Storie e racconti di mare - Circolo Ufficiali Marina Mercantile

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Storie e racconti di mare - Circolo Ufficiali Marina Mercantile
Circolo Ufficiali Marina Mercantile
Riposto
Storie e racconti di mare
Volume XIII
Opere selezionate del Concorso “Fatti di bordo”
Sezione Narrativa del Premio Nazionale ARTEMARE
RIPOSTO 2005
Comune
Riposto
A.A.P.I.T.
Catania
Provincia
Regionale
Catania
Regione
Sicilia
Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Il futuro della collana “Storie e racconti di mare”
La pubblicazione del XIII volume della collana “Storie e racconti di mare” cade
nel trentesimo anniversario del Premio Nazionale Artemare. Il Premio ha avuto
inizio nel 1975 con la prima edizione del concorso di narrativa “Fatti di bordo”
indirizzato ai soli naviganti. Poi, negli anni, sono nate le sezioni, aperte a tutti,
sulle varie discipline artistico-letterarie: canzone, fotografia, gastronomia,
giornalismo, modellismo navale, narrativa, pittura, protagonisti del mare, scultura,
video documentario, tutte aventi per soggetto il tema specifico “L’uomo e il mare”.
La collana raccoglie i lavori migliori presentati ai vari concorsi “Fatti di bordo”.
Tutti gli scritti esaltano, in ogni suo aspetto, il rapporto dell’uomo con il mare e le
testimonianze di vita vissuta rivelano situazioni, stati d’animo, speranze, delusioni,
riflessioni autentiche degli uomini di mare.
Alle copie del bando 2004 - che normalmente inviamo alle Società di navigazione
per farle recapitare sulle loro navi, alle Capitanerie di Porto per esporle all’albo,
alle riviste marittime - abbiano allegato una lettera in cui invitavamo cortesemente
quanti erano in grado di diffondere la nostra iniziativa a darci un aiuto «…perché,
nel tempo, abbiamo notato che l’adesione di nuove firme nella Sezione riservata
agli uomini di mare è sempre più ridotta, mentre nelle altre è via via sempre più
numerosa e qualificata. Pensiamo che ciò sia dovuto al fatto che la divulgazione
del nostro Bando non può essere capillare nel raggiungere gli individui che
presumiamo interessati».
Ci ha risposto il Cap. L.C. Andrea ROMANIN di San Donà di Piave (VE),
scrivendoci:
«…il motivo principale è che noi ufficiali non abbiamo né il tempo, né la possibilità
temporale e materiale di produrre materiale artistico di alcun tipo. I carichi di
lavoro derivanti sia dall’attività nave che dalle normative nazionali e internazionali
sono diventati più pesanti con una tendenza all’aumento, soprattutto se parliamo
di navi cisterna in generale (ove io presto servizio), navi roro, portacontainer e
hsc; non a caso dal luglio di quest’anno sarà operativo l’ISPS Code, che certamente
Lei conoscerà, che prevede a bordo la figura dello SSO (Ship Security Officer):
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un’altra mansione in più agli ufficiali, tenendo presente che la consistenza numerica
degli equipaggi è abbastanza esigua (per intenderci la tabella d’armamento minima
di una moderna VLCC è di 17 persone).
Al giorno d’oggi, ogni lavoro che si compie a bordo deve rispettare i dettami
della normativa SMS, del Bridge Team Management quando si pianifica una
traversata, dell’ISGOTT e SIGTTO per quanto riguarda l’operatività e il
mantenimento della sicurezza a bordo di navi petroliere e gasiere, della MARPOL
73/78, dell’HACCP per l’igiene di bordo, del Decreto legislativo 271, della SOLAS,
nonché di tutte le normative italiane ed estere vigenti in materia di sicurezza e
prevenzione dell’inquinamento che non cito: ciò è giusto e deve essere eseguito.
Ma proprio perché deve essere eseguito con criterio e scrupolosità, anche per
l’elevato numero di documenti cartacei da produrre, ciò comporta un ben
determinato impiego di tempo che non possiamo concedere ad altri scopi: se lo
concediamo è a discapito del lavoro cui siamo preposti e anche della nostra
reputazione deontologica nei confronti del comandante. E visto e considerato come
veniamo trattati dal personale di terra e dai media in caso di sinistri non possiamo
permetterci errori di alcun tipo.
Non parliamo di quando la nave ha dei problemi di natura tecnica oppure è
ormeggiata in porto (ispezioni da parte di major, ispezioni PSC, ispezioni antidroga
ecc....) il tempo a disposizione è mera illusione. Spiace darLe questa situazione,
ma è la pura realtà di chi lavora in mare e di cui ho voluto informarLa.
Ecco quindi, e anche per concludere, che temo che le adesioni di nuove “firme”
saranno sempre di meno per le mie regioni citate poc’anzi, ragioni che accetto
venire contestate».
Condividiamo pienamente quanto sostenuto dal com.te Romanin. Questo
problema, evidenziato tante volte, l’abbiamo trattato anche nell’edizione 2002 del
Premio e risulta riportato in calce a questo volumetto sotto il titolo “La Marina
Mercantile Italiana”:
«… le tecnologie avanzate d’automazione applicate agli impianti navali hanno
consentito una forte riduzione del numero degli ufficiali e dei membri
dell’equipaggio. Al contrario, la recente normativa sulla sicurezza della navigazione
e sulla protezione dell’inquinamento marino hanno portato il navigante a subire
un eccesso d’impegni sia per la complessità degli attuali impianti, sia per i numerosi
controlli cui la nave viene sottoposta e sia per la più intensa azione burocratica
connessa con l’esercizio della stessa. Questa riduzione di personale a bordo e la
maggiore fatica cui esso è sottoposto sono in contrasto con il principio d’avere
navi sempre più sicure».
Pensiamo che a determinare la riduzione dei concorrenti naviganti, oltre a quanto
denunciato dal Com.te Romanin, ci siano altre motivazioni: la carente pubblicità
del Premio, il numero dei naviganti che rispetto al passato è diminuito e non di
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poco, i molti partecipanti delle prime edizioni che sono venuti a mancare, ed anche
l’uso assiduo di posta elettronica e l’invasione dei telefoni terrestri e satellitari che
disabituano allo bello scrivere: oggi non si scrive più, si telefona, si mandano
messaggini e si spediscono e_mail con la loro scrittura telegrafica e non curata.
Detto questo, riteniamo che il navigante, se vuole, può e deve trovare il tempo
per scrivere. Gli serve come valvola di sfogo e nello stesso tempo gli dà l’occasione
per porre i suoi problemi all’attenzione degli altri.
Il comandante Romanin ha saputo trovare il tempo per scrivere la sua giusta
rimostranza, per la quale noi lo ringraziamo. Con la sua lettera ci ha esposto un
“Fatto di bordo” e volendo, quindi, potrà raccontarci altre vicende, magari nei periodi
di riposo a casa. A volte, anche in una paginetta, si può riportare un rilevante “fatto
di bordo”.
Il Presidente del Circolo
Monumento ai caduti del mare che dovrà sorgere a Riposto
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Presentazione del Sindaco
di Riposto
On.le avv. prof. Carmelo D’Urso
La pubblicazione del XIII volume Storie e racconti di mare
costituisce indubbiamente l’espressione della vitalità del Circolo degli
Ufficiali della marina mercantile di Riposto, il segno di una presenza
che il trascorrere del tempo non scalfisce, la manifestazione della
tenace volontà di non interrompere il percorso iniziato nel 1975 con
l’ambizioso obiettivo di esaltare il rapporto dell’uomo con il mare in
tutti i suoi molteplici aspetti.
Il Premio nazionale Artemare, unico nel suo genere, ha posto la
nostra cittadina all’attenzione del Paese, divenendo punto di
riferimento per quanti, amando il mare, affidano al fascino della parola
o del colore o del suono l’espressione del loro sentire, facendolo
assurgere a sentire di tutti.
Come sindaco della città sede del Circolo non posso non
compiacermi per la pubblicazione del presente volume, che mantiene
vivo un evento ormai entrato nella storia del nostro territorio.
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Il sindaco, on.le Carmelo D’Urso, come ogni anno, conclude la serata della premiazione 2003
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Artemare 2002 - Edizione XXVIII
La Commissione giudicatrice del concorso nazionale di narrativa,
sezione letteraria del Premio ARTEMARE 2002, presieduta dal prof.
universitario Orazio Licciardello e composta di: dott.ssa Betty Denaro,
Segretaria - prof. Roberto Di Bella, Assessore alla Cultura del Comune
di Riposto - ten. vasc. Sandro Nuccio, com.te della Capitaneria di Porto
di Riposto - prof.ssa Sara Martello - cap.d.m. Mario Di Pino - cap.l.c.
Dino Sodano,
dopo approfondita discussione e costatata, in tutte le opere, la presenza
di un forte impegno, ha così deciso:
Il primo premio è stato assegnato a:
Giuseppe Spiotta di Casatenovo LC - Il Veliero
Il secondo premio a:
Giuseppe Cavarra di Messina - La leggenda dell’uccello-gabbiano
Il terzo premio a:
Anna Maria Cavicchi di Bologna - Capitano “UBI”
La giuria ha ritenuto doveroso attribuire una menzione speciale alle
opere degli autori:
Vincenzo Galvagno di Messina - Scurpiddu
Piera Grassi Pedrella di Lerici SP - Aneddoti di bordo
Beniamino Todaro di Padova - L’uomo dei sogni
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Giuseppe Spiotta
IL VELIERO
P
er essere stupidamente scivolato, mentre faceva la doccia, era costretto, con
una gamba ingessata, a trascorrere il resto delle sue vacanze senza la possibilità
di fare un bagno.
Era obbligato a restare per ore ed ore, anche se comodamente seduto, sulla terrazza
del residence che avevano affittato, per tutto il periodo estivo, in un piccolo paese
che una volta era abitato da soli pescatori.
Il residence era proprio di fronte al mare e dalla terrazza si dominava la piccola
spiaggia, delimitata a sinistra dalla ripida scogliera a picco sul mare e a destra dal
porticciolo, che era raggiungibile dall’unica via del paese che, fatta eccezione per
la strada statale con la quale si congiungeva, era la sola abbastanza larga da
permettere la circolazione delle auto. Il nero nastro d’asfalto, perennemente ricoperto
dalla sabbia, lambiva la spiaggia per finire sul molo.
La sera la strada si animava e i turisti la percorrevano in su e giù più volte,
guardando le vetrine dei pochi negozi che, dall’inizio della stagione, esponevano
sempre le solite cose. Dopo la passeggiata i più si sedevano in uno dei tre bar o
nell’unica pizzeria che, con i loro tavolini, avevano invaso buona parte del
marciapiede.
Passava l’intera mattina sulla terrazza, a leggere e a disegnare, ascoltando della
musica, e scendeva in spiaggia di pomeriggio, per sedersi sotto l’ombrellone ad
attendere, con il resto della famiglia, il tramonto che era sempre uno spettacolo da
non perdere. Aiutandosi con le stampelle, dopo il tramonto, lentamente si trascinava
sino al bar vicino al molo, e lì beveva un bicchiere di sangria, dando un’occhiata al
giornale che in quel paesino arrivava solo nel pomeriggio.
Ormai lo conoscevano tutti sia perché era l’unico turista con una gamba ingessata
sia per la confusione che si era creata all’arrivo dell’ambulanza, accorsa dalla città
più vicina, che distava circa una trentina di chilometri, che aveva provocato un
vero ingorgo nel già caotico traffico dell’unica via - anche a causa d’alcune macchine
che furono spostate a braccia per consentire il passaggio del mezzo.
Le sue giornate trascorrevano così nella quiete più assoluta. Tutto sommato non
si lamentava molto.
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“In definitiva - diceva ridendo - ho trovato il modo per riposarmi veramente”.
Essere costretto a fare le solite cose non gli dispiaceva poi tanto. Trovava quel
ripetersi di situazioni, che scandivano la sua giornata, quasi appaganti. Non
desiderava di meglio. La gamba rotta lo esonerava dal dovere partecipare alle solite
escursioni in auto o in barca, che si tramutavano sempre in un enorme dispendio
d’energia, cui era costretto per non sembrare un orso. Aveva pranzato, come ogni
giorno, sulla terrazza ed ora prima di fare il solito pisolino pomeridiano desiderava
terminare di leggere l’unico libro, che non fosse un giallo, che aveva trovato nella
libreria del residence.
Aprì il libro dove aveva posto tra le pagine come segno una cartolina che non
aveva ancora deciso a chi spedire. Guardò la sua gamba ingessata.
“Hanno proprio fatto un buon lavoro” - pensò, e sentì che la posizione in cui si
trovava, appoggiata su uno sgabello, andava bene. Non c’era bisogno di chiedere
aiuto per sistemare un cuscino sotto il piede. Così iniziò a leggere:
“Dire che tutte le cose sono <yu> è unilaterale ma dire che tutte le cose sono
<wu> è pure unilaterale. Entrambe le proposizioni sono unilaterali poiché danno
l’errata impressione che il wu non-esistenza derivi dall’assenza o rimozione dello
yu o esistenza; in realtà ciò che è yu è simultaneamente wu.
Per esempio non è necessario che la tavola che ci sta davanti sia distrutta perché
cessi di esistere; di fatto, essa cessa di esistere in ogni istante. La ragione di ciò sta
nel fatto che quando si comincia a distruggere la tavola essa ha già cessato d’esistere.
La tavola di quest’istante non è più la tavola dell’istante precedente, essa non fa
che apparirci come quella di prima. Quindi al secondo livello della doppia verità,
tanto che...”
Alzò lo sguardo dal libro emettendo un’esclamazione che non terminò perché
vide uno splendido veliero, materializzarsi improvvisamente dal nulla, sul mare
che aveva di fronte.
Le vele gonfie di vento sembravano candide nuvole che leggere sfioravano quella
distesa d’acqua dall’inverosimile colore viola.
“Strano, non l’avevo notato prima, eppure per essere così vicino deve essere lì da
un po’ di tempo”.
Posò il libro sul pavimento, accanto alla poltrona. Guardò con interesse
quell’imbarcazione. Non capitava tutti i giorni di poter vedere un tre alberi.
“Non va a motore, si sentirebbe, e poi le vele non sarebbero così gonfie. Ma se
non c’è un alito di vento, come diavolo fanno a gonfiarsi per consentirle di procedere
così velocemente?”
Prese le stampelle e saltellando sul piede destro riuscì a sistemarle nel giusto
modo per camminare. Attraversò il terrazzo ed entrò nella grande sala, arredata in
stile marino, prese il binocolo che era sulla libreria. Infilò il binocolo, per avere le
mani libere per le stampelle, nella cintura dei pantaloncini da spiaggia che indossava
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Il veliero
Giuseppe Spiotta
e, ripresa la gruccia, si affrettò a tornare sulla terrazza.
Il veliero era ancora lì, anzi sembrava essersi maggiormente avvicinato. Si sedette
sulla comoda poltrona di tela bianca lasciando cadere le stampelle ai lati della
stessa ed iniziò a guardare con il binocolo, manovrando per avere un fuoco perfetto.
“E’ bellissima! - esclamò - bellissima, non ci sono altri termini per definirla.
Bellissima”.
Non un’onda, non un alito di vento, il mare sembrava una stupenda lastra d’argento
che rifletteva il colore del cielo.
Davanti alla prua del vascello due candidi sbuffi di schiuma, dello stesso candore
delle vele, erano le uniche cose animate su quella superficie perché il veliero, pur
avvicinandosi, sembrava immobile e non lasciava scia.
“Ma come fanno ad essere così gonfie quelle vele se non c’è un minimo di vento?”
- ripeté a se stesso continuando a guardare affascinato.
Cercava di vedere se c’era vita sul ponte e scrutò a lungo, continuando ad
armeggiare con la messa a fuoco del binocolo. Non si vedeva nessuno.
“Impossibile, una barca così dovrebbe brulicare di marinai, ma dove si sono
nascosti?”
Continuò, con crescente ostinazione nella sua ricerca, ma senza risultato. Il veliero
era ormai giunto in prossimità del piccolo porto.
“E’ troppo grande perché attracchi al molo, sicuramente calerà l’ancora stando
fuori del porto”.
Vide, infatti, le bianche vele afflosciarsi, poi, in un tempo che gli sembrò
brevissimo, le vide raccogliersi in ordine sui pennoni.
Gli parve di udire lo stridio della catena dell’ancora ed, in effetti, vide che cadendo
aveva sollevato un alto spruzzo di candida schiuma. Il veliero ora era immobile ad
una cinquantina di metri dal porticciolo.
“Bravi! Dieci e lode. Manovra perfetta”. - continuava a guardare e parlare con sé stesso.
“Nessuno, nessuno che manovri, è impossibile! Avrà pure tutti i comandi
computerizzati che esistono, ma è impossibile che non ci sia un marinaio”.
Si sentiva eccitato come un bambino di fronte ad un bel giocattolo. Continuava a guardare
instancabile cercando di cogliere il minimo segno di vita su quella splendida barca.
Niente, immobilità assoluta.
Spostò lo sguardo verso il porto e vide che molte persone si erano radunate sul
molo, tutte attirate da quella stupenda imbarcazione.
“Oggi non scenderò in spiaggia, attenderò qui il tramonto. Dopo andrò al porto”.
Attese paziente il tramonto guardando, di tanto in tanto, verso il veliero per
scorgere qualche segno di vita. Ma non vide niente.
Arrivò il tramonto e, come sempre, anche quella sera fu di una bellezza struggente.
Stava pensando che sarebbe andato al bar dopo cena quando, ad un tratto, vide
accendersi una luce sul veliero.
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“Allora c’è qualcuno! Finalmente si è deciso a farsi vedere, non è una nave
fantasma”.
Sorrise con un senso di vittoria. La sua costanza era stata premiata.
Non si spiegava comunque il perché di tanto interesse e curiosità. Forse era attratto
dalla maestosa bellezza del veliero e desiderava, invidioso, vedere il volto del
fortunato proprietario.
“Mangerò sulla terrazza, così potrò tenerlo d’occhio”.
Erano circa le dieci di sera quando decise di infilarsi una camicia per scendere al
porto. Sarebbe andato, come faceva ogni sera, a sedersi ad uno di quei piccoli
tavolini del bar, forse sarebbe stato meglio definirlo osteria, che era alla fine della
passeggiata, proprio di fronte al molo.
Si destreggiò tra i tavoli della pizzeria e le macchine parcheggiate evitando, per
quanto gli era possibile, di camminare sulla strada invasa dai pedalò.
Non desiderava lasciare quel paese con entrambe le gambe ingessate, una era più
che sufficiente. Arrivò sudato, per lo sforzo di dovere camminare con le stampelle
senza poter appoggiare il piede sinistro e vide, con sollievo, che il cameriere gli
andava incontro reggendo una comoda poltroncina.
“È in ritardo ingegnere. L’aspettavamo dopo il tramonto. Ho qui il suo giornale,
venga, il suo tavolo ora è libero, ma ho dovuto portare dentro la poltroncina per paura
che la occupassero. Visto quanta gente questa sera? E’ per il veliero. E’ bello vero?”
“Sì bellissimo – rispose - non trovo altre parole per definirlo; bellissimo”.
Provò piacere a poter ripetere ad alta voce la sensazione che aveva provato
vedendolo dalla terrazza, era come far partecipe gli altri della propria emozione.
Si sedette e, senza che l’avesse ordinata, gli fu immediatamente portata una caraffa
di sangria insieme al giornale.
“Sono veramente gentili” - pensò prendendo il giornale che il cameriere aveva
messo sul tavolino insieme alla caraffa e al bicchiere.
“Il Diavolo, è arrivato il Diavolo... vi strapperà l’anima per darla in pasto alle
orrende creature della notte... il Diavolo... il Diavolo”.
“Smettila Rocco con queste stronzate. È da questo pomeriggio che ci stai
rompendo i... i cosi... con questa storia. Vuoi spaventare la gente?”
Il cameriere inveiva contro Rocco ad alta voce, quasi gridando, cercando di
spingerlo lontano dai tavolini.
Rocco era un vecchio pescatore, quasi sempre ubriaco, da tutti conosciuto per la
sua bonarietà. Non dava fastidio a nessuno, ma accettava volentieri un bicchiere,
quando gli era offerto, ed il guaio era che erano in molti, in particolare durante
l’estate, ad offrirglielo per sentirlo cantare.
“Il Diavolo, il Diavolo, io l’ho visto in faccia quella notte. L’ho visto, ed ora è
tornato... è tornato come mi aveva detto... per prendermi l’anima”.
Nel frattempo erano giunti, in aiuto del cameriere, due pescatori che preso il
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Il veliero
Giuseppe Spiotta
vecchio sotto braccio si avviarono verso il paese.
“Cos’è questa storia del Diavolo?”- chiese incuriosito.
“Niente, niente è un povero scemo”. – rispose il cameriere e, presa una sedia libera dal
tavolo vicino, si sedette accanto facendo attenzione a non urtare la gamba ingessata.
“Rocco era un buon pescatore, ma ha avuto una disgrazia ed è impazzito. Non
che sia pericoloso, per carità è un buon uomo, tutti gli vogliamo bene, ma da quella
notte non ci sta più con la testa”.
“Perché? Cosa gli è successo?”
“Ma niente, erano stati fuori a pescare con il peschereccio, quando rientrando
sono incappati in una tremenda tempesta, un vero uragano, credetemi ingegnere.
Il mare quella notte sembrava impazzito. Figuratevi che le onde sono arrivate sin
dentro il vostro residence, spazzando via tutto quello che c’era, fino al primo piano.
Una cosa terribile, vi dico. Nessuno ricorda, neanche i più vecchi, di aver mai visto
un mare così.
Cosa volete, il peschereccio preso dal maremoto non gliel’ha fatta e tutti sono
annegati, ma non Rocco che è stato trovato, privo di sensi, su una spiaggia a diversi
chilometri da qui.
Quando si è ripreso ha raccontato che non era stato il mare ad affondare il
peschereccio, ma che era stato speronato da un veliero che aveva un equipaggio di
spettri, vestiti di stracci con gli occhi di fosforo, comandati dal Diavolo in persona
che, dalla coperta gridava gli ordini e la sua voce agghiacciante si sentiva sopra il
frastuono della tempesta.
Quel veliero, dice Rocco, non navigava come le altre barche ma stava sospeso
sul mare e con la chiglia ha letteralmente spaccato in due il peschereccio, che è
affondato tra le onde. Lui, racconta, è stato preso con un rampone da uno degli
spettri e, su ordine del comandante, scaraventato lontano, come se si trattasse di un
fuscello, verso la spiaggia, accompagnato dalla voce del Diavolo che, ridendo, gli
diceva: «Ci rivedremo Rocco, ci rivedremo». Ditemi voi chi mai può credere ad
una simile storia”.
Ascoltò in silenzio, senza interrompere il racconto del cameriere, poi commentò:
“In effetti, è alquanto originale. Sembra quasi che si sia imbattuto con una
leggenda, quella dell’Olandese volante”.
“No! Rocco non ha detto che era un Olandese con un aeroplano, ha detto che era
il Diavolo su una nave”.
Non poté fare a meno di sorridere alla precisazione del cameriere che ovviamente
non conosceva la leggenda del vascello fantasma. Era rimasto affascinato dalla
storia di Rocco e desiderava conoscerne i dettagli. Avrebbe cercato di farsi raccontare
l’intera storia dallo stesso sfortunato protagonista. Non sarebbe stato difficile
convincerlo con una buona bottiglia di vino.
“Quella storia merita ben più del solito bicchiere” - disse convinto tra sé e sé...
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Era quasi mezzanotte quando videro che dal veliero si staccava una barca che
puntava verso il molo. Non c’era nessuno ai remi e non si sentiva il minimo rumore
del motore.
Un uomo in piedi, al centro della barca, guardava fisso verso terra. Con agilità
l’uomo saltò sul molo, quando la barca si accostò. Si chinò per legare l’imbarcazione
e in quell’istante si vide la figura di Rocco che gli piombava addosso urlando.
L’uomo, raddrizzandosi, si girò su se stesso, quasi senza fretta, trovandosi a viso
a viso con il suo aggressore. Sembrava una scena ripresa al rallentatore.
Si vide distintamente la mano di Rocco che, armata di coltello, pugnalava l’uomo
al petto e questi restare immobile, senza fare nessuna mossa per difendersi. Poi
l’uomo si accasciò lentamente sul molo e Rocco, con ancora in mano il coltello,
fuggire urlando come un ossesso:
“Il Diavolo. Ho ucciso il Diavolo”.
Molta gente accorse verso il punto dell’aggressione ma rimase come impietrita
quando vide l’uomo sollevarsi da terra, guardarsi intorno e chinarsi ancora per
finire di legare l’imbarcazione, come se niente fosse successo.
L’uomo si avviò con passo lento e maestoso, verso il bar, attraversando il gruppo
di persone che erano accorse, gruppo che si apriva, silenzioso e sbigottito, al suo
passaggio come l’acqua davanti alla prua di una nave.
“Niente, grazie, era solo un ubriaco, non è successo niente, grazie”.
Aveva una voce calda, profonda, senza nessuna inflessione dialettale. Alto, con
una leggera barba bianca che gli incorniciava il viso, un cappello con visiera, come
quelli che portano i comandanti delle navi. Era elegantissimo con un’impeccabile
giacca blu notte ed i pantaloni bianchi come le scarpe, ed al collo un foulard.
Si avvicinò al suo tavolo; il cameriere si alzò senza proferire parola, anche lui
come tutti i presenti, era stravolto per l’avvenimento. Notò che improvvisamente,
dopo che l’uomo aveva parlato, era sceso su tutto un profondo irreale silenzio.
“Posso sedermi?” - chiese con un tono cortese ma tale da non accettare un rifiuto.
“Certo, la prego. Scusi se non mi alzo ma ho una gamba...”
“Vedo, vedo” - rispose lo straniero senza dargli tempo di finire la frase.
Guardò quell’uomo fisso negli occhi. Occhi così belli da non sembrare umani.
Gli sembrò di percepire, nello sguardo dello sconosciuto, la solitudine di un uomo
sopraffatto dal dolore, ma che non chiedeva conforto. Quell’uomo sembrava invece
chiedere, con l’intensità del suo sguardo, di pregare per lui quel Dio lontano che
era sfuggito dal suo cuore. Quel Dio che aveva chiamato, invocato nel terrore delle
tenebre, sino a sentirsi abbandonato, solo, tra i vivi. Quel Dio che aveva sfidato
maledicendo.
La sofferenza di quell’essere era qualcosa di concreto, di palpabile, una sofferenza
che non aveva immaginato potesse esistere.
Inconsapevolmente si sentì colpevole e complice, e la tristezza l’attanagliò.
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Il veliero
Giuseppe Spiotta
E lo sentì fratello. Anche lui non riusciva a venire a capo del senso della vita.
Solo con se stesso, con le sue paure, nella tempesta di una vita che non comprendeva,
costretto a scavalcare i giorni come fossero montagne, nella vana speranza che
dietro l’ultima cresta avrebbe trovato la pace promessa.
Il suo sguardo si posò sul petto dell’uomo, che sedendosi si era slacciato la giacca.
Sulla candida camicia spiccava una grossa macchia di sangue ancora fresco.
“Ma lei è ferito. Sta sanguinando! Potrebbe morire dissanguato se non si fa subito
qualcosa”.
L’uomo abbassò il suo sguardo, sul punto che lui fissava, e con un malinconico
sorriso rispose:
“Lo vorrei tanto, mi creda, ma non è niente”.
Nonostante la gamba ingessata si alzò di scatto dalla sedia. Quella macchia di
sangue stava svanendo sotto i suoi occhi e la camicia ritrovava il suo candore.
“Claudio! Claudio... vuoi svegliarti? È tutto il pomeriggio che dormi. Tutto questo
sole finirà col farti male. Ma non potevi chiamarmi? Ti avrei sistemato l’ombrellone.
Santo cielo che testa”.
Senza far caso agli amorevoli rimproveri, ancora frastornato, guardò verso il
mare e vide quel magnifico veliero allontanarsi, andare lentamente verso il tramonto.
“...la doppia verità! Sogno e realtà. Anche queste sono due verità! Cosa succederà
quando queste verità si incontreranno?”, commentò malinconicamente, poi aggiunse:
“È bellissimo! Non trovo altre parole per definirlo; bellissimo”.
E come un fanciullo felice agitò la mano in segno di saluto.
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V iag
gi so
ciali alle isole E
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sociali
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24 luglio: Salina *** 7 agosto: Vulcano
21 agosto: Lipari *** 28 agosto: Stromboli
4 settembre: Salina
dal Por
to di RIPOS
TO
Port
RIPOST
Partenza ore 07.00 - Ritorno ore 21.30
“Nell’incantevole mare di Sicilia” con le veloci e
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Ferrovie dello Stato per valorizzare il Porto di
Riposto e per dimostrare la convenienza delle
”autostrade del mare”.
In caso di condizioni meteorologiche avverse o per motivi tecnici della nave il viaggio
potrà essere spostato in altra isola più sicura oppure rinviato a data successiva
Per informazioni rivorgersi alla Segreteria del Circolo: ore 10.00/12.00 e 18.00/20.00
o telefonare a: (095) 934319 - (095) 934030 o per E-mail: [email protected]
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Giuseppe Cavarra
LA LEGGENDA DELL’UCCELLO GABBIANO
Racconto popolare messinese
Si m-piscaturi a-mmari si piddiu,
spetta cent’anni pi ‘nchjanari a-Ddiu.
(Se un pescatore a mare è perduto,
attende cent’anni per salire a Dio)
I
gnari della loro fragilità, gli uccelli-gabbiani vogliono dare un nome al tramonto
che si specchia sul Pantano e al cielo che perde ogni giorno un po’ del suo
antico colore sulla fiumara di Papardo. Essi sono l’orologio dello Stretto e i pescatori
del Faro traggono dalle loro evoluzioni tappe immaginarie del tempo. Per questo
passano molte ore a guardarli: seduti sul muretto, aguzzano lo sguardo sulle ruote
dei più disequilibrati che deviano leggermente in cerca di un atterraggio di fortuna;
poi concentrano l’occhio lungo le radiali di un intrico di strade che essi rifanno
un’infinità di volte senza spazientirsi.
Seduto sul muretto di Torre Faro, don Angelo racconta che i pescatori inghiottiti
dallo Stretto, presa forma di uccelli-gabbiani, si tirano dietro per cent’anni sul porto
a falce una pena senza speranza. Andando per il cielo chiuso ad ogni utopia, cercano
invano spiragli da cui tentare proiezioni e ancoraggi. Nello spasimo non si danno
pensiero di destare un ricordo o nutrire una speranza. Per loro il tempo si è ormai
ridotto ad un groviglio di echi, anch’essi senza nome; e quando il grande lago di
luce minaccia di inghiottirli, tendono l’orecchio al vento che sguscia sulla loro
tristezza. Ogni fruscio che li sfiora nel volo cela per essi un misterioso presagio.
Don Angelo sa tante altre cose sui gabbiani dello Stretto, ma si guarda bene dal
dirle: quelle se le tiene per sé.
Tra i venti dello Stretto lo scirocco è il più molesto. Spietato, soffia senza tregua
fino a quando non si arrende anche il respiro delle piante intorno al Pantano e al
Pantanello. Preferirebbero essere sassi sulla costa di fronte e non fragili creature
che si accasciano sfinite per troppo dolore. Anche i pesci temono il vento che viene
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dall’Africa: quando lo sentono arrivare, fuggono più che possono e vanno a rintanarsi
nelle pieghe dei massi disseminati a migliaia sul fondo dei laghi e del mare.
Immaginate cos’è lo scirocco per i poveri gabbiani: creature delicate, senza forze,
assai più sfortunate degli altri, condannate come sono a vivere senza un nido né
una tana in cui ripararsi nel momento della paura, quando il ventaccio li sbatte,
butterebbero anche sulla pietra più dura la loro stanchezza. Sono questi i momenti
in cui i pellegrini del cielo ritrovano vivi nella memoria gli avvenimenti tristi e lieti
del loro passato, le parole di conforto udite quando la vita era per loro tutt’altro che
un viaggiare il cui inizio non è dato dall’ora che appare sul quadrante, dalla stella
che, al calar della notte, appare puntuale sulla calotta del cielo o dall’alba che esce
da dietro il monte col suo corteo di luci.
Il viaggio degli uccelli-gabbiani non è certo il viaggio di coloro che corrono
rapidamente tra voci amiche per ritrovarsi in una sala ad ingannare la vita. Il loro
viaggio comincia dalla notte e finisce nella notte. All’alba, escono dal buio e vanno
per l’aria di piombo come ciechi in luogo estraneo. Per loro anche l’alba è groviglio
di nubi che si specchia sul Pantano, anche il cielo aperto sul Canale è angustia
insopportabile. Da quando la luce del sole si distende sullo scenario dello Stretto
fino a quando la luna si posa lieve sull’acqua, non c’è attimo che ecciti la loro
fantasia, non c’è sensazione che percorra i pensieri della giornata. La loro condanna
è sgomitolare tutto il giorno i pensieri della notte con la pazienza che ci vuole per
sciogliere un laccio attorcigliato o slacciare una lunga fila di bottoni dietro la schiena.
I moti dei loro pensieri sono monotoni, simili a quelli della massaia che prende fra
le mani gli oggetti familiari nelle faccende della mattina.
Quando il sole porporino si ferma al meridiano del Peloro e ovunque semina
febbre per lo Stretto, i gabbiani volano più basso che possono, dritti puntando sulla
costa di fronte. Non scende vento amico da Rocca Guelfonia e nel volo ogni schizzo
di luce si fa arsura senza scampo. Se potessero, squarcerebbero con un grido le
viscere della terra. Allora prendono alto, perché sanno che nemmeno quaggiù il
viaggio degli uomini finisce in un tramonto perlaceo.
Quando il buio incipiente rende furtive le cose, i gabbiani sognano fulgori cui
l’alba lavora e non hanno la certezza di andare in qualche luogo. Se l’ultimo fascio
di luce volteggia sul porto a falce e nel banco di nebbia restano le cose come in
bilico, s’inventano cieli nuovi dentro gli occhi socchiusi e astri di sostanze ineffabili.
Avanzano come possono nel buio, cercando mani amiche che colmino il giro
dell’occhio. Nello spasimo fanno passi inquieti in stretti giri, mentre intorno alla
Lanterna arricciano le creste i cavalloni.
Ora la nuvolaglia scivola minacciosa verso Ganzirri. Aleggia più che può il
gabbiano disequilibrato a destare un ricordo sul più lontano orizzonte. Vorrebbe
aprirsi nell’aria un abisso a fuga spietata, ma non lo tira fuori dal grigiore vento che
scende dal Tirreno rasente la costa e fa più ampio il silenzio. Non s’indorano le
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La leggenda dell’uccello - gabbiano
Giuseppe Cavarra
memorie in un altrove al vento che sforza più che può l’ala del cuculo canterino e
la cresta dell’allodola brachidattila. Un vortice carico di minacce si apre su Forte
Cavalli e distende ombre lunghe dalla Cittadella a Dinnammare. Le genti spaventate
chiamano “garofalo” il vasto gorgo: nome troppo gentile, se non c’è erba tenace
che resista al passaggio né rondine che non cada chissà dove fulminata. Le donne
coprono con le mani gli occhi dei bambini fino all’ora dell’Ave. Poi ogni strepito si
scioglie in un vento pettegolo e la bianca nuvoletta spiana la strada verso la notte.
La luna ora si adagia verdastra sulla nudità rabbrividita del mare divenuto ad un
tratto inospitale. Nel disordine ostinato del vento i gabbiani manovrano senza sosta
e a strappi inseguono l’uragano con respiro strozzato. Grava sulle palpebre la
pienezza della notte e annega ogni fremito su uno schermo dove si ribaltano le
passioni seppellite nel fondo dell’anima. Le onde sonnacchiose si spappolano l’una
dopo l’altra contro il muro sbrecciato dallo scirocco. Seduto sul muretto del Faro,
don Angelo simula il terrore nell’occhio spalancato di Nicola inghiottito dalle acque.
Quel giorno una vita scese al fondo tra le lacrime di tutti e corsero per i vicoli i
lamenti di tutte le madri. Sul muretto c’è chi giura di aver visto quella notte il
pescatore lanciato verso i gorghi del cielo. Per più giorni al borgo non ci furono
canti. Don Angelo concentra più che può lo sguardo sul gabbiano sbilanciato e trae
con occhio aguzzo da ogni evoluzione le tappe immaginarie delle stagioni. Vanno
i gabbiani per i pelaghi del cielo abbagliati da luce vorticosa nel sole che occupa il
mondo intero in lingue monotone. Ogni respiro è soffio di sillabe senza attesa, ogni
battito d’ala un viaggio senza fine verso un abbraccio impossibile.
Don Angelo racconta che le porte del ciclo non si aprono ai fratelli finiti nell’oscuro
tessuto dello Stretto. Prendono forma d’uccelli-gabbiani e vanno per cent’anni,
apparenze senza un nido quando cade l’ombra e il fulmine riga la volta celeste con
la punta di diamante. Urlano i marosi, risuonando come cembali negli abissi, e i
venti stordiscono le folaghe in un caos di suoni.
La sera dei morti un bastimento con le vele nere esce dalle acque dello Stretto
sotto Case Basse. Marinaio non siede al timone, lanterna non fa luce per la rotta.
Un anno l’aspettano i gabbiani. Quando torno scendono le tenebre, lungo la costa
scivola leggero il bastimento e i gabbiani sognano cieli tersi come cartoline illustrate.
Uno va al timone, uno alla lanterna, gli altri adagiano l’ala sfatta sulle vele e sulle
corde. Fluttua il bastimento col suo carico nerastro e ad ogni cimitero sulla costa fa
sosta nel buio indifferente. Vola ogni gabbiano a dire ai propri cari che chi ali diede
al volo gli nega pace amica per cent’anni.
Acchiocciolati sulle tombe, i gabbiani aprono più che possono le ali a proteggere
le lampade che il vento ridurrebbe a tenebra amara. In ogni sussulto c’è l’ansia di
colmare di eterno il tenue e l’effimero; in ogni fremito d’ala c’è l’amaro naufragare
su una strada cercata per cent’anni. Trema l’ala nello spazio chiuso ad ogni orizzonte.
Nel chiarore che non stringe una parvenza ritorna il bastimento. Per i gabbiani è
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
l’ora di dire ai propri cari la parola chiusa nella strozza al momento di annegare.
Gioco d’ombre ai piedi del cipresso non desta il cuore dell’alba e squittio di cutrettola
non muta in vivo incanto parola bisbigliata. Per i gabbiani questa è l’ora di riprendere
il loro viaggio senza nome. Senza cenno amico, uno va al timone, gli altri prendono
il proprio posto sulle vele o sulle corde.
Dinanzi a Case Basse, sotto un sole esangue, scompare il bastimento e i gabbiani
si perdono nel vento: consesso di fantasmi, vagano per le radure del cielo senza
essere ascoltati. Solo Morgana li guarda con occhio indulgente quando dispiega il
suo sconforto nell’ampiezza dell’estate. Per chi un giorno visse estasiato di luce
non c’è sortilegio di ali nascenti nemmeno al tiepido giorno. Mani tese non trovano
mani amiche neanche dove le stelle hanno il loro nido e dove la pallida luce dell’alba
disegna forme di vita più alta sulle ore dell’uomo.
Il sig. Giuseppe Cavarra riceve il Premio dal Presidente della Giuria prof. Orazio Licciardello
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Anna Maria Cavicchi
CAPITANO “UBI”
E
ra l’alba, sul molo una nave da crociera stava per salpare; aveva i ponti
illuminati e brulicanti di passeggeri era cominciato un nuovo viaggio verso
i porti del mar Mediterraneo.
Sul molo immobile era rimasto un uomo: alto, abbronzato, biondo, anche se si
notavano già alcuni fili bianchi. Una giacca sportiva, un maglione e un paio di
jeans avevano sostituito, da quella mattina, la divisa che portava da anni; sulle
spalle portava una sacca con poche cose: per lui era stato l’ultimo viaggio in mare!
Come capitano, s’intende, perché aveva iniziato il periodo della pensione! Aveva
aspettato questo momento con molte e differenti preoccupazioni: ora, nei momenti
di fatica e quando gli pesava in modo particolare il lavoro, con desiderio, ma quando
la nave veleggiava leggera ed il mare era illuminato dalla luna, con molta nostalgia.
Lo avevano salutato tutti con molto affetto, avevano festeggiato fino a tardi, ma
ora era arrivato il momento di accettare un... cambio di rotta, doveva farsi una
nuova vita!
Capitano Ubi, cioè Ubaldo, questo era il suo nome, era nato da cinquant’anni o
poco più in un paese dell’Appennino, vicino ad una diga e ad alcuni laghetti che si
erano formati a valle a seguito della costruzione di una chiusa a monte, sul fiume.
Fin da piccolo aveva preso confidenza con l’acqua.
L’acqua era il suo divertimento principale, per i bagni, la sosta nelle spiaggette
nascoste fra gli alberi e il sottobosco e la pesca delle trote. Da ragazzo era riuscito,
dopo molte richieste al padre, ad avere una piccola barca e con questa usciva con
gli amici a pescare. Era amico del guardiano della diga, sapeva tutto sulla
manutenzione dell’invaso e quando era stato necessario decidere la sua carriera
futura aveva scelto l’accademia nautica.
I suoi superiori s’interessavano sempre ai motivi che avevano spinto un ragazzo
nato fra le montagne a scegliere il mare e lui rispondeva che lo aveva sempre
sognato, ma che alla fine della carriera sarebbe ritornato al suo paese, a pescare nei
suoi laghi. E ora… doveva tener fede a quanto aveva detto in tutti quegli anni.
Era ritornato sovente a trovare i suoi genitori ed a trascorrere alcuni giorni con
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gli amici; in paese l’avevano sempre accolto con molta amicizia, le ragazze
soprattutto; era splendido con la sua divisa bianca, abbronzato, col ciuffo biondo
sotto il cappello a visiera!
Capitano Ubi non si era sposato, non aveva avuto tempo: questa era la risposta
che dava sempre alle sollecitazioni dei parenti, ma di donne ne aveva avute tante!
In particolare una donna spagnola sembrava che lo avesse preso in modo
particolare: Lorena.
Durante i viaggi, quando la nave attraccava a Gibilterra, lei, puntualmente, lo
attendeva. Partivano insieme per una breve vacanza durante la sosta della nave nel
porto, ora per Malaga, ora per Torre Molinos od altre città della costa vicino al porto.
Ad ogni viaggio lui le parlava della sua casa in montagna dove si sarebbe ritirato
quando avesse cessato di viaggiare, cioè alla pensione. Lorena non aveva mai osato
chiedergli niente e sembrava non interessarsi all’avvenire paga di trascorrere con
lui quei periodi di sosta che gli erano concessi.
Ubi non pensava a questo, sul molo, quella mattina, ma alla sua casa ora vuota
perché i suoi genitori erano morti negli anni precedenti e lui non aveva fatto in
tempo a vederli in vita poiché era lontano, in crociera. Alla notizia era in realtà
partito immediatamente per il paese, ma era lontano, molto lontano!
Sapeva che la casa, ora tristemente vuota, era piena di ricordi ed aveva paura di
dover affrontare un periodo di solitudine e di tristezza, ma voleva ritornare perché
lo aveva promesso oltre che ai suoi genitori quando erano vivi anche a sé stesso.
All’arrivo del treno erano ad attenderlo due vecchi amici che lo rassicurarono: la
sua casa era accudita da Elsa e pronta ad accoglierlo, in paese si stavano preparando
festeggiamenti in suo onore.
La vista delle prime case fu, per lui, una forte emozione: l’ultima volta, alla morte
della madre, era arrivato la sera tardi e ripartito la mattina successiva, dopo il funerale.
Il paese terminava con una strada verso il bosco e la sua casa era l’ultima, con
uno spiazzo erboso sul retro dove solitamente teneva la barca.
All’arrivo nel giardinetto antistante la casa, Ubi, prima di entrare nell’atrio, andò
nel retro: la sua barca era ancora sul carro che serviva per trasportarla, a traino
della macchina, verso il lago. La madre, infatti, non aveva permesso ad alcuno di
spostarla: doveva rimanere lì, dove l’aveva lasciata suo figlio, sarebbe tornato per
riportarla sui laghi e andare a pescare come quando era ragazzo!
In casa lo attendeva Elsa, una donna del paese che aiutava sua madre negli ultimi
anni e che lui, nel giorno del funerale della madre, aveva supplicato di rimanere ad
accudire alla sua casa ed a coltivare l’orto.
- Ben tornato Capitano! – Elsa lo accoglie cordialmente – Sono già arrivati i suoi
bagagli, molte casse di materiali ed un quadro della sua nave, ho pensato di farlo
mettere sul camino della sala, non so se lo desidera, disponga lei, se vuole appenderlo
in un altro luogo.
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Capitano “UBI”
Anna Maria Cavicchi
– Grazie Elsa, domani deciderò... ora vorrei solo riposare! –
La sala, ancorché vuota delle sue presenze più care, era ancora calda e accogliente:
il camino era acceso da tempo con buona legna profumata e mandava un allegro
luccichio di scintille che, illuminando il quadro, gli facevano vedere la sua ultima
nave volare sulle onde appena increspate.
Il quadro che era stato appeso nella sua cabina per tanti anni e non aveva voluto
abbandonarlo nel momento dell’addio alla sua vita sul mare.
Non poteva e non voleva che i suoi accompagnatori ed Elsa si accorgessero della
sua emozione, era ancora un uomo giovane e forte che sapeva dominare i suoi
sentimenti; così decise di avvicinarsi al piccolo bar vicino alla credenza e di versare
da bere per sé e per gli altri che, imbarazzati, non sapevano se rimanere od accomiatarsi.
- Sarei molto lieto se mi faceste compagnia in questo primo pranzo della mia
nuova vita… poi vedrete, mi abituerò alle nuove incombenze…, ho intenzione di
divertirmi; cosa credete che sia venuto a fare in paese, a morire di malinconia!…La frase detta in modo scherzoso risolse la situazione e la conversazione riprese
piacevolmente. Il pranzo si protrasse per lungo tempo.
A tarda sera si avviarono tutti al centro del paese e finirono nel bar del centro.
Ogni tanto Ubi guardava dalla finestra, all’esterno, e vedeva la sagoma delle
montagne nere verso il cielo, che si stava scurendo in un tramonto che non vedeva
da anni; rammentava intanto la vista dall’oblò della sua cabina, il tramonto sul
mare, forse aveva sottovalutato la sua passione per quella vita, forse aveva sbagliato
e fare promesse che gli sarebbero costate molto care, non sapeva se si sarebbe
abituato ad una vita senza altri orizzonti che quelle montagne, giorno dopo giorno,
anno dopo anno.
Cercò di scacciare questi pensieri, cercò di intervenire nelle conversazioni che
sempre si fanno in questi casi, si sentì solo. Gli amici cominciarono a sollecitarlo:
- racconta, racconta, chissà quante cose hai da dirci dopo aver trascorso tanti anni
in giro per il mondo! –
Non poteva deluderli subito, non poteva dire che la sua vita errabonda lo aveva
abituato a partire continuamente, che non sapeva se sarebbe riuscito a rimanere in
paese e per quanto tempo; non sapeva se sarebbe riuscito a superare la sua nostalgia per
il mare o se avesse dovuto fuggire via ancora, e, questa volta, sarebbe stato per sempre.
Un pensiero l’assalì all’improvviso…, questo, nonostante tutto, era il suo porto, la
sua casa, erano i suoi amici; ora la sua nave era in mano ad un nuovo capitano, più
giovane, anche i suoi marinai ormai dipendevano da un altro, la cabina che era stata
il suo regno incontrastato per tanti anni ora era di altri…, non c’era più posto per lui.
Una tristezza infinita lo prese: i begli occhi grigi s’inumidirono, riuscì a dire.scusatemi sono stanco, a domani, ormai sono dei vostri… - e partì a capo chino
sulla strada buia che portava alla sua casa altrettanto buia.
Fece molta fatica a addormentarsi, i pensieri gli si affollavano nella mente… le
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soste nei porti, le tante persone conosciute, le donne che lo cercavano, la sua divisa
candida appoggiata nella sedia vicino al letto pronta per l’indomani, l’attesa dei
nuovi passeggeri, le presentazioni…. – Benvenuti a bordo Signori sono il Capitano
Ubaldo detto Ubi, vi auguro una buona crociera in nostra compagnia! – come erano
passati in fretta quei trent’anni !
Si era portato i pesi per la ginnastica da camera: gli servivano per mantenersi in
forma, sapeva che la prestanza fisica nel suo lavoro aveva importanza e voleva
sempre apparire al meglio, il pranzo al tavolo del Capitano doveva sempre essere
un onore e un piacere. Tutti a cominciare da lui fino all’ultimo mozzo dovevano
essere inappuntabili e dare un servizio dei migliori; solo così le sue crociere non
avevano problemi nella ricerca dei clienti: le prenotazioni fioccavano e doveva
fare soste supplementari per accontentare tutti.
L’esercizio fisico lo calmò e si vide allo specchio ancora giovane e prestante: non sono finito – pensò - domani vado a trovare Adolfo alla diga! –
Si addormentò più serenamente, sognando la sua barca da pesca ed il lago in
mezzo ai monti.
Il mattino seguente non si rendeva conto dove si trovasse: vedeva dai vetri
appannati per il freddo mattutino delle ombre nere che si alzavano verso il cielo
terso che s’imbiancava per l’alba e pensò a cavalloni marini, al mare mosso, ma la
sua cabina ed il suo letto erano immobili… Si rese conto dove era e che quelle
ombre erano montagne…
Si vesti in fretta per l’aria fresca che c’era nella stanza, accese il camino e aspettò
Elsa che sarebbe arrivata dopo poco con il pane fresco per la colazione.
Il profumo del pane caldo, il latte sulla tavola della cucina, la tovaglia scozzese,
che aveva visto tante volte, lo riportarono indietro negli anni, e, questa volta, la
malinconia non lo attanagliò di nuovo, anzi lo invase una pace profonda: sapeva
che quello era il suo porto e che lui doveva accettarlo, sapeva di non poter viaggiare
tutta la vita, prima o poi occorreva fermarsi... fin che si era in tempo...!
Uscì sul retro per vedere la sua barca e si accorse che fischiava, non gli era
successo da anni…
- Devo risistemarla, alcune assi sono da sostituire, le viti sono da ingrassare e
rivedere, verniciare di nuovo l’esterno della barca, prima di rimetterla in acqua… pensò. – Intanto vado a trovare Adolfo…, gli chiederò consiglio per rimettere a
posto la barca.Salì velocemente i pochi tornanti che dividevano il paese dalla chiusa ed accostò
la macchina alla casa del guardiano. Mentre scendeva dalla macchina e si copriva
le spalle per il freddo pungente che la mattina, nonostante la stagione estiva, c’era
ancora a quell’altezza, si ricordò di Adolfo. Il suo amico, di tanti anni prima, era
più anziano, infatti, aveva un figlio, Luigi, che lo accompagnava quando andava
alla chiusa; c’era ancora?… e suo figlio? perché nessuno gliene aveva parlato?
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Capitano “UBI”
Anna Maria Cavicchi
Rimase pensieroso fuori della porta, davanti al piccolo cancello di ferro che
divideva la strada provinciale dal giardinetto dell’abitazione: - Sei arrivato
finalmente, sapevo che saresti tornato, lo avevi promesso quando mi sei venuto a
salutare prima di partire, eri già in divisa l’ufficiale più bello che io abbia mai
visto! –
Adolfo gli corse incontro e lo abbracciò con trasporto: non era cambiato molto anche
se gli anni lo avevano incurvato e la faccia era un dedalo di rughe, gli occhi erano vivaci
e freschi, i capelli ormai candidi ma il portamento ed il sorriso erano sempre gli stessi.
Aveva ancora la voce e la voglia di scherzare e di ridere di un ragazzo,
- Sono felice di ritrovarti, ho bisogno di te per la mia barca, sai nei lavori manuali
se non ho una guida…, se credi la porto qui e con il tuo aiuto la rimetto in acqua.Ti aiuterò con piacere, ora sai ho molto tempo a disposizione, sono in pensione,
mio figlio mi ha sostituito nei compiti di manutenzione e controllo della diga. – gli
rispose Adolfo.
Percorsero insieme la strada fino alla parte più alta della diga, dove l’occhio
poteva spaziare per tutto il lago. Si vedevano in lontananza le piccole spiagge con
i cespugli che arrivavano fino all’acqua e una nebbiolina saliva dall’acqua rendendo
poco visibili gli argini più lontani del lago, che rimanevano avvolti nelle nubi leggere
e sembravano sospesi, a mezz’aria.
- Sembra un fenomeno di fata morgana! – esclamò Ubi spiegando al suo amico
che lui, nei suoi viaggi, di miraggi ne aveva visti sovente: - Sono illusioni ottiche
determinate da fenomeni di rifrazione. Solitamente sono le temperature elevate
che li provocano, nei deserti, sull’asfalto delle strade, fanno vedere cose o scenari
inesistenti, o ribaltati od esistenti in altri luoghi molto più lontani, sono cioè visioni
che non corrispondono alla realtà.Adolfo rimase sconcertato da quanto gli diceva Ubi e guardò, con lui, quel
panorama, da lui ben conosciuto, ma che mai si stancava di ammirare.
- Ora scendo ai laghi per verificare la possibilità di pescare le trote, devo tenermi
occupato almeno finché non mi sono abituato a questa nuova vita. – disse Ubi e
ripartì velocemente.
Il verde intenso del sottobosco arrivava a lambire la riva del lago più vicino alla
strada asfaltata. Le acque erano trasparenti e si muovevano sollecitate da sorgenti
che uscendo da sotto il monte riempivano il lago prima che, formando un torrente
impetuoso, prendessero la corsa gorgogliando verso la pianura.
Ubi ammirò di nuovo il paesaggio e vide numerosi pesci che seguivano vivaci i
moscerini o le libellule che volavano rasente l’acqua, quando si sentì chiamare: Ubi non mi hai aspettato - era Luigi che lo accolse con un abbraccio. Ora era un
uomo, il ragazzino che lo seguiva sempre dovunque andasse, che imparava da lui
tutti i segreti della pesca e del nuoto, che, alla sua partenza, si era nascosto per non
farsi vedere piangere.
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Si salutarono con la promessa di rimettere a punto la barca nei giorni seguenti e
di riprendere, nei momenti di riposo di Luigi, le loro uscite in barca.
Nei giorni seguenti riuscì a mettere la barca in acqua anche se erano necessari
ancora interventi di manutenzione e abbellimento: voleva ricominciare a pescare.
In un mattino particolarmente nebbioso uscì da solo a pescare, Luigi e Adolfo
erano occupati; prese il largo e cominciò a buttare le esche ed a preparare la canna,
era sereno e fischiettava.
Si alzò un leggero vento che fece oscillare la barca, accese il motore e si spostò
in un’insenatura più riparata, un silenzio cupo lo attorniava, sentì all’improvviso
un’angoscia che piano piano gli prendeva la gola, la solita nebbia sfiorava le acque
mantenendosi alta sopra le piccole onde che si increspavano verso la riva.
Si calò il berretto sugli occhi e si mise in posizione per sostenere la lenza aprendo
anche il cesto di vimini ai suoi piedi, aspettava, ovviamente, che il primo pesce
abboccasse.
Come per un richiamo, si voltò verso il centro del lago e con stupore vide delinearsi
la sagoma alta e possente di una nave.
Si spaventò: - sto impazzendo ora vedo navi ovunque! Qui è impossibile che vi
sia una nave… sto sognando! –
Si voltò di nuovo, la riva dell’insenatura a lui vicina era vera, reale, il vento
faceva muovere i cespugli, l’onda bagnava ritmicamente la piccola spiaggia, Cercò
di non guardare il centro del lago aspettando che la visione scomparisse ed avviò il
motore: - se mi sposto sotto la rifrazione non c’è più la possibilità che io possa
vedere il miraggio – pensò.
Navigò fino al centro del lago, ma si trovò proprio sotto la prua della nave, anzi
una scala di corda pendeva dal bordo in attesa di visitatori.
Aveva esperienza nei trasbordi e così, senza nessuna preoccupazione, mise la
barca in posizione per salire a bordo della nave.
- Sto sognando, mi sveglierò prima o poi. – pensò. Riconobbe la sua nave, il
ponte, il secondo ponte fino alla sua cabina. Incontrò alcuni marinai che erano
occupati nelle normali incombenze di bordo, ma nessuno si occupò di lui, nessuno…
lo vide.
Arrivò fino alla sua ex cabina e vi trovò il nuovo Capitano intento a redigere il
diario di bordo: Ubi alle sue spalle lesse: - domani attraccheremo a Gibilterra! –
Si ricordò all’improvviso che Lorena sarebbe stata sul molo e che sarebbe sceso
un capitano, ma che non era lui. Avrebbe dovuto avvertirla, dirle che non sarebbe
più andato a Gibilterra, che la sua sosta nei porti era finita come era finita la sua
vita errabonda.
Pensò di dire al capitano che lo aveva sostituito di portare una missiva per conto
suo alla bella signora bruna che sarebbe andata a cercarlo…, ma non riuscì a farsi
sentire, il capitano proseguiva nelle sue occupazioni come se lui non fosse presente.
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Capitano “UBI”
Anna Maria Cavicchi
Ritornò sul ponte e andò nella cabina del pilota nella quale c’era un suo vecchio
amico, Piero, con il quale aveva navigato per tanti anni. Era intento all’esame degli
strumenti di bordo, ma anche da lui non riuscì a farsi vedere; preoccupato ripercorse
la nave riconoscendo tutto e tutti, ma lui era inesistente, estraneo alla loro realtà.
Lo prese un grande sconforto dove era? Che cosa gli stava succedendo?
Sentì finalmente una voce che lo chiamava, ma con fatica lasciò la realtà nella
quale si trovava o… credeva di trovarsi.; dalla riva Adolfo lo chiamava preoccupato
mentre Luigi stava mettendo in acqua una barca per andare a prenderlo.
Si riprese, la nave era scomparsa, anche la nebbia, solo un sole caldo accarezzava
le onde. Avviò il motore e si diresse alla riva dalla quale stava gesticolando Adolfo.
- Ci hai spaventato, eri immobile nel centro del lago, pensavamo che stessi male,
non ci hai risposto per qualche tempo! Cosa ti è successo?
Ubi capì che non doveva raccontare quello che aveva vissuto, era un’esperienza
sua, solo sua - mi sono addormentato – disse - per fortuna, mi avete svegliato…
s’invecchia! – rispose con un sorriso.
Lo prese una strana fretta di rientrare: doveva assolutamente rintracciare
telefonicamente la nave, e Lorena, doveva farle sapere che lui non ci sarebbe stato,
che in quel viaggio lui non c’era!
Al rientro a casa trovò Elsa che lo aspettava: - Capitano Ubi ha telefonato una
signora con accento straniero che la cercava si chiama Lorena: ha detto che ritelefona.
–
Non sapeva dove cercare Lorena, forse era nei pressi della nave…, forse al porto…
Ubi non sapeva darsi pace: si era dimenticato che la nave, la sua nave avrebbe
attraccato proprio in quei giorni a Gibilterra, Lorena era senz’altro andata a cercarlo,
com’era possibile che si fosse dimenticato di lei? Doveva essere un sogno o cos’altro,
non sapeva, a ricordarglielo?
I ricordi gli si affollarono nella mente, le gite fatte con Lorena a Malaga, a Torre
Molinos. In particolare gli era rimasto impresso il “residence Pueblo Evita” situato
su una collina nei pressi di Torre Molinos, nel sud della Spagna. Le case bianche
degradavano verso il centro del villaggio dove era posta una piscina, alcuni negozi
e ristoranti, il tutto in muri bianchi tipici dei villaggi mediterranei. Tutte le palazzine
avevano scale in pietra ed ampi terrazzi per prendere il sole, cucinare e cenare
all’aperto. La sera una luce particolare inondava il villaggio che si riempiva
gradualmente, nel crepuscolo, di luci che brillavano sotto un cielo stellato stupendo.
Ricordò in particolare una sera di quel periodo di riposo di pochi giorni, che decisero
di non uscire a cena, come facevano solitamente nei ristoranti tipici, ma di preparare
qualche pietanza molto semplice da mangiare in compagnia sul terrazzo. Era una
notte stupenda e la cena fu indimenticabile. Lorena era stupenda e lui era
particolarmente felice di stare con lei si sentiva bene, avrebbe voluto che non finisse
mai.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Aprì una cassa ancora chiusa in un angolo della sala e trovò la cassetta registrata
di quel periodo incantato: rivide così la Spagna piena di luci e di colori, i campi di
girasoli che interrompevano il verde delle colline con un giallo intenso, le mandrie
di tori che punteggiavano, nere, le distese dei prati e l’azzurro intenso con un sole
più che primaverile che faceva già presagire l’estate vicina.
Poi Gibilterra e il promontorio che divide il Mar Mediterraneo dall’Oceano
Atlantico. Dopo la salita verso la cima del monte fu una grand’emozione vedere i
due mari che s’incontravano sulle scogliere sottostanti e le scimmie che erano rimaste
sul promontorio ed appartenevano a razze esistenti nella vicina Africa.
La costa atlantica della Spagna apparve brulla e battuta da forti venti. Per diversi
chilometri, lungo la strada costiera, le colline erano cosparse di mulini a vento per
ricavare corrente eolica; non vi erano paesi e il paesaggio era surreale.
Il viso di Lorena appariva felice e sorridente a lui che dietro la macchina da presa
la riprendeva. Il vento della costa atlantica l’aveva resa particolarmente bella, un
fazzoletto rosso le avvolgeva i lunghi capelli neri, sembrava divertita di doversi tenere
stretta alla pompa di benzina per contrastare il forte vento che veniva dal mare.
Una grande nostalgia lo prese, già non riusciva a dimenticare il mare, la sua
nave, e ora… Lorena!
Le ultime luci del tramonto lo colsero in poltrona davanti al caminetto acceso
senza alcuna voglia di cenare. La tavola apparecchiata sul tavolo da Elsa era
invitante, ma non per lui, perso in altri pensieri.
Era stato imperdonabile, si era dimenticato di avvertirla o inconsciamente non
aveva voluto sentire la sua voce per paura di cedere, di non avere il coraggio di fare
ritorno al paese, ma di andare direttamente da lei.
Si addormentò sulla poltrona. Elsa il mattino successivo lo sgridò con affetto:
non doveva assolutamente pensare, essendo solo, di trascurarsi e poi in paese
l’avevano aspettato nel dopo cena.
Stava pensando di chiamarla quando sentì squillare il telefono: - Non mi scappi così
facilmente ! – gli disse Lorena con il forte accento spagnolo - vengo a trovarti, ho già il
biglietto dell’aereo, so che ti senti solo, ti manca la nave, il mare e anche… Lorena.Ubi riuscì solo a dire – Ti aspetto! –
Sapeva che il viaggio di Lorena sarebbe stato lungo perciò… attaccò la barca
alla macchina ed andò da Adolfo che lo aspettava.
La gita in macchina lo mise di buon umore: - Pensavo di essere troppo solo, di
dover stare in un paese senza sapere che cosa fare… e mi trovo con tanti amici e
con la mia donna che sta arrivando… Capitano Ubi non sarà mai senza amici – si
disse molto soddisfatto.
Pranzò con Adolfo e suo figlio dopo un ottimo lavoro fatto sulla barca che
splendeva al sole nella sua vernice nuova rosso fiammante. Rientrò che era
pomeriggio inoltrato, ma non c’erano notizie, Elsa, infatti, aveva il compito di
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Capitano “UBI”
Anna Maria Cavicchi
avvertirlo se chiamava Lorena.
Il mattino seguente Elsa entrò raggiante – Capitano Ubi… capitano Ubi è arrivata,
sta venendo in macchina con Dino la signora spagnola… è stupenda!Ubi attese alla finestra, non voleva mostrare la sua emozione. Lorena sapeva che
l’aspettava, non ne avevano mai parlato, ma era scontato che sarebbero stati insieme.
Non voleva più pensare alla sua nave, ma il mare quello c’era e poteva andarci
quando voleva, era libero di fare crociere, di avere una barca …
Lorena arrivò sull’uscio e lo abbracciò con trasporto: - Come al solito ho deciso
tutto io… ma tu sei d’accordo vero?….- Un abbraccio stretto e un bacio appassionato
suggellò quello che Lorena sapeva che sarebbe avvenuto e che aveva aspettato per
tanti anni: ora non si sarebbero più lasciati.
