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New Orleans a un anno dall’uragano -1/77 – Antologia di articoli
A un anno dall’uragano di New Orleans:
Una antologia di articoli
Nell’estate del 2005 il sommesso clamore dei notiziari che
annunciavano gli spostamenti dell’uragano Katrina in
avvicinamento alla Costa del Golfo, nei territori degli stati di
Louisiana e Mississippi, sembrava la solita trovata giornalistica
per riempire i titoli di qualcosa di diverso dai pettegolezzi da
spiaggia.
Fu una vera sorpresa per la maggior parte del mondo iniziare a
vedere le immagini dei poveracci ammassati come bestie nello
stadio, dei quartieri poveri devastati, dei primi morti. E poi, nei
giorni successivi, leggere le storie da “disastro annunciato”, le
polemiche sull’inefficienza nei soccorsi, e via via nelle
settimane e nei mesi dipanarsi e articolarsi tutto il dibattito sulla
ricostruzione, gli investimenti, gli aspetti sociali, i dubbi su un
potenziale “sciacallaggio” ai danni di chi ha meno voce.
La stampa, italiana e internazionale, ha dato grande rilevanza a
tutti questi aspetti, e a molti altri, a partire dalla figuraccia
dell’amministrazione federale, o ai collegamenti fra questo
tangibilissimo esempio di intreccio problematico, e altre
questioni spesso poco percepite, a partire dal riscaldamento
globale.
Sulle pagine di Eddyburg e eddyburg_Mall hanno trovato posto
molti di questi articoli: sia quelli con più diretto riferimento alle
questioni territoriali al centro della nostra attenzione, sia altri. È
sembrato opportuno, vista la notevole mole (e articolazione
nelle cartelle tematiche) del materiale, raccogliere il tutto in una
“visita guidata”, che consenta a chi ha già letto di ritrovare
qualche spunto, e a chi non ha letto di verificare se si è perso
qualcosa. Vista la vastità dei temi, approcci, sfumature, l’ordine
di presentazione scelto è semplicemente cronologico. Buona
lettura (o rilettura).
F.B.
New Orleans a un anno dall’uragano -1/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -2/77 – Antologia di articoli
George W. Bush, Priorità: salvare vite
Il discorso del Presidente, George W. Bush, dopo la riunione di Gabinetto
per i soccorsi alle zone colpite dall'Uragano Katrina, 31 agosto 2005. Il
giudizio ai posteri, alla storia, e magari anche alla cronaca dei prossimi
giorni (f.b.)
Titolo originale (CNN): First priority is to save lives – Traduzione per
Eddyburg di Fabrizio Bottini
WASHINGTON - il Presidente Bush ha parlato mercoledì alla Casa
Bianca dopo un incontro col suo Gabinetto sul dopo Uragano
Katrina. Quella che segue è una trascrizione del suo discorso:
Ho appena ricevuto un aggiornamento dal Segretario Chertoff e dagli altri
segretari di Gabinetto interessati, sugli ultimi sviluppi in Louisiana,
Mississippi e Alabama.
Mentre venivamo qui in aereo, oggi, ho chiesto al pilota di sorvolare la
regione della Costa del Golfo per vedere direttamente effetti e dimensioni
del disastro.
La gran parte della città di New Orleans, Louisiana, è sommersa. Decine
di migliaia di case e attività sono irrimediabilmente distrutte. Molta parte
della costa del Mississippi è stata completamente distrutta. La città di
Mobile è allagata.
Siamo di fronte a uno dei più gravi disastri naturali della storia nazionale.
Ed è per questo che ho convocato il Gabinetto.
La popolazione delle regioni colpite si aspetta che il governo federale
collabori con quelli statali e locali ad una risposta efficace.
Ho nominato il Segretario per la Sicurezza Interna Mike Chertoff alla
presidenza di una task force di gabinetto a coordinare tutto il nostro lavoro
di assistenza da Washington.
Il direttore della FEMA [ Federal Emergency Management Agency n.d.T.]
Mike Brown è responsabile di tutte le azioni a livello federale e delle
operazioni sul campo.
Ho chiesto loro di lavorare in stretto contatto con i funzionari statali e
locali, oltre che col settore privato, ad assicurare che ci sia un aiuto – non
un intralcio – alle operazioni di soccorso. La ricostruzione richiederà un
tempo lungo. Ci vorranno anni.
I nostri sforzi si sono concentrati su tre priorità.
La prima è salvare vite. Stiamo assistendo l’amministrazione locale di
New Orleans nell’evacuazione di tutti i cittadini rimasti nella zona colpita.
Voglio ringraziare lo Stato del Texas, in particolar modo la Harris County,
la città di Houston e i funzionari dello Houston Astrodome, per aver offerto
alloggio ai cittadini che si erano rifugiati nel Superdome in Louisiana.
Sono già in viaggio gli autobus che porteranno queste persone da New
Orleans a Houston.
New Orleans a un anno dall’uragano -2/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -3/77 – Antologia di articoli
La FEMA ha attivato più di cinquanta gruppi di assistenza medica in tutto
il paese, per aiutare chi opera nelle aree colpite. Sempre la FEMA ha
dispiegato più di 25 squadre urbane di ricerca e soccorso, con più di mille
persone, per salvare quante più vite possibile.
La Guardia Costiera degli Stati Uniti sta conducendo missioni di ricerca e
soccorso. Lavorano insieme a funzionari e organizzazioni locali. La
Guardia Costiera ha recuperato sinora circa 2.000 persone.
Il Dipartimento della Difesa sta impegnando ampie forze nella regione.
Esse comprendono la nave Bataan impegnata in missioni di ricerca e
soccorso, otto squadre di pronto intervento, lo Iwo Jima Amphibious
Readiness Group con attrezzature specifiche per calamità naturali, e la
nave ospedale Comfort ad offrire assistenza medica.
La Guardia Nazionale ha quasi 11.000 uomini allertati per assistere
governatori e amministrazioni locali negli sforzi per i soccorsi e la
sicurezza.
La FEMA e il Corpo del Genio lavorano 24 ore su 24 con i funzionari della
Louisiana per riparare i cedimenti negli argini, in modo tale da bloccare
l’allagamento di New Orleans.
La nostra seconda priorità è quella di assicurare adeguato cibo, acqua,
alloggi e medicine per i sopravvissuti, i colpiti, gli evacuati.
La FEMA sta trasferendo forniture e attrezzature verso le aree
maggiormente colpite.
Il Dipartimento dei Trasporti ha messo a disposizione più di 400 camion
per muovere 1.000 carichi contenenti 5,4 milioni di pasti pronti da
consumare, o MRE [ Meal Ready to Eat n.d.T.]; 13,4 milioni di litri
d’acqua; 10.400 tende; 1,54 milioni di chili di ghiaccio; 144 generatori; 20
containers di materiali predisposti per l’emergenza; 135.000 coperte e
11.000 cuccette. E siamo solo all’inizio.
Ora ci sono oltre 78.000 persone in rifugi temporanei.
[Il Dipartimento della Salute e dei Servizi alla Persona] e i [Centers for
Disease Control] collaborano con funzionari locali per individuare le
strutture ospedaliere in modo da poterle sostenere, aiutare medici e
infermieri ad offrire le cure necessarie.
Si stanno distribuendo materiali sanitari, e si sta attuando un piano di
salute pubblica per controllare malattie e altri problemi sanitari che
dovessero emergere.
La nostra terza priorità è quella di intervenire per una ripresa coordinata.
Ci stiamo concentrando sul ripristino delle linee di corrente elettrica e delle
comunicazioni, messe fuori gioco dalla tempesta.
Ripareremo le strade principali, i ponti, e le altre essenziali strutture di
trasporto il più rapidamente possibile.
È molto, il lavoro che dovremo fare. Sorvolando la zona, ho visto molte
grandi infrastrutture distrutte. Il loro ripristino, naturalmente, sarà una delle
priorità chiave.
New Orleans a un anno dall’uragano -3/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -4/77 – Antologia di articoli
Il Dipartimento dell’Energia sta approvando prelievi dalla Riserva
Strategica di Petrolio, per limitare i tagli alle forniture di greggio alle
raffinerie. Molta della produzione di greggio è stata interrotta a causa della
tempesta. Ho chiesto al Segretario [Samuel] Bodman di lavorare con le
raffinerie, con chi ha necessità di greggio, per alleviare qualunque penuria
attraverso i prelievi.
L’Agenzia di Protezione dell’Ambiente ha emanato una deroga nazionale
per rendere disponibili più benzina e gasolio in tutto il paese.
Ciò aiuterà a contenere in qualche modo i prezzi dei carburanti, ma i
cittadini devono comprendere che l’uragano ha scosso la capacità di
produrre e distribuire la benzina.
Stiamo anche sviluppando un piano generale per assistere rapidamente i
cittadini sfollati.
Comprenderà alloggi, istruzione, assistenza sanitaria e altre necessità di
base.
Ho istruito i componenti del mio Gabinetto perché collaborino con le
popolazioni locali, i funzionari, a costruire una strategia coordinata di
ricostruzione delle città colpite. E ci sarà molto da ricostruire. Non vi posso
descrivere, quanto devastati fossero quei luoghi.
Voglio ringraziare le città e gli stati confinanti che hanno accolto i vicini nel
momento del bisogno. Molte persone hanno lasciato le aree colpite
trovando rifugio presso amici o parenti. Vi sono riconoscente per questo.
Voglio anche ringraziare la Croce Rossa Americana, e l’Esercito della
Salvezza, e la Catholic Charities e tutti i membri delle altre associazioni di
solidarietà.
Credo che le persone colpite resteranno commosse quando sapranno
quanti americani vogliono aiutarli.
A questo stadio dello sforzo nei soccorsi, è importante per chi vuole dare
contributi in denaro: versate i contributi a un ente di vostra scelta, ma
accertatevi di indicare che sono per i soccorsi alle vittime dell’uragano.
Potete chiamare lo 1-800-HELP-NOW o andare alla pagina web della
Croce Rossa redcross.org. La Croce Rossa ha bisogno del vostro aiuto, e
invito tutti i cittadini a contribuire.
La popolazione della Costa del Golfo avrà bisogno dell’aiuto di tutto il
paese per molto tempo. Sarà un percorso difficile. Le sfide che abbiamo di
fronte sono senza precedenti. Ma non ci sono dubbi nella mia mente sul
fatto che ci riusciremo.
Ora, le giornate sembrano oscure per coloro che sono stati colpiti. Lo
capisco. Ma confido che, col tempo, metterete di nuovo ordine nella vostra
vita. Nuove città prospereranno. La grande New Orleans risorgerà. E
l’America sarà più forte, per questo.
La Nazione è con voi. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per aiutarvi.
Dio vi benedica. Grazie.
New Orleans a un anno dall’uragano -4/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -5/77 – Antologia di articoli
Aspettando un Leader
Editoriale dal New York Times, 1 settembre 2005, a commento del primo
discorso di George W. Bush dopo che l'uragano Katrina ha colpito New
Orleans (f.b.)
Titolo originale: Waiting for a Leader – Traduzione per Eddyburg di
Fabrizio Bottini
George W. Bush ha pronunciato uno dei peggiori discorsi della sua vita
ieri, e a maggior ragione visto il grado di tensione nazionale e il bisogno di
parole rassicuranti e sagge. In quello che sembra essere un rituale per
questa amministrazione, il presidente è comparso un giorno più tardi di
quanto sarebbe stato necessario. Poi ha letto un testo di tipo più adeguato
alla celebrazione dell’Arbor Day: una lunga lista della lavandaia, fatta di
chili di ghiaccio, gruppi elettrogeni e coperte, consegnati alla Costa del
Golfo disastrata. Ha ricordato ai cittadini che chiunque desidera essere
d’aiuto può mandare soldi, ha sorriso, e poi ha promesso che tutto si
risolverà, alla fine.
Naturalmente noi ce la faremo, e la città di New Orleans deve rinascere.
Ma guardando ieri alla televisione le immagini di un luogo abbandonato
alla violenza dell’alluvione, degli incendi e dei saccheggi, era difficile non
chiedersi come potrà finire tutto questo. Proprio adesso, ci sono centinaia
di migliaia di sfollati americani che ci chiedono comprensione e aiuto. Ci
sono migliaia di persone che devono essere soccorse, in situazioni di
pericolo imminente. Si devono mettere sotto controllo i pericoli per la
salute pubblica, a New Orleans e in tutto il Mississippi meridionale.
Bisogna dare agli automobilisti certezza sulla disponibilità di carburante, e
controllare la speculazione in un momento in cui la televisione mostra
lunghe file ai distributori, e si parla di prezzi che in alcuni casi hanno
raggiunto un dollaro al litro.
Saranno necessari sacrifici, perché tutto ciò accada in modo ordinato ed
efficiente. Ma questa amministrazione non ha mai chiesto sacrifici. E
niente nella condotta del presidente ieri – tranquilla sino alla noncuranza –
fa pensare che abbia compreso la profondità della crisi in corso.
Se la nostra attenzione deve ora concentrarsi sugli immediati bisogni della
Costa del Golfo, a livello nazionale dovremo presto anche chiederci
perché gli argini di New Orleans si sono dimostrati inadeguati. La stampa,
dai giornali locali al National Geographic si è scagliata contro il cattivo
stato della tutela dalle inondazioni in questa amata città, che si trova sotto
il livello del mare. Perché abbiamo consentito ai costruttori di distruggere
le zone umide e le isole barriera litoranee, che avrebbero potuto tenere a
distanza la forza dell’uragano? Perché il Congresso, prima di andare in
vacanza, ha tagliato il bilancio per rimediare ad alcuni buchi nel sistema di
protezione dalle alluvioni?
New Orleans a un anno dall’uragano -5/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -6/77 – Antologia di articoli
Sarebbe consolante pensare che, come ha allegramente annunciato Mr.
Bush, l’America “diventerà più forte” dopo aver superato questa crisi.
Questo tipo di soddisfazione non basta, specialmente se gli esperti sono
nel giusto quando ci avvertono che il riscaldamento globale potrà
aumentare la forza degli uragani in futuro. Ma, visto che l’attuale
amministrazione non riconosce l’esistenza del riscaldamento globale, le
probabilità di iniziativa appaiono minime.
Mark Fischetti, Annegare New Orleans
“Anche se devo prepararmi, non voglio nemmeno pensare alla perdita di
vite umane che potrebbe causare un grosso uragano”. Così uno degli
intervistati, in questo anticipatore articolo dallo Scientific American, ottobre
2001. (f.b.)
Titolo originale: Drowning New Orleans – Traduzione per Eddyburg di
Fabrizio Bottini
Un enorme uragano potrebbe seppellire New Orleans sotto sette metri
d’acqua, uccidendo migliaia di persone. L’attività umana lungo il corso del
Mississippi ha drammaticamente aumentato il rischio, e ora solo massicce
opere di ingegneria nella Louisiana sud-orientale possono salvare la città.
Le casse sono ammucchiate sin quasi al soffitto lungo le pareti della
stanza senza finestre. Dentro, ci sono body bags, 10.000 in tutto. Se un
grosso uragano che si muove lentamente attraversasse il Golfo del
Messico lungo la traiettoria giusta, genererebbe un sollevamento del mare
tale da annegare New Orleans sotto sette metri d’acqua. “Quando l’acqua
defluirà” dice Walter Maestri, direttore responsabile per le emergenze
locali, “prevediamo di trovare molti cadaveri”.
Quello di New Orleans è un disastro che aspetta solo di accadere. La città
si trova sotto il livello del mare, in una conca delimitata da argini che
delimitano a nord il lago Pontchartrain e a sud e ovest il fiume Mississippi.
A per via di una maledetta coincidenza di fattori, la città affonda sempre
più, e il rischio di alluvioni aumenta sempre più anche per tempeste di
entità minore. Le basse del Delta del Mississippi, che riparano la città del
golfo, stanno rapidamente scomparendo. Fra un anno saranno spariti altri
65-80 chilometri quadrati di paludi costiere: la superficie di Manhattan.
Ogni ora ne scompare un ettaro. E per ciascun ettaro che scompare si
apre un sentiero più ampio perchè la tempesta si rovesci sul delta e
dentro la conca, intrappolando un milione di abitanti, più un altro milione
nei centri circostanti. Un’evacuazione di massa sarebbe impossibile,
perché l’alluvione avrebbe tagliato le vie di fuga. Gli studiosi della
Louisiana State University (L.S.U.), che hanno costruito modelli di
centinaia di possibili percorsi dell’uragano su computer potentissimi,
prevedono che potrebbero perdere la vita più di 100.000 persone. Quelle
body bags non durerebbero molto.
Se non bastasse il rischio per le vite umane, il potenziale allagamento di
New Orleans a un anno dall’uragano -6/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -7/77 – Antologia di articoli
New Orleans avrebbe gravi conseguenze sia economiche che ambientali.
La costa della Louisiana produce un terzo del cibo nazionale di
provenienza marina, un quinto del petrolio, e un quarto del gas naturale.
Ospita il 40% delle zone umide costiere del paese, dove soggiorna
d’inverno il 70% degli uccelli migratori acquatici. Le strutture portuali sul
Mississippi da New Orleans a Baton Rouge costituiscono il più grosso
complesso nazionale. E il delta alimenta un carattere unico della
psicologia americana; è la sorgente primaria del jazz e del blues, fonte del
Cajun e Creolo, e terra del Mardi Gras. Ma sino a questo momento,
Washington ha respinto tutte le richieste di aiuti consistenti.
Sistemare il delta servirebbe come valido test, per il paese e per il mondo.
Le zone umide costiere stanno scomparendo lungo il margine occidentale,
gli altri stati del Golfo, la Baia di San Francisco, l’estuario del Columbia,
per ragioni molto simili a quelle della Louisiana. Alcune zone di Houston
stanno affondando più rapidamente di New Orleans. I grandi delta del
pianeta – da quello dell’Orinoco in Venezuela, al Nilo in Egitto, al Mekong
in Vietnam – sono oggi nelle medesime condizioni in cui si trovava il Delta
del Mississippi 100-200 anni fa. La lezione di New Orleans potrebbe
contribuire a fissare linee guida per un insediamento più sicuro in queste
zone, e si potrebbero esportare tecniche di ripristino in tutto il mondo. In
Europa, i delta del Reno, del Rodano e del Po stanno perdendo superfici.
E se i livelli del mare saliranno a causa del riscaldamento globale nel
prossimo secolo, numerose città costiere di bassa quota come New York
dovranno prendere misure di protezione simili a quelle che si propongono
per la Louisiana.
Vedere per Credere
Shea Penland è tra le persone più adatte a spiegare il blues del delta. Ora
geologo alla University of New Orleans, ha passato 16 anni alla L.S.U.; è
consulente del Corpo del Genio, che realizza gli argini; partecipa ai gruppi
di lavoro statali e federali che attuano i progetti di sistemazione della
costa; lavora anche per l’industria del petrolio e del gas. La sua
competenza migliore però è quella di conoscere chiunque nelle piccole
cittadine del bayou, zolle di terra e strisce di palude su e giù per la costa
sbriciolata: gente che vive il degrado ogni giorno.
Penland, vestito in jeans e maglietta polo in una mattina di metà maggio,
mi accoglie volentieri sul suo vecchio pickup Ford F150 rosso, per andare
a esplorare cosa si sta divorando gli ottanta chilometri di paesaggio
fradicio a sud di New Orleans. Il Mississippi ha costruito la pianura del
delta che forma la Louisiana sud-orientale in secoli di sedimenti, depositati
anno dopo anno nelle piene primaverili. Anche se poi sabbia e detriti si
schiacciano sotto il proprio peso e affondano un po’, la prossima piena
ricostruirà tutto. Ma a partire dal 1879, il Corpo del Genio, su mandato del
Congresso, ha progressivamente allineato lungo il corso del fiume argini
per prevenire i danni delle piene a città e industrie. Ora il fiume è
imbrigliato dalla Louisiana settentrionale al Golfo, ed è impedito il deposito
New Orleans a un anno dall’uragano -7/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -8/77 – Antologia di articoli
dei sedimenti. Di conseguenza, la piana sprofonda sotto l’oceano
invasore. Con le zone umide, sparisce la protezione di New Orleans dal
mare. Un’onda da uragano potrebbe raggiungere altezze superiori ai sette
metri, ma ogni sei chilometri di acquitrino possono assorbire acqua a
sufficienza ad abbatterla di 35 cm.
La pianura acquitrinosa attorno a New Orleans è ancora una spugna viva,
una miscela in costante cambiamento di basse acque dolci, verdi erbe di
palude e cipressi ricoperti da muschio spagnolo. Ma quando insieme a
Penland raggiungiamo la metà strada verso la costa del golfo, la spugna
ci appare seriamente strappata e allagata. Strade isolate su fondo di
pietra passano davanti a case mobili ed ex bordelli, lungo zone un tempo
bayou, e ora allagate; file di alberi spogli e morti; erbe marce e scure,
specchi di acqua morta.
Giù a Port Fourchon, dove l’acquitrino risicato infine cede il posto al mare
aperto, subsidenza ed erosione appaiono aggressive. L’unica strada da’
accesso solo a un gruppo di desolati edifici di lamiera ondulata, dove
convergono le condutture di petrolio e gas naturale da centinaia di pozzi al
largo. Innumerevoli piattaforme intrecciano una cupa foresta d’acciaio che
cresce dal mare. Per trasportare i materiali le compagnie petrolifere hanno
dragato centinaia di chilometri di canali, navigabili e per il passaggio delle
condutture, attraverso gli acquitrini della costa e dell’interno. Per ogni
taglio si sposta terra, e il traffico di imbarcazioni e le maree erodono
stabilmente le rive. La media delle spiagge USA si erode di circa settanta
centimetri l’anno, dice Penland, ma qui a Port Fourchon si perdono 12-15
metri l’anno: il ritmo più veloce del paese. La rete dei canali da’ anche
all’acqua salata un facile accesso agli acquitrini dell’interno,
aumentandone la salinità e uccidendo erbe e vegetazione di sottobosco
dalle radici. Non resta nessuna pianta a impedire che vento e acqua si
portino via il sistema delle zone umide. In uno studio finanziato dalle
imprese petrolifere, Penland ha documentato come è questo settore
industriale ad aver causato un terzo della perdita di superfici del delta.
La Scienza dell’Alligatore
I fratelli Duet conoscono di prima mano i vari fattori che accelerano
l’erosione dei terreni diversa subsidenza naturale. Toby e Danny, due dei
collaboratori locali di Penland lungo la strada, vivono su un sistema
galleggiante da 15 metri ancorato al centro di un sistema di acquitrini
discontinuo da 35 chilometri quadrati, a circa 30 chilometri a nord-ovest di
Port Fourchon. La famiglia ha preso in affitto i terreni dalle compagnie
petrolifere, per caccia e pesca, 16 anni fa, quando c’era solo un po’
d’acqua. Ora ce n’è da un metro e mezzo a due e mezzo. Loro filtrano
l’acqua piovana per bere, depurano i propri scarichi, catturano il cibo che
mangiano, e si guadagnano da vivere ospitando gruppi di pescatori
sportivi per battute di una settimana. Ci sono una dozzina di pozzi nello
specchio dove Toby ci prende su con la barca. Mentre risaliamo il canale,
dice, “Una volta riuscivo a sputare sul fango di tutte e due le rive. Adesso
New Orleans a un anno dall’uragano -8/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -9/77 – Antologia di articoli
da qui passano le grosse cisterne di petrolio”.
Dentro la grande cabina aperta dell’imbarcazione, Danny aggiunge altre
misurazioni: “Due anni fa abbiamo affondato nel fango un grosso palo di
legno a cui legare la trappola per alligatori, sul fianco di un canale. Sono
passato di là l’altro giorno, e la riva del canale si era scostata di quasi sei
metri dal palo. Non che conti molto, ad ogni modo. Gli alligatori se ne
sono andati. Acqua troppo salata”.
Con la palude che scompare, l’unica difesa rimasta del delta sono alcune
isole di barriera in disfacimento, che un secolo fa facevano parte della
linea di costa. Il mattino successivo io e Penland viaggiamo per un’ora,
fino al Louisiana Universities Marine Consortium, avamposto scientifico a
Cocodrie, accampamento di studiosi e pescatori sul margine della costa.
Da qui, usciamo in mare su una delle imbarcazioni grigie del consorzio.
La barca taglia quello che sembra un mare un po’ mosso per 50 minuti,
per raggiungere Isles Dernieres (“ le ultime isole” in francese). Ma le onde
non sono mai superiori a due metri. L’ampia distesa di acque basse un
tempo era ricca di erbe ondeggianti, interrotte a volte da canaletti
serpeggianti pieni di gamberetti, molluschi, trote. Penland tocca terra nel
fango della baia. Attraversiamo solo un’ottantina di metri di striscia di
sabbia spoglia prima di raggiungere l’oceano. Su ogni lato vediamo a
distanza emergere altre piccole strisce simili. Sono quello che resta, di
quella che un tempo era una grossa e solida isola lussureggiante di
mangrovie nere. “Rompeva le onde oceaniche, riduceva gli effetti delle
tempeste e manteneva lontana l’acqua salata, così l’acquitrino qui dietro
riusciva a prosperare” rimpiange Penland. Ora l’oceano incombe.
Le isole barriera litoranee della Louisiana si stanno erodendo più
velocemente che nel resto del paese. Milioni di tonnellate di sedimenti un
tempo uscivano dalla bocca del Mississippi ogni anno, trascinate dalle
correnti verso le isole, a ricostituire ciò che le maree avevano eroso. Ma,
in parte a causa degli argini che impediscono al fiume negli ultimi
chilometri di muoversi naturalmente, la bocca si è allargata a telescopio
sul margine continentale. I sedimenti, semplicemente, cadono dal gradino
subacqueo verso l’oceano profondo.
Di ritorno a New Orleans il giorno successivo, appare evidente come altre
attività umane abbiano peggiorato la situazione. Cliff Mugnier, geodesista
alla L.S.U. che collabora a tempo parziale col Genio, ci spiega il perché
dal terzo piano del quartier generale del Corpo, un edificio rettangolare di
cemento piazzato sull’argine del Mississippi costruito e ricostruito dal
Genio per 122 anni.
Mugnier racconta che il terreno sotto il delta è fatto di strati di fango: una
torba bagnata profonda centinaia di metri, costruita da secoli di piene.
Quando il Genio arginò il fiume, città e industria bonificarono ampie
superfici di acquitrino, che per decenni erano state considerate terre di
nessuno. Fermare le piene ed eliminare l’acqua di superficie, ha
consentito alle torbe meno profonde di seccarsi, restringersi e fare
New Orleans a un anno dall’uragano -9/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -10/77 – Antologia di articoli
subsidenza, accelerando la discesa della città sotto il livello del mare (un
processo già in corso, dato che le torbe si restringono naturalmente).
Ma non è tutto. Dato che la conca si fa più profonda, si allagherà durante
le piogge. Allora il Genio, in collaborazione con il settore Acque e Fogne
della città, ha iniziato a scavare una ragnatela di canali per raccogliere
l’acqua piovana. L’unico modo di smaltirla era il lago Pontchartrain. Ma
dato che il livello medio del lago è superiore di qualche decina di
centimetri, si sono dovute costruire stazioni di pompaggio alle bocche dei
canali per sollevare l’acqua fino al lago.
Le pompe servono ad un’altra funzione critica. Dato che i canali sono,
essenzialmente, fossi, raccolgono anche acque dai terreni umidi. Ma se
sono a pieno carico, non possono raccogliere acqua durante un
temporale. Così la città fa funzionare le pompe regolarmente per
risucchiare le infiltrazioni dai canali, il che toglie altri liquidi al terreno,
aumentando prosciugamento e subsidenza. “Stiamo aggravando il
problema” dice Mugnier. E il genio sta costruendo altri canali, e ampliando
le stazioni di pompaggio, perché più sprofonda la città, più si allaga. Nel
frattempo, strade corsie e vicoli si affossano, e le case esplodono per
rottura delle condotte di gas naturale. Mugnier è anche preoccupato per le
parrocchie (enti locali che qui sostituiscono le contee) attorno alla città,
che stanno scavando altri canali man mano diventano più popolate. A St.
Charles, a ovest, dice “la superficie potrebbe essersi abbassata anche 4
metri”.
Paura
Gli uomini non possono fermare la subsidenza del Delta, e non possono
abbattere gli argini per consentire al fiume di scorrere naturalmente ed
esondare, dato che la regione è urbanizzata. L’unica soluzione realistica,
su cui concordano la maggior parte di ingegneri e studiosi, è quella di
ripristinare i grandi acquitrini così che riescano ad assorbire le maree, e
ricollegare le isole barriera litoranee a spezzare le onde e proteggere le
recuperate paludi dal mare.
Sin dalla fine degli anni ’80 i senatori della Louisiana hanno presentato
varie richieste al Congresso per finanziare grandi lavori di ripristino. Ma
non sono stati sostenuti da un’azione unitaria. La L.S.U. aveva i suoi
modelli idrografici, e il Genio ne aveva altri. Nonostante la concordia sulle
soluzioni di massima, la concorrenza abbondava riguardo al tipo di
progetti specifici più efficaci. Il Genio talvolta bollava gli appelli accademici
contro il disastro a tentativi indiretti di ottenere più finanziamenti per la
ricerca. L’accademia più volte ha risposto che l’unica soluzione del Genio
per ogni problema sono le ruspe, i movimenti terra, rovesciare cemento
senza alcuna razionalità scientifica. Intanto pescatori di ostriche e
gamberetti lamentavano che sia i progetti degli accademici che dei genieri
avrebbero distrutto le loro zone da pesca.
