L`ERMA» di BRETSCHNEIDER - ROMA

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L`ERMA» di BRETSCHNEIDER - ROMA
nuova serie
Rivista del Dipartimento di Scienze dell’antichità
Sezione di Archeologia classica, etrusco-italica, cristiana e medioevale
Fondatore: giulio q. giglioli
Direzione Scientifica
maria paola baglione, gilda bartoloni, luciana drago,
enzo lippolis, laura michetti, gloria olcese,
domenico palombi, maria grazia picozzi, franca taglietti
Direttore responsabile: gilda bartoloni
Redazione:
franca taglietti, fabrizio santi
Vol. LXIII - n.s. II, 2
2012
«L’ERMA» di BRETSCHNEiDER - ROMA
Comitato Scientifico
Pierre Gros, Sybille Haynes, Tonio Hölscher,
Mette Moltesen, Stephan Verger
Il Periodico adotta un sistema di Peer-Review
Archeologia classica : rivista dell’Istituto di archeologia dell’Università di Roma. Vol. 1 (1949)- . - Roma : Istituto di archeologia, 1949- . - Ill. ; 24 cm. - Annuale. Il complemento del titolo varia. - Dal 1972: Roma: «L’ERMA» di Bretschneider.
ISSN 0391-8165 (1989)
CDD 20. 930.l’05
ISBN 978-88-8265-655-3
ISSN 0391-8165
© COPYRIGHT 2012 - SAPIENZA UNIVERSITà DI ROMA
Aut. del Trib. di Roma n. 104 del 4 aprile 2011
Volume stampato con contributo della Sapienza Università di Roma
INDICE DEL VOLUME LXIi
ARTICOLI
Acconcia V., D’Ercole V., La ripresa delle ricerche a fossa (2010). L’Abruzzo
tra il bronzo finale e la fine dell’età del ferro: proposta di periodizzazione
sulla base dei contesti funerari.........................................................................
Bartoloni G. et Al., Veio, Piazza d’Armi: la fossa del cane..............................
Bocci Pacini P., Gambaro C., La dispersione del «celebre museo de’ Padri
Certosini». Dal convento di Santa Maria degli Angeli alle collezioni di Vienna, Roma, Parigi e Monaco..............................................................................
Caliò L.M., Dalla polis alla città murata. L’immagine delle fortificazioni nella
società ellenistica.............................................................................................
Gianfrotta P.A., Da Baia agli horrea del Lucrino: aggiornamenti.....................
Granino Cecere M.G., Gallerie familiari: tra archeologia, epigrafia e antropologia..................................................................................................................
Landi A., Forme e strutture del culto di Gaia nel mondo greco............................
Laubry N., Zevi F., Inscriptions d’Ostie et phénomène associatif dans l’Empire
romain: nouveaux documents et nouvelles considérations..............................
Magaña J.Á.D., Los costes de la arquitectura romana: el Capitolio de Volúbilis
(Mauretania Tingitana)....................................................................................
Murgia E., Il bothros di Acelum e i rituali di fondazione.....................................
Roscini E., Considerazioni su una base iscritta da Acquasparta (Terni)...............
Zaccagnino C., Bevan G., Gabov A., The Missorium of Ardabur Aspar: new
considerations on its archaeological and historical contexts............................
p. 7
» 55
» 455
» 169
» 277
»345
»127
»297
»381
»223
»239
»419
indice del volume lxiii
NOTE E DISCUSSIONI
Ambrogi A., Frammento di rilievo con la disputa per il possesso del tripode......
Corsi A., Copricapi e bende rituali nelle ceramiche italiote e siceliote................
De Caro V., Ceramica a vernice nera da Elba Fucens: contributo allo studio dei
bolli nominali...................................................................................................
Fileri E., Osservazioni sul cosiddetto ‘Priapus Gallinaceus’...............................
Guzzo P.G., Fibule e identità a Pithecusa..............................................................
Meloni S., Monumentum quod videtur fuisse familiae liberorum Neronis Drusi.
Un capitoletto di CIL, VI da riconsiderare.......................................................
Tabolli J., Identità nella memoria a Narce durante la prima età del Ferro..........
Tucci P.L., La controversa storia della ‘Porticus Aemilia’....................................
p.619
» 537
» 561
» 637
» 509
»593
»485
»575
RECENSIONI E SEGNALAZIONI
AA.VV., Tetti di terracotta. La decorazione fittile tra Etruria e Lazio in
età arcaica (F. Buranelli)..........................................................................
D’Ennion au Val Saint-Lambert. Le verre soufflé-moulé (L. Taborelli).......
Filostrato maggiore, Immagini. Introduzione, traduzione e commento di
Letizia Abbondanza, prefazione di Maurizio Harari; Filostrato
maggiore, La Pinacoteca, a cura di Giuseppe Pucci, traduzione di
Giovanni Lombardo (L. Faedo)..............................................................
Frederiksen R., Greek City Walls of the Arcaic Period, 900-480 BC
(L.M. Caliò)..................................................................................................
Koch G. (hrsg.), Akten des Symposiums des Sarkophag-Corpus 2001.
Marburg, 2.-7. Juli 2001 (M. Papini).........................................................
Koch L.C., Die Glasbügelfibeln des 8. und 7. Jahrhunderts v. Chr. aus
Etrurien. Ein Beitrag zur eisenzeitlichen Glastechnik und zu den Bestattungssitten des Orientalizzante (A. Naso)............................................
Landwehr Ch. (con Alexandridis A., Dimas St., Trillmich W.), Die
römischen Skulpturen von Caesarea Mauretaniae, Band IV. Porträtplastik,
(L. Bianchi)...................................................................................................
Melandri G., L’Età del Ferro a Capua. Aspetti distintivi del contesto
culturale e suo inquadramento nelle dinamiche di sviluppo dell’Italia
protostorica (V. Bellelli)............................................................................
»683
»672
»662
»688
» 657
»680
»669
» 694
Pubblicazioni ricevute............................................................................................ »705
NOTE E DISCUSSIONI
IDENTITÀ NELLA MEMORIA A NARCE
DURANTE LA PRIMA ETÀ DEL FERRO
In questo breve contributo si intende apportare alcuni nuovi dati, alla luce di indagini e ricerche in corso, al dibattito incentrato sulle fasi più antiche di Narce ed in particolare sull’identità culturale del centro falisco. Non si pretende certamente di delineare
qui nella sua interezza il complesso quadro culturale di Narce durante la prima età del
Ferro, argomento che merita una trattazione di più ampio respiro1. Fenomeni di riuso di
alcuni peculiari contesti funerari delle necropoli più antiche di Narce, I Tufi e La Petrina,
sembrano dimostrare come la comunità falisca nel corso dell’età del Ferro ‘suggelli’ la
memoria delle proprie origini, riattualizzando il proprio passato, sia sul piano dell’ideologia funeraria che della cultura materiale, riconoscendo nella propria identità un’alterità
rispetto a Veio. I soli venticinque chilometri2 che separano Narce da Veio basterebbero
a definire la dialettica naturale tra Narce e il più prossimo centro protourbano etrusco.
L’inizio come la fine di Narce sono stati più volte legati all’inizio e alla fine di Veio.
Eppure Narce, da quanto emerge anche dalla nuova stagione di studi dei sepolcreti, non
sembrerebbe essere mai stata espressamente un centro satellite veiente, non all’inizio né
alla fine della sua storia. È indubbio che la vicinanza del potente centro etrusco si debba
essere tradotta in qualche forma di controllo, diretto o indiretto, sui centri della valle del
Treja, senza però dover necessariamente postulare una comunanza culturale e/o etnica
tra Veio e l’Agro Falisco. Il territorio che può essere ascritto a Narce all’inizio del primo
millennio fu certamente parte del più grande territorio veiente, limitatamente alla fase
iniziale della prima età del Ferro, per circa un solo secolo (il IX a.C. secondo la cronologia tradizionale) quando la nascita del sito protourbano di Veio comportò l’attrazione
sinecistica di tutti i villaggi del Bronzo finale del territorio dell’Agro Falisco. In quel
lungo lasso di tempo tutto il territorio falisco venne abbandonato3. È solo a partire dall’inizio dell’VIII secolo a.C. che si colloca l’occupazione di età storica di Narce, come di
Falerii e i contesti funerari delle fasi più antiche attestano, come vedremo, caratteri dissimili da Veio.
