervi le aspettative che nutrivo per la nuova uscita di Justin K. Broadrick, quanto
attendessi le nuove trame sonore, le delicate vibrazioni elettroniche miste a bassi gelidi, le chiare
aurore boreali ricreate da questo genio britannico ma, come da detto, la montagna ha partorito il
topolino. Insomma, tanto scadente è questo Infinity? No, assolutamente no. E allora cosa c’è di
tanto negativo in questo monolitico e unico brano della lunghezza di ben 49 minuti? Forse niente,
ma un interrogativo rimane, perché gli Jesu non riescono a confrontarsi da vincenti sulla lunga
durata? Perché disseminano qualsiasi annata con decine e decine di EP splendidi, sperimentali e
tutt’altro che scontati e quando c’è da fare un intero LP cadono nella routine? Il problema di fondo
è proprio questo, Jesu, Conqueror e Infinity sono delle buone opere ma mai quello che ci si
sarebbe aspettati dopo le nebbie ipnotiche di Silver o l’elettronica raffinata di Pale Sketches, si
lascia uno spazio di tutto rispetto nelle top ten per l’album dell’anno e ci si ritrova purtroppo con
la caricatura dei precedenti. Certo, si rimane sempre ammaliati dal loro mix di shoegaze,
industrial ambient e metal, meglio dei suoni vecchi e ormai troppo stagionati dei Grey Machine
(l’ultima creatura di JKB e di Aaron B. Turner degli Isis), ma troppo poco per non avere la
sensazione di trovarsi bloccati nel solito angolo monotono e privo di sbocchi creato dallo scialbo
suono di un album che andrà, già dopo qualche settimana, nello scaffale dei dischi dimenticabili.
Quindi, che sia ben chiaro a tutti, l’album è bello esattamente come gli altri, per i neofiti rimane
un ascolto consigliatissimo ma, per chi li ama e ne è fan, Infinity è una piccola delusione in questo
bel 2009.
Antonio Anigello
ML 27
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: AMY WINEHOUSE
TITLE:
Back to Black
LABEL:
Island
RELEASE: 2006
WEBSITE:
www.amywinehouse.com
MLVOTE: 9/10
Non capita spesso che un disco di classe scali le charts, facendo sbavare i magnaccia delle case
discografiche e progettando un furto senza pari durante la diretta della 50ma edizione dei
Grammy Awards. Il tutto senza mettere in gioco la propria credibilità. Back to Black è quindi, un
cigno nero. Amy Winehouse riesce a cantare di case di cura per alcolisti cronici sotto una
pioggia di campanelline, prende a calci sulle palle i paparazzi e passa i weekend a vomitare
assieme a Pete Doherty restando nonostante tutto la regina delle classifiche. Dietro di lei, sul
disco, ci sono i Dap-Kings: gente dalla classe inaudita che suona come la backing band di Otis
Redding; strumentazione vintage registrata come si usa in casa Datone; tecnologia analogica e
pochi microfoni. Sono loro a rifare il letto su cui si struscia la voce della giovanissima Winehouse
su gran parte delle tracce di questo secondo album. Sono proprio loro e il produttore Mick
Ronson a fare la differenza rispetto al disco di debutto di tre anni più vecchio, in parte stuprato
da alcune scelte imposte dall’ etichetta discografica. Nel frattempo le influenze di Amy si sono
allargate: non più solo Frank Sinatra e il blue jazz di Billie Holiday o Nina Simone ma anche il
rocksteady giamaicano dei primi anni Sessanta (la Winehouse dedicherà al genere un intero EP,
un paio di anni dopo, NdLYS) e le all female band come Supremes o Shirelles dentro la sua
trousse. Accanto, qualche bottiglia di Gilbey‘s Gin e qualche pipa di crack. Quello che ne esce fuori
è un disco incredibile, un gioco dove seduzione e dolore si spartiscono la scacchiera, da quella
furba rilettura di Ain‘t no mountain high enough che è Tears dry on their own alle arie da mercato
di Kingston di Just friends, dalle lacrime di dolore di Love is a losing game allo Spector Sound di
Addicted, dalla You know I‘m no good gonfia di fiati alle sincopi pianistiche di Back to Black,
dalle arie melodrammatiche di Me and Mr. Jones a quelle languide di He can only hold her.
Nessun brano che non sia meno che indispensabile. In epoca di dischi da grandi magazzini, ecco
un best seller che non si concede alle svendite. Meraviglia.
Franco Dimauro
ML 28
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update n. 69
musica
ARTIST: AA.VV.
TITLE:
Original Seeds: Songs That Inspired Nick Cave and the Bad Seeds
LABEL:
Rubber Records
RELEASE: 1998 (vol. 1) | 2004 (vol. 2)
WEBSITE:
www.rubberrecords.com.au
MLVOTE: 8/10
Come per i Cramps, la musica dei Bad Seeds si è a lungo sfamata di avanzi, di scarti e rottami
blues e rock‘n roll, di ossa di country music e folk noir. Tutta la prima parte della vicenda artistica
di Nick Cave (diciamo fino alle Murder Ballads del 1996, NdLYS) è imbevuta di questo catrame,
in questa furia necrofila che sugge con una cannuccia da quarant’anni di musica nera come
l’inchiostro. Non un semplice gioco di rifacimenti e riletture come quello ufficializzato con la
pubblicazione di Kicking Against The Pricks o con le cover disseminate sugli altri dischi dei Bad
Seeds ma un intricato domino di citazioni e di sottili, per quanto scuri, rimandi. Nick Cave gioca
in un’enorme casa degli specchi dove gli spettri deformati di vecchi folksinger, di rugosi
bluesmen, di truci teddy boys e di efebici blue-eyed singer lo costringono a un confronto doloroso
ed esorcizzante con la propria anima. Sono i demoni di quel dolore di cui tutta la musica di Mr.
Cave è impregnata a danzare in cerchio come sul valzer di Weeping Annaleah. Original Seeds ci
fa intingere i piedi in quel bitume e ci offre un pomeriggio a casa di Nick Cave. Odore di tabacco
ovunque, bicchieri in cui qualche cubetto di ghiaccio mezzo sciolto e imbrunito dal whisky resta a
scintillare come il fuoco fatuo di un dolore difficile da sopportare. Da un vecchio giradischi
gracchiante escono fuori i fotogrammi in bianco e nero di questa messinscena dello spleen
caveiano. Vecchi blues logorati dal tempo, piccole apocalissi folk, il suono metallico di Stooges e
Gang of Four, il rassicurante abbraccio della voce di Scott Walker, qualche rock‘n’roll
sgangherato, il confortante saluto gospel di Oh Happy Day, il rurale canto di dolore di Odetta e
mister Leadbelly. C’è quest’aria di morte tutt’attorno, pesante come un sudario. Fuori dalla
finestra nuvole basse, troppo cariche di pioggia per poter solo pensare di volare. La nebbia ha già
invaso le strade e sono sicuro che qualcuno da qualche parte, sta preparando un cappio cui
affidare il proprio collo.
