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ISSN 2283-5873
Scienze e Ricerche
SR
MENSILE - SUPPL.EMENTO 1 AL N. 6 - APRILE 2015
LETTERATURE - 1
Letterature 1
Sommario
10
GIULIA TOTI, MARCO BARTOLUCCI, FEDERICO BATINI
Lettura e decadimento cognitivo
FILOMENA MONTELLA
Il ciocco di Giovanni Pascoli: un’indagine “astronomica”
pag.
5
pag.
10
ENRICO ACQUARO
I Fenici di Grazia Deledda via internet
pag. 14
ROSALIA CAVALIERI
Così ascoltano i sordi. Riflessioni attorno ad alcune testimonianze
autobiografiche dei non udenti
ALBERTO SMALDONE
Storie criminali: modelli di narrazione del Gangster-movie
SILVIA CAMILOTTI
Saperi e sapori d’altrove: le scrittrici (si) raccontano
36
PATRIZIA TORRICELLI
Donne. E le parole per parlarne
pag. 17
pag. 26
pag. 31
pag. 35
ALESSANDRA CALANCHI
74
Cronache di uno strano amore: gli americani e la bomba atomica
nei Tranquillized Fifties
ROSSELLA GIANGRANDE
La parola “lacerata” in Paul Auster
pag. 38
pag. 48
ANIDA SOKOL
Lingua e identità nazionale in Bosnia-Erzegovina. Dal multiculturalismo
all’esclusivismo linguistico
pag. 56
DOMENICO RUSSO
Ma quanti e quali derivati hanno le parole più usate? Qualche dato sulle
famiglie etimo-morfologiche del lessico italiano
VINCENZO CROSIO
Scienza e poesia FAUSTA GENZIANA LE PIANE
Cristina da Pizzano: la poetessa delle vedove...
CRISTINA TIRINZONI
Elsa Morante
ROBERTO SCIARRONE
Lo scoppio della Grande Guerra attraverso “La Voce” di Prezzolini
FEDERICA CASINI
Le case della vita di Emma Bovary
VINCENZA ROSIELLO
76
La scienza dipinta dei PreRaffaelliti
ROBERTO TOSCANO
L’eredità di Leonardo da Vinci ANDREA CANDELA
Sulla definizione di morte
FAUSTA GENZIANA LE PIANE
Portavo un canto di gioia nelle tasche
CLAUDIA CAMICIA
Gli Stati Generali di filosofia per bambini
pag. 63
pag. 67
pag. 71
pag. 74
pag. 76
pag. 85
pag. 90
pag. 96
pag. 97
pag. 98
pag. 99
GIAN PAOLO CAPRETTINI
Il giorno del lievito
DANIELA FABRIZI INTERVISTA ANNA MANNA
Donne di luna e di scure
suppl. 1, n. 6, aprile 2015
pag. 100
pag. 103
3
SUPPL. 1, N. 6 - APRILE 2015
ISSN 2283-5873
Scienze e Ricerche
Supplemento 1 al n. 6, aprile 2015
Coordinamento
• Scienze matematiche, fisiche e naturali:
Vincenzo Brandolini, Claudio Cassardo, Alberto Facchini, Savino Longo,
Paola Magnaghi-Delfino, Giuseppe Morello, Annamaria Muoio, Andrea
Natali, Marcello Pelillo, Marco Rigoli, Carmela Saturnino, Roberto Scandone, Franco Taggi, Benedetto Tirozzi, Pietro Ursino
• Scienze biologiche e della salute:
Riccardo N. Barbagallo, Cesario Bellantuono, Antonio Brunetti, Davide
Festi, Maurizio Giuliani, Caterina La Porta, Alessandra Mazzeo, Antonio
Miceli, Letizia Polito, Marco Zaffanello, Nicola Zambrano
• Scienze dell’ingegneria e dell’architettura:
Orazio Carpenzano, Federico Cheli, Massimo Guarnieri, Giuliana Guazzaroni, Giovanna La Fianza, Angela Giovanna Leuzzi, Luciano Mescia,
Maria Ines Pascariello, Vincenzo Sapienza, Maria Grazia Turco, Silvano
Vergura
• Scienze dell’uomo, filosofiche, storiche e letterarie:
Enrico Acquaro, Angelo Ariemma, Carlo Beltrame, Marta Bertolaso, Sergio Bonetti, Emanuele Ferrari, Antonio Lucio Giannone, Domenico Ienna, Rosa Lombardi, Gianna Marrone, Stefania Giulia Mazzone, Antonella
Nuzzaci, Claudio Palumbo, Francesco Randazzo, Luca Refrigeri, Franco
Riva, Mariagrazia Russo, Domenico Russo, Domenico Tafuri, Alessandro
Teatini, Patrizia Torricelli, Agnese Visconti
• Scienze giuridiche, economiche e sociali:
Giovanni Borriello, Marco Cilento, Luigi Colaianni, Riccardo Gallo, Agostina Latino, Elisa Pintus, Erica Varese, Alberto Virgilio, Maria Rosaria
Viviano
• Coordinamento Letterature
Angelo Ariemma (Centro di documentazione europea Altiero Spinelli),
Claudia Camicia (Gruppo di Servizio per la Letteratura Giovanile), Angelo Gambella (SISAEM, Società Internazionale per lo Studio dell’Adriatico nell’Età Medievale), Anna Manna, Trinis Antonietta Messina Fajardo
(Università degli Studi di Enna Kore), Judit Papp (Università degli Studi
di Napoli L’Orientale), Vincenza Rosiello (Centro Europeo di Studi Rossettiani), Domenico Russo (Università degli Studi G. D’Annunzio Chieti
Pescara)
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SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Lettura e decadimento cognitivo
GIULIA TOTI, MARCO BARTOLUCCI, FEDERICO BATINI
Università degli Studi di Perugia
I
vantaggi della lettura sono stati, per decenni, rubricati come interni al sistema di istruzione.
Le ricerche degli ultimi venti anni, specie fuori
dall’Italia, hanno portato in evidenza una serie di
effetti della lettura circa lo sviluppo e/o il mantenimento di alcune competenze e di alcune funzioni e processi
cognitivi. Il desiderio di indagare gli effetti della lettura in
gruppi-target già colpiti da
decadimento cognitivo ha
dato avvio ad un’ampia
ricerca, tuttora in corso,
nella quale si cerca di indagare come attraverso
la lettura ad alta voce di
fiction narrativa sia possibile influenzare positivamente il funzionamento
della memoria di lavoro,
la capacità di recupero di
materiale mnestico episodico e autobiografico, in
casi di deterioramento cognitivo. Tale lavoro mira
a promuovere non solo
un avvicinamento al libro
ma anche ad incentivare
il rapporto con la lettura
considerata come strumento di crescita e di cambiamento,
riconoscendone l’aspetto preventivo/curativo e annoverandola tra le attività utilizzate nel sostegno, nella terapia e in
contesti di sofferenza e solitudine.
1. ITALIANI E LETTURA
scendente del numero dei lettori, dopo il forte sviluppo degli
anni 70-80. In quegli anni la crescita del numero di soggetti
che hanno superato l’istruzione di base, per i noti fenomeni
socio-economici, ha prodotto una crescita rilevante, crescita
che è proseguita, seppure in modo molto più lento, sino alla
fine del decennio scorso. Dal 2010 in poi ha avuto inizio
la “crisi” invertendo il segno: da un progressivo aumento si
passa al segno “meno” ed
ha inizio la diminuzione
sempre più evidente. Osservando i numeri si può
evidenziare come la crisi
della lettura sia da attribuire soprattutto a una
diminuzione dei “lettori
deboli”1 (da 11,5 milioni
del 2013 a 10,7 del 2014,
pari a una variazione annua del -6,8%). I lettori
deboli sono, ovviamente,
la componente della popolazione che più facilmente
può trasformarsi in “non
lettori”. I “lettori forti”2,
sono invece il 14,3% dei
lettori, e costituiscono una
categoria sostanzialmente
stabile nel tempo. Si conferma il divario di genere seppure i
lettori siano in calo in modo complessivo. Sono meno della
metà della popolazione: il 48% delle donne e solo il 34,5%
degli uomini coloro che hanno letto almeno un libro nel corso dell’anno. Nonostante tali dati la lettura si sta configurando come pratica legata non esclusivamente ai tradizionali
La lettura, oggi, in Italia, è in forte calo, come conferma
l’ultimo rapporto Istat, uscito il 15 gennaio 2015, nel quale
si evidenzia, osservando longitudinalmente, una parabola di-
1 I lettori deboli, secondo le rilevazioni Istat, sono coloro che leggono da
uno a tre libri nell’arco di un anno.
2 I lettori forti sono coloro che leggono in media almeno un libro al mese.
5
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
vantaggi che apporta in termini di alfabetizzazione e in termini culturali, ma anche come elemento in grado di facilitare processi di sviluppo a livello cognitivo ed emotivo nelle
persone. La sua rilevanza emerge anche in quei contesti nei
quali prevale la dimensione della “mancanza” o del “deterioramento” anziché quella dello sviluppo potenziale. Ascoltare
un racconto ad alta voce favorisce processi di crescita e di
apprendimento non solo sul piano cognitivo, ma anche nel
versante emozionale.
2. LETTURA E ANZIANI
Con la crescita, il libro diventa strumento prezioso e, poi,
in particolar modo nella fase della vecchiaia, esso andrà a
costituire un potente antidoto alle sensazioni di vuoto, di solitudine, di inutilità causati dalla diminuzione di impegni e, a
volte, da presenze saltuarie degli affetti. La lettura è in grado
di stimolare funzioni mnemoniche e potrà dare valore a una
fase di vita esseniziale per l’elaborazione del vissuto, per i
bilanci, per trarre, dal passato, una dimensione comunque
prospettica. In questo senso, la lettura ad alta voce, può e
deve diventare un’attività familiare, riconosciuta come opportunità del tutto particolare per la condivisione di pensieri
e sentimenti, all’interno di tempi e spazi di vita comuni. In un
certo modo questo può costituire un proseguimento dell’antica tradizione dei cantastorie, coltivata nel tempo da individui, popolazioni e differenti generazioni. La lettura ad alta
voce è fonte di conoscenze e informazioni indispensabili per
tutte le età e in tutte le condizioni fisiche, psichiche e sociali.
In tal senso si è provveduto alla costruzione di occasioni
di lettura, organizzate in training narrativi, appositamente
ideati, con anziani istituzionalizzati nelle RSA, già affetti da
patologie che comportano un decadimento cognitivo a livello medio- grave e grave. Su tali basi si è strutturato il lavoro
di ricerca, nel tentativo di individuare un training efficace,
adatto alla particolarità della popolazione bersaglio.
3. “NUOVI ANZIANI…”
L’anziano in questo senso è una persona che, indipendentemente dall’età e dal livello di scolarizzazione e di decadimento cognitivo raggiunto, ha il diritto e, spesso, le risorse
per essere protagonista del proprio personale invecchiamento. Oggi l’anziano non ricalca l’immagine stereotipata di anziano declinante, inattivo, passivo. Si profila invece un’immagine di anziano attivo, desideroso di nuove esperienze,
felice di esistere, di rinnovarsi, capace di un giudizio critico
e di muovere proposte migliorative della propria condizione. Un’ anziano che, attraverso l’ascolto e l’interazione dà
voce ai propri desideri e ai propri bisogni, è un anziano attento al proprio benessere, che si prende cura della propria
mente, del proprio corpo e della propria anima. La senilità
è un argomento estremamente attuale ed emerge in tutta la
sua complessità. L’Italia tra il 2011 e il 2012 si colloca al
secondo posto, dopo la Germania, nella graduatoria relativa
all’indice di vecchiaia di 27 paesi europei. Il periodo in cui
6
ci troviamo si può definire il “secolo dell’invecchiamento”.
L’aumento della vita media da un lato ha un significato positivo, in quanto sinonimo di maggior benessere e di migliori
condizioni di vita, paradossalmente dall’altro lato aumenta
lo squilibrio che si va creando nei sistemi di welfare (specie
nella definizione e nei costi che comporta la costruzione di
sistemi pensionistici sostenibili con la proporzione attuale e
futura tra popolazione attiva e anziani che si modifica a tutto
vantaggio dell’incremento di questi ultimi).
Ciò richiede, allora, una ristrutturazione profonda della
società occidentale, che valorizzi gli anziani, non solo come
cittadini che giustamente godono e godranno la propria pensione, frutto del proprio lavoro, ma anche come soggetti
attivi e partecipi della società. Oggi non è infrequente vedere anziani che arrivano agli 80 e 90 anni con capacità di
adattamento, riflessione e abilità fisiche e cognitive ancora
rilevanti. Possono essere certamente depositi di esperienze
e significati, preziosi. Nella modificazione delle componenti della popolazione, tuttavia, assistiamo ancora a fenomeni
di marginalizzazione degli anziani medesimi con istituzionalizzazioni anche precoci che, alfine, comportano una contrazione dei tempi di deterioramento dell’autonomia e delle
capacità cognitive.
4. DETERIORAMENTO COGNITIVO E TRATTAMENTI
NON FARMACOLOGICI: LA LETTURA
Negli ultimi anni i trattamenti non-farmacologici nell’ambito di patologie degenerative hanno riscontrato un maggior
consenso in ambito sanitario, rispetto al passato, tuttavia, pur
con la presenza di evidenze ormai piuttosto chiare alcuni approcci rimangono confinati agli esperimenti, alle ricerche, a
isolate esperienze, non ricorsive. La lettura costituisce, senza
dubbio, uno strumento utile, in molti sensi, al rallentamento
delle patologie degenerative, eppure non risulta ancora così
diffusa. L’uso della narrazione e della lettura come strumento terapeutico è stato ampiamente dibattuto nel 20esimo secolo. Inizialmente il termine era utilizzato a proposito delle
librerie che lavoravano congiuntamente alle professioni mediche, poi è diventato di maggior utilizzo nelle cosiddette
“professioni di aiuto”, mentre ancor più recentemente è divenuto importante per la psicologia.
La parola “Biblioterapia” può indicare sia il “trattamento effettuato tramite i libri”, sia il “processo di interazione
dinamica tra la personalità del lettore e la letteratura che avviene sotto la guida di un aiutante addestrato”. Potremmo
utilizzare la definizione del termine, data da Rosa Mininno,
fondatrice del primo sito internet italiano dedicato totalmente all’argomento. Per Biblioterapia si intende quindi “la terapia attraverso la lettura come strumento di promozione e
crescita culturale personale e collettiva, come strumento di
auto-aiuto, di acquisizione di conoscenze e promozione di
consapevolezza in situazioni di disagio psicologico e sociale
oltre che come tecnica psicoeducativa e cognitiva in ambito
psicoterapeutico”.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
5. EFFETTI DI LETTURA…
Laddove la lettura dei libri è maggiormente praticata è parimenti diffusa quella dei giornali, si va più spesso al cinema
o al teatro, si ascolta più musica e si frequentano di più i musei. Si è potuto constatare come in tali circostanze si riscontri
un tasso di reddito più elevato, una società più coesa, maggiori capacità di innovazione e sviluppo, un incremento di
attenzione rivolto alla difesa della legalità, una diminuzione
della criminalità, della corruzione nonché della discriminazione nei confronti delle donne.
Dal punto di vista psicologico la narrazione è un processo prettamente umano (Nelson,2003) che viene costruito ed
opera a diversi livelli cognitivi. Una storia è la rappresentazione di eventi, che sono guidati da comportamenti intenzionali di personaggi con obiettivi unici, in ambienti immaginati
che possono rimandare al mondo reale (Marr, 2004). Di conseguenza, processare un elemento di narrazione da parte del
cervello umano diventa qualcosa di più complesso del mero
processamento linguistico.
La lettura è in grado di facilitare lo sviluppo di una maggiore capacità di comprendere gli altri e di identificarsi con
loro (Oatley, 2006; Mar 2009). La lettura sviluppa la facoltà umana del “pensiero narrativo”, l’intelligenza emotiva,
la consapevolezza di sé (e/o del proprio disagio) portando,
gradualmente, la persona ad una ristrutturazione del Sé. La
lettura permette di sviluppare processi empatici e quindi di
mentalizing ovvero comprendere le intenzioni, gli obiettivi, le emozioni e altri stati mentali dei personaggi (Frith &
Frith, 2003). Le regioni cerebrali che sembrano contribuire
al processamento narrativo sono molteplici: come dice Maar
(Maar, 2005): ogni rete che supporta il linguaggio, la memoria, e anche la percezione è probabile che giuochi un ruolo
fondamentale nella comprensione e interpretazione delle storie lette o ascoltate. La piattaforma teorica che ne emerge
risulta interessante per la ricerca futura (Rubin & Greenberg,
2003), specie per la prevenzione e il trattamento dei disturbi
derivanti da deterioramento cognitivo in soggetti anziani.
6. LA RICERCA
Constatando allora che la comprensione di storie attiva
aree cerebrali che sono funzionalmente sovrapposte ed intersecate a quelle deputate alla memoria episodica e autobiografica, si è dato avvio alla ricerca, attraverso alcune iniziali
esperienze pilota presso l’RSA “Ninci” e l’Rsa “Pionta” di
Arezzo (gestite dalla cooperativa Koiné), procedendo poi in
una ulteriore Rsa di Perugia e poi nella provincia della città
umbra.
Poiché in letteratura sono presenti, ancora, dati discordanti
al riguardo, si è voluto valutare l’efficacia di un ciclo di training narrativo di 55-60 sessioni con gli anziani istituzionalizzati. I risultati hanno potuto dimostrare come un trattamento specifico e intensivo, rispetto a trattamenti più generici,
possa rallentare la progressione della patologia e mantenere
invariato non solo il quadro cognitivo ma anche le abilità
funzionali. Tutti gli indicatori di cui disponiamo, mostrano
una stretta correlazione tra la lettura dei libri e l’incremento della qualità della vita e del benessere complessivo della
persona e delle comunità, come è emerso anche dalle ricer7
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
che stesse. In alcuni specifici domini di memoria abbiamo,
inoltre, riscontrato significativi miglioramenti (non soltanto
dunque un rallentamento, ma proprio il recupero di alcune
abilità). Il training è stato condotto attraverso l’utilizzo di
studenti universitari3 che hanno partecipato a tutte le fasi:
dalla costruzione del quadro teorico, sino alla formulazione delle ipotesi, all’individuazione degli strumenti di misurazione, sino al training narrativo stesso, del quale, insieme
agli anziani, sono stati protagonisti e, poi, all’elaborazione
finale dei risultati della prima sperimentazione.
3 Allievi dei corsi di Metodologia della ricerca in educazione,
dell’osservazione, della valutazione (Scienze dell’educazione) e di
Pedagogia Sperimentale (Scienze e Tecniche psicologiche dei processi
mentali) tenuti da Federico Batini presso il Dipartimento di Filosofia,
Scienze Sociali e della Formazione.
8
Il libro come “spazio
di vita conversazionale”
(secondo un’espressione
utilizzata all’interno del
gruppo di ricerca) è risultato essere un ottimo ponte
tra anziani e giovani, tra i
quali si è instaurata già dalle prime fasi una relazione
progressivamente più reciprocamente soddisfacente.
Gli studenti coinvolti
nella ricerca hanno imparato a rapportarsi con gli anziani e ad ascoltare le loro
esigenze, sperimentando
l’empatia e imparando a
sintonizzarsi con un mondo
estremamente distante da
loro. Molti tra gli studenti
partecipanti hanno dovuto imparare a lavorare in
gruppo, condividendo ogni
aspetto dell’attività, con
il fine di portare a termine
nel miglior modo possibile
gli obiettivi della ricerca,
scontrandosi con propri limiti e difficoltà che hanno
richiesto una gestione, a
volte impegnativa, per lo
staff di ricerca-didattico.
Dal punto di vista della
formazione universitaria
hanno avuto concretamente
la possibilità di avere a che
fare con situazioni affrontate, sino a quel momento,
soltanto a livello teorico affacciandosi al mondo della
professione e iniziando a individuare i limiti e le risorse della
professionalità sviluppata sino a quel momento ed essendo
in grado di riflettere sulle competenze che andavano sviluppando.
Un esempio può essere costituito dalla gestione della frustrazione: lavorando con “utenti difficili” gli studenti hanno
imparato a gestire lo stress e la fatica dovuti a momenti di
non ascolto da parte dell’intero gruppo con il quale stavano
lavorando, in alcuni momenti. I momenti di gratificazione,
dovuti ai miglioramenti, a richieste di attenzione e di affetto
da parte degli anziani, insieme al loro continuo esternare in
trasparenza e semplicità il loro vissuto, hanno invece determinato una retroazione positiva in termini di motivazione
sugli studenti stessi. A questo punto è importante sottolineare come l’utenza analizzata nella ricerca, comprenda anziani
non autonomi, e nemmeno semi-autosufficienti o comunque
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
con un buono stato cognitivo, ma soggetti fortemente deteriorati.
7. DIREZIONI FUTURE
Risulta interessante proporre come future piste di ricerca
lo stesso tipo di intervento con soggetti ancora con buono
stato di salute complessivo. Cosa sarebbe successo in soggetti ancora non così deteriorati? Quanto la lettura riuscirebbe
a ritardare un eventuale decadimento cognitivo? Potrebbe a
questo punto aprirsi una nuova strada che consideri l’intervento narrativo non più solo come trattamento non farmacologico aggiuntivo, da proporre nelle fasi avanzate o molto
avanzate della patologia, ma anche come pratica di vita e
come efficace strumento di prevenzione. Ridurre al minimo
le conseguenze delle malattie croniche attraverso una diagnosi precoce ed un efficace processo di prevenzione, insieme alla strutturazione di ambienti fisici e sociali che favoriscano la salute e la partecipazione delle persone anziane,
costituiscono tappe essenziali ed irrinunciabili per un invecchiamento positivo e attivo, libero, autonomo e lontano da
schemi precostituiti e fissi, privo di finalità da raggiungere
che limiterebbero l’apertura dell’anziano attivo a un continuo miglioramento delle proprie condizioni, anche attraverso abilità di gestione e compensazione di alcune, inevitabili,
perdite. La riflessione sulle possibilità non soltanto di rallentare il decadimento, ma di favorire un qualche recupero e
“apprendimento”, nelle performances cognitive (e non solo)
della terza età, apre scenari importanti circa il contributo che
la lettura ad alta voce possa dare all’invecchiamento attivo
della popolazione.
E’ necessario, perciò, promuovere adeguati programmi di
prevenzione rivolti alle persone di tutte le fasce d’età4, oltre al potenziamento dell’attività di ricerca, indirizzata alla
comprensione più dettagliata dei meccanismi responsabili
dei benefici indotti da un training narrativo e del miglioramento della qualità della vita. Le ricerche sinora condotte
non vogliono costituire un punto di arrivo, bensì un punto di
partenza. Altri esperimenti tesi a confermare quanto rilevato
e specificare alcune dimensioni sono in corso. È possibile
concludere dunque, pur con la cautela dettata da una ricerca
che non si considera terminata, che i training di lettura paiono produrre un incremento, in gruppi di anziani fortemente
deteriorati, delle prestazioni, nelle prove di memoria ed in
abilità vicine a quelle direttamente esercitate. Questo suggerisce che training narrativi adeguatamente progettati possano
essere una buona soluzione per supportare i meccanismi cognitivi che declinano con l’avanzare dell’età e costituire un
potente strumento preventivo.
BIBLIOGRAFIA
AA.VV.(2012), La lettura durante l’intero arco della vita,
numero monografico di “ Lifelong Lifewide Learning”, rivista edaforum.it, n.20, 2012
Batini F., Bartolucci M., (2014), Lettura, memoria, declino
cognitivo: uno studio pilota, Rivista Formazione Lavoro Persona, anno IV-Numero 11
Batini F., Giusti S. (a cura di), (2013), Imparare dalla lettura, “I Quaderni della Ricerca”, 05, Torino, Loescher
Frith, Uta and Christopher D. Frith, (2003), “Development
and neurophysiology of mentalizing”, Philosophical Transactions of the Royal Society of London, Series B: Biological Sciences 358.1431: 459-473
Istat (2014), Eurostat, Roma
Istat (2015), La produzione e la lettura di libri in Italia,
Roma
Mar, Raymond A. (2004)“The neuropsychology of narrative: story comprehension, story production and their interrelation”, Neuropsychologia 42.10 :1414-1434
Mar, R. A., DeYoung, C. G., Higgins, D. M., & Peterson,
J. B. (2006). Self-liking and self-competence separate selfevaluation from self-deception: Associations with personality, ability, and achievement. Journal of Personality, 74,
10471078
Mar, R. A., Oatley, K., Peterson, J. B. (2009). Exploring
the link between reading fiction and empathy: ruling out individual differences and examining outcomes. Communications, 34, 407–28.
Mininno R., Cosa è la biblioterapia, www.biblioterapia.it/
biblioterapia.html (Ultima consultazione: Marzo 2015)
Nelson K., (2003) Self and social functions: individual
autobiographical memory and collective narrative, Memory
11.2: 125-136
Oatley, K., Mar, R. A. (2005). Evolutionary pre-adaptation
and the idea of character in fiction. Journal of Cultural and
Evolutionary Psychology, 3, 179-174
Sander M Daselaar, Heather J Rice, Daniel L Greenberg, Roberto Cabeza, Kevin S LaBar, David C Rubin
(2008), The spatiotemporal dynamics of autobiographical
memory: neural correlates of recall, emotional intensity, and
reliving., Cerebral Cortex; 18(1):217-29. 4 Lo stesso gruppo di ricerca sta lavorando, inoltre, all’estensione della
ricerca ad altre categorie di svantaggio non soltanto legato all’anagrafe ma
a particolari condizioni rispetto all’accesso alle informazioni, conoscenze,
possibilità di sviluppo (ad esempio neet e drop-out).
9
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Il ciocco di Giovanni Pascoli:
un’indagine “astronomica”
FILOMENA MONTELLA
Docente di lettere
L
’astronomia, o meglio, le bellezze del cielo la prima raccolta, Myricae. Il ciocco, infatti, è un poemetto
hanno da sempre affascinato i poeti italiani.
in cui sono presenti oltre le stelle, anche il sole e la luna, e
In particolare nelle liriche del poeta Gio- addirittura l’universo. Il componimento, scritto nel dialetto
vanni Pascoli la presenza degli oggetti astro- garfagnino, è composto da due canti, nominati rispettivanomici assume una fortissima valenza lirica mente Canto primo e Canto secondo, ciascuno di 264 vere conoscitiva. L’analisi del componimento Il ciocco, presente nella raccolta dei Canti di Castelvecchio, intende dimostrare appunto questo collegamento con l’astronomia e l’essenza delle cose e
non la loro fenomenica.
Nei Canti di Castelvecchio1 dei sessantanove
componimenti pubblicati nel 1903 le stelle e le costellazioni sono presenti in dodici poesie2, la luna
in nove3, il sole in quindici4.
Il titolo della raccolta crea un collegamento con
i “Canti” leopardiani, suggerendo così, secondo l’interpretazione del critico Giuseppe Nava5,
l’ambizione ad una poesia più elevata6. E a tal proposito la lirica analizzata ben si addice all’idea di Giovanni Pascoli
poesia dai toni più aulici rispetto alle liriche del1 Castelvecchio è la frazione di Barga, in Media Valle del Serchio, nel
quale Pascoli aveva acquistato una casa in cui soggiornò molto a lungo,
dedicandosi alla poesia e agli studi di letteratura classica.
2 Le ciaramelle; Canto primo e Canto secondo de Il ciocco; Il ritorno
delle bestie; Il Gelsomino notturno; L’imbrunire; La mia sera; Commiato;
Il sogno della vergine; Ov’è?; Ritratto; Il bolide; canto IV del Diario
autunnale.
3 La poesia; Canto primo e Canto secondo de Il ciocco; La squilletta
di Caprona; Il ritorno delle bestie; L’usignolo e i suoi rivali; Il poeta
solitario; Mendico; La servetta di monte; lirica IV del Diario autunnale.
4 L’Allodola; Canto primo e Canto secondo de Il ciocco; Il croco; La
vite; Il fringuello cielo; La canzone dell’ulivo; Passeri a sera; La guazza;
Primo canto; La fonte di Castelvecchio; In viaggio; Il mendico; Il ritratto;
La cavalla storna; lirica n. VIII del Diario autunnale.
5 G. PASCOLI, Canti di Castelvecchio, a cura di Giuseppe Nava, Milano
1983.
6 A proposito di astronomia si ricordi che il giovane Leopardi nel 1813
compose una magistrale Storia della Astronomia dalla sua origine sino
all’anno 1811, ripresa poi da Margherita Hack in Storia dell’astronomia.
Dalle origini al duemila e oltre.
10
si; il primo è tutto in endecasillabi sciolti; il secondo alterna
gli sciolti con endecasillabi rimati (vv. 107-220 in terzine,
con schema delle rime ABA–BCB e con un endecasillabo
conclusivo ogni sei terzine; vv. 221-248 con schema delle
rime in quartine, ABAB). La partizione interna è la stessa nei
due canti: infatti, i vv. 1-104 introducono l’argomento; i vv.
105-106 fungono da raccordo per la parte centrale, costituita
dai vv. 107-220, che può essere a sua volta suddivisa in sei
gruppi di diciannove versi ciascuno, rappresentanti nel Canto primo i ritratti e i discorsi dei contadini, nel Canto secondo
una riflessione cosmica; i vv. 221-248 sono dedicati all’analisi della sorte comune di formiche e uomini; i vv. 249-264
concludono i canti, riportando i discorsi o le massime di Zi
Meo, che attraverso il poeta illumina l’oscurità.
L’idea del poemetto venne illustrata dallo stesso autore in
tre lettere all’amico Alfredo Caselli: in quella del 26 luglio
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
1902 Pascoli afferma che questo tipo di componimento, quasi
didascalico, è «un genere nuovo, tra l’eroico e il familiare»;
in quella del 1 agosto 1902 scrive che è pronto a pubblicare
Il ciocco; infine, nella lettera del 17 ottobre 1902 afferma che
nella lirica è presente un’«illusione alla vita universale che
continua dopo la fine dell’esistenza individuale». Quest’ultima considerazione rappresenta in nuce il tema della lirica
analizzata; in particolare, Pascoli riflette sul fatto che la terra
sia piccola come un granello di sabbia a confronto dell’infinita grandezza e moltitudine degli astri: si tratta di una visione personale che il poeta cerca di trasmettere agli altri.
Fonte primaria del Ciocco è sicuramente La ginestra di
Leopardi (vv. 202-236) nel collegamento fra l’umanità e le
formiche, minacciati entrambi da una natura insensibile ai
mali dell’uomo. E fra gli elementi della natura maggiormente analizzati da Pascoli ci sono gli elementi del cielo.
Nel Canto primo, una veglia intorno al fuoco, in cui i contadini alla presenza del poeta e dello zio Meo, traggono spunto dall’arsione di un ciocco, nido di formiche, per ragionare
sul modus vivendi di questi insetti, il poeta afferma: «Non
c’era nella notte altro splendore / che di lontane costellazioni», quando cioè il cielo non era turbato dalla luce se non
quella delle miriade stelle della “Grand’Orsa”. Compagne di
viaggio della vita dell’uomo, le stelle osservano in silenzio
dall’alto le sofferenze degli esseri viventi, uomini o formiche
che siano. La bellezza delle stelle non consola, tuttavia, il
cuore triste dell’uomo, consapevole del suo male di vivere:
nulla può distoglierlo dal suo triste destino, anche se in alto
brillano astri splendenti e affascinanti.
Ai vv. 96-98, il sole, con un’immagine molto delicata e
romantica, viene descritto come «facea passare i fili suoi tra
i licci / d’una tela che ordiva un vecchio ragno». La metafora è suggestiva e pittorica, rispecchiante lo stile simbolico
del poeta romagnolo, che trasforma gli oggetti più comuni in
simboli, carichi di significato.
La luna, invece, ai vv. 180-182, è presentata come personificata: accompagna l’uomo nel suo cammino, ma è pur
sempre «sola, che passa, e risplende sui secchielli, / e il
poggio rende un odorin che accora». La luna, come anche
nell’idillio leopardiano Alla luna, appare sentimentalmente
distante dalla vita dell’uomo: osserva imperturbabile dinanzi alla solitudine dell’individuo. Di qui quel sentimento di
smarrita solitudine che nessuno ancora prima di Pascoli aveva saputo consegnare alla poesia.
Nel Canto secondo il poeta, dopo la veglia, è indotto, attraverso la contemplazione del cielo notturno e del balenio
di stelle cadenti, a una serie di riflessioni sul futuro del nostro pianeta e dell’intero universo. Si susseguono, in questo
modo, le ipotesi sulla morte della Terra, per assorbimento
dei suoi elementi vitali, acqua ed aria, in seguito al raffreddamento del globo, o per collisione con un corpo celeste, o ancora per il surriscaldamento prodotto dall’incontro con una
cometa: ipotesi di morte a cui il disperato bisogno di sopravvivenza dell’uomo, come specie o come materia cosmica, se
come individuo non è possibile, contrappone altrettante ipotesi di vita, dal rinascere della vita sulla luna alla molteplicità
di sistemi solari nella Galassia. A tal proposito è ben chiaro
che le vicende autobiografiche dell’autore, in particolare la
morte del padre, caratterizzano la sua poesia, ma con connotazioni di portata universale.
In un crescendo di immagini catastrofiche il poeta immagina la fine dei mondi, per affermare subito dopo la possibilità
di una loro risurrezione, grazie all’urto di due astri spenti,
alla trasformazione del moto in calore e alla conseguente
produzione di una nebulosa, che riproduca il processo di formazione del nostro Sistema solare. In questo passo il Pascoli
segue come fonte l’Astronomia popolare7 dello scienziato
e divulgatore francese Camillo Flammarion, sostenitore di
netta impronta spiritualistica e lirico descrittore del mondo
celeste.
Il Canto secondo si apre con una descrizione della gravitazione universale, l’“eterno assillo”: «Era novembre. Già
dormiva ognuno, / sopra le nuove spoglie di granturco. /
Non c’era un lume. Ma brillava il cielo / d’un infinito riscintillamento. / E la Terra fuggiva in una corsa / vertiginosa per
la molle strada, / e rotolava8 tutta in sé attratta / per la puntura dell’eterno assillo». I vv. 9-10 alludono, chiaramente, al
moto di traslazione della Terra col Sole nello spazio.
Segue una descrizione metaforica e decisamente mitologica di alcune costellazioni: «E rotolando per fuggir lo strale / d’acuto fuoco che le ruma in cuore, / ella esalava per
lo spazio freddo / ansimando il suo grave alito9 azzurro. /
Così, nel denso fiato della corsa / ella vedeva l’iridi degli
astri sguazzare, / e nella cava ombra del Cosmo / ella vedeva
brividi da squame / verdi di draghi, e svincoli da fruste / rosse
d’aurighi, e lampi dalle freccie de’ sagittari, e sprazzi dalle
gemme / delle corone, e guizzi dalle corde / delle auree lire;
e gli occhi dei leoni / vigili e i sonnolenti occhi dell’orse10».
Si noti come il cosmo, l’ordine dell’universo, sia considerato
un vuoto nero (cava ombra). Le costellazioni sono descritte
come da sempre la mitologia ci ha trasmesso le figure celesti:
il cielo si presenta come quello degli Antichi, popolato da
mostri, animali, eroi ed oggetti che traggono la loro origine da racconti la cui data di nascita si perde nella notte dei
tempi. Il critico Giovanni Getto, a tal proposito, afferma: «È
questo il modo nuovo, autenticamente pascoliano, di avvertire la realtà cosmica: il geocentrismo»11.
Ai vv. 27-34 Pascoli descrive poeticamente il Sistema solare: «Noi scambiavamo rade le ginocchia / sotto le stelle.
Ad ogni nostro passo / trenta miglia la terra era trascorsa, /
coi duri monti e le maree sonore. / E seco noi riconduceva al
Sole12, / e intorno al Sole essa vedea rotare / gli altri prigioni,
come lei, nel cielo, / di quella fiamma, che con sé li mena».
7 L’opera fu pubblicata a Milano nel 1887.
8 Si tratta del moto di rotazione della Terra.
9 Nella visione antropomorfa della Terra in fuga è l’atmosfera che, come
dice il Flammarion «riflette la luce del giorno, e si tinge di qull’azzurro che
sembra formar sopra di noi una volta celeste».
10 Si tratta della vista delle costellazioni, che in alcune prose Pascoli
chiama “mostri celesti”: Dragone, Auriga, Sagittario, Corona, Lira, Leone,
Orsa Maggiore e Minore.
11 G. Getto, Carducci e Pascoli, 1957.
12 È il moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole.
11
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Il sole è considerata una fiamma che trascina gli altri pianeti:
è qui presente un’immagine assai poetica della teoria eliocentrica.
Sono citati anche alcuni nomi di stelle: «lontan lontano son
per tutto il cielo / altri lumi che stanno, ombre che vanno,
/ che per meglio vedere alzano in vano / verso le solitarie
Nebulose / l’ardor di Mira e il folgorio di Vega13». Vengono
descritte anche una cometa: «Ed incrociò con la sua via la
strada / d’un mondo infranto, e nella strada ardeva, / come
brillante nuvola di fuoco, / la polvere del suo lungo passaggio14. / Ma niuno sa donde venisse, e quanto / lontane plaghe
già battesse il carro15 / che senza più l’auriga ora sfavilla /
passando rotto per le vie del Sole», e le stelle cadenti, le Leonini, «Né sa che cosa carreggiasse intorno / ad uno sconosciuto astro di vita, allora forse di su lui cantando / i viatori
per la via tranquilla; / quando urtò, forviò, si spezzò, corse /
in fumo e fiamme per gli eterei borri, / precipitando contro il
nostro Sole, / versando il suo tesoro oltresolare16: /stelle; che
accese in un attimo e spente, / rigano il cielo d’un pensier di
luce». Pascoli produce e scrive una poesia analitica: il suo
sguardo si fissa su tanti particolari, che sono descritti in un
crescendo sempre più lirico.
La riflessione sulla fine dell’Universo è così espressa: «Là,
dove i mondi sembrano con lenti / passi, come concorde immensa mandra, / pascere il fior dell’etere pian piano, / beati
della eternità serena; / pieno è di crolli17, e per le vie, battute
/ da stelle in fuga, come rossa nube / fuma la densa polvere
del cielo; / e una mischia incessante arde tra il fumo / delle
rovine, come se Titani / aeriformi, agli angoli del Cosmo, /
l’un l’altro ardendo di ferir, lo spazio / fendessero con grandi
astri divelti. / Ma verrà tempo che sia pace, e i mondi, / fatti
più densi dal cader dei mondi, / stringan le vene e succhino
d’intorno / e in sé serrino ogni atomo di vita: / quando sarà
tra mondo e mondo il Vuoto / gelido oscuro tacito perenne; /
e il Tutto si confonderà nel Nulla, / come il bronzo nel cavo
della forma; e più la morte non sarà. Ma il vento / freddo che
sibilando odo staccare / le foglie secche, non sarà più forse, /
quando si spiccherà l’ultima foglia? / E nel silenzio tutto avrà
riposo / dalle sue morti; e ciò sarà la morte». Il Tutto, quindi,
si trasformerà in Nulla e l’ordine ritornerà nel caos primor13 Come il bimbo in ombra (la Terra) alza la lanterna (il Sole), così gli
altri pianeti di altri sistemi sembrano alzare i loro soli (Mira, Vega), per
meglio vedere le Nebulose.
14 A tal proposito Flammarion scrive: «La Terra incontra gli sciami di
materia meteorica più direttamente al mattino che alla sera, e durante il
secondo più che nel primo semestre […] Le epoche più notevoli sono la
notte del 10 agosto e il mattino del 14 novembre» (novembre, v. 5, è il
tempo scelto per questa poesia). Pascoli segue la teoria secondo cui gli
aeroliti proverrebbero da un mondo distrutto.
15 Si tratta di una metafora corrente per il sole.
16 Sono le stelle cadenti, che hanno origine appunto da un mondo esterno al nostro Sistema solare.
17 Il Flammarion riferiva: «Supponiamo per un istante… che la nostra
vista… acquisti una potenza soprannaturale… tosto scompare l’apparente
immobilità che regna nella volta dei cieli. Le stelle innumerevoli sono trascinate come turbini di polvere in direzioni opposte… dappertutto regna
il movimento… Come la polvere delle nostre strade, i turbini di stelle si
sollevano lungo le strade del cielo… miriadi di soli ardenti, lanciati in tutte
le direzioni dell’immensità»
12
diale. Che senso ha vivere, allora,
se tutto sarà distrutto? La risposta
di Pascoli, è ben noto, è vivere nella
semplicità del nido e delle piccole
cose e in essi scopre le relazioni più
ingegnose.
I vv. 132-140 mostrano paesaggi
lunari dove qualche forma di vita,
nella figura del “selenita”, potrebbe
comparire: «Ma forse allora ondeggerà nel Mar / del nettare18 l’azzurra
acqua, e la vita / verzicherà su l’Appennin lunare. / La vecchia tomba
rivivrà, fiorita / di ninfèe grandi, e
più di noi sereno / vedrà la luce il
primo Selenita. / Poi, la placida notte, quando il Seno / dell’iridi19 ed il
Lago alto e selvaggio / dei sogni
trema sotto il Sol terreno».
Ai vv. 160-163 il poeta pensa alla
Via Lattea20: «Io guardo là dove
biancheggia un denso / sciame di
mondi, quanti atomi a volo / sono
in un raggio: alla Galassia: e penso: / O Sole, eterno tu non sei - né
solo! - », dove nel colore bianco del
latte (il riferimento mitologico è al
latte di Era, mentre allattava Eracle)
è evidente uno “sciame di mondi”.
Questo passo può essere collegato
ad un’altra lirica presente nei Canti
di Castelvecchio, Il bolide, in cui è
presente la rievocazione di una giovanile fantasia di morte, che si trasforma, per effetto dell’apparizione di un bolide o meteora,
in una sorta di estasi cosmica, che si conclude con il senso
della propria piccolezza e del proprio smarrimento in un universo, ormai non più antropocentrico, anzi definitivamente
privo di centro. Si tratta di un motivo nuovo della poesia
cosmica di Pascoli, che si distacca dai modelli ottocenteschi,
ancora legati alla corrispondenza rassicurante tra microcosmo e macrocosmo: in questo modo, rifiuta il Classicismo e
il Romanticismo.
Segue un lungo passo pieno di nomi di stelle e di costellazioni e con riferimenti alle comete. Sono citati Sirio,
«occhio del Cane che veglia sopra il limitar di Dio»!21;
Atair22, Algol, Vega, Aldebaran23, il Cigno, l’Auriga, la
18 Ramo del Mare della Tranquillità.
19 Il golfo settentrionale del Mare delle Piogge.
20 La visione della Galassia ritorna di continuo nella poesia cosmica
del Pascoli. Si vedano i vv. 1-9 de La morte del Papa e i vv. 81-83 de La
pecorella smarrita in Nuovi Poemetti.
21 Sirio, “occhio” della costellazione del Cane, è per l’uomo ciò che è il
lumicino per il fanciullo.
22 Meglio nota come Altair.
23 Il Flammarion scriveva: «Gli astri risusciteranno dalle proprie ceneri.
L’incontro degli antichi frammenti fa scaturire nuove fiamme, e la tras-
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Grande Orsa; il Leone «dond’arde il fuoco in che si muta
un astro», le Pleiadi, i due Carri, Corona, «indifferenti al
tacito disastro»24, le girovaghe Comete, le Nebulose oscure,
«granai del cielo, ogni cui grano è un mondo»25. Nella lirica
appare evidente che il poeta crede nella vita che rinasce dalla
morte, come è testimoniato dal ciclo delle stagioni, secondo
un ordine preciso del cosmo. Tuttavia in Pascoli l’angoscia
della dissoluzione individuale sembra prevalere sulla prospettiva consolatoria della continuazione della vita universale. Da qui la presenza di pathos che serpeggia fra i versi.
L’analisi “astronomica” della lirica sottolinea come il poeta sia interessato all’indagine degli astri, ma abbia, comunque, una sfiducia nella scienza come strumento di conoscenza e di ordinamento del mondo: come per tanti della sua epoca che vivono la stessa crisi, anche per lui, al di là dei confini
limitati raggiunti dall’indagine scientifica, si apre l’ignoto, il
mistero, l’inconoscibile, verso cui l’anima si protende ansiosa, tesa a captare i messaggi enigmatici che ne provengono,
non traducibili in nessun sistema logicamente codificato. Si
tratta, quindi, di un componimento intriso completamente di
spiritualismo e di panteismo.
La poetica del Pascoli è legata al suo modo di vedere il
mistero come una realtà che ci avvolge. Questo mistero, tuttavia, non sono riusciti a svelarlo né la filosofia né la scienza;
solo il poeta, tramite improvvise intuizioni, può scoprire il
segreto della vita universale, come un mago o un veggente,
dopo aver messo a nudo il trucco.
formazione del moto in calore riproduce altre nebulose e nuovi mondi».
24 A tal proposito si rimanda alla concezione della natura matrigna di
Leopardi.
25 Sono le nebulose oscure in senso proprio? O il poeta allude genericamente alle nebulose stellari? Nel primo caso esse sarebbero letteralmente i
semi di futuri mondi; nel secondo, conterrebbero nei loro ammassi stellari
infiniti mondi.
13
I Fenici di Grazia Deledda via internet
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
14
1
ENRICO ACQUARO
Presidente del Centro internazionale per gli
studi fenicio-punici e romani
La rilettura delle opere di Grazia
Deledda utili alla redazione del sito
www.fenici.unibo e il loro inserimento avvenuto nel mese di luglio 2014
fra le fonti di letteratura italiana hanno
coinciso con la ripresa su internet di
antiche e nuove polemiche sulla cultura nuragica e la frequentazione fenicia
della Sardegna. Polemiche che trovano
in http://monteprama.blogspot.it/ una
cronaca vivace, ma non banale, che
fa riferimento soprattutto alle ricerche
condotte e da condursi nel Sinis. Un
breve richiamo bibliografico, presente per lo più anche nel blog di Monte
Prama, può essere utile per percorrere
un’antologica storia delle ricerche antiche e nuove sull’area dei giganti, dagli
studi che hanno visto fra gli altri come
protagonisti negli ultimi anni Carlo
Tronchetti1, Massimo Pittau2, Marco
Rendeli3 e Cinzia Olianas4.
Ma torniamo ai Fenici di Grazia De1 C. Tronchetti – F. Mallegni – F. Bartoli, Gli
inumati di Monte Prama, in Quaderni della
Soprintendenza archeologica per le province
di Cagliari e Oristano, 8 (1991), 119-31; C.
Tronchetti, Le tombe e gli eroi. Considerazioni
sulla statuaria di Monte Prama, in P. Bernardini - R. Zucca (edd.), Il Mediterraneo di Herakles. Studi e ricerche. Parte prima. atti del
Convegno di Studi (Sassari, 26 marzo - Oristano, 27-28 marzo 2004) (= Collana del Dipartimento di Storia dell’Università degli Studi di
Sassari, 29), Roma 2005, 145-67; A. Bedini –
C. Tronchetti – G. Ugas – R. Zucca, Giganti di
Pietra. Monte Prama. L’Heroon che cambia la
storia della Sardegna e del Mediterraneo, Cagliari 2012; C. Tronchetti, La statuaria di Monte Prama nel contesto delle relazioni tra Fenici
e Sardi, in P. Bernardini - M. Perra (edd.), I Nuragici, i Fenici e gli altri. Sardegna e Mediterraneo tra Bronzo Finale e Prima Età del Ferro.
Atti del I Congresso internazionale in occasione
del venticinquennale del Museo Genna Maria
di Villanovaforru, 14-15 dicembre 2007, Sassari 2012, 181-92:
2 M. Pittau, Il Sardus Pater e i guerrieri di
Monte Prama, Sassari 2008.
3 M. Rendeli, Monte ‘e Prama: 4875 punti interrogativi, in International Congres of Classical Archaeology. Meeting between Cultures in
the Ancient Mediterranean. Roma 2008 (= Bollettino di Archeologia on line, volume speciale
8/87/ 11), 2010, 58 – 72.
4 C. Olianas, Lo scaraboide dalla Tomba 25
di Monte Prama. Confronti e considerazioni, in
Kubaba, 3 (2012), 39-52.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
ledda. Così si notava nelle breve nota
introduttiva alle citazioni raccolte: «I
Fenici di Grazia Deledda emergono
dalla più antica realtà sarda, spesso
filtrata attraverso una cultura biblica
e popolare, così come il Sardus Pater
(cfr. da ultimo, P. Bernardini, Il culto
del Sardus Pater ad Antas e i culti a divinità salutari e soterologiche, in P.G.
Spanu [ed.], Insulae Christi. Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica
e Baleari, Oristano 2002, pp. 17 – 28;
M. Pittau, Il Sardus Pater e i guerrieri
di Monte Prama, Sassari 2008), il riso
sardonico (cfr. fra gli altri S. Ribichini,
Il riso sardonico. Storia di un proverbio antico, Sassari 2003), Amsicora (figura storica da sempre all’attenzione di
scrittori di storia patria della Sardegna:
cfr. fra gli altri, S. Atzeni, Ampsicora
tra mito e realtà. Sotto ogni leggenda c’è sempre nascosta una verità,
Cagliari 2002 e, da ultimo, S. Angei,
Studio su Amsicora ovvero quando ad
Amsicora venne la sincope della “o”, in
monteprama.blogspot.it, 5 luglio 2014)
e il cedro del Libano (cfr. da ultimo, De
Riva, Desde la muralla de Media a los
cedros del Líbano: unos apuntes de geografía del Próximo Oriente Antiguo,
in Geographia antiqua, 18. 2009, pp.
217-26). Al colore porpora la Scrittrice
ricorre descrivendo paesaggi, tessuti e
volti, ora lieti ora adirati, della sua terra
e, in qualche raro caso, di fiori «borghesi» di Roma che animano visi sardi
presi da forte emozione»5.
Ma dove la Deledda sposa mirabilmente la sua sardità con la storia fenicia
è ne La nascita delle leoneddas (Una
vecchia leggenda musicale) riportata
nella versione benemerita di liberliber
delle Leggende sarde alle pagine 23-24
e che qui si riporta per intero: «Poco
distante dalla riva del mare un antico
pastore pascolava le sue gregge. Era in
un tempo lontanissimo, in una primavera quasi preistorica; ma il paesaggio
era quale ancora si ammira adesso, una
fresca pianura verde, chiusa da montagne quasi nere sul cielo d’un azzurro
chiaro, e lambita dal mare; la capanna
del pastore era eguale alle odierne capanne dei pastori sardi; e lo stesso era
il pastore, vecchio ma ancora possente,
coi lunghi capelli e la lunga barba gialla, gli occhi neri circondati di rughe, e
vestito di rozzi pannilani e di pelli. Il
vecchio si chiamava Sadur, (ed io non
so l’etimologia di tal nome, ma ritengo che da questo provenga il moderno
5 http://www.fenici.unibo.it/Fonti/autori%20
letterat%20italiana/graziadeledda.htm.
Sadurru, che poi vuol dire Saturnino) e
viveva con la moglie ancor giovane e
la figlia Greca. Qua e là per la pianura
sorgeva qualche altra capanna e viveva
qualche altro pastore. Donde venivano quei primi sardi, con le loro donne
piccole e brune, e con le gregge ancora
selvatiche? Forse i padri loro erano venuti anch’essi dalle coste d’oriente, con
barche di predoni; e dico anch’essi perché, di tanto in tanto, sul mare argenteo
disegnavasi l’ala rossastra di qualche
vela fenicia, sbarcava un gruppo d’uomini pallidi, vestiti di corte tuniche
grigie, coi sandali ai piedi e in testa un
berretto a cono. E si spandevano sulla
pianura come un turbine e incendiavano le capanne, predavano ciò che potevano, sgozzavano le pecore e banchettavano sotto gli alberi. Sadur nutriva un
odio feroce contro questi sgraditi visitatori, che l’avevano più volte rovinato.
Spesso s’era salvato con le donne e il
gregge sulle montagne, ritornando alla
pianura quando le vele rosse sparivano
lentamente all’orizzonte, nei violacei
crepuscoli marini; ma ora vedeva avvicinarsi con dolore l’estrema vecchiaia e
sentiva tristemente svanir le sue forze.
Chi avrebbe salvato oltre le sue donne e
le sue gregge? Egli sedeva melanconicamente sul limitare dell’ovile, e guar15
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
dava inquieto la linea chiara del mare. Da qualche tempo,
però, anzi da qualche anno, nessuna disgrazia aveva turbato
la vita di quei primi pastori sardi. Solo, dall’interno dell’isola, giungeva, di quando in quando, qualche negoziante primitivo. Recava frumento, legumi, pannilani, frutta secche,
armille e altri gioielli di bronzo: in cambio riceveva lana,
miele, formaggio, unghie di pecora, e ripartiva. Le donne
macinavano il frumento fra due pietre, cuocevano le focacce,
cucivano le vesti.
Sadur guardava le gregge, e fissava gli occhi nel mare.
Nonostante la pace di quegli ultimi anni, non si sentiva
tranquillo. I suoi occhi si indebolivano, i suoi denti ferini si
muovevano entro le gengive, le sue mani cominciavano a
tremare. Ciò era ben triste. Il suo unico conforto, spesso, era
di suonare certi flauti di canna, molto rozzi e primitivi. Ne
veniva fuori una melodia monotona, ma flebile, soave, che
si smarriva come un lamento nel gran silenzio della pianura.
Quando suonava i suoi flauti di canna, Sadur dimenticava
ogni sua tristezza; gli occhi suoi si raddolcivano, su tutta la
sua selvaggia fisionomia si spandeva un’espressione di tenerezza e di bontà. Al suono melanconico del suo flauto, Sadur
sentiva il cuore empirsi di care ricordanze, tutto gli sembrava dolce, sognava di maritar Greca con qualche giovine
gagliardo, di lasciar lei e la madre sotto una forte protezione, e di morir tranquillo, sotto una quercia, al sole di aprile.
Egli aveva parecchi flauti, più o meno sottili, e ogni volta
che suonava li provava tutti, ad uno ad uno. Ciascuno aveva
un suono particolare, e Sadur sapeva trarne diverse melodie.
Ora, nell’ultimo anno della sua vita, gli accadde questo fatto.
Era di maggio: un giorno egli se ne stava vicino al mare,
quando con terrore scorse le vele fenicie a poca distanza dalla costa. Tutto tremante corse dalle sue donne e disse loro:
«Ahimè, succede ciò che io da vari anni temevo. Non c’è che
un mezzo per salvarci. Fuggite voi due con buona parte della
greggia; avviatevi al nascondiglio che sapete. Io rimarrò qui
con quindici o venti pecore: crederanno ch’io viva qui solo
e si indugeranno a banchettare. Intanto voi potrete salvarvi,
e, dopo la loro partenza, ci riuniremo» Le donne partirono,
piangendo, spingendo verso i monti il grosso della greggia; e
il vecchio rimase. Finse d’esser quasi cieco e si mise a suonare. I fenici lo trovarono così, in apparenza tranquillo, e credettero ch’egli vivesse solo con le poche pecore smarrite nel
prato vicino. Com’egli aveva preveduto, essi s’indugiarono
laggiù: frugarono la capanna, la distrussero per accender il
fuoco coi rami dei quali era formata, sgozzarono le pecore
e banchettarono. Alcuni di loro volevano legare e bastonare
Sadur, ma il capo della spedizione, ch’era un giovine pallido dai lunghi capelli nerissimi, unti d’olio profumato, vi
si oppose. Solo, finito il banchetto, comandò al vecchio di
suonare. Sadur prese i suoi flauti e suonò. Il giovine capo
si mise ad ascoltarlo attentamente, pensieroso e quasi triste.
Ad un tratto parve preso da un capriccio strano, e comandò
a Sadur di suonare tutti assieme i suoi flauti. “Come farò?”,
disse il vecchio. “Accomodati, altrimenti ti farò bastonare.”
Allora il vecchio cercò certe erbe filamentose e unì in fila i
suoi flauti, formando la prima delle leoneddas sarde. Prova e
16
riprova, gli riuscì di suonare abilmente una melodia melanconica, armoniosa, discretamente sonora. Presi dalla sonnolenza dei meriggi primaverili, dopo il pasto abbondante, i
fenici ascoltavano sdraiati sull’erba, e una grande dolcezza li
invadeva a quel suono. Il giovine capo, specialmente, pareva
incantato. A poco a poco si addormentò, e gli parve di non
aver mai gustato un sonno così delizioso, in luogo più ameno
di quello. Svegliandosi, disse al vecchio di chiedergli tutto
ciò che desiderava; glielo avrebbe accordato, se era in suo
potere. Sadur tremò, poi disse: “Ebbene, senti. Io ho moglie
e una figlia vergine: se le incontri, non toccarle”. “Tu puoi
farle tornar qui”, disse il capo, “non sarete più molestati.” Intanto fece ricostruir la capanna e attese che il vecchio, andato
in cerca delle sue donne, fosse di ritorno. Desiderava sentire
ancora il suono dei flauti riuniti e di addormentarsi ancora
una volta sull’erba. Sadur e le donne e le gregge tornarono,
e il vecchio suonò ancora, e il giovine si addormentò. Allo
svegliarsi vide Greca, e il luogo gli parve ancora più ameno.
“Vuoi tu darmi la fanciulla?”, chiese al vecchio. “La sposerò
e resterò qui coi miei compagni.” Così si formò in Sardegna
una delle prime colonie fenicie, ed il vecchio Sadur continuò
a suonare, tutti assieme, i suoi flauti di canna».
Grazia Deledda con i flauti di canne scioglie mirabilmente
in una fiaba che ha tutta la parvenza di un contu sardo quel
luogo comune, quel binomio inscindibile mercanti/pirati,
che dall’antichità sino a Salgari e D’Annunzio6 arriva spesso
ai nostri giorni sui Fenici barbari pirati del Mediterranei7. La
fiaba, per restare nell’ambito della letteratura dei primi del
novecento, sembra richiamare l’uso che si faceva di alcune
conchiglie pescate nelle prime dune di Scheveningen «che
servon a fare un cemento particolare», come nota Edmondo
De Amicis8, e come documenta in Sardegna l’archeologia di
Tharros punica9: il contu della Deledda serve da particolare
“cemento” della storia.
6 Si veda per entrambi gli autori i brani già indicizzati in www.fenici.
unibo.
7 Cfr. fra gli altri C. Raccuia, Pirati e Barbari. Rappresentazioni di fenicio-punici nella Sicilia greca, in M. Congiu - C. Miccichè - S. Modeo
- L. Santagati (edd.), Greci e Punici in Sicilia tra V e IV secolo a. C. IV
Convegno di Studi. Caltanissetta, 6-7 ottobre 2007, Caltanissetta – Roma
2008, 173 – 91.
8 Cfr. http://www.liberliber.it/mediateca/libri/d/de_amicis/olanda/pdf/
de_amicis_olanda.pdf, L’Aja, 216.
9 Cfr. M.L. Amadori, Tharros - XX. Indagini minero-petrografiche sugli
intonaci di finitura, in Rivista di studi fenici, 22.2 (1996), 209-14.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Così ascoltano i sordi. Riflessioni
attorno ad alcune testimonianze
autobiografiche dei non udenti
ROSALIA CAVALIERI
Dipartimento di Scienze cognitive, della formazione e degli studi culturali, Università degli Studi di Messina
I
PREMESSA
n genere siamo abituati a comprendere situazioni
patologiche come la sordità, l’autismo o l’afasia affidandoci alla sola letteratura scientifica e ai resoconti degli specialisti, senza ascoltare la viva voce
di coloro che vivono sulla loro pelle una condizione tutt’altro che facile – e, nel caso specifico della sordità, un
deficit ‘nascosto’– subendo peraltro le imposizioni e le scelte
degli udenti che spesso, preoccupati di ‘normalizzare’ e di
rendere il sordo quanto più possibile ‘udente’ non si curano
delle sue reali e peculiari esigenze. Queste pagine prendono
in esame il tema della sordità partendo dai racconti personali
dei sordi e dalle concrete difficoltà di comunicazione e di
interazione legate alla loro patologia. L’obiettivo è tentare
di comprendere e di spiegare cosa significhi essere sordo e
quali siano le implicazioni linguistiche e cognitive di questa
particolare modalità di esistenza, attraverso le testimonianze
di coloro che vivono una condizione caratterizzata dall’impossibilità di ascoltare e perciò di articolare spontaneamente
i suoni del parlato.
Partendo dal presupposto che una patologia è sempre incorporata in una
persona, l’approccio
che abbiamo adottato per affrontare il
tema della sordità si
avvicina alla «scienza romantica» o personalistica teorizzata
e praticata dal neuroscienziato Aleksandr
Romanovič Lurija
(1976) – un modo
di fare scienza complementare a quello
classico – e presenta
delle analogie con la
‘medicina narrativa’
(storie di malattia raccontate dal paziente al suo medico), una
modalità di affrontare la malattia dove il racconto di un’esperienza rappresenta per la persona l’occasione per riflette
sulla propria condizione e per elaborarla, e nel contempo una
forma di comunicazione attraverso cui la stessa cerca di farsi
‘ascoltare’ e di farsi comprendere nelle sue necessità e nei
suoi bisogni, ben oltre gli aspetti scientifici e la dimensione
clinica di uno stato patologico.
1. SENTIRE CON GLI OCCHI: ASPETTI
ANTROPOLOGICI DELLA SORDITÀ
Vorrei cominciare citando un brano tratto da uno scritto
autobiografico di Daniele Regolo, oggi giovane imprenditore, divenuto sordo a tre anni:
È davvero tremendo sentirsi tagliati fuori dal mondo,
dalle sue parole e, dunque, dai suoi concetti, dato che questi,
generalmente, si esprimono proprio con le parole. La gente
parla, parla, e tu non capisci, non solo i singoli vocaboli ma
frasi intere. Ti devi aggrappare alle loro labbra, e siccome
neanche quelle bastano, per come corrono veloci, ti affidi
a tutto ciò ti possa
essere
d’aiuto:
alle smorfie, al
gesticolare, alle teste
che
annuiscono,
ai menti che si
ritraggono,
alle
sopracciglia
che
si inarcano. Devi
capire tutto senza
capire niente. È come
voler comprendere
l’oggetto di un
quadro ostinandosi a
fissare la sua cornice.
E i tuoi occhi, che
diventano orecchie,
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
si spalancano, e le tue pupille ricordano quelle di un
visionario. Non esiste rilassamento, esiste solo una perenne
tensione lacerante, uno spremere i globi oculari per ritrovarsi
con pochi elementi in mano chiamando a rapporto tutte le
rimanenti facoltà del cervello per osservare, dedurre, arrivare
al medesimo punto – la comprensione – inoltrandosi per una
strada tutta diversa (Regolo, 2001: 34).
Niente di più eloquente di una testimonianza diretta che ci
permette di ‘spiare’ la vita interiore dei sordi, di farci un’idea
più chiara di cosa può significare nascere sordo o diventarlo
in tenera età, prima cioè della completa acquisizione del linguaggio: una condizione che riguarda tutti i sordi prelinguistici. Ci aiuta cioè a comprendere la rilevanza linguistica, cognitiva e sociale di una patologia sensoriale che interferisce
proprio con lo sviluppo dell’attività che più ci rende umani:
comunicare verbalmente con i nostri simili, con conseguenze sulla dimensione relazionale, sulla possibilità di integrarsi
nella società e sull’apprendimento. La sordità colpisce, infatti, il senso attraverso il quale appena nati (anzi già nell’epoca fetale, dal momento che tutto l’apparato neurologico
collegato all’orecchio interno entra in funzione a partire dal
quinto mese di vita intrauterina – cfr. Tomatis, 1977: 338)
ascoltiamo i suoni che ci circondano, quelli del parlato in
particolare, e acquisiamo informazioni uditive sull’ambiente,
specialmente quelle veicolate dai suoni acuti, i più stimolanti
per la nostra corteccia cerebrale.
