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Edgar Morin
IL MIO CAMMINO
Djénane Kareh Tager
intervista Edgar Morin
ARMANDO
EDITORE
SOMMARIO
Capitolo primo: Luna
7
Capitolo secondo: Vidal
17
Capitolo terzo: Morin
31
Capitolo quarto: Doppia identità
53
Capitolo quinto: Dibattiti e scontri
81
Capitolo sesto: La sociologia del presente
105
Capitolo settimo: La complessità umana
125
Capitolo ottavo: Il mio Metodo
141
Capitolo nono: Lo stato del mondo
163
Capitolo decimo: L’educazione del futuro
185
Capitolo undicesimo: La vita
203
Capitolo dodicesimo: La morte
231
Conclusioni: Rinascite
241
Opere di Edgar Morin
249
Capitolo primo
LUNA
Lei è l’inventore del cosiddetto “pensiero complesso”. Un pensiero
globale, sconcertante, in quanto implica la congiunzione delle contraddizioni, un concetto che, in un mondo che ha optato per strade più
semplici, può mettere in difficoltà più di qualcuno…
È un pensiero che vuol legare la conoscenza delle parti a quella del
tutto, e quella del tutto alla conoscenza delle parti, secondo l’espressione di Pascal: «Poiché tutto è causa ed effetto, aiutante e aiutato, mediato
e immediato, e poiché tutto è connesso attraverso un legame naturale e
impercettibile, che connette gli elementi più lontani e diversi, ritengo
impossibile conoscere le parti senza conoscere il tutto, proprio come
conoscere il tutto senza le sue parti».
Questo pensiero è nato dalla sua personalità atipica, forgiata in gran
parte, come dice lei, da un dramma: la morte di sua madre, quando lei
aveva solo dieci anni. Fu il disastro più importante della sua vita…
La sua morte ha provocato in me una sorta di Hiroshima interiore.
Pur sapendo di colpo che era avvenuto qualcosa di irrimediabile e definitivo, ho, malgrado tutto, atteso a lungo il suo ritorno. Mia madre si
chiamava Luna, come la dea a cui molte civiltà antiche, come quelle
mesopotamiche e quella cartaginese, hanno dedicato un culto. Da allora, mi è apparsa in ogni notte di luna piena, fino ad oggi, lo farà fino
alla mia morte. Per lei intono l’aria sacra Casta diva, che le è dedicata
ne La Norma. Il cuore di Luna era debole e morì a causa di una crisi
cardiaca su un treno di periferia. Aveva trent’anni. Quel giorno io ero a
scuola. Lo zio Jo mi aspettava all’uscita: che lo zio, sorprendentemente,
si trovasse lì non mi mise in allerta. Mi portò a casa sua con la scusa
7
che i miei genitori erano partiti per un soggiorno termale. Era una bella
giornata di primavera. Salimmo su un taxi decappottabile, ero in piedi,
guardavo gli alberi in fiore, il vento mi soffiava in faccia, ero felice.
Non avevo nessun sospetto. Due-tre giorni dopo mi portarono ai giardini Martin-Nadaud, che fiancheggiano il cimitero di Père-Lachaise.
Giocavo sul prato quando vidi delle scarpe nere davanti a me. Alzai gli
occhi. Pantaloni neri, vestito nero, vidi un uomo tutto vestito di nero,
mio padre. In un lampo capii tutto, seppi che mia madre era morta, ma
feci finta di niente. Mio padre mi disse. “Non giocare sul prato, è vietato”. Risposi con un gesto di stizza. Era appena tornato dal funerale, ma
non mi disse niente.
Non pensa che attraverso il suo silenzio, suo padre abbia voluto,
probabilmente, come si usava una volta, renderle il trauma meno forte?
Lei era solo un bambino…
Certamente, ma fece peggio, perché sottovalutò la coscienza di un
bambino di nove anni. La mia zia materna, Corinne, disse che mia madre era partita per un viaggio in cielo, che forse sarebbe tornata, tutte
sciocchezze che si raccontano ai bambini. Li ho odiati tutti, non solo
per le loro menzogne, ma anche perché mi impedirono di dirle addio.
