wanted - Ali Rubel

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WANTED
Capitolo 1
Fuori dalle gigantesche strutture in metallo che custodivano la città, impedendone ogni contatto con ciò che era rimasto del Mondo di Fuori, doveva essere molto freddo. Nonostante la città fosse blindata da imponenti pareti di acciaio, kevlar e fibre di carbonio e fosse rivestita da un complesso labirinto di tubi per il controllo del clima, Roy Ullen, il Cacciatore, percepiva da qualche giorno una benefica sensazione. Gli pareva di sentire il vento gelido di quello che sarebbe stato un mese di novembre, prima del Collasso Biologico, farsi largo tra il marciume delle strade, alleggerendo l'aria fetida e rarefatta che ammorbava un’umanità sfiancata e marcescente. Forse era la prospettiva di porre fine al dominio dell'Imperatore, o la consapevolezza di aver ridotto in fumo un importante carico di droga dello Scacco, fatto sta che lo squillo del telefono pose fine ad un raro momento di distensione. Il Cacciatore si alzò dalla poltrona tracannando l'ultimo goccio di distillato organico di Mama Joe, una trans bionda e muscolosa che gestiva un locale per tossici e puttane del Livello 4. Morte, malattia ed esclusione mostravano in quel sudicio antro il loro volto flaccido, incorniciando sorrisi tristi e sguaiati nel disperato tentativo di trarre piacere dagli ultimi rantoli di vita. Era lì che il Cacciatore amava rifugiarsi per rinforzare l'odio e la vendetta che gli bruciavano nelle viscere e per incontrare l'Informatore lontano da sguardi indiscreti. “Pronto”, grugnì, ricordandosi all'improvviso che quella notte sarebbero andati al Seven.
"Ci vediamo a mezzanotte", ringhiò all'altro capo una voce strozzata.
Erano le dieci di sera, si fa per dire, dal momento che da diversi anni la luce del sole non penetrava le spesse barriere metalliche che occultavano le città alla palude e ai suoi sopravvissuti. La volta del cielo era stata sostituita da un'enorme cupola blindata ancorata a cancelli e pareti in acciaio e leghe, da cui si irradiava un groviglio di tubi per impieghi strutturali che servivano principalmente i 1
Livelli 1 e 2, lasciando i reietti del 3 e del 4 a misurare lo sfacelo dei propri corpi infatti in un'aria gravida di odori e sofferenza.
Eppure proprio al Livello 3, tra i vicoli arrugginiti e putrefatti che davano ospitalità a drogati, prostitute e straccioni, psicopatici, orfani e vecchi inservibili, si trovava il Seven, paradiso pornografico di ogni forma di violenza e sevizia, dove i dirigenti e i perbene dei piani alti scendevano per dare libero sfogo ai propri sfizi e sporchi piaceri. Ogni giorno le strade dei bassifondi venivano rastrellate da qualche tirapiedi dello Scacco a caccia di giovani donne e bambine affamate da trasformare in merce sessuale, in fornitrici di droga e non di rado in carne da macello.
A prima vista il Seven sembrava un locale qualunque dei livelli superiori. Era un posto di lusso. Alcol, ragazze bellissime, musica, soldi e gioco d'azzardo. Gente ricca che si divertiva. Solo che in realtà il Seven non era affatto un posto come un altro e già il fatto che si trovasse in una strada unta e polverosa del Livello 3 non lasciava dubbi a proposito. Spacciatori, magnaccia, dirigenti e affaristi dei piani alti scendevano nei sotterranei infetti della città per godere dello sfarzo che avrebbero trovato anche nelle loro zone, per sniffare, scopare, picchiare e uccidere. Ed era proprio questa la differenza.
Il Seven era un vero e proprio parco giochi a tema in cui uomini Ricchi e spietati pagavano fior fior di quattrini per compiere ogni Genere di immondizia. C'era chi ci andava anche solo per consumare
Sostanze di qualità, toccare qualche bel culo o ballare tutta la notte con l'uccello tra le cosce di una modella. E c'era chi, invece, si vestiva di tutto punto, salutava la moglie intenta a rimirare un giardinetto di plastica e si avviava eccitato al Seven per violentare adolescenti ritardate o progettare i crimini di cui si nutriva il cuore agonizzante di Hell City.