1
È in preparazione, da parte di chi scrive, la pubblicazione in stampa (Tabolli c.d.s.) della dissertazione
di dottorato L’abitato e le necropoli de La Petrina e de I Tufi di Narce tra la prima età del Ferro e l’Orientalizzante antico. Al confine dell’Agro Falisco con il territorio di Veio, in Etruscologia ed Antichità Italiche, nella
Scuola di Dottorato in Archeologia della Sapienza, Università di Roma (Tabolli 2012).
2
Calcolati in linea d’aria. Il numero sale circa a trentadue km se il tracciato in linea d’aria è riportato al
profilo morfologico del territorio.
3
Il riconoscimento di tale fenomeno si deve soprattutto a F. di Gennaro (di Gennaro 1982: Id. 1986).
ArchCl, LXIII, 2012, pp. 485-507
486
note e discussioni
Nell’ambito del lungo dibattito sull’origine dei centri dell’Agro Falisco generatosi
già a partire dall’edizione dei Monumenti Antichi dei Lincei del 18944, questo tema è
stato al centro di una serie di contributi di M.P. Baglione e M.A. De Lucia Brolli, che
impostarono per prime la questione, delineando l’insieme dei tratti peculiari di Narce
rispetto a Falerii, nelle relazioni con Veio5. Non si ha intenzione di ripetere in questa
sede il quadro allora delineato: basti ricordare che, pur avendo sottolineato la fitta rete di
relazioni tra Veio e Narce e il ‘debito’ di Narce nei confronti di Veio6, allo stesso tempo
le studiose enuclearono puntuali differenze7, non giungendo in alcuna sede a teorizzare
una comunanza culturale o politica8.
Per introdurre il tema dell’identità nella memoria occorre richiamare ciò che per la
comunità di Narce del primo millennio a.C. doveva apparire come il passato, soffermarsi
cioè sui dati relativi all’età del Bronzo di Narce. Diversi siti dell’Agro Falisco come Narce, Falerii e Nepi9 hanno restituito una fase di occupazione a partire dall’età del Bronzo Medio ininterrotta fino alla fine del Bronzo Finale. Nel Bronzo Finale l’Agro falisco,
come gran parte dell’Etruria meridionale, rientra nella nota facies “Tolfa-Allumiere”, con
indicatori culturali comuni per tutto il territorio. Sebbene sia da assumere con le dovute
cautele la recente tesi che vede nei territori gravitanti sul Vezza e sul Treja la costituzione di «un’entità territoriale-statale»10 già nel Bronzo Finale, è indubbio che i siti occupati
in questo orizzonte cronologico si collochino dove in età storica verranno fondati i cen4
Narce 1894.
Baglione 1986; Baglione, De Lucia Brolli 1990, 1997, 1998, 2010; De Lucia Brolli 1990a;
Ead.1990b; Ead. 1991a; Ead. 1991b; Ead. 1993; Ead. 1997; Ead. 2004; De Lucia Brolli, Baglione
1997; 2004. Tra tutti i contributi dedicati, il tema è specificamente affrontato in Baglione, De Lucia Brolli
1997.
6
Baglione, De Lucia Brolli 1997 soprattutto alle pp. 148, 150-151, 164, 171.
7
Ibid., pp. 150: «il complesso tessuto delle necropoli veienti nelle quali, nel corso dell’VIII secolo non
sembra di poter identificare settori destinati esclusivamente all’incinerazione [a differenza di Narce], non trova sempre riscontro a Narce»; p. 153: «l’uso del sarcofago litico accompagnato da un tipo di copertura che
richiama quella delle custodie dei cinerari, appare peculiare dell’agro falisco e trova confronti, in una fase
leggermente seriore non a Veio ma a Bisenzio»; p. 158: «rispetto alla situazione documentata a Veio, dove il
ruolo produttivo femminile è enfatizzato anche dal gran numero di rocchetti e fuseruole contenuti nelle deposizioni di rango elevato, va sottolineata la mancata iterazione di questi strumenti nell’agro falisco»; p. 171
«Holmoi e calefattoi di tipo evoluto compaiono a Veio in una fase circoscritta, riservati a corredi di individui
che tutti gli attributi indicano come appartenenti al ceto egemone. La grande diffusione di cui questi oggetti
godono nelle necropoli falische li designa, per questo stesso fatto, come elementi significanti e unificanti sul
piano culturale».
8
A differenza di quanto proposto da Cifani 2003; Id. 2005; Id. 2012.
9
La pertinenza di Nepi all’Agro Falisco è anch’essa discussa. La posizione particolare di Nepi, a sud
ovest del territorio falisco, era già considerata di confine, in antico da Livio, assieme a Sutri, come una delle
«porte d’Etruria». Gli scavi recenti in larga misura ancora inediti o preliminarmente editi, accanto ai nuovi dati
di ricognizione, (Rizzo 1996; di Gennaro et Al. 2002; di Gennaro et Al. 2008) stanno evidenziando una
pertinenza culturale di Nepi al territorio Falisco, non scevra di influenze soprattutto da Narce e da Veio (questione analizzata da ultimo in De Lucia, Tabolli c.d.s.).
10
Barbaro 2011.
5
note e discussioni
487
tri più importanti del territorio. Tale equivalenza ha generato nella storia degli studi una
‘sovrapposizione’ tra i due momenti storici, portando in un primo tempo a leggere un
“attardamento” della comunità del Bronzo11, poi un’insistenza su fenomeni di migrazione,
‘allontanamento e ritorno’12, con una rioccupazione del sito nel corso dell’VIII secolo a.C.,
prevalentemente interpretata in chiave veiente13. È proprio il termine “rioccupazione” a
generare in letteratura quello che appare come un fraintendimento, richiamando implicitamente un rapporto diretto tra le comunità del Bronzo e quelle del Ferro. Rapporto che non
sembrerebbe ora comprovato soprattutto dalle evidenze delle fasi più antiche di Narce. I
dati archeologici relativi all’abitato dell’età del Bronzo di Narce14, a margine dell’edizione
degli scavi inglesi del 1976, in particolare in riferimento alle fasi più antiche del sito, sono
stati in più occasioni riletti nei lavori di F. di Gennaro15. Già nei Dialoghi di Archeologia
del 1982 e poi nella monografia del 1986, lo studioso è ritornato criticamente sull’esistenza di un ‘attardamento’ della comunità del Bronzo Finale di Narce e la presenza di una
comunità del ‘villanoviano iniziale’, tesi proposta da R. Peroni e ripresa poi da T.W. Potter.
Rileggendo i materiali dagli scavi dell’abitato di fondovalle, di Gennaro propose di attribu11
Peroni, Fugazzola 1969; Potter 1976.
Sulla «migrazione»: di Gennaro 1982; Id. 1986; Peroni 1989.