Franco Dimauro
ML 29
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: VINICIO CAPOSSELA
TITLE:
All’una e Trentacinque Circa
LABEL:
CGD
RELEASE: 1990
WEBSITE:
www.viniciocapossela.it
MLVOTE: 6,5/10
Di Vinicio Capossela tanto si è detto e scritto e tanto ancora si continuerà a dire e scrivere in
futuro. È quanto di più naturale può accadere a un artista, nel senso puro e reale del termine, uno
dei pochi rimasti in circolazione, almeno per quanto concerne la scena musicale nostrana. Il suo
album d’esordio, All’una e Trentacinque Circa, esce nel 1990, Vinicio ha appena 24 anni e con
quel disco si aggiudica il premio Tenco come migliore opera prima. Già, opera prima e in quanto
tale non priva di sfumature da correggere e angoli da smussare. Vinicio Capossela nasce,
artisticamente, dal cilindro di Francesco Guccini: i due sono accomunati da quello spirito
emiliano che scoppia letteralmente di vita e dalla voglia di far musica per certi versi impopolare
ma destinata a lasciare un segno in tutti coloro che sanno ascoltarla e farla propria. All’una e
Trentacinque Circa inaugura e rende palesi i tratti somatici della musica di Capossela: le
atmosfere circensi di colorata allegria, la struggente malinconia, i tratti gitani di stampo
esteuropeo, l’incredibile abilità linguistica. La delicatezza e l’armonia di alcuni brani, ad esempio
Suite delle quattro ruote, non bastano a mitigare quel senso di tormentata malinconia: lo
rendono, anzi, ancora più disperato, nello sforzo costante e sovrumano di tenersi a galla (E i
ricordi son come monete/persi al gioco della memoria/ricordi consumati/e poi fuggiti via). Molti
pezzi dell’album hanno il sapore amaro della nostalgia, raccontano e sussurrano storie di un
passato che non tornerà ma che ha lasciato impronte impossibili da cancellare. È il caso di uno dei
brani forse più riusciti del disco, I vecchi amori, canzone di amori perduti dai toni romantici ma
mai smielati, di storie che si perdono nella memoria, ridotte a condivisione di momenti tanto
inutili quanto indispensabili. Non si sottrae alle leggi del ricordo e del ritorno neppure Scivola vai
via, quasi un’implorazione caratterizzata dalla lotta feroce tra la voglia di dimenticare e cancellare
vecchie tracce ormai scolorite e il bisogno di trattenere qualcosa, per tentare di sopravvivere,
seppure nel dolore dell’assenza. L’atmosfera da bar, goliardica e amara nello stesso tempo e
tanto cara a Capossela, esplode letteralmente nella trascinante title track: All’una e trentacinque
circa diventa un interessante esperimento di catalogazione dei vari personaggi che si possono
trovare nei migliori/peggiori locali di ogni paese ossia clienti, gestori, artisti tanto geniali quanto
squattrinati, con un sottofondo fatto di musica e alcool, un binomio indispensabile per sopportare
la vita e le sue amarezze. In Pongo sbronzo c’è tanto jazz e c’è improvvisazione curata nei minimi
dettagli (anche se detta così sembra un controsenso), storie avvincenti e politically - incorrect
come la maggior parte del mondo in cui si muove Capossela. Anche Christmas song va
ricordata: è un brano dalla dolcezza sconfinata, una canzone d’amore reale o solo immaginario,
un canto di gioia e riconciliazione, una perfetta alternativa alle solite e insopportabili canzonette
natalizie.
ML 30
musicletter.it
update n. 69
musica: vinicio capossela
Tuttavia gli unici due pezzi che meritano un’approvazione a pieni voti, senza se e senza ma,
restano Una giornata senza pretese e Stanco e perduto. La prima, dal testo incredibilmente
significativo, è poesia fatta musica, basta a se stessa. La seconda unisce la voce ruvida e le note
del pianoforte in una sublimazione che trascina in un mondo surreale dove la tristezza e la gioia si
mescolano e si confondono, tanto da non riuscire più a distinguerne i tratti. Manca la maturità
artistica in questo disco, la consapevolezza del proprio talento e della strada da seguire e a volte
cambiare. Tutte doti che Capossela farà sue velocemente e grazie al cielo non a scapito di quella
libertà espressiva che tanto è evidente nella sua opera prima. C’è senza dubbio da apprezzare la
capacità di infrangere da subito i canoni rigidi e inquadrati del cantautorato italiano, spesso
monotono e privo di quel guizzo creativo che in Capossela sembra, invece, non avere mai fine,
neppure a ormai 20 anni dall’esordio.
Laura Carrozza
ML 31
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: NINE INCH NAILS
TITLE:
Pretty Hate Machine
LABEL:
TVT Records
RELEASE: 1989
WEBSITE:
www.nin.com
MLVOTE: 8,5/10
Per quanto il concetto possa apparire pretenzioso, Pretty Hate Machine rappresenta a mio
parere l’atto primigenio di un percorso che, negli anni a venire, si svilupperà in un genere inteso
come “metal moderno”; se da un lato questa interpretazione si espone a ogni tipo di discussione,
dall’altro appare indubbia la profonda influenza esercitata dal genio di Trent Reznor sulla scena
musicale rock mondiale e non mi limito al solo discorso musicale. I suoi metodi di lavoro sono
sempre stati considerati piuttosto sorprendenti e bizzarri tuttavia gli stessi hanno generato e
alimentato il crescente culto che ha caratterizzato l’attesa di ogni pubblicazione targata N.I.N.,
basti pensare alla ridda di voci che si rincorrevano nel 1994 quando, per incidere il capolavoro
The Downward Spiral, avrebbe affittato la villa “Le Pig”, il teatro dell’efferato massacro
compiuto dalla setta di Charles Manson nel quale perse la vita anche Sharon Tate, mamma in
attesa e moglie del regista Roman Polansky. Pretty Hate Machine è essenzialmente la
trasposizione su disco dei brani contenuti nel demo Purest Feeling e di più recenti composizioni
come Head like a hole e Sin; per completare la scaletta non ci sarebbe stato bisogno di un grande
lavoro di scrematura dal momento che lo stesso Trent affermò che, entrando in studio, tutto ciò
che aveva pronto erano proprio i dieci pezzi che compongono l’album. C’è farina del sacco di
Reznor lungo tutti i solchi; a parte infatti alcuni sporadici contributi di fidati collaboratori (il
produttore Mark “Flood” Ellis e il cantante e chitarrista Richard Patrick in futuro meglio noto
come leader dei Filter) le incisioni delle parti strumentali nonché di quelle vocali sono da
attribuire allo stesso leader. L’album sancisce il matrimonio tra la tecnologia, i sintetizzatori e un
più tipico rock di stampo chitarristico, dalle tinte hard e volutamente oscure, con particolare
predilezione per tematiche fortemente introspettive e vagamente “maledette”, un insieme di
ingredienti che nessuno era ancora riuscito ad amalgamare con tale perizia e successo.
Impossibile difendersi dalla potenza sprigionata da Head like a hole e dal suo letale connubio tra
computer e le chitarre distorte, alla irriverente e marziale solennità di Terrible lie o al ritmo
coinvolgente e incalzante di Sin così come al tempo stesso catturano e ipnotizzano episodi più
oscuri e riflessivi come That’s what I get e l’incredibile Something I can never have, perfetta per
arrangiamento e atmosfera, a mio parere uno dei vertici compositivi dell’intero lavoro. La
“Graziosa Macchina dell’Odio” non ha bisogno di revisione; non i due decenni trascorsi dalla sua
pubblicazione né le migliorie apportate da progresso e tecnologie che viaggiano a velocità
esorbitanti sono riuscite a scalfirne né a ridimensionarne il fascino l’importanza. Un disco
veramente seminale… E il meglio doveva ancora venire!
Manuel Fiorelli
ML 32
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: TIN MACHINE
TITLE:
S.T.