Ma tutto ciò non accadeva per caso. Dietro le luci e gli schiamazzi del Seven trovavano rifugio alcuni pezzi grossi dello Scacco, che da lì controllavano indisturbati lo spaccio di droga della città, poiché la 2
Guardia difficilmente si addentrava nei cunicoli e tra le bettole dei Livelli 3 e 4, tranne quando venivano comandate le retate dei moribondi.
Ormai Hell City era interamente in mano allo Scacco, che era riuscito a dislocare il proprio circuito criminale in ogni livello e perfino al di fuori della cinta metallica che proteggeva la città dai veleni del Mondo Di Fuori e dagli attacchi disperati delle carovane degli Untori.
Entrare al Seven non sarebbe stato facile, ma il Cacciatore aveva studiato il piano in ogni minimo particolare, reperendo notizie certe dall'Informatore e studiando per mesi il via vai frenetico di spaccini e killer dello Scacco.
Di una cosa era certo. L'Imperatore non si era mai visto nemmeno lì. Era il Boss a gestire il locale e proprio a lui si sarebbe rivolto per sferrare l'attacco decisivo contro i vertici dello Scacco.
Roy si sedette su una sedia con la testa tra le mani, poi balzò in piedi e percorse la stanza ingombra. Aprì una botola pesante che si trovava sul pavimento, sotto un tappeto lercio e talmente disgustoso che chiunque ci avrebbe pensato due volte prima di sollevarlo.
Scese l’angusta scalinata e quando sentì l’acqua stagnante dello scantinato accese una piccola torcia elettrica celata sotto l’ultimo gradino. Gli tremavano le mani, una debolezza che riusciva a controllare solo a patto di non trovarsi da solo, sopraffatto dall’angoscia che lo raggiungeva fulminea non appena varcava la soglia del proprio nascondiglio, dove i fantasmi del giovane Roy venivano a fargli visita travestiti da ricordi. Nei ricordi il dolore, nel dolore la rabbia. E per un’assurda incoerenza era proprio in quella rabbia folle, nell’incertezza schizofrenica in cui smarriva il senso della propria identità, che ritrovava il Cacciatore, quello che era diventato, la maschera di forza in cui si dibattevano le emozioni, il guscio di ferro che lo avrebbe portato a sconfiggere lo Scacco e a uccidere quella bestia immonda che si faceva chiamare Imperatore.
Aprì l’anta di un armadio con una chiave che teneva legata ai pantaloni ed estrasse una pesante borsa nera. Risalì le scale e chiuse la botola, riposizionando il drappo fetente che la copriva.
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Spalancò la cerniera e levò dall’interno una custodia di stoffa. Dentro c’era un piccolo arsenale, strappato negli anni a qualche cadavere dello Scacco o pagato a caro prezzo ai ricettatori del Livello 3: due fucili a canna liscia, tre fucili a canna rigata, una carabina Ancschutz, una Webley & Scott .6,35, una 44 Magnum Smith & Wesson, cinque Mauser C96, e quattro Walther TP, oltre a caricatori e cartucce in quantità.
Prese una Walther, la 44 Magnum e una Mauser e le infilò nelle fondine. Il pensiero di recuperare un fucile a canne mozze dal secondo nascondiglio gli attraversò la mente, ma sarebbe stato troppo rischioso cercare di passare i controlli del Seven con troppe armi addosso.
Avvolse una piccola quantità di trinciato in una cartina e aspirò una boccata di fumo rancido. Sentiva una crescente angoscia farsi largo. Bevve un altro goccio di intruglio alcolico di Mama Joe, ma non bastò a levargli di bocca il sapore amaro della tensione. Sarebbero riusciti a superare i gorilla dei primi piani? Avrebbe funzionato davvero il tesserino d'accesso per il terzo piano? E se li avessero perquisiti, nonostante il tesserino? Le mani gli tremavano ancora. Perché compariva Roy, quel ragazzino ingenuo che tanto odiava? E dove si celava quando il Cacciatore reggeva sulle sue spalle il peso della speranza che una comunità di vendicatori, ex puttane e cialtroni riversava su di lui? Lui, il Cacciatore, l’unico che un giorno avrebbe ucciso l’Imperatore, il solo che riuscisse ad eludere i controlli ai cancelli della città e a sfidare le tempeste della palude per recuperare o distribuire farmaci, cibo e armi e per reperire informazioni dagli Untori o dai Dissidenti Erranti.