Di quel periodo conservai un particolare odio verso le bugie. Ho odiato mia zia, quando mi ha chiesto di considerarla come mia madre; ho
odiato mio padre il quale, per evitarmi un’emozione, mi ha provocato
un trauma da cui non mi sarei mai ripreso. Con loro non ho mai parlato di mia madre, al punto che si convinsero che la sua morte mi fosse
indifferente – solo trent’anni dopo, quando evocai la morte di Luna in
Autocritica, essi capirono. Allo stesso tempo li amavo. Provavo per mio
padre l’amore che ogni figlio prova, e amavo questa zia che era stata già
molto presente prima che mia madre morisse (la zia mi faceva il bagno
in casa sua perché noi non avevamo una vasca) e che si sarebbe occupata di noi in seguito. Tuttavia rifiutavo di andare con loro alla tomba
di mia madre negli anniversari della sua morte. Solo quando divenni
adulto ci andai per la prima volta, in occasione del funerale di uno zio.
Mia madre mi apparteneva, mi apparteneva il mio dolore, e con loro
non volevo condividere né l’una né l’altra cosa. Ho vissuto con loro
portandomi dentro il mio segreto.
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Come ha vissuto il seguito di questo lutto brutale?
La notte mia madre era presente nei miei sogni, spariva quando mi
svegliavo. Mi chiudevo in uno stanzino per piangere, ero scosso da muti
singhiozzi. Sento ancora la voce di mio padre: “Edgar, ti senti bene?
Hai mal di pancia?”. Aspettavo che gli occhi mi si asciugassero, prima
di uscire. Mi osservava il viso, tranquillo indifferente, era sconvolto
perché non manifestavo alcun sentimento, e attribuiva la cosa alla mia
stupidità. Non sapeva che piangevo in silenzio, la sera, nel mio letto,
che mi svegliavo disperato, perché mia madre era sparita dai miei sogni.
Il silenzio e la dissimulazione dei sentimenti circa la sua morte avevano
provocato in me silenzio e dissimulazione verso i miei parenti. E così
ho vissuto la più grande delle tristezze in una sofferenza accresciuta
dalla solitudine, dalla dissimulazione e dall’incomprensione. Sentivo
che una canzone spagnola che lei aveva amato molto, El Relicarío1, ci
teneva uniti: la ascoltavo più volte di seguito, in maniera quasi ossessiva, fino a rompere la molla del grammofono a manovella. Allora facevo
girare il disco spingendolo avanti con le dita. Mi intossicavo con questa
canzone, non ne capivo le parole perché all’epoca non parlavo spagnolo, ma sentivo che si trattava di una storia d’amore e di morte.
Ha dunque vissuto questo lutto nella totale solitudine? Non condivideva la sua tristezza almeno con gli amici?
Non ne parlavo a nessuno. A scuola, mi vergognavo di essere orfano.
In classe mia c’erano altri ebrei, c’erano dei protestanti, ma ero l’unico
ad essere orfano. Era quello il difetto che mi distingueva davvero. Non
affrontavo mai l’argomento neanche con i miei due amici più stretti.
Del resto, i bambini si sentono sempre più o meno colpevoli della morte
dei loro genitori. Un giorno avevo sentito mia zia Corinne che diceva
ai suoi figli: “La zia Luna è morta perché ha sofferto troppo”. Ero stato io a farla soffrire, quando, travolto dalla collera, le avevo gridato:
“Cattiva!”?
Sono stato ossessionato a lungo dai sensi di colpa.
E sono scomparsi?
1
Reliquiario, scrigno, N.d.T.
9
E sono scomparsi?
No, sono sempre pronti a tornare.
Quando è riuscito a parlare di sua madre?
La prima volta che l’ho fatto avevo 19 anni. Era l’inizio della Seconda
Guerra Mondiale, ero rifugiato a Tolosa con altri studenti. Una studentessa mia amica, che si guadagnava da vivere vendendo il “Paris-Soir”
per strada, mi aveva invitato a cena. Mi ispirò una certa confidenza e mi
aprii. E piansi. Alla fine degli anni ’80, ho attraversato una fase di depressione, l’unica della mia vita. Un amico, uno psicologo eclettico che
è divenuto il mio guru, mi chiese di portarlo alla tomba di mia madre,
al cimitero di Père-Lachaise. C’ero stato qualche anno prima, gliel’ho
detto, in occasione del funerale di uno zio materno. Anche se è difficile
arrivare alla tomba, condussi il mio amico in maniera quasi automatica,
come in uno stato di sonnambulismo. Ora, poco tempo fa, anche una
troupe televisiva messicana, che mi ha dedicato un documentario, mi
ha chiesto di mostrare la tomba. Dopo aver vagato un po’ nel cimitero,
siamo arrivati alla zona giudaico-spagnola delle sepolture, ma non sono
riuscito a trovare la tomba esatta. In altre parole, io so (a livello inconscio), ma non so (a livello conscio) dove si trovi la tomba.