LABEL:
EMI
RELEASE: 1989
WEBSITE:
www.davidbowie.com
MLVOTE: 7,5/10
Se il successo planetario di Let’s Dance e Never Let Me Down aveva riportato Bowie ai fasti
commerciali dei tempi d’oro, non c’è dubbio che gli eccessi visivi e artificiali avevano assunto
proporzioni talmente preoccupanti da aver allontanato il Duca dalle sue stesse radici; Tin
Machine è il disco del ritorno alla sostanza cruda ed essenziale, fin troppo ruvido se paragonato
alle ultime release in studio. Fortemente influenzato dall’estro chitarristico di Reeves Gabrels,
l’ex Ziggy avrebbe finalmente tracciato le coordinate di un deciso ritorno a una veste rock per
troppo tempo accantonata; il primo passo sarebbe stato quello di compattare attorno a sé una
vera e propria band, assoldando la robusta sezione ritmica dei fratelli Tony e Hunt Sales (già
con Iggy Pop di Lust For Life) decretando di fatto la nascita di un combo che avrebbe sorpreso,
spiazzato e lasciato perplessi i fans del Bowie più mainstream. L’alchimia tra i quattro musicisti
(coadiuvati dalla regia del produttore Tim Palmer e dalla preziosa collaborazione in studio del
polistrumentista Kevin Armstrong) ha dato vita a un disco grezzo, nervoso, carico di echi hard e
blueseggianti e non certo scevro da una buona dose di sperimentazione; si intendano Bus Stop,
Tin Machine e Sacrifice Yourself come valido esempio in questo senso. Più che di un progetto
estemporaneo, TM è stato un reale collettivo in cui ogni componente ha avuto il medesimo peso
specifico; Gabrels ha apportato durezza e inventiva, i fratelli Sales hanno iniettato solidità e
attitudine “raw & live” mentre Bowie ha sguinzagliato libera la sua identità più incazzata! Episodi
come Heaven’s in here o la rilassata Amazing contribuiscono a elevare il livello qualitativo del
lotto ma è con Under the god, cruda denuncia contro la crescente intolleranza, che la band
assesta la scossa più entusiasmante del disco. C’è comunque un rovescio della medaglia; il suono
appare a tratti un po’ freddo, la tecnologia digitale era ancora agli albori e un approccio classico e
analogico avrebbe certamente giovato di più e indubbiamente le quattordici composizioni non
brillano tutte della stessa luce ma è l’effetto d’insieme a convincere, soprattutto nella sua
trasposizione in sede live in cui la band si è contraddistinta per esibizioni energiche e infuocate. Il
merito di questo album è stato soprattutto quello di restituire un David Bowie più umano e
meno icona pop che ha saputo reincarnarsi per l’ennesima volta, al di là di critiche discordanti ed
esiti commerciali. Non si perda tempo a chiedersi cosa c’entri il Duca con una proposta del
genere, questo è rock, duro, un po’ sgraziato e magari frastornante ma con attributi decisamente
spessi.
Manuel Fiorelli
ML 33
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: MIRACLE WORKERS
TITLE:
Overdose
LABEL:
Love‘s Simple Dream
RELEASE: 1988
WEBSITE:
MLVOTE: 8/10
Al giro di boa degli anni Ottanta, dopo un quinquennio segnato da un’attitudine quasi
impermeabile al compromesso, il garage punk muta pelle. Il suono delle garage band si infetta,
gradatamente, con le scorie degli anni Settanta. Chesterfield Kings, Fuzztones, Sick Rose,
Fourgiven, Yard Trauma, Creeps, Miracle Workers, Morlocks stanno mutando il loro suono,
piegandone gli angoli ognuno secondo la propria attitudine. Gli Unclaimed non esistono più. E
con loro va via l’anima etica del movimento. Ramones, Flamin’ Groovies, New York Dolls,
Oblivion Express, Johnny Thunders, Alice Cooper, Real Kids, Stooges, MC5 iniziano a
spingere dal basso cercandosi un varco tra Music Machine, Standells, Count V o Syndicate of
Sound. Vengono fuori alcuni mostri e qualche creatura informe. Ma anche qualche buon
androide. Roba che comunque allora fece storcere la bocca a tanti. Il simulacro del sixties-punk è
stato
profanato.
E
qualcuno
grida
allo
scandalo.
Overdose
è
il
disco
che
seppellisce
definitivamente il garage punk degli anni Ottanta sotto quintali di macerie proto-hard. Non è il
primo tentativo. Prima c’era già stato Don ‘t open til doomsday dei Chesterfield Kings ad inclinare
l’asse del pianeta neo-beat. E i Morlocks avevano già cominciato ad affogare i loro vagiti in una
poltiglia hard manipolandola fino a creare i piccoli frankenstein di fine decennio. Sull’altra costa i
Fuzztones avevano già cominciato a portare a spasso il rantolo malato di Iggy Pop. Mano nella
mano con Arthur Lee, Link Wray, i Bold e gli Outcasts. Ma Overdose sembrò tuttavia essere il
punto di non ritorno. I Miracle Workers furono i più sfacciati tra tutti, probabilmente. Danny
Demiankow, che era l’uncino che li attaccava agli anni Sessanta, non c’è più. Lui era stato il
chitarrista degli Aftermath, oscura band di Los Angeles di venti anni prima, finita quasi per caso
sulla copertina del ventesimo volume delle High in the Mid-Sixties proprio mentre era impegnato
a suonare le tastiere su Inside Out. Ha fiutato l’aria, e ha deciso di aprire le finestre. Assieme a lui
salta Joel Barnett. Al suo posto entra Robert Butler degli Untold Fables. Porta con sé il suo
Rickenbacker e una pila di dischi. Nel mucchio ci sono gli Stooges, Beggars Banquet degli
Stones, Flamin’ Groovies. Nessuno nella band ha i capelli lunghi come i suoi. Non ancora. Nel
giro di pochi mesi i Miracle Workers si riassettano e cambiano completamente strumentazione e
set. Love has no time, Already Gone, You‘ll know why, Tears escono progressivamente dalla loro
scaletta così come i pezzi dei Wailers, dei Sonics o dei Bad Roads che coloravano i loro primi
concerti. Al loro posto entrano con prepotenza No Fun, I got a right, Dirt e Little Doll degli
Stooges, Slow Death e Teenage Head dei Flamin’ Groovies, Lookin’ at you degli MC5.
Addirittura Evil Woman dei Black Sabbath.
ML 34
musicletter.it
update n. 69
musica: miracle workers
Accanto a loro ci sono le nuove canzoni della band: veloci, rumorose, a volte tirate fino al
parossismo (Light, Camera, Action scritta pensando a Fellini, ha la stessa foga di un pezzo
hardcore, NdLYS), altre volte lasciate bruciare a fuoco lento come se le sagome accartocciate di
Mick Jagger e di Ron Wood fossero state infilate nello spiedo, lasciando gocciolare la broda di
When a woman‘s call my name o She ‘s got a patron saint. Non c’ è più nessuna adesione agli
schemi del garage punk. I canoni sono stati definitivamente abbattuti. Il suono viene dapprima
oltraggiato, poi lasciato libero di sbattere il muso come un cane carico di rabbia. Fino all’apoteosi
finale affidata al rituale di Little Doll, allo scioglimento del corpo del garage punk dentro l’acido
muriatico. Disordine confuso allora col disonore. Frustate confuse con la frustrazione di doversi
adeguare. Overdose avrebbe bruciato tutto e subito, band compresa. Incapaci di replicarsi. Loro
che erano i perfetti replicanti degli Stooges. Che beffa!
Franco Dimauro
ML 35
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST:
THE KIM SQUAD AND DINAH SHORE ZEEKAPERS
TITLE:
Young Bastards
LABEL:
I Soluzionisti
RELEASE: 1987
WEBSITE:
www.myspace.com/kimsquad
MLVOTE: 8/10
Belli e dannati. Anzi, giovani e bastardi. E veloci, come una meteora. Anzi no: luminosi. Come una
cometa. Era il 9 Maggio del 1987 quando Rai Stereo Uno trasmise in diretta la finale di
Indipendenti, il concorso di Fare Musica che premiava la miglior band emergente italiana dell’
anno. Sul palco dell’Auditorium della Rai di Torino quattro band: le inutili Funky Lips di Torino,
gli Entropia di Palermo, i bravi Lonely Boys di Porto Sant’ Elpidio e poi loro: una band con il
rock‘n’roll fin dentro le mutande che si mangiò tutti, critica e pubblico compresi. Viscerale,
deragliante, sudicia di rock‘n’roll come raramente si era ancora sentito in Italia. C’è dentro il
garage rock con cui stiamo ancora tutti condividendo il sogno di un rock‘n’roll sanguigno e
radicale ma c’è pure tanto altro. C’è l’aria maudit del diciassettenne Francois Regis Cambuzat e
c’è la chitarra assassina di Giorgio Curcetti che restituisce sul palco le orge infette degli MC5. E
c’è il sudore che fa colare il make-up attorno agli occhi di Roberta Possamai ed Elena
Palmieri. Chissà cos’altro un po’ più sotto. Dietro, c’è la batteria implacabile di Angelo Pinna
che non cede il passo, segue l’assalto, inflessibile, monolitica. Esplosivi. Arrabbiati e cattivi. La
finale di Indipendenti la vincono loro, manco a dirlo, a soli 40 giorni dal primo round giocato sul
palco della prima edizione di Arezzo Wave, assieme a piccole glorie dell’epoca (Weimar Gesang,
Rats, Party Kidz, Underground Life, Sleeves, Ritmo Tribale, Art Boulevard, ecc. ecc.).