13
Pacciarelli 2000, p. 273. M. Pacciarelli è stato il primo a definire espressamente la natura veiente
della rioccupazione dei diversi siti dell’Agro Falisco, che è denominato agro veiente: «La trasmissione ereditaria in linea di primogenitura dei privilegi politici e dei diritti sulle risorse del territorio può aver costituito un
meccanismo che, attraverso il succedersi delle generazioni, ha progressivamente escluso dal pieno godimento
di tali privilegi le famiglie ‘cadette’ via via più lontane dalle linee centrali di discendenza, attorno alle quali,
anche grazie ad adeguate politiche matrimoniali, possono essersi coagulati quei gruppi di parenti perlopiù del
ceto nobile definiti dagli antichi latini gentes. Tutti questi processi non possono non aver innescato tensioni tra
i diversi gruppi d’élite, probabilmente alla radice – insieme ad esigenze di miglior controllo e sfruttamento del
territorio – di quelle tendenze centrifughe che a partire dal PF2 determinano la rioccupazione di numerosi centri d’altura, come Capena, Narce, Trevignano, Nepi, Corchiano, Falerii, nel caso dell’agro veiente».
14
Il quadro è arricchito anche dai materiali rinvenuti da Raniero Mengarelli in uno scavo, ad oggi inedito,
compiuto nel 1933 sull’acropoli di Narce (Tabolli c.d.s.) Nella settimana compresa tra il 16 e il 24 Maggio
del 1933 R. Mengarelli condusse una campagna di scavi in prossimità della sommità di Narce. Tra i mesi di
febbraio e maggio di quell’anno le campagne di scavo erano state concentrate sull’altura di Pizzo Piede portando al rinvenimento di parte dell’abitato, della cinta muraria ed infine di un grande santuario urbano (si veda:
Baglione, De Lucia Brolli 1997 e soprattutto De Lucia Brolli, Baglione 2004 con esposizione dei
materiali ed interpretazioni sul legame tra il piccolo santuario urbano e il santuario di Portonaccio a Veio). Non
vi sono dati che dimostrerebbero la presenza di un abitato nel momento iniziale dell’età del Ferro, mentre ve
ne sono di altrettanto chiari che confermano una facies dell’età del Bronzo e una nuova occupazione databile
solo in un momento avanzato della prima età del Ferro, presumibilmente nel primo quarto dell’VIII secolo a.C.
L’elemento certamente più interessante è la presenza quasi esclusiva di materiali ascrivibili all’età del Bronzo
Recente e Finale (soprattutto del BF3B) concentrata nello strato più profondo indagato (gamma). Tale omogeneità di materiali permette in via del tutto ipotetica di immaginare che lo scavo abbia intaccato il deposito
stratigrafico relativo all’abitato dell’età del Bronzo Finale (forse una capanna). È interessante anticipare come
la gran parte dei pezzi rinvenuti trovi confronti diretti tra i materiali dell’età del Bronzo portati alla luce dallo
scavo della British School of Rome nelle campagne dal 1968-1971 (Potter 1976).
15
di Gennaro 1982; Id. 1986.
12
488
note e discussioni
ire tutti i frammenti ceramici, che erano stati ascritti alla prima età del Ferro, all’orizzonte
conclusivo del Bronzo Finale16. Un solo frammento residuale rinvenuto all’interno della
capanna della fase Potter VII (fase databile in un momento conclusivo dell’VIII secolo
a.C.) potrebbe essere datato al IX secolo a.C. Come è stato giustamente notato, è possibile
inoltre riconoscere la decorazione a meandro, che caratterizza il frammento, eseguita con
pettine a tre punte, anche su esemplari di una fase avanzata della prima età del Ferro, non
necessariamente nel momento iniziale del periodo17.
Allo stesso tempo lo studioso, nel definire gli aspetti caratteristici della comunità del
Bronzo Finale di Narce, nelle stesse sedi aveva ipotizzato, per la prima volta, che in una
serie di materiali provenienti genericamente da Narce «on the opposite hill of Monte Lo
Greco»18, confluiti nel Museo di Philadelphia nel gruppo di due contesti funerari, edito
da E.H. Dohan con il nome di 18B, fossero da riconoscersi dei pezzi del Bronzo Finale19. Come è stato notato nell’ambito dell’edizione preliminare della necropoli de I Tufi
(Fig. 1), queste due tombe corrispondono alle «two wells tomb-group», acquistate da Sir
A. Frontigham nel 1897 e trasferite a Philadelphia, nel University Museum, con l’unica
denominazione di “18B”. Quest’identificazione è stata possibile sulla base di due disegni
conservati nell’archivio storico di Villa Giulia, che mostrano chiaramente i due pozzetti corrispondenti al materiale pubblicato da E.H. Dohan (Fig. 2). Secondo la Dohan, la
tombe 3 e 6 avrebbero ricevuto la denominazione di 18, seguito dal lettera B, ad indicare
che la tomba è stata acquisita dai fratelli Benedetti, che condussero le operazioni di scavo20. Prima dell’invio a Philadelphia il materiale dalle tombe 3 e 6 è stato raccolto nello
studio dei Benedetti, a Roma, sul Monte Celio (Fig. 3). Lo studio integrale della necropoli de I Tufi ha permesso di riconsiderare i due contesti, avvalendosi anche della documentazione archivistica. Nell’Archivio del Penn’s Museum di Philadelphia è conservata
infatti una riproduzione fotografica del gruppo 18B (Fig. 4), corrispondente probabilmente ad un provino di vendita, da immettere nel mercato antiquario. Questa foto venne
usata da E.H. Dohan per preparare la pubblicazione del 1942, e, in assenza della corretta
separazione nei corredi delle due tombe, i materiali furono necessariamente pubblicati
come un unico gruppo. Purtroppo la morte nell’estate del 1943 di E.H. Dohan le impedì
di proseguire lo studio dei materiali che erano giunti a Philadelphia nella cassa delle due
tombe, ma che non figuravano nella fotografia e ora rinvenuti nei magazzini del Penn’s
Museum21. Le note conservate a margine dei disegni nell’archivio di Villa Giulia per16
Ad eccezione di un frammento di collo di biconico in F. di Gennaro 2010 (convegno PPE Pitigliano
2010, in corso di stampa con bibliografia precedente).
17
Potter 1976, p. 260, fig. 91, n. 669.
18
Dohan 1942, p. 46
19
di Gennaro 1986, p. 31.
20
Come la tomba 64B, dalla necropoli di Pizzo Piede, con il sistema di nomenclatura comune che riguarda tutti i gruppi di tombe a Philadelphia (Dohan 1942).
21
Per le so studio delle tombe conservate a Philadelphia la mia gratitudine va all’ospitalità della prof.ssa
Jean MacIntosh Turfa, che ha costantemente seguito ed indirizzato gli sviluppi della tesi, e alla prof.ssa Ann
Bownlee, Associate Curator and Acting Curator-in-Charge della Mediterranean Collection del Penn’s Museum
e alla dott.ssa Lynn Makowsky, Keeper della Mediterranean Collection, che mi ha facilitato come possibile nei
periodi di studio al Museo.
note e discussioni
489
Fig. 1. N
arce. La necropoli de I Tufi. In bianco le tombe 3 e 6. Inedito
dal Fondo Giglioli, Sapienza-Università di Roma.
mettono di ricostruire la sequenza degli oggetti trovati nelle due tombe, datate nel corso
del secondo quarto dell’VIII secolo a.C. In riferimento alla tomba 322(Fig. 5), il numero
dei materiali confluiti a Philadelphia è minore del corredo originario. Non si intende in
22
Un pozzo profondo circa 1 metro con custodia di tufo deposta entro uno strato di sabbia frammista ai
carboni e ai resti del rogo e ricoperta da uno strato di frammenti di tufo e argilla. La forma della custodia tufo
appare molto più articolato di tomba 6. E richiama l’analoga custodia dalla cremazione «senza precisa provenienza», studiata da M. De Lucia (De Lucia Brolli 2004).
490
note e discussioni
Fig. 2. Narce. Sezioni delle tombe 3 e 6. Inedito dall’Archivio storico della SBAEM.
Fig. 3. Lo studio a Roma dei Fratelli Benedetti ritratto in una fotografia di Lorenzo
Cozza. Inedito dal Penn’s Archive, University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology.