Questo trauma l’ha trasformato profondamente?
È stato un trauma che mi ha reso precocemente vecchio, però, paradossalmente, mi ha fatto mantenere lo spirito infantile che sarebbe
rimasto nonostante i cambiamenti di età.
In fondo, è stata la morte di sua madre, o meglio le circostanze del
lutto, il fatto che non abbia potuto dirle addio, a stravolgerla così nel
profondo?
Le ho detto addio molto dopo, ma solo in sogno. Avevo quasi cinquant’anni, ero stato invitato a trascorrere un anno in California dal Salk
Institute di La Jolla. Avevo un’enorme casa davanti all’oceano e vi invitai mio padre e mia zia Corinne, divenuta sua moglie. Io e mio padre
non vivevamo insieme da più di trent’anni. La notte che arrivano faccio
un sogno. Sono sul fianco di una collina, in basso c’è una stazione, sopra
10
vedo una strada. Si accosta una macchina, ne scendono delle persone
che si dirigono verso la stazione. Fra queste, vedo mia madre. Le corro
incontro, il treno arriva. Mi abbraccia, le dico addio, lei se ne va. Mi sono
risvegliato in lacrime, ma con un forte senso di liberazione: anche se in
sogno, ero riuscito a dirle addio. La mia relazione con la zia Corinne e
con mio padre ne ha beneficiato. Le ho dato ancora il mio addio, mentre,
per ben tre volte, dicevo addio a mia moglie Edwige, l’attimo prima
di chiudere la bara al cimitero. Il comportamento da “mammina” che
Edwige aveva ha integrato quello di mia madre. Ora sono sereno.
Quando parla della sua nascita, lei utilizza una strana espressione:
“Io sono morto-nato”. Che intende dire esattamente?
Io sono letteralmente morto-nato. Quando si è sposata, mia madre
aveva una lesione al cuore e le sconsigliarono di avere figli. Quando
rimase incinta la prima volta, senza dire nulla a mio padre, se ne andò
da una praticona che, con i suoi rimedi, la aiutò ad abortire. La seconda
volta che mia madre rimase incinta, si recò di nuovo dalla praticona,
ma stavolta l’aborto non riuscì: ero un feto, ma mi rifiutai di uscire, mi
rannicchiai nel ventre di mia madre. Credo che mi ci trovassi bene e
che non volessi affatto uscirne. Il dottore promise a mio padre, messo
al corrente della situazione, che avrebbe fatto di tutto per salvare Luna
durante il parto, che poi fu un momento tragico, nel senso che la mia
vita esigeva la morte di mia madre, e la vita di mia madre esigeva la
morte mia. La mamma sopravvisse al parto, mai io sono nato quasi
morto, strangolato dal cordone ombelicale. Mio padre mi ha raccontato
la scena in una lettera assai commovente che mi ha inviato molti anni
dopo, l’otto luglio del 1975, in occasione del mio cinquantaquattresimo
compleanno. Una lettera in cui riviveva quella notte in bianco, in cui
raccontava che il dottore mi aveva afferrato per i piedi come fossi “un
coniglio” e mi aveva dato schiaffi ovunque, sulle guance, sul petto, fino
a farmi emettere il primo grido. Io e mia madre eravamo salvi. Della
mia nascita conservo un senso di soffocamento che a volte mi prende e
che si traduce in un immenso sbadiglio, una specie di richiesta d’aria.
Da bambino, potevo sbadigliare in questo modo singolare solo quando
nessuno mi vedeva, e allora mi infilavo sotto al tavolo. Il solo parlarne
mi dà la sensazione di soffocare! L’estate successiva alla morte di mia
madre, mi presi una malattia bizzarra che i medici inizialmente non
riuscivano a diagnosticare e che alla fine riconobbero essere un’afta
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epizootica, quella dei bovini. Avevo la febbre a 41°, mia zia Corinne mi
immergeva nel ghiaccio per farla abbassare, mi infilava le dita in gola
per liberarla dal catarro che mi soffocava. Questa malattia è stata come
un combattimento fra una parte di me che era stata colpita a morte, e
un’altra parte che voleva vivere. Furono necessari particolari farmaci
perché non morissi. Tornai in classe che le scuole erano già iniziate.