Dopodiché si chiudono dentro gli Studi Pollicino di Roma in compagni di Oderso Rubini e, nel
giro di soli due giorni, Young Bastards è pronto. Missaggio compreso. Perché i Kim Squad
suonano col sangue. E bisogna registrare tutto prima che coli via anche l’ultima goccia. L’album è,
nei fatti, un live in studio. Ed è così che suona. È una lacerazione sul corpo vivo del rock ‘n’ roll.
Sotto, le carni si muovono ancora, macerandosi nell’ alcool ad ogni frustata. L’inizio è affidato a
Broken Promises, rodatissimo purosangue che cavalca le intemperie elettriche della band, con la
consueta alternanza di vuoti e pieni che il gruppo ha imparato a dosare sin dagli esordi, quando si
aggiravano come una versione capitolina dei Violent Femmes con un carico di musica acustica
da buskers. Le chitarre che fremono, di tanto in tanto ammansite dall’ organo di Roberta e dal
tocco discreto del basso della Palmieri. Ci girano sopra pure un video, nei dintorni di Torvajanica.
Roba low-budget che Videomusic passa un paio di volte, prima di metterlo in archivio, sullo
scaffale degli sfigati. The world ‘s a burn è un 4/4 che pesta a sangue e cita gli Standells (“I’m a
young barracuda swimming in the deep blue see, I mean barracuda, don‘t you mess with me”)
prima del crescendo conclusivo. Che dal vivo non arriva mai prima del quinto minuto. Alla faccia
di quanti storcono la bocca ricordando che Talk Talk dei Music Machine non toccava manco il
secondo minuto e che guardano inorriditi al minutaggio di Renaissance, la cavalcata che chiude
l’album sfoggiando orgogliosa i suoi 11 minuti dentro cui succede di tutto, con il “Greco” che si
masturba sulla tastiera della chitarra finché la Possamai, intenerita, non gli arriva in soccorso
sbocchinando con la sua tastiera. Sulla carta, roba da pornazzo anni Ottanta, insomma.
ML 36
musicletter.it
update n. 69
musica: the kim squad and dinah shore zeekapers
O da padelloni di vinile anni Settanta ma qui il gioco riesce. E pure bene. Suona orgoglioso e
strafottente. C’è aria di amplificatori che friggono e odore di sesso. 7 Tex Mex & Gilbert Gin è
invece un tripudio di tastiere doorsiane. Serge est un salaud è cantato nella lingua del Cambuzat.
È un ballatone che odora di alberghi francesi, di voci che si accarezzano e spasimano di lussuria,
con Francois e Roberta a vestire i panni che furono di Gainsbourg e della Birkin. Macaibo
ristringe le cosce attorno al folk/punk imbevuto di sambuca. L’ anno dopo finirà dentro una delle
tante piccole compilation di cui il rock italiano di quegli anni, in cerca di visibilità, si satura i
polmoni. La raccolta si intitola Rockbeef e i Kim Squad fanno la loro bella igura a fianco di Liars,
D.H.G., Not Moving, Settore Out e View. La portano in tivù sul palco di DOC offerto loro
gentilmente da Renzo Arbore. L’anno dopo i Kim Squad cominceranno a mutare pelle, primi a
sdoganare l’italiano dentro un contesto “fisicamente” rock (e lo farà un francese, questo è bene
ricordarlo), e a reclutare gente nuova (tra cui il Cesare Basile in fuga dai Candida Lilith e
pronto per inaugurare il progetto Quartered Shadows, NdLYS), poi via via sfaldandosi per
lasciare spazio prima alle introverse ballate amare di Francois, e quindi all’ estetica decadente del
Gran Teatro Amaro, dove i sogni di rock ‘n’ roll si schiantavano contro il muro della
consapevolezza dell’ età adulta. Per lui arrivano gli anni degli scontri a fuoco, della ribellione
rivoluzionaria, dei sabotaggi, degli scioperi selvaggi. È la ricerca di un’identità sociale e politica
estremista mutuata dal padre che troverà compimento artistico nelle profezie anarchiche
dell’Enfance Rouge e valvola di sfogo guerrigliero nelle fila dei Justicieros, braccio armato della
lotta anti-capitalista. Elena cercherà riparo negli Overlord. Il “Greco” finirà in Inghilterra a
suonare nei Nubiles assieme a Tara Milton dei Five Thirty dividendo il palco persino con Oasis
e Blur. Poi il rientro in Italia e una banale sortita solista. Angelo presterà le sue bacchette per
gruppi senza fortuna come Green Rose e Rouge Dada fino a incrociare la musica tradizionale e
popolare coi Ned Ludd. Roberta proseguirà a Groningen l’avventura del Gran Teatro Amaro
assieme a Davide Van Der Tol prima di trasferirsi ad Amburgo e infine riapprodare in Italia. Oggi
che basta sollevare la sottana di Youtube o Myspace per scrostare la polvere dei ricordi i Kim
Squad tornano a far capolino dalla rete, senza clamori. Ma il brivido di quei concerti dove la
Possamai alzava il dito medio contro chi le chiedeva di togliersi i jeans mentre il vortice di chitarre
di Francois e di un Curcetti perso tra mille svolazzanti frange di renna ti stampava in faccia non
uno, ma venti dita… Be’, quello non ce lo ridarà più nessuno. Forse.
Franco Dimauro
ML 37
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update n. 69
musica
ARTIST: THE CULT
TITLE:
Dreamtime
LABEL:
Beggars Banquet
RELEASE: 1984
WEBSITE:
www.the-cult.com
MLVOTE: 9/10
Love li avrebbe consegnati alla storia, gli album successivi alle grandi arene del rock da stadio, gli
ultimi all’oblio. Ma Dreamtime, cazzo, Dreamtime resta uno dei più begli album di debutto di
tutti gli anni Ottanta. Un disco che ti si attorciglia sull’anima come un serpente maculato di nerodolore. Un viaggio nell’oltretomba pellerossa, nel sogno infranto di un popolo massacrato
dall’ipocrisia cristiana. Come il piccolo Jim Morrison che incrocia i Navaho insanguinati e
morenti lungo la strada del New Mexico, Ian Astbury resta affascinato dalla cultura indiana tanto
da onorarne la memoria sin dagli inizi della carriera battezzando la sua band Death Cult, in onore
a una piccola comunità indiana rifugiatasi lungo le sponde del Mississippi. Anche dopo
l’abbreviazione della sigla in Cult, quella degli indiani sarà un’ossessione che accompagnerà Ian
per tutta la sua vicenda artistica e privata. Le formulazioni ritmico-tribali riconducibili alle
tradizioni percussive e sciamaniche del popolo pellerossa saranno la chiave dentro cui Ian
innesterà, a inizio carriera, il suo amore per la cultura gotica e ossianica. Quando la band mette
mano a Dreamtime queste coordinate trovano altri sbocchi creativi sfociando nelle reminescenze
psichedeliche e nell’hard blues triviale di stampo hendrixiano che in quel momento sembrano
affascinare Ian e Bill Duffy, forse l’unico guitar hero della stagione new wave. Quello che ne
esce fuori è un disco dove epica guerriera e barbarie gotica convivono fianco a fianco e dove nulla
è sprecato, dalle messianiche invocazioni di cui è capace la voce di Ian ai variopinti strati di
chitarre annegate nel flanger di Duffy, dalle marziali rullate di Nigel Preston agli evocativi cori
lanciati da Jamie Stewart sotto il suo implacabile basso. La prima facciata del disco riallaccia i
nodi col recente passato, snodandosi dalla rilettura di Horse Nation attraverso Spiritwalker, 83rd
Dream e Butterflies in una tetralogia carica di suggestioni tribali. Go West è già proiettata verso le
visioni darkedeliche di Love, con gran spreco di voci e controcori sovrapposti e un’intricata maglia
chitarristica ed è un po’ il preludio ai toni della seconda parte del disco dove l’esigenza ritmica si
fa meno prepotente e il clima sfocia in quel gioco di luci fredde che la band svilupperà con She
sells sanctuary e Resurrecion Joe di lì a breve. In quest’ottica viene riletta pure la Flowers in the
forest risalente all’ epoca dei Southern Death Cult che dal funky sgangherato che era in origine
diventa qui una splendida power ballad dall’anima nera che annuncia il grido disperato di
Dreamtime: “io avrò il mio tempo dei sogni, l‘unica cosa intoccabile che mi è rimasta, avrò il mio
tempo dei sogni, il tempo per i miei sogni. Lascerò crescere i miei capelli, come un’estensione
della mia anima, i miei lunghi capelli”. Che Dio costringa il generale Custer e gli altri carnefici a
veder scorrere per mille e mille anni i cadaveri di Little Big Horn in un fiume di sangue e carni
maciullate.