La segretaria della Sezione Narrativa del Premio Artemare, dott.ssa Betty Denaro, legge la motivazione
del premio assegnato alla partecipante sig.ra Anna Maria Cavicchi di Roma.
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Vincenzo Galvagno
“SCURPIDDU”
L
a costa su cui sorge il borgo marino, che interessa la nostra storia, si sviluppa
su un arco di terra - mare lungo diverse miglia ed è frastagliato da numerose
baie e da piccole insenature, partendo dai resti del Bastione di Malvicino, in
prossimità dell’antica Agatirno, si susseguono fino ad arrivare ai fiordi di Marinello,
sotto il promontorio di Tindari.
Un’oasi di paradiso, come è stata definita da molti poeti locali, forse tra le più
incantevoli e suggestive di tutta la riviera, affacciata nella parte più alta, tra un
vivace sfavillio policromo di ville padronali, fattorie e gruppi di abitazioni sul cui
sfondo, a metà percorso, si leva l’ombra dei ruderi di un grande castello e la visione
di alcuni fortilizi arretrati sui crinali, occultati da una fitta vegetazione mediterranea;
mentre sulla parte pianeggiante, prospiciente il mare, in vista di un orizzonte infinito
che offre la visione di un’unica linea indistinta tra cielo turchino e mare, si levano
gli eterei profili ineguali delle Sette sorelle.
Don Minicu, uno dei personaggi chiave della nostra storia, meglio conosciuto
nell’ambiente col soprannome di cicoria, vecchio emigrante degli anni 30, da
qualche decennio in pensione nel paese d’espatrio, è proprio uno di quel nutrito
numero di nostalgici che, puntualmente, da qualche lustro a questa parte, fa ritorno
in riva ai patri lidi. E ciò non solo per riabbracciare i parenti superstiti, quanto per
trascorrere, sotto l’incomparabile sole del borgo natio con gli amici di un tempo, le
vacanze estive, nonché per ossigenare, come suole ripetere i polmoni con l’aria di
casa.
Tuttavia, ormai libero da impegni familiari, torna soprattutto per ritrovarvi, o,
anche, illudersi di ritrovare le impronte del suo lontano passato giovanile, mai
dimenticato. Un passato personale, che ha lasciato nel suo cuore segni indelebili,
riscontrati, talvolta, nei ricordi comuni assieme ad altri, delle tante privazioni e
delle quotidiane sofferenze vissute, che sarebbe impossibili dimenticare o, anche,
delle tante testimonianze rilette attraverso il volto rugoso di vecchi compagni di
scuola, casualmente incontrati dopo tanti anni di lontananza. Ma, soprattutto,
rievocato attraverso la compagnia dei propri parenti superstiti, con cui si intrattiene
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piacevolmente a trascorrere ore felici giocando a carte a tre sette o a napoletana
nel retro bottega dell’elegante Bar Trinacria o al Ginger Sport; pur non disdegnando
di abbandonarsi anche agli antichi peccati di gola nell’accogliente Trattoria- Ritrovo
Canneto di Peppe boscia, posta un po’ fuori porta dal paese e dalla cui terrazza, tra
una forchettata e l’altra, si bea nel godere quelle che, secondo lui, sono le bellezze
paesaggistiche marine più incantevoli del mondo.
Né vanno taciuti, poi, i capricci a cui si abbandona nell’accogliente Ritrovo del
Vecchio Mulino; autentici capolavori della culinaria siciliana come i maccheroni
conditi col nero di seppia, o le grigliate di pesce alla brace, innaffiati, tra una
portata e l’altra, con salutari bicchieri di cerasolo bianco di Avola o di rinvigorente
rosso fuoco dell’Etna.
Così, tra un intercalare e l’altro, non trascura di prendere accordi, con i paesani e
con i nipoti, quasi sempre suoi commensali per partecipare alla caccia notturna delle
auguglie con le lampare o alla cattura di altre prelibatezze marine nei giorni a venire.
Così, ogni anno, in quei giorni di assoluta spensieratezza la gioventù della
vecchiaia torna a galoppare con rinnovata vitalità, come se il tempo, le lancette
dell’orologio, per tanto rispetto, si siano fermate riverenti ai primi bagliori dell’alba
di più di mezzo secolo addietro.
Quest’anno, però, Don Minicu cicoria, ritornando al paese natale, come negli
anni scorsi, nota nell’aria che c’è qualcosa di nuovo. Il suo giovane amico
Mohammed Abdul Allah, meglio conosciuto col soprannome di Scurpiddu, pur
essendosi ormai fatto grande, non si è fatto vedere al suo arrivo, né lui ha avuto
modo di incontrarlo.
Non è che tra loro ci fossero rapporti di parentela, assolutamente no!, ma da
quando si erano conosciuti, parecchi anni addietro, si era stabilita tra loro una
reciproca simpatia amichevole, come succede, a volte, nella vita tra persone di età
diversa; una simpatia che, col passare del tempo, si è trasforma in un sentimento
affettuoso più forte di un vincolo di sangue.
Alla domanda, fra le tante rivolte in giro per averne notizie, quasi tutti nicchiano,
preferiscono parlare di altro, compreso il cugino, Placido cicoria, che, una mattina,
messo alle strette, cerca di rispondere evasivamente usando mezze frasi:
“Ma chi sacciu iò?”
“Comu, chi sacciu iò? No sapiti nenti?”
Ma quello, come se nulla fosse, continua a menar il can per l’aia, portando la
conversazione su altre banalità di scarso interesse, anche se, parlando, si morde la
lingua senza volerlo. Ma don Minicu, abituato nel suo modo di agire nell’ambiente
australiano, a pesare le parole, gli è subito addosso:
“No, aspettate, torniamo indietro!... Che dovevo sapere? Ma chi succidiu?
“E va beh! Vuol dire che con voi uno deve essere a punto e virgola... Tant’è... Vi
ricordate l’anno scorso? Appunto alla festa della Madonna di Porto Salvo.
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“Scurpiddu”
Vincenzo Galvagno
“Sciù!... Certo che me la ricordo… Come posso dimenticarla?... Avanti, però,
strugghitevi e non ci girate attorno!... Parlate, vi sta iu scutanno!
Così, pur malvolentieri, messo alle strette, quel povero Placido cicoria,
abbassando gli occhi e testeggiando, comincia a sgranare il suo Rosario, una storia
ricca di particolari, sia pure partendo da lontano, come per farsi capire meglio...
“Ora, proprio l’anno scorso accadde...”
“Me lo ricordo, me lo ricordo” soggiunge Don Minicu cicoria - tagghiatela cu
sta storia patria, a state facenno longa assai... Strincemu pi favuri!…”
“E lasciatemi dire, Santo Jddio! Volete sapere o no? E allora!... Ribatte subito
risentito il cugino, già seccato di dover parlare di certe cose... “Va bene, ma io
queste cose le so!... Vorrei piuttosto sapere il dopo...” “Ma perché tutta questa
prescia, scusate?... Se mi date tempo... ora ci arriviamo...”
“Oh, ma, allora è una fissazione la vostra?”
“Porca la miseria, ve l’ha mai detto nessuno che siete un gatto prescialoro? …Mi
state facendo sudare le sette cammise... Abbiate pazienza!... Ora arrivo al dunque...”
E rivolto anche agli altri amici presenti con cui passeggia di solito in gruppo:
“...A questo punto credo sia giusto che anche voialtri, che mi state ascoltando,
confermiate se dico bene o sbaglio... Allora....”
Come si ricorderà, Don Minicu, proprio l’anno scorso, mentre seguiva la
processione della Madonna di Porto Salvo sulla barca di Scurpiddu, dopo la
promessa, si era offerto di fargli il compare d’anello “...Ma, l’anno scorso,
ricordate?, a causa di quell’improvviso acciacco all’anca, avete anticipato il rientro
a Sidney per sottoporvi a visite specialistiche, …Sino a qui ci siamo?”
“Sciu, perfetto!”
… Comunque, al di là della formale promessa di fidanzamento da lui fatta alla
sua ragazza e accettata davanti a tutto il paese dai parenti di lei, il ragazzo si sentiva
guardato da tutti come se si fosse trattato di uno straniero e ciò lo disturbava non
poco, al punto che ne aveva cominciato a fare una fissazione, non riuscendo a
superare le difficoltà che questa sua sensazione gli comportava... Si era fissato e
pensava ormai che tutti lo guardassero intenzionalmente come un forestiero anche
se era nato a quattro passi da qui…
…Per la verità certi pregiudizi, in molti paesi come il nostro, sono forti e difficili
da estirpare... E qui, da noi, se ci fate caso, anche un semplice neo in faccia, di colore
diverso da quelli che siamo abituati a vedere, acquista una sua valenza negativa o
positiva.... Specie, poi, se si deve essere accettati nella cerchia di una parentela…
“No, aspettate, non vi seguo più! Ma che centra il colore, il neo, la parentela?...
Lui non era nato qui?”
“Ma no, che avete capito?... Ma...”
“E allora?”
“Ma... voi, cugino, allora non sapete nulla della sua vera storia?”
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“Quale storia? Ma che state raccontando la trama di un romanzo a puntate? Avanti,
continuate!... Vi ascolto!... Dico a voi, cugino, che avete perduto la palora?”
“E che vi devo dire? In buona sostanza è scomparso.
“Come? No, ora cominciate da principio... Vi ascolto!...
Stringi stringi, Don Minicu cicoria, dopo avere appreso quelle poche sporadiche
notizie, che il cugino riesce a fornirgli, stenta quasi a credere, però, solo ad apprendere
la notizia che l’amico è scomparso, si commuove sciogliendosi in lacrime:
“Povero ragazzo! E suo padre?”
“Ah! A quello, poveretto, non gli sono rimasti neanche gli occhi per piangere...
“Come lo capisco!... Ma io vorrei incontrarlo... Dove posso trovarlo?
“Dda ssutta, o ciancu d’a spicunera... vicino alla fontana di S. Alfio!... Lui è
sempre lì che aspetta tutto il santo giorno... Ci vulia beni cchiù di ll ‘arma sua...
megghiu i nufigghiu...
“Come, che c’è ancora? Fatemi capire! Perché, Scurpiddu... E lui lo sapeva?”
“Certo che lo sapeva! E chi non conosceva in paese la sua vera storia... Io credevo...
Ma voi non sapevate proprio nulla?”
“Io? E chi me lo doveva dire stando in Australia? No, io pensavo... anzi credevo...
“Ma quando mai!... Scurpiddu si chiamava... il suo vero nome era veramente ma
che ne so come si dice?... Maummè Buddillà, o, forse, in qualche altro modo che io
non so pronunciare... insomma io so solo quello che ho sentito raccontare tanti anni
fa in paese... Mi ricordo che don Calorio Pascarella, quello che noi chiamiamo occhi
di trigghia, quando s’è preso in casa il ragazzino... che aveva, sì e no, meno di dieci
anni l’aveva conosciuto per sbaglio... A quei tempi, Scurpiddu, un ragazzino che non
compariva sulla faccia della terra, era sempre buttato sulla spiaggia o dentro il canale
aspettando il rientro delle barche dalla pesca... Ognuno, infatti, vedendolo lì, gli
regalava una fazzolettata di pesce... Così, anche don Calorio, non c era mattina o sera
in cui, rientrando, non lo vedeva seduto, lì, come un folletto, sempre sullo stesso
scoglio. Magro, sporco, col volto emaciato, coi soliti vestitini laceri e sempre con un
berretto rosso in testa, era pronto a fare il pieno e a scappare, poi, via di corsa verso
casa Un giorno, però, Don Calorio si rivolse ad uno dei suoi amici più fidati per
avere notizie precise su quel ragazzino, Venne così a sapere di chi era figlio e tutto ciò
che la gente andava raccontando in paese sul suo conto ... Sembrava quello un
interessamento fatto così... solo per curiosità... Ed invece, col passare dei giorni,
cominciò a fargli sopra qualche pensierino, anche perché lui non aveva avuto figli
dal matrimonio.... Una sera, qualche tempo più tardi, mandò un’ambasciata a donna
Rosa, a ‘nzivata, la madre di Scurpìddu, e dopo un lungo tira e molla, specie da parte
della donna, che era arsa di soldi, si sono messi d’accordo... Lei glielo cedette, anche
perché sapeva in quale casa sarebbe andato a finire... Per donna Rosa, in un certo
senso, quel bambino era stato di... peso perché, a quel che si diceva, I ‘aveva avuto di
straforo da un... vù cumprà, pare un marocchino, che in quegli anni frequentava, giù,
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“Scurpiddu”
Vincenzo Galvagno
il porto come scaricatore, buscandosi la giornata per pochi soldi... Ma quell’uomo,
un bel giorno, dopo la nascita del piccolo, è scomparso improvvisamente dalla
circolazione senza dare più notizie di sé... .Le voci che si erano sparse, voci però,
erano quelle che volevano che lui avesse lasciato la donna per tornarsene in Africa....
Qualche altra voce, invece, sussurrata, con tanto di si dice davanti, vuole che se lo
siano schiticchiato in alto mare, sempre per questioni di donne... Per la verità di
preciso non si sa niente... In sostanza era scomparso senza lasciare tracce,
abbandonando donna e ragazzino in mezzo alla strada Come si può capire, madre e
figlio vivevano di stenti e sacrifici d’ogni genere, ed in casa loro mancava dall’acqua
sino al sale... Non avevano neanche un soldo bucato per comprarsi un tossico di
veleno... E chi poteva aiutarli? La gente del nostro borgo, ve la immaginate? Girava
al largo da quella casa, come se fosse appestata, ... Era considerata proprio come la
casa della magara.... Non vi dico, poi, tutte le guerre che scoppiavano in casa, nelle
famiglie dei pescatori e quello che facevano le mogli ai loro mariti, specialmente se
erano giovani!... Persino se venivano a conoscenza che i loro uomini si erano permessi
di transitare davanti alla sua porta si scatenava l’inferno...
“Che mala sorte!... Ma, visto che sapete tutto, volete dirmi perché lo chiamavano
Scurpiddu?
“Ah, questo proprio non lo so!... Comunque, tornando poi al fatto di don Calorio,
col tempo, se l’è legittimato dandogli il suo cognome e battezzandolo col nome di
un santo cristiano; anzi, se mi ricordo bene, il ragazzo è stato chiamato anche lui
col nome di Calorio,... Del resto su altre cose io non so essere preciso più di tanto...
So soltanto che tutti, qui, in paese, ormai lo intendono u Scurpiddu... Però lui di
questo non se ne cura affatto... Avreste dovuto vederlo mano a mano che cresceva
come andava trasformandosi persino in faccia... Si era fatto un simpaticone, un
ragazzo forte, coraggioso, intelligente, sempre allegro... Dava punti anche ai suoi
coetanei Persino nel mestiere di pescatore era tenuto in grande considerazione dai
paesani, che ormai specchiavano in lui il prestigio di don Calorio... Pure i forestieri
che, periodicamente, sogliono venire qui, da noi, in paese, lo stimavano tanto, e
ancora lo cercano sempre, perché lui era il più disponibile... Non sapeva dire di no
a nessuno Scaltro, interessato per la sua famiglia, aveva contribuito a creare con
Don Calorio un ‘azienda di riguardo, che dava lavoro a tanta gente... .Pensate che
occhiu di trigghia in pochi anni, ha messo su’ un peschereccio abbastanza grosso,
attrezzandolo modernamente di tutto punto... Poi ha aumentato di numero le sue
barche portandole a sette, tutte a motore, ciascuna lunga otto metri ed altrettante ne
aveva fatto costruire a remi di quasi cinque metri... Ma che fate non mi ascoltate
più?... M’avete fatto pelare la lingua e poi?”
“No, vi ascolto, vi ascolto!... Che tragedia!... Però penso anche a quella povera
ragazza, che si era affidata a lui... E chi la vuole più ormai in un paese come il
nostro, pieno di pregiudizi?... Qui, anche se la miseria mangia gli occhi a molta
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gente, le usanze sono rimaste sempre quelle di una volta, come quando c’ero io...
Poverina, può andarsene da qualche altro parte, se vuole farsi una famiglia...
“Cugino, lasciate perdere queste considerazioni, che, secondo me, sono di
secondaria importanza... Qui ormai tante cose sono cambiate e non sono come voi
pensate... La cosa più grave è rappresentata dal fatto che lui è scomparso, morto
annegato, fora di qua!”
“Ma, proprio di questo, vorrei parlare con don Calorio… Porca miseria ladra...
non ci posso pensare! Mi ero veramente affezionato tanto a quel ragazzo... Pensate,
l’anno scorso mi aveva promesso di portarmi a pescare tonnacchioli col
peschereccio, che so?, dalla parte di Lipari o di Panarea... Se ci penso, mannaggia
a me, non mi pare vero!... Aveva un carattere d’oro... Buono, educato con tutti,
pieno di rispetto, sempre contento e sorridente... Poi, quando parlava di suo padre!...
Dalla sua bocca uscivano solo rose e fiori... Sì, perché... io che ne sapevo di don...
come diavolo si chiama lui,... non era suo padre?... Quando parlava di… don Calorio
gli ridevano gli occhi... Cugino, mi dovete fare il piacere, dovete accompagnarmi a
spicunera…Voglio incontrare quel povero Cristo di don... Calorio... Vi dispiace?”
Ma per l’amore di Dio, che andate pensando!... Quando volete, comandatemi
pure, sono a vostra disposizione!...
************
Giunti all’angolo, quasi di fronte al piccolo faraglione, che, in tempi di bonaccia,
sbuca dal mare come un fungo, i due cugini si avviano verso una breve strada in
salita, leggermente ripida, catramata di recente, in cima alla quale, dopo alcuni
gradini a ridosso di un muro di cinta con passamano in metallo brunito, si introducono
in un ampio ballatoio, all’interno del quale si affacciano, sulla destra, un portone
d’ingresso, servito da un terrazzo coperto da un folto pergolato, mentre sulla sinistra
si scorge un balcone - veranda completamente chiuso a vetrata.
Un po’ affaticati, data l’età, dapprima si guardano attorno, poi bussano con il
pendente di bronzo attaccato a quello che una volta era stato un portone pretenzioso
e, dopo una breve attesa, vengono contattati da una voce di donna che, con modi
garbati, chiede da dietro l’uscio, senza aprire, del loro nome e soprannome e con
chi desiderano parlare:
“Sono Placido cicoria, e questo è mio cugino Minicu... Desidereremmo parlare
con don Calorio Pascarella, sempre se lui, a quest’ora così presto, è comodo e se,
sempre, non rechiamo sconso...
Udito il loro nome il portone si apre verso l’interno, cigolando sulle logore cerniere,
da dove compare una collaboratrice domestica sulla trentina, scavata nel volto, coi
capelli in disordine, dovuti forse all’ora mattutina, e dallo sguardo mezzo stralunato:
“Ma Lui aspittate, aspittate!.... ‘ntrasite... ‘ntrasite!… Passate nella stanza da
pranzo... Ora vaio e ve lo chiamo... A quest’ora poti esseri chi si arzau.... Aspittate,
videmo... no sacciu!”
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“Scurpiddu”
Vincenzo Galvagno
“Quanto disturbo!... Se sapia tantu...
Ma no, quali distrubbo.... Ssittatibbi, u fazzo veniri a pì subbatu, sempi se si arzau...
Ssittatibbi!... Avite pacenza ... ormai è rannuzzu e... certe cosi i ‘avemo a capire”.
Il tempo scorre e, da quando sono all’interno, passa un buon quarto d’ora, durante
il quale i due cugini hanno modo di dare un’occhiata sommaria in giro, stimando,
ad occhio e croce, il valore dei mobili, dei quadri e degli altri arredi sparsi qua e là
in ogni angolo della stanza.
Alla fine, dalla penombra della porta di fondo appare un uomo attempato, don
Calorio, occhiu di trigghia, un po’ male in arnese... sembra ridotto ad una larva o
meglio ad una specie di lampa, lì per li sul punto di spegnersi per mancanza di olio...
In effetti dimostra più anni di quanto realmente ne abbia all’anagrafe:
“Placido, don Minico a che debbo il piacere della vostra presenza?...”
I due si guardano disorientati e impacciati, non sanno come rispondere, né come
introdurre la conversazione. Poi Placido cicoria, che per sua natura è un traffichino,
non sollevando lo sguardo da terra in segno di rispetto, comincia ad accennare le
ragioni del disturbo:
“Sono venuto qui, questa mattina, perché c’è mio cugino che desidera parlarVi
di... Oh, scusi se lo ricorda? E’ Minicu!... Certo quando è partito dal paese era
piccolo, ma lui ha sempre conservato un buon ricordo di vossignoria...
“Certo che me lo ricordo... come no! Anche se tra di noi c’è stata sempre poca...
vicinanza, specie da quando è tornato dall’Australia ed ha cominciato a... frequentare
nuovamente il nostro paese... Qui, da noi, le notizie girano...
“Don Calorio - interviene subito don Minicu - Tutto quello che lei sta dicendo è
vero ed è inutile che io cerchi ora di scusarmi; però... in questo momento io sono
venuto da lei perché... tornando dall’Australia... non ho incontrato, quest’anno,
suo figlio… Mi lasci parlare, per favore!... Io ero tanto affezionato a lui ed ho
spiato in giro per sapere dove potevo trovarlo...”
“Ah, la mala sorte, la male sorte!... Se l’è preso la mala sorte, povera anima mia!...
E giù, un fiume di lacrime, tante da riempire un fazzoletto intero, sino a che,
però, i due cugini, intervenendo con modi suasivi, non riescono a rasserenarlo un
poco:
“Se sapevo, - riprende don Minicu - se pensavo tanto..., mi deve credere, non
sarei... Mi dispiace veramente riaprire, con le mie palore, la piaga del suo dolore...”
“Ma no, anzi mi state facendo tanto piacere... E’ me che dovete perdonare se mi
sono lasciato andare dall’emozione... Che volete, per me era tutto!...
“La prego di credermi che anch’io provo per quel ragazzo un immenso dolore...
e Le chiedo, però, se può, di farmi conoscere come e quando è successo...
Dapprima un silenzio profondo, gelido, si impadronisce di tutta la stanza, poi,
fissando negli occhi i due cugini e più attentamente don Minicu, il vecchio don
Calorio comincia a parlare con tono sommesso:
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“Io non volevo, non volevo assolutamente che lui uscisse con la barca quella
mattina!… Ma lui, testardo come un mulo, volle andare lo stesso per mare
accompagnato dagli amici per una battuta di costardelle...”
Poi, quasi volesse ricordare quei momenti, pensieroso, si interrompe per un istante,
mentre sopraggiunge donna Concetta Immacolata portando un vassoio colmo di
sorbetti e tazzine di caffè, che mette a disposizione degli ospiti. Quindi va a sedersi
accanto al marito e lo prende per mano:
“Se volete qualche altra cosa, ditelo!”
“Ma per favore! - rispondono entrambe quasi in coro - Il cafè per noialtri va
benissimo...”
Così, sorseggiando lentamente assieme ad occhiu di trigghia, senza che alcuno sollevi
lo sguardo dalla tazzina, tutto ad un tratto don Calorio ricomincia a raccontare:
“...Aveva deciso di andare perché gli amici avevano bisogno di guadagnare
qualcosa... almeno così m’aveva detto ... E lui, mettendo a disposizione come sempre
le barche, non s’era tirato indietro... Io gli avevo insegnato tutto ciò che mi era
stato possibile, anche la prudenza,... Ma quella mattina… come sono andati di
preciso i fatti non lo so,... Quella mattina... .forse per il fiato corto del vento o... per
qualche onda anomala, non nuova da queste parti,... quella mattina... è stato rapito
alla mia famiglia... non ha fatto più ritorno...
“Ma gli altri?...”
“Non se ne erano neanche accorti subito,... così mi hanno detto… Voi sapete,...
perché siete stati anche voi gente di mare, non è vero?.... Voi sapete che le costardelle
si spostano a banchi, no?... Migliaia e migliaia... tutti assieme!... Ebbene, dopo
l’avvistamento di quel maledetto banco, con l’aiuto degli altri e del cugino Cola,
hanno cominciato a stendere velocemente la raustina, quella lunga più di cento
metri, calandola giù dai fianchi carichi dipesi e tenuta a galla solo dai sugheri... Era
un branco ricco, alcune tonnellate... Mio figlio stava lì, in poppa, sulla barca... con
l’occhio vigile pronto a dare indicazioni al motorista per imprimere la velocità
necessaria alla barca o per indicargli la direzione… Sì, appena quel maledetto banco
cominciò ad affiorare dalla cresta dell’acqua, Scurpiddu, cominciò ad urlare...
avanti!… avanti tutta!… e così la corsa dei legni cominciò forsennata in direzione
di quell’immensa massa luccicante di costardelle... Mi hanno raccontato che, in
quegli istanti, sembrava come se fosse fuori dalla grazia di Dio, un indiavolato...
Bestemmiava, lui che non lo aveva mai fatto!... Gridava come un ossesso ... Molla!…
Molla!… Barche in dietro!... Gira il timone!... Gira il timone!... Finché tutte le
barche, che si muovevano accanto alla sua, non svettarono avanti tagliando il mare
in testa ai pesci... Compirono un ampio giro di 360 gradi come se stessero operando
un accerchiamento, mentre, tutto attorno, dentro la raustina, venivano lanciate pietre
bianche per confondere la massa dei pesci... Alla fine le due barche in testa, che più
delle altre avevano lavorato nell’azione di accerchiamento, non cominciarono a
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“Scurpiddu”
Vincenzo Galvagno
tirare le cime delle reti in barca sino a quando le prime costardelle non cominciarono
a saltare fuori dal sacco mettendo in mostra la loro figura argentea lottando fra loro
violentemente come se volessero guadagnare una via d’uscita per tentare la fuga,
imbiancando così di schiuma tutta la superficie del mare attorno... E mentre tutte
quelle altre barche, che erano numerose, cominciavano ad avvicinarsi e a schiumare
col coppo, le costardelle dal sacco trasferendole in questo o in quel natante.... E,
mentre tutti cantavano felici, Calorio, avendo terminato il suo compito, diede la
parte di cima della rete raccolta in barca a Cola e fattosi lasciare solo, si allontanò
inspiegabilmente verso il mare aperto là dove, dopo due tre cento metri sparì nel
nulla, inghiottito, forse, da un vortice... Da allora, non ho più saputo nulla... Sì, fu
inghiottito dal mare col suo legno...”
A quelle ultime parole leva i suoi occhi stanchi dalla tazzina e guarda lontano,
verso un punto indefinito nell’ampia distesa di acqua, ormai assente, solo,
inseguendo chissà quali strani pensieri, seguito in ciò, come attratta da un fluido
magnetico, da donna Concetta Immacolata, che, senza profferire parola alcuna,
continua a torcere tra le mani un fazzoletto di carta come se volesse strizzarlo.
Trascorrono istanti interminabili ed indefinibili, pieni di assoluto silenzio, sino a
che, come se si stesse destando da un sonno ipnotico, si volge distrattamente verso
i due cugini, li invita ad uscire con lui sul terrazzo – veranda, per guardare laggiù,
in fondo, indicando una parte del mare aperto col dito della mano destra:
“Lì, vedete? Sì, lì, è scomparso mio figlio senza che io abbia potuto avere la
fortuna di dare una degna sepoltura al suo corpo... Da allora, nulla!... Forse Amina,
la perfida sirena delle isole Eolie, se l’è preso con sé... Lui, si era fatto un bel
ragazzo bruno,... un ragazzo che si faceva guardare... Ma quel taglio di corrente se
l’è inghiottito e... lui, lui non ce l’ha fatta....
“Ma - soggiunge Don Minicu - non è che, per caso, lui aveva palesato 1’intenzione
di andare via, che so?, da qualche altra parte?... Vossignoria conosce meglio di
me i ragazzi di oggi... Sono imprevedibili... Che so, alcune volte non si sentono
capiti... o, anche per una palora detta a ruversa, senza intenzione per carità!...
Insomma qualche momentanea incomprensione...”
“No, assolutamente no!... Lo escludo!... Fra me e mio figlio non c’erano stati
mai screzi o segreti... L’avevo fatto padrone della mia casa, delle mie barche, del
mio peschereccio... L’avevo mandato a scuola e gli avevo fatto prendere persino la
patente nautica per condurre mezzi di navigazione oltre le 12 miglia dalla costa...
No, non c’è stata mai incomprensione!... Ora, vedete? Tutta quella roba è lì, che si
perde... parte nel porto - canale, parte tirata a secco sulla spiaggia, lasciata ammuffire,
finché il mare, col tempo, con la sua salsedine non l’avrà logorata per sempre...
Ma, per quanto mi riguarda, non mi interessa più nulla… La mia esistenza, per
quel che ancora vale, è giunta agli sgoccioli... Attendo solo che scocchi l’ora...
mentre io tengo il mio sguardo fisso verso i suoi bellissimi occhi, verso la sua
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
persona, da cui non riesco a distrarmi né giorno né notte, così come non riesco a
cancellare un rimorso che, come un tarlo, rode il mio cuore, un rimorso che...
confiderò solo quando sarò al cospetto del Padre Eterno, se è vero che esiste…
Credetemi non pensavo di desiderare così ardentemente la presenza di quella donna
tetra e tanto odiata e respinta da tutti... Io la sto aspettando per guardare in faccia
come è fatta e quando 1 ‘avrò vista le rivolgerò solo una preghiera, quella di farmi
incontrare, durante il passaggio, lo sguardo del mio ragazzo perché possa
accompagnarmi serenamente nell’aldilà Sì!... Attendo quell’istante con fiducia,
per vedere se i suoi occhi mi restituiranno qualche brandello di Luce o se, invece,
tutto si dissolverà nel nulla, cancellando per sempre speranze, pensieri, disperazioni
e vizi.... Vi sto forse annoiando, eh?... Ma dovete avere pazienza... Siete stati voi a
stuzzicarmi, anche se devo ammettere che sentivo tanto il bisogno di parlare....”
“Ma no, che va pensando? Parli, parli pure se le fa piacere!”
“Parlo?.. Sì parlo!... Che ne sapete voi della vita che ho passato?... Quante volte
io su quel mare, ancora giovane, ho sentito l’alito nauseabondo della morte sul mio
collo, mentre mi difendevo disperatamente dai marosi... E quante volte, quasi
schernendola, ho schivato i suoi artigli fermi prendendomi gioco di lei, sordo ad
ogni palpito ribelle e ad ogni tumulto che mi saliva in gola dal, fondo del cuore
mentre cercavo di sfuggirle con 1 ‘astuzia e I ‘ardire del mio mestiere, inseguendo
un lampo di luce che mi riportasse alla vita.... Ormai, però, quegli istinti ribelli
fanno parte dei miei lunghi ricordi silenziosi e questa luce abbagliante, che penetra
attraverso le tende nella penombra della mia casa, questo spasimo interno, che non
mi lascia un istante, lacerano la mia esistenza e mi tormentano continuamente anche
quando mi rifugio in quella ‘angolo cieco di balcone o ai margini di quella spiaggia,
dietro quello scoglio, mentre, nelle ore in cui più acuta è la mia angoscia, si alternano
davanti ai miei occhi i profili di quelle Isole o le luci notturne delle lampare, sparse
sul mare dai pescatori, suscitando un infinito tremore in tutta la mia anima, che
ancora si ostina a non volere uscire dalla sua tetra prigione terrena... ma che mi
obbliga a stare in questo tempo che scorre lentamente... in un gorgo senza fine!..
Sì, chiedo un po’ di pace, almeno quel tanto mi manca No, non mi guardate con
quegli occhi!... Non sono pazzo!... Beati quanti di voi credono nell’amore per la
vita o in qualcosa che offra uno scopo per continuare a lottare, ... Io, ormai, mi
trascino a stento... non ce la faccio più neanche a scendere o a salire uno di quei
gradini... il mio corpo, questo flaccido corpo, è diventato un peso... Mi dispiace
solo per mia moglie e... credetemi.... se non ho fatto qualcosa di strano è stato solo
per rispetto di lei... Ma... non vedete?... Sono ridotto come uno straccio illuminato
da una luce opaca, come una lampara senza gas, dimenticata appesa al guscio di un
logoro palo, su un legno abbandonato in balia delle onde... Oh, scusatemi!.. Scusami
anche tu, Concetta Immacolata,... Vi sto affliggendo!.. Ma vi ringrazio, miei buoni
amici, per esservi ricordati ancora di me... Che volete farci? Lo vedo da me che
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“Scurpiddu”
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sono diventato come un’ombra, un ricordo sbiadito anche per le persone di questo
borgo, ... Non sono più quel don Calorio di una volta...
“Io, se vossia mi permette - soggiunge don Minicu - sono sempre dell’avviso che
non bisogna mai levarsi dalla speranza di Dio... Chissà tante volte...
“Speranza di Dio?.. Ah, che strana parola! Ormai sono trascorsi tanti mesi e tante
sono state anche le ricerche da me fatte, dagli amici e dalla Polizia. Sì, è vero, col
mare non si scherza... Esso vuole rispetto, ma io... io sono stato punito fin troppo
severamente per essermi preso gioco sempre di lui... Guardatelo!... Ora è lì, placido,
tranquillo e meraviglioso... Tutti sono innamorati di lui e lo rispettano, pur temendolo...
Tutti rimangono incantati dalla sua strana e misteriosa bellezza, per il fascino
particolare che suscita specie durante le notti di plenilunio, quando la sua superficie
s’increspa e si illumina d’argento riempiendo di magiche ombre e di misteriosi rituali
il suo immenso corpo... Ognuno si invaghisce, suona, canta canzoni d’amore alla sua
bella, si ispira quasi felice stando in sua compagnia, dondolato lievemente tra le sue
braccia, affratellandolo all’incanto di quelle splendide Isole sfiorate dagli zeffiri
notturni, ma nessuno o pochi sanno quanta ferocia contengono le sue lusinghe, i suoi
nascosti artigli, specie quando strappa, con la cieca furia dei suoi improvvisi
sconvolgimenti, senza alcuna pietà, i lembi più cari della nostra carne, i nostri affetti....
Oh, sì! È meglio che nessuno conosca il significato di queste angosce, o quanto possa
essere amaro il sapore delle lagrime rispetto al gusto della sua acqua salata... Ma
quando si è toccati direttamente nel fondo dell’anima allora è difficile liberarsi dal
dolore che ci ha provocato... Però, malgrado tutto, non riesco ad odiarlo, perché... per
me... è stato la mia vita, la mia passione e m’ha fatto sentire uomo... Ora, però, vi
prego... lasciatemi solo con i miei pensieri...
“Sciù! ... Ancora una cosa, se permette, e poi leviamo il disturbo... Io mi ero
preso il permesso di portare da Sidney un regalo per suo figlio... per quando si
sarebbe maritato... .Ma visto che non glielo posso consegnare personalmente di
persona a lui medesimo, mi permetta di lasciarlo a vossignoria... Vuol dire che
glielo conserverà in mezzo alle sue cose, per quando ritorna...
Quindi, rivolto a donna Concetta Immacolata, sempre commosso e con aria
sottomessa:
“Signorina, deve avere fiducia nel Padre Eterno... Il Signore è grande e tante volte
chiude una porta per provare le nostre debolezze ed apre un portone come quello
della Chiesa Madre... Cerchiamo, allora, di non toglierci dalla grazia di Dio....”
E baciando loro le mani i due cugini vanno via in silenzio scendendo sul lungomare.
Nei primi giorni di Settembre, in occasione della celebrazione della festa in onore
della Madonna di Tindari, il preposto della Chiesa della Vergine delle Grazie,
d’accordo con la confraternita locale della Madonna di Porto Salvo, organizza un
pellegrinaggio parrocchiale, avvalendosi della disponibilità di alcuni pullman messi
a disposizione da un’agenzia locale di trasporti.
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Invita, perciò, tutti i parrocchiani, che lo desiderano, a volervi partecipare ed estende
la proposta anche a quella parte di emigranti che ancora sono presenti nel borgo.
Così, una bella mattina, nei primi giorni del mese, la confraternita, munita di
stendardi, insegne e mantelli e molti pellegrini si imbarcano su due pullman gran
turismo davanti al sacrario della Chiesa Madre, e tutti, compreso don Minicu cicoria,
mastro Marco Brocculinu e ad altri forestieri, si avviano felici e pimpanti per
trascorrere una giornata diversa dalle altre tra devozione, pranzi e divertimenti
vari.
Dopo una cinquantina di chilometri, arrivati ai piedi della salita antistante il
Tempio, davanti alla stazione di servizio dei pullman, quasi all’altezza della Casa
del Pellegrino, vengono fatti scendere dai torpedoni e, una volta a terra, col parroco,
Don Felice Bonaventura dei F. M C., cantando inni religiosi e Salve Regina,
s’avviano verso l’immenso Tempio mariano, che, osservato nel suo insieme, dal
basso verso l’alto, sembra stagliarsi fuori dal promontorio, tra cielo e mare.
Tenuti a bada come scolaretti e posti gli uni accanto agli altri nei banchi laterali
della navata centrale, sulla destra, vicino all’organo, di fronte, però, al simulacro
della Madonna Nera, aspettando con pazienza che l’anziano frate francescano vada
sull’altare maggiore per concelebrare la S. Messa delle 12.
Quindi, al momento giusto, fra litanie, Pater e Ave Maria, Gloria Padri e canti
religiosi d’ogni genere, ascoltano il sacro rito, portandosi, nel momento cruciale,
rigorosamente in silenzio, davanti ai gradini dell’altare per prendere ciascuno la
propria comunione.
Santificati, sazi di preghiere, soddisfatti e puri, all‘lte Missa Est’, che sopraggiunge
come un atto liberatorio, tutti vengono lasciati liberi di andare in giro, ciascuno a
proprio piacimento, per soddisfare i bisogni dello stomaco. Ma, com’è prevedibile,
all’atto pratico, si ritrovano tutti nuovamente raccolti nella stessa sala mensa annessa
alla Casa del Pellegrino.
Qui, dopo aver consumato i pasti preparati in precedenza a casa, più o meno,
dopo qualche ora, tra un vocio assordante, Padre Bonaventura, chiede la parola e
ricorda loro di non dimenticare di passare dalla sacrestia del Santuario per lasciare,
secondo le possibilità individuali, qualche obolo per le necessità del seminario, per
il sollievo degli orfani o per suffragare le anime dei propri defunti, non dimenticando,
però, di contribuire anche alle spese per portare a termine i lavori di rifinitura e
decorazione del Tempio. Quindi, nel ringraziare tutti per lo spirito serafico
dimostrato, conclude ricordando che l’appuntamento per il ritorno è fissato per le
ore 16 in punto sul piazzale in cui sono in sosta i pullman.
Don Minicu e relativo clan della parentela, come se fosse stata concessa loro la
libera uscita, si allontanano subito dalla Casa, si portano verso il Parco Archeologico,
per visitare i ruderi dell’antica città greca di Tindaris e del grande teatro antico,
che, nonostante il peso degli anni, è ancora in ottime condizioni al punto da ospitare
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“Scurpiddu”
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i cicli annuali delle rappresentazioni classiche.
Quindi, dopo essersi sporti dall’alto del muretto di piazza Quasimodo per osservare
lo strapiombante costone, i laghetti sottostanti di Marinello e le varie imbarcazioni,
che in essi appaiono come minuscoli puntini bianchi sparsi qua e là per le immense
insenature, e dopo aver ammirato lo spettacolare volteggio delle cornacchie e dei
falchetti, che nidificano proprio lungo le pareti scoscese della collina o nella grotta
di dorn’a Calista, la leggendaria maga, che abita nelle alte grotte del promontorio,
nonché l’aleggiante volo dei cinerei gabbiani, resi quasi invisibili ad occhio nudo
dai raggi del sole, si mescolano nell’immenso bailamme dei visitatori, prendendo
d’assalto le bancarelle e i negozietti, sparsi caoticamente ovunque, come se stessero
dentro una fiera paesana, per acquistare ricordini personali da portare ad amici e
parenti rimasti a casa.
Dopo di che, sempre sotto il sole cocente, senza una meta precisa, cominciano a
girovagare per ogni dove, cercando di scrutare, come fa don Minicu, ogni angolo
più remoto dell’immensa piazza del Tempio.
Ad un certo punto, però, vengono attratti dalla figura di un vu cumprà, dal
portamento distinto e dalla carnagione leggermente più chiara rispetto a quella
degli altri venditori di colore come lui.
Costui, in quel momento, volge le spalle a don Minicu e confabula con alcuni
avventori cercando di vendere loro delle cianfrusaglie di varia natura, che espone
per terra, su una specie di tappeto di tela cerata, in un angolo della piazza, poste
quasi a ridosso dell’entrata dell’unico bar - tavola calda in essa esistente.
Lì per lì l’australiano stenta a credere ai suoi occhi, al punto che, rivolto al
cugino, che non lo lascia d’un passo, gli domanda:
“Scusatemi, vedete anche voi quello che sto vedendo io?... Non vi pare Scurpiddu
quello là?”.
“Matri, sembra iddu spiccicatu!.. Se non è lui, però, lo rassomiglia come una
goccia d’acqua “Aspettate, aspettate!.. Io sono come S. Tommaso, ora vado e lo
guardo in faccia... da vicino”.
Facendosi, quindi, largo in mezzo alla folla ed aspettando che il giovane finisca di
soddisfare le curiosità degli acquirenti, appena si accorge che si è liberato, lo chiama:
“Scurpiddu!... Scurpiddu! E tu che ci fai qua?”.
Colto di sorpresa, il giovane, istintivamente tenta la fuga ma Placido cicoria,
che segue la scena da vicino e che sta sul chi vive, girandogli di dietro, gli si para
davanti come un muro, bloccando così sul posto ogni sua iniziativa.
Scurpiddu non sa più a che santo votarsi né dove nascondersi, mentre col suo
comportamento e le sue grida scomposte attira gli sguardi di tutti, che ora l’osservano
incuriositi, ciascuno per motivi ed intenzioni diverse.
Il fuggiasco, stretto in mezzo, si sente orrnai scoperto, non ha proprio dove
nascondersi.
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“Eh, no! Ora tu mi spieghi tante cose...”. “Ma che volete, chi siete, chi vi conosce?”
“A ccura, - soggiunge don Minicu - non t’agitare, non avere paura! Qui nessuno
ti vuole mangiare. Personalmente vorrei solo sapere una cosa... perché sei scappato
di casa?... Nel vicolo du Russittu c’è tuo padre e tua madre, che stanno consumando
la loro esistenza, giorno dopo giorno, per causa tua... Con quale cuore l’hai potuto
fare?... Che ti mancava?... Avevi una casa, una famiglia, tutto quello che un santo
cristiano poteva desiderare... Perché sei scappato?...
“Che volete da me, lasciatemi in pace o grido! Io non vi conosco, non vi ho mai
visti in vita mia! Che volete?.. Chiamo la polizia...”
“Ti facevo più scaltro! Avanti chiamala, forza, sono qui che l’aspetto!... Vedi? Lì ci
sono i poliziotti, io non mi muovo!... Non hai il coraggio, eh?... Devi sapere che io
dalla gente come te non ho voluto mai niente, anzi mi fa schifo! ... In questo momento,
però, penso solo a quell’anima derelitta di tuo padre, che mi sembra come un
allampato!... Com’è vero quanto dicevano gli antichi:... cu duna u pani o cani stranu
perdi u pani e mavari u cani.... La loro saggezza non si è mai sbagliata!...
“Ma che volete?... Lasciatemi lavorare in pace, io mi devo guadagnare la giornata...”
“Sciù, questo è un tuo diritto, per carità!... Ma se sei un uomo, come mi vuoi fare
capire, hai un sacrosanto dovere da compiere... cioè quello di andare da quei due
poveracci per dire loro in faccia, guardandoli in mezzo agli occhi, il perché e il per
come hai fatto quella comparsa davanti a tutto il paese.
Don Minicu non cessa di scrutarlo severamente. Sembra volerlo inchiodare di
fronte alle sue responsabilità:
“Avanti, parla, ... sto aspettando!... Forse ho a che fare non con un uomo ma col
rituffo dell’umanità!... Mi sbagliavo a considerarti diverso...”
Ma non resiste oltre, perché di colpo rompe a piangere come un bambino. Ha il
cuore pieno, traboccante di rimorsi, sente un improvviso bisogno di aprirsi:
“Piangi, piangi che ti fa bene... Sfogati!... Pensa a quante lagrime hai fatto versare
a quei poveri vecchi...”
“Sì, ho sbagliato!... Pensavo che non mi volessero veramente bene come un
figlio.... Tante volte ho sentito nel mio cuore uno strano bisogno di... di... e non
capivo che quello che loro mi stavano dando era affetto... Forse avevo bisogno
anche di ricevere delle risposte sulla mia condizione naturale di ricevere un ascolto
diverso, per liberarmi dei tanti silenzi accumulati in molti anni di vita trascorsi
accanto a loro... Sentivo nascere nel mio intimo enormi, inspiegabili disagi che mi
spingevano ad evadere... a cercare di trovare quella parte di me stesso, che mi
manca e di... incontrare anche mia madre. Ma ora, come posso più tornare da loro
dopo tutto il male che ho fatto?.... Che posso dire?....”
“Come che puoi dire?... Dì loro quanto stai dicendo a me: dillo a tuo padre!...”
“Mio padre non vorrà più vedermi....”
“Chistu u pensi tu, pezzu di sceccu!... Perché non provi a cercarli, magari di sera,
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dopo l’Ave Maria, a casa, quando nessuno bada a te per la strada?... Un regalo
come questo li farà morire almeno più tranquilli... E poi, se te ne vorrai andare per
la tua strada, fallo pure, nessuno di loro, penso, ti tratterrà, ma, almeno, sapranno
che non sei morto... In fondo sei tu il padrone della tua vita e sei tu anche quello che
devi sceglierti un avvenire... Se ti piace di fare il vu cumpra’ nessuno te lo potrà
impedire ma, almeno, quei poveretti non avranno più tanta pena nel cuore.... Io,
forse, ti capisco in parte... A una certa età ogni giovane sente il bisogno di cercare la
sua libertà e la sua strada ed è, secondo me, una cosa giusta, sciù!... Ma non come hai
fatto tu....”
“Ma lei pensa che non mi diranno niente?...”
“Certo che tu non hai agito in maniera sensata, devi ammetterlo.... però un padre,
per un figlio, fa le umane e divine cose, pur di saperlo felice...”
“Io, veramente, sono andato via di casa perché speravo anche di incontrare l’uomo
che mi ha messo al mondo.... Volevo trovarlo, guardarlo in faccia, parlargli....
conoscere il perché mi ha lasciato... vedere che razza di uomo è..., perché se n’è
andato via....”
“E lo hai trovato?... Non pensi che per fare questo non avevi bisogno di scappare?...
Stando accanto a quei vecchi chi ti poteva proibire di andarlo a cercare?... Io sono
sicuro, com’è vero Dio, che loro non si sarebbero mai opposti, anzi... .Ad ogni
modo prova a ritornare, va a trovarli e, poi, se ci incontreremo, mi racconterai il
resto.... Quanto è brutta la solitudine, campare in giro come a un pezzente, anche se
ti vesti bene... Io lo so, non credere, e se ti parlo così vuol dire che tanto tempo fa
pure io cercavo un affetto, risposte e qualcuno che mi desse ascolto... .Ma io ero
solo, in terra straniera, cacciato da una parte all’altra come un cane rognoso Ma
lasciamo perdere queste storie... Poi mi sono ricordato che a mare ero nato e che
sopra il mare dovevo tornare a vivere e così sono tornato lì a cercare le mie risposte
e a crescere... Lì ho trovato anche la mia strada, la mia famiglia... Allora che fai?...”
“Ci andrò!”, “Promesso?”, “Promesso!”, “Parola d’onore?”, “Parola d’onore!”
“Ricordati che quello che chiami adesso padre ti vuole tanto bene, anche se non
è stato lui a darti la vita.. Padre, infatti, è colui che cresce un figlio e fa per lui
sacrifici non chi contribuisce a metterlo al mondo per poi abbandonarlo...”
Dopo queste ultime battute si abbracciano tenendosi stretti l’un l’altro per lungo
tempo. Quindi Don Minicu, felice come una Pasqua, torna a confondendosi tra la
gente, continuando il suo giro tra le bancarelle e i vari negozietti assieme agli altri
parenti e paesani, non disdegnando di fare pure lui qualche regalino per questo o
quel parente, mentre la moglie di Placido cicoria lo guarda di traverso non
condividendo quelli che lei ritiene degli sperperi supeflui.
Qualche tempo dopo Don Minicu, finite le vacanze, fa ritorno a Sidney Ma quel
viaggio di ritorno, forse, è stato l’ultimo della sua vita, perché di lui, nel borgo, non
se n’è saputo più nulla.
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Scurpiddu, invece, mantenendo la parola data, è tornato a casa e si è riconciliato
con la sua famiglia adottiva riprendendo, giorno dopo giorno, il controllo
dell’azienda paterna, anche se non trascurava di continuare a cercare lungo la costa
o nelle vicine Isole tanto la madre quanto l’uomo che lo avevano messo al mondo.
Il premiato Vincenzo Galvagno
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Piera Grassi Pedrella
ANEDDOTI DI BORDO
(Ricordando un periodo felice)
G
uardando vecchie fotografie, in compagnia dei miei nipoti Davide ed Alice,
mi sono tornate alla mente giornate lontane, risalenti addirittura all’estate
1974! Quando mio marito navigava con la qualifica di primo Ufficiale di Macchina,
sulla rotta Nord Europa - Stati Uniti, su navi della Carboflotta.
La nave arrivava a Porsgrund (Norvegia, vicino ad Oslo), poi ripartiva per il Texas.
Mio marito propose a me ed a Paola, nostra figlia, di raggiungerlo in Norvegia e
proseguire il viaggio tutti assieme. Accettammo con molto entusiasmo (anche nostra
figlia, amando molto sia il padre che i viaggi, era sempre felice quando si prospettava
l’occasione). Così, il 10 Luglio, iniziò la bell’avventura. Ci recammo a Genova
nella sede della Compagnia che aveva provveduto alle pratiche del viaggio. Trovai
cinque marittimi che dovevano farci compagnia durante il lungo viaggio, essendo
destinati sulla nostra nave. Si trattava dei due garzoni di cucina, un siciliano, robusto
e biondo con una voluminosa capigliatura ricciuta, che lo faceva somigliare ad un
personaggio di Hanna & Barbera, l’orso Kapo. L’altro, Savonese, moro e smilzo
con occhi scuri dallo sguardo perennemente triste. Entrambi giovanissimi, sui
vent’anni. Il giovanotto di Macchina tarchiato, taciturno, scuro di carnagione era
di Molfetta Il terzo Ufficiale di Coperta, di Trieste, gioviale, simpatico e disponibile
era un uomo sui trenta - trentacinque anni.
Infine, ecco il “professore”: era un uomo sui quarant’anni, piuttosto basso e
tracagnotto, olivastro di carnagione, semipelato con una fitta barbetta nera che lo
faceva assomigliare a Landru. S’imbarcava con la qualifica di secondo macchinista,
ma mise subito in chiaro che era professore di matematica, avendo preso il diploma
del Nautico, e poi la laurea, e che solo per non fare scadere il libretto di navigazione,
faceva, durante l’estate, brevi imbarchi. A dire la verità, aveva proprio un’aria
boriosa. Avremmo avuto l’aereo il giorno dopo, e la sera riposammo in albergo, ed
ero talmente eccitata per la novità, che non riuscii a chiudere occhio. Anche mia
figlia, direi, era ugualmente od ancora di più emozionata, e per tutta la notte contribuì
a mantenermi sveglia aggiungendo al mio il suo nervosismo, prendendomi a calci
nel sonno nel letto matrimoniale.
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Paola, poi, che aveva mostrato il suo nervosismo quella notte (aveva sette anni),
quando si trattò di salire a bordo dell’aereo si lasciò andare ad una vera e propria
sceneggiata, di quelle di cui si ride dopo, perché al momento mettono davvero in
imbarazzo: si aggrappò al corrimano della scaletta, piangendo, ed urlando che non
sarebbe salita, perché l’aereo sarebbe sicuramente precipitato. Un’hostess riuscì a
risolvere il caso difficile, con qualche sorriso, qualche complimento e l’adesivo
della compagnia aerea che le appiccicò sul vestito. Poi, sull’aereo, la Paola si mise
abbastanza tranquillamente a leggersi il suo Topolino, mentre io, seduta al finestrino,
potei godermi la manovra di decollo (ma n’avrei fatto volentieri a meno, a
ripensarci). Era il mio primo volo, e, a differenza di mia figlia, che invidiavo, per
questo, non potevo esternare la mia paura, e così quando l’aereo s’infilò nelle nubi,
e tutto scomparve, mi misi a piangere, sommessamente, e mi asciugai le lacrime
celandomi il viso.
A Copenaghen, prima tappa del viaggio, arrivammo in poco tempo, direi un’ora e
mezza. Era la prima volta che mi trovavo in un paese straniero, e non conoscevo la
lingua, naturalmente, e se devo dire la verità conoscevo ben poco anche l’inglese.
Perciò, sbrigate un po’ concitatamente le pratiche di arrivo, per via delle difficoltà di
linguaggio, fu per me un vero sollievo rivedere i miei compagni di viaggio, che, loro
sì, sembravano veramente rilassati, anche perché non si dovevano portare dietro una
piccola peste come la mia Paolina. La quale, passato il timore dell’aereo, affascinata
e meravigliata per ogni novità, mi tirava da ogni parte, mentre io, veramente, cercavo
di capire con un po’ di affanno quale fosse la parte giusta dove andare.
Cercai di nascondere il conforto di avere ritrovato i cinque marittimi, e mi sedetti
vicino a loro, confidando nella loro maggiore esperienza.
Il secondo volo, da Copenhagen a Oslo, lo feci un po’ più rilassata: potei quindi
apprezzare il meraviglioso spettacolo che si dispiegava sotto di noi. La giornata era
bellissima, il mare blu intenso, ed i famosi fiordi norvegesi s’inserivano
profondamente nella costa, contorcendosi tra alti monti, verdissimi di vegetazione.
L’aeroporto di Oslo era più piccolo di quello di Copenhagen, ed era così pulito
ed ordinato che sinceramente, quando vidi il “professore” che, accesasi l’ultima
sigaretta del pacchetto, gettava questo con noncuranza per terra, senza curarsi
minimamente di trovare un contenitore, ebbi il tipico pensiero di chi allora, si recava
all’estero: “Ci facciamo riconoscere subito!”. I due garzoni, a loro volta, si tirarono
a vicenda cartacce e altre cose che avrebbero potuto trovare anch’esse migliore
destinazione negli appositi raccoglitori, di cui il piccolo e lindo aeroporto era ben
fornito, e simulavano, ridendo un po’ scompostamente, un’improbabile lotta tra gli
altri passeggeri, tutti così “nordicamente” riservati.
Oh, bè... allora mi sentivo veramente imbarazzata, devo dire. Però, ora, a distanza
di tempo, riesco anche a provare simpatia per quelle manifestazioni estroverse, ora
che l’italiano medio ha imparato un po’ più di educazione, ma ha conservato
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pressoché inalterato la voglia di essere allegro, di essere presente e vivo, in qualsiasi
situazione. Il terzo ufficiale, poi, aveva trovato un carrello vuoto, e vi aveva caricato
sopra la Paolina (sempre pronta, lei, a inserirsi nel pieno dell’azione, purché fosse
sufficientemente chiassosa), ed ora la scarrozzava Paolina contribuiva al meglio,
ridendo e schiamazzando come se si trovasse a casa. Il tutto, ovviamente, tra gli
sguardi di riprovazione dei presenti.
Autorevolmente, il “Professore”, che aveva preso il comando del gruppo, ci
ricordò che avremmo dovuto prendere il treno, per arrivare a Porsgrund: e lo
raggiungemmo per un pelo, dal momento che sembrava fossimo destinati a muoverci
sempre in maniera concitata e scomposta. Tra risa, grida e strepiti di mia figlia,
trovammo finalmente posto.
Panorama delizioso: quello che avevo visto solo nei libri di fiabe di Andersen, si
sciorinava ora ordinatamente sotto i miei occhi, piccoli villaggi con le casette ad
un piano, in legno, i tetti spioventi, fiori sui davanzali delle finestre, fiumi che
sembravano disegnati da un illustratore, con i ponticelli in legno che sembravano
aspettare i Sette Nani che lo attraversassero, o la carrozza di Cenerentola, un attimo
prima di trasformarsi in zucca...
Paolina dormiva, finalmente: stanca del viaggio, aveva il capo reclinato sul
bracciolo, ed il visetto così dolce che dimenticai tutti i suoi capricci. La carezzai
dolcemente, per timore di svegliarla. Cucciolo... mormorai tra me, presa dalla poesia
del paesaggio. La maggior parte dei miei cinque compagni dormiva anch’essa,
alcuni russando profondamente.
La bimba si risvegliò quando il treno si fermò alla stazione.
- È qui che ci aspetta papà? - si guardò attorno con gli occhi ancora assonnati.
- Spero - le dissi, e questo bastò a svegliarla completamente. Saltò giù dalla
poltroncina e riuscii a prenderle la manina un attimo prima che riuscisse a
raggiungere la porta e da questa la banchina della stazione.
Giulio, mio marito era lì, ad aspettarci: non c’era molta gente, e avrei potuto
vederlo subito, ma Paolina lo vide prima di me, si divincolò e...
- Papà!... papà! - gli saltò in braccio e monopolizzò così la sua attenzione...
possessiva com’era, non si curava certo che ci fosse anche la mamma, naturalmente:
cominciò subito a raccontare del viaggio, e di questo e di quello... Giulio riuscì a
darmi un casto bacio ed un “Ciao. Fatto buon viaggio?”. E bè... era così, con la mia
Paolina: ma ero felice, e guardavo le ampie spalle di mio marito mentre rideva
delle storie della bambina. La nostra famigliola si era riunita, dopo due lunghi
mesi, e se Dio avesse voluto, avremmo trascorso un bel periodo, di nuovo insieme.
Mio marito aveva fatto aggiungere un lettino nella cabina, che era veramente
ampia, anche se la nave non era molto grande, un bel letto matrimoniale, ed uno
studiolo-salottino con la scrivania ed un divano. Paolina quella notte dormì
profondamente, ed io potei infine parlare con mio marito liberamente.
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Riuscimmo, il giorno dopo, anche a visitare la città, e ne ho ancora adesso un
bellissimo ricordo. Soprattutto perché eravamo tutti riuniti, la nostra piccola
famigliola, e davvero mi sarebbe sembrato bello qualsiasi cosa. Ma la città meritava:
linda e pulita, con quelle casette ad un piano, massimo due, tutte con il loro
giardinetto ben tenuto... mi ripeto, ma veramente sembrava un piccolo paesino
delle fate. Certo, mi dicevo, d’inverno non doveva essere certo così... ma adesso,
d’estate, con quelle giornate lunghissime piene di sole, tutti quei fiori che
sembravano incontenibili sia nei giardini che sui terrazzi, davano veramente un
senso di tranquillità, di vita che trascorreva serenamente. Tornammo a bordo dopo
aver preso un gelato, semplicemente, ma eravamo così felici, tutti e tre, che soltanto,
credo, chi ha un marito che naviga può capire.
Il giorno dopo la nave salpò per il Texas, la giornata era bella, e ci svegliammo
presto, io e la Paolina, per assistere alla partenza. Chissà perché, ma forse il porto
era così piccolo che non molte navi dovevano attraccarvi, molta gente era in banchina
a salutarci. Ma forse tutto questo era anche dovuto alla sosta abbastanza lunga che
la nave vi aveva fatto, e le amicizie che tanti dell’equipaggio erano riusciti ad
allacciarvi. Soprattutto femminili, direi. La mia bambina si mise a salutare anche
lei, calorosamente, dal momento che già si sentiva un vecchio lupo di mare.
Attraversammo il fiordo col mare calmo, e, non voglio ripetermi, ma era davvero
uno spettacolo unico. La notte, però... appena usciti dal fiordo, udimmo un frastuono
assordante, e, prima che potessi rendermi conto che era il vento, la nave cominciò
a rollare, perché il mare si era gonfiato, e si sentivano dappertutto rumori di cose
infrante, ed erano i piatti delle riposterie, ed i cassetti si aprivano, e le cose sopra la
scrivania finivano per terra. Insomma, feci subito conoscenza di uno dei più grandi
disagi che chi naviga può incontrare: il mare mosso. Non riuscimmo a dormire,
anche perché eravamo davvero spaventate, io e la Paola, e stavamo abbracciate per
farci coraggio a vicenda, ma Giulio per fortuna riuscì a tranquillizzarci entrambe, e
dopo, un po’ ci eravamo abituate, e riuscivamo anche a ridere, perché mio marito ci
ripeteva scherzando che se avesse saputo che le sue bambine erano così paurose
non le avrebbe certo fatte venire.
Il giorno dopo era molto meglio, e Paolina fece amicizia con Loreto, un pappagallo
che mio marito aveva comprato a Macapà, in Brasile, dove la nave si era recata nei
viaggi precedenti. Ed a bordo non era certo il solo animale: barattando con sapone,
scatolette di carne e latte condensato, la nave si era riempita di ogni sorta di animale
esotico. Bertucce, pappagalli come il nostro Loreto (a cui Paola si era subito
affezionata), ma anche due piccoli iguana che il secondo ufficiale, abbastanza
temerariamente, direi, teneva liberi in cabina. E c’era addirittura un serpente, che il
Marconista aveva sistemato in una teca di vetro in Stazione Radio... Insomma, se
aggiungiamo alla lista anche i caccaracci, le famose blatte di bordo che veramente
abbondavano, c’è da dire che la nave sembrava una vera Arca di Noè.
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Il comandante di questa Arca era un bell’uomo sui quaranta - quarantacinque
anni, simpaticissimo e molto colto, e anche un po’ distratto. Alto e bruno, con i capelli
ricci e ancora folti, gli occhi scuri e vivaci - peccato a volte un poco assenti - era
veramente un piacere ascoltarlo e scambiare opinioni con lui. Un mezzogiorno di
una giornata caldissima lo trovai a prora vicino al salpancore, mentre lucidava la
campana di bronzo, tutto sudato ed a capo scoperto: lo salutai e lui mi rispose appena,
e riprese a lucidare la campana come se il tempo gli sfuggisse. Mi dissero poi che
qualche anno prima aveva avuto un brutto incidente, a bordo: con mare forza dieci,
era andato a sbattere contro una paratia ed era rimasto a lungo svenuto. Da allora
soffriva di amnesie, dicevano, e quello era il primo viaggio che faceva dopo un lungo
periodo di cure. Dicevano anche che un giorno spari proprio quando avrebbe dovuto
recarsi a bordo, e che lo trovarono dopo alcuni giorni, mentre vagava senza meta
sulla spiaggia di Arenzano (lui era di Genova) e che non si ricordava più di nulla.
Il primo ufficiale era di Roma, aveva i capelli rossi ed incuteva davvero
soggezione: alto, severo e di poche parole, soltanto dopo averlo conosciuto meglio
ci si rendeva conto che era un gran brav’uomo, attaccatissimo alla famiglia, di cui
parlava talvolta con tanto affetto e nostalgia. Non poteva sopportare l’aglio, e questo
suscitava un po’ le battute degli altri, che lo accusavano scherzosamente di essere
un vampiro. Sia a pranzo che a cena continuava ad insistere di sentire sapore ed
odore di aglio nel mangiare, ed anche quando il cameriere gli assicurava che per lui
era stato preparato il condimento a parte, non sembrava molto convinto. Però alla
fine si decideva a mangiare. Il cuoco si vantò poi, allo sbarco del Primo, che gli
metteva regolarmente aglio a tutto spiano nel mangiare, e che faceva questo per
vendicarsi del poco straordinario che gli dava...
Il secondo ufficiale aveva l’handicap della balbuzie: poverino, per questo aveva
qualche difficoltà a socializzare con gli altri, ad amalgamarsi, per così dire, anche
perché, crudelmente, gli altri ufficiali lo prendevano in giro, per il suo balbettare,
ed era vittima di scherzi, anche. Ma era un bel ragazzo, però, biondo, con gli occhi
azzurri, sui vent’otto anni: faceva tenerezza, ed era un gran peccato che non riuscisse
a risolvere quel problema. Si mangiava spesso a poppa, per il gran caldo, ed il
Comandante aveva fatto preparare due tavolate, e con della tela olona verde, era
stato creato un bel riparo dal sole. Si stava bene, ed in allegria. Con qualche eccesso,
però: allievi e terzi avevano, chissà perché, in antipatia il secondo, il balbuziente, e
lo attendevano nascosti sul cassero di poppa quando raggiungeva la tavolata. Allora,
con perfetto tempismo, gli versavano addosso secchi d’acqua, gli facevano “il
gavettone”: credo lo chiamassero così. Regolarmente, andava a protestare col primo
di coperta, senza ottenere giustizia, però: “Con questo caldo, dovresti ringraziarli,
invece di lamentarti - gli diceva il Primo - hai la fortuna che pensano loro a rinfrescarti!”