Mi ricordo che il Sorvegliante generale2 s’innervosì quando giustificai
la mia assenza con un’afta epizootica: “Eh, mio caro, non me la dai a
bere”. Il fatto di essere sopravvissuto alla morte per ben due volte, alla
nascita e all’afta, mi ha forse dato questa “resilienza” di cui parla Boris
Cyrulnik, che mi ha reso capace di resistere, almeno fino ad oggi, a
molte prove.
Era al corrente della malattia di sua madre?
Ho preso coscienza solo molto tardi del legame di vita e di morte
con mia madre, condannata dalla sua malattia ad avere un solo figlio.
Avevo sette-otto anni quando, durante una vacanza sui Vosgi, siamo
andati tutti insieme a vedere una donna barbuta, che era l’attrazione
locale. Dopo averla vista, abbiamo voluto spingerci più lontano, verso
una grotta famosa. All’improvviso, mia madre si sentì male, l’abbiamo
sorretta, le abbiamo fatto inalare dell’acqua di Colonia. Ero terrorizzato, gridavo: “Mamma, mamma!”, e si riprese. Sarebbe morta due anni
dopo. Ma non sapevo nulla della sua malattia.
Insiste molto sul legame che univa sua madre a lei, il figlio unico.
Che ricordo ha di tale relazione?
Da piccolo, passavo tutto il tempo con mia madre. Mi ricordo vagamente di averla accompagnata dal macellaio, dal droghiere, alla sala da
tè delle Galeries-Lafayette in cui le piaceva moto recarsi. Nel quartiere
aveva una sarta che copiava per lei vestiti delle grandi firme e mi confezionava dei completini da marinaio: mia madre si prendeva cura di
me, mi infiocchettava e, fino a quando non si decise a tagliarmi i lunghi
capelli riccioluti che avevo, era possibile scambiarmi per una femmina.
2 Il “Sorvegliante generale” (SG), responsabile “disciplinare” nella scuola francese,
è stato poi sostituito, dalla fine degli anni ’60, dal Consigliere principale dell’educazione (CPU) con incarichi di gestione e coordinamento della didattica, N.d.T.
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So che mi ha coccolato, adorato, ed io ho adorato lei. Ero figlio unico,
un bambino molto timido, chiuso. Fino a quando non iniziai la scuola,
non ebbi altri amici che mio cugino Freddy, con cui condividevo la
passione per i soldatini di piombo. Spesso e volentieri giocavo solo
nella mia camera-bozzolo, avvolto dall’amore di mia madre, di mio
padre, di Macroué, che viveva con suo marito Vahram nella camera
da letto per la servitù adiacente al nostro appartamento. Questa coppia
di immigrati armeni faceva parte integrante della famiglia: Macroué
si occupava di noi, suo marito lavorava con mio padre, nel negozio
di maglieria, in zona Sentier3. I miei genitori uscivano spesso la sera,
andavano al ristorante, all’opera, io ne soffrivo e Macroué si occupava
di me. L’ho incontrata ancora all’inizio negli anni ’80, alla periferia di
Parigi. Appena mi ha visto, ha esclamato: “Oh, il mio piccolo Edgar,
senza più i capelli!”. Eravamo entrambi molto commossi. Della mia
prima infanzia ho il ricordo di un gioco con cui i miei genitori si divertivano: io non sapevo leggere, però riconoscevo le etichette dei loro
vinili preferiti. Quando i parenti venivano a trovarci, mio padre e mia
madre mischiavano le custodie dei vinili e mi chiedevano di trovare la
Traviata o il Rigoletto; non sbagliavo mai. Noi eravamo letteralmente
immersi nella musica. Mio padre, Vidal, era appassionato soprattutto
delle canzoni francesi di prima della guerra, quelle che aveva ascoltato
nella Salonicco della sua infanzia, Paris c’est une blonde, Les Mains
de femme e Cousine, di Mayol. Vidal era un vero usignolo, cantava la
mattina, quando si alzava dal letto, e fischiettava dopo un buon pranzo. Mia madre aveva una passione per il bel canto e l’opera italiana,
le grandi arie di Verdi. Di Luna, custodisco il ricordo di un immenso
amore, ma non sono in grado di caratterizzarne gli aspetti. Mio padre
non mi ha mai parlato di lei. Solo ad Irene, una delle mie figlie, confidò
un giorno: “Non era una donna che si accontentava facilmente. Voleva
sempre di più”. Sono stato testimone dei litigi dei miei per via di una
casa che mio padre stava facendo costruire a Rueil-Malmaison. Mia
madre voleva una casa da sogno, con modanature, decorazioni in ferro
battuto e affreschi, ma la crisi economica della fine degli anni ’30 aveva
costretto mio padre a ridimensionare simili ambizioni. Luna era insoddisfatta, ma allora non ne capivo la ragione. Quella che ne derivò fu una
casa strana, diversa da qualsiasi altra. Riuscimmo ad abitarvi solo per
alcune settimane, fino a quando mia madre, su questo treno di periferia
3
Stazione della metropolitana di Parigi, N.d.T.