Len Bahr, a capo del Coastal Activities Office del governatore, a Baton
New Orleans a un anno dall’uragano -10/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -11/77 – Antologia di articoli
Rouge, ha tentato di mettere tutti insieme. Vero appassionato della
Louisiana meridionale, Bahr è sopravvissuto a tre governatori, ciascuno
con orientamenti diversi. “Questo è un campo dove deve lavorare la
scienza” dice. “Ci sono cinque uffici federali e sei agenzie statali con
competenze su quanto accade nelle zone umide”. Per tutti gli anni ’90,
racconta Bahr con frustrazione, “abbiamo avuto solo 40 milioni di dollari
l’anno” dal Congresso, una goccia rispetto al secchio di cui abbiamo
bisogno. Anche con le piccole opere e progetti resi possibili da questi
finanziamenti, gli scienziati della Louisiana prevedono che entro il 2050 le
coste dello stato perderanno altri 2.500 chilometri quadrati di paludi e
acquitrini: la superficie dello stato del Rhode Island.
Poi è arrivato l’uragano Georges nel settembre 1998. I forti venti hanno
accumulato una massa d’acqua alta più di cinque metri, più le onde, che
ha minacciato di rovesciarsi nel lago Pontchartrain e allagare New
Orleans. Era proprio il mostro da cui mettevano in guardia i primi modelli
della L.S.U., e puntava dritto sulla città. Per fortuna, un attimo prima che
Georges mettesse piede a terra, ha rallentato e deviato di due gradi verso
est. L’onda è stata abbattuta da improvvisi caotici venti.
Un Grande Piano
Scienziati, ingegneri e politici hanno smesso di azzuffarsi, hanno capito
che tutto il delta si avvicinava al disastro, e Bahr sostiene che è stata la
fifa a metterli d’accordo. Verso la fine del 1998 l’ufficio del governatore, il
Dipartimento statale delle Risorse Naturali, l’Agenzia di Protezione
Ambientale, il Corpo del Genio, il Fish and Wildlife Service, e le 20
amministrazioni di parrocchia della costa, hanno pubblicato il programma
di ripristino delle sponde della Louisiana: Coast 2050.
Ma nessuno dei gruppi coinvolti si riconosce interamente nel piano, e se si
realizzassero tutti i progetti contenuti il cartellino del prezzo sarebbe di 14
miliardi. “Allora” chiedo, nella sala conferenze al nono piano degli uffici del
governatore di Baton Rouge, “datemi la lista breve” dei progetti di Coast
2050 che farebbero la differenza. Ho di fronte Joe Suhayda, direttore alla
L.S.U. del Louisiana Water Resources Research Institute, che ha
ricostruito i modelli di numerosi eventi atmosferici, e conosce i
rappresentanti principali del mondo della scienza, del Genio, dei
responsabili per le mergenze cittadine; Vibhas Aravamuthan, che
programma i computers della L.S.U. per i modelli; Len Bahr; e il suo vice,
Paul Kemp. Tutti hanno partecipato alla redazione di Coast 2050.
La primissima cosa in ordine di tempo e di importanza, concordano, è
costruire derivazioni del fiume in alcuni punti chiave del Mississippi, per
ripristinare le zone umide in via di sparizione. In ciascun punto, il Genio
taglia un canale attraverso l’argine sul lato sud, con paratie di controllo
che consentano all’acqua dolce e ai sedimenti sospesi di filtrare attraverso
zone umide individuate sino al mare. L’acqua potrebbe distruggere le
zone delle ostriche, ma se le localizzazioni vengono selezionate con cura,
è possibile fare accordi coi proprietari.
New Orleans a un anno dall’uragano -11/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -12/77 – Antologia di articoli
Ogni ora la Louisiana perde un ettaro di superficie
Il secondo passo: ricostruire le isole barriera meridionali, usando più di
500 milioni dimetri cubi di sabbia dalla vicina Ship Shoal. Poi, il Genio
dovrebbe tagliare un canale attraverso lo stretto collo del delta, circa a
metà. Le navi potrebbero entrare nel fiume da qui, accorciando il viaggio
verso i porti dell’interno e risparmiando denaro. Si potrebbe così smettere
di dragare la parte meridionale del fiume. La bocca si riempirebbe di
sedimenti, iniziando a traboccare verso ovest, mandando sabbia e detriti
dentro le correnti parallele alla costa, ad alimentare le isole barriera.
Il progetto del canale potrebbe integrarsi in un più ampio piano statale per
realizzare un nuovo Millennium Port. Offrirebbe più pescaggio di quello di
New Orleans alle grandi navi porta- container. Poi c’è il suo canale
principale, il Mississippi River Gulf Outlet (MRGO, pronuncia Mr. Go), che
il genio ha dragato nei primi anni ‘60. Questa struttura si è deteriorata
terribilmente – dai 150 metri di larghezza originaria agli oltre 600 oggi nei
punti più larghi – e lascia entrare una corrente continua di acqua salata
che ha ucciso la gran parte delle zone umide che un tempo proteggevano
la parte orientale di New Orleans dalle tempeste oceaniche. Se si
costruissero il canale o il Millennium Port, il genio potrebbe chiudere Mr.
Go.
Una crepa nell’armatura del delta, sono i varchi sul margine orientale del
lago Pontchartrain dove si collega al golfo. La soluzione ovvia sarebbe
quella di costruire delle dighe, come fa l’Olanda per regolare il flusso del
Mare del Nord verso l’interno. Ma sarebbe troppo difficile da realizzare.
“L’abbiamo proposto nel passato, ed è stato respinto” racconta Bahr. Il
costi di realizzazione sarebbero estremamente elevati.
L’elenco dei progetti più promettenti di Coast 2050 è solo l’immagine di un
piccolo gruppo, naturalmente, ma anche altri importanti esperti concordato
sui punti fondamentali. Ivor van Heerden, geologo vice direttore del
Centro Uragani alla L.S.U., riconosce che “per riuscire, dobbiamo imitare
la natura. Costruire deviazioni e ripristinare le isole barriera è quanto di
più vicino si può fare”. Shea Penland in generale è d’accordo, anche se
ricorda che il Mississippi potrebbe non portare sedimenti a sufficienza per
alimentare tutte le diversioni. Gli sudi del Servizio Geologico condotti da
Robert Meade mostrano che la quantità di materiale in sospensione è
meno della metà di quanto non fosse prima del 1953, in gran parte
deviato dalle dighe lungo il corso del fiume attraverso mezza America.
Se non si agisce, un milione di persone potrebbe essere in trappola
Per quanto riguarda il Genio, si potrebbe attuare tutto il piano Coast 2050.
Il primo progetto realizzato è la diversione di Davis Pond, che dovrebbe
diventare operativa alla fine di quest’anno. Il direttore del progetto Al
Naomi, trentenne ingegnere del Genio Civile, e Bruce Baird, esperto di
biologia e oceanografia, mi accompagnano al cantiere sull’argine
meridionale del Mississippi, trenta chilometri a ovest di New Orleans. La
New Orleans a un anno dall’uragano -12/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -13/77 – Antologia di articoli
struttura ricorda una diga di modeste proporzioni, allineata all’argine.
Paratie d’acciaio nella sezione centrale, ciascuna larga abbastanza da
farci passare un autobus, si aprono e chiudono per regolare il flusso
d’acqua. L’acqua sbocca verso un ampia distesa di ex palude che si
estende a sud per un chilometro e mezzo, formando un basso fondale di
fiume che si espande lentamente in un acquitrino senza margini.
L’impianto devia circa 5.000 metri cubi d’acqua al secondo dal Mississippi,
la cui portata totale dopo New Orleans va da meno di 90.000 mc/sec nei
periodi di magra a oltre 500.000 durante le piene. Il prelievo dovrebbe
consentire di conservare 13.500 ettari di zone umide, aree di allevamento
ostriche e da pesca.
Il Genio è piuttosto spavaldo riguardo a Davis Pond, per via del successo
a Caernarvon, un piccolo impianto sperimentale di deviazione inaugurato
nel 1991 vicino a Mr. Go. Al 1995 Caernarvon aveva ripristinato 164 ettari
di acquitrino, aumentano i sedimenti e riducendo la salinità attraverso
l’acqua dolce.
Chi dovrebbe pagare?
Il genio sta ingaggiando scienziati per progetti come quello di Davis Pond,
un segnale che le varie parti in causa stanno cominciando a lavorare
meglio insieme. A Bahr piacerebbe integrare scienza e ingegneria un po’
di più, richiedendo un esame scientifico indipendente dei progetti
ingegneristici, prima dell’approvazione statale: necessaria perché il
Congresso richiede che lo stato sostenga parte dei costi dei lavori.
Se il congresso e il presidente Bush si trovassero di fronte ad una
richiesta d’azione unificata, sembrerebbe ragionevole un via libera. Il
restauro della costa della Louisiana proteggerebbe le industrie alimentari
legate al mare, e le scorte di petrolio e gas naturale. Salverebbe anche le
più importanti aree umide d’America, con una audace operazione
ambientale. E se non si intraprendesse alcuna azione, il milione di abitanti
fuori da New Orleans dovrebbe essere trasferito. L’altro milione dentro la
città vivrebbe in fondo a un cratere che affonda, circondato da pareti
sempre più alte, intrappolato in una città nello stadio terminale della
malattia, dipendente da un continuo pompaggio per rimanere in vita.
Finanziare la ricerca e le opere di cui c’è bisogno, farebbe anche scoprire
metodi migliori per tutelare le zone umide del paese in via di estinzione, e
insieme i delta in crisi del pianeta. Migliorerebbe la comprensione della
natura e dei suoi fenomeni di lungo respiro da parte dell’umanità: e i rischi
di interferire, anche quando lo si fa con buone intenzioni. Potrebbe aiutare
i governi ad apprendere come ridurre al minimo i danni dall’aumento dei
livelli del mare, dagli eventi atmosferici violenti, in un’epoca per cui lo U.S.
National Oceanic and Atmospheric Administration prevede tempeste di
forte intensità a causa del mutamento climatico.
A Walter Maestri non piace questa prospettiva. Quando Allison, la prima
tempesta tropicale della stagione degli uragani 2001, ha scaricato tredici
centimetri di pioggia al giorno su New Orleans per una settimana in
New Orleans a un anno dall’uragano -13/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -14/77 – Antologia di articoli
giugno, sono andati quasi al massimo delle possibilità i sistemi di
pompaggio. Maestri ha passato le notti nel suo bunker di comando a
prova di alluvione costruito sottoterra per proteggerlo dalle raffiche di
vento; da lì comunicava con la polizia, le squadre di emergenza, i
pompieri e la Guardia Nazionale. Era solo pioggia, eppure metteva in
allarme le squadre di intervento. “Qualunque grossa quantità d’acqua, qui
è una minaccia pericolosa” dice. “Anche se devo prepararmi, non voglio
nemmeno pensare alla perdita di vite umane che potrebbe causare un
grosso uragano”.
Maria Teresa Cometto, Il geofisico Jacobs: «Non ricostruite la città,
fra 100 anni non ci sarà più»
Previsioni nefaste; se gli uomini non cambiano qualcosa di sostanziale.
Da il Corriere della sera del 1 settembre 2005
L'allarme lanciato dall'esperto di disastri naturali: più alti sono gli argini
artificiali, più terribile sarà la prossima inondazione. Il livello dell'oceano
continuerà a salire NEW YORK — New Orleans è destinata a morire. Fra
100 anni probabilmente non esisterà più e ricostruirla significa buttare
miliardi di dollari in un buco nero. L'allarme viene da Klaus Jacob,
scienziato geofisico dell'Earth Institute della Columbia University di New
York, esperto di disastri naturali e del loro impatto sulle aree urbane.
Era prevedibile quello che è successo?
«E' stato un disastro annunciato. Gli esperti avevano messo in guardia da
tempo circa i pericoli di quella zona, continuamente minacciata di
allagamento dall'oceano, dal Mississippi e dal lago Pontchartrain».
E allora come mai viene in mente di sviluppare una città così
popolosa in un'area così vulnerabile?
«Un fattore importante è la pressione degli interessi economici di breve
termine: il petrolio, la pesca, il turismo. Ma Madre Natura non perdona. Se
qualcosa si può imparare da questo disastro, è la necessità di valutare
realmente nel lungo termine i rischi naturali».
Ma non si tratta di minacce esistenti da sempre, da prima della
nascita di New Orleans?
«Sì, ma possono essere state peggiorate dal surriscaldamento della
Terra. In origine, per i primi abitanti di New Orleans, ha avuto senso
insediarsi in un posto dove la confluenza di fiumi e oceano forniva un
ottimo accesso alle zone interne del Nord America. Dal punto di vista
economico era un'opportunità molto importante».
Che cosa è stato sbagliato?
«All'inizio del Ventesimo secolo il Genio militare degli Stati Uniti costruì un
intero sistema di argini e pompe per tenere il Mississippi artificialmente in
un letto predefinito: una grave violazione del processo naturale delle piene
del fiume, che servono proprio per fornire nuova terra agli argini e tenere
su il suolo, almeno all'altezza del livello dell'oceano. Non potendo il
Mississippi fare il suo lavoro naturale, la terra ha continuato a
New Orleans a un anno dall’uragano -14/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -15/77 – Antologia di articoli
sprofondare. E alla fine la natura ha ripreso il controllo della situazione».
Come valuta il disastro?
«Non è stato il peggiore scenario possibile. Se l'occhio dell'uragano
avesse colpito la città più a Ovest, i venti dal mare avrebbero spinto le
maree dentro la città in modo molto più violento e veloce».
Che consigli può dare per la ricostruzione?
«Come scienziato, il consiglio sarebbe non ricostruire New Orleans e i
suoi sistemi di difesa, perché è solo una questione di tempo: più alti sono
gli argini artificiali, più disastrosa sarà la prossima inondazione. Il direttore
dei servizi geologici Usa ha detto ad una riunione: "Fra 100 anni New
Orleans può non esistere più". Questa è la semplice verità. Certo, dal
punto di vista sociale e politico è impossibile accettarla. E così si
getteranno un sacco di soldi in un buco nero per ricostruire New Orleans.
Del resto ci sono molti posti al mondo dove la gente vive in condizioni
precarie: in Italia avete le cittadine attorno al Vesuvio, che un bel mattino
si risveglierà e farà il suo dovere, incenerendo tutto».
Non può essere raggiunto un compromesso fra verità scientifica e
necessità socio-economiche?
«A New Orleans può aver senso investire in una ricostruzione con un
orizzonte temporale di 50-100 anni, consapevoli che non esiste alcuna
muraglia forte abbastanza da respingere per sempre l'invasione delle
acque. Il livello dell'oceano continuerà a salire».
In che senso questa tendenza è peggiorata dal global warming?
«Il surriscaldamento della Terra fa espandere la massa oceanica e dà più
forza agli uragani. In futuro, secondo un'ipotesi, gli uragani potranno
formarsi sempre più a Nord, arrivando a toccare New York. Tutto ciò che
si sta costruendo a Ground Zero potrà essere allagato, con conseguenze
catastrofiche».
Sara Farolfi, Jeremy Rifkin: «L'avevamo detto, sarà sempre peggio»
“Parla l'economista americano e guru dell'economia globale: gli effetti
dell'uragano erano stati previsti, Bush ha nascosto la verità e non ha
voluto far nulla per evitare tali catastrofi. Ora parliamo seriamente di
ambiente”. Da il manifesto del 3 settembre 2005
«Gli Stati Uniti sono stati colpiti dall'effetto serra e non da un semplice
uragano. In queste ore la Casa Bianca sta nascondendo all'opinione
pubblica mondiale ciò che la comunità scientifica internazionale ha
previsto da anni, cioè che il surriscaldamento del pianeta è dovuto allo
scellerato modello di sviluppo neoliberista». Non ci sono giustificazioni per
la tragedia di New Orleans, secondo Jeremy Rifkin, presidente della
Foundation on economic trends e guru dell'economia globale, ospite di
riguardo ieri della platea di «Sbilanciamoci». «L'unica cosa positiva è che
finalmente si apre uno spiraglio per discutere seriamente di sostenibilità
ambientale».
Bush è sotto l'attacco della stampa americana per la gestione
New Orleans a un anno dall’uragano -15/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -16/77 – Antologia di articoli
dell'«emergenza New Orleans»: gli aiuti sono lenti e, anche se da
tempo si sapeva del pericolo, nulla è stato fatto.
Nei 35 anni trascorsi a Washington, non ho mai visto un presidente
gestire una crisi nazionale di tali dimensioni in questo modo. La cosa
incredibile è che si ostina a non volere realizzare il problema. E mi lasci
dire che il problema a New Orleans viene da lontano. Il fatto è che da anni
tutti sapevano quello che sarebbe potuto accadere, dal governo federale
alla città di New Orleans, e nessuno ha preso le misure necessarie.
Anche ora, tutti si preoccupano della ricostruzione e nessuno pensa al
fatto che potrebbe accadere di nuovo, con conseguenze sempre peggiori.
Il vero nome di Katrina, e della maggior parte dei cicloni che hanno
investito la costa del Golfo, è «global warming». Si parla di una sfortunata
calamità naturale, e non si vuole riconoscere che questo è un prodotto
dell'uomo. Si può anche costruire un muro di protezione per la costa del
Golfo, e ci vorrebbero anni, ma non servirebbe a nulla di fronte a un'altra
furia così devastante.
Crede che, nella cattiva gestione della tragedia, c'entri anche il fatto
che New Orleans è una «città di neri»?
No, non credo. Quello che però il governo avrebbe dovuto sapere è che
New Orleans è una città anche molto povera e che i poveri, bianchi o neri
che siano, molto difficilmente avrebbero potuto trovare facilmente il modo
di scappare o un posto dove rifugiarsi. Non è una questione di razza, ma
una questione sociale. E mi riferisco anche alle persone con handicap, gli
invalidi e gli anziani. Ma anche gli animali, che non vengono mai
considerati nei piani di evacuazione. E' ora che iniziamo a preoccuparci
del nostro mondo e il modo migliore di farlo è cominciare a occuparci della
questione «effetto serra».
Ben Bernanke, uno dei consiglieri economici di Bush, ha parlato nei
giorni scorsi dell'uso di fonti di energia alternative come unico
rimedio all'impennata dei prezzi del petrolio. Si è trattato di una
presa d'atto tardiva o solo di un modo di prendere tempo?
Katrina ha messo in allarme, e l'unico aspetto positivo è che ora, per la
prima volta negli Usa, si apre uno spiraglio per ripensare alle fonti di
energia rinnovabile. Ci vorranno almeno 25 anni, anche se si
mobilitassero tutti i capitali finanziari del mondo, ma bisogna cominciare
ora. Basta con il petrolio, bisogna cercare una strada alternativa alla
produzione di energia.
Il barile è sopra i 70 dollari, e sembra definitivamente tramontata l'era
del «petrolio facile».
Tre anni fa, in un libro, ho scritto che i prezzi del petrolio sarebbero saliti
oltre i 50 dollari al barile. Superata la soglia dei 70, ora si va verso i 100
dollari. I prezzi sono destinati ad impennare e noi dovremo fronteggiare la
possibilità di un rallentamento dell'economia mondiale. E anche quella di
cataclismi geopolitici perché l'instabilità in Medio Oriente, in Venezuela e
in Africa ad esempio, è un fatto evidente a tutti. Credo che, insieme all'11
settembre, questo sia uno dei momenti più drammatici che stiamo
New Orleans a un anno dall’uragano -16/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -17/77 – Antologia di articoli
vivendo, per gli effetti che avrà sulla nostra società.
Ha parlato più volte dell'idrogeno come della fonte di energia
rinnovabile da perseguire. Ma, a differenza del petrolio, l'idrogeno
non è un bene naturale. E poi in America c'è il problema dei consumi
record di carburante...
L'idrogeno necessita di essere estratto da qualcos'altro. Si può estrarre
dal petrolio, dal gas naturale, ma così si rimane sempre nel campo del
petrolio. La cosa migliore sarebbe utilizzare fonti di energia rinnovabile,
come quella solare, quella eolica o geotermica. Poi c'è il mercato: il 52%
dei veicoli del mio paese sono Suv, e gli americani non possono
permettersi che nessuno li compri. Sono le macchine a cui sono abituati e
ora diventa difficile usarle per il prezzo della benzina, e anche venderle,
perché nessuno le comprerebbe. Adesso stiamo imparando sulla nostra
pelle tutto quello che non abbiamo fatto finora: non abbiamo risparmiato
energia, non abbiamo usato energie rinnovabili, non abbiamo tassato la
benzina, non abbiamo firmato gli accordi di Kyoto. Non abbiamo nessuno
da incolpare. Noi siamo responsabili di New Orleans, e con noi la nostra
classe politica.
Eugenio Scalari, L’America che vive con l’Africa in casa
“La verità è che gli imperi non sono compatibili con la democrazia”. Da la
Repubblica del 4 settembre 2005
SAREBBE un grave errore e un’insopportabile manifestazione di faziosità
prendere occasione dal disastro della Louisiana per dare sfogo a
sentimenti antiamericani o anche a critiche settarie all’imprevidenza e alla
disorganizzazione dell’amministrazione di George W. Bush.
I devoti dell’infallibilità del presidente, più rumorosi in Italia che in
qualunque altro paese d’Europa, tuonano da sei giorni contro
quest’inesistente fiammata antiamericana della quale non v’è traccia
alcuna.
Tuonano contro un bersaglio che non c’è, ma quel cannoneggiamento ha
tuttavia un senso: serve ad impedire una riflessione pacata su alcuni
problemi di fondo che interessano non solo l’America, ma anche l’Europa
e tutto il grande universo mentale che chiamiamo Occidente, cultura e
politica liberal-democratica, solidarietà, eguaglianza degli individui e delle
comunità di fronte alla legge, di fronte al mercato, di fronte al potere
ovunque collocato e gestito.
Serve anche, quel cannoneggiamento preventivo apparentemente privo di
bersaglio, a "tentar di" evitare una domanda-chiave che domina dal 1989
il panorama internazionale e cioè la compatibilità di un Impero con il
mondo del XXI secolo, con lo stato di diritto, con la globalità della
tecnologia, con la convivenza sempre più difficile tra la ricchezza e la
povertà.
Eppure quella domanda si è posta e si ripropone con una forza pari
all’uragano Katrina che ha seminato morte e rovine su tutta la costa
New Orleans a un anno dall’uragano -17/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -18/77 – Antologia di articoli
americana che si affaccia sul golfo del Messico.
Questa catastrofe naturale, oltre a scoperchiare migliaia di case, ha
messo sotto gli occhi dell’America e del mondo intero una realtà sociale di
disuguaglianza estrema, di degrado estremo, di rabbia e frustrazione
diffuse tra le moltitudini di colore degli Stati americani del sud e dei ghetti
urbani del nord e dell’ovest. Ha messo in evidenza la fragilità profonda del
paese-guida dell’Occidente e dei valori che vuole esportare e dei quali si
ritiene depositario ma che risultano vistosamente traditi e assenti in casa
propria ad un secolo e mezzo di distanza dalla guerra di secessione.
Gli Stati Uniti d’America sono un grande e generoso paese verso il quale
l’Europa ha debiti inestinguibili come altrettanto inestinguibili sono i debiti
dell’America verso di noi. Sono, al tempo stesso, la più grande potenza
economica, tecnologica e militare del mondo, almeno per ora e
sicuramente per i prossimi cinquant’anni. L’impero americano, la "pax"
americana, sono una comprensibile tentazione. Comprensibile quanto
rovinosa.
Almeno metà del popolo americano ne è perfettamente consapevole, ma
il terrorismo internazionale con la sua criminale strategia l’ha resa
impotente.
Il terrorismo internazionale ha temuto che George W. Bush perdesse il
potere, non ottenesse il suo secondo mandato. Il terrorismo internazionale
vuole che l’America sia sedotta dal fantasma dell’Impero, dedichi ad esso
tutta la sua attenzione, la sua strategia, le sue risorse, contrapponga il dio
cristiano al dio dell’Islam, arruoli un esercito di colore contro promesse di
cittadinanza e di benefici giudiziari. Questo vuole il terrorismo
internazionale, per poter diffondere l’antiamericanismo in tutto il mondo
povero, per sollevare le periferie povere del mondo contro il privilegio
della ricchezza e del potere.
L’uragano Katrina non è certo colpa di Bush, ma mette a nudo una realtà
che conoscevamo sui libri e nei film ma non avevamo ancora mai visto in
queste dimensioni con gli occhi impietosi della televisione.
L’America salvò Berlino dal blocco sovietico attraverso il più gigantesco
ponte aereo che in quarantott’ore e poi per alcuni mesi tenne in vita
centinaia di migliaia di persone altrimenti isolate dal resto del mondo.
L’America ha trasportato in poche settimane un’armata di centinaia di
migliaia di soldati in Arabia per la prima guerra del Golfo. Altrettanto ha
fatto undici anni dopo per l’invasione dell’Iraq. L’America nel 1969 portò la
sua bandiera sulla luna.
Ma sei giorni dopo la catastrofe di Katrina non è ancora riuscita a
seppellire i morti di New Orleans, a domare i saccheggi, a sgombrare
decine di migliaia di persone abbandonate in un’immensa palude, a far
arrivare viveri e medicinali. Ancora ieri il sindaco della città imprecava,
piangeva, implorava e bestemmiava di fronte alle telecamere
denunciando il caos e l’abbandono. Metà della polizia urbana scomparsa,
dileguata, liquefatta, niente autobus, niente soccorsi. «Requisite gli
New Orleans a un anno dall’uragano -18/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -19/77 – Antologia di articoli
autobus, mandatemi la Guardia Nazionale, se non l’avete mandatemi i
caschi blu della fottuta Onu, mobilitate tutti gli elicotteri. Siamo sott’acqua
da sei giorni, quanto ancora dobbiamo aspettare?».
È un’invenzione dei giornali antiamericani? Delle tv antiamericane? Del
New York Times, del Los Angeles Time, del Washington Post, di tutta la
stampa americana convertita improvvisamente al partito antiamericano?
Oppure il dio degli eserciti assiste solo i combattenti ma non i volontari
della Protezione civile?
***
La verità è che gli imperi non sono compatibili con la democrazia.
Deformano la democrazia. Ne concedono il simulacro soltanto a chi faccia
atto di sottomissione all’impero e debbono mantenere quel simulacro
ponendovi a guardia eserciti permanenti e necessariamente mercenari.
Considerando barbari i popoli che vivono fuori dai confini dell’impero e
quelli che, dentro quei confini, non accettano i mores e non pagano il
tributo dovuto al centro dell’impero. La storia è piena di esempi e non se
ne conoscono eccezioni, da Cesare a Napoleone, passando per Filippo di
Spagna, per la Compagnia delle Indie, per le colonie inglesi, olandesi,
portoghesi, francesi, belghe, tedesche. Per l’impero ottomano. Per la
dominazione russa sulle terre del Caucaso e dell’Asia centrale. Per
l’impero asburgico.
Roma non fa eccezione: dalla dinastia Giulio-Claudia fino agli Antonini la
guerra ai confini e la repressione dentro i confini fu una costante che
accompagnò l’espansione. Poi cominciò il declino. Erano tollerantissimi
con gli altri culti, ma non con chi rifiutava il culto alla divinità
dell’imperatore. La democrazia negli imperi, quelli antichi ma anche quelli
moderni, è stata un lusso riservato ai cittadini di serie A. La libertà privata
è stata ampia dentro i confini, ma quella politica è stata di fatto azzerata.
Azzerato l’autogoverno. Imbrigliata l’opposizione.
Bisogna dunque maneggiare con estrema cautela il concetto e la pratica
dell’impero. Bisogna esser consapevoli che la disparità delle ricchezze
inocula virus terribili, tra i quali predomina quello del fanatismo. Dal
fanatismo al terrorismo il passo è brevissimo. Il nazionalismo militarista è
sempre servito a esportare fuori dai confini i problemi che all’interno non si
sapevano o non si volevano risolvere. Il nazionalismo militarista applicato
su scala imperiale moltiplica all’ennesima potenza la gravità e l’insolubilità
di quei problemi.
Tutto ciò detto, oggi bisognerebbe che il mondo benestante desse una
mano alla benestante America per aiutarla a ricostruire New Orleans.
Perfino Fidel Castro si è quotato malgrado l’embargo che pesa su Cuba.
Siamo tutti louisiani, non è vero?
Ma risolvere il problema delle terribili diseguaglianze della società
americana e soprattutto afro-americana non può essere certo compito
dell’Europa. Gli amici dell’America possono soltanto segnalarne la gravità.
L’America vive in tutti i sensi con l’Africa in casa. Ma non sembra che
questa situazione rappresenti una priorità per la classe dirigente
New Orleans a un anno dall’uragano -19/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -20/77 – Antologia di articoli
americana.
Questa trascuranza, essa sì, preoccupa fortemente i veri amici
dell’America.
Bennet Drake, La città del futuro (ricostruire New Orleans?)
Idee radicali e ambiziose, per New Orleans distrutta dall'uragano. Boston
Globe, 5 settembre 2005 (f.b.)
Titolo originale: The city that will be – Traduzione per Eddyburg di
Fabrizio Bottini
Trent’anni fa, nel loro libro Tremila anni di sviluppo urbano, gli storici
Tertius Chandler e Gerald Fox avevano calcolato che, fra tutte le città
alluvionate, bruciate, saccheggiate rase a terra da un terremoto, sepolte
dalla lava, o in un modo o nell’altro distrutte – fra 1100 e 1800 in tutto il
mondo – solo qualche decina era stata abbandonata per sempre. In altre
parole, le città tendono ad essere ricostruite, sempre.