Come ha osservato Alfred Tomatis, medico, psicologo
dell’ascolto e fondatore dell’audio-psico-fonologia1, la funzione uditiva dell’orecchio è secondaria rispetto al compito
principale di fornire energia al cervello, di stimolare cioè la
corteccia esattamente come fa una dinamo: «i suoni agiscono
sul corpo: se sono gravi senza fornirgli nessuna carica, se
sono acuti attivando la corteccia per permettergli di pensare»
(cfr. Tomatis, 1977: 290). Pertanto, la funzione dell’ascolto
non coinvolge solo l’orecchio ma, tramite il vestibolo, impegna tutto il sistema nervoso, sollecitando così il corpo nel suo
complesso (ibidem: 321). L’isolamento dai suoni della voce
umana causato dalla sordità influisce, com’è ovvio, anche
sulla qualità globale della vita di una persona.
Il brutto della sordità – osserva sempre Daniele Regolo – è
che taglia fuori dalla vita in un modo così netto ed umiliante
che, appena te ne accorgi, sei tu stesso a non voler essere
un peso per chi ti è vicino [...]. Quel senso di impotenza,
di volere e non potere, è alla lunga, per chi la vita la adora,
dilaniante [...]. Adeguarsi al mondo circostante per la paura
[...] di essere escluso comporta un mutamento della propria
personalità, uno svilimento di questa, un degrado talvolta penoso verso il non-essere-umano (2001: 42).
1 Si tratta di una disciplina e di una metodica terapeutica che, approfondendo lo studio degli aspetti fisiologici e psicologici dell’udito e del
linguaggio, si fonda sulla centralità della funzione uditiva in tutti gli aspetti
della maturazione dell’individuo, fin dalla primissime fasi dello sviluppo
ontogenetico (cfr. Tomatis, 1963, 1972, 1977, 1987).
18
In genere si parla di ‘sordità’ in senso stretto quando si è
in presenza di un deficit uditivo neurosensoriale grave e/o
profondo, di una perdita importante dell’udito (quantitativa
e qualitativa), e specialmente dell’ascolto dei suoni linguistici, ovvero delle parole di una lingua e in particolare di
una larga parte delle frequenze della voce di conversazione
(un soggetto è normoudente quando ha una soglia uditiva
uguale o inferiore a 20 dB, una soglia superiore è indice di
riduzione dell’udito: dai 70 dB in su si parla di sordità grave, oltre i 90 dB di sordità profonda). In tutti gli altri casi,
in genere si utilizza l’espressione ‘ipoacusia’ (cfr. Martini,
2004; Trevisi, Prosser, 2004). Nelle sordità neurosensoriali
gravi e profonde anche le protesi acustiche moderne (ormai
sempre più evolute e adattate alla perdita individuale, e dirette peraltro a minimizzare gli effetti delle interferenze del
rumore ambientale) – in grado di amplificare i segnali sonori
in termini di intensità, sì da poter potenziare la percezione di
quelle informazioni acustiche necessarie per favorire in sede
di rieducazione logopedica l’apprendimento del linguaggio
orale –, possono fare ben poco. E questo anche per la forte
amplificazione che le forme di sordità più severa richiedono
e per la distorsione acustica che le protesi possono recare
(specialmente negli ambienti rumorosi), compromettendo
l’identificazione delle caratteristiche fonetiche necessarie al
riconoscimento del linguaggio (cfr. Prosser, 2004)2. In un
saggio a carattere autobiografico, Renato Pigliacampo, scrittore e psicologo sordo dalla fanciullezza, oralizzato, racconta
così le sensazioni e le aspettative legate alla protesizzazione:
[…] Mio Dio, che casino! Non avevo idea di cosa significasse udire così. Sentivo per tutto il corpo, fortissime
vibrazioni, fastidiose, indecifrabili. “Questo è ascoltare?”,
pensavo preoccupato. […] Questo udire mi aveva deluso.
Gli esperti dicevano che iniziare a sentire le vibrazioni tattili avrebbe favorito il riconoscimento delle parole. Ci speravo. La mia percezione tattile era straordinaria. Io tuttavia
pensavo che il “coso” mi facilitasse l’ascolto della voce, per
guidarla nell’impostazione della parola quando ero a lavoro
con la logopedista; credevo che quell’aggeggio mi avrebbe
permesso di udire la musica, il canto, la voce dei bambini
[…]. Ma ora ero triste perché non avevo certezza delle parole e delle musiche, e nemmeno col “coso” che mi avevano
inserito nell’orecchio destro […]. La protesi acustica non fa
ascoltare la parola nella bellezza della sua tonalità all’orecchio ferito […]. Pensavo “Ma come fanno gli udenti a capirsi con questi rimbombi e boati? Che era quello che sentivo,
appunto, attraverso la protesi” (1996: 25-26, 43).
2 Nei casi di sordità neurosensoriale severa in cui il soggetto non può
trarre alcun beneficio dalle protesi tradizionali è possibile ricorrere, già
da alcuni decenni, agli impianti cocleari, dispositivi impiantabili chirurgicamente nell’orecchio interno e tali da ‘sostituirne’ la parte danneggiata.
A differenza delle protesi acustiche che amplificano il segnale sonoro favorendo la funzionalità cocleare residua, l’impianto cocleare converte il
suono meccanico in impulso elettrico, simulando le funzioni naturali della
coclea (la struttura dell’orecchio interno contenente i recettori acustici) e
stimolando il nervo acustico (per ulteriori chiarimenti cfr. Martini, Giarbini, Trevisi, 2004).
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Stento ancora, dopo venticinque anni che li indosso – afferma Daniele Regolo, riferendosi ai dispositivi acustici – a
considerarli come una seconda epidermide. Sono sempre
stati, per me, qualcosa che mi avrebbe potuto separare dallo
stesso mondo al quale mi legavano. Esiste con essi un rapporto di amore e odio, perché sono il simbolo del mio handicap (2001: 51).
Il termine sordità è comunque molto vago rispetto alla
grande varietà di modi in cui questo disagio si esprime (tanti quanti sono i sordi), in relazione all’età di insorgenza, al
grado e al tipo di deficit uditivo, alle cause che l’hanno determinato, alla famiglia d’origine (sorda o udente), al percorso
rieducativo perseguito e, più in generale, alla storia biografica di ciascun sordo. La sordità, dunque, non è una condizione omogenea né dal punto di vista clinico, né dal punto
di vista della storia biografica (cfr. Cavalieri, Chiricò, 2005:
110-118).
I sordi sono perciò quelle persone che hanno una riduzione
dell’udito tale da impedire la percezione del parlato e quindi
l’acquisizione spontanea del linguaggio verbale: strumento
primario per condividere conoscenze, esperienze, sensazioni, emozioni, per scambiarsi informazioni, per rendere più
efficiente l’apprendimento, per accedere a un’educazione e,
insomma, alla socialità in tutti i suoi aspetti. Se pensiamo che
il linguaggio dà forma ai concetti e ai pensieri, consentendoci
di operare astrazioni, di formulare ipotesi, di persuadere, di
comprendere le ragioni degli altri, di fare le battute di spirito
o i conti della spesa, di sussurrare parole dolci o di ordinare un caffè al bar, insomma di verbalizzare potenzialmente
qualsiasi contenuto pensabile e di ragionare linguisticamente, si può comprendere come il cervello del sordo corra il grave rischio di svilupparsi con maggiori difficoltà, con conseguenze anche sullo sviluppo della mente linguistica specifica
dell’animale umano e dell’identità sociale di una persona.
Ciò vuol dire che la sordità, oltre a ‘ferire’ l’individuo sul
piano fisico, interferendo sull’acquisizione, sulla produzione
e sulla comprensione spontanea del linguaggio parlato, ostacola i processi d’interazione, le relazioni sociali, e i processi
di apprendimento più in generale, come emerge ancora una
volta dalle loro parole:
Ho studiato la storia sui libri, ma sui libri non basta, e ho
studiato l’economia sugli appunti, ma l’economia va anche
ascoltata. Mi sono impegnato, ma non l’ho fatto certamente
nel modo più proficuo, in quel modo, cioè, che fa assimilare
la materia per un periodo sufficientemente lungo (Regolo,
2001 : 41).
Le difficoltà di accesso al linguaggio parlato implicano poi
una povertà di nozioni enciclopediche personali: i sordi vengono infatti esclusi da tutte quelle situazioni di apprendimento occasionale, gratuito e senza sforzo, legate all’ascolto e
alla potenza invasiva del suono (che si impone a prescindere
dal nostro livello di attenzione e si propaga in tutte le direzioni), e più in generale a ciò che ci viene detto dagli altri, cui
siamo esposti nel corso di tutta la nostra vita. Da qui anche la
difficoltà di formulare inferenze, di trarre cioè nuove conoscenze a partire da informazioni già acquisite.
I sordi – afferma ancora Daniele Regolo – sono meno
esposti a quell’“apprendimento occasionale”, apparentemente inutile, indispensabile in realtà per affinare le lame della
conoscenza. Quella mescolanza di informazioni – le più disparate – che si acquisiscono senza rendersene conto tra i
banchi di scuola, o chiacchierando come capita, è la fonte
eterna del sapere. Pilucca qua, pilucca là, il cervello cresce
senza imposizioni o forzature, e si sviluppa con armonia insieme all’ambiente stesso. Io che ne ho sentito la mancanza
posso confermare senza esitazioni che imparare la vita in
questo modo non è il modo migliore, bensì l’unico (2001:
46-47).
Essere sordo profondo non significa tuttavia vivere in un
mondo silenzioso: i sordi affermano di avere i loro rumori
personali, inspiegabili per chi può sentire, e grazie all’immaginazione si rappresentano peraltro i rumori sotto forma
di immagini:
Immagino suoni sotto forma di colori – osserva Emmanuelle Laborit, attrice e scrittrice francese sorda congenita
–. Per quanto mi riguarda, il silenzio è a colori, non è mai in
bianco e nero. Anche i rumori degli udenti sono sotto forma
di immagini, per me, di sensazioni. L’onda che si frange sulla
riva, calma e dolce, è una sensazione di serenità, di tranquillità. Quella che si drizza e galoppa facendo la gobba come un
gatto, è la collera. Il vento sono i miei capelli che palpitano
all’aria, la freschezza o la dolcezza sulla mia pelle. La luce è
importante, amo il giorno, non la notte (1994: 25-26).
Per le persone sorde, il silenzio è l’assenza di comunicazione, il buio insomma:
Il mio silenzio non è il vostro silenzio. Il mio silenzio sarebbe un po’ come avere gli occhi chiusi, le mani paralizzate, il corpo insensibile, la pelle inerte. Un silenzio del corpo
(ibidem: 239).
E guarda caso il segno silenzio in LIS si produce attraverso
il gesto di mettere le mani nelle tasche, che equivale a smettere di segnare, un segno tipico della cultura sorda (cfr. Romeo, 2004: XVI). E poi i sordi in genere riescono a sentire le
frequenze gravi. Va quindi sfatata l’idea comune che attribuisce l’ascolto alle sole orecchie. Hannah Merker, bibiotecaria
americana divenuta sorda a 39 anni in seguito a un incidente
sulla neve, pur avendo ben chiara l’idea del silenzio – almeno nel significato attribuito a questa parola dagli udenti
– proprio perché sorda postlinguistica, nel libro in cui racconta la sua storia, a proposito del termine ‘ascoltare’ e del
suo significato non manca di osservare l’uso ristretto che in
genere ne facciamo, riferendoci soltanto all’esperienza uditiva, al cogliere cioè il suono di qualcosa. Ma la sua vicenda
di persona privata improvvisamente della facoltà dell’ascolto
uditivo le ha insegnato che esistono modi diversi di ascolta19
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
re, e questo vale per i sordi e per gli udenti, mostrando nel
contempo anche a noi ‘normodotati’, quasi paradossalmente,
che la sordità è una straordinaria scuola di ascolto:
[...] l’ascolto non è un corso a cui ti devi iscrivere, un nuovo trucchetto che magicamente trasformerà la tua vita sociale
e professionale. È una cosa che accade quanto ti prendi il
tempo per guardarti attorno, per restartene immobile la sera,
per meravigliarti della mattina. Ascoltare significa essere cosciente, osservare, attendere con pazienza il successivo segnale di comunicazione. E ancora, come chiunque abbia difficoltà di parola o udito può spiegare, ascoltare non sempre si
riferisce a una comunicazione uditiva. Allora come possiamo
definire l’“ascoltare” perché possa includere tutti gli eventi
che si verificano quando una persona sorda o con un deficit
uditivo parla con un amico, passeggia da sola su una spiaggia, occupa il suo posto nel mondo in un qualsiasi giorno
specifico? Le orecchie di una persona così non colgono molte cose. Ma quella meraviglia che è il corpo umano sembra
voler volare al di là di questo vuoto. Quando tutta l’energia
sonora della Terra è ricevuta come un sussurro, o forse non
la si riceve per niente, altri sensi si affinano e afferrano gli indizi di comunicazione che abbiamo dimenticato, nella fretta
di vivere. Ascoltare diviene un atto visuale, tattile, intuitivo.
Ascoltare… forse… è solo una mente consapevole… (1992:
20-21).
I dizionari definiscono la parola “ascoltare” cioe l’atto di
prestare attenzione con l’orecchio; sentire attenzionale, prestare orecchio a; cercare di cogliere il suono di qualcosa.
Sembra che con la lingua abbiamo ristretto il significato di
una parola dalle sottili diramazioni, che interessano la vita
di tutti, ogni giorno, in ogni momento. Abbiamo definito
“ascoltare” in termini strettamente uditivi (ibidem: 19).
Oltre ad ‘ascoltare’ e a comunicare con gli altri sensi, con
la vista in particolare, il sordo profondo può ancora sentire le
vibrazioni prodotte dalla musica, i rombi dei motori, i martelli pneumatici, lo sbattere di una porta, le sirene, i fischi,
e altri rumori intensi e/o forti e avere una certa sensibilità
per ogni tipo di vibrazioni – condotte per via ossea e percepite per via tattile, specialmente attraverso le estremità –, e
quest’ultima può funzionare come una sorta di senso accessorio.
La mamma dice – racconta Emmanuelle Laborit – : Ti abbiamo creduta “normale”, perché giravi la testa quando un
uscio sbatteva. Non sapevamo che avvertivi la vibrazione
attraverso il pavimento sul quale giocavi e attraverso gli spostamenti d’aria. Allo stesso modo, quando tuo padre metteva
un disco, attaccavi a ballare, nel tuo recinto, dondolandoti e
agitando le gambe e le braccia (1994: 15).
Sono stata fortunata, da bambina, ad avere la musica [...].
Io l’adoro. Avverto le vibrazioni. Anche lo spettacolo mi colpisce. Gli effetti di luce, l’ambiente, la gente nella sala sono
20
a loro volta vibrazioni [...]. Sento con i piedi, con tutto il
corpo, se mi stendo per terra. E immagino il rumore, l’ho
sempre immaginato. È con il corpo che percepisco la musica.
I piedi nudi a contatto del pavimento, appesi alle vibrazioni,
è così che la vedo, a colori. [...]. La musica è un linguaggio
al di là delle parole, universale. È l’arte più bella che esista,
riesce a far vibrare fisicamente il corpo umano (ibidem: 3536).
Mia mamma racconta che spesso le chiedevo che mi prendesse in braccio. In questo modo potevo “sentire le vibrazioni” appoggiando il mio corpo al suo petto, e quindi arrivare a
capire delle parole attraverso la “via ossea”, canale di ascolto
molto importante, anzi fondamentale, come ho potuto sperimentare di recente provando una grandissima emozione,
quando ho ascoltato la musica con il corpo, sdraiata su un
pianoforte a coda in uno straordinario laboratorio di musicoterapia [...] (Martina Gerosa, 2006, oggi architetto, divenuta
sorda a tre anni).
Questo perché «l’essere umano è e rimane il primo ‘strumento musicale’. Egli vibra e convibra in ogni sua parte
nell’accogliere le onde sonore e nel farle proprie, riproducendole» (Cremaschi Trovesi, 2001: 153). E sono proprio i sordi
a insegnarcelo. D’altro canto, se l’ascolto penetrasse soltanto
attraverso le orecchie per i sordi sarebbe piuttosto difficile
sopravvivere. Ecco perché bisogna distinguere la ricezione
uditiva, propria dell’orecchio, specializzata nella percezione
delle frequenze a partire dai 125-250-500 Hz, dalla ricezione
acustica, inerente invece alla rilevazione vibro-tattile delle
frequenze gravi o medio-gravi (si pensi all’ascolto in cuffia,
che comporta una trasmissione tattile e ossea propagantesi
dall’orecchio al corpo). Tutti i sordi prelingustici hanno comunque residui uditivi sulle frequenze al di sotto dei 250 Hz
(sicché qualsiasi persona non udente può udire i suoni gravi
prodotti dalla metà sinistra di un pianforte) e possono inoltre
percepire tattilmente tutti i suoni fino a 500 Hz. La ricezione
acustica è la sola accessibile a una persona completamente sorda e permette di recepire le frequenze gravi o suoni
bassi (i ‘fondamentali’), quello cioè che siamo soliti definire
‘sentire le vibrazioni’. La percezione delle vibrazioni sonore
attraverso la sola via acustica implica una produzione vocale
caratterizzata dalle sonorità fondamentali, una voce gutturale
insomma, frutto della vibrazione delle cavità risonanti del
corpo situate in basso: nell’addome, nel petto e nella gola
(a differenza di una voce acuta o ‘di testa’) (cfr. Cremaschi
Trovesi, 2001: 23, 26-27; Martini, Schindler, 2004: 13;
Schindler, 2004: 21).
Mi sento gridare. Sento le vibrazioni delle corde vocali. Se
emetto un suono acuto, le corde non vibrano per nulla. Ma
quando ricorro al suono grave, quando grido, sento le vibrazioni…(Laborit, 1994: 434).
Emmanuelle Laborit descrive, come riportato sopra, la sua
felicità nell’andare ai concerti e afferma di sentire la musica
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
con i piedi e con tutto il corpo (1994: 35) e Roberta Paoli,
sorda dalla prima infanzia, è la prima ballerina non udente
che abbia mai calcato il palcoscenico della Scala di Milano come mimo-danzatore (cfr. Luma, 2005). Esempi della
capacità dei sordi di ascoltare la musica si possono rilevare
anche nella filmografia dedicata alla sordità, in particolare
in alcune scene di Figli di un dio minore (di Randa Haines,
1986), di Goodbye Mr. Holland (di Stephen Herek, 1995) e
di Dove siete. Io sono qui (di Liliana Cavani, 1993). Senza
contare poi il noto caso di un paziente illustre, Beethoven,
che, a dispetto di una sordità progressiva (iniziata quando
aveva 28 anni) che lo rese totalmente sordo all’età di 50 anni,
continuò, seppur con grande sofferenza, a comporre musica,
a dirigere l’orchestra e a suonare il pianforte.
Indubbiamente, se la maggior parte degli individui fosse
nella condizione di scegliere preferirebbe perdere l’udito
piuttosto che la vista. A ben guardare però la sordità prelinguistica può essere molto più problematica della cecità,
specialmente nel caso in cui il sordo non sia messo nella condizione di apprendere una lingua entro il “periodo critico”
per l’acquisizione del linguaggio, ovvero entro una precisa
“finestra” formativa che non va oltre la pubertà (cfr. Lenneberg, 1967: 143 ss.; Pinker, 1994: 30). I ciechi del resto, pur
disponendo di ridotte capacità senso-motorie, acquisiscono
il linguaggio senza problemi e senza lacune, anzi tendono a
elaborare descrizioni iperverbali per vicariare il loro deficit
visivo, a usare cioè sofisticate descrizioni verbali al posto
delle immagini visive e ad affidarsi al linguaggio in misura
maggiore rispetto agli udenti, così da evitare ritardi linguistici e/o cognitivi e serie compromissioni della capacità di
interazione con gli altri umani (cfr. Marotta, Meini, Donati,
2013: 27; Sacks 1989: 37). A questo riguardo non può esserci testimonianza più convincente di quella di Helen Keller, la più nota cieco-sorda della letteratura, che lamentava
l’impossibilità di percepire i suoni del linguaggio più di ogni
altra cosa:
no determinare un ritardo nello sviluppo del linguaggio e
addirittura comprometterlo irreversibilmente se la mancata
esposizione alla lingua si protrae oltre il periodo formativo
determinante per la strutturazione del linguaggio. E questo
a dimostrazione del fatto che lo sviluppo del linguaggio e di
una mente linguistica, facoltà specie-specifiche dell’animale umano, dipendono, sì, da vincoli biologici ma richiedono
anche immancabilmente l’attivazione del contesto sociale e
culturale.
Ma cosa vuol dire più precisamente ‘essere sordo’? E fino
a che punto – e in che modo – la sordità ostacola la comunicazione verbale? Anzitutto occorre chiarire che esistono numerosi pregiudizi sui sordi e sulla loro condizione. A partire
dal mondo classico e per molti secoli in avanti, il sordo è
stato (ed è ancora) chiamato ‘sordomuto’: un termine improprio, perché – senza cogliere il nesso inscindibile e tutt’altro
che scontato tra l’udito e il linguaggio3 – presuppone che le
persone nate sorde o divenute tali nei primissimi anni di vita
siano incapaci di parlare per effetto di due disabilità: una lesione dell’orecchio e un cattivo funzionamento dell’apparato
fono-articolatorio. In realtà il mutismo è un effetto della sordità: non potendo percepire i suoni verbali prodotti nell’ambiente circostante e non potendo controllare le loro proprie
produzioni orali attraverso l’ascolto e l’autoascolto, i sordi
non mostrano alcuna inclinazione naturale a produrre la voce
articolata, pur essendo dotati di un apparato fonatorio integro
e identico a quello di ogni persona normale (se così non fosse
non esisterebbero del resto i sordi ‘oralizzati’, ricondizionati
cioè attraverso la terapia logopedica all’uso del linguaggio
parlato dopo un lungo training acustico-articolatorio artificiale includente anche la capacità di lettura labiale necessaria
per la comprensione del parlato e le abilità di scrittura e di
lettura).
Sono del tutto sorda e cieca. I guai della sordità sono più
profondi e più complessi, se non più gravi, di quelli della
cecità. La sordità è la sventura peggiore. Significa, infatti, la
perdita dello stimolo più importante: il suono della voce, che
trasmette il linguaggio, smuove il pensiero, mantiene nella
compagnia intellettuale degli uomini […] Ho scoperto che
la sordità è una menomazione ben più grave della cecità (da
una lettera del 31 marzo 1910 al dott. J. Kerr Love, cit. in
Ackerman, 1990: 209-10).
Mi stupisce sempre questo termine: “sordomuta” – afferma Emmanuelle Laborit. Muto sta a indicare chi non ha
l’uso della parola. La gente mi vede come una che è privata
della favella! È assurdo. Io ce l’ho. Mi esprimo con le mani,
e anche con la bocca. Faccio segni e parlo francese. Usare la
lingua dei segni non vuol dire che si è muti. Sono in grado di
parlare, gridare, ridere, piangere, dalla gola mi escono suoni.
Non mi hanno tagliato la lingua! Ho una voce particolare,
tutto qui (1994: 237).
Il problema dell’età critica, se investe difficilmente gli
udenti (che, in genere, acquisiscono le competenze linguistiche entro i primi cinque anni di vita), diventa invece decisivo
per i sordi: l’impossibilità di ascoltare la lingua parlata dai
genitori, udenti nella stragrande maggioranza dei casi (9095%), e le difficoltà di accesso alla loro lingua naturale, la
lingua dei segni (una lingua visivo-gestuale poco conosciuta
e poco usata dalla maggioranza udente e non sempre conosciuta dai sordi, e specialmente dai bambini sordi), posso-
I sordi perciò diventano muti a causa della sordità, proprio
perché la capacità di articolare i suoni del parlato è attivata
2. I SORDI E IL LINGUAGGIO
3 Tale nesso fu colto per la verità da Aristotele nell’Historia animalium
(HA) ma andò perduto nei secoli successivi a causa di una parziale incomprensione delle sue affermazioni: i sordi sono incapaci di produrre non
già i suoni, cioè la voce, bensì la voce articolata significativa – la voce in
quanto veicolo della diálektos – a causa del mancato esercizio dell’ascolto:
e solo in questo senso sarebbero privi di linguaggio (HA, IV, 9, 536a, 536b;
cfr. anche Lo Piparo, 1988).
21
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
dall’ascolto: del resto noi parliamo soltanto perché sentiamo
gli altri che ci parlano. La voce riproduce, infatti, solo ciò
che l’orecchio è in grado di sentire: insomma «l’uomo parla
nella misura in cui sente e sente meglio i suoni parlati» (Tomatis, 1977: 192); e l’orecchio, prosegue Tomatis, è la via
regia che conduce al linguaggio. Noi perciò parliamo con il
nostro orecchio, che è per l’appunto l’organo del linguaggio
per eccellenza.
I bambini che nascono sordi, o che tali diventano nella fase
prelinguistica, non possono essere esposti ai suoni della loro
lingua per il semplice motivo che non li sentono e il ‘vederli’
articolati sulle labbra non corrisponde a un’esperienza fonologica, bensì visiva. Non potendo udire il linguaggio parlato,
e la loro stessa voce, non possono usare l’udito come strumento di controllo dei suoni linguistici che emettono durante
la fase della lallazione o del balbettio (dal sesto-settimo mese
fino al nono-decimo circa). Nei primi mesi di vita, infatti,
anche questi bambini, come quelli udenti, producono vocalizzi e più avanti emettono suoni linguistici (combinazioni
di consonante e vocale), ma la loro lallazione, che inizia peraltro qualche mese più tardi, è significativamente diversa
da quella prodotta dai bambini udenti: è povera e incoerente
(producono una ridotta gamma consonantica e un minor numero di sequenze multisillabiche) proprio per la mancanza
di feedback acustico, per l’impossibilità cioè di ascoltare e
di imitare i suoni dell’ambiente e di autocontrollare la loro
attività fono-articolatoria.
In condizioni normali, nel periodo della lallazione i bambini, sulla base di ciò che sentono, diventano parlanti della loro
lingua, imparando gradualmente a imitare i modelli intonazionali degli adulti e i particolari suoni della lingua parlata a
cui sono esposti, rispettandone le restrizioni e le preferenze
fonologiche. In questa fase dello sviluppo linguistico (intorno agli 8-9 mesi), c’è una notevole diminuzione del numero
e della varietà dei suoni discriminati e prodotti dal bambino
nei primi mesi di vita (i vocalizzi emessi dai bambini nei
primi 6-7 mesi sono abbastanza simili nelle varie lingue e
includono tutta la gamma di suoni pronunciabili dall’uomo).
Ancorché sia privo di intenzioni comunicative, questo allenamento motorio dà al bambino il piacere di ascoltarsi, preparandolo alla successiva produzione delle prime parole. Durante questo stadio dello sviluppo linguistico vengono perciò
prodotti suoni ripetitivi, sillabe e sequenze di sillabe uguali,
in maniera sempre più precisa, come ba, ba-ba, ma, ma-ma,
ga-ga-ga, di-di. Questa fase della lallazione orale è presente, come s’è detto, anche nei bambini sordi (che in qualche
modo esercitano i loro organi fonatori) e se questi bambini
sono esposti dalla nascita a una lingua dei segni (come accade ai figli di sordi segnanti) produrranno anche un balbettio
gestuale, attraverso movimenti delle mani che assomigliano
ai segni di una lingua dei segni.
Heidi è una bambina di sei mesi, è distesa sul suo lettino,
dove suo padre l’ha messa per un sonnellino. La piccola tiene
le mani in alto e fa dei piccoli gesti mentre ride tra sé e sé.
Passano alcuni minuti e Heidi si addormenta.
22
Anche Margherita, coetanea di Heidi, è stata appena messa
nel suo lettino per il sonnellino; si gira supina ed emette dei
piccoli suoni some “bababababa” e “nuhnuhnuhnunh” fino
a quando prende sonno (Michnick Golinkoff, Hirsh-Pasek,
1999: 65).
Analogie a parte, ciò che distingue veramente queste due
bambine è il fatto che Heidi è sorda, figlia di sordi segnanti,
mentre Margherita è udente, figlia di udenti.
Verso gli 8-9 mesi, le produzioni sillabiche (e ugualmente
quelle gestuali nel caso dei bambini sordi come Heidi) diventano più complesse perché composte da sillabe variate, tatte, da-de, ni-ne, ecc., generando un balbettio paralinguistico.
Come nella composizione di un puzzle, durante la fase della
lallazione i bambini cominciano a prendere dimestichezza
con le ‘tessere’ del linguaggio, esercitandosi a comporle più
volte. A questo punto, il bambino è pronto a pronunciare le
prime parole (che nel primo anno di vita vengono impiegate
come ‘olofrasi’, cioè come termini in cui si concentra il valore di una frase) e a partire da questo momento lo sviluppo
delle sue capacità fonologiche e articolatorie si perfezionerà
e interagirà con le nuove acquisizioni lessicali e grammaticali – attraverso uno sviluppo morfologico e sintattico sistematico e rapido – fino ad arrivare intorno ai cinque anni a una
competenza strutturale complessa.
In questa fase fondamentale dell’acquisizione del linguaggio la produzione vocale dei bambini sordi si differenzia tuttavia significativamente da quella dei bambini udenti: non
potendo sentire la lallazione orale che cominciano a produrre, i bambini sordi non possono controllare l’esercizio della produzione dei suoni della loro lingua per adattarli alle
loro esigenze comunicative. Il deficit acustico, impedendo al
bambino sordo questi primi sviluppi, in particolare lo specializzarsi delle capacità di percezione e di articolazione dei
suoni, gli preclude il successivo processo di acquisizione del
linguaggio verbale nei suoi aspetti di produzione e di comprensione. Lo sviluppo spontaneo della facoltà del linguaggio necessita perciò di un input che nelle società umane è
costituito dall’ascolto delle persone che ci parlano (o che ci
‘segnano’) sin dai primi istanti di vita, dall’immersione, insomma, in una comunità che utilizza una particolare lingua
(sullo sviluppo del linguaggio cfr.: Pinker, 1994: 256-258;
Michnick Golinkoff, Hirsh-Pasek, 1999: 65 ss.; Aglioti, Fabbro, 2006: 30-34; Cacciari, 2001: 39-42).
Essere sordi, tuttavia, non vuol dire essere privi della facoltà del linguaggio: semplicemente essa non può attivarsi in
modo naturale, almeno per quanto concerne la modalità orale, a causa, come s’è detto, del deficit uditivo. Questa facoltà,
che permette a ogni bambino di acquisire spontaneamente
qualsiasi lingua a cui venga esposto, sia essa cinese, inglese,
italiana (il che significa che il linguaggio ha proprietà universali), senza ricorrere a un addestramento specifico, negli
esseri umani normodotati si incarna nel linguaggio orale: un
tratto universale o specie-specifico della linguisticità umana.
Non a caso, Noam Chomsky già negli anni Sessanta parlava
di un «dispositivo innato del linguaggio» (LAD: Language
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Acquisition Device), sottolineando come il linguaggio sia
troppo complesso per essere appreso tramite l’osservazione delle sue regolarità, in poco tempo e in modo spontaneo
(Chomsky, 1965). I bambini, perciò, devono averne quella
conoscenza innata che permette loro di svilupparlo in base
all’esposizione a fattori esterni: è la predisposizione biologica che il neuroscienziato Steven Pinker chiama l’“istinto del
linguaggio” (Pinker, 1994).
Anche se la facoltà del linguaggio è parzialmente culturale, dal momento che la lingua che parliamo è un prodotto
sociale e convenzionale trasmesso dalla comunità in cui viviamo, la capacità di acquisizione linguistica è una dotazione
biologica (ecco perché le lingue vengono definite ‘storiconaturali’). Le lingue umane da almeno 40.000 anni, con la
diffusione di homo sapiens sapiens (ma probabilmente già
120.000 anni fa), sono orali e in condizioni di normalità
non si conoscono eccezioni né tra quelle in uso né tra quelle
estinte: l’universo del suono costituisce l’ambiente naturale
delle lingue e l’oralità è il loro tratto primario. Il discorso
cambia, ovviamente, in presenza di circostanze eccezionali come la sordità. E l’esistenza, di lingue dei segni, lingue
semioticamente e semanticamente equiparabili alle lingue
parlate, che sfruttano la modalità visivo-gestuale integra nel
sordo (studiate scientificamente a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso grazie alle prime ricerche linguistiche
di William Stokoe sull’ASL, American sign language – cfr.
1960) ci fornisce al riguardo una prova dell’indipendenza
della facoltà del linguaggio dall’apparato fonatorio e quindi dalla dimensione orale. D’altro canto, già Ferdinand de
Saussure aveva osservato che l’aspetto fonico delle lingue è
un fatto accidentale: «non il linguaggio parlato è naturale per
l’uomo, ma la facoltà di costruire una lingua [...]» (1916: 1920). E questa lingua, in condizioni di sordità, può essere fatta
di segni visivo-gestuali anziché di parole articolate.
Del resto la ricerca scientifica ha mostrato che l’esposizione dei bambini sordi alla lingua dei segni sin dalla più
tenera età – la loro lingua naturale fatta di gesti articolatori
prodotti con le mani e con il corpo (‘articolatori manuali e
non manuali’), organizzati grammaticalmente nello spazio,
e ‘ascoltati’ con gli occhi – permette lo sviluppo della piena competenza linguistica e rende più semplice, più rapida e
soprattutto più completa l’acquisizione delle conoscenze e la
trasmissione dei contenuti culturali, facilitando il successivo apprendimento della lingua orale e scritta (cfr. Cavalieri,
Chiricò, 2005: 179-180, 257; Nicolai, 2003: 84-86; Caselli et
al., 2006: 163 ss.). E gli studi sulle rappresentazioni cerebrali
della lingua dei segni in segnanti nativi, a partire dalle ricerche di Ursula Bellugi e colleghi, confermano che, nonostante
si tratti di una lingua visivo-spaziale e benché l’emisfero destro sia specializzato nelle percezioni sincrone, e specialmente in quella del mondo visivo-spaziale, essa risulta elaborata fondamentalmente dall’emisfero sinistro: l’emisfero
linguistico nella maggior parte degli umani. L’esposizione
a una lingua parlata non sarebbe perciò indispensabile per
lo sviluppo della specializzazione emisferica (cfr. Bellugi,
Klima, 1983; 2001; Neville et al., 1998).
In circostanze normali, come s’è detto, tutti i bambini imparano a parlare una lingua, quella o quelle a cui vengono
esposti nell’infanzia. Ovviamente possiamo apprendere le
lingue da adulti, ma al prezzo di un grande sforzo, e quasi certamente è impossibile farlo se non abbiamo acquisito
un’altra lingua nell’infanzia e cioè entro il “periodo critico”
cui abbiamo già fatto cenno. La necessità di essere esposti
ad almeno una lingua nell’infanzia, in particolare nei primi
anni di vita e non oltre il periodo della pubertà (in cui la
plasticità cerebrale, almeno relativamente all’acquisizione
del linguaggio, è più spiccata), mette in luce, ben al di là
della componente biologica che fa del linguaggio una sorta
di ‘meccanismo a tempo’, l’importanza del contesto sociale
e relazionale per lo sviluppo di questa facoltà. È chiaro, pertanto, che il più grande dramma per una persona sorda è non
avere la possibilità di apprendere una lingua, il rischio cioè di
non essere esposto ad alcun linguaggio, di essere escluso da
ogni tipo di istruzione e lacianto in balia di se stesso, com’è
accaduto per moltissimi secoli, cioè almeno fino alla fine del
Settecento con l’istituzione delle prime scuole pubbliche per
sordi in Francia grazie a Charles Michel De L’Épée (per una
storia della sordità cfr. Chiricò, 2014; per una breve storia
delle lingue dei segni cfr. Russo Cardona, Volterra 2007: 1545).
Se è vero che la facoltà del linguaggio è una sorta di ‘istinto’, un pezzo della nostra attrezzatura biologica, è altrettanto
vero che essa, sia in condizioni normali sia, e ancora di più,
in presenza di un deficit sensoriale, ha bisogno di un ambiente sociale e linguistico adeguato per potersi attivare spontaneamente: ha bisogno, in altre parole, del contatto con altre
persone che parlano e/o segnano, di un dialogo stimolante,
ricco di intenti comunicativi e di reciprocità. Una prova del
carattere fondamentalmente relazionale e sociale del linguaggio ci è fornita dai drammatici casi di enfants sauvages,
o bambini ferini: quei bambini che per ragioni diverse sono
stati abbandonati, reclusi o emarginati (in alcuni casi allevati
da animali, in altri casi sopravvissuti per autosostentamento,
in altri ancora allevati in isolamento) e che sono vissuti fuori dal consorzio sociale almeno fino alla pubertà e talvolta,
quando sono riusciti a sopravvivere, anche oltre. Ci limitiamo a citare il primo caso documentato in letteratura, e anche
il più noto, quello di Victor, il ragazzo selvaggio ritrovato
nei boschi dell’Aveyron, in Francia, nel 1798, all’età di circa
dodici anni, affidato alle cure di Jean Marc Itard, il medico
francese che si occupò della sua rieducazione e che vi scrisse ben due Mémoires (1802-1807). Nonostante il successivo
reinserimento nella società civile e i ripetuti tentativi di addestramento linguistico, e pur essendo fisicamente in grado di
articolare le parole, Victor, come la stragrande maggioranza
degli enfants sauvages documentati in letteratura, non riuscì
a sviluppare il linguaggio e con esso una mente linguistica,
e continuò a esprimersi solo attraverso una pantomima (cfr.
Itard 1802-1807; per una panoramica sui casi di ‘ragazzi selvaggi’ cfr. Ludovico, 2006; per una rassegna completa cfr.
feralchildren.com).
Casi come questo dimostrano le conseguenze cui può an23
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
dare incontro una persona che non abbia mai acquisito il
linguaggio o che ne sia stata esposta troppo tardi, rendendo
evidente che se un bambino non è immerso precocemente in
un contesto sociale e linguistico, un contesto cioè di relazioni
interpersonali, entro l’età critica, non riuscirà – anche se si
sottoporrà a un intenso programma di rieducazione successivamente – ad acquisire una serie di abilità cognitive, e il
suo linguaggio rimarrà sempre carente, specialmente negli
aspetti morfologici e sintattici. Ciò vuol dire altresì che l’esperienza linguistica può modificare in modo considerevole
lo sviluppo cerebrale: se è deficitaria può causare infatti un
ritardo nella maturazione del cervello, impedendo il normale sviluppo dell’emisfero sinistro (l’emisfero del linguaggio
nella stragrande maggioranza degli umani) e un’adeguata
specializzazione emisferica.
Un altro pregiudizio tende a credere che i sordi siano persone ottuse o poco dotate intellettivamente: ne è la prova il
fatto che ancora oggi molti insegnanti si stupiscano che il
loro alunno sordo sia intelligente. Quest’equivoco nasce dalla convinzione che essere privi della parola significhi essere
privi di una mente che ragiona: non a caso il termine inglese dumb (‘muto’) sta a indicare, oltre a chi non può parlare
perché affetto da mutismo, anche una persona stupida o intellettualmente torpida. Il sordo di fatto non ha né un ritardo
cognitivo, né un danno neurologico, ma solo un deficit sensoriale, che tuttavia, se non viene affrontato tempestivamente
e con competenza, può avere conseguenze profondamente
gravi sullo sviluppo dell’individuo, rallentando e/o compromettendo irreversibilmente i processi di acquisizione del
linguaggio, i processi di apprendimento e lo sviluppo psicosociale. Solo in questo caso si può parlare di un ritardo cognitivo ed emotivo.
“Non capisco proprio che cosa succeda – diceva la mamma rivolgendosi a Renato Pigliacampo, all’uscita da un controllo dall’audiometrista –: quando ti parlo capisci tutto”,
aveva detto perplessa. “E adesso risulti del tutto sordo!”.
“Vero mamma” le avevo risposto, “ti capisco perché sono
intelligente, io! …” (1996: 24-25).
Se la sordità compromette l’acquisizione spontanea delle
lingue verbali lasciando inalterata la facoltà di sviluppare
la competenza linguistica nella modalità visivo-gestuale, a
condizione di essere esposti precocemente alla lingua dei segni (come dimostrano peraltro le ricerche psicolinguistiche
condotte su bambini sordi figli di sordi; cfr. gli studi citati
in Nicolai, 2003: 81-87; Caselli et al. 2006: 163 ss.), perché
allora negare ai sordi la possibilità (che è poi anche un diritto
sancito dalla nostra Costituzione) di acquisire la lingua che
incarna più naturalmente il loro istinto linguistico? Sarebbe,
del resto – e lo è stato – come negare la loro identità, la modalità ‘altra’ della loro esistenza:
Se non accetterai il mio silenzio io resterò solo – scrive Renato Pigliacampo, ormai adulto, rivolgendosi a quella che era
stata la sua logopedista – perché, anche se mi conducessi nel
24
mondo delle parole vocali, sarò sempre un bambino senza
speranza perché non accettato nella mia identità (1996: 15).
La mia intelligenza è emarginata, non per il fatto che mi
verrebbe insegnata la lingua dei segni, ma per il semplice
motivo di non essere mai stato esposto […] ad essa sin dalla
prima infanzia (1996: 40). […] Era sbalorditivo com’io fossi
in grado di parlare con questa lingua di segni, che veniva
dalla nostra vista, senza che tale lingua mi fosse insegnata
dalla logopedisa. Mi pareva di assistere a un miracolo, ad
una nuova via per trasmettere ciò che avevo nella ente e nel
cuore (ibidem: 49).
«Eppure, in nome di un mal riposto senso dell’integrazione, ancora oggi continuiamo a pretendere dai sordi che
essi non siano muti, che essi siano come noi, che essi siano
come vorremmo che fossero e come li abbiamo convinti che
debbano essere: degli automi parlanti. Continuiamo, cioè,
a pretendere che essi si sottopongano a una rieducazione
solo orale, che essi passino anni in uno studio logopedico
a produrre suoni che mai potranno dare vita a una lingua»
(Chiricò, 2014: 18). Rispettare le persone sorde per quello
che sono, comprenderle nel loro ‘essere’ sorde, evitando di
renderle quanto più possibile simili a noi udenti, è un gesto
di civiltà e di integrazione vera e autentica: la strada migliore
per ‘ascoltarli’. Riconoscere il loro diritto di avere la ‘loro’
lingua, quella dei segni, come prima lingua e di accedervi
precocemente non significa peraltro, come spesso si crede,
negare l’importanza dell’apprendimento della lingua verbale
(labiolettura, abilità di lettura e di scrittura, e oralizzazione
ove possibile), essenziale per accedere pienamente all’istruzione e per integrarsi con la maggioranza udente. Significa
bensì garantire la libertà di espressione e di accesso alle conoscenze attraverso la modalità più congeniale ai sordi, senza alcun ritardo e percorrendo la via per loro più agevole.
La mia vera cultura – scrive Emmanuelle Laborit – è la
lingua dei segni. […] Il segno, questa danza delle parole nello spazio, è la mia sensibilità, la mia poesia, il mio intimo,
il mio stile vero. […] Mi servo della lingua degli udenti, la
mia seconda lingua, per esprimere la mia assoluta certezza
che la lingua dei segni è la nostra prima lingua, la nostra,
quella che ci consente di essere esseri umani ‘comunicativi’
(1994: 10-11).
Prima ancora di essere espressione della comunità e della
cultura sorda, la lingua dei segni «è un bisogno dell’animo»
(Regolo, 2001: 93), una realtà visiva che i sordi hanno incisa dentro, un modo di essere che incarna la loro peculiare
forma di rappresentazione della realtà esterna e interna: una
realtà fatta prevalentemente di immagini e di rappresentazioni visive. Dar ‘voce’ ai sordi, ascoltando la loro esperienza,
il modo in cui vivono questa particolare forma di esistenza,
può dunque fornirci uno strumento sicuramente più efficace
per aiutarli a vivere questa condizione nel modo per loro più
naturale, sconfiggendo nel contempo quell’ignoranza che
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
rende gli udenti ‘sordi’ alle esigenze di chi è realmente tagliato fuori da un mondo fatto per i parlanti:
La lingua – ogni lingua – deve generare, in chi la apprende
e in chi la utilizza, gioia. Ho detto tante volte che la lingua
vocale non è mia. Adottando il modo di comunicare della
gente che ode, mi accorgo che non sono io. E invece volevo
essere io con la mia parola di segni, col mio linguaggio di
tutto il corpo (Pigliacampo, 1996: 50).
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81-103.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Storie criminali: modelli di narrazione
del Gangster-movie
ALBERTO SMALDONE
O
INTRODUZIONE
biettivo di tale lavoro è indagare i modelli di rappresentazione
dell’organizzazione
finzionale
criminale nel contesto del cinema
di consumo. Tale testo cerca di
evidenziare la messa in scena di determinati topoi
narrativi appartenenti all’universo fenomenologico della crescita spirituale e materiale dei contesti
criminali. Elementi diegetici quali l’iniziazione, la
famiglia, la prova di sangue e il legame fraterno si
configurano come norme valoriali appartenenti a una
costituzione di percorso illegale nelle fondamenta
immaginali del gangster-movie. Primo passaggio
fondamentale è evidenziare come le organizzazioni
criminale siano legittimate da una cultura orizzontale appartenente a determinate situazioni territoriali
dove la consuetudine vive e vince sulla legalità e
sulle regole. Secondo passaggio è interrogare l’industria cinematografica italiana cercando di rintracciare determinate opere che mostrano una narrazione tipica
del gangster-movie attinente a un modello di riferimento
universale: Il Padrino (1972) di Francis Ford Coppola. Oggetto d’indagine è rilevare il viaggio dell’antieroe criminale
nell’universo immaginario delle organizzazioni anti-stato
costatando come tale narrazione crei un legame immaginale
tra il mondo intellegibile cui il racconto è diretto e l’universo
immaginifico appartenente alla collettività italiana. I topoi
narrativi che saranno evidenziati nel corso della rassegna si
configurano come ipotesi di ricerca che saranno applicate
in determinati casi di studio: Il Padrino (1972) di Francis
Ford Coppola, Scarface (1983) di Brian de Palma, Romanzo
Criminale (2005) di Michele Placido e Gomorra (2008) di
Matteo Garrone. La situazione di ricerca è la messa in scena
cinematografica intesa come costruzione di modelli di rappresentazione attraverso il medium Cinema.
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LA “MAFIA”, UN FATTORE CULTURALE
La semplificazione del giornalismo porta a riassumere innumerevoli organizzazioni criminali all’interno della parola
“mafia”; tale termine esprime una tipica struttura gerarchica che cerca di trarre profitto attraverso il monopolio della
violenza attraverso attività non contemplate e accettate della
Stato1. Qualsiasi impresa è retta da una configurazione culturale che permea la mission aziendale motivando il personale e garantendo attività piena ed esercizio delle funzioni.
Asserire che un gruppo criminale è strettamente connesso a
1 D. Breschi, R. Chinnici, A. Di Pasquale, G. Galante, M. Ganci, S.
Lipari, G. Lo Cascio, U. Marchetta, A. Sorgi, L’immaginario mafioso. La
rappresentazione sociale della mafia, Edizioni Dedalo spa, Bari, 1986.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
un sistema valoriale non è eresia o fantapolitica ma si cerca
di interrogare il rapporto tra fine e mezzo che trova valore
ermeneutico nello stretto legame con la terra di appartenenza
e la famiglia. Ritornando alla parola “mafia”, essa nel dialetto toscano significa “miseria”, uno stato di povertà assoluta;
nella Sicilia il termine era adoperato per dipingere ragazze
dalla forte sensualità e dalla bellezza accecante2. Da tale significante è possibile creare un primo legame d’identificazione connesso con l’adorazione di tale attività. La “mafia”
si configura storicamente come un sistema di consorteria, in
altre parole la consorte svolge un’attività funzionale al benessere collettivo. Grandi mafiosi erano grandi latifondisti
che consentivano a persone umili e non altamente alfabetizzate, di lavorare la propria terra e ricavarne un salario. Inoltre, il proprietario dei latifondi doveva essere sempre apprezzato e ringraziato, soprattutto nei giorni di festa, con doni
derivanti dalla produzione agricola quotidiana: i cosiddetti
complimenti3. L’elemento valoriale fondamentale è riscontrabile nel torto che aveva come destinatario il latifondista;
l’elemento risanatore non consisteva nel ricorrere all’autorità
dello Stato, alla chiamata alla Polizia, ma nel comportarsi
da uomo d’onore e risolvere il problema con il tributo del
sangue. La mafia è un fattore culturale nel momento in cui
essa è sedimentata e rinvigorita dal codice d’onore, dal disegno immaginifico dell’uomo d’onore che deve farsi giustizia
personale ed essere etichettato come “senza attributi” nel rivolgersi all’autorità legale. Lo spargimento di sangue è elemento di giustizia tribale, appartenente alla terra come fonte
di ricchezza. Altro fattore culturale importante è la famiglia
e il successo orizzontale; secondo Putnam esistono due tipi
di acquisizione culturale: orizzontale e verticale4. Le famiglie dell’Italia meridionale presentano una convenzionalizzazione culturale orizzontale. Cioè il successo del singolo è
funzionale al progredire della famiglia, i guadagni personali
sono inseriti nella rendita collettiva per il bene del gruppo
d’origine; anche un figlio che studia al di fuori del contesto di
appartenenza, una volta terminato il percorso formativo, ha
l’obbligo morale di tornare alla fonte e far aumentare i profitti dell’azienda di famiglia. Tale praticità culturale evidenzia
lo “spirito di mafia”, una tensione constante dell’identità del
singolo di trovare valore nel gruppo familiare e nel contesto
di appartenenza. L’industria cinematografica come riesce a
sintetizzare in una messa in scena narrativa tale spiritualità?
espressione5. Nel tentativo di stereo tipizzare “lo spirito criminale”, il cinema tende a raccontare la scalata di un singolo individuo che motivato da elementi differenti (ricchezza,
famiglia, onore) arriva all’apice del successo criminale per
poi decadere ed estinguersi. Il genere filmico del Gangstermovie nasce negli anni ‘30 del XX secolo negli USA, quando
il cinema certifica la propria natura di macchina che racconta
storie, valorizzando il polo narrativo e creando un sistema
industriale di produzione e distribuzione seriale di contenuti
culturali. In questo contesto vengono prodotti alcuni capolavori del genere come Scarface-lo sfregiato (1932) e altri.
Tali opere però trovano dei freni inibitori nella stesura del
codice Hayes, il cui obiettivo era eliminare determinate rappresentazione che potessero turbare lo spettatore come morte, sesso, omosessualità e criminalità. Il gangster movie trova
il suo successo nel cinema moderno e d’autore degli anni
’70 con opere memorabili come Il Padrino, Mean Streets, il
remake di Scarface di De Palma, Gli Intoccabili e Quei bravi ragazzi. Senza freni di natura legale, la rappresentazione
cinematografica può raccontare la tragicità del percorso criminale coltivando temi importanti come la famiglia, l’onore
ma anche la disillusione e la distruzione individuale connessa al potere. In Italia il genere riscontra successo soprattutto grazie a Romanzo Criminale(2005) di Michele Placido e
Gomorra(2008) di Matteo Garrone. Il genere del Gangstermovie ruota attorno a determinati topoi narrativi: il legame di
sangue, l’iniziazione, la scalata, la caduta.
- il legame di sangue, vuole evidenziare il rapporto naturale, simbiotico e omeostatico tra l’antieroe protagonista e la
famiglia di riferimento per la quale egli opera
- l’iniziazione, è la prova fondamentale che l’antieroe deve
affrontare per essere accettato dalla famiglia e introiettare lo
“spirito di mafia”
- la scalata, indica il successo dell’antieroe nel mondo criminale che regala ricchezza e profitti.
- la caduta, è elemento diegetico portante della tragicità
del racconto poiché il protagonista sviluppa un percorso formativo di Hamartia, sfidando la nemesis e cadendo per aver
messo in discussione l’autorità statale.
Tali tipi universali di scrittura evidenziano i canoni narrativi fondamentali del G-movie funzionali nel raccontare storie
di criminalità ma non si configurano come una tassonomia
da applicare in maniera maniacale, basti pensare a Gomorra.
IL GANGSTER-MOVIE
UN MODELLO DI RIFERIMENTO
Il cinema è paragonabile a un palazzo retto da due pilasti
fondamentali: attrazione e narrazione. Nel percorso diacronico della settima arte, tali tendenze s’incrociano, separano,
aspirano all’indipendenza, decretano lo statuto di una forma d’arte che cambia, nel tempo, tecnologia e modalità di
“Il Padrino”(1972) di Francis Ford Coppola è sicuramente
un modello di riferimento universale per qualsiasi opera di
rappresentazione delle organizzazioni criminali. Tale pellicola è diventata nel tempo opera di culto, sia per chi volesse
cimentarsi con produzioni culturali similari nel concettualizzare lo spirito criminale, sia per le innumerevoli citazioni
nella cultura popolare da parte di scrittori e per l’affetto dei
2 S. Di Piazza, Mafia, linguaggio ed identità, Studio e ricerca, Pio La
Torre, 2010.
3 Ibidem
4 H. Putnam, Rappresentazione e realtà, Garzanti, Milano, 1993.
5 S. Bernardi , L’avventura del cinematografo, storia di un’arte e di un
linguaggio. Marsilio, Venezia,2007
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
gruppi di fan che si sono sviluppati attorno a tale racconto. Il
Padrino è struttura predominante dell’enunciazione del crimine e, il testo, trova il realizzarsi della stereotipizzazione
dei topoi descritti in precedenza. Innanzitutto, il legame di
sangue è elemento diegetico portante della narrazione, perché i racconti intrecciati dei membri della famiglia Corleone
trovano un punto d’intersezione nello spazio affettivo e metaforico della famiglia. Essa è la fattoria dentro cui lavorare
e portar profitto e , allo stesso tempo, il focolare domestico
dove re-incontrarsi e trovare ristoro. L’iniziazione è il climax
della narrazione; essa distribuisce il ruolo del protagonista
all’interno dei membri della famiglia, ovvero identificando
in Michael Corleone l’erede e l’eroe destinato a raccogliere il trono del padre. Il personaggio di Michael è introdotto
come un alone di positività all’interno di un sistema corrotto,
in quanto egli si allontana dalla vita illegale dei Corleone
scegliendo l’onore e la gloria di una vita militare al servizio dello Stato. Solo che, nel momento di perturbazione e
pericolo (l’attentato alla vita di Don Vito, il padre), egli è
richiamato nella famiglia e sceglie di compiere una missione
di vendetta che si configura come il rito iniziatico per entrare
nella famiglia. Il protocollo spartano della famiglia Corleone
si compie nel momento in cui Michael (Mike, chiamato affettuosamente dai familiari) uccide a sangue freddo il bosso
di una famiglia importante (Sollozzo) e il capitano della polizia, referente del legame tra Stato e anti-Stato. Tale evento
provocherà l’allontanamento di Mike e il ribaltamento della
funzione segnica del personaggio che accetterà il lato oscuro della famiglia verso la quale adempiere. Egli prenderà il
posto del padre defunto a capo dell’organizzazione dove inizierà la scalata criminale al vertice della mafia a New York
City. Il tema della scalata evidenzia la presa di posizione di
Mike nel volere immettere un regime di monopolio economico eliminando i concorrenti; per questo egli ordinerà di
fare piazza pulita eliminando coloro che avevano instaurato
rapporti negoziabili con la precedente guida della famiglia.
Infine, la caduta non riguarda la perdita della vita di Mike ma
l’allontanamento della moglie e della “sua” famiglia tesa ad
abbandonare il trono di cadaveri che Mike ha costruito per la
ricchezza del proprio gruppo e la memoria del padre. Il film
nel finale presenta il contrasto tra due tipi di famiglia: entrambi microcosmi appartenenti a elementi esistenziali differenti, la prima evidenzia il rapporto di sangue di Mike, la
tribù di appartenenza da onorare, la seconda è la famiglia che
si è costruito in vita ma non più importante della tradizione,
della memoria collettiva da santificare.
LA CICATRICE DI UNA SOCIETÀ
Altra rappresentazione finzionale della criminalità e del
mondo interpretante dell’illegalità è certamente Scarface
(1982) remake di Brian De Palma. Tale pellicola presenta
due temi importanti: il divismo del gangster e la disillusione
della ricchezza. Il primo elemento vuole evidenziare come
il criminale diventa un fenomeno di consumo per le masse;
proprio come il divismo cinematografico: l’illegalità diventa
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un’industria culturale che produce modelli di rappresentazione differenti tesi a diventare fenomeni di costume tramite
la riappropriazione del gusto nella realtà quotidiana. Basti
pensare a Roberto Saviano che in Gomorra descrive l’abbigliamento e l’arredamento dei Boss della camorra derivanti
dalla pellicola di Scarface, evidenziando come il camorrista
diventi una rappresentazione divina dell’uomo che ostenta la
superiorità di spirito mediante l’abbigliamento e beni di consumo solleticando l’invidia e l’ammirazione dei giovani e degli uomini comuni. Altro tema fondamentale che guida l’intera narrazione e lo stato di disillusione connesso al denaro
e al successo. Tony Montana è una superstar del mondo criminale; proprio come un divo egli è consumato dal successo,
lasciato nella penombra della propria ricchezza da solo, drogato e triste nella speranza che la morte bussi alla porta. Con
Scarface De Palma racconta la ferita che nasce e si cicatrizza
all’interno della società americana, narra di gangster che diventano nuovi idoli per i consumatori e il cambiamento di
prospettiva del sogno americano nel raggiungere il successo
a colpi di pistola e non attraverso la fatica. Dal punto di vista
dell’enunciazione testuale, anche Scarface presenta criteri
di affabulazione standard descritti in precedenza, anche se
con notevoli differenze rispetto al Padrino. Il legame di sangue è in riferimento alla comunità cubana con la quale Tony
Montana arriva a Miami e all’amico fraterno “Manny” che
lo accompagnerà dentro il tunnel più buio del suo percorso
criminale; anche la famiglia biologica è presente nel racconto ma Tony incontra la resistenza della madre nel respingere
il figlio, perché corrotto e criminale, e le attenzione della sorella Gina dedita a fuggire dallo stile di vita conservatore e
protettivo della madre svelando le preoccupazioni morbose
e paranoiche di Tony. Il rito d’iniziazione è diviso in due
fasi: la prima fase è ambientata nel campo di raccoglimento
dei profughi dove Tony uccide per commissione un politico
importante connesso a Castro. Tale atto è funzionale nella
liberazione di Tony e del gruppo di appartenenza attraverso documenti ufficiali e la conseguente entrata nella società
americana. La seconda fase d’iniziazione è una missione affidata a Tony e al proprio gruppo riguardante una transazione
di coca con i colombiani; la missione si rivelerà una trappola
ma Tony riuscirà a cavarsela ed entrare nella famiglia criminale di Frank Lopez; tale atto è propedeutico alla costruzione del gangster sia come etica che come estetica, ovvero
nell’atto di esecuzione e nel portamento esteriore. La scalata
avviene con un elemento diegetico importante: ovvero l’eliminazione di Frank Lopez e del commissario di polizia e la
presa del potere di Tony. Egli compie un ammutinamento al
gran capo nel momento in cui Frank decide di assassinare
Tony perché risulta essere troppo eccentrico e dannoso per
gli affari. Con la presa del trono, Tony instaura un legame
economico con Alejandro Sosa diventando uno dei boss più
importanti di Miami. La caduta, infine, è uno spazio narrativo importante che presenta due facce della stessa medaglia:
la salvezza e l’annientamento fisico. Parlare di salvezza non
è ossimorico in Scarface, perché Tony Montana decreta la
propria morte nel momento in cui egli rifiuta di assassinare
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
un politico di prestigio (teso ad annientare l’impero economico del socio Sosa) perché la morte avrebbe avvolto anche
un bambino, figlio del politico. Tony decide di lasciarlo in
vita preservando il bambino metafora dell’ innocenza di una
Nazione. Tal evento però è funzionale nell’adempiere all’annientamento fisico del protagonista il cui corpo da Divo inattaccabile diventa un bersaglio ricoperto da proiettili. L’unico
atto benevolo e positivo di un personaggio negativo porta
alla distruzione del suo impero.
IL CASO ITALIANO : ROMANZO CRIMINALE
Romanzo Criminale (2005) è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo a cura di Michele Placido. La
storia racconta i meccanismi d’infatuazione di una banda tribale di Roma verso il potere sacro, entità metafisica asimmetrica divenuta il vello d’oro dell’intera narrazione. La diegesi
ruota attorno al potere inserito in un contesto Italiano che storicamente attraversa momenti che segnano una forte cicatrice nella memoria italiana, come il caso Aldo Moro e la strage
di Bologna, In questo contesto il potere esplode nelle sua
radicalizzazione e viene inseguito da una banda di ragazzi
che, giocando con il fuoco finiscono per bruciarsi. L’affabulazione standard è presente in tale racconto che evidenzia la
psicologia dei personaggi appartenenti alla banda ricercando
un equilibrio omeostatico con il potere. Il legame di sangue
è elemento portante della narrazione, in quanto i protagonisti
da bambini emettono un patto tra loro nel momento in cui
uno dei membri viene ferito ad una gamba. Nasce l’epopea
de “Il Libano”, “Il Freddo”, “Il Dandi” e “Il Grana” in funzione della famiglia, un gruppo di bambini alla ricerca del
successo. Nel legame di sangue è insita anche l’iniziazione, dove metafora diegetica diventa la ferita alla gamba del
“Libano” che si configura come un biglietto da timbrare per
l’ascesa nella criminalità. Il legame è elemento importante
e funzionale nella diramazione degli atti criminali, non sarà
mai scalfito nel tempo, solo un membro della banda, “Il Freddo”, cercherà di redimersi mediante l’incontro con Roberta
ma tale atto risulterà invano perché il patto d’infanzia equivale ad un contratto Faustiano che non può essere sciolto.
La scalata avviene nel momento in cui i ragazzi decidono
di reinventarsi nel mercato in forma monopolista eliminando i competitor e stringendo alleanze con Cosa Nostra, ottenendo protezione da “gli uomini dello Stato” in funzione
di determinate missioni ufficiose da parte della Nazione. La
caduta si manifesta in due atti: l’eliminazione del “Libano”
e l’incarcerazione del resto della banda. Il primo atto vede la
soppressione della mente della banda per un debito di gioco non onorato; l’elemento tribale supera il patto d’onore di
spirito di criminalità e tutto ciò evidenzia come la banda sia
un gruppo di scalmanati alla ricerca ossessionata del potere
dove le pulsioni e l’istinto vincono sulla ragione e l’organiz29
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
zazione. Dopo l’eliminazione de “Il Libano” la banda inizierà a perdere la bussola, il non riuscire più a individuare un
leader porterà al sacrificio della banda nel contesto economico globale. Il secondo atto evidenzia la carcerazione del resto dei membri attraverso “Il Sorcio” diventato collaboratore
di giustizia che riuscirà a fermare e incarcerare “Il Freddo”.
Quest’ultimo decide di confessare dopo la morte dell’amata
per mano della giustizia tribale dei clan scatenando un regolamento di conti interno; discrasie intestine che porteranno
alla morte anche “Il Dandi” per mano di un criminale assetato di vendetta. Il film evidenzia come in un contesto italiano
dove il potere è frammentato e serializzato attraverso gruppi
più disparati tra Stato e Anti-stato, un gruppo di ragazzi tenta
di rincorrere una fetta di quel potere pagando un prezzo altissimo perché i frammenti tendono a ricongiungersi alla fine
in un unico puzzle.
