Sesto San Giovanni Il patrimonio industriale risorsa strategica per lo

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Sesto San Giovanni Il patrimonio industriale risorsa strategica per lo
urbanistica dossier
sesto san
Giovanni.
il patrimonio
industriale
risorsa
strateGica
per lo sviluppo
urbano
a cura di
comune di sesto san Giovanni
valeria cerruti, cristina meneGuzzo
126
Rivista mensile
monografica
Anno XXX
allegato al
n. XXX di
Urbanistica
Informazioni
€ 9,00
INU
Edizioni
dossier urbanistica
Sesto San Giovanni.
Il patrimonio industriale
risorsa strategica
per lo sviluppo urbano
a cura di
Comune di Sesto San Giovanni
Valeria Cerruti, Cristina Meneguzzo
Parte prima: La politica urbanistica di Sesto San Giovanni per la valorizzazione dei beni storici
Sesto San Giovanni. Una storia un futuro
Maria Bonfanti
Identità e memoria della città in trasformazione
Demetrio Morabito
La tutela del patrimonio industriale nella pianificazione urbanistica di Sesto
Valeria Cerruti
Parte seconda: Atti del convegno - sessione urbanistica
I grandi monumenti di archeologia industriale di Sesto San Giovanni. Esercizi di recupero
Giancarlo Consonni
Il patrimonio siderurgico di Piombino come risorsa per lo sviluppo urbano
Massimo Preite
L’IBA Emscher Park nel territorio della Ruhr: una retrospettiva
Klaus R. Kunzmann
Periferie urbano-industriali in Italia. Questioni di storia, memoria e riuso
Roberto Parisi
Davanti alla fabbrica. Patrimonio industriale come insieme di permanenze
Caterina Di Biase
Made in MAGE, la scommessa del riuso temporaneo
Isabella Inti
Aree dismesse e riqualificazione urbana. Il caso dell’Arsenale di Venezia
Roberto D’agostino
Trasformazioni territoriali e sviluppo urbano nel cuore della città infinita
Federico Oliva
Parte terza: Le ragioni della candidatura all’Unesco del patrimonio industriale sestese
La candidatura di Sesto San Giovanni come paesaggio culturale evolutivo
Louis Bergeron
Per Sesto San Giovanni patrimonio dell’umanità
Federico Ottolenghi
INDICE
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PREMESSA
Il Convegno internazionale a sostegno della
candidatura UNESCO del patrimonio industriale
storico (edifici, impianti. luoghi) della città di Sesto
San Giovanni ha definito con grande chiarezza
e completezza le motivazioni di tale candidatura.
Gli interventi compresi in questo volume,
che riprendono le parti più specificatamente
urbanistiche, architettoniche e di valorizzazione
dei beni culturali trattate nel Convegno, ne
sono la testimonianza più evidente. Interventi
che sono preceduti dalle testimonianze dirette
dell’Amministrazione Comunale relativamente
alle politiche che la stessa ha condotto, anche
attraverso la normale attività di pianificazione,
per la tutela e la valorizzazione di tale patrimonio.
Il recupero delle aree industriali dismesse è una
pratica che ha contraddistinto anche l’urbanistica
italiana, a partire dalla fine degli anni ottanta
del secolo scorso, quando l’evoluzione strutturale
dell’economia ha messo a disposizione delle città
di più antica industrializzazione un’occasione
irripetibile per immaginarne uno sviluppo diverso,
non più legato solo al tradizionale processo
di espansione urbana, ma a quello nuovo
della trasformazione. Ciò è avvenuto in Italia
in particolar modo nel “triangolo industriale”
di Nord – Ovest, cioè l’area italiana di più
antica industrializzazione, dove i cambiamenti
dell’economia erano più maturi, come in tutta
l’Europa occidentale, come hanno ricordato anche
alcune testimonianze presentate al Convegno,
prima fra tutte quella emblematica dell’Emscher
Park nella regione tedesca della Ruhr.
L’esperienza italiana è tuttavia molto diversa
da quella europea, essendo generalmente più
orientata a garantire, insieme a qualche ricaduta
pubblica più o meno rilevante, la fattibilità
economica dell’intervento e, innanzitutto, la
remunerazione dell’investimento privato; mentre
in Europa si è quasi sempre privilegiato l’interesse
pubblico, non solo in termini di dotazioni prodotte
dalle trasformazioni, ma, in generale, come
miglioramento della qualità urbana e quindi
della competitività internazionale della città in
trasformazione. In sostanza, nel nostro Paese
anche per questo specifico aspetto si è privilegiata
un’attribuzione privata della rendita, senza tenere
conto del fondamentale contributo che la stessa
città ha garantito per la valorizzazione delle aree
da trasformare, in termini di infrastrutture, servizi e
con la stessa crescita urbana che ha fatto diventare
centrali aree originariamente del tutto periferiche e
marginali.
Oggi, la discussione sulle prospettive della
città è incentrata sull’alternativa tra recupero
e trasformazione della città esistente contro
diffusione insediativa e ulteriori consumi di suolo,
vale a dire tra riqualificazione e espansione
urbane. Ma, mentre nella maggioranza delle
esperienze europee la riqualificazione urbana
è concretamente sostenuta da un’adeguata
legislazione fondiaria e da efficaci provvedimenti
specifici, comprensivi di rilevanti investimenti
pubblici, (si pensi proprio all’esperienza della
Ruhr), in Italia è solo auspicata, trattata senza
un reale sostegno nella normativa urbanistica
nazionale e regionale del tutto indifferenti alle
differenze oggettivi di costo che un intervento
sull’esistente (per di più con un’area da bonificare)
comporta rispetto ad uno di nuova costruzione;
una pratica fondamentale lasciata quindi alla
sola capacità di negoziazione all’interno della
pianificazione. E se qualche volta questa capacità
di negoziazione ha ottenuto risultati rilevanti, con
una sensibile ridistribuzione sociale della rendita,
nella maggioranza dei casi ciò non è avvenuto
e la grande occasione rappresentata dalle aree
industriali dismesse ha perso così buona parte del
suo valore.
L’esperienza di Sesto San Giovanni sul suo
patrimonio industriale e in particolare sulle
aree Falck appartiene certamente al novero
di quelle che hanno cercato di garantire
un vantaggio complessivo per la città; un
impegno che continua nonostante le vicissitudini
imprenditoriali – finanziarie che hanno segnato
la proprietà negli ultimi anni. La tutela e la
valorizzazione del patrimonio storico industriale
ancora presente costituisce il valore aggiunto
dell’intera operazione. Edifici come quello che
accoglieva il formo elettrico a colata continua, il
T3 “Pagoda”, o il lungo laminatoio in continuità
con il precedente, o l’edificio in cemento armato
delle Officine Meccaniche e Costruzioni, o
ancora il più moderno T5, un altro forno elettrico
(per citare solo alcuni dei molti edifici presentati
per la candidatura UNESCO) non sono solo la
testimonianza tangibile del passato industriale
della città e ne rappresentano solo la sua memoria
e la sua identità. Essi sono anche dei capolavori
dell’ingegneria industriale del ‘900, ricchi di
soluzioni tecnologiche innovative e stupefacenti per
le dimensioni, che meritano quindi di essere tutelati
e valorizzati come beni culturali, ma
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anche di essere riutilizzati con nuove funzioni,
diventando così una componente vitale della città
contemporanea.
La ricchezza e la qualità del patrimonio storico
industriale insieme alle stesse dimensioni delle aree
Falck (130 ha) e la loro localizzazione al centro
della regione urbana lombarda sono i presupposti
perché esse possano trasformarsi in una delle
più importanti centralità metropolitane della
stessa regione. L’auspicio è che i nuovi progetti di
trasformazione vadano in questa direzione, grazie
anche al riconoscimento UNESCO, nonostante i
limiti dell’attuale ordinamento.
Federico Oliva
Presidente INU
4
H01 villaggio Attilio Franco poi
villaggio Falck
H02 villaggio Falck
H03 quartiere giardino Falck poi
villaggio Diaz
H04 case operaie Breda
H05 case per lavoratori Breda
H06 casa del direttore
I01 torre piezometrica Unione
I02 torre piezometrica Concordia
I03 portineria Vulcano
I04 T3 “Pagoda”
I05 OMEC
I06 T5
I07 portineria Concordia “Esedra”
I08 cabina controllo vagoni
I09 MAGE
I10 BLISS
I11 trafilerie
I12 portineria Vittoria A
I13 fornace Mariani
I14 magazzino Salvi ditta Muller
I16 riparazione locomotive
I17 carroponte
I18 Campari
I19 centrale termica e ricevitrice
elettrica ex Sondel
I20 centrale termoelettrica
I21 laminatoio
I22 vasche “Pompei”
S01 scuola elementare villaggio
Falck
S02 casa dei bambini Montessori
villaggio Falck
S03 VAO vecchio albergo operaio
Falck
S04 teatro del circolo San Clemente
S05 collegio Savoia e soffieria
Monti
S06 stadio Breda
S07 scuole Galli Breda
S08 chiesa di San Giorgio alle
Ferriere
VS01 villa Torretta
La politica urbanistica di Sesto San Giovanni
per la valorizzazione dei beni storici
Sesto San Giovanni. Una storia un futuro
Il 24 e 25 settembre dello scorso anno si è svolto
a Sesto il convegno internazionale “Sesto San
Giovanni. Una storia, un futuro, un patrimonio
industriale per tutto il mondo”.
Il convegno, che si è tenuto nella sala consiliare
del palazzo comunale e presso lo Spazio MIL, ha
avuto il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali,
della Regione Lombardia e della Provincia di
Milano e ha visto la partecipazione di illustri
relatori.
Il simposio era strutturato in quattro sessioni:
—— I. Per Sesto San Giovanni patrimonio mondiale
dell’umanità
—— II. Memoria del futuro: la città tra identità e
sviluppo
—— III. Il patrimonio industriale, una risorsa
strategica per lo sviluppo urbano
—— IV. Un patto per il riuso
Nella terza sessione i relatori hanno approfondito
le tematiche legate alla pianificazione urbanistica,
alla riqualificazione delle aree dismesse, al ruolo
che i beni storico-documentali rivestono all’interno
delle trasformazioni territoriali e al patrimonio
industriale come risorsa per lo sviluppo urbano.
Il convegno e gli eventi che lo hanno affiancato
sono stati un passaggio fondamentale per lanciare
anche in ambito internazionale la candidatura
di Sesto alla lista del patrimonio mondiale
dell’UNESCO per la categoria del paesaggio
culturale evolutivo, ed hanno avviato con forza
anche la promozione della candidatura tra la
cittadinanza, aumentando la consapevolezza e la
partecipazione sia degli abitanti sia delle istituzioni
e organizzazioni cittadine.
L’iniziativa ha fornito significative indicazioni per
la conservazione, la valorizzazione e il riuso dei
37 edifici ed aree individuati tra i più significativi
dell’ingente patrimonio industriale sestese,
emblema del ‘900 industriale italiano.
Sesto San Giovanni ha vissuto, infatti, dall’inizio
Mappa dei luoghi catalogati per l’unesco
del ‘900 una profonda e rapida trasformazione
che l’ha portata in pochi anni a diventare la quinta
città industriale italiana e, per antonomasia, la città
“delle fabbriche e del lavoro”. Però già a metà
degli anni ‘90, con la definitiva chiusura delle
Acciaierie Falck, questa gloriosa fase di storia e
vita cittadina si concludeva.
È ora indispensabile che, oltre ai manufatti
industriali, vengano preservati e tramandati quei
valori che hanno sotteso il vivere cittadino, ossia
il rispetto e l’amore per il lavoro, per il ben-fare,
per la capacità di accoglienza, per il rispetto
dell’altro, per l’intraprendenza e la valorizzazione
dei talenti. Per la tensione verso il bene comune e
per la generosità nello spendersi per raggiungerlo.
Valori che costituiscono l’essenza della “sestesità”.
La valenza di questa candidatura, che anche il
convegno del 24 e 25 settembre ha evidenziato,
è dunque innanzitutto valoriale, culturale e
identitaria. Oltre che economica. Perché ciò che
sta alla base di questo progetto non è puramente
uno spirito romantico di preservazione, ma è
innanzitutto il mantenimento e la trasmissione
di valori di consapevolezza, inclusione, bene
comune.
Il Comitato di sostegno alla candidatura all’Unesco
del patrimonio industriale di Sesto San Giovanni,
che ha seguito e supportato i lavori del convegno,
ha constatato con soddisfazione la convergenza su
queste tematiche da parte di tutti i relatori ed il loro
convinto e convincente sostegno alle ragioni della
candidatura.
Il Comitato di Sostegno è formato dai
rappresentanti di associazioni, enti, organizzazioni
cittadine, particolarmente attive e sensibili alle
tematiche della candidatura. È coadiuvato dagli
Amici della candidatura, cioè da coloro, singoli
cittadini, personalità, istituzioni che sono sostenitori
del progetto.
Maria Bonfanti
Presidente Comitato di sostegno alla candidatura all’Unesco del
patrimonio industriale di Sesto San Giovanni
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Identità e memoria della città in
trasformazione
La città di Sesto San Giovanni acquisì
consapevolezza della ricchezza del proprio
patrimonio di archeologia industriale a metà
degli anni ’90, a seguito del recupero dell’area
Breda. Una ricchezza di significati che vanno
dal valore testimoniale e identitario dei beni, a
quello urbanistico, per il loro potenziale contributo
nell’ordinare il nuovo paesaggio urbano della
città-fabbrica, al variegato pregio architettonico
che, articolato per fattura e dimensioni, è fonte
di ispirazione per idee e funzioni dal carattere
innovativo.
La tutela e la valorizzazione del patrimonio
storico sono divenute così “l’obiettivo prioritario
per le aree di trasformazione […] recuperabili
fattivamente, garantendone nel tempo l’utilizzo e
la gestione e quindi la permanenza della memoria
materiale” (art.41 NTA PRG 2004).
La tutela è avvenuta a valle di un particolareggiato
lavoro di schedatura condotto dall’architetto
Beltrame e dall’ufficio di Piano, nel quale si è
valutato lo stato di conservazione, gli elementi di
pregio, le potenzialità del singolo bene inserito
nel suo specifico contesto, in un percorso che
includeva a livello normativo anche modalità
remunerative che rendessero sostenibile
economicamente il recupero e l’eventuale riutilizzo.
Le attuazioni seguenti e le istruttorie sui successivi
piani attuativi hanno confortato questa scelta,
così che la tutela dei beni storico-documentali è
diventata un’invariante nel successivo Piano di
Governo del Territorio del luglio 2009, con una
disciplina tecnica più vincolante sui beni oggetto di
tutela.
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Nella città di Sesto San Giovanni il recupero delle
aree dismesse è un percorso ormai ventennale, che
si pone nel cuore della trasformazione dell’area
metropolitana milanese. Se quest’ultima era
dotata di aree deindustrializzate paragonabili
per dimensioni a quelle sottoposte a ricostruzione
nel secondo dopoguerra, rilevantissime e dunque
strategiche per ridefinire i caratteri di uno dei
motori d’Europa, le aree dismesse sestesi possono
contribuire in modo incisivo a conseguire un
policentrismo fondato su luoghi dotati di identità,
dove la memoria è fattore di coesione sociale.
Il recupero dei beni diventa così centrale
nel tentativo di avanzare progetti e pratiche
che rispetto ai prodotti urbani dell’indistinta
metropolizzazione della città-regione producano
luoghi più inclusivi, meno anonimi, nuovi punti di
riferimento del paesaggio urbano, ancorati alla
memoria della città ma forieri di progettazioni
innovative o di riusi temporanei.
La cittadella della Resistenza, da sempre attenta
alla valorizzazione della storia del novecento,
ha colto l’apporto che questi beni forniscono
nella ridefinizione dell’identità della sua
comunità. La comunità operaia, colpita dalla
deindustrializzazione anche nei suoi luoghi
aggregativi e nella sua rete commerciale e segnata
dal naturale ciclo biologico, è in cammino.
Sesto non è più la città-fabbrica, ma non ha
ancora perfezionato il suo nuovo volto, mentre
si sedimentano i fenomeni connessi ai grandi
cambiamenti urbani, in società sempre più anziane
e ricche di culture diverse, producendo insicurezza
e spaesamento, localismi e nuove marginalità.
Il patrimonio di archeologia industriale arricchisce
di simboli questi luoghi, permette di cogliere
il patrimonio immateriale: punti di riferimento
urbanistici, dunque, ma anche simboli di una
comunità che rinnova la sua identità intorno a una
storia densa, quella di una città protagonista nella
politica, nell’economica, nel sociale.
La memoria, dunque, così come indica un
percorso di ricostruzione di una comunità segnata
dal dramma della deindustrializzazione che
ha duramente segnato le relazioni economiche
e sociali, segna anche la via per un futuro
condiviso che si materializza a partire dalla
rifunzionalizzazione del suo articolato patrimonio
industriale.
Il recupero dei beni storici diviene così, prima che
una regola della strumentazione urbanistica, una
invariante culturale affermatasi tra la cittadinanza,
orgogliosa di quel patrimonio, il cui recupero è
già avvenuto a dimostrazione della praticabilità
di questo ambizioso progetto (Carroponte e
magazzini Breda, MAGE - magazzini generali
Falck Concordia Sud, palazzina Campari, vecchio
albergo operaio, villaggi operai, casa Salvi
Muller).
Coltivare la memoria nella costruzione del nuovo
paesaggio urbano ha come obiettivo la definizione
di un disegno condiviso di città, fondato sulle
ragioni stesse dell’esistenza e dei caratteri di
una data comunità. Il nuovo paesaggio urbano
vuole essere il tramite tra le vecchie e le nuove
generazioni, tra quartieri diversi, in un percorso
di definizione di una nuova identità che includa
ceti sociali e nuove culture del mondo, come la
città seppe accogliere quelle genti diverse che
l’hanno resa uno dei poli economici più importanti
del paese. Questi beni portano con sé una storia,
segnano il paesaggio ricordandocela, possono
rideterminare il contesto rendendolo più leggibile,
perché le nuove realizzazioni siano proprie della
città e non corpi alieni, estranei, rapaci se immobili
residenziali, barricati dal vetrocemento se uffici
direzionali.
La storia della città indica il percorso e segna le
scelte urbanistiche. Quando nel redigere il PGT
si è trattato di individuare, coerentemente con la
legge regionale, i Nuclei di Antica Formazione
da sottoporre a tutela, non ci si è limitati ai due
borghi di antica formazione rurale, preziosi e
quindi da valorizzare, ma si sono inclusi in questa
forma di tutela i villaggi operai. E sono ambiti
residenziali variegati e storicamente connotati:
figlio del paternalismo di inizio Novecento, il
villaggio Franco-Falck; figli di una progettazione
unitaria, i quartieri Razza, Camagni, Edison; figlio
di politiche di sperimentazione, il villaggio Ce.Ca.,
realizzato con i finanziamenti della comunità
europea del carbone e dell’acciaio; figli delle
politiche della casa del dopoguerra inquadrati da
Bottoni, i quartieri città giardino costruiti a ridosso
del villaggio Ce.Ca stesso.
Sesto, come metafora della città contemporanea
assoggettata a grandi cambiamenti, ci pone
con evidenza nuovi interrogativi che intrecciano
trasformazione urbana e corpo sociale. La crescita
complessiva del livello d’istruzione genera una
domanda di consumi culturali e ricreativi che
richiede l’approntamento di nuove strutture per il
loisir. Aumenta la richiesta di qualità ambientale,
non solo la pur importante cura degli spazi
pubblici, ma anche la definizione di un’immagine
di città attrattiva per famiglie e imprese. Il tema
della sicurezza incalza le amministrazioni messe di
fronte alla condizione di paura e insicurezza dei
cittadini, condizione ben fotografata da Baumann
nell’articolazione delle sue cause, centrate su
quella che egli chiama “insicurezza cognitiva”, che
trova linfa anche nello spaesamento generato dai
processi di trasformazione.
Importante in questo senso è porre attenzione
alle diverse fasi del percorso: accompagnare con
cura le trasformazioni, mentre programmi, mentre
bonifichi, mentre realizzi, e via via individui le
funzioni più appropriate a fronte di beni così
articolati, complessi e diversi tra loro.
Averne la consapevolezza significa darsi lo
spazio temporale per la sperimentazione. Oggi
la scuola Achille Grandi e l’Agenzia Formazione
Orientamento Lavoro della Provincia sono
un’eccellenza cittadina che ha trovato spazio
dentro la ex mensa e il MAGE, immobili ceduti al
Comune nei piani di recupero di fine anni ’90. Il
loro insediamento è successivo a quello del master
in comunicazione dell’Università degli Studi di
Milano. E la presenza temporanea del master,
dal ‘98 al 2000, è stata decisiva nel definire il
terreno relazionale propizio per la realizzazione
del polo universitario sull’area Marelli. Allora si
tratta di interrogarsi e sperimentare pratiche e
usi temporanei che valorizzino i beni, aiutino a
definire un loro destino o un destino per quegli
usi che ad interim possono essere ospitati: il riuso
temporaneo di questi spazi, molto particolari per
fattura e dimensioni, ben si presta alla ricerca
e alla sedimentazione di nuove comunità che,
se temporaneamente arricchiscono la città,
stabilmente ipotecano il volto della città per la
fertilità che ricercano nel patrimonio industriale.
Gli obiettivi ambiziosi che le città in trasformazione
si pongono devono misurarsi con il vuoto e le
difficoltà di governare un’area vasta con una
programmazione urbanistica che unisca i territori
e non li ponga in competizione tra loro. Vincere
la sfida del rilancio dei nostri territori significa
conseguire quel policentrismo ricco e articolato,
finora sconfitto dal dumping territoriale, dal
liberismo urbanistico, dal tentativo maldestro e
astorico di riproporre la contrapposizione tra la
città borghese e quella periferica attraverso la
custodia gelosa nel centro dell’area metropolitana
delle funzioni nobili e redditizie, al riparo dalle
criticità che offuscano il gioiello esclusivo che si
impone all’intera area metropolitana.
Demetrio Morabito
Vice sindaco del Comune di Sesto San Giovanni, assessore alle politiche
urbanistiche
7
La facciata storica della Campari preservata all’interno del progetto di Mario
Botta e Giancarlo Marzorati.
La tutela del patrimonio industriale nella
pianificazione urbanistica di Sesto
Il paesaggio urbano di Sesto San Giovanni è
caratterizzato da edifici e manufatti industriali
di rilevanza ambientale e documentale che
richiamano la “città delle fabbriche” in ogni sua
declinazione: culturale, testimoniale, identitaria e
storico-architettonica.
Questi complessi sono distribuiti in maniera diffusa
nel territorio comunale.
In particolare la quasi totalità degli edifici di
archeologia industriale è localizzata all’interno
delle grandi aree dismesse che oggi rappresentano
le maggiori opportunità di trasformazione
urbanistica. Ne sono esempio emblematico
i grandi capannoni industriali in carpenteria
metallica, quali i grandi forni elettrici denominati
T3 e T5, i lunghi fabbricati in calcestruzzo con
copertura a shed, tra cui l’edificio OMEC, le torri
piezometriche.
Diffusa nel tessuto edificato si trova invece l’altra
componente peculiare della città industriale
costituita dai complessi di case per le famiglie
operaie, i cosiddetti villaggi, costruite inizialmente
dalle aziende per i propri dipendenti e per le
maestranze. Un cenno particolare meritano il
villaggio Falck dove le residenze sono allocate
nell’immediato intorno degli stabilimenti, insieme
ad una buona dotazione di servizi collettivi quali
asili, scuole, chiese, e luoghi per il tempo libero; il
villaggio C.E.C.A. progetto pilota realizzato dagli
architetti dello studio B.B.P.R. (Banfi, Belgioiso,
Peressutti e Rogers) in cui si sperimentarono nuove
tecniche costruttive applicate all’uso dell’acciaio; o
ancora il Villaggio Diaz, intervento che si ispira al
modello anglosassone del sobborgo giardino.