Fig. 4. F
otografia dei corredi delle tombe 3 e
6 de I Tufi eseguita da Lorenzo Cozza.
Inedito dal Penn’s Archive, University
of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology.
note e discussioni
491
questa sede analizzare i contesti nella loro interezza, ma risulta interessante, ai fini della
comprensione della facies di Bronzo Finale a Narce, la presenza di due elementi facenti
parte del corredo della tomba, rinvenuti singolarmente all’esterno della custodia di tufo.
Solo uno dei due pezzi è confluito nel gruppo 18B. Si tratta di un attingitoio databile al
Bronzo Finale23 (Fig. 6). Escludendo la conservazione nell’ambito familiare di materiale dell’età del Bronzo, data la distanza cronologica di più di cento cinquant’anni tra le
sepolture del Bronzo e quelle del Ferro avanzato, sembra plausibile l’ipotesi che l’impianto del sepolcreto de I Tufi di VIII secolo a.C. abbia intaccato, forse in modo casuale,
la necropoli dell’età del Bronzo della comunità di Narce, che doveva essere localizzata
lungo la medesima ansa del fiume. Nel rispetto dovuto alle sepolture precedenti, sia nel
caso della tomba T3 che nel più noto della tomba T15 (XII)24, i materiali rinvenuti vennero conservati, almeno in parte, nelle strutture più recenti, ma all’esterno della custodia
di tufo o del sarcofago di tufo, deputati al solo defunto25. Tale fenomeno di conservazione testimonia la memoria della presenza della necropoli dell’età del Bronzo da parte della comunità dell’età del Ferro, sebbene non implichi affatto un rapporto diretto di
‘discendenza’.
La volontà di richiamarsi invece in modo esplicito a sepolture più antiche è documentata soprattutto nel sepolcreto de La Petrina. Ma in questo caso non si tratta di richiami dell’età del Bronzo, bensì di un momento già avanzato della prima età del Ferro. È il
tumulo C2 (XLVII) a fornirci dati a riguardo26. La sua costruzione al vertice del pendio
de La Petrina ne fa il fulcro per lo sviluppo dell’intero sepolcreto, in una posizione fortemente simbolica di “controllo” dell’accesso a Narce (Fig. 7). Il recente rinvenimento nel
Fondo Barnabei della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia
di un taccuino di scavo (Fig. 8), redatto probabilmente da E. Stefani, con la sezione e la
pianta del tumulo e del Giornale di Scavo, redatto da Carlo Cianni, fornisce nuovi dati
per la lettura della monumentale struttura funeraria, eretta durante l’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C. forse in corrispondenza di una sepoltura ad incinerazione più antica.
Tale sepoltura, probabilmente ad incinerazione, è indiziata dal riconoscimento nei materiali del corredo di una fibula e un rasoio bitagliente, databili al passaggio tra IX ed VIII
secolo a.C. (Fig. 9). Secondo il Giornale di Scavo, tale sepoltura sarebbe stata alloggiata
23
Il tipo è diffuso alla fine del Bronzo Finale in un comparto territoriale che coincide con il Gruppo
Vezza-Treja-Valchetta (Barbaro 2011). Nel territorio falisco il tipo è attestato anche a Falerii (di Gennaro
1986, p. 44, n. 3, fig. 4), con la medesima decorazione, dalla necropoli di Montarano S, scavi 1888, tomba 3
(II) (Cozz, Pasqui 1981, p. 18, n. 1, esposto al Museo dell’Agro Falisco, Civita Castellana, sala 1 con datazione De Lucia Brolli 1991a al X secolo a.C.) A Veio è attestato nell’unico contesto sicuramente inquadrabile nell’ambito del Bronzo Finale, dalla necropoli di Casale del Fosso, tomba 838 (a partire da Vianello
Cordóva1967, p. 299, tav. LXI f.). Più in generale può essere ricondotto alla facies Tolfa-Allumiere, nella
proposizione di R. Peroni (Per Allumiere si veda, necropoli di Poggio La Pozza, tomba 2F, in Peroni 1960, p.
351, fig. 12 f.).
24
Un’inumazione in fossa semplice con defunta entro sarcofago di tufo Baglione, De Lucia Brolli
1990, p. 80, fig. 16.
25
Ipotesi già formulata da Baglione, De Lucia Brolli 1990, p. 99.
26
Il complesso del tumulo è stato preliminarmente descritto in Narce 1894, col. 431 ss.; cit. Baglione
1986, p. 13; cit. Bartoloni 1993, p. 277, nota 18.
492
note e discussioni
Fig. 5. N
arce. Necropoli de I Tufi., tomba 3. In grigio scuro gli elementi del
corredo confluiti a Philadelphia.
Fig. 6. Narce. Necropoli de I Tufi, tomba 3. University of Pennsylvania Museum of Archaeology and Anthropology, Philadelphia (PA) Attingitoio
(disegno dell’autore).
note e discussioni
493
Fig. 7. Narce, La necropoli de La Petrina ed il nucleo C (rielaborazione da Narce 1894).
Fig. 8. Il tumulo C2 (XLVII). Rielaborazione dello stato di rinvenimento e delle fasi costruttive sulla
base del taccuino inedito conservato alla BIASA.
494
note e discussioni
0
5
Fig. 9. N
arce. Necropoli de La Petrina, tomba C2 (XLVII). Museo Nazionale dell’Agro Falisco,
Civita Castellana. Fibula e rasoio della probabile sepoltura ad incinerazione al di sotto del
tumulo (disegni dell’autore).
all’interno di una piccola risega incavata sul fondo della cella. Cella che misurava 2,80
m per 3 m. Si segnala che i due pezzi costituiscono ad oggi i materiali più antichi dell’età
del Ferro rinvenuti in tutta Narce (e nell’Agro Falisco). La struttura che in un momento
successivo verrebbe a sovrapporsi al nucleo più antico, conservandone forse la memoria,
era caratterizzata, per quanto è desumibile dai diversi documenti27, da un accesso alla
camera molto probabilmente ad una quota rialzata sul piano di campagna, forse al di
sopra del tamburo28. La volta era presumibilmente foderata all’interno da blocchi squadrati29. Non si esclude che i blocchi potessero foderare anche parte della cella. La copertura della volta era costituita da grandi massi30.
È possibile proporre una ricostruzione della sequenza ‘stratigrafica’ del tumulo, sulla base dello schizzo di scavo rinvenuto alla BIASA e del Giornale di Scavo, che eccezionalmente presenta fasi diverse di sviluppo. L’ingrandimento progressivo del tumulo
si sarebbe infatti articolato almeno in due fasi. Una più antica, costituita da un tumulo
di 9,6 m di diametro - circa 30 m di circonferenza -, inglobato in un momento succes27
La costruzione della strada provinciale Mazzano-Calcata tra il 1962 e il 1963 ha sventrato il nucleo C
della necropoli de La Petrina e non è dunque possibile verificare con certezza l’attendibilità dei diversi documenti d’archivio.
28
Dal Giornale di Scavo: «Questa doveva essere tagliata nel mezzo con grande vano, in quanto ché la
tomba non aveva ingresso laterale».
29
Ibid.: «di più sui bordi della volta oggi in parte franata si accatastavano grandi blocchi uniformi di tufo,
i quali accennavano ad una specie di copertura a volta arcuata».