Ci hanno assicurato che accadrà così anche per New Orleans. Abitanti e
amministratori – e insieme a loro gli abitanti e amministratori di tutta la
costa della Louisiana e del Mississippi – hanno promesso di tornare e
ricostruire, e il governo federale ha promesso di sostenerli. “La grande
città di New Orleans sarà di nuovo in piedi”, ha detto il presidente Bush
mercoledì. “E l’America sarà più forte per questo”.
Ma, dopo quello che si presenta come uno sforzo erculeo di pulizia, come
apparirà New Orleans? Quanto assomiglierà a sé stessa prima del
diluvio?
La risposta facile è che, ora come ora, non lo sa nessuno. Con tutti
concentrati sui soccorsi agli abitanti sfollati e per il ristabilimento di un
minimo di ordine, con poche idee di cosa si troverà quando le acque
defluiranno, e con la città che probabilmente resterà inabitabile per molti
mesi a venire, è comprensibile che molti funzionari abbiano detto poco
riguardo al futuro non immediato. Eppure, secondo Paul Farmer, direttore
esecutivo della American Planning Association (APA), una volta che le
persone ritornano nelle città devastate “c’è spesso una corsa alla
ricostruzione troppo rapida”, senza tante discussioni su cosa esattamente
vada costruito.
E il dibattito, quando arriva, è aspro. “Ci sono miriadi di soggetti
interessati, da abitanti e proprietari immobiliari, ad amministratori locali e
statali, ad interessi economici vari” dice Jerold Kayden, co-presidente del
Department of Urban Planning and Design alla Graduate School of
Design di Harvard. Che tipo di piano generale emerge da questo intrico di
interessi nessuno può immaginarlo, ma è possibile anche da ora avere
un’idea delle possibilità. Il fatto che alcune di esse siano piuttosto radicali,
serve solo a ricordare meglio – se ce ne fosse bisogno – la difficoltà di
costruire una New Orleans più sicura.
Anche se nessuno vuole parlare del caso di New Orleans in termini diversi
New Orleans a un anno dall’uragano -20/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -21/77 – Antologia di articoli
da quelli di una tragedia epica, architetti e urbanisti concordano sul fatto
che, dal punto di vista storico, le devastazioni spesso hanno creato un
varco alla possibilità di affrontare problemi strutturali profondi e antichi.
Dopo il grande incendio di Chicago del 1871, per esempio, la città fu
trasformata da un’edificazione prevalentemente in legno a una (molto
meno infiammabile) in mattoni. “Ci fu un radicale mutamento culturale
nella progettazione edilizia” sostiene James Schwab, ricercatore dell’APA
specializzato in ricostruzione dopo eventi calamitosi, “una determinazione
a far sì che, se non si vuole che le cose che non si desiderano accadano
ancora, occorre un profondo mutamento nel modo di agire”.
Nel caso di New Orleans, l’idea forse più provocatoria è che la città, o
almeno parte della città, sia spostata verso una localizzazione meno
precaria. Il portavoce della Camera Dennis Hastert ha provocato furori
suggerendo, in un intervento su un giornale locale di Chicago, che non
aveva senso spendere miliardi per ricostruire New Orleans ancora sotto il
livello del mare, ma i pianificatori continuano a dire che è davvero
qualcosa a cui val la pena di pensare. Per dirla con David Godschalk,
professore emerito di pianificazione urbana e regionale alla University of
North Carolina, “La domanda da un milione di dollari in questo caso, è se
ricostruirla dove sta, oppure no. Il fatto è che in primo luogo lì non si
sarebbe dovuto costruire niente, cosa ora piuttosto chiara”.
Kayden crede che il muovere o meno la città dipenda in parte da quanto
di essa resterà dopo l’alluvione: “Spero che ci sarà ancora parecchio
tessuto urbano al suo posto, ma se non è così – se ci sarà una tabula
rasa, se ci saranno enormi spazi inutilizzabili – allora cosa ci sarà da
ricostruire? Perché farlo sotto il livello del mare?”
I particolari di un progetto del genere sarebbero diabolicamente
complessi, e solleverebbero questioni che vanno da quelle pratiche (dove
la mettiamo?) ad un livello quasi filosofico (sarebbe ancora la stessa
città?). Lawrence Vale, direttore del Department of Urban Studies and
Planning al MIT, e tra i curatori del recente libro The Resilient City: How
Modern Cities Recover from Disaster (Oxford), vede parecchie questioni
di carattere economico e politico che renderebbero contraddittorio il
dibattito sulla proposta. “Ho la sensazione che la quantità di persone che
solleverebbe obiezioni, sarebbe direttamente proporzionale alla loro
distanza da New Orleans” dice. “L’insieme delle quantità di investimenti
finanziari già presenti in città, e di quelle di attaccamento emotivo al luogo,
rende davvero molto difficile pensare di muovere la città”.
Forse ancora più ambiziosa, la possibilità di spostare semplicemente il
fiume. Per dirla con Godschalk “Potremmo pensare a riorientare il
Mississippi, uno dei fattori che ha fatto precipitare la situazione”. Anche se
suona fantastico, il fatto è che oggi il fiume scorre dentro a New Orleans
grazie a un sistema assiduamente mantenuto di dighe a monte e argini. Il
fiume ha cambiato percorso parecchie volte nella sua esistenza, ed è solo
per via di un massiccio sforzo ingegneristico che non ha cambiato
New Orleans a un anno dall’uragano -21/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -22/77 – Antologia di articoli
direzione cinquant’anni fa, fissandosi all’attuale letto.
Naturalmente, anche se un’opera del genere dovesse essere considerata
fattibile, i costi finanziari e sociali sarebbero inimmaginabili e complessi. Ci
sono interi insediamenti urbani e industriali cresciuti lungo il fiume.
Godschalk ammette subito l’enormità dei processi di negoziazione
necessari: “Che dovremo fare di tutte le proprietà, di singoli e imprese,
padroni di casa e via dicendo? Come è possibile risarcire tutta questa
gente?”
Un’altra idea sul versante del fiume viene da un programma della Harvard
Graduate School of Design coordinato da Joan Busquets, professore già
impegnato nell’ufficio pianificazione di Barcellona negli anni di
riorganizzazione della città per le Olimpiadi del 1988. Questa primavera, il
gruppo di studenti di architettura di Busquets ha studiato modi per
rivitalizzare New Orleans, che anche prima di Katrina era una città
economicamente depressa. La soluzione trovata è stata di concentrare gli
interventi sui docklands lungo il Mississippi. Guardando all’esempio di
Rotterdam, altra città porto sotto il livello del mare (e in un paese che è
stato in gran parte sottratto al mare), si è ipotizzato che New Orleans
spostasse la gran parte delle proprie derelitte attività navali ai margini
esterni della città, trasformando la zona – che comprende alcune delle
località a livello più elevato – in un distretto commerciale e residenziale.
Ora, dopo Katrina, sostiene Busquets, il nuovo intervento potrebbe
assorbire molti degli abitanti delle zone più basse e vulnerabili, che
potrebbero essere abbandonate a fungere da fascia di interposizione per
gli allagamenti, ripristinando in parte la logica originaria dell’insediamento
urbano. “Per decenni o secoli – spiega Busquets – la città ha scelto
sempre i terreni più elevati da adibire a residenza. Quelli più bassi erano
scarichi in caso di forti piogge”.
Ci sono anche aggiustamenti con minori trasformazioni, che potrebbero
aiutare in qualche modo. “Una delle cose che si usa spesso nei terreni
alluvionali costieri è l’edificazione rialzata” dice Schwab. “Semplicemente,
lasciare i piani bassi vuoti, così che l’acqua possa passare senza toccare
le parti abitate”. In altre parole, si tratterebbe di alzare le abitazioni su
palafitte. Si potrebbero usare materiali diversi. “Legno e intonaco non
tengono bene” continua Schwab . “Il cemento lavora molto meglio”.
Modifiche del genere trasformerebbero il carattere architettonico
particolare della città, il suo famoso aspetto storico e l’atmosfera. Ma
come dice Vale “una città sostenibile deve interagire non solo con la
propria storia, ma anche con l’ambiente”.
Il modo in cui New Orleans è stata costruita, dopo tutto, non solo ha
mancato di proteggerla, ma potrebbe addirittura aver aumentato gli effetti
dell’uragano Katrina. A partire dall’inizio del XX secolo, sottolineano gli
urbanisti, il prosciugamento e bonifica delle aree umide per l’edificazione,
e il fatto di impedire le regolari esondazioni del Mississippi con gli argini,
New Orleans a un anno dall’uragano -22/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -23/77 – Antologia di articoli
ha privato New Orleans delle difese naturali contro gli uragani. Gli
acquitrini aiutano ad assorbire le onde di tempesta, le esondazioni
distribuiscono la forza del fiume e lasciano sedimenti che contribuiscono a
contrastare l’affondamento costante della città.
(red.) Il rimpallo delle colpe
Sintesi di fatti e opinioni, a una settimana dall'uragano Katrina. The
Economist, 5 settembre 2005 (f.b.)
Titolo originale: The blame game – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio
Bottini
L’evacuazione di New Orleans si sta avvicinando al completamento,
martedì 5 settembre, sei giorni dopo la rottura degli argini della città bassa
a causa dell’uragano Katrina. Uomini della Guardia Nazionale, truppe
regolari e forze dei marshals federali – molte delle quali attivate la scorsa
settimana dopo le critiche alla lentezza delle operazioni di soccorso –
sono arrivate nelle zone più colpite e stanno conducendo ricerche casa
per casa dei sopravvissuti. Alcuni residenti, comunque, insistono nel voler
rimanere sulle loro proprietà.
Con la maggior parte dei sopravvissuti soccorsa, ora il punto centrale si
sposta verso i morti a causa della tempesta e dell’alluvione conseguente.
Il calcolo ufficiale nei tre stati più colpiti – Louisiana, Mississippi e
Alabama – resta ancora ad alcune centinaia. Ma il bilancio finale potrebbe
essere di parecchie migliaia. Molti corpi sono affondati nell’acqua, che
ancora copre quattro quinti di New Orleans. Ad alcuni soccorritori è stato
detto di contrassegnare i corpi sommersi con una boa, e proseguire nelle
operazioni. Potrebbero passare molti mesi prima che le acque
defluiscano, e anche un anno prima che la città sia pronta ad accogliere
chi se ne è andato.
Forse 100.000 persone non hanno potuto o voluto lasciare New Orleans,
una volta avvisate prima che Katrina colpisse. Decine di migliaia sono
finite al rifugio ufficiale dello stadio Superdome, restandoci per giorni, e
trasformandolo in un catino di caldo, puzzo e sofferenza. Non molto
lontano, altre persone senza casa hanno trovato la strada del centro
congressi, diventato rapidamente un secondo rifugio gigante. Entro il fine
settimana, questi sfollati sono stati trasportati via in autobus. Circa 20 stati
si sono offerti di ospitarli temporaneamente. Ma si sta già verificando
tensione negli stati confinanti. In Texas, dove ora si trova la metà circa dei
rifugiati da New Orleans, i funzionari dicono di aver difficoltà a reggere.
Se il mondo è rimasto addolorato dalle devastazioni di Katrina, è stato poi
scioccato dalla crisi di legge e ordine che ne è seguita. I saccheggiatori
giravano liberamente per le strade rubando cibo e acqua per la
disperazione, ma anche computers, articoli sportivi o armi, per vantaggio
personale. Si è parlato di rapine di auto e aggressioni, e ci sono stati aspri
scontri fra alcune bande e i pochi proprietari di case e negozi rimasti.
New Orleans a un anno dall’uragano -23/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -24/77 – Antologia di articoli
Alcuni hanno visto elementi razziali nella tensione sociale, dato che la
maggior parte di chi è rimasto era povero, e nero.
Anche se New Orleans è stata allagata martedì della scorsa settimana, si
è dovuti arrivare a venerdì perché i soccorsi entrassero a regime, con
l’arrivo di migliaia di uomini della Guardia Nazionale. Kathleen Blanco,
governatore della Louisiana, ha ricordato che essi “sanno sparare per
uccidere”, ed entro il fine settimana si era ripristinato l’ordine nella
maggior parte della città. Ma tutto il personale addetto ai soccorsi è
sottoposto ad una enorme pressione, con molti che lavorano 24 ore su 24;
il New York Times cita Edwin Compass, sovrintendente di polizia a New
Orleans, che avrebbe dichiarato che almeno 200 dei suoi 1.500 agenti
avevano rifiutato di lavorare il sabato.
Chi avrebbe dovuto pensarci?
Anche se Katrina era una tempesta potente, la quantità di caos e
sofferenza che si lascia alle spalle è comunque sorprendente. L’America
ha già avuto a che fare con uragani feroci, e la vulnerabilità di New
Orleans era ben nota. Così ora molti puntano il dito sia alla risposta di
breve periodo che al fallimento delle politiche di lungo termine.
Ray Nagin, sindaco di New Orleans, ha mostrato frustrazione crescente
nel fine settimana, in particolare nei confronti del governo federale e delle
sue conferenze stampa: “Stanno raccontando alla gente una fila di
stronzate, divagano e la gente qui sta morendo ... Muovete le chiappe e
facciamo qualcosa”. Un presidente George Bush teso ha criticato venerdì
il lavoro dei soccorsi, definendolo “inaccettabile”, prima di prendere l’aereo
verso la zona colpita a visitare i danni. Più tardi, ha ipotizzato che le
amministrazioni locali avessero compiuto errori. Questo gli è valso la
minaccia di un pugno sul naso da parte della senatrice della Louisiana
Mary Landrieu.
Molte delle difficoltà immediate sono comprensibili. Come sottolinea
Michael Chertoff, segretario per la sicurezza interna, ci sono stati due
disastri. I venti dell’uragano hanno colpito le abitazioni sulla costa del
Golfo del Messico, e poco dopo le piogge hanno rotto gli argini, creando
così una situazione “dinamica” mentre le autorità reagivano solo al primo
problema. Chiudere un buco largo cento metri in un argine con l’acqua
che ci passa attraverso è una sfida enorme, per gli ingegneri.
Nondimeno, molti americani stanno dando la colpa all’uomo nel posto più
alto. Bush avrebbe dovuto recarsi nella regione più in fretta, sostengono i
critici (si prevede un secondo viaggio lunedì). Alcuni sostenitori di Bush
sono preoccupati perché i problemi coi soccorsi potrebbero danneggiare il
presidente in un momento in cui la sua popolarità è già bassa, per via dei
problemi con l’Iraq: comunque un sondaggio del Washington Post/ABC,
venerdì, ha rilevato che il paese è spaccato in due, col 46% a dire che
Bush ha gestito bene la crisi, e il 47% che ha lavorato male.
Alcuni incolpano Bush sulla base del fatto che sono alcune delle sue
New Orleans a un anno dall’uragano -24/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -25/77 – Antologia di articoli
decisioni di lungo periodo ad aver reso più difficile reagire al disastro. La
guerra in Iraq, è stato notato, ha diminuito di un terzo la disponibilità di
uomini della Guardia Nazionale in Louisiana, Mississippi e Alabama; molti
di coloro che sono stanziati in Iraq sono addestrati agli interventi di
emergenza. Altri accusano che la guerra ha ristretto il bilancio, causando
un rinvio agli anni futuri dei progetti per migliorare gli argini: anche se non
è chiaro, se questi progetti avrebbero potuto essere completati in tempo
per fermare l’inondazione dopo Katrina.
Anche se molti degli errori possono essere attribuiti all’amministrazione
Bush, il motivo principale per gli effetti devastanti di Katrina può essere
anche cercato in decisioni precedenti, come quella di Jean Baptiste le
Moyne de Bienville del 1718, di collocare la città in una posizione tanto
precaria, o nei più recenti “miglioramenti” alla navigazione marittima
dell’area che hanno danneggiato le zone umide della Louisiana sudorientale. Per la gran parte del XX secolo il governo federale ha interferito
col Mississippi, per la navigazione e – ironicamente – per prevenire le
inondazioni. Per farlo ha distrutto ampie fasce di acquitrini costieri attorno
a New Orleans: una cosa molto gradita ai costruttori di case, ma che ha
sottratto alla città gran parte della protezione dalle alluvioni. Ora potrebbe
aumentare il consenso per un piano multimiliardario di ripristino delle zone
umide, anche se un progetto simile ha incontrato difficoltà in Florida.
Ed è preoccupante, che milioni di americani abbiano scelto di vivere in
zone rischiose per questo tipo di calamità. Anche se il Congresso ha
autorizzato immediatamente un pacchetto da 10,5 miliardi per la
ricostruzione, Denny Hastert, portavoce della House of Representatives,
ha espresso un dubbio sull’opportunità di spendere grosse quantità di
denaro per località esposte come New Orleans (anche se poi ha ritirato
quanto detto). Resta comunque da fare una domanda importante, al
governo federale e a quelli locali, sugli errori che hanno portato alle
distruzioni e al caos di Katrina. Si è dimostrato un’altra volta che le
decisioni prese senza dovuta attenzione alle conseguenze si pagano,
prima o poi.
Gary Strass, Ci sarà da ricostruire qualcosa di più importante degli
edifici
Ricostruzione di New Orleans e riflessioni un po' facilone sul "genius loci".
USA Today, 5 settembre 2005 (f.b.)
Titolo originale: More than buildings will have to be rebuilt– Traduzione
per Eddyburg di Fabrizio Bottini
“New Orleans ha come risorsa principale la sua tradizione e la sua storia”
dice Ari Kelman, una storico che ci ha vissuto due anni e mezzo a fare
ricerche per il suo libro del 2003, A River and Its City: The Nature of
Landscape in New Orleans. “Questo è un colpo duro”.
La gente di fuori conosce Big Easy per il jazz, il Quartiere Francese e la
New Orleans a un anno dall’uragano -25/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -26/77 – Antologia di articoli
più importante festa del Nord America per il Mardi Gras. Sotto questa
fama festaiola, sta una città profondamente influenzata dal colonialismo
francese e spagnolo, e dalla cultura afroamericana che si sono intrecciate
a formare il tessuto sociale e la psicologia collettiva di New Orleans.
”È il posto più magico del mondo”, dice il nativo di New Orleans e guru
delle diete Richard Simmons.
Ma ora ci si chiede se questa magia non sia stata spazzata via per
sempre.
“È tanto radicata nella nostra cultura. Ma ora mi sembra che lo spirito si
sia spezzato” racconta il dirigente della CNN Kim Bondy, nativo di New
Orleans la cui casa di mattoni a due piani è rimasta gravemente
danneggiata dall’alluvione. “La cosa che mi colpisce profondamente, è
che queste sono cose che non possono essere ricostruite, non si possono
recuperare”.
New Orleans ha un’alta percentuale di residenti di lunga data, superiore a
quella della maggior parte delle città degli USA. Migliaia sono dispersi, e
si teme morti. Ci sono 350.000 abitazioni danneggiate o distrutte, altre
migliaia gravemente colpite, proprietà e vite devastate. Nonostante le
radici profonde, non è chiaro quanti degli sfollati decideranno di rendere
permanente quell’esodo.
“Non sono sicuro che la città possa tornare” dice il romanziere nativo della
Louisiana James Lee Burke, che ritiene che l’alluvione abbia
semplicemente accelerato le lenta spirale in discesa della città, che
durava da decenni, di deterioramento sociale fra droghe illegali, criminalità
e assenza del governo.
Gli storici ricordano che New Orleans si è ripresa da tre epidemie a metà
‘800, quando morirono migliaia di persone, e dall’alluvione del Mississippi
del 1927, che ne uccise centinaia. Ma la dimensione del colpo di Katrina
non ha precedenti, e potrebbe cambiare per sempre l’immagine della città
a gli occhi di residenti e turisti.
”New Orleans ha la fama di posto divertente” dice lo psicologo Robert
Butterworth. “Le immagini di migliaia di persone in grande difficoltà, non
aiutano in questo senso l’immagine della città”.
Ma, come Simmons, altri esprimono speranza per una rinascita di New
Orleans.
Potrebbe anche rinascere più forte” pensa il commentatore politico James
Carville, noto come il CajunInfuriato. “Non ci si dimentica come si suona il
saxofono, o come si cucina, o si scrive. E nemmeno come ci si diverte. È
tutto ancora qui. Disastri e calamità fanno parte della storia di New
Orleans. Anche questo passerà”.
New Orleans a un anno dall’uragano -26/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -27/77 – Antologia di articoli
Patrick Doherty, Una Fenice che rinasce dal fango
Una New Orleans anti-suburbana, comunità modello per gli USA
"sostenibili" del nuovo millennio. Dal sito TomPaine Common Sense, 8
settembre 2005 (f.b.)
Titolo originale: A Phoenix from the Mud – Traduzione per Eddyburg di
Fabrizio Bottini
La cosa giusta sostenuta da David Brooks nel suo commento sul New
York Times, “ Katrina’s Silver Lining” è che la devastazione di New
Orleans offre un’occasione unica – a dire il vero, l’obbligo – di ricostruire
questa città americana in modi che riducano la povertà urbana endemica.
Ma, quando descrive come ciò debba essere fatto, Brooks rivela il suo
vero scopo. Questo rappresentante dell’American Enterprise Institute non
è tanto interessato a cambiare la vita della povera gente, quanto lo è a
consolidare quei miasmi suburbani essenziali al potere politico
conservatore in America. Come? Brooks vuole inserire le persone
residenti a New Orleans colpite dalla povertà, e ora sfollate, in vari suburbi
middle-class sparsi per il paese:
“Nel mondo del post-Katrina, ciò significa dare alle persone che non
desiderano tornare a New Orleans il modo di disperdersi in varie zone a
ceto medio della nazione”.
Ovviamente, questo vuol dire collocarli nei suburbi, dove il loro costo della
vita schizzerà alle stelle. In primo luogo, avranno bisogno di automobili.
Per comprarsele, e comprare la benzina, avranno bisogno di lavori che
offrano di più di quelli per cui sono, presumibilmente, qualificati ora. Se
trovano lavoro, magari da Wal-Mart, avranno bisogno di assistenza
familiare perché i parenti non abitano più nello stesso quartiere, e magari
nemmeno nello stato. Naturalmente saliranno anche i costi per la casa, a
meno che queste persone vengano ricollocate dentro a ghetti urbani:
vanificando così l’intero programma.
Il fatto è, che la povera gente si muove verso i suburbi middle-class in tutti
gli Stati Uniti, e la cosa non funziona. Man mano le giovani coppie agiate
e i baby-boomers verso la pensione riscoprono la qualità dei quartieri ben
progettati ad alta densità nei nostri centri urbani serviti da trasporti
pubblici, essi spingono la popolazione più povera verso i suburbi di prima
fascia. (Questo, a sua volta, spinge fuori la gente del cento medio, verso
sobborghi più esterni, spesso nuovi, aumentando le distanze di
pendolarismo, le tensioni nelle famiglie, quelle nei bilanci statali e negli
ecosistemi locali). Questa dinamica, talvolta definita gentrification, altre
volte rinnovo urbano, in effetti significa spostare povertà e criminalità
verso i sobborghi, dove l’assenza di senso comunitario, di parentele, di
connessione sociale, rende anche più difficile fronteggiarle. E, chiamatemi
cinico, ma dubito fortemente che un programma di migrazione forzata
imposto dal governo federale possa offrire occasioni e spazi tali da
New Orleans a un anno dall’uragano -27/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -28/77 – Antologia di articoli
garantire il successo di questo esperimento.
C’è un metodo migliore, e più semplice da mettere in pratica. Invece di
consolidare una sperimentazione che dura da cinquant’anni ed è fallita,
col sobborgo a bassa densità, la ricostruzione della New Orleans
metropolitana dovrebbe essere vista come l’occasione non solo per
correggere i problemi causati dalla povertà umana e dalla vulnerabilità
fisica della città, ma anche per segnare la strada a tutte le altre realtà
metropolitane d’America.
Ciò comporta integrare tre concetti all’interno di un piano di
riorganizzazione regionale negoziato coi residenti di New Orleans. Il primo
concetto è la smart growth. Il secondo è un tipo di insediamento basato
sul trasporto collettivo. Il terzo è una produzione di energia diffusa nel
territorio. Smart growth significa progettare insediamenti a densità più
elevate, per abitanti a redditi misti in modo da rafforzare le famiglie,
costruire un senso comunitario e collocare i servizi di necessità quotidiana
ad una distanza da casa facilmente percorribile a piedi. Sta accadendo in
tutti gli Stati Uniti. L’insediamento pensato per il trasporto collettivo si basa
sull’idea che le nuove costruzioni, o le ricostruzioni, si debbano
organizzare attorno a trasporti di massa energeticamente efficienti, che
aumentano la mobilità metropolitana, riducendo il tempo trascorso in auto
(e la correlata dipendenza dal petrolio). Integrare questi due concetti
significa una rete di comunità sane, legate da reti di trasporto efficiente e
a prezzi ragionevoli, incrementare l’attività commerciale, le possibilità e le
scelte in tutta l’area metropolitana.
L’ultima idea, della produzione energetica distribuita, è la più innovativa,
ma al tempo stesso la più importante dal punto di vista strategico. La
produzione energetica diffusa, l’uso di generatori locali più piccoli ad alta
efficienza, è in contrasto con l’uso tradizionale di grossi generatori
centralizzati, spesso inefficienti e inquinanti. Le tecnologie esistono, e
molti edifici terziari nelle zone urbane, o fabbriche high-tech che hanno
bisogno di energia altamente affidabile, li utilizzano. Addirittura, New York
City ha deliberato che una certa percentuale dei nuovi impianti energetici
debba essere distribuita, per ridurre il carico sui sistemi centralizzati man
mano aumenta il consumo. L’effetto è di creare un sistema energetico
metropolitano più solido, in grado di sostenere cadute locali in modo più
efficiente, eliminando al contempo circa un terzo dell’inefficienza dovuta
alle perdite durante la trasmissione. Coi prezzi energetici in salita e la
minaccia certa di nuovi uragani, efficienza e affidabilità diventano
essenziali.
La partecipazione locale, sino al livello di quartiere, sarà un fattore critico
di questo processo. La ricostruzione post-bellica nei Balcani (in gran parte
ignorata nel caso dell’Iraq) ha insegnato nel modo più tragico che senza
partecipazione sociale gli sforzi per la ripresa possono prendere direzioni
orribilmente sbagliate. Fra le cosiddette “ charrette” sviluppate nei
New Orleans a un anno dall’uragano -28/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -29/77 – Antologia di articoli
processi di smart growth, e le metodologie di coinvolgimento comunitario
delle agenzie umanitarie, i tre elementi per una New Orleans sostenibile
possono essere plasmati su misura secondo bisogni, speranze e valori
degli abitanti. All’interno di questo processo, il ruolo della politica locale,
ora piuttosto scosso, si rafforzerebbe, e l’economia subirebbe un vero
boom a causa del lavoro di ricostruzione.
Tutto sommato, abbiamo le conoscenze, capacità e tecnologie per
collaborare con gli abitanti di New Orleans a trasformare la città, da
simbolo dell’America peggiore, a quanto l’America potrebbe diventare. O
meglio, avrebbe bisogno di diventare. Quello che non possiamo fare, è di
ricostruire semplicemente l’ingiustizia urbana, e il disagio suburbano.
Jon E. Hilsenrath, Rimpicciolire New Orleans?
Ricostruire New Orleans e paradossi dell’economia: ”Abbiamo obblighi nei
confronti delle popolazioni, non dei luoghi”. Wall Street Journal, 15
settembre 2005 (f.b.)
Titolo originale: Scaling Back New Orleans – Traduzione per Eddyburg
di Fabrizio Bottini
Il portavoce Dennis Hastert ha imparato nel modo peggiore i pericoli che
si corrono prendendo a calci una città quando è già a terra. Un quotidiano
dell’Illinois riferisce che poco dopo l’uragano Katrina abbia detto come
New Orleans “poteva essere spianata con le ruspe”, e gli oppositori
l’hanno presto zittito con accuse di insensibilità e spietatezza.
L’uragano ha mostrato chiaramente come New Orleans ospiti
infrastrutture di trasporto ed energetiche vitali per l’economia nazionale. È
città ricca di storia, con un ambiente culturale vivace (e festoso) che tutta
la nazione tiene in alta considerazione. Ed è la casa di quasi 500.000
persone legate alla propria comunità. Tutti questi, sono argomenti decisivi
per stimolare una grande sforzo affinché la città si riprenda velocemente.
La storia dimostra, tra l’altro, che le città hanno la forza di reagire dopo le
crisi (pensiamo al grande incendio di Chicago più di un secolo fa).
Ma alcuni economisti iniziano a chiedersi se Mr. Hastert non abbia in
qualche modo colto il segno, sull’essere cauti parlando della ricostruzione
di New Orleans, per quanto rozzamente l’abbia espresso. Non sono solo
gli svantaggi naturali della città (la cui gran parte sta sotto il livello del
mare) a preoccupare gli studiosi. È anche il suo stato economico –
povertà crescente, e un esodo di persone e imprese già prima che
l’uragano colpisse – e la necessità di evitare nuovi incentivi che possano
portare ad uno sviluppo non meno vulnerabile.
”Abbiamo degli obblighi nei confronti della popolazione, non dei luoghi” ha
detto Edward Glaeser, professore di Harvard specializzato in economia
urbana. “Calcolato quanto costerebbe pro-capite ricostruire New Orleans
in tutta la sua gloria precedente, sarebbe molto meglio consegnare a
parecchi dei residenti un assegno da 10.000 dollari e un biglietto
d’autobus per Houston”.