Assicurò le fondine, infilò la giacca di pelle, uscì di casa e si mise in sella alla moto, una vecchia Harley 883. Il locale affiancava la strada principale del Meat, la zona delle schiave del 3. L’entrata era sorvegliata da una guardia armata.
Il Cacciatore si fermò a un centinaio di metri dalla porta d’ingresso del Seven, nel luogo concordato con l’Informatore.
“Ehi, Ullen, sono qui dentro”, gracchiò la voce di uomo dall’interno di un’auto.
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Il Cacciatore si avvicinò, studiando le strane fattezze dell’Informatore, più volte manipolate per risultare irriconoscibili.
“Sei pazzo? Come ti è venuto in mente di incontrarci proprio qui, a pochi metri dalle guardie dello Scacco?”.
“Non ti scaldare, Ullen. Se vuoi le informazioni, te le do. Se preferisci non correre rischi, fai come credi, ma non ci sarà un altro luogo in cui trovarsi”.
“Parla, ma ricordati che io non ho la faccia di gomma come la tua”.
“Sai già che il Boss si trova al terzo piano e che dovrai superare dei gorilla armati. Pensi di riuscirci da solo? Tieni, questa è la card che ti servirà per accedere al terzo piano”.
L’Informatore estrasse dal giubbotto una tessera bianca e la passò al Cacciatore.
“I Soldi?”.
“Dovrai accontentarti”.
“E in cambio?”.
“In cambio ti dirò dove trovare Anya. Sarai un informatore, ma le donne ti sfuggono come anguille”.
“Fottiti, Ullen”.
“Ho di meglio da fottere, io. Ci si vede, Gummy”.
“Chiamami ancora così e ti ammazzo”.
“E tu non rivedrai Anya e ti beccherai la scabbia in qualche bettola della zona. Ti saluto, fratello”.
Il Cacciatore sapeva dove colpire l’Informatore, di cui si conosceva ben poco, tranne che andava a letto con qualsiasi balorda non dimostrasse disgusto per il suo viso di plastica colata. L’aveva beccato una volta addirittura nel 4, mentre si scopava una tossica di paco con le croste nel culo. Ci dava dentro di brutto, gemendo e grugnendo tra le chiappe cadenti della disperata. Nel 4 non c’era quasi nessuno che non fosse 5
malato o in fin di vita e solo i pezzenti rischiavano la rogna pur di chiavarsi un pezzo di carne senziente.
Il Cacciatore infilò la tessera nel taschino della giacca e si diresse verso il Seven.
“Fermati”, gli intimò il vigilante, uno sgherro dello Scacco.
“Che c’è, non sono abbastanza elegante per sbattermi una modella da pista? Mi accontenterò di una minorata delle retrovie”, mentì il Cacciatore.
“Non è posto per te, smamma. Qui o hai la grana o stai fuori. E tu stai fuori, bello”.
“Duecento ti bastano per farmi entrare?”.
La guardia lo squadrò dall’alto in basso, poi fece un sorriso, appena accennato, prese i soldi e arretrò per far passare il Cacciatore.
Dentro, la musica batteva ad un ritmo serrato, i bassi colpivano alla pancia, mentre suoni acuti e graffianti come lame trafiggevano i neuroni degli avventori.
C’era fumo ovunque e di ogni tipo. Alcuni pezzi grossi sniffavano coca sintetica sui tavolini, circondati da meravigliose ragazze completamente nude.