“GOMORRA”: AL DI FUORI DAGLI STANDARD
I topoi narrativi descritti in precedenza compongono un
format, modello standard di narrazione riscontrabile in storie di criminali per un pubblico mainstream. Tale habitus
non vuole essere una formula da applicare meticolosamente per il genere finzionale del gangster movie, ma la fiction
nella sua natura di costante ermeneutica è in grado di ricontenstualizzare ed interpretare fenomeni differenti secondo
modalità di racconto non del tutto omogenee. E’ il caso di
Gomorra (2008) film di Matteo Garrone, trasposizione cinematografica dell’inchiesta di Roberto Saviano. Gomorra
non è un classico racconto manicheo di bene vs male, di
personaggi che rincorrono un potere, della dissoluzione di
uno spazio per mano di una minaccia maggiore. Gomorra
presenta storie di una Storia; ovvero la camorra è elemento
archi testuale che fa da contesto ad innumerevoli personaggi
che vivono quel determinato luogo. L’approccio di Gomorra è etologista e Darwiniano. Nel primo caso, Garrone e Saviano sviluppano un modello di osservazione dell’etologia;
studiare gli animali nell’ambiente naturale e primordiale.
Cosi come un leone abita una savana, un camorrista vive
ed esercita influenza in un territorio dominato dal consenso
puro verso le consuetudini dell’antistato. All’osservazione
dell’etologia si associa il modello della selezione naturale di Darwin; dove sopravvive chi riesce ad adattarsi a un
determinato luogo e creare determinate condizioni affinché
si possa rimanere a lungo. Ecco che i bambini imparano
da subito linguaggio e modalità di uccisioni, il giocattolo
fondamentale diventa la pistola e l’atto di socializzazione
e identificazione al gruppo di gioco è “u piezz” (“l’omicidio” tradotto dal dialetto all’italiano). La messa in scena di
Gomorra è un’osservazione globale di un contesto che si
configura come un girone dell’inferno, Scampia, che presenta i personaggi che abitano in quel posto e le tradizioni ed
abitudini che sono esercitate. Garrone è Virgilio che prende
lo spettatore Dante per accompagnarlo in un percorso di decadimento morale, concettuale e fisico-materiale. Gomorra
non emette salvezza, non c’è spazio per la speranza, c’è po30
sto solo per il peccato universale che si materializza nella
quotidianità degli eventi.
CONCLUSIONI
Il gangster movie si configura come in filone narrativo della fiction molto importante ed invita a riflettere sulla criminalità nelle sue fasi e modalità. Il problema di tale messa in
scena del crimine è il presupposto d’identificazione. Molte
malelingue evidenziano come il malessere di tale racconto
sia la presa di posizione del killer di turno suscitando ammirazione e attrazione. Gli integrati possono rispondere attraverso il meccanismo della sospensione dell’incredulità ovvero il lasciarsi trasportare dal racconto e scindere la dimensione individuale- intellegibile con la sfera re-intepretativa
finzionale della storia, tralasciando l’identificazione solo nel
testo narrativo e mai al di là del testo. Tale pratica di visione
richiede competenza di discernimento che s’insegna mediante un’educazione ai media da intraprendere nel percorso di
formazione scolastica dove insegnare educazione alla comunicazione a scuola non sarebbe niente di sbagliato. Pertanto
è opportuno osservare l’evoluzione del racconto criminale
anche nel fenomeno della serializzazione televisiva per sviluppare una discussione e argomentazione su un fenomeno
importante e dannoso cercando anche lo spiraglio per ipotetiche soluzioni per riaccendere la speranza.
BIBLIOGRAFIA
Bernardi S. , L’avventura del cinematografo, storia di
un’arte e di un linguaggio. Marsilio, Venezia,2007.
Breschi D., Chinnici R., Di Pasquale A., Galante G., Ganci M, Lipari S., Lo Cascio G., Marchetta U., Sorgi A., L’immaginario mafioso. La rappresentazione sociale della mafia,
Edizioni Dedalo spa, Bari, 1986.
D’Amato M., La mafia allo specchio. La rappresentazione
mediatica del mafioso, Franco Angeli, Milano, 2013.
Di Piazza S., Mafia, linguaggio ed identità, Studio e ricerca, Pio La Torre, 2010.
Putnam H., Rappresentazione e realtà, Garzanti, Milano,
1993.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Saperi e sapori d’altrove:
le scrittrici (si) raccontano
SILVIA CAMILOTTI
IULM - Libera Università di Lingue e Comunicazione
N
ella produzione letteraria, oramai ventennale, di autori immigrati in Italia da
differenti paesi del mondo, le donne
sono risultate sin da subito attive protagoniste, contribuendo a sfatare molti
degli stereotipi gender- e race- oriented che solitamente
emergono quando la sfera del femminile si intreccia con
quella dell’immigrazione. Il tema culinario si presterebbe,
a un primo sguardo, a rafforzare alcuni luoghi comuni che
vedrebbero le donne, soprattutto straniere, schiacciate entro
la sfera del domestico; tuttavia, nonostante questo piccolo
contributo si soffermi sulla questione del cibo nelle opere
di “autrici d’altrove,” l’obiettivo è sottolineare i tanti altri
significati che si celano dietro alla scelta di raccontare sulla
pagina scritta le proprie tradizioni alimentari: la presenza di
questo tema consente infatti di sviluppare alcune riflessioni
sul significato del cibo nella migrazione, esperienza che lo
può trasformare in occasione di incontro e convivialità, in
strumento per mantenere viva la memoria della propria terra, ma anche possibilità di sperimentazione e mescolamento
di tradizioni culinarie differenti. Il successo del ricettario artusiano nel mondo, ad esempio, dimostra come gli emigranti
italiani abbiano cercato di mantenere le proprie tradizioni
culinarie altrove e processi affini si verificano anche con i
migranti odierni in Italia. Come talvolta accade, un fenomeno di natura sociale (in tal caso le migrazioni e le abitudini
che porta con sé) si riverbera anche in letteratura e proprio
di questo daremo qualche esempio.
Laila Wadia, scrittrice di origini indiane che vive a Trieste
da molti anni, ha riunito, sotto il segno della forchetta, racconti di autrici e autori immigrati in Italia da diverse parti
del mondo in un’antologia dal titolo Mondopentola. L’idea
che anche il cibo e la sua preparazione possano trasformarsi in momento di condivisione, in occasione di ricordo, in
tentativo di sconfiggere il vuoto di sensazioni, odori e atmosfere appartenenti al passato di ciascuno attraversa l’intero
testo. Nell’antologia leggiamo come il cibo possa diventare
un modo per «abbattere muri di incomprensione» (11), per
riscoprire la propria infanzia, per contrastare stereotipi, per
sperimentare mescolanze. Ma non solo. Infatti il cibo diventa anche il motivo per riflettere su una vasta molteplicità di
tematiche: dalla guerra in Jugoslavia nel racconto di Božidar
Stanišić (“La coccinella di Omero”), al tema della morte nel
testo di Clementina Sandra Ammendola (“Il Mao è morto”),
alle difficoltà di una donna nell’abbandonare il proprio paese per andare in Italia a fare lavoro di cura nel testo di Mihai
Mircea Butcovan (“Di sarmale, involtini, amiche e brassica”), alla distanza che si crea con la propria famiglia dopo
un distacco ventennale (“Il caffè” di Tahar Lamri). In questi
racconti il cibo diventa anche una strategia per raccontare
vicende legate alla storia di persone di differenti parti del
mondo, che sono poi quelle di provenienza degli immigrati.
Ciò permette ai lettori italiani di aprire delle finestre su storie a rischio di oblio, la cui ricostruzione aiuta a comprendere le ragioni che hanno spinto milioni di persone a lasciare le
loro terre e a stabilire di conseguenza una maggiore empatia
nei loro confronti. In Mondopentola, tematiche “serie”, per
così dire, sono controbilanciate, in un vero e proprio equilibrio di sapori, da note vivaci ed allegre, dai profumi dei
cibi che vengono preparati e gustati nei racconti, dal senso
di comunità e appartenenza che la cucina ha la potenzialità
di creare e che non si mostra nel suo lato più opprimente
nei confronti delle donne, anzi. Il cibo diventa, al contrario,
occasione per invitare ad una paritaria mescolanza, come
l’apertura dell’antologia peraltro precisa:
«Amo le contaminazioni. Senza mescolanze non esisterebbe alcuna forma di vita perché non ci sarebbero né acqua
da bere, né aria da respirare, né fuoco per scaldarci e cucinare. Tutti questi elementi sono nient’altro che abbracci
tra atomi, una fratellanza tra sostanze diverse, la contaminazione di elementi puri che da soli non riescono a dare forma all’essenziale, perché il miracolo della vita è dovuto al
meticciato. Senza contaminazioni l’Italia non avrebbe il suo
amatissimo piatto nazionale, gli spaghetti al pomodoro» (9)
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
che, come ci spiega lo storico dell’alimentazione Massimo
Montanari, è un piatto che rappresenta appieno gli intrecci
della storia: la pasta lunga ha origini nel Medio Oriente arabo ed è arrivata in Europa nel Medioevo, mentre il pomodoro arriva dall’America, connubio che si è trasformato nel
piatto italiano più tipico.
Quello del cibo è un concetto fortemente legato anche al
tema dell’identità: studiare la storia dell’alimentazione, così
come la letteratura che ne parla, rappresenta una straordinaria occasione per comprendere gli intrecci che sostanziano le
società attuali e per mostrare come tradizione e identità non
siano nozioni chiuse e immodificabili, ma nascano dall’incontro e dal mescolamento. Il già citato storico Massimo
Montanari mostra come il cibo sia spesso associato all’identità, ma con connotazioni di chiusura, di conservazione,
di difesa da presunte minacce esterne. Invece, è proprio la
storia dell’alimentazione a insegnarci che «le tradizioni alimentari non restano mai uguali a se stesse, ma cambiano nel
tempo, modificandosi al contatto con tradizioni diverse. Le
identità, le tradizioni, si inventano, nel senso letterale della
parola: si trovano, si costruiscono» (195). Un esempio già
citato sono gli spaghetti al pomodoro, ma potremmo aggiungere anche le patate fritte, la cui genesi smantella una
visione chiusa e ferma di tradizione e identità: «Le patate
fritte sono una perfetta metafora di ciò che accade nella storia dell’alimentazione quando culture diverse si incontrano,
si confrontano, si mescolano. Il prodotto è nuovo, viene da
fuori e da lontano. Il modo di trattarlo è antico, ha radici
profonde nella cultura “ospitante”» (58).
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L’atteggiamento che mostriamo verso i cibi è indicatore
del modo in cui pensiamo all’identità e alle differenze. Certi
cibi si possono ergere a simboli di un’appartenenza e contrapporli ad altri. Montanari, per citare un ulteriore esempio,
fa riferimento allo “scontro” tra polenta e cous cous: ci si
può arroccare dietro a questi cibi-simbolo, usandoli come
armi, oppure “offrire e condividere”, intenderli come occasioni di reciproca conoscenza e integrazione.
Sul cibo come fattore costitutivo dell’identità, soprattutto
in un contesto di migrazione, si sofferma anche una scrittrice
italiana, Marinette Pendola, che vorrei citare perché autrice
di opere legate all’esperienza degli italiani emigrati in Tunisia e alla cui cucina dedica ampio spazio, intesa come laboratorio di sperimentazione e di mescolamento di differenti
tradizioni culinarie: «Interrogarsi sull’alimentazione degli
italiani di Tunisia significa calarsi in una rete sottile di scambi e contaminazioni, ma anche cogliere il nucleo profondo
che ne esprime l’identità assieme a tutti gli adattamenti che
sono stati necessari per mantenerne la specificità. Ripensare
agli italotunisini e alla loro collocazione nella società coloniale permette di cogliere immediatamente il rapporto strettissimo con l’alimentazione come tratto caratterizzante. Di
fatto, l’alimentazione connota gli italotunisini, in particolare
i siciliani, più di qualsiasi altro tratto specifico, come potrebbe essere, ad esempio, la religione […] Considerare la presenza degli italiani in Tunisia da una prospettiva alimentare
significa non soltanto fissare l’attenzione sugli adattamenti,
sui cambiamenti e le specificità di una comunità, ma anche
cogliere il rapporto fra cibo e contaminazioni, fra ciò che
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
è stato accolto, e ciò che è rimasto
nella cucina locale a testimonianza
di un’influenza molto più profonda
di quanto potrebbe apparire di primo acchito» (98).
Anche la protagonista indiana del
racconto “La calandraca” di Laila
Wadia, nella già citata antologia
Mondopentola, attribuisce al cibo un
profondo valore affettivo e identitario, quando afferma di essersi sentita meno sola proprio grazie al negozio triestino che vendeva i sapori di
tante parti del mondo, compresa la
sua: «Oggi è uno dei giorni più tristi
da quando mi trovo a Trieste. No,
non è morto nessuno. È successo di
peggio: il negozio Gerbini ha chiuso i battenti. Come posso spiegarvi
cos’era per me questo negozio? Non
una semplice bottega stretta e lunga straripante di alimenti esotici, in
fondo a Via Battisti, non un salumificio dove non ti sentivi mai rispondere “volentieri” (sinonimo triestino per “no, mi dispiace ma non ce
l’abbiamo”), ma un luogo magico
dove si poteva trovare di tutto, dal
ricercatissimo jamon, prosciutto
crudo iberico tagliato a mano, al rinomato formaggio di Pago, e anche
un indirizzo sicuro per fare scorte di
hatwa turco o sciroppo d’acero canadese in cui affogare gustose pancakes. Era il mio rifugio. Il rifugio
della mia anima quando essa veniva
sopraffatta dal mal di patria, quando il mio corpo reclamava i sapori
della mia India natia, quando le mie
papille gustative imploravano una
tregua dai carboidrati raffinati e dagli oli extra vergini spremuti a freddo» (131).
La protagonista del racconto sottolinea anche la bellezza
che i tanti cibi affiancati sugli scaffali del negozio trasmettono, invitando alla convivenza e alla mescolanza prive di gerarchie: «Solo in questo luogo ho visto pane azimut abbracciare ceci palestinesi, sughi indiani non scostarsi dal vicino
sugo pachistano, tapioca e manioca del terzo mondo stare
in prima fila, sopra confezioni di cibi frankenstein made in
Usa» (133).
Si tratta di una bella metafora che indica come l’alimentazione, con la sua storia passata di intrecci e scambi (non
sempre pacifici) ci racconta, per voce di donna, il nostro presente e anticipa un futuro che non potrà cancellare e ignorare
le sempre più strette interconnessioni tra individui e società.
Il cibo è anche occasione per contrastare luoghi comuni
e abbattere la diffidenza verso il “diverso”, come il racconto “Spaghetti allo scoglio,” ancora di Laila Wadia, presente
nella raccolta Il burattinaio e altre storie extra-italiane, mostra. Una coppia, lui italiano e lei tibetana, invitano a cena la
sorella di lui con il marito, con i quali non vi è un rapporto
molto sereno. Visto il tradizionalismo dei due ospiti, il protagonista maschile vieta alla moglie di cucinare i “suoi” piatti,
che non incontrerebbero il gusto dei due. Opta per un piatto
unico di spaghetti allo scoglio che però, per errore, esce terribilmente salato, praticamente immangiabile. La moglie tibetana, allora, esasperata per la pessima riuscita della cena in
cui avrebbe voluto cucinare le sue pietanze, si rifugia in cucina per mangiare i “suoi” ravioli, i momo: «“Cosa mangi?”
Niente, una schifezza tibetana, risponde Ayjis con la bocca
ancora piena. Ramona ammira la sottile sfoglia di pasta, ri33
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
esce ad intravedere il ripieno di carne e verdure. “Ne posso
assaggiare una?” Avviso mia sorella che non le piaceranno.
Sono gusti diversi, forti. L’autorizzo a sputare fuori il momo
se non è di suo gradimento. Ramona imita Ayjis, mettendo
in bocca un raviolo dopo l’altro in rapida successione senza
fermarsi a deglutire. Poi si lecca le dita e esclama: “Ma che
buoni! Mi devi dare la ricetta. Aldo! Vieni ad assaggiare una
specialità tibetana”» (110).
Infine, sul filo dell’ironia scorre “Il matrimonio di Ravi”,
racconto antologizzato ne Il burattinaio e altre storie extraitaliane, in cui la famiglia indiana, che si appresta a ricevere
il figlio che arriva dall’Italia con la giovane moglie, pensa
bene di eliminare tutti gli ingredienti indiani dalla cucina, per
italianizzarla. La nuora però non risponderà alle aspettative
della italiana tipo, ma esibirà la sua patente di indianità, anche dal punto di vista culinario. Il racconto si sofferma sugli
immaginari sia degli indiani nei confronti dell’Italia che viceversa, svelando una serie di equivoci che hanno il pregio
di far sorridere e soprattutto riflettere, ricorrendo anche al
cibo come elemento rappresentativo delle rispettive culture
e identità.
In conclusione, restiamo ancora nel segno della scrittrice
indiana curatrice del volume Mondopentola, da cui traiamo
il seguente passaggio chiarificatore del senso del suo testo
e, più in generale, del cibo: «A me piace pensare che questo piatto ibrido non funga solo da balsamo anti-nostalgia,
ma che contenga i germogli della voglia di creare un nuovo
mondo in cui si possono mediare lo ieri e l’oggi per dare vita
al domani. Ed è proprio questo l’intento di Mondopentola,
34
di questa cena a cui siete calorosamente invitati da tredici
scrittori dai quattro angoli della terra. Ognuno ha portato
una pietanza per condividere sapori e saperi delle terre d’origine, arricchendoli con gli ingredienti della nuova patria,
condendo il tutto con la fantasia per provare che alla fine siamo tutti ingredienti indispensabili del grande piatto dell’umanità» (11).
BIBLIOGRAFIA
Massimo Montanari, Il riposo della polpetta e altre storie
intorno al cibo, Laterza, 2010
Marinette Pendola, Gli italiani di Tunisia. Storia di una
comunità (XIX-XX secolo), Editoriale Umbra, 2007
Laila Wadia, Il burattinaio e altre storie extra-italiane,
Cosmo Iannone editore, 2004
Laila Wadia, (a cura di) Mondopentola, Cosmo Iannone
editore, 2007
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Donne. E le parole per parlarne
PATRIZIA TORRICELLI
Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne, Università degli Studi di Messina
L
e
parole
con cui si
parla delle
cose sono
importanti
per almeno due ragioni. La
prima, è che esse rivelano
la mentalità di chi ne parla.
Quindi, ci avvertono che bisogna tener conto di ciò che
dicono per conoscerla. La
seconda è che, per la stessa
ragione, ci ammoniscono
di non prender troppo sul
serio ciò che dicono, perché ogni mentalità è frutto
di una cultura e la cultura è
figlia solo degli uomini, del
loro pensiero e della storia.
Parliamo della prima ragione d’importanza.
Le parole sono segni
usati per comunicare. Esse
assolvono questo compito usando una dinamica semiotica
per la quale una serie di suoni – tecnicamente detta significante - provoca nella mente l’insorgenza di un’immagine
del mondo esperito, detta idea, e racchiusa linguisticamente
in quello che si chiama normalmente un significato. Perciò,
le parole – opportunamente lette, usando le tecniche della
linguistica - ci rivelano qual è l’idea delle cose riferite che
i parlanti hanno in mente quando le usano per parlare del
mondo in cui vivono.
La somma delle idee che si hanno in mente costituisce –
schematizzando un po’ l’esposizione - quella che si chiama
una mentalità: ossia, l’immagine del mondo che è nella testa di ognuno di noi, con le regole di comportamento indi-
viduale e collettivo che ne
derivano – e che costituiscono i cosiddetti valori in
cui crediamo e dai quali ci
facciamo quotidianamente
condizionare l’esistenza
trasformandoli in stereotipi
di pensiero.
Vediamo, allora, di capire quale mentalità traspare
dalla somma di parole con
le cui immagini si declina
oggi l’idea di un mondo
femminile e qual è la loro
storia, a ritroso nel tempo,
poiché le nostre parole,
prima di essere italiane
erano latine - e indoeuropee prima ancora - e da
queste ideologie storiche le
nostre, moderne, sono nate
e si sono sviluppate, cambiandole o conservandole.
Femminicidio, usata a emblema di una tragica situazione
dei nostri giorni – alla quale le cronache ci hanno tristemente
abituato nonostante i numerosi appelli di civiltà - è parola
dotta, coniata su l’it. femmina aggiunto al lat. caedo secondo
una prassi derivativa usuale in italiano, sul modello di omicidio, uxoricidio e significa “uccisione di donne”. A dire il
vero dovrebbe significare “uccisione di femmine”, ma l’accezione sarebbe inesatta per il genere d’immagine mentale
che femmina e donna, rispettivamente, richiamano oggi.
L’italiano femmina infatti è la continuazione del latino
femina. In latino la parola evoca una qualità imprescindibile
dell’essere femminile - che è il seno per l’allattamento - per35
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
ché essa appartiene formalmente alla stessa serie lessicale
di fecundus, detto di ciò che è ben nutrito, e di filius, il cui
significato etimologico è “colui che viene allattato”. La stessa forma, nel gr. antico, aveva il significato di “nutrice” oltre
a quello generico di essere femminile. Questo era l’aspetto
della donna che risaltava, fra le immagini mentali suscitate
dalla parola, sia per gli antichi Greci che per i Romani, quando parlavano della donna usando tale termine.
In italiano femmina e femminile hanno perso memoria lessicale dell’antica idea di nutrimento al seno, ma conservano un’accezione legata al genere specifico opposto a quello
maschile. La donna diventa femmina quando sono messi in
risalto i suoi attributi di sesso. È questo l’ascendente immaginifico che determina le implicazioni sessuali di ogni genere
– anche negative, come in certi ambiti religiosi medievali,
per i conflitti della tentazione - poi assunte dalla parola in
conformità alla rappresentazione ideale della sessualità, maschile e femminile, che si è sviluppata durante i secoli della
nostra storia.
Il francese, per esempio, ha fatto del latino femina la sua
parola per donna: femme, che non cela alcun pudore o reticenza espressiva nei confronti degli attributi femminili della
donna rispetto all’uomo. Indice di un trascorso linguistico che
ha seguito altri cammini culturali, oggi appena visibili nella
parola, diventata un termine generico del francese comune.
Diversa la dimensione di donna. La sua forma linguistica
ci mostra che essa è la versione italiana del lat. domina. La
parola, in latino, è stata coniata prendendo spunto da domus
che significa “casa”. L’immagine evocata è dunque quella
della padrona di casa che affianca in veste femminile il dominus maschile. La manzoniana Donna Prassede esemplifica
perfettamente la continuazione di questa immaginazione di
ruolo più che di persona. Nel tempo, naturalmente, la parola
si è prestata ad altre accezioni complementari. Ma la sua originaria dimensione ideale è dimostrata dal fatto che deve, in
questi casi, essere accompagnata da specifiche apposizioni:
donna di servizio, donna di malaffare, donna di strada, primadonna.
Anche madonna (mea domina) fa trasparire, la stessa idea
di rispetto, declinata nel senso di donna d’alta condizione,
sia in versione laica – come le madonne fiorentine del Duegento – che in versione religiosa, come Signora del cielo già
nella stessa epoca.
Il francese madame ne è la versione in questa lingua. Così
come rammenta una simile immagine di donna il greco antico damar che usa lo stesso etimo di “casa”, detta in gr.
domos, per indicare la padrona della casa, in questo caso la
sposa legittima rispetto alle concubine: ossia le donne che
dividevano il letto del padrone, dal lat. cum-cubare. Le altre
mogli, insomma, nell’accezione moderna di poligamia.
Moglie, è il termine per indicare la consorte di un uomo,
la sua sposa. Figura femminile per eccellenza, evidentemente, se già in latino il termine mulier era l’appellativo stesso
36
per donna, così chiamata, appunto, genericamente; mentre la
condizione sociale e legale della moglie era espressa da uxor
parola che non ha continuato a esistere in italiano se non nei
latinismi dotti: uxoricidio, o more uxorio.
Nel mondo ideale latino mulier è il contrario femminile di
vir - che significa “uomo” - ma che non si è replicato in italiano se non nell’aggettivo virile con le stesse connotazioni
d’immagine. Mentre uomo continua il latino homo il quale a
sua volta continua l’i.e. *hom- che ha la stessa etimologia
del lat. humus il cui significato è “terra”. Così, l’uomo è concepito, fin dalla cultura indoeuropea della preistoria, come “il
terrestre” o “colui che sta sulla terra”. Un’idea forse primigenia dell’uomo fra gli esseri viventi, se pensiamo al racconto
biblico della creazione del mondo e dell’argilla con cui questo rappresentante della nostra specie è stato fatto.
Ma torniamo alla moglie e al latino mulier che la parola
italiana ripete, implicandone le accezioni sessuali ma relegandole in un ambiente domestico e nella dimensione sociale
della legalità. Scegliendo per la “moglie” la parola latina che
indicava la donna in senso lato, l’italiano dimostra di aver inconsapevolmente obbedito a un dettato culturale storico che
ha fatto della moglie la figura femminile più rappresentativa,
la donna accreditata dalla nostra società, quindi la donna per
definizione rispetto a ogni altra.
Compagna, oggi simbolo di un femminismo gratificante,
era nel lat. tardo cum-panem, e si applicava a chi “condivideva il pane” con qualcuno, accontentandosi di un poco,
compensato forse dai sentimenti. Il pane non s’intravede più
e sono rimasti sottintesi solo i sentimenti, nella parola moderna.
Sposa, coniuge, consorte sono termini meno consueti.
Risentono della loro origine latina e della provenienza dal
diritto romano. Sposa è la voce italiana di lat. sponsa che è
sostantivo del verbo spondeo “impegnarsi, promettere”. Per i
Romani la nostra sposa era piuttosto la fidanzata, la promessa
sposa. Oggi, dalla parola traspare l’immagine di una donna
nel periodo delle nozze.
Coniuge è, come il lat. coniux, sostantivo derivato dal verbo coniungo “congiungo” che ha dato forma linguistica all’idea di congiunto/i per parentela e coniuge per matrimonio.
Consorte viene dal lat. cum-sortem, che significava “colei
che condivide lo stesso patrimonio” perché per i Romani fra
la sorte e le risorse non c’era molta differenza.
Una curiosità: Etaira, cioè un’etera, era Aspasia per Pericle nell’Atene del V secolo a.C. definita da una parola che
è la variante al femminile di etairos, il cui significato era
“compagno d’armi, amico”. Donna colta, influente, Aspasia
esercitava una professione che nel mondo classico era praticata sia da ragazzi che da fanciulle e perfettamente tollerata.
Perciò “compagna, amica” con termini perfettamente in linea
con la visione del mondo che tale cultura possedeva. Equiparando la battaglia e l’amore, evidentemente, una coincidenza
plausibile in una società, quella greca classica, che con la
guerra si cimentava frequentemente.
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SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Signora, è oggi un termine che esprime deferenza generica. La sua immagine mentale è quasi irriconoscibile nella moderna espressione di cortesia formale che la parola è
diventata. All’origine, infatti, l’idea che veniva in mente ai
parlanti era di una persona anziana cui si doveva rispetto per
l’età e l’esperienza: senior “anziano” è il termine latino da
cui deriva la forma al femminile seniora poi signora. Quali
viaggi nella storia la parola abbia fatto per arrivare fino a noi
carica di un’immagine così diversa – la Francia dei baroni
medievali o la Spagna del Cinquecento con la sua opulenza
verbale pre-barocca – poco conta qui. La signora di oggi è
una donna di alta condizione sociale, educata e raffinata e,
nello stesso tempo, è qualunque persona di genere femminile verso cui si voglia usare semplicemente un appellativo di
cortesia, segno di buona educazione. Ogni altra connotazione si è persa.
Curiosamente, il Senato della Repubblica, con i suoi limiti
di età impliciti nell’etimologia della parola, derivata dal lat.
Senior - così come il Senato Romano antico - oggi rispecchia
ancora nel suo nome l’antica immagine che la parola signora
sottintende per la sua origine. Ma presto l’idea resterà solo
nella storia linguistica del termine, celata dietro una semplice
etichetta.
Madre, è l’unica parola presente in tutte le lingue indoeuropee rimasta immutata o quasi nella forma linguistica fin
dalle più lontane origini. Testimonianza di una cultura che
si perde nella preistoria dell’umanità per via d’un ruolo genetico insostituibile in natura, qualunque sia il posto che la
società poi assegna alla figura della madre e qualunque sia
l’immagine materna che ogni figlio ha concepito dentro di sé.
Donne, mogli, madonne, signore o femmine, le raffigurazioni delle donne trasmesse dalle parole appartengono a un
variegato universo d’immagini che le culture hanno elaborato, nel corso della storia, sul loro essere - o meglio, sul loro
apparire - siccome donne, nella società. Immagini che sono
diventate le idee attraverso il cui filtro mentale ci accostiamo
alla loro conoscenza. Idee che rappresentano, insieme alle
parole da cui sono espresse, la nostra comune mentalità al
riguardo.
Torniamo allora, brevemente al discorso d’inizio, per riflettere sulla mentalità e sulla lingua che la esprime con i
significanti e i significati delle parole, aggiungendo, ora, solo
un piccolo particolare.
Fra il significante e l’idea – quindi fra il significante e il
significato che tale idea rappresenta - non c’è alcuna motivazione reciproca, nessun legame vero. Le parole che usiamo per parlare del mondo reale non sono affatto imposte dal
mondo reale di cui parlano.
La mela non si chiama così perché il suo colore è identico
alla m, il suo sapore alla e, i suoi semi alla l e la polpa alla
a o viceversa. Tant’è vero che gli inglesi chiamano lo stesso
frutto apple, i francesi la chiamano pomme e i tedeschi apfel.
La mela si chiama così solo perché così è stata denominata
quando la sua immagine ha dovuto trovar posto nel sistema
d’idee già posseduto dagli uomini che le hanno dato il nome.
I quali, per farlo coerentemente a tali idee – cioè per rispondere alla domanda: che cos’è - hanno dovuto pensare
a quali di esse assomigliasse di più e hanno dovuto cercare
il materiale linguistico per rappresentarla fra quello già impiegato, e riusarlo, così che fosse più semplice riconoscere
subito che cos’era la cosa nuova, dal loro punto di vista.
Ecco perché la cosiddetta etimologia – ricerca dell’origine
delle parole, che abbiamo sommariamente esemplificato con
i termini citati - ci racconta questo percorso di scoperta delle cose da parte degli uomini restituendoci le tracce lasciate
nella lingua.
Ma è solo una scoperta mentale, guidata e controllata dalle
idee che già si possiedono, cioè dalla cultura che abbiamo
appreso e della quale abbiamo imparato a condividere il punto di vista.
Dunque, tutti i significati, palesi o reconditi, sono idee che
la nostra cultura ci ha messo in mente, e la loro realtà è solo
apparente, perché è solo una realtà supposta essere tale da
una cultura che la immagina in questa maniera, adottando il
proprio punto di vista.
E arriviamo, così, alla seconda ragione d’importanza delle
parole: il loro ammonimento a non prenderle troppo sul serio.
La mentalità è – lo abbiamo già detto - una serie d’idee,
diventate reali per la mente umana e affidate alle parole: innocenti, queste ultime, rispetto alla realtà - di cui sono segni
assolutamente arbitrari e inconsapevoli - colpevoli rispetto
alla cultura.
Perché finché esistono e continuano a essere usate, rispettando esattamente le idee che le hanno autorizzate, continuano a esercitare sui parlanti il loro potere coercitivo che ne
condiziona i comportamenti mostrando loro immagini della
realtà che sembrano vere, mentre non lo sono, probabilmente, nell’ontologia del mondo. Ma l’immaginario che evocano richiama una gamma di altre immagini complementari
– con altre parole a loro sostegno – la cui pressione emotiva,
se le parole sono vissute come una verità senza rimedio, può
provocare derive individuali e sociali incontrollabili. Come,
appunto, il femminicidio: l’uccisione della femminilità sessualmente implicita nell’idea di donna dotata di un seno,
comunque tale idea sia vissuta nell’immaginario maschile e
nella storia.
Occorre, allora, sapere esattamente che cosa sono le parole, per renderle innocue. Esse sono parvenze foniche d’idee
che nascono solo dalla mente degli esseri umani e soltanto
qui, nella loro mente, esistono. Figlie della storia, del pensiero, della cultura. Perciò affidate all’intelligenza umana
che della storia, del pensiero e della cultura è la sola artefice.
E affidate al suo costante esercizio, in modo che ci possano
in futuro parlare di un mondo sempre umanamente e culturalmente migliore.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Cronache di uno strano amore: Gli
americani e la bomba atomica nei
Tranquillized Fifties
ALESSANDRA CALANCHI
Dipartimento di Studi Internazionali: Storia, Lingue, Culture, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo
There are no longer problems of the spirit.
There is only the question: When will I be blown up?
(William Faulkner 1950)
Asked to nominate a worthy successor to Victor Frankenstein’s
macabre brainchild, what should we choose from our
contemporary inventory of terrors? The bomb? […]
(Theodore Roszak 1974)
The world before Hiroshima is a distant, black-and-white place, a
gone world
(Erik Davis 2014)
1. PREMESSA
E’ mia intenzione in questo articolo analizzare la costruzione culturale e mediatica della paura della bomba atomica
(e delle reazioni a tale paura) nel periodo che va all’incirca
dal 1951 al 1964 – il periodo della beat generation, del maccartismo e della pop art – nei suoi vari aspetti e nelle sue
varie tipologie, concentrandomi sui rapporti fra scienziati e
potere, fra politica e media, e su alcuni casi particolarmente
significativi: una poesia, una canzone, un cartone animato
e un film. La tesi che intendo dimostrare è che si sia trattato
non solo di un’operazione congiunta di scienza e politica, ma
di una vasta e consapevole operazione mediatica e di mercato senza precedenti. La mia posizione si affianca a quella espressa da Margaret Henrikson, la quale sostiene che la
bomba atomica abbia avuto un impatto rivoluzionario sulla
cultura americana, condizionando tutti gli strati sociali e gli
ambienti culturali, da Elvis Presley all’Accademia, e rendendo il popolo americano, negli anni del dopo-Hiroshima,
“schizoide”. Per la maggioranza degli americani, infatti, la
bomba “became the unifying symbol of American safety and
consensus,” mentre per una crescente minoranza rappresentava “American insecurity, immorality, insanity, and rebel38
liousness” (Henrikson 1997: xxii). Intendo tuttavia distaccarmi lievemente dalla sua tesi che l’atomica abbia costituito
la radice di un moral awakening che ha poi portato all’insorgere dei movimenti di protesta degli anni ’60, e concentrarmi
piuttosto sulle dinamiche mediatiche e culturali con cui si è
creata la paura.
Nonostante “Fear of the bomb has, for many years, been
an integral influence on our social consciousness” (Shapiro
2002: 13), è negli anni ’50 del secolo scorso che si concentra
la punta massima di tale paura. Non è un caso che gli anni
’50 siano chiamati Tranquillized: non perché “tranquilli”
ma, al contrario, proprio perché si rende necessario sopire le
paure – vuoi mediante l’uso di psicofarmaci, vuoi attraverso
la TV, vuoi grazie al “palliativo” della villetta suburbana e
dell’automobile nel garage – in modo che esse vengano sedate, occultate, represse, e la paranoia che li caratterizza possa essere, se non curata, ben nascosta. Nonostante la crescita
e l’enfasi sul progresso, infatti,
The average family of the period could never be certain where progress would be taking them by decade’s end. Who really knew for
sure? They might find themselves driving down one of the new multilane parkways in their atomic-powered sedan or cowering in some
suburban bomb shelter listening to the sirens’ last mournful wailings.
No wonder the psychiatric fraternity enjoyed a newfound prestige
during this period, and the pharmaceutical companies happily made
a fortune selling tranquilizers to an increasingly troubled populace.
(Davis 2014: xiv)
Basandomi sugli assunti formulati da Terry Heller, che
ha analizzato acutamente gli effetti del racconto del terrore,
desidero precisare che la paura è sempre generata dalla percezione di una minaccia considerata pericolosa per la vita.
Nonostante Seneca (poeta, drammaturgo e politico romano)
affermasse già nel I secolo d.C. che le nostre paure sono molto più numerose dei pericoli concreti che corriamo, essendo
condizionate dall’immaginazione, una posizione condivisa
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
dallo scrittore americano Henry James nel racconto “The
Beast in the Jungle” (1903), la paura è sempre causata da un
motivo che sarebbe opportuno individuare a livello sociale e
politico ancor prima che psicologico: cosa che tentò di fare il
presidente F. D. Roosevelt inserendo la “libertà dalla paura”
nel suo celebre Four Freedoms Speech (1941): “freedom of
speech, of worship, from want, and from fear”. Era il 6 gennaio; un incipit d’anno costruttivo e ottimistico, che sarebbe
naufragato a fine anno, con insolente simmetria (il 7 dicembre), con l’attacco giapponese a Pearl Harbor.
La paura legata a minacce più o meno definite e riconoscibili ha assunto molte forme e identità nel corso del tempo,
ma negli anni ’50 e nei primi anni ’60 la paura della Bomba
– “il reale tecnologico che supera la fiction” (Proietti 2009:
274) – sovrasta tutte le altre, in quanto ha un nome preciso
e un correlativo oggettivo razionalmente indiscutibile. Se
nell’agosto del 1945, al termine della seconda guerra mondiale, gli americani parevano essersi dimenticati di Pearl
Harbor, erano euforici e ballavano per strada, convinti che
il fatto di essere la maggiore potenza mondiale (sul piano
sia politico, sia scientifico) li avrebbe preservati da guai futuri, già l’anno successivo il film The Beginning or the End
(Norman Taurog) li metteva di fronte a un inquietante interrogativo esistenziale. Sui rapporti tra la politica e Hollywood
e sull’intensificazione di tali rapporti dopo l’attacco a Pearl
Harbor si rimanda a Slocum (2006), mentre Boyer sottolinea
la funzione di Hollywood nel mantenere il bipolarismo sociale di paranoia e negazione (1985).
Anche nella realtà si comprese presto che i rapporti con gli
alleati non sarebbero continuati in modo del tutto indolore,
che la pace sarebbe durata poco, e che gli esperimenti atomici sarebbero proseguiti. USA e URSS si suddivisero le zone
di reciproca influenza, ma era una pace molto calda o, come
venne chiamata, una guerra fredda; quando poi nel 1949 si
seppe che anche l’URSS aveva l’atomica, il senso di sicurezza che il primato degli USA dava ai cittadini americani
cominciò a vacillare, e il colpo di grazia fu dato nel 1957
con il lancio in orbita del primo satellite artificiale sovietico,
lo Sputnik, che rendeva gli USA “vulnerable to attack by
a foreign power and […] virtually powerless to prevent it”
(Lipschutz 2001: 85).
La presenza di forme di paura (timore, terrore, panico) in
tutta la storia della cultura angloamericana è palese. Fin dalle
origini, la meraviglia degli europei di fronte al Nuovo Mondo si è mescolata con timori e terrori di ogni genere, tanto
che potremmo quasi tracciare una storia della paura e delle
sue rappresentazioni che va dall’epoca coloniale fino all’orrore postmoderno e post-umano dei morti viventi e dei cannibali seriali che vediamo quotidianamente ri-medializzati nelle serie televisive. Naturalmente le ragioni della paura sono
cambiate nel corso del tempo e, ammesso che la paura possa
essere definita una categoria estetica, essa è stata declinata
diversamente a seconda del periodo storico, del genere, dello
stile e naturalmente degli obiettivi.
Sul versante storico-politico, il Novecento è costellato fin
dal livello lessicale dall’uso di fear e dei suoi sinonimi: non
solo si apre all’insegna del Red Scare (che inizia subito dopo
la Rivoluzione d’Ottobre nel 1917) e si conclude all’insegna
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
della minaccia terroristica (l’attentato alle Twin Towers nel
2001), ma nel 1938 ci presenta l’ondata di panico collettivo causato dalla trasmissione del radiodramma The War of
the Worlds da parte del giovane Orson Welles; nel 1941 –
lo stesso anno in cui, qualche mese dopo, l’America subirà l’attacco giapponese a Pearl Harbor – la “freedom from
fear” costituisce il fulcro del celebre Four Freedom Speech
pronunciato dal presidente Franklin Delano Roosevelt; e per
quasi tutta la seconda metà (dalla fine della seconda guerra mondiale al crollo del muro di Berlino) è occupato dalla
guerra fredda tra USA e URSS.
Come vedremo, la politica è strettamente intrecciata alla
letteratura e ai media. Sul versante letterario e cinematografico, nei decenni che seguono la prima guerra mondiale e la
crisi del ’29 non solo i grandi capolavori di Salinger, Kerouac, Malamud, Bellow, ma anche la narrativa hard boiled e
il film noir, sono prodotti perfetti di un periodo di instabilità sociale che interpretano al meglio il “modernist sense of
fragmentation and discontinuity” della waste land americana
(Horsley, 2001, p. 3). Tutto questo si radicalizzerà nei decenni successivi, convogliando “a lot of fear around” (Duncan,
2000, p. 39) nell’horror e nella fantascienza. Ci occuperemo in questa sede di quest’ultima solo in modo marginale,
poiché tale genere offre un’enorme quantità di materiale
sull’argomento, in quanto nel secondo dopoguerra è proprio
la bomba a “dare intensità etico all’impegno fantascientifico” (Proietti 2009: 285).
La paura della bomba rappresenta una tipologia particolarmente degna di attenzione poiché è legata da un lato alla
scoperta e implementazione dell’energia nucleare, dunque a
un’idea di scienza e di una tecnologia eccezionalmente progredite, dall’altro alla necessità (talora all’urgenza) di difendere la sicurezza nazionale: quanto può esservi di più lontano
possibile, dunque, dall’intermediazione di forze soprannaturali (il fantasma) o della psicologia dell’inconscio (l’incubo, la psicosi). Inoltre, la paura dell’atomica interessa vari
settori, dalla stampa all’istruzione all’intrattenimento, creando un fenomeno culturale a molte facce che pur nascendo
nell’ambito della fisica nucleare e della politica estera finisce
per coinvolgere tutte le componenti sociali. La famiglia diventa un’arena privilegiata di rappresentazione: nel cinema,
ad esempio, spesso la paura del nucleare si collega a scene
familiari, come accade nel film Strategic Air Command, in
cui “references to nuclear strike capabilities are lightly folded into scenes of family life” e si parla addirittura di “ ‘a
new family of nuclear weapons’ and a newborn baby called
‘Hope’ ” (Hollings 2014: 139).
Le due bombe atomiche più tristemente note sono quelle
che gli americani sganciano sul Giappone come rappresaglia
per l’attacco di Pearl Harbor: a Hiroshima il 6 agosto e a
Nagasaki il 9 agosto del 1945. Hanno addirittura un nome:
la prima si chiama “Little Boy” e la seconda “Fat Man”. Si
tratta naturalmente di un nome in codice dato da motivi di
sicurezza, ma la scelta di nomignoli così familiari non è casuale: si sta già addomesticando il pericolo, lo si sta rendendo più accettabile, e come non bastasse “Little Boy” viaggia
40
su un aereo che si chiama “Enola Guy” in onore della madre
del pilota (accompagnato da “The Great Artist” e da un terzo
aereo deputato a fotografare e filmare l’evento, chiamato in
seguito “Necessary Evil”). “Fat Man” invece viaggia su “Superfortress”. Il bambino e il ciccione causeranno la distruzione pressoché totale delle due città e un numero di vittime che
si aggirano sui 300.000 morti fra coloro che perdono subito
la vita e quelli che muoiono per l’esposizione a radiazioni. Il
fungo atomico che si alza dalle città è alto quasi 20 km.
Nessun nemico, mai, userà l’atomica contro gli Stati Uniti, nemmeno l’Unione Sovietica, nonostante tutta la guerra
fredda si basi sulla paura che questo possa accadere. Nel frattempo gli americani effettuano diversi esperimenti nucleari,
sia, fra il 1946 e il 1958, nell’atollo delle isole Bikini (oceano Pacifico), sia sul territorio nazionale, nel Nevada Test
Center o Test Site, dove gli esperimenti continueranno fino
all’alba del nuovo millennio. Fra le bombe sperimentate ci
sono le famigerate bombe termonucleari (a idrogeno o bombe H). Le prime sono molte grandi: la loro potenza è superiore di 500 o anche 1000 volte la carica esplosiva della bomba
sganciata su Hiroshima. Perfino Robert Oppenheimer, il loro
creatore (direttore del Manhattan Project) non le riteneva efficaci come armi da guerra, in quanto avrebbero fatto troppi
morti fra i civili, e preferiva bombe più piccole. I suoi collaboratori ne crearono quindi una quantità di altre tipologie,
che furono testate in vari stati fra cui il Nevada e lo Utah.
La portata complessiva degli armamenti nucleari fu chiamata
“overkill” e misurava quante volte gli USA avrebbero potuto
distruggere l’URSS (e il mondo intero) e viceversa quante
volte i Sovietici avrebbero potuto fare lo stesso. E’ stato calcolato che “By the end of the 1960s, the overkill factor was
well above ten and perhaps as high as fifty” (Lipschutz 2001:
85). Eppure,
All of this strategic mysticism might not have mattered had the United States been more careful about publicizing its nuclear might. The
American public did not really want to know very much about the
prospects of atomic holocaust, but there was political hay to be made
by exaggerating the threat from the Soviets and the robustness of U.S.
preparations in response. […] At the same time, the public was becoming increasingly nervous. (Ibidem)
Tra i principali protagonisti della strategia nucleare troviamo, naturalmente, anche personaggi influenti della politica, fra cui Henry Kissinger (che diventerà consigliere per
la sicurezza nazionale e poi segretario di stato tra il 1969 e
il 1977, nonché premio Nobel per la pace nel 1973) e Herman Kahn (fondatore dello Hudson Institute e membro del
RAND). Kissinger pubblica Nuclear Weapons and Foreign
Policy nel 1957, proponendo una versione limitata della
guerra nucleare: è convinto infatti che “the promise (or threat) of all-out nuclear war was simply not a credible one”
(Lipschutz 2001: 91). Kahn invece, in Thermonuclear War
(1960) e On Escalation (1965), pone la questione relativa
alle strategie utili a “to keep war between the superpowers
from escalating into a full-scale nuclear ‘spasm’” (Ibidem).
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Al contrario di Kissinger, egli minimizza i costi di una possibile guerra totale e suggerisce con incredibile cinismo che
perdite dai 20 ai 50 milioni di vite umane non sarebbero poi
un fatto così grave: anzi, egli aggiunge, i sopravvissuti non
invidieranno di certo i morti. Un concetto che verrà ripreso
nel film Dr Strangelove, nelle parole del generale Turgidson.
In questo contesto era naturale che emergesse l’esigenza
(l’urgenza) di far conoscere alla cittadinanza – almeno a
grandi linee – i rischi di un attacco nucleare, non solo per evitare il panico attivando un’ordinata gestione dell’emergenza
ma, contemporaneamente, per giustificare il proseguire degli
esperimenti a difesa della nazione. Tanto che il discorso sulla
bomba, uscita dai confini della fisica prima, e della politica
poi, sarebbe diventato a tutti gli effetti uno dei maggiori fenomeni culturali e letterari dell’epoca.
La black comedy The Atomic Café (Jayne Loader 1982)1,
composta di sezioni di cinegiornali, notizie, filmati di vario
tipo risalenti al periodo in oggetto (dagli anni ’40 agli inizi
degli anni ’60), ben interpreta lo spirito dell’epoca e offre ai
rilassati spettatori degli anni ‘80 – e a quelli meno rilassati
di oggi – uno sguardo critico e consapevole sulla costruzione
e sulla rappresentazione della paura del nucleare, rappresentando un contributo prezioso allo studio di questo fenomeno.
2. LA RESPONSABILITÀ DEI FISICI (1905-1955)
Dal punto di vista della fisica, tutto nasce dalla teoria della
relatività ristretta di Albert Einstein (1905), il cui fondamento teorico è il principio di equivalenza massa-energia: esso
suggerisce in linea di principio la possibilità di trasformare
direttamente la materia in energia o viceversa. Tale possibilità può spiegare il fenomeno della radioattività, ovvero il fatto
che certi elementi emettono energia spontanea. Si constata
che ciò avviene in particolare all’interno dei nuclei atomici,
il cui decadimento provoca un rilascio di energia (reazione
nucleare). Nella seconda metà degli anni ’30, in seguito alla
scoperta del neutrone, si sviluppa l’idea che una reazione nucleare (fissione) si possa anche produrre artificialmente. Nel
1938 viene osservata per la prima volta la fissione nucleare
da Otto Hahn e Fritz Strassman a Berlino, poi confermata
dalle ulteriori analisi di Lise Meitner e Otto Fritsch.
Intanto, in seguito alle persecuzioni degli ebrei in Germania (Leggi di Norimberga: 1935) e alle leggi razziali in Italia
(1938), molti scienziati europei si rifugiano negli USA, tra
cui Enrico Fermi, Leo Szilard, Edward Teller, Eugene Wigner e la stessa Meitner). Nel 1939 Fermi e Szilard convincono Einstein (che risiede negli USA già dalla fine del 1932
e prenderà la cittadinanza nel 1940) a scrivere una lettera al
presidente Roosevelt per segnalare il pericolo dell’energia
atomica e la possibilità ipotetica di costruire una bomba utilizzando il principio della fissione, cosa su cui probabilmente
in Germania si sta già lavorando. Il governo statunitense comincia così a interessarsi alle ricerche e stanzia somme ingenti per finanziare il Manhattan Project, che verrà condotto
1 <https://www.youtube.com/watch?v=ssKiI1P3lT4> (17/03/2015).
segretamente nei laboratori di Los Alamos, Nuovo Messico.
Il progetto, diretto da Robert Oppenheimer, include i maggiori fisici del mondo, molti dei quali, come si diceva, profughi dall’Europa. La prima bomba al plutonio (soprannominata “The Gadget”) viene fatta esplodere il 16 luglio 1945 dagli
scienziati di Los Alamos ad Alamogordo, nel New Mexico2.
L’esperimento diventerà famoso come Trinity Test, un nome
deciso dal direttore del Laboratorio, J. Robert Oppenheimer,
ispirato a una poesia del poeta inglese John Donne:
O blessed glorious Trinity, Bones to philosophy, but milk to faith, Which, as wise serpents, diversely Most slipperiness, yet most entanglings hath, As you distinguish’d, undistinct, By power, love, knowledge be, Give me a such self different instinct, Of these let all me elemented be, Of power, to love, to know you unnumbered three3. In realtà, quello che si sta facendo è ben poco poetico. Seguiranno infatti, come si sa, i bombardamenti di Hiroshima
e Nagasaki. L’anno successivo il giornalista del New York
Times William L. Laurence, che ha assistito al test, conia
l’espressione “Atomic Age” e nello stesso anno l’economista e editorialista di Business Week Virgil Jordan pubblica
il saggio Manifesto for the Atomic Age4. Cinque anni dopo
nasce l’era moderna della fantascienza (Perkowitz 2007) e
dieci anni dopo, nel 1955, viene compilato il Manifesto di
Russell-Einstein, col quale i due scienziati invitano i colleghi
di tutto il mondo a riunirsi per discutere sui rischi per l’umanità prodotti delle armi nucleari.
3. DUCK AND COVER (1951)
Con l’espressione “duck and cover” si indica un metodo
di protezione contro un attacco nucleare a sorpresa, consistente nel gettarsi a terra e ripararsi la testa nel miglior modo
possibile. Naturalmente la sua efficacia dipende dalla distanza dell’esplosione, ma funziona anche come placebo per
contenere l’ansia della popolazione fornendo un possibile
strumento di controllo. Nel 1951 questa espressione diventa
anche il titolo di un fascicoletto che viene distribuito in 20
milioni di copie, di un disco, di un programma radiofonico5 e
di un cortometraggio della durata di circa nove minuti6 progettato dalla FCDA (Federal Civile Defense Administration)
per le scuole ma visto da tutta la popolazione americana. Il
filmato è composto da una parte animata, il cui protagonista
2 Video visibile in <https://www.youtube.com/watch?v=7dfK9G7UDok>
(19/03/2015).
3 <http://www.luminarium.org/sevenlit/donne/litany.php> (19/03/2015)
4 <http://www.foreignaffairs.com/articles/112028/virgil-jordan/
manifesto-for-the-atomic-age> (19/03/2015)
5 Joshua Binus, 2004, in <http://oregonhistoryproject.org/articles/
historical-records/duck-and-cover-civil-defense-pamphlet/#.VQqO_
ilDB0s> (18/03/2015).
6 <https://www.youtube.com/watch?v=IKqXu-5jw60> (18/03/2015).
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
è Bert the Turtle, che possedendo un guscio sa sempre “what
to do”, e da parti recitate da attori che simulano la reazione a
un allarme atomico mettendosi in salvo ordinatamente, senza
farsi prendere dal panico, ognuno come può. Ci sono anche
indicazioni riguardanti i rifugi di quartiere, e scene surreali
in cui un’allegra famigliola riunita a gustarsi un pic-nic in
campagna si ripara coprendosi con la tovaglia.
La motivazione che sta alla base di tale campagna straordinaria è l’annuncio, nel 1949, che anche l’URSS possiede
l’atomica. Di conseguenza, si rende necessario istruire la popolazione al riguardo:
Federal efforts to educate the public about the risks of an atomic attack
and strategies to survive took many forms, including the promotion
and distribution of short films,
radio programs, news articles,
posters, and pamphlets. By
promoting readiness in the face
of atomic war, administrators
of the FCDA hoped to alert the
public to the dangers of atomic
war, alarming them enough to
participate in civil defense programs but not enough to panic
or become fatalistic7. Duck and Cover viene distribuito come film nel 1952
dalla Archer Productions,
Inc.. La prima proiezione
pubblica è effettuata nel mese
Robert Oppenheimer
di gennaio, nell’ambito di uno
show itinerante sponsorizzato
dalla FCDA chiamato “Alert America,” che fa il giro degli
Stati Uniti per tutta la durata del 1952. A partire dal mese di
marzo, con l’approvazione della National Education Association, il cortometraggio viene proiettato in tutte le scuole
del Paese:
The animated main character, Bert the Turtle, provided students with
a cheery instructor to guide them in the most up-to-date survival strategy for a nuclear attack. The plan was simple and straightforward […] According to the FCDA, “If DUCK AND COVER is carefully
integrated with a study of civil defense, it can help your pupils acquire
a quick and easy technique for self-protection from an atomic explosion as well as help them understand the need for civil defense”.
E’ difficile quantificare, oggi, la dose di buona e di cattiva fede presenti in tale filmato. E’ vero che molte cose non
si sapevano ancora (fu soprattutto l’avvento della bomba a
idrogeno, nel 1952, a rendere i consigli della tartaruga Bertie inefficaci contro bombe centinaia di volte più potenti di
quelle sganciate sul Giappone), ma si sapeva comunque che
nel 1945 due intere città erano state quasi completamente di7 Joshua Binus, op. cit.
42
strutte; e resta il fatto che tra il 1946 e il 1958 furono gli Stati
Uniti e non potenziali nemici a provocare decine di esplosioni nucleari nell’atollo di Bikini. Si poteva, insomma, ben
intuire che a nulla sarebbe servito ripararsi il capo con le
mani. Sono convinta che Duck and Cover – che non contiene
immagini di esplosione ma solo di forte luminosità – agisse
soprattutto a livello di gestione ordinata dell’emergenza, che
fosse un antidoto all’eccesso di paura e che al tempo stesso
ricordasse a tutta la popolazione che la Difesa aveva tutta la
legittimazione a ricorrere a misure estreme in caso di reale
minaccia. Inoltre la scelta di indirizzarsi soprattutto ai bambini rivela la necessità politica di entrare nell’educazione /
istruzione allo scopo di formare una nazione consapevole
che una nuova era è iniziata. Una frase più volte ripetute è
che siamo tutti pronti ad affrontare altri pericoli (esplosioni, terremoti, ecc.) ma ora
“we must be ready for a new
danger: the atomic bomb […]
First, you duck; then, you
cover”. Gli attacchi possono
essere con o senza preavviso;
i secondi sono naturalmente
quelli più insidiosi, in quanto
la bomba può arrivare “at any
time”, “day or night”, “in the
city or the country”. Questo
concetto ricorre nel filmato
e nonostante sia stemperato
dalla canzoncina allegra di
chiusura del film è sufficiente
a mantenere un livello adeguato di paura nella popolazione e a “educare” i giovani americani in questo senso.
4. BOMB (1958)
Qualche anno dopo Duck and Cover, la lunga poesia
“Bomb”8, scritta da Gregory Corso e pubblicata da City
Lights nel 1958, fu ferocemente attaccata dagli studenti pacifisti nel corso della sua prima lettura ad alta voce a Oxford.
Eppure il messaggio evidente nel cantare la Bomba (“I sing
thee Bomb”) da parte di un appartenente alla beat generation
era esattamente l’opposto. Il fulcro della composizione – fin
dal titolo e dalla struttura, graficamente simile a quella di un
fungo atomico – stava infatti nella provocazione rispetto al
regime, nella volontà di proclamare un consenso che in realtà
non c’era. “I cannot hate you” dice il poeta nel secondo verso
e questo non-odio diventa, nel corso del poema, ammirazione
(“athletic Death sportive Bomb”); la bomba diventa reincarnazione del Messia (“Hosannah”), metafora della primavera
(“Spring”) e del futuro (“Behind you the hallooing Future”),
e finalmente oggetto d’amore (“I am unable to hate what is
8 <http://www.litkicks.com/Texts/Bomb.html> (19/03/2015) e <https://
www.youtube.com/watch?v=saWe763FFYY> (19/03/2015).
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
necessary to love”; “I love thee”; O Bomb I love you”). Qua
e là spuntano, fra un verso e l’altro, l’insofferenza e l’indignazione del poeta per la società in cui vive (“I can’t exist
in a world that consents // a child in a park a man dying in
an electric chair”), la sua posizione rispetto all’assunzione
di responsabilità (“you are as cruel as man makes you”) e
la dichiarazione di una cinica verità esistenziale (“you’re no
crueller than cancer”); ma le emozioni autentiche della voce
poetica si perdono nel rumore circostante (della politica, della guerra, del capitalismo, dell’indifferenza) e nel frastuono onomatopeico dell’esplosione finale (“BOOM BOOM
BOOM BOOM BOOM // BOOM ye skies and BOOM ye
suns // BOOM BOOM ye moons ye stars BOOM” etc.):
Corso’s style is wild and impressive, but “Bomb” nevertheless articulates sophisticated social and religious questions that continue to
plague us even after the fear of total nuclear holocaust has been eased
somewhat by the end of the Cold War. Though “Bomb” overflows
with surreal juxtapositions and farcical absurdity, the humor is not
Whom bomb?
We bomb them!
Whom bomb?
We bomb them!
Whom bomb?
You bomb you!
Whom bomb?
You bomb you!
Whom bomb?
You bomb you!
Whom bomb?
You bomb you! […]
Qui la ripetizione ossessiva della parola bomb declinata in
ogni modo e forma (come verbo e nome), unitamente all’elenco infinito di interrogativi, finisce per svuotarla di significato, per farci capire la follia di un’apocalisse evitabile di cui
tutti siamo vittime e responsabili.
an end in itself but rather a tool to destabilize the reader’s ingrained
assumptions about nuclear apocalypse. (Kraemer 2002: 211)
Si tratta di una poesia da leggere (e da ascoltare) ad alta
voce, lasciandosi trasportare dal ritmo e dalle sonorità, oltre
che dalle parole e dai significati. Analogamente alla “sorella”
Howl dell’altro grande poeta beat Allen Ginsberg (1955), è
ancor meglio se la si “urla” e se la si legge in gruppo. Non è
una composizione intimista e confessionale, ma una declamazione pubblica, rabbiosa, ribelle e provocatoria. L’analisi
del testo richiederebbe altra sede; mi limiterò a suggerire alcuni percorsi oltre a quelli già delineati. Dopo l’ascolto consigliato, possibilmente in lingua (vi sono numerose letture
disponibili in rete), e dopo una prima lettura, è il momento
di passare alla vera e propria analisi testuale: suggerisco di
utilizzare un’edizione con testo a fronte, oppure di tenere a
portata di mano un buon dizionario. Per una lettura di tipo
culturale, suggerisco di essere collegati a un motore di ricerca in modo da aprire dei varchi nel percorso, anzichè fermarsi alle prime difficoltà. Ci accorgeremo solo così che il
compito richiesto dal poeta è molto più complesso del semplice esercizio di interpretazione (in cui si sono cimentati fin
troppi critici) e al contempo più affascinante, perché ci apre
finestre insospettate sulla Storia, sulle geografie e sulle topografie dell’immaginazione e dell’identità.
Nel 1971 anche Allen Ginsberg dedicherà una poesia – ancor più sperimentale – alla bomba: “Hum Bomb!”9, di cui
riporto le prime due strofe:
5. WE WILL ALL GO TOGETHER WHEN WE GO (1959)
Tornando agli anni ’50, che ormai volgono al termine, la
canzone che porta questo titolo fu composta da Tom Lehrer10, cantante e matematico newyorkese di origine ebrea,
sostenitore dei diritti civili e di manifesta fede anti-nucleare.
La musica è allegra e anche le parole, pur rimandando a un
immaginario tetro (il funerale evocato nelle prime strofe),
mirano in realtà dare un messaggio di gioiosa evasione o accettazione della realtà. Questo l’incipit e il ritornello:
When you attend a funeral,
It is sad to think that sooner or
Later those you love will do the same for you.
And you may have thought it tragic,
Not to mention other adjecives,
to think of all the weeping they will do.
But don’t you worry.
No more ashes, no more sackcloth.
And an armband made of black cloth
Will some day never more adorn a sleeve.
For if the bomb that drops on you
Gets your friends and neighbors too,
There’ll be nobody left behind to grieve.
And we will all go together when we go.
What a comforting fact that is to know.
Universal bereavement,
Whom bomb?
An inspiring achievement,
We bomb them!
Yes, we all will go together when we go.
Whom bomb?
We will all go together when we go. […]11
We bomb them!
9 <http://www.americanpoems.com/poets/Allen-Ginsberg/3689>
(18/03/2015) e <https://www.youtube.com/watch?v=swwZO3LUm5Q>
(18/03/2015).
10 <https://www.youtube.com/watch?v=frAEmhqdLFs> (13/03/2015).
11 <http://artists.letssingit.com/tom-lehrer-lyrics-we-will-all-go-togetherwhen-we-go-s5dxhgc> (19/03/2015).
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Mediante una serie di metafore che spostano l’attenzione
dall’individuo alla collettività (le “french potatoes”, le braci,
il mondo come “our rotisserie”) e grazie all’uso di rime che
coniugano lo humor alla catastrofe (“When it’s time for the
fallout” // “Saint Peter calls us all out”, oppure “When the air
becomes uranious” // “We will all go simultaneous”) l’artista fa appello al senso di comunità e vicinato (“neighbors”)
citando en passant le catastrofi della letteratura americana
(il “maelstrom” di Poe) e acronimi solo in apparenza rassicuranti (“ICBM” sta per “Intercontinental Ballistic Missile,
un missile con raggio superiore ai 5500 km progettato per il
lancio di armi nucleari).
La simulazione (messa in scena?) di un unhappy ending
collettivo allude alle forme di esorcismo con cui l’entertainment cerca di tenere sotto controllo la paura della catastrofe ovvero il fallout emotivo del dramma nucleare. E’
vero che mediante la risata si allontana l’ansia e mediante la
condivisione del timore individuale nella grande “padella”
collettiva ci si consola con la retorica del “mal comune”, ma
il messaggio dell’artista va oltre l’escapismo e mostra molta
più affinità con la provocazione di Corso e con la parodia che
vedremo in Kubrick.