8
L’unicità e la specificità del tessuto urbanistico di
Sesto è conseguenza del particolare processo
evolutivo che ha vissuto la città; da sempre
identificata come città del lavoro e delle fabbriche.
L’eccezionale concentrazione a livello spaziale
e temporale della trasformazione territoriale
interamente connotata dalla tumultuosa espansione
industriale, ha, di fatto, determinato una struttura
urbana assolutamente peculiare, da intendersi
come il risultato della progressiva inclusione della
città all’interno dei grandi spazi occupati dalle
fabbriche, invece della classica espansione urbana
caratterizzata dalla formazione di aree produttive
all’esterno del centro urbano.
“Sesto San Giovanni costituisce indubbiamente un
caso unico nel panorama internazionale, quello
di una città che agli inizi del ‘900 rapidamente
si è industrializzata e che quasi altrettanto
velocemente, alla fine del secolo, ha perso le sue
grandi fabbriche, travolte da crisi internazionali e
familiari. […]
L’amministrazione comunale insieme alle forze
politiche, sociali, imprenditoriali della città ha
dovuto evitare che ci fosse un dramma sociale
di proporzioni immense, e nello stesso tempo
ha cercato di immaginare, progettare e poi
realizzare un futuro economico, sociale, culturale
all’altezza delle tradizioni migliori di Sesto San
Giovanni. Per questo si è scelto di salvare il
patrimonio architettonico ed edilizio più rilevante,
utilizzando edifici che sono parte della storia
di questa città, dell’Italia e di tutta la civiltà
industriale, dando loro un ruolo e una funzione
del tutto nuovi, in una evoluzione che sottolinea un
principio fondamentale della nostra politica, che
la memoria di una città o di una nazione sono la
base ineludibile su cui costruire il futuro. La volontà
dell’amministrazione di tutelare il paesaggio
culturale evolutivo presente nel territorio di Sesto
San Giovanni si esplicita attraverso strumenti
e misure dirette a conservare e proteggere gli
edifici e le aree con valore storico-industriale.” (Da
Dossier “Sesto San Giovanni per l’Unesco)
Il Piano di Governo del Territorio approvato nel
luglio 2009 affronta la tematica del recupero
e della tutela dei beni storico documentali,
confermando e approfondendo la strategia definita
nel precedente strumento urbanistico generale.
Negli anni ’90 con gli studi preliminari
finalizzati alla redazione del PRG poi approvato
definitivamente nel 2004, si era posta con
urgenza, alla luce dei primi programmi di
riconversione industriale, la necessità di
individuare azioni strategiche volte al recupero
dei grandi edifici industriali di una certa memoria
documentale, che superassero un’impostazione
meramente vincolistica.
È in questi anni che Sesto San Giovanni imposta la
sua politica di recupero e valorizzazione dei beni
di archeologia industriale, scegliendo un approccio
innovativo e completamente differente rispetto a
quanto stava accadendo in altri comuni dell’area
metropolitana, nei quali era in corso una radicale
ristrutturazione urbanistica contraddistinta dalla
demolizione pressoché completa degli originali
edifici produttivi.
Sesto sceglie una strategia che consente di
governare lo sviluppo urbano senza tradire la
memoria dell’identità industriale, quale elemento
fondante e unico di questa città; predilige una
tutela del patrimonio storico-documentale che
preserva l’identità culturale della comunità locale,
mobilitando risorse non solo pubbliche ma anche
private per un riutilizzo del bene stesso che
permanga nel tempo. Si iniziano a sperimentare
anche rifunzionalizzazioni con usi e riusi
temporanei, valutando di volta in volta il modello
gestionale che meglio si adatta al contesto locale e
temporale.
Al proposito si possono citare le attività culturali
che oggi vengono ospitate nello spazio del
Carroponte e le attività artigianali accolte negli ex
magazzini generali Falck (Mage).
Nel PGT vigente il primo passo condotto, rispetto
al tema della tutela e rifunzionalizzazione dei beni
storico-documentali, è stato un puntuale lavoro di
ricognizione, di analisi e di valutazione dello stato
di fatto del patrimonio edilizio esistente in rapporto
alle caratteristiche generali del contesto ed allo
specifico valore documentale dei manufatti.
Tale attività si è coordinata e integrata con il coevo
lavoro per la redazione del Dossier Unesco volto
all’inserimento della città nella lista del Patrimonio
mondiale dell’Umanità attraverso un intenso
lavoro e un continuo scambio di informazioni e
valutazioni.
Il Documento definito “Allegato B” (allegato al
Documento di Piano del PGT) colleziona le schede
di tutti gli edifici e complessi edilizi particolarmente
significativi che sono stati individuati come elementi
testimoniali dell’identità industriale. I beni sono stati
suddivisi per categorie:
—— B.1: Edifici industriali (EI): 26 complessi che
rappresentano la memoria delle fabbriche,
luoghi che ospitavano le sedi delle industrie
sestesi, ad oggi per la quasi totalità dismesse.
Luoghi che segnano il territorio, sia come
simboli di un periodo storico fondamentale per
la città, sia come manufatti di grande rilevanza
morfotipologica.
—— B.2: La residenza e i villaggi operai (RVO):
17 complessi edilizi che costituiscono elementi
peculiari e distintivi del patrimonio sociale
culturale e architettonico di Sesto. Fabbricati
che sono sorti per ospitare i lavoratori
delle grandi fabbriche e testimoniano
l’atteggiamento paternalistico e al contempo
illuminato della classe padronale sestese.
—— B.3: La residenza pubblica e popolare (RPP): 8
complessi edilizi che rappresentano la risposta
dell’Istituto Fascista per le Case Popolari, poi
Istituto Autonomo Case Popolari, alla crescente
domanda abitativa che l’espansione industriale
aveva comportato. Si tratta di quartieri
residenziali organizzati su di un preciso
disegno urbano e caratterizzati dalla cospicua
presenza di servizi collettivi. Attualmente questi
quartieri costituiscono “pezzi” significativi
della città.
—— Le ville storiche (VS) e i giardini di loro
pertinenza: 6 fabbricati, definiti “ville di
campagna” quali la Torretta, la villa Pelucca,
la villa Visconti D’aragona-De Ponti, la villa
Zorn, la villa Mylius, la villa Puricelli-Guerra,
ancora oggi riconoscibili come elementi
emergenti all’interno del tessuto edificato. Le
ville presentano impianti tipologici differenti,
contraddistinti soprattutto dal rapporto che
l’edificio assume rispetto alla strada.
—— I complessi di origine agricola (COA): 10
cascine, che costituiscono gli unici esemplari
ad oggi rimasti rispetto ai numerosi complessi
di un tempo. Alcuni sono interni al tessuto
edilizio consolidato, altri sono localizzati
all’interno del perimetro del PLIS della Media
Valle del Lambro.
—— I servizi e le attrezzature collettive e
tecnologiche (SACT): 10 edifici disseminati per
la città, che storicamente hanno rappresentato
i luoghi delle attività e delle funzioni collettive
o di servizio alla collettività.
Il PGT prevede forme di tutela che si concretizzano
attraverso diverse strategie finalizzate a
garantire l’integrità del paesaggio urbano nel
suo complesso, integrità che non deve essere
intesa come cristallizzazione del territorio ma
come “necessità di sovrintendere al suo sviluppo
armonico”.
Si rende indispensabile, infatti, riconoscere e
comprendere i molteplici e stratificati valori di
cui questo territorio è portatore, preservandone i
caratteri distintivi che contribuiscono e costituiscono
il paesaggio urbano, anche nel caso in cui si
attuino o siano già state effettuate trasformazioni
radicali.
“La salvaguardia dei fattori che compongono
l’identità urbana si avvale di una vasta gamma
di strumenti da attivare, con la consapevolezza
che l’equilibrio tra una normativa troppo rigida
o vincolistica e la carenza di regole è la migliore
garanzia per operare nel rispetto degli interessi
generali. “ (da PGT- Piano delle Regole)
Lo strumento urbanistico generale prevede
differenti modalità di intervento, a seconda della
tipologia di bene tutelato: dalla messa in sicurezza
di alcuni edifici di origine industriale in attesa
di rifunzionalizzazione, alla disciplina riferita ai
villaggi o quartieri operai significativi nel loro
valore d’insieme, che prevede progetti unitari che
coinvolgano l’intero complesso originario, alla
definizione degli interventi possibili sui singoli
elementi nel rispetto di specifici criteri tipomorfologici.
È emblematica la strategia definita nel Piano
delle Regole in merito all’individuazione dei
Nuclei di Antica Formazione meritevoli di tutela
e valorizzazione, in coerenza con la legislazione
urbanistica regionale. Oltre alla classica
identificazione dei borghi rurali, che pur non
presentando rilevanti valori artistico-architettonici
risultano caratterizzati dalla presenza di elementi
di testimonianza storica e ambientale, si sono
inclusi anche i Villaggi operai e i Quartieri
operai diffusi nel tessuto consolidato, rilevanti
per l’impianto unitario originario e per i valori
testimoniali-documentali, e caratteristici dell’identità
del paesaggio urbano sestese.
9
10
Infine il Piano delle Regole individua singolarmente
i manufatti di archeologia industriale che
costituiscono i beni architettonici e documentali
meritevoli di tutela ai fini della valorizzazione
della memoria storica della “città delle fabbriche”.
Tra questi rientrano i siti segnalati e schedati nel
dossier predisposto per la candidatura della città
di Sesto San Giovanni a patrimonio dell’umanità
dell’Unesco nella categoria “paesaggio culturale
evolutivo”.
In primis la disciplina prevede che gli edifici
compresi nell’elenco non siano passibili di
demolizioni e, fermo restando l’obbligo a carico
dei proprietari di conservare e mettere in sicurezza
tali beni, ai fini della tutela e della riqualificazione
degli stessi, definisce le tipologie di intervento e
le destinazioni d’uso ammissibili. Gli interventi
ammissibili sono di norma quelli che consentono
di mantenere efficiente la struttura, nel rispetto
dei caratteri tipologici della stessa, ed il servizio
erogato.
Nel caso in cui i manufatti ricadano all’interno
degli Ambiti di Trasformazione si demanda la
disciplina di detti beni alla pianificazione esecutiva
prevista per gli ambiti stessi, secondo i criteri di
intervento definiti nel Documento di Piano e nel
rispetto delle previsioni del Piano dei Servizi.
Uno degli obiettivi principali è quello di creare le
condizioni affinché i soggetti privati, in grado di
sostenere e garantire gli investimenti economici
necessari, possano affiancare la parte pubblica,
partecipando fattivamente alla realizzazione di
progetti di rifunzionalizzazione dei manufatti
di archeologie industriali. In tal senso
l’amministrazione intende promuovere il recupero
di tali beni attraverso la definizione di incentivi,
anche volumetrici, che sollecitino l’intervento diretto
economico e progettuale anche dei soggetti privati.
Si cita al proposito quanto definito nei criteri di
Intervento del Documento di Piano :” … Ove
sono presenti edifici di riconosciuto valore storico
e testimonianza documentale della città delle
fabbriche, il piano attuativo ne dovrà prevedere il
mantenimento e la messa in sicurezza o il riuso per
attrezzature pubbliche o private di uso pubblico;
una quota aggiuntiva di edificabilità (pari alla
s.l.p. esistente degli stessi edifici) concorrerà alla
determinazione della capacità edificatoria di base.
Nei piani attuativi dovrà essere valutato sia il
progetto che la destinazione funzionale proposta in
relazione al mantenimento del valore testimoniale
dell’edificio e definita l’eventuale s.l.p. aggiuntiva
necessaria per la sua rifunzionalizzazione o in
alternativa le modalità di messa in sicurezza/
restauro.
La s.l.p. necessaria alla rifunzionalizzazione sarà
considerata aggiuntiva rispetto alla capacità
edificatoria di base purché la funzione proposta
sia di riconoscibile interesse pubblico e/o generale
e regolata negli atti convenzionali.” (da PGTDocumento di Piano)
In questa fase di rigenerazione urbana ad alta
intensità trasformativa, attualmente in grande
fermento progettuale per Sesto San Giovanni,
l’obiettivo primario è restituire alla città e ai
suoi abitanti non solo la memoria dei luoghi che
costituiscono questo paesaggio unico e irripetibile,
ma anche il valore collettivo che rappresentano
attraverso un progetto di tutela attiva, di
rifunzionalizzazione finalizzata alla vivibilità e alla
fruibilità dei luoghi stessi come spazi del vivere
sociale.
Valeria Cerruti
Funzionario Settore Urbanistica, Comune di Sesto San Giovanni
L’inserto a colori contiene un estratto
dell’Allegato B del Documento di Piano.
—— Edificio industriale EI 03: T3 Pagoda e Camino
Fumi
—— Edificio industriale EI 04: OMEC
—— Edificio industriale EI 15: Carroponte
—— Villaggio operaio RVO 13: Villaggio Diaz Falck
—— Servizi e attrezzature collettive e tecnologiche
SACT 03: vecchio albergo operaio
Il T5, interno.
Il T5, esterno, volo aereo.
Atti del convegno - sessione urbanistica
I grandi monumenti industriali di Sesto San
Giovanni. Esercizi di recupero
L’iniziativa di portare all’attenzione dell’Unesco
il patrimonio archeologico industriale di Sesto
San Giovanni è quanto mai opportuna. Si tratta
di un’eredità storica di grande valore per la
qualità degli organismi e per le potenzialità
che essi offrono sul piano urbanistico. La loro
valorizzazione non potrà che offrire opportunità
per un salto di qualità della città di Sesto e
dell’intera area metropolitana milanese. Sesto ha le
carte in regola: deve solo saperle mostrare.
In primo luogo il dossier di candidatura non
potrà non fare riferimento al solido entroterra che
consente a questo patrimonio di essere non una
sommatoria di oggetti isolati ma testimonianze di
cultura materiale vive. E questo per tre ragioni:
—— sono parte di una memoria collettiva che sa
rinnovarsi nel rapporto fra le generazioni;
—— si tratta di presenze architettoniche
chiaramente decifrabili nel loro valore storico
grazie a una ragguardevole messe di studi
(una conoscenza in continua crescita che
può contare su quella eccezionale miniera di
documenti e di ricerche che è la Fondazione
Isec, oltre che su quanto è conservato in altri
archivi, privati e non);
—— c’è la ferma intenzione da parte
dell’Amministrazione comunale di
salvaguardare le costruzioni che si sono
salvate dalla dismissione produttiva e di
reinserirle nella vita della città e della
metropoli.
Gli strumenti della comunicazione consentono
ormai di comporre un ipertesto che può rendere
percepibili le relazioni culturali e i legami identitari
in cui gli edifici industriali in questione sono
inseriti. L’ipertesto può essere costruito come un
grande affresco in divenire che si può avvalere
anche di preziosi documenti visivi e sonori: quelli
storici, ma anche quelli accumulati dagli studiosi
e dagli artisti. Basti ricordare la gran mole di
testimonianze orali raccolte con il registratore da
Giuseppe Granelli, per 46 anni operaio della
Falck; e, ancora, il lavoro sulla realtà sestese svolto
da un regista illustre come Ermanno Olmi e da
grandi fotografi, da Tranquillo Casiraghi, che qui
era di casa, a Gianni Berengo Gardin, a Gabriele
Basilico, a Giovanna Borgese.
In secondo luogo si tratterà di mettere nella giusta
evidenza la specificità del caso sestese, anche
in rapporto alla classificazione tipologica dei
siti adottata dall’Unesco. Sesto San Giovanni
non è stata semplicemente una “città fabbrica”
o “la città delle fabbriche”. Se così fosse, il
rigetto della domanda sarebbe quasi automatico,
apparendo Sesto come parte di una compagine
già molto affollata (ovviamente se vista nell’ottica
del contenimento – nell’ordine del migliaio – del
numero di siti a cui l’Unesco assegna il compito di
rappresentare sinteticamente la storia dell’umanità).
Sesto San Giovanni rappresenta una specificità nel
panorama delle concentrazioni industriali: quello
di essere una polarità produttiva della metropoli
contemporanea, una stella di prima grandezza che
non si spiega se non la si collega alle risorse di
un vasto territorio, a cominciare dalla forza lavoro
messa a disposizione da un’area che arrivava fino
alle valli prealpine e dall’energia elettrica fornita
dalle centrali elettriche della Valtellina e dell’Adda
(complessi tuttora in funzione e di grande valore,
basti per tutti il riferimento a quel capolavoro che
è la Centrale Taccani di Trezzo, opera di Gaetano
Moretti). Occorre in altri termini far capire che non
si tratta di una generica città o periferia industriale,
ma che siamo di fronte a un importante capitolo
di storia della metropoli contemporanea. Una
peculiarità che fa di Sesto San Giovanni un caso
a suo modo esemplare e che per questo merita di
essere attentamente vagliato dall’Unesco.
In terzo luogo occorre fare ulteriori sforzi
sul terreno delle alleanze e delle sinergie. Il
Symposium internazionale costituisce già un
grande passo avanti in questa direzione, ma
non basta. Occorre che il Ministero per i Beni
e le Attività Culturali prenda atto del valore
degli organismi che Sesto intende portare
alla candidatura e che la Regione Lombardia
e la Provincia di Milano offrano un sostegno
meno generico. Come? Approntando un
progetto che, facendo tesoro di quanto fin qui
fatto, si proponga di rappresentare la storia
industriale della Lombardia attraverso un esteso
e articolato ecomuseo: un piano regionale che,
indipendentemente dal progetto Unesco ma in
coerenza con esso, indichi i siti da valorizzare e la
rete che vanno a comporre. Già l’identificazione di
questa rete, con il relativo configurarsi di itinerari,
metterebbe a sistema il patrimonio di cultura
materiale, offrendo un sostegno agli sforzi che
si compiono dal basso, dall’interno di ciascuna
realtà.
Per fare sostanziali passi avanti, Milano e la
Lombardia devono operare in sinergia uscendo
11
dalle spire mortali delle conventicole e delle
beghe di campanile. Su questo, c’è molto da
imparare da quelle realtà – anche italiane, penso
a Torino – che hanno conseguito importanti risultati
riuscendo a mobilitare energie intellettuali e
imprenditoriali in sfide impegnative aventi come
obiettivo la valorizzazione del contesto territoriale.
A Milano, ma anche a Sesto, si tocca con mano
la sottoutilizzazione di un sistema universitario che
conta sette atenei nel solo capoluogo (numero che
arriva a tredici se si guarda alla regione1) quando
invece proprio dalle università potrebbe venire un
formidabile contributo di conoscenze e di idee in
tema di valorizzazione del patrimonio materiale.
Che indirizzi seguire nella valorizzazione delle
straordinarie testimonianze materiali dello sviluppo
industriale di Sesto San Giovanni? Occorre
innanzi tutto evitare due pericoli: da un lato, la
trasformazione in ruderi di quanto rimane degli
organismi industriali; dall’altro, il loro riuso come
semplici contenitori. Il recupero non può ridursi
alla mera conquista di una nuova destinazione
funzionale: le potenzialità di senso di cui questi
complessi sono depositari sono tali che essi
possono aspirare al ruolo di monumenti, a fianco
delle chiese, delle ville, del palazzo municipale.
Allo stesso tempo, la loro valorizzazione non può
essere ristretta alla dimensione architettonica:
occorre coinvolgere il contesto in una logica di
riqualificazione urbana. Il recupero di questi
organismi non può infatti essere scisso dal
grande problema che la città di Sesto ha di
fronte: ridisegnare il proprio assetto cercando
una sintesi fra l’esistente e la nuova addizione
di proporzioni inusitate che verrà dal riuso delle
aree Falck. La memoria storica, opportunamente
valorizzata, può costituire una formidabile risorsa
per dare complessità e ricchezza di senso alla
riconfigurazione del contesto urbano.
Per potenzialità intrinseche e dislocazione,
i maggiori edifici delle acciaierie che, assai
opportunamente, si è deciso di conservare –
il T3 (Forno elettrico, con l’annesso Reparto
raffreddamento tondoni), l’Omec (Officina
meccanica), il T5 (Forno elettrico), il Bliss
(Laminatoio a freddo) e persino ciò che rimane
della portineria Vulcano – si prestano a fare da
capisaldi del riassetto. In altri termini, in un’epoca
che dimostra una grande difficoltà a produrre
nuovi monumenti (nel senso di architetture
12
capaci di farsi interpreti di valori e di caratteri
identitari condivisi), questi organismi possono
diventare le pietre angolari della nuova città:
presenze architettoniche che, se opportunamente
‘ascoltate’, possono dare un prezioso apporto
alla configurazione di luoghi pubblici di
rilevanza urbana e metropolitana. Ad essi infatti
potrebbe essere ancorata un’armatura di tramiti
della socialità in grado non solo di strutturare il
ridisegno delle aree Falck ma anche di legare
fra loro le parti oggi disunite della città esistente,
contribuendo allo stesso tempo alla realizzazione
di un rinnovato policentrismo metropolitano.
Rinvio su questo agli oltre trenta progetti elaborati
nel Laboratorio di Progetto urbano e di paesaggio
di cui sono titolare nella Facoltà di Architettura
civile del Politecnico di Milano2.
A titolo esemplificativo, si pubblica qui il
masterplan messo a punto da Claudia Comella e
Federica Sapelli:
2 Una parte consistente di questi progetti è raccolta in G.
Consonni (a cura di), L’urbanità come risorsa. Progetti per le
aree Falck di Sesto San Giovanni/ Urbanity as a resource.
Plans for the Falck Areas in Sesto San Giovanni, Mimesis,
Sesto San Giovanni 2010. Al lavoro del Laboratorio hanno
contribuito come tutor in tempi e modi diversi: Laura Montedoro,
Beth Ellen Campbell, Sandro Coccoi, Francesco Vescovi,
Vincenzo Gaglio, Andrea Gerosa, Chiara Martini, Ivan Giorgio
Ramaroli, Ilaria Nava, Tommaso Marchi, Emanuele Colombo,
Paolo Molteni, Laura Zamboni, Claudia Comella e Federica
Sapelli. Per ulteriori informazioni: http://sites.google.com/site/
urbandesignlab
1 I sette atenei con sede centrale a Milano sono: l’Università
degli Studi di Milano, l’Università degli Studi di MilanoBicocca, il Politecnico di Milano, l’Università Commerciale
“Luigi Bocconi”, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo
Iulm (Libera Università di Lingue e Comunicazione), la Libera
Università “Vita Saluta S. Raffaele”; gli altri sei nella regione
sono: l’Università di Pavia, lo Iuss (Istituto universitario di Studi
Superiori) di Pavia, l’Università di Bergamo, l’Università di
Brescia, l’Università “Carlo Cattaneo” - Liuc di Castellanza,
l’Università degli studi Insubria di Varese-Como.
Claudia Comella e Federica Sapelli, Masterplan per il riassetto delle aree Falck di
Sesto San Giovanni.
“Un impianto urbano chiaro ed equilibrato; un
assetto capace al contempo di offrire esperienze
diverse attraverso la compresenza di differenti
reticoli e gerarchie: questo in estrema sintesi il
principio che ha guidato il disegno urbano.
