Ci hanno lasciato - Centro Studi Assaggiatori

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Ci hanno lasciato - Centro Studi Assaggiatori
Ci hanno lasciato
Luigi Odello
Franco Barbero
Abbiamo avuto una sola discussione, in venticinque anni: sosteneva che la sua
tessera da assaggiatore di grappa avesse il numero 13, come la mia. Non ci ricordammo mai di andare a controllare. Così insieme abbiamo fatto tante cose, tante
davvero. Andavo a trovarlo in ogni stagione, ma prediligevo giungere nella sua
distilleria in Mombercelli in autunno inoltrato, meglio di sera, quando più forte,
tra le nebbie di quella regione che sta a cavallo tra Langhe e Monferrato, si faceva
l’odore della vinaccia che esalava gli ultimi aromi all’apertura dell’alambicco. Insieme si faceva la degustazione dei campioni dell’annata, un rito per me di estremo interesse, con il quale sono cresciuto non poco come assaggiatore e anche come divulgatore. Di lui mi fidavo: se era di Ruché era tale, se di Grignolino anche.
Molte leggende metropolitane sulla grappa si dissolsero parlando con lui, e fecero posto a una conoscenza più pragmatica, lontana dalle logiche commerciali. Mi
convinse che la Barbera, ai tempi poco apprezzata come vino, ancora con quell’alea del bottiglione simbolo del Piemonte meno nobile che si avviava sul mercato
milanese, era uno dei migliori vitigni da grappa, mi aprì le conoscenze sulla metamorfosi della grappa di Moscato tra appena distillata e quella stagionata, mi
erudì sui legni, dei quali era un vero cultore e per primo espresse una collezione
della medesima acquavite invecchiata in sei essenze diverse. Molte volte nella sua
distilleria, tra gli alambicchi bagnomaria di stile piemontese, facevamo tardi e
Teresa, moglie e colonna portante anche in distilleria, ci invitava tutti e due a cena, dove si discuteva con il figlio Piero, allora avviato alla carriera forense.
Man mano che i suoi capelli si facevano bianco argento la nostra collaborazione
aumentava: presidente degli assaggiatori di grappa del Piemonte quando io ero
in consiglio nazionale, poi insieme fondatori del Centro Studi Assaggiatori del
quale è stato per lunghi anni amminstratore, quindi ancora insieme nella costituzione dell’Istituto Grappa Piemonte, un’impresa che pareva impossibile considerato il carattere individualista dei subalpini lambiccari. Invece l’impresa riuscì
così bene che dopo due anni si costituì l’Istituto Nazionale Grappa. Franco Barbero fu primo presidente del primo e secondo presidente del secondo, quando io
ne ero segretario.
Con me parlava sovente in piemontese, non
di rado si rammaricava delle corte vedute
del comparto, della gente piccola che voleva
sfruttare il grande nome della grappa. Ma
era sempre pronto a dire di sì a qualsiasi iniziativa, che si trattasse di una missione ad
Asti o a Parigi. Sopportava tutti, anche me.
Pregno della saggezza di una popolazione
che ha sempre dovuto lottare con le unghie,
appassionato al suo lavoro come pochi, fiducioso che le cose si potessero cambiare,
sapeva essere leader pur parlando poco in
pubblico.
Franco Barbero ci ha lasciati nel mese di novembre. La sua branda, la sua La Tastevin
continuerà a ricordarlo. Noi, e quell’Italia
(praticamente tutta) che l’ha conosciuto e
amato, non lo dimeticheremo. Ma ci mancherà. E non c’è un filo di retorica in questo.
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L’ASSAGGIO 16 - INVERNO 2006
Pietro Berni
Quando mi presentai per la prima volta a tenere il corso di analisi sensoriale all’Università di Verona, ai futuri enologi, seduto in un banco come
un qualsiasi studente, c’era lui, il “P”rofessor Pietro Berni. La “p” maiuscola in questo caso è di rigore, perché lui non solo era ordinario di Economia e Politica Agraria, ma anche maestro di vita. Il Centro Interuniversitario per la Viticoltura e l’Enologia, che da poco ha la sua sede nella gentilizia Villa Lebrect di San Floriano in Valpolicella, forse non sarebbe mai
stato costituito se non ci fosse stato lui. E al corso di laurea per i futuri
enologi ci teneva come se da sempre avesse fatto parte dei suoi obiettivi
più ambiziosi. La sua presenza in aula, per quanto potesse mettermi un
poco in soggezione, non era una manifestazione di diffidenza nei confronti di un nuovo docente, ma un’espressione del suo carattere che nulla
lasciava al caso, che lo portava a interessarsi di tutto quanto poteva riguardare la formazione e la crescita dei suoi studenti.
Grande cultore della ricerca scientifica, profondo studioso di marketing
agroalimentare con un occhio di riguardo alle produzioni tipiche, esperto riconosciuto e stimato in molte associazioni accademiche di economia
agraria che non di rado gli conferirono incarichi importanti, si appassionò anche all’analisi sensoriale, tanto che fu tra i soci fondatori dell’International Academy of Sensory Analysis.
E’ mancato lo scorso mese di maggio, senza poter vedere compiuta la sua
opera, ma lasciando una scuola di economia e di marketing che sicuramente proseguirà sulla strada da lui indicata. Come cercheremo di fare
noi sensorialisti, nel suo ricordo.
Francesco Meotto
Correva il 1996 quando Giacomo Oddero, allora presidente dell’Ente Turismo Alba Bra Langhe e Roero, riunì una serie di competenze di alto livello intorno al tartufo bianco d’Alba con l’intento di tutelare il diamante
della cucina attraverso la ricerca scientifica. Fu proprio alla prima assise a
Grinzane Cavour che conobbi Francesco Meotto. Di aria bonaria e simpatica, parlava con l’accento piemontese che mi è famigliare, non si dava
arie, non pontificava, ma stupiva. Dopo un suo intervento non ci sarebbe
sembrato esagerato se sul suo biglietto da visita ci fosse scritto “Francesco
Meotto, maggior esperto al mondo di tartufi”. Invece crediamo di non
avere mai espletato con lui una simile formalità, comoda e necessaria, per
carità, ma impropria per gente di campagna. Perché lui, tecnico del Consiglio Nazionale delle Ricerche, conosciuto ovunque nell’universo dove
crescesse un fungo ipogeo, di campagna lo era davvero, incline come pochi ad appendere il camice bianco in laboratorio per andare per boschi.
Per una vita si è occupato di funghi ectosimbionti e della caratterizzazione delle loro micorrizze, ha popolato la bibliografia internazionale con
ricerche di spessore, ha insegnato con devozione e generosità quanto sapeva. E, come tutti quelli che sanno che continueranno a imparare, delle
sue conoscenze non faceva mistero a nessuno.
Per il Centro Studi Assaggiatori ha firmato la pubblicazione L’Assaggio
del tartufo, pubblicata i tre lingue. Per me, che ho avuto il piacere di conoscerlo da vicino, ha acceso una nuova candela sul vero sapere.
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