30
Ibid.: «molto probabilmente questa tomba era coperta da una volta di massi e questi sormontati da un
tumulo…».
note e discussioni
495
sivo in un tumulo più ampio caratterizzato da un tamburo in blocchi di tufo squadrati
con un diametro di 16,9 m. È dunque ricostruibile una circonferenza del tumulo di 53m
circa. Il tumulo più piccolo avrebbe un’altezza ricostruita di 2,6 m, mentre il tumulo
ampliato raggiungerebbe un’altezza di 3,7 m. Dal punto di vista della stratigrafia del
riempimento, la cella fino circa a metà dell’altezza fu rinvenuta riempita da uno “strato di depositi terrosi portati dall’acqua prima della rovina della volta”. Al di sopra di
questo primo strato di riempimento, fu riconosciuto il crollo della volta, franata in prossimità delle pareti31. La sepoltura sembrò essere stata parzialmente violata con l’asportazione parziale degli ornamenti personali32. Anche l’apertura sommitale citata33 lascia
presagire il possibile intervento di clandestini. Nelle diverse fonti di documentazione,
dal Giornale di Scavo al testo edito in Narce 1894, si sottolinea la probabile presenza
di una deposizione maschile ed una deposizione femminile. Pur rinviando alla pubblicazione integrale della necropoli lo studio in dettaglio del ricco corredo34 è possibile
anticipare però come, mentre vi sono tracce certe di deposizione maschile (lance, rasoi,
kardiophylax, scettro ecc.) non vi sia alcun elemento riconducibile specificamente al
genere femminile. I tipi di fibula sia a sanguisuga che a navicella (che sembrerebbero
essere stati addotti come discrimen di genere) ricorrono a Narce egualmente sia nelle
sepolture maschili che nelle femminili. Sulla base del corredo si può dunque presumere
che si tratti di una o, più probabilmente, due deposizioni maschili. Al riconoscimento di
due fasi strutturali distinte è infatti corrisposta l’enucleazione nel corredo di due gruppi
di materiali cronologicamente coerenti: l’uno, numericamente più consistente, databile
entro l’ultimo quarto dell’VIII secolo e l’altro alla fine del primo quarto del VII secolo
a.C. È dunque possibile proporre di riconoscere la presenza di una sepoltura più antica
e di una più recente. La presenza di un doppio holmos può correttamente suffragare tale
ipotesi35. Alla sepoltura più antica sarebbe da attribuire la deposizione di un currus e di
un calesse associati in un unico momento36. Sul fasciame del currus il defunto doveva
essere stato adagiato armato come un guerriero che “ostenta” un qualche riferimento al
mondo italico. Tutto l’insieme degli armamenti infatti, la presenza del singolo scudo
fittile37, come del kardiophylax del tipo sabino meridionale, permettono, nonostante la
parziale manomissione della tomba, di comprendere il legame della sepoltura con un
31
Ibid.: «Molti segni di questa si trovarono caduti a numeroso vasellame»; in marrone nella Fig. 8.
Ibid.: «Del resto apparve che questa cella fosse stata già spoliata degli ornamenti preziosi».
33
Ibid.: «Questa doveva essere tagliata nel mezzo con grande vano, in quanto ché la tomba non aveva
ingresso laterale».
34
Composto da più di centoquaranta elementi di corredo.
35
Nei contesti dell’Agro Falisco sembra in parte rispecchiarsi un’uguaglianza tra il numero dei sostegni
fittili e quello delle deposizioni, come è stato ampiamente dimostrato in Benedettini 1999.
36
Per la lettura dei carri, e per tutte le relative deduzioni, nulla sarebbe stato possibile scrivere senza l’aiuto impagabile di Adriana Emiliozzi, cui vanno i miei più affettuosi ringraziamenti.
37
Si deve a G. Bartoloni il riconoscimento della netta demarcazione tra mondo etrusco e mondo italico
nel numero di scudi fittili deposti nelle sepolture. Ad una pluralità di scudi che caratterizza le sepolture etrusche è opposta la presenza di un unico scudo fittile nel mondo italico. Tutte le sepolture dell’Agro Falisco rientrano in questa comunanza culturale di stampo latino Bartoloni 1993, p. 277.
32
496
note e discussioni
orizzonte culturale non etrusco38. Il momento più antico dell’Orientalizzante Antico,
entro cui si data la deposizione più antica con tumulo, è a Narce l’orizzonte di massimo splendore e ricchezza, come esemplificato dal grande numero di deposizioni a La
Petrina, molte delle quali appaiono caratterizzate da elementi simbolici che rimandano
alla sfera politico religiosa39. La persistenza in altri contesti, come la nota tomba A4
(XXXIV) del rito incineratorio in questa fase di inizio Orientalizzante40 associata al
tipo peculiare di fossa con loculo separato da diaframma in blocchi di tufo e deposizione entro sarcofago di tufo, costituiscono i segni dell’ideologia dominante dei gruppi
sepolti a La Petrina. Come già affermato, è molto probabile che accanto alla presenza di
una sepoltura eminente dell’ultimo quarto dell’VIII secolo a.C., cui sarebbe da riferire
la gran parte del corredo, possa essere stata aggiunta una seconda sepoltura nel primo
quarto del VII secolo a.C. momento in cui il tumulo sarebbe stato ampliato in una struttura ulteriormente più monumentale.
Il tumulo sembrerebbe ad oggi essere il tumulo più antico, nonché l’unico, di tutto
l’Agro Falisco, peraltro in sostanziale anticipo rispetto ai tumuli più antichi di Veio41.
L’importanza della struttura sopravvive anche al suo ultimo ampliamento come è evidente anche a partire dalla metà del VII secolo a.C., quando le prime tombe a camera,
che segnano la nuova stagione di utilizzazione della necropoli, verranno a posizionarsi
nelle vicinanze del tumulo, lungo il medesimo asse stradale che serviva la necropoli,
rispettandone la struttura e gli orientamenti42. Se si ammette dunque la presenza di un
nucleo più antico alla base dell’erezione del tumulo si può intuitivamente notare come
l’intera necropoli del La Petrina si venga ad orientare in direzione di questo punto foca38
I legami con l’Abruzzo sono già stati puntualizzati nel 1986 da M.P. Baglione (Baglione 1986, pp.
140 ss.) Anche l’eminente sepoltura A4 (XXXIV), come dimostrato da M. De Lucia Brolli, mostrerebbe legami
con il mondo italico, se si considera che la spada trova un confronto puntuale solo nella necropoli di Fossa,
così per le falere e tutti i materiali in bronzo in generale. Per l’inquadramento della problematica si veda De
Lucia Brolli 1997, p. 231 ss.
39
È il caso, come ampiamente ribadito, delle tombe A30 (XXV), (Narce 1894, coll. 419-421; Montelius 1910, tav. 316; Baglione 1986, pp. 135 e nota 51, e 139 e nota 61; De Lucia Brolli 1991a, pp. 109110; Baglione, De Lucia Brolli 1997, p. 158 e nota 32; Pitzalis 2011, p. 25), A38 (XXIX), (Narce 1894,
col. 424, fig. 53, col. 136; Montelius 1910, tav. 317.).
40
Per il perdurare del rito incineratorio in tombe maschili di particolare rilievo: Baglione 1986, p. 129;
De Lucia Brolli 1997, pp. 224-225 e p. 227, nota 90; Baglione, De Lucia Brolli 1997, p. 148 e nota 15
e p. 150; De Lucia Brolli, Baglione1997, pp. 68-69. Inoltre: Cozza, Pasqui 1981, p. 23.
41
Una cronologia del tumulo, eretto la prima volta agli inizi dell’Orientalizzante antico e probabilmente restaurato nel primo quarto del VII secolo a.C. ne fa uno dei tumuli più antichi dell’Etruria meridionale,
soprattutto se confrontato con la documentazione dei tumuli di Veio (uno studio di sintesi di A. De Santis, in
Bartoloni et Al. 1994, p. 35 ss.). A Veio i tumuli paiono essere un fenomeno peculiare dell’Orientalizzante
recente. Solo per il tumulo di Monte Aguzzo è stata proposta una datazione all’Orientalizzante medio (Colonna 1986, p. 421). In totale i tumuli veienti risultano essere dieci, considerando anche il tumulo, solamente
indiziato, che avrebbe coperto la tomba Campana (Rizzo 1989, pp. 109-111). Si noti che la circonferenza del
tumulo, nella sua massima espansione, non superava probabilmente i 53 m, collocandosi all’interno di un range medio piccolo in una scala gerarchica delle dimensioni dei tumuli.