Franco Dimauro
P.S.: Nella mia originale versione in doppio vinile venne incluso un secondo disco registrato dal
vivo al Lyceum il 20 Maggio dello stesso anno, con apocalittiche versioni di vecchi primi classici
come Moya o God ‘s zoo. Ma Dreamtime era già oltre.
ML 38
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update n. 69
musica
ARTIST: SIOUXSIE AND THE BANSHEES
TITLE:
Juju
LABEL:
Polydor
RELEASE: 1981
WEBSITE:
www.myspace.com/siouxsieandthebanshees
MLVOTE: 9/10
“Dalle barre della culla arriva una voce che chiama, ti fa ruotare, non hai scelta” quindi il tetro
arpeggio di John McGeogh si spezza e si trasforma in una marziale cavalcata delle valchirie da
vigilia di Ognissanti: la discesa negli inferi è cominciata e Siouxsie è la nostra Beatrice, stavolta
destinata a cambiare verso più infelice rotta e ad accompagnarci attraverso uno dei più maestosi
capolavori di musica gotica mai realizzati in epoca moderna. JuJu è un autentico vero disco da
casa infestata. È il 1981 e i Banshees sono in stato di grazia, dopo un disco di assestamento qual
era stato Kaleidoscope. John McGeogh conferisce ai toni del disco una drammaticità mai più
eguagliata. Perfetta la calibratura estetica da metallo liquido ottenuta impastando una leggera
dose di distorsione con l’amato pedale flanger e micidiale l’alternanza di arpeggi, accordi pieni e di
glissati discendenti e ascendenti che lo renderanno il pioniere della chitarra goth e il più influente
chitarrista del movimento post-punk. Tutti, da Johnny Marr a Jonny Greenwood dei
Radiohead passando per The Edge cercheranno di emularne lo stile. Artisticamente, è un
ritorno alla musica asciutta e ossianica di Join Hands, incentrata oltre che sulla creatività di
McGeogh e le ormai indomabili doti vocali della Sioux adesso capace di vocalizzi di ogni tipo e
fattura, anche sulle intricate abilità percussive di Budgie, l’ ex-Slits che li aveva raggiunti sul
precedente disco: un alchimia capace di generare vertici di visionarietà come l’ incredibile danza
delle streghe di Voodoo Dolly o l’ andamento spiroidale di Into the light, l’ agghiacciante sinfonia
di Halloween o le implosioni dei neon che si fulminano in sequenza su Head Cut. Un intero,
abominevole inferno spalancato per la vostra curiosità. Non me ne vogliano Marilyn Manson e le
puttanelle di Gothic Girls ma è qui che si fa la storia.
Franco Dimauro
ML 39
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update n. 69
musica
ARTIST: THE CURE
TITLE:
Boys Don’t Cry
LABEL:
Fiction
RELEASE: 1980
WEBSITE:
www.thecure.com
MLVOTE: 8/10
Boys Don‘t Cry segnò l’inizio della mia lunga infatuazione per i Cure. Non Three Imaginary
Boys ma proprio Boys Don’t Cry che ne fu la versione riveduta e corretta che in parte guarì la
delusione di Robert Smith per una scaletta, quella del disco di debutto, che non lo soddisfaceva
in pieno già a poche settimane dall’ uscita sul mercato. Io non mi sentii di dargli torto, né allora
né dopo: Boys Don’t Cry, architettato per ficcarci dentro i tre singoli (Killing an Arab, 6 Febbraio
‘79, Boys don ‘t cry, 12 Giugno ’79 e Jumping Someone Else ‘s Train, 20 Novembre 1979) e
sdoganare la band in America è una spanna sopra l’album originale. Dentro c’ è già il “carattere”
della band seppure manchino i “tratti distintivi” (diciamo pure i cliché) di quello che sarà il suono
dei Cure negli anni immediatamente successivi e poi, tra bilanciamenti e aggiustamenti vari,
svolte repentine e improvvisi flashback, lungo una carriera ormai più che trentennale. Ci sono già
dentro le idee che frullano nella mente di Robert Smith e che i Cure recupereranno e
approfondiranno col tempo: Three Imaginary Boys ha questa chitarra “molle”, annegata nel
delay, che caratterizzerà il suono chitarristico di Smith per la famosa “trilogia” dark, la
prepotente marcia di World War (successivamente esclusa, assieme ad Object, dalla versione CD,
NdLYS) è invece, in tutto e per tutto, il prototipo hard su cui i Cure scriveranno la Shake Dog
Shake che segnerà il loro ritorno al rock dopo le divagazioni dance di The Walk e Japanese
Whispers. Il romanticismo funereo e onirico tipico di molta scrittura di Robert alita invece su
Another Day, perla melodrammatica del disco. Ma l’appeal dell’album, così come la musica dei
primi Cure, si poggia su altre coordinate: c’è innanzi tutto un minimalismo quasi osceno, figlio
non tanto del punk che li ha appena attraversati ma del glam rock di Bowie e di Marc Bolan,
riveduto in chiave decadente e surrealista e che genera piccoli mostri come 10:15 Saturday Night,
Grinding Halt o Object. Ci sono i richiami alla letteratura colta di Camus che fanno di Killing an
Arab uno dei singoli più scomodi della storia della musica contemporanea (i Cure saranno costretti
a tenerla fuori dai concerti dopo l’11 Settembre 2001 salvo poi ripresentarla sotto il titolo di
Kissing an Arab, NdLYS). C’è il gusto noir non ancora raffinato che qui produce il jazz horror con
tanto di atroce urlo finale di Subway Song, ci sono i tratti vagamente medio-orientali che si
muovono in tracce come Accuracy, Fire in Cairo e, soprattutto Killing an Arab (e che daranno il
via, soprattutto in ambito wave italiana, a una serie infinita di richiami alle musiche di origine
araba) e c’è la chitarra di Robert Smith, essenziale ma totalmente innovativa, a tratteggiare un
suono imitatissimo ma inimitato e che negli anni diventerà ancora più ricercato e personale. Ma
soprattutto, quello che c’ è qui e che non ci sarà in nessun altro album dei Cure è un suono
adolescenziale, ancora poco scalfito dal dolore (spesso simulato ed estetizzato fino al parossismo
ma altre volte vissuto in tutta la sua atroce disperazione) eppure imbevuto di un esistenzialismo
pateticamente votato all’autocommiserazione.
Franco Dimauro
ML 40
musicletter.it
update n. 69
musica
ARTIST: FUNKADELIC
TITLE:
One Nation Under a Groove
LABEL:
Warner Bros
RELEASE: 1978
WEBSITE:
www.georgeclinton.com
MLVOTE: 9,5/10
Siamo nel 1978. Il punk ha appena depositato le armi, un solo anno di vita che ha rivoluzionato
menti e costumi. La musica è in fermento e si sente puzza di cambiamento, sia in Europa che in
America. I focolai di new wave divampano e la cultura psichedelica sembra già un lontano ricordo.