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in direzione della stazione Saint-Lazare, morì mentre andava a trovare
sua sorella Corinne.
Il suo stile di vita era più occidentale o sefardita?
Era un misto, ma non eravamo chiusi nel mondo ebraico, tanto che
nella nostra famiglia non tutti erano ebrei. Vivevamo lontani dall’habitat sefardita di Parigi, ma mio padre lavorava al Sentier, una zona
all’epoca a grande concentrazione di tessalonicesi. I miei frequentavano ristoranti francesi, La Grange Batelière, la Reine Pédauque, ma
anche Aux Diamantaires, ristorante armeno, o l’Athènes, ristorante greco. La nostra cucina quotidiana era occidentalizzata, ma, nei pranzi di
famiglia, la gastronomia tessalonicese si imponeva. Ho continuato ad
apprezzare le melanzane, il riso, i fagioli bianchi, l’olio d’oliva, le triglie, l’agnello, tutti prodotti che cucinavano mia nonna, mia madre e le
mie zie. Sono rimasto fedele ai prodotti mediterranei, anche se mi piace
la gastronomia francese e apprezzo, in generale, il cibo di tutti i Paesi
in cui mi reco.
I suoi genitori dovevano nutrire delle grandi ambizioni circa il suo
futuro. La spingevano ad andare a scuola e a studiare?
Da piccolo, vivevo bene in casa mia. Non volevo andare a scuola e i
miei non mi fecero pressioni, fino a quando non ci arrivò un avviso del
comune per ricordare l’obbligo della scolarità. Il primo giorno di scuola,
ricordo di aver fatto resistenza. Gridavo come un porcellino al mattatoio, mi aggrappavo alla porta, alla ringhiera delle scale. Mio padre mi
ha letteralmente trascinato fino alla scuola Rollin, oggi Jacques-Decour,
in viale Trudaine, a Parigi. La maestra ha dovuto chiudere a chiave la
porta della classe. Ho passato il mio primo giorno di scuola muto, terrorizzato, mentre progettavo una fuga impossibile. Poco a poco mi sono
fatto degli amichetti, mi sono abituato alla scuola, ho imparato a leggere e, da allora, a divorare libri, a casa mia, ovunque, in ogni momento
della giornata. A scuola andavo forte in letteratura, male in matematica.
Mi piaceva molto la storia. A dire il vero, mio padre avrebbe preferito
che seguissi un percorso formativo di tipo tecnico-commerciale, per
divenire suo collaboratore e successore, in via d’Aboukir, e poi titolare
dell’attività che sarebbe divenuta “Nahoum e figli”. Mia madre invece
aveva altre ambizioni, ci teneva che intraprendessi degli studi umani14
stici. Mi incoraggiava a leggere, a studiare. Visto che la scuola con indirizzo tecnico-commerciale si trovava davanti alla Rollin, che invece
era di orientamento umanistico, mio padre, fino alla fine dei suoi giorni,
mi avrebbe detto di tanto in tanto: «Ah, ho proprio sbagliato marciapiedi, avrei dovuto portarti alla commerciale e invece, per stupidità, ti ho
portato alla Rollin».