Solo negli anni successivi gli artisti della pop art producono opere legate all’ansia del nucleare: Andy Warhol dipinge
Atomic Bomb nel 1965 e James Rosenquist realizza nello
stesso anno F-11112.
6. DR STRANGELOVE (1963)
I film che, implicitamente o meno, parlano dell’atomica
sono decine. In genere appartengono a un filone che poi si
evolverà nel cosiddetto cinema apocalittico o catastrofista,
che vede la sopravvivenza dell’umanità intera, o di una comunità circoscritta, dopo eventi eccezionalmente violenti e
distruttivi. Un sottofilone di questo cinema è stato chiamato
cinema dell’emergenza e comprende i film in cui si fa “intervenire nel racconto un pericolo mortale per la collettività,
un’emergenza appunto, per mostrare la reazione che si mette in atto di fronte a questa minaccia” (Brodesco 2008: 17).
Questo tipo di cinema conosce la sua prima fioritura negli
anni ’50 nell’atmosfera della guerra fredda e si declina nei
decenni successivi secondo varie tipologie (complotti, disastro ecologico, impatto di meteoriti o comete, invasione
aliena, catastrofe nucleare). Come sostiene Sontag, la fantascienza continua a placare le ansie sociali rendendo il disastro normale, e tiene desto l’orrore evocandolo in continuazione (cit. in Brodasco 2008: 43).
Shapiro13 conia addirittura l’espressione atomic bomb cinema a designare il genere di cui intendiamo occuparci in
questa sede, e si spinge a trovare un terreno comune fra il cinema e l’atomica: “The cinema and the atomic bomb are two
12 Le opere sono visibili in vari siti. Per esempio, si vedano: <http://www.
saatchigallery.com/aipe/andy_warhol.htm> (19/03/20159 e <http://www.
moma.org/explore/inside_out/2012/02/14/f-111-1965> (19/03/2015).
13 Esiste anche un sito: <www.atomicbombcinema.com> (12/03/2015).
44
of the most significant technological innovations of the past
century, and both are very important to the culture” (2002:
5). L’importanza delle intersezioni fra la bomba e il cinema
è testimoniata dalla quantità di materiale video prodotto durante la guerra e il dopoguerra: questo, insieme ai numerosi
film, rivela “how deeply concerned are Americans about the
bomb and its impact on the struggle for survival, the individual’s pursuit of spiritual or psychological rebirth, and the
establishment of a just society” (Ibidem: 6). In questa ottica
la bomba diviene una sorta di categoria virtuale kantiana, un
filtro interiore della mente che dà forma alla nostra comprensione del mondo (Boyer 1985: xviii).
E’ doveroso riportare che alcuni critici hanno espresso
la convinzione che i film sull’atomica siano stati inadeguati a rappresentare il disastro nucleare e c’è addirittura chi li
condanna per aver contribuito a un collettivo mind-numbing
(Berger 1994, Evans 1998, Perrine 1998). Diverso è il parere
di Shapiro, che scrive: “Rather than denial, both bomb films
and the critical commentary suggest how different strata of
the culture are struggling to come to terms with the bomb”
(2002: 9). Egli sottolinea anche che Hollywood non è una
struttura monolitica e che, a differenza di altri generi, come
ad esempio il western, questa è una categoria “that crosses
the boundaries of many genres” (Ibidem: 7).
In questa sede citeremo solo alcuni film a titolo di esempio, fra quelli che riteniamo maggiormente significativi: in
ordine cronologico, partiamo da The Next Voice You Hear
(William A. Wellman, 1950), dove per una settimana la voce
di Dio parla alla radio (tranne il settimo giorno, quando, nonostante in tutto il mondo milioni di persone si sono riunite
per ascoltarlo, prevedibilmente “si riposa”). Gli spettatori
non sentono mai nulla: sono solo i personaggi che sentono
la Voce e ne parlano fra loro. Fra le curiosità, uno dei personaggi (interpretato da Nancy Davis – la futura First Lady
Reagan!) “ wonders if God’s voice on the radio is one of those ‘Orson Welles things’”14. Il materiale originale del film,
tratto da un racconto di George Sumner Albee, comprendeva
“God performing grand miracles, such as […] the vanishing
of Russia’s military weapons”, ma alla fine il film, sia per
motive religiosi, sia per ragioni di budget, non incluse alcun
effetto speciale15.
Mentre in The Day the Earth Stood Still (Robert Wise,
1951) si minaccia la distruzione dell’intero pianeta, in Red
Planet Mars (Harry Horner, 1952) si esprime la speranza che
un deus ex machina converta i russi e salvi il mondo dall’olocausto nucleare: ambientato nel 1957, narra del progetto
di stabilire un contatto radio con Marte attraverso un congegno chiamato “hydrogen valve” (il riferimento alla bomba a
idrogeno è palese). Il contatto viene stabilito, ma si scoprirà
che in realtà solo gli ultimi messaggi (che parlano di pace)
vengono effettivamente da Marte, mentre i primi erano frutto di una macchinazione tendente a distruggere gli USA e
14 <www.youtube.com/watch?v=KRxf9qS5PUk> (21/02/2015).
15 <http://www.filmscoremonthly.com/notes/next_voice_you_hear.
html> (21/02/2015).
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
l’URSS da parte di un ex nazista. Invasion U.S.A. (Alfred E.
Green, 1952), il cui manifesto promozionale prometteva “It
will scare the pants off you!”16, vede gli Stati Uniti attaccati
da una potenza (che utilizza armi atomiche) mai nominata,
ma riconoscibile come l’Unione sovietica.
Anche Invasion of the Body Snatchers (Don Siegel, 1956,
basato su un romanzo di Jack Finney, 1955), pur non riguardando esplicitamente la bomba atomica, “raised the possibility of being taken over unawares – by whom or what
is never made very clear – without knowing it” (Lipschutz
2001: 7). La vicenda è ricollegabile agli esperimenti atomici e alla diffusa paura della bomba, soprattutto proveniente
dall’Unione Sovietica; i “baccelli” che catturano l’identità
dei personaggi sostituendoli con alieni identici ma privi di
emozioni sono chiaramente riferibili alla paura dell’omologazione comunista e rappresentano “lo spettro maccartista
della penetrazione comunista” (Proietti 2009: 289). In chiusura del decennio troviamo due film degni di nota. On the
Beach (Stanley Kramer 1959) mostra le tragiche conseguenze della terza guerra mondiale. I pochi superstiti al disastro
nucleare sono destinati a morire a causa delle radiazioni, e
quando un personaggio chiede a un altro chi secondo lui abbia iniziato la guerra, questi gli risponde: “Albert Einstein”.
The World, the Flesh, and the Devil (Ranald MacDougall
1959) mette in scena tre soli personaggi – un uomo bianco,
una donna bianca e un uomo di colore – che sono gli unici
sopravvissuti nel Nord America a una guerra nucleare che ha
devastato il pianeta. I tre saranno costretti nel corso del film a
rivedere i loro pregiudizi di razza e di genere. Vediamo bene
che ci stiamo avvicinando agli anni ’60.
Aprono il decennio successivo due film estremamente interessanti e intercorrelati. Il primo si intitola Fail-Safe (Sidney Lumet, 1964) ed è tratto dal romanzo omonimo di Eugene Burdick e Harvey Wheeler (pubblicato nel 1962, l’anno
dopo la costruzione del Muro di Berlino), che narra di come
la catastrofe atomica globale venga evitata distruggendo simultaneamente New York e Mosca: il presidente USA auspica che tale drammatico sacrificio di entrambe le nazioni
porterà a un’era di disarmo nucleare e di pace. Il secondo
è la nota black comedy di Stanley Kubrick Dr. Strangelove, or How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb
(1964), definito da Shapiro “the most important event of the
era” (2002: 150), ispirata al romanzo britannico Two Hours
to Doom (Peter Bryant, pseud. di Peter George, 1958 – lo
stesso anno di “Bomb” di Gregory Corso; poi ripubblicato
in USA come Red Alert), dove si sta per sacrificare Atlantic
City, che però alla fine viene salvata. La dinamica è la medesima di cui sopra e ha un nome: MAD ovvero Mutually
Assured Destruction.
Questo film, la cui uscita fu ritardata a causa dell’assassinio del presidente J. F. Kennedy, si appropria facilmente
dell’immaginario legato alla bomba, ripescando dal repertorio rinascimentale, gotico e vittoriano (Faust, Frankenstein,
16 <http://en.wikipedia.org/wiki/Invasion_U.S.A._(1952_film)>
(12/03/2015).
Jekyll, Moreau) nonché dal Rotwald di Metropolis l’immagine dello scienziato pericolosamente incline a sperimentazioni azzardate ed eticamente scorrette. Più distruttore apocalittico che salvatore dell’umanità, lo scienziato mostra qui tratti
espressionistici (cfr. il dottor Mabuse e il dottor Caligari) che
si coniugano a elementi comici e difetti fisici, inserendosi
nella schiera degli scienziati “quasi costantemente sull’orlo di una crisi di nervi” (Brodesco 2008: 79). E’ descritto
nel Dizionario dei film come “il più bell’attacco che sia stato fatto alla follia atomica dei nostri tempi, e al militarismo
americano. […] Kubrick descrive ghignando il meccanismo
atroce in cui siamo inseriti, la danza macabra di cui siamo
partecipi” (Sadoul 1990).
La vicenda narrata in Dr. Strangelove (un film che ha elementi in comune anche con Fail-Safe) esemplifica alla perfezione, fin dal titolo scelto da Kubrick per il suo film, il
vincolo ambivalente che collega sentimenti non immediatamente intercorrelati come la preoccupazione e l’amore: un
tipo di amore che ci ricorda molto da vicino la fase finale della distopia orwelliana Nineteen-Eighty Four (1938), quando
il protagonista, deprivato definitivamente della sua volontà,
“loves the Big Brother”; ed evidentemente analogo anche
all’amore espresso da Gregory Corso per la Bomba nella sua
poesia omonima. Chiaro, qui siamo nel campo della parodia: ma anche quest’ultima è un modo per esorcizzare della paura, come insegna la tradizione ebraica (a cui è legato,
per nascita, il regista). E l’ambivalenza ritorna a più livelli, a
partire dai nomi dei personaggi (il generale Jack D. Ripper,
l’ambasciatore sovietico Sadesky e lo stesso dr Strangelove,
scienziato ex-nazista naturalizzato americano.
Il film ruota intorno alla decisione, presa unilateralmente
dal generale americano, di ordinare ad alcuni bombardieri
di procedere oltre il punto di non ritorno (fail-safe). Ne segue una diatriba diplomatica telefonica resa più difficile (e
comica) dal fatto che il primo ministro sovietico è sempre
ubriaco e man mano che passa il tempo cresce il rischio che
venga attivato “a computer-controlled nuclear doomsday
device that will automatically wipe out all life if they are
attacked” (Perkowitz 2007: 99). Alla fine tutti i bombardieri vengono recuperati, tranne uno il cui pilota prosegue
nella sua missione cavalcando la bomba in stile western e
agitando in aria il cappello. Intanto, nella War Room, “the
assembled contemplate the end of the world. Dr Strangelove
suggests that the country’s leaders might repair to some deep
mines, which, if stocked with sufficient supplies and women,
would permit them to wait out the 100-year period of deadly
radioactivity”(Lipschutz 2001: 89).
Il problema cruciale del film sta nel cosiddetto punto di
non ritorno. Questo concetto è stato definito anche il “chicken game” o gioco della gallina, e oltre a Dr Strangelove è
presente in un altro celebre film dell’epoca, divenuto un cult:
Rebel Without a Cause (Nicholas Ray, 1955), dove coppie di
giovani si sfidano a una gara estrema lanciando le loro auto a
massima velocità per provare chi all’ultimo momento riuscirà a salvarsi. Il deterrente chiamato Doomsday Machine nel
film di Kubrick assomiglia anche al dispositivo che, come si
45
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
è saputo solo nel 1994, i sovietici avevano veramente messo
a punto, e che è stato chiamato “Dead Hand”. Anche gli USA
comunque avevano vari dispositivi di sicurezza che avrebbero permesso a un attacco di essere bloccato all’ultimo momento (Lipschutz 2001: 92-93).
Il discorso di Kubrick si colloca però in una riflessione più
ampia che proseguirà nel suo film successivo, il capolavoro
2001 A Space Odyssey (1968), nel momento in cui il primate usa l’osso come arma e poi lo scaglia in aria: “L’osso,
la prima arma, ha già dentro di sé le estreme conseguenze
della sua invenzione. Tra l’osso e la bomba atomica, l’Arma
per eccellenza, non c’è una vera distanza” (Brodesco 2008:
101). Kubrick ribalta con questo film la paura della bomba:
“la bomba non è un evento mostruoso e imprevedibile e il
problema non è più (solo) quello della bomba, ma dell’uso
che l’uomo fa della conoscenza” (Ibidem). E’ interessante
anche notare che non si vede mai come reagisce la popolazione, che resta fuori campo: “L’umanità potrebbe estinguersi senza nemmeno rendersene conto. In questo senso,
il messaggio di Stranamore è anche una sfida al consenso
culturale” (Ibidem: 104). Del resto questo film, che dal punto di vista contenutistico rappresenta perfettamente gli anni
’50, contenendo tutti i maggiori “elements of paranoia and
political insanity that characterized the fifties” (Wolfe 1976:
61) e interpretando appieno il contesto della guerra fredda
(Wheelan 2003), appartiene di fatto già al decennio successivo, gli anni ’60 – ben diversi dai Tranquillized Fifties pur
nel proseguimento della guerra fredda e della percezione della minaccia atomica – non solo per i metodi e le tecniche,
ma anche per il fatto che la sua uscita fu posticipata a causa
dell’assassinio di Kennedy, una scelta che “marked the demarcation point between the era of the bomb and our own
era of paranoia” (Wolfe 1976: 66). Pur non condividendo in
pieno la posizione di Henrickson, che in un certo qual modo
“overemphasizes the bomb as an instrument of cultural change”, Van Ells concorda con la studiosa quando definisce Dr.
Strangelove “the first open critique of the bomb in popular
culture” e chiama l’America a cavallo fra gli anni ’50 e ’60
“Strangelove’s America”17.
Se da un lato la vicenda si conclude col progetto un rifugio sotterraneo, forse una visiona utopica della sepoltura
– “Dr Strangelove begins in the air but inevitably ends underground”, Frayling 2005: 106) – le ultime sequenze del
film, “shots of mushroom clouds and the British World War
II tune ‘We’ll meet again’”18 (Lipschutz 2001: 89), rappresentano “an orgasmic montage of nuclear explosions” (Frayling 2005: 107). Esauriti i preliminari (ben visibili nella sequenza del rifornimento aereo di combustibile, che evoca
una copulazione, e nella “anthropomorphic sexualization
17 Mark D. Van Ells , H-Net Reviews in the Humanities and Social
Sciences, January 1988, <http://www.h-net.org/reviews/showpdf.
php?id=1609> (13/03/2015).
18 La canzone “We’ll meet again” di Vera Lynn è citata anche nella
canzone “Vera” dei Pink Floyd (album The Wall, 1979). Il riferimento è
ironico perché il personaggio della canzone cantata da Roger Waters non è
destinato a riincontrare suo padre, caduto in guerra.
46
of weapons”, Shapiro 2002: 145), siamo arrivati all’ultima
fase, quella definitiva, dello strano amore per la bomba. I
decenni successivi si concentreranno sul dopo-bomba e sul
post-umano.
7. I FALL-OUT SHELTERS
L’ultimo aspetto di cui ci occupiamo relativamente alla
paura della bomba atomica riguarda la dimensione abitativa,
che negli anni presi in esame viene a includere nel progettocasa la predisposizione, ove ciò sia possibile, di stanze sotterranee da usarsi in caso di emergenza. Abbiamo già visto
questo espediente nel finale del Dr Strangelove, anche se in
quel caso è un fenomeno limitato all’élite in grado di permetterselo: un’élite di politici e scienziati (maschi).
Durante i Tranquillized Fifties e per tutta la guerra fredda
si diffonde in realtà anche a livello della borghesia il desiderio di costruirsi (o ricavarsi) rifugi sotterranei in vista di
un possibile attacco atomico, sul modello di quelli militari e
civili organizzati a livello di città e di quartiere (che vanno ad
aggiungersi al programma National Emergency Alarm Repeater (N.E.A.R.) allo scopo di rinforzare il sistema già esistente di sirene, altoparlanti e annunci radio nell’evenienza
di attacco nucleare, programma che si concluderà nel 1967). Il citato Herman Kahn, pensando ai possibili sopravvissuti di un eventuale disastro nucleare, scrive in questi anni
che “Deep shelters would protect the survivors, allow them
to live reasonably comfortably lives, and enable them to rebuild the United States in a matter of decades (another position parodied in the ‘shelter race’ at the end of Dr Strangelove)” (cit. in Lipschutz 2001: 91). Nel 1961, sotto la
direzione di S. L. Pittman, il governo federale inaugura il
Community Fallout Shelter Program e lo stesso presidente
J. F. Kennedy raccomanda l’utilizzo dei rifugi anti-atomici
(fallout shelters, da fall-out, ricaduta di scorie nucleari in
seguito a esplosione) in un articolo pubblicato dalla rivista
Life nel settembre 1961. Nel novembre dello stesso anno la
rivista Fortune pubblica un articolo in cui Nelson Rockefeller, Edward Teller, Herman Kahn e Chet Holifield espongono il loro progetto di creare un’immensa rete sotterranea
di rifugi antiatomici tale da ospitare milioni di persone in
caso di guerra nucleare. Sempre nel 1961 diventa operativo
il Cheyenne Mountain Nuclear Bunker.
Il tipico rifugio della famiglia suburbana consiste in una
stanza ricavata da una cantina già preesistente, o scavata
all’uopo, che viene resa più sicura tramite blindatura, e che
viene riempita di masserizie e oggetti d’uso comune. Stanze
di questo genere, a ben vedere, esistevano negli Stati Uniti
fin dai tempi della Frontiera: tutte le tipiche fattorie (viste
in tanti film western) ne possedevano almeno una, a cui si
accedeva tramite una botola, per difendersi dalle incursioni e
dalle razzie degli “indiani” e dei banditi. Una versione horror
la conosciamo nel film The Night of the Living Dead di George Romero (1968), che pur riguardando gli zombies esce
in piena guerra fredda. In tempi recenti, la shelter room si è
evoluta nella cosiddetta safe room, sostanzialmente identica
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
ma progettata per proteggere dai furti o dalle effrazioni di
fuorilegge di vario tipo. In ogni caso la risposta al pericolo
viene ricercata sotto terra e la reazione alla paura consiste
quindi nella progettazione di uno spazio di protezione, di
una sorta di bozzolo che preservi dal fuori. Anche in questo
caso, tranne rare eccezioni, tali rifugi si rivelerebbero assolutamente inadeguati in caso di attacco nucleare, più o meno
come la tovaglia che la famigliola si mette in testa durante il
pic-nic in Duck and Cover. Tuttavia la speranza di una possibile salvezza sotterranea rende la paura più accettabile, più
gestibile, più controllabile.
8. CONCLUSIONE
La paura dell’atomica è un fenomeno cruciale sia a livello
storico-politico sia a livello mediatico e culturale. In particolare, si è visto come negli anni ’50 si concentrino le maggiori preoccupazioni e anche le più significative reazioni a
tale paura. Tali reazioni interessano artisti, scrittori e registi
che, se da un lato avvallano e giustificano la paura, dall’atro
tentano ciascuno con mezzi diversi di esorcizzarla. Inoltre
la catastrofe esce dall’ambito ristretto del laboratorio e diventa globale, minacciando l’intera umanità, e questo porta
a riflettere sui rapporti e sulle tensioni fra società, politica e
scienza e sul modo con cui queste si relazionano con la sfera
della cultura e dello spettacolo. La visione dell’apocalisse,
infine, fa sorgere e maturare interrogativi sulle relazioni fra
l’uomo e la natura, sul nostro posto nel mondo, sulle nostre
responsabilità verso le generazioni future. Studiare l’impatto
di tutto questo sui Tranquillized Fifties ci aiuta non solo a conoscere meglio un periodo importante della storia culturale
statunitense, ma anche a comprendere meglio i meccanismi
che sottendono la costruzione della paura, le tecniche di rappresentazione del nemico assoluto e, in generale, il delicato
e fragile equilibrio che esiste tra politica, scienza e industria
culturale.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
La parola “lacerata” in Paul Auster
ROSSELLA GIANGRANDE
Dipartimento di studi umanistici, Università del Salento
N
ato a Newark, New Jersey, il 3 febbraio 1947, Paul Auster, di origine ebraica,
vive in pieno contesto postmoderno la
crisi dell’uomo contemporaneo. Erede di
Samuel Beckett, Eugene Ionesco e Franz
Kafka, Auster, uno dei rappresentanti più solidi e originali
della nuova generazione di scrittori statunitensi (De Angelis,
Ricciardi 2004, p. 366), risente del male di vivere in quell’universo che Jabès definisce “lacerato” ( Pagetti 1991, p. 52)..
In particolare, la memoria dell’essere ebreo e quella della
Shoah, come ricordo del ‘non dicibile’, lo ossessiona per
cui diviene lo spazio nel quale l’evento accade una seconda
volta, ricostruzione di un passato storico. Condividendo il
pensiero filosofico di Sant’Agostino, lo definisce come un
immenso santuario conservato in noi stessi, come qualcosa
che permette la comprensione del pensiero umano; una sorta
di mitologia dell’anima. La consapevolezza che: “[…] the
condition of being a writer has little become almost the same
as being a Jew”, lo porta alla convinzione che “every writer
in some way experiences the jewish condition, because every
writer, every creator lives in a kind of exile” (Auster 1991,
p. 151). La Jewishness, come per tanti scrittori ebrei a lui
contemporanei, viene ad essere paradigma della condizione
umana, e l’ebreo, il fantasma della storia – il sofferente per
eccellenza -, il simbolo della condizione esistenziale dell’uomo: l’everyman di Bernard Malamud.
L’impossibiltà di esprimersi dopo il dramma vissuto1 viene
esplicitata nel testo a vari livelli. L’angoscia, la dis-locazione
legata ad un senso di inadeguatezza e alla consapevolezza di
una esistenza precaria, caotica e senza scopo, in cui il nulla
e l’assurdo sono concepiti come condizione universale, porta l’autore verso una ‘dequalificazione’della parola, esaltata
nella sua ‘meaningless’: “Words are transparernt […] great
1 Paul Celan, nato a Czernowitz (Romania) nel 1920 da una famiglia
ebreo-tedesca si chiedeva cosa potesse esprimere la parola dopo Auschwitz.
48
windows that stand between [them] and the world” (p. 174),
dirà in The New York Trilogy (1987). Parola, dunque, come
barriera, ostacolo tra sé e gli altri, piuttosto che come mezzo
di comunicazione. Una parola anch’essa “doppia”, evidenziata nella sua ambiguità e arbitrarietà: tutto grazie ad essa diviene relativo. Una parola “bianca in omaggio alla parola che
deve ancora scriversi” (Jabès 1984, p. 30) che dà vita ad un
linguaggio solipsistico, che è quello dei personaggi beckettiani: un linguaggio che nega se stesso e si rivela un inganno
nel momento in cui tradisce la sua assurdità. Una parola, per
dirla con Edmund Jabès ‘orfana’ (1987, p. 30), che ci si sforza di dominare ma che inevitabilmente rimanda ad una profonda solitudine che Auster condivide con Hamsun in questa
visione nichilista. La sua opera, ricca di un’universalità di
temi e di influenze letterarie, diventa così “Babel-like”, il
luogo privilegiato ed appropriato di una ricerca insaziabile in
cui la parola, arricchendosi di tanti significati, non significa
più nulla rendendo il lettore consapevole dell’inadeguatezza
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
del linguaggio come mezzo di comunicazione. Le parole,
nei suoi romanzi, precipitano nell’irrilevanza, assurdamente
si oscurano nel tentativo di rivelarsi e gli stessi personaggi
si configurano come fantasmi (e qui, inconsciamente forse,
balena il processo di dis-identificazione operato nei confronti
degli ebrei ridotti a numeri) capaci di vedersi (gli uni con gli
altri) ma impossibilitati, a causa della fallibilità della parola,
a comunicare. Ma nessuna parola è utilizzata alla leggera:
essa è prima assimilata attraverso l’esperienza, caricandosi
inizialmente di potere e alla fine precipita nel nulla, come
accade nella poesia di Ungaretti da cui Auster è influenzato.
Dettata da un’assoluta necessità, testimonia sulla pagina un
‘atto di sopravvivenza’ che, solo, la legittimizza. L’accettazione del ‘Nulla’, dell’illogico (in The Invention of Solitude
[1982] dirà che “Things are inert: they have meaning only
in function of the life that makes use of them. When that
life ends, the things change […] They are tangible ghosts,
condemned to survive in a a world they no longer belong
to.” p. 10), del caso cui adattare continuamente la propria
traiettoria, il “coraggio di essere di fronte alla disperazione”
(Tillich 1968, p. 32), il senso di quello che John Barth definisce ‘definitività’ (1967, pp. 29-34), non sono che il punto
di partenza per una ricerca mistica da parte di Auster, in un
mondo in cui l’assenza di Dio aveva permesso lo sterminio.
In questa terra desolata e degradata (come non pensare
alla visione apocalittica della città di In the Country of Last
Things [1988]), Dio stesso è ridotto a un nome da rivenditore d’auto. Emblematica risulta la soppressione, nel nome
Bab-el, di ‘EL’ che in ebraico indica Dio, a sottolineare che
non vi è nessuna certezza sulla presenza di una entità divina,
di una guida soprannaturale, di un Assoluto che con la sua
‘latitanza-mancanza’ nega all’uomo la possibilità di trovare
un equilibrio esistenziale.
In un’intervista, lo scrittore dirà:
Io sono una persona molto spirituale, in continua ricerca. Sono convinto che facciamo parte di una cosa enormemente più grande di noi,
che non riusciamo a capire. Però sono restio a chiamarla Dio. Non
credo che esista un’intelligenza superiore che ha pensato tutto questo.
(Mastrolilli 2012)
CASUALITÀ E IRRAZIONALITÀ NELL’ASSURDO
“with no before or after” (Auster 1991), Auster distrugge
la progressione lineare della storia e affida al caso l’avanzamento della trama. Ciò che viene enfatizzato nell’ opera
letteraria è “l’intenzione”, piuttosto che il renderla concreta.
La tensione, nei suoi romanzi, come nelle opere teatrali di
Beckett, sale in virtù della casualità che prima o poi interverrà e che in un universo imprevedibile è l’unica costante.
Infatti, la stagnazione che spesso caratterizza le opere di entrambi, viene interrotta da un evento inaspettato che rompe
quella fastidiosa sensazione di tedio. Non c’è, dunque, una
‘vera’ azione drammatica in senso aristotelico, l’opera non è
più una creazione in cui gli elementi si connettono attraverso una relazione logico-casuale: sono tutte “pseudo-azioni”
inscenate solo per ammazzare il tempo. E’ l’imprevisto che
viene utilizzato da Auster come fonte di immaginazione. In
The Invention of Solitude egli sottolinea che:
His life is so fragmented that each time he sees a connection between two fragments, he is tempted to took for a meaning to look beyond
the facts of his existence (p. 143).
Nel suo mondo disgregato, perchè non più regolato dalle
norme aristoteliche, ogni frammento esiste come unità separata: senza un ordine che faccia da collante, tutto risulta governato dalla casualità che sola acquista la connotazione di
realtà e dove l’imprevisto diviene norma. L’abnorme diviene
la regola; crollano le certezze, per cui lo scrittore arriverà a
dire: “Reality is something we invent” (1993), e, rifacendosi
aYeats “Life is waiting for something that will never arrive”
(In Beckett 1941, p. 22), nella pesante angoscia dell’evento
che accadrà. Compito del poeta non è riportare ciò che accade, ma ciò che potrebbe accadere.
Nella vita nulla avviene secondo una logica, e l’irrazionale viene ad identificarsi con la realtà: una realtà che non
esiste, che si configura come una “chinese box, an infinite
series of containers within containers” (Auster 1991, p. 80),
in cui anche gli oggetti sono come “remnants of thought, of
consciousness, emblems of the solitude in which a man comes to make decisions about himself.” (Auster 1988, p. 11).
Nella frattura tra pensiero e scrittura, l’estetica del testo postmoderno si viene a basare sulla divergenza tra presentazione
e realtà e:
CONTEMPORANEO
[…] the I am trying to tell is somehow incompatible with language,
Un mondo in decomposizione anche quello di City of Glass
(1985), un mondo post-atomico, così vuoto che la comparsa
di un solo essere umano appare una minaccia mostruosa. E’
un mondo “ove le ombre dell’immaginazione decadente, nutrita delle opere di Schopenauer, Nietzsche, Bergson, evocano scenari apocalittici ed esplosioni di un linguaggio scisso
e atomizzato” (Pagetti 1991, p. 52), dove la storia non ha
un inizio o una fine: tutto avviene per caso, e il caso viene
elevato ad una sorta di principio ontologico, di demiurgo.
Anche i personaggi sono intrappolati in questa rete tessuta
dal caso: non riescono a reagire; c’è poco da sognare, da rimpiangere. Come scrittore di frammenti che esistono da soli
that the degree to which it resists language is an exact measure of how
closely I have come to saying something important and that when the
moment arrives for me to say one truly important thing. I will not be
able to say it. (Ivi, p.32)
È, dunque, il sublime kafkiano frutto della differenza tra la
nostra facoltà di presentare qualcosa e la vera concezione di
essa. Auster spezza l’ordine lineare degli eventi introducendo il caso, negando al suo soggetto la conoscenza della verità
e disperdendo la nozione di unità di coscienza dell’autore.
Si delinea, dunque, quello che Roland Barthes (1968, p.
55) definisce il ‘suicidio’ della scrittura che diventa la distru49
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
zione di ogni punto d’origine, un obbligo, una necessità per
sopravvivere (“no longer an act of free will” ammetterà lo
stesso Auster [2008]), un processo di scoperta nella confusione totale, un modo di “penetrating the world and finding
one’s place in it” (Auster 1989, p. 170): una trasposizione
sulla pagina di un Io alla ricerca del Sé che si scopre in una
condizione di nudità assoluta. Significativo è, per questo, il
ritratto del padre di Auster, posto nel suo studio di Atlantic
City, che riproduce l’immagine presa da differenti angolazioni, così da suscitare nell’osservatore l’impressione che
più uomini siano seduti intorno al tavolo, e che lo stesso autore definì “il ritratto dell’uomo invisibile” per cui “at times
I have the feeling that I am writing about three or four different men, each one distinct, each one a contradiction of all
the others” (Auster 1988, p. 31).
Si crea, così, una prosa disarticolata, caratterizzata da uno
stile “direct, unchuttered, and active” (Le Roy 1977, p. 148)
e una tecnica marcatamente autorefenziale che dà vita ad una
sequenza logico-narrativa spezzata, una narrazione spesso
ellittica, in cui i piani narrativi si intersecano e si confondono
in una commistione di voci narranti grazie anche all’uso di
tempi verbali e punti di vista diversi: la pagina viene a configurarsi come un ‘ammasso verbale’ (La Polla 1983, p. 71)
e il romanzo un pastiche di riferimenti e citazioni letterarie
dove convivono le anime dei vari autori da cui Auster è influenzato.
LO SPAZIO METAFORA DELLA SOLITUDINE UMANA
La predilezione nei confronti di spazi chiusi che si configurano come pilastri della coscienza, scaturisce da una fondamentale visione solipsistica dell’uomo e dalla convinzione
– tipicamente Hawthorniana- che solo in solitudine l’uomo
si può conoscere e, drammaticamente, conoscere i propri limiti: solitudine che si manifesta come un aspetto terrificante
dell’ Io che si è volatilizzato ed esiste solo grazie alla voce
di un altro; la percezione di noi stessi nasce, dunque, da un
monologo infinito, come Auster rileva in The Red Notebook
(1995), con un Sé/Altro. Daniel Quinn che scrive romanzi
nel suo appartamento in City of Glass (1985); Fanshawe che
in Ghosts (1986) scrive in estrema solitudine in una stanza;
David Zimmer che in Moon Palace (1989) ha proprio il cognome della stanza; Jim Nashe che in The Music o f Chance
(1993) è imprigionato dietro le mura di una tenuta: ricordano
l’esperienza di Auster in una stanza di Parigi. “Stanza chiusa” che è ricca, dunque, di significati metaforici: una “locked
room” mentale e fisica nella quale sono intrappolati tutti i
personaggi che, attraverso un atto catartico di volontà personale, prendono coscienza per fuggire e riconquistare la loro
libertà. Spazio chiuso che assume anche il ruolo di “guscioscudo” che impedisce al mondo di entrare, travolgendo tutti
con le sue incertezze.
La detective story oltre a ben definire i ruoli che lettore, autore, personaggio devono avere nella creazione di un libro, si
adatta all’esplorazione dello spazio urbano che diventa parte
integrante del mistero stesso, in quanto l’omicidio avviene
50
generalmente in un ambiente chiuso, come un albergo isolato, un treno, una stanza chiusa, e lo spazio funge da mezzo
necessario per risolvere il crimine perché, restringendo lo
spazio, si restringe anche la lista dei possibili colpevoli. Inoltre, l’abilità da parte del detective di usare lo spazio suggerisce la possibilità di vederlo come facente parte dello stesso
spazio urbano post-moderno, con tutta la crudezza dei suoi
effetti alienanti.
Le lunghe camminate di Quinn richiamano sia l’opposto
della figura classica del detective, sia il suo scopo: la ricerca
della persona scomparsa. Egli si muove tra i due estremi, tra
il mondo della borghesia, della solidità e della sicurezza e
quello degli emarginati, dei senzatetto, della criminalità: e,
quindi, in un limbo che sancisce la sua non-esistenza –sottolineata dalla molteplicità di nomi assunti- se non nel momento in cui si occupa di un caso. Malgrado il rischio di perdersi, Quinn conta comunque sempre di ritrovarsi, di aver la
capacità, la certezza di ricollocarsi, pur vagando senza meta;
certezza, però, che alla fine perderà.
Nella dicotomia tra il suo mondo e quello esterno con cui
si confronta nella vita, le passeggiate verso il nulla tradiscono la sua fiducia in una stabilità di luoghi, e il ruolo del detective è quello di mantenere tale stabilità che egli sente di
trovare nel proprio appartamento, l’unica ‘cosa’ che gli dà un
senso di sicurezza, oppure nel proprio ufficio: rifugi dal caos
della città moderna. L’attenzione dello scrittore nei confronti
della casa è, dunque, qualcosa di più della semplice relazione tra il soggetto e la sua posizione nel mondo. Il senso di
appartenenza ad un determinato luogo ha sempre avuto come
simbolo la casa intesa come àncora che fornisce, a livello
di spazi, una struttura architettonica non mutevole, sicura,
alla quale l’uomo aspira di tornare; una risorsa, quindi, rassicurazione della propria identità. La casa acquista, così, una
importante funzione ideologica e in City of Glass Auster ne
riconcettualizza il concetto spaziale mettendola a confronto con gli spazi pedonali di cui si usufruisce e che incidono
anche sulla costruzione del Sè. Nonostante la frammentazione dell’identità che il protagonista subisce nel corso della
narrazione, è soltanto quando perde la casa che perde ogni
speranza di ritrovarsi. City of Glass viene a rappresentare la
deriva di un uomo lontano da casa, dove ‘casa’ è in realtà un
luogo che non esiste. Quinn diviene un senzatetto, convinto
però che la sua condizione sia illusoria e che “he could return
to being Quinn whenever he wished” (Ivi p. 62). Subentra,
quindi, una concezione dello spazio in chiave postmoderna,
dal momento che esso diventa un’illusione quando il concetto di ‘casa’ è messo in discussione, e con esso la stabilità sociale ed individuale di cui è ideologicamente intrisa. Il senso
di disagio che egli prova è evidenziato dalle strutture degli
edifici che lo circondano. Lo spazio non si piega in modo
tradizionale a dettami di ordine e controllo, e il protagonista Quinn, fin dall’inizio, non avendo porti sicuri, familiari
o affettivi, cui rivolgersi (domina sempre il senso di essere “
a perpetual outsider, a tourist of his own life” [1982], p. 9),
passa gran parte del proprio tempo vagando senza meta per la
città, sforzandosi quasi di perdersi, in tutti i sensi:
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps,
and no matter how far he walked, no matter how well he came to
identical is at the same time radically other, radically different and
trasparency is equivalent to pacity. (Ivi p. 143)
know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling
of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well.
Each time he took a walk, he left as though he were leaving himself
behind…reducing himself to a seeing eye. On his best walks he was
able to feel that he was nowhere. And this, finally, was all he ever
asked of things, to be nowhere. New York was the nowhere he had
built around himself. (Auster 1987, pp. 3-4)
Le strade di New York, dove è difficile avvertire il senso
del futuro e di speranza, fanno da cornice, dunque, ad una
profonda inquietudine esistenziale. E’ la metropoli di Joyce
Carol Oates, poliedrica e ambigua, in cui non è facile sopravvivere, “palcoscenico di trame dall’esito oscuro” (Pala
1997, p. 72), scenario dei più assurdi crimini che stravolgono
il precario equilibrio societario.
New York è una ‘city of glass’, come il titolo del romanzo indica: “haunted […] by a myth of transparency; transparency of the self to nature, of the self to the other, of all
selvesto society, and all this represented (…) by a universal
transparency of building materials” (Vidler 1992, p. 217),
vale a dire il vetro che “it was thought, would eradicate the
domain of myth, suspicion, tyranny, and above all else the
irrational”. (Ivi p. 168)
Quello che nel moderno appariva come una facilitazione
dello scrutare, dell’analizzare, è ora soltanto un’altra illusione, ottica e spaziale. Il vetro agisce da deterrente, diventa un
limite che vieta l’accesso invece di garantirlo, e così la trasparenza “quickly turns into obscurity (its apparent opposite)
and reflectivity (its reversal)” (Ivi p. 220). La condizione di
Quinn si fa più manifesta quando, dopo la lunga permanenza
nel vicolo, si vede riflesso nello specchio posto sul prospetto
dell’edificio e, ancora una volta, non riconosce l’immagine
di sé.
Feature for feauture, he studied the face in front of him and slowly
began to notice that this person bore a certain resemblance to the man
he had always thought of as himself…He tried to remember himself
as he had been before, but he found it difficult. He looked at this new
Quinn and shrugged. It did not really matter. He had been one thing
before, and now he was another. It was neither better nor worse. It was
different, and that was all. (Auster 1987, p. 143)
La sua esperienza è certamente simile ad una sospensione
tra un approfondimento della realtà e una continua riflessione. Il gioco fisico e metaforico di continuo rimando tra specchi, lo porta a scoprire sempre più qualcosa che riguarda se
stesso, ma che è altro. Lo specchio è, dunque:
[…] a surface at once pure and impure, almost material yet virtually
unreal; it presents the Ego with its own material presence, calling up
its counterpart, its absence from- and at the same time its inherence
in- this ‘other’ space. Inasmuch as its symmetry is projected therein,
the Ego is liable to ‘recognize’ itself in the ‘other’, but it does not in
fact coincide with it: ‘other merely represents ‘Ego’… Here what is
La città di vetro non ha favorito l’osservazione dell’altro
quanto quella di sé che però risulta un estraneo.Titolo già
significativo, dal momento che la trasparenza del vetro fa
sì che tutto si possa vedere, ma che la presenza di barriere
impedisce la vera comunicazione. Il concetto che “every
person is the author of his own life” (Auster 1989, p. 4),
offre la leggerezza di ‘essere’ l’altro, di rimanere in superficie dimenticando il peso della propria coscienza, non pensando a se stesso come ‘figura reale’, ma con l’angoscia del
non-essere. Quinn vive attraverso l’esistenza immaginaria
di Max Work, il detective dei suoi racconti. Più Work continua a vivere fuori dal mondo, più Quinn ne diventa alieno. Egli sparisce nello spazio della sua ermetica esistenza.
Work diventa reale, mentre Quinn diviene finzione. Siamo
allo sgretolamento dell’individuo (di qui la consapevolezza
in The Invention of Solitude, che “[…] he was an invisible
man. Invisible to others, and most likely invisible to himself
as well” p. 7); egli si rende conto che la sua vita sta andando
a rotoli: il suo appartamento con tutti i suoi effetti personali
è stato svuotato e occupato da un nuovo inquilino. Lo spazio
che conteneva tutta la sua vita non esiste più. Qualcuno si è
appropriato del suo mondo facendolo sentire un ‘outsider’.
Nella disintegrazione del personaggio, nella defunzionalizzazione dell’autore, la trama viene a riflettere una “central
emptiness under the absent god” (Slavoj 1995, p. 25).
AUSTER E L’AMERICA DELL’800
L’influenza che l’ottocento americano viene ad esercitare
in Auster, imprime in vari modi un’impronta notevole.
Hawthorne che egli ripercorre nell’incrocio tra immaginario e reale, diviene fonte delle sue divagazioni metafisiche e
della doppia e multipla identità dei suoi personaggi, ispirandolo nell’abitudine ad auto-escludersi dalla società e nell’utilizzo della strategia narrativa in terza o seconda persona
finalizzata ad una presa di distanza autoriale e, dunque, al
coinvolgimento di tutti. Ma mentre in Wakefield Hawthorne
esplora la possibilità di perdere il proprio posto nel mondo e
nutre il timore che, vagando senza meta, si possano oltrepassare i confini dettati dalla società, e superare il punto di non
ritorno, in Auster il detective prende atto della possibilità di
non poter più tornare.
In The New York Trilogy riprende il genere poliziesco
di Poe e in City of Glass risente del racconto allegorico di
William Wilson, nella lotta tra bene e male. I personaggi di
Auster esplorano il loro ruolo all’interno della società, così
come quelli di Poe si studiano in rapporto alla folla da cui
vengono assorbiti, annullandosi. Ma se la classica storia di
investigazione arriva alla soluzione del crimine, il lavoro di
Auster affronta, ancora una volta, i misteri insolubili legati
alla propria identità, e anzicchè dare delle soluzioni, pone
ulteriori domande. Per questo il ‘suo’ detective “becomes a
pilgrim searching for correspondence between signifiers and
51
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
signifieds” e il suo io, sempre più frammentato e diviso, intraprende “a quest for his own identity” (Russell 1990, pp.
71-84), esplorando, in chiave postmoderna, la mancanza di
verità nel mondo.
Lo spazio infinito che la città suggerirebbe è in realtà una
piccola stanza di cui lo specchio collocato su un muro muta
la profondità e in cui le persone non sono che doppi di se
stesse. La presenza del ‘Doppelganger’ è finalizzata a sottolineare la confusa identità dei personaggi (in Ghosts i ruoli
del detective e di chi doveva essere spiato si scambiano) e,
dunque, della loro solitudine; come se ad essi sia negata la
possibilità di esistere come individui e che siano confinati
nell’artificio. Così, Daniel Quinn scrittore di storie poliziesche, ingaggiato per equivoco da una telefonata fatta nel
cuore della notte da un signore ad un tale di nome Paul Auster, vive la sua vita attraverso l’esistenza di William Wilson
(nome del famoso racconto di E.A. Poe) suo pseudonimo, e
quella di Max Work, protagonista delle sue storie. E’, in definitiva, quella che Massimo Fusillo (1998, p. 35) chiama ‘duplicazione dell’io’, cioè l’identificazione con una coscienza
scissa in due, in cui il lettore si immerge in un mondo fittizio
dove esistono due incarnazioni dello stesso personaggio, formalizzando la scomposizione di un soggetto in varie istanze
conflittuali. Così, anche l’altro personaggio di City of Glass,
Peter Stilman, ha molti doppi: padre e figlio con lo stesso
nome. Ma:
[…] if duality is a compulsion, it isalso a recourse. It embodies a
response to demands made by the environment (…) and to promote a
belief in the biological necessity of the single self, of an experienced
integrity. (Miller 1987)
Scopo della presenza dei ‘doppi’ è di evidenziare che i personaggi hanno pochissimo controllo sulla storia, lasciando
all’autore il compito di ordinare gli eventi insieme al lettore
che, con la sua immaginazione e fantasia, cerca di dare un
significato al testo, in uno stato di confusione.
La ‘storia’ dell’autore passa attraverso il pensiero del lettore; viene filtrata da esso, e si trasforma grazie alla sua capacità di elaborazione. Se viene a mancare il presupposto della
detective fiction nel momento in cui viene detto a Quinn che
non esiste alcun mistero da risolvere, non viene meno, però,
il ruolo del lettore che viene abituato, nel corso del racconto,
a leggere il testo in quanto tale, senza tentare più di darvi un
senso, una trama, uno sviluppo razionale: non si cerca più la
coerenza nel testo. Esso è così complesso e labirintico che
il lettore, “posto dal testo in una situazione di ‘smarrimento
epistemologico’” (Gozzi 1991, p. 303) sperimenta quello
che Barthes definisce ‘state of loss’ (1977, p. 130) e, completamente disorientato, può solo essere cosciente che leggere è
lo sforzo di competere linguisticamente con l’autore. Competizione che va scemando nel nulla nel corso della fuga del
protagonista dal mondo della parola al mondo del silenzio.
“Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò
che non vogliamo” dice Montale (1980, p. 127), evidenziando l’incapacità del poeta di ‘spiegare’ il mondo. Egli si con52
figura come ‘object hunter’ che cerca di dare un senso alla
sua storia la cui lettura, come afferma Barthes (1968, p. 55),
diventa un atto stereotipale.
Una ricerca che è anche una ricerca di sé per un senso di
fallimento a livello personale e societario, nel bisogno di
ripiegarsi su se stesso per la difficoltà di una conoscenza,
ormai negata dalla società, che conciliasse la propria origine
ebraica con il mondo post-olocausto. Di qui la trasposizione sulla pagina, del Sé come scrittore: Peter in Leviathan
(1993), Walt in Mr Vertigo (1994), David Zimmer in The
Book of Illusions (2002), Sidney in Oracle Night (2004).
Auster, trasferendo frammenti della propria vita sulla carta,
diviene egli stesso personaggio e, insieme alle sue creature,
aspira junghianamente ad un ritorno nel grembo materno (“
within the mental uterus of a closed space” , 1996 p. 64) per
una rinascita; in un bisogno di dare un significato alla propria
esistenza, di ritrovarsi. Egli afferma:
I’m very interested in exposing the works, as it were. When you
pick up a book, everyone knows it’s imaginary. You don’t have to
pretend it’s not a book. We don’t have to pretend that people don’t
write books. That omniscient third-person narration isn’t the only way
to do it. Once you’re writing in the first person, then the narrator is a
writer. (1988, p. 85)
La confusione di ruoli determina una drammatica presa di
coscienza dell’assenza di identità: “Perhaps I’m Peter Stillman. Perhaps I’m not. My real name is Peter Nobody (City
of Glass, p. 18)”. I riferimenti autobiografici sono finalizzati,
dunque, a dare un’impronta reale all’autore che sente di perdere il suo ruolo tradizionale tra le altre voci che polifonicamente parlano nel testo, ma da esse lo scrittore prende, poi,
le distanze quasi sentendosi ‘disintegrare’. Ecco perché egli
scrive in The Art of Hunger:
“The self whose name appears on the covers of books is finally not
the same self that writes books” (p.277). Il senso di “disintegrazione”
lo spinge a trattare se stesso come se fosse qualcun altro, ad estraniarsi
per riuscire a cogliere il suo Io, in un processo di identificazione che,
però alla fine, è destinato al fallimento e “We are left with nothing
but death” (The Invention of Solitude p. 5). La consunzione fisica si
manifesta in The Country of Last Things (1988), dove Isabel muore di
una malattia genetica; mentre, a livello psicologico, avviene in Moon
Palace (1989) dove causa la frammentazione dell’unità di coscienza
dell’autore come creatore e regolatore di verità: “[…] Then I immagine my head cracking open, splatering like the eggs that had fallen
to the floor of my room. I felt my brains dribbling out of me. I saw
myself in pieces”. (p. 43)
Samuel Farr in The Country of Last Things, cerca di scrivere delle storie tratte da interviste fatte sulla vita cittadina,
senza concentrarsi su di una in particolare. Il risultato è che
egli finisce con l’avere una storia dalle dimensioni così grandi che è impossibile per chiunque raccontarla. Lo scrittore,
dunque, è l’epitome di questo dilemma esistenziale, perché
il mondo che egli vive, cioè quello del libro, è costituito da
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
fantasmi, uomini che usano la parola scritta per stabilire una
comunicazione con persone che non hanno mai incontrato,
quali appunto i lettori. Ed il testo, in cui convergono le intenzioni dell’autore che è il produttore e le aspettative del lettore
che ne è il fruitore, si configura drammaticamente come luogo di solitudini in cui confluisce la libertà del lettore, come
destinatario del testo, e quella dell’autore, in un tentativo di
condivisione che
è anche un grido
d’aiuto.
Il significato
diventa, così, un
fatto di interpretazione, e alla
fine, per dirla
con Lyotard, gli
scrittori
scrivono “without
knowing
for
whom they are
speaking” (1979
p. 26). La crisi
di valori in un
‘disintegrating
world’ che non
comunica
più
nulla, si traduce in crisi dello
scrittore che si
interroga sul suo
ruolo defunzionalizzato e sulla
frammentazione
di tutti gli elementi del testo:
Foucault parla
di
‘scomparsa dell’autore’
(1979, p. 144) e Barthes della sua morte (1977, p. 56). In
Auster l’autore non è più principio unificante, espressione di
una organizzazione centrale:
dunque, molti tratti distintivi. Alla fine, realizzano di essere
stati costretti a dire parole o a compiere azioni che non necessariamente avrebbero scelto di dire o fare. Sono stati posti
in questo labirinto dall’autore, in questo dedalo che dà loro
l’illusione del controllo, ma che è in realtà una trappola creata su misura. In tal modo, ciò che appare una libera scelta,
risulta essere qualcosa di predeterminato dalla figura invisibile dello scrittore. I personaggi sono messi
nella condizione
di sconfiggere la
tirannia dell’artificio e dei limiti che il libro
impone solo nel
momento in cui
riescono a definire ciò che sta
accadendo loro.
Il testo che,
nelle intricate
relazioni sottese e nel rapporto tra vivere e
scrivere risente
dell’influsso di
Thoreau, non
perviene ad una
conclusione finale:
The end is only
imaginary, a destination you invent
to
keep
yourself
going, but a point
comes when you realize you will never get there. You might have to stop, but that is only
because you have ran out of time. You stop but that does not mean you
have come to the end. (Ivi, p. 183)
RIFLESSIONI CONCLUSIVE
Writing is a solitary business. It takes over your life. In some sense,
a writer has no life of his own. Even when he’s there, he’s not really
there (Auster 1987, p. 209)
I personaggi, la cui disamina spirituale risente dell’influsso
di Melville, attraverso la fede lottano per rimettere in sesto
un mondo frammentato. “Knowledge” dirà Auster “ comes
slowly, and when it comes, it is often at great personal expense” (1987, p. 189). Bartleby in Bartleby the Scrivener di
Melville, è un’allegoria della libertà rappresentando lo stato
di libero arbitrio, mentre il narratore è costantemente limitato
dalla convinzione del destino. Essi si presentano come immagini riflesse, una proiezione delle sue incertezze, dei suoi
dubbi, delle sue paure e delle sue ansie e con essi condivide,
Beckett, incontrato a Parigi, non poteva non rappresentare
un punto di riferimento nell’evoluzione letteraria di Auster.
La trilogia, Molloy, Malone Dies e The Unnamable, è il momento in cui Beckett gioca con le identità dei personaggi,
smonta e rimonta le gerarchie che li regolano. Ecco che in
Auster, come in Beckett, risulta normale trascorrere il tempo
in un’urna ( Beckett 1961, Oh les beaux jours) o in un bidone di rifiuti (Beckett 1956, Fin de partie), o in una stanza
al buio senza avere contatti con il mondo esterno (Auster
1987). L’assurdo di Beckett si esplicita in Auster attraverso i suoi personaggi bloccati nella narrazione, aspettando un
cambiamento che non arriva. L’inutilità dei loro sforzi lascia
il lettore in una condizione di incertezza.
53
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Quello che Auster definì ’the burden of Beckett’ (1988,
p. 34) era il riconoscimento che dopo Beckett nulla poteva
essere come prima, per cui l’emarginazione dei personaggi
di Beckett sfocia nella desolante condizione di ‘homeless’
in Auster. Personaggi che improvvisano la recita della vita.
L’assunto esistenzialista di Beckett secondo il quale non vi
sono risposte alle domande si traduce in Auster in un senso di
mistero e di angoscia che accompagna la costruzione materiale di un muro, dotato chiaramente di un enorme significato
simbolico e religioso. La convinzione di non avere diritti,
la paura di essere puniti (per il “Our being born?” [Beckett
1956, p. 11] ) e la speranza di essere salvati di Waiting for
Godot, si manifesta in The Music of Chance nel desolante
riferimento allegorico alla punizione e al castigo che in qualche modo hanno a che fare col peccato di essere venuti al
mondo.
Facendo suo il ruolo che Montaigne aveva assegnato alla
letteratura, le attribuisce il compito di far imparare a vivere:
ecco che in Oracle Night (2003) viene conferito alla scrittura
il valore dell’incantesimo grazie al quale Sidney Orr ricomincia a scrivere dopo una malattia. Così, anche la poesia
diviene per Auster mezzo per questa presa di coscienza. In
un mondo dove sono venuti meno i miti, gli eroi, gli dei, i
dilemmi, essi sono poeti tragici incongrui in questo tipo di
universo. Anche la traduzione cui Auster si dedica quasi creandosi ‘un’identità per procura’, lo conduce all’esplorazione
dei limiti della propria lingua, esplicitando le ambiguità della
propria identità biografica e letteraria.
E’ un’America disorientata, quella di Auster, che nega
senza rendersene conto i valori che l’hanno fondata e manifesta il fallimento dell’utopia dell’American Dream: è il
paese delle innumerevoli contraddizioni, culla dell’ipocrisia
dove l’idea di libertà convive con indecenti manifestazioni di
schiavitù e razzismo.
Nessuna conclusione, nessuna catarsi è più possibile per
queste vicende senza sviluppo.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Lingua e identità nazionale in
Bosnia-Erzegovina.
Dal multiculturalismo
all’esclusivismo linguistico
ANIDA SOKOL
Università degli Studi di Roma, La Sapienza
La storia della lingua serbo-croata, dal XIX secolo ai nostri giorni, segue le turbolente vicende storiche della regione
jugoslava.1 Durante i diversi momenti storici, gli aspetti linguistici sono spesso serviti a consolidare obiettivi politici,
rappresentando sia uno strumento fondamentale per l’unificazione delle nazionalità slave del sud, sia un riflesso dell’affermazione delle identità nazionali specifiche
delle diverse componenti jugoslave. L’importanza della lingua nella regione è evidente se si considera il fatto che essa è stata sia una delle principali basi per l’unificazione dei popoli jugoslavi
nel Regno dei Serbi, Croati, Sloveni (Kraljevina
Srba, Hrvata i Slovenaca, SHS) nel 1918, sia, durante la disintegrazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija, SFRJ) negli anni
Novanta del XX secolo, uno dei primi obiettivi
delle diverse componenti nazionali e delle entità
statali subentranti per affermare la propria specificità nazionale. Il serbo-croato, codificato nel
XIX secolo come un’unica lingua sulla base della
variante più diffusa, quella del dialetto štokavski,
oggi per ragioni politiche e nazionaliste è stato
invece “disintegrato” in quattro lingue nazionali: serbo, croato, bosniaco e montenegrino, nonostante dal punto di vista
sociolinguistico non esistessero i concreti presupposti per la
1 Nell’elaborato la definizione “lingua serbo-croata” continua ad essere
utilizzata nonostante negli ultimi due decenni sia divenuta desueta nell’area ex jugoslava. A livello internazionale, invece, il termine è ancora usato
da alcuni linguisti come Snježana Kordić con un’accezione strettamente
geografica, che non esclude quindi bosniaci musulmani e montenegrini
– come affermano al contrario i linguisti “nazionalisti” – poiché denota i
margini di una vasta area linguistica che ha vissuto tradizionalmente una
prevalenza numerica e di conseguenza politica e culturale di serbi e croati.
Si veda S. Kordić, Jezik i nacionalizam, Durieux, Zagreb, 2000, p. 267. Il
termine oggi più utilizzato per denominare la lingua comune in BosniaErzegovina è “lingua bosniaca/croata/serba” (BHS jezik).
56
loro definizione come singole entità separate.2 Tale processo,
come del resto la dissoluzione stessa dello Stato jugoslavo,
ha avuto le conseguenze più clamorose in Bosnia-Erzegovina, la repubblica jugoslava (insieme a quella macedone) con
la più complessa struttura etnica, dove le questioni linguistiche riflettono le controverse relazioni sociali e politiche cor-
renti tra le nazionalità serba, croata e bosniaco-musulmana
(bošnjaci).3 In tal senso, la Bosnia-Erzegovina, una “picco2 La lingua serbo-croata è riconosciuta nella sociolinguistica internazionale come lingua pluricentrica con varianti nazionali (serbo, croato,
bosniaco e montenegrino) mutuamente intelligibili. La definizione si riferisce a quelle lingue che hanno diversi centri interattivi ognuno con una
propria variante nazionale e proprie norme codificate. Anche se esistono differenze tra le varianti nazionali, soprattutto lessicali e fonologiche,
come nel caso dell’inglese americano e britannico, queste risultano essere
così poche da non influenzare la comunicazione fra interlocutori e quindi
da non essere considerate lingue distinte. Si veda in generale M. Clyne,
Pluricentric Languages, Differing Norms in Different Nations, York Mouton de Gruyter, Berlin and New York, 1992.
3 Dal 1993 il termine bošnjaci (“bosgnacchi”) è usato per indicare i
bosniaci musulmani, mentre il più generico termine bosanci (“bosniaci”)
indica i cittadini della Bosnia-Erzegovina senza specificare l’appartenenza
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
la” Jugoslavia che vive profonde contraddizioni, con la convivenza in una regione relativamente ristretta di tre “lingue”
– serbo, croato e bosniaco – varianti di uno stesso idioma
pluricentrico, rappresenta quindi un caso sociolinguistico
unico.
LINGUA COME STRUMENTO POLITICO
Nell’area ex jugoslava la questione linguistica riflette la
complessa questione nazionale slavo-meridionale, l’identità di popoli – serbi, croati, bosniaci e montenegrini – che
parlano la stessa lingua ma hanno spesso perseguito finalità
politiche divergenti e in contrasto tra loro. Con le dovute differenze, soprattutto lessicali, sviluppate nel corso del tempo
e all’interno di differenti contesti politico-culturali, la lingua
serbo-croata si è rivelata un ottimo strumento per il conseguimento di obiettivi politici e l’affermazione dell’identità
nazionale, ovvero un ottimo strumento di Nation-building.4 I
diversi regimi politici della Bosnia-Erzegovina hanno tentato
di imporre, con più o meno successo, determinate soluzioni
politiche e relative scelte linguistiche, nella maggior parte
dei casi per ridurre le tensioni tra le nazionalità slave del sud,
ma spesso anche per esasperarle. Se durante il periodo ottomano non esisteva da parte della Sublime Porta un reale interesse politico per le questioni linguistiche, e lingua e scrittura
si sviluppavano separatamente nelle diverse comunità confessionali cristiane e musulmana, il dominio austro-ungarico
(1878-1918) è il primo a imporre una politica linguistica
volta alla creazione di un’unica nazione bosniaca con la finalità di neutralizzare le influenze nazionaliste provenienti
dal vicino Regno di Serbia e dagli stessi territori croati all’interno dell’Impero.5 Il disinteresse dell’Impero ottomano per
le questioni linguistiche nasceva soprattutto dal fondamento
nazionale. Sui musulmani di Bosnia-Erzegovina si veda: F. Friedman, The
Bosnian Muslims, Denial of a Nation, Westview Press, Boulder-Oxford,
1996; G. Motta, From One Dynasty to Another: The Muslims of Bosnia
from Habsburg to Karađorđević, in G. Motta, Less than nations. Central-Eastern European Minorities after WWI, vol. II, Cambridge Scholars
Publishing, Newcastle, 2013, pp. 153-187.
4 Lo studioso norvegese P. Kolstø definisce il concetto di Nation-building come “strategies of identity consolidation within states and distinguish
it from ‘state-building’. The latter term, as we use it, pertains to the administrative, economic and military groundwork of functional states – the
‘hard’ aspects of state construction. Nation-building, in contrast, concerns
only the ‘softer’ aspects of state consolidation, such as the construction
of a shared identity and a sense of unity among the population”. Cfr. P.
Kolstø (a cura di), Strategies of Symbolic Nation-building in South Eastern
Europe, Ashgate, Farnham, 2014, p. 3.
5 In generale sulla storia della Bosnia-Erzegovina si veda N. Malcolm,
Storia della Bosnia. Dalle origini ai giorni nostri, Bompiani, Milano,
2000. Per quanto riguarda l’area slavo-meridionale nel XIX secolo si
rimanda, nella vasta produzione storiografica esistente, a S. Clissold (a
cura di), Storia della Jugoslavia. Gli slavi del sud dalle origini a oggi,
Einaudi, Torino, 1969; A. Tamborra, L’Europa centro-orientale nei secoli
XIX-XX (1800-1920), Vallardi, Milano, 1971. In merito agli aspetti linguistici in questione si rimanda a S. Mønnesland (a cura di), Jezik u Bosni
i Hercegovini, Institut za jezik u Sarajevu, Institut za istočnoevropske i
orijentalne studije, Oslo, 2005, e in particolare per la politica linguistica
austro-ungarica in Bosnia-Erzegovina M. Šator, Bosanski/Hrvatski/Srpski
jezik u BiH do 1914, Univerzitet Džemal Bijedić, Fakultet humanističkih
nauka, Mostar, 2004.
autocratico e metastorico della sua sovranità politica, dove
non erano le nazioni, tanto meno le lingue, a legittimare il
sovrano; solamente sul finire dell’epoca ottomana, l’amministrazione imperiale in Bosnia-Erzegovina cerca d’intervenire
nelle questioni nazionali a causa dell’influenza esercitata dai
vicini territori serbi e croati. Al tempo stesso, quando ottiene
l’amministrazione della Bosnia-Erzegovina al Congresso di
Berlino del 1878, l’Austria-Ungheria per sopravvivere all’epoca della nazionalizzazione delle masse è già stata costretta
a rimodellarsi come monarchia dualistica e pertanto è pronta
a contrastare le crescenti identità nazionali con l’introduzione di strategie adeguate comprendenti anche specifiche politiche linguistiche.