New Orleans a un anno dall’uragano -29/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -30/77 – Antologia di articoli
Il paradosso del Buon Samaritano
Gli economisti si misurano da anni coi modi di affrontare le conseguenze
dei disastri naturali. Gary Becker, economista premio Nobel che insegna
all’Università di Chicago, dice che i decisori politici devono prendere in
considerazione quello che lui chiama il “paradosso del Buon Samaritano”.
L’istinto di chiunque dopo una calamità naturale è quello di soccorrere le
vittime. “È difficile per un paese stare lì seduto a guardare gente in
condizioni miserabili dopo un disastro”, dice. “Non è auspicabile”.
Ma gli aiuti, le promesse di ricostruzione, sono anche un incentivo perché
le persone continuino a risiedere in località pericolose. Come Glaeser,
anche Becker è favorevole agli aiuti. Ma anche a limitarne gli incentivi
perversi. Becker sostiene che qualunque sforzo di ricostruzione dovrebbe
essere gestito con mano amorosa ma ferma dal governo, ad esempio con
rigidi vincoli urbanistici nelle aree a rischio di alluvione, e con altrettanto
rigide norme sulle assicurazioni.
E non si tratta del solo premio Nobel che sostiene la cautela nella
ricostruzione di New Orleans. “La migliore politica è quella di non
consentire la ricostruzione di New Orleans nelle zone dove è possibile
l’allagamento” dice Edward Prescott, ricercatore alla Federal Reserve
Bank di Minneapolis, famoso per aver utilizzato gli investimenti nelle
pianure alluvionate come esempi di politiche di breve termine che invece
innescano incentivi di lungo periodo. Richard Posner, giurista
conservatore che condivide un sito web con Becker, propone che la città
diventi qualcosa come la Williamsburg coloniale: un sito turistico a sé
senza una vera città.
Naturalmente, ci sono alte probabilità che la città venga comunque
ricostruita. Oltre l’inerzia della decisione politica, i vari oppositori non
possono non valutare le pressioni delle attività economiche al ritorno, dice
Loren Scott, economista a Baton Rouge. Le imprese chimiche, i cantieri
navali, le aziende energetiche, hanno enormi investimenti nell’area, privi
di valore quando non operativi: “Torneranno molto velocemente” dice.
Ma le persone potrebbero non farlo. Secondo i calcoli del censimento, la
popolazione di New Orleans è diminuita del 4%, pari a 21.000 unità, fra il
2000 e il 2004, agli attuali 462.000 abitanti. Fra le città più popolose della
nazione, l’unica con un declino più pronunciato in quell’arco di tempo è
stata Detroit. Circa il 24% delle famiglie di New Orleans vivono al di sotto
del livello di povertà secondo il Census Bureau, contro il 9% a livello
nazionale.
Fuga dalla Città
Molti se ne sono andati nei suburbi in cerca di scuole migliori. Anche
alcuni grossi investitori se ne sono andati. ExxonMobil, Shell e
ChevronTexaco, per esempio, hanno eliminato o spostato centinaia di
posti di lavoro verso Houston negli ultimi anni, proseguendo un esodo
dalla città che dura da vent’anni. Risultato: anche se il settore energetico
New Orleans a un anno dall’uragano -30/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -31/77 – Antologia di articoli
sta attraversando una fase di boom, New Orleans non ne ha beneficiato
gran che. Nel 2004, i livelli occupazionali nel settore privato in città erano
ancora sotto a quelli del 1997.
Mr. Glaeser sostiene che ci sono problemi di lungo periodo dietro le
difficoltà pre-Katrina. Negli anni ’40 del XIX secolo New Orleans era una
delle tre città più popolose, insieme a New York e Philadelphia. A quei
tempi, il trasporto via acqua era il modo dominante di spostare persone e
merci, e l’economia era in gran parte agricola. I collegamenti col Sud e col
Mississippi facevano di New Orleans un polo fondamentale e integrale del
commercio. Secondo Glaeser, l’ascesa dei trasporti ferroviari e
automobilistici, insieme all’industrializzazione del secolo successivo,
hanno cambiato tutto questo e innescato il lungo, lento declino della città.
Quelle che oggi crescono più rapidamente, nota, sono posti come Las
Vegas o Atlanta, organizzate sullo sprawl suburbano e non circondate
dall’acqua.
”New Orleans è un luogo che ha raggiunto il proprio massimo livello
economico negli USA 160 anni fa” dice Glaeser. “Certo ora non offriva un
grande futuro, alla maggioranza dei propri abitanti”.
C’è anche una questione di tempi. Solo due settimane dopo Katrina, città
come Baton Rouge o Houston fremono di persone e imprese che tentano
di continuare vita e lavoro. Quando il piano di ricostruzione per New
Orleans sarà stato steso e attuato, probabilmente migliaia di persone si
saranno già stabilite altrove. Come promemoria di quanto lungo – e
dibattuto – possa diventare un processo di ricostruzione, resta ancora
vuoto, quattro anni dopo l’attacco terroristico su New York dell’11
settembre, lo spazio che era il World Trade: una cicatrice di terreno
inedificato.
I questi primi giorni di crisi, Washington non sembra orientata verso la
circospezione. Lo stanziamento di 62 miliardi per soccorrere le vittime è
solo il primo passo di una spesa che potrebbe raggiungere i 200 miliardi.
Ma prima di impegnare questi miliardi a rimediare alla tragedia urbana,
questi economisti sostengono che i decisori politici dovrebbero pensare
meglio alla condizione in cui era New Orleans, ed essere ben certi di non
ricacciarcela.
Mike Davis, I contractors della ricostruzione
New Orleans: dopo la tempesta, l'assalto. Il manifesto, 2 ottobre 2005 (l.t.)
La tempesta che ha distrutto New Orleans si è materializzata dai mari
tropicali a 125 miglia a largo delle Bahamas. Inizialmente classificata
come «depressione tropicale 12» il 23 agosto, rapidamente si è
intensificata diventando «tempesta tropicale Katrina»: l'undicesimo
uragano cui sia stato assegnato un nome in una delle stagioni più ricche
di uragani della storia. Attraversando la Florida e raggiungendo il Golfo del
Messico, dove ha vagato per quattro giorni, Katrina ha subito una
trasformazione mostruosa e in gran parte inattesa. Distraendo grandi
New Orleans a un anno dall’uragano -31/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -32/77 – Antologia di articoli
quantitativi di energia dalle acque del Golfo, calde in modo abnorme (tre
gradi centigradi sopra la temperatura media di agosto), Katrina è cresciuta
improvvisamente diventando uno spaventoso uragano di classe 5, con
venti a 290 km/h che alimentavano onde degne di uno tsunami, alte quasi
dieci metri. (Come ha poi spiegato Nature, Katrina ha assorbito dal Golfo
talmente tanto calore, che «dopo il suo passaggio la temperatura
dell'acqua è scesa fortemente, scendendo in alcune regioni da 30 a 26
gradi centigradi»).
La mattina di lunedì 29 agosto, quando ha raggiunto la terraferma presso
la foce del fiume Mississippi a Plaquemines Parish, Louisiana, Katrina era
scesa alla categoria 4 (venti a 210-249 km/h): una ben magra
consolazione per gli impianti petroliferi, i bacini ittici e i villaggi cajun che si
trovavano sul suo cammino. A Plaquemines, e poi ancora sulla Gulf Coast
in Mississippi e Alabama, Katrina ha sconvolto i bayou (zone paludose,
ndt) con rabbia irrefrenabile, lasciandosi alle spalle un paesaggio così
devastato che pareva una Hiroshima immersa nell'acqua.
Un calvario annunciato
La morte di New Orleans, naturalmente, era stata predetta. Anzi, nessun
disastro della storia americana era stato previsto in anticipo così
accuratamente.
Il segretario alla sicurezza interna Michael Chertoff ha poi dichiarato che
«le dimensioni dell'uragano superavano qualunque cosa il suo
Dipartimento potesse prevedere» ma questo, semplicemente, non è vero.
Anche se sono stati sorpresi dall'improvvisa trasformazione di Katrina in
un uragano gigantesco, gli scienziati avevano la cupa certezza di ciò che
New Orleans poteva aspettarsi dall'arrivo di un grande uragano. «La cosa
triste - ha detto un ricercatore dopo il passaggio di Katrina - è che
l'avevamo previsto al 100%».
Sin dalla brutta esperienza dell'uragano Betsy, una tempesta di categoria
2 che nel settembre 1965 inondò molte zone orientali di Orleans Parish,
ora nuovamente sommerse da Katrina, la vulnerabilità di New Orleans alle
onde create dagli uragani è stata ampiamente studiata e pubblicizzata.
Nel 1998, dopo un incontro ravvicinato con l'uragano Georges, la ricerca
si è intensificata. Un sofisticato studio computerizzato della Louisiana
State University metteva in guardia sulla «virtuale distruzione» della città
da parte di un uragano di categoria 4 che si fosse avvicinato da sud-ovest.
Gli argini e le barriere di New Orleans sono progettati per resistere solo a
un uragano di categoria 3, ma anche questa soglia di protezione si è
rivelata illusoria nelle simulazioni al computer fatte lo scorso anno dal
genio militare ( Army Corps of Engineers).
La continua erosione delle isole della Louisiana meridionale, che
costituiscono una barriera, e le paludi dei bayou, (una perdita annuale di
fascia costiera stimata in 60-100 chilometri quadrati) fa aumentare
l'altezza delle onde che spazzano New Orleans mentre la città stessa,
insieme ai suoi argini, sta lentamente affondando. Il risultato è che anche
New Orleans a un anno dall’uragano -32/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -33/77 – Antologia di articoli
un uragano di categoria tre, pur muovendosi lentamente, oggi
inonderebbe gran parte della città.
L'amministrazione Bush ha reagito a queste previsioni respingendo le
pressanti richieste di maggiore protezione dalle inondazioni: il
fondamentale progetto Coast 2005 per recuperare zone paludose di
protezione - il risultato di un decennio di ricerche e trattative - è stato
accantonato e gli stanziamenti per gli argini, compreso il completamento
dei baluardi intorno al Lago Pontchartrain, sono stati ripetutamente
tagliati. In parte, questa scelta è stata una conseguenza delle nuove
priorità di Washington che hanno compresso il budget del genio militare:
un grosso taglio alle tasse per i ricchi, il finanziamento della guerra in Iraq
e, ironicamente, i costi di Homeland Security, il Dipartimento per la
sicurezza interna. Eppure, senza alcun dubbio, vi è anche un motivo
sfacciatamente politico: New Orleans è una città solidamente
democratica, è abitata in maggioranza da neri e i suoi elettori
frequentemente decidono l'esito delle elezioni statali. Perché
un'amministrazione così implacabilmente «di parte» dovrebbe
ricompensare questa spina nel fianco autorizzando i 2,5 miliardi di dollari
che, secondo le stime del genio militare, sarebbero necessari per
costruire intorno a New Orleans un baluardo di protezione da un uragano
di categoria 5?
I vandali della protezione civile
Oltre ad avere finanziato in modo insufficiente il ripristino della fascia
costiera e l'edificazione degli argini, la Casa Bianca ha anche vandalizzato
la Fema in modo irresponsabile. Sotto la direzione di James Lee Witt (che
aveva il rango di membro del governo) la Fema era stata il fiore
all'occhiello dell'amministrazione Clinton, guadagnandosi elogi bipartisan
per l'efficienza dei suoi interventi di ricerca e soccorso, e per il pronto invio
di aiuti federali dopo le inondazioni del fiume Mississippi nel 1993 e il
terremoto di Los Angeles nel 1994. Quando però nel 2001 sono subentrati
i repubblicani, l'agenzia è stata trattata alla stregua di un territorio nemico:
il nuovo direttore Joe M. Allbaugh, ex manager della campagna di Bush,
ha bollato l'assistenza nei disastri come un «programma assistenziale
sovradimensionato» e ha chiesto agli americani di fare maggiore
affidamento sull'Esercito della salvezza ed altri gruppi religiosi. Allbaugh
ha puntualmente tagliato molti dei programmi principali che dovevano
mitigare l'effetto delle inondazioni e degli uragani. Poi, nel 2003, si è
dimesso per diventare un consulente pagato a peso d'oro dalle imprese
che aspiravano ad avere contratti in Iraq. (Com'è nel suo stile,
recentemente è riapparso in Louisiana come mediatore d'affari per le
imprese che mirano ad aggiudicarsi i remunerativi appalti per la
ricostruzione dopo il passaggio di Katrina.).
Così c'era ogni ragione di preoccupazione, se non di panico, quando
domenica 28 agosto Max Mayfield, il direttore del National Hurricane
Center di Miami, ha avvertito in video-conferenza il presidente Bush
New Orleans a un anno dall’uragano -33/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -34/77 – Antologia di articoli
(ancora in vacanza in Texas) e i funzionari di Homeland Security che
Katrina avrebbe devastato New Orleans. Eppure il direttore Brown, di
fronte alla possibile morte di 100.000 persone, appariva tracotante:
«siamo pronti. Ci siamo preparati a questo tipo di disastro per molti anni
perché abbiamo sempre saputo di New Orleans...».
Ma mentre le acque inghiottivano New Orleans e i suoi sobborghi, era
difficile trovare qualcuno che rispondesse al telefono o che assumesse il
comando delle operazioni di soccorso. «Un sindaco del mio distretto - ha
detto al Wall Street Journal un furibondo deputato repubblicano - ha
cercato di ottenere soccorsi per i suoi concittadini, che erano stati colpiti
direttamente dall'uragano. Ha telefonato per chiedere aiuto, l'hanno
lasciato in attesa per 45 minuti. Alla fine, un burocrate gli ha promesso
che avrebbe scritto un promemoria per il suo superiore».
Un sindaco fuori uso
Anche il municipio di New Orleans avrebbe avuto bisogno dei soccorsi:
l'unità di crisi al nono piano è stata fuori uso fin dalle prime fasi
dell'emergenza perché non c'era il carburante diesel per il generatore
autonomo.
Per due giorni, il sindaco Nagin e i suoi collaboratori sono stati
completamente tagliati fuori dal mondo esterno per il mancato
funzionamento delle linee telefoniche terrestri e dei telefoni cellulari.
Questo crollo dell'apparato di comando e controllo della città è
sconcertante in considerazione dei 18 milioni di dollari in sovvenzioni
federali che la città ha speso a partire dal 2002 in addestramento per
affrontare esattamente contingenze di questo tipo. Ancor più misteriosa è
stata la relazione tra Nagin e i suoi interlocutori statali e federali. Come il
sindaco ha detto sinteticamente in seguito, il piano di emergenza cittadino
era «far andare la popolazione in zone più elevate e farle inviare i soccorsi
in elicottero dai federali e dallo stato», eppure il responsabile della
sicurezza interna di Nagin, il colonnello Terry Ebbert, ha stupito i
giornalisti ammettendo che non aveva «mai parlato con la Fema del piano
di emergenza statale». In seguito Nagir ha cercato di giustificarsi dicendo
che la Fema non aveva distribuito preventivamente aiuti.
Com'è inevitabile, molti di coloro che sono stati abbandonati ad annegare
nei loro quartieri interpreteranno la negligente incoscienza del municipio
nel contesto delle aspre divisioni economiche e razziali che da lungo
tempo fanno di New Orleans la città più tragica degli Stati uniti. Non è un
segreto che le élite affaristiche di New Orleans e i loro alleati nel Municipio
vorrebbero sospingere fuori della città i segmenti più poveri della
popolazione, accusati dell'alto tasso di criminalità.
Caseggiati adibiti storicamente ad alloggi popolari sono stati demoliti per
fare spazio alle case di un ceto più abbiente e a un Wal-Mart. In altri
insediamenti popolari, gli inquilini vengono regolarmente sfrattati per atti
illeciti futili come la violazione del coprifuoco da parte dei loro figli.
L'obiettivo finale sembra quello di trasformare New Orleans in un parco a
New Orleans a un anno dall’uragano -34/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -35/77 – Antologia di articoli
tema per turisti - una Las Vegas sul Mississippi - nascondendo la povertà
cronica nei bayou, nelle aree per roulotte e nelle carceri fuori città. .
Piccole pulizie etniche
Non sorprende che alcuni sostenitori di una New Orleans più bianca e più
sicura vedano in Katrina un piano divino. «Finalmente abbiamo fatto
piazza pulita delle case popolari a New Orleans» ha confidato un influente
repubblicano della Louisiana ai lobbisti di Washington. «Noi non
potevamo farlo, ma Dio lo ha fatto». Similmente, il sindaco Nagin si è
vantato delle sue strade vuote e dei suoi quartieri distrutti. «Questa città è
per la prima volta libera dalle droghe e dalla violenza, e abbiamo
intenzione di mantenerla così». La parziale pulizia etnica di New Orleans
sarà un fatto compiuto, senza che le amministrazioni locali e quella
federale debbano fare grossi sforzi per dare una casa a prezzi abbordabili
alle decine di migliaia di inquilini poveri attualmente dispersi nei rifugi per
profughi in tutto il paese. Già si discute sulla possibilità di trasformare
alcuni dei quartieri più poveri che sorgono in basso, come Lower Ninth
Ward, in bacini di ritenzione idrica per proteggere le zone più ricche della
città. Come il Wall Street Journal ha giustamente sottolineato, «questo
significherebbe impedire ad alcuni degli abitanti più poveri di New Orleans
di fare ritorno nel loro quartiere».
L'amministrazione Bush nel frattempo spera di trovare la propria
resurrezione in una combinazione di rampante keynesismo fiscale e
ingegneria sociale fondamentalista. Naturalmente, l'effetto immediato di
Katrina sul Potomac è stato un calo talmente brusco della popolarità del
presidente - e, parallelamente, dell'occupazione Usa in Iraq - che la
stessa egemonia Repubblicana è improvvisamente apparsa in pericolo.
Per la prima volta dagli scontri di Los Angeles del 1992, le questioni poste
dai «vecchi Democratici» come la povertà, l'ingiustizia razziale e gli
investimenti pubblici si sono momentaneamente imposte al dibattito
pubblico, e il Wall Street Journal ha avvisato i repubblicani che devono
«tornare all'offensiva politica e intellettuale» prima che qualche liberal alla
Ted Kennedy possa riproporre un rimedio stile New Deal, come ad
esempio una grossa agenzia federale per il controllo delle inondazioni o il
ripristino della fascia costiera lungo la Gulf Coast.
Su questa linea, la Heritage Foundation ha ospitato riunioni protrattesi fino
a tarda sera in cui ideologi conservatori, quadri del Congresso e fantasmi
del passato Repubblicano (come Edwin Meese, ex segretario alla giustizia
di Nixon) hanno presentato una strategia per salvare Bush dalle
conseguenze nefaste del calo di popolarità della Fema. Jackson Square a
New Orleans, illuminata a giorno ma vuota, è diventata il fondale spettrale
del discorso che il presidente ha tenuto il 15 dicembre sulla ricostruzione
dopo l'uragano. È stata una performance straordinaria.
Un laboratorio per il neoliberismo
Con aria radiosa, Bush ha promesso ai due milioni di vittime di Katrina
New Orleans a un anno dall’uragano -35/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -36/77 – Antologia di articoli
che la Casa Bianca si accollerà gran parte delle spese per i danni, stimati
in 200 miliardi di dollari: una spesa pubblica in disavanzo talmente alta
che avrebbe fatto girare la testa persino a Keynes. (Il presidente sta
ancora proponendo un altro grosso taglio delle tasse per i super-ricchi).
Bush ha poi corteggiato la sua base politica con un elenco di riforme
sociali cui i conservatori aspirano da tempo: buoni per la scuola e per la
casa, l'assegnazione alle chiese di un ruolo centrale, una lotteria «per una
casa in città», ampie agevolazioni fiscali alle imprese, la creazione di una
Gulf Opportunity Zone, e la sospensione di fastidiose norme governative
(come i minimi salariali nell'edilizia e le norme ambientali sulle trivellazioni
off-shore).
Per i conoscitori della «Bush-lingua», il discorso di Jackson Square è
stato un momento di squisito déjà vu: promesse simili non erano forse
state fatte sulle rive dell'Eufrate? Come ha cinicamente osservato Paul
Krugman, la Casa Bianca, avendo tentato di fare dell'Iraq «un laboratorio
per le politiche economiche conservatrici» e non essendoci riuscita, può
ora fare i suoi esperimenti sui traumatizzati abitanti di Biloxi e di Ninth
Ward. Il deputato Mike Pence, un leader del potente Republican Study
Group - che ha contribuito a scrivere l'agenda del presidente per la
ricostruzione - ha sottolineato che i Repubblicani faranno della
devastazione causata dall'uragano un'utopia capitalistica. «Vogliamo fare
della Gulf Coast un magnete per la libera impresa. L'ultima cosa che
vogliamo, dove un tempo c'era New Orleans, è una città federale ».
Significativamente, come ha scritto di recente il New York Times,
attualmente il genio militare di New Orleans è guidato dallo stesso
personaggio che in precedenza supervisionava i contratti in Iraq. Lower
Ninth Ward potrebbe non esistere mai più, ma i proprietari dei bar e dei
locali di strip-tease nel quartiere francese stanno già pregustando i
guadagni che li attendono, quando i lavoratori della Halliburton, i
mercenari della Blackwater e gli ingegneri della Bechtel lasceranno a
Bourbon Street i loro stipendi federali. Come si dice nel Vieux Carré e alla
Casa Bianca: laissez les bon temps roulez!
Nicolai Ourussof, Ce la farà New Orleans, a sopravvivere alla propria
rinascita?
Contro l'idea di New Orleans ricostruita come "parco a tema" della città
tradizionale. New York Times, 20 ottobre 2005 (f.b.)
Titolo originale: Can New Orleans survive its rebirth? – Traduzione per
Eddyburg di Fabrizio Bottini
NEW ORLEANS – L’ottimismo scarseggia da queste parti. E mentre la
gente inizia a frugare nelle distruzioni lasciate dall’urgano Katrina, si
insinua la sensazione che il colpo finale debba ancora arrivare, e che
cancellerà irrevocabilmente il passato della città.
Il primo segno premonitore è comparso quando il sindaco C. Ray Nagin
ha annunciato che il modello per la rinascita sarebbe stato quello
New Orleans a un anno dall’uragano -36/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -37/77 – Antologia di articoli
dell’insediamento pseudo-suburbano chiamato River Garden, nel Lower
Garden District. La sola idea ha allarmato i conservazionisti, che temono il
rifacimento dei quartieri storici in forma di lottizzazioni senza carattere
servite da negozi big-box.
Più di recente, Nagin ha preso in considerazione la possibilità di
sospendere le norme di tutela storica, per rendere New Orleans più
invitante per i costruttori: evocando così la possibilità di devastazioni
architettoniche e avidità senza limiti.
Ma non sono solo politici e costruttori ad avere colpe, qui. Per decenni la
mainstream architettonica ha accettato il presupposto che le città possano
esistere in un punto fisso del tempo storico. Ne risulta una versione
fiabesca della storia, le cui conseguenze potrebbero essere
particolarmente gravi per New Orleans, che era già sulla buona strada per
diventare un’immagine da cartoline del proprio passato anche prima che
l’uragano colpisse.
Ora, con la città nelle condizioni più vulnerabili, queste voci minacciano di
sovrastare tutte le altre. Un dibattito sulla ricostruzione della Costa del
Golfo tenuto di recente in Mississippi [vedi link su Eddyburg a pie’ di
pagina n.d.T.] è stato dominato dai sostenitori del New Urbanism, che
esprime una visione sentimentale e storicista del funzionamento delle
città. Nel frattempo chi sostiene una lettura più complessa della storia
urbana – ovvero che comprenda la realtà del XX e XXI secolo oltre al
fascino di New Orleans del XIX – rischia di essere relegata ai margini.
Il destino che minaccia la città si può verificare a River Garden, il modello
futuro preferito dal sindaco. Poche settimane dopo la tempesta, ho
attraversato la zona insieme a Wayne Troyer, architetto del luogo che si
oppone alla visione del sindaco. Per suggerire alcune caratteristiche da
quartiere tradizionale di New Orleans, qui le case sono progettate
secondo una miscela di stili. C’è una fila di edifici a schiera su Laurel
Street, con le ringhiere di ferro battuto che riprendono molto liberamente
quelle del Quartiere Francese. Poco lontano, edifici bifamiliari un po’ più
grandi sono modellati sui bungalows tradizionali, con tetti puntuti, portici
poco profondi e finestre con persiane decorate a graziose tonalità di rosa,
giallo, e azzurro.
Si vedono tutti i segni caratteristici di una lottizzazione suburbana
convenzionale. I fili del telefono sono invisibili, sepolti, e le case un po’ più
distanti una dall’altra delle loro corrispondenti nella New Orleans vera, per
lasciar spazio all’ingresso pavimentato per l’auto. La maggior distanza
vorrebbe offrire privacy ma fa pensare invece a diffidenza; il percorso per
l’auto tiene la gente lontana dalla strada, e coltiva il senso di isolamento.
L’indizio più evidente del fatto che siamo entrati in un ambiente surreale, è
la vista di carrelli della spesa vuoti in mezzo ai prati. Vengono dal vicino
Wal-Mart, che ha da tempo rimpiazzato i negozi locali in tutti gli Stati Uniti.
Al giorno d’oggi, gli ubiqui scatoloni e insegne bianco-blu di Wal-Mart
rappresentano la nostra ritirata dentro a un mondo sigillato e
omogeneizzato.
New Orleans a un anno dall’uragano -37/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -38/77 – Antologia di articoli
Quello che manca del tutto, da River Garden, sono naturalmente i dettagli
sottili della vita quotidiana, che si costruiscono nei decenni, e che pure
quel quartiere afferma di avere.
A parere di Troyer, l’evidenza più visibile è tutto quel che rimane: cinque
solidi edifici di mattoni, unica traccia del quartiere di case popolari St.
Thomas Hope, costruito nei primi anni ‘40. Le forme semplici, sormontate
da tetti in tegole piatte, rappresentano esattamente il tipo di edilizia
pubblica disprezzato dai funzionari pubblici ai nostri giorni.
Ma per Troyer e molti altri architetti della sua generazione, le semplici
strutture a tre piani, attorno a una piccola core centrale, hanno dimensioni
umane che le distinguono dai grossi interventi. Anche coi propri difetti,
riflettono un patto sociale – la promessa di una casa decorosa a basso
costo per ogni cittadino – infranto molto tempo fa, e che molto
probabilmente non sarà certo ricomposto dalla gentrification urbana.
E River Garden non rappresenta ancora lo scenario peggiore. Guidando
lungo il canale industriale qualche giorno dopo, sono arrivato a
Abundance Square, un quartiere residenziale per famiglie a redditi misti.
Le strade nude del quartiere incrostate di fango sono fiancheggiate da
abitazioni che vorrebbero evocare l’immagine di una comunità
tradizionale. Ma qui, il risultato è una formula genericamente suburbana:
case col medesimo aspetto a scatola, regolarmente separate dagli
accessi per le auto, prati vuoti e un sistema di vie privatizzate.
L’argomento a favore di quartieri del genere, naturalmente, sarebbe che
New Orleans deve essere ricostruita in fretta, e la formula delle case
standardizzate è meglio di niente. È l’argomento delle aspettative troppo
modeste, che serve gli interessi dei costruttori e priva la città di tutta la
sua vita.
Il presupposto è che l’unica alternativa sarebbe quella di non far niente.
Ma in realtà, il modo in cui gli architetti pensano alle città si è evoluto per
un certo periodo di tempo; la questione è se la città voglia attingere alle
risorse intellettuali che ha a disposizione. Stephanie Bruno, per esempio,
dirige il progetto Comeback del Preservation Resource Center. Negli
ultimi dieci anni il centro ha restaurato case di architettura vernacolare
locale del XIX secolo dette shotgun e bungalows creoli nei quartieri più
poveri della città. L’intero programma, rara miscela di conservazione e
prospettiva sociale, era parte di una strategia più ampia per far risorgere
le zone più povere. Legando continuità storica e orgoglio di appartenenza
locale, dimostra che la rivitalizzazione urbana non può essere ridotta a
formule ottuse.
Appena a su della St. Claude Avenue, nella Ninth Ward,molte delle
abitazioni restaurate appaiono relativamente intatte dalla strada, anche se
sono fortemente danneggiate all’interno. Comunque, molte possono
ancora essere salvate, dato che sono costruite in acero, un legno duro
che di solito resta intatto anche dopo le inondazioni.
Sarà un lavoro difficile, individuare cosa possa essere restaurato.
New Orleans a un anno dall’uragano -38/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -39/77 – Antologia di articoli
Richiederà il tipo di sostegno pubblico che è diventato una rarità, in un
paese che tende a mettere sullo stesso piano interessi privati e benessere
collettivo. Quello che la signora Bruno e altri temono di più, è che queste
case siano semplicemente spazzate via con le ruspe, come espediente
per far spazio a insediamenti di grossa scala come Abundance Square
(dopotutto, perché costruire una casa o due quando si può spazzar via un
intero quartiere, ricostruirlo, e ammassare profitti enormi?)
Anche se si salveranno molte delle umili case shotgun della signora
Bruno, i paesaggi urbani del XX secolo molto probabilmente troveranno
pochi difensori. Realizzata nel catino a basso livello, la zona di Mid City
simboleggia l’abbraccio della modernità. La sua mescolanza di bungalows
in stile California case tardo-vittoriane, ora seriamente danneggiate, ha
più elementi in comune con gli sterminati paesaggi di Los Angeles che
con le immagini romantiche delle radici europee della città. E come tale,
probabilmente sarà ignorata dai custodi locali del passato architettonico.
Solo per ritenere, magari, che gli stili storici rigidamente compartimentati
della città possano essere riproposti entro quartieri interamente ricostruiti,
sostenendo così una versione del passato in forma di parco a tema.
