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Russia, la storia non si tocca
Dibattito – La verità storica viene censurata se entra in collisione con le mitologie
della propaganda: lo dimostrano le proteste intorno a film sul passato e a ricerche
negli archivi che hanno scatenato polemiche sullo stalinismo
/ 23.01.2017
di Anna Zafesova
Doveva essere il «blockbuster storico dell’anno». Ma ancora prima di essere uscito, il sontuoso e
romantico biopic Matilda rischia di diventare lo scandalo dell’anno, dopo che la deputata della Duma
Natalia Poklonskaya – primo procuratore della Crimea annessa e icona del web «patriottico» per i
suoi capelli biondi e gli occhioni da eroina dei manga – ha chiesto alla magistratura di indagare la
pellicola ed eventualmente proibirla, in quanto «offende i sentimenti dei credenti». Contro la
trasposizione cinematografica della storia d’amore tra il futuro Nicola II e l’étoile del balletto
imperiale Matilda Kshesinskaya si sono schierate associazioni religiose e il potente vescovo Tikhon
Shevkunov, considerato il «confessore di Putin». Poklonskaya non ha visto il film di Alexey Uchitel,
che non è ancora completato, ma non ha nemmeno l’intenzione di farlo, «per non sporcarmi»: nella
sua denuncia ha scritto che il fatto stesso di attribuire allo zar fucilato dai bolscevichi e proclamato
santo martire una relazione adultera è già un’offesa.
È solo l’ultimo, forse il più assurdo caso in cui interpretazioni di eventi del passato diventano in
Russia materia di scontro moderno. Lo «scandalo» su Kshesinskaya sembra un episodio di «eccesso
di zelo»: il fatto che la ballerina di origine polacca fu amante dell’erede al trono (così come di altri
due gran principi Romanov, uno dei quali anni dopo la sposò) non è mai stato messo in dubbio, così
come il fatto che riuscì a ottenere il titolo di prima ballerina grazie a pressioni altolocate, e che
mezza Pietroburgo accorreva al teatro Mariinsky per vederla indossare in scena diamanti veri. Ma
per i nazionalisti e i radicali della chiesa ortodossa raffigurare il giovane zar a letto con una ballerina
è un sacrilegio.
Qualche settimana prima della polemica su Matilda, il ministro della Cultura russo Vladimir
Medinsky aveva già mostrato che la verità storica poteva essere censurata se entrava in collisione
con le mitologie della propaganda. L’occasione è stata fornita dal film I 28 panfilovzy, uno degli
episodi più famosi della battaglia di Mosca che avrebbe visto 28 soldati comandati da Gleb Panfilov
fermare i carri tedeschi alle porte di Mosca al costo delle loro vite. La storia veniva raccontata ai
sovietici fin dall’asilo, con libri, film, medaglie e canzoni. Purtroppo, era falsa, e lo sapeva perfino
Stalin: non erano 28, non morirono tutti, anzi, qualcuno poi passò con i tedeschi, non fermarono
nessuna avanzata, come racconta un’indagine del 1948, ripubblicata dal direttore dell’archivio di
Stato Serghey Mironenko. Un falso, forgiato dal giornale dell’Armata Rossa nei giorni dell’autunno
1941 quando Mosca sembrava sul punto di cadere in mano nemica. Ma quando il giovane regista
Andrey Shaliopa ha deciso di lanciare un crowdfunding per raccontare la vecchia storia con
strumenti cinematografici da blockbuster, il ministro ne ha sposato la causa. Il direttore dell’archivio
è stato costretto a dimettersi, e Medinsky ha imposto un nuovo standard storiografico: paragonando
i 28 eroi inesistenti ai 300 spartani, ha stabilito che «anche se fosse inventata dall’inizio alla fine, è
una leggenda sacra e intoccabile, e chi prova a toccarla è una feccia senza speranza».
La «feccia» è avvertita di non riprendere le polemiche sull’autenticità in occasione del prossimo
progetto sponsorizzato dal ministero della Cultura, Zoia, un’agiografia, la storia della giovanissima
Zoia Cosmodemianskaya, partigiana spedita dal partito comunista a combattere i tedeschi, catturata,
orrendamente torturata e impiccata. Anche su questa vicenda gli storici nutrono seri dubbi, ma Zoia
fu un’icona della propaganda sovietica, riesumata ora come santa del pantheon staliniano. Come del
resto è già successo al dittatore georgiano, la cui effigie dopo decenni è tornata in piazza Rossa alle
sfilate in onore della vittoria sui nazisti. Di Stalin dopo il 1953 in Russia si è cercato di non parlare, e
con la fine del comunismo le rivelazioni sulle milioni di vittime del Gulag sembravano averlo
collocato definitivamente tra gli innominabili della storia. Ma è tornato, tra libri, fiction, manifesti e
monumenti, e il nuovo manuale unico di storia voluto da Vladimir Putin ne parla come di un grande
stratega, menzionando sobriamente le purghe e mettendo in risalto il suo talento da «manager
efficiente», come è stato definito da Putin.
