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La musica che gira intorno
Viaggiatori d’Occidente - Ogni viaggio ha la sua colonna sonora
/ 09.01.2017
di Claudio Visentin
Il nome di questa rubrica, Viaggiatori d’Occidente, ricalca il titolo di una canzone di Ivano Fossati:
racconta la complessità del viaggiatore contemporaneo, «poco convinto di appartenere a questa o a
un’altra terra», dopo essersi lasciato alle spalle i troppo facili sogni del turismo.
Ogni viaggio del resto ha la sua colonna sonora. Canzoni che ci incuriosiscono e ci spingono a
conoscere meglio un Paese lontano; canzoni che portiamo con noi nella memoria digitale del nostro
smartphone e scorrono in sottofondo nel tempo sospeso del transito; oppure canzoni incontrate per
via, che rimangono per sempre associate ai luoghi visti e ce li richiamano alla mente ogni volta che
le ascoltiamo.
Gli esempi sono numerosi. Per esempio di canzoni è tutto intessuto il viaggio lungo la rotta hippie,
negli anni Sessanta, alla scoperta del favoloso Oriente. «I tempi stanno cambiando» («The Times
They are a-Changin») cantava Bob Dylan nel 1964 rivolto a padri e madri di una generazione ribelle:
«Non criticate ciò che non capite. I vostri figli non sono ai vostri ordini…». Ma un brano più di ogni
altro dava voce all’incanto della meta lontana, Katmandu (1975), del cantante rock Bob Seger, con la
caratteristica, martellante ripetizione della «k» iniziale. Curiosamente quando scrisse quei versi Bob
Seger non era mai stato nella capitale del Nepal. Celebrava piuttosto il desiderio di lasciarsi alle
spalle il vecchio mondo della famiglia, della scuola, del lavoro, del consumo: «Se mai mi tiro fuori da
qui, voglio andare a Katmandu». E un giorno, proprio lungo la rotta hippie, il verso mal compreso di
una canzone (Space Captain di Joe Cocker, 1970), dove si raccontava di un lovely planet, diede il
nome alle famose guide turistiche Lonely Planet.
Gli echi di quella straordinaria esperienza continuano a risuonare nel tempo. A distanza di decenni
lo scrittore australiano Peter Moore ha ripercorso lo stesso itinerario (La strada sbagliata. Da
Londra a Sidney per la via più lunga, 1999) spinto da una genuina invidia generazionale – «Gli hippy
avevano la musica migliore, le droghe più buone, potevano fare sesso con chi volevano ma
soprattutto facevano i viaggi più belli» – e quasi inevitabilmente si è trovato a scandire ogni tappa
del viaggio (e ogni capitolo del libro) con una diversa canzone.
Nel frattempo il carisma di Bob Marley ha imposto la musica reggae in tutto il mondo. Dopo la morte
prematura nel 1981 migliaia di viaggiatori hanno visitato la sua casa natale e la tomba nel villaggio
di Nine Mile, in Giamaica. Ma le sue canzoni più famose sono anche un inno alla globalizzazione.
Puoi essere nelle Filippine, nella costa orientale dell’Africa o in Sud America, ma quando stai
passeggiando sulla spiaggia e senti una canzone di Bob Marley, per esempio Three Little Birds, con
quel ritmo così caratteristico, allora sai che ci sono dei viaggiatori indipendenti (backpacker), sai che
è cominciato il conto alla rovescia ed è solo una questione di tempo prima dell’arrivo dei villaggi
vacanza, dei pullman e dei voli charter pieni di turisti.
Così mi spiegava qualche anno fa un grande viaggiatore americano, Rolf Potts. E ancora Potts mi
raccontò di un suo soggiorno mediorientale e di un curioso equivoco legato a una canzone. Quando
andò a Beirut fu rapito da un tale Mr. Ibrahim, un facoltoso libanese che eccedeva in ospitalità, sino
a controllare ogni momento della giornata del suo protetto. Ebbene Mr. Ibrahim era un devoto,
molto orgoglioso di non aver mai toccato una donna nonostante avesse già passato i trent’anni, e
tuttavia ascoltava sempre nella sua macchina la canzone Sex Bomb di Tom Jones. Ma quando il suo
ospite americano gli tradusse il testo, inorridì: aveva sempre pensato che il titolo fosse «Six Bombs»,
cioè «Sei bombe», credeva insomma che la canzone parlasse di guerra, non di una bomba del sesso.
E da allora non volle più ascoltarla…
Scegliere la colonna sonora del proprio viaggio prima della partenza è sempre un’ottima
preparazione a nuove esperienze; e riflettere sulle nostre scelte spontanee ci aiuta a capire meglio
cosa ci aspettiamo, cosa cerchiamo davvero. La rete trabocca di suggerimenti, ma è difficile trovare
quel che fa al caso nostro; meglio fare da soli. Si può compilare una playlist di brani diversi, ma uno
solo dovrebbe essere il vero tormentone del viaggio. Non dev’essere necessariamente un successo.
Ricordo per esempio un’estate siciliana a Marsala, il luogo dello sbarco dei Mille, scandita da Il
Garibaldi innamorato di Sergio Caputo, ingloriosamente ultimo nel Festival di Sanremo del 1987: «E
il Garibaldi fissa il mare e tira un sorso di rhum…».
Lo scambio di idee e brani con i futuri compagni di viaggio è naturalmente benvenuto. Potrete poi
decidere se confermare la canzone adottata prima della partenza, o sceglierne invece un’altra
incontrata strada facendo. Perché naturalmente c’è tutta la musica dei luoghi attraversati: una radio
locale ascoltata in un bar, dei giovani musicisti di strada, un vecchio negozio di dischi ecc. Tutte
occasioni per conoscere meglio un altro Paese attraverso la sua musica, allargando con nuove
sonorità il vostro orizzonte: lasciatevi tentare.