Senza dubbio grandi parti di New Orleans dovranno essere ricostruite
dalle fondamenta. Ma i migliori architetti al lavoro, oggi, probabilmente
guarderanno per ispirazione al cavernoso Superdome come alle spirali
della Cattedrale di St. Louis. Perché comprendono come le innovazioni
della città nel XX secolo – dai bungalows ai canali alle freeways – sono
parte integrale della sua identità, tanto quanto l’architettura vernacolare
del XIX.
Questo ci lascia meglio attrezzati ad affrontare le questioni della New
Orleans del XXI secolo. Passato e futuro devono imparare a vivere
insieme.
Mike Tidwell, Addio New Orleans. Smettiamola di fingere
L'amministrazione Bush non ha finanziato il piano di ripristino ambientale
della Costa del Golfo. New Orleans può solo aspettare il prossimo
uragano, forse quello definitivo. Orion online, 2 dicembre 2005
Titolo originale: Good Bye, New Orleans. It’s time we stopped
pretending – Traduzione di Fabrizio Bottini
AL NOVANTESIMO GIORNO da quando Katrina ha colpito, è tempo di
smetterla con lo stato nazionale di rimozione. In fondo il portavoce della
Camera Dennis Hastert l’aveva detta giusta, anche se le sue motivazioni
non erano certo impeccabili. Dobbiamo dichiarare partita persa a New
Orleans non tanto perché la città non possa essere resa relativamente al
sicuro dagli uragani. Questa è una cosa che si può fare. E non perché
farlo costi più sforzi di quanto non sia utile. Non è così. Ma perché
l’amministrazione Bush ha già dato a New Orleans un sommesso bacio
della morte, ora che la vicenda è entrata in un nuovo ciclo.
New Orleans a un anno dall’uragano -39/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -40/77 – Antologia di articoli
In quanto persona che ha cara New Orleans e conosce molto del suo
fascino, mi addolora incommensurabilmente dichiarare questa sconfitta.
Non si tratta di un artificio retorico o di un’argomentazione provocatoria
per provocare un dibattito di compromesso. Voglio dire esattamente
questo: chiudere la città e sbarrare tutto quanto, prima che vadano perse
altre migliaia di vite umane.
Nelle settimane successive a Katrina, i media americani in qualche modo
hanno ricostruito l’immagine di una catastrofe fatta di argini inefficienti e
piani di evacuazione falliti. Questa comunicazione del “Cos’è andato
storto?” ha comportato autopsie di tutte le dighe danneggiate, e una
caccia alle streghe ai responsabili dei fiaschi organizzativi al Superdome e
al Convention Center. Ma erano solo sintomi, per quanto orribili, di una
malattia molto più estesa.
Katrina ha distrutto Big Easy – e le Katrine del futuro faranno altrettanto –
non a causa del fallimento dell’ingegneria, ma perché sono scomparsi
milioni di ettari di isole costiere e zone umide in Louisiana nello scorso
secolo, a causa delle interferenze umane. Terre che servivano da
“paraurti di velocità”, a ridurre l’ascesa letale delle ondate negli scorsi
uragani, rendendo abitabile New Orleans.
Ma mentre incoraggiava i residenti a tornare a casa e dichiarava a
beneficio del pubblico televisivo “faremo qualunque cosa sia necessaria”
per salvare la città, il presidente all’inizio di questo mese ha formalmente
rifiutato di fare l’unica cosa senza la quale New Orleans, semplicemente
non può vivere: il ripristino della rete di barriere costiere e zone umide.
Sono stati stanziati decine di miliardi di dollari per curare i sintomi – argini
danneggiati, insufficienti finanziamenti all’emergenza, ponti e strade
distrutti – ma quasi niente per la vera malattia, le terre scomparse, che
hanno incanalato l’oceano verso la città. Nessuna quantità di argini o
scorta di acqua minerale in bottiglia salverà mai New Orleans, fin quando
non sarà ripristinata la barriera lungo la linea di costa dello stato.
Solo da dopo la seconda guerra mondiale, fra New Orleans e il Golfo del
Messico si è trasformata in acqua una superficie di terre delle dimensioni
dello stato del Rhode Island, la maggior parte zone umide. E ogni ettaro di
zona umida riduce di qualche centimetro l’altezza delle maree,
disperdendo la forza delle tempeste. Detto semplicemente, se Katrina
avesse colpito nel 1945 anziché nel 2005, la marea che ha raggiunto New
Orleans sarebbe stata di 2-3 metri in meno di quanto avvenuto.
Le zone umide e le isole-barriera erano create dal flusso di acque ricco di
sedimenti che il Mississippi depositava da migliaia di anni. Ma i moderni
argini hanno impedito il flusso naturale, e le zone umide private di
sedimenti e nutrimento si sono erose, hanno subito “subsidenza”, e sono
state spazzate via. Ogni dieci mesi, anche senza uragani, si trasforma in
acqua un’area della Louisiana pari ala superficie di Manhattan. Sono venti
ettari al giorno. Un campo da football ogni mezz’ora!
New Orleans a un anno dall’uragano -40/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -41/77 – Antologia di articoli
C’è un piano da 14 miliardi di dollari per intervenire su questo problema:
un piano ampiamente giudicato tecnicamente valido e sostenuto dagli
ambientalisti, dalle compagnie petrolifere e dagli operatori della pesca. È
sul tavolo da anni ed è stato ripresentato con particolare urgenza dopo
che Katrina ha colpito. Ma per ragioni difficili da sondare, quanto letali nei
loro effetti, l’amministrazione ha girato le spalle a questo piano. Anziché
investire l’equivalente di sei settimane delle spese in Iraq, o il costo del
Big Dig di Boston [ un tunnel stradale n.d.T.], dobbiamo prepararci a
pagare il prezzo inevitabile di un altro uragano da 200 miliardi di dollari,
giusto dietro l’angolo, in Louisiana.
Il grande progetto per cambiare tutto questo, comunemente conosciuto
come piano Coast 2050, utilizza grosse condotte, pompe e canali
organizzati chirurgicamente, per riorientare una grossa porzione dei
sedimenti del fiume verso le aree di interposizione costiere senza toccare
infrastrutture e insediamenti umani. Il programma ricostituirebbe centinaia
di migliaia di ettari di zone umide nel corso del tempo, ripristinando alcune
isole-barriera in soli 12 mesi (si calcola che i piani del governo di
ricostruzione degli argini possano durare decenni). Tutti concordano sul
fatto che il piano funzionerebbe. La National Academy of Sciences solo la
scorsa settimana ha confermato la serietà del progetto, sollecitando
un’azione urgente.
Ma nel secondo e ultimo decreto di spesa per l’emergenza post-Katrina
inviato al Congresso l’8 novembre, la Casa Bianca ha liquidato il piano di
recupero, con un’incredibile proposta di 250 milioni, invece dei 14 miliardi
richiesti.
Come è possibile che questa amministrazione, che è stata colta
totalmente impreparata dal primo Katrina, non veda le azione che sono
ovviamente necessarie a prevenire il prossimo? La mia teoria è che Bush
senta la parola “zone umide” e si ritragga in una cieca avversione
ideologica per tutto ciò che suona “ambientalista”. Il che spiega forse
come mai nei numerosi discorsi pronunciati durante i sei viaggi-immagine
nel Golfo dopo Katrina, il Presidente non abbia menzionato neppure una
volta in termini isole-barriera o zone umide. Non una volta.
”O non capiscono, o semplicemente non glie ne importa” dice Mark Davis,
direttore della Coalition to Restore Coastal Louisiana. “Ma il risultato è lo
stesso: altri disastri”.
Quindi smettetela con le riparazioni, mettete via scope e seghe. Chiudete
le poche attività che hanno riaperto. Lasciate gli argini come stanno e
andatevene. Adesso. Tutti. È decisamente poco sicuro abitare lì.
Incoraggiare le persone a tornare a New Orleans, come sta facendo
Bush, senza finanziare l’unico piano che può salvare la città dal prossimo
Big One, significa commettere un omicidio di massa. Se dopo tutte le
sofferenze umane e i costi di questa ordalia nazionale, il governo federale
non può impegnarsi a spendere l’equivalente del costo di un tunnel
dall’aeroporto Logan al centro di Boston, siamo davvero finiti.
New Orleans a un anno dall’uragano -41/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -42/77 – Antologia di articoli
Chiunque non apprezzi questa notizia – coltivatori che esportano grano
dal porto di New Orleans, abitanti del New England che scaldano le
proprie case col gas naturale del Golfo, entusiasti della cultura che amano
il gergo del French Quarter – può spedire commenti direttamente alla
Casa Bianca. Ma non aspettatevi una risposta.
Cristopher, Hawthorne, Nella corsa alla ricostruzione, una famiglia
litigiosa
Secondo il critico di architettura del Los Angeles Times (4 dicembre 2005)
in urbanistica vale più la capacità organizzativa delle sole buone idee. Lo
dimostra il successo del CNU nella ricostruzione post-Katrina
Titolo originale: In the rush to rebuild, a house divided – Traduzione
per Eddyburg di Fabrizio Bottini
HALEY BARBOUR, governatore del Mississippi, ex presidente del
Comitato Nazionale Repubblicano e amico di lunga data di “W.”, scherza
coi colleghi sul fatto che sino a poco tempo fa conosceva solo due parole
di francese: bonbon e bourbon. Ora, racconta, ne ha imparata una terza:
charrette, un termine usato da architetti e urbanisti per descrivere una
riunione brainstorming nelle prime fasi di un progetto.
Se sembra una parola piuttosto oscura da usare, per un governatore con
poco dichiarato interesse verso l’architettura, è anche un’indicazione
rivelatrice del modo in cui si sta conformando il processo di ricostruzione
post-Katrina.
Charrette è un termine gergale amato fra gli architetti legati al Congress
for the New Urbanism. E il Congress for the New Urbanism, o CNU, è
diventato, con sorprendente rapidità, il gruppo urbanistico di riferimento
per i politici della Costa del Golfo.
Nello stato di Barbour, i New Urbanists hanno dominato una charrette di
una settimana tenuta in ottobre presso il casino Isle of Capri di Biloxi.
Guidato dall’architetto di Miami e principale esponente del CNU Andrés
Duany, il cosiddetto Mississippi Renewal Forum ha attirato architetti e
urbanisti da tutto il paese fedeli alla causa del gruppo.
Anche la governatrice della Louisiana Kathleen Babineaux Blanco ha
iniziato ad appoggiarsi ai New Urbanists nelle consulenze per la
ricostruzione. Questa settimana la neonata Louisiana Recovery Authority
ha chiesto a Duany di organizzare una charrette che interessi tutto lo
stato, e scelto l’architetto di Berkeley Peter Calthorpe, tra i fondatori del
CNU, per sviluppare un piano regionale di lungo termine per le aree
devastate dall’inondazione seguita all’uragano.
Potreste pensare a questo punto che molti architetti e urbanisti americani
siano rincuorati dalla notizia che questi governatori si siano rivolti a
professionisti per consigli già in queste prime fasi del processo di
ricostruzione. Ma vi sbagliereste.
Oh, quanto vi sbagliereste.
New Orleans a un anno dall’uragano -42/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -43/77 – Antologia di articoli
L’idea che New Urbanists come Duany o Calthorpe possano collaborare a
redigere i piani per una nuova Costa del Golfo ha riepito di orrore molti
architetti e critici culturali con orientamento di sinistra: rivelando tra l’altro
qualcosa sulle ambizioni e ansietà che caratterizzano la professione
dell’architetto in questo paese.
”Fra i New Urbanists, Calthorpe si colloca fra i progressisti e pensanti”
dice Reed Kroloff, decano della scuola di architettura alla Tulane
University ed ex direttore di Architecture. Ma definisce l’incarico a
Calthorpe in Louisiana “molto, molto deludente”, e “un segno che l’inera
regione è stata consegnata al CNU”.
La risposta da parte di altri architetti e critici è stata, per dirla in termini
blandi, meno contenuta. Eric Owen Moss, direttore del Southern California
Institute of Architecture, ha dichiarato in ottobre al Washington Post che i
New Urbanists stavano trovando spazio sulla Costa del Golfo perché il
loro programma richiama “un’immagina anacronistica di Mississippi che
ammicca ai bei tempi andati del Vecchio Sud, lento equilibrato e arioso,
dove ognuno conosceva il proprio ruolo”.
Poi ci sono i commenti di Mike Davis, critico che getta benzina sul fuoco a
dir poco. Definendo i New Urbanists un “culto architettonico” ha
raccontato ai lettori di Mother Jones che durante il Mississippi Renewal
Forum, “Duany ha suscitato un fervore revivalistico che deve essere
piaciuto a Barbour e altri discendenti degli schiavisti”.
I New Urbanists non si sono risparmiati nel rispondere al fuoco. In una
lettra a Moss, Stefanos Polyzoides, architetto di Pasadena e altro
fondatore del CNU (sembrano essercene dozzine), ha definito le
affermazioni di Moss “offensive nel loro pregiudizio ... la sua idea del CNU
è al massimo superficiale. E i suoi commenti suonano piuttosto vuoti,
venendo dal direttore di una scuola di architettura”.
Prosegue: “Se è tentato dall’idea di sostenere un dibattito più ampio su
questo argomento, sarò lieto di farlo personalmente e/o di incaricare
qualcuno di contattarla, quando e come preferisce”.
Se tutto questo clamore è stato molto divertente per gli appassionati del
pettegolezzo architettonico, solleva comunque due importanti questioni:
cosa c’è nel New Urbanism che rende tanti architetti nervosi, quando non
apoplettici? e come a fatto il CNU a riuscire a conquistarsi un caposaldo
sulla spiaggia della Costa del Golfo tanto in fretta? La risposta alla
seconda domanda, a ben vedere, aiuta a trovare anche quella alla prima.
Concetti ampiamente adottati
Il Congress for the New Urbanism, fondato nel 1993, promuove obiettivi
che ogni architetto può sottoscrivere, almeno in teoria: mettere sotto
controllo lo sprawl suburbano, collegare i nuovi insediamenti al trasporto
collettivo di massa, rendere i quartieri più abitabili per i pedoni che per le
automobili. Il movimento ha avuto sede per lungo tempo a San Francisco,
e recentemente ha spostato il quartier generale a Chicago; il presidente e
New Orleans a un anno dall’uragano -43/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -44/77 – Antologia di articoli
responsabile operativo è John Norquist, già sindaco di Milwaukee dal
1988 al 2003.
Se c’è una “bibbia” del movimento, si tratta di Suburban Nation, un libro di
cinque anni fa scritto da Duany insieme alla moglie e socia di studio,
Elizabeth Plater-Zyberk, e a Jeff Speck. Propone di equilibrare gli effetti
malefici dello sprawl con insediamenti che mettano le case più vicine a
uffici e trasporti pubblici.
Auspica anche un’architettura che rispetti e anche faccia rivivere i suoi
precedenti storici. Ed è qui il punto in cui le strade del CNU e dei suoi
critici si dividono.
I cattivi principali del libro sono gli architetti Modernisti: soprattutto Le
Corbusier, che rifiutava i sistemi chiusi e lo squallore, per non parlare
delle decorazioni, delle città del XIX secolo (in realtà la sigla CNU è un
sarcastico omaggio allo strumento di diffusione culturale del Movimento
Moderno, i Congres Internationaux D'architecture Moderne, fondati da Le
Corbusier e altri nel 1928). In una serie di manifesti pubblicati negli anni
’20 e ’30 egli celebrava l’avvento dell’auto privata come della forza che
avrebbe liberato l’urbanistica.
Auspicava anche la realizzazione di torri residenziali sviluppate in altezza,
che i leaders del CNU affermano aver condotto ai disastrosi progetti
modernisti di housing realizzati negli USA e in Europa negli anni ’50 e ‘60.
Un’accusa rinnovata quest’autunno quando i grandi guru di pensiero
cercavano una spiegazione alla violenza che ha percorso le città francesi.
All’inizio di Suburban Nation, dedicando a Le Corbusier un tipo di critica
già proposta in modo molto più convincente ed elegante da Jane Jacobs
40 anni prima, Duany e i suoi coautori usano una citazione
particolarmente provocatoria dal manifesto del 1935, Ville Radieuse:
” Le città saranno parte della campagna; abiterò a cinquanta chilometri dal
mio ufficio in una direzione, sotto un albero di pino; la mia segretaria
abiterà pure a cinquanta chilometri, nell’altra direzione, sotto un altro pino.
Avremo entrambi la nostra automobile. Consumeremo pneumatici,
superfici stradali, olio e benzina”
Gli architetti e accademici dei circoli d’avanguardia, la maggior parte dei
quali resta leale ai principi modernisti, hanno denunciato per anni che
sotto l’amore dei New Urbanists per gli steccati di legno, i dondoli sotto il
portico e i tetti a falde, stesse un’idea di nuova edilizia che deforma
l’eredità del movimento moderno, ed è troppo amichevole nei confronti dei
costruttori.
E in verità, Moss dice di essere rimasto un po’ sorpreso per il clamore
provocato dai suoi commenti sulla charrette in Mississippi, perché le sue
critiche del New Urbanism sono piuttosto note.
Come ha detto Kroloff al NPR in settembre, i New Urbanists “credono che
nella tradizione urbanistica USA del XIX secolo stiano la maggior parte, se
non tutte, le risposte alla pianificazione del XXI”. A New Orleans, ha
aggiunto, il risultato potrebbe essere il tentativo di “ricreare la città natale
New Orleans a un anno dall’uragano -44/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -45/77 – Antologia di articoli
di nostra nonna, per nessun altro motivo se non che gli americani sono
inebetiti dallo storicismo. Amano lo storicismo. Se lasciamo che accada a
New Orleans, avremo una versione Disney-ficata, da cartone animato”
della città.
Tutto quello che si deve fare per capire il livello di questa preoccupazione,
è guardare ai risultati nella manciata di insediamenti residenziali realizzati
secondo la filosofia New Urbanist. Se si chiede a Leland Speed, operatore
immobiliare a capo della Mississippi Development Authority che ha
invitato gli esponenti CNU alla riunione di Biloxi, quali complessi New
Urbanist veda come modelli per la ricostruzione in Mississippi e New
Orleans, vi farà due nomi: New Town a St. Charles, quartiere suburbano
fuori St. Louis, e Baldwin Park, Florida.
Entrambi soffrono di un esageratamente preziosa progettazione similstorica (la prima immagine che appare sul sito web di New Town a St.
Charles è di tre ragazzini angelici che pescano insieme all’estremità di un
molo). L’effetto generale è l’america dell’era Eisenhower patinatamente
immaginata da Ralph Lauren.
Forme architettoniche nostalgiche a parte, non è chiaro come questo tipo
di insediamenti aiuti a contenere lo sprawl o a interrompere la storia
d’amore tra gli americani e l’auto privata. Costruire quartieri adatti ai
pedoni e al trasporto pubblico richiede significativi e dolorosi mutamenti
nelle nostre priorità culturali. Ma i progetti New Urbanist non chiedono
alcun sacrificio ai loro potenziali acquirenti di case.
Quello che entrambi propongono, invece, è l’idea – un’idea che il
consumatore americano trova irresistibile – secondo la quale possiamo far
tornare indietro l’orologio sino a una cultura di maggiori legami e vicinato,
senza rinunciare al garage per tre auto e ad altri lussi poco amici
dell’ambiente a cui ci siamo abituati.
Anche Barbour può ragionevolmente essere accusato di usare le idee
New Urbanist per lanciare un messaggio profondamente ambiguo su
come ricostruire il Mississippi.
Nell’introduzione al rapporto redatto dagli animatori del Mississippi
Renewal Forum, Barbour afferma che lui e altri rappresentanti dello stato
“sono obbligati a ricostruire secondo modi tradizionali”. Ma ha anche
favorito l’approvazione di una nuova legge statale che consente ai casino
che ora occupano le imbarcazioni lungo la riva del Mississippi di spostarsi
in sedi più grandi, permanenti, e lucrative sulla terraferma. E non c’è
niente di tradizionale in questa azione: c’è stata anche una significativa
opposizione fra esponenti religiosi e politici conservatori.
È proprio questo tentativo – di stendere una patina di tradizionalismo
sopra politiche direttamente a favore delle imprese – che apre i New
Urbanists alla spesso emersa critica: letteralmente, essi sono consapevoli
complici della cospirazione per uno sviluppo mangiatutto assai meno
illuminato di quanto afferma di essere.
New Orleans a un anno dall’uragano -45/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -46/77 – Antologia di articoli
Un profilo in rapida ascesa
Il dibattito sulla crescente influenza dei New Urbanists nell’opera di
ricostruzione del dopo Katrina, e il modo in cui ha cominciato a rimbalzare
dalla Costa del Golfo a Washington, D.C., sino alla California meridionale,
ha ampi sviluppi per l’architettura contemporanea.
Arriva in un momento in cui gli architetti all’ultimo grido come Rem
Koolhaas o Zaha Hadid godono di un livello di celebrità e riconoscimento
pubblico senza precedenti, e pure non sono riusciti ad esercitare alcuna
influenza a livello governativo: in particolare in America, nell’ambiente
suburbano, coi grossi costruttori.
Contemporaneamente i New Urbanists sono stati più abili a diventare i
benvenuti a Main Street e nei corridoi del potere: anche se la loro fama, in
particolare fra i colleghi architetti giovani e urbani, è precipitata.
Nessun gruppo di interesse nel campo dell’architettura attira più critiche
del CNU. Ma i suoi principali esponenti sono sempre più in grado di
scrollarsi di dosso questo peso, perché hanno preso la decisione calcolata
secondo cui tra le persone a cui val la pena far cambiare idea non
figurano le élites dell’architettura.
”Il New Urbanism è un approccio multidisciplinare che ha a che fare con
l’urbanistica, la gestione delle risorse, i problemi di uso del suolo” racconta
Calthorpe. “Quindi il fatto di avere o meno i critici dell’architettura dalla
nostra parte, non importa molto”.
Resta da vedere, naturalmente, quanta influenza concreta – oltre che
retorica – avranno i nuovi urbanisti nella Costa del Golfo. Una possibilità
piuttosto realistica, con la quale il CNU non si è confrontato in alcun modo
direttamente, è che costruttori e politici utilizzino semplicemente la
blandizie del linguaggio new urbanist a giustificare una nuova edificazione
senz’anima.
E pure, la velocità e disciplina con cui è stata organizzata la charrette in
Mississippi offre un caso studio su come architetti e urbanisti possano far
sentire le proprie idee al potere: e dovrebbe servire da lezione a chi ha
criticato con tanta veemenza le priorità del gruppo.
Gli esponenti locali del CNU del Sud, in particolare l’architetto del
Mississippi Michael Barranco, sapevano che Speed aveva letto e
ammirato Suburban Nation. Barranco ha chiamato Speed meno di due
settimane dopo l’uraganooffrendo di organizzare una charrette gestita da
architetti e urbanisti CNU. Speed ha accettato immediatamente,
raccomandando a sua vaolta i metodo charrette a Jim Barksdale, nativo
del Mississippi ed ex CEO Netscape incaricato da Barbour a
sopraintendere la ricostruzione nello stato.
”Non avevo mai sentito parlare del New Urbanism” dice Barksdale. “Ma mi
fido di Leland. Gli ho detto, ‘Voi ragazzi conoscete queste cose meglio di
me. Organizzatevi’. Va ricordato che si tratta solo di uno dei comitati
tematici che stiamo tentando di istituire”.
New Orleans a un anno dall’uragano -46/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -47/77 – Antologia di articoli
Il 20 settembre, Barbour e Barksdale annunciano che il Mississippi
Renewal Forum avrà luogo dall’11 al 18 ottobre.
Il giorno dopo, Duany invia una dettagliata e-mail ai partecipanti alla
charrette, caratterizzata da un tono marziale e che recita all’Oggetto: “
Katrina Notice 8G: General Explanation”.
”La charrette richiederà un’enorme abilità, pazienza, adattabilità” scrive.
“Riceverete e stretto giro istruzioni individuali. Per favore controllate
spesso la e-mail la prossima settimana, e rispondete in modo efficiente. ...
Metteremo a disposizione di tutti materiali da lavoro, carta, tavoli, luci,
prolunghe, stampanti. Dovrete comunque portarvi matite, righelli,
macchine fotografiche e computers”.
Continua: “Sarà un compito difficile ma ci stiamo inconsapevolmente
preparando a un’eventualità del genere da molti anni. John Norquist, io e
molti altri siamo incredibilmente stimolati dalla prospettiva di essere utili in
questo modo. È confortante sapere che nessuna altra organizzazione o
singolo studio è neppure lontanamente in grado di farlo”.
Qalunque cosa si pensi del programma CNU o dei progetti realizzati sotto
questa bandiera, non si può non restare colpiti dalla forza organizzativa
dispiegata nel riversarsi entro la breccia urbanistica della Costa del Golfo.
Più di ogni altra cosa, questo ricorda il modo in cui gli attivisti
Repubblicani hanno surclassato quelli Democratici in alcuni stati chiave
delle elezioni presidenziali nel 2004.
La charrette di Biloxi, in altre parole, può diventare l’Ohio della élite
architettonica: l’occasione in cui guardare impotenti i propri oppositori
ideologici prevalere non attraverso ragionamenti e alta teoria o progetti
ispirati, ma con una migliore disciplina e organizzazione.
E in questo caso non c’è bisogno di ricontare i voti.
Philip Langdon, I Nuovi Urbanisti si preparano ad affrontare il piano di
ricostruzione della Costa del Golfo
La "lobby" del New Urbanism, e qualche buona intenzione, nella
ricostruzione post-Katrina. New Urban News, ottobre-novembre 2005
(f.b.)
Titolo originale: New urbanists prepare to tackle Gulf Coast
reconstruction plan – Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
La devastazione inflitta dall’uragano Katrina alla Louisiana, Mississippi, e
Alabama lo scorso agosto ha stimolato il più ampio impegno mai
intrapreso dai Nuovi Urbanisti nel campo della pianificazione.
Circa 100 fra architetti, urbanisti, esperti di trasporti e altre competenze,
da tutti gli Stati Uniti si incontreranno dall’11 al 18 ottobre per contribuire
all’enorme sforzo per la ricostruzione di almeno nove delle città costiere
colpite dello stato, tra le quali Gulfport, Biloxi, e Pascagoula. Gli studi
coinvolti lavoreranno per una quota ridotta della tariffa professionale
abituale, e collaboreranno con architetti e urbanisti locali, come ha
dichiarato l’architetto-urbanista di Miami Andres Duany, che coordina il
New Orleans a un anno dall’uragano -47/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -48/77 – Antologia di articoli
programma per conto del Congress for the New Urbanism.
Il Governatore Haley Barbour ha incontrato Duany il 12 settembre, e il 20
dello stesso mese ha autorizzato i gruppi di lavoro a collaborare con le
città maggiormente colpite lungo i quasi 200 chilometri di costa del Golfo
in Mississippi. “È importante sottolineare che metodi di lavoro e progetto
verranno resi disponibili agli interessati, ma non imposti”, ha dichiarato il
presidente del CNU John Norquist in una lettera al governatore. “Sta a
ciascuna comunità decidere cosa fare”. Norquist affiancherà Duany nella
guida della iniziativa del CNU.
Indipendentemente dall’impegno del Congress for the New Urbanism, lo
studio Dover, Kohl & Partners ha rapidamente completato i progetti per un
nuovo insediamento di tipo new urbanist su 800 ettari vicino a Bay St.
Louis, Mississippi, appena a est del confine con la Louisiana. In giugno,
Dover Kohl, insieme a Zimmerman/Volk Associates, Gibbs Planning
Group, e Hall Planning & Engineering, aveva sviluppato una charrette di
nove giorni per il progetto di “un technology village, un centro urbano, e
nove quartieri” nell’insediamento ancora senza nome, dice Milt Rhodes,
direttore per il progetto di Dover Kohl. Dopo l’uragano, è diventato presto
chiaro che il piano della Dover Kohl – il primo intervento a est dello
Stennis Space Center della NASA – avrebbe dovuto essere incrementato,
e i ritmi di realizzazione accelerati.
Con circa 7.000 alloggi danneggiati nell’area regionale di Bay St. Louis, di
cui forse 3.000 impossibili da recuperare, il nuovo centro dovrà
probabilmente trovare posto per un rapido accesso di sfollati. Alcune
famiglie troveranno residenza permanente, altre probabilmente
occuperanno alloggi temporanei offerti dalla Federal Emergency
Management Agency (FEMA). Le abitazioni provvisorie potranno anche
essere camper o roulottes.
I costruttori, un’impresa familiare chiamata Stennis Technology Park Inc.,
hanno chiesto alla Dover Kohl di terminare il piano generale e un
documento di norme form-based [ le linee guida alla progettazione new
urbanism n.d.T.] il più rapidamente possibile. “Il nostro codice si basa su
tipi edilizi che dervano da uno studio compiuto nel mese di giugno su
Biloxi, Gulfport, Pass Christian, e New Orleans” dice Rhodes. Localizzato
in un’area della Hancock County non inclusa in alcuna circoscrizione
municipale, il progetto può ospitare 3.500 o più case, oltre ad un
contingente molto superiore di alloggi aggregati: townhouse, duplex,
triplex, ecc.: più di quanti anticipati prima dell’uragano Katrina. “Abbiamo
fatto ripetutamente presente al costruttore che non esiste un numero
massimo di lotti” che debba essere specificato nel piano. Agiunge poi “Mi
aspetto che [la preparazione dell’area, strade e servizi] parta molto
rapidamente”.