E si rideva tutti. Sembrava uno scherzo inoffensivo, ma il secondo non lo riteneva
tale, e alla fine preferì non venire più a poppa, e consumava i pasti in cabina.
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Il Secondo di Macchina, quello che era imbarcato insieme con noi a Porsgrund,
(il “Professore”), tanto per ricordare a tutti che era quello che era (e non un
“semplice” ufficiale di Macchina) si divertiva a compilare dei problemi di
Matematica, e li portava in Centrale, e gli Ufficiali ed il Direttore avrebbero dovuto
risolverli. Questi, un po’ piccati, si misero d’accordo e, tutti insieme, ci si
impegnarono veramente, col risultato che li risolvevano tutti. Il Secondo ci rimaneva
veramente male, e si chiuse in sé stesso, e direi anche che diventò un po’ nevrotico.
La Paolina era diventata un po’ la mascotte di bordo, ed era entrata in simpatia a
tutti, ed anche il cuoco, alle volte, gli dava del gelato, magari per merenda. Il Secondo
di Macchina si mise a protestare col Cuoco, per questo, e asseriva che non era
giusto si facessero delle preferenze, e che anche lui ne aveva diritto... Una volta
che ci vide in cucina, me e mia figlia, mentre consumavamo del cocomero, si mise
a sbraitare scompostamente, come se ci avesse trovato in flagrante intente a compiere
chissà quale misfatto. Pretese di averne anche lui, altrimenti lo avrebbe detto a
tutti. Oh, bè... non lo racconterei, perché fa sembrare veramente i marittimi
abbastanza mediocri, ma ora, a distanza di tempo, penso con simpatia anche a quel
fatto, e sicuramente il “Professore” era un po’ stressato, credo, e dava importanza a
cose davvero di poco conto. L’ambiente era veramente buono, e si stava bene, ed
anche il Direttore, che era il diretto superiore di mio marito era molto simpatico:
era di Napoli, molto giovane, sui trentacinque anni, aveva un viso quasi imberbe, e
raccontava spesso delle barzellette esilaranti.
Il Cuoco era un tipo originale: dicevano che bevesse, e forse era anche vero, ma
nella “mitologia di bordo”, era diventato davvero una specie di Bacco, e si raccontava
che iniziasse la giornata con un bel bicchiere di whisky e che lo spacciava per tè.
Però lo vedemmo anche noi, parodiare una specie di processione, con una scopa
issata come croce, ed uno strofinaccio sulle spalle come stola e dietro i due garzoni,
che forse avrebbero dovuto interpretare, non so quanto di buona voglia, due chierici...
e questo strano trio attraversava tutta la poppa salmodiando nenie inventate lì per
lì, e poi ritornavano in cucina, riprendendo il consueto lavoro. Ma era un cuoco
eccezionale, e Paola si ricorda ancora i suoi cannelloni. Una mattina vedemmo
uscire dalla cucina, correndo, uno dei due garzoni, e dietro il cuoco, un coltellaccio
in mano. Il garzone urlava “Mi ammazza, mi ammazza” e chiedeva aiuto, e sembrava
davvero spaventato. Ancora adesso non so se fosse anche quella una sceneggiata: il
garzone aveva buttato via per sbaglio tutto il pane rimasto a colazione, e non n’era
rimasto né per pranzo né per cena, e tutti si prestarono per calmare il cuoco, e mi
ricordo che anche Paolina era spaventata. Il Cuoco, Sandro si chiamava, era
effettivamente imprevedibile, a volte allegro, a volte veramente irascibile. Era un
uomo corpulento, già vicino alla pensione, di Camogli, e non era in buone condizioni
di salute: aveva dei problemi circolatori, e non si curava molto, direi.
Facemmo amicizia con Nino, l’Allievo di Macchina, tanto che quando questi si
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sposò, c’invitò, me e mio marito, alle nozze. Era di Lesina, nel Foggiano; era davvero
molto simpatico ed aveva una maniera tutta sua di usare i superlativi: molto
bellissimo, mi piace tantissimo assai assai... e molto meraviglioso. Quando preparavo
la crostata, tanto per rendermi un po’ utile, (quella crostata che a bordo chiamano
carabottino, e non ho mai capito se è un termine spregiativo) diceva: questo dolce
è assai squisitissimo... e credo che per lui fosse il massimo dei complimenti.
Comunque, a parte qualche piccolo screzio, il tempo a bordo passava nel migliore
dei modi, per me e mia figlia, che in fondo eravamo in vacanza: ma l’equipaggio
lavorava duramente, alternandosi nei turni. Mio marito era di turno dalle sedici alle
venti e dalle quattro alle otto. Qualche volta, dopo mangiato, ci sedevamo vicino
alla ciminiera, dove era stata costruita una specie di piscina con teloni di plastica.
C’erano delle sdraio, e ci dedicavamo alla lettura, mentre la Paolina sguazzava
nell’acqua. Leggevamo gli stessi libri, e poi avevamo l’abitudine di commentarli.
Ma, se devo dire la verità, anche se le letture non mancavano, quella simpaticissima
e vitale umanità che ci circondava era, direi, più interessante delle letture. Ognuno
di loro aveva una storia, e ognuno aveva una maniera particolare di vivere la vita,
e questo dipendeva anche dai diversi luoghi di provenienza, perché la nostra Italia
è veramente ricca di peculiarità. I delfini, poi... che spettacolo! Spesso ci
accompagnavano, ed andavamo a prora ad ammirarli, e Paolina credeva di
riconoscerli da una volta all’altra, e li chiamava con dei nomi di fantasia, credendo
di riconoscerli. Gettava loro anche da mangiare, come fossero pesci rossi in una
vasca! La sera spesso giocavamo a tombola, e la mia famigliola vinceva spesso, e
c’era chi diceva che l’avevamo escogitato apposta per fare soldi: chi diceva questo
più spesso degli altri me lo ricordo bene, perché si chiamava Scognamiglio, e la
mia Paolina lo chiamava Scocciamiglio, perché protestava sempre. Riuscii a mettere
su anche una specie di commedia, o per meglio dire una sceneggiata, ed ero anche
la protagonista, (la moglie fedifraga!) ma poi decidemmo di dare la parte al
cameriere, e questo per rendere il tutto più ilare. Il Caporale era l’amico traditore
che concupiva la moglie. Questi era convinto, con pochi stracci e un po’ di stoppa,
di poter impersonare qualsiasi personaggio. Veramente tutti si scompisciavano dal
ridere, quando saliva su dalla macchina vestito nel modo più strano, ed era tanto
contento del successo che cercava di aumentare sempre le proprie performances:
quando si presentò con una parrucca bionda fatta con la stoppa, teli bianchi come
vestiti, un elettrodo come bacchetta magica, e, dulcis in fundo, una bella stella di
cartone sul capo, bè, credo che non ci fu mai Fata Turchina più... singolare! Il suo
successo fu stroncato malamente da un Ispettore della Compagnia, quando
arrivammo a Venezia: il Caporale gli si presentò con uno dei suoi soliti travestimenti,
e voleva solo continuare il gioco anche con lui. Ma questi gli diede del buffone,
pover’uomo, e che si doveva vergognare, alla sua età, e gli diede anche del
rimbambito. Ci rimanemmo tutti molto male, ed il Caporale si mise anche a piangere,
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sommessamente, e non si fece più rivedere finché l’Ispettore non se ne fu andato.
Ma questo accadde dopo; nel frattempo ci divertivamo davvero, con la commedia:
il cameriere, nella parte della moglie, ottenne dalla sottoscritta un vestito, che lui
riempì con della stoppa... dove doveva essere riempito, e lo truccammo, alla bell’e
meglio... il risultato si può condensare nel commento dì uno dei presenti: “Ma
comme si brutto, pari a muerte! E comme fa ‘nu guaglione a venì con te? A Maronna
o sape”. Non sono napoletana, purtroppo, ma assicuro che il commento originale
era tanto comico quanto il cameriere... poverino, già brutto di proprio, piccolo ed
esile, sembrava più una strega, che una donna oggetto di contesa. Ma andammo al
debutto, finalmente, e Paolina era proprio emozionata. Il Caporale, nella parte
dell’amico traditore, era veramente elegante e ben distinto, e per quella volta aveva
abbandonato gli eccessi... di zelo, ed anche Nino, l’allievo di macchina, era elegante:
si era messo il completo grigio con cui era imbarcato.
Insomma, a poppa avevamo preparato una specie di palco, con tanto di tendoni
come sipario, e una sera, dopo cena, ci sedemmo per la Prima.
I due amici, uno dei quali era il traditore, (così iniziava) erano seduti ad un tavolo,
e bevevano e parlavano tranquillamente, la figlia giocava, e la moglie fedifraga, cioè
il cameriere così conciato come ho detto prima... insomma, ebbe un successo strepitoso,
praticamente da solo reggeva tutta la sceneggiata: sui tacchi alti delle scarpe che gli
avevo prestato, cercando di reggere il vassoio con i bicchieri, entrò traballando in
scena, e non ebbe neanche bisogno di dire battute, per fare ridere. Quando il marito,
scoperta la tresca, si avventò su di lei col coltello, si udì: “ Accidila, accidila che è ‘na
schifezza veramente!” Riascoltammo la registrazione che il Comandante aveva fatto,
dovemmo davvero riconoscere che era stato un bel successo.
Al Comandante piaceva molto raccontare storie avventurose, e la sera, se non
giocavamo a tombola, lo ascoltavamo con attenzione, dopo cena: aveva una maniera
di raccontare veramente affascinante e coinvolgente, ed una volta ero proprio
completamente immersa nella storia di un attacco di pirati, avvenuto proprio nella
zona che stavamo attraversando, ed il Comandante diceva che avevano ucciso tutti,
a bordo, e si erano impadroniti della nave e del carico: perciò, quando vidi il losco
figuro che si avvicinava a noi, con una camicia nera, la benda sull’occhio e d il
coltellaccio... emisi un urlo di terrore puro. Alle risate degli altri presenti mi resi
conto che era il Caporale... benedetto uomo, che paura mi aveva fatto. E tutti
ridevano, ora, anche quella carognetta della Paolina.
Una mattina, Paola stava “aiutando” a dare pittura in coperta, ed io la osservavo
divertita, col suo cappello di carta in testa ed il pennello in mano, quando il
Comandante ci fece chiamare: andammo sul ponte e ci porse il binocolo perché
osservassimo uno degli spettacoli più belli che abbia mai visto: c’era un branco di
balenottere, poco distante, ed il Comandante dirottò la nave quel poco necessario
perché li potessimo vedere veramente da vicino: erano due esemplari adulti e alcuni
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piccoli, e sembrava davvero che facessero evoluzioni per il nostro divertimento.
Sembravano proprio un’affettuosa famigliola, come noi... nel pomeriggio li
potevamo scorgere ancora, mentre si allontanavano verso l’orizzonte. Vedemmo i
Sargassi, ed il mare ne sembrava veramente pieno. Insomma, io credo che la Paolina,
che aveva finito da poco la prima elementare, abbia imparato più in quel viaggio
che a scuola. Tante cose, imparò, la mia Paolina: a non dare da bere whisky ai
pappagalli, una volta notò che i pappagalli e le cocorite, che tenevamo a poppa
praticamente liberi (erano state tagliate loro le piume delle ali) sembravano mezze
addormentate e chiese il perché al cuoco, con cui aveva molta confidenza (anche
perché le dava spesso del gelato) e questi le rispose che il caldo... il sole dei tropici.
Veramente, quegli animali dovevano essere abituati più di noi al sole dei tropici,
ed, infatti, il cuoco li aveva voluti rendere partecipi delle sue libagioni... Poi il
cuoco, un giorno, siccome era veramente imprevedibile, ruppe un uovo in testa alla
mia bambina e da questo fatto nacquero due cose: la Paolina da allora non può più
vedere le uova ed il cuoco si è perso per sempre la sua amicizia. Un bello shampoo
ripulì il tutto. Alle rimostranze di mio marito, disse che l’uovo gli era scivolato
mentre preparava la maionese, ma lo fece per ridere, uno scherzo un po’ fuori dalle
righe, direi.
Un mattino, dopo aver rimesso in ordine la cabina e lavati gli indumenti della
nostra famigliola, come di routine, attendevo la mia piccola, che in genere, quando
ero impegnata a fare le pulizie, andava a trovare il papà in macchina. Ma, quella
mattina, attesi più del solito, finché veramente entrai in ansia. Mi misi a cercarla, e
nessuno l’aveva vista. Tutti i pensieri mi vennero in mente: e se si fosse sporta
troppo, per ammirare i delfini, e fosse caduta in mare? Paola era davvero molto
vivace, fin troppo, e si era abituata a girare la nave, che ormai era come casa sua.
La cercammo affannosamente, chiamai anche mio marito dalla macchina, quando
finalmente la vedemmo arrivare tutta contenta insieme al secondo ufficiale di
macchina, che era riuscita a convincere a farle vedere gli iguana che teneva in
cabina. Quando il secondo, Franco, quello balbuziente, si accorse che eravamo
veramente stati in ansia, diventò tutto rosso, e si scusò e riscusò più volte, poveretto,
e poi accompagnò anche me a vedere gli iguana: così potei anche conoscerlo meglio,
ed era veramente un bravissimo ragazzo, molto sensibile e educato. Su quella nave
si era trovato in un ambiente un po’ troppo goliardico, e ne era rimasto intimorito,
perché lui era invece molto riservato. Così avevano incominciato a fargli degli
scherzi, come avevo raccontato prima, e lui si era isolato ancora di più. Facemmo
amicizia, e da quel giorno venne spesso da noi, e anche con gli altri ufficiali giovani
sciolse il ghiaccio, per così dire, ed iniziò una convivenza con gli altri un poco più
amichevole. Mi ricordo che fu lui, ad insegnare alla Paola a pescare, e ci provò anche
con me, ma fu veramente impresa ardua, dal momento che non presi mai un pesce.
Quando arrivammo nel Texas, a Porth Arthur, la Paolina era convinta di trovare
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i panorami che aveva sempre visto nei film western e di incontrare cow-boys ed
indiani, ma naturalmente si trovò davanti una città modernissima e caotica, e strade
a scorrimento veloce invece di praterie. Paola rimase delusa, perché non si perdeva
mai un film western. Di cavalli e mucche, neppure l’ombra. Però, non aveva perso
le speranze, la mia bambina, anche perché il pontile dove ci eravamo attraccati era
un po’ distante dal centro, in uno spazio che era rimasto brullo e deserto, con piccole
villette stile coloniale, ognuna con un bel prato all’inglese tutto intorno: con un po’
di fantasia, avrebbe potuto anche assomigliare ad un villaggio western. Ma era
anche un posto veramente assolato, e pieno di zanzare, così grosse che sembravano
libellule, e che ci costrinsero a stare chiuse nel cassero di poppa, perdendo la bella
abitudine di mangiare a poppa.
Anche quanto andammo in centro, il giorno dopo, Paola si aspettava sempre che
ne spuntasse uno, voglio dire di Indiani o cow-boys, e magari che, girato l’angolo
di un isolato, ci si trovasse di fronte ad una mandria di bufali. Invece, facemmo
conoscenza dei tipici, enormi supermercati Americani, dove ci eravamo rifugiati
nella speranza di trovare un po’ di aria condizionata, visto che in città faceva
veramente un caldo torrido, ed era deserta per le strade, quasi. Supermercati così
ancora erano sconosciuti in Italia, a parte forse qualcuno nelle grandi città, e vi era
di tutto, dentro, anche ristoranti, dove consumammo la tipica, enorme bistecca
Texana... e l’insalata di plastica, come diceva Paola. Tornammo a bordo attraversando
le enormi autostrade americane a sei corsie, e ci eravamo divertiti, direi, anche se
Paolina era rimasta delusa. Il giorno dopo, mentre la nave stava scaricando minerale,
a qualcuno dei più giovani venne la bella idea di fare una partita di pallone nel
pontile. La Paolina, naturalmente, riuscì in qualche modo a parteciparvi. Ne tornò
che sembrava una bimba di colore. Tutta nera di carbone fino ai capelli. Solo il
bianco degli occhi, spuntava da quel nero. Lei, la monella, ne era entusiasta, e si
ammirava allo specchio, ma io dovetti passare il resto della mattinata a cercare di
ripulirla. E ne ricavò anche una fastidiosa infiammazione alla mucosa del naso,
tutta quella polvere nera le era penetrata dappertutto. Avevo portato delle medicine
con me, consigliate dal pediatra, ma questi non aveva previsto la dermatosi allergica,
e dovemmo ricorrere alla polvere di penicillina e creme apposite che erano nella
farmacia di bordo. Anche io avevo portato delle creme per me, e non essendovi il
frigorifero in cabina, le tenevo nel frigo della riposteria Ufficiali... mi ricordo bene
questo, perché il marconista se ne era mangiato un bel po’, credendolo Yoghourt. E
mi rimbrottò, anche per questo, cioè, per il fatto di averle messe in frigo: va bè,
dico io, ma non poteva leggere l’etichetta sui vasetti? Una volta, lo stesso marconista,
un distinto signore di Taranto sui quarant’anni, piuttosto basso ma ben proporzionato,
fece bere della birra alla mia bambina, chi lo avrebbe detto... così, per scherzare, a
tavola, in mia assenza, naturalmente. Vidi la Paolina camminare a zig-zag,
praticamente... ubriaca. Mi riuscì davvero antipatico, il marconista, dopo quel fatto.
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Insomma, doveva proprio fare uno scherzo del genere ad una bimba di sette anni?
Paolina dormì tutto il pomeriggio per effetto dell’alcool.
Le comunicazioni col “mondo esterno”, e voglio dire esterno alla nave, non erano
un grande cosa a quei tempi: non vi era il satellite per le comunicazioni come ora.
Ero stata molto tempo senza riuscire a comunicare coi miei genitori, ed ero veramente
in ansia. Più che altro perché sapevo dell’ansia loro, dei miei vecchi, che avevano
figlia e nipote in giro per il mondo. Non ero riuscita a trovarli a casa da diverso
tempo. Mi ero sognata mio cognato che camminava zoppicando, ed aveva un’aria
sofferente. Devo dire che diverse volte ho avuto dei sogni, come dire, premonitori.
Ed infatti, all’arrivo a Venezia, venni a conoscenza che i miei genitori, in particolare
mia madre, si erano trasferita praticamente a Pisa, per dare conforto a mia sorella,
che aveva il marito in ospedale. C’era stato un brutto incidente in moto, ed entrambi,
mia sorella e mio cognato, erano stati sbalzati a terra. Mio cognato correva il rischio,
allora, di avere amputata la gamba.
L’operaio di macchina. Come dimenticare l’operaio? Era una persona gentilissima,
estremamente ordinato, ed aveva addobbato la sua cabina con tendine, tappeti ed
altro che aveva ricavato da... stracci! Ma l’effetto era gradevole, davvero. Aveva un
fornelletto a spirito, e preparava di tutto, in quella cabina: tè, caffè... ma anche
camomilla, ed ogni tipo di tisane rinfrescanti, disintossicanti o calmanti. Aveva un
debole per la grappa alla ruta, e ne offriva a tutti. Gliela preparava la moglie, diceva,
perché era particolarmente buona, ed aiutava nella digestione. Una volta ho letto
che le mogli dei Liguri che navigavano, nei tempi antichi (ma non tanto, direi)
preparavano per i loro mariti delle particolari... pozioni che avevano il compito,
nascostamente, di calmarne gli ardori sessuali quando arrivavano nei porti, in
maniera da preservarne la fedeltà... mi sono messa a ridere, quando l’ho letto: stai
a vedere, mi sono detta, che quella specie di grappa alla ruta era una di queste pozioni!
Ma giungemmo a Venezia, infine. Eravamo contente di tornare a casa, io e la mia
Paolina, anche perché sapevamo che di lì ad un mese il nostro Giulio sarebbe
sbarcato. E però ci eravamo veramente affezionate alla vita di bordo, ed a tutte
quelle persone di cui ho cercato di parlare. Non li ho mai più scordati, neanche il
Marconista, che aveva dato da bere la birra alla mia Paolina, o il Cuoco, che le
aveva rotto in testa un uovo... ed il Professore, anche lui, chissà, ora sarà in pensione,
ma penso che si ricorderà ancora di quei poveri, bistrattati marittimi che gli
risolvevano tutti i suoi problemi di Matematica. Questi poveri marittimi che, oggi
come allora, lavorano lontano dalla famiglia per tanto tempo ogni anno. Ed ora
peggio di prima, direi, dal momento che le persone a bordo sono diminuite e tanti
dei personaggi di cui ho raccontato non vi sono più: Marconisti, Caporali, Garzoni...
non ci sono più a bordo, ed ora si devono fare anche i conti con nuove mentalità,
nuove culture.
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Beniamino Todaro
L’UOMO DEI SOGNI
C
he cosa fate là, salame! Non avete sentito suonare la ritirata? Siete sordo?
Via dentro, altrimenti!...
- Ma sior sergente, senta!…
- Sento un corno, cretino! Andate a dormire, e state consegnato per una settimana!
- Ma sior sergente!
- Dentro, ho detto, somaro, idiota, cafone!
- Vado sior sergente.
- Andate al diavolo!
Il sergente s’allontanò bofonchiando, ma il soldato uscì di nuovo.
Guardò con circospezione qua e là: nessuno, proprio nessuno; se n’era finalmente
andato l’orso, il bruto, che sin da quando gli era caduto nelle grinfie, ‘aveva
maltrattato senza pietà.
Oh! Ma in che cosa egli differiva dagli altri? Forse, con gli altri non era condannato
all’inerzia ed ogni ventiquattrore destinato piantone alle latrine, quando non
montasse di sentinella alla porta del quartiere?
Perché s’incaponiva quel sergente della malora a volergli tanto male?
- Se n’è andato finalmente! – mormorò, e poi , carponi, si diresse verso la piazzetta,
l’attraversò di corsa è andò a sedere sugli scalini della chiesetta del campo, donde
si poteva guardare la luna, si potevano contemplare le stelle. Perché gli proibivano
quest’unico suo svago?
Perché?
Forse faceva male a qualcuno, lui?
Non rimaneva quieto, senza fare alcun rumore?
Disturbava forse come i maledetti grilli che, stridendo continuamente, turbavano
la quiete notturna dei soldati?
Ma lui!…
Faceva male lui a guardare la luna, le stelle, il cielo ed a preferirli al tetro camerone,
vi dormivano nelle brande, tante creature, che man mano andavano abbrutendosi,
che dimenticavano spesso se stessi, che diventavano solo dei fantoccini, pronti a
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balzare dalle brande, anche di notte, se occorresse, o a marciare giornate intere,
ubbidendo ad un solo comando, ad un solo uomo graduato?
Lui preferiva dormire fuori, all’aperto, a rischio di buscarsi, magari, i rimproveri
del sergente d’ispezione, le restrizioni di libera uscita, la prigione semplice, se non
quella di rigore, ed altro, come l’essere destinato a spazzare le camerate, a star di
piantone ai cessi, a spaccare la legna per la cucina, a sbucciare le patate!…
Lui, amava la luna, amava le stelle, amava il cielo. Forse non era libero di farlo?
Non erano liberi gli altri di amare Sarina o Cesarina, o Tina, o Franceschina?
Che c’era di male se lui amava la luna? Non l’avrebbero fatto uscire? Tanto meglio!
Lui era già stanco di vedere, di girare qua e là, proprio come un salame! Ne
aveva abbastanza ora delle Città. Forse le Città non gli avevano rubato, per poco,
quella sua animuccia, che era nata là, lontano, che era cresciuta e venuta su al
fuoco dell’Etna, che egli aveva strappata al suo ambiente, alla musica dei suoi
campi, alla primavera eterna del suo paesello?
Pensava ora al tempo passato!
Ricordava le sue ansie, i suoi sogni; aveva tanto sognato di uscire dal suo piccolo
guscio, in cui era cresciuto! Aveva tanto sognato di lasciare per sempre il suo
paesello, per andare a vivere in una Città grande, ove la sera brillassero milioni di
luci, ove non ci fossero, come nel suo paesello, distanti quelle poche lampade l’una
dall’altra, quanto appena bastasse a non far sbattere lui, o qualche passante, contro
un muro.
Sarebbe andato in una città grande, ove avrebbe visto spettacoli teatrali, delle cui
meraviglie aveva solo sentito parlare, ove avrebbe potuto incontrare in piena libertà
le belle ragazze del continente, mentre le ragazze del suo paesello vivevano quasi
in clausura, purché non uscivano mai sole, ma accompagnate dai fratelli o dai genitori!
*******
Ora, dopo tanti mesi di servizio militare, sognava ancora. Ma sognava di tornare
alla sua casetta di campagna, alle sue valli, al suo fiumicello.
Napoli, Roma, Firenze, tutte le Città che aveva visto, non lo avevano incantato
col loro fascino.
Le loro meraviglie non lo facevano preferire al verde dei suoi campi, alla musica
dei suoi ruscelli, alle bellezze della natura, al canto degli uccelli del suo cielo natio!
Tutto questo pensava, mentre, gli occhi aperti, imbambolato, fissava la luna. Le
sorrideva, perché la vedeva la stessa che gli aveva rischiarato i sentieri, quando si
era messo, di notte, in cammino, per trovarsi all’alba sul luogo del lavoro.
La stessa che gli aveva fatto lume quando si era seduto su un tronco d’albero,
dopo una giornata di lavoro, per divorare un po’ di pane e formaggio.
Era la stessa!
Lui ne era sicuro!
La conosceva meglio d’ogni altro!
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L’uomo dei sogni
Beniamino Todaro
Ed anche le stelle erano le stesse che splendevano nel cielo a mille e mille e che
egli guardava estatico! Lui non sapeva spiegarsi il perché trovasse sempre lo stesso
cielo, le stesse stelle, la stessa luna, dovunque! Ma era contento che così fosse.
Sentiva che non tutto lo aveva lasciato e che non tutto egli aveva lasciato.
Spesso, quanto sfuggiva alle burle dei camerati, che, per la sua pacata bontà, lo
deridevano e gli facevano tanti cattivi scherzi - gli avevano anche appiccicato un
nomignolo “L’uomo dei sogni” - correva verso un cantuccio, fuori, all’aria libera e
guardava in alto: vedeva quella vasta volta del cielo che brillava, la sera, di milioni
di fiammelle contento: -Siete là! - diceva e dimenticava tutte le sue miserie.
********
La grande guerra era scoppiata. Per ogni città, per ogni paese, per ogni borgata,
capannelli ansiosi si vedevano qua e là: sulle piazze, davanti ai Municipi.
I giornali venivano letti, divorati. I giovani vociavano, gridavano: Viva la guerra!
I vecchi scrollavano le spalle, le madri piangevano, La guerra!
Quando questa parola fu pronunciata, sommessamente prima, più forte poi, e poi
ancora urlata, un piccolo soldato si domandò con terrore: -La guerra! Che sarà mai?
E quando, invece del foglio di congedo, venne l’ordine di andare su per occupare
i posti avanzati, il piccolo soldato allibì.
- Cos’era la guerra?
Perché facevano la guerra?
Perché lo allontanavano dalla sua terra, nella quale avrebbe dovuto tornare?
Non aveva fatto diciotto mesi di soldato, diciotto lunghi mesi, nei quali non
aveva fatto altro che ubbidire, ubbidire sempre, ciecamente, sommessamente, senza
alcuna ribellione? La guerra, perché? Cos’era?
Lo seppe subito, quando udì sibilare, sopra la sua testa, accanto agli orecchi le
pallottole nemiche, quando udì tuonare i cannoni!
Dov’era la pace dei suoi campi?
E perché tutti diventavano cupi, lividi, e si accucciavano nelle trincee, paurosi di
venire colpiti?
Perché tutti ansimavano, pregavano e qualcuno bestemmiava? E la sera perché
dovevano stare quatti, sdraiati per terra, senza muoversi, senza fumare?
Tutti questi “perché” cozzavano in quella mente di soldatino pacifico, cozzavano
e gli rubavano il sonno, Ma più di tutto l’affliggeva il forte tuonare sempre continuo
dei cannoni che lacerava le orecchie.
E la luna e le stelle perché erano sparite?
Avevano avuto paura? Perché? Che cosa egli avrebbe dovuto vedere? E si
raggomitolava, si accoccolava raccapricciato.
*******
Seppe cosa fosse la guerra allorché si sentì spinto, con gli altri a correre, sotto la
gragnuola delle mitragliere e dei cannoni, a sparare col suo mitragliatore!
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E sentì d’un tratto un cozzo, un groviglio di corpi avviticchiati un balenio di
lame, sentì il bruciore delle sue carni colpite da quella voragine di fuoco e di morte.
Tre giorni di gragnuola, tre giorni di fuoco, tre giorni di sete, sete ardente.
Ora non erano più di cento a difendere quel lembo di terra. Il grosso delle truppe
si era ritirato, senza rumore, di notte, per aggirare alle spalle il nemico.
E se il nemico si fosse accorto di non avere più di cento avversari davanti, i quali,
stando appiattati, facevano un rumore del diavolo per far credere che erano molti?
Ancora un giorno passò.
All’alba del quinto s’udì più furioso il tuonare del cannone, il crepitare delle
mitragliatrici.
Erano stati scoperti?
Pareva, perché venivano circondati e decimati,
Non erano più che una ventina. Il sergente, l’unico graduato superstite,
approfittando di un minuto di tregua, li riunì:
- Ragazzi – disse - fra un’ora non avremo più alcuna via di scampo, saremo
circondati! È necessario che uno di noi attraversi le file nemiche e vada ad avvertire
i nostri che facciano presto!
Un piccolo soldato, un ragazzo quasi, si levò:
- Sior sergente – disse - io sono piccolo; posso nascondermi meglio d’ogni altro
fra le affrantuosità del terreno; e poi io non ho più nessuno, a casa, che m’aspetti...
e il mio campicello non lo rivedrò di certo.
Gli altri potranno ancora salvarsi e loro hanno mogli e figli che aspettano!
- Vado io!
Il sergente guardò in viso quel ragazzo con ammirazione: lo abbracciò, lo baciò.
Va!- disse - figlio mio. Dio ti benedica!
Il soldatino s’allontanò strisciando, mentre gli altri riprendevano il fuoco, sostenuti
da una speranza. Strisciò fra terra e sterpi il soldatino esclamando:
- Finalmente!
Finalmente era potuto uscire da quel buco ove era stato quasi sotterrato per quindici
giorni… Era uscito e poteva ora guardare il cielo, vedere la luna e le stelle!
Guardò verso l’alto e strisciò per quasi tutta la notte finché le prime luci dell’alba
gli promettevano di vedere anche il sole!
Ora, con precauzione, poteva proseguire curvo, nella speranza di non essere
avvistato dal nemico fra gli sterpi, lacerandosi, graffiandosi, insanguinandosi...
Proseguì cauto fintantoché un:
Chi va là - rude lo fece sostare anelante.
- Altolà, chi va là?
- Pisa!
- Paolo!
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L’uomo dei sogni
Beniamino Todaro
Le due parole s’incrociarono. Un minuto più tardi il piccolo eroe era tra i suoi.
Disse.
Poi marciò in testa, guidando le truppe per i sentieri per i quali era venuto non visto.
Guardò ancora il cielo:
- Com’è chiaro oggi! - mormorò.
E in quel momento una pallottola lo colpì vicino al cuore. Erano stati scoperti.
Riudì il crepitio dei mitragliatori... poi più nulla.
A sera lo cercarono; lo trovarono.
Era ancora vivo.
Un sergente gli s’inginocchiò dinanzi, gli prese una mano e gli domandò:
- Che cosa vorresti, ragazzo mio!
- Sior sergente! - rispose con un filo di voce - si faccia di lato un po’… mi faccia
guardare il cielo!
- E la luna cosa fa?… non esce?
- Uscirà più tardi, figliolo!
Aspettò.
Uscì la luna. La salutò
- Addio! - disse - quando arrivi al mio paesello, portagli il mio saluto…
- Addio!
E spirò.
Premio speciale “Targa d’argento di Riconoscimento” ad Antonino Buscema che, quale comandante
dell’unità navale «Pelican 6» della società Castalia-Ecolmar che opera per conto del Ministero
dell’Ambiente, ha reso più pulite e vivibili le spiagge ionico-etnee.
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Artemare 2003 - Edizione XXIX
La Commissione giudicatrice del concorso nazionale di narrativa
“Fatti di bordo”, sezione letteraria del Premio ARTEMARE 2003,
presieduta dal prof. universitario Orazio Licciardello e composta di:
dott.ssa Betty Denaro, Segretaria – on.le prof. avv. Carmelo D’Urso,
Sindaco del Comune di Riposto - ten. vasc. Francesco Pantano, com.te
della Capitaneria di Porto di Riposto - prof.ssa Sara Martello - cap.d.m.
Mario Di Pino - cap.l.c. Dino Sodano,
dopo approfondita discussione e costatata, in tutte le opere, la
presenza di un forte impegno, ha così deciso:
Il primo premio è stato assegnato a:
Leonardo Fiore di Napoli per il racconto - Da mozzo a comandante
Il secondo premio a:
Angelo L. Fornaca di Asti per il racconto - L’ultima spiaggia
Il terzo premio a:
Antonio Riciniello di Gaeta LT per il racconto - Tank cleaning
La giuria ha ritenuto doveroso attribuire una menzione alle opere:
Arroganza punita
di Augusto Meriggioli Genova
Il vecchio in riva al mare
di Pasquale Sortino Palermo
La pesca di Cesare
di Francesco TenucciGrosseto
Omaggio ai sogni della Sirio di Belén Hernàndez Spagna
La giuria ha ritenuto degni di pubblicazione i seguenti lavori:
Akyria di Anna Bartiromo - Piano di Sorrento NA
Collisione nel Canale della Manica di Rosario Pennisi - Riposto CT
Disperso Dispan
di Luciana Baruzzi - Roma
Fiamme sull’oceano di Giovanni Pagano - Torre del Greco NA
Incontri simpatici a bordo di Piera Grassi Pedrella - Lerici SP
Pagine di Diario
di Luciano Molin - Mestre VE
Pensione Astra
di Giovanni Colonna - Bari
Vita di bordo
di M/n Jolly Corallo - Genova
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Il comandante Leonardo Fiore di Napoli riceve il Premio dal prof. Orazio Licciardello
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Leonardo Fiore
DA MOZZO A COMANDANTE
Storia di un amore
L
a loro vita è un continuo gioco, sfidare i pericoli è la loro festa e la loro
danza è quella tremenda delle onde in tempesta.
Anch’io sono stato da sempre innamorato del mare tanto che dopo le classi
elementari ho frequentato la scuola professionale marittima.
Entravo nel porto in divisa di marinaretto per le adunate settimanali al Molosiglio
dov’era la casermetta, così lo chiamavamo quell’edificio rosso pompeiano vicino
all’arsenale militare, in cui venivano custoditi gli attrezzi per le esercitazioni
marinaresche. Passavo per la Calata Piliero, allora una striscia di banchina molto
stretta in corrispondenza dell’Immacolatella Vecchia, cui si accedeva attraversando
un ponticello. Il canale sottostante metteva in comunicazione il porto con il
Mandracchio, lo specchio d’acqua stagnante di una contrada della vecchia Napoli,
che lambiva la caserma Zanzur della guardia di finanza, che intravedevo attraverso
la spalletta dell’inferriata delimitante la strada.
Questa darsena con barche e chiatte di mercanzia sotto sequestro si estendeva
dalla Calata Piliero fino all’attuale stazione marittima sul molo Angioino che allora
non esisteva, ne è prova il dislivello stradale tra la zona nuova con i grandi edifici
e quella vasta contrada della Dogana del Sale, ora Via San Nicola alla Dogana.
Qui, sul ponticello, mi soffermavo a guardare i grandi velieri con gli alti alberi a
vele quadre inferite ai pennoni, sulle ruote di prora le belle polene scolpite e
variopinte, simulacri di santi in segno di protezione, vere opere d’arte. Guardavo
con ammirazione i marinai con il volto rugoso arso dal sole arrampicati a riva,
sugli alberi e sul sartiame, intenti ai vari lavori e chi sul bompresso terzalorava i
fiocchi strappati dal vento, chi calafatava i comenti del ponte con la stoppa e la
pece, chi seduto in mezzo alle ruote dei cordami impiombava i cavi e le gomene,
chi lubrificava con il grasso le pulegge dei bozzelli dei paranchi e le pastecche
delle sartie e chi lustrava gli osteriggi con la manteca. Era tutto un brulichio di
uomini affaccendati in mezzo a quel groviglio di attrezzi. Era un piacere respirare
e sentire quell’odore gradevole di salsedine e di alghe tra il canto e il frastuono che
facevano i marinari.
Un giorno, incuriosito, salii a bordo di uno di quei velieri a tre alberi con a poppa la
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bandiera tricolore, iscritto nel compartimento marittimo di Palermo e chiesi a un marinaio:
- Da dove siete partiti?
- Da Montevideo nel sud America.
- Quanto tempo è durato il viaggio?
- Abbiamo attraversato l’Atlantico in 70 giorni navigando per circa 6000 miglia.
Abbiamo incontrato cattivo tempo per parecchi giorni. E tu chi sei?
- Marinaretto, non si vede? Frequento la scuola marittima di Napoli. E tu?
- Il nostromo. E così vuoi diventare anche tu marinaio?
- Sì, mi piace la vita di bordo.
- Ragazzo mio, non è cosa facile staccarsi dalla terra.
Alla tua età sembra tutto bello, ma poi vedrai. Un uomo deve essere portato per
questa vita pesante, dura, piena di sacrifici e di pericoli.
- Lo so, così dice sempre il professore di navigazione, ma io voglio diventare
capitano. Mi racconti com’è stato il viaggio?
- Volentieri, siedi, capitano.
E mi sedetti su una bitta al suo fianco.
- A Montevideo imbarcammo merci varie: frumento; balle di pellame grezzo,
casse di vino di Canelones, barbabietole da zucchero e arachidi.
Devi sapere che i mesi d’inverno sono assai tristi per noi che siamo costantemente
nell’acqua. Dopo qualche giorno di navigazione scoppiò una furiosa tempesta e
benché il bastimento fosse a pieno carico veniva sballottato dai venti contrari e
navigavamo alla cappa e di bolina. Le onde passavano da una parte all’altra della
coperta, il mare faceva le montagne, sollevava il bastimento che poi scompariva
sotto le onde. Pareva una festuca abbandonata in balia dei venti e delle onde che
urtavano violentemente contro lo scafo come volessero mandarlo in frantumi.
Pioveva e con l’olio cercavamo di calmare la furia del mare, così si formava quasi
uno strato che appianava le onde e toglieva una parte della loro energia.
- E la notte come la passavate?
- Quando c’era bonaccia facevamo un po’ di musica con l’armonica e ti assicuro
che l’effetto era piacevole in mezzo a quella solitudine senza veder altro che mare
e cielo stellato mentre ci sentivamo portati dal vento che gonfiava le vele e le
faceva svolazzare i capelli. Si discorreva sulle conoscenze fatte a terra e delle belle
ragazze che avevamo conosciuto nelle osterie e con cui avevamo fatto amicizia.
Quando invece il tempo era burrascoso e guizzavano i lampi e scoppiavano i
tuoni e il vascello ballava certe danze disperate, che un momento ci portavano
vicino alle nubi e un altro pareva ci mandassero a studiare il fondo del mare, allora
addio delfini che nelle giornate di sole ci accompagnavano sollevandosi scintillanti
e festosi dalle onde e raccomandavamo le nostre anime a Dio.
Non dimenticherò mai l’avventura di quando al largo di Malaga siamo stati
sorpresi da un tremendo uragano che ha mandato la nave ad incagliarsi sopra una
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Da mozzo a comandante
Leonardo Fiore
spiaggia deserta. Mi caricai sulle spalle il primo ufficiale contuso e aiutato dagli
altri lo abbiamo portato per circa 5 miglia a un miserabile villaggio d’indigeni,
dove abbiamo trovato ricovero fino a quando la nave non è stata disincagliata.
Ascoltavo i suoi discorsi con molto interesse perché il mare rappresentava tutto
per me: avventure, pericoli, ma anche educazione, amore, lavoro, vita.
Quei racconti eccitavano la mia fantasia e così invece di dormire la notte facevo
mille progetti, sognavo di fare lunghi viaggi su navi mercantili e grandi imprese
che tornassero ad onore della marina italiana. Immaginavo di essere uno di loro,
d’avventurarmi nei luoghi misteriosi, ma assai belli e suggestivi, perché solo avendo
il coraggio di affrontare le tempeste un ragazzo può diventare marinaio, come il
fuoco soltanto l’incendio lo spinge a immaginarsi addosso ai panni di pompiere. E
dire che da navigante, davvero dovevo andare nei porti del nord Europa, del medio
ed estremo Oriente, salire lo Shatt Al Arab e il Gange, andare nel Kuwait, a Ceylon,
Madras, Calcutta, nei porti dell’Africa, dell’Australia e americani.
Terminato il triennio sostenni gli esami di Padrone Marittimo, dopo frequentai il
Nautico e diplomatomi nel 1944 feci il mio primo imbarco sulla piccola motonave
“Maria Landi”, un bastimento di forme slanciate, ben proporzionato, solido, costruito
in noce, cedro e pino bianco, lungo 40 piedi inglesi, largo 12 ed alto 5. Dopo i
lavori di allestimento a Torre del Greco la nave mosse alla volta di Mergellina in
viaggio inaugurale. Fu così che a 20 anni, esente dalla leva perché i due fratelli
maggiori pagarono per me il tributo militare, iniziai la mia carriera da mozzo,
quando ormai i velieri erano già scomparsi da tempo e la propulsione era a vapore
o meccanica e la vita di bordo meno faticosa. Non più vele quindi, ma navi moderne
con le prue slanciate e le sovrastrutture aerodinamiche, niente più uomini a torso
nudo grondanti di sudore con la pelle bruciata dal sole, non più solcometri a barchetta
o meccanici e la clessidra per misurare la velocità, ma strumentazione ad alta
tecnologia, il pilota automatico, il radar.
Finalmente la sera del 6 marzo ‘50 imbarcai col grado di allievo ufficiale sulla
pirocisterna “Rapallo”, da dove iniziai il tirocinio fuori gli stretti. In alto mare col cielo
sereno il punto nave veniva determinato con le rette d’altezza portando a lambire col
sestante le prime stelle della sera e le ultime dell’alba con la linea dell’orizzonte.
Poi al metodo della navigazione astronomica seguì quello della navigazione
satellitare.
Dopo avere sostenuto i rigorosi esami di patentino e poi quelli più severi di
patente conseguii il titolo professionale di capitano di lungo corso e dopo numerosi
altri imbarchi sulle navi più becere e datate assunsi il comando di quelle importanti
ma sempre da carico o petroliere e mai di navi passeggeri, dove si sa che la vita di
bordo è molto più confortevole.
Bisogna aver navigato molti anni per comprendere le immancabili insidie del
mare e le imprevedibili sorprese che esso riserva, come quel primo viaggio di ritorno
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da Abadan carichi di grezzo.
Nel golfo Persico c’era nebbia e sebbene procedessimo a velocità ridottissima e
azionassimo i segnali regolamentari con fischio e campana e tutto l’equipaggio in
servizio di vedetta, da un fitto banco di nebbia sbucò improvvisamente la sagoma
di una nave con rotta opposta. Fu un momento terribile e fu solo per miracolo se
con una fulminea manovra di emergenza riuscii ad evitare la collisione.
Quante volte percorrendo La Manica ho corso seri pericoli per le bizzarre correnti
esistenti in quel tratto di mare. Una di quelle misteriose correnti ci aveva
inaspettatamente spinti fuori rotta e da lontano scorgemmo le bianche scogliere di
Dover. Il fatto che poche miglia distanti ci seguiva un rimorchiatore di altura mi
insospettì; evidentemente visto il nostro stato di pericolo attendeva il nostro S.O.S.
per soccorrerci e ottenere il compenso di assistenza e salvataggio. Allora con l’aiuto
dei servizi radiomarittimi posizionandoci con la navigazione radiogoniometrica
riuscii a scongiurare il pericolo e a rimetterci in rotta.
Anche della navigazione nel golfo di Guascogna sin dall’antichità i comandanti
parlavano con terrore per il fetch del mare vivo. E qui, a nave scarica, già prima che
i bollettini meteorologici annunciavano l’approssimarsi dell’uragano zavorravo con
l’acqua cisterne e doppi fondi. Quando incominciava l’ira dell’oceano con le raffiche
terribili del vento di nord-est le onde allagavano la coperta, lo scafo fremeva per il
tormento e la prora s’inabissava e sembrava scardinarsi, stentava a riemergere ed
ogni volta che veniva fuori per tutti era un sospiro di sollievo.
Ma il ricordo che sempre mi torna in mente, dopo vari mestieri per la crisi del
settore marittimo dopo la guerra, è quello del mio primo imbarco sulla “Maria
Landi” nel portucciuolo di Mergellina, forse perché le prime impressioni che provai
da marittimo. Allora il molo non era come adesso, ma una scogliera di macigni
bianchi che si stendeva sul mare come un ponte interamente esposto all’assalto del
vento di libeccio. Le ondate avanzavano furiosamente da tutto il fronte del golfo e
dopo di essersi impennate si scagliavano rumorosamente sul molo immergendolo
e squassando le imbarcazioni ormeggiate all’interno della baia. Il risucchio poi
delle ondate faceva venire in forza le catene a prora e mollare le cime sulle bitte di
poppa col pericolo di sfasciare sugli scogli la poppa e il timone della piccola
motonave.
Fu un meriggio d’estate quando vidi venire sulla scogliera la mia ragazza, appena
adolescente, con cui mi ero fidanzato un anno prima, in compagnia di una sua
amichetta, partite dal capolinea di Piazza Carlo III con la linea n. 3 dell’Atan. Si
avvicinava con grazia ma con difficoltà, s’inerpicava sugli scogli ed io le corsi
incontro a piedi nudi, avvezzo a camminare sugli aguzzi macigni, sorreggendola
premurosamente. Era una fanciulla deliziosa, dal volto delicato, occhi a mandorla
grandi neri, lo splendore nei capelli di seta, divina. Sembrava una sirenetta spuntata
dalla cresta bianca di un’onda. Le sue labbra avevano il sapore e il profumo di una
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Da mozzo a comandante
Leonardo Fiore
rosa appena sbocciata, era semplice, affettuosa, umile, riservata e discreta fino
all’inverosimile, come lo è stato per tutta la vita. La invitai a bordo, ma lei rifiutò e
così ci sedemmo su una lastra di calcare squadrata. Da come ci tenevamo per mano,
da come ci guardavamo e parlavamo si capiva benissimo che fra noi due era già
sbocciato un amore profondo, appassionato, un vero grande amore, ma ella:
- Dimmi, mi vuoi veramente bene?
- Sei il bene più caro. Ti amo più della mia stessa vita e ti amerò sempre.
Dopo 50 anni sono di nuovo in punta al molo di Mergellina, dove il mio papà,
muratore, mi portava ad aspettare la paranza di don Ciccio che ritornava col pesce
pescato durante la notte; quel molo dove, più grande, mi addestrò allo spaesamento.
E penso a quando da mozzo guardavo le navi in rada alla fonda che aspettavano la
pilotina per andare all’ormeggio ed essere svuotate. Ricordo quelle navi che, viste
da terra, sembravano avere solitudini di chiesa mentre a bordo c’era un insieme di
sogni, di gioia e di tristezza: i sogni, come i miei per farmi un avvenire e sposare la
ragazza amata, la gioia di chi arriva per godere il calore della famiglia, la tristezza
di chi parte accompagnato sotto bordo dai parenti, che sventolano i fazzoletti e
asciugano qualche lacrima. Ricordo la furia del libeccio che scaraventava le onde
contro le rocce, il risucchio di ondate che rinculavano e s’impennavano scagliandosi
nuovamente con tutta la furia sulla punta del molo, che sembrava Capo Horn.
Ricordo le piccole barche dei pescatori che cozzavano l’una contro l’altra, sotto le
nubi basse cariche di pioggia che erano tutt’uno col mare; quel tonfo assordante
nelle notti di veglia ed io solo, imbottito di panni, in mezzo al mare che riempiva
l’aria del suo fragore. Ricordo quel rigurgito di gridi trattenuti in gola, soffocati,
gridi cupi senza suono, gridi acca muta e quando quelle raffiche smettevano avevo
respirato il mare che portava un ossigeno vergine non ancora passato in nessun
fiato, non ficcato in nessuna emoglobina, quel mare che dava alla testa e ai piedi la
certezza di essere già lontano, quella febbre d’amore e quel risentimento di fame
nera, fame che era bene conoscere allora e non da vecchio. Ricordo quella sera che
addolorato andai a salutare la mia ragazza con la promessa di sposarla appena
sbarcato, così andai a Vigliena da dove nella notte la “Rapallo” partì per il Golfo
Persico. Ricordo i baci ardenti di quella sera e le lacrime che le sgorgavano copiose
sulle gote arrossate; la tristezza di quella prima volta che lasciai la famiglia, i primi
affetti; che voltai le spalle alla città, alla tranquilla collina di Posillipo. Ve l’ho
detto fin dal principio: i marinai hanno il cuore dei poeti.
Il molo di Mergellina non è più squallido come a quei tempi lontani, è diverso:
una massicciata di cemento lastricata, carreggiabile, divisa in due parti nel senso
della lunghezza distese sul mare aperto. La parte inferiore è un apparato multicolore
di lussuosi e costosi panfili all’ancora con gomene e catene luccicanti e oblò di
cristallo; quella superiore un viale rettilineo, alla punta la rotonda con al centro il
suo bel faro a pilastrino che di sera lampeggia come ritmiche sciabolate. A ponente
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una linea di rocce accatastate che funge da diga frangiflutti protegge il molo dalla
cavalcata delle onde spinte dalle raffiche del solito vento, tutt’al più le ondicine
che increspano le acque del porticciuolo cullano dolcemente le barche più piccole
e l’acqua fruscia un’eco appena nei recessi degli scogli, mentre in queste serate di
primavera una brezzolina leggera ristora le vene. Rare auto percorrono veloci l’anello
del Largo Barbaia e si sente lo sferragliare di un tram; in mezzo, tra le aiuole,
chalets con qualche avventore.
Ora, in punta al molo di Mergellina, come fermo sul cassero di una nave, per me,
nel turbinìo di tutti questi pensieri, potrebbe essere la stessa cosa di quando stavo
da mozzo in questo punto, sulla coperta della “Maria Landi” e da qui, da dove mi
ero staccato 50 anni prima, rifarei al contrario tutti gli anni trascorsi e il percorso
del molo a piedi nudi e correre incontro alla mia sirenetta. Ma la sirenetta non potrà
mai più ritornare. Una donna tutta dolcezza, esattamente quello che appariva:
paziente, quieta, cordiale, ottimista, intelligentemente umile. La sua naturalezza e
la sua onestà erano le sue doti morali, autentiche; divinava nel suo spirito di
conoscere gli altri, di intuirne cioè, infallibilmente, l’inettitudine e la lealtà. Quella
sirenetta ha alimentato in me un amore che è durato tutta la vita e mi ha lasciato un
poco della sua anima. Da tutto, come un miraggio, traspariva il suo bel volto
trasfigurato: dall’acqua luminosa e limpida del mare, perché il mare è bianco, questo
è il suo vero colore quando, spaccato dalla chiglia, si apre fin sotto le pale dell’elica
e ritorna al suo colore azzurro dopo che si chiude la scia; nel cielo tra le stelle nel
profondo silenzio della notte rotto solo dal rumore interminabile dei motori e dallo
sciacquio dell’acqua che scorreva lungo i fianchi della nave o dai colpi del mare in
tempesta; nell’aria in mezzo agli oceani stordito dal sole che accecava o argentati
da fasci di luce lunare, che sembrava svelare il mistero del creato oppure nella
foschia glaciale che gelava il sangue nelle vene.
La vita monotona di bordo mi ha fatto sentire per anni la mancanza e la nostalgia
di lei e della magica Napoli, la nostra terra natia, per la quale avevo una devozione,
un culto idolatro, che si può sentire solo stando lontano.
L’inverno è agli sgoccioli ormai ed ora contemplo sotto il sole di primavera e sul
mare azzurro l’estatica bellezza di uno dei panorami tanto familiare, più
compiutamente bello del pianeta. Gli atleti trottano agili sul lungomare e gli
innamorati si tengono per mano e si baciano sul molo. In certi momenti della vita si
presentano improvvisamente connessioni trasversali che non ti aspetti.
Per gli uomini di mare il mare è tutto perché porta i ricordi indelebili più cari e
più belli della giovinezza. Chi non possiede il proprio passato non possiede nemmeno
il proprio presente e non sono la modernità e il progresso a dare senso ai principi
morali della vita.
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Angelo Luigi Fornaca
L’ULTIMA SPIAGGIA
N
on è facile risalire alle reali motivazioni che hanno spinto un tranquillo
serravallese delle colline astigiane ad affrontare le insidie degli oceani per
diventare un moderno professionista della navigazione, ovverossia, il cosiddetto “lupo
di mare”; senza dubbio, l’impresa di ricercarne le recondite cause appare molto ardua,
tuttavia, nell’intento di rispondere ad alcuni interrogativi, tenterò di indagare un po’
nelle “profondità” di quest’insolito personaggio che risponde al nome del sottoscritto.
Anche se alcune indicazioni della prima adolescenza vedevano già nell’avventura
la parola magica dominante, ad orientare decisamente e definitivamente la scelta
del mare sembra siano state alcune situazioni più realisticamente terrene: cioè, le
condizioni sociali ed economiche di quella generazione “nutrita” di casereccia “dieta
spartana” durante ed oltre il lungo periodo bellico della seconda guerra mondiale.
Infatti, a scatenare la mia “vocazione marina” non è stato estraneo anche quel tal
“vil denaro” che l’avara terra piemontese si ostinava a negare ai suoi figli, mentre
il mare sembrava promettere e profondere a piene mani un più reale “divin denaro”
a tutti coloro che avevano la fortuna o l’ardire di affrontarlo a viso aperto; nondimeno,
la concausa “venale” non vide mai venir meno l’istintivo spirito d’avventura: quel
sogno fascinoso e seducente, capace di alimentare la fantasia nell’idealizzare il
mare come un’eterna ed avvincente crociera fra esotici atolli sui lontani Mari del Sud.
E’ questo il complesso “miraggio” che mi ha accompagnato a lungo negli anni
fino ad un mattino di marzo sulla banchina del porto di Palermo, accanto a quella
vecchia carretta del mare in procinto di salpare per gli scali del Medio Oriente.
Anche oggi, a distanza di tanti anni, ricordo ancora il momento in cui “abbordai”
per la prima volta le “rampe” della vecchia Nave: improvvisamente, mentre
raggiungevo lentamente la sommità del ripido scalandrone, mi sentii inondato da
una trascinante emozione, come se una forza misteriosa mi sospingesse decisamente
verso l’ignoto del nuovo mondo.
Allora, poco o nulla conoscevo dell’avventura che andavo ad intraprendere e,
quando posai il piede sulla coperta di quella vetusta carretta, non avrei mai
immaginato che stavo per entrare in una nuova “dimensione” dell’esistenza, per
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cui ogni valore avrebbe subìto una sorprendente mutazione: ciò che mi attendeva
era un “gioco” totalmente sconosciuto, dove l’avventura sui mari contemplava anche
un duro e pesante impegno quotidiano, spesso in condizioni estreme, lontano dalla
casa e dagli affetti più cari per lunghi periodi dell’anno.
Il contrasto tra le attese giovanili e la nuova dura realtà apparve immediato fin
dalla partenza: quella notte, entro l’angusta cuccetta della cabina, la solitudine e la
nostalgia “tentarono” di affondare ogni mia trionfalistica illusione, annunciandosi
come le più fedeli ed inseparabili compagne della mia avventura. Soltanto al mattino,
riemergendo dalle ombre della notte, ritrovai la dimensione umana nella messa a
“fuoco” su quei visi arsi dal sole dei miei nuovi compagni di viaggio: i volti, tutti
un po’ gioiosi ed un po’ tristi, alla stessa maniera della gente di mare, con quella
strana voglia di vivere l’avventura dilapidando, di volta in volta, importanti “spicchi”
della propria vita.
Se il “gioco” era così forte, mi aspettavo che il mare mi offrisse una “contropartita”
altissima; invece, stranamente, il “premio” era vago ed evanescente. Si, è vero: gli
immensi orizzonti spalancati sugli oceani e sul mondo potevano anche assumere
valori di effimeri trionfi di avventura e di libertà; come pure alcune illusorie
aspirazioni professionali ed economiche potevano entrare nel gioco; tuttavia, il
“prezzo” in termini di “vita” sembrava tale da annullare ogni motivazione ideale
per favorire un più saggio “disimpegno” con un rapido ritorno fra le accoglienti
mura domestiche.
Anche se non mi vedevo nei panni dell’eroe impegnato a difendere la bandiera
della vecchia Nave dall’arrembaggio di una ciurma di pirati, tuttavia, l’eventualità
di un abbandono mi apparve immediatamente alla stregua di una resa o di una fuga
disonorevole di fronte ad un nemico invisibile; al contrario, con vivo stupore ed
incredulità, avevo la sensazione di assistere alla mia lenta, ma inesorabile
accettazione dell’avventura marina!
Dove stava il trucco? Come mai quell’immenso lago salato poteva esercitare
un’attrattiva così fatalmente irresistibile? Forse era un semplice effetto sorpresa al
contatto con la nuova realtà o l’impossibile incantesimo di qualche sirena degli abissi?
Apparentemente le mie domande sembravano insolubili, ma, intimamente, una
risposta “azzardata” era ed è tuttora possibile... “tutto sembra aver inizio nel preciso
momento in cui l’oceano “cattura” la sua preda, scatenando in quest’ultima
un’insolita “sindrome marina”, come una subdola forza di attrazione e di repulsione
per quella sconfinata distesa di salsedine: è l’inizio di un’emergente volontà che
sospinge là dove si spalancano gli infiniti orizzonti, nonostante il duro “pedaggio”
in termini di fatica e sofferenza da immolare sull’altare della prima avventura...”.
Qual era, dunque, la reale dimensione dell’impresa che andavo ad affrontare?
Quella gran superficie azzurra cominciava ad apparirmi come un misterioso azzardo;
tuttavia, quando dal magico cilindro del mare emerse il primo approdo sulle terre
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L’ultima spiaggia
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del Levante, ebbi nuovamente la sensazione che le attese giovanili potessero ancora
trovare la loro piena realizzazione: non erano, forse, gli stessi mitici lidi cantati da
Omero e “vissuti” intensamente dal prode Achille e dall’avventuroso Ulisse?
Indubbiamente, era quello il mondo storicamente più degno per ospitare
l’avvenimento del mio battesimo a cavallo dei mari; ma il tuffo nelle profonde
acque mitologiche si rivelò, ben presto, un’illusoria speranza, destinata fatalmente
a svanire nello spazio di un giorno, non appena la Nave riprese la via dell’Oriente
per raggiungere le “ardenti” rotte del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano.
Lontano da quelle che erano state le “mie” isole dei sogni, inaspettatamente mi
ritrovai sotto l’infuocato sole tropicale, oltre la “Porta dell’Inferno” del Golfo
Persico: su una vecchia carretta, senza l’ombra refrigerante delle palme degli atolli
e senza il conforto degli alisei, l’avventura si era improvvisamente fatta durissima.
Nonostante il “romantico” ed unico conforto della vetusta “manica-a-vento” di
antica memoria, la climatizzazione naturale delle arroventate lamiere della Nave
superava abbondantemente i 50 gradi-ombra durante le ore del giorno, per scendere
a sfiorare i “rinfrescanti” 40 gradi-notte.
Erano queste le struggenti ore in cui l’anima del “dannato” trovava un momentaneo
rifugio nei sogni per cavalcare l’ultima, illusoria avventura: alla mia vacillante
fantasia nulla impediva ancora un tuffo nel profondo della Storia ad inseguire le
epiche gesta dei grandi Navigatori del Passato; come pure, in tempi più recenti, a
dominare i mari dalla tolda piratesca di Sandokan lanciato all’arrembaggio; e, più
tardi nella notte, quando al marinaio si fa più “feroce” la solitudine, ecco comparire
il sospirato approdo sulla bianca spiaggia incontaminata della lontana isola, per
l’invitante confronto con esotiche bellezze danzanti voluttuosamente nei loro
costumi adamitici.
Queste ed altre ancora erano le avventure vissute fino al risveglio mattutino, quando
l’ “ammutinato virtuale” che era in me rientrava forzatamente nella dimensione reale,
abbandonando ogni possibilità di disperdersi nel folto dell’immaginaria vegetazione.
Mentre l’illusione della vera avventura navigava tra attese virtuali e certezze
reali, quasi inconsciamente avevo incominciato a “staccare” quelli che erano i primi
“spicchi” della mia vita per disperderli al “fuoco” del sole e della notte tropicale
del Golfo: quegli stessi “spicchi” che vedevo dipinti di sudore e di fatica sul volto
dei miei compagni di viaggio.
Anche l’approdo nel Golfo Arabico, sulla seconda spiaggia della mia avventura,
non incontrò migliori condizioni ambientali; al contrario, gli implacabili raggi solari
sembrarono accanirsi ancor più sulle già infuocate dune del deserto, costringendomi
ad abbandonare ogni tentativo di esplorazione, per tentare ancora un estremo rifugio
all’ “ombra” delle arroventate lamiere della vecchia Nave.
A quei tempi, fortunatamente, correvano gli irripetibili vent’anni, quando nulla è
impossibile e sopravvivere anche all’inferno può apparire come un’impresa possibile,
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anzi, semplicemente doverosa; tuttavia, in quelle condizioni, le possibilità di uscire
indenni dalla “trappola” climatica erano riposte esclusivamente nel ritrovamento di
quello stretto passaggio attraverso la fatidica “Porta dell’Inferno”: un traguardo liberatorio
raggiungibile soltanto al compimento delle normali operazioni commerciali.
L’uscita dalle acque del Golfo segnò la momentanea fine di un incubo e l’inizio
di un intenso periodo di viaggi fissi verso l’India che, in parte, riuscirono a
riconciliarmi con l’antico mondo dell’avventura: Bombay e, successivamente,
Madras furono le porte d’ingresso nei misteri dell’Oriente per un duro confronto
conoscitivo della fascinosa, ma sconvolgente realtà di quello sconosciuto paese.
India ed ancora India. Mesi e mesi di oscura navigazione tra approdi portuali,
rade e spiagge un po’ ovunque sul continente. Scoprii, ben presto, che l’India non
era soltanto il mondo dell’induismo di totale contemplazione con il corollario di
ancestrali ed ascetiche tradizioni; e nemmeno quello più avventuroso della caccia
alla tigre o della mortale lotta tra cobra e mangusta.
L’India era anche altro. Accanto alla bucolica pace ed adorazione animalista
“viveva” tutto il mondo della fame e della disperazione: una dura realtà con la
quale dovetti confrontarmi nel momento in cui mi venne incontro una moltitudine
di piccoli esseri imploranti e nel costatare che nella tasca avevo esaurito le solite
monetine per la quotidiana distribuzione.
Quella che avevo di fronte non era una festosa manifestazione folkloristica, anzi!
Sugli scarni volti affamati che mi stringevano da ogni parte non riuscivo a ritrovare
alcun sentimento di fraterna accoglienza o di pietà. In quegli istanti percepivo
soltanto una fredda corrente che mi percorreva da capo ai piedi: un gelo non molto
dissimile da quello che doveva aver attraversato i corpi del prode Magellano e
dell’avventuroso Capitan Cook poco prima di cadere nel “calderone” degli inospitali
abitatori delle lontane isole del Pacifico.
Come, purtroppo, temevo, l’ “insolvenza monetaria” mi sarebbe “costata”
immediatamente il temuto assalto con l’arma primitiva dei “morsi voraci” a gambe
e glutei prima di riuscire a divincolarmi dalla muta famelica dei piccoli esseri umani.
Era, dunque, questa l’avventura inseguita fin dagli anni dell’adolescenza? Dove
mi avrebbero condotto le misteriose strade del mondo che stavo percorrendo?