Successivamente, nella “prima” Jugoslavia, quella monarchica (1918-1941), Belgrado impone con risultati discutibili
un’uniformità linguistica finalizzata a rafforzare l’unità nazionale e politica del Paese: la sopravvivenza delle tensioni
nazionaliste porta infatti alla prima disgregazione jugoslava,
sotto i colpi delle potenze dell’Asse, e alla breve e tragica
parentesi dello Stato Indipendente Croato (1941-1945), che
comprendeva anche la Bosnia-Erzegovina, durante il quale
il croato è proclamato lingua ufficiale e l’alfabeto cirillico,
caratteristico della scrittura serba, viene proibito.6 Nella “seconda” Jugoslavia, quella socialista (1945-1991), invece, la
lingua serbo-croata ritorna a essere un mezzo di unificazione
nazionale: un primo momento di comune standardizzazione
linguistica del serbo-croato (fino al 1965), tuttavia, lascia il
passo a una progressiva separazione in varianti nazionali definitivamente condotta alle estreme conseguenze dai primi
anni Novanta in poi.7
Durante il regime di Tito, infatti, il serbo-croato è la “lingua franca” dello Stato comune socialista, comprensibile anche alle altre nazionalità e minoranze jugoslave. In linea con
la politica di Bratstvo i jedinstvo (“Fratellanza e unità”), diretta derivazione della propaganda partigiana jugoslava della
Seconda guerra mondiale, due centri culturali e linguistici,
Zagabria e Belgrado, sin dagli anni Cinquanta lavorano di
comune accordo alla codificazione del serbo-croato finalizzata alla pubblicazione di un dizionario e di un’ortografia
della lingua comune. L’esistenza di un’unica lingua è riaffermata dall’Accordo di Novi Sad (Novosadski dogovor)8 del
1954, che riconosce pari dignità all’alfabeto latino utilizzato
dai croati e a quello cirillico utilizzato dai serbi, così come
alle due pronunce dello štokavski, quella ekavski orientale (ovvero con epicentro Belgrado) e ijekavski occidentale
6 Sulla persistenza delle tensioni nazionali all’interno del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, con una serie di riferimenti anche agli aspetti linguistici, si veda I. Banac, The National Question in Yugoslavia. Origins,
History, Politics, Cornell University Press, Ithaca-London, 1984. Sulle
politiche linguistiche nello Stato Indipendente Croato si veda invece M.
Samardžija (a cura di), Hrvatski jezik, pravopis i jezična politika u NDH,
Hrvatska sveučilišna naklada, Zagreb, 2008.
7 Sulle politiche linguistiche nel periodo della Jugoslavia socialista si
veda R. Bugarski, C. Hawkesworth, Language Planning in Yugoslavia,
Slavica Publishers, Columbus, 1992.
8 Zaključci novosadskog sastanka o hrvatskom ili srpskom jeziku i pravopisu, in Jezik, god. 3, br. 3, veljača 1955, p. 65.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
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(con epicentro Zagabria). L’accordo stabilisce l’obbligo di
usare entrambi i nomi nazionali (srpski-hrvatski) per la denominazione dell’idioma comune. Qualsiasi espressione di
nazionalismo linguistico è in tal modo emarginata, anche se
tensioni emergeranno già nel 1966 con la pubblicazione del
controverso dizionario di lingua serbo-croata del serbo Miloš
Moskovljević – immediatamente ritirato dal commercio – 9
e con la “Dichiarazione sul nome e la posizione della lingua
letteraria croata” (Deklaracija o nazivu i položaju hrvatskoga književnog jezika) del 1967, prodromo della “primavera
croata” del 1971, che rivendica, a nome delle più importanti
istituzioni culturali e linguistiche croate, la distinzione a livello costituzionale della lingua croata da quella serba (quindi non più srpskohrvatski ma srpski e hrvatski) e il suo uso
nel sistema educativo e nei media della Repubblica federale
di Croazia.10
Progressivamente, dunque, il risveglio delle tensioni nazionaliste in Jugoslavia contribuisce allo sviluppo di politiche linguistiche separate per le diverse entità nazionali di
lingua serbo-croata, che portano, insieme alle rivendicazioni
politiche per una maggiore autonomia regionale, alla formulazione della riforma costituzionale del 1974, che prevede
una nuova definizione del serbo-croato e lascia un più ampio
margine di interpretazione della questione linguistica alle
singole repubbliche federali e alle due regioni autonome della Serbia, quelle del Kosovo e della Vojvodina.11 In risposta
all’ascesa del nazionalismo politico e culturale nello Stato
jugoslavo, nel 1967 una politica linguistica specifica è inoltre
adottata per la prima volta in Bosnia-Erzegovina. Due anni
prima, infatti, durante il Congresso linguistico di Sarajevo
(Peti kongres jugoslavenskih slavista), un primo importante
conflitto tra linguisti serbi e croati era emerso in merito alla
questione dell’unità linguistica, delle sue varianti e delle sue
differenze, conflitto che negli anni successivi avrebbe provocato come reazione il proliferare di numerosi documenti e
proclamazioni volte a tutelare il multiculturalismo bosniacoerzegovese. L’esistenza di due varianti del serbo-croato e
la risoluzione della questione linguistica jugoslava secondo
linee nazionali minacciava il carattere multinazionale della
Repubblica della Bosnia-Erzegovina, che non aveva al suo
interno zone etnicamente omogenee. Qualora si fosse sostenuta la polarizzazione linguistica in due varianti, serba e
croata, i bosniaci musulmani sarebbero stati costretti a scegliere tra le due versioni – il che rappresentava un aspetto di
assimilazione nazionale a livello linguistico e culturale – o
a crearne una terza. Ciò rischiava di contribuire alla disintegrazione della tradizionale cultura bosniaco-erzegovese,
attraverso un’istruzione separata con due o tre programmi,
terminologie e libri di testo nell’ambito educativo, realtà che
effettivamente si concretizzerà negli anni Novanta durante e
in seguito al conflitto jugoslavo.12
Al fine di scongiurare tale ipotesi negli anni Settanta si sviluppa un’intensa attività di ricerca filologica presso l’Istituto
linguistico di Sarajevo (Institut za jezik i književnost u Sarajevu), fondato nel 1973. L’Istituto diventerà il più importante centro linguistico della Bosnia-Erzegovina coinvolgendo i
principali linguisti dell’intera Jugoslavia nella formulazione
della politica linguistica specifica bosniaca. A tal fine, Milan Šipka, primo direttore dell’Istituto, nell’ottobre del 1973
organizzerà una conferenza a Mostar, nota come Mostarsko
savjetovanje, dove interverranno più di trecento tra linguisti,
insegnanti e rappresentanti delle associazioni culturali jugoslave.13 Più in generale, i progetti dell’Istituto per la lingua
includeranno l’analisi del linguaggio utilizzato dai media,
lo studio degli scrittori della Bosnia-Erzegovina del XIX e
XX secolo, della lingua della letteratura alhamijado e della
terminologia pedagogica. Oggi l’Istituto, a causa delle politiche nazionaliste che dominano le tre nazionalità costituenti
l’attuale Bosnia-Erzegovina e nonostante la prolifica attività
di ricerca scientifica sviluppata anche negli anni successivi
alla guerra del 1992-1995, è rimasto ai margini della società
e della vita accademica del Paese proprio in virtù delle sue
posizioni multiculturali ereditate dell’epoca jugoslava. L’Istituto, infatti, privato del supporto statale, decurtato del proprio personale e soprattutto improntato a un programma di
ricerca “a-nazionale”, non è riuscito ad adeguarsi alle nuove
correnti politiche che condizionano anche le questioni linguistiche. L’Istituto non solo è stato abbandonato dai suoi
collaboratori serbi e croati, ma ha visto venire meno il sostegno della stessa popolazione bošnjak. Nel nuovo contesto
politico e sociale, non è stato capace di assumere il ruolo
guida nell’analisi della codificazione linguistica: i suoi tentativi di mantenere divisa la scienza filologica dalle politiche
nazionali sono puntualmente falliti. Per tale ragione negli
ultimi anni ha intrapreso una serie d’iniziative scientifiche
volte a riconquistare il terreno perduto affermando il sostanziale riconoscimento di tre standard linguistici per la BosniaErzegovina, seppure con la distinzione delle peculiari forme
di lingua serba e croata del Paese da quelle propriamente
parlate in Serbia e Croazia.14
9 In particolare, Rečnik srpskohrvatskog jezika di Miloš Moskovljević
viene proibito per la presenza di una serie di definizioni controverse quali
quelle relative ai termini četnik e partizan. Si veda T.F. Magner, Language
and Nationalism in Yugoslavia, in Canadian Slavic Studies, vol. 1, n. 3,
1967, p. 340.
10 Cfr. J. Hekman (a cura di), Deklaracija o nazivu i položaju hrvatskog
književnog jezika, Građa za povijest Deklaracije, Matica hrvatska, Zagreb,
1997.
11 Jezičke odredbe u ustavima od 1974. godine, Ustav Socijalističke Federativne Republike Jugoslavije, in B. Petranović, M. Zečević (a cura di),
Jugoslovenski Federalizam, ideje i stvarnost. Tematska zbirka dokumenata, II, 1943-1986, Prosveta, Beograd, 1986, p. 747.
12 I numerosi documenti, articoli e proclamazioni prodotti in quel periodo in difesa del multiculturalismo bosniaco-erzegovese sono raccolti in:
M. Šipka (a cura di), Mostarsko savjetovanje o književnom jeziku, Institut
za jezik i književnost, Sarajevo, 1974; Id. (a cura di), Standardni jezici i
nacionalni odnosi u Bosni i Hercegovini (1850-2000), dokumenti, Institut
za jezik, Sarajevo, 2001.
13 Zaključci o sprovođenju književnojezičke politike u Bosni i Hercegovini, in Mostarsko savjetovanje..., pp. 197-199.
14 N. Veljevac, Standardna novoštokavština i jezička situacija u Bosni i Hercegovini, in N. Valjevac et al., Standardna novoštokavština i
bosanskohercegovačka jezička situacija, Institut za jezik, Sarajevo, 2005,
pp. 12-14.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
SECESSIONISMO NAZIONALE E “BALCANIZZAZIONE”
LINGUISTICA
Nonostante i numerosi tentativi rivolti a mantenere un approccio tollerante e di apertura nei confronti delle politiche
linguistiche in Jugoslavia e nello specifico nella BosniaErzegovina, le tensioni nazionaliste che hanno portato alla
violenta dissoluzione del Paese hanno inevitabilmente coinvolto anche la questione della lingua. All’inizio degli anni
Novanta il consolidamento politico dei partiti nazionalisti ha
portato con sé politiche linguistiche “nazionaliste” finalizzate a differenziare le varianti linguistiche serbo-croate ed elevarle a idiomi nazionali, per ottenere, usando la definizione
di Joshua Fishman, il contrastive self-identification, il consolidamento dell’identità nazionale attraverso un sentimento di
comunità che unisce e identifica coloro che parlano la stessa
lingua, separandoli da coloro che non la parlano.15 Secessionismo nazionale e regionale hanno incluso anche le naturali
tendenze a completare l’indipendenza politica con il “separatismo linguistico” (linguistic separatism), processo definito
da Eric Hobsbawm “Balcanizzazione linguistica” (linguistic
Balkanization).16
I linguisti “nazionali” e il testo costituzionale della BosniaErzegovina oggi considerano il serbo, il croato e il bosniaco
tre lingue separate, che contribuiscono a stabilire diversi modelli educativi e formativi. Negli Stati eredi della Jugoslavia
i “pianificatori” della lingua sono ricorsi a esperimenti di
vera e propria ingegneria linguistica, riscoprendo a fini politici le tradizioni passate, ovvero l’usable past, per dirla con
le parole di Anthony Smith relative al Nation-building.17 Il
“separatismo linguistico” è oggi sostenuto dalle teorie di linguisti, intellettuali, scrittori e storici dell’area ex-jugoslava,
come ad esempio Dalibor Brozović e Stjepan Babić in Croazia, Dževad Jahić e Senahid Halilović in Bosnia-Erzegovina,
o Adnan Čirgić in Montenegro, che hanno avuto un ruolo
fondamentale nella “lotta” per l’elevazione delle varianti nazionali a veri e propri idiomi, ponendo le basi per lo sviluppo
delle politiche linguistiche “nazionaliste” delle repubbliche
post-jugoslave. Le principali argomentazioni sostenute da
questi linguisti sono: che ogni nazione ha diritto alla propria
lingua; che le varianti del serbo-croato di oggi risultano diverse rispetto a quelle del passato; che la “lingua comune”
della Jugoslavia è stata una creazione artificiale imposta e il
serbo-croato, in realtà, non è mai realmente esistito.18
15 J. Fishman, Language and nationalism, New Berry House Publishers,
Rowley, 1972, pp. 44-52.
16 “In the area of national and regional secessionism there is a natural
tendency to complement political independence by linguistic separatism”.
Cfr. E. Hobsbawm, Language, Culture and National Identity, in Social
Research, vol. 63, n. 4, winter 1996, pp. 1065-1080.
17 A. Smith, The “Golden Age” and National Renewal, in G. Hosking,
G. Schopflin (a cura di), Myths and Nationhood, Hurst & Co., London,
1997, pp. 36-59.
18 In generale, negli ultimi anni rari sono stati gli studi che hanno dimostrato un’analisi critica del fenomeno della “disintegrazione” del serbo-croato. Tra questi sicuramente la già menzionata pubblicazione Jezik
i nacionalizam di Snježana Kordić, decisamente critica nei confronti del
“purismo croato”, e il lavoro di Robert D. Greenberg Language and Iden-
A sostegno delle loro argomentazioni, i linguisti “nazionali” rafforzano differenze e peculiarità delle proprie varianti,
fino ad arrivare alla formulazione di nuove parole (neologismi) come avviene soprattutto in Croazia.19 Tale discrepanza
tra la sociolinguistica e le politiche linguistiche nell’area ex
jugoslava è il risultato della violenta disintegrazione dello
Stato comune e della creazione dei nuovi Stati nazionali. In
tal senso, la lingua ha avuto dunque un ruolo più simbolico
che comunicativo, finalizzato al superamento del messaggio jugoslavo di Bratstvo i jedinstvo, che aveva avuto come
obiettivo – anche attraverso la lingua comune – il mantenimento dell’unità dello Stato federale.
Le politiche linguistiche nazionaliste degli Stati eredi della
vecchia Jugoslavia, così come il lavoro alla base dell’unione linguistica jugoslava avviata dai “padri” del serbo-croato
Vuk Stefanović Karadžić (1787-1864) e Ljudevit Gaj (18091872) a partire dal XIX secolo, hanno alla loro origine l’approccio “primordialista” alla questione della lingua e della
nazione sviluppato durante il romanticismo tedesco della
fine del XVIII secolo da Johann Gottfried Herder. Secondo
Herder la lingua ha un ruolo sacro per la definizione di un’identità nazionale e, come conseguenza, fondamentale per la
preservazione di quest’ultima si rivela la tutela del purismo
linguistico, ovvero la pratica di definire o riconoscere una
varietà linguistica come più pura e di qualità intrinsecamente superiore rispetto ad altre varianti.20 È ben noto come il
protezionismo linguistico assuma spesso la forma di una
purificazione della lingua dalle contaminazioni linguistiche
straniere.21 È altrettanto noto come tale dinamica in Europa
abbia raggiunto le sue espressioni più estreme durante i regimi totalitari, come ad esempio quelli nazista in Germania
e fascista in Italia, o per quanto riguarda più specificamente
il tema in oggetto, il regime ustaša dello Stato Indipendente
Croato, durante il quale il purismo linguistico divenne parte
integrante delle politiche di annientamento della minoranza
serba rimasta all’interno dei suoi confini.22
Secondo l’approccio “primordialista”, l’esistenza delle natity in the Balkans, Serbo-Croatian and its Disintegration, Oxford University Press, New York, 2004, che offre un quadro generale della questione linguistica nella regione negli ultimi venti anni. Si vedano inoltre le
pubblicazioni di D. Škiljan, Jezična politika, Naprijed, Zagreb, 1988; Id.,
Javni jezik, Biblioteka XX vek, Beograd, 1998; Id., Govor nacij: Jezik,
nacija, Hrvati, Golden Marketing, Zagreb, 2008; e di R. Bugarski, Jezik
od rata do mira, Slavograf, Beograd, 1995; Id., Lica jezika, Biblioteka
XX vek, Beograd, 2002; Id., Nova lica jezika, Biblioteka XX vek, Beograd, 2002. In lingua italiana si segnalano i seguenti contributi: S. Pelussi,
Voci dalle periferie dell’Europa. Lingua e identità: la moltiplicazione degli idiomi nella ex-Jugoslavia, in Cives, 2008, pp. 126-140; G. Manzelli,
Dall’aggregazione alla disgregazione: frammenti di storia della lingua e
della letteratura serbocroata (bosniaca, croata, monetenegrina e serba),
in I. Putzu, G. Mazzon, Lingue, letterature, nazioni, Centri e periferie tra
Europa e Mediterraneo, FrancoAngeli, 2012, Milano, pp. 371-420.
19 S. Mønnesland, Od zajedničkog standarda do trostandardne situacije,
in S. Mønnesland (a cura di), op. cit., p. 481.
20 Su Herder si veda H. Alder, W. Koepke, A Companion to the Works of
Johann Gottfried Herder, Campen House, New York, 2006.
21 Si veda in generale: T. George, Lingustic purism, Longman, LondonNew York, 1992; B.H. Jemudd, M.J. Sharipo, The politics of languge purism, Walter de Gruyer & Co., Berlin-New York, 1989.
22 Si veda S. Kordić. op.cit., pp. 10-68.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
zionalità serba, croata, bosniaca e montenegrina, comporta
necessariamente l’esistenza di quattro idiomi separati. La
convinzione che una nazione corrisponda a una determinata area linguistica, tuttavia, ha incontrato le confutazioni di
numerosi studiosi. L’area ex jugoslava e in generale i Balcani rappresentano tra l’altro un esempio appropriato di come
in molte aree d’Europa, le frontiere linguistiche e i confini
nazionali difficilmente corrispondano. Già nel 1882 nel suo
famoso articolo Che cos’è la nazione? (Qu’est-ce qu’une
nation?), Ernest Renan aveva sottolineato il pericolo e l’inconveniente di far coincidere a ogni costo lingua e nazione.
Secondo Renan, le origini di una nazione andavano ricercate
invece in un passato e una volontà comune, ovvero “la volontà comune di ricordare e dimenticare”.23
Come Renan, anche gli etnosimbolisti considerano passato, miti e simboli, concetti fondamentali per la formazione di
una nazione. Secondo Anthony Smith, infatti, la nazione è
una popolazione umana che condivide territorio, miti e memorie storiche, una massa con una comune cultura pubblica, un’economia comune e comuni diritti e doveri per i suoi
membri.24 La nazione troverebbe dunque le proprie origini
nell’ethnie, ovvero in forme pre-moderne di identità culturali collettive con miti, storie e culture comuni, associati a
un territorio specifico e a un forte senso di solidarietà.25 I
modernisti come Benedict Anderson, Ernest Gellner e Eric
Hobsbawm, infine, tendono invece a sottolineare la natura
artefatta delle nazioni e del nazionalismo, intesi come vere
e proprie invenzioni, prodotti del modernismo con scopi
politici ed economici. In tal senso le nazioni non avrebbero
dunque le loro origini negli elementi culturali o sociali, ma
rappresenterebbero quasi esclusivamente una forma di strategia politica.26
Se la lingua non corrisponde a una sola nazione, anche
questa diventa dunque un elemento importante per definire
l’identità nazionale, etnica e sociale, rappresentando uno
23 E. Renan, Qu’est-ce qu’une nation?, Presses-Pocket, Paris, 1992.
24 “A named human population sharing an historic territory, common
myths and historical memories, a mass, public culture, a common economy and common legal rights and duties for all members”. Cfr. A.D. Smith,
National Identity, Penguin, London, 1991, p. 14.
25 “Pre-modern forms of collective cultural identities, human populations with shared ancestry myths, histories and cultures, having an association with a specific territory and a sense of solidarity”. Cfr. A.D. Smith,
The Ethnic Origins of Nations, Blackwell, Oxford, 1986, p. 32. Kolstø
raccomanda cautela nell’applicazione agli Stati balcanici della distinzione
occidentale fra i termini “nazione” ed “etnia”. Il significato del termine
serbo-croato narod non corrisponde né a “gruppo etnico” né a “nazione”,
o almeno alle definizioni che di questi concetti si hanno nella cultura occidentale. In questa, infatti, “gruppo etnico” è un concetto non-politico, che
esula dall’appartenenza o meno di una popolazione a uno Stato, mentre
la “nazione” è intesa come un concetto politico e prevede l’inclusione di
una determinata popolazione all’interno di uno Stato. Narod, invece, nel
senso tradizionale della parola, rappresenta simultaneamente un concetto
culturale e politico, denotando un gruppo culturale che possiede un’identità politica legata a un determinato Stato ma non coincide esclusivamente
con la popolazione di quello Stato. P. Kolstø (a cura di), op.cit..., p. 5.
26 Si vedano: B. Anderson, Imagined Communities Reflections on the
Origins and Spread of Nationalism, Verso, London, 1983; E. Gellner, Nations and Nationalism, Basil Blackwell, Oxford, 1983; E. Hobsbawm, T.
Ranger (a cura di), The Invention of Tradition, University Press, Cambridge, 1983.
60
strumento di Nation-building.27 In tal modo, la lingua trasmette soprattutto un forte senso di appartenenza a un gruppo, diventando così uno strumento per il consolidamento
dell’identità nazionale. Dopo la caduta della Jugoslavia, che
secondo Kølsto rappresenta insieme alla dissoluzione sovietica la terza ondata di Nation-building, dopo quelle avvenute
in epoca moderna nell’Europa occidentale e la decolonizzazione in Africa e Asia nel XX secolo, i nuovi Stati post-jugoslavi hanno avuto bisogno di una nuova identità. Al contrario
delle prime due “ondate”, la terza ha avuto periodi di tempo
molto più breve, e metodi diretti e indiretti di consolidamento dell’identità sono stati più forti lì dove simboli e rituali
hanno svolto un ruolo cruciale. In tal senso, anche le politiche linguistiche sono state mirate ad affermare le proprie
specificità nazionali. Strumentale alla dimostrazione di tale
presupposto, durante e dopo la guerra degli anni Novanta,
nell’area ex jugoslava si è assistito al proliferare di una serie
di pubblicazioni che reinterpretavano l’evoluzione storica
delle singole varianti del serbo-croato – il linguista americano Ralph Fasold sottolinea che la lingua funziona come
collegamento con il “glorioso passato” dei popoli –28 come
ad esempio il testo di Milan Moguš del 1993 sulla storia della lingua croata o quello di Mushin Rizvić sulla lingua bosniaca.29 Secondo il linguista australiano Michael Clyne, le
lingue pluricentriche unificano e dividono i popoli al tempo
stesso: si unificano le persone attraverso l’uso della lingua e
si separano attraverso lo sviluppo di norme nazionali, come
nel caso del serbo-croato.30
LA LINGUA NELLA BOSNIA-ERZEGOVINA DEGLI
ACCORDI DI DAYTON
In Croazia, dove la definizione “lingua letteraria croata”
era riconosciuta già dalla Costituzione jugoslava del 1974,
nel 1990 la nuova costituzione decreta il croato lingua nazionale ufficiale e lo stesso avviene in Serbia per la lingua serba
con la “Legge sull’uso ufficiale della lingua e della scrittura”
(Zakon o službenoj upotrebi jezika i pisama). Nel 1992 la
lingua serba con la pronuncia ekavski o ijekavski e l’alfabeto
cirillico – salvo l’uso di quello latino in casi particolari – è
inoltre proclamata lingua ufficiale nella Repubblica Federale
di Jugoslava (Serbia e Montenegro). Parallelamente anche
in Bosnia-Erzegovina c’è chi sostiene la necessità di riconoscere una lingua peculiare per i bosniaci musulmani. In quel
periodo in Bosnia-Erzegovina la politica linguistica del 1970
era ancora in uso e le denominazioni ufficiali vigenti erano ancora srpskohrvatski e hrvatskosrpski. Nei media, e in
particolar modo nel quotidiano Oslobođenje, sarebbe seguito
un acceso dibattito sulla questione linguistica. Autori come
27 Cfr: Kolstø, op.cit, p. 4.
28 Cfr. R. Fasold, The Sociolinguistics of Society, Oxford, Blackwell,
1984, p. 77.
29 M. Moguš, Povijest hrvatskoga književnog jezika, Globus, Zagreb,
1993; M. Rizvić, Bosna i Bošnjaci: jezik i pismo, Preporod, Sarajevo,
1996.
30 M. Clyne, op. cit., p. 1.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Alija Isaković,31 Amira Idrizbegović e Senahid Halilović32
sostengono il diritto dei bosniaci musulmani ad avere una
propria lingua e nel 1991 due pubblicazioni fondamentali,
Jezik bosanskih muslimana di Dževad Jahić e Bosanski jezik
dello stesso Halilović, che riconoscono la peculiarità della
lingua dei musulmani soprattutto per la presenza di parole
d’origine orientale (orijentalizmi) – ovvero prestiti linguistici dalla lingua turca e araba affermatisi durante il periodo
ottomano –, vengono pubblicati.33
Il riconoscimento della lingua bosniaca, al pari di quella
serba e croata, in tale contesto viene considerato un passaggio fondamentale per la conferma dell’esistenza della nazionalità bosniaco-musulmana, riconosciuta solamente negli
anni Sessanta durante il periodo socialista ma seriamente minacciata nel corso della violenta dissoluzione jugoslava dei
primi anni Novanta. Alla fine del 1992, dopo la dichiarazione d’indipendenza della Bosnia-Erzegovina che rigettata dai
serbi sarà causa della deflagrazione della guerra, centocinque
intellettuali bosniaci firmano una lettera indirizzata al governo bosniaco-erzegovese dal titolo “Per l’uguaglianza dei musulmani bosniaci nella lingua” (Za ravnopravnost Bosanskih
Muslimana u jeziku) con la richiesta che nella Costituzione
della Bosnia-Erzegovina sia specificato che le lingue ufficiali
della Repubblica sono la bosniaca, la croata e la serba con il
dialetto ijekavski.34 Nel 1993 il governo introduce un nuovo
regolamento costituzionale che afferma: “Nella Repubblica
della Bosnia-Erzegovina la lingua ufficiale in uso è quella
standard letteraria con la pronuncia ijekavica dei suoi popoli
costitutivi, chiamata con uno dei tre nomi: bosniaca, serba,
croata”.35 Il regolamento emanato dal Ministero della Pubblica Istruzione sostiene che i tre nomi (lingua bosniaca, serba
e croata) saranno adottati dagli insegnanti nell’ambito del
sistema educativo nazionale, mentre gli studenti avranno facoltà di scegliere il termine preferito.36 L’obiettivo è quello di
conservare l’immagine multiculturale e multinazionale della
Bosnia-Erzegovina, preservandone l’unità e l’indipendenza.
Il termine che già allora va affermandosi e riscontra un maggiore utilizzo, comunque, è “lingua bosniaca”, definizione
consolidata dalla pubblicazione nel 1994 – durante la guerra
– della prima grammatica della lingua bosniaca per le scuole
superiori di Hanka Vajzović e Husein Zvrko.37 A questa se31 Alija Isaković è stato uno dei più noti sostenitori del riconoscimento della lingua bosniaca come idioma nazionale. Nel 1992 ha pubblicato
Rječnik karakteristične leksike u bosanskom jeziku, Svjetlost, Sarajevo.
32 A. Idrizbegović, U Prilog bosanskom jeziku, in Oslobođenje, Sarajevo
23. 2. 1991; S. Halilović, Govorim i pišem bosanski, in Oslobođenje, 16.
2. 1991.
33 Si veda Dž. Jahić, Jezik bosanskih muslimana, Bibiloteka Ključanin,
Sarajevo, 1991; S. Halilović, Bosanski jezik, Biblioteka Ključanin, Sarajevo, 1991.
34 Pismo Predsjedništvu BiH, Za ravnopravnost bosanskog jezika, in
Oslobođenje, 13. 7. 1992.
35 Uredba sa zakonskom snagom o nazivu jezika u službenoj upotrebi
u Republici Bosni i Hercegovini za vrijeme ratnog stanja, in Službeni list
Republike Bosne i Hercegovine, 1. septembar 1993.
36 I bosanski, i srpski jezik, Saopćenje Ministarstva za obrazovanje, kulturu, nauku i sport RBiH, in Oslobođenje, 7. 4. 1995.
37 H. Vajzović, H. Zvrko, Gramatika Bosanskog jezika, I-IV razrad gimnazije, Ministarstvo obrazovanja i nauke, Sarajevo, 1994.
guiranno altre pubblicazioni finalizzate alla codificazione e
all’affermazione dell’originalità della lingua bosniaca come
idioma dei musulmani di Bosnia-Erzegovina in contrapposizione a quella dei serbi e dei croati: l’ortografia Pravopis bosanskog jezika di Halilović (1996), la Gramatika bosanskog
jezika di Halilović, Jahić e Palić, e ancora le pubblicazioni
di Jahić Bošnjački narod i njegov jezik (1999) e Bosanski
jezik u 100 pitanja i odgovora (1999).38 Nel 1998 si tiene
inoltre a Bihać il “Simposio sulla lingua bosniaca” (Simpozij
o bosanskom jeziku),39 cui partecipano quasi esclusivamente
linguisti bosniaco-musulmani che ribadiscono esplicitamente la peculiarità della lingua bosniaca.40 Oltre a ciò, infine, un
altro importante documento, la “Carta della lingua bosniaca”
(Povelja o bosanskom jeziku), è firmato nel 2002 da sessanta
intellettuali bosniaci musulmani per il diritto a chiamare la
propria lingua “bosniaca” (bosanski), nome non riconosciuto
da serbi e croati in quanto collegato al Paese comune e non
alla singola nazionalità bošnjak.41
In seguito agli Accordi di Dayton che hanno posto fine al
conflitto del 1992-1995, la Bosnia-Erzegovina è oggi composta di due entità amministrative, la Federazione della Bosnia-Erzegovina (51% del territorio) e la Republika Srpska
(49%), cui si aggiunge il distretto autonomo di Brčko. Nella
Costituzione della Federazione, entità in cui vivono prevalentemente bosniaci musulmani e croati, era inizialmente
scritto (1994): “Le lingue ufficiali della Federazione sono
il bosniaco e il croato. L’alfabeto ufficiale è il latino”.42 Il
38 S. Halilović, Pravopis bosanskog jezika, Preporod, Kulturno društvo
Bošnjaka, Sarajevo, 1996; S. Halilović, D. Jahić, I. Palić, Gramatika bosanskog jezika, Dom štampe, Zenica, 2000; Dž. Jahić, Bošnjački narod i
njegov jezik, Dom štampe, Zenica, 1999; Id., Bosanski jezik u 100 pitanja
i odgovora, Ljiljan, Sarajevo, 1999.
39 Nel contributo presentato al Simposio, Jahić elenca le sedici ragioni che testimonierebbero l’esistenza di una lingua bosniaca diversa dalla
serba e dalla croata: l’esistenza di un etnos che ha creato e conservato
la lingua; la discendenza dei bosniaci musulmani dagli eretici medievali
bogumili; l’esistenza di un regno medioevale bosniaco; l’islamizzazione
avvenuta nel periodo ottomano; il nome “lingua bosniaca” risalente al medioevo; l’esistenza in passato della particolare letteratura alhamijado; la
particolare scrittura bosančica; la pubblicazione del dizionario della lingua
bosniaca di Muhamed Hevaija Uskufi nel 1631; le riforme linguistiche
arabe; la politica linguistica di Benjamin Von Kállay durante il periodo
austro-ungarico; la ricca tradizione orale bosniaca; la letteratura dei bosniaci musulmani del XIX secolo; e infine il diritto di ogni nazione ad avere la propria lingua. Cfr. Dž. Jahić, Lingvistički i kulturno-historijski izvori
bosanskog jezika, in I. Čedić (a cura di), Simpozij o bosanskom jeziku,
zbornik radova, Institut za jezik i književnost, Sarajevo, 1997, pp. 28-29.
40 Il linguista americano Curtis Ford ha analizzato il congresso nel contesto di First Congress Phenomenon e Status planning. Si veda C. Ford,
Language Planning in Bosnia and Herzegovina, the 1998 Bihać Syposium,
in The Slavic and East European Journal, vol. 46, no. 2, summer 2002, pp.
349-361. La sociolinguistica moderna attribuisce un importante significato
ai primi congressi per la codificazione delle lingue nazionali. Fishman lo
definisce il “fenomeno del primo congresso”: “early efforts at both corpus
planning and status planning, i.e., efforts to purify, enrich and/or standardize the language itself, on the one hand, and efforts to protect, foster, and
require the language, on the other hand”. Cfr. J.A. Fishman (a cura di), The
Earliest Stage of Language Planning, The “First Congress” Phenomenon,
Mouton du Gruyter, Berlin, 1993, p. 2.
41 Povelja o bosanskom jeziku, http://bichamilton.com/web/wpcontent/
themes/calvary/docs/Povelja%20o%20Bosanskom%20jeziku.pdf
42 Odluka o proglašenju Federacije Bosne i Hercegovina, Službene novine Federacije Bosne i Hercegovina, 21 juli/srpanj 1994.
61
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
tribunale costitutivo (ustavni sud) ha tuttavia dichiarato
l’affermazione non del tutto corretta e in disaccordo con i
principi espressi nella carta costituzionale; per tale motivo
la definizione è stata modificata in: “Le lingue ufficiali della
Federazione della Bosnia-Erzegovina sono la lingua bosniaca, la lingua croata e la lingua serba. Gli alfabeti ufficiali
sono il latino e il cirillico”.43 Sull’altro versante, nella Republika Srpska, l’entità dove vivono prevalentemente i serbi di
Bosnia-Erzegovina, la lingua serba è stata introdotta come
ufficiale nel 1992. La Costituzione dell’entità serba inizialmente recitava: “Nella Repubblica la lingua serba con pronuncia ijekavica e ekavica e l’alfabeto cirillico è quella d’uso
ufficiale, mentre l’alfabeto latino potrà essere utilizzato solo
nel modo determinato dalla legge”. Nella prime tre classi
scolastiche sarebbero stati insegnati entrambi gli alfabeti,
mentre per il diploma e altra documentazione doveva essere
utilizzato il cirillico. Tuttavia, poiché anche tale definizione
e prassi non erano in linea con l’Accordo di Dayton, anche
queste sono state rapidamente cambiate. Oggi sulla Costituzione della Republika Srpska è scritto che le lingue ufficiali
sono quelle dei serbi, dei bošnjaci e dei croati. Gli alfabeti
ufficiali sono il cirillico e il latino. In questo modo, ovvero
usando un riferimento ai tre popoli costituenti e non alle loro
lingue, è stato evitato di usare il termine “lingua bosniaca”,
non riconosciuto dai serbi.44
Già durante la guerra, il governo serbo di Pale aveva compiuto dei tentativi di proclamare l’ekavica pronuncia ufficiale della Republika Srpska, nonostante questa fosse del tutto
estranea ai serbi della Bosnia-Erzegovina. Il tentativo era
stato sostenuto da linguisti quali Branislav Brborić e Pavle
Ivić e dal ministro della Cultura Đoko Stojičić, che aveva
sostenuto ci si trovasse dinanzi all’ultima opportunità di
unificare definitivamente il popolo serbo attraverso l’omologazione linguistica. La proposta, comunque, aveva anche
incontrato il disappunto di tanti altri linguisti serbi, come nel
caso del belgradese Ranko Bugarski, che l’aveva considerata
un vero e proprio tentativo di “pulizia etnica linguistica”, assurda dal punto di vista linguistico e politicamente pericolosa.45 Il governo della Republika Srpska aveva poi continuato
su tale linea anche dopo la guerra, quando nel 1996 con la
“Legge sull’uso ufficiale della lingua e della scrittura” (Zakon o službenoj upotrebi jezika i pisma), aveva stabilito che
nelle scuole primarie gli insegnanti dovessero utilizzare la
pronuncia ekavica, mentre gli insegnanti e gli studenti nelle
scuole superiori e nelle università potevano usare anche la
ijekavica. La pronuncia ekavica era proclamata obbligatoria
anche nei media, nelle pubblicazioni e per gli organi governativi, insieme all’uso del cirillico. Venivano stabilite multe dai duemila ai diecimila dinari per chi avesse infranto la
legge, che tuttavia era presto proclamata incostituzionale in
seguito a un’azione legale intrapresa dall’associazione degli
43 Ustav Federacije Bosne i Hercegovine, http://skupstinabd.ba/ustavi/f/
ustav_federacije_bosne_i_hercegovine.pdf
44 Ustav Republike Srpske, http://www.narodnaskupstinars.net/upload/
documents/lat/ustav_republike_srpske.pdf.
45 S. Mønessland, op.cit., pp. 490-491.
62
insegnanti della Republika Srpska.46
Per i croati della Bosnia-Erzegovina, infine, la politica linguistica è strettamente collegata a quella vigente nella vicina
Croazia, dove negli anni Novanta è tornato in auge un purismo linguistico estremista che Snježena Kordić collega direttamente alle politiche linguistiche adottate durante la Seconda guerra mondiale nello Stato Indipendente Croato e più
in generale tipica dei regimi totalitari quali sono stati quelli
nazista e fascista. Al tempo stesso, vi sono intellettuali croati
come Ivan Lovrenović e Mile Stojić che rifiutano l’adozione
della variante di Zagabria in quanto tradizionalmente estranea alla popolazione croata della Bosnia-Erzegovina. 47
L’esistenza di tre varianti linguistiche mutualmente intellegibili ora elevate alla dignità di veri e propri idiomi crea
non pochi problemi nell’ambito educativo e pedagogico.
L’affermazione di politiche linguistiche di natura nazionalista ha visto un progressivo allontanamento delle diverse
varianti del serbo-croato dal punto di vista lessicale e fonologico che avrà come conseguenza l’impossibilità per le
future generazioni serbe, croate, bosniache o montenegrine
di comunicare e comprendersi reciprocamente, cosa che ancora oggi avviene con grande facilità essendo ancora le loro
lingue quasi del tutto identiche. Nell’area ex jugoslava come
in Bosnia-Erzegovina non esistevano i presupposti sociolinguistici per la proclamazione di lingue standard separate dal
comune serbo-croato. Tale situazione rappresenta anche un
problema economico, se si considera che nelle istituzioni
bosniaco-erzegovesi tutti i documenti devono essere “tradotti” in tre lingue, nonostante non si vada oltre alcune minime
differenze di carattere lessicale. Per aggirare le controversie
relative al nome della lingua comune, oggi, dopo la dissoluzione della Jugoslavia, nell’area ex jugoslava ci si riferisce
ad essa – soprattutto negli ambienti multiculturali che rifiutano le logiche nazionaliste – con il termine naš jezik, “la
nostra lingua”.
46 Zakon o službenoj upotrebi jezika i pisma, in Službeni glasnik Republike Srpske, 8.6.1996.
47 Sulla kroatizacija (“croatizzazione”) della lingua in Bosnia-Erzegovina si veda H. Vajzović, Jezik i politika: Kroatizacija jezika na prostoru Bosne i Hercegovine – agresija ili ustavno pravo?, in B. Tošović,
A. Wonisch (a cura di), Bošnjački pogledi na odnose između bosanskog,
hrvatskog i srpskog jezika, Institut für Slawistik der Karl-Franzens-Universität Graz-Institut za jezik, 2009, pp. 143-156.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Ma quanti e quali derivati hanno le
parole più usate? Qualche dato sulle
famiglie etimo-morfologiche del lessico
italiano
DOMENICO RUSSO
Università degli Studi G. D’Annunzio Chieti Pescara
C
1. IL NOSTRO VOCABOLARIO DI BASE
onosciamo da tempo quali sono le parole
più usate e note dell’italiano1 e da tempo
sappiamo tutto (o quasi) sulla loro ricchezza di significati (accezioni dicono i linguisti); sui contesti in cui vengono usate, (il
‘lavoro’ che fanno, direbbero l’Alice di Caroll e Maria Luisa
Altieri Biagi); sulla loro consistenza grafica (le parole più
lunghe, quelle più corte - meglio digitabili e comprensibili
le seconde, meno le prime, che però ci aiutano a essere più
accurati e precisi), sulla loro frequenza e rango nei testi scritti e in quelli parlati da tutti gli italiani (per esempio, il fatto
che poche centinaia di loro fanno il 90%, di tutti i testi scritti,
stranezze del reale...) e molto altro ancora.2
Ma quando parliamo di parole è un po’ come parlare
dell’universo: di cose da sapere se ne presentano in continuazione e questo vale ovviamente anche per il vocabolario
di base della nostra lingua.3 Succede così che a un certo punto uno possa chiedersi: ma quali sono le etimologie da cui
derivano le parole più usate? Che è come chiedersi: qual è o
quali sono le lingue che stanno nell’anima storica dei nostri
discorsi, delle nostre idee, della nostra cultura? Dare una risposta precisa a questa domanda non comporta alcun problema metodologico: il dominio etimologico del lessico italiano
è oggi ben stabilito e documentato,4 si tratta solo, come dico1 Per sapere facilmente e immediatamente quali sono basta consultare il
CD-ROM del Gradit (Grande dizionario italiano dell’uso, ideato e diretto
da Tullio De Mauro, Torino, Utet, 1999).
2 Per saperne di più si può vedere la raccolta di lavori curata nel 2005 da
Isabella Chiari e Tullio De Mauro per Aracne di Roma: Parole e numeri.
Analisi quantitative dei fatti di lingua.
3 Tanto per dirne una, ancora Isabella Chiari e Tullio De Mauro, nel loro
The new basic vocabulary of Italian: problems and methods, hanno annunciato il NVdB (Nuovo Vocabolario di Base) sulla «Rivista di statistica
applicata / Italian Journal of Applied Statistics» (vol. 22, 1, 2012, alle
pagine 21-35).
4 Ogni media biblioteca ha in consultazione se non tutte almeno un paio
di queste quattro sigle: DEI, DELI, LEI e GE (DEI: Battisti C., Alessio
no i colleghi di fisica,
di ‘fare le misure’.
2. LE TRAFILE
ETIMOLOGICHE DEL
VDB
Come si sa, una classificazione comoda e
corretta delle trafile etimologiche di un qualsiasi lessico prevede in
genere tre tipi fondamentali di etimologie:
a) le etimologie incerte; b) le etimologie endogene e c) le etimologie esogene.
Ogni tipo si articola in specie e ogni specie presenta i suoi
esemplari.
Se prendiamo in considerazione le 6.694 parole (lemmi) di
base dell’italiano che ci fornisce l’edizione 1999 del Gradit,
risulta che il nostro VdB deriva da un totale di 114 trafile etimologiche diverse. Le incerte sono di 6 specie; le endogene
di 28 e le esogene di 80, suddivise in 5 sottospecie diverse. In
particolare le cinque sottospecie di tralfile esogene risultano
essere 19 dal latino; 4 dal greco; 24 dalle lingue straniere; 19
dalle lingue antiche e 14 dai dialetti d’Italia, come riassume
la tabella 1 che segue, dove sono allineati in ordine decrescente tipo, specie e consistenza assoluta e percentuale delle
trafile etimologiche:
G., Dizionario etimologico italiano, 5 voll., Barbera, Firenze, 1950-57,
19752; DELI: Dizionario etimologico della lingua italiana, Cortelazzo M.,
Zolli P., 5 voll., Bologna, Zanichelli, 19992; LEI: Pfister M., Lessico etimologico italiano, Reichert Verlag, Wiesbaden, 1984 e sgg.; GE, Garzanti
etimologico, De Mauro T., Mancini M., Milano, Garzanti, 2000) affiancati
dalla schermata della ricerca avanzata dell’edizione elettronica del Gradit,
facile da usare e da far usare.
63
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Tabella 1 - La composizione etimologica del VdB
Tipo
Nr.
Consistenza
Consistenza in %
Dal latino
19
3.628
54,19%
Trafile endogene
28
2.360
35,25%
Dalle lingue straniere
24
317
4,73%
Trafile incerte
6
194
2,89%
Dalle lingue antiche
19
143
2,13%
Dal greco
4
33
0,49%
Dai dialetti
14
19
0,28%
Ora, generalmente, non si fa caso al fatto che le stringhe
etimologiche dei vocabolari non valgono tanto per se stesse,
quanto per la densità e l’importanza delle informazioni che
racchiudono nelle poche parole e abbreviazioni (diciamo la
verità, complicate da capire) con cui sono redatte. Sfugge
cioè il fatto che la riga etimologica del dizionario è una sorta di cromosoma linguistico, storico e culturale. In realtà, a
esaminarla da vicino, una qualunque trafila può essere usata come titolo di una o più narrazioni di argomento storico,
antropologico, scientifico che faccia leva sul contenuto semantico della parola, sul percorso cronologico dalla prima
attestazione a oggi, sui popoli o sui luoghi coinvolti, sulle
istituzioni, sulle concezioni etiche, religiose, sentimentali o
razionali che nel corso del tempo hanno preso forma e consistenza. Risulta così che il 90% dei nostri testi scritti e parlati
risale a poco più di un centinaio di trafile che, se svolte nella
loro completezza, produrrebbero una massa enciclopedica di
conoscenze di ogni tipo.
Se le espansioni delle trafile etimologiche appaiono illimitate o almeno molto estense, viste nel loro insieme le stesse
trafile mettono in rilievo dati di caratterizzazione generale
dell’italiano. Tra questi, ci sembra che il più saliente emerga
dalla sintesi che si può estrarre dalla tabella 1 già presentata,
e che ci pare consista nel vedere come l’italiano moderno
sia, celiando un po’, una grande ‘torta’ linguistica fatta per
Grafico 1 - Le componenti storiche dell’italiano di base
64
più della metà con del ‘latino barbaro e corrotto’ e per un
buon terzo con dell’‘italiano puro’. Una ‘spolverata’ di lingue straniere e ‘tracce’ di lingue antiche e dialettali completano la nostra ‘ricetta’ (che ci auguriamo risulti gradita a chi
si attarda ancora
oggi a lamentarne l’imbarbarimento).
3. LE
DERIVAZIONI
Con le misure fatte sul VdB
sappiamo
di
cosa parliamo
quando parliamo delle etimologie delle parole più usate e
possiamo scendere anche nei
minimi dettagli
per un ampio
ventaglio di impieghi particolari: usi narrativi per esempio,
di documentazione e verifica di ipotesi storiche, di redazione
dei libri di testo (non precisamente un settore da portare ad
esempio, purtroppo), di uso fine della nostra lingua, di usi
ludici della stessa e così via.
Ma manipolando le stringhe etimologiche viene un’ulteriore curiosità, scientifica ma anche pratica. Stabilito qual
è l’universo etimologico dei nostri lemmi, possiamo anche
stabilire se a loro volta queste parole sono a capo di una loro
trafila successiva? E se sì, quante e soprattutto quali parole hanno contribuito a produrre? In altri termini: è possibile
stabilire qual è la produttività etimo-morfologica delle parole
più usate?
La risposta a questa ulteriore domanda è affermativa. Lo è
soprattutto grazie ai dati raccolti in un lavoro di qualche anno
fa, forse non degnamente valorizzato
ma in realtà per molti versi prezioso,
in cui il lessico comune dell’italiano
è stato raccolto in base alle famiglie
etimo-morfologiche cui appartengono i vari lemmi, vale a dire nel meritorio Dizionario Italiano Ragionato
(Dir) che Angelo Gianni realizzò per
la D’Anna di Firenze nel 1987.
Nel panorama dei lavori linguistici
italiano questo vocabolario rappresenta un po’ un singletone lessicografico, sia perché non deriva da esperienze precedenti, come per esempio
i dizionari etimologici o quelli analogici o di sinonimi e contrari, ma tenta per la prima volta in italiano voci
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
consistenti di ‘parenti’ di un capolemma morfo-etimologico,
sia anche perché presta una particolare attenzione alle possibilità di lettura dell’utente non specialista. E’ indubbio che
un’attenta revisione tecnica gioverebbe alla sua affidabilità
(poco
o
nulla
si
dice
sui
criteri di
raccolta e
redazione
per esempio), ma il
fatto stesso
di mettere
a disposizione una
massa di
dati molto
consistente ne fa
un’interessante opera
di frontiera.
3.1. Le derivazioni interne. Un tempo era corrente e importante la nozione di ‘capofamiglia’. Fortunatamente questa
nozione ha perso il suo rilievo antropologico e ciò rende libero questo termine per indicare quell’unità lessematica che
gli studi storico-linguistici ci segnalano come il lemma che
la massa parlante ha posto ‘a capo’, in quanto primo o ultimo a ritroso, di una più o meno nutrita serie di altre unità
linguistiche, di una famiglia insomma, nel senso usato dal
filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein nelle sue ben note Ricerche filosofiche (tradotto da Mario Trinchero per Einaudi
nel 1967).
Il concetto di famiglia nel senso di Wittgenstein è utilissimo nello studio del lessico. Se infatti incrociamo i dati del
Gradit con quelli del DIR possiamo individuare con chiarezza il fatto che il nostro vocabolario di base ha due radici
ben distinte. Una è costituita dai capofamiglia che non fanno
parte del VdB e l’altra dai capofamiglia che invece ne sono
parte importante.
I capofamiglia dei 6.694 lessemi del VdB considerati sono
infatti 2.391 in totale. 576 sono parole che non appartengono
(più) al nostro lessico quotidiano e frequente. Si tratta di lemmi come: mane; meare; memore; menda; mergere; meridie;
mescere; mnemo; mola; morbo; morfo; murmurare; musa;
noiare; nolo; nube; nullo; nunzio, ecc. In sostanza, parole
spesso, ma non sempre, obsolete nell’uso comune e tuttavia
grandi rappresentanti della nostra tradizione letteraria e quindi della nostra storia linguistica.
Al loro fianco si schierano 1.815 capofamiglia che invece sono a tutti gli effetti parole del VdB. Si tratta in questo
caso di parole come: lavagna; lavare; lavorare; lebbra; leccare; legare; legge; leggere; legno; lento; leone; lepre; les-
so; lettera; letto; libero; libro; liceo; licere; lido; lieto; lieve;
ligure; lima; limite; limone; limpido; lingua; lino; liquido;
lista; lite; litro; lode; logo; lottare; lucano; lucchetto; luccio;
luce; luglio; lumaca; ecc. La loro caratteristica più evidente
è che questi capofamiglia si candidano ipso facto a svolgere un ruolo strategico sia dal punto di vista storico, che da
quello teorico, che da quello educativo in particolare (quali
parole migliori di loro da presentare ai bambini nelle prime
fasi dell’apprendimento e/o da usare nella loro letteratura?).
L’altra caratteristica evidente di questo gruppo di parole è il
fatto che, da sole, coprono poco meno di un terzo (il 27,11%)
dell’intero VdB, in altre parole: sono la ‘radice’ principale
del nostro lessico di frequenza.
Entrando più nello specifico possiamo andare a vedere
quali e quanti sono i derivati etimo-morfologici del lessico
di base e stabilire che:
a) nel VdB i 576 capofamiglia esterni producono 1.382
unità, pari al 20,45% del totale dei lemmi e disegnano una
regione lessicale in cui le relazioni sono raramente prive di
attrattiva, come accennano gli esempi seguenti: affogare cf
esterno: fauci; affollare cf esterno: follone; aggiornare cf
esterno: dì; aggrapparsi cf esterno: graffa; ago cf esterno:
acuire; agonia cf esterno: agone; agosto cf esterno: augure; agricolo cf esterno: agro2; agricoltore cf esterno: agro2;
agricoltura cf esterno: agro2; aguzzare cf esterno: acuire;
alba cf esterno: albo; albanese cf esterno: albania; alfabeto
cf esterno: alfa; algerino cf esterno: algeria; alimentare1 cf
esterno: alere; alimentare2 cf esterno: alere; alimentazione cf
esterno: alere; alimento cf esterno: alere;
b) i 1.815 capofamiglia interni producono invece 3.497
lemmi, vale a dire oltre la metà dei lemmi (il 52,24%) come
nel caso di convivere cf interno: vivere; corrompere cf interno: rompere; determinare cf interno: termine; dettare cf
interno: dire; deviare cf interno: via; disfare cf interno: fare;
educare cf interno: durre; esprimere cf interno: premere; illuminare cf interno: lume; nobile cf interno: noto1; occidente
cf interno: cadere.
E’ allora interessante notare come a partire dai 1.815 capofamiglia interni si dipani un fitto reticolo di relazioni storiche
e grammaticali che interessa direttamente la linguistica storica e quella teorica, ma anche gli studi filosofici e antropologici attinenti al linguaggio e la galassia delle riflessioni educative. Tra capofamiglia interni e loro derivati è coinvolto
in questo reticolo circa l’80% del lessico di base e i rapporti
che risultano tra queste componenti mostrano analogie, a cifre di poco variate, con la classica tripartizione statistica tra
vocabolario fondamentale (capofamiglia interni), di alto uso
(derivati da interni) e disponibile (derivati da esterni).
4. I DERIVATI ESTERNI
Ma è possibile andare anche oltre le osservazioni fin qui
fatte. I dati del Dir non solo aiutano a stabilire le dervazioni
all’interno del vocabolario di base, ma più in generale invitano inevitabilmente a stabilire anche le derivazioni del
vocabolario di base nell’intero lessico comune dell’italiano.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Occorre infatti considerare che la particolare struttura reticolare e plasticamente sistemica dei lessici delle lingue assegna alle parole più frequenti anche il ruolo di ‘motorino
d’avviamento’, o, più tecnicamente, di ‘principio di attivazione’, di tutta la complessa e multiforme macchina linguistica. Si citavano all’inizio il patrimonio accettivo (come dire
semantica e cultura) e quello dei contesti d’uso (come dire
variabilità e pragmatica). Lo stesso si può e deve dire per
le relazioni storico-morfologiche. E’ facile percepire infatti, anche a un primo esame, come il VdB appaia prima e si
confermi poi, un potente generatore di unità lessicali a lui
esterne, appartenenti cioè a tutte le altre fasce del lessico, da
quello comune a quelle tecnico-scientifiche.
Se si adotta una formula di produttività del tipo x/y, con x
numero dei derivati non di base e y numero dei lemmi che li
governano, si isolano ben 145 gradi di produttività differenti
e si individuano tutte le famiglie relative ai vari gradi. Ai
nostri calcoli gli estremi sono compresi tra 1/206 e 820/1,
vale a dire che 206 lemmi producono un solo derivato non
di base e che 820 derivati non di base provengo da un solo
VdB. Per esempio all’11/66 troviamo i casi di convivere cf
interno: vivere der: convitare, convitato, convito, convitto,
convittore, convittrice, conviva, convivente, convivenza,
conviviale, convivio; corrompere cf interno: rompere der:
corrompibile, corrompimento, corrompitore, corrotto1, corruttela, corruttibile, corruttività, corruttivo, corruttore, corruttrice, corruzione; determinare cf interno: termine der: determinabile, determinabilità, determinante, determinatezza,
determinativo, determinato, determinatore, determinazione,
determinismo, determinista, deterministico; dettare cf interno: dire der: dettame, dettato, dettatore, dettatura, diktat,
dittafono, dittare, dittatore, dittatoriale, dittatorio, dittatura;
deviare cf interno: via der: deviamento, devianza, deviata,
deviatorio, deviatore, deviazione, deviazionismo, deviazionista, deviazionistico, devio, deviometro; disfare cf interno:
fare der: disfacibile, disfacimento, disfacitore, disfacitura,
disfatta, disfatti bile, disfattismo, disfattista, disfattistico,
disfatto; educare cf interno: durre der: educanda, educandato, educatamente, educativo, educato, educatore, educatrice, educatorio, educazione, edurre, eduzione; esprimere cf
interno: premere der: espressamente, espressione, espressionismo, espressionista, espressionisticamente, espressionistico, espressivamente, espressività, espressivo, espresso,
esprimibile; illuminare cf interno: lume der: illuminabile,
illuminamento, illuminativo, illuminato, illuminatore, illuminazione, illuminismo, illuminista, illuministico, illuminometro, illuminoteca; nobile cf interno: noto1 der: nobildonna, nobilesco, nobilare, nobiliario, nobilitamento, nobilitare,
nobilitazione, nobiltà, nobilume, noblesse oblige; occidente
cf interno: cadere der: occasionale, occasionare, occasione,
occaso, occidentale, occidentalismo e così via.
Ad avere capacità produttiva esterna non sono solo i capofamiglia ma anche una buona percentuale di lemmi derivati.
Manifestano infatti questa funzione produttiva oltre ai 1.815
capofamiglia anche 815 lemmi derivati, il che significa che
il 40% ca (2.666 unità) del vocabolario di base proietta le
66
sue proprietà etimo-morfologiche sull’intera compagine vocabolare dell’italiano. Anche in questo caso si manifesta la
presenza dell’ancoraggio alla tradizione, degli 815 lemmi
derivati produttivi infatti 547 (8,17% del VdB) sono lemmi
che hanno il capofamiglia interno e 304 (4,54% del VdB) invece fanno da tramite tra i capofamiglia esterni e unità lessicali anch’esse esterne al VdB. Le trafile derivative terminano
invece con i 4.028 lemmi non produttivi (60% ca del VdB)
di cui 1.078 (16,10% del VdB) hanno provenienza esterna e
2.950 (44,07% del VdB) hanno provenienza interna.
Colte nel loro insieme le derivazioni esterne si impongono con evidenza: le proprietà storiche e morfologiche del si
proiettano infatti al suo esterno su ben 46.451 unità lessicali,
come dire, in sintesi, su una massa vocabolare superiore alla
metà della massa vocabolare individuale adulta calcolata in
un massimo di 80.000 parole.
5. CHIUSURA E INVITO
L’esplorazione della struttura etimo-morfologica del dà
modo di immaginare una pluralità di posssibili applicazioni. Tanto per dire, seguire la capacità produttiva dei lemmi
permette di mettere al centro dell’attenzione nozioni semantiche di grande valore strategico soprattutto agli alti livelli di
produttività. Si esaminino sotto questo profilo per esempio i
15 lemmi che producono più di 200 derivati: mano, raggio,
trarre, porta, quattro, muovere, reggere, porre, tre, vedere,
genere, stare, metro e il già menzionato fare.
Qui invitiamo solo quanti scrivono per e parlano ai bambini e ragazzi (ma anche tanti adulti e i molti neoitaliani) a
tener conto del fatto che si possono individuare almeno tre
gruppi di lemmi per ordine decrescente di capacità produttiva. Considerato fuori catalogo, per così dire, il lessema più
produttivo in assoluto dell’intero VdB e quindi dell’intero
lessico italiano, il verbo fare (strano a dirsi, o forse a conferma del fatto, in un paese spesso considerato ‘chiacchierone’)
con i suoi 820 derivati diretti e indiretti, si può considerare
che esistono:
(a) 212 lessemi che passando da 352 a 50 derivati producono da soli nel vocabolario comune italiano 20.689 lemmi
diversi;
(b) 807 lessemi che passando da 49 a 11 derivati producono nel vocabolario italiano 17.936 altri lemmi e infine che
esistono
(c) 1.646 lemmi che con una escursione che va da 10 a 1
sono presenti nel vocabolario italiano in 7.826 lessemi non
di base.
Come dire che è possibile dare a ognuno dei nostri giovani
destinatari la chiave d’ingresso giusta al momento giusto.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Scienza e Poesia
VINCENZO CROSIO
Docente nelle scuole superiori e docente relatore all’Istituto degli studi storici e filosofici di Napoli
La relazione scienza/poesia è una delle più intriganti e
conflittuali relazioni tra campi del sapere. Intorno agli anni
’90 del secolo scorso Ilya Prigogine tentò di gettare un ponte tra le scienze e l’umanesimo. Nel post-moderno i confini
tra i domini del sapere si sbriciolavano, pur nelle differenze
specifiche, un po’ come il muro di Berlino. La complessità
del sistema mondo impose una rivisitazione anche tra scienza e poesia. In questo articolo si dà conto dei passaggi essenziali di
questa relazione.
come si accorse il Nietzsche, estremo indagatore del campo
epistemico e fisico, Leopardi è forse il più noto tra i poeti che
segnano con linee così eleganti ma anche forti la topografia
del luogo poetico. Leopardi ci indica il senso, la direzione in
cui muoversi per alcune note sul legame tra scienza e poesia.
Gaston Bachelard, il grande matematico, ingegnere ed epi-
S
crive Giacomo Leopardi ne
‘La Ginestra’, uno dei canti più belli, più affascinanti,
più complessi della nostra
letteratura poetica, questi
straordinari versi che introducono ad un’estetica dello sguardo, della visibilità e della
visione, quasi una notazione dell’interrelazione tra l’occhio-visione e l’universo frattalico e corpuscolare insieme:
e quando miro,
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle
Che a noi paion qual nebbia, cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinito e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa;
Questi versi riprendono il maestoso e nobile ondeggiare
dell’altro canto “L’Infinito” e ci si accorge del confine labile, discreto, anche se incerto tra scienza e poesia. Tra scienza, poesia e filosofia. Grandissimo poeta, strabiliante filosofo
stemologo francese, colse meglio di tutti questo legame, che
è appunto uno spazio, un luogo della poesia, come costruzione, come architettura di uno spazio, come immaginazione
che avvicina l’uomo all’infinito. Tra l’infinito coscienziale e
l’infinito matematico, cosmico. Quasi che l’uno fosse possibile come risonanza dell’altro. Quasi che lo spazio poetico
fosse l’abitazione sua propria, della parola, così come lo spazio fisico fosse l’abitazione dell’umano. Il suo heimat, il suo
luogo originario:
Nell’anima distesa che medita e sogna, una immensità pare at67
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
visione sana, non illusoria della realtà e dunque dentro una sana immaginazione poetica, che è domanda
all’oggetto stesso dell’indagine: Che
fai tu in ciel? Dimmi che fai, silenziosa Luna?, nel Canto notturno di
un pastore errante dell’Asia.
Per Lucrezio poi la vastità del
mondo è effetto di una vastità del
vuoto, una proprietà del vuoto stesso, secondo la visione epicurea e democritea, atomista del reale. Esattamente come nella teoria elettroquantistica del vuoto. Né più né meno. Il
quantum, la quantità vuota è esattamente il principio stesso della indeterminazione fisica e matematica secondo Planck e secondo Heisenberg
(Richard P.F eynman, Sei pezzi facili. Lectures on Physics). Così la
intende pure la filosofia buddhista
della vacuità. Ed è singolare, se non
incredibile, che questo venga detto
dall’intuito poetico:
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle
Che a noi paion qual nebbia.
tendere le immagini dell’immensità. Lo spirito vede e rivede oggetti, in un oggetto l’anima trova il nido di una immensità’(G.
Bachelard, Lo spazio poetico. pag. 212).
Nella correzione a mano nel testo autografo di Leopardi
dell’Infinito, viene trascritto infinità al posto di immensità,
ma che comparirà poi nel testo dato alla stampa al posto di
infinità. Dunque immensità è parola Leopardiana meditata,
scelta dopo una lunga esitazione.
Ma c’è un’altra correzione: interminati spazi al posto di
interminato spazio. A 15 anni leopardi aveva scritto e pubblicato un’opera scientifica, una Storia dell’Astronomia che
ricevette le attenzioni dell’Università di Bonn, che chiamò
il giovane autore a tenere delle lezioni di Fisica e Astronomia in quella città. Leopardi rispose di essere solo un poeta.
Margherita Hack ha nobilitato questo sforzo dell’adolescente Leopardi, scrivendo insieme con lui, con Leopardi, proseguendo da dove Leopardi era giunto, un’altra storia della
astronomia. Ma la categoria filosofica è vastità che appartiene anche al genio di Baudelaire dove il calco originario è la
vastità dell’essere e della esistenza, come ci ricorda Anassimandro. Al di là del nostro essere, l’esistenza dell’infinito,
dell’incommensurabile. Sembra quasi che la categoria della
in finitudine, ontologica, fisica, sia la qualità estrema di una
68
Nodi dunque che sono quasi stelle
e che a noi appaion come nebulose.
Si capisce allora come il matematico
Paolo Zellini introduca costantemente le sue lezioni sull’infinito e sul numero con la poesia di Leopardi. Tra l’effetto numerico di una matrice e l’effetto strabiliante dei Canti Pisani
di Ezra Pound che differenza c’è?