A New Orleans, che ha subito il peggiore disastro che mai abbia colpito
una città USA, le zone alluvionate comprendono anche New Desire HOPE
New Orleans a un anno dall’uragano -48/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -49/77 – Antologia di articoli
VI, un nuovo quartiere a nord est del French Quarter. La Urban Design
Associates ha redatto il piano generale di New Desire, e per più di tre anni
lo studio Torti Gallas & Partners ha progettato gli edifici e diretto i lavori di
costruzione. Torti Gallas si è sforzata di progettare gli alloggi – in
massima parte case abbinate a coppie – secondo modi tradizionali, e il
risultato ora è che alcune di esse ricordano gli stretti edifici detti “ shotgun”
per cui New Orleans è famosa. “Stiamo ancora aspettando di conoscere il
destino di quella parte di città” dice Loreen Arnold, architetto responsabile
del progetto per la Torti Gallas.
Gli argini hanno ceduto su due lati dell’insediamento, e l’acqua è salita di
due metri e mezzo sopra le fondamenta dei 107 che erano stati completati
e occupati. L’alluvione ha anche inondato il lotto finale del progetto, 318
abitazioni terminate al 40%. “È desolante vedere il lavoro di tre anni
disfatto in un giorno, specialmente alla luce di quanto sia difficile riuscire e
costruire case economiche in genere” si lamenta Arnold.
Mentre New Urban News andava in stampa, alcune parti di New Orleans
erano ancora sommerse, e alcune persone apparentemente informate
temevano che i suoli della città fossero tanto contaminati dalle fognature,
prodotti chimici e metalli pesanti che sarebbe stato difficile rendere sicura
la residenza umana stabile per un certo periodo di tempo. Si è anche
detto che, visto l’alto costo di bonifica dei suoli, poteva anche aver senso
realizzare una città nuova fuori da New Orleans e lasciare che molti
evacuati vivessero lì: anche se molte più persone insistevano che una
città tanto amata come New Orleans dovesse essere recuperata. Al
momento della stampa, New Urban News non era a conoscenza di alcun
impegno concreto, e sicuramente non di new urbanists, per la
ricostruzione di New Orleans
LA “MEGA-CHARRETTE” IN MISSISSIPPI
Se paragonato alle altre regioni degli USA, il Sud è particolarmente
ricettivo rispetto al New Urbanism. Di conseguenza, dopo pochi giorni dal
colpo di Katrina, nuovi urbanisti come Nathan Norris in Alabama hanno
iniziato a proporre di costruire un impegno del movimento, perché le
competenze urbanistiche fossero massicciamente orientate alla sfida della
ricostruzione. Sulla lista di discussione NewUrb, Norris, collaboratore di
PlaceMakers, ha scritto, “Capiamo le correlazioni fra trasporti,
pianificazione regionale, quartieri, politiche energetiche ... abbiamo tra noi
gente che può mettere in collegamento i singoli aspetti”. Ha concluso
“Qui, nella terra degli uragani, è difficile trovare oppositori alle nostre
idee”.
Duany è diventato il leader naturale di questo impegno, assistito da Steve
Mouzon di PlaceMaker, che ha già collaborato a parecchie charrettes [
laboratorio collettivo di progettazione n.d.T.] tenute dallo studio Duany
Plater-Zyberk & Co. (DPZ), come quella per il progetto di Lost Rabbit nella
Madison County, Mississippi. “Il governatore Barbour ha visto i progetti di
DPZ [per Lost Rabbit] ed è rimasto colpito” dice Mouzon. “A quanto pare
New Orleans a un anno dall’uragano -49/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -50/77 – Antologia di articoli
Barbour apprezza ciò che ha visto del New Urbanism, e ha fiducia nel
lavoro che si potrebbe fare lungo tutta la costa dello stato”. La DPZ ha
anche lavorato su due progetti in Louisiana, il complesso residenziale
Naval a Belle Chasse, e un piano per il centro di Baton Rouge, oltre a
cinque insediamenti a Greenfield in Alabama. Anche con tempi limitati,
Duany aveva il vantaggio di poter scegliere in fretta i partecipanti, cosa
che sarebbe stata difficile per una organizzazione come il Congress for
the New Urbanism. È stato stabilito che nessuno studio avrebbe potuto
mandare più di tre rappresentanti, a quella che è stata chiamata la “
mega-charrette” del Mississippi.
I nuovi urbanisti sembrano aver sostenitori in entrambi i partiti. Ann
Daigle, urbanista originaria della Louisiana, dice che il senatore
democratico Mary Landrieu della Louisiana “è una fervente sostenitrice
della Smart Growth e del movimento nuovi urbanisti”. Barbour è ex
presidente del Comitato Nazionale repubblicano. Ma parecchie delle
decisioni verranno prese a livello di città e contea, dove sono stati
consentiti nel passato parecchi insediamenti convenzionali di tipo diffuso.
Norquist coordinerà i rapporti con le varie amministrazioni, Duany con gli
studi professionali per il CNU, e Michael Barranco con quelli locali del
Mississippi. Un gruppo coordinato da Mouzon rivolgterà l’attenzione a
problemi architettonici come l’altezza degli edifici da terra (tre metri o più,
come sarà necessario in alcune zone), o sulla necessità di evitare
ambienti urbani ostili ai pedoni. Agli architetti sarà anche chiesto di
riprogettare le case mobili, quelle componibili della FEMA, e di scegliere
prodotti fra quelli offerti a livello nazionale. Ci saranno gruppi di lavoro sui
trasporti, le infrastrutture, il verde, questioni sociali e ambientali, e altri
aspetti della ricostruzione.
“La costa del Mississippi è stata completamente devastata” ha scritto
Duany in una e-mail ai partecipanti. “Gli edifici non ci sono più, ma il
terreno è asciutto e le infrastrutture a posto”. La regione costiera, ha
aggiunto, “quindi sarà la prima su cui intervenire”. “Ci saranno poi altre
charrettes per i centri dell’interno del Mississippi, forse anche Baton
Rouge, e magari pure New Orleans”.
LAVORARE PER IL FUTURO
A ciascuno dei centri verrà assegnato un gruppo di lavoro di esperti new
urbanists e altrettanti professionisti locali. Duany dice che i nuovi urbanisti
“lavoreranno a tariffa ridotta”, una piccola parte di quella abituale degli
studi. “È necessario distinguersi dai soliti arraffoni, che poi danneggiano
se stessi” ha aggiunto. La charrette avrà luogo in una struttura centrale,
probabilmente il Casino Hotel di Biloxi. I partecipanti alterneranno giornate
di incontri centralizzati ad altre di visita ai centri colpiti, dove si
incontreranno gli abitanti e si osserverà la situazione. Duany ha posto
l’accento sul fatto che oltre a coinvolgere le amministrazioni locali, si
dovrà far partecipare alla charrette anche “ogni tipo di interesse”, dai
New Orleans a un anno dall’uragano -50/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -51/77 – Antologia di articoli
poveri ai proprietari di casino.
Dopo che i partecipanti esterni alla charrette saranno ripartiti, il 18 ottobre,
uno studio assumerà la guida per il completamento del lavoro, entro tre
settimane. Tutte le operazioni successive saranno svolte dai gruppi locali
che hanno lavorato coi new urbanists. Se alcuni tra questi ultimi
desiderano continuare la collaborazione, possono stipulare contratti di
collaborazione con le amministrazioni locali. “Non c’è il rischio di produrre
qualcosa di standardizzato” nota Duany. Presumibilmente, i piano
saranno parecchio diversi da una città all’altra. Jim Barksdale, uomo
d’affari e filantropo nominato dal governatore Barbour a capo della
commissione statale per la ripresa, e Leland Speed, direttore della
Mississippi Development Authority, rappresenteranno il governo. Hank
Dittmar rappresenterà la Foundation for the Built Environment del Principe
di Galles.
Oltre alla charrette del Congress for the New Urbanism, la Knight
Foundation di Miami si è rivolta a Charles Bohl, direttore dello Knight
Program in Community Building all’Università di Miami, per un progetto di
aiuto alla ricostruzione a Biloxi. Inoltre, Norquist ha dichiarato che ci
sarebbero risorse per tenere un Consiglio del CNU e New Orleans, forse
addirittura entro ottobre. Una iniziativa del genere senza dubbio
porterebbe un numero consistente di new urbanists in città, e potrebbe
influenzare i modi in cui New Orleans prepara la propria rinascita, ha
concluso il presidente CNU.
Ari Kelman, All'ombra del disastro
Questione sociale e questione ambientale, nella ricostruzione di New
Orleans, non sono contrapposte, ma complementari. The Nation, 2
gennaio 2006 (f.b.)
Titolo originale: In the Shadow of Disaster – Traduzione di Fabrizio
Bottini
L’inondazione è stata vorace: ha inghiottito interi quartieri e messo fine a
centinaia di vite. Ma gli argini danneggiati sono stati riparati. Si ergono
ancora fra New Orleans e la catastrofe, tenendo sotto controllo il
Mississippi e il lago Pontchartrain. Anche il vecchio sistema di drenaggio,
è ancora in piedi. Ogni goccia d’acqua che cade in città, ogni lacrima
versata, alla fine scorre via attraverso i canali sin quando viene pompa al
di sopra degli argini dentro il lago. Questo è il modo in cui è stata
congegnata New Orleans: controllare le acque ribelli, marcare il confine
tra la città e ciò che la circonda.
È stata una battaglia persa. Eppure, per quanto suoni particolarmente
strano dopo l’uragano Katrina, tutto lo sviluppo della città si basa sull’idea
che la natura la favorisce. Dalla fondazione di New Orleans alla bocca del
Mississippi nel 1718, la città ha investito sulla geografia per costruire la
propria grandezza. Molto prima che le tecnologie potessero superare i
capricci della geografia, i suoi cantori affermavano che avrebbe regnato
New Orleans a un anno dall’uragano -51/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -52/77 – Antologia di articoli
su un impero commerciale. Ma l’ambiente locale ha raramente collaborato
a queste visioni imperiali. Lago e fiume incombono sulla città. La maggior
parte di New Orleans giace sotto il livello del mare, e non ha drenaggio
naturale. Le epidemie fioriscono, nel delta fumante. Gli studiosi
definiscono questo uno scollamento fra “sito” – lo spazio reale occupato
dalla città – e “situazione” – i vantaggi relativi di un’area urbana su altre.
New Orleans, col suo accesso al fiume e al golfo, gode di una situazione
quasi perfetta. Ma ha un sito quasi perfettamente orribile.
Il geografo Peirce Lewis la riassume così: New Orleans è “impossibile” e
pure “inevitabile”. Intende dire che se la situazione di una città è
sufficientemente buona, la gente migliorerà il sito: non importa quanto
costa. Gli abitanti di New Orleans storicamente hanno fatto ciò
segregando gli spazi: in un primo tempo non da punto di vista
socioeconomico o razziale, ma da quello ambientale. A New Orleans ci
sono spazi per la natura: al di fuori degli argini o nei canali che si
dipartono dalla città. E ci sono spazi per le attività umane: dentro la città.
La gente qui, la natura lì. L’idea è semplice, la realizzazione impossibile.
Per adesso, l’acqua in città sembra di nuovo sotto controllo, tornata nei
posti dove la gente la vuole: nelle docce per grattar via lo sporco che
attacca, nel caffè nero, e confinata dietro gli argini. Ma c’è ancora
pericolo. Di fronte alla sfida della ricostruzione, New Orleans sembra
bloccata nel fango: non semplicemente impantanata in quello che incrosta
la città, ma anche intrappolata da secoli di errori di strategia, specialmente
quello di fantasticare sulla separazione da quanto la circonda. Questa
idea è stata tanto distruttiva quanto la peggiore alluvione, e altrettanto
difficile da evitare.
I responsabili della ricostruzione di New Orleans sembrano incantati da
questo miraggio. Partecipano alle varie commissioni – quella dei sindaco
Ray Nagin e del governatore Kathleen Blanco – che hanno compiti
sovrapposti e dubbia autorità. Ma nonostante le rivalità, le commissioni
sono d’accordo almeno su un punto: la priorità assoluta sono gli argini.
Scott Cowen, preside della Tulane University e componente della
commissione di Nagin, ritiene che senza migliori argini altre proposte –
“un’istruzione pubblica di livello mondiale” case migliori, un rilucidato
“ambiente culturale” cittadino – saranno senza senso. Andy Kopplin,
direttore esecutivo del gruppo del governatore, concorda: “Dobbiamo per
prima cosa ricostruire gli argini, così che le persone si sentano al sicuro”.
A chiunque abbia familiarità con la storia ecologica della città, questo
suona come una ricetta per nuovi disastri.
Sin dall’inizio, gli abitanti di New Orleans hanno innalzato argini. I progetto
si sono accelerati dopo che un’inondazione del 1849 aveva lasciata
inzuppata la città per mesi. Le autorità federali, allarmate dall’inattività del
porto più importante del paese, sostennero due studi sul fiume. Il primo
auspicava un controllo delle acque su vari fronti: argini, scolmatori e
“riserve”, ovvero distese di aree umide ad agire come spugne. Il secondo,
New Orleans a un anno dall’uragano -52/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -53/77 – Antologia di articoli
steso da un futuro capo del Genio Militare, era più gradito in un’epoca in
cui le zone umide venivano considerate discariche. Iniziò così una
strategia nota come “solo argini”. Entro il 1900 New Orleans aveva argini
più alti della case vicine. Fiume e lago erano scomparsi dietro a montagne
in miniatura.
Solo un problema: non funzionava. Il fiume divenne più pericoloso, e New
Orleans meno sicura. Con l’acqua intrappolata dagli argini, il Mississippi
saliva più in alto che mai. Ma non lo si poteva dire agli abitanti di New
Orleans. Nemmeno l’enorme inondazione del 1927 gli fece cambiare
completamente idea. Quell’anno la città fece saltare con la dinamite un
argine venti chilometri a valle della corrente, facendo calare il fiume
ingorgato e distruggendo le frazioni di Plaquemines e St. Bernard. La città
si era comprata la salvezza sacrificando i suoi vicini più poveri (un evento
che ha alimentato voci nella zona della Ninth Ward, dove alcuni abitanti
ed evacuati credono che l’argine di fronte al loro distretto sia stato
distrutto dopo Katrina per proteggere zone bianche più ricche).
Eppure, gli argini sono ancora cresciuti dopo il 1927, nonostante le
inchieste federali dove i conservazionisti testimoniarono che la
diminuzione delle zone umide aveva esasperato gli effetti del disastro. Il
Genio Militare rifiutava ancora di aggiungere le aree umide al proprio
arsenale. Invece, costruì per New Orleans uno scolmatore per deviare
parte del fiume nel lago Pontchartrain: e per tutti gli anni ’50 continuò a
sollevare gli argini.
Contemporaneamente, la città si lanciò in una sbornia edilizia favorita dal
sistema di drenaggio realizzato all’inizio del ventesimo secolo. Per 200
anni New Orleans era stata intrappolata: una città lunga e magra su una
stretta striscia di terreno relativamente alto sul fiume. Il Mississippi su un
lato, e un’area umida di cipressi, la “ backswamp” sull’altro. Ma dopo il
1900, la città iniziò a bonificare terreni e a espandersi su zone più basse.
Entro gli anni ’60 la backswamp era stata sostituita da quartiere Lakefront,
dalla Lower Ninth Ward e da altri insediamenti. I limiti ecologici avevano
ancora ceduto di fronte all’ambizione di una città prigioniera della propria
situazione. Con gli argini torreggianti e le aree umide sparite, la
segregazione dei paesaggi sembrava completa.
Dividere spazi generava altri due prodotti collaterali. Primo, altra
segregazione: stavolta razziale e socioeconomica. Prima degli anni ’50
New Orleans era una città mista. Ricchi, poveri, bianchi e non-bianchi,
erano tutti vicini. Non era per scelta, ma per necessità; con l’edificazione
confinate nelle zone più elevate vicino al fiume, non c’era spazio per
chiudersi dentro énclaves di segregazione sociale. Ma quando i costruttori
iniziarono a realizzare lottizzazioni di casette sui terreni prosciugati, in
città e nei suburbi, gli abitanti di New Orleans si stratificarono, coi più
poveri e di colore spesso concentrati nelle zone basse, e i bianchi agiati
ad occupare tipicamente le aree più elevate, o i “borghi”.
Seconda conseguenza: il controllo della natura divenne più difficile. Le
New Orleans a un anno dall’uragano -53/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -54/77 – Antologia di articoli
paludi scomparivano, sia a causa delle bonifiche urbane, sia perché gli
argini facevano diminuire le aree umide impedendo alle acque la ricarica
dell’ecosistema. Le ricerche petrolifere causavano l’erosione delle coste,
che si mangiava migliaia di ettari di aree paludose. Ogni metro in più di
altezza degli argini, rendeva più difficile pompare l’acqua fuori dalla città.
Alla fine, New Orleans iniziò a sprofondare quando le sue fondamenta
d’acqua furono rimpiazzate da terreni bonificati spugnosi che si
compattavano sotto il peso della città. L’anello di retroazione urbanoambientale replicava i medesimi problemi che gli abitanti di New Orleans
avevano tentato di allontanare con la tecnica dalla città per secoli.
In questa situazione, atterra Katrina. L’ondata di tempesta è troppo per gli
argini. L’acqua ne scavalca qualcuno; altri crollano. Le pompe non
riescono a mantenere il ritmo, e New Orleans si riempie d’acqua.
Soprattutto poveri, gente di colore, malati e anziani, sono lasciati indietro.
Molti muoiono, sulle terre basse. La Brookings Institution riporta che 38 su
49 dei quartieri più poveri nell’area metropolitana di New Orleans si sono
allagati. Nella città vera e propria, l’80% dei quartieri allagati sono a
maggioranza non-bianca. La segregazione – ambientale, socioeconomica
e razziale – produce sofferenza segregata.
Ora, è prevedibile la richiesta di migliorare gli argini. Joe Canizaro della
commissione del sindaco si preoccupa perché nessuno ritornerà finché
non si “sentirà al sicuro”. Ha ragione. Ma cosa succede se ci si sente al
sicuro e non lo si è? Prima di Katrina, l’amnesia dei disastri e la loro
negazione ha consentito alla gente di ignorare il pericolo. Gli eventi del
passato, dice l’ingegnere Robert Bea dell’Università di Berkeley, sono
stati “campanelli d’allarme, ma New Orleans ha continuato a spegnere la
suoneria”. Ora la città deve ripensare al governo delle acque.
Come la maggior parte degli ingegneri, Bea è sicuro che si possano
realizzare argini che sopportino una tempesta di Classe 5. “È solo un
problema di volontà politica e finanziamenti” dice. Ma i finanziamenti non
sono spiccioli; il progetto richiede miliardi. Nessuno sa da dove potrebbe
venire quel denaro. Anche se il Presidente Bush ha promesso che il
governo federale pagherà le riparazioni degli argini, non ha fatto la
medesima promessa per quanto riguarda i loro miglioramenti. E se si
trovano i soldi, la volontà politica deve durare per quindici anni, il tempo
necessario per costruire argini con uno standard di Classe 5.
E anche se alla fine si costruiranno, non funzioneranno, da soli; gli
ingegneri dovranno imparare a collaborare con una particolare ecologia
urbana anziché tentare di dominarla. “Le zone umide devono essere una
parte della soluzione” dice Bea. Se non si reintroducono gli acquitrini, le
ondate di tempesta supereranno anche i migliori argini. E se gli oceani
continuano a salire e New Orleans a sprofondare, la città annegherà di
nuovo.
Craig Colten, geografo alla Louisiana State University, concorda. Insiste
sul fatto che le zone basse della città non vengano ricostruite. La sua
New Orleans a un anno dall’uragano -54/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -55/77 – Antologia di articoli
proposta è molto discussa, coi residenti allontanati che invocano il proprio
“diritto al ritorno”, e la maggior parte dei membri dei comitati per la
ricostruzione riluttanti a reintegrare le zone umide in città, dopo che il
sindaco Nagin è rimasto scottato per aver suggerito che si potesse non
ricostruire la zona Ninth Ward. Ma Colten crede ancora che si possa far
filtrare un po’ di backswamp dentro a determinate zone basse. Un metodo
equo, ritiene, sarebbe quello di “prendere superfici da molti quartieri –
Lakefront, Ninth Ward, Gentilly – e ricollocare ricchi, poveri, ceto medio, in
zone più dense su terreni elevati”. La “Nuova Nuova Orleans” di Colten
così assomiglierebbe a quella vecchia, dell’epoca prima della scomparsa
degli acquitrini. Eliminerebbe anche le lotte su quali quartieri
abbandonare.
Danielle Taylor, decana di discipline umanistiche alla Dillard University, è
sicura che il risultato di queste lotte sarà a favore dei potenti. Restituire
aree urbane all’acquitrino, sostiene, distruggerà il tessuto urbano, facendo
a pezzi le comunità che hanno reso la città quello che è. Riecheggia il
punto di vista degli abitanti della Ninth Ward, i quali pensano che le élites
urbane abbiano visto le onde della tempesta come le prime di un
processo di rinnovo urbano. Senza case popolari, la ristrutturazione non
lascerà spazio ai poveri e alla gente di colore, dice la Taylor. New Orleans
diventerà un centro commerciale sterilizzato – e bianco – col Quartiere
Francese a fare da anchor. Colten simpatizza con questo punto di vista,
ma dice che consentire alla gente di tornare nelle zone basse sarebbe
“irresponsabile”.
Quello che è certo, è che gli spazi segregati non hanno funzionato. Come
dimostra Katrina, è impossibile separare le questioni ambientali e sociali
in questa città. New Orleans non è solo un artefatto umano. E
naturalmente non è nemmeno del tutto naturale. È entrambe le cose: una
rete di umano e non umano mescolati, che dondola sul limite
natura/cultura. La città si deve ricostruire su fondamenta più solide: la
comprensione del fatto che non lasciar spazio alla natura è sia
controproducente che improbabile da realizzare.
Un approccio nuovo potrebbe produrre spazi urbani sostenibili e giustizia
ambientale. Ma ciò richiede scelte drastiche, poco probabili da parte delle
commissioni. È triste, ma New Orleans sembra destinata a ritrovarsi dove
è sempre stata: sulla strada del pericolo.
New Orleans a un anno dall’uragano -55/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -56/77 – Antologia di articoli
Adam Nossiter, Un piano "statalista" per New Orleans
Da un deputato repubblicano , un disegno di legge che sembra fare a
pugni col liberismo di partito. Ma Bush "comprende". The New York
Times, 5 gennaio 2006 (f.b.)
Titolo originale: A Big Government Fix-It Plan for New Orleans –
Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
BATON ROUGE, Louisiana – Nel panorama di vuoto politico del postKatrina, punteggiato dalle macerie di varie proposte, ricette che si
sgretolano e iniziative alluvionate, un oscuro e molto conservatore
membro del Congresso è entrato in campo con una soluzione finale
decisamente statalista.
Il deputato Richard H. Baker, repubblicano eletto nei collegi suburbani di
Baton Rouge, che deride i democratici perché non sufficientemente
favorevoli al libero mercato, è l’improbabile campione di un piano di
edilizia residenziale d’emergenza che farebbe dell’amministrazione
federale il principale proprietario immobiliare di New Orleans: almeno per
un po’. Baker ha proposto che la Louisiana Recovery Corporation stanzi
ben 80 miliardi per estinguere mutui, ripristinare le opere pubbliche,
acquisire enormi pezzi devastati di città, ripulire il tutto e rivenderlo ai
costruttori.
Desperatamente alla ricerca di un intervento di grande scala all’enorme
problema immobiliare della regione, rappresentanti politici e operatori
economici della Louisiana di tutte le gradazioni – neri e bianchi,
repubblicani e democratici – hanno adottato questo poco conosciuto
uomo del Congresso e il suo grandioso progetto, definendolo un
passaggio cruciale. Anche se la Casa Bianca deve ancora firmare, ci sono
già segnali che alcuni alti esponenti del Congresso siano interessati a
sostenerlo; Baker ha detto che i funzionari dell’amministrazione non
l’hanno comunque respinto.
L’approvazione del disegno sta diventando sempre più importante per la
Louisiana visto che lo stato ha perso la contesa col maggior peso politico
del Mississippi lo scorso mese, quando il Congresso ha votato un
pacchetto da 29 miliardi di dollari per la regione degli stati del Golfo. Lo
stanziamento da’ al Mississippi circa cinque volte tanto per famiglia in aiuti
all’abitazione di quanto non riceva la Louisiana: a riprova del peso del
governatore Haley Barbour del Mississippi, ex presidente del Comitato
Nazionale Repubblicano, e del Senatore Thad Cochran, che presiede lo
Appropriations Committee.
I rappresentanti della Louisiana affermano di essere stati obbligati a
votare a favore, perché altrimenti avrebbero potuto anche non ricevere
alcun aiuto. Ma ora si concentrano anche con più intensità sul piano di
acquisizione di Baker; molti economisti qui sostengono che non ci sono
alternative, per i proprietari che non riescono a pagare le ipoteche sulle
proprietà devastate.
New Orleans a un anno dall’uragano -56/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -57/77 – Antologia di articoli
”È probabilmente una delle ultime speranze per chi ha avuto la casa
allagata e non era coperto da un’assicurazione” sostiene Loren C. Scott,
economista emerito alla Louisiana State University. “Senza questo tipo di
sostegno, ci sarebbe un numero notevole di persone che potrebbero
semplicemente affondare”.
James A. Richardson, direttore del Public Administration Institute alla
stessa università, dice “È l’ultima scommessa possibile, per certi versi”.
L’oppositore politico a Baker nella delegazione della Louisiana al
Congresso, William J. Jefferson, democratico di New Orleans, sostiene
che l’approvazione del disegno è importante.
”Senza – dice – i proprietari hanno poche possibilità di recuperare il valore
che hanno perso”.
Secondo il piano, la Louisiana Recovery Corporation entrerebbe in campo
ad evitare inadempienze, in modo simile a quanto fatto dalla Resolution
Trust Corporation attivata dal Congresso nel 1989 col settore del
risparmio e prestiti. Si offrirebbe di rilevare dai proprietari, a non meno del
60% del valore prima dell’uragano Katrina. Agli erogatori del prestito
sarebbe offerto sino al 60% di quanto loro dovuto.
Per finanziare la spesa, il governo emetterebbe obbligazioni legate in
parte alle vendite di terreni ai costruttori.
I proprietari non dovrebbero necessariamente vendere, ma chi lo fa
avrebbe un’opzione a ricomprare dall’ente. L’ente federale non avrebbe
nulla a che vedere con gli interventi urbanistici sui terreni; questo
spetterebbe alle amministrazioni locali e ai costruttori.
Per passare, la proposta richiederà alla fine il sostegno della Casa
Bianca. E i segnali, secondo questo solido repubblicano che vanta un
sostegno quasi totale dai gruppi conservatori, sono stati vari.
Il Presidente Bush, nel corso di un viaggio in auto insieme a Baker lo
scorso settembre “ha capito”, come insiste Baker in un’intervista dal suo
ufficio, nella città che rappresenta in modo discreto da due decenni a
Washington. “È stato molto aperto a riguardo. Mi ha detto, ' lavoraci su e
vai da Hubbard' “ ovvero il massimo consigliere economico di Bush, Allan
B. Hubbard.
Quando il Congresso stava per riunirsi lo scorso mese, col piano in
sospeso, Baker ha ricevuto una domenica mattina la visita di Donald E.
Powell, vicerè del Presidente per la ricostruzione della Costa del Golfo.
Baker racconta che Powell era “più a suo agio” con la proposta ma ancora
non del tutto convinto dopo un’ora di discussione. Il disegno fu respinto,
nonostante le manovre riuscite per compattare la variegata
rappresentanza della Louisiana a sostegno e gli appelli del mondo
economico. Eppure, fra promesse dei senatori di riprendere rapidamente il
progetto quando il Congresso si riunirà, e segnali che la Casa Bianca non
ha voltato le spalle, il prudente Baker pensa che le sue chances siano
migliori che mai.
New Orleans a un anno dall’uragano -57/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -58/77 – Antologia di articoli
Sean Reilly, membro della Louisiana Recovery Authority, afferma che
Powell gli ha riferito come la Casa Bianca fosse “entrata” nel concetto ma
avesse bisogno di riguardare un po’ l’idea.
”Ci siamo andati molto vicino” dice Walter Isaacson, vicepresidente della
Louisiana Recovery Authority, istituita dal governatore per sovrintendere
la ricostruzione. I massimi consiglieri della Casa Bianca
“fondamentalmente apprezzano il principio” sostiene. E hanno fatto
promessa di “collaborare con voi, e metterlo nella corsia preferenziale” per
le udienze a Senate Banking, Housing and Urban Affairs Committee,
continua Isaacson.
I colleghi conservatori di Baker, dentro e fuori il Congresso, si
preoccupano delle dimensioni enormi dell’intervento proposto. All’interno
dello House Financial Services Committee, parecchi membri hanno
tentato di limitare spesa e durata del provvedimento, o di mirare ad una
gestione in pareggio. “È irresponsabile per il Congresso firmare un
assegno in bianco, pescando dai contribuenti americani, guidati dalla sola
immaginazione dei politici” ha dichiarato il deputato Jeb Hensarling,
repubblicano del Texas. “Dobbiamo assicurarci che non venga chiesto di
pagare di nuovo, fra due o tre anni, per la stessa calamità”
Ai suoi critici Baker risponde: “Se non questo, che altro? Le risposte non
sono valide”.
Un realistico volo di primo impatto sui quartieri devastati di New Orleans
l’ha convinto che soluzioni ordinarie non funzionerebbero. Qui c’era un
problema che superava le possibilità dell’impresa privata. “In questo caso,
è saltato tutto” dice Baker. “Eliminazione totale. Così ha pensato che ciò
richiedesse un rimedio senza precedenti. Se non lo facciamo, cosa sarà
della regione fra due anni?”.