Quando è morta sua madre, sua zia Corinne ha detto che era in
viaggio verso il cielo, viaggio da cui a volte si può tornare, ma spesso
no. Ha mai davvero atteso il ritorno di sua madre?
L’ho atteso, l’ho immaginato, ma, allo stesso tempo, ho subito capito che la sua morte era un fatto irrimediabile. Mi raccontavano solo un
mucchio di balle, come quella su questo Babbo Natale, di cui, una notte,
volli verificare l’esistenza. Avevo quattro-cinque anni; mi sforzai di restare sveglio nel mio lettino per vedere se mi avrebbe lasciato dei regali
nelle scarpe. Ebbene, vidi che erano i miei genitori, che tornavano da
una cena, a lasciare i regali. Dedussi che Babbo Natale non esisteva. Il
giorno dopo raccontai la cosa a mio cugino Freddy, più grande di me di
un solo anno, ma non volle credermi. Non ne parlai con i miei, così da
lasciar loro l’illusione che vivessi nell’illusione. Allo stesso modo, non
sono mai riuscito a credere in Dio, anche se talvolta l’ho sperato. Di
fatto, a casa mia non ho mai ricevuto un’educazione religiosa, né letto
la Bibbia né incontrato alcun rabbino.
Attendeva il ritorno di sua madre pur comprendendo che l’attesa
fosse vana?
Visto che non potevo evitare di attenderla, quest’attesa si è progressivamente trasfigurata, è divenuta l’attesa di ciò che mi avrebbe salvato
dalla disperazione. Ha forse risvegliato in me una dimensione mistica
che potrebbe rientrare nel concetto di messianismo. E credo che questa attesa messianica non sia stata del tutto ininfluente sulla scelta di
iscrivermi al Partito comunista; è possibile che, come per Marx, la mia
ascendenza abbia giocato a livello inconscio per plasmare questa parte
del mio essere. Una specie di memoria nascosta che potrebbe derivare
dalla psicogenealogia mi ha fatto forse ottenere un germe messianico,
che si sarebbe sviluppato dopo la morte di mia madre. Del resto, ho
sempre atteso qualcosa di insperato. A lungo, quando arrivava il po15
la mia esistenza; quando squillava il telefono, speravo in una notizia
meravigliosa.
Lei sperava pur essendo disperato…
Sì, da una parte, la disperazione aveva suscitato in me una specie di
nichilismo a causa del quale non credevo più in niente. D’altro canto,
benché – e poiché – solitario, incompreso e infelice, avevo bisogno di
amore, di fede, di comunione. Molto fortunatamente, il nichilismo e la
fede non hanno smesso di scontrarsi e combinarsi dentro di me. Inoltre,
all’età di tredici anni ho scoperto l’autore che esprimeva una delle mie
verità: Anatole France, di cui avevo divorato i romanzi, e che ha trasformato il mio nichilismo in uno scetticismo che ho sempre conservato,
custodito e sviluppato in seguito, attraverso la lettura del Jean Barois
di Roger-Martin du Gard, poi di Montaigne. Tuttavia, un anno dopo, la
lettura di Resurrezione di Tolstoj e, soprattutto, quella di Delitto e castigo di Dostoevskij, mi diedero la sensazione che la redenzione fosse
possibile e necessaria, e mi instillarono il bisogno di una fede che non
potei soddisfare nella religione (visto il mio scetticismo) e che tentai di
soddisfare dall’età di quindici anni nella politica. Questo bisogno si è
espresso durante la Seconda Guerra Mondiale attraverso il mio impegno nel Comunismo e nella Resistenza. Così, scetticismo e fede non
hanno smesso di scontrarsi dentro di me; sono allo stesso tempo antagonisti e complementari. Poi il Jean-Christophe di Romain Rolland mi ha
incitato al coraggio, alla realizzazione di me stesso. L’eroe è un giovane
musicista, un compositore che affronta la vita con un’energia beethoveniana. E in seguito, poco dopo, fu la Nona Sinfonia di Beethoven che
mi chiamò a nascere, ad affrontare la vita. Ecco le opere che mi hanno
formato, che hanno rivelato le verità che avrei fatto mie.
Che sarebbe successo se Luna non fosse morta?