42
Come è evidente dalla posizione della più prossima tomba a camera C1 (LXII).
note e discussioni
497
le, di riferimento costante per la comunità
sociale che seppelliva i propri defunti nella necropoli. Il tumulo ne avrebbe monumentalizzato la memoria.
Il quadro in sintesi delineato dimostra una fitta trama di rapporti identitari,
di legami con un comparto culturale che
non sembrerebbe etrusco ma inquadrabile tra le numerose testimonianze peculiari
di interconnessioni con il mondo italico
in genere. Entro il terzo quarto dell’VIII
secolo a.C. si può datare la tomba A9
(I)43, caratterizzata da una scodella di tipo
“crustumino” (Fig. 10) – che ritroveremo
a Pizzo Piede anche nel VII secolo a.C. –
marker culturale dall’areale di diffusione
circoscritto a Crustumerium, assente allo
stato attuale delle conoscenze a Veio44.
L’esemplare da La Petrina di Narce costituirebbe l’attestazione più antica del tipo,
un elemento che apre alle più diverse
interpretazioni del legame culturale tra il
centro falisco e il centro latino.
Fig. 10. N
arce. Necropoli de La Petrina, tomba
Venendo ora al tentativo di ricostruA9 (I). Scodella di tipo “crustumino”.
zione storica che timidamente emerge
Museo Nazionale dell’Agro Falisco,
da queste poche ma significative evidenCivita Castellana (disegno dell’autore).
ze, già G. Colonna aveva messo in luce
come il vuoto demografico causato dalla nascita di Veio, ben riscontrabile nella prima fase della prima età del Ferro, avrebbe facilitato l’afflusso di genti dall’Italia centrale, lungo una direttrice di traffici legata
alle rotte commerciali e di transumanza e di cui gli influssi culturali Sabini a Capena o
latini nell’Agro Falisco potrebbero rappresentare solo l’aspetto più evidente della documentazione archeologica45. Per il territorio falisco non appare inverosimile ipotizzare
movimenti demografici e relative influenze culturali dall’area latina, anche come conse43
Narce 1894, col. 407.
Per l’inquadramento del tipo si veda di Gennaro 1988, pp. 117-123. Il tipo è unanimemente ritenuto
caratteristico di Crustumerium in corredi datati nel corso dell’Orientalizzante antico. È in corso la revisione
della classe da parte dell’équipe coordinata da F. di Gennaro, finalizzata a puntualizzare la cronologia del tipo.
F. di Gennaro ha potuto visionare la documentazione relativa al tipo da Narce e ha confermato la pertinenza
dello stesso alle produzioni più antiche della classe. Se fosse confermata una cronologia verso la fine dell’VIII
secolo a.C. l’esemplare di Narce costituirebbe l’attestazione più antica, con inevitabili implicazioni nel legame
culturale tra i due centri. Il tipo non è però isolato a Narce: un esemplare apparentemente più recente proviene
dalla necropoli di 5° Pizzo Piede, tomba 12 (Baglione, De Lucia Brolli 1998, p. 167).
45
Colonna 1986.
44
498
note e discussioni
guenza della rapida espansione della comunità proto urbana di Roma nella media Valle
Tiberina nel corso della III fase laziale46. La sequenza culturale di Narce ha dimostrato
infatti che la prima fase di occupazione di età storica può collocarsi ragionevolmente
alla fine del primo quarto dell’VIII secolo a.C. Sono proprio i dati della fase più antica
a fornirci un quadro attendibile della matrice culturale che opera questa nuova fondazione (forse in leggero anticipo rispetto alla fondazione di Falerii). L’esempio puntuale
è offerto dal tipo di struttura funeraria più antica di Narce: il pozzo per incinerazioni
entro cassetta litica47. Assente nei diversi sepolcreti di Veio, il tipo di struttura funeraria è, ad esempio, caratteristico anche della Campania della prima età del Ferro48 (Fig.
11). Accanto ad una messe di produzioni locali, i tipi materiali sono legati, dal punto di
vista del repertorio morfologico, maggiormente al comparto capenate, latino, tiberino in
genere, con un numero considerevole di rapporti con l’area campana e l’area abruzzese.
È solo a partire dalla fine dell’orientalizzante antico che si nota un numero maggiore
di assonanze con i tratti specifici della cultura materiale veiente, di quanto ravvisabile in un momento avanzato della prima età del Ferro, senza però che si giunga mai ad
un’identità nella cultura materiale49. Tornando all’ideologia funeraria si nota anche per
46
Colonna 1988; Carandini 1997.
Si tratta di una tipologia specifica di Narce (che non è annoverata nella classificazione di A. Cozza in
Narce 1894). Privo di attestazioni nel resto dell’Etruria Meridionale, questo peculiare tipo fu riconosciuto per
la prima volta nella necropoli de I Tufi in relazione alla tomba T5 (III) da Baglione, De Lucia Brolli 1997,
p. 146, nota 4. Oltre alla tomba T5 (III) sono attribuibili a questo tipo anche la T I (XXV), Acquisto Benedetti,
conservata al Museo Nazionale di Firenze, che è ad oggi, sulla base del corredo, la tomba più antica di Narce,
(citata da Baglione, De Lucia Brolli 1998, p. 122, nota 20). Al novero delle sepolture de la necropoli de I
Tufi sicuramente attribuibili a questo tipo va anche aggiunta la tomba T10 (IV).
48
Il riconoscimento del tipo in Campania ed in particolare a Pontecagnano in un momento avanzato della
prima età del Ferro si deve a S. De Natale e G. Ronga: «compare un nuovo tipo di tomba a cassa costruita con
lastre di travertino rozzamente squadrate, poste di coltello lungo i lati, con una lastra di piatto come coperchio
e talora con un’altra sul fondo che fungeva da piano di deposizione», in D’Agostino, Gastaldi 1988, p. 236.
Un’analogia, questa, che è stata sottolineata già in Baglione, De Lucia Brolli 1997, p. 146, nota 4. Peraltro
si noti che a Narce, come a Pontecagnano il tipo è legato alle sole incinerazioni maschili.
49
Dibattendo sulla cultura materiale, si è coscienti che la trama di legami tra Narce nell’età del Ferro e
comparti territoriali diversi da quello veiente da sola non basterebbe affatto a definire un’indipendenza politica
dal centro di Veio. Tratti di cultura materiale diversa coesistono all’intero di siti riconducibili ad un unico territorio anche nello stesso orizzonte cronologico qui in esame. Si veda ad esempio il caso di Poggio Montano,
entro il territorio tarquiniese, ma in una posizione di frontiera che garantisce una commistione di elementi
culturali (in Piergrossi 2002; Ead. c.d.s.) Allo stesso tempo anche a rischio di semplificare eccessivamente la
più complessa realtà materiale, la costituzione di un’entità a sé stante nel territorio falisco indipendentemente
dal periodo storico in discussione, è un dato naturale che deriva dalla costituzione geografica del territorio –
un’unica valle – con confini evidenti rappresentati dal Tevere e dai diversi rilievi del monte Soratte, del vulcano Sabatino e del vulcano Vicano (Baglione 1986, p. 124. Dal punto di vista geomorfologico si vedano Mattias, Ventriglia 1970; Alvarez 1972; Id. 1973; De Rita et Al. 1983, Ciccacci et Al. 1986; Ciccacci
et Al. 1988; Ciccacci et Al. 1992). Le scelte insediative, sono principalmente dettate dalla morfologia stessa
dell’Agro Falisco, con i centri abitati che si dispongono naturalmente nei punti focali del bacino del Treja, alle
confluenze dei diversi collettori.