Tranquillo, bene educato e con l’aria da chierichetto da figlio di un
pastore, Baker ha trascorso anni misurandosi con gli arcani della
regolamentazione dei servizi finanziari. Con la calma di un uomo abituato
a riunirsi coi banchieri per ragionare sui documenti di bilancio, espone
tutto: decine di migliaia di proprietari di casa esposti, che devono milioni di
pagamenti ipotecari su proprietà di dubbio valore, a vari istituti di prestito.
Sforzo pieno di paradossi, il suo. Baker ha dedicato gran parte della sua
carriera al Congresso tentando di imbrigliare i giganti semipubblici Fannie
Mae e Freddie Mac, affermando che hanno troppo potere. Ora,
“favorevole come sono al libero mercato” dice, vuole che il governo agisca
in modo che non ha precedenti.
Un’altra stranezza di Baker è la sua quasi invisibilità, anche nel suo
collegio, al punto che “la maggior parte delle persone a Baton Rouge non
lo riconoscerebbero” sostiene Wayne Parent, professore di scienze
politiche alla Louisiana State University. In uno stato che da’ un cento
valore alla visibilità dei suoi politici “Non si sente molto parlare di lui” dice
Parent. E pure, Baker è improvvisamente balzato all’avanguardia della
New Orleans a un anno dall’uragano -58/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -59/77 – Antologia di articoli
classe politica della Louisiana, evidentemente povera di idee.
È stato eletto in un collegio suburbano principalmente bianco, una zone
relativamente ricca per gli standards della Louisiana, storicamente ostile a
quella che fu la grande città dell’est. Ma la sua iniziativa potrebbe risultare
di grande beneficio soprattutto agli afroamericani di New Orleans.
In parlamento, la sua proposta è stata adottata dei liberals – “Credo sia
una buona idea” ha detto il deputato Barney Frank, democratico del
Massachusetts – e schivata da molti conservatori. La proposta è valida
“quanto il modo in cui la si usa” dice Isaacson. “La mia sensazione è che
possa rappresentare una verifica di quanto è sincera l’amministrazione
quando afferma di volere un attento e intelligente sforzo di ricostruzione”.
(red.) Il piano: a New Orleans si potrà ricostruire. Dappertutto
Fanno sul serio? Presentate oggi le attese raccomandazioni municipali
per il piano generale. Associated Press/CNN, 11 gennaio 2006 (f.b.)
Titolo originale: Plan: All New Orleans could be rebuilt – Traduzione
per Eddyburg di Fabrizio Bottini
Mentre gli uffici compongono un piano per la rinascita di New Orleans,
una commissione nominata dal sindaco Ray Nagin doveva esporre entro
mercoledì le raccomandazioni per dare agli abitanti il potere di decidere
quale forma avranno i loro quartieri.
La “ Bring New Orleans Back Commission” spera così di formare un
quadro più chiaro di quali aree saranno ricostruite entro la fine dell’anno.
Le raccomandazioni, che potrebbero essere inerite nel piano generale di
ricostruzione, probabilmente susciteranno fuoco e fiamme da parte degli
urbanisti, che affermano come molte parti della città non siano sicure da
inondazioni future.
La realizzazione di argini in grado di sostenere una tempesta di Classe 3,
insieme alla creazione di una Reconstruction Corporation finanziata dal
governo per rilevare immobili e terreni, sono elementi essenziali per i piani
della Commissione, a parere dei membri del comitato urbanistico.
Doug Meffert, co-presidente del subcomitato per la sostenibilità, dice che
sarà anche essenziale acquisire le case dai proprietari a ragionevoli
prezzi di mercato. Il subcomitato raccomanderà che la costituenda
agenzia acquisisca le proprietà a prezzo pieno, togliendo solo la quota
coperta dalle assicurazioni.
”Se non siamo in grado di acquisire gli immobili, sarà difficile ridisegnare
la città” osserva Meffert.
Aggiunge che se il futuro della città devastata dovesse essere lasciato alle
forze di mercato, New Orleans finirebbe in una “riedificazione a chiazze,
con gli abitanti furiosi”.
I membri della commissione sono stati invitati a pensare in grande
immaginando scenari, con poco riguardo per il cartellino del prezzo. A
quello si penserà poi, quando New Orleans e le altre parti della Costa del
New Orleans a un anno dall’uragano -59/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -60/77 – Antologia di articoli
Golfo si lanceranno sui 29 miliardi di dollari di aiuti federali per la ripresa e
la ricostruzione.
Alcune idee audaci fra quelle esaminate prevedono il ripristino di un jazz
district sparito da tempo, la costruzione di una rete di piste ciclabili e
ferrovie locali per pendolari, l’organizzazione di un sistema scolastico
d’avanguardia.
Ci sono anche raccomandazioni per incentivi fiscali ad attirare nuove
attività, e mantenere quelle che già ci sono.
Un’altra idea è quella di usare i crediti fiscali per ricreare Storyville, il
quartiere a luci rosse gestito dalla municipalità restato attivo per vent’anni,
e chiuso nel 1971. Più tardi, fu raso al suolo.
L’idea non è quella di far rivivere il mercato del sesso, ma di recuperare
l’eredità musicale di quel distretto. Molti pionieri del – fra loro Jelly Roll
Morton, King Oliver e Manuel Perez – suonavano nei bordelli di quel
quartiere.
Si aspetta che la commissione proponga un rilancio del sistema di scuole
pubbliche della città, malato di bassi livelli didattici, strutture cadenti, alto
turnover e corruzione.
Le raccomandazioni sono per dare alle scuole maggiore autonomia,
ridurre la burocrazia, creare più scuole pilota e offrire ai genitori più
alternative per dove mandare i figli, ha detto il commissario Scott Cowen.
Le preoccupazioni dei quartieri
Ma la raccomandazione secondo cui tutte le zone della città – anche la
Lower Ninth Ward, quella più duramente colpita e a stragrande
maggioranza nera – dovrebbero aver la possibilità di ricostruire,
probabilmente sarà la più controversa.
Lo Urban Land Institute ha causato tensioni lo scorso anno pubblicando
un rapporto che consigliava caldamente alla città di concentrare le proprie
risorse per la ricostruzione sulle zone non colpite dall’alluvione. L’istituto
avvertiva che se New Orleans avesse tentato di ricostruire ogni cosa, la
città sarebbe stata condannata a una ripresa lenta e discontinua.
Questa raccomandazione ha provocato indignazione fra molti abitanti di
New Orleans, tra cui l’ex sindaco Marc Morial, ora presidente della
National Urban League.
Ha affermato che i gruppi per i diritti civili si sarebbero opposti a
qualunque piano di ricostruzione che cancellasse quartieri dove le famiglie
hanno vissuto per generazioni. Si esprimeva anche la preoccupazione
che alcune delle aree colpite fossero trasformate in zone umide o spazi
aperti.
I sette comitati che compongono la commissione pubblicheranno ciascuno
un rapporto, e tutti verranno consegnati al sindaco Nagin entro il 20
gennaio. Il sindaco può accettare o respingere qualunque
raccomandazione, con decisioni che possono durare settimane.
New Orleans a un anno dall’uragano -60/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -61/77 – Antologia di articoli
La forma finale del piano sarà determinata in gran parte dalle decisioni del
Congresso e del Presidente Bush, che tengono i cordoni della borsa.
Adam Nossiter, Ricostruire New Orleans. Una pratica per volta
Chi ha avuto più del 50% di danni è in zona a rischio, e deve rispettare
alcune regole per la ricostruzione. Così il comune sta rivedendo tutte le
pratiche, al 49%, 48% ... ecc. The New York Times, 5 febbraio 2006 (f.b.)
Titolo originale: Rebuilding New Orleans, One Appeal at a Time –
Traduzione per Eddyburg di Fabrizio Bottini
NEW ORLEANS, 4 febbraio – Ogni giorno la fila si snoda lungo uno
spartano corridoio qui all’ottavo piano del Municipio, con centinaia di
persone che stringono un pezzo di carta con scritta una fatale
percentuale, che potrebbe obbligarli ad abbandonare la propria casa.
Quella cifra è sempre superiore a 50, e ciò significa che la casa era tanto
danneggiata dall’alluvione dell’uragano Katrina – più di metà rovinata –
che deve essere demolita, ameno che il proprietario possa spendere le
decine di migliaia di dollari necessari a sollevarla qualche metro sopra il
terreno, e sopra il livello di qualunque futura inondazione.
Ma c’è un modo per uscirne, ed è il motivo per cui tante persone fanno la
fila ogni giorno, trasformando collettivamente questa città a pezzi. “Quello
che dovete fare è rivolgervi a un ispettore edilizio, per far abbassare la
percentuale sotto il 50” spiega un impiegato comunale alla folla. Ed è
esattamente quello che succede alla fine della fila, in una grande sala
aperta giù in fondo, in quasi il 90 per cento dei casi, raccontano i
funzionari di New Orleans.
Accettando tanto spesso queste richieste – più di 6.000 negli scorsi mesi
– i funzionari comunali essenzialmente stanno consentendo una
ricostruzione a caso in tutta la città, minando alla base l’idea della
commissione nominata dal sindaco C. Ray Nagin per la ricostruzione, di
non rilasciare permessi di ricostruzione nelle zone colpite per molti mesi,
finché non fosse possibile redigere un piano più accurato. Quel piano, già
accolto da una diffusa opposizione, compreso il sindaco, ora è
sostanzialmente morto.
Casa per casa, nei quartieri devastati di tutta la città, i proprietari tornano
coi loro nuovi permessi di costruzione rivisti e ricostruiscono New Orleans.
Si rilasciano 500 permessi del genere ogni giorno, dice Greg Meffert,
funzionario comunale incaricato per la ricostruzione.
E non c’è nessun criterio particolare riguardo a chi ottiene un permesso, o
considerazioni sulla possibilità del quartiere di contenere tanti abitanti
quanti prima. Un ispettore edilizio della città, Devra Goldstein, ha definito
le procedure dell’ottavo piano “davvero un salto nel buio, caotiche,
Selvaggio West, prendetevi quel che volete”.
Quello che accade a quel piano, dice, rappresenta “un intero progetto del
tutto casuale”.
New Orleans a un anno dall’uragano -61/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -62/77 – Antologia di articoli
Rappresenta anche la testimonianza del pervicace desiderio di molti
abitanti di New Orleans di ritornare a casa, non importa con quali
incertezze.
”Ci hanno detto, che controllando meglio ci sono possibilità di avere una
valutazione di danni abbassata sotto il 50%, così potremo iniziare a
ricostruire” dice George Aguillard, 65 anni, scaricatore di porto in
pensione, mentre aspetta pazientemente tra la folla composta in gran
parte da afroamericani al municipio.
”Alla mia età, non si può ricominciare di nuovo una nuova casa” racconta
il signor Aguillard, che abita nel quartiere allagato di Pontchartrain Park.
La sua valutazione di danno è stata del 52,13%.
Ma ci può essere un alto prezzo da pagare per questa elasticità
dell’amministrazione nel lasciare che tanta gente rientri nelle zone
alluvionate senza dover sopraelevare le proprie case. I responsabili delle
assicurazioni federali antialluvione sostengono che questa pratica viola la
procedura, che stabilisce come regola quel 50% per orientare verso
un’edilizia sicura nelle zone a rischio. La gran parte delle città l’hanno
adottata come criterio minimo, dicono i funzionari della Federal
Emergency Management Agency, che gestisce il programma.
In cambio dei forti sussidi per l’assicurazione degli abitanti, il programma
prevede che le città impongano un’edificazione in grado di resistere agli
allagamenti. Alcune municipalità che violavano queste regole sono state
escluse dai programmi assicurativi, mettendo a grave rischio migliaia di
residenti.
”Si devono fermare, assolutamente”, dice J. Robert Hunter, ex capo del
programma assicurativo federale per le alluvioni e ora direttore per il
settore alla Consumer Federation of America. “Si può falsificare” sostiene.
“Capisco queste persone. Ma non si può dire: va bene, sei povero, quindi
puoi costruire in un posto pericoloso dove ci può essere un’alluvione, e
dove puoi rimanere ucciso”.
Aggiunge “Non si può distruggere il programma assicurativo per ottenere
un obiettivo di breve termine”.
Un altro ex direttore delle assicurazioni federali antialluvione, George K.
Bernstein, è egualmente critico, e sostiene che la pratica di ridurre la
percentuale di danno è “solo uno scippo ai contribuenti”.
”Se New Orleans sta falsificando le rilevazioni dei danni per consentire
una ricostruzione inadeguata, deve essere buttata fuori dal programma”
dice.
I funzionari della FEMA sostengono di osservare da vicino il caso di New
Orleans ma di giudicare che la città stia rispettando le regole.
”So che stanno gestendo queste pratiche” dice Michael Buckley,
vicedirettore per la riduzione degli impatti alla FEMA. “Non lo chiamerei un
modo per modificare le regole”. Buckley dice di “non essere a
conoscenza” di un processo di riduzione su grande scala delle valutazioni
New Orleans a un anno dall’uragano -62/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -63/77 – Antologia di articoli
di danno.
Ma su all’ottavo piano, le revisioni al ribasso si concludono in pochi minuti.
“È stato tutto molto semplice” racconta Charles Harris, vicesceriffo che ha
avuto un metro e mezzo d’acqua nella sua casa nella zona orientale di
New Orleans, e la cui percentuale di danni è stata portata al 47% dal 52%
che era. “Sono stati davvero collaborativi. Credevo dovesse essere una
cosa più combattiva. Ero pronto a mettermi in guardia. Non è stato niente
del genere”.
Kevin François, manutentore di apparecchi ad aria condizionata con
l’abitazione classificata al 52% di danni, dice “È stato fondamentalmente
un entrare e uscire”. Lui, è uscito dal municipio con una cifra di parecchi
punti inferiore al 50.
Meffert, il funzionario municipale, dice che le prime valutazioni qualche
volta contengono degli errori. I proprietari devono giustificare qualunque
modifica di queste quote, sostiene, e mettere a disposizione i particolari
dei progetti di ricostruzione. “Quello che cambia il punteggio è: ‘Farò in
questo modo’” dice.
Ma qualcuno se ne va dal municipio ancora di umore pugnace,
nonostante l’accoglienza amichevole. “Non gli ho lasciato scelta” racconta
fiera Florestine Jalvia, che ha fatto ribassare la propria valutazione fino al
47% di danni, dal 52,5%. Un atteggiamento più rigido sulla ricostruzione
probabilmente avrebbe innescato il medesimo tipo di reazione dell’ora
defunta idea della moratoria di quattro mesi. “Credo che la città stia
cercando di evitare un grosso conflitto coi cittadini” dice la signora
Goldstein, ispettrice edilizia.
Fuori, nei quartieri che si erano allagati, c’è un’attività febbrile,
intermittente. Quelli che stanno lavorando duro escludono nettamente
l’idea di aspettare finché sarà chiaro quali aree avranno la possibilità di
ripresa.
”Beh, io non li ascolto” dice Kristopher Winder, mentre finisce di sventrare
la casa di sua madre nel quartiere di Gentilly. L’ha ridotta alla sola
struttura portante. Più giù lungo la stessa via, cartelli di fronte alle case
lanciano messaggi di sfida: “ Stiamo ricostruendo, e non cercate di
fermarci!” recita uno, e “ Non c’è nessun altro posto come casa tua”, un
altro.
”Ci ho pensato, quando hanno detto quella cosa dei quattro mesi, e ho
pensato che fosse pazzesco” dice il signor Winder. “Ero furioso. Non
aveva senso”.
”Sto lavorando su questa casa” racconta. “Sarà di nuovo in piedi e
funzionante in tre o quattro mesi”.
New Orleans a un anno dall’uragano -63/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -64/77 – Antologia di articoli
Bill Sasser, Come chiudere fuori dalla porta i poveri di New Orleans
Migliaia di sfollati dalle case popolari di New Orleans dopo Katrina
aspettano da mesi e mesi di sapere se e quando potranno mai rivedere le
proprie case. C'è un progetto per tagliarli fuori dalla città? Salon, 13
giugno 2006
Titolo originale: Locking out New Orleans' poor – Scelto e tradotto per
eddyburg_Mall da Fabrizio Bottini
NEW ORLEANS – Seduti sotto uno striscione fatto in casa, “ Survivors
Village” steso fra due pali della luce, gli ex abitanti delle case pubbliche di
New Orleans hanno promesso di star qui accampati sullo spartitraffico di
fronte al complesso abbandonato di St. Bernard finché i funzionari dello
U.S. Department of Housing and Urban Development non metteranno a
disposizione un piano di ripristino dei loro appartamenti. Mentre gli
avvocati che rappresentano gli inquilini sgombrati tenteranno di muovere
una causa per discriminazione di classe contro lo HUD fra qualche giorno,
i manifestanti, che hanno piantato le loro tende sotto il sole cocente del
primo fine settimana di giugno, dicono che intendono abbattere la
recinzione eretta dal governo il 4 luglio, per iniziare da soli le riparazioni
se gli uffici responsabili non risponderanno.
“Nessuno vuole rovinarsi l’esistenza andando in prigione o facendosi del
male, ma il 4 luglio per noi significa agire o morire” dichiara Endesha
Juakali, attivista ed ex abitante del St. Bernard che gestiva un centro
comunitario e day care nel quartiere. “Questa gente ha dei contratti, ed è
stata sgombrata illegalmente dalla propria casa. Entreremo, siamo pronti
a dozzine di arresti, non torneremo indietro”. Gli ex inquilini avevano
minacciato di abbattere la recinzione il fine settimana precedente,
provocando una dichiarazione pubblica da parte del segretario HUD
Alphonso Jackson perché non infrangessero la legge o si esponessero ai
pericoli negli appartamenti dell’edificio danneggiati dall’uragano.
Il sostegno FEMA per l’abitazione su cui si sono appoggiati molti inquilini
evacuate per pagare gli affitti in altre città, scade il 30 giugno. I funzionari
HUD sostengono che gli ex abitanti delle case pubbliche di New Orleans
hanno diritto ai propri programmi per continuare a ricevere aiuti. “Quello
che sembrano non capire, è che la gente vuole tornare a casa a New
Orleans”, dice Juakali. “Non vogliono firmare un contratto a Houston o in
un altro posto”.
Dieci mesi dopo Katrina, almeno l’80% delle abitazioni pubbliche di New
Orleans resta chiuso. Sei su dieci dei più grossi quartieri popolari della
città hanno gli ingressi sbarrati, e gli stri sono in vari stadi di riparazione.
Meno di 1.000 delle 5.100 famiglie che abitavano nelle case più vecchie
prima della tempesta, sono tornate, secondo la Housing Authority di New
Orleans. La HANO, come è normalmente conosciuta, è sotto il controllo
diretto dello HUD da quando è entrata nei programmi federali nel 2002.
New Orleans a un anno dall’uragano -64/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -65/77 – Antologia di articoli
Jackson ha annunciate lo scorso mese che lo HUD investirà 154 milioni di
dollari nella ricostruzione di abitazioni pubbliche a New Orleans, e che
collaborerà con l’amministrazione cittadina per riportare a casa gli sfollati.
Ma i critici sostengono che si vede cattiva gestione e abbandono, a
ripetere la disastrosa risposta del governo nei primi giorni dopo la
catastrofe. Alcuni temono che funzionari governativi e uomini d’affari
stiano silenziosamente progettando la demolizione dei vecchi complessi e
la privatizzazione delle case pubbliche.
Ex inquilini e attivisti affermano che molti appartamenti con pochi danni
potrebbero essere riparati rapidamente, come nel caso del secondo e
terzo piano nel complesso St. Bernard. Con più di 3.000 persone che ci
abitavano prima dell’uragano, il St. Bernard era il principale quartiere di
case popolari della città.
“Alfonso Jackson non dice la verità quando afferma che c’è piombo in
questi appartamenti” dice Walter Smith, impiegato trentenne della HANO
licenziato da settembre. “Ero uno dei primi ispettori, e non ci sono vernici
al piombo in questi edifici. Per quanto riguarda la muffa, è quello che
succede se c’è un allagamento e non si ripuliscono gli appartamenti per
nove mesi. Ma la muffa è sempre stato un problema al St. Bernard anche
prima di Katrina. La gente ha imparato a viverci insieme”.
Gli avvocati che rappresentano gli inquilini sgombrati pensano di istruire
una causa per discriminazione di classe contro lo HUD e l’ufficio case
popolari, affermando che entrambi hanno mancato alle proprie
responsabilità, di rispondere alle gravi carenze abitative in città, e aiutare
gli I residenti a tornare. “Gran parte delle persone a cui non è stato
concesso di tornare sono titolari di contratti, ed esistono leggi federali che
regolano in quali circostanze lo HUD può togliere la gente dalle proprie
case e mantenerla fuori”, spiega Bill Quigley, direttore della public law
clinic alla Loyola University e uno degli avvocati che lavorano alla causa.
“Anche se il ruolo di HUD è quello di dare casa alle persone, dopo Katrina
hanno agito in modo da tenerle fuori. La HANO ha licenziato una enorme
parte del personale di manutenzione e si è concentrata sul recintare il
complessi”.
Segnate per anni da criminalità e droga, e un tempo luogo di intensi
programmi comunitari, le case pubbliche di New Orleans erano piuttosto
lontane dall’essere l’abitazione per i poveri della città. Comunque gli
attivisti e gli ex inquilini considerano che le barriere erette attorno alle St.
Bernard e ad altri complessi a partire da marzo sono un chiaro segnale
del fatto che le agenzie non hanno alcun progetto di riaprirli.
“Quello a cui stiamo assistendo è una spinta alla privatizzazione delle
case per i redditi bassi di New Orleans, usando Katrina come scusa e
River Garden come modello”, dice Jay Arena, attivista per la casa. River
Garden, un intervento di riurbanizzazione per redditi misti iniziato alla fine
degli anni ‘90, ha sostituito alle 1.500 abitazioni dell’ex complesso
popolare di St. Thomas olter 1.600 appartamenti. Alla fine, solo 120 sono
New Orleans a un anno dall’uragano -65/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -66/77 – Antologia di articoli
stati classificati case pubbliche, e solo il 40% sinora sono state occupate
da inquilini a basso reddito. Sia il segretario Jackson che il sindaco Ray
Nagin hanno esaltato River Garden come modello per la ricostruzione
delle case pubbliche di New Orleans.
“HANO e HUD stanno giocando al rinvio con gli inquilini sfollati” continua
Arena, “nella speranza che più tempo si aspetta a riaprire, meno inquilini
si ripresenteranno”.
I funzionari HUD sostengono che siano problemi sanitari e di sicurezza a
impedire l’accesso a St. Bernard. “Nostra prima preoccupazione è sempre
la salute dei nostri inquilini, e gli studi ambientali hanno rilevato la
presenza di muffa nel 90% delle case pubbliche danneggiate di New
Orleans” dichiara Donna White, portavoce per gli affari pubblici dello HUD
a Washington. “Abbiamo anche dei problemi con la condizione dei
quartieri in cui si trovano i complessi. La gente deve avere a disposizione
negozi, scuole e trasporti pubblici, e molti di questi servizi non sono
ancora ripristinati”.
Attivisti per la casa ed ex dipendenti HANO rispondono che lo HUD sta
esagerando i problemi di sicurezza. Marty Rowland, ingegnere civile che
persta servizio volontario con un gruppo locale per la casa, afferma di
aver condotto un’analisi informale su cinque edifici del St. Bernard lo
scorso inverno, rilevando che se se i primi piani si erano allagati, gran
parte di quelli superiori sembravano poco danneggiati dall’acqua. “L’acqua
è entrata, ma non più che in zone come Gentilly dove gli edifici sono stati
ripuliti e sono in via di rinnovo” dice Rowland. “Se si riallaccia l’elettricità,
le persone possono rientrare a tempi brevi a quei piani”.
Sia che abitino in alloggi temporanei a New Orleans o che si spostino qui
in auto da altre città come Baton Rogue, Houston e Atlanta, gli ex inquilini
si sono organizzati nelle settimane recenti per fare pressione sugli uffici
responsabili cittadini e federali.
“Sono tornata a New Orleans perché è qui che voglio stare, ma la HANO
non ce ne dà la possibilità” racconta Stephanie Mingo, ex abitante delle
St. Bernard tornata da Houston la scorsa settimana. Mingo ha perso la
madre durante Katrina e si è salvata insieme a due figlie e un nipote
galleggiando aggrappata un frigorifero fino al vicino sovrappasso della
Interstate 10. Dall’ultimo fine settimana sta accampata sullo spartitraffico
di fronte al complesso.
“I miei figli sono in tensione, io sono in tensione” dice la Mingo. “I nostri
giovani vengono uccisi a Houston. I nostri anziani si ammalano e
muoiono. Sono partita giovedì, e non ho intenzione di tornare in quel
posto. Ci siamo offerti di entrare in questi appartamenti e ripulirli da soli,
ma non vogliono ascoltarci”. Decine di migliaia di evacuati sono stati
spostati in abitazioni temporanee a Houston lo scorso settembre. Coi mesi
che passano, raccontano di sentirsi poco accettati come gente da fuori, e
di trovare più problemi con la criminalità di quanto non accadesse a New
Orleans.
New Orleans a un anno dall’uragano -66/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -67/77 – Antologia di articoli
Con l’atmosfera di una festa di ritorno, griglie di barbecue fumanti e
musica battente dagli stereo portatili, la protesta alle St. Bernard ha
attirato alcune decine di ex inquilini e centinaia di sostenitori, come il
deputato William J. Jefferson, il cui collegio comprende la 7th Ward.
“Avete tutti il diritto di tornare” ha dichiarato Jefferson alla folla, chiedendo
ai responsabili di riaprire appena possibile glia appartamenti non allagati
(Jefferson è attualmente indagato in un processo federale per corruzione
di rilevanza nazionale). “Non ci può essere un settore turistico senza
lavoratori, qui, e la gente che ora è fuori città e vuole tornare ha fatto
funzionare questo posto per anni”.
Secondo i responsabili dell’agenzia, prima di Katrina nelle case pubbliche
abitavano 49.000 persone, 20.000 nei più vecchi complessi a grandi
edifici come St. Bernard, e 29.000 nelle case d’affitto Section 8, pure
devastate dalla tempesta. La HANO ha smantellato le case pubbliche
tradizionali per oltre un decennio prima dell’uragano, attraverso il
programma Hope VI dell’epoca Clinton, che favorisce i buoni casa e gli
interventi per redditi misti. Tormentata per anni da problemi di cattiva
gestione la HANO è stata assorbita nel 2002 da un gruppo di
riorganizzazione dello HUD, che prima di Katrina aveva dato buona prova
secondo molti osservatori nella riforma di un’agenzia considerata una
delle peggiori del paese.
Ma dopo l’uragano la HANO è stata aspramente criticata per la gestione e
il trattamento degli ex inquilini. Gli abitanti evacuati in abitazioni
temporanee sparse i tutto il paese hanno ricevuto comunicazione da parte
delle autorità lo scorso autunno, di aver tempo sino al 31 dicembre per
rimuovere dagli appartamenti le loro cose, altrimenti sarebbero state
messe per strada, la scadenza è poi stata spostata al 15 gennaio, e
successivamente eliminata. Anche se non è stato fatto nulla per ripulire o
drenare gli edifici allagati, le autorità hanno speso centinaia di migliaia di
dollari per realizzare le recinzioni e sbarrare le porte con lastre d’acciaio a
sigillare i complessi: e questo soltanto dopo che per mesi centinaia di
case erano state saccheggiate e derubate. Nel frattempo, i gruppi di
sostegno hanno fatto causa alla HANO per aver affittato appartamenti
delle River Garden a 35 propri dipendenti e 11 poliziotti di New Orleans,
nonostante la lunga lista d’attesa per le abitazioni pubbliche.
Nel dopo Katrina alcuni rappresentanti in Louisiana hanno fatto alcune
sconvolgentemente chiare dichiarazioni. “Alla fine abbiamo ripulito le case
pubbliche di New Orleans. Noi non riuscivamo a farlo, ci ha pensato Dio”,
come recita sul Wall Street Journal dello scorso settembre una
dichiarazione del deputato Richard H. Baker, Repubblicano di Baton
Rouge. L’ex presidente del Consiglio municipale di New Orleans Peggy
Wilson, candidata nelle recenti elezioni a sindaco, ha dichiarato che la
città deve tener fuori “ruffiani” e “regine dell’assistenza pubblica”, mentre
l’attuale presidente, Oliver Thomas, afroamericano, dice che le case
pubbliche sono per chi lavora, non per chi “guarda le soap opera”.
New Orleans a un anno dall’uragano -67/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -68/77 – Antologia di articoli
Thomas, che più tardi si è scusato della propria dichiarazione, ha
proposto di monitorare gli inquilini che rientrano riguardo a curriculum
lavorativo e disponibilità. “Dobbiamo costruire una comunità di lavoratori
in grado di badare a sé stessa” ha dichiarato Thomas agli evacuati di New
Orleans a Houston in marzo. “Usciamo da tre generazioni di povertà con
la gente che non si aspettava di migliorare. Se ce la possibilità di farlo e
farlo meglio, lo faremo”.
I critici, a New Orleans e in tutto il paese, hanno definito quello delle case
popolari un esperimento fallito, che ha fomentato l’uso di droga, criminalità
e povertà. Eppure, prima di Katrina, la criminalità nei quartieri popolari di
New Orleans era bassa se paragonata a quella dei decenni precedenti. I
dati del censimento 2000 mostrano che la maggioranza degli abitanti delle
case pubbliche lavora. L’occupazione fra i residenti delle St. Bernard era
del 60%, mentre nella città complessivamente percepisce un salario o ha
un reddito da occupazione il 73% (gli abitanti delle case popolari
comprendono anche molti bambini e inquilini oltre l’età pensionabile).