Se, da una parte, le ultime vicende indiane potevano annoverarsi fra i possibili
incontri di ogni esplorazione sul terreno di un qualsiasi sconosciuto continente,
dall’altra, ciò che più ammantava di fascino la mia avventura era sicuramente quella
grande superficie del mare ed il mistero che si celava sotto di essa. Di giorno, ma
anche nelle luminose notti stellari, quando il cielo offriva lo spettacolo inimitabile
degli sconfinati orizzonti del Cosmo, quell’immensa distesa grigio-azzurra di
salsedine riusciva a scatenare la mia curiosità ed il desiderio di penetrarne i segreti
delle profondità.
Da sempre, fantasia e mitologia hanno dominato sulle vicende del mare ed il
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L’ultima spiaggia
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novello Navigatore che era in me non poteva sottrarsi al grande ed irrisolto mistero:
belle, anzi bellissime, sintesi meravigliosa di divinità marine e celesti, le Sirene
erano veramente esistite?
Allacciandomi a quelle che sono state le innumerevoli leggende del mare, ho
cercato a lungo di percorrere le tortuose vie dei fondali e degli abissi alla scoperta
dei segreti del mondo sommerso. Anche se ritenevo assai improbabile che quelle
mitiche creature del Passato fossero realmente esistite, non sentivo di escludere
nessuna possibile presenza alla luce del XX secolo: non erano forse, sorprendenti
ed inverosimili, nella forma e nella vita, taluni esemplari della fauna ittica, come il
piccolo gamberetto o la massa enorme di una piovra?
Di volta in volta, tra un avvistamento in superficie ed una pésca subacquea, le
occasioni di contatto con gli abitatori delle profondità si andarono moltiplicando
sempre più: spesso erano i delfini i più assidui compagni di viaggio, ma anche gli
squali e, più raramente, i grandi cetacei con i loro sbuffanti soffioni ad annunciarsi
all’orizzonte; tuttavia, fra i tanti “visitatori” delle nostre rotte, quella inimitabile e
mitica creatura “vissuta” nella fantasia dei poeti e dei cantori dell’Antichità, è rimasta
a lungo il mio incompleto ed irraggiungibile mito degli abissi marini.
Anche ora, dopo molti anni, ritornando ad incrociare nelle acque dell’Oceano Indiano,
osservo le bianche fiammelle fosforescenti che al tramonto zampillano in superficie
nella scia della Nave e socchiudo gli occhi nell’inseguire lontani ricordi: è ancora e
sempre un “magico incantesimo” destinato a svanire con le prime luci dell’alba? E’
possibile, ma i dubbi e le speranze ritornano ostinatamente ad assalirmi quando, a sera,
il pensiero volge al “desio” ed al marinaio si fa più “feroce” la solitudine; e, lentamente,
rivedo scorrere nel tempo il “film” di quegli indimenticabili avvenimenti:
.... “la luna comparve facendosi largo fra massicci cumuli di nubi sull’indivisibile
orizzonte e la notte si illuminò di un intenso chiarore... improvvisamente, a poppa,
dal vorticoso ribollire di schiuma, vidi apparire distintamente in superficie una
figura impossibile... con la duplice ed affusolata coda di squalo dalla quale
“sbocciavano” le conturbanti sembianze di una creatura umana femminile... per
qualche “lungo”, istante rimasi folgorato ad ammirarne le invitanti evoluzioni...
poi, altre, ed altre ancora simili animazioni riaffiorarono nelle vicinanze... finché,
lentamente, la luna scomparve, sopraffatta da un denso cumulo di nubi, e l’ingrata
oscurità si portò via per sempre quella mitica visione degli abissi... mentre la Nave
scivolava oltre, allontanandosi nella notte”...
Sogno o realtà? Belle, bellissime, ricche di fascino ed attrazione, sono veramente
riaffiorate dalle profondità degli abissi, in una notte di luna piena, per tramandare
ancora e sempre agli Ulisse del XX Secolo il mito antico di quelle stupende creature
del mare?
Se le Sirene “sfuggivano” misteriosamente alla mia attenzione, non così
impossibile è stata l’impresa di avvicinare molti altri temuti “inquilini” dei mari; al
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contrario, la loro invadente temerarietà ed aggressività rischiò di portarsi via ogni
sogno di avventura nel momento in cui mi immersi nelle acque dell’Isola di Ceylon
per un’improvvisata battuta di pésca. Quella sera, soltanto il pronto intervento della
mia “buona stella”, sotto le sembianze provvidenziali dei soccorritori, riuscì ad
evitare che l’incontro casuale con un grosso squalo si trasformasse in dramma
personale; tuttavia, quando una copiosa scia vermiglia tinse le azzurre acque
dell’Oceano Indiano, la tragedia si consumò inequivocabilmente: era questo
l’epilogo della spietata “prova di sangue”, nella quale il temerario “aspirante
assassino”, ahilui, incappò malauguratamente.
Mentre sempre più andavo maturando la convinzione che ancora altre, e più
ardue, prove fossero in agguato davanti e sotto la prua della Nave, inaspettatamente
gli avvenimenti subirono un’improvvisa sterzata che avrebbe impresso una decisa
ed invitante accelerazione alla mia avventura.
A quel tempo era ormai trascorso un anno dal giorno della partenza da casa
quando, come un miracoloso fulmine a ciel sereno, giunse quel fatidico messaggio
armatoriale con l’ordine di far ritorno a Palermo; un ordine che possedeva tutta la
forza irresistibile contenuta nel magico significato: temporanea fine dell’avventura
sui mari e ritorno nella casa natìa fra le accoglienti mura ed affetti familiari.
Da quel momento ebbe inizio la lunga attesa che sarebbe culminata nei gioiosi
momenti del ritorno. Avevo l’assoluta certezza che l’avventura mi fosse debitrice
di quegli importanti “spicchi” di vita, dispersi un po’ ovunque sul mare, e sentivo
crescere prepotentemente in me l’invito a vivere ed a sognare.
Senza eccessiva sorpresa, non appena rimisi piede sulla dura e solida superficie
dell’elemento terrestre, mi sentii pervaso da una insolita sensazione come se gli
avvolgenti “tentacoli” dell’oceano subissero un deciso allentamento; e, più tardi,
nell’abbraccio delle verdi colline astigiane, anche quella “sindrome marina”,
avvertita un giorno sulla banchina del porto di Palermo, andò improvvisamente
incontro ad una rapida mutazione come per opera di un magico esorcismo: mentre
la “preda” si divincolava dall’abbraccio del grande “ragno” marino, tutto ciò che
aveva sempre costituito la quotidiana routine della vita, assumeva inaspettatamente
i contorni di una stupefacente metamorfosi con nuovi ed esaltanti valori.
Così, di giorno in giorno, mi ritrovai alla scoperta di tesori quasi sconosciuti: la
luce, l’aria, il lacerante sibilo di un Jet e l’assordante sferragliare di un treno stavano
diventando vita e musica nuova; anche i grandi problemi delle caotiche città, come
l’ingorgo del traffico o l’inquinamento atmosferico sarebbero stati vissuti e ricondotti
a normali e curiosi aspetti del tempo del ritorno; e, nel superare la soglia di casa, tra
gli affetti familiari, la vita avrebbe toccato vette altissime con moltiplicazioni
vertiginose dei valori, inimmaginabili al comune terrestre.
Mentre la primitiva “sindrome” perdeva sempre più il fascino marino e vedeva
affondare il tempo dell’avventura sui mari in un ricordo lontano ed evanescente, la
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L’ultima spiaggia
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“terra” risorgeva prepotentemente a nuova vita; aveva così inizio quel breve, ma
intenso periodo del ritorno: giorno dopo giorno, il passato era dimenticato e
sommerso dall’imperioso desiderio di vivere intensamente ogni attimo del presente,
prima dell’inevitabile ripartenza. Come fatalmente era scontato, la mia vacanza
non contemplava l’eternità e la scelta di vita era ormai tracciata dal grande “ragno”
in attesa di catturare nuovamente la sua “preda”; e, come la prima volta, era ancora
una vecchia Nave ad attendermi nel porto di Venezia, in procinto di salpare per un
lungo giro intorno al mondo. Con sentimento di sofferta nostalgia e di intensa
attesa mi apprestai ad affrontare la nuova avventura, già consapevole che i giorni
delle illusorie fantasie infantili muovevano decisamente al tramonto per lasciare il
tempo alla dura realtà del mare ed ai doveri della mia professione.
Anche se lo sguardo era sempre rivolto verso la prua della Nave per fronteggiare
le future sfide del mare, tuttavia, le motivazioni originali della mia “vocazione”
stavano per subire una lenta, ma costante mutazione. Se, da una parte, andavo
ancora rincorrendo quelli che erano i veri traguardi di ogni avventura sugli oceani,
dall’altra, dentro le anguste pareti della Stazione Radio, i miei orizzonti si
diffondevano nello spazio sulle onde dell’etere per affrontare gli impegni, ma anche
l’insorgente “passione” per quella insolita attività professionale.
Dalla ristretta, ma, allo stesso tempo, sconfinata “finestra” di lavoro, in cui
confluivano incessantemente informazioni e messaggi nelle più disparate e bizzarre
lingue del mondo, stavo per avventurarmi liberamente in ogni più remoto angolo
della Terra. Mentre la prua solcava senza soste le rotte dei mari, dallo spazio le
onde della Radio mi portavano incessantemente le innumerevoli voci provenienti
da ogni angolo della Terra. Era spesso una moltitudine di suoni sconosciuti, ma,
talvolta, anche un linguaggio chiaro e definito con un fascino esotico: così, la Geibidì,
fiore dell’Oriente, voce del Sol Levante nelle ore della sera e spericolata pescatrice
di perle per hobby durante i lunghi pomeriggi estivi; e poi, Lys, gaia ed invitante
transalpina; ed ancora Woo, nordamericana emancipata e disinibita, precisa ed
efficace figlia del computer. E, via via, tutte le altre ‘captate’ in cuffia nel corso del
quotidiano impegno professionale: dalla deliziosa svizzera Eicibì alla andalusa Ibiza,
dalla misteriosa malese Spore alla lontana australiana Vis, fino a Guam, la primitiva
delle isole della Micronesia.
Tanti suoni dallo spazio per una vita condotta fra i ‘sentieri’ della Radio nelle
lunghe e pazienti attese di raggiungere un altro mondo, alla ricerca di una voce
amica che indicasse una presenza ‘reale’ con un volto ed un’anima. Di volta in
volta l’invisibile universo delle onde elettromagnetiche si andava rivelando come
la mia nuova ed affascinante avventura a cavallo degli oceani; tuttavia, era ancora
e sempre quella immensa superficie azzurra a dettare i temi ed i tempi delle vicende
marine ed ad esercitare un assoluto dominio su tutto e su tutti: un potere dominante
che un giorno vide l’ira combinata delle forze sommerse assumere le irreali
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dimensioni di un violentissimo uragano nel cuore dell’Atlantico. Era stata ‘quella’
l’ira invocata da un gruppo di annoiati ed incauti croceristi ‘terrestri’ nel momento
in cui avevano abbordato la tolda della Nave per sfidare temerariamente le divinità
degli abissi al grido:
“Abbasso la noia! Viva la tempesta!”
E tempesta fu, durissima e spietata, come risuona ancora nei ricordi di quei
drammatici avvenimenti:
... ‘l’oceano era devastato da onde eccezionali, ribollenti in creste di bianca
schiuma, mentre sopra di noi il cielo era completamente oscurato da una nera cappa
di nubi che rovesciavano scrosci di martellanti piovaschi: un diluvio di proiettili
d’acqua con un incessante boato sulle lamiere dello scafo in uno scenario molto
simile ad un realistico quadro apocalittico’...
E l’irriguardosa regia atmosferica continuò ancora a lungo implacabile, mentre i
nostri ospiti ‘terrestri’, terrorizzanti ed in preda ad un totale crollo psicologico,
gemevano ed urlavano, come sentissero imminente l’incombere della fine,
pienamente placati nella loro sete di avventura e nuovamente bramosi di ritrovarsi
nella quotidiana ‘noia’ delle loro ‘foreste dorate’.
Infine, l’epilogo liberatorio, mai tanto invocato ed atteso, quando l’intensità del
vento andò calando e soltanto un’ampia onda lunga ricordava ancora ciò che nei
giorni precedenti era stato uno dei più violenti uragani della storia.
Così si concludeva un ‘fenomeno’ non del tutto eccezionale, destinato a scatenarsi
ogniqualvolta le ‘misteriose divinità’ degli abissi avessero volutamente provocato
le capricciose forze della natura.
Altri ‘ruggenti’ giorni a cavallo degli oceani ed altre Navi ad attendermi un po’
ovunque nei porti di ogni continente; ed ancora molti altri addii ed altrettanti gioiosi
ritorni ad alimentare l’antica fiammella della giovanile ‘sindrome marina’. Giorni
lieti per il rinnovarsi continuo degli orizzonti, ma anche momenti drammatici per
la perdita di tanti compagni di viaggio: giovani e vecchi ‘amici di lungo corso’ cui
un tragico destino non si degnò di concedere alcuno sconto nell’immane rogo della
S/S LUISA nelle acque del Golfo Persico in quella lontana notte del 1962.
Allora, soltanto la ‘Buona Stella’ mi consentì di evitare la mortale trappola di
fuoco con il fortunoso sbarco poco prima della tragedia: un inequivocabile segno
che la benevola ‘Dea Bendata’ era intenzionata a privilegiare il suo ‘protetto’
nell’alternarsi quotidiano delle vicende umane, fino all’auspicabile compimento
dell’intero percorso della vita.
Ancora altri intensi anni di viaggi si sarebbero succeduti tra cielo e mare, fra
attese, partenze e arrivi; altri preziosi ‘spicchi’ di vita si sarebbero ‘staccati’ da quei
volti, arsi dal sole e scavati dalla fatica, dei miei compagni di viaggio: quella stessa
‘specie’, dal pelo sempre più grigio e dalla voce sempre più rauca, degli ultimi
autentici esemplari di ‘lupi di mare’.
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L’ultima spiaggia
Angelo L. Fornaca
Nell’ormai prossima conclusione dell’avventura sugli oceani, si affievoliscono
le antiche motivazioni che avevano alimentato quella ‘devastante’ passione giovanile
per il mare, mentre insorge prepotentemente in me una struggente nostalgia di un
reale e duraturo contatto con la solida terra, in attesa degli affetti più profondi:
laggiù c’è il ricordo di quel viso adolescente, un po’ impaurito ed un po’ ammirato
in una sera di tanti anni fa, di colei che ha sognato, amato e condiviso la mia
avventura; là, e qui nel cuore, c’è Lei, il fiore dell’amore, la ‘perla’ di casa, mentre
si appresta a lasciare gli ‘ormeggi’ per spiccare il volo sulle rotte del mondo in
compagnia del suo Sandokan; ed, infine, e fortunatamente, c’è sempre la sorgente
della vita: tanti anni, molte ciocche bianche, ma lo spirito e la gioia di vivere di un
tempo, ed a lungo ancora, fino oltre il mitico traguardo del XX Secolo.
Oggi, la mia lunga navigazione sui mari si sta avviando stancamente a vivere le
ultime fasi dell’avventura, ma ormai la ‘rotta’ punta decisamente verso l’approdo
dell’ultima spiaggia fra le verdi colline dell’Astigiano: laggiù, lontano dalle ribollenti
acque equatoriali ed al riparo dalle grandi tempeste oceaniche, la mia ‘Nave’ riposerà
nel ritrovato porticciuolo di casa, in attesa di accogliere i componenti del nuovo
‘Equipaggio’ in arrivo. Forse, un giorno, le loro rotte potranno anche incrociare i
percorsi e cavalcare i ‘sogni’ di questo insolito e ‘romantico’ navigatore che risponde
al nome del sottoscritto. Ai presenti ed ai futuri ‘cadetti’: ‘Buon Viaggio’ sui difficili,
ma fascinosi orizzonti della vita, nella scia dell’Ammiraglia di Famiglia!’
Il Radiotelegrafista di bordo. Angelo Luigi Fornaca di Asti
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Antonio Riciniello
TANK CLEANING
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S
e la vita in mare è un’avventura, quella del marittimo è da “sventurati”! La
Rock Garden, petroliera di oltre centomila tonnellate di stazza se la menava
da anni nel Pacifico, in un via - vai continuo e snervante tra Dumai e Los Angeles,
che metteva e dura prova il sistema nervoso dell’equipaggio. Una trentina di giorni
a salire e altrettanti a scendere in una spola ininterrotta tra i porti petroliferi
disseminati lungo lo Stretto di Malacca e i porti della costa occidentale degli Stati
Uniti sparsi qua e là tra Los Angeles e Seattle. L’approdo di Anacortes, una baia
incantevole e deliziosa, era quello più frequentato, fors’anche il più desiderato da
tutto l’equipaggio.
Anacortes, un piccolo centro di pescatori, gradevole come un presepe, con la sua
Main Street, con i suoi graziosi cottages, con gli accattivanti ritrovi notturni,
permetteva una sosta ideale: un paio di giorni di relax a cavallo dei due viaggi di
andata e ritorno fra le fonti del petrolio greggio della Malacca e le stazioni di
raffinazione americane della costa pacifica.
Anacortes offriva decine e decine di cabine telefoniche a breve distanza l’una
dall’altra sia lungo la banchina d’ormeggio che lungo il pontile che univa il punto
di discarica alla terra. Correvano gli anni settanta!
Il secondo desiderio del marittimo quando raggiunge un porto è il telefono, lo
era almeno a quei tempi. Parlare con la moglie, con i figli, con i genitori, con la
fidanzata, costituisce una valvola di sicurezza che ti aiuta ad andare avanti, un
legame con la vita che mantiene saldi i rapporti, i vincoli familiari.
Il primo desiderio resta la corrispondenza; direi che la “posta” rimane l’ansia e la
speranza degli ultimi giorni di viaggio, la ragione che riesce ad accorciare
fittiziamente il periodo d’imbarco e di attenuare le sofferenze della lontananza,
della solitudine effettiva, sia pure in un ambiente ristretto di lavoro dove
paradossalmente si vive a contatto di gomiti. Ecco, sono queste le priorità che
rendono sopportabile una vita assai difficile.
Poi? Poi ci sono un’infinità di piccole cose, anche di necessità, anche di diversivi
che, una tantum in questo genere di viaggi, fanno di un marittimo un “marestre”
assai simile al terrestre!
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A sera, chi restava a bordo fuori servizio, si dedicava alla pesca. La baia di
Anacortes è piena di granchi, quei famosi crabs americani che verso l’Alaska
raggiungono dimensioni enormi, quasi spaventose. Non i granchi “pelosi” di scogli,
di colore quasi violaceo, ma quelli verdognoli di fondo, che dalle nostre parti
chiamano “castagnole”.
Quando arrivi in porto ad Anacortes, con le pratiche doganali, di Capitaneria di
Porto, delle agenzie del carico e della Cost Guard, ti portano anche un “avviso”,
una “notice” o “warning”, che va esposto in bacheca. Con quest’avviso si notifica
che la pesca dei crabs è consentita ma che i crabs femmine e tutti quelli, maschi o
femmine, di lunghezza inferiore all’estensione di un dollaro cartaceo, vanno rigettati
in mare. Le “fines”, cioè le multe, sono così salate che a nessuno conviene fare il
furbo. Anche così si aiuta l’ecosistema.
Ma quali sono i maschi e quali le femmine dei crabs? Nessuna preoccupazione.
Due schizzi con i crabs a pancia all’aria evidenziano la differenza che consiste in
uno “slippino” a forma di triangolo equilatero per la femmina, entro cui si conserva
le “spugna” d’uova e di triangolo isoscele a forma lunga e appuntita per i maschiacci.
La pesca dei granchi si pratica preferibilmente nelle ore di buio. Una piccola
bilancia, meglio un coppo articolato su un cerchio di ferro di circa un metro di
diametro con rete a maglie strette, serve alla bisogna. Quattro spezzoni di corda
ancorati al cerchio di ferro in posizione diametralmente opposta e una lunga corda
fissata per un estremo ai quattro spezzoni e per l’altro a giro di carrucola per il
sollevamento del coppo dal fondo del mare, e la trappola è pronta. Un pollo crudo,
spennato e ripulito prelevato dalla cambusa fa da esca prelibata.
La bilancia viene azionata ogni dieci-quindici minuti e ogni volta si tirano su
decine di granchi due-tre dei quali di misura e sesso regolamentari. I granchi sono
voracissimi di pollo. Se dimentichi di alzare la trappola nei tempi prefissati rischi
di tirare su un pollo disossato. Una pesca veramente miracolosa, che assicura nel
viaggio di ritorno prelibatezze da ristoranti di lusso. Assieme ai granchi si pescano
anche tantissimi gamberetti lucidi e quasi trasparenti, che nelle mani del cuoco
diventano squisitezze da nababbi.
I franchi di servizio, di giorno, prendono d’assalto l’ufficio postale e i negozi.
Serve sempre qualche dentifricio, qualche camicia, un pantalone da lavoro ed è
necessario spedire la corrispondenza. La sera, non si disprezza una cenetta nelle
accattivanti taverne e, per chi ne ha voglia, anche la visita a qualche ritrovo a luci
tenue dove, sia pure attraverso le difficoltà della lingua o forse a ragione di queste,
si possono intrecciare e coltivare tenere amicizie, alcune delle quali così salde e
profonde da determinare vere e proprie storie d’amore.
Il marconista di bordo, un siciliano rubacuori, s’inciuchì a tal punto da lasciare la fidanzata
ma, al viaggio di ritorno in quel di Anacortes, non trovò più la sua fiamma di una notte!
Finita la discarica, avuta la libera pratica della partenza, la Rock Garden mollò
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Antonio Riciniello
gli ormeggi e partì lasciandosi alle spalle un angolo del mondo dei più carini: il
verde delle colline digradanti versò il mare cosparso di alberi di mele, di ebeti e di
particolari pini marini quasi nani; poi la baia con decine di pontili galleggianti ai
quali si ormeggiavano centinaia e centinaia di barche da pesca e da diporto.
Alla fine del canale, oltre la barra, il pilota lasciò la nave nelle mani del comandante
e con la pilotina che lo prese sottobordo, ritornò ai patri lidi. La Rock Garden mise il
muso fuori, guardò con apprensione l’oceano e puntò decisamente verso il Sud.
A Nord si abbattevano forti depressioni ai cui limiti meridionali si avvertivano
possenti scossoni sullo scafo ancora a zavorra leggera. Si passò subito alla zavorra
pesante e si proseguì verso Singapore dove la petroliera era diretta per i lavori
periodici di “shipyard and drydock”.
Dopo cinque giorni il mare calmò ma a bordo anziché respirare quella sana
atmosfera di allegria che sempre segue ad un cattivo tempo e sempre precede il
periodo dei lavori periodici, l’ambiente si fece cupo ed il sorriso cedette ai musi
lunghi: un’atmosfera da società segrete!
Ci si preparò per il tank cleaning generale che si sarebbe dovuto completare con
il gas freeing, operazioni di pulizia e degassificazione delle cisterne attraverso le
quali, dopo accurati controlli delle autorità competenti di terra, poteva essere
rilasciato il certificato di sicurezza per i lavori a caldo.
Il gas-freeing, se fatto in porto, è un’operazione assai costosa. Viene eseguito da
ditte di terra attrezzatissime. Se fatto a bordo, nonostante il tanto lavoro straordinario
forfetizzato che l’armatore elargisce a piene mani all’equipaggio, questa operazione
è meno costosa non solo ma anche conveniente dal punto di vista tempo poiché si
risparmiano diversi giorni di sosta all’ancoraggio o in banchina.
Tuttavia vi è divieto assoluto di buttare rifiuti petroliferi in mare e nei limiti di
osservanza di queste disposizioni restrittive, si lavora con intelligenza nel rispetto
anche della nave, dell’equipaggio e dell’armatore. La “slop tank”, se usata con
acume garantisce queste operazioni da qualsiasi forma di inquinamento ecologico.
“No pollution at all”.
A bordo tutto era ormai pronto. Pronto l’impianto di gas inerte; pronte le pompe
del butterwhort e dello stripping. Meno pronto l’aiutante tankista; assolutamente
indisponibili gli uomini di forza, cioè la manovalanza.
In un’atmosfera di cospirazione stile “carbonari” la cosiddetta “bassa forza” aveva
deciso di incrociare le breccia, di organizzare uno sciopero, forma estrema di protesta
che difficilmente si applica sulle petroliere.
Senza conoscenza delle problematiche economiche, con pochissime conoscenze
dei regolamenti e delle clausole contrattuali, con assoluta incapacità a gestire un
fatto così grave e soprattutto senza alcun preavviso il che spostava la problematica
sui binari del vero e proprio ammutinamento, l’equipaggio con l’esclusione di
ufficiali e sottufficiali, aveva detto no alle operazioni di lavaggio e degassificazione.
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Quando il comandante fu messo al corrente del fatto, tutte le operazioni furono
sospese. Lo staff di bordo, comandante e capo macchinista, primi ufficiali di
macchina e coperta, si riunirono in una specie di consulto.
Certamente la Compagnia di navigazione, in caso di rifiuto a operare da parte
dell’equipaggio, avrebbe dirottato la nave sulle Hawaii, sostituito l’equipaggio
riottoso e proseguito come se nulla fosse successo. Sicuramente nel futuro gli
scioperanti avrebbero perso il posto di lavoro. Raramente chi detiene il potere subisce
il ricatto. Contattare subito la Compagnia e metterla al corrente dei fatti che stavano
accadendo a bordo oppure effettuare un primo sondaggio e cercare di capire meglio
cose stesse avvenendo? Si preferì la trasparenza assoluta nei confronti della
Compagnia e si optò per la prima soluzione. Il comandante impose la sua volontà.
Come responsabile della nave, quella era la decisione da prendere.
Il direttore di macchina, uomo di grande sensibilità ed umanità si prese il compito
dei primi sondaggi. Parlò a tutti quelli che avevano aderito a questa forma estrema
di protesta, separatamente e a gruppuscoli ed infine anche al più giovane dei marinai,
Alfredo, che risultò essere il capo, l’organizzatore di questo sciopero.
Alfredo, un marinaio trentaduenne con bagaglio culturale d’estrema sinistra fu,
nella circostanza, l’ideatore ed il promotore di questa estrema protesta.
Mentre i contatti a bordo proseguivano, giunse la risposta della Compagnia di
navigazione, che proponeva un estremo tentativo di sedare gli animi ed anche la
ventilata possibilità di un dirottamento verso le Hawaii in caso di fallimento. I
contatti con la sede dovevano essere continui e i tempi per le decisioni finali erano
ristretti a 36 ore.
Del sondaggio fatto separatamente tra gli elementi dissenzienti appariva ormai
chiaramente che gli aderenti a quella forma di protesta, per lo più marinai con
decine d’anni d’anzianità di Compagnia, si erano già pentiti di aderire allo sciopero,
ma per ragioni di principio e di dignità, di parola data, se così si può dire, rimanevano
tiepidamente ancorati alla volontà di Alfredo con il quale, in fin dei conti, avevano
organizzato tutto.
Si fissò una riunione nel salone di rappresentanza ai cui lati estremi stavano le
cabine del Comandante e del Direttore.
Un caotico vociare giungeva dalle scale del ponte inferiore, dove facevano rissa
e ressa tutti gli scioperanti. Tutto ad un tratto il vocio confuso si spense e sulle
porte del salone, in cima alle scalinate, si trovò il solo Alfredo che fu invitato ad
entrare dal comandante e dal capo macchinista. In un caotico fuggi fuggi, tutti gli
altri erano scomparsi. Solo ma non intimorito, Alfredo sedette di fronte al
comandante e affrontò il problema con parole accorate e con tanta partecipazione.
“Non è giusto” disse, “che la Compagnia ci sfrutti per un lavoro che non siamo
tenuti a fare. Sì, è previsto lo straordinario raddoppiato ma è misera cosa rispetto al
grande risparmio che la Compagnia fa se il lavoro fosse eseguito alle stazioni di
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Tank cleaning
Antonio Riciniello
degassificazione di terra”. Alfredo fece una breve Pausa ma subito aggiunse quasi
con dolore: “Non è giusto”.
Il capo macchinista si avvicinò ad Alfredo e con fare paterno rispose: “Beh, se
sia giusto o meno questo è tutto da vedere. All’imbarco tutti noi firmiamo un contratto
che dobbiamo rispettare ed io penso che ciò che state attuando rimane purtroppo
un’azione di una gravità assoluta”.
“Indubbiamente” riprese Alfredo, “debbo però dire che le ragioni della protesta,
anche se legate ad un problema economico, sono in realtà più vicine ad un fatto di
principio. Sappiamo tutti che abbiamo fatto un passo apparentemente sconsiderato
ma questa supposta sconsideratezza sta nel segnale forte che vogliamo dare alla
Compagnia”. Alfredo accentuò il termine “forte” quasi battendo il pugno sul tavolo,
poi continuando la discussione con ritrovata calma, completò il concetto:
“Voleva”, ma si corresse subito, “vuol essere questo un atto dimostrativo affinché
le clausole contrattuali relative alle pulizie delle cisterne vengano modificate”.
Come d’accordo col comandante, il capo macchinista continuò la discussione
con Alfredo al quale già aveva parlato a solo.
Fuori, sul corridoio vicino alla porta del salone erano apparsi l’aiutante tankista
e il mozzo. Entrarono e presero posto al fianco di Alfredo mentre il direttore di
macchina riprese la parola: “Io vi consiglio di ritornare sulla vostra decisione.
Dovreste sapere ormai o lo dovrebbero sapere meglio i più anziani di Compagnia,
che per queste operazioni, bordo e Compagnia sono stati sempre di manica larga,
al di là di quanto stabilisce il contratto”. Poi, avvicinatosi ed Alfredo, gli batté
amichevolmente la mano sulla spalla e concluse in modo bonario: “Su, consideriamo
quanto accaduto un fatto da dimenticare e torniamo fin da domani mattina alle
normalità, proprio come se nulla fosse stato. Sarà bene per tutti. Noi, il comandante
ed io ci adopereremo affinché quanto da voi esposto possa trovare accoglienza
presso la Società. Capiti ormai tutti i contorni delle proteste posso solo dirvi di
riprendere i lavori con calma e tranquillità. Sono certo che la Compagnia terrà
conto della buona volontà dimostrata. Non dovete temere assolutamente niente,
non vi sarà alcuna ritorsione nei vostri confronti, nei confronti di tutti, cioè”.
Si alzarono tutti mentre Alfredo replicò dicendo che l’assenso l’avevano già dato
tutti quelli che non avevano avuto il coraggio di partecipare alla riunione. “Tuttavia”,
disse imboccando la porta del salone, “il segnale forte la Rock Garden lo ha dato.
Speriamo che la Compagnia sappia valutare con discernimento quanto accaduto”.
Si salutarono con una certa formalità e i tre scesero verso i ponti inferiori dove,
nella saletta di ricreazione dei marinai, si erano radunati coloro che poc’anzi avevano
disertato la riunione, assieme ad altri liberi da servizio.
La protesta era ormai rientrata. Ora che la Rock Garden era scesa abbastanza a Sud,
anche il tempo atmosferico volgeva al meglio e le operazioni di degassificazione e pulizia
delle cisterne procedettero in modo normale, senza intoppi e con maggiore alacrità.
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In un terso mattino di giugno la Rock Garden si presentò all’ancoraggio nella
baia di Singapore. Una coperta zeppa di sacchetti bianchi contenenti i residui rimossi
dalle cisterne, accolse le varie autorità e tutto si concluse nel migliore dei modi.
Non vi furono sbarchi d’autorità da parte della Compagnia ma soltanto i semplici
ed usuali avvicendamenti.
Anni dopo si seppe che Alfredo aveva perso la Compagnia, probabilmente più
per sua volontà e consapevolezza che per altro.
Oggi, a parlarne attraverso il filtro della memoria tutta la situazione appare più
stemperata, ma furono quelli giorni veramente assai difficili.
Col tempo, come sempre capita, migliorò il contratto in generale e soprattutto
migliorarono le clausole relative alla pulizia delle cisterne, magari con tanta
soddisfazione del giovane marinaio Alfredo che di quella protesta fu l’artefice e che
dopo quell’imbarco, come si seppe poi da amici comuni, ha trovato una buona
sistemazione nel sindacato, forse una sua predisposizione naturale, addirittura una
vocazione.
----------Nota: L’episodio raccontato è vero, ma tutto è stato scritto in modo che non si
capiscano i nomi né della Compagnia di navigazione né dei partecipanti al fatto.
Il Direttore di macchina Antonio Riciniello di Gaeta riceve il suo premio dal Presidente di Giuria
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Augusto Meriggioli
ARROGANZA PUNITA
- Gli Italiano sono tutti mafiosi Il Comandante inghiottì con fatica il boccone dopo averlo masticato a lungo.
Che nella natia Palermo la mafia facesse valere la sua criminale legge era notorio,
ma non faceva piacere sentirselo rinfacciare, soprattutto dal Presidente della
multinazionale del petrolio per cui lavorava. Era un’offesa gratuita. A quell’epoca,
Enrico Mattei non era ancora riuscito a far ingoiare molta della loro boria e
prepotenza economica alle sette sorelle e quando la spuntò fu ucciso con una bomba
piazzata sul suo aereo personale proprio dalla mafia siciliana su contratto di quella
americana. Segno inequivocabile che la malavita è qualche volta utile anche a coloro
che a parole la disprezzano!
Il Comandante lanciò un’occhiata obliqua verso gli altri commensali, poi guardò
dritto in viso il grande personaggio, indiscusso Chairman di tutti i Chairmen,
praticamente il Capo dei Capi della quarta sorella, ma non per questo la meno
importante. L’augusto personaggio rappresentava il potere e l’arroganza del denaro
nel più esteso senso della parola e lo esercitava con americana democrazia, ossia
prevaricando, abusando e tiranneggiando. Non si conosceva di alcuno che avesse
mai osato contraddirlo ed anche quando ti chiamava per nome e dall’alto del suo
metro e novanta di texana tracotanza e ti scaricava una manata amichevole, ma
devastante, sulle spalle, una posizione di contrasto non era nemmeno ipotizzabile.
“Let him to walk the carpet” era la sua frase abituale per indicare alla segretaria che
prima di accedere alla presenza della sua maestà, il postulante, chiunque esso fosse,
doveva camminare a lungo sul tappeto dell’anticamera comprato per 30 dollari ad
una liquidazione da Sears.
Il Comandante che era solo un metro e 65, aveva il mutuo della casa da pagare,
un lungo periodo di disoccupazione alle spalle, imbarchi di abietto sfruttamento
nel suo passato, pensò in fretta a cosa dire o non dire. Teneva famiglia nella più
classica delle configurazioni, ma era anche suscettibile ed orgoglioso come si
compete ad ogni buon siciliano. Dopo una riflessione che gli parve lunghissima,
ma durò in realtà solo pochi secondi:
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- Bene - disse alla fine con voce che cercò di mantenere salda - visto che sono
siciliano e quindi mafioso d’ora in poi mi porterà rispetto come si conviene ad un
omme e panza di Cosa Nostra!-.
Il tono era stato fermo e l’inglese quasi impeccabile, anche se la traduzione in
inglese di omme e panza non era proprio quella corretta, ma tutti i commensali
capirono, anche il monumentale texano e, nessuno ebbe dubbi sul fatto che offesa
aveva risposto ad offesa. In un’osteria di Castellammare del Golfo, a questo punto
avrebbero preso a mulinare i coltelli, oppure ne sarebbe seguito un agguato a colpi
di lupara in qualche trazzera solitaria. Non si insulta il maitre après Dieu sulla sua
nave mentre si mangia il suo cibo. D’altronde non si risponde in quella maniera a
chi ha in mano i destini della tua vita e può farli valere senza indulgenza. Avendo
ben chiaro in mente questo concetto, a dispetto dell’atavica fame degli anni
precedenti e la possibile indigenza di quelli seguenti, il Comandante decise che era
meglio pane e cipolle a casa propria, piuttosto di essere trattato da mafioso. Anche
i diseredati hanno un orgoglio!
Il Comandante della nave, nel mondo anglosassone, è una potenza riconosciuta e
rispettata. Anche il dominante Chairman gli chiedeva il permesso prima di salire a
bordo. Però tutta la democrazia di cui era capace finiva in questo atto di educazione.
Il rimanente delle sue parole erano ordini, critiche e disposizioni. La divisa coloniale,
la cravatta nera, i gradi d’oro sul berretto, la disposizione dei mobili, la pittura nei
colori stabiliti e scelti dalla società, l’ossequienza di ufficiali e marinai, la
premurosità di coloro che con lui facevano pacchetto di mischia, tutto era sub sudice.
Ed ogni sentenza emessa era di mussoliniano effetto: prontamente recepita e
repentinamente messa in pratica. Prima di arrivare in un porto dove c’era da aspettarsi
la sua visita a bordo si pitturava dappertutto e soprattutto su tutto, ruggine compresa.
La nave andava presentata “spic and span”. Quando si passava sotto le finestre del
quartier generale che affacciava sullo Hudson, i comandanti facevano calcoli
complessi per determinare l’ora della marea ed arrivare in modo da presentare il
lato buono della nave all’occhiata del Chairman che dall’alto del ventitreesimo
piano sentenziava:
- Quella nave ha la ciminiera sporca. Ditelo al Capitano -.
Ed il colpevole riceveva la visita di un alto funzionario che portava il dispiacere
del Chairman e lo faceva sapere a mensa quando erano presenti il Direttore ed
alcuni Ufficiali, in modo che la critica si diffondesse. Si perdeva così diritto alla
doppia razione di gelato che accompagnava le provviste in occasione delle visite a
bordo dell’immaginifico.
- Hum, hum -.
Furono le uniche due parole che riuscirono a perforare l’effetto stupore seguito
alla riposta del Comandante. Il pranzo finì in un gelo artico che nemmeno la cortesia
dei saluti di commiato riuscì a riscaldare. I commensali si dispersero secondo
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Arroganza punita
Augusto Meriggioli
destinazione: il Chairman con il suo seguito di sicofanti verso le automobili per
ritornare in ufficio, gli Ufficiali di corsa a cambiarsi per riprendere la tenuta ordinaria,
una tuta per i macchinisti e camicia e pantaloni color coloniale per quelli di coperta.
Solo il Direttore rimase in saletta col Comandante e dopo un lungo silenzio disse
all’amico e collega:.
- Sai cosa hai fatto? - Si. Ora vado a preparare la valigia -.
E contrariamente alla tradizione che vuole il rimpiazzo avvenga nel porto
successivo, la nave venne trattenuta fino all’arrivo trafelato dall’Italia del nuovo
Comandante. In sole 16 ore da Genova a Filadelfia: un vero record dell’ufficio
imbarchi! Quando si deve leccare il culo ad un potente riescono anche i miracoli
logistici…!
Fu così che già da Allievo conobbi la democrazia americana e al pari
dell’equipaggio panamense, da quel momento presi a chiamare gli statunitensi con
l’appellativo offensivo di gringos.
“Dio non gioca a dadi” disse una volta Einstein, però il destino sì ed è un giocatore
formidabile. Il Comandante ritornò nella natia Palermo e con la liquidazione comprò
a rate una motobarca con cui dedicarsi a servizi di trasporto passeggeri e merci
nell’ambito portuale. Qualche anno dopo il Capitano di Armamento della quarta
sorella che era rimasto suo amico malgrado ed anzi, come usava dire, gli propose
di fare servizio per il personale di una nave in avaria ferma in rada per effettuare le
riparazioni. Dopo diversi viaggi tra nave e terra, fu avvisato che la motobarca avrebbe
dovuto prendere a bordo uno dei grandi e quindi, che facesse del suo meglio. Quando
il Chairman, proprio lui, quello dell’offesa, ignaro e dimentico, mise piede sulla
lancia, questa si allontanò di pochi metri dalla riva e poi, priva com’era del tappo
dell’aleggio, volontariamente rimosso, prese a riempirsi d’acqua ed affondare
lentamente laddove l’acqua è contaminata al suo massimo da una marea nera di
colibacilli e residui fecali. L’immersione, lenta ed inarrestabile, fu oggetto di
un’infinità di tentativi volutamente falliti da parte dei presenti. Quando il pesante
texano fu finalmente recuperato, il suo doppio petto grigio ferro con panciotto,
divisa classica del potere gringo, era come la tuta dei carbonai al tempo della
propulsione a carbone. Tutta la comunità portuale prese parte al divertimento e gli
intoppi che crearono per prolungare il sadico piacere del monumento immerso
nella merda, avrebbero fatto vincere un premio Oscar a qualsiasi regista li avesse
filmati. Purtroppo le tele camere non erano di quei tempi e così tutto rimase nella
tradizione orale.
La fattura di questa pantomima, presentata a tempo di record, avrebbe permesso
di acquistare un transatlantico e fu pagata senza batter ciglio, anzi con un sardonico
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sorriso di compiacimento da parte dell’amico Capitano di Armamento. La firma
sulla fattura era, infatti, una croce e la dicitura “Omme e panza locale”!
Ancora adesso, quando gli telefono per Natale, ricordiamo la vicenda ridendo a
crepapelle. Il licenziamento fu la fortuna dell’orgoglioso Capitano siciliano. Dalla
lancia a motore altre imprese si svilupparono ed oggi a 90 anni è il riconosciuto
ricchissimo Capo di Tutti i Capi del Porto, dove i suoi innumeri nipoti, quelli tuttora
non uccisi e non carcerati, lo aiutano nel disbrigo delle pratiche della famiglia. Ma
se avete bisogno di qualcosa, chiamatelo a nome mio e si farà in quattro per
accontentarvi.
Il comandante Augusto Meriggioli di Genova riceve il Premio di Giornalismo 1998
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Pasquale Sortino
IL VECCHIO IN RIVA AL MARE
Lo vidi immobile, seduto su uno scoglio,
mentre all’alba sgambettavo in riva al mare,
so essere importuno quando voglio,
così mi avvicinai per domandare.
-
«Che ci fai vecchio qui seduto quando albeggia?
L’aria è fresca e c’è pure tanta brina.»
Lui non si muove, solo il capo un poco ondeggia,
sembra drogarsi di quel profumo di marina.
Lo guardo meglio, non so capirne gli anni:
la pelle è secca, rugosa, un po’ abbronzata,
muscoli nervosi modellano i suoi panni,
e la sua faccia è triste, amareggiata.
La barba bianca è leggermente incolta,
un berrettino blu raccoglie i suoi capelli,
chissà perché tu pensi che una volta
quel vecchio avrà vissuto sui battelli.
«Vecchio, ti vedo infreddolito, ti prego dimmi se posso far qualcosa.»
Stavolta lui si gira e fa un sorriso,
però solo le guance si sono messe in posa,
gli occhi azzurri sono assenti nel suo viso.
«Grazie figliolo stai tranquillo non ho niente,
ho solo tanta voglia di pensare,
il corpo è sano, grave invece è la mia mente
che non la smette mai di ricordare.
La mia vita l’ho vissuta sopra il mare
ed ora a terra soffro la monotonia;
se tu hai pazienza e la voglia di ascoltare
o provo a dirti perché ho tanta nostalgia.
i
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Ero ragazzo quando mi imbarcai:
una carretta che a me pareva un bastimento,
quando salpammo un po’ mi spaventai
e a vomitar mi misi in un momento.
Ma ben presto al dondolio mi abituai,
il mare mi entrò dentro, nelle vene,
cambiai più navi e fiero più che mai,
ho vissuto immense gioie e grandi pene.
Quando passai l’Equator la prima volta,
fui battezzato essendo un novellino
e d’acqua con gli idranti ne presi così molta
che facevo l’impressione di un pulcino.
Con una nave feci il giro attorno al mondo
e per via dei fusi orari mi manca un “venerdì”,
così quando con lo scherzo forse abbondo,
dicono tutti che il motivo è quello lì.
Mentre Suez si passava mi ricordo,
quel canale si attraversa pian pianino,
potevi comprar di tutto perché a bordo
saliva: “Giovanni grande magazzino”.
Vendeva tra l’altro una polverina
per quando “cosce di madama fan come farfalla”,
diceva si chiamasse “mosca canterina”
e faceva fare all’italiano: “ialla ialla”.
Di porti con le navi ne toccai davvero tanti!
Spesso importanti e a volte molto belli,
ma quando scendevamo forniti di contanti,
non cercavamo le bellezze ma i bordelli.
È chiaro poi che col passar degli anni,
quando hai messo su casa moglie e figli,
certe cose che facevi le condanni
e non vai a cercare più certi giacigli.
La famiglia da uno scopo alla tua vita,
ma contrasta col tuo amore per il mare
e quando una lettera tarda o va smarrita,
pensi di smettere e andare a terra a lavorare.
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Il vecchio in riva al mare
Pasquale Sortino
Ti ritrovi allora a poppa, seduto su una bitta,
a guardar quel cielo che s’avvince con il mare
ed al pensiero dei tuoi cari, una sensazione fitta
ti attanaglia dentro e ti fa pregare.
Magari tu non sei di quei cattolici ferventi,
ma è a Dio che pensi nei momenti più inquietanti,
a Lui gli chiedi d’aver cura dei parenti
e di darti molta forza, quando i rischi sono tanti.
Pregare par che dia rassegnazione,
che fa passare il panico e la rabbia che ti piglia
quando non puoi accettar, maledizione!!
Che scoppia una caldaia e muore un padre di famiglia.
E che serve pure a far dimenticare
la paura che t’assale mentre vivi quella scena
della nebbia che ti avvolge in mezzo al mare
e l’angoscia nel sentire ogni tanto la sirena.
O se un incendio a bordo ti dà la sensazione
che è giunta la tua ora e non hai dove fuggire,
ma poi si appiana, grazie a Dio la situazione
e tu non sai se piangere o gioire.
Vorresti essere a casa in quel frangente,
insieme ai tuoi sorridere e scherzare,
ma la malattia del ferro è sì cocente
che quando sei a terra hai l’ansia d’imbarcare.
Il mare ti lusinga, la sua offerta è generosa,
se acconsenti ti seduce, ti conquista i sentimenti,
ti da la grinta e la saggezza, una vita avventurosa
e tu l’ami e pure l’odi, a seconda dei momenti.
Navigando giri il mondo e acquisisci conoscenza,
vedi gente d’ogni razza, d’ogni lingua e religione,
i costumi, le usanze, il livello d’esperienza,
vedi pure l’arroganza, la miseria e la passione.
Adesso vivo di pensione e poiché ho molto navigato,
la Marina mi ha donato con mia gran soddisfazione
una MEDAGLIA d’oro ed assieme un attestato:
D’ONORE, ci sta scritto, PER LUNGA NAVIGAZIONE.
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Ma purtroppo non riesco a staccarmi dal passato:
i pericoli, i disagi, avventure in tutti i fronti
e qui spesso sto seduto a pensare a quel che è stato,
quando l’alba ti delizia o t’incantano i tramonti.
Ora basta giovanotto, non ti voglio più annoiare,
io resto ancora un poco, sai mi muovo un po’ a rilento;
tu vai pure e a quel che ho detto non ci stare su a pensare,
il mio è stato e mi vergogno, sol lo sfogo di un momento.»
Lo saluto e me ne vado a dir poco assai perplesso,
quel vecchio mi ha commosso, dato molto da pensare,
ma nel cuore sono certo che qualcosa mi ha trasmesso:
tanta stima e apprezzamento per chi vive in mezzo al mare.
Il Direttore di macchina Pasquale Sortino di Palermo
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Francesco Tenucci
LA PESCA DI CESARE
“
Il tramonto s’approssima, andiamo a sfamare i pesci, che a quest’ora cenano
prima d’andare letto”, disse Cesare e s’avviò verso la marina. Cesare, detto
anche Cesarino per le sue dimensioni ridotte e noccolute, era un pescatore datosi
alla carpenteria. In effetti, eccelleva in entrambi le attività, ma se la riparazione dei
natanti gli avrebbe consentito, da sola, di vivere senza pensieri, pure non gli donava
la gioia che gli dava la pesca, giacché un conto è costruire barche ed un altro, ben
diverso, condurle. L’unica cosa in cui appariva vistosamente trascurato era la cura
della propria persona. L’aveva tralasciata completamente dal giorno in cui la Storia
gli aveva carpito la moglie e l’unico figlio. Non aveva più nessuno per il quale
rendersi desiderabile, quindi s’era lasciato andare, tanto da essersi meritato il
soprannome di “tinca”, pesce di acqua dolce notoriamente abituato a sguazzare
nella fanghiglia e, per questo, punto pregiato.
Accoccolato su un vecchio ceppo, dal colore indefinibile a causa delle svariate,
sovrapposte mani di vernice, era stato per lunghe ore tutto preso a sagomare uno
scalmo. Richiamato improvvisamente dal pianto di un gabbiano, aveva alzato il
capo dai ferri e dal legno, per accorgersi che l’astro fulgente stava intiepidendo e,
all’istante, gli era balenato nello sguardo l’entusiasmo del bracco che avventa l’usta1.
Lasciato tutto all’indomani, s’era senz’altro risolto a dedicarsi allo svago che
preferiva, che poi era l’unico che si concedesse: farsi dondolare dagli equorei flutti.
Io, di molti lustri più tenero, che passavo il mio tempo ad ammirarlo dar forma e
scopo a tronchi inerti, lo seguii senza bisogno d’invito, che mi avrebbe anzi stupito,
tanto superfluo si sarebbe presentato alle familiari consuetudini del posto.
Discendemmo, dunque, le strette vie acciottolate del vetusto borgo marinaro preso e
ripreso, nella sua lunga storia, da pirati, potenti signori e mercenari, ma mai veramente
asservito nello spirito allo straniero volere. La popolazione, infatti, amava talmente il
mare da avere pazientemente sopportato l’avvicendarsi di barbari e predoni, come si
tollera una mareggiata o la bonaccia, considerandoli mali inevitabili e imprevedibili,
ma passeggeri. Cesare era il campione di tanta genìa, accettando ogni giornata come
veniva, consapevole che accadeva esattamente quanto doveva e che opporvisi non
avrebbe procurato altro risultato che accrescere il danno e la sofferenza.
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Camminavamo fianco a fianco, e già avevamo varcato la soglia del medioevale
portale, quando un tepente buffo c’inebriò col profumo delle onde. Raccogliendo
quell’aulente richiamo ci affrettammo verso il Fossino, un canale dallo scarso fondale
e non più largo di cinque metri, ove erano ormeggiati gozzi e lance. Al nostro
arrivo i granchi zampettarono dentro i loro buchi, eccetto uno più grosso e trucibaldo
degli altri, ma non appena Cesare scambiò lo sguardo degli occhi neri, che repente
sapevano accendersi di bragia con la stessa rapidità con cui cambia il vento, con
quello del battagliero crostaceo, questo fuggì via di sghimbescio nemmeno avesse
scorto un luccio. Cesare rise ed io sorrisi con lui. “Queste sono le uniche battaglie
in cui possiamo sperare d’avere la meglio contro la Natura”, commentò gaiamente.
“Quelle che non vale la pena di combattere”, constatai.
“Già, appunto”, concluse il barbuto pescatore e con un salto montò in barca.
Sciolsi gli ormeggi e con l’ausilio del mezzomarinaio ci discostammo dalla
banchina, immettendoci immediatamente nel corso della placida corrente. Nel tempo
in cui Cesare remava verso l’imboccatura del porto, io preparavo le lenze e le
esche per la traina: un filo di nailon, con un amo all’estremità, avvolto intorno ad
una sagola di sughero, ed i gamberi vivi che sguazzavano in un catino pieno d’acqua.
Il piccolo gozzo di legno, di appena quattro metri, s’avventurava ancora una volta,
sotto la certa guida dell’esperto nocchiero, fuori dalle sicure e possenti braccia di
roccia che guarnivano il porticciolo, eppur gracili come quelle di un bimbo di fronte
alla straripante possanza dell’immensità che ora si limitava a lambirle dolcemente.
“Ma dimmi un po’, Cesare”, gli feci mentre passavamo sotto il profilo severo
della bellica rocca, “non ti sentiresti meglio al sicuro su di un battello più grande?”.
Cesare rise, poi, masticando un sorriso con contorno di baffi spioventi, rispose:
“No, e perché? Se il mare ha deciso d’ingoiare un marinaio, non lo salverà un
bastimento. Guarda con quanto vigore si gonfiano le onde, per esplodere sugli
scogli fino a frantumarli col passare dei secoli. Quale paratia può respingerle se
salta loro in mente di sfondarla? E comunque non mi piacerebbe una barca grande,
per andare a pesca. Sarebbe come una grande casa, i cui abitanti, rinserrati tra la
fredda pietra, si ritenessero protetti da ogni pericolo, senza avvedersi che sono già
stati ghermiti dal peggiore per ogni uomo.”
“E sarebbe?”.
“La perdita della libertà. Pensa: quei poveretti non sentono più il profumo dell’aria,
il canto degli uccelli e non scorgono luce, che non sia filtrata e lordata da vetri
sudici e pesanti tendaggi polverosi. Si sentono al sicuro e sono schiavi della gabbia
che si son costruiti con le loro mani.”
“Dici che se la sian eretta da soli?”.
Cesare sorrise e riprese: “Un barcone sarebbe la stessa cosa. Me ne starei sul ponte
di comando, al timone, alto e pretenzioso sull’acqua e mi dimenticherei il piacere e lo
scopo del navigare. Potrei solcare il cielo, la sabbia o una carrareccia con un simile
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La pesca di Cesare
Francesco Tenucci
natante e non mi accorgerei della differenza. Macché, macché, solo un’esile striscia
di legno ben calafatata, la barriera indispensabile per vivere sul mare senza affogare,
pur senza distaccarmene. La distanza minima che mi consenta di sporgere una mano
fuori bordo per arare la distesa del pelago e seminarvi i miei sogni.”
Un gabbiano speranzoso aveva preso a seguirci e Cesare aveva dovuto issare la
lenza prima che si buttasse sull’esca e inghiottisse anche l’amo. Gli lanciò un guato
ingrugnito per scoraggiarlo, ma l’uccello vi lesse, nel fondo, l’ilare bonomia che vi
albergava e rispose col suo lacrimoso gemito.
“Solo un guscio di noce”, seguitò, “appena verniciato, giusto per rendere omaggio
alla beltà su cui si naviga, ma senza eccedere, per non ingelosire le sirene inducendole
a credere che si voglia rivaleggiare con la loro leggiadria; ci ingurgiterebbero in un
sol boccone allora. «Poco belletto, molto rispetto e non ne susciterai il dispetto»,
dico io. Il mare deve sentire le nostre voci, che lo cullino e lo plachino, mentre i
pensieri inespressi eppur concepiti gli tributano l’amore che nessun accento può
significare, così come non si può racchiudere la sua grandezza.
Se potessimo far a meno dell’imbarcazione sarebbe anche meglio, ma solo i
nostri morti lo possono… Oh! Finalmente l’ha capita, quell’uccellaccio, e se n’è
andato a far danno da un’altra parte. Era l’ora. Ovvia, ricaliamo la lenza.” Riprese,
Cesare, i gesti antichi, alando con ampi movimenti del braccio destro che faceva
scorrere il filo, e dipanando la massa col sinistro, mentre il ginocchio, appoggiato
sul biagio2 del timone, manteneva la rotta, sì che non s’ingarbugliasse la lenza a
mare. Pareva che, a capo chino, stesse recitando un Mea Culpa in penitenza di
quanto s’apprestava a sottrarre al Creato.
Dopo un lungo silenzio, brontolò: “Nemmeno una toccata! Qui non danno,
proviamo più là verso… Eh, no eh?! Gabbiano della malora! Meremme chene, vai
a strafogarti3 dietro i pescherecci, vi venisse un colpo a tutt’e due!”. Quando perdeva
le staffe, Cesare tendeva a stringere le labbra, restringendo le vocali, sì che le parole
gli uscivano stiracchiate come stilettate. Come se l’accidente l’avesse colto, il
pennuto, che stava calando per ritentare la precedente manovra predatoria, dette un
colpo d’ala emettendo la malinconica nota, e volò via, forse davvero in cerca di
qualche grosso legno.
“Se mi ricapita a tiro gli travento l’ancorotto con tutta la cima, bestia malnata,
che ci spaventa tutti i pesci.”
“Ma se non ce n’è uno.”
“E non ci sono no, con quel malaugurio che ci ronza sul capo! Piuttosto”, aggiunse
Cesare addolcendo il tono ed abbassandolo come colui che, deferente, stia per
rendere omaggio ad un superiore, “guarda a terra, stiamo doppiando la punta del
Vecchio Marinaio. Salutalo, che non ci mandi la sfortuna”. Stavamo passando di
fianco ad un grosso scoglio costiero, cui i raggi radenti del tramonto conferivano
l’effigie di un arcaico uomo barbuto dalle labbra dischiuse, intento ad un
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interminabile muto colloquio con i cavalloni che gli tingevano di bianco la puntuta
barbaccia vulcanica. Gli inviai un cenno e, come in risposta, giunse lo stridio
irriverente del solito gabbiano che gli s’era appollaiato sul naso camuso.
“È l’ora di accendere la lanterna. Pensaci te, Duccio.”
Sul sedile di prora s’innalzava una corta impalcatura su cui era fissata la luce di
posizione. L’accesi allorquando le ombre del crepuscolo correvano sul mondo,
interponendosi e strisciando tra onda e onda, come se migliaia di calamari stessero
sprigionando il loro nero fluido, abbuiando così il debole riflesso dei corruschi
cirri che rilucevano sul morente occaso.
“Niente. Stasera non si chiappa niente, tanto valeva risalire il fosso per una schifosa
tinca, Meremme chene!”, sbraitò Cesare.
“O che sei diventato cannibale?”, azzardai.
“Che?!”.
“No, dico, cambiare, sarà da cambiare l’esca, forse.”
“Ah, può darsi, ora la salpo.”
Il motore a scoppio borbottava sommessamente, quasi a far da controcanto allo
sciabordante lamento dell’estensione navigera che, dopo la scoperta e la conquista
di tutti e cinque i continenti, aveva perso la seduzione del mistero. Lo conservava,
oramai, riposto negli abissi, svelandolo agli uomini che maggiormente la amavano,
e che abbracciava nell’indissolubile amplesso dell’eternità.
Allorché, d’intorno, le tenebre s’infittirono, quella pletora di anime bevaci,
inesorabilmente richiamata, prese a convergere verso il nostro lume per assieparsi
intorno allo scafo, desiosa dei discorsi dei viventi e dell’esistenza tragicamente
perduta. Diafane dame non disdegnavano la vicinanza di sconci mozzi, e crudeli
scorridori saracini si ergevano accosto ad agghindati hidalgo spagnoli. Il gelo del
fondo marino, da cui s’erano testé distaccati, aveva spento ogni bellicoso sentire, e
la vastità di quel cimitero aveva cancellato ogni ristrettezza e meschinità. Aleggianti
sulla superficie brillante di stelle, bramavano con fremente premito la nostra
vicinanza. Tuttavia, la legge del mare non consentiva loro di salire a bordo prima
d’aver pagato il pedaggio stabilito. Ma alcuna misura d’oro sarebbe stata sufficiente
per compiere la traversata all’asciutto: Cesare era solo un pescatore e non il cupido
traghettatore dell’Averno. Un pesce, un semplice pesce costituiva il guiderdone,
eppure agli spiriti non risultava facile convincere un abitante delle profondità, per
quanto algide ed evanescenti, ad immolarsi per divenire a sua volta uno spettro, e
s’angevano, accalcandosi sempre più fitte e spasimanti.
Non potevamo scorgerle, ciò nonostante Cesare, intirizzito, stringendosi nelle
spalle come a rincantucciarsi in se stesso per cercar conforto, osservò: “Tutt’a un
tratto m’è preso freddo”.
“Anche a me”, convenni. “Un ghiaccio d’oltretomba!”.
“Uhm, forse…”, stava per suggerire il mio compagno, quando, d’improvviso,
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La pesca di Cesare
Francesco Tenucci
esclamò allarmato: “Mira il cielo!”. Alzai lo sguardo, fermandolo su un pallido
sbuffo svolazzante che s’era incrociato con un altro, pallido e spettrale al pari suo;
formavano una croce rovesciata.
“Segno infausto, segno di sciagura ed empietà. Via, via, rientriamo, dirigiamo la
prora a riva”, decretò concitato il marinaio e con una rapida virata voltammo le
spalle all’incolmabile orizzonte, solcato dall’inquietante apparizione.
Coprimmo muti il resto del tragitto, avvolti dall’umidità che assaliva le incerate,
desiderosi soltanto di giungere presto in vista del patrio, rassicurante faro. Ma proprio
all’imboccatura della rada, l’amo, ancora a mollo, fu addentato e trascinato al largo.
Lanciando un’imprecazione che non si capì se fosse di gioia o di rabbia, il timoniere
afferrò la lenza, iniziando la pristina gara d’abilità. Siccome la Natura, impietosita
dell’umana fragilità, ha stabilito che impari debba risultare la lotta per gli argentei
solcatori dei marosi, presto una bella spigola boccheggiante saltava in barca. In
quello stesso istante, l’arcana figura d’un capitano di ere immemorabili si
accomodava sul sedile di prua, inondandosi della penetrante luce. Di lì a poco
sarebbe sbarcato insieme a noi, visibile solo ai gatti ed ai pargoli. Sarebbe entrato
nella dimora di Cesare per goderne il calore che aveva contribuito a portarvi, fino
a che l’Aurora non fosse risorta per cacciare il buiore ed i fantasmi che vi si
ascondono.
Ma ogni nostro timore era sopito, poiché eravamo di nuovo a terra, al sicuro e al
coperto, e intanto che la fiamma crepitava e le polpe s’indoravano, vuoti occhi
riandavano alle vampe d’un diruto focolare ormai spoglio d’ogni cenere, mentre lo
Scoglio del Marinaio non cessava d’udire le storie che le Nuova Marea gli andava
narrando.
_________________________________
1) Odorare nell’aria l’afrore della selvaggina.
2) Parte del timone che funge da manico.
3) Ingozzarsi fino a scoppiare.
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Belén Hernández
OMAGGIO AI SOGNI DELLA SIRIO
S
ei anni prima dell’affondamento del Titanic nelle acque dell’Atlantico,
avveniva il naufragio della Sirio di fronte alle coste del Capo di Palos, presso
Cartagena, in circostanze ancora oggi misteriose. I giornali dell’epoca e le
testimonianze dei sopravvissuti alla catastrofe forniscono versioni contraddittorie
sulla provenienza dei passeggeri e sulla personalità del loro capitano; quello che è
certo è che nei fondali delle isole Hormigas, oggi riserva naturale per la ricchezza
e la bellezza del sito, si trova lo scheletro di questo grande transatlantico italiano,
spezzatosi in due come quell’altro più famoso e tanto nascosto sotto le acque quanto
rivisitato dalle leggende e dalla fantasia dei marinai.
La Sino fu varata a Glasgow (UK) nel 1882, nella compagnia Robert Napier and
Sons. I suoi primi armatori fallirono e nel 1885 fu venduta alla principale compagnia
di navigazione dell’epoca, la Veloce di Genova, padrona di 109 navi-città in cui fu
migliorata mentre venne aumentata la sua velocità di crociera che passò da 10/13
nodi a 15/17; grazie all’aumentante velocità, si poté realizzare la traversata dall’Italia
all’Argentina in 15 giorni e istituire il servizio regolare per il trasporto di emigranti
verso l’America del Sud. Secondo la pubblicità dell’epoca, la Sirio godeva di tutte
le comodità e le novità del momento: misurava 115,5 metri da prua a poppa, 12,5,
metri da babordo a tribordo e 7,5 metri di puntale. Aveva 4141 tonnellate di stazza
e la stiva era capace di contenere 2275 tonnellate. Al suo interno poteva accogliere
1320 passeggeri, 80 di prima, 40 di seconda e 1200 di terza classe, per lo più emigranti.
La nave aveva due gemelle, la Perseo e l’Orione, che più tardi interverrà nei
tragici avvenimenti che raccontiamo.
La Sirio salpò da Genova il 1° agosto del 1906, in direzione delle coste spagnole;
comandava Giuseppe Piccone, un marittimo di lunga esperienza con 46 anni di
servizio, 26 dei quali prestati con questa compagnia e, a quanto sembra, aveva
deciso di mettersi in pensione dopo il viaggio.
Il tre di agosto la nave salpò da Barcellona per fare scalo a Palma di Maiorca e si
diresse a Cartagena. Il suo prevedeva di attraversare l’Atlantico e giungere fino
all’America del Sud, fare scalo nei porti di Rio de Janeiro e Santos in Brasile e finalmente
giungere a Buenos Aires, porto di sbarco della maggior parte degli emigranti a bordo.