Invece George Clinton, santone nero con il soul di James Brown nel sangue e le cellule del
cervello attizzate da Sly & the Family Stone e da Hendrix, decide di radunare tutti sotto il sole
del ritmo. Una nazione inglobata in un unico groove, che è funky anni ‘70 fino al midollo ma
anche soul, reggae e liquida psichedelica. Fondatore dei Parliament prima e Funkadelic dopo,
Clinton celebra con One Nation Under a Groove il suo personalissimo stile che varierà nel
corso degli anni rimanendo comunque ancorato all’idea di movimento. Lontano da mode e
tendenze, il funky è quel genere musicale che assorbe tutto ciò che lo circonda e ne trae linfa
vitale; è musica della comunità che vuole risvegliare il mondo attraverso la libertà di espressione,
la contaminazione fra i generi e la voglia di sballarsi e divertirsi; mai come in questo seminale
disco tutto ciò coincide alla perfezione. Chitarre che danno ritmo a forza di wah-wah in Who says
a Funk Band Can’t Play Rock (quanto devono i primi Red Hot Chili Peppers a questo gruppo!),
linee di basso dal groove perfetto a opera di William “Bootsy” Collins (Funk Gettin Ready to
Roll!), le lunghe jam infette di soul Promentalshitbackwashpsychosis Enema Squad (the Dooo Doo
Chaser), l’hip hop che si abbronza al sole jamaicano e diventa nero fino a dileguarsi in una
sinuosa coda hard/psichedelica (Groovallegiace) fino ad arrivare alla title track che è Funk con
tutti i suoi crismi: parrucconi cotonati, pantaloni a zampa, occhiali colorati, palla multicolore che
gira proiettando gocce sul soffitto e gente di tutte le razze che respira fumo nella sala semivuota
ma balla. Inevitabilmente. Il disco funky per eccellenza e il più bel matrimonio di questo genere
con la musica che più amiamo.
Nicola Guerra
ML 41
musicletter.it
update n. 69
musica: the sonics
ARTIST: THE SONICS
TITLE:
!!! Here are The Sonics!!!
LABEL:
Etiquette
RELEASE: 1965
WEBSITE:
www.thesonicsboom.com
MLVOTE: 8/10
Quando, nel 1965, venne registrato !!! Here Are !!! (tre punti esclamativi prima, tre dopo. I
dettagli non sono solo dettagli, cari miei. NdLYS) il termine punk non era stato ancora coniato.
Ecco spiegato l’ imbarazzo di Kent Morril, allora presidente della Etiquette, nell’ annunciare al
pubblico la musica dei Sonics. “È difficile descrivere il suono dei Sonics” scriveva sulla copertina
di questo schiacciasassi. Lo è adesso, figurarsi allora. Garage band come ce n’erano tante in giro
per Stati Uniti e Inghilterra in quel periodo ma con una fissa per il rock‘n’roll triviale di Little
Richard e il suono secco ed asciutto del beat di Kinks e Troggs. E per i volumi altissimi. Quando
si raccolgono attorno al mixer dell’Audio Recording Studios di Seattle, Keaney Barton non ha
ancora finito di contare i dollari richiesti per il noleggio della sala che ha già cominciato a
bestemmiare. I ragazzi vogliono ottenere il massimo col minimo. Gli basta un registratore a due
canali e pochi microfoni. Per la batteria decidono di usarne uno soltanto che non raccolga i
particolari ma il “mood”. Non gli serve altro. A patto che i cursori del volume stiano in rosso fisso.
Era successa la stessa cosa poco tempo prima, negli studi di Lyle Thompson (i Commercial
Productions Inc., NdLYS). Da lì era uscito il meglio della musica da intrattenimento del Northwest.
Dal soft jazz alla musica per gli spot. Da lì uscirà il primo singolo dei Sonics. Una canzone che
parla di streghe con, sul retro, una cover strappamutande di un classico di Little Richard. Ne esce
pure un Lyle Thompson devastato, costretto a leccare le ferite del suo Ampex 350. I Sonics non
rimetteranno mai più piede al settimo piano dello Skinner Building, al n. 1426 della Quinta
Strada. E neppure le Shangri-La‘s torneranno a suonare con loro, dopo essere state sbeffeggiate
sul palco, ma questa è un’altra storia. I Sonics sono, assieme agli amici Wailers, la prima
college band devastata dalla distorsione e dal rumore. Suonano per fare male, a denti stretti. Con
una chitarra crepitante, un piano honky tonk picchiettato con le nocche delle dita e un barrito di
sassofono che ti strappa la carne. I fratelli Parypa hanno cominciato a usarlo nel 1960, per
ammorbidire le serate in balera e permettere qualche struscio in più. Ma nel 1963 ingaggiano Rob
Lind dei Searchers, che soffia dentro il sax come se stesse tirando via le culotte di Marylin
Monroe. Assieme a lui si portano dietro Bob Bennett e Gerry Roslie decretando la fine dei
Searchers e la nascita dei nuovi Sonics. Roslie si siede al piano, come da contratto. Poi
comincia quasi per gioco a ringhiare sugli standard che la band mette sul banco dell’ officina:
Walkin’ the dog, Roll over Beethoven, Good Golly Miss Molly, Money, Do you love me, Night time
is the right time, Have love will travel. Non canta, urla. Perfetto. Lui sarà la voce della band, e
siccome le ragazzine si terrano le mutande quando sentiranno quell’ugola lacerante cantare di
amore e serate al drive-in, tanto vale eccedere nel gusto per lo shock: The Witch, Psycho,
Strychnine e Boss Hoss sono i titoli scelti per le prime composizioni autoctone. Perfette per la
voce spiritata di Gerry e per mettere scompiglio tra i teenagers ancora sedotti dalle canzoncine
d’amore di Beatles e Herman‘s Hermits.
ML 42
musicletter.it
update n. 69
musica: the sonics
I Sonics le ficcano nel disco, assieme ai classici di cui sopra e un pezzo imprestatogli dai
Wailers: Dirty Robber. A poche miglia di distanza le officine della Boeing stanno costruendo il
primo B737 ma dentro gli studi di Barton si fa ancora più fracasso. I Sonics diventano i re del
Northwest. Se nel 1966 stai festeggiano i tuoi sedici anni non puoi non sognare una festa con i
Sonics a bordo piscina e la stanza da bagno piena di verginelle con la loro bella coppa di
champagne in mano. Altro che no Martini no Party. I Sonics devastano le feste e preparano alle
orge mentre in Italia i re delle classifiche sono Il mondo di Jimmy Fontana, Un anno d’amore di
Mina e La Notte di Adamo. Se nessuna mamma avrebbe fatto uscire la propria figlia con uno
Stones, nessuna avrebbe voluto saperla compagna di classe di uno dei Sonics. Quegli
strafottenti, volgari, boccacceschi e impavidi eroi del garage punk.
Franco Dimauro
ML 43
musicletter.it
update n. 69
live review
ARTIST: WILCO
LOCATION:
Firenze, Teatro della Pergola
DATE: 13.11.2009
WEBSITE:
www.wilcoworld.net
photo by www.wilcoworld.net
Ho fatto l'ultrà dal palco di un teatro seicentesco, rischiando gli insulti del pubblico impeccabile dei
palchi limitrofi. Qualcuno ha pensato di girare immagini a pochi passi da Jeff Tweedy, dunque
non sono l'unico che l'ha presa come una festa pagana più che come un evento nobile. Era un
concerto da seduti, nelle intenzioni, ma qualcuno si è alzato finché non si sono alzati tutti. Sono
stati una cosa mondiale, gli Wilco, impeccabili ma generosi, travolgenti e nuovi perché (è bene
dirlo) non sono un gruppo di Americana come gli altri che ci sono in giro. Da quando c'è Nels
Cline sono i Velvet Underground che spingono come il parassita di Shivers (del filosofo
applicato al cinema David Cronenberg) per uscire da una creatura che ha preso a sorpresa
l'eredità dei Beatles. Non è Americana la musica della band di Chicago perché quell'aggettivo così
buscaderiano può portarci dalle parti di belle cose tipo Calexico o di cose solide ma bollite tipo
Counting Crows ma non può spiegarci nulla di Bull Black Nova e del suo baratro disperato.