L’intento è dare vita a una trama forte e articolata
di spazi aperti pubblici in grado di favorire
la socialità. Ogni luogo è concepito come un
crocevia di relazioni: nessun elemento è casuale o
slegato dal resto: tutto concorre a costituire parti di
città interconnesse in grado di orientare l’abitante,
come il passante, e allo stesso tempo capaci di
offrire possibilità di ‘divagare’, alla scoperta
di luoghi che si svelano man mano, suscitando
curiosità e sorpresa.3”
Se il cuore del lavoro progettuale che si svolge
nel Laboratorio è la proposta di disegno urbano,
gli approfondimenti architettonici vogliono essere
dimostrativi dell’apporto che dai singoli edifici può
venire all’architettura dei luoghi e al complessivo
riassetto della città. Rimanendo al tema del
recupero degli edifici industriali, mi limiterò in
questa sede alla sintetica illustrazione di alcune
soluzioni esemplificative.
L’idea che accomuna le proposte è quella di
un’architettura che contiene architetture. La ragione
non è solo dovuta al fatto che i grandi scheletri
del T3 e del T5 non possono reggere altro che se
stessi. È la loro conformazione, insieme maestosa e
trasparente, a suggerire l’idea di un amalgama di
vecchio e nuovo. Dove il vecchio viene valorizzato
nella sua magnificenza e il nuovo si pone al
servizio della possibilità di fare di questi grandi
complessi degli organismi-soglia: piazze coperte
o gallerie urbane in grado di infondere vitalità ai
luoghi pubblici su cui insistono, sia per le attività
che ospitano sia per il loro farsi crocevia di un
articolato sistema di relazioni affidato soprattutto a
potenti tramiti pedonali.
Nel progetto di Eleonora D’Agati e Silvia Pilotti
il Museo d’arte contemporanea ospitato nel T3 si
articola in quattro sale sospese su esili pilotis: corpi
aerei come sculture melottiane collegate fra loro da
passerelle. Oltre alla visita in successione di quanto
esposto all’interno delle sale, nei tratti all’aperto il
percorso si fa promenade architecturale nell’intento
di consentire ai visitatori di partecipare della vita
della piazza coperta e insieme di spaziare sul
panorama della nuova città.
Nel progetto di Laura Zamboni e Paolo Molteni il
T3 viene circondato da uno specchio d’acqua con
due obiettivi: esaltare la potenza della struttura
e fare dell’interno uno spazio sospeso. I diversi
corpi vetrati, in cui si articolano il Museo e le
attività connesse, interagiscono con la grande
fabbrica in un gioco di trasparenze e diafanità,
di permeabilità e di soglie, che arricchisce
l’esperienza dello spazio grazie a continui
mutamenti di prospettiva.
Silvia Malavasi e Milena Prada, Proposta per il recupero del T3 a piazza coperta e
a Museo d’arte contemporanea. Vista prospettica
Eleonora D’Agati e Silvia Pilotti, Proposta per il recupero del T3 a piazza coperta
e a Museo d’arte contemporanea. Vista prospettica
Gabriele Rivolta, Proposta per il recupero del T5 a Museo d’arte contemporanea e
laboratori per il restauro e la conservazione dei beni culturali. Vista prospettica
13
3 Ivi, p. 90
Cristina Borsa e Monya Mierini, Proposta il recupero del T3 e del Reparto
raffreddamento tondoni a Museo e Università delle arti. Vista prospettica
Sempre Molteni e Zamboni propongono per il
recupero del T5 l’inserimento di un Centro di
ricerca e di strutture per la convivialità. Con i nuovi
organismi ospitati, la imponente struttura - dotata
di una nuova copertura trasparente - è posta in
relazione con una grande piazza, in una stretta
relazione fra interno ed esterno, fra chiuso e
aperto. Il senso dell’accogliere ne risulta esaltato.
Gabriele Rivolta prospetta per il T5 una
destinazione a Museo d’arte contemporanea e
Laboratori per il restauro e la conservazione dei
beni culturali. Il progetto, alquanto articolato, dà
vita a una vera e propria cittadella che interagisce
e infonde una forte personalità alla grande piazza
su cui insiste.
Cristina Borsa e Monya Mierini propongono il
recupero del T3 e del Reparto raffreddamento
tondoni a Museo e Università delle arti. La
maestosità del T3 ha suggerito la trasformazione
del suo interno in una grande cavità teatrale.
Quanto al lungo corpo del Reparto raffreddamento
tondoni, se ne propone il riuso a spazio espositivo
per grandi sculture che risulteranno visibili anche
dal parco che lo circonda.
Anche nella soluzione messa a punto da Silvia
Malavasi e Milena Prada l’architettura del T3
diviene una piazza coperta atta ad ospitare un
Museo di arte contemporanea. La propensione
teatrale del luogo è enfatizzata da una grande
spirale rossa sospesa che genera una promenade
da cui ammirare le grandi sculture ospitate sotto
la copertura ‘a pagoda’ ma anche il paesaggio
urbano.
Giancarlo Consonni
Politecnico di Milano
14
Il patrimonio siderurgico di Piombino come
risorsa per lo sviluppo urbano
La convenzione Aipai-Lucchini
Nello scorso mese di febbraio 2011 il Piuss di
Piombino è praticamente decaduto1. Le gare
indette dall’Amministrazione per la vendita di
alcune aree comunali sono andate deserte e
sono venuti così a mancare i 18 milioni che il
Comune avrebbe dovuto apportare per finanziare
un intervento di importo complessivo di circa
38 milioni di Euro. E’ probabile che alcuni degli
interventi programmati possano essere recuperati
su altre linee di finanziamento. Quelli che invece
appaiono destinati ad essere stralciati sono gli
interventi ascritti all’asse culturale del programma,
ossia il nuovo Museo del Ferro (all’interno dell’ex
edificio delle Siviere) e il Parco di archeologia
industriale circostante (che insieme assorbivano la
parte più cospicua dell’investimento, pari a circa
20 milioni di Euro).
Si è così conclusa nel modo più traumatico
un’esperienza di pianificazione che ha preso
avvio nel giugno del 2008 e che ha comportato
un complesso iter ideativo, articolato in attività di
documentazione e ricerca propositiva dei modi più
efficaci di valorizzazione del patrimonio industriale
piombinese legato alla siderurgia.
Fra i meriti di spicco del progetto del Piuss
piombinese figura soprattutto quello di aver
aperto un’originale “terza via” fra le due
opposte modalità di approccio alla questione
dell’Industrial Heritage rilevabili nei piani di
rigenerazione urbana nella città europea. Il ruolo
del patrimonio industriale ha infatti oscillato fra
due possibilità alternative: in certi casi esso è
apparso come un impedimento da rimuovere
per l’immagine negativa associata a un passato
da dimenticare, in altri casi, invece, esso si è
rivelato come una risorsa da conservare per il
suo valore di testimonianza storico-culturale e per
la sua versatilità ad essere impiegato per nuove
destinazioni.
Il caso di Piombino è in certa misura anomalo,
in quanto si colloca in uno spazio intermedio,
quello di un azzeramento delle vestigia materiali
che tuttavia si accompagna ad un progetto di
conservazione della memoria passata.
1 Il Piuss (Piano Integrato di Sviluppo Urbano Sostenibile) è
uno strumento riconducibile alla schiera della pianificazione
urbana complessa, identificato come strumento di
sviluppo economico locale e di rigenerazione urbana che
opera prevalentemente mediante interventi di recupero,
riqualificazione, riconversione e valorizzazione del patrimonio
urbano esistente. La natura del Piuss ed il suo processo di
formazione sono definiti da un “Disciplinare di attuazione”
(delibera della G.R.T. n. 205 del 17-03-2008) che stabilisce
una procedura di natura concorsuale tra i comuni toscani
superiori ai 20.000 abitanti, stanziando complessivamente
circa 135 milioni di euro per i Piuss ammessi a finanziamento.
Tutto è cominciato con la decisione della Lucchini,
azienda siderurgica di Piombino passata in
proprietà della Severstal, di procedere alla
demolizione di Afo 1 (altoforno dismesso fin dal
1976) in un quadro di potenziamento dell’attività
produttiva. Afo 1, seppur ridotto ad uno stato
di rudere, rappresentava una testimonianza
fondamentale della metallurgia piombinese;
esso costituiva l’ultimo esemplare di una batteria
di tre altiforni ricostruiti negli anni ‘50 dopo
i bombardamenti bellici. L’amministrazione
comunale si era formalmente impegnata nella sua
conservazione, senza però mai intraprendere i
passi necessari.
Nel 2008 Lucchini e Comune hanno raggiunto
un accordo secondo cui il Comune autorizzava
Lucchini a demolire Afo 1 e a riutilizzare l’area
liberata per potenziare i suoi impianti; in cambio
Lucchini riconferiva al Comune un’ampia area
fino a quel momento utilizzata dall’azienda
per lo sversamento delle loppe consentendo
all’Amministrazione, ritornata in possesso dei suoli,
di destinarli al Piuss “Città futura”. In più l’azienda,
con una sensibilità assente in passato, affidava
all’Aipai (Associazione Italiana per il Patrimonio
Archeologico Industriale) un doppio incarico: un
“progetto conoscenza” per documentare al meglio
Afo 1 prima della sua demolizione e un “progetto
di fattibilità” per definire modello e struttura di un
futuro “museo-archivio del ferro e dell’acciaio”2.
La documentazione di Afo 1
I lunghi anni di incuria successivi alla dismissione
hanno condannato definitivamente l’impianto; la
corrosione degli agenti atmosferici e la mancanza
di manutenzione hanno compromesso l’integrità
della struttura; inoltre la sua ubicazione all’interno
di un complesso metallurgico in piena attività ne
ha sempre osteggiato l’accessibilità e la fruizione
da parte di potenziali visitatori. La decisione
della sua demolizione ha quindi sanzionato, una
volta per tutte, la presa d’atto dell’impossibilità
di un restauro materiale di Afo 1 e il dovere,
al tempo stesso, di procedere all’esecuzione
di un programma di documentazione inteso a
raccogliere nel modo più esauriente possibile tutti
gli elementi di conoscenza relativi all’impianto
destinato allo smantellamento.
Il programma di documentazione si è articolato in
più fasi: un’accurata ricognizione archivistica; una
sistematica campagna fotografica di Afo 1 prima e
durante la demolizione; una ricostruzione analitica
del processo metallurgico nelle sue diverse fasi
(riportando su piante e sezioni a colori i flussi dei
gas di altoforno, dell’aria preriscaldata, dei fumi
esausti, ecc.) e, infine, un rilievo dell’impianto
2 I risultati del lavoro svolto dall’Aipai è stato illustrato
in Preite Massimo, “L’altoforno di Piombino: un modello di
patrimonializzazione immateriale”, in Patrimonio Industriale,
anno III, 4, 2009.
che, dati i tempi ristretti a disposizione (poche
settimane), ha comportato l’impiego di strumenti
laser tridimensionali.
L’adozione di questa tecnica innovativa ha
consentito una grande speditezza di esecuzione;
un rilievo tradizionale avrebbe infatti richiesto un
lavoro prolungato, del tutto incompatibile con i
tempi messi a disposizione dall’azienda.
Il modello 3D messo a punto attraverso le
rilevazioni ha consentito di generare infinite
piante e sezioni della struttura e di “navigare”
liberamente all’interno e all’esterno della struttura,
modificando a piacimento il punto di osservazione.
A conoscenza di chi scrive quella di Piombino
risulta essere la prima esperienza in Italia di rilievo
di un monumento di archeologia industriale con le
tecniche laser.
Afo1 prima della demolizione (M. Preite), foto.
Il piano di fattibilità
Il secondo prodotto da eseguire a termini
di convenzione - il piano di fattibilità – non
sembrava destinato ad aprire grandi prospettive
nell’immediato; come quasi tutti i piani di
fattibilità appariva avviato sui binari di una sterile
esercitazione destinata a produrre un modello
astratto di museo-archivio, semplicemente pago
della sua coerenza funzionale e del suo concept
espositivo. Si è aperta invece, e in modo del
tutto inaspettato, una straordinaria finestra di
opportunità: l’ipotesi di recupero di un edificio
industriale dismesso degli anni ’70 destinato alla
manutenzione del manto refrattario delle “siviere”
(carri appositi per il trasporto della ghisa liquida),
da cui anche il nome.
15
16
Destinato alla demolizione, agli esperti dell’Aipai
è invece apparso per dimensioni e struttura la
sede ideale per l’allestimento del nuovo museo.
Gli amministratori, dapprima esitanti, hanno
poi condiviso l’intuizione e hanno richiesto il
perfezionamento dello “studio di fattibilità” in
“progetto preliminare”, che è stato rapidamente
approvato ed inserito nel Progetto Città Futura
con cui l’Amministrazione ha partecipato al
bando regionale per l’assegnazione, in regime di
cofinanziamento, delle risorse con cui finanziare
veri e propri piani di rigenerazione urbana.
Ricordiamo che i PIUSS banditi dalla Regione
Toscana erano programmi complessi finalizzati
a promuovere politiche di sviluppo economico e
sociale in aree urbane individuate nel Programma
Operativo Regionale “Competitività regionale
e occupazione” del Fesr 2007-2013. Essi sono
quindi programmi più a carattere economico che
di natura urbanistica, articolati su distinte misure
(produzione, cultura, turismo, ecc.) su ognuna
delle quali va dimostrata la redditività del piano
proposto.
Il Piuss di Piombino, che prevedeva essenzialmente
un museo-archivio e un parco espositivo sulla
misura “cultura” e un polo tecnologico sulla misura
“produzione” (è stato approvato e gli è stata
concessa una linea di finanziamento di circa 20
ml di Euro con l’impegno, a carico del Comune, di
cofinanziare (per 18 ml) e realizzare tutti i progetti
entro il 2014. In tempi stretti è stato messo a gara
e assegnato l’incarico per la progettazione. I
progetti definitivi del Museo-Archivio dell’Industria
dell’Acciaio (MAIA) e del Parco della Siderurgia
sono stati consegnati a settembre 2010, mentre il
Comune ha siglato una convenzione con Aipai per
il progetto di allestimento museale.
La convenzione Aipai-Comune per il progetto di
allestimento
L’incarico è stato svolto fino al progetto preliminare
(dicembre 2010). La sintesi costringe a dare cenno
solo dei principali criteri di progettazione:
—— il progetto per il nuovo museo ha presentato
tutte le difficoltà di molti musei contemporanei
che nascono sostanzialmente “senza
collezione”; compito dei progettisti è stato
quello di individuare le principali sezioni
tematiche e selezionare documenti, oggetti,
immagini, ecc. idonei a narrare, attraverso le
tecniche multimediali più innovative, le vicende
della siderurgia piombinese;
—— il secondo obiettivo è stato quello di coniugare
“museo in-door” e “museo outdoor”; il progetto
ha dovuto integrare l’allestimento degli spazi
al chiuso (nell’edificio delle ex-siviere) con gli
allestimenti del parco circostante (installazioni
in apposite piazzole di macchine e impianti
dismessi ceduti dalle aziende metallurgiche);
—— il terzo obiettivo è stato quello di assegnare
al museo di Piombino il ruolo di porta di
accesso a un sistema museale diffuso (a scala
regionale) in grado di ricucire in percorso i
luoghi rilevanti della siderurgia toscana che
prende avvio con i programmi di Cosimo 1°
dei Medici nel XVI secolo.
Alcune rapide conclusioni sull’esperienza avviata
e, purtroppo, precipitosamente conclusa:
—— agli inizi la vicenda decolla sotto una buona
stella perché un ritardo di pochi giorni avrebbe
potuto far sfumare tutto; attenzione alle date: il
protocollo è stato sottoscritto nel luglio 2008, a
settembre è sopraggiunta la crisi, il portafoglio
ordini della Lucchini si è azzerato, centinaia di
operai sono stati messi in cassa integrazione
e in dicembre l’altoforno è stato messo a
riposo. Un ritardo di poche settimane nella
firma del protocollo e per l’azienda, con gli
operai in cassa integrazione, sarebbe risultato
impossibile giustificare un finanziamento
(seppur esiguo) su un progetto culturale;
—— quello di Afo 1 voleva essere un esempio
di “distruzione creatrice”: far nascere, dalle
ceneri di Afo1, un nuovo museo grazie al
recupero di un edificio (le ex siviere) già
destinato alla demolizione; la perdita di
Afo 1 avrebbe trovato riscatto nella volontà
dell’Amministrazione, mai espressa in passato
con altrettanta convinzione, di valorizzare
la memoria industriale della città attraverso
una grossa operazione museale che nessuno
avrebbe considerato fattibile solo pochi mesi
prima;
—— la novità di un forte coinvolgimento delle
aziende siderurgiche: Lucchini e Magona
si sono impegnate a dare pieno sostegno
al progetto col mettere a disposizione
documentazione e testimonianze materiali
della loro attività passata;
—— il nuovo Museo del Ferro, fulcro come abbiamo
detto del Piuss, avrebbe dovuto trasmettere a
questo strumento di pianificazione complessa
l’energia necessaria a realizzare una compiuta
integrazione fra luoghi della produzione e
centro urbano. Il Piuss costituiva la cerniera
indispensabile per riunire due pezzi di città
che finora si sono ignorati;
—— infine la mutevolezza del caso; queste
riflessioni finali hanno tratto spunto dalla
buona stella che ha assecondato il debutto di
questo straordinario progetto; la cattiva stella
che ne ha determinato il fallimento è frutto
della più malefica crisi economica degli ultimi
anni che probabilmente rischia di mettere
in ginocchio molti altri programmi urbani
concepiti nell’ottica di un cofinanziamento
sempre più difficile da reperire.
Massimo Preite
Professore all’Università di Firenze, Vicepresidente AIPAI, membro del
TICCIH Board
Edificio ex Siviere (M. Preite), foto.
Modello 3D (Università di Firenze)
17
Rendering allestimento museale (G. Maciocco)
L’IBA Emscher Park nel territorio della Ruhr:
una retrospettiva
Il territorio della Ruhr
L’immagine delle vecchie regioni industriali
che hanno i progettisti in tutto il mondo è
simile in molte sue sfaccettature. Si tratta di
un’immagine di regioni urbanizzate, plasmate
dall’industrializzazione e dai calcoli delle grandi
imprese. Anche se si differenziano l’una dall’altra,
queste regioni hanno molto in comune. Per
decenni, lo sviluppo residenziale in queste regioni
ha seguito la logica dei processi aziendali e le
necessità logistiche della produzione di stampo
fordista. Così ha avuto origine un paesaggio
urbano poco attraente, policentrico e confuso.
Le sedi direzionali dei grandi gruppi industriali
avevano sul territorio un potere contro cui i
sindacati e i progettisti del settore pubblico hanno
sviluppato ben poco antagonismo1.
Una regione di questo genere è il territorio di
4000 km² della Ruhr, nell’ovest della Repubblica
Federale Tedesca, dove vivono e lavorano circa
cinque milioni di persone. Dortmund, Essen,
Duisburg e Bochum sono i quattro grossi nuclei
urbani di quest’area, per tradizione controllata
politicamente dai socialdemocratici. Lì si trovano
grandi università, parchi tecnologici e numerosi
istituti superiori di qualificazione professionale.
Ogni città ha un grande teatro, un’orchestra
filarmonica e molti musei. Sindacati, grandi
associazioni e imprese dell’energia, dell’acqua,
dello smaltimento dei rifiuti e delle acque di scarico
hanno una grande influenza sullo sviluppo degli
spazi nella regione. E naturalmente i rispettivi club
calcistici locali giocano un ruolo politico che va
ben oltre lo sport.
Nella Ruhr carbone e acciaio hanno determinato
l’immagine della regione per più di un secolo. Per
taluni, questo territorio è stato la fucina delle armi
del Reich tedesco.
1 cfr. Benz Arthur, Dietrich Fürst, Heiderose Kilper e Dieter
Rehfeld (2000), Regionalisation: Theory, Practice and Prospects
in Germany, Stockholm: Swedish Institute for Regional Research.
Per altri, il motore economico della ricostruzione
post bellica. Una regione dove soprattutto si
lavora, ma non si “vive”. Gli abitanti sanno che
questa è un’immagine esteriore del tutto falsa della
loro regione. Ne apprezzano l’alta qualità della
vita, i grandi parchi, la concentrazione e la varietà
delle istituzioni scientifiche e culturali, i prezzi
modesti dei consumi, la posizione geografica
vantaggiosa. In poche ore si raggiungono mete
nell’Europa nord occidentale attraverso vie
d’acqua, strade e ferrovie.
L’IBA Emscher Park
Da quando negli anni sessanta del secolo scorso
diventò chiaro che era stato superato l’apice dello
sviluppo industriale nella Ruhr, si fecero sforzi
per sostenere e accelerare la trasformazione
economica della regione mediante programmi
statali. Vennero costruite autostrade per aumentare
l’accessibilità, università per formare forza lavoro
più qualificata, parchi tecnologici per dare
un’applicazione pratica al sapere. Tuttavia, tutti
questi provvedimenti aiutarono ben poco nella
competizione con le moderne regioni urbanizzate
e tecnologiche del sud della Germania, con
Monaco, Stoccarda e Francoforte. Non potevano
né assicurare l’occupazione postindustriale di
operai specializzati altamente qualificati, né
rimuovere dalla mente le immagini che le persone
avevano della Ruhr: un paesaggio industriale
ben poco attraente, miniere di carbone, cumuli di
scorie dell’industria mineraria (Halden), acciaierie,
ciminiere e centrali elettriche, quartieri operai
o nuclei urbani anonimi e distrutti dalla guerra,
in una regione attraversata da ferrovie, canali e
autostrade.
Poi, nel 1989, una strategia del tutto diversa
ha dato nuova speranza alla regione. Nella
tradizione delle mostre di costruzioni e architettura
(Bauausstellungen), che in Germania hanno
sempre successo, il Land Nordrhein Westfalen ne
ha iniziata una, chiamandola IBA Emscher Park.
Non era una Bauausstellung nel senso letterale
del termine, come l’esposizione di edifici moderni
a Berlino nel 1957 e 1988, ma una strategia
esplicitamente limitata ad un periodo di dieci
anni e finalizzata alla conservazione dell’eredità
industriale della regione, al rafforzamento della
coesione regionale e alla modifica dell’immagine
della Ruhr. Fu una strategia incentrata su un
progetto, realizzata e sviluppata sulla base di un
breve documento di strategia e di una serie di
principi per il miglioramento sociale, ecologico
e qualitativo del paesaggio urbano2, nell’ambito
2 cfr. Höber Andrea and Karl Ganser, eds. (1999),
Industriekultur. Mythos und Moderne im Ruhrgebiet, Essen,
Klartext. Sack, Manfred (1999), Siebzig Kilometer Hoffnung.
Die IBA Emscher Park. Erneuerung eines Industriegebiets,
Stuttgart: DVA. Kunzmann, Klaus R. (1999), The International
Building Exhibition Emscher Park: Another Approach to
Sustainable Development (con T. Grohé), in: N. Lutzky e autori
18
Duisburg, visione dell’altoforno, foto.
di un vasto processo di comunicazione a livello
regionale.
Il progetto poggiava sui seguenti capisaldi.
—— La Zeche Zollverein a Essen: un complesso
culturale e dell’economia legata alla cultura
nell’area della più grande miniera del
territorio, con il nuovo museo della Ruhr, un
museo del Design, il Tanzzentrum [Centro del
ballo] del Land Nordrhein Westfalen, officine e
ristorazione.
—— Il porto fluviale di Duisburg: un quartiere
attraente e utilizzato in vario modo, nei pressi
del porto.
—— Il Jahrhunderthalle a Bochum: un vecchio
capannone industriale trasformato in moderno
teatro per concerti, con un nuovo quartiere di
abitazioni e uffici moderni.
—— I parchi tecnologici, architettonicamente audaci
e creati in aree industriali dismesse.
—— Il parco paesaggistico di Duisburg: un parco
per la cultura e il tempo libero.
—— Il parco paesaggistico dell’Emscher: un
gigantesco parco che oltrepassa i confini
comunali, attraversando la Ruhr, e ingloba e
collega tutte le superfici libere non edificate.