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Non abbiamo una descrizione esatta del viaggio della Sirio. Secondo stime
pubblicate sulla stampa, l’equipaggio era composto da 127 o 137 persone e i
passeggeri erano approssimativamente 700. Il sindaco di Cartagena, due giorni
dopo il naufragio, stimò che vi fossero 822 persone a bordo della Sirio, delle quali
ne sopravvissero 428. In prima classe alloggiavano alcune personalità di rilievo
come gli arcivescovi di Sao Paolo e Parà, il priore dei Benedettini di Londra, un
console austriaco chiamato Politzi, la famosa cantante Lola Millanes e il tenore
italiano Maristani. Dei rimanenti passeggeri si sa che, in maggioranza, erano
emigranti italiani e che a Barcellona si erano imbarcati alcuni sacerdoti e monache,
mentre il numero degli emigranti era attorno alle 120 unità, ai quali bisogna
aggiungere i 18 che erano saliti a Palma di Maiorca.
Dopo la catastrofe, il governatore di Barcellona impose una multa alla compagnia
di navigazione della Sirio per non essere in grado di fornire un elenco ufficiale dei
passeggeri. Malgrado ciò, fino ad oggi non è stato possibile ricostruire la lista
completa delle persone che realmente viaggiavano nel transatlantico naufragato.
La nave aveva la capacità di accogliere 1200 persone e si dice che era consuetudine
accettare a bordo emigranti illegali in cambio di una quantità di denaro equivalente
ad un centinaio di pesete dell’epoca, di conseguenza i nomi di questi viaggiatori
non appaiono in nessuna lista e possono far crescere notevolmente il numero delle
vittime della sciagura.
Secondo le stime della rivista “La vita marittima”, le vittime furono
approssimativamente 225, però “L’Illustrated London News” ne indica 300, la
stampa locale circa 350, e 442 è il numero riferito da Fernando J. Garcia Echegoyen
nel suo libro Naufragi. Cronache del mare e della morte, dato che coincide con il
Dizionario dei disastri del mare di Hopkins. In ogni caso, sono cifre agghiacciarti
che ci indicano l’immane dimensione del disastro. Inspiegabilmente, al di là della
freddezza delle cifre, sembra che siano state dimenticate le identità e la provenienza
di tante persone sepolte nel mare quella sera di agosto. Forse la compagnia di
navigazione dette poco rilievo alla sciagura per non sminuire il suo servizio di trasporto;
certo è che le informazioni che sono trapelate sul fatale viaggio della Sino sono
poche e contraddittorie per cui ancora si deve scoprire gran parte di questa storia.
Alle quattro e mezza della sera di sabato 4 agosto di quell’anno, il mare era
calmo, soffiava soltanto una leggera brezza di levante. A quell’ora molti passeggeri
facevano la siesta nelle cabine o sottocoperta, al riparo dalla forte calura estiva.
Alcuni bagnanti della Spiaggia di Levante videro avvicinarsi pericolosamente la
nave; il più famoso di essi, Juan de la Cierva, commentò con i suoi convitati il
rischio che correva la nave nell’avvicinarsi ai fondali rocciosi dell’isola. Subito
dopo furono testimoni oculari dell’impatto della prua con lo scoglio de La Losa,
nella piccola isola di La Hormiga, una roccia viva di circa 200 metri di lunghezza
e 50 di larghezza, con una elevazione sul mare di poco più di 12 metri. A nord-est,
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Omaggio ai sogni della Sirio
Belén Hernández
ad un miglio di distanza, si trova la secca tristemente conosciuta come la “Rupe
della nave” espressione dovuta al naufragio di un’altra nave italiana chiamata
Nordamerica, avvenuto nel gennaio del 1883. È dunque un luogo pericoloso e
molto conosciuto dai marinai che ha causato diversi disastri.
L’urto fu tanto inatteso e violento che lanciò al suolo tutti gli occupanti che stavano
in piedi. La nave si incastro sopra lo scoglio mentre andava a tutta velocità e dopo
pochi minuti affondò dalla parte di poppa. Le caldaie esplosero lanciando sopra i
viaggiatori una pioggia di oggetti che fece aumentare il panico; essi si precipitarono
alle scialuppe di salvataggio ma le afferrarono senza la necessaria competenza,
aggrovigliandone i cavi; quindi queste non poterono essere convenientemente messe
in mare e sbattendo contro la fiancata della nave andarono in pezzi.
Il panico fu sicuramente una delle cause per cui almeno tre scialuppe non furono
fatte scivolare in mare con le loro carrucole.
Alcuni sopravvissuti raccontarono così i primi momenti del naufragio nel giornale
El LiberaI:
“Intanto io avevo raccolto uno dei salvagenti del ponte per utilizzarlo ma, mentre
l’afferravo giunse un uomo robusto deciso a togliermelo; al mio tentativo di
resistenza rispose dandomi un gran pugno in testa e me lo portò via.”
“La confusione che si creò in pochi istanti fu indescrivibile. Mille voci in diverse
lingue chiedevano aiuto: uomini, donne e bambini piangevano; facevamo sforzi
sovrumani per afferrare i salvagenti e con essi la salvezza della quale ormai
disperavamo; alcuni spezzavano le funi di una scialuppa ancora a bordo, la
scaraventarono in acqua e, in pochi istanti, vi si lasciarono cadere più di cento
cinquanta persone; la scialuppa si sfasciò e andò sott’acqua. Così la scena fu ancora
più spaventosa e la confusione infinitamente più grande.”
“Un passeggero vide un altro tirare fuori tranquillamente un revolver, spararsi
un colpo e cadere in mare.”
“Delle innumerevoli scene di orrore avvenute attorno alla nave non si può fare
una relazione completa. Un giovane che aveva un salvagente lo cedette ad una
povera donna sperando di salvarsi a nuoto. Un altro rifiutò di salire per tre volte su
una scialuppa carica di naufragi, cedendo agli altri il suo posto, finché dopo parecchio
tempo, sfinito, dovette arrendersi ai suoi soccorritori per non perire.
“Mentre il vescovo di Sau Paolo si calava con una fune con un salvagente, questo gli
scivolò fino alle ginocchia e un altro naufrago, lesto, glielo sottrasse facendolo affogare.”
“Una povera madre voleva salvare la sua creatura: dopo qualche bracciata, per
nuotare con più facilità non trovò di meglio che afferrarla con i denti per una coscia.”
“Un sacerdote che non sapeva nuotare, rassegnato a morire quando la nave si
inabissò, corse verso prua, ma poiché non fu sommersa, poté essere salvato insieme
con altri, con minore fatica di quelli che si erano lanciati in mare. Quando la Sirio
si infranse contro gli scogli, nessuno poteva prevedere se il precario equilibrio
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
della nave sulla roccia sarebbe durato pochi minuti o alcune ore, se il relitto sarebbe
mantenuto fermo, anche se semisommerso, o se avrebbe iniziata la sua discesa
negli abissi trascinando con sé il suo carico di vite umane.
Tutti si aggrappavano, pazzi di terrore, a quello che avevano a portata di mano e
lottavano per sopravvivere su pezzi di tavolini, poltrone, su ogni relitto che si trovava
sparso in mare. Molti, consapevoli che la loro scialuppa sarebbe affondata in breve
tempo, lottavano con i remi e con le pistole per alleggerirne il carico o per strappare
agli altri i salvagenti.
L’eroe di quel giorno fu senza dubbio Vicente Buigues, capitano del vascello
“Giovane Miguel” che immediatamente lanciò delle funi nella sua avanzata verso
la Sirio per salvare numerose persone che erano cadute in acqua, successivamente
le legò alla sponda del transatlantico formando una specie di ponte con il notevole
rischio di inabissarsi durante l’operazione e tenendo a bada la moltitudine terrorizzata
con la pistola in mano, continuò ad imbarcare naufraghi fino a riempire la sua
nave. Gli si attribuisce il merito di aver salvato la vita di circa 200 persone.
Cabo de Palos, che a quel tempo era un villaggio di pescatori ad ovest del luogo in cui
avvenne il naufragio, che contava appena quaranta famiglie, si fece in quattro per offrire
aiuto alle vittime. Tra i villeggianti, i medici si dedicarono con i mezzi disponibili ai
feriti e ogni casa fu invasa dai naufraghi della Sirio, in attesa di essere rimpatriati. Il
comune della vicina città di Cartagena, che allora contava circa 40.000 abitanti, mise a
disposizione luoghi d’accoglienza, pane, caffè e sandali per i sopravviventi.
Intanto, molti giorni dopo il naufragio, la nave restituiva cadaveri che venivano
trascinati dalla corrente verso la costa, soprattutto nella zona di Alicante, dove fu trovato
il corpo di Lola Millanes e di tante altre persone sconosciute. L’elevato numero di
morti, in avanzato stato di decomposizione, creò problemi di salute pubblica tanto che,
per un certo tempo, la gente si rifiutò di mangiare pesce catturato in quell’area.
Nella costa dove sorge il faro di Cabo de Palos, rimase un unico ricordo della
disgrazia, la tomba di una monaca, delimitata da una inferriata di non più di trenta
centimetri di altezza, segnalata da una semplice croce senza pietra tombale: in
segno di rispetto il luogo era evitato dagli abitanti del villaggio.
Molti furono invece quelli che furono anonimamente seppelliti nella sabbia in fosse
poco profonde, vista l’impossibilità di trasportare al cimitero di Los Belones il notevole
numero di morti recuperati, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione.
In soccorso dei sopravvissuti, la casa armatrice della Sirio organizzò il trasporto
per mare, sia per quelli che volevano ritornare in Italia, sia per coloro che avevano
il coraggio sufficiente per continuare il viaggio. Il giorno 9 giunse a Cartagena il
piroscafo Adria per imbarcare i naufraghi e, poco dopo, il 13, giunse la Orione,
nave gemella della Sino, proveniente da Genova che ritornò la stessa sera al porto
di provenienza. Il giorno 12 approdò al porto spagnolo il vascello Italia, con il
proposito di raccogliere gli emigranti che ancora pensavano di andare in America.
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Omaggio ai sogni della Sirio
Belén Hernández
Molti naufraghi però, si rifiutarono di salire a bordo per la paura di navigare e per i dubbi
che avevano sull’effettiva destinazione delle navi stesse e decisero di stabilirsi a Cartagena.
Il relitto della Sirio, incastrato sopra lo scoglio che da quel giorno ha preso il suo
nome, non rimase mai solo un istante. Fin dai primi momenti venne visitato da
molti curiosi, quindi fu sorvegliato da ogni parte da alcuni uomini. Giorno 6, verso
sera, un ufficiale della nave, accompagnato da due marinai, salì sul relitto e recuperò
i documenti che poi spedì al console italiano D. Angel Delgado. Giorno 7,
l’equipaggio del piroscafo Umbria, che durante la mattinata navigava in direzione
di Barcellona, riconoscendo la Sirio, raccolse numerosi effetti personali della nave.
La stessa sera i palombari dell’Arsenale dettero inizio al recupero del carico e dei
bagagli. Si permise anche che l’equipaggio andasse a recuperare le sue valigie,
sotto il controllo delle autorità doganali di Cartagena. Ciononostante giorno 12,
quando l’ufficiale sanitario, insieme ai medici della Sirio e dell’Adria, salirono
sulla nave per rendersi conto di quanti cadaveri ci fossero ancora, visto che
continuamente ne venivano a galla dall’interno dello scafo, videro che i bagagli
erano stati saccheggiati.
Le notizie sul capitano della nave Piccone, sono contraddittorie. C’è chi dice che
fu uno dei primi ad essere salvato e trasportato a Cartagena, sebbene il maestro di
liuto Vicente Lacamba, chiamato Agostino Antolino; insignito di medaglia per il
suo comportamento durante la catastrofe, assicurò che il comandante, il primo
ufficiale e il primo macchinista furono gli ultimi ad abbandonare la nave. In ogni
caso tale abbandono durante il disastro è come minimo sospetto, giacché le relazioni
che ne fanno cenno sono confuse. I giorni successivi al naufragio correva voce che
si era suicidato. Dopo si seppe che aveva avuto un altro incidente quando comandava
il transatlantico Persio della stessa compagnia, durante il quale aveva abbordato
una nave francese e l’aveva mandata a picco. Si dice che fu arrestato e spedito in
Italia con accuse a carico, non solo per la sua responsabilità durante il disastro che
furono formulate dal Procuratore della Reale Marina di Spagna per un eccesso di
superficialità del capitano, ma anche per l’imbarco di clandestini per l’America,
motivo per cui si ritiene che navigava ad una distanza della costa poco sicura per
una nave di quella portata.
Certo è che rimase nascosto sull’Adria per evitare che la sua presenza esasperasse
l’animo di naufraghi e, alcuni giorni più tardi, si recò in treno a Barcellona insieme
ad altri membri dell’equipaggio. Dopo questo momento si perdono le sue tracce:
nessuno sa se ciò si deve al fatto che fu obbligato al silenzio per evitare che rilasciasse
dichiarazioni alla stampa o al fatto che dovette fuggire in Italia per terra, sottraendosi
alla giustizia spagnola. Nelle sue prime dichiarazioni, dopo il naufragio, Piccone
disse che lo scoglio non appariva nelle sue carte nautiche. Successivamente, in una
intervista pubblicata nel giornale “Il Secolo” di Milano, dichiarò che la sua
intenzione era quella di navigare ad alcune miglia di distanza dalla costa, ma ciò
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avrebbe lasciato soltanto mezzo miglio di margine tra il Bajo de Afuera e la nave,
distanza evidentemente molto breve per una navigazione tanto pericolosa. Nella
stessa intervista il giornale avanzò altre ipotesi ancora più peregrine come l’influenza
delle correnti marine o del campo magnetico generato dalle miniere di ferro che si
trovano nelle montagne vicine.
Le dimensioni del disastro e le buone condizioni del mare nella sera del 4 agosto
hanno fatto nascere nell’immaginario popolare molte leggende e speculazioni sulla
vera causa del disastro. È molto strano che un veterano del mare, un “duro” come
il capitano mettesse a rischio la sua nave avvicinandosi tanto ad una zona la cui
pericolosità era conosciuta da tutti... Dicono che il capitano fece incagliare
intenzionalmente la Sirio per impossessarsi del denaro, dei gioielli depositati nella
cassaforte della nave; in tal modo si sarebbe assicurata una consistente “gratifica”
per la sua vecchiaia in quello che doveva essere il suo ultimo viaggio. Pochi giorni
dopo il naufragio, la Guardia Civile arrestò a San Pedro del Pinatar, un marinaio
che dicevano trasportasse una valigia piena di denaro e gioielli, pero successivamente
fu provato che conteneva solo indumenti, secondo un passeggero perché nella
confusione quel marinaio aveva raccolto un bagaglio anziché un altro.
Sono curiose anche le inimicizie fra alcuni membri dell’equipaggio che non
vollero effettuare insieme il viaggio di ritorno.
Quel che è certo è che quando il 7 ottobre di quell’anno si estrasse dal fondo del
Mediterraneo la cassaforte della Siria, con le serrature intatte e fu posta sopra la
coperta della nave che effettuò il salvataggio, si scopri che essa era vuota. Passarono
16 giorni prima che la Sino in agonia sparisse definitivamente sott’acqua. Sette
giorni dopo il naufragio, la nave si spaccò in due con la prua conficcata nella roccia
e la poppa affondata che ancora oggi si trova a circa 60 metri di profondità in
direzione nord; la prua si mantenne a galla appoggiata allo scoglio fino al giorno
20, quando un temporale proveniente da est, verso le cinque della sera la precipitò
a fondo in direzione di Ponente.
È evidente che la Sirio ebbe tempo sufficiente per mettere in salvo gli oggetti di
valore che non affondarono subito. Probabilmente furono commesse delle azioni
disoneste approfittando della confusione e della morte dei proprietari. Sono forse
troppe le circostanze singolari verificatesi in quella tragedia: in condizioni ottimali
di mare calmo e visibilità perfetta, con una temperatura ideale, con totale assenza
di predatori, e una nave che si mantenne 16 giorni intatta senza affondare, come è
possibile che siano morte tante persone? Forse fu la somma dei tre elementi che
determinò la catastrofe: la rapidità con la quale affondò la poppa, cogliendo di
sorpresa molta gente fiduciosa, gli errori organizzativi dell’equipaggio che non
seppe o non volle controllare la gente impazzita dal terrore, tutto ciò insieme al
fatto che le scialuppe furono malamente scaraventate in acqua e molta gente si
tuffò in un’epoca in cui pochissimi sapevano nuotare.
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Omaggio ai sogni della Sirio
Belén Hernández
Quasi un secolo dopo questi avvenimenti, pochi ormai ricordano la perdita tragica
di tante vite umane che inutilmente iniziarono la loro avventura americana nel ristretto
bacino del Mare Nostrum. Erano persone in maggioranza provenienti dalle regioni
più povere d’Italia, che si erano imbarcate con la speranza di costruire un futuro
migliore per le loro famiglie nella terra dell’abbondanza. La difficoltà dei mezzi di
comunicazione e la negligenza della compagnia di navigazione ha impedito che noi
oggi possiamo conoscere i loro progetti, le loro aspirazioni, i particolari della loro
vita e, in molti casi, il loro nome, legato per sempre al destino della Siria.
Nei bei fondali dell’isola de la Hormiga, riposa la nave distrutta. La parte di prua
più vicina alla costa e meno profonda è stata fatta a pezzi durante gli anni dai
palombari dell’Arsenale di Cartagena, che hanno utilizzato i resti come rottami di
ferro. Coloro che volessero percorrere il fondo marino vedrebbero una vasta area
cosparsa di pezzi di metallo, invasa da un’esuberante vegetazione dove vivono
banchi di pesci colorati, famiglie di cernie e altre specie mediterranee che hanno
trasformato la nave in un habitat surreale.
La parte di poppa, ancora quasi intatta, giace in una zona spazzata da pericolose
correnti e porta con sé il pezzo più tragico di questa storia, i sogni di quelli che
facevano la siesta in quel tranquillo giorno di agosto, cullati per sempre dalle calde
acque del mare che li vide nascere.
Il dott. Gaetano Ragunì riceve il Premio per conto della nuora spagnola Belén Hernàndez
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GLI INCIDENTI CON IL MAGGIOR NUMERO DI VITTIME DAL 1906
anni nave, tipo, causa dell’affondamento
morti
1906 Sirio (nave it.) affonda a Capo Palo (Spagna) ................................. 350
1912 Titanic (nave pax): collisione con un iceberg nel Nord Atlantico .... 1503
1914 Empress of Ireland (nave pax): collisione nel San Lorenzo ............ 1012
1915 Lusitania (nave passeggeri): silurata al largo dell’Irlanda ............... 1198
1927 Principessa Mafalda : al largo coste brasiliane ............................... 314
1956 Andrea Doria (nave pax) urta contro Stockholm e affonda .............. 52
1957 Nave sovietica finisce in secca nel Caspio ....................................... 270
1958 Uskudar (traghetto) affonda in tempesta nel Mar di Marmara ........ 300
1966 Heraklion (traghetto): affondato nel Mar Egeo ............................... 264
1968 Dumaguete (traghetto) affonda nel Mar di Solu (Filippine) ............ 500
1971 Nave mercantile urta contro scogli e affonda clandestini morti........ 300
1975 Kashin (cacciatorpediniere Urss) affonda morti equipaggio ............ 300
1980 Don Juan (traghetto): collisione al largo delle Filippine .................. 1000
1981 Tampomas II (traghetto): bruciato in Indonesia ................................ 431
1986 Samia (traghetto) Bangladesh ........................................................... 600
1986 Admiral Nakhimov (nave passeggeri): collisione nel Mar Nero ....... 423
1987 Dona Paz (traghetto): collisione al largo delle Filippine .................. 4386
1987 Herald of Free Enterprise: capovolto all’uscita da Zeebrugge ......... 193
1988 Rosalie : affondata nello Stretto San Bernadino (Filippine) ............. 400
1988 Dona Marilyn (nave pax): affondata nel Mar Visayan ..................... 300
1988 Bintang Madura (traghetto): affondato nel Mar di Giava ................ 200
1990 Scandinavian Star (traghetto): incendio doloso nello Skagerrak ..... 158
1991 Salem Express : urto contro una scogliera in Egitto ......................... 476
1991 Moby Prince (tragh.) collisione e bruciato all’uscita da Livorno ..... 140
1993 Neptune (traghetto): affondato al largo di Port au Prince ................. 2000
1994 Estonia (traghetto): affonda nel Baltico per apertura portellone ...... 852
1996 Battello a vapore “Bukoba” affonda nel lago Victoria ..................... 500
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Anna Bartiromo
AKYRJA
I
primi profumi di una primavera ancora incerta si spandevano nell’aria
sollecitando immagini e ricordi nella mente di chiunque ne respirasse.
Vladir passeggiava, come di consueto, ogni mattina, nel suo giardino, calpestando
l’erba pregna di molle rugiada da cui si sprigionava un intenso sapore di terra. Si
rifugiava sempre, quando poteva, in quel piccolo angolo della natura che aveva
conquistato a fatica oltre gli spazi affollati e anonimi della città caotica e indifferente
che, secondo lui, non aveva più nulla da comunicargli, e in cui, purtroppo, non
riusciva ormai ad identificarsi, uso come era stato nella sua vita, più a vivere di
mare che di cemento.
…Fu allora che la vide... Seminascosta da un basso cespuglio di felci, i piccoli
teneri occhi fissi verso il cielo, tremante, prigioniera di una sottile retina da siepe
arrugginita, una rondine garriva il suo pianto.
La prese delicatamente tra le mani e comincio ad accarezzarla quasi a fugarne il
timore che avvertiva dal suo cuoricino palpitante come impazzito.
Sorrise e subito riandò con la mente alle grandi vallate, ai fiumi, al mare, sorvolato
chissà quante volte nelle periodiche migrazioni, testimone inconscia di una realtà
così diversa dal quotidiano.
Alzò allora lo sguardo e fu come incontrare, nello spazio davanti a se, frammenti
di un passato, lasciatosi ormai da troppo tempo dietro, quasi riflesso, in uno specchio
opaco.
*********
C’era fermento a bordo del “Luxtha”, altri sommozzatori, come lui, erano già pronti
ad immergersi alla ricerca di reperti archeologici che, secondo gli esperti, si sarebbero
dovuti trovare, più o meno, in quegli splendidi fondali, al largo dell’isola di Creta.
Si tuffarono.
Alla luce delle torce il mondo sommerso si presentava loro come un non so che
di magico e di misterioso che si rivelava in attinie fluenti, spugne palpitanti, idre
luminose, ricci, fauna diversificata e laminarie giallastre di ogni forma e dimensione.
Mano a mano che scendevano il buio si faceva sempre più fitto cedendo il passo ad
un grande ed impietoso silenzio che ora incombeva in tutta la sua indifferente staticità.
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Intanto si tenevano prudentemente vicini per non correre rischi, comunicando a
gesti fra loro.
Quand’ecco, finalmente, sul fondo, i resti di anfore, statue, oggetti preziosi e
qualche utensile variamente lavorato, ricoperti da incrostazioni e sedimenti sabbiosi.
Vladir era affascinato da ciò che stava vedendo e che, secondo il piano di recupero,
veniva portato, come previsto, in superficie.
Le ore passavano in lavoro febbrile finché, protetta dalla cavità di una roccia,
Vladir rinvenne una strana anforetta di pietra rossa, vagamente striata di nero e di
giallo, ben chiusa e con su incisa una scritta: Akyrja.
Era un’urna cineraria risalente circa al terzo secolo a.c.
Non riuscì a frenare una certa emozione. Si chiedeva quale storia racchiudesse
quel nome, a cosa o a chi si sarebbe potuto risalire, quali informazioni avrebbe
fornito quel piccolo e pur tanto prezioso oggetto così da lungo confuso nei fondali.
Intanto l’aria nella bombola lentamente si esauriva tuttavia lo stupore e l’emozione
di un ritrovamento tanto inatteso lo tenevano incollato li, senza che se ne rendesse
più conto… Fu un attimo, la testa cominciò a girargli; un improvviso e acuto senso
di vuoto e di nausea lo colsero e torpore e stordimento lo vinsero...
*********
...Le mani lungo il corpo, la chioma fluente, i contorni appena accennati, una
leggiadra, sottile immagine di fanciulla dalle forme d’acqua, flessuosa e trasparente,
lo guardava sorridendo.
-Non chiederti chi sono, gli disse, appartengo ad una civiltà a voi quasi del tutto
sconosciuta ma, non per questo, meno ricca e fiorente, sconvolta e poi, purtroppo,
distrutta da odii di parte e guerre intestine.
Ho voluto restare qui perché il mare eterna tutto ciò che trattiene e, nella maestà
della sua grandezza, rende, in cambio, una sacralità preclusa agli estranei.
Ti prego, non lasciare che io cada in mani profane, ansiose solo di soddisfare una
prima, se pur giustificata curiosità ma che poi, però, esporrebbero i miei miseri
resti nella fredda vetrina di un museo sotto gli occhi indiscreti di osservatori
frettolosi.
Non è questa la tomba che ho desiderato! Ti guiderò in superficie, dove il sole
adorna ancora la terra coi suoi raggi e tu, custode di tale segreto, proteggerai il mio
desiderio di sopravvivenza nei meandri nascosti del tuo cuore, senza dire che Akyrja
è rimasta quaggiù, prigioniera del suo tempo, della sua storia, del suo glorioso
passato, viva, tuttavia, in te, oltre i confini del mare.
...Quali bollicine d’aria smosse nell’acqua da un’improvvisa corrente, così le sue
parole, quasi fossero vere, scomparvero avvolte nei capricciosi moti delle alghe
ramificate.
*********
Fu la camera iperbarica a salvargli la vita, ma i medici gli vietarono assolutamente
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Akyrja
Anna Bartiromo
di immergersi ancora dopo quell’esperienza.
Accarezzò un ultima volta tra le mani la fragile rondine poi la lasciò andare,
cedendola a quel cielo da cui era così inspiegabilmente venuta e verso cui ora si
perdeva in un volo felice e riconoscente, oltre i colori del tramonto, dietro l’orizzonte
segnato di vapori d’oro, lontano da chi potesse farle del male, portandosi dietro un
antico, meraviglioso ricordo di nome Akyrja.
Autori di racconti inseriti nel volume precedente che è stato presentato nel 2003.
Da sinistra: Il presidente del Circolo Gioacchno Copani, Girolamo Melissa, Antonio Riciniello, Franca
Russo, Vincenzo Marzullo e Leonardo Fiore.
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Porto turistico “Marina di Riposto”
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Rosario Pennisi
COLLISIONE NEL CANALE DELLA MANICA
L
o scrivente, Rosario Pennisi, abitante a Riposto, provincia di Catania, è un
pensionato ex radiotelegrafista a bordo di navi mercantili.
Quel che segue è il resoconto di uno dei tanti “fatti di bordo” ai quali ho assistito
nel corso dei vent’anni trascorsi sul mare.
L’inizio della mia carriera fu alquanto tribolato e difficile. Poiché nella tabella
italiana d’armamento non esisteva la qualifica d’allievo radiotelegrafista, mi fu
giocoforza adattarmi ad imbarcare con una delle qualifiche quali mozzo, giovanotto
o simili. Mercé i buoni uffizi di un alto funzionario della flotta Lauro, il signor
Carmelo Leonardi, nativo di Riposto, fui assunto dalla società armatrice Fratelli
Rizzuto, con sede a Genova in Piazza della Vittoria, con la qualifica, invero insolita,
di mozzo in soprannumero senza paga. Accettai e ringraziai, a me interessava
soprattutto fare il tirocinio R.T. per conseguire il cosiddetto “gradimento” da parte
delle due società italiane concessionarie del servizio R.T. di bordo, e cioè la S.I.R.M
e la Telemar. Il “gradimento” era, grosso modo, l’equivalente della “patente” degli
ufficiali di coperta e di macchina.
M’imbarcai sul S.S. Fortune che si trovava nel porto di Genova alla calata sanità
dove stava effettuando piccoli lavori di manutenzione. Per alcuni giorni fui adibito
al trasporto di “cenerino” (le caldaie erano alimentate a carbone) dal locale macchine
alla coperta. Tra le “reclute” che s’imbarcarono insieme a me, ci fu anche il
radiotelegrafista, un anziano ex sottufficiale della marina militare al suo primo
imbarco su navi mercantili; questo suo “handicap”, fu l’origine di diverse lacune e
deficienze che si verificarono nel suo servizio una volta preso il mare.
Giunse il giorno della partenza ed il Fortune fece rotta per il porto di Rotterdam per
caricare carbone destinato alle “funivie” di Savona. Fui adibito a picchettare e pitturare.
Poiché il R.T. non riusciva a fornire un bollettino meteo per la zona del
Mediterraneo Occidentale, il comandante mi ordinò di recarmi in stazione radio
per cooperare con il R.T. e così, cominciai il mio tirocinio. Non fu facile ricevere il
meteo perché le pubblicazioni “aids to navigation” erano vecchie di tre/quattro
anni per cui le frequenze radio e gli orari di emissione non corrispondevano al
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vero. In mancanza di un meteo, per misura di precauzione, il comandante decise di
tenere la nave sotto le coste francesi e spagnole invece di puntare dritto su Gibilterra
onde evitare le frequenti escandescenze del dio Eolo nel golfo di Lione, ben noto ai
marittimi di tutto il mondo. Superato capo De Gata, il Fortune puntò su Gibilterra,
raggiunta la quale l’ufficiale di guardia comunicò il “TR” (travel) ossia provenienza
e destinazione della nave alla torre di controllo del traffico marittimo. Da Gibilterra
rotta per capo San Vincenzo, Portogallo; e giunta che fu la nave al suo traverso si
procedette a salutare i frati francescani dell’attiguo convento mediante l’alza bandiera.
Un’annotazione di carattere marinaresco. A capo San Vincenzo esiste una stazione
radiofaro la quale, in accoppiata con quella di capo Spartel, in Marocco, viene
usata dalle navi che si accingono ad entrare in Mediterraneo per effettuare il
cosiddetto “atterraggio”, cioè drizzare la prua verso la giusta rotta nella fase di
avvicinamento alla terraferma o, meglio, verso il punto di passaggio dall’Atlantico
in Mediterraneo. Per i profani di cose di mare, il termine “atterraggio” può suonare
strano o, quantomeno improprio, ma questo non è l’unico caso di “appropriazione indebita”
di linguaggio da parte della marineria la quale tra le altre espressioni usa, ad esempio, il
verbo “solcare”, solcare il mare, come se la prua di una nave fosse un aratro!
Tornando sul primo discorso, dirò che la navigazione procedette regolarmente e
venne superato indenne anche il golfo di Biscaglia il quale, in combutta con il
confratello di Lione, spesso digrigna i denti ai naviganti. Superata l’Ile de Quessant,
in Francia, il Fortune imboccò il canale della Manica che gli inglesi, nella loro
spocchia nazionalistica, chiamano “The English channel” come se il canale non
fosse in condominio con i dirimpettai francesi. Non passò molto tempo e cominciò
a fare capolino la nebbia, la quale sembra che sia di casa da quelle parti. Dapprima
essa si manifestò di lieve spessore e con folate intermittenti ma tosto innalzò una
specie di muro talché non si scorgeva la prua del Fortune. A questo punto il
comandate Vincenzo Misceo, pugliese di Molfetta, si ricordò che ero in possesso
del certificato di radiotelegrafista di bordo e mi convocò sul ponte per prendere
rilevamenti radiogoniometrici dato che il “marconi” aveva dichiarato di non avere
mai adoperato un radiogoniometro. Da premettere che il Fortune non aveva il radar
in dotazione per cui l’uso del radiogoniometro rappresentava l’unico sistema per
avere un aiuto alla navigazione in quelle circostanze. Anch’io dichiarai al
comandante che non avevo mai adoperato quell’apparecchio, ma egli mi disse di
non preoccuparmi e cominciò a darmi alcune istruzioni: «Vedi - mi disse - questo è
il volume “aids to navigation” ci sono stampate le frequenze radio, gli orari di
emissione dei segnali in codice Morse e le caratteristiche dei segnali, con questa
manopola ti sintonizzi sul canale prescelto e con quest’altra agisci in modo da
ottenere l’azzeramento dell’intensità del segnale medesimo; ottenuto l’azzeramento,
dai il “lesta” al timoniere e comunichi il grado dell’azzeramento».
Era il mio “battesimo del fuoco” pardon, il mio battesimo professionale, mi
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Collisione nel Canale della Manica
Rosario Pennisi
avviavo a diventare un vero radiotelegrafista anche se, a dire il vero, prendere dei
rilevamenti non costituiva uno dei compiti del RT. A proposito, non ho ancora
capito perché gli ufficiali di coperta abbiano delegato al RT tale compito dato che
i segnali Morse vengono emessi ad una velocità molto bassa e, quindi, captabili
anche da un profano ma i colleghi di coperta si giustificavano affermando che i RT
avevano “l’udito molto fino”!
Tutto compenetrato nell’importanza del compito che il comandante mi aveva
affidato mi misi all’opera, azzerai il segnale e, con voce tonante, dissi al timoniere:
«Allerta! Centoventicinque gradi!», al che il comandante, l’ufficiale di rotta ed il
timoniere abbozzarono un sorrisetto di affabile compatimento per la mia scarsa
conoscenza del linguaggio marinaresco. Il comandante m’indottrinò opportunamente dicendomi che il timoniere non era un soldato di sentinella ma un marinaio
al quale si doveva dare il “lesta” e non “l’allerta”. Anche questo fa parte del tirocinio,
pensai, e ripresi il mio lavoro.
Sebbene i dati che io andavo fornendo soddisfacessero l’ufficiale di rotta, il
comandante non nascondeva la sua preoccupazione circa la posizione della nave
ma, soprattutto, temeva l’intenso traffico delle navi che si avvertiva attorno alla
nostra “Fortune” in quanto queste avvertivano della loro presenza mediante il suono
delle sirene di bordo. Ad un certo momento sentii il comandante mormorare: «Stiamo
viaggiando alla cieca! Che Iddio ce la mandi buona». Intanto, negli intervalli tra un
rilevamento e l’altro che si succedevano ogni dieci/quindici minuti, io mi recavo
sulle alette per mettere a disposizione dell’ufficiale di rotta le mie acutissime facoltà
auditive (lo dicevano loro che avevo l’udito fine!) per individuare i suoni emessi
dalle boe scaglionate lungo la rotta. Dal canto suo, il secondo ufficiale si dava da
fare sfruttando la sua acutissima vista per avvistare la luce emessa dalle boe.
Io mi entusiasmavo a quella gara “udito – vista”, ognuno di noi due esitava nel
pronunciarsi per primo, ci scrutavamo negli occhi ed infine, quando ci sentivamo
sicuri del fatto nostro, emettevamo il “verdetto”: «Sento il suono, vedo la luce!».
L’individuazione della boa e di quelle successive, confortava l’ufficiale di rotta
circa il punto nave eseguito con i dati dei rilevamenti goniometrici.
Qualche volta la nebbia si diradava ma solo sino ad una certa altezza lasciando
intravedere solo la parte superiore degli alberi delle navi ed era uno spettacolo
insolito quello che si parava ai nostri occhi, il balletto degli alberi, sembrava che
le navi volessero dire: «Ehi, sono qui! Passa al largo!».
Il traffico delle navi era particolarmente intenso in quel tratto di canale perché vi
erano delle navi che procedevano nel senso est-ovest e viceversa e navi che invece
procedevano nel senso nord-sud e viceversa; erano per lo più i traghetti che
collegavano le due sponde del canale. Questa situazione costituiva un grande
pericolo per il Fortune, una trappola infernale.
Ciò che si temeva, purtroppo si avverò: la collisione. Ci fu un forte schianto, un
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rumore stridente di ferraglie, il timoniere gridò che il timone non rispondeva più ai
comandi e che la bussola segnava un forte scorrimento e che poi si fermò. Il
comandante ordinò di fermare le macchine immediatamente e spedì il nostromo a
prua per appurare l’entità e la natura del danno subito. Non avvennero scene di
panico tra l’equipaggio, ci fu solo un ordinato accorrere degli uomini franchi di
guardia ai posti d’emergenza, pronti a calare in mare le scialuppe di salvataggio a
bordo di una delle quali fu sistemato il ricetrasmettitore per le lance di salvataggio.
Il tutto si svolgeva nel massimo dell’ordine e della precisione dato che l’equipaggio
era ben addestrato, avendo partecipato alle consuete esercitazioni settimanali di
abbandono nave, di lotta antincendio e altro.
Nel frattempo il nostromo era ritornato sul ponte e aveva riferito che il gavone di
prua era semi allagato ma che la paratia stagna era integra. Egli recò con se un
campionario della merce trasportata dalla nave che aveva subito la collisione:
gomitoli di lana e qualche drappo di tessuto a brandelli.
Il comandante, avendo appreso che la nave non correva pericolo di affondamento,
andò a sdraiarsi nel letto della sua cabina ma, prima di andarsene, dovette sopportare
la presenza sul ponte del radiotelegrafista il quale, in evidente stato di ebbrezza,
come d’altronde era solito esibirsi, comparve con addosso al salvagente e, con
somma flemma, chiese su quale scialuppa doveva prendere posto. Il comandante,
gli disse che il suo posto era in stazione radio e gli diede uno spintone sulla spalla.
Dai miei studi RT sapevo che, nei casi come quello che c’era capitato, si doveva
lanciare l’S.O.S., per cui, con il pretesto di chiedere al comandante se avesse
accettato una tazzina di caffè, gli feci presente che si doveva compilare un messaggio
di soccorso. Egli, con voce flebile, mi rispose che lo compilassimo noi.
Chi sarebbero stati quei “noi” non lo sapevo, intuii soltanto che qualcuno degli
ufficiali doveva occuparsene e poiché avevo più confidenza e fiducia con il secondo
ufficiale, un giovane pugliese in gamba, mi rivolsi a lui e, consultando un vocabolario
tascabile, stilammo quanto segue: “S.O.S. S.O.S. S.O.S. de panamaniam cargo ship
Fortune HOQF position in approximately two miles southwest of south Goodwin
lightvessel had collision with unknown ship whose fate don’t known stop we do not
need immediate assistance stop master Fortune”. Dopo alcuni secondi le stazioni
radio costiere dell’Inghilterra e della Francia, dopo avere imposto il silenzio radio
alle navi (silence detresse) ci chiesero di trasmettere dei segnali radio affinché
potessero effettuare dei rilevamenti radiogoniometrici per localizzare la posizione
della nostra nave ed, ovviamente, anche dell’altra.
Dopo circa mezz’ora captammo dei segnali radio. “S.O.S. S.O.S S.O.S. de swedis
cargo ship Andaman had collision and sunk stop all thirtyeight crew members
safely on two lifeboats stop come and rescue us stop master Andaman”.
Dietro ordine dell’armatore, opportunamente consultato via radio, ci dirigemmo
alla volta del porto di Anversa per fare le necessarie riparazioni. Nel bacino di
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Collisione nel Canale della Manica
Rosario Pennisi
carenaggio, accanto alla nostra nave, si trovava una nave inglese che presentava
uno squarcio nella prua identico a quello riportato dalla nostra nave. Viste davanti
le due prue sembravano delle grosse scarpe con le tomaie slabbrate.
Io e il mio inseparabile amico, il secondo di coperta, approfittammo della lunga
sosta nel porto di Anversa per fare i turisti visitando la città, chiamata Antwerpen
dai fiamminghi. Antwerpen significa “mano tagliata” e tale nome si collega ad una
leggenda secondo la quale un gigante taglieggiava i naviganti che transitavano
lungo il fiume Scheda che scorreva nella zona dove poi sorse la città. Durante la
dominazione romana, ad un certo momento, un legionario romano affrontò il gigante,
gli mozzò una mano (antwerpen) e lo cacciò via liberando così quei territori. In una
piazza di Anversa è stato eretto un monumento a perenne ricordo dell’avvenimento.
Stanchi dal lungo peregrinare tra le strade della città, facemmo tappa alla “Stella
Maris” un’organizzazione cattolica sorta per dare accoglienza ai marittimi. Lì, ci si
può rifocillare, telefonare a casa, spedire pacchi, posta e… relazionare con le ragazze
che frequentano la Stella Maris.
Ultimate le riparazioni, la nostra nave si diresse alla volta del porto di Rotterdam
per caricarvi carbone sennonché, giunta che fu al traverso di Flushing (Vlessingen,
in lingua fiamminga) venne abbordata da una lancia della polizia fluviale, da bordo
della quale ci venne impartito l’ordine di fermare le macchine, il che, ovviamente,
fu eseguito.
Salirono a bordo alcune persone in divisa ed un anziano signore in borghese, il
quale si qualificò come ufficiale giudiziario. Questi si fece accompagnare fin sul
ponte di comando e, quasi chiedendo scusa per il gesto che stava per compiere,
mise la nave sotto sequestro sistemando una catena metallica attorno alla ruota del
timone e, poi, vi applicò alcuni sigilli.
Dopo avere ultimato il suo lavoro, l’ufficiale giudiziario offerse delle sigarette
alle persone sul ponte e ricevette una tazzina di caffè sorbendo il quale, si profuse
in elogi per la bontà del nostro caffè: «Ah! Good strong black italian coffee!». Ne
aveva di ben donde nell’apprezzare il nostro caffè perché ciò che loro belgi, olandesi
ma anche americani e altri popoli sorbiscono è un liquido insipido, scolorato e
senza aroma.
Flash back. Ho dimenticato di riferire al gentile lettore, che il nostro armatore, il
quale era solito visitare le sue navi quando esse si trovavano nei porti del Nord
Europa, venne a trovarci ad Anversa. Egli non provvide alla sostituzione del
comandante Misceo ma non gli risparmiò una sommessa ramanzina per non avere
egli approfittato della collisione per fare affondare la nave (riscuotendo così il
premio dell’assicurazione, non lo disse ma lo fece capire).
La nave fu dissequestrata dietro pagamento di una cauzione di mille sterline e
poté riprendere la navigazione.
Io non ho mai saputo come finì la causa giudiziaria, ma suppongo che fu in senso
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negativo per il nostro armatore dato che tutte le evidenze delle modalità con cui si
verificò la collisione deponevano contro il Fortune.
La nave caricò carbone a Rotterdam per scaricarlo a Savona dove sbarcai dopo
dodici mesi d’imbarco.
Scendendo dallo scalandrone della nave, venni assalito da un groppo alla gola,
fu il mio primo imbarco, conobbi persone simpatiche e feci il mio tanto agognato
tirocinio. Non dimenticherò mai il Fortune perché, come recita un detto, “Il primo
amore non si scorda mai”. Chissà adesso dove riposi, caro ed amato Fortune, forse
in un lindo cimitero di navi oppure, più verosimilmente, sei stato riciclato per dare
vita ad un’altra nave.
Il Radiotelegrafista Rosario Pennisi di Riposto
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Luciana Baruzzi
“DISPARU” “DISPERSO”
«In ogni generazione della nostra famiglia, per tradizione, un discendente era ufficiale
nella Marina italiana. E lo zio Pietro, ammiraglio, dopo i miei primi vagiti, aveva deciso
la mia frequenza nella scuola militare a Venezia, per una carriera nella Marina.
Nel 1916, mi trovavo sulla corazzata “Leonardo da Vinci”, ancorata nel
Mediterraneo.»
- ci racconta il babbo, in uno dei rari momenti in cui s’intrattiene con noi.
Siamo in Francia, a Marsiglia. Sedute vicino alla finestra, lo ascoltiamo
nell’atmosfera magica del tramonto.
Strisce di luce dorata si prolungano su Notre-Dame-de-la-Garde, posta sull’alto sperone
roccioso a vigilare sulla città. Stanno rientrando nel porto, prima dell’imbrunire, barche
dalla vela lieve come i sogni. La voce del mare si spegne su ricordi lontani.
«La Leonardo era una nave regia nuovissima. Di oltre ventiduemila tonnellate
era protetta da una spessa corazza d’acciaio. E nella sua potenza massima andava
ad una velocità di ventitré nodi, ossia quarantatré chilometri orari. Era in pieno
assetto di guerra, con ben quarantacinque cannoni e tre lanciasiluri.
Quel giorno, il due agosto, avevamo imbarcato cariche e proiettili per le esercitazioni
di tiro dell’indomani con i grossi calibri. Avevamo scaricato, invece, quasi tutti i fanali
d’emergenza a batteria, per il ricambio. La nave, al calare della sera era stata oscurata
per motivi bellici. L’azzurro del mare, increspato da una leggera brezza, stava spegnendosi
fra lontani giochi d’ombre. Ali leggere fendevano l’aria trasparente.
- Chi va là?
- Leonardo! - rispose, sull’attenti, il marinaio di prora sul motoscafo che a notte
inoltrata trasportava il comandante per il rientro sulla corazzata. La parola d’ordine
corrispondeva al nome stesso della nave, secondo il regolamento sugli onori, proprio
perché sull’imbarcazione c’era il comandante.
Il sonno aveva già sorpreso la gente di bordo della Leonardo. Alcuni ufficiali si
erano trattenuti più a lungo a giocare a carte.
- Voi, a prora!
- Voi, alle vostre torri di poppa! - ordini improvvisi spezzano il greve silenzio notturno.
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- Perché non viene dato alcun segnale di pericolo? - ci chiediamo.
- Perché non viene suonata la tromba?
- E l’allarme?
- La nave sta abbassandosi a poppa!
- Cosa succede?
Nel buio più completo vediamo passare tre ufficiali che si fanno strada a lume di
candela in direzione dei depositi di prora forse per aprire le saracinesche e le piogge.
A centinaia, increduli, arriviamo sul ponte. Ma proprio lì compaiono, improvvise,
veloci, sottili lingue di fuoco, seguite da vampate violente. Forti boati, accompagnati
da schianti, ci assordano, vanno a spegnersi lontano.
- Maledizione! Gli armadietti dei salvagenti non si aprono!
- Mancano le chiavi!
- Accidenti! Sono saltati i circuiti elettrici.
- Proviamo a forzare le serrature!
Al buio, con affanno, non riusciamo a trovare nessun attrezzo. Corriamo allora a
prendere i salvagenti collettivi!
- Al diavolo! Non ci sono!
- Maledizione! Sono a terra! Il comandante, proprio oggi, ha dato ordine di scaricarli!
- Per non danneggiarli nelle esercitazioni dell’indomani.
- Che sfortuna!
- Maledizione!
- È la catastrofe!
- È la fine per noi. È inevitabile! - esclamiamo con rabbia.
Mentre ci rendiamo conto della nostra impotenza, sentiamo una tremenda
esplosione e compare un’altissima colonna di fuoco. La prora si solleva
violentemente e ci scaraventa in mare. Dopo istanti interminabili a fatica torno in
superficie, dove c’è l’inferno. Voci concitate, spezzate:
- Aiuto! Aiuto!
- Qualcuno mi aiuti!
- Salvatemi!
Da ogni parte urla, grida di dolore, di disperazione, soffocate dalla notte. Nuoto
con affanno, fra flutti, gorghi, risucchi. Vedo poi sprofondare tra montagne d’acqua
e nuvole di schizzi la nostra corazzata Della nave, infine, non resta che il ricordo.»
Leggiamo negli occhi del babbo l’angoscia e la disperazione di quegli attimi.
Dalle sue labbra emergono poi altri ricordi:
«A nuotare avevo imparato da ragazzino nel fiume che scorreva profondo sotto il
paese. Andavo a cercare i pesci, con le mani nelle tane fra i sassi. Poi quattro tuffi
e decine di bracciate ponevano fine a sera alla pesca. Ma quelle bracciate di fiume
mi hanno tenuto a galla, poi, nel disastro infernale della Leonardo.
Nuoto con affanno tra onde brune che s’impennano come cavalli imbizzarriti.
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“Disparu” “Disperso”
Luciana Baruzzi
Arranco tra oggetti, scaraventati in aria dall’esplosione, che mi galleggiano intorno.
Sento poi un peso che mi grava sulle spalle, mi fa sprofondare. E’ un superstite,
emerso dalla battaglia nelle onde, che mi si attacca addosso. So che non potrò
reggerlo a lungo. Sto affondando sempre più. Con una forte spinta dei piedi riaffioro
e graffio le onde. Poi per non cadere nella tentazione di bere acqua salata mi metto
in bocca l’unica moneta da cinque franchi, rimastami in tasca e la stringo a lungo.
Qualcosa ostacola il mio percorso. È una tavola di legno spezzata dall’esplosione.
Mi appoggio con forza al relitto; Altri si aggrappano a tinozze, a graticola ti dei
boccaporti, a quello che capita.
Nel frastuono sento una voce angosciata che risuona vicino. È un compagno
stremato. A fatica l’aiuto ad appoggiarsi sulla mia tavola. Ci scambiamo qualche
parola. Disperati.
Da lontano, nell’oscurità, ancora grida. Il clamore si propaga sulle onde e si
smorza a poco a poco. Rimaniamo in acqua. Senza tempo. Mi sento sfinito, perduto.
Caccio a forza ricordi che irrompono con impeto. Un dolce viso, dei capelli
biondi che scendono su un sorriso misterioso. Gli occhi colore del vento. Un
tramonto che incendia boschi e silenzi. Vorrei averle detto quanto mi è rimasta nel
cuore. Ma il gelo insidioso che tesse trame profonde col silenzio, sopravanza sui
ricordi, mi stringe in una morsa. Mi mozza il respiro. Mi penetra nelle ossa, mi
morde. Mi soffoca i pensieri, mi divora.
Mentre la notte si spegne, rubo ancora una speranza alle stelle. Ma le mani faticano
sempre più a trattenere la presa. Sento la vita che mi sfugge.
Si fanno strada i primi incerti riflessi dell’alba, quando scorgo dei bagliori che
tagliano spicchi di luce sullo sciacquio delle onde. Sull’orizzonte si disegnano una
scialuppa, poi delle sagome grigie.
- A destra! Laggiù! C’è qualcuno!
- Ci sono naufraghi! Presto!
Mi sento afferrare da forti braccia che mi avvolgono in un panno. Provo una dolcissima
sensazione di calore. Odo voci rassicuranti, mentre mi trasportano su una nave.
Al mio risveglio un’alba ferma e opaca illumina la tragedia della nostra corazzata
capovolta sul fondo del mare.
Vengo dichiarato “disparu”, disperso, dal Comando. E per qualche tempo, si
ritiene che io sia perito in mare. Solo più tardi si saprà che una nave inglese ha
raccolto superstiti del naufragio e che sono tra questi.
Sono perplesso, incredulo di fronte al disastro;
- Era impensabile che un’enorme corazzata come la nostra potesse sprofondare
per un piccolo sabotaggio. È saltata in aria dopo venticinque minuti dallo scoppio
dell’incendio, mentre sarebbero bastati appena dieci minuti per allagare i depositi
dei proiettili e delle cariche, per l’apertura dell’impianto di pioggia. Per salvare la
corazzata. Per salvare la vita a 249 marinai. Per evitare gravi ustioni ad altri 75.
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Resterà sempre in me, comunque, l’amarezza per un disastro che avrebbe potuto
essere evitato.
Il relitto della nave è stato poi abbandonato, nel fondo del mare, da quella tremenda
notte fino al termine della guerra. A guardia, per tre lunghi anni, sono rimasti i miei
compagni, intrappolati là dall’esplosione. E silenziose, evanescenti meduse che
hanno fluttuato di ronda, lungo i fianchi della corazzata.
Minuscoli pesci luminescenti hanno vagato nelle nostre cabine, nelle sale del
comando, nelle stive. Fra le strutture della nave e capovolta. Fra gli oggetti rotolati,
frantumati. In un tempo rimasto fermo alle ore 23.22.
Dopo tre anni dal tragico evento un palombaro ha ritrovato in fondo al mare la
gloriosa bandiera da combattimento della Leonardo da Vinci. Stinta, ma integra
nel suo cofano di bronzo.
I diretti colpevoli dell’affondamento non sono mai stati individuati, mentre i
responsabili indiretti hanno pagato i loro errori con l’interruzione della carriera. Il
nome “Leonardo da Vinci”, come quello delle navi sfortunate, non è stato abbandonato
ma dato successivamente ad un sommergibile che lo ha portato con onore in guerra.
Solo molto più tardi, quando purtroppo lo zio ammiraglio - che aveva sognato
per me una gloriosa carriera nella Marina - era già morto, sono stato insignito di
una croce di guerra e di una medaglia d’oro al merito.
Da quel naufragio nulla però è stato più come prima. Mi è sfuggita di mano,
come un aquilone multicolore ad un bimbo, la spensieratezza dei miei vent’anni.
Quel terribile ricordo è rimasto imprigionato per sempre nella mia mente».
Queste parole del babbo si spezzano nella luce dorata del crepuscolo.
Premiati della Seione Modellismo navale 2003
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Giovanni Pagano
FIAMME SULL’OCEANO
L
a motonave Francesco F. della Fermar S.p.A. di navigazione era giunta nel
porto di Baie Comeau nel Quebec, sul fiume San Lorenzo.
Era la vigilia di natale del 1980, sul molo dove ormeggiamo gli altoparlanti
diffondevano le nenie natalizie, nell’aria c’era un’atmosfera di festa, le luci colorate
poste lungo il molo davano un senso immenso di gioia.
La neve cadeva come dei lenzuolini che sembravano uno sfarfallio di bianche
farfalle e in pochi momenti la coperta della nave diventò un tappeto bianco. Le
orme delle scarpe dei marinai si affossavano nella fresca e soffice neve lasciando le
tracce come se fossero passati un branco di lupi. L’equipaggio dopo la lunga
traversata da Ravenna a Baie Comeau sentiva il bisogno di farsi una passeggiata a
terra, in città.
Ultimato il turno di guardia a scaglioni si recò a terra. Natale, mese di dicembre,
freddo tagliente dove volete che si vada in giro? Gira e rigira si fa capolino nei
soliti locali dove si beve, si balla, e dove non manca l’occasione di fare conoscenza
con qualche bella ragazza.
A dire il vero le canadesi sono delle gran belle ragazze, e molto accondiscendenti
con gli italiani, specialmente se questi sono Comandante e Direttore di macchina,
non per la loro avvenenza e prestanza fisica ma per il potenziale economico. Nel
Quebec si parla il francese ed è la provincia francofona per eccellenza, quindi il
locale dove si reca l’equipaggio si chiamava “Le chat noir”. La nave sostò nel
porto tre giorni e tutti e tre i giorni ci fu grande festa a “Le chat noir” e a bordo.
Ogni persona poteva invitare la propria ragazza appena conosciuta e portarla a
bordo e per ordine perentorio del Comandante chi non aveva la ragazza non poteva
partecipare alla festa nel grande salone della nave.
Il giorno prima della partenza ci fu il pranzo d’addio nel salone Comando. La
sera prima tutte le ragazze che avevano partecipato ad un drink offerto dal
Comandante, ufficialmente erano andate via con l’impegno di ritornare a mezzodì
per il pranzo. Dicevo ufficialmente erano andate via ma effettivamente erano rimaste
tutte a bordo l’una all’insaputa dell’altra.
Anche Denise la bella del Comandante e Therese, quella del Direttore furono
gradite ospiti per una notte a bordo.
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Il bello era che nessuno di loro voleva farsi scoprire che era rimasta a bordo. Le
porte delle cabine si schiudevano pian piano guardando che non ci fosse nessuno
nei corridoi per non farsi scorgere. Sicure di non essere viste scappavano di corsa
con l’asciugamano avvolto sui fianchi per infilarsi nel bagno.
Alla fine tutte si trovavano nello stesso luogo, ormai non c’era più nulla da
nascondere, finì come la storiella di Lucignolo e Pinocchio; come mai sei rimasta
a bordo? E tu come mai sei rimasta come me?
Grandioso pranzo a mezzogiorno, perfino i fiori in tavola, coppe di champagne
d’argento e posate d’argento, piatti con il filo d’oro e la F d’oro.
Fu servito veramente un pranzo regale, panzotti alla salsa di noci che il cuoco
aveva portato da casa quando era stato in licenza a Recco e che aveva conservato
nel frigo per le grandi occasioni. Per secondo anatra all’arancia, e per bere, il
Verdicchio di Jesi di Fazi – Battaglia. Infine una torta Saint’Honorè, confezionata
dal cuoco, che oltre ad essere un bravo cuoco si dimostrò un ottimo pasticciere.
Finito il pranzo tutte le ragazze se ne andarono salutando con baci e abbracci
tutto l’equipaggio.
Rimasero a bordo Denise e Therese, che scesero a terra solo all’ultimo momento
quando la nave levò gli ormeggi salutando con i loro fazzoletti e qualche lacrimuccia
sul viso.
Subito dopo la partenza, il Comandante ordinò al 3° ufficiale di fare l’inventario
dei piatti e delle posate; i piatti risultarono esatti ma ci mancavano 6 forchette, 3
coltelli, 6 cucchiai e una salsiera d’argento.
Il Comandante diventò paonazzo come un’aragosta, si mise a studiare come
doveva pagare la roba mancante, quando avrebbe passato le consegne al Comandante
che sarebbe subentrato al suo sbarco.
Il fatto dei piatti, delle posate e di tutto il vasellame d’argento era il tormento di
tutti i Comandanti della Fermar. Dalla sede di Ravenna c’erano ordini tassativi; del
Dottor Magnani e con tanto di circolari mandate a tutte le navi della società firmate
dall’Amministratore Delegato della Fermar e dell’Italiana Olii & Risi – Vittorio
Giuliani Ricci, genero del Dottor Serafino Ferruzzi. La circolare diceva che il
Comandante sbarcante doveva consegnare l’inventario firmato dei servizi di piatti,
posate, vasellame e perfino suppellettili che erano marcati con la “F”. Se per caso
mancava qualcosa veniva reintegrata dalla sede pagando il valore del listino prezzi
stabilito. Se per caso si rompeva un piatto, una tazzina bisognava conservare la F,
per dimostrare che si era rotta e non rubata. Dopo tanto studiare il Comandante
scoprì l’uovo di Colombo; vuol dire che aumenteremo il prezzo delle sigarette e
pagheremo la roba mancante.
Intanto la nave con il pilota a bordo e un rompighiaccio a prora ci portava fuori
del fiume San Lorenzo. Eravamo attraverso la cittadina di Troi Rivieres quando il
VHF si mise a gracchiare chiamando il pilota. Era la Guardia Costiera che
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Fiamme sull’oceano
Giovanni Pagano
comunicava di dire al Comandante che la nave era stata multata poiché una persona
di bordo aveva scaricato i rifiuti della cucina e la spazzatura della pattumiera. Ci fu
un battibecco fra il Comandante e la Guardia Costiera; il Comandante asseriva che
non era affatto vero, poiché aveva avvisato tutto l’equipaggio sia a voce che con
degli avvisi scritti nelle salette di non buttare nulla nel fiume. Comunque è inutile
negare concluse la Guardia Costiera: ci sono le prove inconfutabili delle foto che
ritraggono una persona dell’equipaggio mentre scarica i rifiuti nel fiume e il nome
di poppa della nave, quindi volenti o nolenti bisogna pagare la multa di 500 dollari.
Il Comandante chiamò il cuoco ed il garzone di cucina facendogli una bella lavata
di testa. Il garzone diceva che glielo aveva detto il cuoco, questi negava dicendo che
lui non sapeva nulla, la spazzatura era stata buttata nel fiume e sua insaputa.
Comunque concluse il Comandante uno dei due è il responsabile e non potendo
sapere la verità, vuol dire che la multa la pagherete metà ciascuno; pertanto i soldi
vi verranno decurtati dallo statino paga. Allo sbarco del pilota, si affiancò la pilotina
e ci consegnò le foto a colori del garzone di cucina con il bidone della spazzatura
che lo vuotava nel fiume, in un’altra foto, c’erano i gabbiani che seguivano la scia
della nave, svolazzando sui rifiuti in cerca di cibo. La pilotina virò dietro il
rompighiaccio e riprese la risalita del fiume per tornare a Montreal. Era il 28 dicembre
ed eravamo l’ultima nave ad uscire dal fiume san Lorenzo poiché dopo la nostra
uscita venne interdetta la navigazione. Tutte le altre navi che si trovavano nei grandi
laghi o lungo i porti del fiume rimasero bloccati nei ghiacci, usciranno a primavera
inoltrata, quando il fiume sarà nuovamente navigabile. La grande baia del san
Lorenzo era quasi tutta ghiacciata, l’isola di Anticosti e Terranova erano unite alla
terra ferma del continente nord americano. Delle boe luminose ci indicavano la
rotta ed il canale da seguire fino allo stretto di Caboto. Finalmente dopo qualche
giorno di navigazione doppiammo Capo Race e ci trovammo in oceano aperto.
A bordo fervevano i preparativi per il cenone di capodanno, si scherzava, si giocava
a carte, si raccontavano le ultime avventure di baie Comeau. C’era un via vai nella
stazione radio, dove il marconista segnava i numeri telefonici per chiamare a casa
per gli auguri di Buon Anno alle famiglie.
Nel 1980 l’era dei telefonini cellulari doveva ancora arrivare, pertanto tutte le
comunicazioni avvenivano tramite la stazione radio di bordo e Radio Roma e
bisognava mettersi in lista ed aspettare il turno per potersi collegare. Il più delle
volte, dopo tanto aspettare la linea era disturbata e la telefonata non era
commerciabile poiché non si capiva nulla, solo pronto, pronto, pronto e tanto rumore.
La sera del 30 dicembre. Eravamo giunti a qualche giorno di navigazione dalle Azzorre,
c’era un cielo terso, una temperatura pungente, la luna piena si specchiava nell’oceano
disegnando una striscia d’argento scintillante. Non tirava un alito di vento, un silenzio
profondo regnava sull’immenso oceano, calmo e tranquillo come non mai. Si udiva
soltanto il rombo del motore della nave ritmato come una melodia sull’acqua.
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La scia della nave lasciata sull’acqua era costellata di luci fosforescenti come
stelle cadenti dal cielo. Verso le ore 22,00 scesi in sala macchine per un controllo,
quando il Comandante mi chiamò con il telefono magnetofonico di bordo dicendomi
se potevo salire sul ponte di comando.
Mi presentai subito in plancia ed il Comandante che stava ad osservare sull’aletta
di sinistra mi disse che una nave aveva sparato dei razzi luminosi, ma adesso non
scorgeva più nulla.
Mentre stava ad osservare ecco che la nave sparò altri razzi. In pieno oceano, con
una visibilità eccezionale, i razzi di colore arancione a paracadute si vedono bene
anche se la distanza è enorme. Fu acceso il radar ed a circa 30 miglia a sinistra della
nostra rotta fu localizzata la posizione di una nave. Fu acceso anche il VHF e fu
chiesto prima di dirigersi in direzione della nave, perché erano stati lanciati i razzi
di soccorso, che cosa era successo.
La nave rispose subito dicendo – “All under control” (tutto sotto controllo). Il
Comandante non si preoccupò più di tanto e riprese la normale navigazione.
Passarono circa cinque minuti ed in mezzo all’oceano, nella direzione dove erano
stati sparati i razzi, ci fu una vampata seguita da esplosioni continue. Continuammo
a chiamare: come si chiama la nave che brucia sulla nostra sinistra? La stessa voce
rauca di prima ci tornò a ripetere “All under control”. Allora capimmo subito che
non era la nave che stava bruciando ma un’altra nave che aveva captato la nostra
telefonata, si trattava di una petroliera inglese che salpata da Liverpool, faceva
rotta per il centro America. Il Comandante diede le coordinate della nave che stava
bruciando, per individuare la posizione onde consentire anche loro di dirigersi sul
posto per eventuale soccorso. Con la macchina a velocità ridotta e con tanta
precauzione ci avvicinammo a circa un miglio dalla nave che bruciava. Al chiarore
della luna si erano aggiunte le fiamme dell’esplosione e le vampate che venivano
fuori della ciminiera illuminando a giorno l’oceano.
Finalmente tramite l’aldis riuscimmo a comunicare a lampi di luce. Tutto
l’equipaggio si era portato nel castelletto sull’estrema prora arroccati uno sopra
l’altro come un castello preso d’assalto.
Sempre con le segnalazioni a lampi di luce ci dissero che l’equipaggio era
composto da 25 persone, ne mancava all’appello solo una, il marconista che era
stato sorpreso nel sonno ed arso vivo dalle fiamme e che c’erano degli ustionati in
gravi condizioni.
Intanto i bidoni dell’olio a poppa bruciavano e andavano in aria come i mortaretti
dei fuochi d’artificio per la festa del Redentore nel canale della Giudecca a Venezia.
Pertanto noi più di tanto non ci potevamo avvicinare per paura che l’incendio si
propagasse anche a bordo della nostra nave. Verso la mezzanotte avvistammo
sull’acqua i primi naufraghi stipati dentro uno zatterino gonfiabile, come delle
acciughe salate.