Ma non vorrei parlare del rapporto tra scienza e poesia
solo attraverso la cosa più evidente, voglio invece parlare
proprio della relazione che c’è, se c’è, tra l’immaginazione
poetica e l’immaginazione scientifica. O meglio tra la fenomenologia dello spirito scientifico e la fenomenologia dello
spirito poetico. Dal mio punto di vista, si tratta proprio di
questo: di un punto di vista della fenomenologia dello spirito, cioè di quelle categorie che per le neuroscienze è l’attività
di ideare, immaginare e realizzare, la cosiddetta attività auto
poietica. L’autopoiesi, la autogenerazione delle cognizioni,
delle strutture pensanti, delle strutture creative appartengono
sostanzialmente all’intera dimensione della biosemiosfera,
del vivente e dunque anche del mondo umano. Il mondo psichico come quello del vivente è una macchina auto poietica
e simbolica, secondo Maturana e Varela, una macchina autopietica che produce segni che hanno il carattere di un simbolo, di una topologia segnica e simbolica. E’ una macchina
semiotica, generativa di segni dentro un sistema della mente
natura e della mente natura non natura, artificiale. Come sostiene Chomsky in “Le strutture della sintassi”. Già Freud (e
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
poi Piaget), accennava e chiarirà queste funzioni pulsionali e
quasi cibernetiche legate alle pulsioni appunto, ad una logica
del desiderio. Scrivono Franco Scalzone e Gemma Zontini in
“Freud e il suo invisibile fantasma”: Un sistema rappresentazionale, come lo è lo psichismo umano, è costruito su una
rete di categorie ed è autoreferente: cioè esso è in relazione
soprattutto con altre sue parti più che con l’esterno. Ma qual
è il processo che permette alla macchina - come lo chiama
lo stesso Freud - di mettersi a camminare da sola da un momento all’altro?”
L’incosciente macchinico come chiamano Deleuze e
Guattari la produzione di
senso proprio del testo e in
particolare del testo poetico (Julia Kristeva insegna)
produce il linguaggio dei
segni attraverso un asse
simbolico particolare. Un
asse diacronico e uno sincronico come se fosse la
texture, un canovaccio in
cui il çà parle, la parola
di Lacan, scrive il suo linguaggio come fa la maglia
con l’uncinetto. Il segno è
dunque un senso traslato
del reale (Julia Kristeva
e Roman Jakobson). Una
mappa di un territorio, una
topografia che introduce
ad una tipologia dei luoghi
poetici secondo una combinazione di segni fonetici
e sintattici, le unità fonematiche, che costruiscono
la meravigliosa macchina di produzione poetica.
Una macchina astratta e
trascendente come i Numeri di Cantor sulla sua
diagonale. Scrive il fisico
Franco Piperno in “Macchine, scienza, linguaggi”:
Il momento in cui la matematica riconosce i propri limiti,
si conclude proprio nel computer o, metaforicamente, nello
spazio cibernetico. Ma concludendosi ci lascia come residui
gli aspetti linguistici non formali, il linguaggio comune come
presupposto di tutto questo. Il transfinito, il trascendente, il
segno astratto coniuga secondo un formalismo grammaticale
generativo qualcosa che produce combinandolo, il reale con
il non reale, il formale matematico con il non formale del linguaggio comune e metaforico, il materico con l’immateriale,
il corpo vivo con corpo di relazione astratto.
E’ stato osservato che ogni ramo della scienza sembra ci
voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime
come i quark, i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni
e quelli determinati nello spazio dell’individuo fin dalla sua
vita e dal suo concepimento. Eppure i poeti ci dimostrano che
è dall’incontro dell’uomo con se stesso e con gli altri significati che scaturiscono, attraverso i secoli, le forze più fertili
ed immaginative della nostra cultura e, come si sa, sono stati
i poeti stessi e gli artisti a infondere alle passioni e alle vicissitudini dell’individuo la dimensione umana del psichico e
del tragico (Andreas Giannakoulas, Processi creativi e creatività). Dunque dal fondo della macchina che produce segni
e simboli che la condizione naturale ed umana induce nel
sapiens, che ne modifica la sensibilità e la conoscenza nella
temporalità storica, avviene un imprevedibile scarto
linguistico e della coscienza. Questa è la poesia, questo è l’intuito e il dominio
sapienziale della poesia,
cui affidiamo appunto questa logica combinatoria di
segni e simboli che hanno
raccontato, all’alba della
civiltà e della civiltà della
scrittura, ad esempio le peripezie di Odisseo che così,
nelle peripezie del mondo
e sue personali, sperimenta
la tenacia del suo multiforme ingegno.
La trascrizione in un
codice sillabico, sintattico di queste esperienze
dell’umano, la meraviglia
dell’umano, noi la definiamo in un ordine/disordine,
caotico e normativo, che è
la poesia. Dissimmetria e
simmetria, ordine e caos,
numero e non numero, ritmo e misura sono gli algoritmi sapienziali di questa
macchina di scrittura semiotica. La poesia è la manifestazione geniale e tragica
di questa esperienza dell’essere gettato nel mondo. Il modo
migliore che l’uomo conosca di immaginare se stesso e il
mondo. Questo è il senso della poesia per Horderlin e dunque
anche per Heidegger, che gli dedicherà significativamente un
saggio. E che i poeti come i matematici rinnovino sempre
questa esperienza, quella del calcolo e quella della poesia la
dice lunga sulla fascinazione che ha presso l’uomo e la macchina calcolatrice e la macchina simbolica, ambedue cioè
macchine poetiche, il cui confine è un confine bilingue caratterizzato da una asimmetria tra esterno e interno, come intelligentemente nota Jury Lotmann. E’ lo scarto, la differenza
tra il reale reale e l’astratto simbolico che opera come struttura di senso poetico, come nella ricorsività matematica. In
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
altro ambito, quello musicale, l’esperienza del canone inverso, della ricorsività del suono, di una infinita piega ricorsiva,
matematica e metamatematica, di J. Sebastian Bach, produce
appunto questa magia sonora della esperienza creativa.
‘Questo incantesimo poetico-matematico, questo mantra
(tessuto poetico, formula magica), così come l’esametro greco o l’anna-viraj (verso di dieci suoni in dieci suoni) dei poemi vedici, conduce la spola del senso, del tessuto di verso in
verso fino alla potenza (viraj) dell’assoluto metamatematico.
Dunque la poesia nella sua essenza è un evento, uno scarto
temporale tra il reale e l’immaginario. Oserei dire un Potlach
quasi divino, un infinito intrattenimento tra un osservatore e
un osservato, tra un dicitore e un ascoltatore, tra uno sguardo
e una serie di percezioni del reale, un campo fenomenico di
cognizioni relazionate. E relazionabili. Alla poesia compete, è consentito ciò che alla scienza è vietato e viceversa. E
ad entrambe, la facoltà del conoscere per linearità logica o
non linearità semantica. E’ il caso questo di Dante Alighieri
che fa scendere o salire i suoi demoni infernali o le sue virtù
angeliche nelle volute geometriche, nella spirale logaritmica
del ritmo ternario, fa salire o scendere se stesso fino alla dimensione del senza fine, dell’incommensurato regno divino,
dell’ensof cabalistico. Il senza nome, il senza volto, il senza
numero, Dio viene reinventato nell’immaginazione poetica
di un sogno, di una reverie, teologica ed angelica.
Verso il basso, con una torsione verso il basso e con continue linee di fuga, la scrittura di Kafka delinea una topografia
della Non provvidenza che segna nel negativo l’esperienza di
Dio. L’ingresso nel villaggio del signor K., dell’agrimensore
ne “Il Castello”, è un capolavoro di questa tensione verso
il basso della misura aurea. Nessun altro definisce meglio
di Kafka il Luogo come luogo dell’umano, fino alla nichilazione, fino alla metamorfosi dell’umano nel non umano. Un
non numero, l’assenza di un numero, il grado zero di ogni
conoscenza, permette a Kafka di analizzare centimetro per
centimetro l’essenza dell’umano. Nella prima fondazione di
un cyberspazio, come in un quadro di Escher, nella surrealtà di Magritte o De Chirico, nella spazialità simbolica del
Maestro dei Pannelli Barberini e di Francesco del Cossa, del
Bramantino, nella maestria angelica e fiamminga della Madonna Salting di Antonello da Messina, nello spazio poetico ancora gotico di Barthélemy d’Eyck. E’ questa, secondo
Pierre Lévy, filosofo ed ingegnere informatico, l’origine della potenza del virtuale, la potenza stessa dell’immaginazione
e della memoria. Dal segno logografico, dalla scrittura, alla
potenza della virtualità matematica e poetica, creativa.
Abbiamo definito la relazione tra scienza e poesia? Non lo
so. So che le linee di questa cartografia del conoscibile sia
affidata alla scienza topologica di Poincarè e Renè Thom e
che tocchi alla poesia indicare il senso dell’oltre, oltre il quale scompare ogni distinzione. Così è per il telescopio spaziale
Hubble o il viaggio della sonda Cassini, così è per lo sguardo
rivolto al cielo del Pastore errante dell’Asia di G. Leopardi, o
le visioni poetiche ed ultramondane di Rimbaud, Baudelaire,
Th. De Quincey o J. Joyce. Un provvisorio sguardo gettato
dentro i confini dell’universo. In fondo tra il canto alla luna
70
dello sciamano dell’Indonesia, che eleva il suo canto notturno per metabolizzare la sua solitudine, che si è rifiutato
di entrare nella civiltà mercantile occidentale, e lo sguardo
d’incertezza di Einstein, io ci vedo poca differenza.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
G. Leopardi, Opere, Utet
P. Zellini, Breve storia dell’infinito, Adelphi
G. Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo libri
M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi
H. Maturana e F. Varela, Macchine ed esseri viventi,
Astrolabio
Alfonso M. Iacono, L’evento e l’osservatore, Pierluigi Lubrina editore
R. Jakobson, La sviluppo della semiotica, Bompiani
N. Chomsky, Le strutture della sintassi, Laterza
G. Deleuze-F.Guattari, Mille piani, Einaudi
Ilya Prigogine-Isabel Stengler, La nouvelle alliance, Gallimard
Douglass. R. Hofstadter, Godel, Escher, Bach, Adelphi
P. Lévy, Il virtuale, Raffaello Cortina
R. P. Feynman, Sei pezzi facili, Adelphi
Franco Piperno, Macchine, scienza, linguaggi, in Cibernauti, Castelvecchi
F. Scalzone-G.Zontini, Freud e il suo invisibile fantasma,
in Tempo d’Analisi n. 2 2013, Aracne
A. Giannakoulas, Processi creativi e creatività, in Tempo
d’Analisi n. 2 2013, Aracne
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Cristina da Pizzano: la poetessa delle
vedove…
FAUSTA GENZIANA LE PIANE
A
quattro anni Cristina da Pizzano lascia
Bologna la Grassa,
per seguire la sua famiglia in Francia, a
Parigi, su richiesta del Re Carlo V che
vuole il padre, Tommaso, accanto a sé
come medico, consigliere e astrologo.
E infatti alla morte del Re nel 1380,
Tommaso è presente insieme ad un altro “fisico” (medico) del re. Tommaso
ha affermato, in verità, che il Re era
fuori pericolo e teme che la sua errata
previsione e la conseguente morte del
sovrano lo privino del favore di cui prima godeva.
Tommaso ha studiato a Bologna, sede
di una famosa Università, poi è stato chiamato al servizio
della Repubblica di Venezia e si è sposato lì con la figlia
di un dottore in medicina. Una figlia di nome Cristina (ma
seguirono anche due maschi, Paolo e Aghinolfo) nasce da
questo matrimonio ed è a lei che dobbiamo tutto quanto si sa
della sua famiglia e del Re che la protegge. Cristina, ragazza affascinante e assai corteggiata, è sposata all’epoca della
morte del Re con Etienne Castel, figlio di un ciambellano
del re, che esercita saltuariamente anche la carica di ufficiale
addetto alla conservazione delle armi, e già si annuncia la
nascita di un erede.
Grazie al favore del re, Cristina e la sua famiglia vivono
agiatamente. Cristina ha avuto un’infanzia felice, colma di
tenerezza, che le ha permesso di fiorire e di acquistare coraggio. A Cristina non piace filare, ha sete di sapere. Alla morte
di Carlo V scoppiano tumulti tra gli studenti e le guardie reali
e il suo successore, il suo primogenito Carlo, non ha che dodici anni. Nessuno nella cerchia del nuovo re si cura di prolungare il favore di cui fino ad allora ha goduto e la famiglia
si sente scivolare nelle ristrettezze. Tommaso muore in una
data imprecisata ma che egli stesso sa pronosticare esattamente. In seguito, lo sposo di Cristina prende congedo da lei
per accompagnare il re che si trasferisce a Beauvais e muore,
a soli trentaquattro anni, vittima forse della peste:
Sono vedova, sola e di nero vestita
col viso triste semplicemente acconciata;
con grande corruccio abbandonata al dolore
porto l’amarissimo lutto che mi uccide.
Rimasta vedova a venticinque anni con tre figli, Cristina
è abbattuta dal dolore desiderando più morire che vivere. In
questo quadro di sofferenza profonda si aggiunge una moltitudine di miserabili occupazioni. Cristina per i suoi deve
assumere la guida della famiglia. Gli stipendi dei notai reali
non sempre all’epoca sono pagati con regolarità; passeranno più di ventuno anni prima che Cristina possa recuperare
gli arretrati dovuti a suo marito dalla Corte dei Conti. Deve
intentare un processo che durerà tredici anni e che vince ma
deve aspettare per avere la somma dovuta. Il debito saldato è
71
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
considerato come una gratificazione e non come il pagamento di una somma dovuta a Etienne Castel. Ciò è sentito come
un’ingiustizia da Cristina
che l’improvvisa scomparsa del marito lascia
totalmente inerme, obbligata giorno dopo giorno
a battersi da sola contro
creditori senza scrupoli.
Investe una piccola somma di danaro lasciatale
dal suo sposo affidandola
ad un mercante che le fa
credere che è stato derubato. Altro processo (ne
ha per quindici anni) che
è perso perché le prove di
tale circostanza sono difficili da provare. Iniziano
altri processi con grandi spese e costi. Cristina
cade malata e, pur nella
malattia, deve decidersi,
alla fine del 1392, a vendere l’eredità lasciatale
dal padre, per tamponare
i debiti più pressanti ed
imparare tra l’altro che si può essere diffamata senza motivo.
La sua arma segreta dinanzi a tante avversità? La poesia che
ama da sempre. Proprio nell’anno della morte del marito – il
1390 – prende parte a un concorso poetico e la sua ballata è
ben accolta. Spesso proietta il suo scoraggiamento nei versi,
come in questa ballata (nel 1399 ne ha scritte cento):
Ahimé dove dunque troveranno conforto
povere vedove dei loro beni spogliate
giacché in Francia che seppe essere il porto
della loro salvezza, e dove le esiliate
potevano rifugiarsi, e anche le smarrite,
oggi non trovano più amicizia.
I nobili non ne hanno alcuna pietà
Né di più ne hanno i chierici, grandi o meno importanti
(…)
Si cimenta in tutti i generi della poesia cortese allora in
uso, oltre alla ballata già citata, i lais o virelais, i rondeaux,
i jeux à vendre e anche tutti i temi in voga: Cristina è ora
l’amante ora la Dama e tocca tutti i temi che Amore può
suscitare, come il mal di lontananza o quello della speranza o
dell’attesa e della rottura.
I suoi versi più belli, appassionati e avvincenti sono quelli
che cantano il lutto, il dolore, lo sconforto e anche quella necessità in cui ella si trova di recitare in poesia una commedia
perpetua. Ma un tema in particolare le sarà caro, quello delle
vedove abbandonate che sviluppa attraverso il mito di Semiramide in La Cité des femmes. Semiramide è per Cristina
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la donna sola, autonoma, coraggiosa, insomma la vedova.
Inoltre, grazie alla sua lunga esperienza, Cristina dispensa
consigli alle vedove e
scrive una sorta di trattato sull’educazione della
donna, il Livre des trois
vertus. La sua carriera è
sorprendente: in sei anni
scrive quindici volumi
che si cura anche di far
ornare di deliziose miniature. Il successo subito risponde al suo sforzo.
Verso la fine del secolo gli avversari di una
volta, re di Francia e re
d’Inghilterra, moltiplicano i gesti di distensione.
Cristina riceve una proposta da John Montagu,
conte di Salisbury: inviare suo figlio maggiore,
Jean Castel, in Inghilterra poiché anche lui ha un
figlio, Thomas, anche lui
di dodici o tredici anni,
con il quale Jean può essere allevato e ricevere un’educazione da cavaliere: è la sua
opera, la sua poesia che l’hanno fatta notare dal grande signore inglese. Ma Salisbury è fatto prigioniero, il re deposto,
messo in prigione e è eletto nuovo re il duca di Lancaster.
Salisbury e alcuni altri tentano un colpo di mano che fallisce
in seguito ad un tradimento. Il re d’Inghilterra, Riccardo II
e Salisbury sono assassinati. Cristina perde il suo secondo
figlio, sua figlia manifesta il desiderio di prendere il velo e
Jean sta per rientrare ma non tornerà mai più in Inghilterra.
Cristina cerca allora il favore del Duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti che però è assassinato. Alla fine Jean rimane in Francia e ottiene come suo padre la carica di notaio e
segretario del re. Cristina canta nei suoi versi le lotte tra la
Francia e l’Inghilterra.
Ma ecco all’orizzonte un altro impegno per la nostra indomita poetessa: una polemica letteraria che diventa la prima disputa antifemminista della storia. Cristina non ama il
famosissimo Roman de la Rose, best-seller dell’epoca, vera
e propria Bibbia per gli universitari, composto di due parti:
la prima, del 1245, scritta da Guillaume de Lorris, è l’opera
cortese per eccellenza, allegorica e un po’ preziosa; la seconda, è scritta cinquant’anni dopo da un universitario di Parigi,
Jean de Meung, che decide di completare l’opera incompiuta
di de Lorris. Questa seconda parte accentua la visione del
professore che disserta, dell’universitario che si sente superiore agli altri anche in virtù dei suoi diplomi. Presto Cristina
attacca Honoré Bouvet che è nominato membro di una commissione che deve controllare le evasioni fiscali e si avvale
della protezione di Jean de Meung. Cristina rimprovera ai
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
nobili, ai grandi di quel mondo che non ha smesso di frequentare, di mancare ai propri doveri e questo è dovuto alla
perdita dei valori cortesi che coincide con la scomparsa del
ruolo delle donne. Attacca la seconda parte del Roman de la
Rose, biasima Jean de Meung, l’anticortese per eccellenza,
il misogino, che ha compilato un processo contro le donne e
ha insegnato ai potenziali seduttori i mezzi per vincere una
pulzella con frode e astuzia.
Jean de Montreuil, preposto di Lille e segretario del re redige nel 1401 un trattatelo in francese, oggi perduto, che invia ad notabile chierico – probabilmente il maestro Gontier
Col legato alla cancelleria reale. Jean de Montreuil,dopo aver
letto il Roman de la Rose, loda il suo autore, ma Cristina
impugna la penna. Col risponde, c’è uno scambio epistolare.
Ma Cristina trova un appoggio, Jean Gerson che mette pubblicamente in discussione le parole di de Meung. Cristina garante dell’Ordine della Rosa - vuole portare il dibattito che
agita i signori della Sorbona davanti alla regina stessa che
apprezza il suo talento. L’ultima parola di questo dibattito
spetta a Cristina, conscia del mutamento che avviene nella
sua epoca.
Ora Cristina ha una grande occasione, una promozione:
Filippo l’Ardito la incarica di scrivere il resoconto del regno
di Carlo V suo fratello ma quando ha appena terminato la
prima parte dell’opera apprende che il duca è morto. Continua a scrivere e due anni più tardi il duca Giovanni acquisterà il suo manoscritto. Scrive alla regina Isabella di Baviera,
avvertendo i pericoli di uno scontro fra Luigi d’Orléans e
Giovanni Senzapaura, tra Francia e Borgogna, chiedendole
di assumere il ruolo di arbitro. Luigi è ucciso in un agguato,
Giovanni Senza paura confessa il suo crimine.
Cristina è stata letta anche oltre le frontiere con maggiore
attenzione che in Francia, ma qui c’è qualcuno la cui voce
sarà molto ascoltata a partire dal 1408: Jean Petit. Si tratta di
un dottore dell’Università di Parigi intervenuto nel dibattito
sullo scisma del papato. Diviene in seguito consigliere e portavoce ufficiale del Duca di Borgogna che ben aveva agito a
far uccidere il duca d’Orléans, colpevole di lesa maestà, tradimento, stregoneria e il re aveva il dovere di ricompensarlo.
Questa è l’arringa che fa Jean Petit a Parigi. I contemporanei
sono coscienti del potere sia morale che politico che essa detiene e l’omicida era riuscito a ribaltare l’opinione in suo favore. Cristina cerca di operare sempre la pace. Pensando alla
lotta tra borgognoni e armagnacchi, alle scene di violenza a
cui aveva assistito, all’orrore di questa guerra condotta senza
curarsi di ogni sentimento umano, di ogni legame fraterno tra
gente che viveva nella stessa terra e parlava la stessa lingua,
inizia a comporre una nuova opera: il Livre des faits d’armes
et de chevalerie. Quest’opera dimostra quanto Cristina si
sia interessata profondamente di tutte le preoccupazioni del
tempo, anche di quelle più lontane dall’ambito femminile.
Cristina inizia altre due nuove opere, il Livre de la paix che
dedica al delfino Luigi di Guienna dove moltiplicherà i suoi
consigli al principe perché si faccia amare dai suoi sudditi e
si circondi di cavalieri forti e giusti e lo esorta alla clemenza,
alla verità e alla generosità e le Heures de contemplation sur
la passion de Notre-Seigneur nelle quali tenta di consolare le
donne rattristate dal lutto per la morte del duca di Borgogna.
Cristina, che si è sforzata di riportare in tempo utile un po’ di
saggezza in un mondo in preda alla follia, passerà gli ultimi
anni in convento a Poissy (anticamera del cimitero) vicino a
sua figlia. Anche la poesia, che era stata la sua estrema risorsa, le sembrava in quel momento futile, superata, spropositata alla durezza dei tempi. Ma, in seguito all’assedio tolto a
Orléans da parte di Giovanna la Pulzella e all’incoronazione
di re Carlo a Reims, Cristina, dopo undici anni di silenzio,
riprende la penna: scrive cinquantasei strofe piene di entusiasmo e emozione:
Ecco una donna, semplice pastorella,
più prode di quanto mai uomo fu a Roma.
Giovanna, che risponde pienamente ai desideri di Cristina,
è la donna sola per eccellenza, unica, risoluta e a Cristina
non sembra vero, a lei che ha passato una parte della sua
esistenza a tentare di convincere i contemporanei che sbagliavano a disprezzare la donna:
Ah! Quale onore al femminile
sesso che Dio ama…
Giovanna avrà gli stessi nemici di Cristina, gli universitari
di Parigi. Non si conosce con precisione la data della morte
di Cristina
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Elsa Morante
CRISTINA TIRINZONI
N
on si può vivere senza
religione, scriveva. Parlo
di quella religione che è
l’altruismo, il lavorare per gli altri. L’arte,
per esempio, nasce da questo desiderio di
spendersi, è una forma di religione. Occhi
viola che sfumavano nell’azzurro, da gatta.
Capricciosa, infantile, selvatica, passionale, possessiva, gelosa, umorale, intollerante verso la mediocrità e la volgarità. Perentoria nei suoi
giudizi, capace di grandi dolcezze e inaspettate generosità,
amava i gatti, i reietti e i diseredati. Una mente visionaria.
Una femminilità tempestosa. Indipendente ma bisognosa
d’affetto. Starle vicino era difficile, talvolta. Era estrema, infatti, non conosceva mezze misure. Esistevano il bianco e il
nero. “Elsa Morante è stata amata o idoleggiata lungo tutto
il corso della sua vita. Un fascino, il suo, che si sprigionava
fortissimo a dispetto di un carattere esigente e difficile”, così
l’ha ricordata a un recente convegno milanese con cui si sono
aperte le celebrazioni nel trentennale della sua scomparsa,
Daniele Morante, il nipote preferito, figlio di Marcello, uno
dei fratelli della scrittrice (e padre anche di Laura Morante),
appassionato custode e curatore di L’amata - lettere di e a
Elsa Morante (Einaudi), in cui ha raccolto circa 4.000 pezzi
fra lettere, abbozzi e minute dei più importanti carteggi della
scrittrice, da quelli con il marito Alberto Moravia a quelli
con Pasolini, ma anche le lettere private, quelle che rivelano
i dubbi, gli amori, le amicizie della scrittrice di cui quest’anno ricorre il trentennale della scomparsa. “Elsa Morante era
una narratrice pura, una grandissima scrittrice visionaria - su
questo non c’ è dubbio: la qualità della sua immaginazione
– così potente, vorticosa, sovraccarica. I suoi romanzi-cattedrale, li ha costruiti sul gioco della finzione e sull’incrocio di
molteplici generi e filoni letterari”, ha sottolineato Concetta.
D’Angeli, docente di drammaturgia presso l’Università degli Studi di Pisa , studiosa da sempre della scrittura di Elsa
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Morante, autrice del saggio
Elsa
Leggere
Morante: Aracoelì, La storia.
Il mondo salvato dai ragazzini
(Carocci, 2003),
intervenuta
al
convegno. “ una
delle voci femminili più forti della letteratura italiana, figura
fortissima di donna e di intellettuale libera dagli stereotipi e
forse proprio per questo poco raccontata. Una mente di primo livello, di cui si sente una grande nostalgia”
Voleva essere definita scrittore, non scrittrice
Preferì essere chiamata scrittore per non essere equiparata
ad una scrittura femminile minore ma sicuramente la sua è
scrittura femminile come poche.
Il rapporto della scrittrice con l’universo femminile appare ambiguo e controverso.
Non ebbe con il femminismo, in vita, molti rapporti né
buoni, forse più radicali nella sostanza e meno radicali nelle pratiche. Non era femminista ma aveva avuto il coraggio
di emanciparsi, di uscire di casa, all’inizio degli anni trenta
una scelta che pago duramente, con la fame e non solo. Una
femminilità sicuramente complessa. Si sentiva ragazzo più
che donna. La Morante racconta in vari luoghi che scrivendo
le memorie di Arturo realizzava un suo vecchio sogno: “Ho
sempre desiderato di essere un ragazzo, e ancora adesso vorrei esserlo: non un uomo, ma un ragazzo.(…) Indipendente
ma bisognosa d’affetto, attratta dalla maternità ma mai risoluta nel desiderarla fino in fondo.
Tema centrale, costante nell’opera dell’autrice, è proprio la maternità, il mistero del legame madre–figlio.
Quella della Morante è un”interrogazione profonda e complessa sul materno. La maternità attrae la Morante, passando
per una duplice e opposta concezione, in cui da un lato vi è
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
un immagine di madre idealizzata e il rapporto madre-figlio
visto come unione assoluta, fusionale . D”altro canto racconta anche le implicazioni dolorose o violente del sentimento
materno e di un attaccamento madre figlio quasi morboso.
Le pagine dedicate ai personaggi bambini si aprono pause
di dolcezza. La felicità per la Morante è la beatitudine fusionale in cui ci culliamo, bambini, prima di sapere che siamo
soli, smarriti nel mondo. Da quella breve parentesi di felicità ignara scaturisce anche tutto il dolore, l’ostinata ricerca
di quell’ora perduta e sempre reinventata,Il nucleo ispirativo dell’opera morantiana è spesso: la cacciata dall’Eden, il
“limbo” fuori del quale non v’è eliso”.
Sono spesso madri di maschi molto amati Mentre il
rapporto madre-figlio è generalmente rappresentato in
modo felice e soddisfacente, quello fra madre e figlia è
spesso conflittuale. Come è stato il rapporto fra Elsa e
sua madre?
Maledetta e benedetta insieme. Il rapporto è stato ricordato da Marcello, uno dei fratelli della Morante (padre di Daniele e di Laura, ndr) nell’autobiografia Maledetta Benedetta
. Irma Poggibonsi era una donna ebrea, colta, socialista, faceva la maestra elementare. Capì da subito il genio della figlia,
che scriveva filastrocche, fiabe e raccontini fin da bambina.
Irma portò i suoi scritti alla rivista “I diritti della scuola” e
al “Corriere dei Piccoli”, le spianò la strada. Certo fece un
terribile compromesso con il marito, mettendo i figli in una
posizione insostenibile. Elsa se ne andò di casa, a diciotto
anni oltre che per dedicarsi totalmente alla scrittura, anche
per la difficile situazione familiare.Da un certo momento in
poi l’ha sempre più allontanata da sé. Anche se andava a trovarla una volta al mese a Viterbo, dove era ricoverata. Elsa
non la volle al premio Strega nel 1957, non la volle nemmeno al matrimonio con Alberto Moravia. Ma al tempo in cui
era ricoverata in clinica, la sognava molto la madre.
Elsa Morante è sempre stata molto gelosa della sua vita
privata. Solo di recente state rivelate di recente alcune
gravi problematiche della famiglia Morante
Sì, c’era un padre finto, il marito della madre, Augusto Morante. Un siciliano che, impotente, chiese alla moglie Irma di
non lasciarlo. Per ottenere questo acconsentì che lei avesse
figli, cinque (considerando anche il primogenito, morto poco
dopo la nascita), con un altro, Francesco Lo Monaco, anche
lui siciliano. Una situazione familiare difficile. Ma sono intimamente convinta che il rapporto con il femminile e il materno rimase il vero nodo di tutta la sua vita e il suo dramma
più profondo.
La vita sentimentale di Elsa Morante, non fu semplice
né felice.
Non è facile raccontarla. Lei, non parlò molto di sé ufficialmente, anche se le sue opere sono intessute delle sue
vicende, magistralmente trasfigurate. Amatissima Eppure
lei non si sentiva amata da nessuno, non nel senso profondo
della parola. Una sete inappagata d’amore percorre come un
potente leitmotiv la sua biografia Sappiamo del matrimonio
con Alberto Moravia. Poi ci furono gli amori per gli uomini
giovani e/o omossessuali. Sappiamo dell’amore per Luchi-
no Visconti, su cui circolano fin troppe leggende. Ebbe altri amori, principalmente scelti tra i giovani, come il pittore
americano Bill Morrow, il “ragazzetto celeste”, dalle ciocche
dal “sapore di nido”, fu per Elsa fu una specie di incrocio tra
un amante e un figlio. La sua morte – cadde da un grattacielo
a New York il 30 aprile 1962_, la gettò nella disperazione e
nell’orrore di vivere. Anche perché lei la interpretò come un
suicidio.
Aveva orrore della vecchiaia
Il declino della giovinezza e della grazia mi rattrista più
della morte, diceva.Lo scandalo è crescere, è invecchiare,
diceva. Lo scandalo è diventare adulti, è corrompersi. Per
molto tempo vinse la sfida con l’anagrafe, sembrando di gran
lunga più giovane, poi la vecchiaia arrivò improvvisa, inaccettabile “d’un sol colpo sono diventata vecchia”. Gli ultimi anni di Elsa Morante sono stati tormentati dalla malattia.
Una sera del 1980, mentre è a cena con alcuni amici, cade e
si rompe il femore. Fu costretta ad una dolorosa immobilità. Quest’uragano sconvolse il corpo di Elsa, lo trasformò,
facendolo occupare a una persona nella quale Elsa non riconobbe mai se stessa.Inizia il tracollo che la porterà nell’aprile 1983 a tentare il suicidio, sventato per il fortuito arrivo
della fedele governante Lucia Mansi. passerà gli ultimi anni
da una clinica a un’altra, con brevi e tal volta insostenibili
ritorni a casa, tra ricadute ed effimeri momenti di ripresa,
operazioni chirurgiche e cure mediche, prima di spegnersi, il
25 novembre 1985.
Ma sono le opere a continuare a parlare e alle quali
è bene che torni chi già le conosce, invitando a leggere,
anche profittando degli anniversari, chi ancora non le
conosca . Quale romanzo suggerisce alle nostre lettrici?
Aracoeli, l’ultimo romanzo, che a differenza di molti considero il suo capolavoro. Una mescolanza di tragedia farsa
parodia. Quel testo complesso e a tratti ostico, mette in campo un sapere narrativo quasi magico e a tutt’oggi mi pare una
delle opere più affascinanti del secolo scorso. È la storia di un
viaggio immaginario e reale a ritroso nel tempo e nello spazio che compie Manuele, quarantenne omosessuale infelice
e sofferente,alla ricerca della figura materna l’andalusa Aracoeli morta ormai da tempo che, dopo averlo teneramente e
vischiosamente amato lo ha all’improvviso allontanato da sé
con brutalità. E’ all’insegna di un pessimismo irredimibile:
nulla si salva..Eppure fermenta tutto il mistero senza fondo
della vita.di una realtà che non si sa mai dove comincia a
essere fittizzia. Nonostante pessimismi, perplessità, dubbi e
sconforti, nemmeno nell’ultimo romanzo Elsa Morante ha
contraddetto al mandato che, ha riconosciuto all’arte: il compito, storico oltre che morale, di ridare realtà al mondo. In un
tempo di estrema mutazione quale è il nostro, quando l’umano stesso sembra cambiare, i romanzi e le poesie morantiane
hanno oggi la grandezza dei classici perché vanno al fondo
dei problemi che ci legano e ci angosciano più che mai. Non
resta che riprendere in mano le sue opere e rileggerle anche
alla luce di quello che Elsa Morante ha vissuto e di quanto
anche l’universo femminile e non solo quello siano cambiati.
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Lo scoppio della Grande Guerra
attraverso “La Voce” di Prezzolini
ROBERTO SCIARRONE
Dipartimento di Storia, Culture, Religioni, Università degli Studi di Roma La Sapienza
L
a guerra del 1914-18 fu la prima guerra ghilterra furono vicine allo scontro a Fascioda, in Sudan
“mondiale” e di “massa” nella storia dell’u- (1898), mentre la stessa Repubblica francese e l’Italia svilupmanità, per la prima volta coinvolse una po- parono aspre tensioni in conseguenza dell’occupazione frantenza non europea, gli Stati Uniti
d’America, che nel 1917 col suo intervento decisero il conflitto a vantaggio dell’Intesa,
riducendone successivamente l’autonomia dei Paesi
europei, mutandone gli equilibri continentali sedimentati nel corso del “Lungo XIX secolo”.1 Dilagarono su ogni fronte e in ogni esercito gli ammutinamenti, le diserzioni e ogni forma di fuga, collettiva o
individuale, dall’obbligo di uccidere o essere uccisi,
sino alla soluzione di porre fine alla guerra dandosi
prigionieri al nemico o, nella peggiore delle ipotesi,
procurandosi provvidenziali ferite e automutilazioni.
La guerra arrivò al termine di un processo apertosi
nella seconda parte dell’Ottocento e risoltosi in pochi
decenni con la spartizione del pianeta da parte delle
potenze europee.2 La Russia e l’Inghilterra erano
contrapposte nel “grande gioco” asiatico, tra India,
Prezzolini in un disegno di Luciano Guarnieri
Persia e Afghanistan, oltre a cercare di dirimere la
strisciante crisi dell’Impero ottomano.3 Francia e Incese della Tunisia. Sempre a causa della corsa “imperialista”
Francia, Inghilterra e Germania sfiorarono la guerra in Ma1 Il termine fu coniato dallo storico britannico di origine ebraica e di forrocco (1905 e 1911), la corsa tedesca al riarmo navale rapmazione marxista Eric Hobsbawm. Lo studioso indicò l’Ottocento come
presentò, sul finire del secolo XIX, il più forte motivo di friun secolo che si estese, almeno dal punto di vista storiografico, tra il 1789 e
il 1914. Sviluppò la sua teoria in tre saggi distinti: Le rivoluzioni borghesi
zione con l’Impero britannico.4 Parallelamente Stati Uniti e
(1789-1848), Il trionfo della borghesia (1848-1875) e L’età degli imperi
Giappone seguirono la logica imperialistica europea: così la
(1875-1914). Nel corso del primo conflitto mondiale molti degli accordi
politici internazionali furono sospesi fino a disegnare uno scenario nuovo
nel secolo XX che, secondo lo storico britannico, si sarebbe rivelato tanto
“breve” quanto denso di mutamenti, sia sul piano politico e sociale sia
su quello economico e delle scoperte scientifiche. Cfr. E. Hobsbawm, Il
Secolo breve, Rizzoli, Milano, 2006.
2 Per una sintesi storiografica accurata sull’imperialismo europeo ottocentesco vedi R.F. Betts, L’alba illusoria, L’imperialismo europeo
nell’Ottocento, Il Mulino, Bologna, 2008.
3 “Grande gioco” è la definizione attribuita tradizionalmente dagli storici alla competizione scatenatasi, nel XIX secolo, tra Impero britannico e
Impero russo per il controllo della regione centro-asiatica e del subcontinente indiano. Successivamente, nell’ambito del contesto regionale post-
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bipolare, un numero crescente di analisti ha ripreso la denominazione di
“Grande gioco” per indicare la competizione tra Russia e Stati Uniti per
l’influenza sullo spazio meridionale della ex Unione Sovietica - dal Caucaso sino all’Asia centrale.
4 L’ammiraglio, e Segretario di Stato per il ministero della Marina imperiale tedesca, Alfred von Tirpitz aumentò nel 1900 la forza navale tedesca
tramite un progetto di legge che mise in allarme l’ammiragliato inglese.
Nelle motivazioni della legge suddetta si specificò che la flotta tedesca
avrebbe dovuto essere tanto forte “da rivaleggiare alla pari con le più grandi potenze”. Cit. in R. Sciarrone, Strategie militari franco-tedesche a confronto (1905-1913), Nuova Cultura, Roma, 2013, p. 25.
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competizione in Manciuria portò alla guerra russo-giapponese (1905), che vide l’inaspettata vittoria degli asiatici, e la
White House mosse guerra alla Spagna a Cuba (1898). L’odierna storiografia è d’accordo però nell’asserire che la causa
principale del conflitto non vada ricercata nella competizione
coloniale in sé. Lo studio dello storico tedesco Fritz Fischer
sugli obiettivi di guerra dell’Impero tedesco mostra come
questo, frustrato nelle sue aspirazioni coloniali, abbia trasferito la sua pressione imperialistica sull’Europa orientale.5
Fischer dopo avere analizzato nelle linee essenziali lo sviluppo economico-sociale della Germania dagli anni ‘90 al 1914,
mostrò senza pregiudizi le precise responsabilità dei maggiori capi politici e militari tedeschi per spingere l’Austria-Ungheria a un conflitto dal quale si ripromettevano il coronamento dei loro sogni imperialistici. Il progressivo sistema di
dominazione politica ed economica del Reich era regolato in
forma diretta e indiretta: dalle limitate annessioni ai confini
occidentali e orientali (province polacche e lituane, francesi,
belghe e olandesi), attraverso la creazione di Stati-cuscinetto
vassalli (Belgio e Romania, Polonia, Finlandia, Ucraina), si
doveva giungere a una Mitteleuropa sotto direzione tedesca,
che avrebbe dovuto allargare la sua sfera d’influenza a gran
parte d’Europa, Asia e Africa. Fischer dimostrò la coerenza
e la praticità di questo programma, rincorso dagli uomini di
governo con l’appoggio di industriali, finanzieri e personalità
legate alla cultura tedesca: le varie fasi del conflitto, le principali operazioni belliche, le stesse trattative segrete e i sondaggi per la pace fanno da sfondo a quest’importante ricostruzione del più ambizioso piano di conquista elaborato
prima della tragica avventura hitleriana. Un altro studio, dello statunitense Richard Webster, individuò nei Balcani del
primo quindicennio del XX secolo un’area di crescente conflittualità tra le potenze per il controllo, ancora una volta, di
spazi e risorse, di influenze e affari, nella crisi sempre più
forte dell’Impero ottomano da cui sorsero nuovi Stati nazione come la Bulgaria, la Romania, la Serbia e la stessa Turchia rinnovata dalla rivoluzione dei “giovani turchi” (1908).6
Quali ragioni possono aver spinto un Paese dalle tradizioni
non imperialiste e non capitalistiche come l’Italia, a esporsi
in due guerre mondiali e in tre campagne coloniali? Webster,
nel suo studio, cercò di ipotizzare le cause di tale fenomeno
nel “decollo economico” del periodo giolittiano, analizzando
la realtà politico-economica italiana dagli inizi del secolo
alla crisi del 1915. Ad ogni modo le “guerre balcaniche”, che
opposero gli Stati dell’area tra loro, coinvolgendo anche la
Grecia, tra il 1912 e il 1913, evidenziarono la difficoltà di
raggiungere un equilibrio, seppur approssimativo, nell’area.
Uno degli ultimi lavori dello storico italiano Antonello Biagini né tratteggia le fasi più salienti attraverso i documenti
prodotti dagli ufficiali italiani impegnati, a vario titolo,
nell’area balcanica.7 L’Italia rappresentò per le élites politi5 Cfr. F. Fischer, Assalto al potere mondiale, La Germania nella guerra
1914-1918, Einaudi Editore, Milano, 1965.
6 Cfr. R. Webster, L’imperialismo industriale italiano 1908-1915, Einaudi Editore, Milano, 1974.
7 Cfr. A. Biagini, L’Italia e le guerre balcaniche, Edizioni Nuova Cul-
che balcaniche un modello per la realizzazione dell’unità nazionale, un esempio da imitare e da seguire per gli emergenti
Stati nazionali. Nel periodo compreso tra il Congresso di
Berlino (1878) alla Prima guerra mondiale, gli ufficiali italiani – addetti militari, membri delle commissioni per la delimitazione dei confini, esperti e delegati ai convegni internazionali, personale in servizio presso gli eserciti stranieri – furono infatti attivi nella regione, offrendo la loro esperienza
tecnica e organizzativa nel processo di ridefinizione politica
dell’area, resa problematica dagli accesi contrasti fra nazionalità. La Grande guerra non deflagrò così sui lontani confini
tra gli imperi coloniali, ma a Sarajevo, in una delle tante periferie del continente europeo, dove le spinte espansioniste
ed egemoniche di tutte le potenze continentali si sovrapposero alle micce innescate dai micro-nazionalismi, nuovi popoli
desiderosi di emanciparsi non solo dall’Impero ottomano ma
anche da quello austro-ungarico. Tornado a occidente non
può essere sottovalutata la querelle franco-tedesca, risalente
al 1870 (conflitto franco-prussiano), che esasperò i rapporti
tra le due potenze vicine e produsse il sistema di blocchi d’alleanze contrapposti, Triplice Alleanza e Intesa, che si confrontarono poi nel corso della Prima guerra mondiale. L’Italia entrò in guerra nel maggio del 1915, allorché il conflitto
era già iniziato da dieci mesi, schierandosi a fianco dell’Intesa contro l’Impero austro-ungarico fin allora suo alleato. La
scelta di interrompere l’alleanza con gli imperi centrali fu
certamente sofferta da parte dell’Italia, classe politica e opinione pubblica si spaccarono in due fronti contrapposti. Il 2
agosto 1914, a guerra appena scoppiata, il governo di Antonio Salandra dichiarò la ferma neutralità italiana, la decisone,
giustificata dal carattere difensivo della Triplice (l’AustriaUngheria non era stata attaccata, né aveva consultato l’Italia
prima d’intraprendere l’azione offensiva contro la Serbia),
trovò unanimi tutte le principali forze politiche. Ma, una volta scartata l’ipotesi di un intervento a fianco degli imperi centrali iniziò a paventarsi l’eventualità opposta: quella di una
guerra contro l’Austria che, qualora fosse stata vinta, avrebbe potuto completare il processo risorgimentale (Trento e
Trieste) apertosi e mai chiusosi mezzo secolo prima. Portavoce di questa linea “interventista” furono in primis gruppi e
partiti della sinistra democratica: i repubblicani, guardiani
della tradizione garibaldina; i radicali e i socialriformisti di
Leonida Bissolati, molto legati alla politica transalpina; e naturalmente le associazioni irredentiste, ricche di fuoriusciti
dall’Impero austro-ungarico come Cesare Battisti leader dei
socialisti trentini. Ad essi si unirono esponenti delle frange
estremiste ed “eretiche” del movimento operaio, come ad
esempio i capi del sindacalismo rivoluzionario Alceste De
Ambris e Filippo Corridoni, convertitisi alla causa della
guerra “preventiva”. Sull’opposto versante dello schieramento politico, promotori attivi dell’intervento erano i nazionalisti mentre più prudente e graduale fu l’adesione alla causa dell’intervento dei gruppi liberal-conservatori, rappresentati maggiormente dal «Corriere della Sera» di Luigi Albertitura, Roma, 2012.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
ni e i loro riferimenti politici in Antonio Salandra e Sidney
Sonnino, allora ministro degli Esteri. L’ala più forte dello
schieramento liberale, con a capo Giovanni Giolitti, si schierò su una linea più neutralista, poiché si pensò che l’Italia
non sarebbe stata preparata ad affrontare una guerra lunga e
logorante. Giolitti era certo che Roma avrebbe potuto ottenere dagli imperi centrali, come compenso per la sua neutralità,
buona parte dei territori rivendicati.8 Avverso e ostile in maniera alquanto decisa
all’intervento era il mondo cattolico italiano, il nuovo papa Benedetto XV, salito al soglio pontificio nel settembre
1914, si fece portavoce dell’atteggiamento pacifista tormentato dall’ipotesi
di una guerra dell’Italia accanto la Francia anticlericale contro la cattolica Austria-Ungheria. Netta infine fu la condanna alla guerra da parte del Partito
Socialista Italiano (Psi) e dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro
(Cgl), in aperto contrasto con la scelta
patriottica dei maggiori partiti socialisti
europei. L’unica, fragorosa, defezione
importante fu quella del direttore dell’«Avanti!» Benito Mussolini il quale,
dopo aver orchestrato dalle prime pagine
del suo giornale una forte campagna per
la “neutralità assoluta”, si schierò improvvisamente a favore dell’intervento.9
Destituito ed espulso dal partito Mussolini fondò un nuovo quotidiano «Il Popolo d’Italia» (novembre 1914), principale tribuna dell’interventismo italiano. In termini di forza parlamentare e di peso
nella società i neutralisti erano dunque in netta prevalenza,
ma non costituivano uno schieramento omogeneo, capace di
trasformarsi in alleanza politica, il “partito della guerra” poteva contare sui settori più dinamici della società, quelli che
sostanzialmente contribuivano a formare l’opinione pubblica. Erano infatti interventisti gli studenti, gli insegnanti, i
professionisti, la piccola e media borghesia colta, probabilmente più sensibile ai valori patriottici. Gli intellettuali di
maggior prestigio, a parte Benedetto Croce, scelsero la linea
interventista: Giovanni Gentile, Giuseppe Prezzolini, Lugi
Einaudi e Gaetano Salvemini. Il caso più tipico fu quello dello scrittore Gabriele D’Annunzio che s’improvvisò per l’occasione capopopolo ricoprendo un ruolo di rilievo nelle manifestazioni di piazza a favore dell’intervento. Ma ciò che in
definitiva decise l’esito dello scontro fra neutralisti e interventisti fu l’atteggiamento del capo del governo, del ministro
degli Esteri e del re. Salandra e Sonnino strinsero rapporti
segreti con le potenze dell’Intesa infine decisero, di comune
accordo con il re Vittorio Emanuele III, senza informare il
8 Vedi l’esaustiva opera di M. Isneghi, G. Rochat, La grande guerra
1914-1918, La Nuova Italia, Firenze, 1999.
9 Si veda R. De Felice, Mussolini: il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi
Editore, Milano, 2005.
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parlamento di accettare le proposte anglo-russo-francesi firmando il Patto di Londra il 26 aprile 1915. Le clausole principali definivano che l’Italia avrebbe ottenuto, in caso di vittoria, il Trentino, il Sud Tirolo fino al confine naturale del
Brennero, la Venezia Giulia e l’intera penisola istriana, a
parte la città di Fiume, una parte della Dalmazia e numerose
isole adriatiche. Isolati e disorientati i socialisti non riuscirono ad organizzare una efficace opposizione e ribadirono la loro ostilità alla
guerra e la loro fedeltà all’internazionalismo proletario. La crisi dell’intervento
lasciò un segno tangibile nella vita politica e sociale italiana, mostrando tra l’altro che larga parte delle masse popolari
rimaneva estranea ai valori patriottici. In
questo contesto s’innestano gli articoli e
le opinioni pubblicate da «La Voce» di
Giuseppe Prezzolini nel 1914, che di seguito analizzo alla luce degli eventi dei
primi sei mesi di guerra. La rivista culturale, fondata a Firenze nel 1908, fu pubblicata dapprima con periodicità settimanale, poi dal 1914 la cadenza fu quindicinale e la direzione passò esclusivamente a Prezzolini, a parte un breve periodo tra l’aprile e l’ottobre 1912 in cui
la direzione passò a Giovanni Papini.
Alla rivista si affiancò la Libreria della
Voce che pubblicò volumi e “quaderni”
di natura critico-storica. Nata durante il
fervore culturale all’inizio del Novecento prese posizione contro il tardo positivismo, bersaglio del
cristianesimo e dell’idealismo in genere. I nomi che contribuirono a rendere importante la rivista testimoniano la varietà e le correnti di diversa origine presenti: Benedetto Croce,
Giovanni Gentile, Gaetano Salvemini, Giovanni Amendola,
per citarne alcuni. Allo scoppio della Prima guerra mondiale,
Prezzolini schieratosi apertamente per l’intervento dell’Italia
lasciò «La Voce» che, sotto la direzione di Giuseppe De Robertis (dicembre 1914-dicembre 1916) si trasformò in rivista
esclusivamente letteraria, infine per otto mesi, dal maggio al
dicembre 1915, apparve in 14 numeri una seconda Voce,
edizione politica edita a Roma e detta “gialla” per il colore
della copertina, diretta dallo stesso Prezzolini. I primi sei
mesi di guerra coincidono però con la presenza di numerosi
articoli ed editoriali sul conflitto, da cui traspare la netta tendenza della rivista a commentare circa le scelte di politica
estera dell’Italia. Ripercorriamo il lungo dibattito, tra interventisti e neutralisti, che si svolse sulle pagine de «La Voce»
nei mesi precedenti e, soprattutto, all’indomani dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo, ucciso a
Sarajevo il 28 giugno 1914 dal nazionalista serbo Gavrilo
Princip.
L’editoriale del 13 gennaio aprì la rivista soffermandosi
sul concetto di “libertà”:
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Io credo che noi italiani abbiam bisogno, più che i tedeschi e gli inglesi, di libertà interiore, morale, religiosa, scientifica, filosofica, per poter essere liberi politicamente, all’aria aperta. Ne abbiam bisogno, perché andiamo in casa, come casa o persona nostra, il nostro più grande
nemico, il nemico dello spirito libero, l’autorità spirituale, infallibile
(Papa Pio, Papa Mazzini)! Quando si pensa a quest’originale di spirito
umano, che per esaltare se stesso (per celebrare la sua natura, diceva
il nostro Don Giambattista) arriva fino a farsi il tiranno di se stesso,
ci è da diventar matti davvero! E quando si pensa che nell’occidente
l’Italia fu destinata a fare da portatrice per sé e per altri, ed educare
eunuchi per tutti i serragli del vecchio e del nuovo mondo, ci è da
diventar due volte matti!10
Ben più “calzante” con gli eventi di natura militare, che
di lì a poco avrebbero occupato le prime pagine della stampa
europea, l’articolo di Prezzolini su «La Voce» del 28 gennaio 1914. Il direttore si scaglia contro i “nuovi barbari”, percorrendo il dibattito, tutto italiano, in auge negli ambienti
eruditi:
Una civiltà che minaccia di stancarsi ha bisogno d’una guerra o d’una
rivolta per riprender vigore, vi muore o si rialza, perché ciò che distingue un fuoco da una candela è che il primo, sotto il vento, cresce, la
seconda si spenge. L’Italia in questi ultimi anni godeva di troppa pace
e civiltà intellettuali. Positivismo, misticismo, modernismo, metodo
storico, dannunzianismo erano stati seppelliti […]. L’idealismo militante era finito per far posto all’idealismo trionfante: c’era ora l’idealismo riposante. La Critica diventava più storica, recensiva e riempiva
di fonti e imitazioni quel che dava un tempo a scomposizioni di idee
e a polemiche. Ci voleva qualche minaccia, una guerra o una rivolta,
per restituirci l’energia combattiva; una provincia ancora barbara da
incivilire, il nemico alle porte, che so io? Ci vengono sotto il naso i
nuovi barbari a ricordarci che si deve ancora combattere. Fan prudere
le mani. Li abbiamo lasciati scorrazzare sul nostro territorio per un
anno quand’era più facile ricacciarli. Ma ora basta. Bisogna difendere
l’intelligenza dalla nuova barbarie.11
Gli eventi che portano alla primo conflitto mondiale ci
aiutano, inoltre, a definire quali furono i problemi e le prospettive che l’apparato militare italiano dovette affrontare
nel corso del suo faticoso processo di riforme. Le alleanze
militari, le trame diplomatiche, le convenzioni e i trattati
s’inserirono pienamente nell’intricato dedalo di provvedimenti che lo Stato Maggiore italiano produsse dal 1871 al
1914. Le influenze, degli uni e degli altri, mutarono il volto
dell’esercito italiano che da anello debole dell’alleanza con
gli Imperi centrali divenne quanto mai l’ago della bilancia
nello scontro che si andava a profilare tra i due blocchi di
potenze contrapposti. Alla vigilia dello scoppio del primo
conflitto mondiale l’Italia aveva migliorato il proprio apparato militare e dato una fisionomia più dinamica e “vicina”
agli eserciti delle maggiori potenze continentali dell’epoca.
Il modello di esercito prussiano fu preso quale punto di riferimento iniziale e successivamente adattato alle possibilità
di bilancio dei vari governi a cavallo del XIX e XX secolo.
Diversi eventi, come la sconfitta patita in Etiopia (1895) e
la guerra in Libia (1911-12), modificarono le priorità dei
vari ministri della Guerra e dei capi di Stato Maggiore in
termini di spesa e chiaramente di rapporti con le altre poten10 Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea (BSMC), R.I. 101/1,
«La Voce», Firenze, 13 gennaio 1914, p. 1.
11 Ivi, 28 gennaio 1914, pp. 1-9.
ze. La necessità di prendere parte al tavolo delle decisioni
continentali spinse i vertici politico-militari ad aggiungere
nel corso degli anni sempre più peso alla diplomazia italiana che, seppur mai considerata alla pari, mostrò tutta la
sua incidenza allorché l’assassinio dell’arciduca Francesco
Ferdinando palesò l’importanza di averla come alleata. Dal
punto di vista economico, fu fatto il massimo per migliorare le condizioni dell’apparato militare post-unitario, la storiografia italiana ed europea ha poi a lungo dibattuto sulla
necessità o meno dell’alleanza con gli Imperi centrali poi
rovesciata nel 1914. Va riconosciuto il grande merito ai dirigenti politici e militari dell’epoca di aver affrancato il Paese,
seppur tra mille difficoltà, dalle ingerenze delle potenze europee e di aver mantenuto unito uno Stato che subito dopo
il 1861 sembrava avesse tutti i sintomi di una repentina disgregazione. Ma nell’aprile 1914 i possibili scenari di guerra destarono parecchia contraddizione sulla stampa italiana.
Ancora una volta il direttore de «La Voce» Giuseppe Prezzolini entrò nel dibattito con il suo stile pacato ma deciso:
La forza è l’ultimo rifugio dei deboli e degli oppressi. Combattere la
guerra è voler impedire a chi è schiacciato dalla lettera della legge e
della consuetudine, dall’inganno o dalla prepotenza, di potersi almeno
sfogare, di cadere e di subir l’oppressione con la rivolta, di correre l’alea della lotta brutale. Coloro che fanno la propaganda del pacifismo
dimenticano che vi sono ancora ingiustizie legali, e finché queste ingiustizie legali esisteranno, il togliere ai privati e ai popoli l’uso della
forza, la speranza di rendersi forti, è chiudere l’uomo in un mondo più
nero e più orrido di quello che qualsiasi atroce guerra può fare. Io capisco coloro che negano la guerra, assolutamente; e che negano allora
qualunque resistenza al male. Capisco Tolstoj. E’ stupido, infantile,
degno di contadini. Ma è logico chiaro, diritto. Non capisco coloro che
fanno distinzioni fra guerra e guerra, fra guerra e rivoluzione, fra guerra e rivolta. E’ obliquo, insincero, falso […]. Chi combatte contro la
guerra deve combattere ogni violenza, anche lo sciopero, il boicottaggio, la concorrenza commerciale. Chi è rivoluzionario non dovrebbe
gridare contro la guerra. Chi dice viva la Comune non dovrebbe dire
abbasso Adua. Si dice che la guerra non è civile. Eppure la guerra è
per certe persone l’unica forma possibile di partecipazione alla civiltà
umana. Finché sarà necessario cementare le costituzioni, le leggi, i
confini, le proprietà, i diritti, d’una forza, e di una forza determinata
a difendere quelle costituzioni e quelle leggi, quei confini e quelle
proprietà, quei diritti, con l’estremo, del sangue e della morte, fino
ad allora migliaia di persone che si dicono uomini soltanto in quanto
s’incamminano verso l’umanità, non potranno mostrare questo loro
avviamento che sacrificandosi e morendo. Oh certo che la persona colta e intelligente, l’europeo di cui parla Nietzsche potrebbe benissimo
esser superiore al campo di battaglia; come potrebbe essere superiore
al letto matrimoniale, se crea altre cose che figli, cioè opere immortali. Ma alla grande maggioranza non è data immortalità che quella
concessa da un seme fecondo ed altro eroismo che quello concesso
da una trincea […]. Aboliremo la guerra quando non ci saranno più
vincitori e vinti nella vita. Fino ad allora la guerra sarà una garanzia di
considerazione anche per i vinti tale che nessuno vorrà togliersi questa
prova di valore di fronte al nemico. Chi si è difeso bene si conquista
la stima del vincitore. Chi cade vigliaccamente ha la sconfitta e il disprezzo. Un vinto che si è difeso fa sempre paura, perciò lo si tratta
bene. Il vinto che si è battuto, insomma, riesce a entrare nella nuova
condizione di cose che il vincitore crea […]. Io capisco benissimo
l’internazionalismo. Sento con perfetta sicurezza che si avvia a una
civiltà mondiale, che l’Europa è destinata a europeizzare l’universo.
Ma un vero internazionalista dovrebbe capire che a quel capolavoro di
civiltà mondiale non si può giungere che a traverso la concorrenza e
la lotta fra le civiltà e le nazioni. Niente civiltà mondiale senza lotte e
senza guerre. E il dovere di tutte le nazioni, di tutti i popoli, di tutte le
civiltà è di tener duro, ciascuno nel suo campo, di cercare di vincere,
od essendo vinti di costringere il vincitore ad uno sforzo più grande.
79
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Non si collabora al mondo coll’abbracciamento ma con la polemica. Il
libero scambio in economia politica, vuol dire guerra in politica internazionale e polemica nella coltura. Gli storici di oggi vedono la causa
delle guerre nei maneggi delle case Krupp, Terni, Schneider ecc. mi
ricordano quegli storici dell’antichità che le vedevano nei capricci
delle cortigiane e mantenute regali. Ma il “naso” di Cleopatra resterà
sempre un’immagine della miopia degli storici e non della vanità della
storia. Le teste son piccole non il mondo.12
L’articolo ci mostra chiaramente l’idea che sulla guerra
aveva Prezzolini. L’edizione del 28 aprile 1914 si chiude
con un annuncio commerciale: “A chiunque comprerà per
LIRE DIECI di nostre edizioni manderemo gratis LA VOCE
fino al 31 dicembre 1914”13. Di li a poco sarebbe scoppiata
la guerra e annunci come questo avrebbero, per molti, perso
ogni importanza. L’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo provocò l’inizio della catena di eventi
che diedero inizio allo scoppio della Prima guerra mondiale (28 giugno 1914). Per il partito interventista austriaco si
presentava quindi l’occasione di vendicare la morte dell’arciduca attaccando la Serbia, come da tempo Conrad professava, i vertici militari della duplice monarchia non avevano
intenzione però di scatenare un conflitto di dimensioni europee. A Vienna si era certi che nel caso di un fermo atteggiamento della Germania la Russia non si sarebbe mossa
come avvenuto nel corso delle due crisi albanesi dell’anno
precedente. Per quanto concerneva l’Italia, dagli eventi del
luglio 1913, gli austriaci credevano che essa non si sarebbe
intromessa nella questione serba. Per ottenere l’appoggio
italiano sarebbe stato di primaria importanza promettere
compensi territoriali, cosa che i politici austriaci non avevano alcuna intenzione di fare, vi era poi il pericolo che l’Italia
si opponesse all’azione mettendo in allarme l’Intesa. L’appoggio italiano fu valutato però come non indispensabile
dall’establishment austro-ungarico, mentre i tedeschi probabilmente non riuscirono a valutare con la necessaria lucidità
la situazione che si venne a creare nell’estate del 1914. Da
parte italiana la morte del generale Pollio privò l’esercito in
un momento alquanto cruciale di una figura estremamente
importante. Luigi Cadorna, nuovo Capo di Stato Maggiore, si trovò a fronteggiare una situazione d’emergenza, del
resto soltanto pronte garanzie austriache circa la questione
dei compensi avrebbero potuto indurre l’Italia a partecipare
a un conflitto causato da un’azione offensiva della duplice
monarchia, diretta a tutelare interessi esclusivamente propri
e non rientrante in alcun modo tra quelle previste per il casus foederis del trattato della Triplice. Se quindi l’Austria
avesse consentito all’Italia la cessione del Trentino e l’autonomia di Trieste e se: «Noi nel contempo avessimo loro dato
affidamenti per Tunisi e Nizza, avremmo avuto l’Italia dalla
nostra», così affermò il principe von Bülow nelle sue Memorie.14 Mentre i dirigenti politici degli Imperi centrali non
capirono l’importanza che siffatte concessioni avrebbero
potuto rappresentare di lì a poco, il Capo di S.M. germanico
von Moltke avviò diversi colloqui con l’Austria-Ungheria
12 Ivi, 28 aprile 1914, pp. 1-6.
13 Ibidem.
14 B. von Bülow, Memorie, Mondadori, Milano, 1931, p. 192.
80
affinché accettasse le condizioni italiane. Fu infatti su pressione di von Moltke che il 26 luglio il cancelliere tedesco
spedì a Vienna un telegramma d’appoggio alle richieste italiane.15 Forse l’atteggiamento del Capo di S.M. imperiale
era dovuto al fatto che a differenza della classe politica di
allora egli non era sicuro che il conflitto austro-serbo potesse restare localizzato. Oltre a ciò la scomparsa del generale
Pollio rendeva la situazione ancora più incerta. Nonostante
ciò dopo aver assunto la sua nuova carica Cadorna indirizzò
due dispacci ai pari grado degli eserciti alleati, ribadendo
l’appoggio e i sentimenti di amicizia che legavano l’Italia
alle altre due potenze della Triplice. E’ proprio il 28 giugno
«La Voce» pubblica il numero 12 aprendo un dibattito sul
delicato tema dell’uso della forza, da parte del governo, influenzata dai fatti di Ancona:
Perché in Italia la polizia è antipatica alla popolazione? Perché In
Italia ciò che rappresenta l’autorità non è simpatico alla popolazione? Perché, in qualunque conflitto la gran maggioranza, soprattutto
la maggioranza dei poveri, è portata a simpatizzare con chi si rivolta
e non appoggia chi difende la legge? Cinquant’anni di storia italiana
son lì per rispondere. Governo oppressivo; gruppi d’interessi particolari prevalenti a danno dell’interesse generale; tasse sproporzionate
alle forze del Paese; deficienza nelle opere di educazione e di istruzione; tradizioni di ostilità al governo; reclutamento pessimo delle
guardie di sicurezza; relazioni della pubblica sicurezza con la camorra
per scopi elettorali; relazioni della pubblica sicurezza con la mala vita
sotto pretesto dei buoni costumi; coscienza pubblica elevantesi a poco
alla volta a cognizione di questo stato di cose. […] Ogni avvenimento
è uno spiraglio che apre la visione di tutta la vita nazionale. Perché
la grande maggioranza fosse convinta che alcuni carabinieri ed una
guardia sparassero senza bisogno il giorno 7 giugno (salvo errore)
uccidendo un cittadino e ferendone altri, erano necessari e sufficienti
tutti i cinquant’anni della nostra unità.16
Lucida fotografia della società italiana, da parte di Prezzolini, che non lesina critiche nei confronti dei partiti liberali. Il malessere economico, che l’Italia stava faticosamente
affrontando, provocarono secondo il direttore de «La Voce»
uno stato di irritazione più grave di quello scaturito dalle
ultime elezioni politiche:
Oggi i partiti liberali scontano il peccato di non essersi opposti in tempo alla infatuazione nazionalista per la conquista libica; scontano il
peccato di non aver esposto al pubblico italiano per mezzo dei loro
organi le difficoltà dell’impresa e soprattutto il peso economico che
avrebbe provocato; scontano il peccato di non avere fatto quello che,
presso che solo nei partiti liberali, l’on. Mosca fece. Il socialismo, il
repubblicanesimo non sono cresciuti in Italia. Coloro che hanno ravvicinato gli avvenimenti recenti a quelli del 1908 hanno perfettamente
ragione. Non manca al paragone neppure la guerra d’Africa che ne
fu la causa: con questa differenza che allora, siccome fummo battuti
e costretti a fare una politica casalinga, restaurar le finanze fu relativamente facile, ora invece che siamo vincitori non possiamo tornare
indietro e il peso finanziario durerà molto più tempo. I responsabili dei
fatti del giugno 1914 sono dunque i responsabili dell’impresa libica:
gli stessi. […] Noi abbiamo un popolo magnifico, e una borghesia
bassa. Le nostre classi dirigenti sono sempre pronte quando si tratta
di godere i piacere del potere, sono sempre lontane quando si tratta di
pagare gli oneri.17
15 Ibidem.
16 BSMC, R.I. 101/1, «La Voce», Firenze, 28 giugno 1914, p. 3.
17 Ivi, 28 giugno 1914, pp. 7-8.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
L’editoriale di Prezzolini,
ben strutturato, faceva riferimento ai fatti accaduti l’8
giugno ad Ancona, definiti
successivamente dalla storiografia “settimana rossa”.