—— La riconfigurazione naturale del fiume Emscher,
ormai ridotto a fogna a cielo aperto.
—— Il Nordsternpark: una miniera utilizzata nel
1997 per una mostra di fiori e piante, poi
trasformata in parco pubblico.
—— Il Gasometro di Oberhausen: un serbatoio per
il gas trasformato in padiglione espositivo e in
una piattaforma panoramica alta 132 metri.
Per migliorare la qualità della vita urbana,
oltre a questi passi spettacolari, furono iniziati
e realizzati più di cento altri progetti: numerosi
progetti abitativi in vecchie aree dismesse, sulla
traccia dei quartieri operai nel frattempo tutelati
come monumenti, sculture paesaggistiche e
parchi di grande effetto sugli Halden, nuovi ponti
variopinti su strade o canali industriali. Tutti questi
progetti hanno generato una nuova immagine
della Ruhr come regione in movimento, che sa
creare potenzialità dai suoi problemi. Tuttavia il
maggior merito dell’IBA Emscher Park e dei suoi
fautori e promotori consiste nei loro sforzi, coronati
da successo, di conservare l’eredità del vecchio
territorio industriale. E di conservarlo non soltanto
come un museo, ma di riempirlo di potenziali nuovi
utilizzi nell’ambito della cultura e dell’economia
legata alla cultura.
vari, Strategies for Sustainable Development of European
Metropolitan Regions. European Metropolitan Regions Project.
Evaluation Report. Urban 21: Global Conference on the
Urban Future. Kunzmann Klaus R. (2004), Creative Brownfield
Redevelopment: The Experience of the IBA Emscher Park
Initiative in the Ruhr in Germany, in: Greenstein, Roslalind
and Yesim Sungu-Eryilmaz, eds, Recycling the City: The Use
and Reuse of Urban Land, Lincoln Institute of Land Policy,
Cambridge, 201-217.
Essen, la Zeche Zollverein, foto.
Gli urbanisti sono affascinati dai successi
dell’IBA nel ridare nuova vita postindustriale
a una grande regione industriale. Gli sforzi
compiuti per coniugare la dimensione sociale,
ecologica e culturale con esigenze formali di
alto livello incontrano le loro aspettative di una
programmazione di sviluppo urbano integrato.
I progettisti del paesaggio ammirano l’ambizioso
progetto del grande parco paesaggistico
regionale, che da nessuna altra parte avrebbe
avuto una possibilità di essere realizzato con
queste dimensioni. Scoprono il carattere attraente
della natura industriale che, nell’ambito dell’IBA,
è stato introdotto come elemento essenziale
ed ecologicamente significativo di un vecchio
paesaggio industriale. Bisogna ammettere che
chi tradizionalmente si occupa di monumenti,
piani regionali, economia o sociologia è piuttosto
scettico circa l’eccessiva accentuazione di
immagini iconiche, la cultura dell’evento e lo
sfruttamento commerciale anziché museale dei
monumenti industriali. E non mancano dubbi sugli
effetti economici e sociali reali dell’operazione, forse
anche perché quasi mai sono state presentate cifre.
19
Senza l’opera preliminare dell’IBA Emscher Park,
la città di Essen non sarebbe mai stata scelta come
capitale europea della cultura nel 2010. Undici
anni dopo la fine ufficiale della Bauausstellung,
questo evento ha attirato nuovamente l’attenzione
sulla Ruhr. In questa occasione, la stampa e i
giornali hanno massicciamente diffuso immagini
di iniziative culturali nelle vecchie strutture
industriali, icone dell’IBA. In questo modo sono
state dimenticate le difficoltà avute nel conservare
questi edifici mediante considerevoli sovvenzioni
statali, spesso andando contro i proprietari, per
rivitalizzarli e sfruttarli a livello culturale.
In retrospettiva è possibile rintracciare cinque fasi
della strategia regionale dell’IBA Emscher Park per
adeguare gli spazi della Ruhr alle esigenze del
ventunesimo secolo.
—— Prima fase: ricognizione e appello. Ricerca
delle effettive potenzialità endogene della
regione e identificazione dei progetti adatti
a rappresentare obiettivi e principi di questa
strategia.
—— Seconda fase: concretizzazione e
comunicazione regionale. Concretizzazione
di progetti esemplari nell’ambito di concorsi
internazionali; realizzazione di progetti
selezionati; presentazione della strategia e dei
progetti.
—— Terza fase: profilarsi delle iniziative e
completamento. Concentrazione delle attività
in luoghi selezionati per la loro grande qualità
avveniristica.
—— Quarta fase: prosecuzione e diffusione.
Sviluppo dell’idea del parco dell’Emscher per
una strategia di sviluppo territoriale endogena,
definita “regionale”. Promozione mirata di
questa idea in altre regioni del Land Nordrhein
Westfalen qualificatesi nei concorsi.
—— Quinta fase: consolidamento e tutela della
continuità. Consolidamento e garanzia della
conservazione dei luoghi avveniristici dell’IBA.
Ideazione di ulteriori progetti comunali nella
regione ispirati alla filosofia dell’IBA Emscher
Park. Riferimento a luoghi dell’IBA nell’ambito
dell’evento Ruhr capitale europea della cultura
nel 2010.
20
L’IBA Emscher Park ha ottenuto molto. Ha salvato
dalla demolizione costruzioni industriali degne di
essere preservate; non le ha conservate solo come
musei, ma ha fatto in modo che venissero sfruttate
sul piano economico. Ha reso la Ruhr una regione
vivibile per i suoi abitanti, conferendole così
una nuova identità. Ha aperto la regione verso
l’esterno, attirandovi visitatori e turisti, normalmente
non interessati a visitare paesaggi industriali.
Un enorme parco paesaggistico è stato ideato,
creato e trasformato gradualmente e insieme con
tutte le città e i comuni nella zona dell’Emscher.
L’IBA ha reso attraenti alcuni luoghi del territorio
per investitori e promotori privati, fino ad allora
poco propensi ad investire. Ha formulato nuovi
standard nell’architettura e nella progettazione
paesaggistica, dimostrando che erano realizzabili.
Ha creato spazi per giovani imprenditori creativi,
molto prima che la generale mania per l’economia
della creatività raggiungesse promotori e sponsor
economici locali. E senza l’IBA Emscher Park, la
città di Essen non sarebbe mai diventata capitale
della cultura nel 2010.
All’estero, l’IBA Emscher Park non viene sempre
compreso correttamente. Gran parte dei visitatori
non sa come il progetto si è sviluppato e come si
inquadri a livello istituzionale e amministrativo.
Poco noto è anche il fatto che l’agenzia dell’IBA,
piccola e solo temporanea, non potesse diventare
operativa nei settori centrali del trasporto,
dell’economia e della formazione. Spesso si
dimentica anche che un progetto di quest’ordine di
grandezza, iniziato e realizzato partendo dall’alto,
ha seguito principi che riflettono piuttosto idee
provenienti dal basso. Questo vale presumibilmente
anche per molti ammiratori dell’IBA Emscher
Park in Germania. Tutti vedono i risultati, sono
affascinati dalle cattedrali della cultura industriale
prima chiuse al pubblico, scoprono il fascino
segreto di una natura industriale. Ma molti non
sanno quale influenza abbia avuto l’IBA Emscher
Park sulla formazione di una consapevolezza e di
un’identità regionale che prima non esisteva. O
almeno non esisteva per gli abitanti delle città e
dei paesi della regione, che pensavano e agivano
sempre solo localmente, e neppure per la politica
locale che faceva anzitutto una politica municipale
legata al presente e vedeva l’agire regionale come
compromesso, anziché come realizzazione di un
comune futuro.
Qual è il particolare fascino internazionale
dell’IBA Emscher Park?
Svariate funzioni giustificano il fascino
internazionale dell’IBA Emscher Park. Si tratta
di uno spazio di ispirazione, dimostrazione,
riflessione, proiezione e incoraggiamento.
Bottrop, Tetraedro su uno dei cumuli di scorie dell’industria mineraria, foto.
Uno spazio di ispirazione. I progetti dell’IBA
ispirano architetti e urbanisti, ma anche architetti
paesaggisti e progettisti del paesaggio. Lontani
dalla normale edilizia in contesti urbani, sono
considerati progetti particolarmente creativi,
modelli che indicano la strada per future sfide.
L’IBA Emscher Park è un’enorme miniera di idee
per la modernizzazione degli spazi urbani
trascurati, e ha indotto anche altre città e regioni
a copiare il proprio modello e ad affrontare con
l’aiuto dell’”etichetta” importata le diverse sfide
dello sviluppo urbano in modo avveniristico.
Citiamo ad esempio l’IBA Fürst-Pückler Land 20002010 a Dessau3, l’IBA Sachsen-Anhalt 2010, l’IBA
di Amburgo 2013 e, oltre i confini nazionali, l’IBA
di Basilea. Persino Berlino progetta una nuova IBA
per far approvare a livello politico un modello di
riutilizzo dell’aeroporto di Tempelhof. Si pensa
addirittura di portare in Europa il progetto dell’IBA
come strategia di edilizia urbana per luoghi
difficili, oggetto di controversie a livello politico: un
marchio che realizza progetti non realizzabili in
condizioni “normali”.
conservare l’acciaieria rendendola accessibile al
pubblico come parco. Prendendo come riferimento
questa inconsueta “impresa tedesca”, subito dopo
il suo ritorno egli impedì la demolizione degli ultimi
resti di un’acciaieria a Kitakyushu. L’ex sindaco
di Duisburg Josef Krings, da parte sua, si rallegrò
molto di questa storia giapponese, la raccontò ai
suoi consiglieri e ottenne la loro approvazione.
Sembra una fiaba del filosofo greco Esopo: solo
se un progetto trova ammirazione all’estero viene
considerato buono anche in patria.
Uno spazio di dimostrazione. Si ritiene
che con l’IBA Emscher Park sia nata l’idea di
conservazione della cultura industriale. L’IBA
è citata quando si parla di conservazione e
rivitalizzazione durevole del paesaggio industriale
in rovina. Molti progetti dell’IBA Emscher Park
hanno aperto nuovi orizzonti. Sono stati ideati,
realizzati e ampiamente resi noti con grande
impiego di risorse intellettuali e finanziarie, per
ottenere l’adesione anche degli ultimi scettici.
L’IBA ha continuamente dimostrato che è possibile
anche qualcosa di inconsueto, che la strada per
un’idea si può vedere, sperimentare e soprattutto
percorrere. Bisogna ammettere che l’iniziativa ha
avuto certamente sostenitori e casse di risonanza
competenti, ma anche mezzi finanziari per
convincere e convertire gli increduli. Ora i progetti
realizzati sono ovvi, l’opinione pubblica regionale
li ha accettati come emblemi di un nuovo territorio
della Ruhr. E questo è anche ciò che i visitatori
internazionali vedono e portano a casa, per
convincere là altri increduli.
Uno spazio di incoraggiamento. L’IBA Emscher
Park ha dimostrato che progetti e idee non abituali
sono realizzabili malgrado resistenze. La visita
ai luoghi e il confronto incoraggia e dà impulso
anche altrove a progetti innovativi, simili o diversi.
Per esempio, il vicesindaco di Kitakyushu raccontò
di come durante una visita a Duisburg l’avesse
colpito il parco paesaggistico e specialmente il
fatto che i responsabili della città fossero riusciti a
3 cfr. Kuhn Rolf (2000), Internationale Bauausstellung FürstPückler-Land- Eine Werkstatt für neue Landschaften. In: ARGE
Stadterneuerung, Ed., Jahrbuch Stadterneuerung 2000. Institut
für Stadt- und Regionalplanung TU Berlin, Berlin, 285-296.
Dortmund, la Torre U, foto.
Uno spazio di proiezione. Spesso
inconsapevolmente, l’IBA Emscher Park viene
fraintesa anche senza volerlo. Non è stata una
classica Bauausstellung, e neppure una strategia
ufficiale di sviluppo regionale e integrato dell’intero
governo del Land. Non ha avuto nulla a che
vedere con la programmazione regionale del
Land Nordrhein Westfalen, alquanto povera di
iniziative. Non è stata una strategia di promozione
21
dell’economia accettata dai protagonisti
dell’economia regionale, e neanche una
strategia ufficiale per lo sviluppo dell’economia
legata alla cultura nel territorio. Non è stata
un’iniziativa collettiva di città e comuni della Ruhr.
Nell’iniziativa vengono proiettate spesso visioni
del futuro che non hanno nulla a che spartire con
la realtà e le prospettive di sviluppo nel territorio
della Ruhr. L’IBA è un perfetto spazio di proiezione
per idee creative. A causa dell’entusiasmo per
le idee realizzate e sulla base di un’insufficiente
conoscenza della loro storia, si proietta molto
nell’iniziativa dell’IBA Emscher Park, tralasciando
di concentrarsi sulle condizioni culturali e politiche.
A rimanere impresse nella memoria sono le
immagini di impianti minerari e altiforni sfruttati
in modo nuovo, i “segni di riconoscimento” sugli
Halden, i granai trasformati in museo di arte
moderna, o l’Emscher restituito alla natura.
Uno spazio di riflessione. L’IBA Emscher Park
è un inconsueto spazio di sperimentazione, che
costringe i visitatori a valutare ciò che hanno visto
alla luce delle loro esperienze pregresse. Si dà
un’occhiata fuori dalla finestra per osservare un
diverso paesaggio urbano straniero, ritornando
poi di nuovo nel proprio giardino. Spesso i
visitatori rivolgono il loro pensiero più alle proprie
esperienze e problemi che a ciò che vedono
effettivamente nella Ruhr. Salire sul Gasometro di
Oberhausen suscita inevitabilmente la domanda
sulla realizzabilità di un simile progetto anche a
casa propria.
Uno spazio di speranza. L’IBA Emscher Park non
è solo uno spazio di speranza per gli abitanti. In
un’epoca in cui i centri scintillanti e consumistici
dei nuclei metropolitani si sono riempiti di simboli
architettonici e icone culturali del moderno sviluppo
urbano, ben poco interesse politico suscitano
gli anonimi paesaggi urbani postindustriali che
sono al di là di queste isole dei consumi. L’IBA è
diventato un simbolo di speranza. La speranza e
la fiducia che abbiano un futuro anche le vecchie
regioni industriali affinché possano garantire la
qualità della vita.
22
Fiume Emscher, area rinaturalizzata
L’IBA Emscher Park: un modello?
In tutto il mondo l’IBA Emscher Park è considerata
un’iniziativa molto ambiziosa di riconversione
strutturale, creativa e partecipata, di vecchie
regioni industriali. Così l’IBA è entrata nella storia
internazionale della progettazione. E, tuttavia,
non è trasferibile. In nessun’altra vecchia regione
industriale del mondo potrebbe trovare tanto
sostegno pubblico un progetto così “sovversivo”,
che indica un futuro tanto lontano senza
preoccuparsi di successi commerciali immediati.
Questa è stata soprattutto la visione e la linea
guida, organizzativa e comunicativa del suo
“inventore” e direttore Karl Ganser.
L’IBA ha suscitato attenzione internazionale. È
diventata un marchio tedesco di rivitalizzazione
creativa di una vecchia regione industriale,
anche se si nascondono un po’ le insoddisfacenti
dimensioni economiche di questa rivitalizzazione.
L’IBA è riuscita a creare nuove immagini di queste
aree industriali dismesse e a infondere coraggio,
ma non ha risolto i problemi strutturali della
regione. Non ha potuto compensare le mancanze
di una politica strutturale per troppo tempo
orientata verso il carbone e l’acciaio.
L’IBA Emscher Park ha però mostrato, e questa
è forse l’esperienza più importante, che una
regione può essere rinnovata mediante immagini
uscite dalle menti e progetti esemplari che insieme
seguono un’invisibile strategia. Ha dimostrato
che, anche nell’epoca della globalizzazione, una
regione industriale che per decenni ha trascurato
il paesaggio e gli spazi di vita può essere un
ambiente vivibile per le persone che desiderano
abitarla.
Klaus R. Kunzmann
Dr.techn. Dipl.Ing. HonDLitt (Newcastle), Professor emeritus TU
Dortmund
(Traduzione di Cristina Riva)
Periferie urbano-industriali in Italia.
Questioni di storia, memoria e riuso
La candidatura alla lista del patrimonio mondiale
dell’Unesco di un’ampia porzione urbana di
Sesto San Giovanni pone lo storico - dell’edilizia
e della città, come dell’impresa e del lavoro – di
fronte ad un evento eccezionale. Si tratta infatti di
un’iniziativa che registra un cambio di mentalità,
impone un nuovo paradigma storiografico, può
tradursi in una deroga significativa alle pratiche
cui spesso sottende un uso ancora ambiguo dei
concetti tradizionali di conservazione, di tutela, di
valorizzazione.
Al centro di un possibile dibattito che l’esito
procedurale di questa candidatura è in grado di
innescare vi è innanzitutto il significato di “periferia
urbano-industriale”. Non una generica banlieue,
da contrapporre all’immagine oramai consumata di
“centro storico”, seppure nella versione aggiornata
di “città storica”, ma uno spazio urbano più o
meno esteso, fisicamente e socialmente delimitato;
uno spazio in cui si sono inscritte - con segni fisici
oramai identificati, sebbene culturalmente ancora
poco legittimati - razionalità creatrici, domini di
controllo territoriale e diverse forme di identità;
nel quale, contrariamente a quanto si è molto
dissertato sull’argomento, è necessario riconoscere
la centralità materiale e immateriale della
fabbrica extra-moenia1: l’industria (e soprattutto
la “Grande Industria”) che per ragioni di varia
natura (igieniche, sociali, politiche, tecnologiche,
finanziarie) ha delocalizzato produzione e lavoro
in una porzione di territorio ritenuta conveniente,
interagendo con l’ambiente e il contesto socioantropologico locale, ma spesso anche facendo
prevaricare logiche e interessi nazionali o
addirittura sovranazionali.
Per lo storico, la periferia urbano-industriale è uno
spazio che chiede di essere misurato nella sua
interezza, studiato nelle sue molteplici complessità,
restituito come «paesaggio evolutivo»2 che ha già
conosciuto bonifiche, risanamenti, stratificazioni e
riusi.
La restituzione, in base ad una motivata
selezione critica e funzionale, e soprattutto la
trasmissione polisemica di un “pezzo” significativo
di questo paesaggio all’intero mondo3 - che
1 Si riprendono in questa sede, pur nei limiti dello spazio a
disposizione, alcune riflessioni contenute nella relazione (La
fabbrica extra-moenia: per una storia della periferia urbanoindustriale in Italia) presentata in occasione del convegno
nazionale “L’archeologia industriale in Italia 1978-2008”
svoltosi a Termoli il 5-6 dicembre 2008, i cui atti sono in corso
di pubblicazione a cura di scrive.
2 Sul concetto di «paesaggio culturale evolutivo» si veda M.
Preite, Du Paysage industriel au Paysage culturel évolutif, in
«Patrimoine de l’industrie. Ressource, pratiques, cultures»», n.
19, 2008, pp. 53-59.
3 Significato in tal senso è lo slogan Dalla crisi di megacity
progressivamente sta perdendo la sua centralità
occidentale - pone questioni che non possono
essere solo contingenti e non appartengono solo
allo storico, ma alla società e alla sua futura
sopravvivenza.
La periferia urbano-industriale come parte
integrante della città storica
Dai primi esperimenti di depauperizzazione
alle strategie panottiche di segregazione, dal
decentramento dei servizi pubblici e dalla
concentrazione preordinata delle arti insalubri
e dei quartieri operai fino all’allocazione della
Grande Industria e dei quartieri economici e
popolari secondo le disaggreganti teorie dello
zoning, la periferia urbana è stata oggetto per
secoli di una moltitudine di studi storici e di
indagini geografiche, antropologiche e socioeconomiche.
Eppure, tra neocontrattualismo e nuove ipotesi di
partecipazione sociale, le periferie urbane sono
ancora oggi al centro del dibattito internazionale
sul ridisegno della città contemporanea e il
fenomeno della dismissione industriale e del
conseguente disagio occupazionale è uno dei
temi principali intorno al quale, oramai da
decenni, storici, teorici ed operatori continuano ad
interrogarsi per individuare percorsi storiografici
alternativi, per tracciare nuove diagnosi
urbanistiche e per riformulare adeguate terapie
d’intervento.
In tal senso, basta richiamare l’attenzione su quel
fenomeno che ha coinvolto, tra ottobre e dicembre
2005, con un’ondata di sommosse popolari circa
cento città francesi e che è stato stigmatizzato, con
intenti efficacemente mediatici, come la «rivolta
delle banlieues», per comprendere, nonostante
la vasta pubblicistica prodotta sull’argomento4,
quanto il concetto di periferia continui a resistere
ad ogni tentativo di pervenire ad una qualsiasi
tassonomia.
Echi di quell’acceso dibattito risuonarono con
enfasi nel 2006 in un’editoriale di Domus, dove
la periferia viene descritta come un generico
«fantasma» chiamato «anti-città», nel tentativo
di opporre all’idea consolidata di «un territorio
riconoscibile misurando con un righello la distanza
dal centro antico delle nostre città», quella
cosmopolita di un «arcipelago», inteso come
insieme di elementi mobili («il degrado, la povertà,
l’assenza di servizi») che «arrivano ovunque: negli
e degli ecosistemi verso eco-metropoli e l’era post-consumista
che sintetizza il documento finale redatto dall’UIA (International
Union of Architects) nel giugno 2008 a Torino. Si veda in
particolare J. Rikwert, Riflessioni su Trasmettere l’architettura, in
«L’Architetto», notiziario dell’Ordine nazionale degli architetti,
n. 3, giugno 2008, p. 3.
4 Si veda, ad esempio, H. Lagrange, M. Oberti, a cura di, La
rivolta delle periferie. Precarietà urbana e protesta giovanile: il
caso francese, Mondadori, Milano 2006; U. Melotti, a cura di,
Le Banlieues. Immigrazione e conflitti urbani in Europa, Meltemi,
Roma 2007.
23
edifici sfitti del centro, nei parchi, nelle fabbriche
dismesse»5 e che accomunerebbero le periferie
delle città-fabbrica europee alle più generiche
favelas degli aggregati urbani extra-occidentali.
Si tratta, in effetti, di una restituzione critica
che non appare molto diversa dalla logica
interpretativa attraverso la quale geografi e
urbanisti, sociologi ed economisti, con riferimento
all’Europa meridionale e all’Italia in particolare,
hanno inteso leggere il fenomeno della
cosiddetta «esplosione» della città tradizionale
(o «concentrata») e in generale di profonda
mutazione morfologica della stessa «città diffusa»
come un processo di «metropolizzazione del
territorio»6.
Tuttavia, a parte l’identificazione forzata del
concetto di periferia con quello di spazio
caratterizzato prevalentemente da “carenze”,
ciò che non convince in tale impostazione
interpretativa è la resistenza a riconoscere
nella rinnovata spinta alla crescita urbana che
caratterizza da qualche decennio molte città
e paesaggi dell’Italia contemporanea, l’esito
conclusivo di un processo di più lungo periodo,
basato su un modello ormai in stato di profonda
consunzione, e non più, come in passato, un
fenomeno di sviluppo socio-politico e produttivo.
Laddove, invece, il vero elemento di novità sta
nella imprescindibile condizione fisica e culturale
di un ambiente totalmente antropizzato, che non
consente più di leggere, nelle pratiche d’uso
o d’abuso del territorio, qualcosa di diverso
da un drammatico processo di saturazione
progressiva dello spazio vitale e quindi di eludere
criticamente la constatazione che ogni atto di
trasformazione territoriale sia riconducibile, anche
inconsapevolmente, al principio del «costruire nel
costruito».