Un’enorme pista da ballo separava i due lati dell’edificio. C’era davvero di tutto, ed era solo ciò che si poteva vedere. Ragazzine adolescenti ballavano avvinghiate a vecchi grassoni, sfregando culi e ingoiando cazzi che sarebbero stati meglio all’ospizio. Una spogliarellista bellissima, grandi tette e due chiappe che avrebbero raddrizzato anche i morti, si rotolava su un cubo viola che occupava il centro della pista. Era strafatta e della sua colossale sbornia approfittava un gruppo di pusher del Bridge, la zona a est del 3 ai confini del muro di cinta. Era Bella, il Cacciatore la riconobbe. Bella era pazza, pazza e incredibilmente sexy. Le piaceva farsi umiliare, violentare, un’insana passione la attraeva verso ciò che di più sordido e pericoloso offriva il mercato. Il Cacciatore le voleva bene e per questo aveva sempre cercato di non intromettersi nelle sue miserie. Bella era spacciata, lo sapeva, e il Cacciatore non aveva nessuna intenzione di rovinare quel poco che Bella 6
avesse mai potuto scegliere imponendole il suo affetto paterno. Paternalista, avrebbe detto lei. Ullen attraversò a spallate una ressa di persone sudate ed eccitate. Avrebbe dovuto usare l’ascensore per arrivare ai piani alti, perché le scale conducevano solo fino al primo piano. Appoggiò la tessera sul monitor. Funzionava. E bravo Informatore! In quel momento al Cacciatore dispiacque di avergli rinfacciato le sue abitudini sessuali e ancor più di avergli parlato di Anya come se non gliene importasse nulla. Pochi avrebbero rischiato la vita per entrare di soppiatto nello Scacco, rubare informazioni e poi sparire. L’Informatore lo aveva fatto per anni, con un volto costruito da uno dei migliori medici della comunità dei Vendicatori. Dopo decine di operazioni la faccia dell’Informatore non aveva più retto i ferri. La faccia, ma non solo quella. Anya l’aveva mollato e l’uomo affascinante e coraggioso che alcuni ricordavano era diventato un’ombra che puzzava di formaldeide.
“Che stronzo”, pensò di sé il Cacciatore.
L’ufficio del Boss si trovava al terzo piano.
Non sarebbe stato facile entrare. Fuori dalla porta, tre sicari dello Scacco controllavano il corridoio, come gli aveva riferito l’Informatore. Era impossibile giocare d’astuzia. Il Cacciatore carezzò la 44 Magnum nella fondina. Aveva le armi e le avrebbe usate, non aveva alternative.
Non appena la porta dell’ascensore si chiuse, uno dei tre energumeni si avvicinò al Cacciatore, che estrasse una pistola e sparò alla testa del buttafuori, conficcandogli una pallottola nella mandibola. L’uomo cadde a terra spruzzando sangue e denti. La stessa sorte toccò agli altri due.
Il Cacciatore spalancò con un calcio i battenti di legno dell’ufficio.
Il Boss era davanti a lui, giacca nera, occhi vitrei, i capelli impomatati gli cadevano sulle spalle. “Tieni le mani alzate. Dove si trova l’Imperatore? Se non me lo dici fai la stessa fine degli sgherri qui fuori. Ti avverto, ho poca pazienza ma molti proiettili”.
Il Boss non rispose e il Cacciatore caricò l’arma.
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“Sei tu il bastardo che sta facendo strage degli uomini dello Scacco? Mi dispiace, ma sei venuto qui per niente. Io non l’ho mai visto. Io compro la droga e poi la vendo. Prendo i suoi soldi e gliene restituisco dieci volte di più. Tutto qui”.
“Tu sei morto”.
“Sarà, ma se mi lasci in pace ho delle informazioni per te”.
Al Cacciatore non interessava fare fuori quella mezza tacca butterata, così lo lasciò parlare.
“Tra due minuti un mandante dell’Imperatore mi contatterà. Gli chiederò di incontrare l’Imperatore”.
Il telefono squillò, come aveva detto il Boss.
“Pronto”.
“Allora, Jeam, com’è andata questa sera con le vendite?”.
“Bene, come al solito. Vorrei farle una domanda”.
“Sbrigati”.
“Vorrei incontrare l’Imperatore. Lavoro per lui da molti anni e ho un affare da proporgli. So che si fida di me”.
“Non dire cazzate di cui potresti pentirti, limitati a fare il tuo lavoro”.
Con uno scatto improvviso il Cacciatore strappò il cellulare dalle mani del Boss.
“Ho una bella notizia per te. L’altra notte un magazzino periferico è andato a fuoco, lo sai?”.
“Chi diavolo sei?”.