47
note e discussioni
499
Fig. 11. Esempio di pozzetto con custodia litica costruita. Sezione della tomba
T9 (II). Inedito dall’Archivio Storico della SBAEM.
le fasi più recenti l’adozione di norme funerarie diverse da quelle di Veio. L’impiego
del sarcofago di tufo a Veio, in tutte le necropoli, è limitato alle sole sepolture infantili,
mentre a Narce caratterizza le sepolture di tutte le classi di età e di entrambi i generi,
in un solo caso una sepoltura infantile50. L’analogia dei tratti costituitivi dell’ideologia
funeraria de I Tufi e de La Petrina, permette di ascrivere le diverse tipologie riscontrate
non a scelte dei singoli gruppi legati ai due sepolcreti, ma all’intera comunità. Anche la
ricorrenza a Narce, nell’organizzazione dello spazio funerario, di aree esclusivamente
deputate all’incinerazione, per tutto il corso dell’VIII secolo a.C. è un fenomeno che non
trova confronti veienti e che non può essere ascritto a singoli nuclei di sepolture circoscritte, dal momento che è attestato in sepolcreti diversi51. Inoltre il recente studio di F.
Pitzalis sul costume funerario femminile, che si avvale della disamina di tutti i corredi
femminili a cavallo tra la prima età del Ferro e l’Orientalizzante antico di Narce, nel
più ampio quadro dei contesti dell’Agro Falisco, ha descritto le peculiarità del comparto
50
Sepolcreto de La Petrina, tomba A3 (XXI) in Narce 1894, coll. 402-403; De Lucia Brolli, Baglio-
ne 1997, p. 65 e nota 43 (Decenni finali dell’VIII sec. a.C.); Pitzalis 2011, p. 21.
51
I Tufi, gruppo sud, La Petrina B, necropoli di Monte Li Santi sud (Baglione, De Lucia Brolli
1997, p. 150).
500
note e discussioni
falisco che sembra caratterizzato nei diversi centri da costanti peculiari – dall’assenza di
ogni riferimento alla tessitura, a fronte di una volontà femminile di essere rappresentate
come filatrici, alla ricorrenza della posizione dei diversi ornamenti personali ed elementi del corredo di accompagno – che non permettono di associarlo ai diversi comparti
dell’Etruria meridionale52.
La presenza a partire dal terzo quarto dell’VIII secolo a.C. di tipi di probabile produzione veiente potrebbe alludere ad una partecipazione in un momento successivo alla
prima fase di occupazione, di gruppi provenienti da Veio. Solo da questo momento in
poi della storia di Narce si può forse richiamare la possibilità che un gruppo di giovani
veienti, che pur potendo ambire per nascita a ricoprire ruoli di prestigio e comando nella
città, non avrebbero avuto lo spazio effettivo per esercitare tali ruoli e dunque possano
aver contribuito al popolamento di Narce53. Il confronto con Capena può essere esemplificativo54. I materiali delle fasi più antiche, sulla base di quanto edito da E. Stefani, sono
molto simili a Narce55. Connotati con caratteri dissimili rispetto alla cultura materiale di
Veio, a partire dalla metà dell’VIII secolo a.C. dimostrano soprattutto una fittissima rete
di contatti con la Sabina e il Lazio56. Non si esclude dunque che a Narce, come a Capena, un sostrato “italico” sia stato arricchito molto presto dalla presenza di gruppi veienti,
assorbiti all’interno della comunità. L’eco di tale commistione potrebbe essere riassunta
dagli episodi miti-storici della saga di Halesus57.
52
Pitzalis 2011, p. 116.
Su questo punto la ricostruzione prospettata da M. Pacciarelli (nel passo citato alla nota 31) sembra
cogliere nel segno. Quelle «tendenze centrifughe» cui allude, generatesi in seno al controllo del potere politico
a Veio, possono aver contribuito sensibilmente all’apporto di genti, cose ed idee al nascente centro falisco.
54
La fondazione di Capena è stata posta da G. Camporeale in relazione con il rito del ver sacrum, creata
da «un gruppo di giovani veienti», guidati dal re Properzio (Camporeale 1991, p. 210, con i riferimenti al
racconto di Catone, in Servio.) In estrema sintesi occorre ricordare come il testo catoniano riportato da Servio
(Serv. Auct. ad Verg. Aen. VII, 697) non si riferisca alla città di Capena bensì si parli di «Lucosque Capenos».
Ed anche il regis Propertii citato nella fonte tradisce origini italiche e non etrusche nel nome.
55
Osservazione già puntualizzata da Baglione, De Lucia Brolli 1990, pp. 101-102. Ci si riferisce ai
dati della necropoli più antica di Capena, Le Saliere, per i quali, in attesa della pubblicazione da parte di M.A.
Fugazzola Delpino, possediamo un quadro parziale in base all’edizione di Stefani 1958. Capena in ogni caso
manifesta nette differenze nell’ideologia funeraria dal comparto falisco e, ancora di più, da Veio. L’incinerazione è legata a pochi contesti, per di più secondo un rito non altrimenti attestato nei territori limitrofi, dello
spargimento delle ceneri in piccole fosse rettangolari, non raccolte in contenitori-ossuario. Si veda Stefani
1958, coll. 29-30. Anche nelle sepolture ad inumazione vengono adottati riti di deposizione molto dissimili
dalle inumazioni di VIII secolo a.C. di Narce (Stefani 1958, col. 31 ss.).
56
Di diverso avviso la tesi di G. Cifani in Cifani 2005, p. 182, che sviluppa quanto già proposto da di
Gennaro 1982; Id. 1986; Peroni 1988, pp. 14-15.
57
Eroe ecista di Falerii e transitivamente ecista anche di Veio. Per l’identificazione di Halesus con il morto sepolto nella capanna rinvenuta di G. Bartoloni al centro del Pianoro di Piazza d’Armi si veda Carandini
2006, p. 87, nota 237. In realtà l’identificazione di Halesus come ecista di Veio sarebbe indiretta in quanto figlio
di Nettuno e avo di Morrio, re di Veio (Serv., Ad. Aen. VIII, 285). Si tratterebbe di un legame per così dire quasi
indiretto (infatti A. Carandini attenua l’identificazione con quel «un» Halesus). Nelle fonti ricorre come fondatore di Falerii, ed eroe eponimo della città (Serv., Ad. Aen. VII, 695) e non di Veio (sul Halesus, come «eroe locale» dell’Agro Falisco si veda Camporeale 1991, p. 217). Nel quadro della ricostruzione storica qui proposta, è
53
note e discussioni
501
Alla luce di queste considerazioni che investono la comunità di Narce nel corso dell’VIII secolo a.C. resta da valutare il quadro storico di grande cambiamento che lo studio
integrale delle necropoli ha dimostrato caratterizzare un momento avanzato dell’Orientalizzante antico, a partire approssimativamente dal 710 a.C. L’abbandono del sarcofago
di tufo a favore dell’inumazione entro cassa di legno, l’adozione della tomba a loculo del
“Tipo Narce” in chiave diversa rispetto a Veio58, il nuovo orientamento dei cadaveri con
la testa ad ovest, la semplificazione generalizzata delle strutture funerarie, assieme alla
rivoluzione del repertorio morfologico dei tipi materiali, con una netta focalizzazione dei
tipi sulle produzioni di Falerii che saranno caratteristici della capitale falisca nel corso del
VII secolo a.C., testimoniano in entrambe le necropoli un mutamento sostanziale dell’ideologia funeraria di Narce. Non si tratta di un impoverimento della comunità, tutt’altro.
Proprio in questa fase sembra sia impiantata la gran parte dei sepolcreti a raggiera attorno
ai tre nuclei dell’abitato59. Non è forse casuale che tali mutamenti nella comunità di Narce
si collochino in sostanziale contemporaneità con l’evoluzione in senso urbano di Falerii.