“Non sto dicendo che le case popolari sono la cosa migliore del mondo, o
che le rivogliamo esattamente come erano, ma questa città è affamata di
qualunque tipo di abitazione ora, abbiamo bisogno di riavere la massima
quantità di alloggi il più presto possibile” afferma Laura Tuggle, avocato di
interesse pubblico che lavora sulle questioni della casa alla New Orleans
Legal Assistance. Cita una recente chiamata da parte del direttore del
personale dello Harrah's Casino. “Hanno dipendenti che abitavano nelle
case pubbliche e li rivogliono, ma non sanno dove abitare ora”.
Dopo mesi di esilio gli ex abitanti sono più che mai ansiosi di tornare e
stanno assumendo un atteggiamento sempre più contrapposto rispetto
alla HANO. Durante una protesta alle St. Bernard in aprile, numerosi
funzionari HANO e una decina di poliziotti hanno assistito alla scena di un
gruppo di abitanti e attivisti che apriva con la forza un passaggio nella
recinzione di sicurezza, rientrando brevemente all’interno del complesso.
Gloria Irving, 70 anni, nonna relegata a Houston, ha guidato i dimostratori
sulla sua sedia a rotelle oltre lo schieramento di polizia e guardie HANO.
Non sono stati effettuati fermi.
Più tardi, lo scorso mese, il segretario HUD Jackson ha sostituito il gruppo
di partecipazione federale HANO. Alla prima riunione del comitato in
maggio , Donald Babers, funzionario HUD di carriera consigliere per gli
aiuti, e William Thorson, nuovo responsabile federale, hanno tenuto la
prima ora e mezzo di assemblea pubblica dopo essere stati chiamati a
gran voce dagli abitanti delle case popolari. Una scena simile si è ripetuta
alla recente riunione del comitato cittadino per la casa, dove gli inquilini
hanno chiesto di sapere quando HANO e HUD presenteranno un
calendario di riapertura delle case come le St. Bernard. I rappresentanti
della agenzie hanno sostenuto di aver bisogno di altri 12-18 mesi per le
verifiche e la redazione di un piano. Ma gli attivisti credono che lo HUD un
piano l’abbia già, e che rifiuti di renderlo pubblico. Alla medesima riunione
New Orleans a un anno dall’uragano -68/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -69/77 – Antologia di articoli
del consiglio cittadino, I responsabili per la casa hanno annunciato che
stavano per presentare 11 richieste di crediti fiscali destinati ai bassi
redditi alla Louisiana Housing Financing Agency per la ricostruzione di
case pubbliche. “Se si va dalle agenzie statali a chiedere crediti fiscali del
valore di milioni di dollari, ci deve già essere un piano per cosa farne” ha
commentato la Tuggle. “Per come la vedo io, il Segretario Jackson
sembra prendere tutte le decisioni su New Orleans, mentre al pubblico qui
non viene spiegato molto”. L’avvocatessa Tuggle, che segue da vicino le
questioni delle case, afferma di ritenere che ci sia in vista “qualche
intervento di ricostruzione piuttosto grosso”.
Se la ricostruzione può richiedere decenni, il vecchi complessi – alcuni dei
quali come il St. Bernard, sono stati realizzati come progetti WPA [ Works
Progress Administration] fra la fine degli anni ’30 e i primi ’40 – erano il
fulcro sociale dei propri quartieri, e l’unico tipo di casa che molti abitanti di
New Orleans avessero mai conosciuto.
“Sono qui, oggi, perché la mia famiglia ci viveva. Siamo nati e cresciuti in
questo posto” dice Kenneth Simms, 34 anni, ex inquilino delle St. Bernard
venuto a New Orleans da Baton Rogue. “Mia sorella maggiore viveva lì,
l’altra sorella là in fondo, mio fratello maggiore lì, e le zie sul retro. Ci sono
centinaia e centinaia di persone che conosciamo e a cui vogliamo bene, e
anche loro vogliono tornare a lavorare. Che dobbiamo fare?”.
Jualaki, che gestiva il centro comunitario, dice di aspettarsi il ritorno di
parecchi ex abitanti sfollati in città quest’estate. Si è associato ad alcuni
pastori del luogo per realizzare abitazioni temporanee nelle chiese ripulite.
“Prepariamo rifugi per la gente. Sono persone che abitavano a New
Orleans con redditi minimi e non sono riuscite a tornare” dice Juakali, che
abita in un trailer FEMA parcheggiato di fronte alla propria casa
danneggiata dall’uragano, sulla strada davanti alle St. Bernard. “Ne
aspettiamo centinaia, se non migliaia, che inizieranno a tornare a casa.
Cosa dobbiamo farne? La città non ha un progetto. Lo stato non ha un
progetto. Le autorità federali non hanno un progetto”.
New Orleans a un anno dall’uragano -69/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -70/77 – Antologia di articoli
Michael Kunzelman, I “Katrina Cottage” danno una possibilità a chi
abita ancora nelle case mobili
Nuove, economiche, molto piccole, ma "case" e non "rifugi", per aspettare
10-15 anni la ricostruzione. Notizia Associated Press dallo Atlanta Journal
Constitution, 9 luglio 2006
Titolo originale: 'Katrina Cottages' give trailer dwellers option – Scelto
e tradotto per eddyburg_Mall da Fabrizio Bottini
Ocean Springs, Mississippi – L’uragano Katrina ha dato vita a una vera e
propria industria del cottage, rivolta alle decine di migliaia di famiglie
ancora stipate nelle case mobili del governo a dieci mesi dalla tempesta.
Squadre di architetti e costruttori fanno a gara per progettare, realizzare e
vendere prodotto come il “ Katrina Cottage” e il “ Coastal Cabana”
etichettati come comodi, durevoli e alternative economiche alle precarie
case mobili fornite dalla Federal Emergency Management Agency.
Il Congresso si è unito agli sforzi lo scorso mese, destinando 400 milioni a
un programma pilota che potrebbe spostare migliaia di occupanti dei
rimorchi FEMA dentro ai cottages.
Mississippi e Louisiana stanno predisponendo dei piani di attuazione del
programma pilota, ma c’è il settore privato che non aspetta che si muova il
governo. Alcuni imprenditori stanno già accettando ordinazioni dagli
abitanti della Costa del Golfo che non vedono l’ora di buttare alle ortiche
le case mobili FEMA.
“Siamo tutti stanche di abitare in spazi piccoli” dice l’architetto di Ocean
Springs Bruce Tolar, che si è associato al settore edilizia della catena
Lowe per realizzare un lotto dimostrativo di circa 20 cottage Katrina nella
sua cittadina natale devastata della tempesta. La Lowe's Cos. Inc. fa dono
del materiale per costruire uno dei cottage di Tolar.
Il primo “ Katrina Cottage” progettato dall’architetto di New York Marianne
Cusato, ha fatto colpo al debutto del prototipo in gennaio a una mostra di
settore in Florida. Sei mesi dopo, Cusato è in trattative con Lowe's per
predisporre un “ kit” di tutti i materiali necessari ai costruttori per
assemblare il cottage Katrina nel luogo prescelto.
“L’unica differenza fra questa casa e una normale abitazione sono le
dimensioni” dice. “Si rivolge a un mercato che non esiste. Se si vuole
qualcosa così piccolo, ora, ci sono solo le case mobili”.
Il prototipo di Cusato è meno di 30 mq – un po’ più ampio di un trailer
FEMA – ed è dotato di una veranda, tetto metallico e sostegni in cemento,
progettato per sopportare venti fino 200 kmh.
All’interno, un soggiorno, cucina, bagno, e stanza da letto con letti gemelli
e sgabuzzino. Una botola nella stanza da letto porta a una zona deposito
aggiuntiva fra il soffitto e il tetto.
La Cusato ha lavorato sul prototipo e ha progettato un cottage da 45 mq
che aggiunge una seconda stanza da letto, e spazio per la lavatrice e
asciugatore. C’è anche uno schema per un “ New Orleans Cottage” da 40
New Orleans a un anno dall’uragano -70/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -71/77 – Antologia di articoli
mq con cornicioni e tettoie che riprendono l’architettura tipica della città.
“Quello che stiamo cercando di fare è costruire bene e per il futuro” dice.
“É quello che vuole la gente nelle proprie città”.
Il prezzo del prototipo era stato calcolato in 35.000-45.000 dollari, escluse
spese per le fondamenta e la consegna. Cusato dice che non sono
ancora stati fissati i prezzi per i nuovi modelli più grandi.
Il primo cottage, ora sistemato in un lotto disponibile a Ocean Springs,
attira un flusso costante di curiosi che gli girano attorno e sbirciano dalle
finestre.
“Potrei abitarci” si è detto il consulente finanziario Marty Wagoner, dopo
aver visto il prototipo.
Wagoner, sua moglie Lisa, e i loro figli gemelli di 6 anni, abitano in una
casa in affitto al centro di Ocean Springs da quando Katrina ha distrutto la
loro casa sulla spiaggia. La coppia ha commissionato a Tolar, l’architetto
del posto, di realizzare un cottage da 65 mq col pavimento di quercia
rossa recuperate dalla loro vecchia casa.
“Questa è la cosa davvero magnifica: si possono personalizzare” dice
Wagoner, che calcola gli costerà circa 1.000 dollari al metro quadrato.
Trasferirsi in un cottage consentirà alla famiglia anche di abitare sulla
proprietà mentre si costruisce una nuova casa. “É piccolo, ma è come una
vera casa” commenta.
Il Katrina Cottage è il prodotto di un raduno di architetti dell’ottobre 2005 a
Biloxi organizzato da Andres Duany, professionista di Miami e figura di
spicco del movimento “New Urbanist”, arginare lo sprawl e creare città
compatte e utilizzabili a piedi.
Duany, che ha sfidato Cusato e altri architetti a disegnare alternative ai
rimorchi della FEMA, aveva pure schizzato un suo progetto di Katrina
Cottage, modello da circa 65 mq che ha reso pubblico a Chalmette,
Louisiana, in marzo.
Sia Mississippi che Louisiana hanno adottato i cottage, ma i particolari del
programma pilota governativo non sono chiari. Il Congresso non ha
specificato quale tipo di alternativa alle case mobili della FEMA debba
essere finanziata, e non è chiaro se i due stati divideranno i fondi federali.
Gavin Smith, direttore dello Haley Barbour's Office of Recovery &
Renewal del governo del Mississippi, dice che lo stato ha 45 giorni per
presentare alla FEMA le proposte di sostituzione coi “ Mississippi
cottages”.
“Le famiglie non devono vivere fino a cinque o anche dieci anni in un
rimorchio mentre si ricostruisce la costa” dice Smith. “Nono solo [i cottage]
saranno più durevoli, ma sostituiranno anche gli stili architettonici delle
case che abbiamo perso”.
Anche il sindaco di Ocean Springs Connie Moran ha fatto pressioni sulla
FEMA per adottare le alternative ai trailers, ma l’agenzia ha sollevato una
legge federale che le proibisce di offrire alle vittime di calamità qualunque
New Orleans a un anno dall’uragano -71/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -72/77 – Antologia di articoli
tipo di abitazione permanente.
“Non siamo interessati a creare nuovi campi di case mobili” dice la Moran.
“Vogliamo realizzare quartieri di cottage dove le architetture assomigliano
al vernacular della costa”.
Il Katrina Cottage ha già la concorrenza del Coastal Cabana, una casa
prefabbricata da 29 mq proposta dalla Hurricane Homes Inc. di
Pascagoula. Ha una veranda, una stanza pranzo/soggiorno, bagno e
stanza da letto, sgabuzzino e possibilità di spazio lavatrice-asciugatrice.
Katrina Vanden Heuvel, La battaglia per la ricostruzione
Un anno dopo l'uragano a New Orleans, i giochi sporchi della politica e la
lotta delle associazioni, degli abitanti, del volontariato. The Nation, 29
agosto 2006
Titolo originale: The Battle over Reconstruction – Scelto e tradotto per
eddyburg_Mall da Fabrizio Bottini
Charles Jackson, coordinatore per la comunicazione alla Association of
Community Organizations for Reform Now (ACORN), la scorsa settimana
era ansioso, mentre si avvicinava l’anniversario di oggi dell’uragano
Katrina. La municipalità aveva dichiarato che quel giorno avrebbe
requisito qualunque casa non fosse stata ripulita o recuperate, per
venderle e/o demolirle: senza nemmeno avvertire gli ex abitanti.
“Stiamo cercando di prolungare la scadenza fino a novembre” dice
Jackson. “Perché colpire la gente con un altro atto di devastazione, per
l’anniversario? Non c’è un po’ di compassione?”.
Ma la compassione scarseggia come l’acqua pulita nel quartiere della
Lower 9th Ward nell’ultimo anno. ACORN aveva 9.000 famiglie iscritte a
New Orleans quando ha colpito Katrina, e dopo un anno 7.500 non sono
ancora ritornate. Sembrava che potessero non aver nessuna casa a cui
tornare.
Ad ogni modo, la giornata di ieri ha segnato una piccola vittoria per
ACORN. Il consiglio municipale di New Orleans ha modificato l’ordinanza
di requisizione in modo che gli abitanti le cui case sono inserite negli
elenchi di intervento ACORN (o di altri 15 gruppi) verranno considerate in
regola coi criteri stabiliti (si noti che la municipalità non mette a
disposizione nessun finanziamento alle Associazioni, per questo compito
vitale). Per le abitazioni non ancora comprese negli elenchi di intervento,
la città tenterà di contattare i proprietari due volte nel giro di 60 giorni,
prima di requisire la proprietà. Jackson dice che ACORN non ha ottenuto
tutto quello che voleva e questo è un compromesso, ma almeno per ora si
sono fermate le ruspe.
“Abbiamo già combattuto perché si arrivasse a rinviare rispetto alla data
dell’anniversario, così che agli abitanti del Lower 9th e agli anziani fossero
evitati gravi disagi” dice Jackson. “Ma cosa ne sarà di New Orleans East e
di altre parti della città? Ci sono interi quartieri, con migliaia di abitazioni,
dove siamo riusciti a far tornare una sola famiglia. La gente a basso
New Orleans a un anno dall’uragano -72/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -73/77 – Antologia di articoli
reddito non può nemmeno permettersi il costo del viaggio per tornare qui.
Adesso almeno abbiamo ottenuto un po’ di tutela in più per le famiglie in
difficoltà con le quali stiamo lavorando”.
Il lavoro di tutela dei proprietari, inquilini e quartieri è cominciato
immediatamente dopo il disastro, quando il sindaco Ray Nagin ha
annunciate che il comune avrebbe demolito circa 50.000 abitazioni a
seguito dell’alluvione. In dicembre, la città doveva demolire le prime
2.500, quando ACORN ha ottenuto un accordo per notificare ai proprietari
e dar loro l’opportunità di presentare ricorso prima dell’esecuzione.
Lo stesso mese, ACORN ha lanciato il suo Home Clean-Out
Demonstration Program per gestire l’opera che il governo continua a non
fare. Le squadre dell’associazione hanno ripulito le macerie, sgorgato gli
interni delle case, scrostato il fango e riparato i tetti senza alcuna richiesta
di denaro (la spesa per abitazione di ACORN è in media di 2.500 dollari).
Senza questo intervento, molte delle case si sarebbero deteriorate oltre
ogni possibilità di ripristino. Cosa che, forse, è esattamente il risultato su
cui contano alcune élites di potere della città.
Al primo agosto, le squadre ACORN avevano ripulito e sgorgato 1.450
abitazioni. Ce ne sono almeno altre 1.000 in lista d’attesa. Hanno
collaborato al progetto oltre 5.000 volontari, come studenti nelle vacanze
brevi primaverili, e lavoratori della AFL-CIO, o dalla Canadian
Autoworkers Union.
“Al massimo dei lavori ripulivamo centinaia di case la settimana” racconta
Jackson. “Adesso siamo scesi a circa 20-30. I volontari non possono
permettersi i prezzi alle stelle degli alberghi, e la FEMA a luglio ha chiuso
Camp Algiers”.
Camp Algiers ospitava i volontari in città per aiutare negli sforzi di
ripulitura r ricostruzione, dunque si trattava di una risorsa vitale per gruppi
come ACORN, Catholic Charities, Common Ground, o Habitat for
Humanity. Ma un taglio nei finanziamenti ha fatto chiudere il campo.
“Speriamo comunque che con l’anniversario, e il documentario di Spike
Lee, la gente riprenda l’impegno a venire qui, sostenere il nostro lavoro
finanziariamente, fare quello che si può per aiutare la ripresa di New
Orleans” prosegue Jackson.
Oltre al lavoro di ripulitura, ACORN si è conquistato un posto al tavolo di
decisione dei progetti a lungo termine. Non sorprende che, in un primo
tempo, le famiglie a reddito medio-basso fossero escluse da questo
processo. La commissione presieduta dal sindaco, Bring New Orleans
Back Commission, aveva proposto di orientare le risorse in primo luogo
verso le zone che avevano subito poco o nessun danno dall’alluvione.
Altri quartieri, da gennaio a maggio, dovevano “dimostrare la propria
validità”.
Jimmy Reiss, membro della Commissione, ha dato voce ai peggiori incubi
della ACORN quando ha detto: “Chi vuole ricostruire la città la vuol vedere
New Orleans a un anno dall’uragano -73/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -74/77 – Antologia di articoli
rifatta in modo completamente diverso, dal punto di vista demografico,
geografico, politico”.
L’associazione non è stata ad aspettare alte cattive notizie. Si è invece
incontrata coi consulenti urbanistici di Cornell University, Pratt Institute, e
Louisiana State University a chiedere informazioni sul processo di
ricostruzione. Ha anche tenuto assemblee con gli abitanti sfollati nelle
città dove si trovano al momento. Questo sforzo comune ha prodotto
progetti dettagliati per I quartieri di Lower 9th Ward e New Orleans East. Il
21 luglio ACORN Housing è stata riconosciuta come una delle 16 strutture
“ufficiali” per i programmi urbanistici di New Orleans. Proporrà progetti di
quartiere al sindaco e al consiglio municipale, e – dopo l’approvazione –
entrerà a far parte dello Unified New Orleans Plan, che orienta le risorse
per la ricostruzione, oltre a fungere da prospettiva di lungo periodo per la
città.
Jackson sostiene che si tratta di una grande vittoria: “Significa che viene
ascoltata la voce della gente”. Ed era ora.
Seconndo lo Institute for Southern Studies, al 30 giugno era tornato solo il
37% della popolazione pre-tempesta (460.000 abitanti) di New Orleans;
non si sono distribuiti fondi federali per ricostruire abitazioni: zero; e il
tasso di suicidi in città è aumentato del 300% dall’uragano.
“Siamo decisi a restare qui finché il lavoro non sarà finito” dice Jackson.
“Ma vogliamo anche parlare del fatto che, un anno dopo, le cose qui non
vanno bene”.
Le piccole vittorie di ACORN e dei suoi alleati sono state difficili da
conseguire. Come scrive Chris Kromm in questo numero di The Nation,
“Chiedete agli attivisti del Golfo cosa ci vuole per cambiare le sorti della
regione, e molti vi risponderanno con l’idea che il movimento per Katrina
deve diventare nazionale, magari internazionale”. Riguardo alla
prospettiva internazionale, lo Institute for Southern Studies indica come gli
studiosi di diritto ritengano che nel caso di Katrina siano stati violati 16 dei
30 principi delle Nazioni Unite riguardo alla gestione del problema “Sfollati
all’interno del Paese”.
Per contribuire ad assicurare che le sofferenze delle vittime di Katrina non
vengano aggravate da avidità e opportunismo, c’è qualcosa che potete
fare: contribuire finanziariamente o Adottare una Casa; fare volontariato
con lo Home Clean-out Demonstration Program; o contattare il vostro
deputato federale attraverso la linea diretta della ACORN Legislation
Action allo 800-643-9557.
Un anno dopo la prima devastazione, entrate a far parte del movimento
che chiede di cominciare la ricostruzione di New Orleans secondo i nostri
migliori principi democratici.
New Orleans a un anno dall’uragano -74/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -75/77 – Antologia di articoli
Nicolaus Mills, Storia di due uragani: Galveston e New Orleans
Un paragone fra lo sforzo nei soccorsi e per la ricostruzione di un secolo
fa, e quanto accade ora. Che cosa è cambiato? Dissent, estate 2006
Titolo originale: A Tale of Two Hurricanes: Galveston and New Orleans
– Scelto e tradotto per eddyburg_Mall da Fabrizio Bottini
Quando pensiamo a New Orleans e alla ricostruzione dopo l’uragano
Katrina, I paragoni che vengono in mente più spesso sono Chicago dopo
l’incendio del 1871 o San Francisco dopo il terremoto del 1906. La
rinascita come una Fenice dalle sue ceneri di queste due città appare
come una lezione su come ricostruire dopo un disastro.
Ma dato che la ripresa di New Orleans tarda, e i suoi poveri sparsi per il
paese faticano a radicarsi altrove, c’è una terza città – Galveston, Texas –
che dovremmo considerare se pensiamo alla New Orleans del postKatrina. Al contrario di Chicago e San Francisco, Galveston offre una
vicenda ammonitrice, che indica come la ripresa da un disastro possa
diventare, anche con le migliori intenzioni, avere obiettivi limitati ed
escludere, anziché aprire, delle occasioni.
La storia del disastro di Galveston comincia l’8 settembre del 1900,
quando la città viene colpita da un uragano di classe 4, che provoca circa
6.000 vittime, un sesto degli abitanti; distrutte 3.600 abitazioni; 30 milioni
di dollari di danni. É il peggior disastro naturale della storia americana.
L’opera di soccorso per Galveston parte immediatamente’s relief effort
started immediately. Domenica 9 settembre, il giorno dopo l’uragano, il
sindaco Walter C. Jones nomina un Central Relief Committee, composto
dai cittadini più in vista di Galveston, che si fanno carico di ciascuna delle
dodici circoscrizioni in cui è divisa la città. Due giorni dopo, il sindaco
confisca tutte le provviste alimentari per assicurare che vengano vendute
e distribuite a prezzi ragionevoli. Non esiste comunque alcun modo in cui
la città possa gestirsi da sola a lungo, e presto arrivano gli aiuti. Dalla
vicina Houston, il vapore Lawrence porta parecchie tonnellate di provviste
e 500.000 litri d’acqua potabile. Contemporaneamente, sotto il commando
del Brigadiere Generale Thomas Scurry, arrivano duecento miliziani della
Guardia Volontaria del Texas, che mettono fine ai casi sparsi di
saccheggio che si erano verificati.
La settimana successiva, la fondatrice e presidente della Croce Rossa
americana Clara Barton, diventata famosa durante la Guerra Civile,
assume l’incarico di quello che, all’età di 78 anni, sarà il suo più
importante impegno di soccorso. Il denaro non è un problema. Le
donazioni arrivano da tutto il paese. Lo stato di New York manda 94.000
dollari. Un bazaar al Waldorf-Astoria ne raccoglie 50.000. L’imprenditore
di giornali William Randolph Hearst ne manda altri 50.000. Per mesi le
ferrovie offrono trasporti gratuiti verso qualunque località del paese alle
vittime dell’uragano, e c’è abbondanza di lavoro disponibile da ovunque.
Galveston paga da 1,50 a 2 dollari al giorno, più vitto e alloggio.
New Orleans a un anno dall’uragano -75/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -76/77 – Antologia di articoli
Quello che segue, è un successo nei soccorsi. In novembre, la Croce
Rossa lascia Galveston, soddisfatta dell’opera compiuta, e nel febbraio
1901, il Central Relief Committee chiude le proprie attività. La città ora ha
di fronte il problema, più difficile e di lungo termine, del come ricostruire.
Costruita su un’isola sul Golfo del Messico, Galveston ha due principali
problemi del tipo di quelli di New Orleans: come tenere fuori le acque
circostanti nella prospettiva di future uragani, e cosa fare dei propri edifici
costruiti più in basso, più vulnerabili agli allagamenti.
Con l’aiuto del parlamento del Texas, che consente alla città di emettere 2
milioni di dollari in obbligazioni al 5% e di non pagare una serie di tasse
statali, viene trovata una risposta tecnica ad entrambe le questioni. Nel
settembre 1902, dopo un’approvazione a soverchiante maggioranza per
emettere obbligazioni, la municipalità autorizza J.M. O’Rourke & Company
a erigere una massiccia barriera verso il mare. I lavori iniziano un mese
dopo, e nel febbraio 1904, dopo 471 giorni di costruzione, con pause solo
le domeniche, il progetto è portato a termine. Galveston ora è protetta da
una parete verso il mare di cemento e pietra lunga cinque chilometri e
mezzo, che si eleva di oltre cinque metri rispetto al livello della bassa
marea, e pesa sessanta tonnellate per metro lineare. Con miglioramenti e
aggiunte, la muraglia sul mare ha aiutato Galveston a sopravvivere ai
numerosi uragani, compreso Carla nel 1961 e Alicia nel 1983, che l’hanno
incontrata sulla loro strada dopo il 1900.
Per la parete sono stati necessari 5.200 carichi di granito a pezzi, 1.800 di
sabbia, 1.600 di palificazioni. Ma sollevare gli edifici di Galveston fino ad
un livello di sicurezza poneva una sfida anche maggiore. Per alcuni c’era
la necessità di quattro metri in più per proteggerli dalle inondazioni, e
anche coi singoli proprietari a pagare per sollevare le proprie case, la
spesa era enorme. Si dovette scavare un canale attraverso il centro della
città per far operare in modo efficiente le enormi draghe portate allo
scopo; e per adeguarsi al nuovo livello si dovevano rifare tutte le strade di
Galveston.
Tutte le reti municipali, dai binari del tram ai tubi dell’acqua, furono
sollevate prima degli edifici. Il lavoro iniziò nel 1904 e non fu terminato
sino al 1910. Nel frattempo vennero sollevate 2.156 strutture, compresa la
chiesa cattolica di St. Patrick con le sue tremila tonnellate, e fu sostituito
ogni albero o cespuglio di Galveston. Alla fine, la città stava più in alto di
quanto non fosse mai avvenuto, con 7,6 milioni di metri cubi di terra in più
di quanti non ne avesse nel 1901.
Quello che la ricostruzione non riuscì a fare, fu restituire il futuro che la
città sembrava avere nel 1900. Al volgere del secolo, Galveston era il
principale porto cotoniero e il terzo in assoluto per traffico di tutta
l’America. C’erano 45 linee di vapori che facevano capo alla città. Aveva
consolati di sedici paesi, ed era stata etichettata “New York del Golfo” dal
New York Herald. Le lussuose magioni su Broadway, la via principale di
New Orleans a un anno dall’uragano -76/77 – Antologia di articoli
New Orleans a un anno dall’uragano -77/77 – Antologia di articoli
Galveston, erano una vivida testimonianza della sua ricchezza.
Dopo l’uragano, si trattava di una città segnata. Quattro mesi dopo, fu
scoperto il petrolio a Spindletop, vicino a Beaumont, Texas, e Houston,
centro ferroviario più vicino al petrolio e più al sicuro dagli uragani di
Galveston, iniziò in fretta a prosperare. Si dragò la palude di Buffalo per
lasciar entrare le navi a pescaggio profondo al porto, mentre Galveston
smetteva di essere la città del futuro della Costa del Golfo in Texas. Si
assestò invece su un periodo di crescita lenta ma costante, come centro
bancario e medico. Come ha osservato Erick Larson in Isaac’s Storm, il
suo best-seller del 1999 che racconta l’uragano, “ Su Galveston scese il
silenzio. La popolazione smise di crescere. Arrivarono tutti i problemi della
vita urbana moderna, ma nessuna delle sue intensità e stimoli. Diventò la
spiaggia di Houston”.
C’É UN FATO DEL GENERE in serbo per New Orleans? Si trasformerà
in una versione più piccola, più turistica di sé stessa, come conseguenza
dell’uragano Katrina? Oppure nella nuova New Orleans ci sarà spazio per
la diversità storica della vecchia New Orleans? La risposta non è chiara,
la posta in gioco invece è chiarissima. Se la città sarà ricostruita secondo
le medesime linee di quando è stata evacuata, resterà a rischio una zona
come la Lower Ninth Ward, che nel 2005 era al 96% nera, al 34% povera,
con un tasso di disoccupazione del 13%.
Per far ritornare la famiglie nella Lower Ninth, i governi federale e statale
dovrebbero fare la cosa più costosa: o realizzare nuovi argini che
proteggano le aree più vulnerabili di New Orleans dalle alluvioni, oppure
costruire in modo massiccio abitazioni per una popolazione a redditi misti
nelle zone più alte della città. In un’epoca in cui i progressisti stanno
discutendo del modo migliore di trarre il meglio da una brutta situazione
assegnando alla diaspora da New Orleans di che vivere per due anni, e
dimenticandosi di ripristinare la città nella sua condizione pre-Katrina,
nessuna di queste soluzioni può contare su un vasto sostegno pubblico.
Dunque, New Orleans è diventato un caso rivelatore sul futuro delle
politiche ecologiche negli Stati Uniti. Nel momento in cui entriamo in un
periodo di forte riscaldamento globale, livelli del mare crescenti,
aumentata probabilità di catastrofi naturali, sarebbero necessari più
interventi pubblici su larga scala per conservare il paese così come lo
conosciamo. E, sempre più spesso, le soluzioni più umane che ci si
presentano saranno le più costose.
New Orleans a un anno dall’uragano -77/77 – Antologia di articoli

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