“Mi chiamate il Cacciatore, e ora taci. Ho bruciato io la vostra merce e so che quella roba valeva molto per voi. Continuerò a farvi visita fino a quando quel bastardo del vostro capo non uscirà allo scoperto. Non sono solo e voi non vi potete fidare di nessuno. Nemmeno dei vostri collaboratori, mi pare”. L’allusione al Boss gli procurò una smorfia di scherno.
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Spense il telefono senza aggiungere altro. Prese una sigaretta dalla scrivania del Boss, la accese e inspirò una boccata di fumo. Dalla finestra si vedevano i vicoli del Meat, una macelleria di corpi caldi in vendita.
“Tu non darai l’allarme, è così? Qual è il tuo vero nome?”.
“Jeam”, gli rispose l’uomo, che in quel momento non sapeva se avrebbe preferito morire per mano dell’Imperatore o di quello sconosciuto.
“Bene, Jeam – sibilò il Cacciatore con la pistola puntata sulla fronte del Boss – ora vieni con me. Se fai il coglione, ti sparo”.
Avvicinò la canna di una Walther TP alla schiena del Boss, piegò la giacca di pelle sul braccio in modo da occultare l’arma e spinse l’uomo fino all’ascensore.
Al piano terra tutto procedeva come prima. La massa informe di corpi si scomponeva e ricomponeva senza tregua, al ritmo di una musica ora opaca come una bolla di pus, ora graffiante e acuta come un grido di metallo.
Quando i due arrivarono alla porta d’uscita, la guardia li fermò.
“Salve, Boss, cosa ci fa qui sotto? Qualche problema?”, gli chiese sospettoso.
“Vado a fare un giro con un mio amico”, rispose Jeam, con una determinazione che suonò stonata alle orecchie del Cacciatore.
Svoltato l’angolo del Seven, il Cacciatore ingoiò il sorriso stentato che aveva rivolto alla guardia. Conosceva l’auto del Boss e sapeva dov’era solito parcheggiarla. Dopo mesi di pedinamenti, il Cacciatore era in grado di prevedere ogni mossa di quell’uomo metodico e ripetitivo come se fossero le sue.
Lo aveva seguito al Seven, a casa, durante gli appuntamenti con Irina. Perfino in fatto di donne il Boss non amava variare. Rischiare, però, quello sì.
Irina era la moglie di un capetto dello Scacco. Alta, bionda, algida, quella donna altera e controllata era affezionata in modo inspiegabile al Boss. 9
Il Cacciatore non sapeva decifrare la strana relazione che legava i due.
Di sicuro il sesso era uno dei motivi che spingevano il Boss tra le candide braccia di Irina, ma non solo. Aveva trascorso notti intere a spiare la coppia in qualche albergo anonimo del 2, o in qualche villetta appartata dell’area residenziale 1 e 2. Si davano da fare con una passione che non si sarebbe mai aspettato dalla donna, una meravigliosa statua di gesso che si scioglieva come burro a contatto con la pelle rovinata del Boss. L’aveva vista leccare le cicatrici del Boss per ore, ad una ad una, sollevando i peli che gli ricoprivano il petto e la pancia, solleticando con le labbra l’incavo delle ascelle. Poi si era accovacciata su di lui, aveva preso il suo pene in mano e se l’era infilato delicatamente tra le gambe, dondolando le anche e accarezzandogli la fronte.
Erano innamorati e sapevano entrambi che avrebbero potuto morire da un momento all’altro se non fossero stati attenti. Eppure nessuno dei due si era accorto del Cacciatore e gli avevano inconsapevolmente fatto il dono di osservare il loro amore tra le pieghe della loro clandestinità.
Il Cacciatore spinse il Boss verso la sua auto, una vecchia Cadillac restaurata, un pezzo da collezionisti.
Si sedette sul sedile del passeggero, tenendo la pistola puntata.
“Dove andiamo?”, chiese Jeam preoccupato.
“Al 2. Prepara le scheda d’accesso e non fiatare”.
A Hell City era quasi impossibile passare da un livello all’altro senza le autorizzazioni. Le autorizzazioni erano come le classi sociali. Chi era in alto poteva scendere quando voleva. Affari, giovani donne, droga, tutto era concesso tra le pozzanghere della base a chi stava ai piani alti.
