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Una Bridget sempre più disinvolta
Al terzo colpo l’episodio più riuscito della celebre saga – Il passo indietro di
Roberto Andò
/ 10.10.2016
di Fabio Fumagalli
** Bridget Jones’s Baby, di Sharon Maguire, con Renée Zellweger, Colin Firth, Patrick Dempsey,
Emma Thompson (Stati Uniti 2016)
Bridget ha 43 anni e un compleanno da festeggiare tutta sola. Il che non le impedisce d’incontrare,
nell’arco di due settimane, l’amore storico Mark Dark, sempre interpretato dal raffinato e un po’
tanto distante Colin Firth. In più, come se non bastasse, l’affascinante Patrick Dempsey, l’idolo sexy
planetario di Grey’s Anatomy. Da una disinvolta solitudine a un problema d’abbondanza: aggravato
dal fatto, una volta scoperto di essere incinta, di non sapere quale dei due è il padre.
Al terzo capitolo della saga, Bridget Jones’s Baby rimane il fenomeno sociale del 2001. Tratto da un
romanzo venduto nel 1995 in 5 milioni di esemplari, ispirato da una rubrica apparsa sul quotidiano
«The Independent», traduce le confessioni di una impiegata londinese nubile e allora trentenne, dei
suoi tentativi di smettere di bere e fumare, cercare di dimagrire e, soprattutto, scovare l’anima
gemella. In altre parole l’universo privato di Rene Zellweger, attrice americana di origine svizzera,
che per ottenere il ruolo accettò notoriamente d’ingrassare di una dozzina di chili. A lei e, più
sorprendentemente, a questo terzo episodio non nuoce d’invecchiare; in particolare nei confronti
dell’insopportabile precedente Che pasticcio, Bridget Jones (2004). Grazie, forse, al ritorno della
regista originale, della collaborazione alla sceneggiatura di un esperto di cinema «sfrontato» come il
Dan Mazer della serie dei Borat. E di Emma Thompson, co-sceneggiatrice oltre che grande attrice,
qui nel ruolo spassoso di una caustica ginecologa.
Ritmo e dialoghi in particolare risultano allora sveltiti; e alcune sequenze entrano di diritto nella
migliore, se non proprio inedita tradizione della commedia. Così, l’irresistibile scambio di battute fra
la Bridget divenuta produttrice televisiva e l’amica presentatrice nel corso di un’emissione in diretta.
O, ancora, i vari fraintendimenti del sempre più disinvolto ménage à trois; e tutta la sequenza di un
festival erotico – musicale, costruita in modo da quasi acquisire le cadenze del cinema d’animazione.
Poi, non è ovviamente che Bridget rinunci del tutto a quel bagaglio di mossette, sorrisini e
accentuazioni espressive abnormi che hanno deliziato milioni di aficionados (e orripilato altrettanti).
Ma non si può pretendere troppo.
*(*) Le confessioni, di Roberto Andò, con Toni Servillo, Connie Nielsen, Pierfrancesco Favino,
Marie-Josée Croze, Moritz Bleibtreu, Lambert Wilson, Daniel Auteil (Italia 2016)
Scrittore, oltre che regista, Roberto Andò aveva scosso le acque dello spettacolo italiano due anni or
sono con Viva la libertà, tassello meritevole della tradizione italiana di un cinema politico che da
Francesco Rosi, Elio Petri ha condotto a Nanni Moretti, Marco Bellocchio. Un film curioso, con un
Toni Servillo mostruoso protagonista di un’impostura clamorosa: un celebre uomo politico depresso
sostituito, all’insaputa generale, dal fratello gemello, appena rilasciato da un istituto psichiatrico.
L’eccentricità tragicomica; con il tema della coppia, caro al cinema quanto alla psicanalisi, una
riflessione etica e sociale. A quei paradossi aspira anche Le confessioni. Attingendo allo stesso stile:
lo sguardo surreale che rende credibile l’impossibile, i tempi dilatati, le inquadrature soppesate al
millimetro, gli echi sonori e gli spazi svuotati. Per mutare una realtà raffinata in inquietante
dimensione metafisica; e accentuare il magnetismo dell’inamovibile presenza di Toni Servillo.
Tutto ciò in un resort di lusso, sulle rive del Baltico tedesco, dove i ministri di un G8 dell’economia
stanno per riunirsi. Oltre ai politici, sono compresi (chissà perché) una scrittrice di fiabe, una rock
star e il taciturno monaco cistercense interpretato da Toni Servillo. L’aspetto estetico è curatissimo,
un po’ tanto debitore del Sorrentino di Il divo e Youth; e di una tensione che si rifà a Il nome della
rosa. Ma i guai per i protagonisti e il film iniziano alla scomparsa di uno dei personaggi. Le
confessioni s’indirizza allora verso direzioni confuse: poliziesche e filosofiche, etiche e politiche.
Troppe per risultare credibili, anche per una questione di linguaggio. Andò predilige i ritmi molto
lenti che gli permettono il surrealismo delle immagini. Meno, però, riflessioni sul liberismo
all’interno di un universo che lui vorrebbe metafisico; ma che finisce per risultare solo forzato.