Chi sarei stato? Avrei avuto in me tutto ciò che mi anima oggi e che
ho definito “i miei demoni”? La ricerca delle mie verità è stata destata,
stimolata dal fatto che mio padre, che mi ha cresciuto, non mi ha dato
della cultura? Avrei sviluppato lo stesso, magari anche solo parzialmente, ciò che sono divenuto? Non lo so. Il mio destino si è cristallizzato
con questa morte. E non posso immaginarlo diversamente.
16
Capitolo secondo
VIDAL
Alla morte di sua madre, le resta una famiglia numerosa, i Nahum
dal lato paterno, i Beressi dal lato materno. Chi sono questi ebrei sefarditi di Salonicco, a metà strada fra Oriente e Occidente, giunti in
Francia all’inizio del XX secolo?
Come molti sefarditi, i miei antenati paterni erano stati espulsi dalla Spagna nel 1492 e si erano sistemati inizialmente a Livorno, prima di raggiungere Salonicco, il grande porto macedone dell’Impero
Ottomano. Invece i miei antenati dalla parte materna erano italiani, ma
erano andati anch’essi a Salonicco all’inizio del XIX secolo. La comunità sefardita godeva di un’importante autonomia all’interno dell’impero. Nel XVI secolo, era prospera, conosceva uno splendore culturale, era stimata per i suoi pensatori, per le sue tipografie. È proprio a
Salonicco, all’inizio del XVII secolo, che si trovarono i più ferventi discepoli di Sabbataï Zevi, che si era proclamato messia a Smirne, e aveva suscitato il fervore delle folle, per poi tradirle e convertirsi all’Islam.
E a Salonicco, all’inizio del XIX secolo, le idee laiche trovarono molti
adepti, è lì che è nato il Partito socialista turco, nell’ambiente dei dockers ebrei. I sefarditi avevano nello spagnolo la loro lingua d’origine,
parlavano solo un po’ il turco, lingua ufficiale dell’Impero Ottomano.
Nel XIX secolo, molti parlavano francese. Sempre nel corso del XIX
secolo, i Livornesi sono stati la guida dell’occidentalizzazione e della
laicizzazione di Salonicco. Hanno beneficiato della nazionalità italiana
quando l’Italia divenne indipendente, e questo statuto li metteva al di
sopra delle leggi turche. Il mio nonno materno, Salomon Beressi, non
credeva in Dio. Quello paterno, David Nahum, aveva smesso di osservare strettamente le prescrizioni mosaiche, in particolare i divieti del
sabba e i tabù alimentari. Eppure entrambi festeggiavano la Pasqua in
17
famiglia. Partecipavano ai matrimoni e ai funerali in sinagoga. Questo
aveva per loro il valore di un’appartenenza culturale ed etnica ad una
comunità, non il senso di un’obbedienza religiosa a Dio. I Nahum (la
grafia Nahoum, cognome ufficiale di mio padre e dunque il mio, deriva
da un errore di trascrizione dello stato civile francese), come anche i
Beressi, non frequentavano la sinagoga nei giorni ordinari e avevano
dimenticato la musica tradizionale giudaico-spagnola: ascoltavano musica spagnola o italiana, canticchiavano le canzoni dei caffè concerto
di Parigi. La laicizzazione della famiglia continuò con mio padre. Non
digiunava mai nel Giorno del Perdono, diceva che ne era stato esentato
da un rabbino, all’età di quattordici anni, perché era malato, e ne aveva
dedotto si trattasse di un’esenzione a vita. Era più o meno deista. Era
evidentemente circonciso e fece circoncidere anche me, come segno di
appartenenza più che per credenza.
L’esilio in Francia era vissuto come un trauma?
Piuttosto come una speranza, dopo che Salonicco divenne greca, nel
1911. Molti sefarditi all’epoca abbandonarono Salonicco, altri lo hanno fatto durante la Prima Guerra Mondiale. Mio padre, che è nato nel
1894, partì in modo abbastanza rocambolesco per Marsiglia, poi per
Parigi, dove fu raggiunto dai suoi1. Mia madre, nata nel 1901, approdò
in Francia con la sua famiglia nella stessa epoca. Fra esili e dispersioni,
la famiglia in senso lato era rimasta una comunità molto forte. I tessalonicesi avevano ricostituito un micro-ambiente: si frequentavano fra
loro, si sposavano fra loro, parlavano spagnolo, le donne mantenevano
in cucina le tradizioni gastronomiche orientali, gli uomini erano commercianti. Vidal e Luna si incontrarono a Parigi. Si sposarono, vissero
un po’ ai margini della comunità, in via Mayran, nella IX circoscrizione, dove erano gli unici sefarditi. Eppure frequentavano gli altri sefarditi, mio padre lavorava nella zona tessalonicese, in via d’Aboukir, e per
meglio inserirsi nell’ambiente francese, iniziò a farsi chiamare Vidal.