In assenza di fatto di un dibattito politico di attualità, dice il politologo Maxim Trudolyubov, «La
storia della Russia moderna, specialmente del XX secolo, ha preso il posto della politica. In Russia
non sei di sinistra o di destra, ma anti-Stalin o pro-Stalin». Le linee di frattura politiche che passano
dietro a questi dibattiti sono comunque evidenti: da un lato, i più zelanti esponenti del regime, che
fanno rivivere in versione nemmeno tanto aggiornata la triade di Alessandro III «Ortodossia,
monarchia, popolo», dall’altro i «liberali filoccidentali». Le divergenze sono chiare, e non c’è alcun
bisogno di vedere un film non ancora ultimato per sapere già se fa parte o meno del kit ideologico
giusto. Anche lo scontro con l’Occidente passa in buona parte dai libri di storia, e qualche anno fa il
governo ha perfino fondato una «Commissione contro le falsificazioni della storia», e il Ministero
degli Esteri ha scritto proteste formali contro governi dell’Europa dell’Est che osavano ricordare che
nel 1945 l’Urss non solo liberò Praga e Varsavia dai nazisti, ma le sottomise anche al suo dominio
per i 45 anni successivi. La «giustizia storica» è stata la giustificazione dell’annessione della Crimea,
e nel 2015 gli storici russi ricevettero l’ordine di produrre una monografia sulla «Novorossia» per
giustificare l’intervento a fianco dei separatisti ucraini. Della Novorossia non parla più nessuno, ma
la storia, riletta sotto la lente contemporanea, resta uno strumento della politica.
I russi dicono di vivere in un Paese dal passato imprevedibile, anzi, di due passati diversi e opposti,
come ha dimostrato Denis Karagodin. Il giovane filosofo siberiano è riuscito in un’impresa che
sembrava impossibile: dopo anni di ricerche negli archivi e braccio di ferro con la burocrazia, è stato
il primo russo a ricostruire nei dettagli la morte di suo bisnonno Stepan, un contadino arrestato e
fucilato nel 1937 con l’accusa di essere una spia giapponese. Una delle tante vittime dello
stalinismo, riabilitato per «assenza di reato» dopo il XX congresso di Krusciov. Ma a Denis non
bastava, e si è battuto per sapere tutto, fino alla sentenza, e i nomi degli esecutori. Nessuno era
riuscito prima a violare gli ancora impenetrabili archivi dell’ex Kgb fino a questo punto, e mentre gli
intellettuali discutevano se fosse giusto o meno chiamare i boia per nome, sul sito di Karagodin
piovevano centinaia di richieste di pronipoti delle vittime di Stalin che gli chiedevano di fare la
stessa cosa per loro. Ma la lettera più commuovente è stata quella di Yulia, nipote di uno dei
carnefici: «Posso solo chiederle scusa, e pregare per suo bisnonno, senza chiamare le cose per nome
non cambierà mai nulla».
Un momento storico, e l’editoriale del quotidiano liberale «Vedomosti» dedicato a Denis («L’eroe
solitario») spera che dalla prima ammissione di colpa per i crimini del passato possa iniziare una
riconciliazione nazionale finora impossibile. Anche perché non sono fratture di un passato remoto, e
Vladimir Yakovlev, fondatore del primo quotidiano indipendente russo, «Kommersant», dice: «Di
solito parliamo dei morti. Ma bisogna parlare dei sopravvissuti, diventati poi genitori e genitori dei
nostri genitori». Ci ha messo decenni a capire che suo nonno, ufficiale dell’Nkvd, era «un assassino»,
e che i mobili della sua famiglia «appartenevano a persone fucilate». E ha capito anche «le origini
della mia paura immotivata, della mia ossessione per il segreto, dell’assoluta incapacità di fidarmi di
nessuno, e del senso di colpa costante». Molti dei nipoti delle vittime del Gulag, come Karagonov,
sono scesi in piazza con l’opposizione, e i nonni di molti personaggi di spicco del governo
indossavano uniformi dell’Nkvd. La Russia continua ad avere due storie, che nell’anno del centenario
della rivoluzione d’Ottobre sono destinate a scontrarsi ancora.