Focus On - Pianeta Tabacco

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Focus On - Pianeta Tabacco
Australia: “boom” del mercato nero
dopo l’avvento del pacchetto neutro
e delle super-accise
Pianeta
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Tabacco
E
La conferma dall’ “Herald Sun”
ra nell’aria, ma le cifre riportate nell’articolo pubblicato il mese scorso dall’Herald Sun, quotidiano di Melbourne,
hanno davvero fatto rumore. C’è poco
da fare: grazie alle recenti iniziative del governo di
Camberra, il fino a ieri tutto sommato secondario
mercato del tabacco australiano ha assunto una
valenza di vero primattore, scalando le vette della
classifica dei mercati più monitorati in assoluto
dalle multinazionali del settore e dagli organi statali di controllo di tutto il pianeta.
Il Paese dei canguri, infatti, ha intrapreso con forza
due strade molto controverse nella lotta contro il
tabagismo, configurandosi come una sorta di
“pesce pilota” che permette di monitorare il reale
funzionamento di determinate iniziative, delle quali
da tempo si argomentava in via teorica ma che non
erano mai state testate in corso d’opera.
E’ ormai noto che l’Australia ha introdotto più di
un anno fa il “plain packaging” nella sua versione
radicale (immagini shock sulla quasi totalità del
pacchetto e, nel limitato spazio a disposizione, applicazione di un terribile color verde oliva uniforme e denominazione del marchio con caratteri
standardizzati e quasi illeggibili), mentre è meno
diffusa la conoscenza del fatto che il governo Aussie ha aumentato – sempre di recente – le accise
dei tabacchi del 25%.
Orbene, che accade dunque quando simili misure
passano dallo studio in vitro alla concreta realizzazione? Il buon senso che da tempo postuliamo da
queste colonne implica una considerazione preliminare, ormai abusata ma necessariamente da ripetere: le misure realmente sensate ed efficaci per
evitare la diffusione del fumo tra i minori, per informare correttamente i fumatori sui rischi del
fumo e per tutelare i non fumatori dal fumo passivo meritano la totale ed incondizionata condivisione ed approvazione. Ci mancherebbe.
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Viceversa, l’adozione di un approccio puramente ideologico, di matrice quasi “talebana”,
non solo è idealmente sbagliato in quanto gravemente lesivo della libera autodeterminazione
dei cittadini, ma si rivela inefficace scontrandosi
con i dati di fatto, che notoriamente sono più
duri delle pietre.
Ad “educare” il popolo, spiegando, (anzi imponendo) cosa è “bene” per tutti attraverso atti normativi hanno pensato fior di democratici come
Robespierre, Stalin e Pol-Pot, e francamente gli
esiti non sono stati esattamente entusiasmanti.
Cambiano i periodi storici e, per fortuna, i termini
della questione, ma i risultati tendono ad uniformarsi. Venendo a noi, infatti, la premessa necessaria per leggere i dati riportati dalla relazione
commissionata dalle case produttrici al colosso
KPMG sul mercato australiano nel 2014 è semplice: piaccia o meno, molte persone continuano
e continueranno ad apprezzare il fumo ed a concedersi il lusso di consumare tabacco. Punto.
Una volta informati dell’indiscutibile rischio sanitario correlato, una volta protetti i minori e la maggioranza non fumatrice, un più o meno consistente
zoccolo duro di appassionati delle “bionde” esisterà
sempre. Lo insegna la storia, lo insegna l’esperienza,
lo conferma il semplice buon senso.
Se ciò è vero, perseguire e perseguitare (altri verbi
non sono più adatti) i fumatori non porterà ad
altro risultato che spingere il mercato legale verso
il versante oscuro, quello del contrabbando e della
contraffazione. Non si scappa. E di questo fatto i
nostri parlamentari - in questi mesi impegnati nella
discussione della legge di delegazione europea,
che tra le altre cose definirà i “paletti” entro i quali
verrà concretamente recepita la severissima Direttiva UE 40 sui prodotti del tabacco - è bene vengano edotti, prendendo coscienza quanto prima
degli enormi rischi finanziari correlati.
gica’”, riportando le cifre dei carichi illegali bloccate
delle tonnellate di prodotto sequestrato. Rimane il
fatto che quando un pacchetto di sigarette illegali
costa anche 10 dollari meno di quello acquistato
attraverso il canale ufficiale, sembra difficile immaginare una tendenza di segno diverso, e l’attività dei
“finanzieri” australiani rischia di assomigliare alla
classica battaglia contro i mulini a vento.