Soprattutto, non può spiegarci perché arriva il casino dissonante in una ballata come Via Chicago,
che è qualcosa che va oltre, che diventa eresia. Ho fatto l'ultrà perché gli Wilco sono i più grandi,
perché li sento vicini pure se ogni tanto (ma proprio ogni tanto) somigliano ai Supertramp e
perché in pochi anni hanno saputo costruire un repertorio straordinario di canzoni e di idee
musicali; non parlo di livello medio della loro musica perché la loro musica è sempre eccellente e
l'aggettivo medio risulterebbe offensivo. Nella loro eccellenza possono permettersi di lasciare fuori
dal concerto la loro canzone più bella per poi suonarla la sera dopo. Nella loro grandezza non
riescono a essere star, così lontani da una società dello spettacolo che ha raggiunto bassezze
terrificanti. Dentro di loro ci sono i fantasmi che popolano la mia vita e che spero restino cosa per
pochi anche se, visti i tempi che corrono, ne dubito...
Marco Archilletti
ML 44
musicletter.it
update n. 69
live review
ARTIST: MOLTHENI
LOCATION:
Roma, Circolo degli Artisti
DATE: 04.12.2009
WEBSITE:
www.moltheni.org
photo by www.motheni.org
Oltre alla nostra naturale e più che giustificata inclinazione anglofona, Musicletter ha sempre
prestato particolare attenzione alla scena indipendente italiana tanto che nel corso di questi anni
ha dedicato diverse recensioni e copertine a band e cantautori del Bel Paese. Tra questi c’è n’è
uno molto caro alla redazione di ML e il suo nome è Umberto Giardini, un personaggio di
indiscutibile talento che, fin dagli albori della nostra non-rivista, è sempre stato un ospite gradito
su queste pagine (tanto da condividere nel 2007 una copertina con l’altrettanto brava e
talentuosa Cristina Donà). Ecco, quindi, che in occasione dei suoi primi dieci anni di attività, che
lo hanno visto calcare con la stessa dignità e con lo stesso entusiasmo i più disparati palcoscenici
italiani (dal Festival di Sanremo alla Cantina Mediterraneo di Frosinone), non potevamo mancare
a questo live romano del nostro cantautore “indie folk” italiano per eccellenza (ma se vogliamo
anche “indie pop” italiano) ovvero Moltheni. La serata è di quelle giuste: partenza alle ore 18.30
con gli amici “Mecozze” e “Mimmo Rocker”, arrivo alle 19.45 a Roma, qualche pezzo di pizza dal
simpatico pizzaiolo rumeno e un paio di bicchieri di birra tra risate e discussioni serie che tuttavia
rischiano di farci arrivare in ritardo. A esser sinceri infatti varchiamo la porta del Circolo degli
Artisti giusto in tempo per il primo brano, Io, non potendoci godere pertanto quella classica
atmosfera pre-concerto fatta di umori, sospiri e incitamenti vari. A colpo d’occhio il pubblico
sembra essere numeroso e già abbondantemente elettrizzato da questo avvio di concerto che
vede sul palco Gianluca Schiavon (batteria), Marco Marzo Caracas (chitarra elettrica),
l’inseparabile Giacomo Fiorenza (basso) e Moltheni defilato sulla destra. È la volta poi di L’età
migliore, Oh, Morte e Montagna Nera, quest’ultima la preferita del caro “Habitual” accorso anche
lui a questo appuntamento capitolino in compagnia di amici e dolce metà. Il pubblico canta
appassionatamente quasi tutte le sue canzoni, a testimonianza che in tutti questi anni Umberto
Giardini è riuscito – grazie alla sua onestà intellettuale – a farsi apprezzare da una platea sempre
più ampia e attenta, entrando e uscendo dal circuito nazionale mediatico senza mai svendersi.
Dieci anni di carriera che lo hanno portato alla realizzazione della sua prima antologia più DVD
intitolata Ingrediente Novus (2009), a cui partecipano anche Vasco Brondi e Mauro Pagani,
e dove Umberto Giardini rispolvera, per l’appunto, gran parte del suo repertorio “underground”
iniziato con la Cyclope Records del compianto Francesco Virlinzi (Natura in Replay del 1999 e
Fiducia del Nulla Migliore del 2001). Un percorso artistico segnato nel 2000 da un passaggio al
Festival di Sanremo e proseguito, dopo svariate vicissitudini, con l’etichetta dei Tre Allegri
Ragazzi Morti che, album dopo album (da Splendore Terrore del 2005 a I Segreti del
Corallo del 2008, passando per Toilette Memoria del 2006), lo ha magnificato con questa bella
raccolta fatta di brani vecchi e recenti che, in qualche modo, ha riproposto durante l’esibizione
romana (Fiori di carne, L’amore acquatico, Nella mia bocca, Nutriente, Il Bowling o il Sesso…)
assieme ai due inediti del nuovo lavoro, Petalo e Per carità di Stato.
ML 45
musicletter.it
update n. 69
live review: moltheni
Un Moltheni più cortese del solito che, dall’alto del palcoscenico, ci chiede se siamo felici. Beh,
quanto meno sereni, ci verrebbe da rispondere, soprattutto dopo aver ascoltato le sue
composizioni così incredibilmente catartiche e poetiche. Un’ora abbondante di concerto che finisce
tra gli applausi entusiasti di un parterre davvero soddisfatto, e noi non possiamo che sentirci
complici di tutto questo, anche se poi quando cerchiamo di avvicinarlo ci rendiamo conto che sono
lontani i tempi in cui a fine serata (una volta spenta l’inseparabile abat-jour) ci capitava, spesso e
volentieri, di parlare con il nostro songwriter di musica alternativa, degli Handsome Family, di
Bonnie “Prince” Billy e di molte altre cose. Ora ad accoglierlo c’è un numero abbastanza
consistente di fan e di sostenitori che lo cercano in una sequenza quasi maniacale di abbracci e di
scatti fotografici, che ci danno la misura del successo (meritato) del signor Umberto Giardini da
Sant’Elpidio a Mare ma che ci rendono assai difficile l’impresa di un normale contatto umano.
Riusciamo infatti a salutarlo a malapena, a scambiarci qualche veloce pacca sulle spalle e a
renderci conto di aver visto crescere un bravissimo artista di cui ci sentiamo testimoni e narratori.
Alla prossima, Umberto.
Luca D’Ambrosio
ML 46
musicletter.it
update n. 69
altri percorsi: libri
MARIO CALABRESI
Spingendo la notte più in là
Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
Mondadori | Collana Strade Blu, 2007
di Luca D’Ambrosio
Ci sono dei libri che andrebbero letti assolutamente, non tanto per arricchire il proprio bagaglio
culturale e le proprie conoscenze (cosa che non fa mai male) ma più che altro per non continuare
a commettere quegli stessi madornali errori politici compiuti in Italia in quei maledetti anni ’70.
Anni cosiddetti “di piombo” che hanno svelato il lato peggiore di un’Italia socialmente disastrata.
Un’Italia iraconda che ha perseguito idealismi politici (di destra e di sinistra) attraverso ricatti,
ritorsioni, sequestri, vendette e atti efferati che hanno prodotto soltanto una sequela di “crimini e
misfatti” (per dirla alla Woody Allen, benché riferita a un contesto differente) e che non hanno
per niente giovato al nostro paese,bloccandone oltretutto l’evoluzione socio-culturale, e di cui
paghiamo ancora oggi le conseguenze. Un’Italia estremamente violenta, incapace di dialogare,
che ha ucciso in nome della giustizia e della democrazia gettando nello sconforto e nel dolore
numerose famiglie di onesti lavoratori. Un’Italia insomma funestata dal terrorismo che il
bravissimo Mario Calabresi ha saputo raccontare in maniera pacata, equilibrata e con
profondo sentimento attraverso questo agevole libricino che prende spunto dalla strage di Piazza
Fontana (12-12-1969), dalla morte di Giuseppe Pinelli (15-12-1969) e in particolar modo dalla
scomparsa del papà, il commissario Luigi Calabresi ucciso il 17 maggio 1972 con due colpi di
pistola. Un numero inverosimile di omicidi e di attentanti politici, ma soprattutto una tragedia
familiare personale, rievocata, prima, attraverso lo sguardo e gli occhi di un bambino incosciente
e poi attraverso il desiderio di conoscenza di un uomo alla ricerca della verità e di un perché. Una
narrazione che sa essere tanto didascalica quanto poetica, che non scade mai nella pateticità e
che, in alcuni momenti, riesce a essere addirittura ironica. Un libro che rivela l’immagine di uno
Stato debole e indifferente capace di generare solamente scontri sociali, mettendo in lotta dei
gruppi di stupidi esaltati contro i “figli del popolo” (per dirla alla Pasolini); uno Stato insomma
che soggiace alla smisurata ipocrisia di politici e di fanatici a discapito della vera sofferenza,
quella delle famiglie delle vittime abbandonate a loro stesse. Spingendo la notte più in là è un
libro che scopre con orgoglio e con dignità tutta la grandezza, il coraggio, il sacrificio e la tenacia
di mamma Gemma in grado di educare, meravigliosamente e senza alcun livore, il proprio nucleo
familiare nonostante tutto e tutti. Un bel racconto di vita vissuta, quindi, che andrebbe letto se
non altro per scoprire dei piccoli e amorevoli episodi (come per esempio L’Antologia di Spoon
River di Edgar Lee Masters regalata da Giuseppe Pinelli a Luigi Calabresi), ma soprattutto per
non cadere in quelle stesse e tragiche situazioni di conflitto sociale in nome di una
politica rossa, nera o verde che sia.