All’alba di lunedì 8 giugno
1914, l’Italia fu attraversata
dalla rivolta: per le strade delle principali città della penisola infuriarono violenti scontri
tra forza pubblica e scioperanti. Il profondo disagio economico e sociale esasperò i
disordini, alla vigilia della
Prima guerra mondiale, dando
vita a una vera e propria insurrezione antimonarchica e antimilitarista, che mise in luce le
debolezze del governo e della corona sabauda. L’episodio
costituì uno dei primi esempi di protesta pacifista che si
susseguiranno nel Novecento, ma anche una preoccupante
esacerbazione dei conflitti sociali che annunciarono le crisi del primo dopoguerra. La scintilla deflagrò ad Ancona,
città portuale già particolarmente “calda” durante altri episodi di sollevazione, dove in occasione del 7 giugno, festa
dello Statuto Albertino, ebbe luogo una manifestazione di
protesta opposta alla parata ufficiale. Dopo la morte di tre
dimostranti, la reazione esplose in un’aperta rivolta generale: dalla città occupata l’insurrezione si estese, attraverso le
Marche, in tutta la Romagna e si accesero focolai in tutti i
più importanti centri italiani. Dopo giorni di combattimenti
e barricate, con l’intervento dell’esercito il 10 giugno 1914,
la Confederazione Generale del Lavoro revocò lo sciopero e
il 13 giugno, di fatto, la rivolta cessò.
Nel frattempo il generale von Moltke ricevette la comunicazione di neutralità, da parte italiana, allorché la situazione stava precipitando, infatti il 25 luglio la Serbia
aveva mobilitato, l’Austria aveva indetto una mobilitazione
parziale e la Russia (26 luglio) aveva iniziato a preparare il
proprio esercito. Il 29 fu inoltre indetta la mobilitazione generale in Montenegro e l’Inghilterra diramò il “telegramma
d’avviso” per l’esercito e per la flotta e la Russia ordinò la
mobilitazione parziale contro l’Austria-Ungheria. Ai primi
di agosto l’imperatore tedesco Guglielmo II si rivolgeva direttamene al re d’Italia Vittorio Emanuele III e von Moltke
affermava al cancelliere Theobald von Bethmann Hollweg:
«Non m’importa se l’Italia non invierà in Germania un notevole contingente di truppe. Mi basta che invii a causa
della situazione politica, poche forze, fosse anche una sola
divisione di cavalleria. L’importante è che l’Italia entri in
guerra a fianco degli alleati. A ciò è sufficiente il minimo
contributo militare».18 L’arrivo della 3ª armata era atteso
18 W. Foerster, Aus der Gedankenwerkstatt des Deutschen Generalstabes, Berlin, 1931, p. 101.
comunque a Strasburgo a partire dal 6 agosto, lo scarico
si sarebbe dovuto concludere
secondo i piani dell’ufficio
trasporti dello Stato Maggiore
germanico entro giorno 15. Il
generale Cadorna, conscio degli oneri della carica che andò
a ricoprire, si era reso perfettamente conto della gravità
della situazione provocata
dagli eventi internazionali di
quei giorni. Il Capo di S.M.
proponeva quindi la cancellazione di Genova dall’elenco
delle fortezze e lo smantellamento delle sue batterie i cui
pezzi, abbastanza antiquati,
avrebbero dovuto essere trasferiti in Appennino per realizzarvi un ridotto, ma non solo.
Disponeva di provvedere subito all’occupazione avanzata e
al presidio delle fortezze sulla frontiera nord-ovest, far rientrare le truppe sospendendo i campi, mettere in preallarme le
grandi unità destinate a operare sulle Alpi o a essere inviate
in Germania, far rientrare dalla Cirenaica quattro battaglioni alpini e rinforzare gli organici, completando il richiamo
della classe 1891. La macchina organizzativa dell’apparato
militare italiano si era quindi messa in moto. Inoltre veniva disposto lo sgombero delle risorse concentrate presso il
porto di Genova, il trasporto dell’artiglieria atta a completare l’armamento delle fortezze dalla frontiera nordorientale
a quella nordoccidentale e bisognava preparare l’opinione
pubblica all’eventualità di una guerra. Ai provvedimenti più
importanti il ministro della Guerra dava esecuzione immediata, il 31 luglio quindi si provvedeva alla difesa avanzata
della frontiera con la Francia, disposto il trasferimento da
fortezza da est a ovest, e ordinato il rimpatrio dalla Libia di
parecchie unità ufficiali e sottufficiali. Lo stesso Cadorna
sollecitò il ministro della Guerra alla messa in stato di difesa delle piazze di Messina e della Maddalena, inviando
al re una memoria sintetica sulla radunata nord-ovest e sul
trasporto in Germania della maggior forza possibile. Il nuovo Capo di S.M. illustrava poi a Vittorio Emanuele III la
storia degli accordi italo-tedeschi e chiariva la sua posizione
in merito:
L’intima persuasione mia in proposito è che la vitale questione non
sia suscettibile di diversa soluzione. […] Ma è altresì mio convincimento che la soluzione prospettata non corrisponderà compiutamente
agli interessi della Patria se non quando avrà raggiunta la maggiore
estensione cui essa è capace. […] Ritengo in altri termini che si debba
non soltanto tornare ad assegnare 5 corpi d’Armata (oltre alle divisioni di cavalleria) all’Armata da inviare in Germania, ma che si debba
tendere ad inviare su quello che, nel conflitto, rappresenterà il teatro
principale della guerra. […] L’interesse nostro non può non collimare
con l’interesse generale del gruppo di alleanza al quale partecipiamo.
[…] Il non compiere da parte nostra il massimo sforzo per concorrere
a ridargli stabilità tornerebbe esiziale all’interesse generale ed a quello
nostro in particolare. […] L’interesse strategico consiglia e comanda
81
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
di considerare le forze armate della triplice come se appartenessero ad
un unico esercito e ripartirle con un concetto direttivo unico. E poiché
il teatro principale delle operazioni è quello settentrionale dovranno
convergere le masse preponderanti delle forze dei collegati.19
Nel leggere la memoria si comprende che Cadorna doveva essere stato informato della posizione del re, contraria
all’impiego delle truppe italiane in un settore in cui il Comando Supremo italiano non ne avrebbe avuto il pieno controllo.
Intanto anche la Marina italiana aveva iniziato le operazioni
di mobilitazione con grande rapidità, i vertici militari francesi stavano iniziando a prendere misure cautelative, infatti
l’addetto militare italiano a Parigi, colonnello di Breganze,
confermò che le truppe erano state richiamate nelle guarnigioni e le piazzeforti erano stato messe in stato di difesa.
Breganze ebbe modo di ravvisare che l’opinione pubblica
francese era ben disposta verso l’Italia e che predominava la
convinzione della neutralità italiana. La stampa si mostrava
incline a un atteggiamento conciliante nei confronti dell’Italia e le misure prese al confine con la penisola erano state,
fino a quel momento, pochissime.20 Il 2 agosto una lettera di
Conrad indirizzata a Cadorna esortava il Capo di Stato Maggiore italiano ad appoggiare l’esercito austro-ungarico tramite l’invio di alcune truppe, questa lettera sorprese i vertici
militari italiani poiché anche durante la direzione di Pollio
non vi era stata alcuna trattativa al riguardo. Questo atteggiamento rappresentava la situazione che si era venuta a creare a Vienna, la classe politica austriaca infatti aveva visto
svanire negli anni precedenti ogni speranza di espansione
nella penisola balcanica, avevano inoltre sopportato le azioni provocatorie serbe e montenegrine e cercato di evitare il
precipitare della situazione. Dopo l’assassinio dell’arciduca
tutto mutò, l’Austria-Ungheria mise in preventivo un’azione
offensiva contro la Serbia poiché era comune convinzione
che l’appoggio tedesco avrebbe frenato l’attivismo russo e il
conflitto sarebbe rimasto circoscritto. Allorché questi piani
si rivelarono errati, e le pressioni francesi provocarono l’intervento russo, il governo viennese fu sorpreso e sopraffatto
dall’incedere degli eventi. La duplice monarchia non si rese
conto né dell’importanza dell’intervento italiano né del fatto
19 M. Mazzetti, L’esercito italiano nella triplice alleanza, Edizioni
Scientifiche Italiane, Napoli, 1974, p. 433.
20 Ivi, p. 434.
82
che sarebbero state necessarie importanti
concessioni all’Italia per averla dalla propria parte. Si credette probabilmente che
l’Italia non avrebbe osato abbandonare
la Germania, i calcoli austriaci si rivelarono del tutto errati. Il 3 agosto Cadorna
consegnava all’addetto militare austriaco
la sua personale risposta a Conrad, senza
entrare nel merito della richiesta, il Capo
di S.M. italiano fece valere la dichiarazione di neutralità del Regno d’Italia chiudendo la scambio di note. Secondo parte
della storiografia il mancato intervento
italiano sarebbe da attribuirsi a ragioni
militari, secondo l’addetto militare austriaco a Roma la vera ragione della neutralità italiana era
da ricercarsi nell’impreparazione dell’esercito regio oltre a
forti carenze di ordine finanziario, queste debolezze sarebbero state mascherate motivando la neutralità col pretesto
di una guerra offensiva. Nel 1914 l’Italia, seppur tra varie
difficoltà, aveva sotto le armi le due classi 1892 e 1893, quasi 235mila uomini, oltre 41mila tra raffermati e carabinieri,
inoltre furono richiamati per esigenza di pubblica sicurezza
76mila uomini della classe 1891 da poco congedati, in totale
352mila uomini di truppa perfettamente istruiti, 50mila dei
quali in Libia. Numeri importanti. Vi erano poi sotto le armi
33mila reclute della 2ª categoria del 1893. Le carenze non
mancavano, come ad esempio le 200mila serie di vestiario,
ma queste erano più contenute rispetto le previsioni di parte
della stampa neutralista dell’epoca. Escluse in parte le ragioni militari, non rimasero che quelle politiche e in primis
la questione dei compensi. Anche dopo la proclamazione
della neutralità, per la quale si adottò una formula che lasciava aperta ogni possibilità, fu più volte avanzata l’ipotesi
di un intervento italiano a fianco degli Imperi centrali.
Del resto dopo la proclamazione della neutralità (1 agosto) fu ordinato il richiamo degli ufficiali dall’estero, fu disposto l’armamento con materiale a deformazione per tutte
le batterie dell’artiglieria da campagna ordinandole su 4
pezzi, fu ordinata la formazione di un altro battaglione per
ogni reggimento formato da uno e istruito che i richiamati
esuberanti ai centri di cavalleria fossero spostati all’artiglieria. Tutte queste misure furono adottate dai vertici militari
in completa sintonia con il governo. Salandra optò per la
neutralità già sul finire di luglio, data la mobilitazione della
Marina e quella occulta dell’esercito si era pronti a ogni soluzione, ma quella prevista era che l’Italia prendesse parte al
conflitto assieme ai suoi alleati. L’annuncio dell’intervento
inglese, poi, fece svanire del tutto la possibilità di un’azione
italiana a breve termine (5 agosto), ma influì parallelamente
l’atteggiamento di Vienna teso a non aprire alcuna trattativa
riguardante il Trentino. In siffatta situazione in cui, è bene
ricordarlo, mancava il casus foederis previsto dalla Triplice, la neutralità italiana prendeva consistenza sempre più.
Questa decisione non mancò di scatenare la sorpresa degli
Imperi centrali che con il passare del tempo si trasformò in
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
aperta indignazione. La Triplice era arrivata alla sua naturale fine. La durezza dell’atteggiamento tedesco, dopo l’annuncio della neutralità italiana, fu una diretta conseguenza
della totale convinzione circa l’intervento sicuro italiano
a fianco degli alleati. Se all’inizio dell’alleanza i rapporti
non si erano mai ammantati di incondizionata fiducia, nel
corso degli anni, soprattutto l’ultimo anno e mezzo, si verificò un cambiamento d’opinione in quanto la personalità
del generale Pollio e i suoi sforzi per raggiungere accordi
sicuri suscitarono una giustificata fiducia nella sua fedeltà
all’alleanza e una seria predisposizione ad aiutare gli alleati.
Von Moltke cercò di indirizzare questi buoni rapporti per
consolidare i trattati militari e le convenzioni, tuttavia senza
mai pienamente contare sulla cooperazione italiana, stretta
com’era tra problemi di ordine finanziario e carenze di livello logistico, derivanti, in parte, dalla logorante guerra in Libia. La realtà dei fatti, una volta conosciuta la neutralità italiana, mostrava come per il Capo di Stato Maggiore tedesco
contasse molto l’aiuto dell’esercito italiano. D’altra parte se
von Moltke non avesse creduto all’invio della 3ª armata non
avrebbe manifestato tutta la sua incredulità allorché Salandra affermava la neutralità dell’Italia. Nel novembre 1914 il
generale tedesco scrisse:
Da anni l’intesa prendeva una posizione contraria alla Triplice. Solo
un anno prima della guerra furono rivisti e rinnovati gli accordi tra
Italia e Germania, nella primavera del 1914 questi accordi furono
stabiliti in modo impegnativo. L’Italia si era impegnata a mettere a
disposizione, in caso di guerra tra la Germania e la Francia, due divisioni di cavalleria e tre corpi d’armata. […] Nello stesso modo fu
concluso un accordo navale tra Germania, Italia e Austria secondo il
quale doveva avere luogo un’azione comune della marina austriaca e
italiana, a cui avrebbero preso parte le navi tedesche che si trovassero
nel Mediterraneo allo scoppio della guerra. Tutti questi accordi furono
presi in maniera così chiara e impegnativa da non lasciare dubbi sulla
fedeltà dell’Italia alla Triplice. Ciò nonostante l’Italia ha mancato alla
sua parola. Dichiarò la sua neutralità passando sopra, con indifferenza, a tutti gli accordi. Un tradimento più oltraggioso forse non si trova
nella storia.21
A due mesi dall’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, Prezzolini aprì l’edizione del 28 agosto inserendosi nell’acceso dibattito tra “neutralisti e interventisti” con
queste parole:
Il mistero della generazione di un nuovo mondo europeo si compie.
Forze oscure scaturite dalla profondità dell’essere sono al travaglio ed
il parto avviene tra rivi mostruosi di sangue e gemiti che fanno fremere. Noi non guardiamo soltanto al dolore. Salute al mondo nuovo! Ci
darà la guerra quello che molti delle nostre generazioni hanno atteso
da una rivoluzione? L’animo è calmo di fronte alla totalità del fatto
che si compie e non possiamo dubitar di domani. La civiltà non muore! Indietreggia per prendere un nuovo slancio. Si tuffa nella barbarie
per rinvigorirsi. Vincesse per quella che ci sembra barbarie, non sarà
mai che l’albero selvatico sul quale s’annesta il ramo dolce, domestico
e tenero. Non esiste un monopolio della civiltà. Nessun popolo ha il
possesso esclusivo dell’ideale. Tutti i popoli hanno una sola missione,
alla quale più o meno ritrarsi agli occhi di chi domina. […] L’Italia ha
scelto la parte più grande e più bella. Ma troppo difficile. Non siamo
abbastanza alti per essere neutrali. Il nostro pensiero si arresta davanti
alla carezzevole visione di un’Italia abbastanza superiore, abbastanza
21 H. von Moltke, Erinnerungen, Briefe, Dockumente, 1877-1916,
Stuttgart, 1922, pp. 8-9.
riconosciuta, abbastanza imparziale, per giudicare; così forte da far
rispettare il proprio giudizio; tanto rispettata ed amata, da non avere
bisogno di forza. E la visione si annebbia di fronte all’indiscutibile fatto che non possiamo essere neutrali, non siamo abbastanza forti, non
ci amano. Ma intanto la neutralità è stata un bene perché ha affermato
una cosa: l’autonomia dell’Italia, che in questo conflitto l’Italia ha degli interessi propri, degli interessi che non sono quelli delle nazioni
alla coda delle quali ci vorrebbero portare. Il primo dovere di un paese è l’autonomia. Il miglior modo di collaborare alla civiltà umana è
quello di portarvi intatta la propria libertà e la propria natura. Noi non
siamo né la Francia, né la Germania. Sia pure uno di questi paesi più
civile dell’altro noi tradiremmo la civiltà ponendoci al suo servizio.
Noi renderemo il massimo servizio alla sua civiltà mostrando la nostra
autonomia. E dal punto di vista politico noi non vediamo per l’Italia
alcuna ragione di decidere fra la Francia e la Germania ma piuttosto parecchie di decidere fra l’Inghilterra e l’Austria. La neutralità è
stata dunque un bene, in quanto ha dichiarato la nostra indipendenza
dalle altre nazioni ma in modo attivo. La neutralità è stata eccellente
ma come transizione e preparazione alla guerra. Non possiamo essere
imparziali quando tutti i nostri interessi sono in gioco. E il principale
interesse è questo che l’Italia è fatta ma non è compiuta. E soprattutto
che l’Italia non essendosi fatta da sola aspetta finalmente l’atto che la
dimostrerà capace di fare da sé. Il ’59 fu con la l’aiuto della Francia, il
’60 con la protezione dell’Inghilterra, il ’66 con le forze della Prussia,
il ’70 per l’assenza dei francesi. Il 1914 sarà una data di più o una data
nuova? La Libia ha cancellato Adua. Quale nome cancellerà quelli di
Lissa e Custoza? Il primo interesse dell’Italia è di dimostrare al mondo
che essa ha dei propri interessi.22
Prezzolini descrive con lucida chiarezza gli eventi di politica estera più importanti, per l’Italia, degli ultimi sessant’anni, chiedendosi quale fosse la scelta migliore da compire per il Paese in quel delicato momento.
Non ha dubbi. La neutralità, almeno all’inizio delle ostilità, gli sembrò la soluzione più saggia. Neutralità, però,
vista in chiave di preparazione alla guerra, resa necessaria, secondo il direttore de «La Voce», dagli innumerevoli interessi in gioco per cui inevitabile. Nei passi successivi Prezzolini specifica quali fossero gli elementi da
prendere in considerazione nel caso si dovesse abbandonare l’iniziale neutralità dichiarata dal governo italiano:
Come per la guerra di Libia noi volemmo, contro il facilismo e la
leggerezza nazionalista, presentare quegli elementi di previsione che
dal lato economico, strategico, internazionale purtroppo la realtà si è
incaricata di dichiarare fondati così anche per questa guerra vogliamo
opporci al facinolismo ed alla letteratura che già han gettato i loro
rami parassitari allo sfruttamento dell’intuizione popolare, riconfermando i nostri convincimenti. La guerra non sarà e, specialmente non
augurabile sia, troppo facile; non deve essere fatta per aiutare nessuno, ma per nostri fini autonomi, soprattutto per poterci presentare, il
giorno della pace, con il possesso effettivo, l’unico che oggi conti,
di quanto sta a cuore agli italiani. Una delle maggiori disgrazie della
guerra libica fu la convinzione che essa sarebbe stata facilissima e
breve. Anche per la nostra non occorrono illusioni: non può, non è
augurabile sia facile; difficilmente sarà breve. Ma gli italiani danno
oggi maggiori speranze. Si sente nel paese un accordo più serio perché
non v’è cupidigia di terre da fruttare di pingui raccolti da mietere, di
oro zolfo diamanti da raccogliere. Si tratta di passare il nostro esame.
Fummo, finora, una nazione aspirante al grado di grande. Oggi non
si tratta neppur di questo ma di ben altro. Si tratta di sapere se siamo
una nazione.23
L’edizione di settembre vede protagonista la «La Voce»
22 BSMC, R.I. 101/1, «La Voce», Firenze, 28 agosto 1914, p. 3.
23 Ivi, 28 agosto 1914, pp. 5-8.
83
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
del dibattito che interessò partiti politici e associazioni culturali italiane di fronte alla guerra. Il partito liberale, secondo Prezzolini, si mostrò quello più sfuggente e obbediente
in maniera passiva alle decisioni imposte dal governo.24 Il
giornalismo borghese: “Ha almeno un pensiero. Pensa per la
borghesia che non saprebbe altrimenti che cosa pensare”.25
In grave imbarazzo, secondo il direttore, si trovavano i nazionalisti, dopo le feroci campagne contro la Francia, la
democrazia, l’anticlericalismo e le pubbliche dichiarazioni:
“Perché si marciasse assieme ai tirolesi e agli ulani”.26 I clericali temevano invece il seme anti clericale che una vittoria
della Francia avrebbe potuto seminare, mentre i repubblicani avrebbero voluto attaccare sin da subito l’Austria, rappresentando in pieno le ideologie irredentiste.
I pacifisti – responsabili in parte della debolezza delle nazioni che
alle loro lusinghe hanno dato più retta, come la Francia, la quale, se si
salverà dal militarismo tedesco lo dovrà al militarismo russo - cercano
di riparare al disastro delle loro idee, dicendo che da questa guerra così
immane nascerà un salutare amore per la pace. E’ certo che, per risollevarsi dalla catastrofe economica, parecchie nazioni vorranno godere
lunghi anni di pace, e che, se questa guerra darà soluzione a molte
questioni si avrà la probabilità di un periodo di riposo assai lungo. Ma
basta guardare la carta del mondo per capire che nessuna nazione vorrà rinunziare a prevedere i più aspri conflitti venturi, ai quali saranno
chiamati mezzi di distruzione più potenti, leghe di stati più vaste, eserciti più numerosi. Basti pensare all’inevitabile conflitto dell’occidente
con gli slavi, a quello tra Stati Uniti e Giappone, alle risoluzioni delle
questioni dell’Asia Minore e della Cina, per capire che, quanto spetta
ad occhio umano guardare, vi saranno ancora guerre e più micidiali.
Invece di propaganda pacifista credo che le nazioni si prepareranno
a guerre più grandiose, per le quali, poiché oggi la massa è tutt’altro
che resa indifferente dall’impiego di mezzi distruttivi efficacissimi,
occorrerà che il tutto il popolo sia preparato, in modo da offrire con
uno sforzo organico e ordinato, il massimo della potenza.27
L’edizione del 28 settembre si aprì con il consueto editoriale del direttore Prezzolini, dal titolo La guerra tradita,
che torna sul tema della neutralità:
Nel momento in cui scrivo è opinione diffusa che ogni possibilità di
azione immediata sia scomparsa. Il governo evidentemente, si riserva
di tutelare i nostri interessi appena siano compromessi e forse vuole
aspettare l’autorevole esempio e la spinta della Rumenia, che ha dato
prove certo non comuni di destrezza e di tempismo. Agli uomini che
sono al governo è già parso un atto eroico dichiarare la neutralità […],
comunque sia mi pare ormai certo, che il tempo di un atto eroico è
passato. Ormai la fortuna ha ceduto la sua chioma e volto la sua ruota.
Non v’è chi ragioni che non sappia a chi, presto o tardi, arriderà la vittoria. E anche se noi agiremo con la massima buona fede del mondo,
saremo sempre veduti come gente che s’è volta alla forza, alla fortuna, alla opportunità, al ricatto. […] Il nostro paese ne risente sempre,
rivoluzionario in principio, conservatore in fine, ma né l’una cosa né
l’altra nettamente. Lo stato, che doveva realizzare l’antitesi del cattolicismo, complotta, mercanteggia, tratta, tollera i cattolici. La chiesa
vive a spese e con tolleranza di un regime che dovrebbe condannare
come empio. Il socialismo patteggia con i borghesi per averne favori
di riforme. I borghesi si assicurano contro la rivoluzione cedendo i
posti grassi ai socialisti. L’Italia soffre di questa perpetua finzione, in
cui nessuno è al suo posto. La guerra sarà abolita nel mondo il giorno
in cui nel mondo ci sarà giustizia: non prima!28
24 25 26 27 28 84
BSMC, R.I. 101/1, «La Voce», Firenze, 13 settembre 1914, p. 4.
Ivi, 13 settembre, p. 5.
Ibidem.
Ivi, 13 settembre, p. 8.
BSMC, R.I. 101/1, «La Voce», Firenze, 28 settembre 1914, pp. 2-4.
Il 13 novembre Prezzolini firmò il consueto editoriale
che annunciava le novità della rivista per il 1915, ma anche
la sua uscita di scena da direttore de «La Voce», lasciando a
Giuseppe De Robertis la direzione, quest’ultimo nominato
dallo stesso Prezzolini. Ecco le sue ultime parole: “Sarebbe
stato un mio vivo desiderio dedicarmi tutto a la Voce, lasciando ogni altra collaborazione ma questo non è possibile.
Del resto ho sempre sperato ed atteso in questi anni, fin dal
primo anno de La Voce, qualcuno, un giovane, che mi sostituisse. La Voce è fatta per i giovani!”.29
NOTA BIBLIOGRAFICA
B. von Bülow, Memorie, Mondadori, Milano, 1931;
F. Fischer, Assalto al potere mondiale, La Germania nella
guerra 1914-1918, Einaudi Editore, Milano, 1965;
M. Mazzetti, L’esercito italiano nella triplice alleanza, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1974;
R. Webster, L’imperialismo industriale italiano 1908-1915,
Einaudi Editore, Milano, 1974;
M. Isneghi, G. Rochat, La grande guerra 1914-1918, La
Nuova Italia, Firenze, 1999;
R. De Felice, Mussolini: il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi Editore, Milano, 2005;
E. Hobsbawm, Il Secolo breve, Rizzoli, Milano, 2006;
R.F. Betts, L’alba illusoria, L’imperialismo europeo nell’Ottocento, Il Mulino, Bologna, 2008;
A. Biagini, L’Italia e le guerre balcaniche, Edizioni Nuova
Cultura, Roma, 2012;
R. Sciarrone, Strategie militari franco-tedesche a confronto
(1905-1913), Nuova Cultura, Roma, 2013.
FONTI
Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea (BSMC),
R.I. 101/1, «La Voce», Firenze, 13 gennaio 1914; 28 gennaio 1914; 28 aprile 1914; 28 giugno 1914; 28 agosto 1914;
13 settembre 1914; 28 settembre 1914; 13 novembre 1914.
29 BSMC, R.I. 101/1, «La Voce», Firenze, 13 novembre 1914, p. 2.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Le case della vita di Emma Bovary
FEDERICA CASINI
L’
educazione sentimentale di Emma
Bovary passa anche attraverso le
case in cui abita. Il processo di evoluzione o, meglio, di deformazione
morale e spirituale della giovane
donna, alla quale si assiste nel corso del romanzo, è fortemente collegato alla questione degli spazi abitativi che fanno da scenario e da contenitore alla
sua esistenza. La centralità della descrizione in
rapporto allo spazio romanzesco è evidente in
Madame Bovary. Osserveremo le descrizioni degli spazi più significativi del romanzo, seguendo
l’ordine cronologico in cui il narratore li presenta, per mostrarne la trasformazione progressiva in
funzione della disfatta esistenziale della protagonista e per dimostrare il valore negativo che l’ambiente casa riveste nella vicenda di Emma. A ogni
fase significativa della vita di Madame Bovary fa
infatti da sfondo un’abitazione la cui architettura
immaginaria possiede un profondo valore simbolico: una struttura fisica che riflette i bisogni
psicologici, le aspirazioni più segrete, i moti dell’animo, il
modo di essere e apparire della protagonista.
La prima «casa della vita»1 legata all’eroina del romanzo flaubertiano è la casa natale, la fattoria dei Bertaux dove
Emma è cresciuta. La descrizione della ferme rimanda
all’universo rurale della provincia settentrionale francese.
«C’était une ferme de bonne apparence»2, una fattoria di
bell’aspetto, dove, alla casa padronale, si affiancano altri fabbricati disposti in maniera simmetrica e ordinata. La fattoria
nel suo insieme è l’espressione fedele dello status del suo
proprietario, un agiato agricoltore normanno rimasto vedo1 Titolo del libro di M. PRAZ, La casa della vita, Milano, Mondadori,
1958.
2 G. FLAUBERT, Madame Bovary (1857), Paris, Gallimard, 1972, p.
37.
vo con una figlia che lo aiuta nella direzione della casa. La
divisione di ruoli è anche una divisione di spazi: mentre il
padre è alla guida di tutto quello che è esterno alla proprietà
(gli edifici agricoli, i campi, gli operai), la figlia si occupa
dell’interno della fattoria. Esiste di fatto una separazione tra
due sfere, tra due dimensioni antitetiche: il fuori e il den-
tro, il mondo dell’autorità maschile e il mondo femminile.
La dialettica spazio interno/esterno è fondamentale nel romanzo. Nella fase iniziale del libro lo spazio è raffigurato
apparentemente secondo i canoni del romanzo classico, che
riproduce un’immagine dell’uomo basata sull’assetto sociale
borghese. La rappresentazione solida e rassicurante di questa
casa di campagna veicola precisi valori sociali, come il possesso. All’apparenza rispettabile della fattoria corrisponde,
all’interno di essa, l’immagine di ragazza di buona famiglia
della sua padrona: «mademoiselle Rouault, élevée au couvent, chez les Ursulines, avait reçu, comme on dit, une belle
éducation»3. Emma tuttavia non è felice, la vita di campagna
non le piace. In una casa in cui è padrona ma si sente vaga-
3 Ivi, p. 42.
85
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
mente prigioniera, Emma, che è comunque benestante, ha un
suo spazio personale, una camera in cui può leggere. Di tutte
le stanze della casa, la camera è il luogo che meglio rispecchia l’interiorità della sua proprietaria, è il rifugio, l’être chez
soi di contro alle gerarchie della maison, la regione d’intimità che le permette di fantasticare attraverso la lettura e, così
facendo, di sfuggire alla realtà che la opprime.
Celebrate le nozze con il mediocre Charles, Emma lascia
la casa del padre per andare ad abitare a Tostes, una piccola cittadina dove il marito esercita la professione di medico.
L’ubicazione della casa, esattamente in linea con la strada e
la disposizione delle stanze (in cui la salle, l’ambiente dove
si mangiava e passava la giornata, è contigua al cabinet, il
modesto ambulatorio) riportano ad una dimensione in cui lo
spazio domestico e quello professionale sono inscindibili,
esercitando un’invadenza nei confronti della vita dei personaggi: «L’odeur des roux pénétrait à travers la muraille,
pendant les consultations, de même que l’on entendait de la
cuisine, les malades tousser dans le cabinet et débiter toute
leur histoire»4.
Emma non si trova inizialmente a suo agio in questa casa
piuttosto anonima come il suo proprietario, tanto da provare
immediatamente il bisogno di introdurre qualche cambiamento nell’arredamento dell’abitazione. I suoi tentativi di
personalizzare e agire sullo spazio comune alla coppia sono
comunque vani perché si rende ben presto conto di non amare Charles e la monotona calma domestica di quell’ordinario
e piatto ménage, abituata com’è a sognare dai libri i tumulti
della passione, ad imitare le eroine romantiche attraverso la
ricerca di un grande amore che dia un senso profondo alla
sua esistenza e appaghi le velleità romanzesche del proprio
essere. Il consenso al matrimonio era stato dettato dall’ansia
di un nuovo stato, di un cambiamento, dalla voglia di fuggire
dalla propria gabbia familiare, dalla necessità di un nuovo
spazio vitale - concepito secondo i canoni e i topoi del più
manierato gusto ottocentesco - che si concluderà in amara
disillusione.
La casa vagheggiata da Emma si nutre dei classici della
letteratura romantica o che la prefigurano nella sensibilità,
accomunati dal desiderio di evasione, dalla ricerca di un altrove geografico e temporale. È lo spazio esotico della casetta di bambù di Paul et Virginie; lo spazio gotico del vecchio maniero dei romanzi storici alla Walter Scott, in cui le
«châtelaines au long corsage, […] sous le trèfle des ogives,
passaient leurs jours, le coude sur la pierre et le menton dans
la main, à regarder venir du fond de la campagne un cavalier
à plume blanche qui galope sur un cheval noir»5.
Il sogno di soggiornare in uno spazio ideale pare divenire realtà quando la coppia viene invitata dal marchese di
Andervilliers al castello della Vaubyessard per una serata
mondana. La partenza in carrozza dei due provinciali per il
castello e la descrizione del ballo richiamano i contes de fées
e in particolare quello di Cendrillon. L’immagine austera e
4 Ivi, p. 59.
5 Ivi, p. 66.
86
Gustave Flaubert
convenzionale del maniero e dei suoi interni, espressione
di un’antica nobiltà che ha voluto rinnovare le forme della
propria dimora pur restando fedele alla tradizione, appare a
Emma in tutta la sua imponenza e immobilità atemporale:
Le château, de construction moderne, à l’italienne, avec deux ailes
avançant et trois perrons, se déployait au bas d’une immense pelouse
où paissaient quelques vaches, entre des bouquets de grands arbres
espacés, tandis que des bannettes d’arbustes, rhododendrons, seringas et boules-de-neige bombaient leurs touffes de verdure inégales
sur la ligne courbe du chemin sablé. Une rivière passait sous un pont;
à travers la brume, on distinguait des bâtiments à toit de chaume,
éparpillés dans la prairie, que bordaient en pente douce deux coteaux
couverts de bois, et par derrière, dans les massifs, se tenaient, sur deux
lignes parallèles, les remises et les écuries, restes conservés de l’ancien château démoli6.
Emma è introdotta nella casa di sogno dal marchese stesso
che, affacciatosi a metà della scalinata, le offre il braccio. Ma
6 Ivi, p. 79.
7 Ivi, p. 90.
8 R. GIRARD, Mensonge romantique et vérité romanesque, Paris,
Grasset, 1961.
9 J. DE GAULTIER, Le Bovarysme, Paris, 1913.
10 G. FLAUBERT, Madame Bovary, cit., p. 102.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
ogni tentativo di confondersi, di penetrare nelle esistenze degli abitanti di quel mondo dorato è vana e la luce del mattino
riporta Emma alla prosaicità della realtà, alla quale deve suo
malgrado rassegnarsi. La ripresa in chiave ironica della fiaba
di Cenerentola da parte di Flaubert si chiude con la protagonista che ripone nel cassettone della sua camera, nello spazio
tutto per sé della stanza tutta per sé, gli emblemi del mito
femminile per eccellenza: il vestito e le scarpette del ballo,
che si erano ingiallite al contatto con la cera del pavimento in
modo analogo al suo cuore che, «au frottement de la richesse,
il s’était placé dessus quelque chose qui ne s’effacerait pas»7.
Da quel momento in poi Emma, forgiando il suo desiderio su
quello delle gentildonne conosciute al castello8, farà di tutto
per diventare diversa da ciò che è9, cercando di acquisire un
nuovo essere tramite una dispendiosa ricerca di beni di lusso
con cui abbellire la sua casa e la sua persona.
Il ricordo della casa di sogno apre un solco profondo
nell’esistenza della giovane donna, fungendo da vero e proprio spartiacque, di autrefois e di aujourd’hui tra la sua vita
e le case che finora ha attraversato. Il contatto con il mondo
elegante della nobiltà acutizza la malattia spirituale di Emma,
che si sente sempre più insoddisfatta e presa in trappola nello stagnante universo della mediocrità e del conformismo
borghese: «Souvent elle s’obstinait à ne pas sortir, puis elle
suffoquait, ouvrait les fenêtres, s’habillait en robe légère»10.
Emma si siede spesso vicino alla finestra, vi si affaccia, osserva il mondo attraverso essa. Alla dimensione dello spazio
abitativo è infatti strettamente connesso, in Madame Bovary,
il tema della finestra, che costituisce lo spazio fisico e simbolico della condizione di sogno della protagonista. Anziché rappresentare il luogo privilegiato di chi cuce o ricama,
la finestra diviene per Emma, osserva Brombert, il simbolo
dell’attesa, apertura sullo spazio che suscita il sogno11, via di
fuga e al tempo stesso ostacolo tra lei e il mondo, spazio di
confine tra ciò che è infinito e ciò che è limitato, tra l’universo dell’altrove, della vita vagheggiata e lo spazio chiuso in
cui è confinata la sua esistenza.
Il senso di claustrazione che opprime la donna dopo il ritorno al mondo reale è rappresentato in modo significativo
dall’immagine del futuro dall’aspetto di un «corridor tout
noir, et qui avait au fond sa porte bien fermée»12. L’animo
di Emma si rispecchia perfettamente nelle forme di uno spazio domestico immobile, in cui non riesce più a stare né a
condividere col marito, «dans cette petite salle au rez-dechaussée, avec le poële qui fumait, la porte qui criait, les
murs qui suintaient, les pavés humides ; toute l’amertume
de l’existence, lui semblait servie sur son assiette, […]»13.
Di fronte alla monotonia delle interminabili giornate e alla
normalità di quell’esistenza, Emma «remontait, fermait la
porte, étalait les charbons, et, défaillant à la chaleur du foyer,
11 V. BROMBERT, Flaubert par lui même, Paris, Seuil, 1971.
12 G. FLAUBERT, Madame Bovary, cit., p. 98.
13 Ivi, p. 101.
14 Ivi, p. 99.
15 Ivi, p. 126.
sentait l’ennui plus lourd qui retombait sur elle. Elle serait
bien descendue causer avec la bonne, mais une pudeur la retenait»14. L’isolamento nel cuore di uno spazio privato ha il
valore di una fuga totale, regressiva, al resto del mondo e alla
parola, segno di una grave sofferenza patologica che si rivela
anche nell’abbandono totale della casa e della cura di sé in
questa fase di attesa di un avvenimento che venga a ravvivare
la vita della protagonista, a trascinarla di nuovo negli scenari
di felicità e passione che pensa di avere intravisto al ballo.
L’agognato cambiamento arriva con il trasferimento nel
borgo di Yonville, dove Charles, preoccupato per le condizioni di salute della moglie, chiede e ottiene il trasferimento.
Si tratta del quarto spostamento per lei, ossia la quarta volta
che dorme in un posto nuovo. Emma ama i cambiamenti di
luogo e di spazio. Ognuno di essi ha sempre significato l’inizio di un nuovo capitolo nella sua esistenza:
C’était la quatrième fois qu’elle couchait dans un endroit inconnu. La
première avait été le jour de son entrée au couvent, la seconde celle de
son arrivée à Tostes, la troisième à la Vaubyessard, la quatrième était
celle-ci; et chacune s’était trouvée faire dans sa vie comme l’inauguration d’une phase nouvelle. Elle ne croyait pas que les choses pussent
se représenter les mêmes à des places différentes, et, puisque la portion
vécue avait été mauvaise, sans doute ce qui restait à consommer serait
meilleur15.
L’attesa novità non guarisce Emma dal suo inafferrabile
malessere, anzi, significherà l’inizio della sua rovina economica e morale, a causa dei crescenti debiti contratti con il
merciaio Lhereux e della ricerca di relazioni extra coniugali,
che la illudono di potersi prendere una rivincita sulla felicità
che le mancava, sui suoi sogni troppo alti, sulla sua «maison
trop étroite»16.
Il primo tradimento reale di Emma è l’amore con Rodolphe, uno spregiudicato gentiluomo di campagna che, da
abile Tartuffe, si introduce nella casa dei Bovary, di cui vorrebbe violare l’intimità seducendo la moglie del suo proprietario:
– Que vous seriez charitable, poursuivit-il en se relevant, de satisfaire
une fantaisie ! C’était de visiter sa maison ; il désirait la connaître ; et,
madame Bovary n’y voyant point d’inconvénient, ils se levaient tous
les deux, quand Charles entra17.
Conquistata la fiducia del marito, Rodolphe, navigato dongiovanni, illude Emma parlandole con i luoghi comuni del
sentimento. Dopo aver consumato l’adulterio, Emma si chiude come sempre nella sua camera e, guardandosi allo specchio, vi gusta il suo trionfo, che le pare l’inizio di una nuova
pubertà di felicità e amore18. Una mattina in cui Charles esce
16 Ivi, p. 153.
17 Ivi, p. 212.
18 Ivi, pp. 218-219.
19 Ivi, p. 220.
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LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
di buon ora, Emma è presa dall’audace voglia di raggiungere
segretamente Rodolphe nel suo castello, avventurandosi per
la campagna allo spuntar del giorno:
Après la cour de la ferme, il y avait un corps de logis qui devait être
le château. Elle y entra, comme si les murs, à son approche, se fussent
écartés d’eux-mêmes. Un grand escalier droit montait vers un corridor. Emma tourna la clanche d’une porte, et tout à coup, au fond de
la chambre, elle aperçut un homme qui dormait. C’était Rodolphe.
Elle poussa un cri19.
Il castello addormentato è una casa animata dalle passioni,
i cui muri si schiudono al passaggio di Emma. L’atmosfera immersa nel sogno del castello deserto e il suo principe
dormiente rimandano ad un’altra fiaba cara all’immaginario femminile, La belle au bois dormant, ulteriore bersaglio
della satira flaubertiana nei confronti del romanticismo della
protagonista e del suo desiderio di indipendenza. In diversi
passi del romanzo Emma si atteggia a uomo o, almeno, assume abitudini maschili, come fumare sigarette, cosa all’epoca ritenuta disdicevole se non addirittura scandalosa. Nel
castello di Rodolphe Emma cerca di penetrare negli spazi
più privati della dimora del suo amante esaminando la sua
camera, aprendo i cassetti dei mobili, pettinandosi col suo
pettine, guardandosi nel suo specchio da barba e mettendosi
tra i denti la cannuccia di una pipa.
Il trauma provocato dalla fine della relazione con Rodolphe
fa precipitare Emma in uno stato di abbattimento simile al
coma. Una volta ristabilitasi, le fantasie romantiche tornano
prepotentemente a farsi sentire nel suo cuore, in occasione
della rappresentazione della Lucia di Lammermoor, alla quale assiste con Charles e dove incontra per caso Léon, di cui
si era innamorata alcuni anni prima. I due diventano subito
amanti e cercano settimanalmente un loro spazio di intimità
all’Hotêl de Boulogne, affittando una camera dove «ils vivaient là, volets fermés, portes closes, avec des fleurs par terre
et des sirops à la glace, qu’on leur apportait dès le matin20».
La nuova casa di Emma ha colori accesi ed è arredata ad
arte per far risaltare i sentimenti degli amanti, quasi aderisse
loro come una seconda pelle:
Ils étaient si complètement perdus en la possession d’eux mêmes,
qu’ils se croyaient là dans leur maison particulière, et devant y vivre
jusqu’à la mort, comme deux éternels jeunes époux. Ils disaient : notre
chambre, notre tapis, nos fauteuils, […] 21.
La chiusura all’interno di questo spazio di seduzione e
trasgressione è simboleggiata dalla chiusura della porta, che
rappresenta una soglia, un limite, una frontiera tra ciò che è
interno alla camera e ciò che esiste all’esterno, tra la dimensione intima della coppia e quella pubblica del mondo, che
20 Ivi, p. 331.
21 Ivi, p. 341.
22 Ivi, p. 362.
23 Ivi, p. 369.
88
Madame Bovary ha cura di
preservare: « Elle allait sur la
pointe de ses pieds nus regarder encore une fois si la porte
était fermée, puis elle faisait
d’un seul geste tomber ensemble tous ses vêtements;
[…]»22.
La felicità di Emma è però
di breve durata. Il processo
di corruzione morale e spirituale in cui è sprofondata,
unito ad una crescente disillusione nei confronti della
monotonia dell’adulterio e
del suo amante, determinano
una progressiva sregolatezza
del suo comportamento, che
la porta sempre più a isolarsi nella sua camera, divenuta luogo in cui dedicarsi a
letture stravaganti, sorta di
piccolo serraglio domestico
in consonanza con il gusto
per l’Oriente tipico di fine
secolo:
Elle restait là tout le long du
jour, engourdie, à peine vêtue, et de temps à autre faisait
fumer des pastilles du sérail,
qu’elle avait achetées à Rouen,
dans la boutique d’un Algérien23.
La raffinatezza del suo
vivere quotidiano esige un
dispendio ormai insostenibile di risorse economiche,
che provocano la rovina
completa della donna. Il primo bene che viene investito dal
sequestro esecutivo disposto dal tribunale è proprio la casa
che condivide con Charles, compresa di tutti i mobili e di
quegli effetti personali ai quali è indissolubilmente legata
la vita della sua proprietaria. L’intimità dello spazio domestico è drammaticamente spezzata quando l’ufficiale del pignoramento si installa nel solaio, la stanza che custodisce la
memoria della casa e apre lo scrittoio personale di Emma
(esempio di microstruttura privata all’interno della macrostruttura domestica) in cui sono conservate le lettere di Rodolphe. Da quel momento tutta l’esistenza di Emma «jusque
dans ses recoins les plus intimes, fut, comme un cadavre que
24 Ivi, p. 377.
25 Ivi, p. 398.
26 Ivi, p. 363.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
l’on autopsie»24. La donna,
disperata, cerca allora conforto in Rodolphe, che si
mostra del tutto sordo alla
sua drammatica richiesta di
aiuto. Uscendo dalla camera
che anni prima aveva empaticamente accolto i loro
amori, il castello addormentato, ora divenuto insensibile e indifferente alle sorti
di Emma, pare addirittura
animarsi di sentimenti ostili
nei suoi confronti, respingendola come aveva fatto il
suo padrone:
Elle sortit. Les murs tremblaient,
ne letteraria dello spazio nel mondo contemporaneo, in cui
esso assume sempre più le caratteristiche di “cosa” in sé, di
involucro impenetrabile ed inaccessibile anziché di ambiente
al servizio dell’individuo, anticipando in alcune soluzioni il
Nouveau roman e l’École du regard. In questa prospettiva,
la tormentata erranza attraverso le case della protagonista
appare in ultima analisi come una continua fuga da una condizione esistenziale inadeguata, angusta e deprimente. Dal
tentativo di evasione dall’abitazione paterna, passando per la
ossessiva ricerca di una dimora come luogo di sogno, seduzione e trasgressione, il viaggio di Emma si conclude tra le
mura di casa, nella grigia quotidianità della propria camera
da letto, lasciandosi morire accanto a un uomo che non ha
mai amato, in un talamo divenuto spazio di morte fisico e
metaforico, metonimia del suo matrimonio e di una insufficienza di vita26, di un échec totale, senza appello né redenzione, che è, per Flaubert, quello dell’intero genere umano.
A ennesima riprova che: «La Bovary, c’est moi».
le plafond l’écrasait ; et elle repassa par la longue allée, en tré-
BIBLIOGRAFIA
buchant contre les tas de feuilles
mortes que le vent dispersait.
Enfin elle arriva au saut-de-loup
Opere (letteratura primaria)
G. FLAUBERT, Madame Bovary, Paris, Gallimard, 1972.
devant la grille; elle se cassa les
ongles contre la serrure, tant elle
se dépêchait pour l’ouvrir. Puis,
cent pas plus loin, essoufflée, près
de tomber, elle s’arrêta. Et alors,
se détournant, elle aperçut encore
une fois l’impassible château, avec
le parc, les jardins, les trois cours,
et toutes les fenêtres de la façade25.
Il passo segna metaforicamente nel romanzo il
passaggio ad un’immagine
di spazio abitativo disumanizzato, che nega le aspirazioni dell’uomo moderno,
evidenziando la frattura
creatasi tra esso e la realtà che lo circonda. Come gli ideali
romantici, sgretolatisi al contatto con la cruda realtà borghese, anche le case della vita di Madame Bovary crollano miseramente, spazzate via dalla furia di un destino implacabile.
Completamente sola e messa alla porta da tutte le persone e
dai luoghi che avevano contato per lei, Emma, vittima delle proprie illusioni, decide di farla finita ingerendo veleno e
cercando nella morte l’ultimo spazio capace di accoglierla.
Nella parte conclusiva del romanzo si assiste alla fine del
concetto di casa intesa come berceau, ambiente caldo e ovattato che, come un utero materno, accoglie e ripara l’uomo
dal regno del Fuori, dalle potenze nemiche del mondo esterno per divenire microcosmo negativo, prigione, illusione e
mortificazione dell’essere poiché proiezione dei mali di chi
la abita. Il processo di reificazione della casa che appare, a
tratti, nel romanzo flaubertiano annuncia la rappresentazio-
Letteratura critica
G. BACHELARD, La poétique de l’espace (1958), Paris,
Les Presses universitaires de France, 1961.
V. BROMBERT, Flaubert par lui même, Paris, Seuil,
1971.
M. BUTOR, “L’espace du roman”, in Essais sur le roman,
Paris, Gallimard, 1964, pp. 48-58.
J. DE GAULTIER, Le Bovarysme, Paris, 1913.
D. FOUCAUT DINIS, La dialectique de l’espace:
intérieurs et extérieurs, dans O crime do Padre Amaro, de
Eça de Queiros et Madame Bovary de Gustave Flaubert,
«Máthesis», n. 12, 2003.
G. GENETTE, “La littérature et l’espace”, in Figures II,
Paris, Éditions du Seuil, 1969, pp. 43-48.
R. GIRARD, Mensonge romantique et vérité romanesque,
Paris, Grasset, 1961.
J. GREIMAS, Pour une sémiotique topologique, in
AA.VV., Sémiotique de l’espace, Paris, Denoel-Gonthier,
1979, pp. 11-43.
G. LUKÁCS, Narrare o descrivere?, in G. LUKÁCS, Il
marxismo e la critica letteraria, Torino, Einaudi, 1953, pp.
275-331.
M. PRAZ, La casa della vita, Milano, Mondadori, 1958.
89
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
La scienza dipinta dei Preraffaelliti
VINCENZA ROSIELLO
Centro Europeo di Studi Rossettiani
Questo articolo illustra come i dipinti dei PreRaffaelliti
abbiano inquadrato la Scienza e propone un modello per costruire nuovi ponti tra Scienza ed Umanesimo.
INTRODUZIONE: COMUNICARE LA SCIENZA CON
I
L’ARTE
stente modernità della PRB (Pre-Raphaelite Brotherhood),
l’avanguardia culturale inglese fiorita nella seconda metà
dell’Ottocento, è stata ampiamente analizzata sia in ambito letterario ed artistico, che in quello politico e religioso,
mentre sono di solito trascurati i suoi legami con la Scienza.
Probabilmente, gli interessi di quel gruppo eterogeneo di ar-
numerosi manuali sulla comunicazione della
scienza si limitano, di solito, ad analizzare il
ruolo delle immagini nell’elaborare efficacemente ogni progetto dedicato all’educazione
scientifica. Una lunga tradizione da Leonardo
da Vinci, sino agli eccessi di Dan Brown, suggerisce
che potrebbe risultare fecondo aggiungere una nuova
strategia progettuale per la divulgazione, utilizzando la
descrizione di quadri famosi per illustrare le tematiche
scientifiche.
Esempi di letteratura dipinta, di riletture di quadri alla
luce dei soggetti letterari a cui si ispirano, riempiono
intere antologie di “Visual poetry”, ed il “figuralism”
è divenuto una vera e propria categoria accademica. In
analogia, potrebbe risultare estremamente fecondo presentare anche i contenuti scientifici utilizzando la lente Dante Gabriel Rossetti, Monna Vanna, 1866
d’ingrandimento dell’arte. Inoltre, questo approccio potrebbe evitare che la Scienza continui ad essere percepita
come una disciplina arida e sterile, destinata ad occuparsi di tisti e letterati che animarono la Confraternita dei PreRaffauna conoscenza assiomaticamente limitata che «ha ucciso il elliti sono stati sinora pregiudizialmente ritenuti lontani dalle
Sole, rendendolo una palla di gas con delle macchie», come problematiche scientifiche. Un giudizio in parte giustificato
da cultura e tendenze personali dei protagonisti, ma indubsosteneva D. H. Lawrence.
Accostare contestualmente quadri ed argomenti scientifici biamente condizionato da impostazioni critiche fondate sulla
rinnova il dialogo tra Arte e Scienza, e nel contempo forni- tradizionale contraddizione filosofica fra creatività artistica
sce un metodo per individuare le segrete faglie di contatto e ricerca scientifica, ribadita da William Wordsworth nella
in cui massima è l’attività tellurica ed eruttiva tra due cultu- famosa “Preface” delle “Lyrical Ballads”.
re, che per troppo tempo hanno rinnegato sistematicamente
Alcuni recenti studi1 hanno tuttavia rivelato gli inattesi leogni possibile interazione. Le zone in grado di generare le
più feconde contaminazioni si nascondono spesso all’inter- 1 V. Rosiello, “I Rossetti e la Scienza”, contributo negli Atti del Convegno di esperienze culturali trascurate. Ad esempio, la persi- no internazionale di studi “I Rossetti e l’Italia”, a cura di G. Oliva e M.
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SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
gami tra la scienza vittoriana e le attività dei PreRaffaelliti
nella letteratura, la pittura, la scultura, il design, la moda e
l’arredamento.
L’ulteriore progetto di ricerca “The Pre-Raphaelites and
Science”, coordinato da John Holmes (attuale Chair della
British Society for Literature and Science) ha evidenziato
i loro rapporti con le istituzioni scientifiche britanniche per
impreziosire sedi illustri, come l’Oxford University Museum
of Natural History ed il Natural History Museum, nel quartiere di South Kensington a Londra.
Del resto, occorre notare che agli inizi dell’Ottocento in
Inghilterra, il pensiero scientifico prevalente era ispirato alla
teologia naturale. Lo stesso approccio scientifico presente
nelle severe pagine dei “Principia” di Newton, le cui celebri
regulae philosophandi (le regole del metodo scientifico) appaiono in evidente analogia con le norme dell’esegesi delle
Sacre Scritture.
La degenerazione dei rapporti tra pensiero umanistico e
scientifico divenne una querelle ideologica solo in tarda epoca vittoriana, catalizzata dalle vivaci controversie tra coloro,
come Matthew Arnold, che denunciavano la pervasività della scienza e la progressiva disattenzione verso i valori spirituali ed estetici da parte dei più accesi sostenitori, come Thomas Henry Huxley, del modello evoluzionistico di Darwin e
delle teorie geologiche avverse alla tradizionale cronologia
della Genesi.
Tuttavia, al sorgere del movimento preraffaellita, era ancora prevalente un modo di ragionare indirizzato alla ricerca
di crescenti conferme dell’intelligenza del disegno divino,
per mezzo di sempre più accurate descrizioni dei più minuti
dettagli del mondo visibile. Questo metodo di investigazione
fornì agli artisti un principio per le loro aspirazioni di rappresentare gli aspetti trascendentali della realtà.
In questa identificazione di obiettivi tra scienziati ed artisti,
le ambizioni visionarie dei PreRaffaelliti si prefissero, programmaticamente in nome dell’Arte, di emulare le finalità
progettuali della scienza e della tecnica dell’età vittoriana, in
un comune tentativo di scoprire e comprendere l’essenza del
mondo che ci circonda attraverso la rivelazione e la riproduzione dei suoi più minuti particolari.
Determinante per la loro estetica furono le idee di John
Ruskin, che, nei primi due volumi del carismatico trattato
“Modern Painters”, suggerì la necessità della “Truth to Nature”, del valore della riproduzione del particolare. Altrettanto determinanti furono per i PreRaffaelliti, le idee molto
radicali di Thomas Carlyle a proposito della schiavitù della
civiltà delle macchine e sulle promesse tradite nel processo di industrializzazione dell’Inghilterra, a cui si attribuiva
l’origine delle aspre lotte sociali dell’epoca. Il richiamo insistito all’analisi dei dettagli più nascosti degli eventi storici e
biblici apparivano essenziali per confermare la natura provvidenziale della Storia ed auspicare un ritorno ad un mondo
ideale più giusto.
L’estetica della Confraternita dei PreRaffaelliti deriva da
Menna (Carabba editrice, 2010) pp. 477-491. ISBN 978-88-6344-129-1
questa condiscendenza culturale. Analizzando i quattro fascicoli della rivista programmatica “The Germ” e le biografie
dei fondatori del movimento: William Holman Hunt e Dante
Gabriel Rossetti, le più recenti revisioni critiche hanno rivelato, sin dalle origini, le numerose intersezioni dei PreRaffaelliti con la scienza e la tecnologia del tempo.
Il ritardo nel rivalutare i legami tra i PreRaffaelliti e la
Scienza, si può comprendere dal peso attribuito agli atteggiamenti di Dante Gabriel Rossetti, convinto, senza grandi
sensi di colpa, che fosse poco pratico, “of very little use in
life”, sapere se fosse la Terra a girare intorno al Sole o viceversa. La conoscenza degli uomini e delle loro necessità gli
aveva confermato che l’efficenza delle nozioni scientifiche
non avevano certo più valore delle spiegazioni mistico-allegoriche della Natura tipiche della società medioevale.
Nonostante tali pregiudizi, i PreRaffaelliti non furono insensibili allo Zeitgeist, lo spirito del tempo, in cui la scienza,
la tecnologia e la medicina permeavano la cultura inglese
del XIX secolo, influendo nella narrativa, nel teatro, comparendo nelle rassegne politiche e persino nelle caricature dei
giornali popolari.
In particolare, dai loro memoriali ed epistolari, è emersa
sin dalle origini la duplice anima del PreRaffaellitismo, con
il contrasto tra il realismo di Hunt e di John Everett Millais, e
la sensibilità idealistica di Dante Gabriel Rossetti, e successivamente di William Morris ed Edward Burne-Jones.
Questo dualismo del movimento si manifestò sin dai soggetti dei primi dipinti, raffiguranti la bottega di un falegname
del “Cristo nella casa dei genitori” di Millais, e nella più
simbolica annunciazione “Ecce Ancilla Domini” di Dante
Gabriel Rossetti, in cui fu sempre presente l’influenza esercitata dagli studi danteschi in chiave allegorica del padre Gabriele, talentuoso esule politico, punto di riferimento di gran
parte della comunità di espatriati risorgimentali italiani.
DAL CULTO ALL’UTOPIA DELLA BELLEZZA
Nella sua evoluzione, da cenacolo elitario a fenomeno di
costume, la fratellanza preraffaellita non rinunciò mai ad
approfondire le proprie aspirazioni per un radicale rinnovamento morale della società – intento comune tra i giovani
di ogni tempo – non attraverso la religione, la tecnologia, la
politica, ma attraverso l’Arte, facendo della Bellezza il criterio ispiratore del proprio programma, come recitava il verso
guida della loro generazione: “A Thing of Beauty Is a Joy
Forever” di John Keats.
Occorre notare che il culto della Bellezza, tipico dell’Arte,
fu concepito dai PreRaffaelliti come un’utopia verso i suoi
valori più autentici e meno artefatti, in deliberata contrapposizione agli stereotipati canoni di perfezione che si erano
progressivamente imposti nella pittura, sino al culmine dei
dipinti di Raffaello. Tale caratteristica li indusse a riferirsi
ai valori estetici formali di purezza e semplicità dei pittori
italiani del Quattrocento, prima di Raffaello. Dal settembre
1848, questi geni ribelli cominciarono a distinguersi dalla
convenzionale ritrattistica e paesaggistica vittoriana, con91
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
trapponendo i temi del misticismo medioevale all’edonismo
paganeggiante del pieno Rinascimento e sviluppando un
programma che aveva molti punti in comune con altri movimenti del tempo come i puristi italiani ed i “nazareni” tedeschi. Tuttavia, a differenza di questi, che innestarono la
loro estetica nell’idealismo filosofico, i PreRaffaelliti inglesi
approfondirono autonomamente una problematica di tipo
morale e sociale sul potere rinnovatore dell’Arte, in grado di
reagire da una parte alla concezione materialista della vita,
dall’altra alle brutture del rapace capitalismo industriale in
rapida ascesa.
Malgrado la loro dicotomia costituzionale, ispirandosi al
presunto modello delle corporazioni medioevali, la Confraternita cominciò ad approfondire in modo condiviso i propri
interessi. Gli esordi, come spesso accade, non furono privi di polemiche, per l’opposizione agli insegnamenti della
Royal Academy. I primi dipinti esposti nel 1849 sconvolsero
i critici vittoriani come Charles Dickens, grande estimatore dei canoni artistici interpretati da Raffaello, che espresse
il suo disappunto verso Millais in un polemico articolo del
1850 “Old Lamps for New Ones”. Solo con il favore di John
Ruskin, convinto sostenitore e mecenate dei giovani innovatori, la fortuna del gruppo si consolidò.
Nonostante il gruppo primitivo si sciogliesse assai presto
(1853), tuttavia le idealità iniziali si perpetuarono in una produzione che a lungo condizionò l’opera della generazione
successiva di artisti.
La bellezza fu utilizzata come chiave per interpretare il
mondo, senza limitarsi a rielaborare i precetti del romanticismo, impegnato ad identificare estetica ed etica, ma andando oltre, nella convinzione che “Bellezza è Verità, Verità è
Bellezza”, ossia estetica come conoscenza.
La ricerca della verità è una lotta infinita dell’uomo per
comprendere la complessità delle innumerevoli forme che la
Natura gli prospetta. Per raggiungere la conoscenza, l’umanità ha spesso fatto ricorso alla sensibilità intuitiva dell’arte, sebbene più spesso si sia rivolta alla religione. Solo con
l’Illuminismo, la Scienza ha conquistato quell’egemonia che
ha mantenuto con successo durante tutta l’epoca industriale.
In ogni caso, il progresso scientifico e quello umanistico
sono andati di pari passo, con una singolare interdipendenza
tra il miglioramento del benessere materiale ed il progresso
dello spirito.