Se negli anni settanta e ottanta del Novecento,
nelle società di antica industrializzazione, era il
graduale rallentamento della crescita urbana a
legittimare la necessità di «considerare la città
costruita nel passato - tradizionale o moderna,
buona o cattiva - come oggetto definitivo, che sarà
necessariamente l’ambiente di vita del prossimo
futuro»7, oggi si registra invece una più profonda
consapevolezza nel considerare sostenibile
culturalmente l’indissolubilità tra il concetto di
Monumento (nell’accezione più aggiornata di
Patrimonio Culturale) ed il concetto di Ambiente
e dunque l’opportunità di perseguire una prassi
operativa sempre più fondata sul recupero delle
24
5 S. Boeri, Anti-città: un nuovo fantasma si aggira per
l’Europa, editoriale in «Domus», n. 894, 2006.
6 F. Indovina, Periferie 1. Organismo in devoluzione, in
«Equilibri», n. 2, 2006, pp. 341-353.
7 L. Benevolo, L’ultimo capitolo dell’architettura moderna,
Laterza, Roma-Bari 1985, p. 165; sull’argomento cfr. pure, in
particolare, P.L. Cervellati, La città post-industriale, Bologna
1984 e M. Tafuri, Storia dell’architettura italiana 1944-1985,
Torino 1986, pp. 183 e segg.
preesistenze (comprese le aree agricole o rurali
residue) e sul “nuovo” inteso come modificazione
non distruttiva del paesaggio globale, neanche
dei frammenti, delle discontinuità, dei vuoti che
il racconto (storico, architettonico, urbanistico o
geografico) può far emergere.
Il rapporto tra il Patrimonio e l’Abitare – per
parafrasare il titolo di un recente momento d
riflessione sull’argomento8 – sta diventando
in definitiva sempre meno antinomico, poiché
sempre più evidente appare il rischio di sublimare
preoccupanti “vuoti” di memoria, ora che il
ridisegno di PostdamerPlatz sembra aver ricucito
quell’apparente continuità tra i retaggi presessantottini e le nuove filosofie liberali9, in un
omologante supporto ideologico alla costruzione
seriale di grandi Esposizioni Internazionali del
Nulla10.
Periferie in prospettiva
Più che un sistema articolato di aree, di
infrastrutture e di singoli manufatti architettonici, la
porzione urbano-industriale di Sesto San Giovanni
candidata a far parte del patrimonio dell’Umanità
selezionato dall’Unesco11 è da considerarsi
innanzitutto come un insieme ambientale. In tal
senso, l’eccezionalità di tale sito, piuttosto che
la sua scontata unicità, sta a nostro avviso nelle
opportunità che esso è in grado potenzialmente di
offrire per trasmettere in una prospettiva universale
la storia particolare di una città industriale
dell’Occidente europeo. Non la trasmissione
dell’immagine evocativa di un determinato modello
urbanistico di sviluppo economico o socio-politico,
quali per lungo tempo sono stati considerati
ad esempio Manchester e Stalingrado; quanto,
piuttosto, la restituzione critica e culturalmente
integrale di una delle tante modalità secondo cui si
è declinata la storia industriale del nostro
8 C. Andriani, a cura di, Il Patrimonio e l’abitare, Donzelli,
Roma 2010.
9 R. Parisi, Obelischi fumanti, in «Meridione. Sud e Nord nel
Mondo», n. 1, 2001, pp. 72-94.
10 Pur con riferimento all’Expo 2015 e al dibattito sul destino
delle aree industriali dismesse milanesi, il richiamo è alle
riflessioni di Manfredo Tafuri (Le avventure dell’avanguardia:
dal cabaret alla Metropoli, in Id., La sfera e il Labirinto.
Avanguardie e architettura da Piranesi agli anni ’70, Einaudi,
Torino 1980, p. 136) sul «carattere metafisico» del Padiglione
realizzato da Ludwig Mies van der Rohe a Barcellona nel
1929, «in quanto luogo di esposizione del nulla, […] colto
acutamente nell’articolo di N[icolau] M[aria] Rubio Tuduri, Le
Pavillion d’Allemagne à l’Exposition de Barcelone par Mies van
der Rohe, in “Cahiers d’Art”, 1929, vol. IV, pp. 408-11».
11 F. Ottolenghi, Le patrimoine industriel de Sesto
San Giovanni. Expériences et projets de réutilisation et
réaménagement pour la croissance culturelle et économique, in
«Patrimoine de l’Industrie/Industrial Patrimony», n. 22, 2009,
pp. 14-23.
paese12. Una storia di uomini e di comunità, di
istituzioni e di regimi, come di imprenditori e di
operai, di imprese e di sindacati, di corporativismo
e di precariato, a partire però dalle testimonianze
materiali. Una storia che non racconti solo le
conquiste - di una strategia imprenditoriale,
di un brevetto industriale, come di un riscatto
sociale - ma anche i fallimenti e le crisi, i conflitti,
le negoziazioni, le contaminazioni, i sogni e le
utopie.
Tuttavia, anche in questa prospettiva, un
progetto storiografico, che non si riduca ad una
mera pratica di legittimazione architettonica e
urbanistica di “pieni” e di “vuoti”, necessita di
un approccio quanto più possibile archeologico
all’ambiente costruito. Un approccio che
sopperisca alla decontestualizzazione, spesso
necessaria, di una macchina in un museo, come di
un capannone in un parco, rendendo la selezione
di ogni presunto reperto materiale (dalle strutture di
un contenitore edilizio al tracciato di un impianto
di smaltimento), indipendentemente dall’intenzione
di conservarlo o di distruggerlo, un processo
decisionale trasparente e, dunque, trasformando
il riuso del patrimonio industriale in un percorso
di conoscenza e di democratica scelta politicoculturale.
La periferia urbano-industriale di una città come
Sesto San Giovanni potrebbe in tal senso diventare
un laboratorio sperimentale a cielo aperto per la
formazione e la specializzazione professionale, un
cantiere permanente di valori, prima ancora che
una fabbrica di idee; un cantiere nel quale una
parte significativa della società contemporanea
possa riconoscersi, legittimando consapevolmente
principi e ideali del proprio presente, ma possa
anche prenderne le distanze, modificandoli o
rinnovandoli del tutto.
Roberto Parisi
Università degli Studi del Molise – Vicepresidente AIPAI
12 Per un quadro di riferimento sugli studi di storia urbana
che hanno affrontato in una prospettiva storico-critica il tema
delle periferie urbano-industriali si veda G. Favero, Le periferie
urbane tra Ottocento e Novecento: un panorama europeo,
«Società e storia», n. 112, 2006, pp. 253-265; S. Adorno,
S. Neri Serneri, a cura di, Industria, ambiente e territorio. Per
una storia ambientale delle aree industriali in Italia, Il Mulino,
Bologna 2009. Per un caso-studio utile ad una comparazione
critica con quello di Sesto San Giovanni e di altre esperienze
italiane si veda R. Parisi, Dalla terra alla fabbrica. Pomigliano
d’Arco 1939-2009: genesi, sviluppo e recupero di uno spazio
urbano-industriale, in «Patrimonio Industriale», n. 6, 2010, pp.
44-54.
Davanti alla fabbrica. Patrimonio industriale
come insieme di permanenze
Il racconto della città industriale, come è stata
percepita e quotidianamente vissuta dagli abitanti,
costituisce una fondamentale chiave di lettura per
la comprensione del presente. Microstorie e ricordi
dei singoli ricompongono il quadro della memoria
collettiva, nel senso dato al termine da Maurice
Halbwachs1. Ad un tempo, essi rendono palpabile
la distanza che separa “la città delle fabbriche”
dalla realtà odierna, tuttora in trasformazione, e
che diversifica l’esperienze delle vecchie e delle
nuove generazioni.
Gli abitanti più anziani di Sesto San Giovanni
rievocano un’esistenza scandita dai ritmi e dai
cicli della produzione, quando la “vita operaia
impregnava la città”2: nel racconto di molti torna
il suono delle sirene, che segnava l’inizio dei
diversi turni, intorno ai quali, fin dalle prime
ore del mattino, si organizzava anche il lavoro
esterno all’industria, nei negozi, nei bar. Essi
descrivono con precisione e senso di appartenenza
la topografia e il paesaggio di quella che oggi
si definisce la Sesto Vecchia, dove “c’erano
soprattutto le fabbriche, gli stabilimenti della Falck,
della Ercole Marelli e della Magneti Marelli,
dell’Osva e di moltissime altre ditte [dove] il nome
di alcune strade sapeva di operai, di lavoro,
come via Laminatoio, […] le linee e i volumi delle
costruzioni industriali, qualcosa di fantastico,
erano imponenti, strane, e i tetti a sega erano
distribuiti ovunque, e c’erano le ciminiere, con un
pennacchio in testa che decorava il paesaggio e
impestava sempre l’aria di fumi e odoracci […].
Oltre alle ditte dai nomi prestigiosi, dalla mole
imponente, dall’area vastissima, che chiamavamo
fabbriche - dicono - ce n’erano poi di più piccole,
inserite nel contesto urbano; si riconoscevano
per i loro muri grigi, i finestroni, i tetti a sega dei
capannoni che rimandavano subito alla presenza
di un’industria […]”. La fabbrica era parte
essenziale del paesaggio familiare che intesseva
opifici, case, strade, edifici ad uso collettivo: “Dalle
finestre di casa nostra, una costruzione a due
piani, alta a quei tempi rispetto alla maggior parte
delle altre, potevamo vedere (finché le costruzioni
più alte non ne hanno coperta la vista) i bagliori
che si innalzavano verso il cielo dalle colate degli
altiforni”3.
1 M. Halbwachs, Le cadres sociaux de la mémoire, Alcan,
Paris, 1925, trad. it. Napoli- Los Angeles, Ipermedium 1997.
2 (testimonianza di Renzo Baricelli resa a Elisa Gesu, classe
3ª D, liceo classico-scientifico “Giulio Casiraghi”, Parco Nord
di Sesto San Giovanni - premio borsa di studio, www.sestosg.
net/sportelli/sestounesco).
3 Testimonianza di Rossana Turolla resa a Riccardo Robecchi,
classe 2ª G, liceo classico-scientifico “Giulio Casiraghi”.
25
sportivi, luoghi di svago e di cultura. Racchiuse da
alti muri di cinta, le grandi fabbriche, costituivano
altrettante enclaves autosufficienti.
“Davanti alla fabbrica” è un verso della colonna
sonora di “Romanzo popolare” (1974), un film
che ha avuto grande notorietà, ambientato a
Sesto5, e Vincenzina, la protagonista che attende
davanti ai cancelli e “vuol bene alla fabbrica”, è
il simbolo della speranza e dell’emancipazione
che ha spinto tanti lavoratori ad emigrare nel
Nord industrializzato. Mitologia positiva e
negativa della fabbrica si fondono nel testo
della canzone: la sicurezza del lavoro e dei suoi
benefici, il riscatto dal lavoro duro dei campi e
dalla miseria, e, insieme la fatica alienante della
catena di montaggio, le condizioni dell’ambiente
fortemente alterate, dentro e fuori dalle fabbriche,
dalle emissioni degli impianti siderurgici, dai
fumi e dalle polveri. E negli anni ‘70 ha inizio
per Sesto la crisi produttiva che costringerà alla
chiusure le maggiori imprese. Anche la stagione
dell’industria siderurgica è al tramonto, e nel
1996 le “grandiose” acciaierie Falck - ultima tra
le maggiori fabbriche sestesi - spengono i forni e
arrestano definitivamente la produzione.
Sesto San Giovanni, operai all’uscita dai turni, foto.
La storia della Sesto industriale ha inizio e
si chiude nell’arco del XX secolo. Ai primi del
Novecento, il suo territorio, attraversato dalla
ferrovia, che dopo l’apertura del traforo del
Gottardo la collegava all’Europa e dalle linee
tramviarie per Milano, raggiunto dalla fornitura di
energia elettrica della centrale di Cassano D’Adda,
aveva attratto diverse imprese, che avevano
spostato le officine dal capoluogo e avevano
esteso rapidamente i loro impianti: “La città sorge
a mezza strada tra Monza e Milano, alla quale
è legata da ferrovie, tranvie e carrozzabili. Da
4189 abitanti nel 1861, il comune è passato a
6952 abitanti nel 1901, a 11.592 abitanti nel
1911, a 18.274 nel 1921. Aveva 26.239 abitanti
nel 1931, dei quali ¾ occupati nell’industria e nei
vari commerci […] le industrie, attività principale
della popolazione, a cui Sesto deve il suo rapido
sviluppo moderno, contano stabilimenti tra i più
grandiosi e moderni del regno”4, si legge nelle
pagine dell’Enciclopedia Italiana a metà degli
anni ’30. Nel 1951 gli addetti all’industria,
45.000, erano più numerosi degli abitanti; nel
1978 la popolazione si era accresciuta fino a
99.000 unità. Intorno ai luoghi della produzione
si addensavano i villaggi operai, poi i quartieri
popolari, le strutture di servizio realizzate sotto il
patronato dei grandi industriali, scuole, impianti
26
4 (Sesto San Giovanni, Enciclopedia Italiana, v. XXXI, 1936,
ad vocem). Importanti fondi archivistici per la storia economica
e dell’industria, sono conservati presso la Fondazione ISEC di
Sesto San Giovanni (www.fondazioneisec.it).
In altri luoghi d’Europa - si pensi
all’industrializzazione forzata dei paesi comunisti
sotto influenza sovietica6 - le fasi dello sviluppo,
della stagnazione, del declino, dell’obsolescenza
si sono succedute con ancora maggiore rapidità,
consumandosi nell’arco di due o tre decenni,
e se l’urbanizzazione massiva aveva mutato
violentemente il territorio, l’abbandono ne ha fatto
poi il desolato deposito di gigantesche rovine. I
luoghi della produzione sono diventati in poco
tempo “aree dismesse”, un problema economico
e sociale e un tema urbanistico particolarmente
rilevanti, oltre che il luogo di possibili scenari tra
loro molto diversi.
A Sesto San Giovanni, la dimensione degli
stabilimenti, un tempo vanto della città, ha reso
problematica e complessa la gestione delle aree
dismesse7. Quello che pochi anni prima era stato
un grande patrimonio privato, si è tramutato, nella
percezione comune, in una distesa ingombra di
capannoni, serbatoi, forni e ciminiere, ormai del
tutto inutilizzati.
5 La canzone nel film di M. Monicelli è di E. Jannacci; molte
scene sono state girate nel caseggiato popolare Nuova Torretta
in via Antonio Maffi. La Torretta, una delle grandi ville della
nobiltà milanese, è oggi un hotel a cinque stelle).
6 B. Groys (ed.) Dream Factory Communism. The visual of the
Stalin Period, Schirn, Frankfurt a. M., 2004.
7 Esse “rappresentano un potenziale danno territoriale,
sociale ed economico e possono costituire un pericolo
per la salute, per la sicurezza urbana e sociale e per il
contesto ambientale e urbanistico” ; “La conoscenza e la
valorizzazione delle aree dismesse permettono di ridurre al
minimo il consumo di nuovo territorio, come previsto da uno dei
principi fondamentali del Piano Territoriale Regionale” ( www.
territorio.regione.lombardia.it).
Le grandi quantità, tre milioni di metri quadri di
superficie, equivalenti a ¼ del territorio comunale,
hanno amplificato e moltiplicato le difficoltà
e i costi della possibile riconversione. Uscite
dall’attenzione e dalla vita della città, le aree
ex industriali sono diventate “aree di scarto”.
L’assenza di manutenzione gioca un suo ruolo
nell’accelerare il deterioramento dei fabbricati,
in particolare di quelli costruiti in acciaio e in
calcestruzzo armato, più rapidamente aggrediti
dal processo di corrosione, grandi “macchine
arrugginite” che diventano esse stesse “oggetti
di scarto”. L’opera di sottrazione, violenta e
distruttrice, risponde a questo tipo di percezione
oltre che a una condizione obiettivamente
complessa. A proposito della “contrazione” di
Detroit, città dell’industria automobilistica in
gravissima crisi, Federico Rampini, inviato de “la
Repubblica”, scriveva che mai era stato possibile
immaginare una “operazione a cuore aperto” così
dolorosa8.
8 F. Rampini, Nella metropoli “ristretta” dalla crisi, “la
Repubblica”, 5 luglio 2010.
Bliss, laminatoio a freddo, Falck Vittoria, 1959.
lentamente riconfigurandosi, ove non tutti i vuoti
sono diventati aree pubbliche o parti nuove del
tessuto urbano. All’interno dei muri di recinzione
delle fabbriche Falck, la solitudine dei padiglioni
sopravvissuti alle demolizioni, dalle giaciture
diventate incomprensibili, è diventata totale. Privi
di macchinari, immersi in un silenzio irreale e nella
vegetazione che riconquista gli spazi circostanti,
i manufatti ai quali il processo di “isolamento” ha
conferito dignità di rovine monumentali, appaiono
sempre più lontani dalle residenze operaie,
dalla città abitata. I grandi corpi superstiti dallo
schema basilicale e dalle strutture in acciaio, scelti
a simboleggiare la gloriosa industria e la città
delle fabbriche, sono stati definiti “Cattedrali del
lavoro”. Immagini e definizioni rimandano agli
albori della moderna tutela, alla Francia postrivoluzionaria e di inizio Ottocento. La rivoluzione
popolare e borghese aveva sottratto al clero i
suoi beni: le chiese, le cattedrali, i complessi
monastici che avevano strutturato il territorio in età
medievale costituendo per secoli un suo grande
presidio. Diventati patrimonio dello stato, essi
rappresentavano una grande questione pubblica
e in pochi anni, in tutto il territorio nazionale, essi
furono oggetto di inventariazione. Censimento
e catalogazione consentivano di stabilire
ubicazione, dimensioni, rilevanza, condizioni, di
segnalare gli edifici in pericolo e quelli ai quali
destinare i maggiori finanziamenti. Archeologi
e letterati, funzionari ministeriali e architetti
del neonato servizio di tutela parteciparono a
questa vasta operazione di rilevamento e di
conoscenza, contribuendo alla divulgazione di
un patrimonio secolare quanto misconosciuto,
di età romanica, gotica, trasformato nel tempo.
Ricostruita la mappa e le condizioni degli edifici,
lo stato centrale - e per esso le figure di maggior
rilievo nella cultura e nella vita civile del paese -,
decideva del destino di quelli che erano divenuti
monumenti storici della nazione, avendo cura sia
degli edifici lasciati allo stato di rudere, sia di
quelli destinati all’uso collettivo, ai quali restituire
attraverso il restauro “uno stato che poteva non
essere mai esistito a un momento dato”, secondo
La riduzione della superficie coperta riduce i costi
della gestione; la demolizione libera il suolo dagli
“ingombri” e lo rende nuovamente disponibile, per
grandi spazi coltivati a verde in qualche caso, o
per redditizie operazioni speculative in molti altri.
Inoltre, ancora una volta la demolizione diviene lo
strumento di “valorizzazione” di edifici giudicati di
maggior significato e impatto formale, edifici che
forse non è stato possibile cancellare dal contesto
reale, come dai paesaggi del ricordo.
A Sesto San Giovanni la fase della deindustrializzazione ha dato luogo negli ultimi
decenni a un paesaggio temporaneo che va
27
Bliss, settembre 2010.
la celeberrima definizione di Eugène Emmanuel
Viollet-le-Duc9. Liberate dai presunti “scarti”, anche
per le cattedrali del lavoro di Sesto, resti precari di
un passato ancora molto vicino, dovrebbe essere
immaginato, nella città post-industriale, un nuovo
destino.
9
Dictionnaire raisonné de l’architecture française
du XIe au XVIe siècle (1854-1868), Restauration, VIII; più
in generale, cfr. P. Léon, La vie des Monuments Français.
Destruction, Restauration, Picard, Paris, 1951.
Il padiglione T3, settembre 2010.
I visionari disegni della Cité industrielle di Tony
Garnier, da costruire in cemento e acciaio oltre
la città consolidata, hanno segnato nella storia
urbana l’inizio del Secolo Breve; e soltanto pochi
decenni separano la celebrazione dell’architettura
industriale e dei suoi tipi costruttivi - proposti negli
anni ’20 come quintessenza della modernità
e grande prova dell’ingegneria al servizio del
rinnovamento formale e costruttivo dell’architettura
-, dal lavoro di riconoscimento e inventario che
l’Industrial Archaeology, una locuzione nata alla
metà degli anni ‘5010, estendeva a tutti i manufatti,
alle infrastrutture, alle vie di comunicazione, alle
residenze operarie. A sua volta, l’architettura
dell’Exprit Nouveau immaginata da Le Corbusier
aveva mutuato il suo linguaggio dalle forme
semplici, dai volumi essenziali dei fabbricati
industriali, costruzioni funzionanti come macchine,
che affascinavano allo stesso modo gli architetti e
la critica militante. Oggi, quando l’industria gioca
un ruolo sempre meno rilevante nel contribuire alla
ricchezza di molti paesi dell’Occidente, la stessa
archeologia industriale diviene “archeologia del
paradosso, segnata dalla consapevolezza che
il passato va creandosi attorno a noi giorno per
giorno”, come ha scritto Neil Cossons, già direttore
del museo open-air di Coalbrookdale, e Chairman
dell’English Heritage. In questo presente dal
paesaggio mutevole, una parte del patrimonio ex
28
10 A. Negri, M. Negri, L’archeologia industriale, D’Anna ed.,
Messina-Firenze, 1978, p. 7.
industriale di Sesto San Giovanni attende di essere
riconnesso al patrimonio residenziale, restituito alla
città e al territorio. “A segnare il nostro rapporto
con il territorio è una cifra profonda, quella della
perdita”, ha scritto di recente Nicola Emery. La
geografia dei vuoti, nel tempo della dismissione
e distruzione, è anche, nella memoria collettiva,
topografia dell’assenza, segnata dalle ferite e dal
dolore. Per superare la rimozione del trauma, in
senso freudiano, occorrerebbe allora assumere
ed elaborare il lutto: in tal senso, al progetto
si richiede di trasformarsi profondamente. Più
che risolversi in un’operazione bellica, o di tipo
chirurgico, perfettamente inserita nel ciclo sempre
più breve della costruzione-distruzione, parte di
un’incessante cantiere, al progetto si richiede la
capacità di conferire una nuova dimensione d’uso
e di vita agli spazi e ad agli oggetti già dati,
che esistevano ‘da prima’, dei quali imparare ad
esplorare fino in fondo la dimensione di risorsa. La
tabula rasa è una forma di delirio di onnipotenza
che consente la prosecuzione ininterrotta del
ciclo del consumo, ma potrebbe essere superata
passando alla condizione ermeneutica di
riconoscimento profondo delle permanenze, di
rapporto fecondo con esse11.
Davanti alla fabbrica, è dunque porsi di fronte
a un mondo che ci è giunto dal passato, denso
dei suoi tanti significati, per riconnetterlo al
tempo presente e trasmetterlo al futuro; è tornare
ad interrogare le permanenze e analizzarne
il mutamento, è interrogarsi sugli strumenti del
progetto, e proporre metodi di conoscenza
articolati e interconnessi, utili a delineare
strategie di intervento non banali. A partire dal
ridisegno dei vuoti, il progetto può contribuire
alla ricostruzione di un rapporto bruscamente e
violentemente interrotto inserendo con sapienza
nuove presenze in grado di restituire senso e forma
al sistema delle permanenze. Il mantenimento
e la cura dei simboli prescelti a rappresentare
l’identità mutata della città industriale costituiscono
in tal senso un passaggio ineludibile per gestire
un’eredità complessa, dal momento che intorno
alla loro permanenza può riaddensarsi la memoria
del recente passato. Il progetto deve interrogarsi
allora sul modo per leggere, rappresentare,
rendere note e chiare al pubblico della città le
dimensioni molteplici di un’eredità che è allo stesso
tempo materiale e immateriale; deve prospettare
e articolare le procedure e le operazioni di
ispezione in sito e di analisi specialistiche utili a
“misurare” le condizione di degrado delle strutture
11 N. Emery, Lutto e trasformazione. Sul senso del progetto
nell’epoca della distruzione, in corso di pubblicazione
(Abstract della lezione tenuta il 15 marzo 2011 al Politecnico
di Milano, nel Corso interdottorati, “Construction and History of
Cities and Landscapes: Transformation, Permanence, Memory”,
a cura di C. Di Biase, I. Valente, D. Vitale).
e dei materiali, per garantirne la durabilità, per
compiere le scelte di intervento più adeguate, per
programmare il loro mantenimento nel tempo. La
candidatura UNESCO presuppone una strategia di
tutela delle permanenze, piuttosto che di parziale
rifacimento. Ma se la scelta non fosse quella di
lasciare i manufatti allo stato di rudere, le strategie
di riuso non possono che estendere il processo
decisionale alla scala urbana e territoriale.