Proprio a Falerii, dove nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. si era assistito ad una
interessante proprio questa sorta di «duplice percezione dei Falisci» per cui a livello mitico la comunità veientana è legata al medesimo ecista di Falerii, e più in generale dell’Agro Falisco. Sulla motivazione per la quale Virgilio affermi che le schiere falische, sia di Falerii che di Fescennium, sono comandate da Messapus, anch’esso
figlio di Nettuno al pari di Halesus, che è invece indicato come comandante delle schiere campane, non si tratta
di una banale inversione (come suggerito in Camporeale 1991, p. 209), ma trova la sua giustificazione negli
equilibri politici successivi del IV secolo a.C., dunque dopo la disfatta di Veio (Briquel 1994, p. 94).
58
“Tipo Narce” (di Gennaro 1988, pp. 114-115), rilevando la diffusione del tipo soprattutto nei territori
che gravitano nell’orbita d’influenza veiente. Lo studioso ha più recentemente definito tombe “tipo Narce” le
fosse con loculo singolo e “fosse tipo Montarano” le fosse con doppio loculo (Per un inquadramento del tipo
e la sua diffusione si veda da ultimo di Gennaro 2007, p. 127 ss.; F. di Gennaro, in Roma 2006, pp. 223,
figg. A-B). Il tipo corrisponde alla forma 6 della classificazione proposta da A. Cozza (Narce 1894, coll. 138139), classificazione nella quale la struttura funeraria è spesso confusa con la disposizione del corredo. Le tombe a loculo appaiono adottate anche nelle sepolture alto orientalizzanti di Pitigliano e Poggio Buco, a riprova
dei rapporti intrattenuti dai centri con l’ambiente tiberino meridionale (E. Pellegrini in Preite 2005, p. 67),
sporadicamente nella necropoli dell’Osteria di Vulci (Moretti Sgubini, Ricciardi 2005, p. 524 e nota 18), e
nella necropoli orientale di Castro (Moretti Sgubini, De Lucia Brolli 2003, pp. 367-368 e nota 14). Il tipo
è ampiamente attestato a Narce: necropoli di Monte Li Santi Sud tombe 1, 2; necropoli di Monte Li Santi Sud
tombe 6, 7, 8, 9, 10; necropoli 2° Pizzo Piede, tombe 1 (XLV), 2 (XLVI), 3 (XLII), 4 (XXXVIII); necropoli
3°Pizzo Piede, tombe 5, 9, 10, 11, 12, 13; necropoli 4° Pizzo Piede, tombe 1, 4, 7, 9, 12, 13; necropoli 5°Pizzo
Piede, tombe 2, 3, 5, 8 (XXXVII), 9, 14 (L), 15 (LXIX), 17 (XLIV), 22 (XLVII); necropoli di Monte Cerreto,
tombe 48, 64. A Falerii nella necropoli di Montarano NNE è attestato dalle tombe 4 (LXI), 5 (XXXVIII), 19
(XXXIV), 41 (XXXIX). Nella necropoli de La Penna, tomba 27 (LXIV), 30 (LII), 32 (LXVI), 37 (LV), 40
(XLVI), 41 (LVIII). Il tipo è diffuso a Corchiano, primo sepolcreto di Caprigliano, tombe 11, 12, 15, 16, 17, 18,
19, 20, 21, 22, 23. Dal secondo sepolcreto di Caprigliano, tombe 2, 3, 14, 16, 20, 21, 23, 24. Confronti puntuali
da Veio, necropoli di Quattro Fontanili, ma privo della costanza del divisorio che contraddistingue il tipo di
Narce: tombe CC 4-5, DD 4-5, DD 5-6, DDEE 6, Xα, CC1α, Uγ.
59
Il dato è desunto da De Lucia Brolli, Baglione 1997, p. 66 ss. e dalla verifica autoptica di gran
parte dei corredi che annoverano tipi più recenti rispetto a quelli delle fasi 1-3 di Narce, così come descritte
sulla base de La Petrina e de I Tufi.
502
note e discussioni
progressiva occupazione dell’altura di Vignale, si assiste ora all’occupazione del pianoro
maggiore, a partire dall’ultimo decennio dell’VIII secolo a.C.60. Così dalla necropoli di
Montarano, relativa al primo stanziamento su Vignale o forse più probabilmente ad un
abitato posto più a nord della necropoli, segue l’impianto dei sepolcreti di Penna e Valsiarosa a segnare il limite occidentale dell’abitato, nel medesimo arco cronologico61.
In via del tutto preliminare, tali sconvolgimenti potrebbero essere messi in relazione alla conclusione del processo di formazione politica dell’Agro Falisco. Il controllo
che Veio doveva aver indirettamente assicurato sul territorio nel corso dell’VIII secolo
a.C. (quel comparto territoriale che nel corso del IX secolo aveva integralmente inglobato) certamente doveva aver risentito della profonda eco del conflitto contro Roma, nella
seconda metà dell’VIII secolo, tra terzo ed ultimo quarto. La gravitazione di Veio verso
la bassa Valle del Tevere e le saline alla foce avevano nella seconda metà dell’VIII costituito l’origine del conflitto romano-veiente nella contesa Veio per il controllo dell’Ager
romanus/Ager veientanus antiquus e dei septem pagi fondati da Romolo62. La sconfitta
di Veio, potrebbe aver avuto contraccolpi sul controllo delle aree più periferiche rispetto
al centro del conflitto, allentando per così dire l’influenza politica e favorendo la conclusione del processo di strutturazione dell’Agro Falisco, in un momento avanzato dell’Orientalizzante antico.
Jacopo Tabolli
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Al. 1998, p. 39. Recentemente M.C. Biella ha proposto ancora nel corso della prima metà del VII la presenza
di una necropoli presso lo Scasato (Biella 2009).
61
Iaia, Mandolesi 1993. Il dato sembrerebbe confermato anche dagli studi recenti condotti da G. Ligabue sulla necropoli de La Penna con la gran parte delle tombe databili nel corso dell’Orientalizzante medio, ma
con le più antiche attestazioni nel corso dell’Orientalizzante antico, ma in un momento avanzato del periodo.
62
Per il conflitto e la definizione dei due territori restano fondamentali ancora oggi i contributi di Ampolo 1987 e Colonna 1991. Liv. I, 14-15; Dion. Hal. II, 55; Plut. Rom. XXV. Si veda anche la recensione
a Rendeli 1993 di L. Cerchiai, in Ostraka 5.1, 1996, pp. 243-253. Sull’estensione e, più in generale, sulla
questione dell’ager veientanus anche verso Roma: Colonna, Maras 2006.
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SUMMARY
At the end of the 10th century BCE, the entire Ager Faliscus was rapidly abandoned. All the
communities of the Bronze Age villages probably moved towards Veii. By the mid-8th century new
communities had settled in the Ager Faliscus, founding the Faliscan towns, as well as Falerii, Narce
and Nepi. There is much debate concerning the origins of this population. My theory, based on the
typologies of materials as well as the funerary ideology, is that the formation of the Ager Faliscus
may have had Italic origin, together with the transference of single families or groups from Veii
itself. At Narce, as well as the other Faliscan sites, a Bronze Age settlement is indirectly attested.
We have a few vases from more recent well tombs (T3 and T15), dated to the mid-8th century BCE.
A possible hypothesis is that during excavation of the pit for the 8th-century cremation they found
note e discussioni
507
previous burials of the Bronze Age cemetery and respected them, conserving the tomb-groups in
the fill of the new cremation, but outside the custodia. The finds as well as the funerary structures,
well-tombs with tufa custodia or stone lining, are far more indicative of a Latin and Italic origin
then an Etruscan one. Phenomena of reuse of peculiar earlier structures are also testified by tumulus
C2 (XLVII), which preserves in its different phases of construction traces of an earlier male burial.

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