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LA RECRUDESCENZA
DEL CONTRABBANDO IN ITALIA
Anche perché nel frattempo la crisi economica, come
era ragionevole aspettarsi, ha tirato la volata alla rinascita del mercato nero delle sigarette in Italia, facendo
registrare un vero e proprio ritorno al passato, la qual
cosa dovrebbe indurre a qualche riflessione coloro i
quali sono chiamati a legiferare in materia.
E per fare il punto sulla delicatissima situazione si
è rivelata assai interessante la “due giorni” di approfondimento sul tema del contrabbando organizzata dalla BAT a metà giugno presso la
struttura dell’hotel Parker’s a Napoli.
In questa occasione è stato presentato un rapporto
del network internazionale KPMG, il cui sunto è
straziante per le sensibili orecchie dell’Erario italico:
in soldoni (è proprio il caso di dirlo) la escalation
registrata comporta una perdita per le casse dello
Stato pari a 770 milioni di introiti fiscali.
Il 70% del “nuovo” contrabbando avviene principalmente in cinque città: Milano, Palermo, Trieste, Bari e, capofila, Napoli. Il fenomeno del
momento sono senza dubbio le cosiddette “cheap
white”, sigarette scadenti e spesso tossiche legalmente prodotte in Bielorussia, a Kaliningrad o in
Cina, ed importate illegalmente nella UE.
Nel 2014, il 34% dei sequestri nazionali è avvenuto in Campania: la Guardia di Finanza ha accertato 3844 violazioni, calcolando un volume
d’affari di 12 milioni di euro. In prima linea, per
la tutela della legalità, le Fiamme Gialle del Gico,
comandato dal tenente colonnello Giuseppe Furciniti ed il nucleo napoletano di polizia tributaria
guidato dal colonnello Giovanni Salerno. “Non
siamo certamente ai livelli degli anni Ottanta e Novanta dice quest’ultimo - quando
la percentuale di contrabbando
in Italia era superiore al 30
per cento. Oggi, però, regi-
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“HERALD SUN”:
UN MERCATO NERO MILIARDARIO
Di questo, infatti, tratta l’articolo dell’Herald Sun
del 5 maggio scorso: il quotidiano di Melbourne
afferma testualmente che il “billion dollar illicit tobacco black market” locale ha raggiunto un livello
record, “visto che i fumatori australiani barcollano di
fronte al prezzo delle sigarette legali”.
“I criminali – afferma l’articolista – stanno sfruttando
l’altissimo prezzo del fumo legale per realizzare profitti
enormi col contrabbando del tabacco a buon mercato proveniente da oltreoceano”. Secondo il citato rapporto
KPMG “l’anno scorso il 14,5% di tutto il tabacco consumato sul territorio australiano era illegale, vale a dire quasi
2,6 milioni di kg di sigarette, facendo registrare un aumento
del 30% rispetto al 2013”. C’è anche una nota di colore, nel rapporto in esame: alla crescita del mercato nero delle sigarette si è accompagnato il boom
del consumo di “chop chop”, confezioni di foglie di
tabacco sfuse vendute in confezioni generiche,
senza etichettatura né avvertenze sanitarie. Verrebbe da dire, ridendo: non volevate il plain packaging? Eccovi accontentati, di cosa vi lamentate?
Il tutto – e qui le antenne dei nostri parlamentari
dovrebbero drizzarsi – si è concretizzato in una
perdita fiscale per il governo federale pari a 1,35
miliardi di dollari.
Pacchetto neutro, crociate contro i fumatori e sigarette più costose - dato che costano circa sette
volte di più che in Paesi come Corea del Sud o Cina
- nella regione Asia-Pacifico (a pari merito con Singapore), hanno messo i razzi al contrabbando ed
alla contraffazione, senza far segnare sensibili mutamenti nel numero dei fumatori. L’unico segnale
rilevato, e legato alle meritorie campagne di informazione da tempo in atto, è una riduzione del numero degli young smokers, la qual cosa con i
provvedimenti in esame c’entra assai poco.