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Fiamme sull’oceano
Giovanni Pagano
Fra questi un marinaio cileno con ustioni per tutto il corpo che non si poteva
muovere, fu portato a bordo con la gruetta della scala reale, avvolto dentro una
“giapponese” (Rete di corda a maglie larghe).
L’equipaggio del Francesco F si adoperò con abnegazione dando aiuto ai naufraghi
avvolgendoli dentro le coperte, portando loro le prime cure sistemandoli nelle cabine,
rifocillandoli di ogni cosa. Intanto un’altra scialuppa di salvataggio si avvicinò
sotto lo scalandrone ove c’erano altre otto persone, in tutto si erano salvati 21
persone. Fra gli ultimi scampati c’era il primo Ufficiale di nazionalità greca. Con
molta calma, ma ancora sotto choc, ci raccontò che il tutto era successo
all’improvviso; l’incendio si era sviluppato in sala macchine e si era propagato
velocemente per tutta la poppa incominciando ad aggredire gli alloggi.
I macchinisti di guardia riuscirono a scappare dal tunnel della chiglia canale che
collega la poppa con la prora. A bordo è rimasto il Comandante, il Direttore di Macchina
ed il Nostromo che, nonostante la nave stesse bruciando non vogliono abbandonarla.
Il Comandante della Francesco F, tramite Radio telefono avvisò la autorità
portoghese delle Azzorre di Ponta Delgada. Si mise in contatto con la società
armatrice con sede al Pireo. Il primo Ufficiale ci fornì il “crew list” dell’equipaggio
ed il nome della nave: “Providence” battente bandiera panamense.
Poi si venne a sapere, tramite un giro di informazioni, che i veri armatori erano i
Fratelli D’Amato di Torre del Greco. Intanto la parte poppiera della nave continuò
a bruciare per tutta la notte e si aspettava che si facesse giorno.
Fu così che alle prime luci dell’alba venne un idrovolante dalle Azzorre, girò
intorno alla nave avvolta in un denso fumo nero scattando delle foto. Poi ci
avvisarono per telegrafo di tracciare un cerchio bianco sulla nostra stiva con a
centro una H che fra un paio d’ore sarebbe arrivato un elicottero per prelevare i
feriti più gravi. Infatti l’elicottero arrivò puntualmente e imbarcò i feriti
trasportandoli a Ponta Delgada nell’isola di San Michele, capoluogo della provincia
d’oltremare portoghese delle Azzorre. Il Comandante della Francesco F, parlò ancora
una volta con il primo Ufficiale di dire al Comandante del Providence di abbandonare
la nave, ma questi non ne volle sapere. Rispose che lui avrebbe lasciato la nave
solo quando non c’era nessuna speranza di recupero.
Voleva anzi, facendo la proposta al nostro Comandante, di essere rimorchiato
fino alle Azzorre, richiesta che non fu accettata; una nave che brucia non si prende
a rimorchio. Alla fine fu raggiunto l’accordo di telegrafare alle Azzorre e chiedere
un rimorchiatore d’alto mare che venisse a rimorchiare il Providence. Mettemmo
la nostra lancia in mare, venne anche il primo Ufficiale greco e furono portati a
bordo del Providence dei grossi bidoni d’acqua, dei viveri e qualche bottiglia di
cognac, prima di ritornare, fu rivolto per l’ennesima volta l’invito al Comandante
di abbandonare la nave, ma non ci fu nulla da fare, avrebbe atteso il rimorchiatore
per portarlo in porto assieme alla sua nave.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Nel frattempo arrivò un altro dispaccio dalle Azzorre che sarebbe arrivato, fra
qualche giorno, il rimorchiatore Hercules.
Ormai il nostro compito era finito, lasciammo la nave che continuava a bruciare,
augurando al suo Comandante, al Direttore e al Nostromo, Buona fortuna.
La nave inglese che si era mantenuta un po’ più distante da noi, fu informata
dell’evolversi della situazione ed ebbe il benestare di proseguire la sua navigazione.
L’operazione di salvataggio dei naufraghi si era conclusa. Riprese anche la nostra
navigazione per Ponta Delgada dove arrivammo il giorno di Capodanno.
Ad attendere la nave c’erano tutte le autorità marittime, compreso il nostro console
onorario che si congratulò in particolare con il Comandante per l’ottimo lavoro
svolto a favore del Providence e del suo equipaggio. Dopo lo sbarco dei naufraghi
apprendemmo la buona notizia che il rimorchiatore Hercules aveva spento gli ultimi
focolai d’incendio della Providence ed era stata presa a rimorchio, fra qualche
giorno sarebbe arrivata a Ponta Delgada. Il Comandante, il Direttore ed il Nostromo
erano salvi, solamente il nostromo era malconcio, aveva una gamba rotta, si era
fatto male nell’agganciare il cavo di rimorchio. Partimmo dall’isola di San Michele
salutati da una discreta folla. Dopo qualche ora di navigazione ricevemmo un
telegramma: - I naufraghi della nave Providence ringraziano per tutto quello che è
stato fatto per loro, auguriamo buone feste a Voi assieme alle vostre famiglie, buona
navigazione.
Il direttore di macchine Giovanni Pagano di Torre del Greco riceve il premio dalla dott.ssa Betty Denaro.
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Luciano Molin
UN NATALE SULLA NAVE
N
on sono molti i preti di città o di paese che si ricordano dei naviganti nelle
loro omelie di Natale.
I marinai sono spesso dimenticati; sembra che non esistano. Molti guardano le
navi che passano più o meno lontano all’orizzonte e non pensano che laggiù, in
quelle case di ferro, ci sono uomini soli. L’anima del Natale è stata creata per i
bambini: non ci sarebbe un’infanzia splendida senza la festa del Santo Natale, e
tutti gli uomini quando si fanno adulti e invecchiano, sono legati così tanto al Natale
che ogni anno, almeno per un giorno, ritornano piccoli e sentono che qualcosa di
bello e di buono è rimasto in loro, e rinasce ogni volta in una certa notte di dicembre.
Io sono nato con la camicia, come si usa dire, ed ho avuto tanto affetto in famiglia,
e da bambino ho visto il presepio che preparava Don Giovanni nella chiesa di S.
Martino. Non chiedetemi altre spiegazioni che questa. La chiesa era meravigliosa,
la musica era suonata dai violini. Gesù era felice mentre lo guardavo.
Anche come marinaio sono stato fortunato.
Dentro una scatola di cartone conservo una quindicina di biglietti celesti che
Marconi, il giorno della vigilia, immancabilmente mi consegnava senza indugio, e
naturalmente con un gran sorriso.
Dicono tutti: - Tanti auguri di buon Natale da tua moglie, Giuli e Valeria -. I primi
biglietti, in ordine di tempo, dicevano anche: - e da tua mamma! -. Oggi se slego quel
pacchetto di lettere e telegrammi, penso che non avrei potuto vivere così bene, navigare
così a lungo, se non fossi stato unito via etere da quel numero di punti e linee che mi
raggiungevano dovunque nei posti più impensati del mondo e in alto mare.
Proprio peccato che la stazione radiomarittima di Brest abbia già ammainato, per
prima, la bandiera!
Un mio collega poeta ha scritto ottimi versi per ricordarla. Se vi interessa
scrivetemi; ve ne manderò una copia. Ma torniamo al mio diario. Ecco, ora che ho
riaperto questa scatola, vorrei raccontarvi come passai un giorno di Natale sulla
nave. Vi dirò dopo l’anno del calendario.
La nave era un grande traghetto per passeggeri e faceva i viaggi per l’Egitto. Oh
quanti imbarchi ho fatto su quella nave! Quanti fatti da raccontare che per noi
naviganti avevano del miracoloso! Ebbene, quel giorno di Natale, se si usciva a
guardare in coperta, pareva un giorno come un’altro: mare forza tre, vento di nordovest. Le guardie si alternavano con regolarità e ci stavamo avvicinando alla Grecia.
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Il nostromo aveva provveduto ad allestire il piccolo altare in salone ed il giovanotto
di coperta, insieme ad un elettricista, aveva estratto da uno scatolone della Società,
un albero di Natale, ricco di fronde e di addobbi. Alle dieci il prete, che faceva il
viaggio con noi per l’occasione, iniziò l’”introibo” per la Santa Messa. Lo
assistevano i due allievi di macchina e di coperta. Io che ho sempre amato molto il
Natale, mi sentivo in uno stato di piacevole eccitazione e non vi dico il mio
precedente entusiasmo nello scambio di saluti ed auguri, da tutti manifestati con
calore. Avevo indossato la migliore divisa, i pantaloni appena stirati, la cravatta
nuova di seta, i galloni splendenti che rivelavano, con sussiego, la mia recente
promozione e mi davano il diritto di restare a fianco del comandante.
Era Natale! Il bianco radioso Natale!
Nelle grandi cattedrali, proprio in quel momento, risuonava l’organo medievale
e le più belle musiche di Bach e di Haendel e la “marangona” a Venezia, faceva
alzare i colombi, proprio tutti, in Piazza S. Marco.
Eravamo lontani da casa, ma c’era la salute, il lavoro, la solidarietà dei colleghi,
l’orgoglio della divisa, la ricchezza del salone e dell’altare! Gesù c’era anche lì, in
mezzo al mare.
Avevamo da poco superato Capo Malea ed il timore d’incontrare burrasca era
ormai svanito. Un mare tranquillo faceva l’amore con un pallido sole. Davanti
all’altare c’erano tutti gli ufficiali ed i capi servizio. Don Mario ci stava spiegando
il valore escatologico del Natale ed il significato dell’agostiniano: - interior intimo
me - e ci diceva il grande dono del Natale.
Proprio allora arrivò frettoloso il commissario e parlò all’orecchio del medico
che subito lo seguì a grandi passi.
La cerimonia continuò, ma tutti voltavano lo sguardo ed avevano capito che
qualcosa di importante era successo e che occorreva tuttavia restare tranquilli e
pensare il meglio.
Finita la Messa tutti si avvicinarono al bar per l’usuale brindisi nell’allegria della Festa.
Mentre si alzavano i calici, ecco che il medico ritornò. Ad alta voce disse al
comandante con tono esultante:
- È nata una bellissima bambina! - Tutti udirono e scoppiò un grande applauso!
Quella sera, dopo molto conversare e alzar di gomito, un poco brilli, andammo
in infermeria a vedere il batuffolo rosso che stava in grembo alla mamma Ingrid.
La mamma era svizzera, il padre tedesco.
La bambina era stata iscritta sul giornale di bordo parte prima della nave italiana.
Nata il 25 dicembre a bordo ore 11.00.
Si chiama Natalie Ausonia Biedenkopf. Nel Natale del 2000 avrà 24 anni.
Perdonatemi se vi ho raccontato le cose semplici e straordinarie di quel giorno. Per
me sono un ricordo luminoso che appendo, ogni anno, al mio albero di Natale.
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Giovanni Colonna
PENSIONE ASTRA
7 di sera, di una giornata invernale, Genova è già deserta.
La pensione Astra si trova nella parte vecchia della città presso il porto.
Buio e gelo.
Brividi di freddo e di ribrezzo: i topi di fogna regnano sovrani, non hanno paura
di uno sparuto passante, si spostano, ma senza aver fretta, poi scompaiono in uno
dei tanti tombini.
Gli abitanti tutti rintanati nelle loro case, solo un brusio proviene da un’osteria la
cui presenza si nota dalla vetrata dell’ingresso illuminata di giallo, poi silenzio,
solo i passi di Jack risuonano sul selciato.
Ecco il vecchio portone della pensione, preme il pulsante d’ottone del campanello
che si trova a fianco della piccola targa.
Il portone si apre con un cigolio sinistro.
Una grande scalinata da fare a piedi.
Un odore nauseante lo colpisce: di umidità, di vecchio, di gatti.
Una debole lampadina illumina appena gli scalini lisci per l’usura.
Terzo piano.
Una porta, una vetrata di vetro smerigliato incorniciata con fregi in stile liberty,
al centro la scritta “Pensione Astra”.
La Gina gli apre la porta.
Una spilungona dall’età indefinibile come le sue padrone, acida, indifferente.
L’ingresso dà subito l’idea dell’ambiente della casa.
Stile novecento, passato di moda, accostato al liberty, che rispecchia appartenenza
ad una famiglia piccolo borghese.
Vecchie stampe incorniciate sui muri.
La stanza di Jack, o meglio l’alloggio, è una lunga camera con tre letti allineati
sulla sinistra, separati da una tenda grigia, per dare un minimo di riservatezza, la
condivide con altri due marittimi e fa tanto ospedale militare come quello del film
di Remarque: “Niente di nuovo sul fronte occidentale!”
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È alloggiato da una settimana, in attesa della nave che lo porterà fuori di quest’incubo.
Sono tre sorelle, le padrone che, con l’aiuto della Gina, che fa i lavori più pesanti,
governano la pensione.
I pensionanti: una dozzina.
A pranzo e a cena sono tutti insieme.
La Gina vestita di nero col grembiulino e la visiera bianca, passa con il vassoio
della solita minestra dal gusto inconfondibile di dado.
Loro sono là di fronte, guardinghe come tre gendarmi che vigilano con severità
le eventuali gaffe dei commensali.
Vestite di nero, di un’età indefinibile, alte, sembrano gemelle, pare che vivano
fuori nel tempo, in un mondo di mistero e di incubi.
Il viso liscio e lucido come gli scalini della scalinata, denotano un passato pieno
di cerone e mascara.
Le rughe abbondanti e sottili che solcano il loro viso sono come tagli di lamette
su fogli di carta lucida.
Le labbra sottili non riescono a contenere il rossetto che trabocca asimmetrico
fuori dei loro confini.
Un nastrino di seta nera attorno al collo che fa tanto Toulose Lautrec.
Le sopracciglia non ci sono più: solo segni di matita.
I commensali sembrano influenzati dal clima di silenzio e di incubo che emana
dalla loro presenza.
Jack, più di tutti, non riesce a svincolarsi da questo clima.
Tutti sembrano respirare l’aria della casa, tutti sembrano essere succubi di queste
tre arpie.
Jack non vede l’ora di scappare e appena finito il pranzo, senza attendere il caffè,
che è qualcosa di nero dal gusto dolciastro, chiede scusa e si butta sul letto tutto
vestito, supino con gli occhi sbarrati che fissano il soffitto, il pensiero e l’angoscia
che l’attanagliano.
Vorrebbe tornare indietro, tornare nella sua casa piena di sole del sud, ma non può.
Irma gli aveva detto chiaro e tondo: “Se vuoi sposarmi devi dimenticare il mare”.
Jack aveva scelto il mare.
Il pensiero di trascorrere la sua vita dietro una scrivania lo faceva rabbrividire.
Irma non era l’infinito, anche se ne era tanto innamorato.
E adesso si trova in questa pensione dell’inferno.
La sua nave non arriva mai, si è persa chissà dove.
I suoi risparmi sono finiti, le buone albergatrici gli hanno concesso credito e
tutto ciò lo ha reso ancora più succube.
La pioggia batte sulle persiane della stanza; non può, anche se avesse voluto,
uscire a fare due passi.
Quanto ancora deve rimanere in quella stanza?
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Pensione Astra
Giovanni Colonna
Il tempo trascorre lento, infinitamente lento, avrebbe voluto, invece, che presto
fosse finito quest’inferno.
Il dopocena lo spaventa e nel contempo lo tiene avvinto.
Le tre Erinni avrebbero iniziato il loro show fatto di magie, di carte misteriose,
tavolini a tre gambe, evocazioni di defunti famosi e sconosciuti, un orrido che lo
avrebbe attirato come in un buco nero, un brivido percorre tutto il suo corpo, sa che
non si sarebbe potuto sottrarre a queste performances, sente di essere stato plagiato
dalle tre Grazie….
Questi pensieri lo torturano a tal punto che rimane irrigidito come se fosse
paralizzato, sente che non può articolare le braccia, le gambe, la bocca…
E più s’innervosisce ed è preso dal panico, più si blocca. Deve rimanere calmo,
pensare ad altro.
Non deve scappare e fuggire, dove? Ma come ha fatto a finire in quel buco nero?
Si, adesso ricorda: era capitato tutto al suo arrivo a Genova. I suoi risparmi stavano
per finire, doveva riprendere il mare. La sua nave doveva rientrare a Genova e lui
ha deciso di riprenderla.
Dopo una giornata passata in treno, si era trattenuto nella sala d’attesa della stazione.
Era ancora buio, una fredda mattina invernale. Doveva cercarsi una pensione, non
poteva permettersi un albergo, ma trovarla a buon prezzo e pulita era un po’ difficile.
Si era alzato dalla panca della sala d’attesa di seconda classe per leggere un cartello
dove erano elencate i nomi delle pensioni quando fu avvicinato da un signore.
“Cerca una buona pensione seria e a buon prezzo?”. Jack rispose affermativamente
e si girò verso di lui, era alto tutto intabarrato, gli occhi rossi e cisposi.: “Le consiglio
la pensione Astra”.
Grazie, stava per rispondere Jack, ma il tizio era sparito, svanito nel nulla, era
solo rimasto di lui un odore strano, di aglio? Di cipolla? No di zolfo…!
Sull’aletta del ponte di comando Jack aspira a pieni polmoni la fresca e sana brezza,
vuole ubriacarsi, stordirsi; la brutta nottata tempestosa è passata, il cielo ora è splendido
e lucente, e sotto di lui, il mare turchino e trasparente, i delfini hanno cambiato rotta
per venire a salutarlo, ora si fanno accarezzare dal bulbo di prora, ora saltano attorno
alla nave lanciando le loro grida di gioia, i gabbiani immobili galleggiano di fianco,
sfruttando il vento laterale viaggiano alla stessa velocità della nave.
Jack saluta i suoi amici, si affaccia dal parabordo di dritta e vede i suoi delfini che
scivolano al fianco della nave sotto di lui, l’acqua si sposta velocemente lungo la
linea di galleggiamento della carena che rimane fissa, spesso rimaneva incantato
davanti questo fenomeno, l’acqua limpida gli dava il senso della profondità e si ritirava
per evitare i capogiri, ma questa volta lo spettacolo lo attrae in modo particolare.
Un delfino spicca un salto dall’acqua, una piroetta e giù con uno splash sonoro
s’inabissa.
Circolo Ufficiali Marina Mercantile - Riposto
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Presto i delfini si sarebbero stancati di tenere il passo veloce della nave e lo
avrebbero salutato.
Jack non vuole lasciarli.
Vuole restare con loro.
Un tuffo.
Ora viaggia felice con i suoi amici…
Torre di controllo del moderno ed efficiente Porto Turistico di Riposto.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
M/n Jolly Corallo
VITA DI BORDO
A
vete mai sentito parlare di Messina? Non si tratta dello stretto di Messina,
bensì di una compagnia di navigazione fondata nel 1921 da Ignazio Messina
e gestita ancor oggi dalla famiglia Messina.
Vi domanderete il perché di questa domanda; ebbene vorrei raccontarvi un fatto
accaduto nel porto di Barcellona il giorno 5 d’Agosto dell’anno 2002.
Lo scrivente, che gradirebbe rimanere anonimo, è nuovo di compagnia rispetto
alla persona di cui vorrebbe raccontare un gesto a dir poco eroico.
Sono imbarcato su una nave della compagnia I. Messina - qualifica e compiti
non hanno importanza - che fa servizio in West Africa. La nave tocca le coste del
Senegal e proseguendo fino a quelle del Camerun.
Le nazioni che visitiamo sono paesi che hanno ricchezze naturali, ma che
purtroppo vanno solo a beneficio delle persone al potere, le quali non si curano dei
loro concittadini lasciandoli vivere in condizioni d’analfabetismo e povertà. Spesso
la loro sopravvivenza dipende da espedienti che coinvolgono le navi che toccano
quei porti, ma è l’Africa in generale che soffre. Anche il Sud dell’Africa, un tempo
considerato Europa dell’Africa, sta attraversando un periodo di declino che coincide
con l’ascesa al potere di governi di colore.
Tutti sanno che l’Africa dipende dall’aiuto delle nazioni più progredite e,
nonostante tutto, in Africa si continua a morire di malaria, di aids e di fame che è il
flagello che colpisce soprattutto i bambini. Qual è il futuro di questa gente che
vive, se fortunata, in baracche fatte di argilla che alle prime piogge vengono spesso
spazzate via come foglie cadenti, oppure nella savana più buia dove manca sia la
luce sia l’acqua?
L’unico futuro è di accettare le condizioni esistenti e lavorare soltanto per
sopravvivere, oppure trovare un lavoro in paesi industrializzati. La maggioranza di
questa povera gente, però, non può permettersi il costo di un viaggio e così si sono
venuti a creare i fenomeni dei clandestini e della pirateria.
Oggi il fenomeno dei clandestini, mentre in alcuni paesi dell’Est Africa è in parte
diminuito, in West Africa è in continuo aumento.
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I clandestini salgono a bordo usando vari espedienti, quali il confondersi con gli
stivatori, oppure il farsi aiutare dagli stessi guardiani o dai foreman del porto. La
nave non è in grado di controllare le persone che salgono a bordo, e le stesse agenzie
non prendono seriamente in considerazione il fenomeno.
Mi sono trovato, durante i miei periodi d’imbarco con la società Ignazio Messina,
a comunicare con clandestini che avevano già fatto esperienza su altre navi della
stessa compagnia e ne ricordo uno, in particolare, che era la quinta volta. Quello
era un clandestino fortunato perché sapeva scegliere bene la compagnia. È risaputo
che la frequenza di clandestini a bordo è maggiore su alcune navi rispetto ad altre
di bandiere diverse, e ciò dipende da come loro sono trattati dal personale di bordo.
Il numero sempre più frequente di clandestini sulle navi Messina significa che gli
Italiani, in generale, sono più umani e che provano pietà e commiserazione per
queste persone. Ciò si nota dalle parole d’alcuni membri dell’equipaggio che
esprimono pietà e compassione per questi sfortunati, che magari non riescono a
fuggire dalla nave una volta approdati in Italia. Mi ha colpito l’espressione del
volto di una persona nuova di compagnia mentre si parlava del clandestino che
avevamo a bordo; il suo volto manifestava tanta sofferenza, come se era lui a trovarsi
in quelle condizioni.
Purtroppo i clandestini a bordo sono un gran problema per la nave, per l’armatore
e soprattutto per il comandante. Se poi a bordo se ne hanno più di uno o non sono
persone tranquille, la situazione può diventare pericolosa per l’incolumità
dell’equipaggio stesso.
Quando la nave approda in un porto italiano, le autorità non fanno nulla per
garantire l’incolumità dell’equipaggio e la sorveglianza del clandestino stesso. In
un porto Europeo, molto vicino al nostro, il clandestino viene preso in custodia
dalla polizia locale che lo riconsegna, poi, alla partenza della stessa, permettendo
così alla nave di rilassarsi almeno per un giorno. Il clandestino viene trattato da
essere umano, gli viene concesso di farsi una doccia, viene rifocillato e si fa dormire,
certo non in un albergo, ma in cella sotto sorveglianza.
Sappiamo bene, perché lo vediamo tutti i giorni al telegiornale, che ogni giorno
in Italia sbarcano numerosi clandestini; e non si tratta di uno o due o poche decine,
ma centinaia che vengono accolti in centri di prima accoglienza per poi essere
rimpatriati nei loro paesi di origine dopo le verifiche burocratiche.
Mi domando perché questa prassi non possa essere applicata anche ai clandestini
che vengono trovati sulle navi, che certo non commerciano in tratte illegali, ma
hanno avuto la sfortuna di ritrovarsi, loro malgrado, uno o più ospiti inattesi.
Il nostro ospite, che ho conosciuto venendo a bordo, è un tipo che bisogna prendere
con la calma, cercare di parlare con lui per far sì che si senta trattato come un essere
umano e come un amico, fargli capire che comprendiamo la sua situazione e che
siamo spiacenti per le sue condizioni di vita.
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Vita di bordo
M/n Jolly Coraggio
Vedo l’ufficiale addetto al controllo del clandestino che tutti i giorni spende un
po’ di tempo a parlargli e vedo che il clandestino gli mostra rispetto perché è trattato
umanamente. Purtroppo, il clandestino non è un tipo calmo e molti problemi ha già
dato alla nave. Ho saputo che ha tentato già due volte di impiccarsi tagliando delle
strisce di stoffa dal materasso e che ha distrutto lavandino e tazza che si trovano
nella cella. È una persona imprevedibile, che ha per la testa molti problemi familiari
e secondo l’umore può diventare violento. Parlargli e discutere in maniera pacata
lo fanno sentire in pace con se stesso, dimenticando momentaneamente i problemi
della famiglia e delle condizioni di vita nel suo paese.
Arrivati nel poro di Genova, le autorità Italiane non hanno certo aiutato la nave a
liberarsene, rimpatriando il clandestino, come fanno con tutti quelli che approdano
in Italia. Invece, l’hanno lasciato a bordo senza nemmeno prestare una sorveglianza
adeguata come avviene in altri paesi.
La nave, dopo Genova e dopo aver toccato altri due porti, approda nel porto di
Barcellona verso l’una di notte. All’arrivo della nave l’agenzia manda a bordo
alcune persone per sorvegliare il clandestino. La notte passa tranquilla come pure
la prima metà della giornata. Tutto sembra sotto controllo fino alle 13 del pomeriggio.
A quella ora uno dei vigilanti cerca di entrare nella cella per un normale controllo
e permettere al personale di bordo di sistemare un filo che pende dal cielo della
cella, per evitare così cattive tentazioni, visti i precedenti tentativi di suicidio.
Aperta la cella, il sorvegliante cerca di dire al clandestino di allontanarsi
dall’ingresso e mettersi in fondo alla cella. Il clandestino non esegue l’ordine,
nemmeno dopo che gli viene ripetuto per altre due volte. Sul volto del clandestino
appare un’espressione di sfida verso la guardia, che cerca di spingerlo all’interno
per permettere al personale di bordo di sistemare il filo penzolante e dare una
pulita alla cella.
Una strana ed improvvisa reazione del clandestino costringe gli altri due guardiani
della sorveglianza ad intervenire in maniera decisa e dura, rasentando i limiti della
legalità ed i tre fanno fatica ad immobilizzarlo ed a mettergli le manette. Il lavoro di
sistemazione viene completato in pochi di minuti, dopo di che i guardiani rimangono
dentro la cella, che imprudentemente lasciano aperta, a sorvegliare il clandestino.
Tutto sembra normale e la routine giornaliera riprende fino a quando, verso le sei
di sera, sento dire che il clandestino è scappato. Rimango stupito e incredulo alla
notizia, perché il clandestino era sorvegliato da ben tre guardiani ed aveva ai polsi
le manette, che non gli erano state tolte. Chiedo come avesse fatto a scappare, visto
che dall’ubicazione della cella per arrivare alla rampa, unica via di fuga, il
clandestino poteva essere intercettato dal personale di bordo od essere rincorso dai
guardiani ed essere ripreso. La risposta alla mia domanda mi lascia ancor più
sgomento ed attonito perché sento dire che il clandestino si è buttato in mare. Mi
sono chiesto come avesse fatto ad eludere la sorveglianza di tre guardiani di stazza
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
abbastanza robusta. L’altro interrogativo era da quale punto della nave si era buttato
in mare. Per cercare di capire, esco dalla mia cabina e mi dirigo al ponte 6 dove si
trova la cella del clandestino. Dalla conversazione tra un ufficiale di bordo e un
guardiano non riesco a comprendere molto, perché lo spagnolo parlava troppo
veloce. Solo dalla mimica riesco a capire che il clandestino si è buttato in mare e
che uno dei guardiani gli ha lanciato un salvagente, che però il fuggiasco ha rifiutato.
Mi affaccio al bordo della nave e vedo il clandestino che nuota tranquillo,
allontanandosi sempre di più dalla nave e portandosi verso il centro del porto fra le
due banchine. Alla richiesta dell’ufficiale, che gli chiede di chiamare la polizia, il
guardiano conferma che è stata avvisata e che dovrebbe arrivare in pochi minuti.
Ormai la mia concentrazione era rivolta in direzione del clandestino, il quale
continuava a nuotare anche se ad un certo momento mi ha dato l’impressione che si
trovasse in difficoltà. Il tempo continuava a trascorrere inesorabilmente; il mio
sguardo era sempre rivolto verso il clandestino e ad un certo punto rimasi quasi
pietrificato nel notare che il clandestino nuotava con le mani unite per via delle
manette. E mi sono chiesto se il clandestino avrebbe resistito fino all’arrivo dei
soccorsi. Sento che il l° ufficiale s’informava se il comandante era stato avvisato e
quanto tempo ci voleva ancora affinché arrivassero quei maledetti soccorsi.
Non presto più attenzione alla conversazione fra il guardiano ed il 1° ufficiale e
ritorno a concentrarmi in direzione del clandestino. Noto con soddisfazione che il
clandestino era ancora a galla e che continuava a nuotare dimostrando di essere un
buon nuotatore, o perlomeno di saper stare a galla, considerando che aveva le manette
ai polsi.
Nel frattempo si era preso anche in considerazione di ammainare la lancia di
salvataggio, perché i soccorsi ritardavano e il clandestino si allontanava sempre
più. Se avesse esaurito le energie, si sarebbe certamente trovato in difficoltà e nessuno
avrebbe potuto raggiungerlo in tempo per salvarlo.
Poco dopo, vedo una persona dalla carnagione bianca che dalla poppa della nave
nuotava in direzione del clandestino. Anche le altre persone dell’equipaggio accorse
al ponte 6 della nave, come il sottoscritto, si accorgono della presenza di quella
persona in mare e tutti si domandavano chi potesse essere. Sono il primo a
riconoscere la figura del comandante. Come? Ma dal profilo del suo viso.
È in mutande e continua a nuotare verso il clandestino. Si dirige prima a recuperare
il salvagente, che era stato lanciato in mare, e poi continua la sua possente nuotata
verso il clandestino, che a sua volta continua ad allontanarsi, ma con minore velocità.
È sicuramente stanco e senza nessun appiglio per riposarsi, mentre il nostro
comandante, fresco e con a traino il salvagente, guadagna metro su metro
avvicinandosi sempre di più. Un marinaio vorrebbe buttarsi per dare una mano al
comandante, considerando la pericolosità del clandestino e che la situazione potesse
andare a sfavore del comandante. Ma il comandante è troppo distante affinché il
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Vita di bordo
M/n Jolly Coraggio
marinaio potesse raggiungerlo in tempo e procedere in coppia. E poi il comandante
non sente nemmeno le urla del 1° ufficiale che gli chiedeva se volesse che si mettesse
la lancia a mare.
Finalmente il fuggiasco viene raggiunto ed il comandante interpone fra sé ed il
clandestino il salvagente e tiriamo un sospiro di sollievo quando dalla punta del
molo spunta la pilotina che dirige verso le due persone. Però, arrivata in prossimità
delle due persone, dopo un attimo di rallentamento, la pilotina cambia direzione e
procede verso la poppa della nave per prendere dal molo altre persone, poiché sulla
pilotina si scorgeva una sola persona, che era al timone. Speravamo che la pilotina
accelerasse e che facesse presto, perché erano già trascorsi più di 30 minuti da
quando il clandestino si era buttato in mare. Ora lo si vedeva aggrappato al salvagente
ed era evidente che era stanco ed aveva esaurito le sue forze. E forse è stata la sua
fortuna che il comandante si fosse portato a traino il salvagente che lui aveva in
precedenza rifiutato.
Il tempo continua a scorrere inesorabilmente quando, finalmente, la pilotina, con
a bordo due persone della polizia, raggiunge il clandestino ed il comandante. Dopo
che i due sono aiutati a salire a bordo, la pilotina si dirige nuovamente in direzione
della poppa della nave. A questo punto abbandono il mio punto d’osservazione e
mi dirigo in banchina per vedere più da vicino il succedersi dei fatti. Vedo almeno
otto macchine e due motociclette della polizia, oltre ad una macchina della polizia
portuale. Il comandante si avvia verso bordo a farsi una doccia calda meritata ed a
levarsi quella patina oleosa sulla pelle dovuta all’inquinamento delle acque del
porto di Barcellona. Mentre il clandestino, quasi privo di conoscenza e nell’attesa
che arrivi un’ambulanza, viene assistito da una bellissima ragazza che gli giace
accanto come una sirena. Subito dopo, noto un’altra ragazza bionda, con qualche
anno in più della sua collega, anche lei facente parte della polizia portuale, e da questa
vengo a sapere che il comandante aveva effettuato un doppio salvataggio. Come?
Facciamo un passo indietro, perché la mia cronaca ha una zona d’ombra dovuta
al posto d’osservazione in cui mi trovavo. Ho già accennato che la poppa della
nave non era visibile dal ponte 6 lato mare a sinistra ed è per questo che alcuni
particolari mi sono sfuggiti.
Dopo che il clandestino si era buttato in mare dal ponte 6, compiendo un volo di
circa 10 metri, uno dei guardiani si è prestato a soccorrerlo andando a tuffarsi in
acqua dalla banchina, ma dopo poche bracciate si è trovato in difficoltà ed ha chiesto
aiuto. Ancora una volta il destino ha aiutato l’incoscienza dell’uomo. Sì perché il
comandante, che si era avviato dalla banchina a soccorrere il clandestino, ha dovuto
fare marcia indietro per salvare il guardiano e riportarlo in banchina. Poi si è diretto
nuovamente verso il clandestino.
Ecco a voi la cronaca fedele di un pomeriggio, anzi di un paio di ore movimentate
che hanno spezzato il normale tram-tram delle operazioni commerciali nei porti.
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Sappiamo, per via traversa, che il nostro eroe, oltre all’encomio verbale, avrebbe
ottenuto una gratifica e credo che tali gesta non abbiano prezzo, specialmente per
la persona a cui è stata salvata la vita.
Spero vi siate dilettati a leggere questa cronaca di un giorno inusuale di vita di
bordo.
Terminall della Società di Navigazione Ignazio Messina & C.
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Racconti premiati negli anni precedenti
Seguiranno alcuni racconti premiati o selezionati nelle edizioni
passate e non pubblicati o per mancanza di spazio o perché l’autore
aveva mandato più di un lavoro.
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Cerimonia di premiazione del Premio Nazionale ARTEMARE 2003. La prima manifestazione che ha
avuto l’onore d inaugurare il nuovissimimo porto turistico “Marina di Riposto”
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Gaetano Alfaro
UNA S. MESSA DI RITO MESSICANO
L
a “Valparaiso”, motonave di merce varia, sulla linea del Sud-America, era
arrivata a Cartagena, la sera precedente. E la mattina dopo alle sette era
iniziato il lavoro di discarica di 18 casse di macchinari destinati ad aziende agricole
colombiane. Nello stesso tempo si stava completando un carico di pelli nella stiva
n. 3. Questo lavoro veniva effettuato con gli stessi bighi di bordo.
Il comandante era in coperta per seguire il lavoro, ma era anche un po’ nervoso.
Nervosismo dovuto al caldo afoso ed anche alle punture d’insetti che accorrevano
a sciami attirati dalla puzza del sudore umano.
Per seguire il buon andamento dei verricelli di carico e scarico anche alcuni
ufficiali di macchina erano in coperta. A bordo era tutto un fervore lavorativo. Tutti
con rapidi gesti di mano tentavano anche difendersi dai “Mosquitos”, dandosi
schiaffi talvolta anche violenti. Erano tutti più infastiditi che nervosi. Tutta gente
che aveva sulle spalle molti anni di navigazione e quindi erano abituati a queste
situazioni. Situazioni che accettavano con la proverbiale pazienza degli uomini di
mare. Sulla nave c’era un buon equipaggio, preparato ed allenato alla vita dura. Il
comandante Salvatore Cappiello, detto Sasà, era stato compagno di scuola del
direttore di macchina Saverio Cinque di Seiano, i due uomini avevano conservato
la bella amicizia nata tra i banchi.
L’armatore aveva capito la situazione e quando poteva li imbarcava sulla stessa
nave, assicurandosi così la tranquillità a bordo, che è tutto dire ai fini della totale
operosità di bordo.
Il caldo afoso e la stanchezza degli uomini a lavoro era stata mitigata da due
casse di birra fresca che il comandante aveva inviato in coperta.
Come Dio volle, verso le otto di sera le operazioni commerciali si erano concluse.
Alle 20,30 il pilota era a bordo per portare la nave fuori del porto. E mentre la
nave veniva preparata alla partenza il pilota aspettava nella cabina del comandante
bevendo una birra fresca che aveva preferito al tradizionale caffè napoletano. Il
direttore era già sceso in macchina a preparare la manovra di partenza. In coperta il
primo ufficiale con il nostromo ed i marinai stavano mettendo la nave in assetto di
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navigazione, chiudendo le stive ed ammainando i bighi. Una volta completata questa
ultima operazione il primo ufficiale avrebbe avvisato il comandante, il quale sarebbe
salito sul ponte insieme al pilota e avrebbe dato il fatidico ordine: Pronti in macchina,
tutti al posto di manovra.
Intanto le stive erano state chiuse, l’agente marittimo aveva consegnato i documenti
di spedizione nave ed era già sceso da bordo, restava ancora da completare l’ammaino
dei bighi, mentre il secondo ufficiale con una squadra di tre marinai stava sollevando la
scala reale d’accesso a bordo. Tutto sembrava andare alla via, la nave era pronta a
riprendere il viaggio, quando il secondo vede una mercedes che si avvicinava alla nave
e da essa di nuovo l’agente marittimo che dal finestrino si sbracciava a fare segnali. La
macchina si fermò sotto la scala reale, che era già sollevata di qualche metro dalla
banchina, ne scese l’agente e, con le mani a modo di megafono, vicino alla bocca, disse
all’ufficiale: ammainate la scala e fatemi salire a bordo, ci sono due passeggeri, Sua
Eminenza il Cardinale e il Suo segretario. Avvisare il comandante.
La scala fu ammainata ed il secondo andò dal comandante.
Una volta a bordo con i due prelati, l’agente li presentò al comandante, il Cardinale
un aitante signore in clergyman con una catena d’oro al collo da cui pendeva un
grosso crocifisso e un vistoso anello al dito anulare della mano destra; insieme a lui
un altro aitante giovane che portava una borsa nera e disse di essere il segretario.
L’agente disse: «Sua Eccellenza il Cardinale Juan Francisco Zabala è arrivato
a Cartagena dal Messico poche ore fa, lo accompagna il segretario Monsignor
Pedro Perez De Gomera. Gli illustri passeggeri sono diretti a Valparaiso per un
convegno con i cardinali dell’America Latina. Mi deve scusare comandante, i
Signori sono arrivati all’ultimo momento, hanno anche una mercedes che viaggia
con loro. Vogliate ordinare ai Vs. ufficiali di imbarcarla. Ho già fatto un telex al vostro
armatore che mi ha dato l’Ok. Regoleremo tutta la spesa con la curia di Cartagena».
«Questa è la polizza per la macchina e questo è il manifesto passeggeri vidimato
dalle autorità locali».
Il comandante non si sorprese più di tanto, era abituato ai colpi di scena e poi
pensava il viaggio acquisterà un diversivo con i due illustri passeggeri, quindi ordinò
al primo ufficiale di caricare con i bighi di bordo la mercedes degli illustri, graditi
ospiti e metterla sulla mastra della stiva n. 3, raccomandandosi di rizzarla come si
deve. L’agente, rassicurato che tutto sarebbe stato sistemato, scese da bordo. Intanto
il comandante inviò il cameriere a preparare la cabina armatore per il cardinale e la
cabina pilota per il suo segretario. Poi si scusò con gli ospiti, che lasciò nel salone
in attesa che fossero pronte le cabine e salì sul ponte di comando con il pilota.
La nave con circa un’ora di ritardo si staccò dalla banchina e prese il largo diretta
al Canale di Panama. Il pilota era sceso da bordo prima dell’imboccatura del porto.
Ormai in mare aperto il comandate diede l’ordine di prammatica: Finito in macchina
avanti a tutta forza.
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Una S. Messa di rito messicano
Gaetano Alfaro
Questo indicava ai macchinisti che la nave aveva terminato il periodo di manovre
varie, e quindi si proseguiva a tutto forza verso la meta.
Mancavano poco più di 300 miglia per entrare nel Canale di Panama, la serata
era calma e la lieve brezza prodotta dalla velocità della nave mitigava la calura
sofferta durante la giornata. Il comandate appoggiato all’angolo estremo a dritta
della plancia cominciò a pensare ai passeggeri. Aspettava con una certa trepidazione
il direttore di macchina che, come ormai di abitudine, al finito in manovra, messo
tutta alla via in macchina, saliva sul ponte per fare quattro chiacchiere con il suo
compagno di scuola e amico: il comandante. Il quale come una tradizione ormai
acquisita gli offriva una buona tazza di caffè.
Infine il direttore arrivò e salutò tutti i presenti in plancia, quindi raggiunse il
comandante sull’aletta di ponte e subito si misero a chiacchierare. Naturalmente si
parlò dei due insigni prelati, arrivati a bordo all’ultimo istante.
Sia il comandante che il direttore erano due convinti scapoloni. Ma ciò non
contrastava con il rapporto con due ragazze peruviane che li aspettavano a Callao,
con le quali passavano i giorni della sosta in Perù, “More uxorio”. Senza mai avere
idea di regolarizzare il rapporto con un vero matrimonio.
Mentre il comandante dopo il rituale caffè si accendeva una sigaretta, il direttore continuando
il discorso iniziato in precedenza gli diceva: «Questo prelato per essere cardinale è molto
giovane. Però vedendo la sua faccia e i suoi modi ti dà l’idea di un santo».
- Ma che dici Savè, come fai a fare subito santo uno che non conosci. Con la bella
presenza che tiene sembra un atleta, chissà quante femmine si può permettere.
- Salvatò ma per essere arrivato a Cardinale così giovane deve avere per forza i
suoi meriti. Poi come fai a pensare che sia uno “sciupafemmine” se manco lo
conosci? Anzi, sai che ti dico santo o non santo questo è un cardinale e tiene il suo
segretario che è anche un prete, facciamoci dire una Messa a bordo, facciamoci
benedire la nave, tanto sta per venire Pasqua, così dopo tanti anni ci facciamo una
bella confessione che ci ripulisca di tutti i peccati accumulati per tanto tempo e poi
prendiamo una veramente santa comunione! Che ne dici Salvatò. Ti dico che
quest’uomo dall’aspetto mi dà molta fiducia.
Il comandante non rispose, si mise a guardare l’orizzonte e intanto rifletteva:
quando ero piccolo mia madre mi mandava all’oratorio, io conoscevo tutte le
preghiere e da chierichetto servivo anche la messa di Don Costanzo. Ricordo che
mi veniva da ridere quando dovevo rispondere: “Suscipiat”. Allora la messa era in
latino. Ora sono anni che non frequento la chiesa ricordo che ero orgoglioso di
partecipare alle funzioni sacre. Forse l’idea è buona per pulire lo spirito, pur non
avendo mai fatto male a nessuno ho accumulato tanti piccoli peccati.
Il direttore visto che il comandante pensava era in paziente attesa della risposta,
e così fu soddisfatto quanto il comandante disse: «Savè hai avuto una buona idea
parliamone con il cardinale».
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Il giorno dopo a pranzo, il comandante volle che i due illustri passeggeri, sedessero
al tavolo riservato al comando. Dove sedeva anche l’amico direttore. Dopo vari
convenevoli, si parlò del più e del meno, i due prelati parlavano poco italiano, ma
si sforzavano di mantenere la conversazione e tra spagnolo ed italiano alla fine ci si
capiva bene. Il comandante e il direttore non sapevano bene come chiamarli, e un
momento prima di sedersi a tavola ebbero una discussione in merito. Il direttore
sosteneva che il cardinale si dovesse chiamare Santità ed il segretario Eminenza.
Ma finirono per decidere di chiamarli tutti e due Eccellenza.
Mentre discutevano con gli Illustri ospiti mischiando spagnolo e italiano il
comandante chiese al Cardinale di celebrare una S. Messa a bordo durante la
navigazione. Il Cardinale guardò un momento il Suo segretario e poi disse: «Si può
fare, però la Messa che io vi dico è di rito messicano!».
«Va bene disse il comandante, sempre una messa cattolica è. Solo che dovete
avere la pazienza di confessare noi due e tutto l’equipaggio».
«Non si preoccupi, l’equipaggio sarà confessato dal mio segretario e io mi
riserverò di confessare voi due, comandante e direttore».
In pomeriggio l’equipaggio fu avvisato della bella iniziativa, ed il comandante
disse al nostromo di cominciare a preparare un altare in salone, addobbandolo con
varie bandiere.
Il nostromo aveva in cabina un crocifisso che metteva in valigia ad ogni imbarco.
Era un crocifisso che lui aveva comprato al santuario di Pompei dove si era recato
durante uno sbarco per ringraziare la Santa Vergine di averlo scansato da ogni
pericolo. Così propose al comandante di mettere sull’altare il proprio crocifisso. Il
nostromo in cuor suo approvava questa iniziativa del comandante.
Il direttore intanto chiese a Sua Eminenza di cosa avesse bisogno per celebrare la S.
Messa. Il cardinale disse che ci voleva il vino d’uva. Però a bordo c’era il tradizionale
“Cangarone”, che era un vino fatto con le bustine di polvere sciolto nell’acqua e girato
con il bastone. Il cardinale allora chiese «non avete bottiglie sigillate a bordo?».
Tanta roba non c’era essendo una nave da carico, ma il cuoco teneva 5 bottiglie
di Pinot grigio. Al che il Cardinale chiese che gli fossero mandate in cabina, poiché
il vino gli sarebbe servito per la Messa privata che lui celebrava ogni giorno.
Naturalmente avrebbe riservato il vino sufficiente per la S. Messa da celebrare con
l’equipaggio. Poi il Cardinale disse: «Siccome non ho le ostie fatemi fare una trentina
di fettine di pane tostato».
La sera la nave era giunta a Colon, nel Canale di Panama, ed aveva dato fondo
l’ancora in attesa che si formasse il Convoglio per attraversare il Canale. A bordo vennero
le Autorità, le pratiche furono espletate e poi ognuno, esclusa la guardia di turno andò a
riposare. All’alba con il pilota a bordo si iniziò l’attraversamento del Canale.
Nove ore dopo la nave era a Balboa, e mezzora dopo, lasciato il pilota del Canale
era già in rotta per Callao, in Perù.
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Una S. Messa di rito messicano
Gaetano Alfaro
Il giorno dopo in navigazione verso Callao ci fu un fenomeno in mare, veramente
emozionante, il mare era pieno di razze grandi, il pesce romboidale, che seguivano
la corrente ricca di plancton, le pinne di questi pesci spuntavano a perdita d’occhio,
sembravano in un primo momento pinne di pescecani. Tutti guardavano l’insolito
spettacolo, ma poi tornarono dentro e si riunirono in salone per preparare l’altare per
la cerimonia della S. Messa. Il giorno fissato era dopodomani domenica.
Il nostromo piazzò sull’altare il suo crocifisso, l’altare fu addobbato con tante
bandiere ed un lenzuolo candido, mai usato, copriva la tavola del Celebrante. Quattro
bottiglie di birra sorreggevano le candele. Fiori di carta preparati dal Direttore e
fiori di vegetali preparati dal cuoco adornavano il tutto. Intanto uno alla volta i
membri dell’equipaggio passavano a confessarsi dal Segretario del Cardinale.
Nelle prime ore del pomeriggio pure il Direttore bussò alla cabina del Cardinale
per confessarsi. Il direttore scelse un orario in modo che nessuno lo vedesse e si
introdusse nella cabina quasi di soppiatto.
La mattina dopo si presentò il Comandante per farsi confessare, dal Cardinale.
Questi fu cordialissimo e disse al Comandante possiamo andare in coperta ed io vi
confesserò passeggiando. Il Comandante pure essendo un poco restio a fare ciò
non osò contraddire l’illustre prelato, così andarono in coperta e cominciarono a
passeggiare avanti ed indietro, ed il cardinale disse: Comandante ditemi tutto.
Il Comandante dopo un primo momento molto reticente, preso fiducia iniziò a
raccontare, e man mano incoraggiato gli venne subito la volontà di liberarsi di tutti
i suoi peccati, che in tanti anni lontano dalla chiesa, aveva accumulato come dei
macigni sulla coscienza. In fondo erano anche tante stupidaggini, ma per lui erano
come cose gravissime, insomma rivelò al presule tutto quello che lui riteneva di
aver malfatto nella vita e vuotò il sacco. Gli parlò delle donne, di quante ne aveva
avuto, di quelle che aveva ingannato nelle varie parti del mondo. Gli disse della
donna che teneva a Lima in Perù, che però non pensava mai di sposare, gli raccontò
come aveva profittato quando era ancora studente della moglie di un suo parente
concludendo eminenza a me le donne piacciono, e qui con sua somma meraviglia
il cardinale gli disse con tono ispirato: «Comandante non si deve preoccupare,
vede il Signore ha creato tante cose belle sulla terra per il piacere degli uomini.
Tanti frutti belli ed appetitosi, tanti fiori per il godimento dei nostri occhi, e tante
altre belle cose fra cui la donna, tutte cose che noi ci dobbiamo godere ringraziando
Dio». A che il Comandante disse: «Eminenza, con questo che mi dice mi sento un
angelo, così anche voi cogliete questi frutti che ci manda il Signore?». Ed il Cardinale
scuotendo l’indice della mano destra rispose: «Comandante siete voi che vi state
confessando a me, non io a Voi!».
E Salvatore, ormai in discesa libera, continuò a vuotare il sacco, andando anche
nei minimi particolari.
Il cardinale gli chiese se mai aveva trafficato droga, ed il comandante disse subito:
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«Quella no mai! Solo ho fatto contrabbando di sigarette e di liquori quando ne ho
avuto l’occasione». Insomma gli disse tutto quello che ricordava sulla sua vita
passata, e forse anche di più nella foga di raccontare, tanto che alla fine non sapeva
proprio che altro dire. Dopo più di un’ora di conversazione e confessione, andando
avanti ed indietro dalla prua alla poppa in coperta, ad un certo punto il Cardinale
fece inginocchiare il comandante e gli impartì l’assoluzione.
I marinai, che erano a lavoro, videro la scena e restarono alquanto perplessi, ma
dopo poco non ci pensarono più. Venne la domenica alle nove del mattino
cominciarono ad affluire in salone tutti coloro che erano liberi di guardia. Arrivarono
silenziosi e con rispetto per quel luogo divenuto sacro da un giorno all’altro. Al
centro dell’altare era esposto il Crocifisso ed ognuno si segnava col segno di croce,
e quindi pigliava posto davanti all’altare dove erano state messe delle sedie e delle
panchine, prese dalla sala da pranzo. Alle 9,30 arrivò il segretario che accese le
quattro candele poste sull’altare, e riempì due bottigliette vuote, una con acqua e
l’altra di vino Pinot grigio. Poi prese un libro in lingua spagnola, con la copertina
foderata di carta d’imballaggio e lo pose sull’altare e quindi si affacciò fuori al
Salone. Dopo poco arrivò il Cardinale, che portava fra le mani una scodella di
porcellana, che gli aveva fornito il Comandante stesso, dalla sua cabina, piena di
fettine di pane tostato. Dopo aver deposto il pane sull’altare diede uno sguardo in
giro, vide il Comandante ed il direttore seduti avanti a tutti ed iniziò la Santa Messa
con un segno di croce.
L’Assemblea era attenta per vedere cos’era il rito Messicano. Il prelato era in
Clergyman e si scusò perché non aveva con se paramenti sacri, ma la S. Messa di
rito messicano sarebbe stata lo stesso valida.
E quindi iniziò la funzione, parlava una specie di lingua sconosciuta, che non era
né italiano, né spagnolo, né latino.
Intanto tutti erano attenti e seguivano pur senza capire. Ad un certo punto riempì
con il vino il bicchiere che fungeva da calice, e dopo averlo elevato in alto lo
bevve. Poi versò l’acqua e la diede a bere al segretario, che fece una smorfia,
pareva che non la gradisse, ma infine la bevve.
E quindi passò alla Comunione, la prima fetta di pane tostato la diede al suo
segretario dopo averla girata a segno di croce e poi cominciò tutti i presenti iniziando
dal Comandante e dal Direttore. Alle 10 la veloce cerimonia era terminata, e tutti
pur non avendo compreso niente, né di parole, né di gesti, di questo rito messicano
in fondo erano restati contenti, avevano la coscienza di aver assolto ad un dovere.
La sera il segretario con un piccolo flash-light andò nella Mercedes e messosi
una cuffia restò parecchio nell’abitacolo della macchina. Il primo ufficiale avendolo
visto dal ponte, mandò il marinaio di vedetta a vedere perché era andato là il
segretario. La vedetta ritornò e disse che il prelato gli aveva detto che gli piaceva
sentire un po’ di musica.
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Una S. Messa di rito messicano
Gaetano Alfaro
Il primo ufficiale rifletteva, ma con il motore della macchina fermo si sarà
collegato alla batteria, ed ora la fa scaricare. Perché non è andato in salone dove
avrebbe potuto sentire la radio e tutte le musiche che voleva? Ma subito dopo preso
dalle sue mansioni di guardia, non ci pensò più.
Tre giorni dopo, all’alba la nave arrivò a Callao. Una volta attraccati alla banchina,
vennero a bordo le autorità portuali e il comandante le ricevette in salone per sbrigare
tutti gli adempimenti dell’arrivo nave. C’era un’atmosfera di grande cordialità e di
amicizia a bordo, conseguenza della frequenza dell’approdo della nave a Callao. Il
cameriere aveva portato caffè e bibite varie da offrire alle autorità, nel mezzo del
tavolo c’era un piatto colmo di fragrante focaccia che il cuoco aveva preparato
poco prima dell’arrivo, e il dottore della sanità, l’ufficiale di dogana e quello di
capitaneria già redigevano i documenti mentre con golosità mordevano i pezzi di
focaccia. In quel momento entrò il primo ufficiale e riferì al comandante: «Il
cardinale ha chiesto di mettere subito la loro mercedes in banchina perché vogliono
andare ad ossequiare il cardinale di Lima».
Il comandante rispose al Primo ufficiale: «Dica a Sua Eminenza di aspettare che sia
completata la pratica di arrivo e poi ci faremo autorizzare a sbarcare la macchina, per
poche ore, per farli andare dal Cardinale di Lima. Bisogna attendere solo qualche ora».
Ma il capo della dogana e quello della polizia intervennero: «Comandante faccia
sbarcare la macchina, si tratta di un cardinale, autorizziamo subito, non stia a
preoccuparsi, ci conosciamo da tanto tempo...».
Allora il Comandante ringraziò l’autorità e a questo punto disse al primo: «Fa
sbarcare la macchina, abbiamo avuto un’autorizzazione lampo per l’amicizia che
abbiamo con le autorità del porto. Però tengano conto che la nostra sosta è breve,
la nave deve sbarcare poca merce varia e poi stasera prosegue il viaggio per il
Cile. Massimo per le sette di stasera devono rientrare». La macchina fu sbarcata
ed i due eminenti prelati partirono per Lima, assicurando che per le sei del
pomeriggio sarebbero rientrati a bordo.
Erano le sette di sera ed il cardinale ed il suo segretario ancora non erano rientrati.
Il comandante cominciava a preoccuparsi: Fa che non mi sono spiegato bene pensava
fra sé e sé. Intanto le operazioni commerciali della nave proseguivano alacramente,
e tutto stava per concludersi e la nave doveva riprendere il viaggio, ma i passeggeri
ancora non rientravano.
Il comandante era nello studio in cabina e stava firmando alcuni documenti
all’Agente, il quale anche lui era preoccupato per i passeggeri, e stava dicendo che
appena in Agenzia avrebbe telefonato al Cardinale di Lima per sapere notizie degli
illustri ospiti. Proprio in quel momento si sentì un trambusto, ma inusuale
concitazione, gente che gridava, persone che correvano ed il comandante vide
invadere la sua cabina da un gruppo di militari armati. Salvatore meravigliato guardò
l’Agente per capire che stava succedendo. Il capo del drappello parlò con l’Agente
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e chiese dove erano i passeggeri. Rispose il Comandante: «Lei si riferisce alle due
eminenze il Cardinale ed il suo segretario? Io sono in pensiero per loro perché fra
qualche ora dobbiamo partire e loro non sono ancora rientrati da Lima dove si
sono recati quasi precipitosamente appena arrivati in banchina per andare a visitare
il Cardinale di Lima».
«Comandante ci dia i passaporti di questi due individui, questi non sono per
niente cardinali, ma due loschi capi di una gang di trafficanti di droga. Non li
vedrete più certamente».
Lo sguardo del Comandante fu significativo. Era stupito ma ora capiva tutto.
Intanto le operazioni commerciali erano definitivamente terminate, ma la nave
non poteva muoversi fin quando la polizia era a bordo. Nel frattempo erano andati
un ufficiale e due poliziotti ad ispezionare le cabine dove alloggiavano i falsi prelati.
Le cabine erano vuote, gli armadi vuoti, i due manigoldi non avevano lasciato
nessuna traccia. Il comandante stentava a credere che quei due non fossero persone
di chiesa. Dalle indagini emerse anche che il presunto segretario andasse nella
Mercedes non per sentire musica, ma per mettersi in contatto con qualche complice
a terra via telefono, così avevano ricevuto la notizia che la polizia stava indagando
su di loro e che avrebbero dovuto scappare subito. Se quei due fossero stati presi
non si seppe mai. Ma come Dio volle la nave partì per il viaggio con 5 ore di
ritardo. Intanto a bordo, fra l’equipaggio c’era chi sorrideva della truffa, pensando
a quello che avevano saputo fare quei due malviventi. Ma specie il comandante ed
il direttore stavano male. Si sentivano colpiti nel proprio intimo, erano addolorati e
mortificati. Pensavano che avevano confessato a quel farabutto falso cardinale tante
cose intime, che fino ad allora nemmeno ad un vero prete avevano voluto dire.
Salvatore mentre pensava in un angolo dell’ala di ponte scuoteva la testa. Come
ho fatto a non capire, diceva a se stesso, come ho fatto a credere ad un rito messicano
che non esiste? Hanno sfruttato il viaggio in mare per evitare di attraversare varie
frontiere. Ma guarda un po’ mi ha fatto credere di considerare la donna una pera,
povere donne. Ora proprio va a finire che mi viene la voglia di sposarla e di rispettarla
la mia amica peruviana. Dio mio fammi dimenticare questa brutta esperienza. E
intanto la nave filava, verso la sua meta, tranquilla per la sua rotta.
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Norberto Biso
CAPODANNO A BAGNOLI
S
i era concluso con un viaggio di trasferimento da Amburgo a Monrovia un
lungo “Time Charter” che ci aveva visto impegnati per oltre otto mesi in una
serie di estenuanti viaggi tra il Nord America e il Nord Europa, senza la possibilità
di incontrare le nostre famiglie e con la poco allettante prospettiva che, l’inverno
incipiente, avrebbe reso ancor più duro il nostro lavoro.
A Monrovia, dove avevamo subito iniziato a caricare minerale di ferro, senza
conoscere ancora quale sarebbe stato il porto di discarica, dopo una snervante
mattinata di incertezza che ci aveva tenuti in comprensibile ansia, fui finalmente
informato dall’Agenzia che quel carico era destinato a Bagnoli.
La notizia, che trasmisi subito per interfono, fu accolta con entusiasmo
dall’equipaggio e in special modo da coloro che avevano già completato il periodo
di imbarco e temevano di doverlo prolungare ancora, chissà per quanto, se la nave
fosse stata destinata all’estero. La caricazione, che a mezzogiorno era in pieno
svolgimento, si concluse poche ore dopo.
Prima che il sole tramontasse eravamo già in viaggio per Bagnoli.
La navigazione, favorita dal buon tempo, si svolse regolarmente fino a Gibilterra.
Superato lo Stretto incontrammo maltempo da Est-Sud-Est che ostacolava la
velocità della nave. Il fatto non mi dispiaceva. Se avessimo tenuto una velocità
media attorno ai 12 nodi, saremmo arrivati a Bagnoli nella giornata del 30 dicembre:
c’era il rischio, se fossimo andati subito sotto discarica, di ripartire il pomeriggio
del 31 trascorrendo così il Capodanno in navigazione. Ritardando, dato che a
Capodanno non si lavora, avremmo trascorso sicuramente quella giornata in porto.
Arrivammo, infatti, a Bagnoli nel tardo pomeriggio del 31. Le mogli, preavvisate
per telegramma, ci stavano aspettando. Ma, già poco prima dell’arrivo, mi ero reso
conto che il loro imbarco sarebbe stato problematico: soffiava un forte vento da
libeccio e un’onda viva superava il metro d’altezza.
Il pilota, giunto sotto bordo con la pilotina, riuscì a imbarcare solo quando gli
feci ridosso con la nave. Appena sul ponte mi riferì le ultime notizie: in rada c’erano
due navi avanti a noi: una aveva ancora poche ore dì discarica, perché si era
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allontanata dal pontile a causa della forte risacca; l’altra, ancora a pieno carico, era
arrivata la sera precedente. Tenuto conto che l’indomani era festa, la nostra
permanenza in porto avrebbe sicuramente superato i cinque giorni.
Mi informò anche che alcune signore stavano attendendo all’imbarcadero che la
nave ancorasse per venire a bordo con la lancia, ma aggiunse che sarebbe stato
molto difficile a causa delle cattive condizioni del mare. Mi augurai che su questo
si sbagliasse. Sapevo che sulla lancia si trovavano i panettoni che l’armatore offre
agli equipaggi in occasione delle feste e le provviste fresche, fra le quali gli antipasti,
i ravioli, e le torte, inviati a bordo dalla ditta che aveva in appalto la fornitura dei
viveri, per alleviare il lavoro del personale di cucina in quel raro Capodanno che
avrebbe avuto la fortuna di trascorrere in porto Se la lancia non fosse riuscita ad
attraccare, non solo saremmo rimasti senza mogli, ma anche senza viveri freschi e
avremmo rischiato che il pranzo di Capodanno si riducesse al solito pranzo della
domenica. Anzi, peggio, perché il cuoco, invelenito dalla duplice delusione, ci
avrebbe ammannito qualcosa solo per garantirci una mesta sopravvivenza.
Il Pilota fu molto gentile e guidò la nave il più possibile vicino all’imbarcadero.
Appena dato fondo, feci ammainare la scala reale e mi resi subito conto che sarebbe
stato impossibile per le mogli salire a bordo. Le onde spazzavano il pianerottolo e
i gradini inferiori della scala e dovetti alzarla di oltre un metro per metterla
all’asciutto. In quelle condizioni le signore avrebbero dovuto balzare sulla scala
nel momento in cui la lancia si fosse venuta a trovare sulla cresta dell’onda e questo
richiedeva una tempestività che certamente molte non possedevano e che non volevo
neppure mettere alla prova per non rischiare che si verificassero gravi incidenti.
Comunque attesi che la lancia si staccasse dall’imbarcadero e, quando la vidi
dirigere verso di noi, manovrai con le macchine per metterla sottovento e farle
ridosso durante l’accosto. Ma anche così non ci fu niente da fare: la lancia saltava
accanto alla nave sprofondando sotto la scala o superandola in altezza, secondo il
moto dell’onda. Se ci fosse capitata sotto e l’avesse scontrata durante l’ascesa,
poteva succedere una disgrazia. In quelle condizioni l’imbarco delle mogli, che si
trovavano al coperto all’interno della lancia era da escludersi. Volli tentare almeno
l’imbarco delle provviste e feci cenno al barcaiolo di accostarsi alla biscaglina del
pilota, che si trovava più verso poppa rispetto alla scala reale. La lancia poteva
accostarla senza pericolo di danneggiarsi e forse sarebbe riuscita a sbarcare almeno
le provviste destinate al pranzo dì Capodanno.
Anche questo tentativo fallì: la lancia saltava troppo e urtava contro il fianco
della nave che, a sua volta rollava lentamente. Questo non comportava rischi per la
lancia, validamente protetta dai parabordi, ma, quando i due scafi venivano a
contatto, l’acqua che li separava, compressa dalle loro masse, si alzava in ampi
spruzzi che inondavano tutto intorno. Ne fece le spese uno dei marinai della lancia, che
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Capodanno a Bagnoli
Norberto Biso
stava cercando di mettere il plateau coi ravioli in un ampio cesto che avevamo calato.
Fu bagnato dalla testa ai piedi e si ritirò bestemmiando all’interno dell’imbarcazione,
portandosi dietro i ravioli che mi augurai non avessero subito la stessa sorte.