IL “FIGURALISM” NATURALISTICO ED IL
“FIGURALISM” MISTICO-SIMBOLICO
L’adesione dei PreRaffaelliti verso i temi scientifici si manifesta in una maggiore cura verso i dettagli. Dipingendo con
originalità visiva, spesso con l’uso di colori puri, presi direttamente dalla natura, selezionarono composti di resine naturali,
e pigmenti fabbricati da George Field (il famoso fornitore di
colori per Turner), per riprodurre il più fedelmente possibile
ogni dettaglio. Si avvalsero dell’uso del fondo imbiancato
che cominciò a diffondersi con la traduzione nel 1840 della
Teoria dei Colori di Goethe ed approfondirono le tecniche
92
dei pittori del primo
Rinascimento, grazie alla traduzione
in inglese del “Libro
dell’Arte”, il famoso
manuale trecentesco
di pittura di Cennino
Cennini.
Questi aspetti tecnici distintivi comuni dei capolavori
della Confraternita
(in gran parte nella
collezione della Tate
National Gallery of
British Art di Londra) ci rivelano lo
stile, gli orizzonti e
le prospettive condivise del PreRaffaellitismo. Tuttavia,
artificiale
l’unità
della Confraternita si
disgregò rapidamente. Coloro che seguirono Homan Hunt,
come John Brett,
William Davis, John
Inchbold e George
Price Boyce, approfondirono i temi del
“figuralism” naturalistico, in ossequio al
motto “Back to natuDante Gabriel Rossetti - Sancta Lilias - 1874
re!”.
La qualità fotografica dei paesaggi preraffaelliti era una caratteristica molto
apprezzata, in un epoca in cui le tecnologie riproduttive non
avevano affatto la qualità contemporanea. La cura di riprodurre i dettagli, come se li osservassero attraverso un microscopio, mostrava quanto i PreRaffaeliti fossero affascinati
dai progressi delle scienze naturali e le loro composizioni
divennero le illustrazioni predilette dei manuali botanici e
geologici, come si nota dalle molte illustrazioni tardo preraffaellite nella rivista positivista “Fortnightly Review”. I soggetti dei paesaggi erano osservati con accuratezza scientifica
e riprodotti con una tale precisione che le rocce, gli animali, i
corsi d’acqua sembrano catturare i segreti dell’ambiente, con
un dettaglio del tutto estraneo alla qualità fotografica monocromatica dell’epoca.
Un esempio caratteristico del “figuralism” botanico è rappresentato da uno dei primi paesaggi preraffaelliti ad essere
esposti alla Royal Academy nel 1852: “May, in the Regent’s
Park”, dipinto dalla finestra di casa da Charles Allston Collins, uno degli amici intimi di Millais. L’aspetto botanico
domina sull’aspetto artistico ed ogni singolo dettaglio è rap-
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
presentato con tale
scintillante precisione da far pensare di
essere stato dipinto
con l’ausilio di una
lente d’ingrandimento. Nulla è indistinto:
anche gli alberi sullo sfondo appaiono
con rami e foglie
ben definite. Un’accuratezza che i più
critici obiettavano
eccessiva, giacché
tali parlicolari: «at
the distance ... could
by no means be seen
with such hortus siccus minuteness (in
lontananza non c’è
modo di osservarli
con tale dettaglio da
erbario)».
Questo
dipinto rispetta il criterio della “Truth to
Nature”, elaborato
nel trattato “Modern
Painters” di John
Ruskin, con l’adesione alla verità del particolare, in contrasto
all’allusiva percezione del globale dei paesaggisti vittoriani.
Certamente, il dipinto deve conservare
l’unità ma, come Ruskin annotava «not at the expense of the
inexhaustible perfection of nature’s details», esortando gli
artisti a corredare con maggiore dovizia di particolari le loro
opere. Ovviamente, Holman Hunt risultò il più sensibile alla
lezione di Ruskin. I quadri “The Hireling Sheperd (1851)” e
“Our English Coasts (1852)” ne sono evidenti manifestazioni. Lo stesso quadro più famoso della Confraternita – l’Ophelia di Millais – risulta un’esaltazione del dettaglio, sin
nelle gemme della vegetazione che avvolge il gelido annegamento della sventurata eroina skakespeariana.
Nella vasta produzione preraffaellita, il dipinto “Il ghiacciaio di Rosenlaui” di John Brett è il paesaggio che meglio
illustra le caratteristiche del nuovo modo di dipingere. Il “figuralism” geologico del dipinto abiura la visione panoramica di Turner a favore della cura di ogni singolo elemento,
con una composizione nitida e sinuosa, con dettagli stratigrafici che farebbero la passione degli esperti di geologia,
dove tuttavia inattesi salti di scala e la mancanza di un unico
punto prospettico, manifestano un senso dissociato del punto di vista e rivelano l’influenza degli scritti di Ruskin sulla
montagna e di quelli del naturalista svizzero Louis Agassiz
sulla glaciologia.
A ben guardare, questo paesaggio – se accuratamente analizzato – rivelerebbe probabilmente un metodo di composizione frattale. La morfologia del paesaggio sembra spontaneamente riprodotta con l’applicazione della teoria dei frattali:
un linguaggio matematico in grado di rappresentare rigorosamente l’irregolarità di forme naturali che in ogni piccolo dettaglio conservano il disegno globale, come un grande
triangolo è composto di piccoli tasselli triangolari. Non è facile riconoscere, dai cristalli di ghiaccio sino alla forma del
ghiacciaio, le regole di “autosomiglianza” dei frattali, in cui
una qualsiasi parte tende a riprodurre la figura intera. Merita
di essere ricordato che i cristalli che compongono ogni fiocco
di neve hanno nascosto per secoli le cause della propria bellezza. Le simmetrie esagonali dei cristalli di ghiaccio sono
state riconosciute per la prima volta nel 1611, in un saggio
poco conosciuto di Keplero intitolato “Strena Seu De Nive
Sexangula”, per essere poi studiate nei primi anni del Novecento, attraverso l’ausilio dei raggi X. La teoria dei frattali
si applica efficacemente allo studio dei fiocchi di neve, fornendo alcuni classici esempi di riproduzioni frattali, tra cui
il merletto di Helge von Koch, una generalizzazione della
curva di Peano. E’ singolare notare che l’approccio frattale
manifesta prodigiose analogie con le aspirazioni formulate
da Ruskin.
Nel tempo, l’attenzione eccessiva per un resa fotografica, se non vivisezionistica, dei paesaggi, finì per soffocare
l’immaginazione e degenerò in una successiva produzione di
maniera sempre meno gradita.
Nonostante il loro preziosismo compositivo, le opere di
questi artisti persero di prestigio soprattutto a causa dello sviluppo della fotografia e della consapevolezza che l’esattezza
dei dettagli, non avrebbe mai potuto corrispondere ad una
completa comprensione della realtà. I progressi scientifici ci
hanno confermato che l’essenziale risulta invisibile all’osservazione, e come il volto non risulta in grado di rivelare
l’anima, allo stesso modo indagando i dettagli superficiali,
non è possibile dedurre il senso profondo della realtà.
Un successo diverso arrise all’esperienza opposta perseguita da Dante Gabriel Rossetti, il fondatore della Confraternita che, col tempo, assunse il ruolo di uno dei più puri
rappresentanti di quella classe a sé, che da sempre sono gli
eccentrici inglesi. Rossetti tentò di rivalutare il carattere trascendente della realtà gettando un ponte sull’abisso che separa il sentimento dall’esperienza. Estimatori delle idealità
esaltate nel manuale “The Stones of Venice” di Ruskin e nel
saggio storico “Past and Present” di Carlyle, i PreRaffaelliti
legati a Rossetti intercettarono, ed in parte anticiparono, le
insoddisfazioni profonde della società vittoriana nell’Inghilterra in piena Rivoluzione Industriale.
In questa impresa, Rossetti fu affiancato ben presto da
Edward Burne-Jones, e con meno convinzione dal più pragmatico William Morris, il cui senso degli affari spinse lo
stesso Dante Gabriel Rossetti a rendere feconda la propria
sensibilità figurativa associandosi con i nuovi confratelli
93
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Edward Burne-Jones, The Golden Stairs (1880) (Tate Britain, Londra)
nella produzione industriale di arredi con stile e qualità della
finitura artigianale, irriducibili alla massificazione esaltata
nella formidabile mostra del primo EXPO, nel Crystal Palace
di Londra nel 1851. In nome di questa filosofia, precursore
illustre del movimento Art & Craft, fu promossa la nascita
della manifattura Morris, Marshall, Faulkner & Co. dedita
ancora oggi, con il marchio Sanderson and Sons and Liberty,
a creare ricercati motivi decorativi da utilizzare su vetro, ceramiche, piastrelle, carte da parati, e tessuti.
Questo interesse per le arti decorative, dal 1859, indusse
Rossetti ad ispirarsi ai capolavori di Tiziano e Veronese, allontanandosi progressivamente dai soggetti religiosi e dalle
ricostruzioni del mondo medievale influenzati dall’ossessione dantesca e dal ciclo arturiano.
94
L’utopica bellezza ambita dai PreRaffaelliti si tradusse in
una progressiva sublimazione della figura femminile. Tuttavia, il “figuralism” simbolico a cui aspiravano teneva conto
simultaneamente della concretezza e del mistico del trascendente, come testimoniano i dettagli dei loro dipinti d’ispirazione storica, biblica e letteraria. I sorprendenti dettagli degli
abiti e degli arredi continuano ad essere fonte di ispirazione
anche per l’architettura. Ad esempio, le miniature del dipinto “Roman de la Rose” contribuirono a definire l’assetto del
giardino della Red House, il luogo dell’anima dei Morris a
Bexley Heath nel Kent.
Con meno superficialità ed esuberanza di Rossetti, il visionario Edward Burne-Jones rivelò l’aspirazione ad un mondo
migliore e la necessità di valori più profondi di quelli proposti dall’utilitarismo ed il materialismo che andava affermandosi nella tarda epoca vittoriana.
Nell’epoca dell’esaltazione delle grandi cannoniere e dei
cavi transatlantici, la rappresentazione fiduciosa di figure angeliche non era semplicemente un conforto per estraniarsi da
una realtà ansiogena. Programmaticamente, rifletteva i desideri e le attese delle nuove classi agiate forgiatesi nella Rivoluzione Industriale, che pretendevano per i propri figli un
mondo migliore con più gentilezza ed armonia. Una speranza destinata ad essere travolta dalla crisi della Prima Grande
Guerra Mondiale.
Il dipinto di Edward Burne-Jones “The Golden Stairs” (1880) rende al meglio questo anelito per un mondo
ideale, ma non astratto. Il tema sembra ispirato ad uno dei
racconti più famosi della Bibbia: il sogno di Giacobbe con la
visione profetica della scalinata verso il Paradiso, che aveva
già suggestionato William Blake.
Nella Genesi (Genesis 28:10-15) si narra che Giacobbe
abbia avuto in sogno l’apparizione di una scalinata, affollata di presenze angeliche, che dalla Terra raggiungesse il
Paradiso.
L’esegesi della narrazione biblica (Giovanni 1:51) assegna
alla scalinata lo stesso ruolo di Cristo (come mezzo per accedere al Paradiso). Il sogno della scala a spirale verso il Cielo
è tradotta da Burne-Jones senza evidenti connotati religiosi
o sofisticate astrazioni. Nelle preziose figure angelicate, si
possono riconoscere le vestali, compagne e figlie, dell’universo preraffaellita. Tutte le immagini nascondono analogie
figurative indirizzate a suggerire un significato metaforico
della contiguità tra mondo reale e trascendenza, mortalità ed
eternità. Il carattere divino della visione profetica di Giacobbe è manifestato dalla presenza delle raffinate proporzioni
matematiche, legate alla sezione aurea: il rapporto tra una
grandezza maggiore e una minore, delle quali la maggiore
è media proporzionale tra la minore e la somma delle due
grandezze, ed in pratica è la soluzione positiva dell’equazione algebrica x2 - x - 1 = 0.
Questa divina proporzione corrisponde al valore numerico
_
л
1
Φ = 2 cos (__) = __ (1 + √5) ≡ 1,6180339...
52
ed è indicata con la lettera greca Φ, dalla lettera iniziale del
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
nome greco dello scultore Fidia).
Sin dall’antichità è stata utilizzata
quale unità di misura dell’armonia, affermandosi come canone
estetico nel Rinascimento, con la
pubblicazione nel 1509 del famoso manuale del matematico Luca
Pacioli, illustrato con i disegni di
Leonardo da Vinci. Considerata
quasi la chiave mistica dell’armonia nelle arti e nelle scienze,
la sezione aurea fu impiegata ampiamente nei quadri di Piero della Francesca e Sandro Botticelli,
autori rinascimentali precedenti a
Raffaello. La sezione aurea appare
nelle dimensioni della scala e della tromba tra le mani della quarta fanciulla dall’alto (identificata
come la figlia Margaret dell’autore), nelle lunghezze delle gonne,
nelle dimensioni della porta e del
lucernario in cima alla scalinata.
QUANDO FINISCE
UN’AVANGUARDIA?
John Brett, Il ghiacciaio di Rosenlaui (1856) (Tate Britain, Londra)
Il valore di ogni movimento culturale non si misura dal suo persistere, ma in base agli elementi anticipatori dei successivi
paradigmi estetici. Per cui, non è semplice spiegare come
questa avanguardia artistica fiorita in epoca vittoriana sia rimasta in vitale sintonia con l’arte e la cultura successiva, se
non indagando quanto abbia anticipato i temi dei movimenti
impressionista e simbolico.
Certamente l’indizio che i PreRaffaelliti contengano ancora elementi di rigenerante modernità è certificata dal successo di critica e di pubblico del tour mondiale della più
recente esposizione itinerante “Pre-Raphaelites: Victorian
Avant-Garde”, inaugurata a Londra nel 2012, ammirata da
oltre un milione di visitatori alla National Gallery of Art di
Washington, al Pushkin Museum of Fine Arts di Mosca, alla
Mori Arts Center Gallery di Tokyo, ed infine, nel 2014, a
Palazzo Chiablese, la rinnovata sede espositiva del Palazzo
Reale di Torino.
L’utopia della Bellezza ha rappresentato la ragione ideale
che ha permesso a questo movimento di non scomparire mai
del tutto, proponendosi alle generazioni seguenti come fonte
a cui attingere, riadattare, reinventare e riproporre la propria
ispirazione.
Sebbene non si possa dire che ci abbiano lasciato in eredità
una nuova scuola di pittura, tuttavia i veri eredi del PreRaffaellitismo sono tutti quegli artisti che continuano fermamente
a lavorare sfidando le mode e i dettami imposti da certi movimenti artistici in auge. I veri eredi sono tutti coloro che sfidano l’indifferenza e l’autocompiacimento e come asseriva
Ruskin, vanno incontro alla Natura con un cuore singolare,
camminando in sua compagnia operosamente e con fiducia.
Il respiro del PreRaffaellitismo non si affievolirà fino a
quando gli artisti saranno in grado di leggere ed interpretare
le fertili pagine del libro chiamato Natura.
95
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Appendice
L’eredità di
Leonardo da Vinci
ROBERTO TOSCANO
[
…] che probabilità ci sono che
oggi un giovane possa imparare
ad usare i suoi doni naturali come
seppe fare un tempo il maestro di Vinci? […] » e che cosa ne sarebbe stato
di Leonardo se avesse avuto un percorso formativo in linea, per esempio, con
le direttive dell’attuale scenario della
scuola standard, vincolato da un repertorio dogmatico di protocolli educativi
omologanti?
Fu la fucina ‘sperimentale’ di saperi
offerta dai programmi formativi multi
e transdisciplinari della bottega di Andrea di Michele di Francesco di Cione,
meglio conosciuto come il Verrocchio,
ad assicurare allo studente Leonardo la
necessaria dose di curiosità, sorgente
primaria di quell’inesauribile creatività,
senso critico, autonomia e spirito di ricerca, punti luce del genio vinciano.
Stefan Klein, nello sviluppare i contenuti dell’interessante volume L’eredità
di Leonardo. Il genio che reinventò il
mondo (traduzione italiana dell’originale Da Vincis Vermächtnis, oder Wie
Leonardo die Welt neu erfand del 2008)
, edito da Bollati Boringhieri, traccia
un originale percorso di ricerca, che
pone frequentemente in relazione alcuni temi scientifici ed artistici presenti
nella produzione dell’artista/scienziato
96
(e già oggetto di numerosi studi) con il
suo percorso formativo, offrendo in tal
modo un particolare approccio speculativo dal quale trae origine una riflessione di stampo pedagogico. Obiettivo
di quest’ultima risulta essere il porre in
primo piano le peculiarità visionarie e
di gestione ed elaborazione dei saperi
operate dalla mente del maestro di Vinci, la cui creatività risulterà essenzialmente frutto di una particolare e costante modalità complessa di processazione
di un’informazione/sapere.
Grande spirito di osservazione, inesauribili intuizioni e soprattutto costanti
proiezioni oltre i limiti della sua contemporaneità: questi aspetti possono
essere intesi come le principali componenti del complesso patrimonio conoscitivo di Leonardo ed è su tali vettori
che Klein sviluppa la propria analisi,
tracciando l’immagine dell’artista/
uomo, spinto da un irrefrenabile desiderio di conoscenza ma soprattutto consapevole, spesso in modo doloroso, delle
contraddizioni e dei limiti del proprio
tempo.
Il volume, che si apre con un’Introduzione nella quale l’autore compie
una indagine sulle specificità della documentazione manoscritta dell’artista
pervenutaci, si compone di sette capitoli: il Capitolo I, Lo sguardo (composto
dai paragrafi L’artista come studioso
del cervello, Nati dalla cassetta di diapositive per identikit, La legge della piramide, Nella biblioteca di Sua Maestà,
Come la scintillazione delle stelle abbia
origine nell’occhio), offre una compatta
analisi sulle modalità di approccio complesso al sapere operato da Leonardo,
partendo dagli studi sulla percezione
visiva, sviluppando nel successivo Capitolo II, L’acqua (articolato in Resti di
una chiusa, Al servizio del tiranno, Un
nido d’amore nel mulino, Leonardo diventa scrittore, Musica d’acqua, In fila
indiana in una viuzza), una riflessione
sulla ricerca compiuta dall’artista per
lo sviluppo di una efficace modalità
grafica funzionale per la registrazione
delle proprie osservazioni ed esperienze
scientifico/artistiche. Con i Capitoli III,
La guerra (composto da La fisica della
distruzione, Amorra, Ilopanna, Il patto con il diavolo, Strangolato all’alba,
La belva nell’uomo), IV, Il sogno del
volo (Da solo contro la forza di gravità,
«Serra la sala di sopra…», «Leonardo
pensava in modo troppo complicato»,
La temeraria Judy Leden, Volare non
significa battere le ali), V, Automi
(con i paragrafi Borsette e scaldabagni,
L’entrata in scena del leone meccanico,
Una vita per Leonardo, Automi suonatori di campane, Il computer di Leonardo) e VI, Sotto la pelle (sviluppato in
Nella camera mortuaria di Santa Maria
Nuova, Il sesso a raggi x, L’uomo è una
macchina, Spedizioni nel cuore pulsante, Meglio essere filosofo che cristiano),
Klein amplifica ulteriormente il proprio
testo che, dopo il Capitolo VII, Domande ultime (suddiviso in Conchiglie sulle
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
pendici dei monti, O mirabile giustizia
di te, Primo Motore!, L’anima del feto,
Visioni della fine del mondo) ed un
Epilogo (L’eredità di Leonardo), utili
momenti di riflessione sulle peculiarità
visionarie e profetiche del pensiero teorico dell’artista/scienziato e sulla modernità del suo approccio complesso
al sapere, si chiude con una funzionale
Cronologia. Completano il volume un
utile apparato di note, un’esaustiva Bibliografia e gli indici delle illustrazioni
e dei nomi.
Sulla definizione
di morte
ANDREA CANDELA
M
algrado l’apparente ovvietà di significati che il
senso comune da sempre
attribuisce alla condizione del morto,
definire con certezza una linea di demarcazione tra la vita e la morte è, ed
è stato, tutt’altro che semplice ed evidente. Lo si evince con chiarezza dal
voluminoso saggio collettaneo Storia
della definizione di morte, curato da
Francesco Paolo de Ceglia, docente
di Storia della Scienza all’Università
degli Studi di Bari Aldo Moro., pubblicato da FrancoAngeli. Il testo, a più
voci ma delineando uno sviluppo coerente e attento al dettaglio, ripercorre la
storia dell’idea di morte e delle relative
tecniche di diagnosi e accertamento,
dall’antichità ai giorni nostri; senza
ignorare, di concerto, l’ambito delle
discussioni bioetiche e pubbliche contemporanee, nonché contesti culturali
differenti da quelli rientranti nel novero delle sole vicende storiche dell’Occidente. Le riflessioni di ampio respiro
sulle concenzioni “tanatologiche” in
Oriente (es. Cina, Giappone, India) o
nei paesi di professione islamica consentono, infatti, di aprire un dialogo interculturale sull’insieme delle valenze
simboliche e sociali attribuite all’idea
di morte in realtà storiche e geografiche distanti da quelle più prossime. Nel
saggio non mancano, tuttavia, contributi attraverso i quali poter approfondi-
re anche la complessità di quel dibattito
specialistico e laico che, soprattutto in
età moderna e contemporanea, ha animato il contesto scientifico e culturale
italiano sull’argomento. Un soggetto,
quest’ultimo, talora ignorato dalla letteratura internazionale. La trasversalità
e l’ampiezza delle tematiche discusse
arricchiscono, pertanto, di osservazioni
inedite le linee di indagine già tracciate
dai precedenti lavori di Philippe Ariès
(L’uomo e la morte dal Medioevo a
oggi, 1977) e Michel Vovelle (La morte e l’Occidente, 1983), senza dubbio
pietre miliari e riferimenti irrinunciabili nell’ambito degli studi storico-tanatologici.
Il carattere interdisciplinare e corale
della ricerca coordinata da de Ceglia
impreziosisce le fatiche che hanno condotto alla pubblicazione del volume,
circoscrivendone senz’altro uno dei
punti di forza e di maggiore interesse, specialmente qualora si consideri
come, tutt’oggi, una parte dell’accademia italiana manifesti ancora qualche
reticenza nell’abbandonare ormai frusti
confini dottrinali.
Raccogliendo i contributi provenienti da studiosi di diversa estrazione,
l’opera si struttura come narrazione
collettiva sull’insieme delle molteplici
immagini e rappresentazioni della morte. Ne emerge un lungo ragionamento
punteggiato da un’esigenza continua di
definizione e ri-definizione dei confini,
delle valenze, dei sintomi e dei decorsi
del decesso. Il fenomeno del morire è
stato, ed è tuttora, oggetto di indagini
filosofiche, teologiche e scientifiche,
attraverso le quali poter meglio stabilire l’istante dell’exitus, ovvero l’attimo
in cui l’anima, o diversamente la vita,
abbandona il corpo. Alle riflessioni più
squisitamente storiche, si sovrappongono considerazioni di carattere demoetnoantropologico, filosofico-religioso,
medico-scientifico, linguistico e massmediologico. Queste svelano come
l’estesa e mai conclusa indagine sullo
statuto ontologico ed epistemico del
morente o del morto abbia continuamente oscillato tra accezioni, esigenze e prospettive talora inconciliabili:
dall’idea statica di morte, intesa come
momento, all’immagine dinamica della
morte come processo (XVIII secolo),
fino alla morte sospesa delle più moderne tecnologie di rianimazione. Così
se ancora nei secoli XVIII e XIX «…
la massima preoccupazione era evitare
che soggetti viventi fossero dichiarati
morti, attualmente i medici intensivi
cercano di evitare che pazienti morti
continuino a essere considerati viventi
e trattati di conseguenza» (C. A. Defanti, Soglie. Medicina e fine della vita,
2007, p. 204).
Richiamandosi all’insegnamento
storiografico delle Annales d’histoire
économique et sociale (1929), il libro si
struttura lungo alcune direttrici principali di sviluppo. La prima parte si concentra sulle idee di morte nelle civiltà
antiche orientali e occidentali, approfondendo sia l’ambito delle problematiche medico-fisiologiche sia quello dei
miti e delle credenze funebri. La lettura
si snoda lungo un tragitto articolato e
coinvolgente, dall’epopea di Gilgameš
alle superstizioni sul vampirismo del
mondo bizantino e slavo, attraversando
gli ambiti della riflessione egizia, cinese, indiana e greco-romana. La seconda
sezione ripercorre, invece, la storia del
dibattito tanatologico dal Medioevo
alle soglie della contemporaneità. Le
tematiche affrontate sono decisamente
numerose e di indubbio interesse anche per il non specialista. Il lettore si
imbatte, così, nei trattati per il prolungamento della vita della medicina bassomedievale, nelle differenti e talora
curiose metodiche con cui, tra Seicento
e Ottocento, si diagnosticavano i casi
di morte apparente, nonché nelle dispute pre-rivoluzionarie sull’uso “etico”
della ghigliottina. Vi è, altresì, spazio
per suggestive digressioni sui tentativi
di rianimazione dei cadaveri mediante
l’utilizzo della corrente elettrica (Frankenstein docet) e sugli immaginari
tafofobici del diciannovesimo secolo.
L’analisi non trascura, tuttavia, il contesto delle teorie scientifiche. A inizio
Ottocento, spicca senza dubbio quella di tripode vitale proposta da Marie
François Xavier Bichat, secondo cui la
morte origina dalla cessazione dell’attività di uno dei tre organi vitali: cuore, cervello, polmoni; questa comporta l’interruzione delle funzioni anche
97
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
degli altri due. Le ipotesi del chirurgo
e fisiologo francese influenzeranno
profondamente l’indagine successiva
e buona parte della tanatologia novecentesca. A quest’ultima è dedicata la
terza sezione del saggio, che riprende
gli snodi salienti del dibattito contemporaneo, illustrandone gli aspetti più
controversi e le corrispettive implicazioni: bioetiche, neurologiche, citogenetiche e giuridiche. Si coglie nella ridefinizione epistemologica della Harvard Medical School un punto di svolta
essenziale della riflessione novecentesca. La crescita delle conoscenze in
ambito medico-fisiologico, il sensibile
miglioramento delle tecnologie di rianimazione e, infine, la progressiva istituzionalizzazione della trapiantologia,
hanno consentito infatti di ridisegnare
il concetto di morte, specialmente dal
punto di vista tecnico-diagnostico. È
subentrato, di conseguenza, lo status
di morte cerebrale e si sono schiuse
importanti problematiche etiche (eutanasia, trapianti, accanimento terapeutico), che tuttora gravano pesantemente
sul dibattito scientifico e laico. Esemplare il caso di Eluana Englaro, ripreso
e discusso nello scritto finale. A sigillo del volume due sezioni conclusive:
l’una sul ruolo storicamente svolto da
cuore, cervello e polmoni nel definire
il confine tra vita e morte, l’altra sulle
rappresentazioni del morire nell’immaginario.
Il saggio, a chiusura di ogni singolo
contributo, riporta un’ampia raccolta
bibliografica di fonti primarie e secondarie. Degno di nota, infine, il significativo apparato iconografico, che
consente di approfondire le puntuali
informazioni presenti nel testo.
Portavo un canto di
gioia nelle tasche
FAUSTA GENZIANA LE PIANE
I
l recente libro di Nina Maroccolo scritto a quattro mani con Anthony Wallace – Ero nato errore, Storia di Anthony, Edizioni Pagine,
2015 - lascia interdetti e disorientati
98
per diversi motivi.
Primo, per le vicende umane del protagonista, segnato dalla violenza del
padre – il Mostro, come lo chiama lui
– che, senza consultare o decidere insieme alla madre – l’Estranea, sempre
come la definisce Anthony –, lo segna
all’anagrafe come “femmina”, mentre
lui, con il tempo, svilupperà la consapevolezza di avere una struttura maschile. Questa è una storia tanto aspra
quanto metafisica: a tratti sconvolgente, la definisce Nina nella sua lettera a
Anthony. Vittima di un padre-padrone
violento, Anthony, dapprima affidato
in Scozia alle cure della zia (Ann, la
sua unica vera madre), poi tornato con i
genitori, è costretto a scappare di casa:
fa il saldatore, il riparatore di frigoriferi, vive per strada, si nutre di scarti, si
ammala di tumore, vive di furtarelli, si
sposta a Firenze, poi a Roma, vive in
macchina, gira l’Italia, ha per amico un
cane (Max), tenta il suicidio.
Secondo, per le vicende giudiziarie: Anthony si trova a Rebibbia dal
2013 per scontare i reati di furti che
si sono accumulati fino ad arrivare ad
una pena detentiva di più di 17 anni di
reclusione e migliaia di euro in multe.
Ma due sono gli aspetti che saltano
immediatamente agli occhi con forza,
a mio avviso: il ruolo della memoria e
l’incontro con Nina (l’incontro di due
anime) che conduce alla riflessione sul
ruolo della scrittura.
Anthony lo afferma chiaramente: la
memoria lo protegge. E ora per parlare
di sé deve farla a pezzi, deve infrangerla: la memoria vorrebbe cancellare
se stessa insieme al mio vissuto. Mi
costringo in quest’ultima necessaria
violenza: quella del ricordo... nella
porzione giornaliera dei ricordi vorrei
esaurire…. Anthony DEVE ricordare,
per riscattarsi, per ricostruire la propria
identità ferita: domani…la memoria
troverà in se stessa la propria fonte.
Quello di Anthony non è il primo
caso di cronaca prestato alla letteratura. In questo momento in Francia
sta avendo molto successo un libro di
Régis Jauffret tradotto in italiano con
il titolo L’inferno e ritorno che narra
gli avvenimenti dell’affare Fritzl e che
è stato ricevuto molto male in Austria. Jauffret non è nuovo a questi casi:
nel 2010, la famiglia del banchiere
Édouard Stern lo persegue per il romanzo Sévère che mette in scena
l’assassinio del banchiere per mano
dell’amante, Cécile Brossard. Parecchi
scrittori lo hanno difeso firmando una
petizione, Michel Houellebecq, Virginie Despentes, Christine Angot, Philippe Djian, Philippe Sollers, Frédéric
Beigbeder, Yann Moix e Bernard-Henri Lévy. Nel gennaio 2014 esce il romanzo La Ballade de Rikers Island,
che evoca l’affare del Sofitel di New
York : Dominique Strauss-Kahn lo denuncia assieme all’editore, Le Seuil,
dopo la pubblicazione del libro.
Nella storia della letteratura, tanti
scrittori si sono fatti paladini di fatti quotidiani emblematici: pensiamo
a Zola che ha difeso Dreyfuss oppure
a Voltaire che si è battuto per Calas
oppure ancora a Jean Giono e l’affare
Dominici.
Che cosa spinge alcuni autori a occuparsi di un fatto di cronaca? Per che
cosa Anthony è il pretesto ?
Per indagare, in ogni senso.
Nina è anima empatica (le nostre
voci, un’unica voce, s’incontreranno),
pura, capace di sentire la sofferenza
degli altri: scriverò la tua storia, sarò
la tua voce…per me, entrare e uscire
dal tuo “Io” rendendomi alter-Ego di
un romanzo troppo scabro e scabroso,
di un’autoanalisi che potrebbe configurarsi quale coscienza collettiva,
criticabile perché mai ti ha accettato,
salvato.
Nina scrittrice si fa voce degli ultimi.
Je suis toi, dichiara in una bellissima
poesia dedicata alle vittime del massacro di Parigi.
La scrittrice evidenzia dapprima la
sproporzione tra i reati commessi e
la pena inflitta. Poi esplora i comportamenti, le reazioni, i sentimenti dei
protagonisti, si cala nella mente del
protagonista, descrive parole e rituali
della sua quotidianità, s’indigna (e noi
con lei), si avvicina ai “diversi”, alla
vita da scontare ai margini, ipotizza il
futuro. Cerca spiegazione e verità ma
in realtà cerca l’uomo con tutte le sue
contraddizioni, con il lato oscuro e l’a-
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
bisso che c’è in lui.
Mi chiedo se oggi esiste ancora la figura dell’intellettuale … Il verbo provocare (v.tr. - Eccitare o irritare spingendo a una reazione per lo più violenta, dal latino provocare, comp. di proe vocare, “chiamare fuori”) sembra
non avere più senso in una società che
ha catalogato tutto, incasellato tutto,
digerito tutto: è persa, diceva Ennio
Flaiano, nel Grande Sbadiglio; tutto
riduce all’ordine del già visto, se non
del gioco, e nella quale ogni infrazione al codice genera inevitabilmente il
rimpianto del codice e l’inevitabile restaurazione. E in cui gli anticorpi servono a omeostatizzare il Sistema e farlo prosperare ancor più: sono parole di
Gianfranco Tomei su Pier Paolo Pasolini (Pier Paolo Pasolini: l’intellettuale
come oppositore). Parole sempre attuali. Pasolini manca a tutti e il grande
dono che lascia in eredità è la volontà e
la passione e l’attitudine a “pensare” la
diversità. A comunicare con la diversità. A mettersi nell’ottica della diversità.
Per comprendere meglio la propria. E’
ciò che fa Nina Maroccolo con questo
libro, pensa la diversità e vuole credere
con forza che situazioni come quelle
narrate nel libro non accadano più a
nessuno.
Mi viene in aiuto una frase di JeanPaul Sartre: L’intellettuale è colui che
si occupa di ciò che non lo riguarda.
Non è uno specialista, che difende affari di clan o di partito, e neanche un
tuttologo che si improvvisa esperto in
ogni campo, ma è un eterno apprendista e come tutti gli eterni apprendisti
deraglia da una disciplina all’altra,
rischia molto spesso di prendere delle
cantonate, ma altrettanto spesso rischia di vedere cose che sfuggono agli
specialisti.
E allora mi rispondo che sì, esistono
gli intellettuali oggi e uno di questi è
Nina Maroccolo, capace di indignarsi,
di affondare il dito nelle piaghe della
società e di mostrare al mondo le ingiustizie con determinazione e volontà:
scriverò la tua storia…se vuoi sarò la
tua voce…una voce che dalla tua interiorità emerga, e sia precisa, netta,
dura, dura come l’intera tua vita. Ricopierò fedelmente le parti da te scritte.
Poi le nostre voci, un’unica voce, sincontreranno.
Il libro è una riflessione sul ruolo della famiglia e delle Istituzioni nell’educazione dei giovani, una denuncia forte
del fatto che è possibile spezzare la
catena del determinismo materialistico
(pensiamo ai personaggi dei romanzi di
Zola) e della violenza con la consapevolezza: Padre, tua madre era cattiva.
Ti picchiava. Mi picchiava col bastone.
Tu sei diventato come lei : cattivo,
ubriaco, senza amore.
Ero nato errore è un piccolo gioiello
di poesia, di alto lirismo.
Gli Stati Generali di
filosofia per bambini
CLAUDIA CAMICIA
P
arlare di filosofia e bambini
non è più una controtendenza
e lo dimostra la sala gremita
e i followers su Twitter durante i primi
Stati Generali di Filosofia per Bambini organizzati da Ilaria Rodelli di Ludosofici e condotti da Dorella Cianci,
dottoranda alla Facoltà di Scienze
Umane della LUMSA e collaboratrice
della pagina culturale domenicale de Il
Sole24ore. Si parla quindi di filosofia,
bambini e scuola declinati a seconda
degli interventi ma cambiando l’ordine degli addendi la somma dà lo stesso
risultato: la filosofia si pratica fin da
piccoli! Il metodo però non è univoco
e bisogna considerarne e valutarne le
peculiarità.“I bambini non sono cavie
da esaminare filosoficamente - dice
Cristina Lenoci - né sono ascoltatori
passivi indottrinati con pillole filosofiche. Il nostro gruppo, nato intorno
all’Università di Perugia (grazie al
Prof. Livio Rossetti), parla di filosofia
con i bambini, i quali riflettono su alcuni temi e si pongono delle domande:
questo è il senso del filosofare ad ogni
età. Ai bambini, inoltre, non importa
fino in fondo se quello è il pensiero di
Kant o di Aristotele, ma conta il loro
essere al centro e interrogarsi su ciò che
li circonda (e questo riguarda anche domande scientifiche).”
Qualche studioso
Uno dei primi in Italia ad occuparsi
di philosophy for children è Antonio
Cosentino che ha approfondito il pensiero di Lipman e si è posto da subito l’interrogativo della traduzione in
italiano della preposizione for. È più
corretto usare per oppure di,a,da? Inoltre con tale azzardata traduzione si rischiava di venir accusati di prendere in
giro i filosofi “seri”o di voler sfruttare
i bambini per attirare l’attenzione sullo
studio della filosofia.
La traduzione più appropriata oggi
sarebbe “pratica filosofica di comunità” ovvero pratica della ricerca filosofica in comunità di ragazzi e bambini.
Dove i poli essenziali di significato
sono pratica, ricerca, comunità. Cosentino si sofferma su “comunità”: portare
la filosofia in classe avrebbe un senso
ridotto, bisogna perciò preparare il setting e cambiare il paradigma perché la
filosofia non è solo ermeneutica, speculazione, teoremi, storia, al contrario
la filosofia è e può essere una pratica.
Il setting attuale è tradizionale, formato
da piccole cellule in cui un’insegnante
si assicura la direzione univoca dell’insegnamento e quindi potrebbe forgiare
la mente dell’alunno. La scuola attuale
va quindi riformata, secondo il filosofo,
imprescindibile risulta la formazione
degli insegnanti, la conseguente trasformazione della didattica tradizionale in uno stile didattico “facilitatore”.
La filosofia deve trovare altri linguaggi, ribadisce Cosentino, perché alcuni hanno creduto di poterla integrare
nell’habitus consolidato del professore/
maestro e invece hanno provocato delle
inadeguatezze perché non tutti gli insegnanti hanno una preparazione filosofica di base. Una sua ultima osservazione in conclusione sulla pedagogia di
Dewey, Piaget, Vigotsky che prendono
in considerazione anche un approccio
filosofico per i bambini e che si basano
su I Dialoghi di Platone (www.filosofico.net)
Il secondo intervento si focalizza su
un metodo che parte da un altro presupposto: fino ad oggi ogni setting diventava un rituale, una sorpresa ben studiata a cui i bambini vogliono rispondere
favorevolmente per non dispiacere
99
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
il maestro e assecondare il momento
ludico. Livio Rossetti di Amicasofia,
propone “philosophy with children”.
Dal 2007 nei 13 numeri pubblicati della rivista semestrale amicasofia.it gli
studiosi si sono confrontati sui risultati
e le teorie. Alcuni testi fondamentali
per documentarsi sull’argomento sono
pubblicati a firma di S. Viti, A. Presentini, A. R. Nutarelli.
In cosa consiste il metodo “philosophy with children”?
L’adulto deve giocare la carta dell’ascolto: individuare un oggetto di riflessione, soffermarsi su un percorso e far
parlare liberamente i bambini senza
dare un inquadramento preliminare.
Non usa quindi il racconto iniziale
per creare il setting, a volte non usa la
disposizione a cerchio; potrebbe sembrare un’esposizione più povera invece
sarà più autentica. Questo metodo si
prefigge di scardinare quella didattica
maieutica con cui le maestre instillano
le nozioni e i comportamenti, il bambino di solito è pronto a recepirli e a
interiorizzarli a scapito di una sua riflessione personale. Bisogna eliminare
la cattiva abitudine di far disegnare o
recitare i bambini dopo una conversazione filosofica, è un feed back errato.
Il docente/animatore deve assumere un
ruolo critico: il suo compito è far capire
al bambino che il momento filosofico
lo aiuta a pensare in proprio, a trarre
profitto dal confronto tra bambini. A
seconda della fascia d’età ognuno abbozza la propria filosofia, l’essenziale è
dare spazio alle idee di ognuno.
“Eppure la filosofia, in quanto orientamento globale, è un’azione del pensiero che non può dipendere più di tanto da libri e lezioni. Quindi la filosofia
che si fa può ben pretendere a un più
alto grado di genuinità (compensato
dalla maggiore precarietà) rispetto alla
filosofia dei libri e dei corsi universitari. E accade che la modalità non professionalizzata del filosofare cominci
a rivendicare il suo spazio in questa e
in altre forme, in una “agorà” che, a
seconda dei casi, è la classe, il caffè,
la piazza, la “saletta di filosofia” all’interno del penitenziario o forse anche
Twitter. Senza nulla togliere alla ricer100
ca di punta: si tratta solo di chiarire che
la filosofia è anche altro.” (Livio Rossetti, Scuola per piccoli Socrate).
Cosa leggono i giovani filosofi?
Carlo Altini della Fondazione San
Carlo ha presentato la loro proposta di “fare filosofia” e le due collane
Piccole Ragioni e Filosofare. La preoccupazione e la cura che applicano
alle loro pubblicazioni e ai loro corsi
di formazione vertono innanzitutto
sulla scelta del linguaggio, anche la
loro metodologia procede dalla philosophy with children e lo dimostrano
i seminari tenuti annualmente nelle
scuole dell’infanzia di Modena. Dal
2011 hanno già trattato temi complessi
come: la cittadinanza, l’ordine, l’utopia, il bene/male e sono convinti che
bisogna insistere sulle idee di carattere
etico e non epistemologico. La collana
Piccole Ragioni si rivolge a filosofi da
3 a 5 anni e ha ottenuto un buon riscontro, invece la collana FilosoFare è per
filosofi più maturi, entro i 10 anni. Gli
autori hanno trattato la paura, l’autonomia, il tempo, l’io che spesso sono
stati oggetto di progetti teorici in corsi
specifici (fondazionesancarlo.it)
“Il fondamento su cui lavoriamo –
conclude Altini – è di carattere etico,
la filosofia è uno strumento di sapere
critico con cui si costruisce il cittadino non il consumatore.” I primi Stati
Generali della Filosofia per Bambini
hanno increspato la superficie e molta
materia giace nel fondo marino in attesa di venire a galla; bisogna munirsi di
pinne, occhiali e coraggio per sondare
gli abissi e …apprezzare i colori della
pratica filosofica.
Il giorno
del lievito
GIAN PAOLO CAPRETTINI
Q
uestioni di etimologia, di
senso delle origini. Vorrei
dire dell’ieri, in inglese
yesterday - il giorno del lievito (“yeaster day”), che prepara il crescere della
pasta per il giorno successivo. E così
vorrei consegnare a un ipotetico lettore, a una ipotetica lettrice la mia speciale idea del giorno che non c’è ancora,
fratello, talora somigliante, del giorno
che non c’è più. Essendo il presente il
tempo in cui la pasta fermenta e tutto
cambia per ripresentarsi identico ma
insieme differente, totalmente disponibile al corso nuovo.
G.P.C.
Visioni
I.
In questo prato disteso
le vostre anime bianche
disegnano un coro di sorrisi.
Lo spirito vede raccoglie semina e
dispone
come il fioraio
che si è svegliato tra le sue rose.
Le case i campi gli alberi
ridanno i loro suoni all’angelus di
oggi,
ancora estate della frutta matura.
Prende il tempo le sue misure
ma io qui senza specchi
senza alcuno che guardi
esco dal divenire
per sospendermi
nel lieve respiro della terra.
II.
Ogni pensiero è un incontro
con i passeggeri della mente,
girando le mosse di invisibili mani,
vólti perduti in quel che si dice passato
e che invece è soltanto lontano.
Di un dove che non dobbiamo sapere,
noi compagni della stessa speranza.
(settembre 2014)
Svoltando in bicicletta
Chinato sull’esca all’angolo dei
desperados
dove i cani accettano muti
che i padroni gettino l’amo tutto il
giorno
sapendo che non son lì per pescare
ma per tradire il tempo come fosse una
donna,
girata la curva del nulla
oggi è san Pietro
qui nel villaggio
all’omelia père Antoine
ha detto che Cristo aveva scelto i
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
pescatori
perché lavorano in équipe
e c’è sempre più bisogno di
solidarietà.
E dunque tu pescatore solitario,
che anarchico tieni la lenza
potrai soltanto sperare come Neruda
che lui a quattro zampe
ti possa scodinzolare nel regno dei
cieli.
Per questo lanci in mare il pesce
troppo piccolo
con un gesto di fraternità.
(giugno 2014)
Cibo mistico
A chi porterò i porcini
i borlotti e la zucca mantovana?
Comporranno una bella natura morta
mentale
se aggiungerò un posto a tavola
un Emmaus originale
per il padre mio che ora è nei Cieli.
(21 giugno 2013)
I pensieri degli altri
Cosa me ne faccio
dei pensieri degli altri?
Potrei farne un governo
ma sono sempre io
costretto a scegliere
chi starà all’opposizione.
Lo straniero
Sereno come un alieno
distratto come un pedone
sta sul marciapiede
guardando la strada,
poi si sporge, saltella, attraversa
afferra quel che gli getta l’amica.
Ogni giorno le va incontro,
sa che ha merce di qualità
che lui stesso potrebbe procurarsi
con qualche fatica.
Ma preferisce volare da Vanda
che quando gli lancia una sardina
dal banco della pescadoria
lo trasforma da accattone in nobile
uccello.
Lui, il gabbiano reale,
il cliente più strano di Tossa de mar.
(luglio 2012)
L’andirivieni
Ti hanno messo la foto Tintin
vicino alla toilette
così il turista può mandarti un sorriso
a te che pescavi nel sol dell’avvenire
perché les moules de Bouzigues
in cucina si coprissero di vino e
cipolla.
Ogni vita merita un ricordo
e il tuo così vicino
al luogo richiesto da tutti
spiega perché soltanto i puri di cuore
avranno la gloria dei cieli
dopo aver provato quella dei mari.
(Mèze, luglio 2012)
Lisbona ti amo
Distesa nella notte che quasi non c’è
più
la pensilina sbocca nel battello che
attende
e a un piccolo puhh parte
verso il ponte
mosso da fantasmi che miagolano col
fado.
Loro due in piedi discutono sul molo,
lui, è ancora sabato,
nel suo vestito elegante
punta il dito verso lei urlando
qualcosa,
a lei così piccola senza tacchi con le
scarpe in mano.
Intanto macchine sfrecciano e il cielo
si fa più regolare
al giorno che deve sbocciare.
Un amore in crisi come le finanze del
paese,
in crisi perché attende qualcosa che
non verrà
forse perché non dipende da loro.
Un nero mi passa davanti mentre mi
incanto
del 25 aprile,
quel ponte con grandi chele rosse
ficcate nella sabbia dell’0ceano.
Il ragazzo intanto è tornato:
solo, senza lei, orgoglioso si allontana
mentre altri due in auto si fermano
attratti dal nulla silente
che ora è di tutti.
Laggiù il ristorante diventa rosa
come un fondo tinta steso di fretta.
Lisbona è una donna
prigioniera della sua bellezza.
(agosto 2012)
Doppio maligno
Troppo tardi ti darò la colpa,
doppio maligno che mi abiti dentro
senza chieder permesso quando vuoi
farti sentire.
Imprecazioni, lamenti, offese, sgarbi,
quella impietosa gamma
di cui vuoi dar conto
per distruggere un po’ di giusto fatto
prima.
A te demonio basta una sequenza d’
attimi
qualche brivido bastardo
che rovini il mio castello di carte,
il mio bene
che devo poi ricucire
come un pescatore la sua rete
squarciata dallo squalo.
Non saprò mai il perché
anche se è stato spiegato,
perché il sublime, il sacro,
l’assoluta pienezza della gioia,
il semplice decorso,
la giusta rispondenza di ogni cosa al
suo perché,
le belle carezze del lieto succedersi
diventino rovine
si infilino nel flusso di una preghiera
con il guasto blasfemo di un pensiero
distorto.
Non mi consolo,
niente misericordia
inutilmente invoco spiegazione dai
miei errori
che ho convocato al tribunale
di una verità pellegrina
che ogni giorno inciampa e fa male.
Prenderli questi peccati
questi danni arrecati
queste bestemmie
non come urli dissonanti di un pacifico
bricoleur
che si è pestato un dito col martello,
prenderli invece a pegno di
riconoscimento
della mia, non tua non sua non loro,
la mia colpa
di cui devo far tesoro
perché troppo facile è chiedere
perdono.
Il guinzaglio del destino
Tra i passanti che si sono fermati
a guardare il tramonto
101
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
è arrivato un gabbiano reale.
Nessuno lo nota.
Anche lui fissa l’astro lontano
fermo tra la piccola folla
come il cane di qualcuno.
Poi lo lasciano lì
senza guardarlo,
al guinzaglio del destino.
(Grau du Roi, 29 giugno 2012)
La bellezza dell’eguale
Un giorno preso a caso
come una donna nella folla
come un bimbo all’uscita da scuola
come un libro sulla bancarella
come un fiore al mercato.
Un giorno normale
pieno del suo tempo
orgoglioso del suo poco
incantato nell’ovvio colore del cielo.
Un giorno come un altro
perché anche i giorni son tutti eguali
se sono belli
nell’altalena che Tu muovi alle nostre
spalle
con noi pronti
a saltare
a scendere
o ad attendere una spinta ancora.
Dove finisce una cosa ne comincia
un’altra
Alture
altari
altalenanti
tra ali
alcoolizzate.
All’improvviso
Alcesti e Alcmeone.
Alchimie,
alambicchi di
alluminio
allampanati.
Alleati
alternativi
dall’amicizia
altera.
Altri,
allineati
all’alto muro
alitavano
l’ultimo alluvionale
addio.
102
Eccessivi
eccipienti
eccitano.
Eccessivi
incidenti
uccidono.
Incidono
incipienti
incendi.
Incita
all’incedere
l’indecente
che incespica.
In cielo
un uncino
graffia le stelle.
Avicenna
s’avvicenda
e Ho Chi Minh
s’avvicina
minaccioso.
Chi si cela
nel bosco?
Chi suona la campana
Nell’irrealtà viviamo
convinti che l’abitudine
rallenti la misura del tempo.
Martellano le campane domenica.
Leggo della straduccia buia verso
le rose di Smirne.
Rose che s’incantano la sera
e il mattino tardano a sbocciare.
Prima di Seferis la mente
s’era portata a Ginevra, sul lago
mentre là
la pigra compagnia di Mary
e dei romantici suoi
sognava l’uomo del freddo,
Frankenstein
l’orrore tragico dell’astrazione.
Prima che il mondo finisse
imprigionato
nelle chimere di cristallo
correvamo al telefono appeso al muro,
controllavamo a cofano aperto
lo spinterogeno
con la sapienza dell’inesperto.
Ora tutto affidiamo
allo schermo del nuovo dio.
Anche Narciso
saggiamente multimediale
aspetta di sapere dal sistema
se quell’immagine è davvero sua
se meglio non poteva risultare
usando un’altra risoluzione.
Follie, nevrosi accolte
come liberazioni.
Intanto la campana rintocca
è domenica ancora,
ascoltiamo l’appello
programmato
come il fragoroso refrain d’un
cellulare.
Intanto disoccupati
indugiamo,
estranei
all’ora che a ogni colpo s’abbrevia.
Il tribunale-tempio
Soltanto colonne e parole
nel palazzo che non è un tempio
ma un tribunale.
Dove ci si confessa non ci sono
sacerdoti giudici
ma giudici sacerdoti.
L’orizzonte inquieto
Perenne ritorno della sera
nel ciclo sportivo del giorno
più breve più lungo
a seconda del fiato.
L’autunno indugia nel frattempo
e quegli occhi tradiscono
piacere,
impagabile però
dato che le ricevute
sono finite e io quasi con loro.
Resta oscuro il seguito dello strappo
che ora porrei al tuo incanto.
Seguimi ma soltanto col pensiero
spegni e riaccendi come vuoi
la mia tenerezza,
conserva per me quel fiore finto
finito in un bicchiere di whisky
ubriaco
nel surreale sofisma di ogni età.
SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1 | LETTERATURE
Donne di luna e di
scure
DANIELA FABRIZI INTERVISTA
ANNA MANNA
D
aniela Fabrizi: Anna, la
tua ragione è scalza e muove le sue orme sulla sabbia
di un tempo che non è mai del tutto
passato né del tutto presente se non
nell’incipit del dopo che contiene a
stento l’altrove e l’altro quando. Quali
battaglie si sono combattute all’interno del tuo vivere intensamente?
Anna Manna: A volte ho l’impressione che molte altre vite potevano
essere vissute. Forse alcune mi appartenevano per “celeste naturalezza”per
dirla con Leopardi. Erano giorni in
sintonia con il creato, con la natura,
con me stessa. Ma io non credo nella
felicità sempre. E mi è capitato di voler
conservare intatto uno stato d’animo.
Senza viverlo. Per renderlo vivibile sempre. Non saprei dirti se la vera
battaglia è rinunciare ad una identità nuova, ad una storia nuova, ad un
mondo nuovo. Oppure se la battaglia
vera è rinverdire il sogno. Ti faccio un
esempio non mi sono sposata con una
cerimonia come tante . Sì in chiesa, ma
eravamo pochissimi e poi subito siamo
partiti. Mi sembra come se… ancora mi
debbo sposare. E mi piace mantenere
intatto questo stato d’animo. E’ una ragione scalza, l’hai detto anche tu e sulla
sabbia si cancella ogni impronta.
In te poeta qualcosa evade subitaneo
dal pensiero statico e vissuto, qualcosa
che fugge verso il mare, un mare ora
disteso ora rabbioso come il tumultuoso battito del cuore. Quanto dista dal
cuore quel tuo mare, e quante volte hai
rischiato di annegare?
Moltissime volte. Penso che spesso sono proprio annegata. Nel dolore,
per esempio per la morte tragica di
mio padre. Per le difficoltà giovanili
di mio figlio. Per alcune incomprensioni caratteriali con mio marito. Per la
fine di alcuni dialoghi ai quali tenevo
moltissimo. Per la stupidità di chi mi
stava intorno. Per la perdita di una persona cara. Quel mare di cui parli mi
ha salvata. Proprio mentre affogavo.
Mi ha accolta come un abbraccio che
mi ha riportato a galla. E’ la vita che
mi riconquista ogni volta. Io nasco disperata. Perché capisco subito, sin da
quando avevo tre anni, il distacco dagli
affetti. E per questo resto disperata di
fronte alla mia impotenza. Poi la vita
mi riprende e mi riaccende di amori.
La tua poesia spesso si fa storia, leggenda, rilettura. I personaggi prendono anime che nessuno ha percepito e
che, con forza, ribaltano il proprio e
l’altrui destino con uno scoprire improvviso di albe diverse e di un diverso
mattino. Donne e uomini di altri tempi
e di altri ranghi confidano a te sola ciò
che il passato ha ordinatamente confuso, o tu riesci a sentire ciò che nessuno
è mai riuscito ad ascoltare?
Sono molto curiosa. Mi intriga capire, sapere, scandagliare l’anima delle
persone famose. Le mie interviste ai
grandi poeti nascono da questa predisposizione ad indagare. Così entro in
contatto quasi onirico con i personaggi
del passato. Ma comunque c’è anche
una mia predisposizione a travalicare i
limiti del tempo e discutere a distanze
secolari. Mi dona una sconfinata sensazione di pacatezza. Quasi un essere riuscita a superare le barriere della
morte. Che francamente odio con tutta
me stessa almeno fino a che qualcuno
non mi mostra realmente una vita oltre
questa.
Quale dolore di donna abbraccia
risposte senza vergogna che sembrano
emergere da pozzanghere eterne e divenire in fretta torri pronte a scalare
il cielo con la sola forza del pensiero?
Mi piace moltissimo questa tua domanda ma non riesco a mettermi in
onda con lei. E’ bellissima così senza
risposta. E’ una poesia che vale per tutti. E’ vero ho scritto un a poesia sulle
pozzanghere. Ma non nasceva dal dolore caso mai da un contrasto. Non riesco a rispondere a questa domanda ma
mi piace lasciarla così senza risposta.
Non cancellarla. Forse la mia incapacità significa qualcosa.
In te il mutamento è visibile, si co-
glie negli occhi e poi nelle parole, e
nulla è archiviato e nulla è fisso, nulla
si può dare per scontato. Sei l’esempio
coerente del divenire della materia, del
ciclo dell’esistenza che non ha fine ma
si rinnova, cambia, si evolve in forme
anche sconosciute ma palpabili e reali come le nostre strade.Come vivi la
vigilia di ogni cambiamento? Come ti
avvisa il corpo e come si preannuncia
nella mente il nuovo logo?
Prima di ogni cambiamento comincio ad ammalarmi. Raffreddori che si
ripetono, tosse, malessere, dolori alle
ossa. Poi comincio a sbraitare che non
ne posso più. Poi mi intristisco. Cambio pettinatura, colore dei capelli. E un
giorno mi guardo e sono nuova. Comincio a fischiettare la mattina, a canterellare. Poi gli occhi si accendono.
E sono invasa da un benessere nuovo.
Sono cambiata . Sogno moltissimo prima di cambiare. Tutti sogni con messaggi positivi, anche se io sono triste
e demoralizzata. E all’improvviso si
accende la luce su una mia nuova identità, fresca, allegra e giocosa. Quando
mi sto rinnovando ho voglia sempre di
giocare. E’ la fase nascente di qualche
cosa che mi incanta e mi cambia.
Ti ho vista innamorata, dei gabbiani
della Polveriera, dei libri della Biblioteca Monteverdi, delle scale di ragazzi
alla Sapienza. Ti ho vista innamorata
della poesia per mille nuove giornate e
per le parole nuove innamorate. Ti ho
vista e ti ho vissuta come fattore umano, come gene del nome, come vate e
come vestale del verbo da sguainare.
Ora vedo la luce calda di una lampada
sul comodino e il vestito di ferro sopra
il manichino. Che cosa stavolta ti ha
cambiato il poeta-destino?
No, combatto in modo diverso. La
luce calda sopra il comodino mi piace
moltissimo ma è soltanto una pausa
per riprendere fiato. Per comprendere meglio i miei percorsi. Il vestito di
ferro lo vedi sopra il manichino? Forse
voglio combattere nuda. Senza alcuna
difesa. Senza rete e senza sapere dove.
Il combattimento è più raffinato, meno
evidente. Silenzioso. Sono diventata più raffinata. Ho fatto incontri che
hanno reso più raffinata la mia anima.
103
LETTERATURE | SCIENZE E RICERCHE • N. 6 • APRILE 2015 • SUPPLEMENTO 1
Comunque mi piace moltissimo che tu
sei stata testimone dei miei innamoramenti intellettuali. I gabbiani della
polveriera… una sensazione raffinatissima! Irripetibile. I libri della Monteverdi… sì la biblioteca è stata come
una nuova Madre. I ragazzi sulla scalinata… sono dentro il mio cuore e la
mia testa ancora. Ogni mattina m’immergo nell’onda di questa gioventù che
reclama una presenza vera, concreta.
Mi somigliano. Sulle scalinate di lettere offrono cioccolata, cornetti, caffè,
ogni mattina. E’ la Rivoluzione dolce,
quella intelligente. Resti a guardarli:
donne ed uomini che s’industriano attorno ad una tavola imbandita. Penso
che stiano riappropriandosi del senso
della vita. E’ la fine di tutti gli ismi.
L’intellettuale ha tolto la maschera, è
diventato uomo normale insieme agli
altri. E s’interroga sulle difficoltà della
vita quotidiana, mangiando una fetta di
ciambellone. Sono molto simpatici.
Il rosso dei tuoi capelli, il rosso delle
tue labbra, il rosso delle tue pergamene, il rosso delle tue parole... Nessun
colore ti appartiene come questo, testimone del tuo essere viva e vitale, rossa
come il fuoco ma amaranto come i ricordi dell’amore... Quale sfumatura di
rosso oggi ti appartiene?
Io in realtà sono gelida e distante. Il
rosso è il mantello che indosso. Tutti mi
credono una forza naturale ed invece
sono una forza intellettuale e psichica.
Il mio vero colore è l’azzurro, il verde.
Ma con questi colori sarei aristocratica
ed invece voglio essere immersa nella
realtà. Il rosso è ciò che vorrei essere
e non sono. Dici che il mio rosso è una
maschera? E’ possibile. In realtà sono
fragilissima ed innamoratissima. Dipendente e bisognosa. Mario Mazzantini, ti ricordi, diceva che il mio viso,
dietro l’apparente autonomia, era bisognoso. Il rosso è una forza che l’umanità non ha, ma cerca. Non amo in rosso, il mio è un amore tutto di testa dai
colori iridescenti azzurri e verdi. Non
sono una passionale. Mio marito dice
che sono una trappola terribile. Perché
l’apparenza promette passione ed invece tendo le catene alate del sentimento.
Se qualcuno è legato a me per motivi
104
passionali, mi offendo. Quale può essere allora il rosso per scelta oggi ? Il
rosso variegato delle ciliegie. Cupo ed
allegro insieme. Torbido e chiaro,mai
inquietante. Comunque primaverile
.Non è il rosso di un bicchiere di vino.
E’ un rosso dolce, molto morbido come
la polpa delle ciliegie.
Madre è una parola onnipotente. Sia
chi ha figli, sia chi non ne ha, ne riconosce l’archetipo iniziatico, il seme
dell’umanità. Una sorta di potere che
nessun uomo può carpire, ma anche
una debolezza estrema, un pugnale nel
fianco, un ricatto-riscatto, un perdere per avere ed un avere per perdere.
Qual è e quale è stato il tuo percorso
di madre?
Sono molto legata a mio figlio. Troppo. La mia felicità dipende dal suo
benessere. Lui mi domina completamente, mi ricatta, mi riscatta. Tutto
insomma. Ma sono madre anche verso
altre persone. Mia sorella, mia madre,
mio fratello, mio marito stesso. E’ la
mia debolezza. Se me ne fregassi starei
sicuramente meglio. Ma l’amore o c’è
o non c’è. Ed in me c’è.
Donna tu lo sei fin nel minuscolo cellulare. Ma donna è dono e condanna, è
lotta ed è gioia, è un’alchimia sovrana
che regola le leggi della terra. Quanto
ti è costato e quanto ti ha dato l’essere
donna?
Ho fatto una gran fatica a farmi ascoltare come fossi un maschio. Ognuno ,
prima di tutto, si accorgeva che io ero
donna. E questo mi dava fastidio. Mi
sembrava un’offesa. Una diminuzione
delle mie capacità mentali. Oggi, se
tornassi indietro, sarei meno giudice
degli altri e di me stessa. Sono donna,
e allora è normale che gli altri mi vedano donna. E’ la mia voce di donna che
voglio tirare fuori, perché la mia vita è
vita di donna. Inutile stare a mascherarsi da uomo.
Ognuno di noi deve fare i conti con
il proprio contrario. E la persona è
“persona” quando incarna e bilancia
il proprio maschile e il proprio femminile. Nel poeta di più: osmosi e disgregazione, amalgama e sottrazione,
unità e separazione si alternano e si
mescolano nella costruzione. Che rapporto ha Anna Manna con il proprio
maschile e come, nel tempo, ha saputo fondere e distribuire le differenze di
genere all’interno del suo pensiero? A
te mi lega molto della vita e molto hai
legato tu del mio sentire. L’esperienza
di scrivere in due ci ha portate altrove,
dove la legge non è più delle parole e
il giudizio prescinde la ragione. Matematiche difficili non ci hanno impedito
di scrivere teoremi di corpi lucidi né di
rendere l’Io di ognuna felice di tanti
“noi” capaci. Cosa ha portato questa
esperienza nel tuo essere poeta-donna?
Ad un certo punto ho sentito i limiti
di una poesia soltanto mia. Dovevo stare zitta oppure trovare un altro da me
con cui dialogare. Fare poesia nel limite della mia anima ormai mi soffocava.
Sono assolutamente per la relazione. Il
soliloquio mi sembra follia. Il compiacimento mi sembra un narcisismo inutile. Trovare il nostro dialogo è stato
un rilancio ed una conferma. Credere
di nuovo nella poesia perché leggevo la
tua poesia. La solitudine mi distrugge.
Mi spegne. Chiedimi: vorresti essere
Leopardi? Ti risponderò: mai! E’ stato
troppo solo.
Daniela Fabrizi e Anna Manna sono
coautrici del libro “Donne di luna e
di scure - Poesie nel web” edito da Il
Convivio, con un Saggio-introduzione
di Aldo Onorati