Chi stava in basso, invece, poteva salire solo a determinate condizioni. Generalmente, poteva accedere all’1 e al 2 solo chi lavorava ai livelli superiori e non era malato. Speciali autorizzazioni potevano garantire un accesso straordinario, limitato ad alcune ore.
Dal 4, invece, non si usciva. Mai. Chi stava al 4 doveva restarci. Non si finiva lì per caso. Era una specie di confino, di lazzaretto, di 10
magazzino per detriti umani. Dissidenti politici trattati con la psicochirurgia, piccoli criminali recidivi, malati mentali o terminali formavano una nube densa e maleodorante di corpi sfatti, che deambulavano senza sosta da un angolo all’altro.
Non c’erano case, strade o cemento. Niente cibo, né acqua. Era solo un’enorme discarica. La discarica di Hell City. Dal soffitto in acciaio si apriva, proprio al centro del 4, un grosso buco, da cui ogni giorno venivano scaricati quintali di immondizia. La spazzatura era l’oro mefitico del 4, da cui gli sfortunati traevano liquidi e solidi da ingerire, stracci per coprirsi, materiali per la fabbricazioni di baracche e ricoveri precari.
Qualcuno era riuscito a organizzarsi, a creare luoghi sicuri in cui coricarsi, reti di persone a cui appoggiarsi. Quel qualcuno era Mama Joe.
Gettata nel 4 insieme a migliaia di altre persone gay, lesbiche, transgender e intersessuali, prima torturate e poi costrette alla psicochirurgia per scongiurare il timore di una rivolta, Mama Joe si era ritrovata ancora sana, di mente e di corpo. Quel corpo massiccio, vigoroso, armato di grandi tette e solide braccia, l’aveva salvata dalla malattia e dalla miseria. La sua mente acuta e vivace, il carattere riottoso e una dialettica tagliente le avevano permesso di ricostruirsi presto una vita, che lei aveva messo a disposizione di tutti, creando una ragnatela sempre più fitta di contatti tra coloro che, pur macerandosi nel 4, si erano conservati liberi dal dolore e dalla follia. Grazie a lei, il Cacciatore e molti altri Vendicatori clandestini potevano girare senza destare sospetti tra i diversi livelli. Mama Joe aveva un circuito di falsari condannati al confino, rimasti immuni alle conseguenze della lobotomia e ancora operativi. I documenti venivano recuperati dalle tasche dei cadaveri gettati dalla botola e poi sapientemente adattati alle esigenze della clientela, garantendo ai gruppi politici clandestini la necessaria autonomia di movimento.
Il Cacciatore non avrebbe avuto problemi a raggiungere il Livello 2 con i documenti del Boss e con l’ottima contraffazione pagata profumatamente al giro di Mama Joe.
La macchina partì.
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Al varco le guardie non fecero troppe storie. Conoscevano il Boss, senza dubbio si passavano informazioni. Gettarono uno sguardo annoiato al Cacciatore e lasciarono passare la Cadillac.
Il 2 li accolse in tutta la sua allegria simulata. L’accesso si trovava ai confini della zona commerciale, un’area perennemente illuminata da chilometri di cilindri di luci a led, animata dai suoni della chiptune e dagli schermi della pubblicità, che massacravano le sinapsi bombardandole di messaggi subliminali.
Dopo mezz’ora di viaggio, arrivarono in uno dei rifugi messi a disposizione del Cacciatore dall’organizzazione dei Vendicatori, in un tranquillo quartiere residenziale che aveva visto giorni migliori.
I giardini artificiali si susseguivano uno identico all’altro, davanti a casette della stessa forma e dello stesso colore, disegnate e costruite per una classe di impiegati, negozianti e borghesucci con qualche pretesa sociale ma poche velleità estetiche, una categoria che stava via via scomparendo, ingrossando le fila di coloro che erano costretti a trasferirsi nelle periferie popolari del 2 o addirittura nel Lido del 3, separati dai pezzenti da un muro di cemento e filo spinato.
Su ordine del Cacciatore, Jeam parcheggiò l’auto sopra l’erba in polipropilene antistante l’ingresso dell’abitazione ed entrò nella casa con la pistola ancora puntata alla schiena.