A questo punto il capitano della lancia decise di tornare a terra, anche perché
qualche signora cominciava a sentire il mal di mare. E’ facile immaginare la
delusione e la rabbia dell’equipaggio, specie di quelli che come me avevano invitato
la moglie, nel vedere la lancia che si allontanava portandosi dietro i nostri sogni
infranti e le nostre speranze deluse. Eravamo poi tutti preoccupati per le mogli: come
se la sarebbero cavata in una notte come quella? Dove sarebbero andate a dormire?
Per fortuna il pilota era ancora a bordo e la sua lancia stava traccando. Pregai il
1° Macchinista (anche lui in attesa della moglie) di cambiarsi in fretta e andare a
terra con il pilota per dare assistenza alle signore. Non se lo fece dire due volte: si
cambiò in un lampo e balzò sulla lancia con l’agilità di un ghepardo. Perlomeno le
donne non sarebbero state sole in una città sconosciuta e in una notte come quella,
dove a mezzanotte piovono sulle strade oggetti di ogni genere lanciati dalle finestre.
Quella certezza non bastò a calmarmi. Il vecchio anno si chiudeva male e il
nuovo cominciava peggio. Il maltempo infatti non accennava a diminuire. Mi ero
accordato col barcaiolo che avrei atteso nella rada dì Bagnoli sino alle dieci del
giorno dopo, per vedere se fosse stato possibile imbarcare mogli e provviste. In
caso negativo, mi sarei spostato a Baia, più ridossata rispetto a Bagnoli, dove
l’imbarco sarebbe senz’altro riuscito.
Passeggiai nervosamente in coperta sin verso le undici e poi il dovere m’impose
di andare in salone per brindare con l’equipaggio e scambiarci gli auguri per il
nuovo anno. L’atmosfera non era delle migliori: mancavano i tradizionali panettoni
da distribuire, non c’erano i soliti vassoi con la frutta secca e i datteri, rimasti sulla
lancia. Il cuoco aveva rimediato con qualche tramezzino, due frittelle di mele e una
torta mal riuscita, forse perché impastata con rabbia, che nessuno mostrò di gradire.
Non mancavano invece le bottiglie di spumante, e a poco a poco l’atmosfera si riscaldò:
scoppiarono le prime risate e volarono i primi sfottò da parte di chi non aspettava la
moglie nei confronti di coloro che erano rimasti delusi dalla vana attesa.
Il lungo fischio della nave, cui fecero eco i fischi delle altre navi presenti in rada,
salutò l’arrivo del nuovo anno, accompagnò i brindisi di mezzanotte e il nostro
reciproco scambio d’auguri. Uscimmo all’aperto. Il cielo di Bagnoli era infuocato
dalle esplosioni di mille fuochi d’artificio. II rumore delle esplosioni, attutito dalla
distanza, era continuo e martellante come nei bombardamenti dell’ultima guerra.
Lontano, il cielo di Napoli, illuminato dai continui bagliori, lampeggiava come
sotto l’effetto di un temporale. Anche la nostra nave volle partecipare alla festa,
lanciando in aria vecchi razzi ormai scaduti. I napoletani dimenticavano per quella
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notte tutte le loro ambasce e i loro problemi, e salutavano il nuovo anno con
l’esuberanza e l’ottimismo che li contraddistingue. Non avevo mai assistito ad uno
spettacolo simile e mi attardai a guardarlo affascinato. Finché verso l’una, ormai
ammansito, mi ritirai in cabina a riposare.
Puntuale alle dieci del mattino si presentò la lancia. Non aveva le mogli a bordo,
ma solo le provviste di cambusa. Il mare si manteneva mosso, anche se la giornata
si era fatta splendida e il barcaiolo aveva giustamente pensato che in quelle
condizioni non avrebbe potuto trasbordare le signore. Aveva detto loro di andare a
Baia, dove la nave si sarebbe ridossata dopo aver imbarcato le provviste. Ora la
luce del giorno agevolava l’operazione e tutto sarebbe stato più facile e sicuro.
Fu armato un picco da carico, posizionato in modo che pescasse oltre l’estrema
poppa della nave. In quella posizione la lancia avrebbe usufruito del ridosso offerto
dalla nave, e sarebbe stata meno strapazzata dalle onde che se si fosse affiancata al
suo lato. Inoltre la lunghezza del picco le consentiva di star lontana dallo scafo e di
scaricare le provviste senza rischiare di sbatterle contro. Le provviste furono
rapidamente imbarcate per mezzo di una “giapponese”, ad eccezione dei ravioli e
delle torte che presero per la seconda volta la via del ritorno: se li avessimo imbarcati
con quel mezzo si sarebbero ridotti in poltiglia.
Ultimato l’imbarco, diedi ordine di salpare l’ancora e mi diressi a Baia. Il cuoco,
che aveva già preparato un ottimo sugo per i ravioli ancora assenti e un gustoso
arrosto di carne con patate, si dette da fare con le provviste appena arrivate e preparò
un superbo piatto di gamberoni allo spiedo, con contorno di verdure fresche, e
appetitosi antipasti che offrivano, oltre ai soliti salumi, la delizia dei funghi e dei
carciofini sott’olio. Frutta fresca e secca faceva già bella mostra di sé sul buffet del
salone, dove, secondo la tradizione delle festività, tutti i componenti dell’equipaggio
pranzano assieme senza distinzione di grado. Le tavole non erano ancora state
imbandite: la nave rollava lentamente e il cameriere, per prudenza voleva aspettare
che fossimo a ridosso. Le avrebbe quindi apparecchiata con tovaglie di bucato e
avrebbe sistemato, oltre alle stoviglie e alle posate, le speciali bottiglie di vino
buono da sostituire con quelle di spumante al momento del brindisi finale. In un
angolo del salone, ai piedi dell’albero di Natale, una catasta di panettoni attendeva
di essere distribuita dal comandante con gli auguri della società. Mancavano ancora
le torte: assieme ai ravioli vagavano lungo la costa in attesa di raggiungerci a bordo.
Nella rada di Baia mi addentrai tra le numerose piccole navi che si erano rifugiate
per sottrarsi al maltempo e diedi fondo all’ancora il più vicino possibile
all’imbarcadero dal quale partivano le lance che facevano servizio nella zona. Era
l’una passata, e attendevamo che arrivasse la lancia con mogli e ravioli, per metterci
a tavola. Per sicurezza feci ammainare anche l’altra scala reale. C’era una leggera
maretta e volevo che il barcaiolo avesse la possibilità di attraccare dal lato ritenuto
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Capodanno a Bagnoli
Norberto Biso
più agevole. Finalmente una lancia si staccò da terra e dopo circa un quarto d’ora
arrivò sottobordo. L’intero equipaggio la stava aspettando. Imbarcarono prima le
mogli, seguite dai ravioli e dalle torte: abbracciammo le prime, mettemmo in pentola i
secondi e ci preparammo a gustare le terze, per chiudere il pranzo in bellezza. Il l°
macchinista che le aveva assistite, imbarcato per ultimo, non ricevette particolari attenzioni.
Mia moglie stanca, affamata ma felice, mi raccontò la sua odissea. Era partita da
casa la mattina del 31 dicembre, lasciando i bambini alla sorella. Arrivata a Bagnoli,
si era presentata in agenzia, dove già tre signore stavano aspettando il nostro arrivo.
L’agente era stato gentilissimo: le aveva fatte accompagnare alla lancia da un suo
impiegato, che era rimasto ad aspettarle in banchina prevedendo che non sarebbero
riuscite ad imbarcare. Sulla lancia, a causa del forte rollio, alcune si erano sentite
male e avevano dato di stomaco, coinvolgendo nella loro disavventura tutte le altre,
che a quella vista non avevano ulteriormente resistito. Per fortuna loro e della lancia,
il barcaiolo, ammaestrato da precedenti esperienze, le aveva munite di provvidenziali
sacchetti di plastica.
Tornate in banchina, piuttosto malconce e avvilite erano state accompagnate dal
solerte impiegato dell’agenzia in un albergo di Napoli e decorosamente sistemate
in due per camera ad eccezione di mia moglie, che essendo in numero dispari, era
capitata in una camera singola. Avevano convenuto di ritrovarsi l’indomani alle
nove per tentare di tornare a bordo.
Intanto il 1° macchinista, arrivato a terra poco dopo con la lancia del pilota, non
aveva trovato più nessuno. L’agenzia era chiusa e non sapeva dove fossero finite le
mogli tra le quali, ovviamente, si trovava anche la sua. Dopo aver girato tutti gli
alberghi di Bagnoli, vagando per le strade e ululando come un lupo solitario, aveva
preso il tram per Napoli, dove era giunto verso mezzanotte. Scampato a stento
dalla pioggia di petardi e di altri numerosi oggetti lanciati dalle finestre, si era
rifugiato nella stazione ferroviaria da dove aveva ricominciato la lunga ricerca
delle mogli, telefonando a tutti gli alberghi della città. Finalmente le aveva trovate,
ma non c’era neanche un taxi disposto a portalo in quell’albergo piuttosto lontano
dalla stazione: nessun autista a quell’ora, avrebbe rischiato la vettura avventurandosi
per strade sulle quali piombava di tutto.
Stanco ma non domo, con la tenacia del salmone che risale le acque del fiume
nativo, il 1° macchinista si era avviato a piedi attraverso le vie di una città impazzita.
Verso le due di notte era finalmente arrivato a destinazione. La moglie, ignara,
stressata dalle vicende di quelle ultime ore, dormiva tranquilla in stanza con una
compagna di sventura. Era stata svegliata dalla telefonata concitata del marito, che
la invitava a vestirsi in fretta e a cambiare albergo. Quello era ormai tutto occupato
e non c’era posto per il voglioso consorte.
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La moglie si era vestita, ma più saggiamente aveva trovato un altra soluzione:
aveva telefonato a mia moglie, anche lei immersa in un sonno profondo, e, date le
circostanze, le aveva proposto di cambiare camera. Mia moglie, molto comprensiva,
aveva acconsentito: far uscire quella coppia dall’albergo sarebbe stato paragonabile
alla cacciata dei nostri progenitori dal paradiso terrestre, con l’aggravante che il
nostro Adamo, fino a quel momento, non aveva ancora assaggiato la mela. Si era
trasferita nella camera doppia e aveva lasciato alla coppia la camera singola. Si era
portata dietro, però, le lenzuola e il guanciale: per nessuna ragione al mondo avrebbe
dormito nelle lenzuola di un altro.
La notte era trascorsa senza altri inconvenienti e, quando si erano incontrate con
l’impiegato dell’agenzia, questi era stato ben contento dopo averle accompagnate a Baia,
di affidare mogli e ravioli al l° macchinista e di tornare velocemente a casa a godersi la
festa. Ora erano arrivate a bordo e le loro peripezie si erano finalmente concluse.
Il pranzo di Capodanno, rallegrato dalla presenza delle donne, si svolse con
inconsueta allegria. Anche chi non aveva la moglie a bordo trovò conforto nella
posta arrivata assieme alle provviste. Il cuoco, acclamato dai commensali, si presentò
in salone a ricevere i complimenti d’uso. Tutta la rabbia e le delusioni del giorno
precedente erano dimenticate: avevamo fatto un buon pranzo ed eravamo in
compagnia delle mogli. Cosa potevamo pretendere di più?
Veduta di Riposto dal mare
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Giovanni Coglitore
UN SOGNO DIVENTA REALTÀ
D
anilo risiedeva con la sua famiglia in uno dei tanti villaggi arroccati sui
fianchi del monte Bianco. La gente del luogo viveva di pastorizia e di ciò
che la terra in quella breve estate di montagna poteva dare.
Danilo frequentava la quarta elementare di quella scuola mista, situata a circa
due chilometri di distanza. Quell’isola di cultura primaria, raccoglieva i ragazzi
dei villaggi vicini; la maestra arrivava puntuale dal vicino paese con la corriera che
arrancava lasciandosi dietro una scia di fumo e vapore.
Danilo come ogni mattina si alzava presto, al primo albore; aiutava il padre nella
stalla, mentre la mamma in casa preparava la colazione, una colazione abbondante:
zuppa di latte appena munto, uova e formaggio.
In Danilo già si notava una robustezza non comune, l’aria fine di quella altitudine,
cibo sostanzioso e l’esercizio forzato che Danilo doveva compiere quotidianamente:
pulire la stalla, sistemare il foraggio, nei mesi estivi portare gli animali al pascolo
e aiutare i genitori nell’andamento della piccola fattoria, tutto contribuiva a renderlo
forte e robusto.
Dopo aver aiutato il padre e fatto colazione, Danilo si attardava a guardare fuori della
finestra. Guardava la neve copiosa sulle poche case sparse lungo il costone montano di
quel riverenziale gigante. Ma gli occhi di Danilo guardavano più in là, sempre più in là,
si perdevano nell’orizzonte indistinto. La voce della mamma lo riportò alla realtà. Danilo
eh... marinaio! Su sbrigati, altrimenti arriverai tardi a scuola!
Danilo aveva una grande passione: - il mare -. Tutti oramai lo sapevano: i pochi
vicini, la maestra, i compagni di scuola; infatti chiunque lo conosceva, lo chiamava
- Danilo il marinaio -, anche la mamma scherzosamente lo chiamava “marinaio”.
Seppure non aveva mai visto - il mare - ne era innamorato. Danilo si scosse alla
voce della mamma, si alzò dalla sedia, si stirò le membra e preso lo zaino si
incamminò di buon passo. Egli conosceva bene i pericoli della montagna, quindi
lungo il sentiero si manteneva accostato al monte, evitando così la pericolosità di
camminare sul ciglio del burrone. Ogni tanto si sentiva il rumore di qualche pietra
rotolare, Danilo non se ne dava pensiero, camminava spedito e senza fare rumore,
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per evitare che si propagasse facendo rotolare le pietre soprastanti. Finalmente
lasciò il sentiero per imboccare una bella strada asfaltata e trafficata. La scuola
oramai non era distante. Qualcuno che conosceva Danilo, percorrendo la strada sul
suo veicolo, gli gridava dal finestrino: eh... marinaio a quando l’imbarco? Danilo
salutava con un sorriso e un gesto della mano; essere chiamato “marinaio” non lo
irritava, anzi... lo motivava ancora di più.
Appena i compagni lo videro arrivare, come ogni mattina vi fu un’ovazione:
Arriva il marinaio... Danilo era un mediocre scolaro, per tutte le materie non
eccedeva molto, gli bastava la sufficienza; ma non per la geografia, in questa materia
era imbattibile: conosceva i vari continenti, tutti i mari, i fiumi, i grandi navigatori
e le loro scoperte, tutto ciò che comprendeva il - mare - per lui era come cibo.
La classe ammirava la sua preparazione e questa sua passione. Non poche volte
lo si vedeva attorniato dai compagni, essi ascoltavano a bocca aperta, avvenimenti
e storie di - mare - che egli conosceva e che raccontava con entusiasmo. Conosceva
per filo e per segno le vicissitudini delle repubbliche marinare, le fantastiche storie
di Julio Verne e persino i nomi delle varie imbarcazioni, dalle navi egiziane, fenice,
e via, via, fino ai più moderni transatlantici.
Molte volte a cavalcione su una rupe, stava per delle ore a guardare e arrovellandosi
il giovane cervello si chiedeva: se il - il mare - è per tre volte la terra emersa, è così
grande, come mai non riesco a vederlo? Povero Danilo il suo desiderio era così
grande che non riusciva a comprendere le limitazioni del nostro sistema ottico. La
maestra anch’essa una giovane montanara, desiderosa di soddisfare il desiderio di
Danilo e della maggioranza dei suoi compagni, aveva predisposto con il consenso
del direttore, che prima della fine dell’anno scolastico avrebbero portato in gita la
classe nella vicina costa ligure. Per il momento avevano tenuta nascosta la decisione
per non distrarre i ragazzi dallo studio.
Danilo nella sua stanzetta al piano superiore, si fa per dire al piano superiore, era
più una soffitta che una stanza: il tetto spiovente con travi di legno e cannocciate,
una finestrella e una scala di legno per salirvi. Egli ne aveva fatto la sua reggia. Era
tutto una fantasmagoria di colori, appesi alle travi e attaccati ai muri c’erano pezzi
di giornali, poster, cartoline, tutto rappresentava: navi, barche, pescatori, il mondo
sottomarino, paesaggi e vedute marinaresche.
Questo era il chiodo fisso di Danilo: fare il marinaio veramente. Il - mare - lo
attirava, lo affascinava e ancor di più lo incuriosiva, voleva studiarlo, ammirarlo, e
scoprirne le sue misteriose profondità; con le sue più bizzarre creature. Una sera a
Danilo gli fu fatto il regalo più appassionante, più meraviglioso che lui non poteva
mai immaginarsi.
Dopo aver come di consueto aiutato il padre nella stalla, fatto i compiti, rassettato
e sistemato le sue cose, finalmente venne l’ora della cena. Dopo aver mangiato con
vistoso appetito i legumi che la mamma aveva preparato con cipolle e spinaci che
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Un sogno diventa realtà
Giovanni Coglitore
a lui piacevano tanto, la stanchezza e lo stomaco pieno, fecero cadere Danilo in
quello che si dice sonnolenza. Se non fosse stato per la mamma, sicuramente avrebbe
sbattuto la testa contro il piatto sul tavolo davanti a se.
Aiutato dalla madre, Danilo si alzò, salì a fatica la scaletta e infilandosi sotto le
coperte piombò nel sonno più profondo.
Forse il grande desiderio, forse la sua fertile fantasia, fatto sta che Danilo si
ritrovò a passeggiare lungo il litorale ligure.
Danilo si guardava attorno curioso, stralunato, sbarrò gli occhi, il - mare - le era
davanti in tutta la sua immensità, l’occhio spaziava, il - mare - in lontananza di un
azzurro smagliante ondeggiava dolcemente, mentre imbarcazioni di ogni genere
lasciavano una scia spumeggiante. Non riusciva a raccapezzarsi dove fosse. Guardò
con più attenzione, vide poco lontano proprio davanti a sé una torre medievale con
in cima un cartello con su scritto: Savona. Ecco dove si trovava, sulla banchina
lungo il porto di Savona! A destra antistante - il mare -le case con merli e fregi
avevano caratteristiche comunali; Danilo guardava e ammirava. Lungo la banchina
erano ormeggiati tantissime imbarcazioni: da carico, da diporto e anche da pesca.
L’occhio di Danilo fu attratto da un grosso peschereccio e dal suo nome “Corsaro”.
Danilo si avvicinò curioso, da poppa a prua c’era un fermento di uomini, il motore
acceso, forse era pronto per salpare. Poteva vedere da vicino quello che aveva letto
sui libri e che aveva acceso la sua fantasia. Vide un uomo sulla cinquantina che
dava ordini gridando, questo deve essere il capitano, pensò Danilo. Marcello! Diceva:
via la passerella! E dì a quel dormiglione di salire! Si rivolse ad un giovane col
berretto all’incontrario, con la visiera calata sulla nuca. Marcello avvicinandosi
alla passerella gridò: Danilo! Cosa fai lì impalato! Dai, sali, vuoi rimanere a terra?
Danilo si guardò avanti e indietro, non riusciva a comprendere. Danilo! Dico a te!
Sei sordo? Vuoi deciderti a salire?
Danilo sempre più sorpreso, salì sulla passerella titubante. Marcello lo prese per
una mano dicendo: “E dai, lumacone! Vieni aiutami, sciolgono l’ormeggio, ritirano
la passerella e il peschereccio guadagna - il mare – aperto”.
La gioia di Danilo era incontenibile, stava vivendo quello che aveva sempre
sognato. Le reti a strascico erano ben disposte e aggomitolate, pronti per essere
calate. Danilo chiede a Marcello la rotta, finalmente ti sei deciso a parlare! Rispose
ridendo Marcello, dandogli una pacca sulle spalle lo informa: si fa rotta verso - il
mare - di Sardegna. Vedrai sarà emozionante quando tireremo le reti… Guarda!
Guarda...! Grida Danilo indicando il tratto di - mare -. Marcello si volta dicendo:
hai l’occhio acuto! È un delfino, è difficile vederne da queste parti, sei fortunato!
Forse ci accompagnerà durante il viaggio. Difatti il delfino si accostò al natante,
percorrendo la stessa rotta.
Danilo non si stancava, guardava divertito ogni suo movimento. Il delfino
sembrava accontentare il giovane spettatore e come un attore consumato volteggiava
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spiccando lunghi balzi fuori dell’acqua.
Marcello, mentre lavorava, guardava con occhio attento Danilo affinché non si
facesse male, il capitano glielo aveva affidato e ne sentiva la responsabilità. Intanto
passavano le ore e il delfino continuava a stare vicino al peschereccio, con grande
stupore e curiosità di tutto l’equipaggio. Non era mai capitato che un delfino li
abbia seguiti per un così lungo percorso; tanto che alcuni già pensarono ad una
mascotte. Danilo chiese: come lo chiameremo? Scegli tu un nome, disse Marcello.
Danilo pensò per un momento, poi disse: “Lo chiameremo Nino! Sì, Nino il delfino”.
“Bravo!”, dissero tutti in coro, “Lo chiameremo così”. Questo diversivo aveva
messo in euforia l’equipaggio, mentre lavoravano, cantavano e fischiavano
allegramente. Finalmente arrivarono sul luogo della pesca. Il capitano ordinò: pronti
col verricello! Danilo sempre vicino Marcello con il suo inseparabile berretto
all’incontrario, non stava nella pelle dall’emozione, guardava con minuziosità ogni
suo movimento.
Il capitano tuonò: mollare i palangari...! Man mano si vedeva il palango scomparire
nell’acqua. Dopo aver mollato le reti, tutto si placò, persino il delfino scivolava
quieto lungo i fianchi del peschereccio. I marinai si disposero per la cena, mentre
mangiavano scherzavano e raccontavano storie di buona pesca, di bonacce e di
tempeste. Danilo vicino Marcello ascoltava e mangiava, finché non arrivò il suo
turno. E già! Anche a lui toccava raccontare una storia, Danilo non sapeva cosa
dire, era imbarazzato, a toglierlo dall’imbarazzo ci pensò Marcello; “Come? - gli
chiese - tu racconti tante storie ai tuoi compagni e non riesci a raccontarne una a
noi?” Danilo si fece coraggio e disse: e va bene, vi racconterò la storia del - mare senza vita, e con il consenso di tutti incominciò: “Sapete perché il - mare - senza
vita si chiama mar morto?”. “No!” risposero in coro.
“Ebbene dovete sapere che molti, ma molti anni fa, le sue rive erano popolati di
case di pescatori, quindi il mar morto era ricco di pesci d’ogni specie. Quegli abitanti
però, erano molto avidi, ma tanto avidi che pescavano il pesce anche se non serviva
per il loro mantenimento. Così il grande lago volle punirli, acquistando tanta salinità
da far morire in sé ogni forma di vita. Ma questa è solo una leggenda, mentre il mar
salato, o meglio il mare dell’Araba è largo quindici chilometri e lungo settantacinque;
la sua salinità è nove volte maggiore di quella degli oceani e l’unico fiume che lo
alimenta è il Giordano. Viene anche chiamato mare orientale per distinguerlo da
quello occ…
“Basta, basta”, obiettarono i marinai. Marcello prese la parola dicendo: “Capisco
Danilo la tua passione per il - Mare - ma farci adesso una lezione di geografia,
proprio non è il momento! Invece ora si va a dormire”.
Per i marinai questo era il tempo di un meritato riposo. Danilo seppure fosse
stanco, ma non sazio di scoprire sempre di più, domandava di continuo a Marcello:
il modo di governare, la navigabilità, come si determina la rotta, le applicazioni
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Un sogno diventa realtà
Giovanni Coglitore
tecniche e funzionali, mettendo le risposte di Marcello in relazione con la sua
conoscenza. Marcello dovette ammettere: “Cosa mi domandi a fare? Ne sai molto
più di me! E adesso a nanna e non fare più domande”.
Danilo si sdraiò sulla brandina guardandosi attorno: sarà tutto vero? I pensieri
affollavano la sua mente... passarono circa cinque ore, era quasi l’alba, Danilo si
era appena appisolato, quanto sentì i marinai in coperta che stavano tirando le reti.
Saltò giù dalla branda e salì di corsa la scaletta. Alcuni marinai stavano pulendo il
pesce appena pescato, per poi metterlo nei refrigeratori a temperatura. Marcello
manovrava il verricello, Danilo si precipitò vicino a lui, Marcello lo accolse
scompigliatogli i capelli ridendo. Ad un tratto un grido: il delfino! Il delfino...! Il
delfino si era impigliato nella rete e non riusciva a liberarsi. Tiriamolo a bordo!
Gridarono insieme; appena sul ponte, subito cercarono di liberarlo al più presto
possibile. Il delfino si dibatteva, finché si abbandonò boccheggiando. Danilo gli
strofinava la pancia chiamandolo con le lacrime agli occhi: “Nino! Nino!”
Liberato dalla rete lo buttarono in - mare -, ansiosi si precipitarono a guardare,
sembrava immobile. Danilo piangeva a dirotto tra le braccia di Marcello che cercava
di confortarlo. Danilo pianse così forte che si svegliò sorpreso di aver sentito la
voce familiare della mamma che diceva: “Ma guarda, hai bagnato tutto il cuscino!
Cos’hai?, ti senti male?” Danilo vide la mamma in vestaglia, si guardò attorno,
riconobbe la sua stanzetta, allora è stato tutto un sogno? “Avrai avuto certamente
qualche brutto incubo!”, disse la mamma carezzandogli i capelli, “Piangevi e gridavi,
mi hai proprio spaventata! In piena notte! Non ti era mai successo! Sarà forse che
tuo padre pretende molto da te e vai a letto troppo stanco”.
Con amore gli rimboccò le coperte, gli diede un bacio sulla fronte rassicurandolo.
“Ora dormi su! Che io vado sotto coperta disse ridendo, e non mi fare più salire!”.
Danilo si girò sulla schiena, mise le mani dietro la nuca e guardò fisso il soffitto,
continuando a ripetersi: un sogno, è stato solo un sogno.
Ripercorrendo la felice esperienza, si rese conto che ricordava tutto nei minimi
particolari: Savona, la torre, Marcello, il delfino, già! chissà se è morto!
Danilo non vedeva l’ora che facesse giorno e andare a scuola; parlarne con i
compagni; l’avrebbero creduto?
Finalmente, al primo albeggiare, Danilo si diede da fare nel foraggiare gli animali;
dicendo alla mamma, che già si affaccendava in cucina: “Preparami la colazione
che ho fretta”. La mamma lo guardò curiosa dicendo: “Cos’è tutta questa premura?
Che novità è questa?”- “Niente, niente!”, esclamò Danilo impaziente; e dopo aver
mangiato, si incamminò con passo svelto, lasciando la mamma a grattarsi la testa
confusa, mentre lo seguiva con lo sguardo.
Arrivò a scuola con una buona mezzora di anticipo. Il bidello vedendolo arrivare
così trafelato chiese: “Che c’è marinaio, ti hanno buttato fuoribordo stamattina?”.
Danilo rispose con un’alzata di spalle. Man mano che i compagni affluivano li
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disponeva in cerchio dicendo loro che aveva una cosa importante da raccontare.
Quando se ne formò un bel numero, quasi la maggioranza, raccontò per filo e per
segno il suo sogno. Alcuni lo hanno ascoltato seriamente, altri invece come era
prevedibile lo deridevano dicendogli che aveva troppa fantasia e che il suo troppo
studio del mare lo aveva rincretinito.
Intanto il tempo passava e con esso anche l’anno scolastico. Danilo non riusciva
a dimenticare. La sera andava a letto presto sperando di riprendere il sogno lasciato
in sospeso: non ci fu niente da fare.
La maestra fece i preparativi per la già disposta gita al - mare- con grande gioia
ed entusiasmo dell’intera scolaresca. Danilo invece, seppure entusiasta non provava
più quel grande desiderio; era come in trance. La maestra lo apostrofò dicendo:
“E tu! non sei felice?” – “Sì, sì!”, rispondeva in maniera distratta Danilo.
La destinazione era proprio la città di Savona; questo preoccupava ancora di più
Danilo, guardava i suoi compagni che sorridevano maliziosamente. Lui sapeva già
cosa pensavano e si dicevano tra loro: adesso vediamo se è come tu hai sognato!
Arrivò il giorno della partenza, la mattina di buon’ora l’autobus li aspettava nello
spiazzo della scuola. Alcuni arrivarono accompagnati dai genitori per vederli partire,
dando loro infiniti avvertimenti e raccomandazioni, affidandoli alla maestra che man
mano li faceva accomodare, rassicurando i loro genitori. Anche Danilo arrivò appena
in tempo, accolto come sempre dai compagni con la solita frase, questa volta con
tono canzonatorio: “Forza marinaio che il peschereccio parte!”. Il viaggio tra il vociare
allegro dei ragazzi si concluse senza intoppi. Non era ancora mezzogiorno, quando
arrivarono nella piazza antistante i giardini pubblici di Savona. L’autobus parcheggiò
e la maestra fece scendere ordinatamente i ragazzi e frenando la loro impazienza
disse: “Su! Prima sediamoci qui nei giardini, all’ombra di questi maestosi alberi,
pranziamo e mi raccomando non buttate niente per terra. Quello che non vi serve
buttatelo nei cestini”, indicando i cesti della spazzatura negli angoli della villa.
I ragazzi si disposero sui sedili, aprirono gli zaini, e mangiarono quello che le
loro mamme avevano preparato loro; scambiandosi le cibarie come vecchi camerati.
Dopo aver mangiato, la maestra li inquadrò e con fare cerimonioso disse: “Adesso
andiamo al porto”, non lesinando loro avvertimenti di non esporsi, menzionando la
pericolosità del camminare troppo vicino al tratto di banchina, lì dove si infrangono
le onde. La maestra colse l’occasione per ricordare loro “Pascoli” -I cavalli normanni
al lor poste, frangean la biada con rumor di croste - “No!”, risposero in coro i
ragazzi, “ora vogliamo divertirci!” “Va bene, va bene! Ma non gridate e mettetevi
in fila!” acconsentì la maestra.
Camminavano spediti guidati con responsabilità dalla loro insegnante. Arrivarono
al corso principale delimitato da grandi portici. A Danilo il cuore le batteva forte,
forte, si chiedeva: sarà come l’ho visto in sogno? Non ebbe neanche il tempo di
pensarlo che proprio lì di fronte si ergeva maestosa la torre simbolo della città.
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Un sogno diventa realtà
Giovanni Coglitore
Danilo lanciò un grido: “Eccola, eccola!” I ragazzi guardavano stupiti, è vero, è
vero! È proprio come Danilo l’ha descritta! La maestra volle essere informata e
non potendo dar loro nessuna spiegazione li acquietò dicendo: “Beh...! adesso state
tranquilli e godetevi la passeggiata!” Arrivarono al porto, Danilo non poteva
contenere la sua ansiosità, i compagni gli stavano vicino; guardate, continuava a
dire Danilo: gli stessi palazzi, è uguale! Proprio uguale! Quando ad un tratto, Danilo
sbarrò gli occhi e anche i suoi compagni; ormeggiato bene in vista il peschereccio
“Corsaro”, sopra appoggiato alla balaustra, Marcello con il solito berretto
all’incontrario. I compagni di Danilo rimasero a bocca aperta e persino la maestra
non sapeva cosa dire. Danilo si avvicinò alla passerella col fiato sospeso; Marcello
si girò, anche lui stralunato, ma dopo un attimo di esitazione fece un grande sorriso.
Forse per qualche rara forma di telepatia, anche lui aveva fatto lo stesso sogno,
allargò le braccia e avvicinandosi gridò: Danilo vecchio mio come stai? Danilo gli
corse incontro con le lacrime agli occhi, si abbracciarono e baciarono come vecchi
amici, sotto lo sguardo meravigliato della scolaresca.
Danilo volle essere informato: “E Nino? Dov’è il delfino, è morto?” Marcello
sorridendo indicò: eccolo guarda, ci aspetta al largo; Danilo mettendo le palme
della mano a mo di megafono grido: “Nino, Nino!” Il delfino come se lo avesse
sentito, incominciò una serie di piroette.
Con il consenso del capitano, la scolaresca ebbe l’opportunità inaspettata di visitare
il peschereccio. Marcello disse: “Danilo studia e cresci ancora qualche anno, noi
siamo qui, ti aspettiamo, e certamente farai parte dell’equipaggio, sarai un vero
marinaio”. I compagni di Danilo furono felici per lui. Dopo un commovente saluto,
la scolaresca si avvia per il ritorno. Danilo e Marcello ancora si chiedono come un
sogno può divenire realtà.
I premiati di “Fatti di bordo 2003”
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Una nave veloce di “Bluvia” del Gruppo Ferrovie dello Stato imbarca passeggeri per una escursione alle Isole Eolie organizzata dal Circolo
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Giovanni Di Mauro
COCOZZA CLODOVEO MARO’ S.V.
E
ra venuto alla luce in un piccolo paese del Molise, dove il padre espletava le
mansioni di bidello presso l’unica scuola elementare.
Durante le vacanze estive, i genitori con Clodoveo, rimasto figlio unico, si
recavano presso i nonni materni che risiedevano in un ridente e tranquillo paese al
di là del promontorio del Gargano che viene lambito dalle acque del mare Adriatico.
Col passare degli anni, cominciò a prendere dimestichezza col mare che pur
affascinandolo lo intimoriva; ma incoraggiato e rassicurato dal papà e dal nonno
azzardò i primi approcci lasciandosi bagnare i piedi dalla risacca delle piccole
onde che venivano ad infrangersi sulla spiaggia disseminata di ciottoli bianchi e
levigati.
Poi fattosi più audace entrò in acqua sino alla cintola e prima che finisse la vacanza
annaspando e bevendo acqua salata, senza troppo allontanarsi dalla riva, riuscì a
mantenersi a galla.
Al compimento della scuola elementare, non essendovene altre, i genitori per
fargli conseguire la licenza “complementare” – attuali scuole medie - lo mandarono
in pianta stabile dai nonni, che furono oltremodo felici di averlo con loro; era l’unico
nipote prediletto, regalatogli dall’unica figlia, che per giunta viveva lontano.
Avevano un altro figlio, ma era diventato sacerdote, quindi non avevano alcuna
speranza di avere altri nipoti.
Clodoveo studiava con profitto, nel tempo libero anziché andare coi compagni
andava in Chiesa per il catechismo, aiutava lo zio a dir Messa, si vestiva da
chierichetto, non badando allo sfottò dei compagni.
I nonni covavano in cuore la speranza che col tempo Clodoveo seguisse l’esempio
dello zio canonico.
Quello che li incoraggiava a sperare era l’arrendevolezza, la bonomia di Clodoveo,
doti indispensabili per poter un giorno diventare un buon prete di paese o di campagna.
Conseguito la licenza “complementare”, per accontentare lo zio, i nonni ed i
genitori che vedevano di buon occhio la carriera ecclesiastica, entrò in Seminario,
ma con non troppo entusiasmo.
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Ma col passare del tempo, quando gli studi di teologia si facevano più impegnativi,
Clodoveo manifestò la decisione di non volere continuare gli studi per diventare
prete e con grave delusione e disappunto dei suoi gettò, come suole dirsi, la tonaca
alle ortiche.
Per rendersi indipendente e non gravare sul magro bilancio dei nonni, - lo zio
prete non gli rivolgeva più la parola, né gli concedeva piccoli aiuti finanziari iniziò a cercarsi un lavoro, qualunque fosse.
Ma fu più lesta la Regia Marina a cercare lui, inviandogli la cartolina di precetto
che lo invitava ad assolvere l’obbligo di leva.
È sempre stato imperscrutabile il mistero di come facesse la R. Marina a reclutare i
suoi uomini di leva prelevandoli anche da paesi arroccati tra le colline, dove la maggior
parte dei chiamati il mare, tutt’al più, l’avevano visto illustrato su di una cartolina.
Clodoveo Cocozza fu raggiante per essere stato destinato in Marina, lui che
aspirava al massimo di andare in fanteria, essendo nato in un paese dell’entro terra.
Attese con ansia e trepidazioni il giorno che doveva presentarsi per la visita
medica, augurandosi di essere idoneo per fare il marinaio.
In fureria gli affibbiarono la categoria di “marò s.v.” (servizi vari); a dire il vero gli
competeva una categoria più consone agli studi che aveva compiuto, cioè “furiere O.”,
da non confondere con i “furieri S.”, cioè addetti alla sussistenza, spesa viveri e cucina.
Andò così ad infoltire la già numerosa schiera degli appartenenti alla categoria
S.V. che, per quanto sia detto per inciso, gli uomini appartenenti a questa categoria
erano il nerbo della Regia Marina, insostituibili sia a terra che a bordo.
Da questa categoria si attingeva per le ordinanze, i quartiglieri, i pennesi, i serpanti,
le scolte, gli aiuti di cucina, i servizi di guardia, ecc.
I più prestanti venivano destinati a far parte dell’ambitissimo “Battaglione S.
Marco”. Farne parte è privilegio ed onore, visto che questi fanti del mare, per i loro
trascorsi, sono il vanto della R. Marina.
Clodoveo Cocozza trascorse una settimana al “deposito”, necessaria per ritirare
il “corredo”, imparare a fare il saluto militare ai superiori, alla Bandiera e via dicendo.
Qualche giorno dopo aver prestato il “Giuramento alla Patria e alle Istituzioni” fu
destinato in Arsenale, presso la caserma sommergibili, beninteso col compito di
fare guardia, scopare e ramazzare i dormitori e tutte le altre incombenze attinenti
alla “Categoria S.V.”.
Clodoveo per raggiungere la sua destinazione dovette attraversare a piedi e con
gli zaini in spalla l’arsenale militare di Taranto.
Si trovò così per la prima volta a cospetto di magnifiche, superbe navi da guerra
ormeggiate in “mar piccolo” che lo lasciarono stupefatto per la mole e per l’armamento.
Arrivando a Taranto in treno scorse dal finestrino alcune navi in rada in “mar
grande”, ma in lontananza non aveva potuto vederle nella loro interezza e non le
erano sembrate poi tanto grandi; ora invece rimirandole da pochi metri di distanza
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Cocozza Clodoveo Marò S.V.
Giovanni Di Mauro
le incutevano ammirazione e sgomento.
Quello che lo colpì fu la verniciatura (tutte di colore grigio), l’ordine, la pulizia,
la lucentezza, persino dei “tappi di volata” che chiudevano le bocche dei cannoni;
e tutto questo naturalmente grazie “all’olio di gomito” che adoperava l’equipaggio
per tenere sempre tutto lustro.
Riprese il cammino verso la caserma smg. che era ben distante dalla porta
settentrionale da cui era entrato; giunto nei pressi della caserma vide alcuni
sommergibili ormeggiati, si fermò in contemplazione e rimase affascinato da quei
“squali d’acciaio” dipinti di nero.
Da quel momento non ebbe altro pensiero che di poter scendere in uno di quei
“battelli” per vedere la complessità dei congegni nascosti all’interno; dopo alcuni
giorni, la sua curiosità fu esaudita grazie all’amicizia che contrasse con un sottocapo
imbarcato su uno dei smg. attraccati alla banchina.
Scese con una certa apprensione attraverso uno dei portelli che immettono, tramite
una scaletta, di scendere nelle viscere dello “squalo”; apprese così che ci sono due
tipi di motori a bordo; uno elettrico per la navigazione sommersa ed uno termico
per quella in superficie. Scoprì il periscopio per scrutare il mare rimanendo immersi
e l’esiguità degli spazi in cui bisognava.
In cuor suo desiderò fortemente di poter far parte dell’equipaggio di un smg. ma
sapeva che era un sogno irrealizzabile; per i battelli c’è posto soltanto per “gente”
provenente dalla scuola sommergibili di Pola, eccetto per un solo “elemento” che
vedremo quale.
Uno dei tanti smg. di base a Taranto, era appena uscito dal bacino di carenaggio,
dove vengono immessi periodicamente per le necessarie verifiche dello scafo, delle
eliche, del timone, ecc. Il suo equipaggio era appena rientrato dalla licenza concessa
approfittando della inoperosità del battello. All’appello risultò mancante uno
dell’equipaggio, elemento questo piuttosto importante per la mansione... delicata
che svolgeva a bordo. Purtroppo si perse ogni speranza del suo rientro quando
giunse un fonogramma dei Carabinieri del suo paese attestante che il marinaio si
trovava in ospedale con le braccia ingessate a seguito di una rovinosa caduta dalla
moto. Sorse così il problema piuttosto urgente della sua sostituzione. Il Comandante
del battello si affrettò a chiedere presso la caserma un sostituto con urgenza, data
l’imminenza della partenza per il collaudo del sommergibile. Intanto passarono
alcuni giorni, e nonostante i ripetuti solleciti fatti per avere “l’elemento”
indispensabile, la richiesta non veniva esaudita. Al Comando assicuravano il vivo
interessamento per reperire lo “specialista”, ma attualmente non ne disponevano in
caserma. Ma chi era dunque questo “specialista” tanto difficile da reperire e tanto
indispensabile a bordo da fare rimandare l’uscita della nave in mare? Era il
“serpante”. È doveroso spiegare che tale qualifica e appellativo veniva dato a quanti
volontariamente si offrivano, sia a terra che a bordo, di pulire lavandini, gabinetti
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di decenza e soprattutto di tenerli in perfetta efficienza, onde evitare ostruzioni,
ingorghi e quant’altro potesse derivare dall’abbondante uso. Indubbiamente compito
niente affatto piacevole da svolgere e ben pochi erano disposti a svolgerlo. In
compenso questi “temerari” godevano d’esenzione da turni di guardia e d’ampia
libertà in merito a franchigia, sia mattutina che pomeridiana, per quelli che lo
svolgevano a terra; per gli imbarcati s’intende un po’ meno e si sopperiva con un
supplemento di “rancio e vino” per l’estenuante lavoro.
All’avviso esposto nella bacheca della caserma, che chiedeva un volontario per
tale “lavoro”, si presentò Clodoveo Cocozza che, dopo acuta riflessione, capì che
quello e soltanto ora era il momento propizio per far parte dell’equipaggio di un
sommergibile. Accettò quindi di buon grado, pur essendo stato ampliamento edotto
del lavoro che avrebbe svolto a bordo, e, munito dei documenti per l’imbarco e di
un solo zaino per la biancheria, si presentò sotto bordo. Fu accolto dai commilitoni
come un “salvatore”; tutti gli furono intorno mettendolo a proprio agio e trattandolo
cordialmente come un vecchio amico che non vedevano da tempo.
Cocozza iniziò così ad assolvere il suo compito senza pentimenti e recriminazioni,
come se non avesse fatto altro lavoro in vita sua. A bordo del smg vi erano due
“latrine”, ubicate una al centro e l’altra a prua del battello; quella di centro veniva
usata, per necessità di spazio, a deposito di piccoli pezzi di ricambio e da ingombranti
involucri contenenti stoppa, materiale indispensabile per ogni genere di lavoro, e
naturalmente questo ne impediva l’uso per le necessità corporali dell’equipaggio.
Tutto il “traffico”, quindi, lo assolveva la latrina posta a prua, ma trovarla disponibile
al momento... opportuno era come una vincita al lotto e si sentiva sovente “gente”
che imprecava e mugugnava nel trovarla occupata nel momento dell’urgente,
irrimandabile... bisogno.
Clodoveo Cocozza, oltre ad assolvere questa spiacevole incombenza, ne assolvere
un’altra ancora più gravosa, sempre di sua pertinenza. Spettava a lui buttare in
mare l’immondizia che si produceva a bordo, in gergo marinaresco si chiama
“rumenta”, che consisteva di rifiuti di cucina come bucce di cipolla, di patate,
scatolette di alimenti vuote, oppure di stoppa unta di grasso che per lo più
adoperavano i motoristi per pulirsi le mani e “dulcis in fundo” della carta igienica
adoperata in latrina. A tal riguardo va detto che era severamente proibito, dopo
“l’uso”, buttarla nello scarico, ma andava deposta in una capiente cassetta di latta
attaccata all’interno della porta della latrina. Tutta la rumenta veniva raccolta poi
in un unico contenitore, che a quel tempo non era di plastica, bensì di lamiera e
quindi era pesante anche senza il contenuto. Il Cocozza provvedeva tutte le sere
allo svuotamento in mare aperto di questo ingombrante e pesante bugliolo quando
il smg affiorava per la consueta e necessaria ricarica degli accumulatori elettrici.
L’operazione consisteva nel trasportare il pesante recipiente attraverso gli angusti
corridoi e porte stagne sin sotto il portello che immette in coperta e attendere l’ordine
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Cocozza Clodoveo Marò S.V.
Giovanni Di Mauro
dell’Ufficiale in seconda di poter salire. Ottenutolo, iniziare “l’operazione” dello
svuotamento in mare: operazione che doveva essere svolta rapidamente, perché
poteva compromettere, se fatta in tempo di guerra, la rapida immersione in caso di
avvistamento di navi o aerei nemici.
Clodoveo ormai era un veterano a bordo, molti si avvicendavano, lui era ben
saldo al suo posto. Paventava il momento di essere mandato in congedo per fine
ferma, ed invidiava i commilitoni che essendo tutti volontari non avevano alcun
timore di essere mandati in congedo. Inoltrò domanda per essere riaffermato, ma la
domanda rimase disattesa, quindi tra non molto si aspettava il congedo.
A “trattenerlo ci pensò il “Duce” che il 10 Giugno 1940 dichiarò guerra
all’Inghilterra, che oltre a sospendere i congedi chiamò alle armi il popolo Italiano
tutto concludendo con “Vincere e vinceremo!”
Cocozza, dopo la prima missione di guerra, si rese conto, come del resto tutto
l’equipaggio che ora navigare era ben altra cosa, con tutte le insidie e le incognite
da affrontare ora per ora, si provavano dal vero tutte quelle cose provate in fase di
addestramento, si vivevano per davvero le angosciose ore da trascorrere posati sul
fondo in agguato; le repentine e veloci immersioni all’apparire di un velivolo o di
una nave nemica, agli interminabili martellamenti delle bombe di profondità
sganciate per snidarli, la temerarietà di scendere in profondità oltre il limite massimo
consentito dal collaudo sino a provocarne il sinistro scricchiolio delle lamiere
sottoposte a immane pressione, nel vano tentativo di trarre in inganno l’avversario,
che a volte si ostinava a dare la caccia per giorni interi.
Erano già trascorsi molti mesi dall’inizio delle ostilità; il sommergibile su cui si
trovava Cocozza di “missioni” ne aveva svolte parecchie con esito non troppo
soddisfacente per quanto riguardava il siluramento di unità nemiche. Di convogli
Inglesi che si susseguivano da e per Malta ne avvistavano, ma erano molto protetti
dalle navi di scorta.
Gli Inglesi da quell’isola dominavano il mediterraneo, non per nulla diceva l’allora
Ministro Inglese Winston Churchill che Malta era la più grande e formidabile
“portaerei” che possedevano in Mediterraneo.
Verità questa sacrosanta che proferì il primo Ministro Inglese.
Questa volta fu assegnata loro una missione molto impegnativa: andare ad
acquattarsi, s’intende in collaborazioni con altri smg Italiani e Tedeschi, in prossimità
del porto di Malta in previsione dell’arrivo di un grosso e importante convoglio di
truppe e rifornimenti.
Da quando erano nella zona assegnata, il mare ere sempre agitato; la sera quando
emergevano per la ricarica delle batterie e per lo svuotamento del bugliolo venivano
sballottati come un fuscello e le vedette, l’Uff. di guardia e di conseguenza Clodoveo, pur
muniti di cappotti impermeabili, stivaloni di gomma, rientravano inzuppati fino alle ossa.
Una sera il mare era più agitato del solito dovuto all’intensità del vento che
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soffiava ad oltre cento chilometri.
Il comandante visto l’impossibilità di stare in emersione, rimandò al giorno
seguente appena spuntava l’alba l’operazione “svuotamento” sperando nella
clemenza del tempo; infatti, alle cinque emersero, era buio fitto, il mare si era
alquanto placato come pure il vento che soffiava con meno veemenza della sera
prima. Le vedette si misero al loro posto, ma legandosi saldamente, anche il
Comandante usò la stessa precauzione.
Cocozza si trovava ai piedi della scaletta ben protetto da stivaloni, impermeabile
e cintura di salvataggio, ed era in attesa di ricevere l’ordine di salire; non appena
udì l’ordine di salire, si issò in coperta portando con sé la cima già precedentemente
legata al bugliolo; appena tiratolo su, si portò sul bordo del smg, si chinò per
svuotarlo in mare ed in quell’attimo un’ondata fece sobbalzare il battello che si
inclinò paurosamente sul fianco scaraventando in mare Cocozza.
Alle grida di invocazione di aiuto lanciato da Cocozza, il Comandante dette
l’ordine di lanciare in mare verso il malcapitato Cocozza una cima affinché potesse
aggrapparsi ed essere recuperato; in attesa che salisse un marinaio con la cima da
buttare a Cocozza, una delle vedette gridò:
“Comandante! Nave nemica dirige su di noi a tutta forza”! Il comandante guardò
nella direzione indicata, e senza esitare ordinò: “Immersione rapida, Cocozza lo
affidiamo nelle mani di Dio”. E in meno che non si dica le due vedette e il
Comandante si chiusero il portello sulla testa e si immersero per non essere speronati.
Non si erano ancora posati sul fondo che già la nave era giunta sopra di loro e
cominciò a sgranare il “rosario” delle bombe di profondità che cadevano a grappoli
tutt’intorno scoppiando con grande fragore.
L’accanimento del “caccia” Inglese verso il nostro smg. si spiegava dal fatto che
il comandante che già pregustava il “piacere” di speronarlo, se lo era visto sfuggire
proprio quando stava per ghermirlo.
Il martellamento con le bombe di profondità si protrasse per diverse ore,
incessantemente, provocando al smg. infiltrazioni d’acqua, avarie ai congegni di
bordo, per fortuna riparabili dagli specialisti di bordo.
Verso le dieci le bombe cominciarono a cadere con minor frequenza, sino a cessare
del tutto dopo circa mezz’ora; agli idrofoni non giungevano più il vorticoso giro
delle eliche, segno che avevano desistito per due plausibili ragioni: non disponevano
più a bordo di torpedini, oppure era rientrato al suo posto di scorta convoglio che
aveva abbandonato per speronare il nostro smg. Attesero ancora del tempo prima
di emergere a quota periscopica; dopo aver scrutato attentamente la superficie del
mare, il Comandante ordinò l’emersione per poter recuperare Cocozza e per far
entrare aria pulita nel battello.
Le vedette, coadiuvati dall’Uff. di rotta e dal Comandante, guardarono col grave
rischio di essere avvistati da qualche aereo ricognitore, infine il Comandante
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Cocozza Clodoveo Marò S.V.
Giovanni Di Mauro
sentenziò: “Certamente sarà stato raccolto dagli Inglesi, anche per dimostrare che
sia pure una piccola preda l’avevano presa, per interrogarlo in merito al battello
sfuggitogli, dati e nomi da segnalare al loro Comando. Altra ipotesi, ma auguriamoci
che non sia accaduto, l’hanno divorato gli squali”.
Si immersero facendo rotta alla base, avendo urgente necessità di riparazioni in
seguito al bombardamento subito.
Di Cocozza dunque rimasero queste due alternative nei discorsi che sovente
l’equipaggio intavolava; ma tutti in cuor loro si auguravano che fosse caduto nelle
mani degli Inglesi.
Anche il capo elettricista, a distanza di tanti anni, di tanto in tanto si poneva
questo dilemma, sino a quando ormai in pensione, si recò con la moglie in
pellegrinaggio al Santuario di S. Michele Arcangelo, posto nel Gargano. Dopo
aver visitato la “grotta” dove apparve l’Arcangelo in una sala adiacente alle pareti
erano appesi tanti “ex voto” per grazie ricevute: stampelle, bastoni, busti, ortopedici
e via dicendo e tanti quadri di tutte le dimensioni che raffiguravano soggetti che
uscivano vivi dopo essere stati investiti da un camion; marinai scampati a naufragi
pitturati a mano dagli stessi che avevano ricevuto la “Grazia”.
Ad un tratto la sua attenzione fu attratta da un quadro con dentro una foto che
raffigurava un smg.; a lato in alto della foto il mezzo busto di un marinaio, e sotto
una dicitura scritta a mano. Poiché non si leggeva tanto bene, la foto era ingiallita
dal tempo, accostò una sedia vicina alla parete, vi salì e con sommo stupore
riconobbe Cocozza e lesse la dicitura:
“Cocozza Clodoveo per grazia ricevuta” - Mare Mediterraneo e la data.
Per la gioia di saperlo vivo il capo elettricista esclamò a voce alta:
“Allora si è salvato!” sorprendendo gli altri visitatori nell’udirlo.
Anche la moglie ne fu lieta; finalmente il marito poteva mettersi l’animo in pace
per quell’assillo che si portava dentro da tanti anni.
Ma una sorpresa ancora più grande l’attendeva; lo scaccino che aveva udito
trovandosi nei pressi gli chiese: “Lo conoscevate!”. Alla risposta affermativa del
capo elettricista gli disse: “Che bravo ragazzo, al rientro dalla prigionia riprese gli
studi interrotti presso il Seminario ed è stato ordinato Sacerdote e attualmente dirige
la Parrocchia dello zio che frattanto è passato a miglior vita. “Davvero un bravo
ragazzo!”
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Girolamo Melissa
DUE FISCHI LUNGHI NELLA RADA DI AUGUSTA
Q
uel maledetto giorno di tanti anni fa era iniziato male fin dal mattino, il
sole, ricordo, stentava ad uscire allo scoperto nascosto da nubi dense
all’orizzonte, quasi come se non avesse voluto che quel giorno non fosse mai stato.
Si avvertiva nell’aria qualcosa che mi riempiva di tristezza e allo stesso tempo
mi faceva sentire nervoso come non mai.
Ero in quel tempo al comando di un grosso e potente rimorchiatore da salvataggio
che operava nel porto di Augusta alternandosi in turni con altri della stessa società.
Avevamo preso servizio quel giorno alle ore 07.00; la solita routine: il mozzo
preparava il caffè, il direttore di macchina e il suo aiutante sondavano l’olio del
gruppo elettrogeno di porto che di lì a poco avrebbero messo in moto, Giovanni, il
nostromo, discuteva con me il programma di manutenzione.
La giornata era, come si suole dire, uggiosa e quindi logicamente in accordo con
il buon Giovanni decidemmo di effettuare qualche lavoretto all’interno della barca
stessa. Infatti, i due marinai ricevettero l’ordine di pitturare il bagno degli ufficiali.
Il “MARE JONIO”, all’epoca di questo mio racconto, era il rimorchiatore più
bello che operava nel porto di Augusta e oserei dire in Italia stessa. Era stato costruito
nei cantieri navali Benetti in Viareggio e la sua sagoma bella e marina era
inconfondibile.
Oggi io sono al comando di un altro rimorchiatore denominato “BEPPE”, un
sofisticato rimorchiatore azimutale tra i più moderni al mondo che opera nella rada
di S. Panaria. Quando, raramente, mi viene ordinato di recarmi per lavoro nel porto
di Augusta, e mi capita di vedere il vecchio “MARE JONIO”, il mio animo ne
gioisce a tal punto da provocarmi un tuffo al cuore, così come capita ad un vecchio
quando incontra il suo primo amore.
Mi ero chiuso in cabina per scrivere il giornale di bordo, quando qualcuno bussa
con estrema educazione alla porta.
“Avanti”, dissi mentre già la figura del direttore, con il suo inseparabile straccio
in mano e la solita torcia elettrica nella tasca posteriore della tuta, apparve sull’uscio
dicendomi: “Comandante volevo avvisarla che stiamo mettendo in moto il motore
principale, lo teniamo caldo in previsione di qualche lavoro”. Al primo tentativo il
grosso motore si avviò e un vistoso pennacchio bianco uscì dalla ciminiera a
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
dimostrazione che il motore era effettivamente freddo.
Entrai in cucina, il giovane cuoco stava pulendo alcuni pesci da zuppa, che nonostante
privi di vita erano belli lo stesso a guardarli nei loro variopinti colori. Mi piaceva molto
soffermarmi in quell’ambiente, specialmente per ammirare come quell’ex pescatore
preparava la zuppa. Ci metteva un’accuratezza, una tale passione, tanto da annullare,
quasi per magia, l’alone di morte che aleggiava in quella grossa pentola.
La preparazione era quasi un rituale, veniva soffritto l’aglio e il prezzemolo allo
stesso tempo e poi immersi nel brodo i pesci selezionati secondo la loro natura o la
durezza della loro carne; certamente bisognava essere un vero intenditore.
Uscii dalla cucina quando l’odore aveva stimolato un certo appetito e mi recai sul ponte
di comando per tuffarmi in quel noioso lavoro che è la correzione delle carte nautiche.
Nonostante tutto il tempo trascorse velocemente, la voce “A TAVOLA, A
TAVOLA” del giovane Antonio risvegliò quel certo languore che a fatica avevo
controllato poche ore prima.
Mi ero seduto al mio solito posto, avevo appena tagliato la prima fetta di pane,
quando l’etere fu squarciato dal suono lungo di una sirena di bordo. Mi soffermai
per un attimo, come se avessi avuto un triste presentimento, nonostante centinaia
di volte lavorando in porto mi era capitato di udire fischi di sirena, ma quel giorno
era diverso, infatti, al primo fischio ne seguì un altro a distanza di pochi secondi,
era, purtroppo, il segnale d’incendio grave a bordo.
Salii velocemente la scala che portava alla plancia mentre il pilota di servizio
chiamava con voce assai concitata tutti i rimorchiatori in turno.
Non ci volle molto ad individuare la nave, fortunatamente non si trattava di una
petroliera, ma della M/n “CHENNAI JAYAM”, una nave da carico Indiana in sosta
nella rada di Augusta per normali operazioni di approvvigionamenti.
Un fumo denso fuoriusciva dalla ciminiera e dagli osteriggi di macchina
avvolgendo tutta la nave.
In pochi minuti entrammo in azione, tutto il personale eseguiva quasi
meccanicamente i compiti che tante volte erano stati provati e riprovati in
esercitazioni simulate che di frequente, a nostra insaputa, la Capitaneria di porto ci
richiede per saggiare la preparazione, e soprattutto la rapidità d’intervento.
Il “MARE JONIO” ora viaggiava alla massima velocità, i due marinai erano
saliti sulla pedana dove erano sistemati le spingarde e avevano aperto le valvole.
Tutto era pronto per fronteggiare l’emergenza; la nave era ancorata in una zona
centrale del grande porto, in meno di quindici minuti fummo sotto bordo e iniziammo
ad inondarla con potenti getti d’acqua in direzione degli osteriggi di macchina in
collaborazione con altri rimorchiatori sociali; mentre i pompieri con la loro
imbarcazione avevano affiancato la nave e molti di loro muniti di autorespiratori si
erano introdotti nei locali interni della nave.
Il comandante del porto dirigeva tutta l’operazione a bordo della motovedetta.
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Due fischi lunghi nella rada di Augusta
Girolamo Mesissa
L’incendio era sotto controllo, infatti, le fiamme del locale motore non si erano
propagate negli alloggi equipaggio e tanto meno nelle stive di carico; eravamo
soddisfatti del nostro operato e andavamo fieri del nostro repentino intervento. È
risaputo, nell’ambiente marinaro, che il fiore all’occhiello del porto di Augusta
sono i rimorchiatori.
Ero contento e teso allo stesso tempo mentre manovravo il rimorchiatore per
mantenerlo il più possibile vicino alla murata della nave, quando le urla e le gesta
concitati di alcuni vigili del fuoco che si trovavano nelle vicinanze della scala reale
mi fecero accapponare la pelle; reggevano con fatica quello che sembrava un grosso
fagotto, uno di loro faceva cenno di avvicinarmi sotto lo scalandrone: “Comandante
- mi urlò con quanta voce aveva in gola - è ancora vivo, bisogna trasportarlo
velocemente a terra, pensi lei ad avvisare chi di dovere”.
Diedi l’ordine al direttore di macchina di fermare le pompe antincendio e
aumentando il motore al massimo dei giri mi diressi verso terra.
L’avvisatore marittimo che aveva intercettato il messaggio urgente aveva
provveduto ad avvisare il locale ospedale.
Quel fagotto umano era stato adagiato con cura dai miei marinai sulla barella,
era avvolto quasi totalmente in una coperta di lana, fuoriuscivano soltanto le scarpe
nere e lucide, capì subito che si trattava di un macchinista e la mia mente tornò a
ritroso a quel tempo lontano quando navigavo sulle navi e davanti ad ogni cabina
del personale di macchina erano sistemate le inconfondibile scarpe nere e lucide,
perché usavano pulirle con stracci imbevuti di nafta o oli vari.
Fui preso da un immensa malinconia e mentre il motore, portato al limite della
sua potenza, faceva vibrare tutto il rimorchiatore, vedevo la sagoma bianca
dell’autoambulanza con la croce rossa che sostava presso la banchina arsenale e
sembrava irraggiungibile.
Il mio pensiero era solo per lui, e solo Dio sa quanto ho pregato, in quegli attimi,
per quel compagno; gli uomini di mare sono tutti fratelli, senza alcuna distinzione,
è il mare stesso che li accomuna, con i suoi pericoli e le varie difficoltà.
Dio salvalo, non farlo morire lontano dalla sua casa, pensa a coloro che lo aspettano
sotto cieli lontani; quelle parole, quelle suppliche li ripetevo ad alta voce, ma ero
solo al timone del “MARE JONIO” ed anch’esso combatteva contro il tempo che
a volte può diventare un nemico inesorabile.
“Comandante, - mi urlò il buon Antonio - sembra ancora vivo, forse si salverà”.
Mi voltai verso poppa e lo guardi attentamente, doveva essere un ragazzo, o
quantomeno un uomo di piccola statura, e mi venne in mente quando un giorno un
vecchio, una “BIBLIOTECA VIVENTE”, come sono solito definire le persone molto
anziane, mi spiegò che un corpo umano con gravi ustioni si accorcia notevolmente.
Portai la leva dell’acceleratore tutta forza indietro sperando che il forte abbrivio in
avanti non facesse spegnere il motore come alcune volte succedeva durante le manovre
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Il comandante Girolamo Melissa
rapide; era un rischio che dovevo correre, ogni minuto poteva risultare importante.
Per fortunata la motrice rispose perfettamente e in pochi attimi fummo attraccati.
Fu sollevato dalla coperta delicatamente e ben presto le porte si chiusero dietro
quella fredda lettiga dove era stato trasbordato il povero marinaio.
La macchina sgommò velocemente verso l’ospedale e il triste ululato della sirena
si perse nell’aria; lo salutai mentalmente augurandogli buona fortuna nella speranza
che la folle corsa non fosse stata vana.
Ritornammo sotto bordo alla nave, ma ormai era tutto sotto controllo, i
rimorchiatori erano sempre in zona, le loro spingarde erano ancora gocciolanti,
segno della precedente battaglia contro il fuoco.
Era pomeriggio inoltrato quando, cessato l’allarme, ci siamo seduti nuovamente
a tavola; l’appetito era scomparso completamente, il pensiero era costantemente
rivolto a lui e si rimaneva in trepida attesa.
Erano circa le diciotto, quell’ora mi è rimasta scolpita nella mente, e più vado
avanti negli anni e più il suo ricordo porta tanto dolore al mio cuore.
La locale agenzia marittima stava chiamando, in VHF, la nave sinistrata e chiedeva
il comandante all’apparato.
Prestai la massima attenzione e mentre aumentavo il volume della mia radio mi
si bloccarono le dita: “MASTER THE APPRENDICE IS UNFORTUNATELY
DEAD” i marinai mi guardarono esterrefatti e senz’altro dal mio volto capirono la
tragedia, anche se non erano padroni della lingua inglese.
“Sì, - ripetei io - l’allievo di macchina purtroppo è morto”.
Mi sentii crollare l’universo addosso, nonostante non avessi mai visto o conosciuto
quel povero ragazzo.
La nostra corsa era stata inutile in quanto il ragazzo era deceduto durante il
trasporto. Forse mentre il sole tramontava laggiù nel suo lontano paese Indiano,
così la sua giovane vita tramontava per sempre nella rada di Augusta.
Il mio pensiero volò ai parenti di quel fratello e chiuso nella mia piccola cabina
non trattenni le lacrime.