“Secondo John Gledhill, amministratore delegato di Philip
Morris Limited – prosegue l’articolo – non ci sono
dubbi sul fatto che l’eccessiva regolamentazione del tabacco
da parte del governo australiano sta di fatto incentivando il
mercato nero”. Sophia Dickinson, portavoce dell’Australian Customs and Border Protection Service, ha replicato all’Herald Sun che “il
contrabbando di tabacco
(smuggling, per gli anglosassoni) è una ‘priorità strate-
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striamo molti segnali che fanno pensare ad una ripresa del
fenomeno, con caratteristiche globalizzate”.
Nel corso dell’incontro sono state riassunte le risultanze delle più recenti investigazioni: le vie del
commercio abusivo coprono intere nazioni, attraverso una rete ben strutturata di organizzazioni
criminali. La vendita al dettaglio è affidata ai “minutanti”, che espongono la propria merce agli angoli delle strade, in bella mostra, che a molti
connazionali riporta alla mente – una sorta di deja
vu cinematografico – l’immagine storica della
Loren nelle vesti di Adelina in “Ieri, oggi e domani”
di Vittorio De Sica.
Tornando al presente, il prezzo medio di un pacchetto
è di 2 – 2,50 euro, quindi oltre due euro in meno rispetto all’acquisto in tabaccheria. Uno scatolone con
50 stecche contraffatte costa 100 euro all’ingrosso,
per essere rivenduto a 500. Profitti comparabili con
quelli garantiti dal traffico di stupefacenti.
Soltanto una minima parte dei carichi viene intercettata e sequestrata. Per comprenderne il motivo è sufficiente fare un giro all’Ufficio Dogane
Napoli 1, diretto da Antonio Libeccio. Il volume
di merce in transito ogni giorno è tale che risulta
umanamente impossibile estendere il controllo
al 100% della merce medesima. Su centinaia di
migliaia di carichi, vigilano, tra gli altri, Raffaele
Bandiera, capo area verifica e controlli e Maria
Rosaria Donesi, dirigente dell’antifrode. Sul
campo c’è Rodolfo Scuotto, capoufficio controlli: con la sua equipe esamina più di 60 mila
container l’anno, attraverso lo scanner Silhouetthe
2000, che analizza il contenuto di ogni cassa in
dettaglio. L’ultimo sequestro è di pochi giorni fa:
un carico di sigarette nascosto tra scatole di pentole a pressione. “Il fenomeno può essere contrastato
in più punti – dice il professor Enrico Maria Ambrosetti, Presidente dell’Osservatorio sul contrabbando - si può iniziare con l’inasprimento delle
pene anche per i minutanti, se recidivi”.
Della stessa opinione, Cesare Sirignano, pm della
Dda: “Occorre arginare il fenomeno anche a monte – aggiunge, - incentivare la collaborazione tra Paesi. Abbiamo
tracce di famiglie storiche di contrabbandieri napoletani emigrate in Polonia per gestire al meglio gli affari da lì. Ci troviamo di fronte ad una struttura criminosa e organizzata.
Quello che occorre evitare, prima di tutto, è continuare a
guardare al fenomeno del contrabbando come se si trattasse
di puro folklore”.
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LA RINNOVATA ATTENZIONE
DELLA STAMPA AL FENOMENO
DEL CONTRABBANDO
Facendo tesoro della lezione del giudice Falcone,
se è vero che per prendere le reali misure di un fenomeno criminale occorre “seguire il flusso dei soldi”,
oramai si può pacificamente affermare che il contrabbando – per dimensioni e ramificazione – rappresenta un vero caposaldo del crimine
organizzato. Urgono contromisure all’altezza, perché gli stessi organi di informazione stanno sempre più spesso denunciando che la situazione
locale è in fase di netto peggioramento rispetto al
marzo 2000, quando – grazie all’ormai leggendaria
“Operazione Primavera” - l’offensiva della Guardia di Finanza infranse la consolidata direttrice del
contrabbando “storico” tra la Puglia e la Campania, e finalmente i vicoli e le strade di Napoli si affrancarono dallo spettacolo delle bancarelle
abusive posizionate ad ogni angolo strategico.