Progetti d’uso diversificati, definiti in ragione
delle caratteristiche degli spazi e dei volumi, dei
vecchi sistemi di comunicazione e di trasporto
di persone e di prodotti, della prossimità ai
quartieri residenziali e delle opportunità di inserivi
funzioni a carattere collettivo che ne migliorino le
condizioni: attività commerciali, di produzione di
beni materiali, o, viceversa, officine della cultura,
luoghi di esposizioni, “fabbriche di eventi” di
richiamo intercomunale. L’eredità immateriale, a
sua volta, non dovrebbe essere affidata soltanto
ad archivi lontani dai grandi contenitori delle
fabbriche, dovrebbe appartenere, come altrettante
stanze della memoria, alle grandi strutture. Non
tutto può diventare museo, come ricorda Eugenio
Battisti nei suoi scritti dedicati all’archeologia
industriale “Per lo più abbiamo a che fare con dei
contenitori svuotati, spesso spettacolosi, bellissimi.
Demolirli perché non si sa quale funzione
attribuirgli sarebbe uno spreco. Gran parte di
questi edifici non hanno divisori all’interno quindi
sono per definizione moderni e del resto le funzioni
degli edifici cambiano spesso nel tempo. Certo,
l’ideale sta nel trovare destinazioni che rispettino lo
spirito originario. Ma quello che a me fa paura è
il falso restauro, non l’idea di mettere l’architettura
contemporanea dentro quella moderna”12.
Eppure oggi la parola museo potrebbe finalmente
riassumere il significato di luogo della conoscenza,
della cultura, anche della cultura costruttiva, delle
tecniche, dei materiali, dei modi di produzione:
il padiglione “Bliss” della Falck, interamente
assemblato dal personale dell’impresa - come ancora
qualcuno ricorda con orgoglio -, è stato realizzato
negli anni ’50, fin nelle forme di decoro, con i
profili e le lamine d’acciaio lavorati nelle officine
padronali, è documento del tipo di produzione e del
lavoro degli operai e delle maestranze, è parte della
storia materiale dell’industria siderurgica ed è un
patrimonio che si connette alle memorie vive di chi
ha atteso davanti alla fabbrica, di chi ha lavorato al
riparo dei capannoni.
Carolina Di Biase
Politecnico di Milano
12 E. Battisti, Un problema storico permanente, in A.
Castellano (a cura di), La macchina arrugginita. Materiali per
un’archeologia dell’industria, Feltrinelli, Milano, 1982, pp. 174229; Archeologia industriale. Architettura, lavoro, tecnologia,
economia e la vera rivoluzione industriale, (a cura di F.M.
Battisti), Jaca Book, Milano, 2001; la citazione nel testo è in
Un patrimonio da salvare, Intervista con Eugenio Battisti, 1983
(http://digilander.liber.it/battistifm/patrimonio.htm).
Made in MAGE, la scommessa del riuso
temporaneo per attivare microeconomie e il
patrimonio industriale di Sesto San Giovanni
Che cos’è il riuso temporaneo?
Cosa significa riuso temporaneo? Spazi e terreni
vuoti che non trovano ancora un nuovo utilizzo
possono trovare un uso temporaneo (uso ad
interim)1 in quel “tempo di mezzo” di anni, e
spesso decenni, che intercorre tra vecchia e
nuova destinazione d’uso. Le cause del ritardo
nella riqualificazione degli spazi in abbandono
sono molteplici, spesso dovuti ai costi elevati
di riqualificazione e bonifica ambientale, alle
opposizioni politiche e alle proteste locali per
progetti decontestualizzati, o alla lentezza
nell’approvazione di piani e progetti di recupero,
o ancora allo scarso interesse economico di
alcune aree. Dove le forme più tradizionali di
pianificazione e progettazione hanno fallito o
non sono riuscite ad assorbire pienamente il
potenziale di queste aree, spesso usi spontanei
di colonizzazione e riuso temporaneo hanno
dato spazio a nuove pratiche abitative, lavorative
e per il tempo libero, innescando processi di
rigenerazione urbana imprevisti e talvolta progetti
architettonici innovativi.
Come avviare una ricerca-azione2 analizzando
alcuni casi studio stranieri3 e confrontandoli con
la propria realtà urbana? Abbiamo provato
a definire una griglia di lettura ed individuato
cinque elementi comuni d’indagine: la tassonomia
di spazi urbani dismessi o sottoutilizzati, gli
attori che fruiscono, avviano o si relazionano
a progetti di riuso temporaneo, i diversi cicli
temporali abitativi, lavorativi o ludici che in
questi spazi si possono attivare, i tre macrolivelli di nuova infrastrutturazione e interventi
1 “Constituting the Interim”, la costituzione dell’interim (stato
e tempo di mezzo) è una ricerca di STEALTH.unlimited (Ana
Dzokic, Marc Neelen) and Iris de Kievith, avviata per offrire
una cornice, delle regole condivise e degli strumenti per attori
che avviano progetti di riuso temporaneo e prefigurano scenari
di trasformazione urbana. La pubblicazione della ricerca è in
corso ed è stata avviata su invito di Optrek/laboratorium van
de tussentijd, 2010.
2 Dal 2008 le ass. cantieri isola, precare.it e alcuni ricercatori
e studenti del laboratorio multiplicity.lab del DiAP, Politecnico
di Milano, hanno avviato riflessioni, workshop e progetti
pilota che individuano i livelli di intervento architettonico per
avviare progetti di riuso temporaneo. Parte di questa ricerca
è pubblicata in “TEMPORIUSO. APPLICABILITÀ DI PROGETTI
EUROPEI DI RIUSO TEMPORANEO DI SPAZI IN ABBANDONO
A MILANO, DIFFUSIONE DI ESPERIENZE PILOTA” a cura di I.
Inti , V. Inguaggiato, sul sito www.temporiuso.org.
3 Dal 2001 al 2003 la ricerca internazionale e
interdisciplinare “Urban catalyst”, diretta da Philipp Oswalt,
Klaus Overmeyer e Philipp Misselwitz dell’Università TU Berlin,
ha esaminato le strategie per gli usi temporanei in cinque
metropoli europee, Berlino, Amsterdam, Napoli, Vienna e
Helsinki.
29
architettonici commisurati al tipo e alla durata
del riuso temporaneo degli spazi, ed infine le
regole, le procedure e le garanzie giuridiche che
hanno permesso l’avvio di progetti sperimentali di
riuso temporaneo. L’auspicio di questa ricerca e
di primi progetti pilota è che le pratiche di riuso
temporaneo possano finalmente entrare a far parte
dell’agenda e previsioni delle politiche pubbliche
di molti Comuni italiani, valutando di volta in volta
il modello gestionale adeguato al contesto locale.
Amsterdam, riuso temporaneo come incubatore
della creatività (broedplaatsen)
Amsterdam è stata nel periodo d’oro (16001700) una delle città portuali più ricche al
mondo, grazie al monopolio nei trasporti navali
del VOC (Verenigde Oost-Indische Compagnie
= Compagnia dell’Unione delle Indie Orientali).
Il porto era il centro del commercio, ma negli
anni ’60 le attività e le compagnie di trasporto si
spostarono dall’area a nord e nord-est del centro
città all’area nord-ovest, meglio connessa con
la rete fluviale e il mare. Inoltre negli anni ’80
il cambio modale dello stoccaggio e trasporto
prodotti, da misto su nave a monoprodotto in
container, diede il colpo di grazia alle attività del
porto centrale, e molti depositi, magazzini, hangar
iniziarono un progressivo declino. Negli anni ’90
la pubblica amministrazione decise di cambiare
destinazione d’uso a molte isole, moli, darsene
che divennero oggetto di piani urbanistici di
riconversione o demolizione e nuova edificazione
abitativa (es. KNSM con piano dell’arch. Jo Conen
e Borneo-Sporenburg con piano degli architetti
del paesaggio West8). Questi interventi avviarono
anche un processo di gentrificazione di attività
artigianali e artistiche a favore di una nuova classe
medio-alta di abitanti. Migliaia di metri quadrati
di aree, banchine, darsene, capannoni, depositi
sono ancor oggi in dismissione e sono spazi liberi,
occasione di progetto per artisti, associazioni,
attivisti. Una di queste aree sulle sponde nord
del porto è NDSM, una darsena e spazi aperti
di 56.000 mq e degli ex capannoni di 20.000
mq. Un progetto di riuso temporaneo che grazie
alle attività ed intraprendenza di un gruppo
di associazioni ed artisti è divenuto motore di
sviluppo di una vasta area portuale.
30
Ma facciamo un passo indietro, come è
stato possibile conciliare per la pubblica
amministrazione la regia delle trasformazioni
urbane utilizzando sia strumenti tradizionali come
il masterplan urbanistico che progetti di riuso
temporaneo nelle aree in abbandono?
Alla fine degli anni ’90 ad Amsterdam avvenne
una massiccia e forzata espulsione da 12 centri
culturali di circa 1.000 artisti, che persero così il
loro studio. Molti cambiarono città e migrarono
altrove. La città rischiava di perdere parte di
quella classe creativa presente sulla scena
artistica antagonista, ma anche figure di rilievo
internazionale (direttori di gallerie, accademie
d’arte, produttori di teatro e cinema).
Iniziarono manifestazioni di rivendicazione di
spazi in abbandono da parte di un gruppo di
artisti, squatter e attivisti, che definirono con
l’aiuto di studenti ed abitanti una mappatura degli
spazi vuoti in città e nell’area nord del porto e
una campagna stampa, che costrinse la pubblica
amministrazione ad un confronto progettuale.
Nel 1997 l’amministrazione comunale di
Amsterdam bandisce un primo concorso pubblico
di idee per concedere l’utilizzo temporaneo
di un’ex area navale e delle rimesse collocati
nell’area portuale a nord del fiume IJ. L’obiettivo
è quello di insediare un nucleo di attori che
possano rivitalizzare l’area per un futuro sviluppo
immobiliare. L’associazione Kinetisch Noord di
artisti, architetti, urbanisti e skaters locali, guidati
dall’artista Eva De Klerk4, elabora un progetto
di riuso e gestione temporanea di 5 anni, con
possibilità di rinnovo per ulteriori 5. Questa visione
diventa realtà nel 2003 quando si avvia una serie
di interventi architettonici strutturali, di iniziative ed
eventi culturali, grazie a finanziamenti pubblici.
“ (…) the city-as-casco method: an alternative development model
created in 1997 by occupants, corporations, advisors, architectures and
artists. This is an approach whereby all concerned participate equally in
its development processes. The focus is on the needs of the end users
and of providing room for creativity and innovation”.
Eva De Klerk - NDSM, Kinetish Noord
Da quell’esperienza la pubblica amministrazione
definisce linee politiche che giocano la creatività
in termini di marketing urbano. Per favorire queste
pratiche nasce nel 2000 il Bureau Broedplaatsen,
un Ufficio per il riuso temporaneo come incubatore
di creatività. L’ufficio-sportello pubblico, con un
comitato di artisti e attivisti della passata scena
antagonista, aggiorna una mappatura on-line di
spazi vuoti comunali in attesa di trasformazione
e disponibili come studi, atelier, laboratori,
“fabbriche della creatività”, incontra e definisce
i contratti in comodato sociale per creativi e
fornisce accompagnamento e supporto finanziario
ai progetti. Ad oggi l’ufficio ha avviato circa 40
progetti di riuso temporaneo creativo, tra i quali
NDSM.
Sesto San Giovanni, strategie della temporaneità
e masterplan urbanistici a confronto
Nell’ex Stalingrado d’Italia circa 1milione e
500mila mq di aree dismesse sono ancora
in attesa di finanziamenti per bonifiche e
4 The city as a hull”/“La “città come guscio” è una teoria
alternativa di pianificazione urbana e progettazione dal basso.
Si fornisce uno scheletro, un guscio, dove è l’utilizzatore finale
a decidere quali elementi costruire all’interno degli edifici, a
gestirli e a finanziarli. In questo modo nasce una modalità di
progettazione, uso e manutenzione degli edifici più flessibile.
In B. Hogervorst, P. Buchel, “Het Kerend Tij / The Turning Tide”,
Ed. De Appel, Amsterdam, 1997.
riconversione definitiva. In attesa di realizzare
progetti e programmi legati a prestigiosi
concorsi internazionali, al nuovo masterplan
Aree Falck firmato dall’arch. Renzo Piano e al
PGT, l’amministrazione pubblica ha lanciato una
scommessa ai promotori del riuso temporaneo
ed organizzatori di eventi socio-culturali. Gli
spazi di archeologia industriale del Carroponte
sono stati affidati ad Arci Milano, che ha
organizzato concerti musicali estivi e il PataPalla,
happening legati ai mondiali di calcio 2010.
Nell’ex portineria Breda, l’assessorato alla
cultura, l’Agenzia di Sviluppo MilanoMetropoli
e l’associazione culturale Cantieri Isola hanno
avviato nel 2009 un bando per ospitare in
comodato gratuito realtà della landart e architetti
del paesaggio (vinto Ettore Favini e dagli
architetti di Atelier delle Verdure), che in cambio
promuovessero attività di aggregazione in un
luogo in abbandono. Nelle vetrerie Vetrobalsamo,
nell’ex Torre dei Modelli, e in alcune palazzine
per uffici, sono stati organizzati nel novembre
2009 un workshop e seminario internazionale con
studenti del DiAP, Politecnico di Milano e della
NABA-Nuova Accademia di Belle Arti di Milano
che hanno ripensato gli spazi in abbandono come
“Cittadella per il riuso temporaneo”, con spazi
hub e ostelli per giovani lavoratori. Dopo queste
prime esperienze pilota, il Comune di Sesto San
Giovanni ha accolto con favore la proposta del
laboratorio multiplicity.lab, DiAP Politecnico di
Milano, di riuso temporaneo degli ex Magazzini
Generali Falck, quale “Made in Mage. attivazione
di un polo per la produzione creativa e sostenibile
per la valorizzazione del patrimonio industriale
degli ex Magazzini Generali Falck”. La proposta
è stata presentata a settembre 2010 nella
sezione III ““Il patrimonio industriale, una risorsa
strategica per lo sviluppo urbano” del Convegno
Internazionale UNESCO.
“(…) Per me è molto emozionante veder oggi i Magazzini Generali
Falck trasformati in “Made in MAGE-incubatore della moda e design
sostenibile”, anche perché ho visto questo spazio quando ancora era
una fabbrica dove vi lavoravano circa 300 donne. Quindi questo progetto
di riuso temporaneo di una struttura storica della città con una nuova
funzione giovanile e lavorativa, penso sia per la nostra amministrazione
straordinariamente importante (…)
Come riattivazione temporanea durerà tre anni, naturalmente qui intorno
sta nascendo il progetto delle Aree Falck per cui penso che in quel
contesto, questo progetto troverà poi una sua collocazione definitiva”
Giorgio Oldrini - Sindaco Sesto San Giovanni
Il progetto è stato avviato a gennaio 2011 negli
ex Magazzini Generali Falck (MAGE), grazie alla
collaborazione del laboratorio multiplicity.lab del
DiAP Politecnico di Milano, la consulenza delle
associazoni cantieri isola ed esterni, della NABA
e degli organizzatori di Fa’ la cosa giusta, la fiera
del consumo critico e degli stili di vita sostenibili.
Made in MAGE è un progetto di riuso
temporaneo, che promuove e sostiene le realtà
artigianali e creative legate della moda e design
sostenibile, incentivare il riuso di edifici e spazi
Il MAGE visto dall’esterno, foto.
31
Made in MAGE, progetto di riuso temporaneo.
vuoti o sottoutilizzati, coniugare nuove attività
produttive con la valorizzazione del patrimonio di
archeologia industriale sestese. Da gennaio 2011
a dicembre 2013 il Comune di Sesto San Giovanni
mette a disposizione di 15 progetti selezionati da
un “invito alla creatività”, uno spazio per atelier
e laboratorio, al MAGE, in comodato gratuito e
spese di gestione e start-up per 3 anni.
Il progetto ideato e curato dal laboratorio
multiplicity.lab, DiAP Politecnico di Milano (www.
temporiuso.org), è gestito da ARCI Milano e
vede il coinvolgimento di esperti nel campo del
critical fashion, attività produttive sostenibili,
eventi urbani, della cittadinanza attiva in stretta
collaborazione con il Comune di Sesto. I vincitori
del primo bando “Invito alla creatività Made in
MAGE” che attualmente hanno un laboratorio
sono Alìta, Artedì, Atelassè, Alice Cateni,
Effemeridi, Nicoletta Fasani, Cooperativa Focus,
INDIVIDUALS, GarbageLAB, GHOSTZIP, LAAFIA,
Pendant, Tea_TIME, TIIS-teatrinscala. Investire in
questi progetti, non vuol dire per una pubblica
amministrazione abdicare a realizzare progetti
e servizi definitivi, ma sperimentare pratiche,
funzioni ed economie emergenti, che potrebbero
poi attecchire e rigenerare spontaneamente parti di
città in abbandono.
“ In questi primi tre mesi ho spostato la mia produzione nel nuovo
laboratorio Made in MAGE, avviato nuovi contatti e ho potuto assumere
un nuovo dipendente grazie al fatto che non esiste affitto, ma solo spese
di gestione. In cambio sono presente agli eventi aperti al pubblico di
Sesto e Milano e mi sembra che lo scambio sia molto soddisfacente e
vantaggioso!”
Mauro Morosi – Ghostzip
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strategies for temporary uses. Potential for
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European metropolises, in www.urbancatalyst.net
Isabella Inti
Politecnico di Milano, Dipartimento di Architettura e Pianificazione
Il MAGE visto dall’interno, foto.
32
Aree dismesse e riqualificazione urbana: il
caso dell’Arsenale di Venezia
L’Arsenale è un’area sostanzialmente dismessa,
e dunque si colloca in una problematica che da
15 anni si è imposta con prepotenza non solo
nel dibattito ma anche nell’operatività delle varie
amministrazioni.
Quello che per noi oggi qui sembra normale
15 anni fa non lo era e le aree dismesse non
apparivano come una potenzialità urbanistica
e economica, ma come un problema di difficile
soluzione.
Tuttavia questa problematica in Italia si è
inserita in una tradizione culturale consolidata,
fondata su due pilastri, di cui uno assolutamente
fondamentale, mentre il secondo, pur significativo,
è più marginale. Parlo della grande tradizione
esistente in Italia sul recupero dei centri storici,
prima frutto di un vasto dibattito culturale e poi
confluito in una operatività che ha caratterizzato
quasi tutte le città italiane. Il recupero di centri
storici significa il recupero e la valorizzazione di
aree in crisi, di aree degradate, di aree spesso
dismesse: su questo l’Italia ha un’esperienza che
costituisce probabilmente il maggiore contributo
che la cultura urbanistica italiana ha dato alla
cultura urbanistica europea ed internazionale.
Dunque il tema delle aree dismesse va tenuto
legato a quella che è la nostra grande tradizione
di valorizzazione e di recupero urbano, ma anche
di recupero sociale. Infatti la politica del recupero
dei centri storici era una politica di “conservazione
attiva”, vale a dire che non ci si poneva solo
l’obiettivo del recupero dei manufatti e del
tessuto storico, ma anche del mantenimento della
complessità sociale e delle attività che trovavano
sede all’interno di quel tessuto.
L’altro precedente, più di nicchia, ma molto
importante in Italia, riguarda tutta l’esperienza
che si è sviluppata a partire dalla fine degli anni
’80 e i primi anni ’90 sui temi dell’archeologia
industriale. Anche questo è un anello di
congiunzione: l’archeologia industriale parte dal
valore del patrimonio che si vuole conservare e si
lega al grande sistema del patrimonio storico, che
connota in modo esteso il nostro Paese.
Questi due filoni di riflessione e di azione
hanno una radice profondamente culturale: è da
esigenze di questo tipo che nasce l’elaborazione
di nuove modalità di conservazione dei centri
storici, fondata non sulla salvaguardia del
singolo monumento considerato di valore, ma
sulla consapevolezza che il centro storico è in
sé un monumento unitario che va pianificato e
conservato nel suo complesso. Da qui derivano,
successivamente le ricadute sugli aspetti sociali,
economici e così via.
Il tema delle aree dismesse nasce invece da
radici strutturali molto forti, originate dalla grande
trasformazione economica a cavallo degli anni
’80, che, assieme alla trasformazione dei modelli
produttivi, ha comportato l’abbandono di vasti
comparti edilizi, prevalentemente di origine
industriale, che via via perdevano le proprie
funzioni.
Nello stesso tempo si collocano nella tematica
della trasformazione della città, che cominciava
a porsi i problemi dell’abbandono e non più i
problemi dello sviluppo. Tematiche cruciali della
cultura urbanistica nazionale agli inizi degli anni
’90, quando venne fondata per iniziativa tra gli
altri delle città di Torino, Venezia, Napoli e di
Sesto San Giovanni, AUDIS, l’associazione per le
aree urbane dismesse.
Da allora non c’è amministrazione che non abbia
sperimentato in vari modi il recupero di aree
dismesse, e non c’è centro culturale, università,
think tank urbanistico che non abbia sviscerato,
almeno teoricamente, queste problematiche.
Se importanti sono stati i riflessi pratici, scarse sono
state le ricadute nella legislazione urbanistica: ci
sono delle leggi ad hoc fatte nelle regioni EmiliaRomagna, Veneto, Lombardia, e altre, ma le
leggi urbanistiche regionali, che hanno loro base
concettuale nelle elaborazioni INU degli inizi degli
anni ’90, quando questo problema non era ancora
veramente all’attenzione, sono profondamente
carenti per questo verso, e non solo.
Da quando, quindici anni fa, il tema delle aree
dismesse ha cominciato a delinearsi, si è oggi
praticamente compiuto un ciclo. Ciclo cominciato
come problema - le città si svuotavano e si
aprivano delle criticità urbanistiche poco decifrabili
– poi diventato una opportunità - le aree dismesse
diventano delle galline dalle uova d’oro, dove si
fanno grandi operazioni di sviluppo con forti attese
di redditività e dove il profitto privato, generato
dalle trasformazioni, riesce a produrre anche delle
ricadute importanti sul pubblico. Tanto è vero che,
in una situazione di carenza di risorse pubbliche,
si era coniato lo slogan “costruire la città pubblica
attraverso le risorse private”.
Oggi infine il tema delle aree dismesse torna
ad essere un problema. Infatti non possiamo
continuare ad affrontarlo come facevamo
fino a due anni fa: la crisi economica e la
sostanziale incapacità di gestirne le ricadute
che si manifestano a tutto campo implicano un
approccio completamente diverso. Non è la sede
per approfondire l’argomento, perciò mi limito a
una breve considerazione: oggi si ripropone con
forza il ruolo pubblico, nel quadro di una nuova
etica urbanistica, e si ripropone con forza il fatto
che le amministrazioni prendano in mano la regia
di operazioni, che nell’ultimo decennio sono state
demandate, spesso con allegra superficialità,
alle iniziative di questo o quel grande operatore
immobiliare.