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Renato Morelli
LAVORO E CITTÀ
I
l lavoro. In gioventù mai avrei pensato che Milano potesse divenire mio destino
di lavoro e storia della mia esistenza. Eppure qui approdai un primo luglio
caldissimo del lontano 1956. Mi ritrovai in una grande azienda (provenivo da
consociata genovese) ricca di tradizione e di mezzi. Giorno dopo giorno acquisivo
nuove cognizioni, anche perché l’ambiente intorno pullulava di persone di alta
cultura e professionalità. Mi occupavo di materie prime di massa e di trasporti
marittimi, così il mondo mi apriva a terre lontane e alla loro gente. Apatite Kola da
Mourmansk, bauxite da Weipa, pirite da Cipro, fosforite da Giordania o Marocco o
Florida, petrolio da Ras Tanura...; e fertilizzanti, prodotti chimici e petroliferi, resine,
marmi... per mille porti nello scambio di risorse e di affetti. Così Mombasa o Chochin
o Barranquilla... mi divennero familiari e i nomi e le vicende di tante navi dalla più
piccola “Gemelli Meli” di 200 tonn. di portata (salgemma) alla superpetroliera
“Coraggio” di 400.000.
Il mio ufficio era adornato di tante coloratissime bandierine delle varie compagnie
armatoriali del mondo, di modellini di navi, di carte geografiche, di lucenti minerali.
La scrivania intasata da quotidiani tele-scritti provenienti d’ogni parte.
Ho vissuto per tanti anni la vitalità della grande azienda che era simbolo e orgoglio
di Milano. Significativa, e forse sorprendente, una statistica dell’ottobre 1968: in
un certo giorno circa 200 navi solcavano mari o fiumi con a bordo carichi completi
o parziali da e per porti vari o stabilimenti/depositi Montedison.
MILLE E MILLE NAVI
«Non senti il mare?»
Sull’altra riva, sempre più lontano...
ciò che si cerca in sogno.
Come sogni riaffiorano le navi
nella nebbia sul mare.
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Ecco la gloriosa vecchia Stadium,
la Conca d’oro, l’Alva Sea,
(nolo record mondiale, W.S. 410)
la superpetroliera Coraggio...
Oh, i naufragi e le vite perdute:
Vrmac, Adonish, Mingo, Faestum, Seagul, Milonga, Andalò, Peppinella...;
l’attesa trepidante di quella sera, quando in pieno oceano la Flinders Bay
gas tossici e infiammabili sviluppò. Varietà di navi, porti, carichi
(minerali, petrolio, gas...);
di esigenze commerciali, di produzione, d’avvenimenti politici-economici,
d’imprevisti fantasiosi a condizionare
e sovvertire ogni previsione.
E, sì, anche tensione etica
per le alterne vicende dei noli, l’onere
e l’ansia delle appropriate scelte
nave-nolo d’ogni giorno.
Di mille e mille vicende
fui protagonista appassionato. Sia pure dalla scrivania là in alto, ove miravo
il giorno fluire nell’iridescenza di vastità azzurre.
Come la misteriosa conchiglia, ancora del mare custodisco il respiro remoto
e la sua vocazione a unire le genti. Anche se laggiù, placidi sull’onda,
i miei lontani fiori di campo
sempre vividi occhieggiano, splendenti.
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Pier Mario Moreno
RACCONTO
U
n elenco di nomi crea l’idea, in un susseguirsi di cose nasce l’ambiente, una
lista di verbi dà il senso dell’azione, gli avverbi e gli aggettivi sono come
paracarri che delimitano la via della trama del Racconto, il Racconto è lo spirito di
chi lo scrive, il ricordo che fa nascere il Racconto è la gioia che ci fa sopravvivere.
La casa era stata costruita senza tante pretese al limitare di un piccolo bosco di
conifere che preannunciava solo l’inizio di una valle che conduce ad alte quote di
montagna. Raramente d’inverno la neve giungeva fino là, ma d’estate quel piccolo
gruppo d’alberi difendeva la piccola casa dalla calura del piano. Anche l’interno
era comune, sembrava che si fosse badato di più alle comodità che al lusso. Tutto
era normale, solo un piacevole disordine caratterizzava tutte le stanze dalla cantina
a quello che pomposamente era chiamato salone dove venivano ricevuti i rari ospiti
che frequentavano la casa. Attraeva solo l’attenzione lo studio-camera da letto.
Sembrava una cabina di nave mercantile; era l’unico locale della casa in quasi
perfetto ordine. Alle pareti c’erano quadri di ambiente marino, il lampadario era
stato fatto con una vecchia lampada di bordo, di quelle usate per segnalare di notte
la presenza di imbarcazioni in difficoltà nella tempesta. C’era pure una piccola
cuccetta con sopra una luce regolabile per leggere stando a letto e sotto dei cassetti
per la biancheria. Il letto era fatto alla perfezione con lo stesso stile di come lo
rifanno ogni mattina i camerieri di bordo. Un’attenta osservazione avrebbe portato
alla scoperta che il lenzuolo ai piedi e sotto il materasso era annodato: tipico
dell’ambiente di bordo! Solo sulla scrivania, pure lei di stile marinaro, agli angoli
dei paracolpi di ottone ben lucido, regnava di nuovo un allegro disordine. Foglietti
erano ammonticchiati con altri fogli tutti scritti con una grafia piccola ed ordinata
che denotava solo pignoleria del loro autore. Su uno di questi: «Venaria Reale, 20
Gennaio 1999 - Gent.mo Fratello Cappuccino Pieraldo Delfino C.P. 45 - Porto
Novo - Ilha San Antao - Cabo Verde - Dopo aver ricevuto una busta dal Suo centro
Missioni di Torino mi sono deciso a scriverLe per chiedere un favore. Come può
vedere dall’Estratto Giornale Nautico della nave “Cala Mediterranea”, di cui ero
comandante nell’ottobre del ‘89, che Le allego, a 150 miglia a Sud Ovest delle
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Isole di Capo Verde ho salvato due pescatori alla deriva da 5 giorni. I loro nomi
sono: Anastasio Mendez nato a Boa Vista il 2/10/58 e Orlando Semedo nato a Sao
Tiago nel 1962. Provenivano da Porto da Praia, li ho portati fino a Buenos Aires e
sani e salvi li ho rimandati in aereo alle loro isole. Adesso io sono in pensione e
desidererei sapere come stanno e se hanno bisogno di qualcosa etc. E qui dovrebbe
intervenire il Suo aiuto nel rintracciarli se la cosa non fosse troppo gravosa per
Lei...». La bozza di questa lettera seguiva con i convenevoli di rito e la firma.
Più difficile è stato in quella montagna di foglietti ritrovare l’estratto del giornale
nautico che diceva di allegare, ma la fortuna è stata dalla nostra, ecco la copia che
abbiamo trovato:
«Estratto del Giornale Nautico Libro Secondo della motonave “Cala
Mediterranea” di tonnellate 5763,28 S.N. iscritta al n. 12549 HA F1 del
Compartimento marittimo di Hamburg a pagina 23 leggesi... omissis... mercoledì
25 ottobre 1989 alle 15,40 in latitudine 12° 29’ N e longitudine 24° 22’ W avvistata
sulla dritta piccola barca con due persone a bordo che fanno cenni d’aiuto. Si
manovra opportunamente alle 16,00 si ricuperano due naufraghi insieme alla loro
piccola barca da pesca denominata “Osso da baleja”. I loro nomi sono A. Mendez
e O. Semedo entrambi di Cabo Verde. Non riuscendo a mettersi in contatto radio
con le autorità di Cabo Verde si procede il viaggio per Buenos Aires».
Era doveroso, ed anche la nostra curiosità ci spingeva a farlo, rintracciare tutti gli
scritti che si rifacevano a questo evento nautico. Era oltremodo curioso e strano
trovarli in una piccola casa di montagna in uno studio simile ad una cabina di nave.
Prima della partenza da Genova per Buenos Aires il comandante era stato chiamato
in ufficio in Direzione a terra ed il discorso che gli avevano fatto non gli era piaciuto
per nulla. Il nuovo terzo ufficiale appena imbarcato proveniva da un traghetto della
Tirrenia, il Cagliari-Genova ed al suo primo turno di guardia sul ponte del traghetto
era andato ad incagliare alla prima accostata fuori il golfo di Cagliari. Il discorso fu
molto semplice: «Sorvegli bene il suo nuovo terzo ufficiale». Nell’oscurità notturna
del ponte di comando, oramai la nave è in pieno Oceano Atlantico, due figure, una
piuttosto anziana e l’altra molto giovane, guardano entrambi verso prua e si parlano:
«Allora come andiamo, che velocità facciamo Signor terzo?».
«Bene, comandante, la velocità stanotte è buona e così pure la visibilità, tra due
giorni saremo a Fernando de Norona».
«Mi raccomando stia attento, qualsiasi dubbio non abbia timore di chiamarmi
anche in piena notte. A proposito come è andata sul traghetto della Tirrenia? Si è
spaventato? Come si sono comportati passeggeri ed equipaggio?».
«Mi sono trovato in secca sugli scogli senza quasi accorgermene, dovevo passare
molto sotto costa per evitare di entrare in una zona interdetta alla navigazione per
lancio missili. Si doveva mantenere un orario ed eravamo in ritardo già alla partenza
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Racconto
Pier Mario Moreno
dalla banchina e non potevamo fare un ampio giro in mezzo al Tirreno. Sia
l’equipaggio che i passeggeri si sono comportati con calma».
Da un ragazzo così giovane il comandante non avrebbe potuto aspettarsi risposte
più assennate. Così si chiuse il discorso iniziato giorni prima a Genova. Tra gente
di mare contano di più le impressioni a prima vista che forbite e lunghe chiacchiere;
nacque così una buona fiducia verso il nuovo terzo ufficiale.
Alle 15,00 del giorno dopo (25 ottobre 1989) lo stesso terzo ufficiale avvisa il
comandante: «Ho avvistato due naufraghi in una barchetta sulla dritta, ho già
avvisato in macchina che dovremo manovrare».
Meglio di così non sarebbe potuto andare: come fu contento il comandante di aver
salvato due vite umane; a terra lo raccontò a tutti e come ne andava orgoglioso. Fu
solo un problema convincere le autorità d’immigrazione che i due pescatori salvati
non erano clandestini bensì pescatori raccolti alla deriva in pieno Atlantico; trovare
per loro un passaggio aereo per le isole di Capo Verde fu abbastanza fortunoso, un
po’ meno al ritorno restituire a Punta da Praia la piccola imbarcazione ricuperata.
«A Marinella - così iniziava uno dei soliti foglietti ritrovati - Natale 1998. Come
è bello scrivere con ciò che si è ricevuto in dono! La penna stilografica, il foglio di
carta, l’inchiostro sono stati tutti tuoi doni. Sarò all’altezza di scrivere qualcosa di
interessante? Ieri ho visitato la biblioteca reale e quanto mi ha fatto piacere veder
scritto sulle lunette del soffitto di questa importante e culturale sala questi nomi:
“Marco Polo” - “Antoniotto Usodimare” - “Magellano” - “Cristoforo Colombo”
- “Amerigo Vespucci” - “Vasco de Gama” etc. Come si può notare sono tutti nomi
di antichi navigatori ma sono anche nomi di moderne mie navi. Non che siano di
mia proprietà, o lo siano state; l’aggettivo possessivo vale perché con loro ho
navigato su quasi tutti i mari. Quanti ricordi si sono risvegliati nel leggere questi
antichi nomi. Ora vivo in terra ben ferma, il mare è distante chilometri e chilometri
che diventano in cifra la metà se si esegue il conteggio della distanza in miglia
marine. Capo Horn era lì a due passi, stavo transitando per gli stretti Patagonici
e poi per il passo di Magellano che come si sa unisce i due più grandi oceani. Era
l’inverno australe, nevicava e sembrava di navigare in “Valle” tra Ivrea e Pont
Saint Martin. Nello stesso identico momento spaziale in piena estate boreale sulle
rive di un piccolo fiume solo il pensiero è sempre lo stesso tanto da domandarsi
esiste il tempo? Esiste lo spazio? Il ricordo non è forse un identico pensiero che
annulla il tempo: il presente diventa passato e forse futuro, le distanze si
annichiliscono. Un oceano diventa un piccolo fiume, anni ed anni di vita “passata”
sul mare diventano un attimo “presente” di batter di ciglia ammirando un soffitto
di antica Reggia. Gioia, tristezza; caldo, freddo; equatore, polo; Sud e Nord; sono
gli opposti come futuro e passato: senza l’uno l’altro non esiste».
L’isola è brulla e selvaggia, lungo la costa meridionale c’è un piccolo villaggio
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
di pescatori, all’estremità di un promontorio battuto alle volte dal vento che porta
sabbia dal deserto africano esiste una piccola e ben fatta costruzione di pietra che
ospita un bel gruppetto di ragazzini dalla calda e scura carnagione. Giocano a calcio
con un vecchio pallone di cuoio e si dividono quasi sempre in due squadre, una del
Toro ed una della Juve. Su due sedili di pietra, da queste parti il legno è prezioso,
due persone, una vestita di una volta candido saio e l’altra con una tenuta color
kaki che ricorda molto la tenuta da fatica delle navi mercantili, chiacchierano fra
loro infiocchettando il loro discorso da tanti “nhè” piemontesi. Più in basso altre
due persone mettono in ordine gli arnesi da pesca che useranno il giorno dopo per
rifornire la cambusa dell’asilo di pesce fresco e far contento il giovane frate, tra
loro parlano uno strano portoghese ed a vicenda si chiamano “Anastasio” “Orlando”.
Più in basso nella piccola cala cullata dalla risacca una barchetta è ormeggiata in
buon ordine, sulla volta di poppa c’è scritto un nome: “Osso da baleja”.
(La casa vicino alla valle riparata dai pini oramai è vuota e silente).
Il dott. Giuseppe Zappalà, Amministratore delegato del porto turistico “Marina di Riposto”, riceve il
”Premio Protagonisti del mare 2003”
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Mario Fiasconaro
IN GOZZO DALLA SICILIA
Il paese è bello anche perché non ha segreti e si sa sempre tutto e di tutti.
- Però che il figlio della “nivalora”, Antonio, il piccolo, se la intende con la figlia
di Bastiano, Bastianazzu, il pescatore, il padrone di quel gozzo malandato come
lui!- raccontava Santo.
- Ma va! Lei è ancora una bambina, chiacchiere, chiacchiere!, rispose Luigi, un
marittimo in pensione da tanti anni.
- Così si dice in giro, così me l’hanno raccontata e così la racconto!
- Che la figlia del segretario traffica con un catanese, quel ragazzo che arriva tutti
i pomeriggi con una “balilla” lo posso garantire io, informava Nino, l’autista di un
autobus della S.I.T.A.
- La famiglia di lui è gente che sta bene.
Ma in quei giorni, specialmente negli ambienti della marineria si parlava di
qualcosa che stimolava la fantasia e la discussione: Lucio Sessa assieme a Giovanni
Sessa e Sebastiano D’Urso preparava la barca, un gozzetto di trenta palmi per
raggiungere il nord Italia, addirittura Genova o un po’ più in là.
Devono essere impazziti, commentavano in piazza e al circolo dei pescatori.
-Ma no! - asseriva un altro - è tutta una messa in scena! Approntano la barca
come fanno tutti in vista della stagione estiva! Figuriamoci, proprio Lucio che ha
sempre saputo il fatto suo si mette ora a dare i numeri!
- Vi dico che quei tre - dichiarava il solito bene informato - partono, e presto
anche. Lucio ha già lavorato sotto padrone da quelle parti e ora ha deciso di andare
a pescare con la sua barca, per conto proprio, senza padroni!
- Partono, partono - s’intromise Luigi il carrettiere - non so per dove ma non
certo per lo stretto perché, e se ve lo dico io potete stare tranquilli, hanno già speso
più di mille lire; hanno comprato anche un po’ a credito una vela nuova, lenze, ami,
attrezzi vari e anche qualcosa da mettere addosso!
- Per me sono pazzi da legare - dichiarò il comandante in pensione Musumeci;
Genova non è poi tanto lontano quanto credete però bisogna conoscere la costa, i
fanali, la bussola, sapere leggere una carta; non si può andare per mare come dei
caproni ; se veramente partono con quella “caravella”, e io non ci credo, o si perdono
o tornano indietro magari a rimorchio!
Intanto al porticciolo, attorno al gozzo tirato in secca, i tre lavoravano
apparentemente incuranti dei lazzi e frizzi di tanti sfaccendati. Lo avevano già
calafatato a regola d’arte, strigliato e pitturato come per una regata.
Circolo Ufficiali Marina Mercantile - Riposto
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
- Lucio - chiedeva il bidello del nautico - ma è proprio vero quello che si dice in girò?
- E cioè?
- Che partite.
- E le barche non sono fatte per partire?
- Dipende dalle barche e da dove si vuole andare - incalzava il bidello.
- Andiamo a pescare e basta; dove non te ne frega proprio niente; ma non farebbe
bene la gente a badare ai fatti propri?
- Zu Luciu - s’intromise uno studente del nautico, prossimo al diploma e figlio di un
macchinista navale - ma dove volete andare con quello scandalo di barca! - vi ci
vorrebbero almeno una signora bussola, un sestante, un portolano, delle carte nautiche!
- E un capitano di lungo corso con tanto di divisa, no? - rispose Lucio.
Giovanni Sessa che fino a quel momento aveva ascoltato annoiato, si tolse il
guardamano, pescò in un sacchetto di olona un pezzo di cera vergine e incerando
con ampie bracciate una gugliata, come distratto cominciò:
“Caro ragazzo prossimo capitano di lungo corso e figlio di macchinista navale,
noi siamo pescatori grezzi e ignoranti ma liberi come l’aria, non abbiamo divise né
sestanti, a noi non servono, ma non abbiamo nemmeno padroni, i soli nostri padroni
sono il mare, le stelle e la barca; lavoriamo quando, dove e se vogliamo; ora abbiamo
deciso di andare a pescare lontano dove il pesce si vende perché c’è gente che lo
compra, e siamo stufi di riempire la barca di pesce che va svenduto o regalato. - Va
bene? - Vallo a dire in giro che questo gozzo parte, che questo gozzo ha finito di
regalare pesce, hai capito capitano?
- Lasciali stare - disse Marco che aveva già navigato da allievo macchinista, non
vedi come se la prendono!
Mezza Riposto sembrava si fosse dato appuntamento al porticciolo attorno al gozzo
a fare apprezzamenti più o meno pesanti nei confronti della barca e dei tre pescatori.
Il più giovane, Sebastiano D’Urso, rivolto al capobarca, Zu Luciu sbuffò, vorrei
già essere in mare per non sentire più questi stronzi; non so perché ma ce l’ho di più
con i capitani, questi schiavi bianchi che si credono dei padreterni!
Quando la campana della chiesa si mise a battere l’Ave Maria accanto alla barca
erano rimasti solo i tre pescatori.
- Allora d’accordo - disse Giovanni Sessa ai due amici - non più tardi delle tre.
I due assentirono, con un mormorio, il capobarca, con un “d’accordo” Sebastiano
D’Urso.
Già alle due un lume a petrolio rischiarava con la sua luce fioca e rosastra la casa
di ognuno dei tre “navigatori”.
Le donne abituate da sempre ad essere in piedi prima del sole sgranavano il loro
rosario di raccomandazioni.
Giovanni Sessa aveva solo l’anziana madre che lo accudiva; la donna era troppo
ingenua per considerare i rischi di un lungo viaggio con una barca tanto piccola.
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In gozzo dalla Sicilia
Mario Fiasconaro
Quando il figlio era in mare lei pregava per lui e per i pescatori e per tutti quelli che
non avevano la fortuna di lavorare con i piedi all’asciutto. Era nata e invecchiata in
un mondo fatto di barche, reti, stagioni buone e stagioni cattive, momenti di
tranquillità e di stati d’ansia, ma grazie a Dio in casa non era mai mancato il
necessario e ne era appagata.
Bastiano D’Urso era il più giovane dei tre ed era padre di un bel bambino. La
giovane moglie non riusciva a capire quel viaggio “fuori dal mondo”.
- Perché andare a cercare il pesce così lontano? - chiedeva; - Cosa ci manca?
Abbiamo qualche soldo da parte, presto potremo comprare un bel gozzo come
quello di “zu Luciu” - non si stancava di ripetere. Alla fine però si era resa rassegnata.
- Si tratta di pochi mesi - rispondeva lui - e al ritorno vedrai che gozzo, che
attrezzi! Se non ci decidiamo adesso che siamo giovani a realizzare qualcosa presto
sarà troppo tardi per cominciare!
Lei assentiva più per fargli piacere che per convinzione.
Le strade del paese erano vuote.
Prima di arrivare al porticciolo Lucio Sessa incontrò Pasquale, il carrettiere, un
vecchio amico.
- Bella vita la nostra - disse Pasquale - quando il mondo dorme noi partiamo;
arrivo a Randazzo, - aggiunse - è lunga ma ho un buon carico; con l’aiuto di Dio
porterò a casa qualcosa. E tu?
- Eh caro Pasquale, al solito posto per il solito pesce!
- Buona fortuna Lucio, prendine tanto e di prima qualità, mi raccomando, augurò
Pasquale.
- Buon viaggio e tante cose belle, rispose Lucio Sessa.
Alle tre del mattino di quel quattro di aprile del 1939 il porticciolo era deserto;
troppo tardi per uscire in mare e troppo presto per il rientro delle barche che erano
uscite di prima sera.
Il cielo era terso e trapuntato da una miriade di stelle; una leggera e frizzante
brezza da est era un augurio per i tre pescatori.
La vela era ancora serrata all’albero quando Giovanni D’Urso mollò la cima dalla bitta.
Lucio Sessa era al timone.
Giovanni si fece il segno della croce, appoggiò il remo alle pietre nere del moletto
e scostò la barca.
Bastiano D’Urso spiegò la vela che prese a gonfiarsi.
- Che pace - disse il capobarca con la voce velata di malinconia.
- Abbiamo fatto bene a partire a quest’ora - mormorò Giovanni Sessa con un
groppo alla gola; stasera non vedremo le luci di Riposto, aggiunse, ed è meglio,
saremo già lontano, nelle mani di Dio.
- Che pace però, che pace - sospirò Lucio Sessa non sapendo proprio cosa dire.
*********
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
L’anonimo cronista del SECOLO XIX che il diciassette aprile 1939 intervistò i tre
pescatori nel Porticciolo Duca Degli Abruzzi a Genova concludeva così l’intervista:
Dobbiamo dar parole allo spirito e forme letterarie a questa magnifica impresa?
Non osiamo. Raccomandiamo solo a queste righe i nomi di questi tre navigatori.
LUCIO SESSA, anni 41 (capo-barca ammogliato con tre figli; GIOVANNI SESSA,
anni 31, “schietto” (celibe); SEBASTIANO D’URSO, anni 27, ammogliato con un
figlio. Tutti pescatori. Tutti di Riposto.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Franca Grasso
ACCADDE UNA NOTTE... TANTO TEMPO FA!
R
itornata nell’isola per una settimana, Marta, ancora piacente pur nell’età
matura, come un tempo camminava per le strade di Riposto, ma avvertiva la
strana sensazione di sentirsi “straniera”; straniera in quella terra dei suoi avi, in
quella sua terra natia.
Ma forse era una forma di difesa che le creava l’inconscio per evitarle inutili
tormenti.
Osservava volti che quasi più non riconosceva, talmente erano segnati dal vissuto
così fortemente in loro impresso e stigmatizzato in rughe profonde o in espressioni
sofferte che facevano pensare ad anni trascorsi in un dolore indicibile per la perdita
di un proprio caro.
Qualcuno aveva i capelli bianchi e il volto raggrinzito ma sereno di chi nella
saggezza dell’età veneranda aveva accumulato tesori d’esperienza che avrebbe
potuto donare a chi avesse avuto la fortuna di colloquiare con lui, come l’ottantenne
ciabattino che ancora infaticabilmente risuolava scarpe nella sua botteguccia di
sempre, attaccata alla vecchia pescheria. O come il quasi centenario marinaio, col
volto arso dal sole e dalle sferzate di anni di mare che, seduto sulla spiaggia antistante
l’antico molo, rappezzava, come sempre, consunte reti che migliaia di pesci avevano
impigliato negli anni buoni dell’abbondanza quando i fondali di Riposto erano più
ricchi di flora e fauna e più trasparenti.
E mentre, pensierosa, camminava, Marta notava anche case e palazzi che non
conosceva, strade caotiche e brulicanti, vetrine traboccanti d’oggetti di consumo.
Avviatasi poi verso una stradina solitaria in fondo al paese, odorosa ancora di
campagna, col cuore in tumulto e le lacrime agli occhi, riconobbe la vecchia casa.
La vecchia casa dei suoi avi, muta da tempo di passi e di parole, con l’antico
profumato gelsomino che s’arrampicava in alto in alto fino all’ultimo abbaino. Le
persiane grigie consumate dal tempo, dal sole e dal salmastro, erano sbarrate.
“Che aria greve di passato” pensò con sgomento Marta.
Malgrado la forte tentazione, decise di non entrare. Non voleva spezzare la fine
ragnatela di sogni e di speranze “dei suoi vent’anni” là ancora racchiusi. No, non
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
voleva essere preda della nostalgia.
Le tempeste della vita avevano spazzato via tutto ormai.
E riflettendo pensò che era meglio “l’oblio”; che era meglio per lei portare i suoi
passi altrove, in altri luoghi e per altre mete, cercando il più possibile d’offuscare la
memoria dei ricordi dolorosi.
Affrettò quindi il passo per ritornare a casa dell’anziana e sofferente madre che
da alcuni anni viveva nella “casa nuova” con il figlio ultimogenito e l’affettuosa
micetta “Bianchina”.
Trascorsa una settimana, Marta se ne andò respirando quell’aria invernale, intrisa
di salmastro e di ricordi.
Era piovuto molto a Riposto nei giorni precedenti, ma quel giorno era venuto
fuori uno splendido sole che dava risalto al manto di neve che ricopriva l’Etna fino
ai paeselli abbarbicati sulle sue pendici.
Partì così, Marta, con due pesanti borse, una ricolma di profumate paste di
mandorla e l’altra di succulente arance.
Sua madre la guardò malinconicamente mentre lei la baciava con animo triste. E
nell’avvicinare il suo viso a quello di lei, si accorse che quel volto era diventato
molle e scarnito.
Era giovane e bella quando le aveva dato la vita. Ora, smilza e cadente, avvolta
nel suo scialle grigio, s’avviava verso l’ultima dimora, con lo sguardo fiero, però,
lo stesso di quando la chiamavano “la francese” perché era cresciuta in Francia
dove i suoi genitori erano emigrati attorno agli anni ’20.
Appoggiata al parapetto del balcone, agitava le diafane mani per un ultimo saluto
mentre Marta, già in auto, si piegava per farsi vedere e per donarle ancora un sorriso.
Alla stazione di Giarre-Riposto, accompagnata dal più giovane dei fratelli, il
trentatreenne Davide, sarebbe poi salita sulla “Freccia del Sud”.
Una volta in viaggio, dal finestrino del treno, ancora striato dalla recente pioggia,
osservava le case e il paese allontanarsi.
Ancora una volta abbandonava la sua terra e quegli alberi che si curvavano sotto
il peso degli agrumi. E quel mare di dicembre che assumeva l’aspetto di un’immensa
distesa argentea, immobile nell’estrema luce del giorno che moriva.
Sembrava un paesaggio fiabesco e il cuore aveva una stretta man mano che il
treno si avvicinava al traghetto.
La pareva quasi che fossero passati cent’anni da quel lontano giorno, quando per
la prima volta, scesa dal treno del sud, aveva toccato il suolo novarese e aveva
respirato “l’aria settentrionale” (lei che aveva subito i rigidi condizionamenti
educativi e culturali del suo ambiente), un’aria fresca e pungente, ma già odorosa
di effluvi primaverili.
Arrivando a Novara aveva potuto vedere, per la prima volta, le risaie (c’erano
ancora le mondine) e le Alpi Pennine dalle cime poderose bianche di neve.
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Accadde una notte... tanto tempo fa
Franca Grasso
Aveva anche intravisto il maestoso Monte Rosa e poi il simbolo della città: la
cupola antonelliana di San Guadenzio che s’ergeva alta e dominava tutta Novara.
Scendendo dal treno, con il cappottino color verde muschio sulle spalle, reggeva la
valigia di tela scozzese, come s’usava allora, colma più di sogni e speranze che di vestiti.
Aveva vinto un concorso statale e doveva quindi raggiungere la sede assegnatale.
I primi tempi aveva faticato ad ambientarsi, poi si era trovata bene, aveva conosciuto
altra gente, aveva stretto nuove amicizie e allargato il giro dei suoi orizzonti.
Quante cose erano cambiate da allora!
L’acqua a catinelle dei giorni passati le faceva venire in mente quelle piovigginose
giornate d’inizio inverno con la pentola fumante sul fornello e papà in poltrona che
leggeva “La Sicilia”.
E nel ricordo le pareva quasi di avvertire ancora l’odore di buon minestrone
casalingo preparato con tante, saporite verdure.
Il vapore acqueo s’attaccava ai vetri annebbiando così le ultime pennellate di
luce, frammiste alla pioggia, su mare e monti fattisi azzurrini.
Marta, ragazzina con la frangetta ramata e gli occhi spalancati sui sogni, disegnava
su quei vetri appannati fiori e casette.
Poi la voce modulata della mamma (che conservava un po’ la pronuncia francese):
“Ragazzi, venite, è pronto!”, la distoglieva dai suoi sogni di adolescente.
Riflettendo, Marta pensava: “Immagini lontane, però impresse per sempre nel
raggio di luce del tempo che si snoda all’infinito trascinando tutto con sé, storie di
vite passate e storie di vite future”.
E intanto il treno arrivava a Messina dove ci sarebbero state le solite lunghe
manovre per l’imbarco sul traghetto.
Era la fine del 1989 e da quando nel 1964, Marta aveva lasciato la famiglia, non
riusciva a contare le volte che aveva preso quel treno.
Man mano i genitori invecchiavano e la famiglia si smembrava perché ogni figlio
prendeva la sua strada. Due erano morti in giovane età a poca distanza l’uno dall’altro.
Anche suo padre, da qualche anno, non c’era più, ma i suoi saggi insegnamenti la
guidavano e la sorreggevano ancora nel cammino, spesso difficile, della vita.
E per farsi coraggio, Marta ripensò alla “storia del bisnonno” che tante volte,
quando era bambina, il papà le aveva raccontato.
Decise che al suo ritorno a Piacenza, dove adesso abitava, l’avrebbe scritta per
farla conoscere ai suoi figli.
Il Bisnonno
Il mare di Riposto, un paese sul mar Jonio, in provincia di Catania, è stato più
volte teatro di tragedie marine come quella raccontata da Verga ne “I Malavoglia”
o come quella avvenuta il 24 gennaio del 1883.
Il giornale dell’epoca scriveva: “All’imperversare di tale tempesta si trovavano
ancora in rada nove bastimenti a vela e tre a vapore. Di quelli a vela, tre naufragarono
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
frantumati sulla spiaggia e gli equipaggi a stento furono salvi nella vita. I piroscafi
dovettero alla forza delle loro macchine il salvamento”.
Riposto, quartiere della contea di Mascali, al centro di un retroterra ricco di agrumi
e viti, fecondato dall’attività agricolo-commerciale in continua espansione delle
popolazioni etnee, divenne, nei primi anni dell’ottocento, una cittadina importante.
“La più commerciale e doviziosa terra di Sicilia”, come scrisse Vigo nel 1836.
I suoi velieri, costruiti, preparati e comandati da ardimentosi ripostesi, solcavano
in lungo e in largo il Mediterraneo.
Con lo svilupparsi della marineria ripostese, anche il commercio divenne florido
a Riposto e per l’esportazione del vino, in continua crescita, si usavano i velieri.
Si svilupparono anche le tipografie: Dante Alighieri, Garufi, la Sicilia vinicola che
pubblicò l’omonimo giornale ben presto conosciuto in tutto il mondo quale mezzo
d’informazione e propaganda dei vini ripostesi. Nel 1888 fu istituita la regia cantina
sperimentale, seconda in Italia per importanza. L’esportazione dei vini da Riposto, in
quegli anni, rappresentava un sesto di tutta l’esportazione vinicola nazionale.
Il personaggio di cui si parla in questo racconto era, appunto, uno di quegli uomini
ardimentosi di Riposto che fecero fortuna navigando per il Mediterraneo
occupandosi, principalmente, di vini.
Si chiamava Cosimo Grasso, ma tutti lo chiamavano “Padre Cosimo” per la sua
grande bontà e generosità.
Era nato a Torre Archirafi di Riposto nel 1825. Crescendo divenne un bel giovane,
piuttosto alto, poderoso, di aspetto sano, vigoroso, temprato presto dalle difficoltà
della vita in mare. Aveva i capelli ondulati, scuri e folti, i baffi all’insù, importanti.
Gli occhi erano grandi ed espressivi, di un colore che a volte sembrava verde, a
volte azzurro come il mare di Riposto in certe giornate di fine inverno con l’aria
ancora frizzante, ma già foriera della stagione primaverile.
All’età di venticinque anni, Cosimo Grasso si sposò con tale Antonia Ingegneri,
allora ventenne.
Antonia non era alta, ma aveva una figura molto aggraziata: i capelli neri, mossi,
lunghi, fluenti sulle esili spalle, la carnagione chiara, appena rosata sulle guance di
pesca. Il profilo era regolare, gli occhi scuri con lo sguardo profondo e intenso che
le lunghe ciglia nere rendevano vellutato.
Timida come quasi tutte le ragazze dell’epoca, abbassava gli occhi quando si
sentiva osservata. E tanta bellezza, di sguardi ne attirava molti ed ogni volta le sue
belle guance lisce diventavano di porpora. Ma il suo cuore batteva più intensamente
solo alla vista del suo amato Cosimo. Ed anche la voce, chiara e melodiosa, diveniva
fievole per l’emozione. I due formavano proprio una bella coppia e sembravano
fatti per amarsi e capirsi.
Ebbero sei figli che crebbero alla luce del loro amore e della loro forte fede cristiana.
Cosimo Grasso morì il 23 maggio 1888 per “avvelenamento gottoso causato da
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Accadde una notte... tanto tempo fa
Franca Grasso
nefrite supporativa”, come riportato nei registri anagrafici dell’epoca.
Sulla lapide di marmo posta sulla sua tomba che trovasi nella parte antica del cimitero
di Riposto, è scolpita un’ancora e le seguenti parole: “Come potesti lasciarci così desolati,
Cosimo Grasso. Solcando mari, visitando mercati, acquistò nome e agiatezza. Colpito
a 63 anni da inesorabile malore, ritornava al Signore il 23 maggio 1888”.
Padre Cosimo aveva iniziato a navigare giovanissimo, dapprima con una goletta,
poi con golette e brigantini.
Padre Cosimo si occupava di commerci di ogni genere: vini, limoni, arance,
mandarini, mandorle, carrube, fichi, tessuti, oggetti di artigianato ecc. Era una
persona molto intraprendente. Con l’innato ardimento e con l’ausilio della fortuna,
riuscì a crearsi una notevole ricchezza che lasciò ben distribuita ai sei figli.
La sua vita avventurosa e rischiosa fu costellata di avvenimenti drammatici. Ma
uno in particolare fu tramandato ai suoi discendenti.
La vicenda risale alla fine del mese di ottobre del 1875. Cosimo Grasso, dopo
esser salpato dal molo foraneo di Riposto, si trovava al largo dello jonio con una
delle sue golette, diretto in Grecia.
Il carico era vario, ma costituito soprattutto da uva per vino, appena vendemmiata.
Quella notte il mare era calmo e lui stava riposando nella sua cabina. Il cielo, nero
come pece (il nero particolare di certe notti sicule) era punteggiato di stelle luminose.
Anche i marinai, tranne quelli di turno, dormivano.
Il silenzio era profondo, interrotto soltanto dallo sciabordio dell’acqua che batteva
lievemente contro le fiancate del veliero che procedeva spedito.
La spiaggia era lontanissima. Si scorgeva, a mala pena, il massiccio etneo, bianco
sulla cima per la prima nevicata.
Niente faceva presagire un’imminente tempesta; non c’erano nubi neanche in
lontananza.
Quella sera Padre Cosimo, dopo aver rivolto, come al solito, una preghiera a Dio,
si era addormentato pensando alla sua bella casa dove lo attendeva, con immutato
amore, la cara e fedele Antonia con i sei figli, qualcuno dei quali ancora in tenera età.
Dopo essersi addormentato fece uno strano sogno, gli apparve una celestiale, radiosa
figura di giovane donna, vestita di bianco e di azzurro (lui pensò fosse la Madonna)
che gli disse: “Cosimo, svegliati, chiama subito i tuoi marinai e ordina loro di
ammainare le vele perché da qui a poco si scatenerà una tremenda tempesta”.
Padre Cosimo si svegliò di colpo scosso da quelle parole.
Si infilò gli stivaloni di cuoio, si buttò sulle spalle una pesante mantella di lana e
ravviandosi la fluente barba, quasi completamente bianca, lasciò la sua cabina per
raggiungere il ponte, subito investito da fredda aria salmastra.
Una notte particolare, quella, in cui si avvertiva la dimensione dell’”Eterno”.
Padre Cosimo, a gran voce, chiamò tutti i suoi uomini svegliandoli dal meritato
riposo notturno.
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Qualcuno, assonnato, lanciò un’imprecazione; lui, determinato, li radunò sul ponte
e ordinò loro di ammainare le vele.
I marinai, dapprima tentarono di dissuaderlo pensando: “Patri Cosimu nisciu
pazzu” (Padre Cosimo è impazzito), dato che non c’era alcuna avvisaglia di tempesta.
Ma poi, non poterono far altro che ubbidire agli ordini.
Poco dopo averli eseguiti, si dovettero ricredere. Il cielo, infatti, prima
limpidissimo, improvvisamente, si coprì di enormi, scurissime nuvole.
Contemporaneamente si levò un fortissimo vento di tramontana e il mare cambiò aspetto.
Si alzarono gigantesche onde, alte come case, che ricadevano, con pauroso fragore,
su se stesse.
La paura di quegli uomini era grande, anche se temprati e avvezzi alla furia del mare.
La tempesta, di inaudita violenza, spazzò via molte imbarcazioni nel raggio di
alcune miglia marine.
A stento, Padre Cosimo, con la goletta chiamata “San Pietro”, raggiunse il porto
di Riposto ponendo in salvo se stesso e i suoi marinai.
Qualche giorno dopo, in segno di ringraziamento alla Vergine Maria, portò un
quadro votivo nella chiesetta “Madonna della lettera”, posta vicino al mare.
Il tragico avvenimento e quanto successo a Padre Cosimo suscitarono scalpore nei
commenti della gente di Riposto e se ne parlò per un pezzo anche nelle contrade vicine.
Il Presidente della Giuria, prof. Orazio Licciardello, premia la scrittrice Franca Grasso
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
Lio Tomarchio
‘A TIMPESTA
Verso le cinque di pomeriggio, Catarina,
la figlia di zio Peppino, è seduta dietro i
vetri della porta di casa che dà sulla strada
e con il telaio sulle ginocchia ricama a punto
a croce un vestitino per il figlio che deve
nascere. Di fronte, nella strada, seduti sul
muretto vi sono cinque di questi giovani
d’oggi, maschi e femmine che fanno
baccano tra loro, e pensierosa li guarda:
capelli arruffati come pazzi, vestiti con
giubbotti di pelle nera e scarponi alti,
minigonne o jans con cinturoni di cuoio a
fibbia con aquila incisa, gli occhi vuoti, ed
il viso del colore delle persone ammalate.
Catarina si stringe il grembo in un
abbraccio, e una lacrima cade sopra il
ricamo del vestitino: questo figlio che lei
doveva portare in questo mondo: senza
padre - frutto della violenza di un uomo
vile - nella società d’oggi, in questa terra
di Sicilia che non dà possibilità di lavoro
e sistemazione ai giovani, le metteva
paura: - Le madri hanno paura delle doglie
/ ozio e droga le attanagliano il cuore -.
E mentre la mente e il cuore di
Catarina erano oppressi da questi
pensieri, anche il cielo si offuscava; un
vento sempre più insistente agitava
l’onda del mare, le nuvole diventavano
Circolo Ufficiali Marina Mercantile - Riposto
Versu ‘i cincu di pomeriggiu Catarina,
‘a figghia d’u zu Pippinu, è assittata arreri
‘u finistruni, c’u tilaru supra ‘i rinocchia,
c’arraccama a puntu ‘n cruci ‘n
saccudduzzu pi ‘ddu figghiu c’àva
nasciri. Di facci a so casa, ‘nta strada,
assittati supra ‘u muru, viri ‘na cinchina
di ‘sti giuvini d’oggi, masculi e fimmini,
ca fannu trafucu tra d’iddi, e pinzirusa li
varda: ‘i capiddi ‘nta l’aria comu ‘i pazzi,
vistuti c’u giubbottu di peddi e scarpuni
jauti, minigonni o ginzi cu cinturuni di
coju a fibbia cu ‘acula stampata; l’occhi
leggi, e li facci d’u culuri d’i malati.
Catarina si teni ‘a panza ‘nta ‘n abbrazzu,
e ‘na lacrima casca ‘nto raccamu d’u
saccudduzzu: ‘stu figghiu ca idda duveva
purtari ‘nta ‘stu munnu: senza patri, - fruttu
‘nnuccenti d’a viulenza di ‘n omu vili - ‘nta
‘sta sucietà di oggi, ‘nta ‘sta terra ca non
havi sbocchi di travagghiu e sistimazioni
p’i giuvini, ‘a faceva sbarruari. - Li matri si
scantunu a fari dogghia / oziu e droca ci
attanagghia lu cori -.
E mentri ‘a menti e ‘u cori di Catarina
erunu strinciuti di ‘sti tristi pinzeri,
macari ‘u celu s’affuscava; ‘n ventu
sempri cchiù ‘nsistenti cuminciava a
agitari l’unna e ‘i nuvula addivintavunu
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
sempre più nere.
Nel giro di un’ora si era scatenata una
tempesta.
Il vento, ora, infuriava il mare, l’onda
sbatteva forte tra gli scogli, e schizzava
alta a fontana sotto un cielo di piombo
che rovesciava acqua a fiumara
impazzita, mentre negli alberi si
rompevano i verdi rami.
La gente era corsa subito a casa a
ripararsi da questa tempesta non prevista.
Solo un gabbiano, guardava Catarina,
pareva non preoccuparsi: - di colpo
d’onda tocca solo brezza / il vento è
ciclone senza forza. / Oh come vorrei
avere la tua ala, / così bianca, così sicura;
/ quest’acqua che cade a fiume non la
bagna / e il male della terra non la segna.
Ma mentre Catarina guardava e
rifletteva, viene di corsa, sotto quella
gran pioggia, la vicina di casa, e lei apre
subito la porta per farla entrare.
“Catarina, presto, dov’è tua madre?
Chiamala!”.
Catarina, preoccupata, va in cucina a
chiamare la madre.
“Comare”, dice la vicina come la
vede, “presto, si deve fare qualcosa:
vostro marito e Turuzzu sono in mare”.
“Madre Vergine”, dice Rosa, “aiutali tu!
Ma come può essere? Non erano in piazza?”.
“Sì”, risponde la comare, “ma mio
marito mi ha detto che quando hanno visto
che stava arrivando il vento di levante sono
andati con la barca per cercare di salvare
le reti che avevano steso prima in mare”.
“Gesù Sacramentato”, dice Catarina,
“cosa si può fare?”.
“Presto, telefoniamo alla Capitaneria
di Porto!”, dice la comare.
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sempri cchiù niuri.
‘Nto giru di ‘n’ura s’àva scatinatu ‘na
timpesta.
‘U ventu, ora, aveva ‘nsarvaggiutu lu
mari, l’unna sbatteva forti ‘nta li scogghi
e sgricciava jauta a funtana sutta ‘n celu
di chiummu ca sdivacava jacqua a
ciumara ‘mpazzuta, mentri ‘nta l’arbuli
si rumpevunu rami virdi.
‘A genti era cursa subbitu intra a ripararisi
di ‘dda speci di cicluni senza aspittatu.
Sulu ‘na vajazza, vardava Catarina,
pareva non proccuparisi: - di corpu
d’unna tocca sulu brizza, / lu ventu è
cicluni senza forza. / O comu vulissi
aviri la to ala / accussì janca, accussì sicura;
/ ‘st’acqua ca casca a ciumi non la vagna, /
e ‘u mali di ‘sta terra non la signa-.
Ma mentri Catarina vardava e
riflitteva, viri veniri di cursa, sutta
‘dd’acqua, ‘a vicina di casa, e idda apri
subbitu ‘a porta e ‘a fa trasiri.
“Catarina, prestu, unn’è to matri;
chiamala!”.
Catarina, proccupata, va ‘nta cucina
a chiamari a so matri.
“Cummari”, dici ‘a vicina comu ‘a
viri, “prestu, s’à’ fari ‘occa cosa: vostru
maritu cu Turuzzu su’ a mari”.
“Matruzza Vergini”, dici Rosa, “ajutili tu!
Ma comu p˜ essiri? non erunu ‘nta chiazza?”.
“Sì“, dici ‘a cummari, “ma mo
maritu dissi ca quannu visturu ca si
stava jittannu ‘a livantinata vararu pi
circari di salvari a riti c’avevunu
stinnutu a mari”.
“Gesù Sacramintatu”, dici Catarina,
“chi si p˜ fari?”.
“Prestu, telefunamu a’ Capitanaria di
Portu!”, dici ‘a cummari.
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‘A Timpesta
La madre di Catarina telefona
chiamando aiuto; e poi tutt’e tre
escono, sotto quella tempesta, per
andare a guardare dalla marina dove
c’erano anche gli amici pescatori che
guardavano, muti: con occhi di pesce e
labbro di sale, nella speranza di vedere
tra le furiose onde qualcosa di
somigliante ad una barca.
Ma mentre le tre donne camminavano
con passo svelto tra gli scogli e le pietre
della marina, Catarina scivola e batte
forte la pancia su uno scoglio, ed anche
un po’ la testa, sentendo un forte dolore
all’addome che la fa svenire.
La madre e la comare si accorgono con
un momento di ritardo di tutto questo e
adesso, gridando, richiamano l’attenzione
degli amici pescatori che erano da lì poco
distanti. Tra di loro vi era anche Giuvanni,
il giovane che la teneva nel cuore, che
scappa subito a soccorrere Catarina e la
porta all’ospedale.
In quel mentre, padre e figlio sopra la
barca combattono contro la tempesta. La
necessità di salvare quella rete che
avevano comprato dopo tanti sacrifici e
che gli permetteva ora di vivere meglio li
aveva fatto sbagliare: il mare era cambiato
prima del tempo da loro previsto. E adesso,
col motore fuori uso, un remo spezzato,
sono in balia delle onde e della tempesta,
e già pensano di non farcela.
Ma il cuore dei due pescatori non
trema in petto e, paladini traditi dal
vento, combattono con coraggio quella
tempesta portatrice di morte.
Mentre adesso vedono la «falce»
avvicinarsi, e nella loro mente
compaiono gli affetti più cari, come
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Lio Tomarchio
‘A matri di Catarina telefuna, cunfusa,
chiamannu ajutu; e poi tutti tri nesciunu
sutta ‘dda timpesta pi jri a vardari a’
marina unni c’erunu l’autri piscaturi,
cumpagni e amici d’u zu Pippinu e
Turuzzu ca vardavunu, muti: cu occhi
di pisci e mussu di sali, ‘nta spiranza di
vidiri tra l’unni ‘nsarvaggiuti ‘occa cosa
c’assimigghiassi a ‘na varca.
Ma mentri ‘i tri fimmini caminavunu
cu passu sullicitu ammenzu ‘i massi d’a
marina, Catarina sciddica e ‘ntappa
propriu forti ‘a panza supra ‘n massu, e
macari ‘n pocu ‘a testa, sintennu ‘n forti
duluri ca la fa sviniri.
‘A matri e ‘a cummari s’accorgiunu cu ‘n mumentu di ritardu di tuttu
chistu e, ora facennu vuci,
richiamunu l’attenzioni di l’amici
piscaturi, unni c’era macari
Giuvanni, ‘u giuvini c’a tineva ‘nto
cori, ca scappa a succurriri Catarina
purtannula subbitu ‘o spitali.
‘Nta ‘stu mentri, patri e figghiu supra
‘a varca cummattunu contru la timpesta.
‘A nicissità di salvari ‘dda riti ca
s’avevunu accattatu dopu tanti stenti e ci
pirmitteva ora di campari megghiu
l’aveva fattu sbagghiari: ‘u mari canciau
prima d’u tempu ca iddi avevunu calculatu.
E ora, c’u muturi fora usu, ‘n remu
spizzatu, erunu ‘n balia di la timpesta, e
già pinzavunu di non fariccilla.
Ma ‘u cori di du’ piscaturi non trema
‘nta lu pettu e, paladini traduti di lu
ventu, cummattunu cu curaggiu ‘nta
‘dda timpesta di morti.
Mentri ora, la virunu ‘a “fauci” ca
s’avvicina, e ‘nta la so menti ci
cumparunu l’affetti cchiù cari, comu
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
un’apparizione, una luce di faro spunta
nella tempesta. Il cuore si apre nel petto
dei due. Ma in quelle condizioni non è
facile portarli in salvo: ci vuole una dose
di rischio e coraggio non comune da
parte del capitano e dei marinai della
motovedetta, che dopo tentativi andati
a vuoto riescono, finalmente, a lanciare
loro due salvagenti legati ad una corda,
che i due indossano subito. Ma mentre
succede tutto questo, un’onda che pare
una montagna sbatte la barca nella prua
dello scafo spaccandola e scaraventando
zio Pippinu e Turuzzu in mezzo alle
onde selvagge del mare.
Fortunatamente i salvagenti erano
legati alla corda, e i marinai riescono a
tirarli a bordo, mezzi storditi.
Ora, mentre la motovedetta rientra in
porto, lo zio Pippinu e Turuzzu sono nella
cabina seduti sopra una branda. Il capitano
porge loro una tazza di latte e caffè caldo
per rincuorarli; ma i due sono immersi in
una silenziosa tristezza che svampa rabbia.
“Vi ringrazio capitano, voi e i vostri
marinai!”, gli dice zio Pippinu.
“Grazie”, dice pure Turuzzu.
“Di niente”, risponde il capitano.
“Non vi abbattete, l’interessante è che
siete vivi!”.
“Era meglio se morivamo. E non
perdere la barca!”, dice zio Pippinu
abbassando la testa.
Il capitano è figlio di pescatori e
capisce. Senza dire niente gli mette una
mano sopra la spalla per fargli capire
solidarietà al suo lamento.
***
Intanto, nel letto di una corsia
dell’ospedale, Catarina ancora non si sveglia.
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‘n’apparizioni, ‘na luci di faru spunta
d’ammenzu la timpesta. ‘U cori si japri
‘nto pettu d’i dui. Ma ‘nta ‘ddi
cundizioni non è facili salvalli: ci voli
‘na dosi di rischiu e di curaggiu non
cumuni d’a parti d’i marinara e capitanu
d’a motu viditta, ca dopu tintativi falluti
rinesciunu, finalmenti, a muddaricci du’
salvaggenti attaccati c’a corda, ca ‘i dui
si mettunu subbitu. Ma mentri succedi
tuttu chistu, ‘n’unna ca pareva ‘na
muntagna sbatti ‘a varca ‘nta prua d’u
scafu e la spacca tutta sbrizziannu ‘o zu
Pippinu e Turuzzu ammenzu l’unni
‘nsarvaggiuti di lu mari.
Menumali ca ‘i salvaggenti erunu
attaccati c’a corda, e ‘i marinara arrivunu
a tiralli a bordu, tutti dui, menzi sturduti.
Ora, mentri ‘a motu viditta rientra ‘nto
portu, ‘u zu Pippinu e Turuzzu sunu ‘nta
cabbina assittati supra ‘na branna. ‘U
capitanu ci proj ‘na tazza di latti e cafè
cauru pi rincuralli; ma ‘i dui su’ ‘nta ‘na
tristizza silinziusa ca svampa raggia.
“Grazi capitanu, a vui e ‘i vostri
marinara”, dici ‘u zu Pippinu.
“Grazi”, dici Turuzzu.
“Di nenti”, rispunni ‘u capitanu.
“Non v’abbattiti; ‘ntirissanti ca
siti vivi!”.
“Fussi statu megghiu si mureumu. E
no perdiri ‘a varca!”, dici ‘u zu Pippinu
calannu ‘a testa.
‘U capitanu è figghiu di piscaturi e
capisci. Senza diri nenti ci metti ‘na
manu supra ‘a spadda pi faricci capiri
ca è vicinu a lu so lamentu.
***
‘Ntantu ‘nto lettu di ‘na stanza d’u
spitali, Catarina ancora non duna cuntu.
Comune Riposto - Regione Sicilia - Provincia Catania - A.A.P.I.T. Catania
‘A Timpesta
È stata operata ed il figlio, oramai, lo ha
perso, e ancora le dura lo stordimento
provocato dal colpo alla testa; però il
dottore dice che è fuori pericolo, assicura
tutti che presto si sveglierà.
Seduto vicino al letto di Catarina c’è
Giuvanni che la guarda tenendole la mano.
***
Passa il tempo, sana la ferita e porta
la speranza.
Turuzzu il figlio di zio Peppino e Lilla
la sua fidanzata, vicino al canto
dell’onda del mare, si accarezzano
abbracciati e parlano d’amore sotto un
cielo pieno di fiori di gelsomino e il
raggio trasparente della luna.
La Montagna svampa e il mare ribolle,
mentre il vento nella sera profuma la mente
di «zagara» e foglie verdi d’arancio amaro
e limone affidano al tempo il loro canto!
Lio Tomarchio
‘U figghiu, oramai, fu operata e ‘u persi,
e ancora ci dura ‘u sturdimentu pruvucatu
d’a ‘ntappata d’a testa; per˜ ‘u dutturi dici
ca è fora piriculu, assicura tutti dicennu
ca quantu prima si sbigghia.
Assittatu ‘nta seggia vicinu ‘u lettu di
Catarina, Giuvanni ‘a teni p’a manu.
***
Passa lu tempu, sana la firita e porta
la spiranza.
Turuzzu u figghiu d’u zu Pippinu e
Lilla la so zita,vicinu ‘u cantu di l’unna
d’u mari, s’accarizzunu abbrazzati e
parrunu d’amuri sutta ‘n celu chinu di
ciuri di gelsuminu e ‘u raggiu trasparenti
di la luna.
‘A Muntagna svampa e ‘u mari s’arriugghi,
mentri ‘n ventu ‘nta la sira prufuma la menti
di «zajra» e fogghi virdi d’aranciu amaru e di
lumia affidunu a lu tempu lu so cantu!
Conferimentodella Cittadinanza Onoraria del Comune di Giarre a Lio Tomarchio
da sinistra: l’Assessore alla Cultura, il Rettore dell’Università di Catania, il Presidente del Consiglio comunale,
il Preside della Facltà di Lettere Univ. CT, Lio Tomarchio, il Sindaco di Giarre, il Sindaco di Riposto
Circolo Ufficiali Marina Mercantile - Riposto
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
La nave “Isola del sole”, qui fotografata da una nave venuta in soccorso, non è affondata grazie alla
grande perizia del suo comandante.
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
La Marina Mercantile Italiana
Il Circolo degli ufficiali della Marina mercantile di Riposto, che ho l’onore di
rappresentare, è certamente un’associazione di categoria e come tale si propone di
tutelare i diritti dei lavoratori del mare. Il Circolo è sorto nel 1968 per essere un
luogo di ritrovo e di svago dei soci, ed anche per svolgere azioni indirizzate alla
protezione del mare quale ricchezza della sua gente.
Nel 1973 il Circolo ha vissuto un ampio e prolungato dibattito su come svolgere
la sua funzione nell’ambito della marina italiana. Due le tesi a confronto: una
sosteneva la necessità di proteggere i naviganti dal punto di vista sindacale, l’altra
preferiva che la categoria fosse difesa svolgendo attività che mettessero in evidenza
le questioni del momento, trattandole nel più ampio rapporto che lega l’uomo e il
mare. Vinse la seconda tesi, perché la prima si dimostrò praticamente inattuabile:
occorreva o istituire un altro sindacato od aderire ad uno già esistente. La modesta
forza economica del Circolo, dovuta al numero esiguo dei suoi soci, e la lontananza
di Riposto dalle sedi operative della Marina mercantile impedivano la formazione
di un nostro sindacato, mentre lo Statuto, con la norma che imponeva al Circolo di
restare apartitico, impediva l’adesione ai Sindacati che operavano in affinità con i
partiti politici.
Da questo dibattito nacque, quindi, l’idea di renderci utili alla categoria istituendo
un concorso, il “Premio Nazionale Artemare”, inteso a rivalutare l’interesse per il
mare, a tutelarne le tradizioni e a contribuire alla difesa del patrimonio della Nazione,
svolgendo attività rivolte allo sviluppo della cultura del mare e alla divulgazione
delle problematiche ad esso legate. Grazie a questa manifestazione il Circolo è
conosciuto in tutta Italia e viene considerato tra le associazioni più rappresentative
della marineria.
La prima edizione del premio di narrativa, riservata ai soli naviganti, venne
realizzata nel 1975 con il titolo “Fatti di bordo”. La partecipazione al concorso fu
incoraggiante sia per il numero delle opere pervenute da ogni parte d’Italia, sia per
la buona qualità delle stesse. La quasi totalità dei lavori presentati fu ritenuta degna
di divulgazione e così ha avuto inizio la pubblicazione della collana “Storie e racconti
di mare”, oggi composta di 11 volumi ed entro l’anno verrà stampato il dodicesimo.
I volumi, con gli scritti ispirati da particolari esperienze di vita vissuta sul mare,
sono destinati a chi ama acquisire nozioni su un preciso contesto storico. Dalla loro
lettura si desumono cinquant’anni di storia della Marina, sia mercantile che militare.
Negli anni il premio è stato esteso via via ad altre sezioni: canzone, fotografia,
gastronomia, giornalismo, modellismo navale, pittura, scultura, video, tutte aventi
il tema “L’uomo e il mare”.
Ogni edizione del Premio Artemare ci dà l’occasione per riflessioni su argomenti
legati all’universo mare e che sono certamente di rilevanza nazionale. Nel tempo
abbiamo trattato vari temi: dal turismo nautico alla nautica da diporto, dall’istruzione
Circolo Ufficiali Marina Mercantile - Riposto
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Collana “Storie e racconti di mare” - Volume 13°
nautica all’Università del mare, dalle autostrade del mare al Ponte sullo Stretto di
Messina, dalla portualità all’ambiente marino e al suo inquinamento. Abbiamo
organizzato anche vari convegni di studio: “Mare oggi” nel 1988, “La salvaguardia
del mare e della vita umana in mare” nel 1993 e “Muoversi per mare” nel 1999.
Tempo fa abbiamo fatto un’indagine nazionale sui problemi dei naviganti, dalla
quale sono scaturite molte questioni che ancora oggi permangano. Ed ecco una
breve sintesi di ciò che emerse da quell’indagine. La professione del navigante è
una delle più belle ed interessanti; però la vita sul mare è dura e logorante se vissuta
fino alla vecchiaia, e per questo sarebbe giusto assicurare al marittimo un’adeguata
sistemazione a terra dopo un certo numero d’anni di navigazione. La posizione
giuridica ed economica del marittimo è differente da quella degli altri lavoratori
(basti pensare che non ha mai avuto la protezione del famoso art. 18, oggi tanto in
discussione). Il navigante è un fatalista, aspetta passivo che gli altri risolvano i suoi
problemi, non si associa, non partecipa a dibattiti, si disimpegna dall’azione. Si
giustifica asserendo che non può facilmente organizzarsi, non può attuare scioperi
selvaggi (non potendosi fermare in mezzo al mare) e quindi non può avere un
sindacato forte ed efficiente, e non può avere una forza politica che lo difenda.
Vorrebbe che l’Italia non perdesse la sua prestigiosa tradizione marinara e che la
flotta fosse moderna ed efficiente e non fosse costituita di navi vecchie o di scarto
delle altre nazioni. Poi, i problemi ciclici di sempre, senza soluzione, o troppo o
poca richiesta d’imbarchi. Infine, l’eliminazione dell’allievo ufficiale dalle tabelle
d’armamento ha fatto diminuire enormemente gli alunni degli istituti nautici con la
naturale conseguenza di riduzione degli ufficiali naviganti. Così oggi siamo in un
periodo d’estrema mancanza di personale navigante, ed è facile prevedere che nei
prossimi anni i nostri armatori dovranno ricorrere ad ufficiali reclutati da nazioni
extracomunitarie.
Ultimamente, tecnologie avanzate d’automazione applicate agli impianti navali
hanno consentito una forte riduzione del numero degli ufficiali e dei membri
dell’equipaggio. Al contrario, la recente normativa sulla sicurezza della navigazione
e sulla protezione dell’inquinamento marino hanno portato il navigante a subire un
eccesso d’impegni sia per la complessità degli attuali impianti, sia per i numerosi
controlli cui la nave viene sottoposta e sia per la più intensa azione burocratica
connessa con l’esercizio della stessa. Questa riduzione di personale a bordo e la
maggiore fatica cui esso è sottoposto sono in contrasto con il principio d’avere
navi sempre più sicure. Ne consegue che, al più presto, bisogna rivedere le tabelle
d’armamento, perché è stato dimostrato che la maggior parte degli incidenti sulle
navi d’oggi sono dovuti ad errori umani. Errori dovuti spesso agli stressanti turni
di lavoro. Per concludere posso dire che i Sindacati, le Capitanerie di Porto e gli
Armatori, che ufficialmente concordano sulle tabelle d’armamento, devono ritenersi
responsabili di eventuali sinistri marittimi da addebitare ad affaticamento del navigante.
Gioacchino Copani
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Comune Riposto - Regione Sicilia - Provincia Catania - A.A.P.I.T. Catania
INDICE
Il futuro della collana “Storie e racconti di mare” ........................... 3
Presentazione del Sindaco di Riposto .............................................. 7
Artemare 2002 - Edizione XXVIII .................................................10
Giuseppe Spiotta
IL VELIERO ................................................................................... 11
Giuseppe Cavarra
LA LEGGENDA DELL’UCCELLO GABBIANO ........................19
Anna Maria Cavicchi
CAPITANO “UBI” .........................................................................23
Vincenzo Galvagno
“SCURPIDDU”...............................................................................33
Piera Grassi Pedrella
ANEDDOTI DI BORDO ................................................................ 49
Beniamino Todaro
L’UOMO DEI SOGNI ....................................................................61
Artemare 2003 - Edizione XXIX .................................................... 67
Leonardo Fiore
DA MOZZO A COMANDANTE ...................................................69
Angelo Luigi Fornaca
L’ULTIMA SPIAGGIA ...................................................................75
Antonio Riciniello
TANK CLEANING ........................................................................85
Augusto Meriggioli
ARROGANZA PUNITA ................................................................ 91
Pasquale Sortino
IL VECCHIO IN RIVA AL MARE ................................................95
Francesco Tenucci
LA PESCA DI CESARE ................................................................. 99
Belén Hernández
OMAGGIO AI SOGNI DELLA SIRIO .......................................105
Anna Bartiromo
AKYRJA ....................................................................................... 113
Rosario Pennisi
COLLISIONE NEL CANALE DELLA MANICA ..................... 117
Luciana Baruzzi
“DISPARU” “DISPERSO” ........................................................... 123
Giovanni Pagano
FIAMME SULL’OCEANO ..........................................................127
Luciano Molin
UN NATALE SULLA NAVE .......................................................133
Giovanni Colonna
PENSIONE ASTRA .....................................................................135
M/n Jolly Corallo
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Racconti premiati negli anni precedenti .......................................145
Gaetano Alfaro
UNA S. MESSA DI RITO MESSICANO ....................................147
Norberto Biso
CAPODANNO A BAGNOLI .......................................................155
Giovanni Coglitore
UN SOGNO DIVENTA REALTÀ ...............................................161
Giovanni Di Mauro
COCOZZA CLODOVEO MARO’ S.V. .......................................169
Girolamo Melissa
DUE FISCHI LUNGHI NELLA RADA DI AUGUSTA .............177
Renato Morelli
LAVORO E CITTÀ ......................................................................181
Pier Mario Moreno
RACCONTO .................................................................................183
Mario Fiasconaro
IN GOZZO DALLA SICILIA ......................................................187
Franca Grasso
ACCADDE UNA NOTTE... TANTO TEMPO FA! ....................191
Lio Tomarchio
‘A Timpesta ...................................................................................197
La Marina Mercantile Italiana ...................................................... 203
Finito di stampare
presso la Tipo-litografia Bracchi
di Filiberto Bracchi
Via L. Pirandello, 56 - 95014 Giarre CT
Tel. 095/931427
Luglio 2005
Tutti i diritti riservati
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