A differenza della desolazione che la dimora ispirava dall’esterno, dentro si respirava un’atmosfera familiare. Alcuni mobili in legno, ormai rari, erano addossati con cura alle pareti, su cui erano appesi dei piccoli quadri ad olio e delle foto datate. Dall’ingresso si poteva notare una cucina, anch’essa in legno e risalente, ma pulita, ordinata e ben fornita.
Il Boss non ebbe il tempo di domandarsi chi potesse vivere in quella cartolina dei tempi passati, dove l’orologio che altrove ticchettava inesorabile verso il declino sembrava essersi fermato a qualche anno dagli eventi che avevano cambiato la sorte di gran parte dell’umanità.
C’era chi aveva scelto la sicurezza delle città blindate, chi aveva reclamato la libertà di sopravvivere nel fango delle paludi, o di 12
morirvi, folgorato dalle tempeste elettriche, eroso dalle affezioni epidermiche, divorato dai tumori della carne e dello spirito.
A Jeam sembrò di rivivere un’atmosfera dimenticata, gli parve di poter aprire la finestra e osservare il cielo sopra la propria testa, ma fu l’impressione di un attimo, prima che il Cacciatore lo afferrasse per le spalle e lo chiudesse a chiave in una stanza.
“Hai intenzione di lasciarmi qui?”, gridò il Boss sferrando un calcio alla porta.
In cambio, nessuna risposta.
Rabbia e terrore si impossessarono del Boss. Chi aveva permesso al Cacciatore di accedere al terzo piano del Seven? Chi filtrava le informazioni fuori dalle fitte maglie dello Scacco? Cosa avrebbe pensato l’Imperatore della sua scomparsa, a poche ore dalla telefonata che lui e il Cacciatore avevano fatto dall’ufficio del Seven?
Pensò a Irina, ai rischi che avevano corso insieme. Sperava che la loro storia non c’entrasse nulla con quello che gli sembrava un sabotaggio della sua posizione all’interno dello Scacco. Avrebbe voluto vederla, parlarle, rassicurarla. Immaginava l’espressione di Irina alla notizia della sua scomparsa, la vide tra le braccia del marito, uno schiacciatore di teste grasso e nevrotico che lei odiava, ma che le garantiva una vita agiata, sottratta alle sofferenze della quotidianità.
Un urlo rauco e furioso proruppe dalla gola del Boss, che si avventò sui mobili della stanza in preda a una miserabile disperazione. Sventrò e strappò ogni pezzo del mobilio, scaraventando brandelli di arredamento con tutta la forza che lo aveva fatto diventare, un tempo, un fidato esecutore dell’Imperatore.
Esaurita la collera, il Boss si accasciò esausto al suolo. Doveva scappare, scappare o morire. Quel fottuto Cacciatore l’avrebbe pagata, gli avrebbe ucciso ogni donna, ogni figlio, ogni affetto. L’avrebbe annientato con le mani e con i denti, fino a vendicare la fiducia dell’Imperatore e l’amore assoluto per Irina che quell’uomo gli aveva sottratto.
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Si alzò in piedi, deciso a frugare ogni anfratto con la determinazione di un topo in trappola. Un gran numero di carte giaceva sparpagliato sul pavimento, insieme ai pezzi rotti del mobilio che lo custodiva. Prese i fogli e li lesse, cercando avidamente una virgola che gli spiegasse quell’assurda situazione. Non trovò un senso a ciò che vi lesse: appunti di scuola, liste della spesa, fotocopie di vecchi libri, dispense di corsi universitari che non esistevano più da diversi anni. E poi ancora disegni, schizzi e grafici, bollette, fatture e lettere da un’epoca ormai lontana. Dal doppiofondo di un cassetto squarciato sbucava un lembo di pelle azzurra, a prima vista una vecchia rilegatura. Alzò i detriti che la ricoprivano e si trovò tra le mani un quaderno con la copertina rigida, di quelli che si usavano per lezioni di educazione tecnica quando la scuola era ancora un’istituzione. Lo raccolse incuriosito e lo aprì, svelando una grafia fitta e minuta che riempiva le pagine ingiallite.
Al centro della prima facciata campeggiava una scritta in corsivo, definita a colori con meticolosa perizia: “GIULIA”.
Trattandosi della pagina iniziale, al Boss ricordò un paradosso, in cui gli spettri di un mondo antico tornavano a determinare le sorti di un universo appena abbozzato.
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