33
Tuttavia, anche se, in un certo senso siamo tornati
all’inizio del ciclo, l’esperienza che abbiamo fatto
non ci fa ripartire da zero, ci fa ripartire da un
plafond sia operativo che teorico molto più alto
che ci deve servire per affrontare problemi del tutto
diversi.
Non cito neppure per titoli tale problematica
complessa, che ha a che fare con gli obiettivi, le
procedure, e addirittura con la definizione di aree
dismesse. Tanto è vero che AUDIS da qualche
anno sta interessandosi della cosiddetta città
da rottamare, cioè quelle parti di città che non
sono dismesse, ma che dismesse sono destinate
a diventare, perché si sono degradate, sono
esaurite le loro capacità di rispondere ai bisogni
dei cittadini, si è concluso il loro ciclo economico,
e dunque rappresentano la nuova frontiera della
rigenerazione urbana da affrontare con strumenti
concettuali e operativi completamente diversi dal
passato.
L’Arsenale di Venezia è un’area molto particolare
di archeologia industriale, che concentra in sé gran
parte di queste problematiche. Ha segni urbanistici
ed edilizi che risalgono al XIV secolo, mentre le
ultime trasformazioni significative risalgono agli
inizi del novecento.
È sempre stata una vera fabbrica, circondata da
mura e inaccessibile, in quanto luogo protetto della
grande tecnologia e della grande potenza militare
della Repubblica di Venezia, che veniva aperta
solo agli ambasciatori delle potenze alleate o
potenzialmente rivali, ai quali si facevano visitare
le sale d’armi con colonne, marmi, statue, per
indicare la ricchezza di una Repubblica che si
permetteva, nella fabbrica dove “bolle nel fuoco
la tenace pece” ricordata Dante, i segni della sua
importanza e del suo splendore.
L’Arsenale era ed è sempre rimasto un luogo
chiuso anche quando è stato abbandonato e
quando è diventato una struttura militare, sempre
più marginale, in quanto non adatto a seguire
l’evoluzione delle moderne tecnologie navali.
34
Jacopo de’ Barbari, Veduta di Venezia,1500.
Il problema che da un certo punto in avanti
l’Amministrazione comunale si è posta, è stato
quello di recuperare l’Arsenale alla vita della città.
Ciò vuole dire non semplicemente aprirlo con delle
funzioni qualsiasi, ma aprirlo con delle funzioni
che siano all’altezza della tradizione dell’Arsenale,
cioè dell’importanza strategica che l’Arsenale ha
sempre avuto nella città.
Quando parliamo di Arsenale, parliamo di circa
50 ettari dentro la città di Venezia, con circa
230.000 metri quadrati di superficie coperta
calpestabile. Il progetto di recupero dell’intero
complesso è calcolato in un ordine di grandezza
di circa 400.000.000 di euro.
Ciò che ne rende particolarmente difficile il
recupero non sono però la dimensione, i costi,
le funzioni da insediare, bensì la sua situazione
patrimoniale.: l’Arsenale è di proprietà dello Stato
nelle sue due componenti (Ministero delle Finanze
e Ministero della Difesa), o meglio, la proprietà
legale è dello Stato, mentre la proprietà morale è
della città, e questa contraddizione determina un
conflitto difficilmente sanabile.
La parte militare, che è circa i due terzi di tutto
l’Arsenale ed è in larga misura abbandonata,
è naturalmente la parte più inaccessibile. Da
quando poi il Ministero della Difesa con la società
Difesa Servizi ha deciso di mettersi a fare attività
immobiliari e non belliche o di peacekeeping, la
cosa è diventata ancora più complicata.
Il primo problema che si è posto è collocare
l’Arsenale dentro un sistema di pianificazione
complessiva, riportandolo all’interno della logica
della pianificazione territoriale. Venezia si è
dotata, alla fine della seconda metà degli anni
’90, di un Piano del centro storico estremamente
approfondito e dettagliato e di un Piano generale
della città: l’Arsenale non è stato trattato come
una questione a sé, ma è diventato parte di
questo sistema di pianificazione complessiva. È
anche entrato a far parte di un Prusst (Programma
di recupero urbano e di sviluppo sostenibile
del territorio) relativo ad un settore urbano
che comprendeva la zona nord del Comune,
dall’aeroporto all’Arsenale attraverso l’isola di
Murano.
Oggi tutte le polarità veneziane sono sbilanciate
verso l’area di Piazzale Roma collegata alla
terraferma dal ponte ferroviario ottocentesco e
da quello automobilistico realizzato negli anni
trenta del secolo scorso. L’Arsenale è attualmente
un’estrema periferia: in realtà dall’Arsenale
si potrebbe arrivare in circa quindici minuti
all’aeroporto internazionale Marco Polo attraverso
il sistema metropolitano previsto dal Prusst, il cui
obiettivo principale è quello di riequilibrare le
polarità del centro storico e di riportare l’Arsenale
al centro del sistema di sviluppo cittadino. Sono
stati poi elaborati altri strumenti di pianificazione
specifici per il complesso dell’Arsenale: un
documento direttore che ne stabilisce gli obiettivi di
trasformazione e d’uso e i piani particolareggiati
dei comparti nord e sud che ne stabiliscono le
modalità di intervento.
Il documento direttore prevede per l’Arsenale
sostanzialmente quattro attività fondamentali:
—— attività produttive hard, nella zona dei bacini
di carenaggio, realizzata più di recente tra
fine ottocento e inizi del novecento, dove
dovranno trovare sede tutte le attività tecniche,
tecnologiche e costruttive di salvaguardia della
laguna, note col nome di MOSE;
—— attività produttive soft, parzialmente già in atto:
sono già insediati il CNR e una società, Thetis,
per lo studio delle tecnologie ambientali;
—— attività di carattere essenzialmente culturale,
dove già agisce una parte della Biennale di
Venezia;
—— attività legate alla presenza della Marina
Militare: in particolare il comando
dell’ammiragliato, la scuola di alti studi
militari, la biblioteca del mare, che mette
insieme tutti i fondi sul mare della biblioteca
Marciana e del Ministero della Difesa,
diventando così una sorta di biblioteca
Nazionale del Mare.
Dal Piano Direttore che indicava gli obiettivi e gli
utilizzi compatibili e desiderabili, si è passati alla
pianificazione di dettaglio considerando l’Arsenale
sia una parte della città, un brano essenziale
del centro storico, sia un comparto edilizio di
archeologia industriale: la metodologia usata è
quella, ben nota in Italia, della pianificazione dei
centri storici.
Terminata la fase di pianificazione si è passati alla
fase realizzativa, che ha trovato un forte impulso
nella costituzione della società Arsenale di Venezia
spa formata al 51% dall’Agenzia del Demanio e al
49% dal Comune di Venezia: la proprietà giuridica
e la proprietà morale che finalmente si incontrano.
Questa società, che tra l’altro si interessa non
solo dell’Arsenale ma di tutti i beni demaniali o
comunque pubblici all’interno dei confini comunali
di Venezia, sulla base di piani di attività approvati
ogni anno dai soci, ha realizzato una serie
interventi di recupero, oltre ad avere individuato i
soggetti più adatti ad occupare gli spazi.
Ho stimato in circa 400 milioni di euro il valore
del progetto Arsenale. Gli interventi già fatti o in
corso di realizzazione, oltre che dalla società, da
diversi soggetti pubblici e privati (Magistrato alle
Acque, CNR, Tethis, Consorzio Venezia Nuova), si
avvicinano ai 100.000.000 di euro, e utilizzano
finanziamenti di varia natura: europei, statali,
comunali, privati.
Va tenuto presente che l’Arsenale non può
valorizzarsi, come accade normalmente con
le aree dismesse, attraverso progettazione,
realizzazione e vendita. Come è ovvio, nulla
può essere venduto (altrimenti già tutto sarebbe
stato venduto) e si può operare solo attraverso
concessioni, che sono poco remunerative e
spesso non coprono le spese di investimento.
Dunque l’obiettivo del progetto di valorizzazione
dell’Arsenale non è produrre profitto, ma cercare
di perdere il meno possibile dal punto di vista
economico, producendo invece attraverso il suo
recupero, una forte ricaduta, un forte profitto, sul
piano culturale e sociale.
Il Professor Consonni cita nel suo articolo
“l’architettura che contiene architetture”. È
questo il modo con cui si interviene all’Arsenale:
attraverso una conservazione molto accurata di
tutte le strutture esistenti, e la realizzazione al
loro interno e senza interferenze strutturali dei
nuovi manufatti funzionali agli usi desiderati. In
questo modo si prosegue la tradizione storica
dell’Arsenale al cui interno si realizzavano delle
barche quindi la struttura edilizia rimaneva libera
e al centro c’era il manufatto in costruzione. Tutti
i progetti dell’Arsenale, spesso frutto di concorsi
internazionali di progettazione sono ispirati a
questa regola: costruire dentro ciò che era già
stato costruito. Attraverso questa metodologia si
insediano tutte le funzioni, anche le più complesse,
previste nell’Arsenale: dai bookshop, ai punti
di informazione, agli incubatori di impresa,
ai ristoranti e tavole calde, agli spazi per le
esposizioni, ai centri di ricerca.
Arsenale di Venezia, Corderie, foto.
Tutte attività che vengono realizzate nelle Tese
(come si chiamavano gli antichi capannoni
industriali) Novissime, così definite in quanto
realizzate nel ‘500, epoca dell’ultima grande
trasformazione storica dell’Arsenale, prima delle
trasformazioni otto/novecentesche.
La torre di Porta Nuova o delle Alberature, di cui
è in atto il recupero che la trasformerà in “centro
studi” dell’Arsenale, concludeva il percorso di
costruzione delle navi, la catena di montaggio
delle varie parti: qui venivano collocati gli alberi
prima del varo definitivo. L’Arsenale era infatti una
grande fabbrica, in parte fordista perché c’era la
catena di montaggio, in parte toyotista perché si
lavorava, per corporazioni, oggi potremmo dire
per gruppi di qualità.
35
Guardando le immagini dei progetti in corso
all’Arsenale o degli spazi già occupati dai vari
eventi che vi si svolgono, la Biennale innanzitutto,
va ricordato che solo fino a una quindicina di anni
fa le immagini avrebbero rappresentato, tranne
che per piccole parti, situazioni di desolazione,
abbandono crolli: oggi la rinascita di uno dei
più importanti e singolari monumenti industriali
dell’antichità può dirsi ampliamente in corso.
Roberto D’agostino
Presidente AUDIS (Associazione Aree Urbane Dismesse), Presidente
Arsenale di Venezia spa
Arsenale di Venezia. Torre di Porta Nuova, edificata a partire dal 1811 come
“macchina per alberare” i vascelli.
Trasformazioni territoriali e sviluppo urbano
nel cuore della città infinita
L’area metropolitana milanese è parte ormai
di un’area urbana ancora più grande, che
possiamo chiamare regione urbana lombarda
(o più metaforicamente “città infinita”), che ha
come margini settentrionale e meridionale le
Prealpi e il Po, mentre le due spalle a Ovest ed
Est sono rappresentate dal Ticino e dall’Adda. In
quest’area, dove vivono oltre cinque milioni di
persone, si estende una “città” senza soluzioni di
continuità, con i caratteri della metropolizzazione
contemporanea, dove tra le tradizionali periferie
metropolitane si sono insediate aree a bassa
densità, frutto della dispersione e della diffusione
insediativa, il cui sviluppo è sollecitato da ragioni
economiche (il costo dell’abitare) ma anche dalla
ricerca di condizioni insediative meno degradate
di quelle offerte dalle stesse periferie metropolitane;
una “città” del tutto insostenibile per l’elevato
consumo di suolo e gli alti costi energetici che
comporta, per il modello di mobilità individuale e
inquinante che richiede, per l’assenza di spazio
pubblico che presenta.
La realizzazione di nuove centralità per le aree
della metropolizzazione, accessibili in modo
efficiente e ambientalmente compatibile è, peraltro,
il tema più rilevante dell’urbanistica di oggi e
la loro realizzazione, insieme alla costruzione
di una rete di mobilità sostenibile e di una
rete ecologica, sono i contenuti di una nuova
generazione urbanistica finalizzata a recuperare le
contraddizioni e gli squilibri in atto. Anche perché
intanto continua il processo di concentrazione
insediativa che ha Milano come epicentro (come
testimonia esplicitamente il recentissimo Piano
di Governo del Territorio di questa città), un
processo che si è sviluppato all’insegna della
massimizzazione della rendita immobiliare,
che è stato incentivato negli ultimi trent’anni da
una esplicita deregulation urbanistica e che si
è incentrato soprattutto sul recupero delle aree
industriali dismesse.
Un recupero avvenuto, in generale, tenendo in
gran conto gli interessi finanziari e di bilancio delle
proprietà originarie e poco quelli delle collettività
interessate dalla trasformazione e ancora meno
la lunga utilizzazione produttiva delle aree e le
infrastrutture e i servizi che la città ha realizzato
nel frattempo intorno alle stesse. Anche le nuove
funzioni sono state prevalentemente suggerite dalla
rendita, riducendo il peso di quelle d’eccellenza
a qualche situazione eccezionale. Insomma, nella
maggioranza dei casi si è verificato un banale
adeguamento alle richieste del mercato per quanto
riguarda l’assetto funzionale, con l’acquisizione
36
Arsenale di Venezia. Torre di Porta Nuova, interno, foto.
alla collettività di qualche standard qualitativo,
quando la negoziazione pubblica è riuscita ad
esprimersi con una forza adeguata.
Se non è certo possibile invertire radicalmente il
processo prima descritto (come è stato fatto, per
esempio in Germania con la IBA Emscher Park),
anche per la carenza degli strumenti necessari
per affrontare questioni rilevanti quali sono
quelle legate al regime immobiliare, è comunque
possibile impostare politiche urbanistiche
alternative, sfruttando la nuova strumentazione
disponibile, compresa quella lombarda pur con le
molte contraddizioni, in essa presenti, orientandole
verso un miglioramento delle prestazioni
urbanistico-ecologiche della trasformazione
urbana, compresi gli interventi sul patrimonio
residuo della dismissione industriale, sfruttando al
massimo le risorse che essa può garantire, sia di
tipo quantitativo che di tipo qualitativo.
IBA Emscher Park nella Ruhr, foto.
Dal punto di vista quantitativo le sole aree
industriali dismesse rappresentano ancora un
grande patrimonio per l’intera regione urbana,
valutabile in circa 2.000 ettari, di cui circa la metà
nelle sole province di Milano e Monza; tra queste
le aree Falck di Sesto San Giovanni rappresentano
quasi il 15% dell’estensione complessiva e sono
ubicate proprio nel centro, nel cuore della “città
infinita”. La dimensione delle sole aree industriali
dismesse, senza contare quindi tutti gli altri
brownfields disponibili (aree già edificate da
riqualificare, impianti ferroviari sottoutilizzati,
servizi pubblici obsoleti, ecc.), consentirebbe
la realizzazione di almeno 200.000 stanze
equivalenti residenziali/terziarie (considerando
indici inferiori e standard superiori a quelli della
pratica corrente), contribuendo così a risolvere in
modo determinante sia i fabbisogni della regione
urbana, sia a contenere il consumo di suolo e a
governare meglio il processo di metropolizzazione.
Dal punto di vista qualitativo, invece, l’ubicazione
delle residue aree industriali dismesse nei poli
urbani consolidati ne suggeriscono le scelte
fondamentali di riuso e precisamente la previsione
di densità contenute per garantire rilevanti quote
di permeabilità dei suoli e di verde naturale che
inneschino consistenti processi di rigenerazione
ecologica, la integrazione delle aree così
rinaturalizzate nella più generale rete ecologica,
la selezione di funzioni strategiche, frutto di una
visione metropolitana, evitando di ripetere le
consuete pratiche imposte dalla rendita. La stessa
ubicazione, spesso relazionata con il sistema
ferroviario, ne consente inoltre la trasformazione in
“centralità metropolitane”, sedi del nuovo spazio
pubblico e delle funzioni d’eccellenza della città
metropolizzata, impostando così l’unica strategia
possibile per contrastare la metropolizzazione e
riqualificare la nuova “città”.
Oltre a queste indicazioni fondamentali relative
all’accessibilità, alla permeabilità, al verde e alle
funzioni necessarie, il progetto di riuso dovrà
tenere conto di altre necessità: la realizzazione
di uno spazio pubblico fruibile, che recuperi la
dimensione della città storica e si integri con
le funzioni commerciali e di servizio ad esso
strettamente connesse, evitando la realizzazione
di quegli spazi smisurati, impossibili da rendere
vivibili e da utilizzare realmente che spesso
contraddistinguono questi interventi di recupero; la
cancellazione del vecchio recinto della fabbrica e
la piena integrazione della nuova trasformazione
nei tessuti urbani anche grazie all’estensione della
mobilità collettiva; il recupero di tutti i beni storicodocumentali ancora presenti, ridestinandoli a nuovi
servizi e a nuovi insediamenti. Insomma, si tratta
di realizzare nuove parti di città, garantendo la
memoria del passato produttivo e costruendo un
nuovo paesaggio urbano che accentui il senso
identitario, di riconoscibilità e di appartenenza di
questi luoghi.
Il progetto dovrà però arricchirsi di una nuova
dimensione economica e di gestione finanziaria,
che se, stante l’attuale ordinamento, non
potrà cambiare l’impostazione giuridica della
trasformazione fondiaria e dovrà comunque
tenere conto delle leggi del mercato immobiliare,
potrà comunque prospettare chiaramente i costi
e i benefici che la trasformazione potrebbe
produrre. Vi dovrà quindi essere una precisa
conoscenza delle condizioni oggettive di partenza
per evitare controproducenti conseguenze di
“finanziarizzazione” delle scelte urbanistiche e
per trovare il necessario equilibrio tra interessi
pubblici e legittimi interessi privati. Ciò comporta
la conoscenza del valore reale dell’area, dei costi
di bonifica (con le varie alternative possibili) e
di infrastrutturazione e di urbanizzazione, dei
ricavi attendibili, valutati quindi in una dimensione
realistica, dei costi della “città pubblica”, cioè
37
dei servizi da realizzare, ma anche delle risorse
necessarie per la loro gestione. Alla base di tutto
dovrà esserci quindi, anche da parte dell’operatore
pubblico, una valutazione dell’evoluzione del
mercato immobiliare dopo la crisi globale attuale
e quindi in uno scenario di ripresa, che tenga
conto del possibile ridimensionamento dei valori
immobiliari, della certa contrazione del credito
e quindi della ridotta capacità di spesa delle
famiglie. Sapendo che le risorse per la costruzione
e la gestione della “città pubblica” non potranno
che essere generate, quantomeno per la maggior
parte, dal processo di negoziazione con gli
operatori privati che deve sempre accompagnare
la trasformazione urbana, finalizzato alla
ridistribuzione della rendita immobiliare, che è
poi il surplus di ricchezza prodotto dalla stessa
trasformazione.
Le aree Falck di Sesto San Giovanni hanno
tutte le caratteristiche per diventare una delle
centralità metropolitane più importanti dell’intera
regione urbana lombarda. È stata già ricordata
la loro posizione baricentrica, ma anche la loro
dimensione, che le colloca al primo posto per
estensione tra tutte le aree dismesse ancora da
recuperare della stessa regione. A ciò si aggiunge
il fatto che le aree Falck sono interessate dal
sistema ferroviario regionale, ma anche contigue
alla rete della metropolitana milanese. Esse
conservano, inoltre, una tra le memorie più potenti
e significative del passato industriale, meglio di
ogni altra dismissione industriale lombarda, grazie
agli straordinari grandi edifici industriali ancora
presenti, ricchi anche di soluzioni tecnologiche
e costruttive di grande interesse, come i grandi
laminatoi, le trafilerie, le officine meccaniche che
hanno già trovato prime ipotesi di riuso trattate nel
masterplan di Piano, ipotesi che tuttavia dovranno,
probabilmente, trovare ancora una configurazione
più realistica e fattibile in un nuovo progetto.
Più in generale si può osservare come tutte le
ipotesi di una loro trasformazione urbanistica,
a partire dal concorso d’idee lanciato dalla
proprietà originaria nel 1998 fino al già citato
38
Aree antropizzate della Regione Lombardia nel 2007 (dati DUSAF 2.1).
masterplan, non hanno avuto successo, oltre che
per vicende finanziarie della società Risanamento,
per la permanenza degli stessi progetti all’interno
di una logica sostanzialmente immobiliare e,
soprattutto, per la mancanza di una reale visione
metropolitana che consentisse a costruire in
maniera solida e duratura la “parte pubblica” della
grande trasformazione urbana. Ciò nonostante
le molte idee di qualità presenti negli stessi
progetti e, in particolare, nel masterplan firmato
da Piano. Un limite che è ancora più presente
nell’ultima soluzione presentata da parte delle
nuove proprietà subentrate a Risanamento, che
anche per il carattere della nuova compagine
promotrice, vede accentuato il carattere puramente
immobiliare dell’operazione. Probabilmente tutto
ciò è la conseguenza inevitabile, nonostante
l’impegno profuso dall’Amministrazione comunale,
dei limiti di una responsabilità decisionale
circoscritta alla sola municipalità di Sesto San
Giovanni, che dovrebbe invece vedere impegnati,
soprattutto nella definizione dei contenuti pubblici,
il capoluogo lombardo, la Provincia e la stessa
Regione. Un problema certo impossibile da
risolvere per la municipalità locale, ma che sarà
necessario affrontare, dato che una delle cause
della mancanza di competitività del sistema urbano
italiano sta proprio nella non corrispondenza tra
sistema decisionale e assetto reale del territorio.
Una reale visione metropolitana rappresenta
dunque la condizione indispensabile per le
trasformazioni che hanno una valenza strategica
per localizzazione, dimensione e accessibilità.
Una visione che per quanto riguarda le scelte di
pianificazione comporta il superamento dell’attuale
modello di pianificazione provinciale, non
strutturale, non selettivo, ma anche il superamento
del ruolo egemone e accentratore svolto da Milano
a scapito del resto dell’area metropolitana e della
stessa regione urbana lombarda.
Federico Oliva
Presidente INU
39
Progetto di riqualificazione delle AID Ex Montefibre ad Ivrea.
Le ragioni della candidatura all’Unesco del
patrimonio industriale sestese
La candidatura di Sesto San Giovanni come
paesaggio culturale evolutivo
Questo mio breve contributo si propone di illustrare
le ragioni della solidità della candidatura di Sesto
San Giovanni alla Lista del patrimonio mondiale
dell’UNESCO, che presenta caratteri di valore
veramente eccezionale, e di individuarne la
specificità rispetto ad altre categorie di patrimonio
industriale attualmente riconosciute dalla divisione
Patrimonio dell’UNESCO.
Il perimetro dei beni che Sesto San Giovanni
intende candidare racchiude una serie di edifici
industriali, di cui un buon numero potrebbe
pretendere all’iscrizione a titolo individuale come
monumento di architettura industriale appartenente
ad un’epoca precisa della storia di quella
architettura. Una candidatura del monumento a
titolo individuale non sarebbe però abbastanza
significativa rispetto al sistema produttivo che ha
generato i singoli edifici.
Il perimetro definito dal dossier di Sesto include
d’altra parte le testimonianze fisiche di complessi
industriali, alcuni dei quali costituiscono esempi
notevoli di raggruppamento, attorno ai nuclei
centrali della produzione, di edifici periferici.