Quindici anni dopo, purtroppo, si moltiplicano i
segnali di una recrudescenza del fenomeno.
Ne fa fede un bel servizio comparso sul “Corriere
del Mezzogiorno” il mese scorso, che si sofferma in
particolare su una ricerca effettuata da MSIntelligence, una società specializzata nel cosiddetto
TBA (Tobacco Brands Analysis), vale a dire il monitoraggio e lo studio analitico del mercato del tabacco partendo dalla…strada.
“Infatti il metodo di indagine seguito – ha scritto Gianluca Abate, autore del bel reportage – è quello più vecchio
del mondo, ma anche il più attendibile: la raccolta manuale
dei pacchetti abbandonati per strada. Cinquanta al corso
Garibaldi, cinquanta alla Stazione, cinquanta al corso
Lucci. Muniti di apposite pinze e di regolamentari guanti di
lattice, i ricercatori hanno scoperto che poco meno della metà
di quei pacchetti — il 41.4%, per la precisione — erano di
contrabbando. Un fenomeno che qualcuno ha frettolosamente
giudicato estinto non vedendo più le bancarelle agli angoli
delle strade, ma che invece dovrebbe allarmare parecchio”.
Non a caso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso per la prima volta nella storia di dedicare la giornata antifumo di quest’anno alla lotta
al contrabbando, con lo slogan “Stop al mercato illecito dei prodotti del tabacco”. Un mercato la cui capitale è Napoli, la città in cui il fenomeno presenta
i dati più elevati e allarmanti rispetto al resto delle
altre città italiane. Gli investigatori della MSIntelligence hanno stilato anche una mappa delle strade
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contrabbando sono state riscontrate anche quelle
contraffatte. Uno studio effettuato dalla British
American Tobacco nei laboratori di Southampton
della Anti Illicit Trade Intelligence Unit ha svelato che
contengono peli di topo, uova di insetti, filamenti
di metallo, pesticidi, arsenico, plastica e piombo,
e sono un affare enorme per la camorra dei Sarno,
dei Licciardi, dei Mazzarella. “Grazie a questi traffici
— spiega un dossier della Uk Border Agency — i
clan finanziano operazioni criminali di portata maggiore,
come ad esempio il traffico di droga o di armi”.
E, se il mercato illegale mette in crisi l’intero
Paese, è la Campania a pagare il prezzo più alto.
Qui, nel 2000, la coltivazione del tabacco occupava 78.000 lavoratori e contava su 17.688 aziende
(con 178.127 addetti totali). Oggi secondo un rapporto di European House-Ambrosetti l’81.8% di
quelle attività “è cessata”. La conferma di una legge
economica implacabile. La moneta cattiva scaccia
sempre quella buona, con buona pace di chi sostiene che in fondo il contrabbando partenopeo
in fondo fa parte del colore locale.
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delle “bionde” partenopee.
Al primo posto c’è via Labriola a Scampia, dove il
74.7% dei pacchetti di sigarette recuperati è risultato di contrabbando. Percentuali decisamente elevate anche alla stazione di piazza Garibaldi
(72.3%), corso Garibaldi (55.3%), via Santa Maria
della Fede (51.7%), via Vicaria Vecchia (46.5%),
via Sant’Antonio Abate (46.3%), rione Monterosa
(41%) e Calata Capodichino (40.9%). Solo in tre
strade non è stato trovato alcun pacchetto «illegale»: via Fratelli Cervi a Scampia, via Generale
Cosenza e via Miano.
Analizzando i pacchetti recuperati, inoltre, è stato
possibile appurare che il 68,3% dei prodotti riguarda sigarette prodotte legalmente all’estero ed
importate illegalmente dalle organizzazioni criminali, o sottratte dalle stesse (ad esempio attraverso
i furti dei tir) al mercato legale. Oltre il 30%, invece, le illicit whites, tra le quali attualmente spopolano i marchi bielorussi Minsk, Fest, NZ e American
Legend (queste ultime leader in Sicilia). Particolare
assolutamente non irrilevante, tra le sigarette di
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