ML 47
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update n. 69
frammenti di cinema rimosso: nona parte
IL GINOCCHIO DI CLAIRE
Un film di Eric Rohmer
Regia di Eric Rohmer
Films du Losange
1970 (Francia)
di Nicola Pice
“La mia notte con Maud” (realizzato nel 1969) è probabilmente l’esempio più riuscito
dell’ossessione di Eric Rohmer per la costruzione della “messinscena” perfetta. Gli impercettibili
movimenti di macchina durante la lunga conversazione dei protagonisti accompagnano la voce
narrante e costituiscono il contrappunto ideale all’ironica leggerezza (l’autentica cifra stilistica di
questo regista) che pervade un film imperniato interamente sulle leggi del caso (o della
Provvidenza: fate voi). A fronte di un successo inatteso, l’anno successivo l’autore – pur
muovendosi nei parametri della struttura formale che aveva prestabilito d’imprimere al ciclo
stesso dei “contes moraux” - reagisce decidendo di modificarne leggermente il registro per
arricchire il “narrato” di ulteriori prospettive di senso. Le vicende di Jerome, la sua visita ad
un’amica d’infanzia, l’incontro con la scrittrice Aurora, l’attrazione per la giovane Laura che lo
respinge durante un gita sulle Alpi, il desiderio feticistico di toccare il ginocchio di Claire (sorella di
Laura nonché seconda figlia di Madame Walter, l’amica che lo ospita), la sospirata carezza
all’oggetto concupito, la partenza verso il matrimonio che l’attende seguono lo schema circolare
dei racconti morali rohmeriani del ritorno alla donna scelta per “la vita in comune” dopo un lungo
viaggio psicologico nell’universo femminile ma costituiscono - anche – intima meditazione sul
significato della seduzione fallita. Il conflitto (spesso irriducibile) tra il desiderio e la realtà, fra il
sogno e la vita - che rappresenta la mancata realizzazione di quel sogno – è, infatti, la novità
introdotta da Rohmer in questa raffinatissima commedia psicologica nata da un soggetto scritto
dallo stesso autore vent’anni prima sui “Cahiers du Cinemà”. A ben vedere…un elemento di
estrema drammaticità che, al contrario, il regista elabora con una leggiadria assolutamente unica
ed un’inimitabile finezza piegando qualsiasi tensione a graziosi dialoghi di eccelsa qualità
letteraria e alla maestria figurativa di struggenti scenari dalla colorata luminosità. Inoltre, il diario
della maliziosa scrittrice Aurora (provocatrice dì intrighi erotici in omaggio alla tradizione della
migliore letteratura libertina francese) sorta di voce narrante e/o guida al racconto, diventa il
simbolo della riflessione di Rohmer sul processo creativo e sul significato stesso del cinema. Il
luogo, per l’autore, dove nella finzione o nella verosimiglianza della messa in scena si dipanano i
conflitti dell’animo, la misura dei quali è data proprio dalla rappresentazione del corpo o, per
meglio dire, dei piccoli dettagli del corpo: un viso, una mano o un ginocchio. È , dunque, tra le
increspature, i dettagli, i frammenti d’un dialogo (in tutte le cose piccole… ma di preziosa
importanza) che - nell’artificio cinematografico come nella finzione della vita - per Rohmer va
cercato e trovato il senso stesso di un film e, dunque, dell’esistere.
ML 48
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frammenti di cinema rimosso: nona parte
TRISTANA
Un film di Luis Buñuel
Regia di Luis Buñuel
Epoca Films | Talia Films | Selenia | Les Films Corona
1970 (Spagna | Italia | Francia)
di Nicola Pice
Per il suo rientro in patria (dove mancava da dieci anni) e, soprattutto, dopo le feroci polemiche
seguite a “La via lattea”, Luis Buñuel cerca (e trova) ispirazione nelle pagine più tranquille di uno
degli autori spagnoli più amati: Pèrez Galdòs. Il realismo di tipo naturalistico del grande scrittore
e l’acuta descrizione della decadenza sociale iberica alla fin de siècle (ma nel film l’azione si
svolge negli anni ’30 a Toledo invece che a Madrid) nelle schermaglie del controverso rapporto fra
la giovane Tristana e l’anziano Don Lope viene stravolta da Buñuel in maniera ferocemente sottile
fino ad assumere i contorni di un vero e proprio trattato di acida misoginia e implacabile
condanna dei perbenismi e dei conformismi della borghesia più reazionaria e delle ipocrisie del
cattolicesimo più bigotto. L’opportunismo ondivago della ragazza che non respinge le avances del
suo tutore, che in un primo tempo abbandona per gettarsi nelle braccia del giovane pittore
Horacio e dal quale, poi, ritorna una volta scoperto d’avere un tumore alla gamba (che le sarà
amputata) e che, infine, sposa per denaro appare come la metafora del disprezzo buñueliano per
un mondo femminile freddo e calcolatore, profondamente falso, pronto a rinnegare affetti ed
aspirazioni ideali (Tristana rinuncerà ad una vita artistica con l’uomo che ama) pur di godere non
solo delle migliori cure mediche ma in particolare degli agi connessi ad uno status sociale altoborghese. La celebrazione del matrimonio con Don Lope, imposto dal parroco per regolarizzare la
sconveniente situazione di convivenza fra i due protagonisti, è il segno per l’autore della profonda
insensatezza della ritualistica cattolica, il momento in cui si congiungono e si saldano due pianeti
diversi ma ugualmente inautentici: la borghesia e la chiesa (i bersagli preferiti di Buñuel) per i
quali “apparire” secondo lo schema delle convenzioni (per l’una) o dei precetti (per l’altra) deve
prevalere sempre e comunque sui moti dell’animo. L’autore sembra apparentemente rinunciare ai
provocatori stilemi surrealisti (non mancano, però, le scene madri) in favore di una narrazione
descrittiva e, in taluni casi, persino melodrammatica (prontamente riscattata, però, dall’ironia)
per sfuggire alle maglie strette della censura franchista disseminando, però, l’opera di una
innumerevole serie di significati simbolici che mirabilmente rappresentano le angustie morali della
provincia. Gli oggetti, infatti, i gesti, lo spazio stesso sono immersi nei colori opachi della
fotografia “sporca” di Josè Aguayo che molto s’ispira alle opere del Velazques e di de Riberia e che
contribuisce alla creazione di un’atmosfera cupa accentuata, per di più, da numerosi pianisequenza che trasformano i luoghi in immaginari quanto opprimenti labirinti che rappresentano
bene la situazione di oggettiva “impotenza” dei personaggi e l’ambiguità morale in cui si
dibattono. Il finale del film in cui Tristana, fingendo di telefonare al medico, lascia morire Don
Lope vittima d’un attacco cardiaco è la (terribile) certificazione buñueliana della prevalenza delle
forze infere dell’animo umano e l’aria fredda dell’abbondante nevicata che invade la stanza
quando la ragazza apre la finestra gela soprattutto il cuore degli spettatori.
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Questo numero è dedicato a VIC CHESNUTT (1964 – 2009) - foto by Sandlin Gaither

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