Questo sistema di edifici e funzioni satelliti non
dovrebbe mai essere dissociato dai luoghi stessi
della produzione, per ragioni tecniche e al
contempo economiche e umane. La candidatura
di tali complessi è perfettamente ammessa fin
dall’iscrizione nella Lista del patrimonio mondiale
delle fabbriche di Völklingen in Germania, e
la loro portata va ben al di là dell’interesse
patrimoniale di un solo edificio, per quanto
notevoli siano le sue caratteristiche.
40
La candidatura di Sesto varca però una soglia
ulteriore: riguarda il paesaggio culturale
evolutivo, una categoria definita da tre vocaboli
il cui contenuto, al di là delle apparenze, è
perfettamente chiaro.
Il termine “paesaggio” rinvia a un orizzonte a
tre dimensioni che, su una superficie territoriale
rilevante, è stato prodotto nel corso di due o
tre decenni dall’addensarsi di installazioni
produttive industriali, sulla grande spinta
dell’industrializzazione a partire dai primi anni del
XX secolo. Questi siti si sono venuti a giustapporre
ad un paesaggio completamente differente, quello
di un borgo antico, debolmente industrializzato, e
hanno fatto indietreggiare l’ambiente naturale.
Il termine “culturale”, ben al di là di un riferimento
archeologico, rinvia all’insieme degli elementi
materiali e immateriali di cui il paesaggio
dell’industria a Sesto è ancor oggi pieno, alla sua
struttura territoriale, alla sua storia. In breve, questa
definizione invita a preservare questo paesaggio
come espressione di una cultura locale di interesse
nazionale ed universale, quella di un’economia
e di una società ben definite per la loro epoca,
e fortemente incentrate sull’area metropolitana
settentrionale di Milano.
Infine, il termine “evolutivo” vuol significare che
non si tratta di un campo di rovine né di un museo
a cielo aperto, di uno spazio culturale statico.
Al contrario, siamo di fronte a un paesaggio,
la cui complessità e unità gli abitanti, in
qualche modo proprietari del paesaggio stesso,
sono decisi a conservare nella forma di una
patrimonializzazione fonte di vita. È un tessuto
nel quale si ritrovano e si intrecciano l’eredità
di un passato preindustriale e quella di un
concatenarsi accelerato di due momenti folgoranti
– l’industrializzazione e la deindustrializzazione.
A ciò si somma la traccia di un avvenire che si
costruisce su un sentimento duplice di fierezza
e di fedeltà rispetto al passato, e su una volontà
strategica di sviluppare la terza era della città.
Questa nuova tappa della storia di Sesto poggia
su un’articolazione saggia ed inventiva del
suo recente passato e del suo sviluppo urbano.
Il paesaggio culturale evolutivo di Sesto è al
contempo stratificazione, continuità di memoria e
visione dinamica al servizio di un patrimonio della
“seconda rivoluzione industriale”, di cui l’Italia qui
ha davvero dato la sua interpretazione originale.
Brevemente, vorrei evocare in particolare alcuni
aspetti di questo patrimonio.
Sono ancora percepibili la traccia delle ideologie
padronali, sotto l’aspetto di un’architettura
“sociale” di qualità originale, e la memoria delle
lotte operaie che qui hanno preso posto tra i fatti
significativi della storia della seconda guerra
mondiale.
Inoltre è rilevante la qualità delle ristrutturazioni e
delle riconversioni già effettuate o in corso (come
l’area Breda), della politica di risanamento e di
bonifica, cui si accompagnano l’incoraggiamento
delle iniziative economiche e la politica di
valorizzazione culturale di spazi come il MIL,
l’ISEC, la Bottega Sacchi, per menzionare solo
alcuni esempi. Ma, sopratutto, bisogna tenere
a mente che tali elementi architettonici o tali
realizzazioni vanno iscritti in seno ad un segnale
globale importantissimo per la strutturazione del
paesaggio culturale di Sesto San Giovanni e per
un nuovo sviluppo della città. Le testimonianze
della città industriale non sono da considerarsi
solo come una collezione di elementi singoli di
un museo a cielo aperto, ma come un patrimonio
che sostiene la memoria di una fase eccezionale
della storia cittadina, un’eredità da includere in un
nuovo capitolo di questa storia. Su questo punto
mi permetto di rinviare al contributo di Giancarlo
Consonni, in particolare al passaggio nel quale
l’autore afferma che questi monumenti «possono
diventare le pietre angolari della nuova città:
presenze architettoniche che […] possono dare
un apporto prezioso alla configurazione di luoghi
pubblici di rilevanza urbana e metropolitana».
Bisogna ricordare anche che questi monumenti
si annoverano tra i più considerevoli edifici
dell’architettura industriale del loro tempo, anche
su scala mondiale.
Concludo con un commento molto personale.
Sono trentacinque anni ormai che lavoro su e
per il patrimonio industriale con colleghi italiani,
accademici, membri di associazioni culturali.
Come Presidente del TICCIH per dieci anni, ho
avuto l’opportunità di incontrare personalità
come Jean-Louis Luxen, Dinu Bumbaru, Michael
Petzet, Henry Cleere, e di lavorare con loro,
di apprezzare l’alto valore della loro azione
nell’ambito del World Industrial Heritage. Tra i più
bei ricordi di questa carriera rimangono senza
dubbio l’iscrizione di Crespi d’Adda nella Lista
del Patrimonio Mondiale, poi di Bleanavon (nel
Galles) e, più recentemente, di La Chaux de FondsLe Locle (in Svizzera). Ricordo, in particolare,
di aver visitato con l’amico Henry Cleere,
espertissimo pilota del World Heritage Committee
dell’UNESCO, il sito di Sesto San Giovanni e di
aver evocato con lui le realtà territoriali, il concetto
di “paesaggio industriale e culturale”. Il sito di
Sesto è più che mai vivo per volontà e passione
politica ed amministrativa. Per tutti questi motivi, io
offro il mio caloroso sostegno ad una candidatura
che valorizza un altro degli aspetti della cultura
italiana e, senza alcun dubbio, uno di rilevanza
internazionale.
Louis Bergeron
Ecole des Hautes Etudes en Sciences sociales, Presidente onorario a vita
del TICCIH, Koinetwork g.e.i.e.
Per Sesto San Giovanni patrimonio
dell’umanità
Forma urbis
Sesto San Giovanni è situata nel cuore della città
regione1 che va dal Piemonte al Veneto. In questo
cuore c’è la Milano storica, ma c’è anche Sesto,
una città giovane, piccola di territorio ma carica
di storia: il quinto centro industriale del Paese nel
Novecento, nel cuore dell’area più industrializzata
d’Italia.
83.000 abitanti stretti fra Milano e Monza,
alle quali sono legati senza soluzione di
continuità, eppure dotati di un robusto senso di
appartenenza e di un’identità forte, riconosciuta
anche dall’esterno. 83.000 abitanti su soli 12
chilometri quadrati, che ne hanno fatto una delle
città a più alta densità in Europa, con un uso del
suolo superiore al 75%, rispetto al 66% della pur
congestionata Milano. Un borgo rurale e luogo
di villeggiatura esploso in città agli inizi del
Novecento, attorno a due linee di comunicazione
strategiche, la strada e la ferrovia che da Milano
portano a Monza (e a Como, Lecco, al San
Gottardo), che le hanno dato sia il formidabile
sviluppo sia la divisione del territorio in due parti
separate. Per Sesto è sempre stato così. Le forze
che ne hanno fatto la storia hanno plasmato la
forma stessa della città: gli stabilimenti cinti di
mura, inaccessibili e impenetrabili, e i grandi assi
di trasporto viario e ferroviario hanno occupato il
suolo e ne hanno dettato la ripartizione. Attorno si
sono disposte le abitazioni, mentre la vitalità e la
solidarietà operaia si riflettevano nel proliferare dei
circoli, dei centri sportivi, dei dopolavoro.
Oggi non è più così, ma la mappa della città resta
tuttora, per necessità e per scelta, un libro aperto
sulla sua traiettoria di sviluppo nel Novecento.
La storia della città
A Sesto ben si adatta la controversa espressione
di “secolo breve” coniata in altro contesto da
Eric Hobsbawm2: possiamo racchiudere tra
l’insediamento della Breda nel 1903 e l’ultima
colata al forno T3 della Falck nel 1996 l’intera
parabola dell’industrializzazione novecentesca.
In soli dieci anni – dal 1901 al 1911 – il borgo
agricolo passò da 7.000 a 15.000 abitanti, e
nello stesso arco temporale, a partire dal 1908,
la Breda moltiplicò per 20 la superficie occupata,
da 48.000 a 925.000 metri quadri. A questa
tumultuosa espansione concorre, oltre alla linea
1 Faccio riferimento alla concettualizzazione proposta da
Guido Martinotti e sviluppata con Mario Boffi e Tonina Melis del
Laboratorio GisLab-Quasi dell’Università degli studi di Milano
Bicocca.
2 Eric J. Hobsbawm, Il secolo breve, Milano, Rizzoli 1995,
(The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914-1991,
London, Michael Joseph, 1994).
41
ferroviaria e all’asse stradale servito dal trasporto
pubblico, la crescita e la delocalizzazione delle
industrie milanesi, supportata dalla creazione
programmata del quartiere industriale nord Milano
lungo l’asse di viale Fulvio Testi e del nuovo
quartiere industriale raccordato a est della ferrovia
lungo viale Edison. Decisiva, infine, la disponibilità
di energia elettrica proveniente dall’impianto
Edison di Paderno d’Adda fin dal 1898, e
successivamente dalla Valtellina. Fabbriche,
strade, binari e case operaie costruirono così il
paesaggio urbano industriale di Sesto. Lo sviluppo
urbano segue prima il dilagare, poi il ritrarsi
degli stabilimenti: la città crebbe fino a toccare
i centomila abitanti negli anni settanta, per poi
diminuire. Negli anni quaranta ne contava circa
40.000, ma erano 45.000 gli operai impiegati
nelle sue fabbriche. Questa storia titanica si
sviluppa dunque interamente nel breve volgere
di novant’anni, e si conclude tanto rapidamente
come era iniziata. Ma in questo tempo ristretto
operano a Sesto imprese come la Breda con 5
sezioni (elettromeccanica, ferroviaria, fucine,
siderurgica, aeronautica), le Acciaierie e Ferriere
Lombarde Falck con 5 stabilimenti, Ercole Marelli
(2 stabilimenti), Magneti Marelli (4 stabilimenti),
OSVA, Pompe Gabbioneta (tuttora attiva), Campari
– che oggi ha delocalizzato la produzione ma ha
portato a Sesto la sede del gruppo – e tante altre.
42
Un patrimonio d’eccezione
Quando si parla di patrimonio industriale a Sesto
ci si riferisce a 37 siti all’interno del territorio
cittadino descritti nel dossier di candidatura
all’UNESCO, che costituiscono un sottoinsieme
dei beni storico-documentali catalogati dal PGT.
Sono siti tra loro molto diversi, tali da restituire
l’intera articolazione territoriale e funzionale della
città fabbrica, che hanno una maggiore densità in
corrispondenza della ex area Breda e dell’ex area
Falck.
—— Il MAGE dal pavimento in mattonelle di ghisa,
tutto colonne e vetrate: di qui, dalle donne del
reparto bulloneria, partirono gli scioperi del
marzo 1943.
—— L’OMEC, l’officina meccanica in stile liberty
dal pavimento in legno: 280 metri di shed,
l’albero motore lungo il muro e il rifugio
antiaereo nei sotterranei.
—— L’area Breda, dal Carroponte al cilindro della
Torre dei modelli;
—— La Campari, ieri stabilimento, oggi centro
direzionale e museo;
—— I grandi forni in acciaio da dieci o da
trentamila metri quadrati di superficie.
—— E ancora le portinerie, le torri piezometriche, la
cabina di controllo dei treni merci che percorrevano
i 27 chilometri di rotaie all’interno degli stabilimenti,
e che passavano da uno stabilimento all’altro
attraversando e interrompendo, senza preavviso e
senza protezione, le strade cittadine.
Torre dei Modelli, foto storica.
—— Sottoterra si trovano i bunker antiaerei e i
cunicoli di collegamento fra i reparti, mentre
in quota incontriamo la montagnetta del Parco
Nord – le scorie della Breda siderurgica – e
le colline del Parco Media Valle Lambro
costituite dagli scarti di produzione della
Falck: due luoghi apparentemente naturali, in
realtà frutto dell’attività industriale, che sono
anche significativi punti di osservazione del
paesaggio industriale cittadino.
—— Ma si pensi anche all’enorme – e non casuale
– varietà degli insediamenti residenziali:
dall’ostello ai condomini, dalle case alle
villette, ai villaggi: per gli operai, per gli
impiegati, per i quadri o i dirigenti.
—— E poiché la vita non si esaurisce nella casa e
nella fabbrica, per quanto duro sia il lavoro,
ci sono i luoghi della società: dalla scuola
alla chiesa, dagli impianti sportivi ai circoli
ricreativi, anch’essi di diverso tipo: familiari,
aziendali, cooperativi e mutualistici; comunisti,
socialisti, cattolici.
Circolo San Giorgio, foto storica.
Per tutti questi luoghi, ed altri ancora, il tema
non è solo la salvaguardia – che è naturalmente
condizione di ogni discorso – ma la fruibilità, la
messa in rete, la leggibilità: che è fatta di rispetto
e di riuso, della capacità di farli emergere sul
territorio come una trama di testimonianze e di
rimandi.
Per un altro verso, molto dipende dalle politiche
culturali, dalla ricerca, dalla formazione: il
patrimonio materiale parla se è interrogato dalla
curiosità degli abitanti e dei visitatori, e se trova
nello studio, nei percorsi guidati, nella memoria
collettiva le parole per esprimersi. Questo è
tanto più vero in quanto una parte decisiva del
patrimonio di cui oggi dispone Sesto è di tipo
documentale. La Fondazione ISEC raccoglie,
ordina, studia e rende accessibile un enorme
patrimonio di libri, giornali e riviste, archivi,
fotografie, disegni tecnici: l’intero archivio
nazionale della Breda, l’archivio e la biblioteca
tecnica Ercole Marelli, le biblioteche Frumento
e CERCO e i disegni tecnici della Falck, oltre a
documenti di moltissime altre imprese di primo
piano dell’area milanese. Le sue collezioni e la
sua attività scientifica sono un punto di riferimento
per lo studio della storia economica, industriale e
sociale in Italia.
La cultura della città
La ricerca storica ci consente di vedere la vita
che scorreva dietro le mura delle case e delle
fabbriche: le appartenenze, le identità, le lotte che
vi si svolgevano; un secolo di conquiste sindacali,
dagli scioperi del 1919 alla nascita, proprio a
Sesto, del servizio di medicina negli ambienti
di lavoro nel 1972; un contributo straordinario
alla Resistenza e alla Liberazione nel ’43-’45:
la medaglia d’oro alla città, certo, ma anche
oltre 600 deportati, più dell’uno per cento della
popolazione.
C’è però qualcosa di ancora più profondo: una
cultura del lavoro fatta di orgoglio del proprio
ruolo, di professionalità e responsabilità, di
senso di appartenenza, che matura in fabbrica
tanto quanto nei sindacati, nei partiti, nel tessuto
associativo. Un crogiolo di modelli imprenditoriali,
dall’autosufficienza della Falck, che produce tutto
in casa (dall’energia ai pezzi di ricambio), alla
specializzazione produttiva della Breda; dalla
grande tradizione del paternalismo industriale dei
Falck, che organizzano anche tutta la vita dei loro
dipendenti, agli investimenti della Marelli e della
Breda nella formazione professionale.
Una cultura tecnica diffusa che trova alimento nella
convergente attenzione e consapevolezza dei
lavoratori e delle imprese.
Una capacità di innovazione frutto di scelte e
investimenti precisi, dall’Istituto scientifico Ernesto
Breda al Centro ricerche e controlli (CERCO) della
Falck, al pionierismo della Campari nel marketing
e nella pubblicità.
Manifesto di Depero per Campari.
Le ragioni della candidatura all’UNESCO
Nasce da questi tratti della storia e della
cultura sestesi il riferimento ai criteri proposti
per l’iscrizione. In primo luogo la forza e la
testimonianza della civiltà della fabbrica: parliamo
di una realtà produttiva e di una comunità urbana
che ha comandato un sistema sovraregionale di
pendolarismo e di immigrazione delle persone, di
approvvigionamento dell’energia e delle materie
prime, di organizzazione dei processi produttivi;
e che si è collocata nel mercato internazionale
dei prodotti. In secondo luogo la peculiarità e la
riconoscibilità di un paesaggio che esprime la
fase della grande industrializzazione: facciamo
riferimento a un paesaggio che per morfologia,
varietà, complessità, articolazione delle categorie
produttive e delle tipologie edilizie presenta i
caratteri dell’unicità e dell’eccezionalità, peraltro
propri anche di alcuni singoli manufatti. È
un paesaggio al tempo stesso universalmente
rappresentativo della storia della seconda
industrializzazione contemporanea. Infine gli
eventi, le idee, le tradizioni che sono alla base dei
principi e delle istituzioni della democrazia: dalla
Resistenza alle lotte operaie, la storia sestese del
Novecento testimonia la nascita e l’affermazione
della democrazia di massa così come del sistema
di valori e di regole che innerva lo stato sociale
del compromesso socialdemocratico.Di questo
patrimonio, dunque, la città di Sesto chiede con
convinzione il riconoscimento.
43
Tutela, gestione e mobilitazione
Un grande patrimonio richiede risorse,
strumenti e politiche per la tutela, la gestione, la
valorizzazione, il riuso.
Quanto alla salvaguardia, rimando ai contributi di
Morabito e Cerruti. L’amministrazione comunale ha
scelto di applicare i massimi strumenti di tutela di
cui dispone: aver affrontato questo tema attraverso
il PGT da un lato è la precondizione per una messa
in sicurezza del patrimonio e quindi per qualunque
politica successiva, dall’altro ha significato
permeare della riflessione sulla memoria le linee
di indirizzo dello sviluppo urbano e consente di
trovare nelle attuazioni urbanistiche una parte delle
risorse necessarie.
Un altro strumento per la tutela, meno formale ma
non meno importante, è il consenso dei cittadini
e delle istituzioni: di qui l’importanza attribuita
all’informazione e al coinvolgimento dei cittadini e
delle scuole nella promozione della candidatura,
in primo luogo grazie al Comitato di Sostegno;
di qui, ancora, la piena collaborazione con la
Provincia (che, come il Comune, sostiene unanime
la candidatura) e il dialogo tecnico intavolato con
il Ministero dei Beni e delle attività culturali. Su un
altro versante è di grande rilievo l’interscambio
con i saperi universitari e il raccordo con le
reti nazionali e internazionali del patrimonio
industriale – quali AUDIS, AIPAI e TICCIH – e delle
città in trasformazione3.
Naturalmente il passo successivo alla tutela è la
valorizzazione e la gestione, con l’apertura dei
beni al pubblico. Qui i successi e le difficoltà
di questi anni ci hanno aiutato a mettere a
fuoco alcuni importanti aspetti metodologici:
i tempi del riuso e dell’accesso del pubblico
sono necessariamente lunghi; le ingenti risorse
necessarie vanno reperite prevalentemente negli
accordi con altre istituzioni – segnatamente
Regione e Provincia – e nei processi di
trasformazione urbana; i progetti devono essere
modulari e flessibili, cioè realizzabili per parti
in fasi successive e continuamente modificabili;
devono essere a maglie larghe ed è importante
che passino attraverso fasi di riuso temporaneo4;
la tutela stessa, nel caso di beni posseduti o
gestiti da privati, deve assumere forme condivise
con il gestore anche attraverso la sottoscrizione
44
3 AUDIS è l’Associazione delle aree urbane dismesse,
AIPAI l’Associazione italiana per il patrimonio archeologico
industriale, TICCIH The International committee for
the conservation of industrial heritage. Esempi di reti e
progetti europei sono TRACE, la Rete delle città europee
in trasformazione, e Net-TOPIC (Tools and approaches for
managing urban Transformation Processes in Intermediate
Cities).
4 Per una sintetica rassegna di diversi casi di riuso a Sesto e
dei problemi correlati rinvio al mio intervento “Le patrimoine
industriel de Sesto San Giovanni. Expériences et projets de
réutilisation et réaménagement pour la croissance culturelle et
économique”, in Patrimoine de l’industrie/ Industrial Patrimony,
n.22/2009.
formale di reciproci impegni. Nel caso di Sesto si
presenta una gamma molto vasta di situazioni, che
spaziano dal riuso completato con successo, come
è il caso del Carroponte, fino al recupero ancora
da avviare come per la maggior parte dei beni
compresi nelle aree Falck.
Infine, la gestione del patrimonio immobiliare
si intreccia con le politiche di promozione,
di fruizione, di valorizzazione, in un duplice
senso: da un lato l’apertura dello Spazio
MIL, dell’Archivio Sacchi e della Galleria
Campari, i laboratori per le scuole, le visite e le
manifestazioni promosse dalla Fondazione ISEC
e dall’Amministrazione comunale consentono
di far vivere il patrimonio e di farlo conoscere
a un pubblico sempre più ampio, non solo
sestese; dall’altro queste attività sono a loro
volta condizione per rafforzare la condivisione
del progetto di candidatura e per far sì che
dai cittadini stessi venga una domanda di
salvaguardia e di riuso del patrimonio, che è una
delle principali condizioni di successo sia per la
tutela sia per la candidatura. La città di Sesto ha
vissuto con sofferenza la crisi e la dismissione delle
grandi fabbriche negli anni ottanta e novanta.
Nella ricerca di nuove funzioni, nuovi modi di
vivere, nuove destinazioni di luoghi ed edifici,
molto è stato fatto e molto resta da fare. Ma in
questo sforzo, la salvaguardia del patrimonio
cittadino – fisico, immateriale e, si potrebbe
dire, morale – è stato un punto fermo. Da un
quindicennio almeno questa consapevolezza si
è fatta strada, si è tradotta in politiche, in atti
amministrativi, e – quel che più conta, perché
è garanzia delle politiche – in consapevolezza
diffusa, in partecipazione.
Dal 2006 ad oggi possiamo contare almeno una
iniziativa a settimana – non solo del Comune,
ma di scuole, associazioni, istituzioni culturali –
incentrata sulla storia e sul patrimonio di Sesto.
Questo impegno segna un cammino che non
è volto al passato ma al futuro. Il cammino di
una comunità che sa che tanto più potrà essere
all’altezza delle nuove sfide, quanto più sarà
dotata dell’autonomia e della fiducia che viene
dall’ancoraggio alla propria storia. Sa che avrà
bisogno di mappe, di pietre miliari. Ed è risoluta
a trovarle nelle sue strade e nelle sua storia, per
salvarle, renderle accessibili e comprensibili, e
metterle a disposizione di tutto il mondo.
Federico Ottolenghi
Responsabile Dossier Candidatura Unesco, Comune di Sesto San Giovanni
dossier urbanistica
rivista di cultura urbanistica e
ambientale dell’istituto nazionale
di urbanistica
anno XXX
Giugno 2011
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bobbio, domenico cecchini,
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coppola, Giuseppe de luca,
GiorGio dri, valter fabietti,
marisa fantin, Gualberto
ferina, fulvio forrer, roberto
Gerundo, mauro Giudice,
Guido leoni, roberto lo
Giudice, fabrizio manGoni,
franco marini, maria valeria
mininni, sauro moGlie, piero
nobile, federico oliva, simone
ombuen, francesca pace,
fortunato paGano, mario
piccinini, claudio polo,
pierluiGi properzi, francesco
rossi, nicolò savarese,
francesco sbetti, stefano
stanGhellini, michele talia,
Giuseppe trombino, silvia
viviani, comune di roma,
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renzi), reGione toscana
(riccardo conti).
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