Tuttavia sull’insegna del negozio c’era scritto “Nahoum”. Vendeva articoli di maglieria all’ingrosso, soprattutto calze e calzini, che comprava
nelle fabbriche di Troyes in cui si recava regolarmente.
1
18
E. Morin, Vidal et les siens, Seuil, 1989.
Ogni tanto andava al negozio?
Mi ricordo bene di questo negozio in cui mi faceva venire di giovedì, giorno in cui non c’era scuola, nella speranza di invogliarmi a seguire le sue orme e, poi, di sostituirlo. Mi ricordo bene anche delle pile
disordinate dei prodotti in vetrina, le casse che riempivano il magazzino
e le sue lunghe trattative con i clienti, i prezzi che cambiavano in base al
suo umore o secondo la tenacia dei clienti che trattavano, che facevano
finta di andarsene, rientravano, stavano a sentirlo mentre si lamentava
e si lamentavano a loro volta. Era un gioco orientale e avevo sempre
molta paura quando mio padre assicurava il cliente, a fine trattativa, che
ci aveva appena rimesso. Ed io: “Ma papà, ci hai rimesso molto oggi!”.
E lui mi rassicurava facendomi l’occhiolino.
to?
Vidal amava la Francia? Si sentiva francese o un eterno immigra-
Quando era molto giovane e viveva ancora a Salonicco, scrisse:
“Parigi, Parigi, quando mai sarò uno dei tuoi abitanti?”. Ha adorato
la Francia, amava le canzoni francesi, venerava Napoleone. Si è progressivamente francesizzato grazie ai legami stretti con non-ebrei, in
particolare i suoi amici del ristorante Le Coq Héron, che frequentava
all’epoca del Fronte Popolare, i suoi amici del servizio militare, gli amici miei, ma rimaneva segnato dall’Impero Ottomano della sua infanzia,
con il suo rispetto verso il potere. Così, inviava sempre lettere d’auguri
al deputato della sua circoscrizione, anche se non aveva mai votato per
lui. Era uno status da “meteco orientale” assai comune, una filosofia
di vita condivisa, che lo legava a Vahram e Macroué, questa coppia di
armeni che la nostra famiglia aveva quasi adottato. La Francia era la
sua nazione di adozione, la sua patria rimaneva Salonicco e, verso la
fine dei suoi giorni, sognava di trasferirsi a Livorno, la città che sentiva
come la culla dei Nahum. Non era affatto xenofobo. Aveva conosciuto
la Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, l’aveva amata e non ha
mai pensato che l’antisemitismo nazista fosse un fenomeno tedesco. Vi
vedeva piuttosto un antigiudaismo alla Isabella la Cattolica e immaginava di potersene difendere convertendosi (cosa che fece per ben tre
volte, per precauzione, durante l’Occupazione). Bisogna ricordare che
né Livorno né Salonicco avevano subito le persecuzioni del XV e del
XX secolo, la prima per volere del Duca di Toscana, la seconda per via
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dell’autorità ottomana. Salonicco non era una città-ghetto, ma una metropoli a maggioranza sefardita. Dunque, la persecuzione nazista parve
a mio padre come il risveglio di un vulcano assopito da cinque secoli.
Ad ogni modo, aveva continuato a credere che gli ebrei dovessero essere molto prudenti in politica (donde le sue lettere ai deputati locali) e
che la lotta stessa contro l’antisemitismo non facesse altro che solleticare le tendenze persecutrici.
Si sentiva ebreo?
Evidentemente sì, ma si era anche francesizzato attraverso il mio
nome. Alla nascita, dietro la pressione della sua famiglia e di quella di
mia madre, mi aveva dato il doppio nome di David-Salomon, prima
di scegliere quello di Edgar e di renderlo ufficiale attraverso un atto di
notorietà.
Sono stato circonciso ritualmente a cinque giorni di vita, a casa dei
miei. Vidal apparteneva anzitutto al mondo giudaico-spagnolo, estraneo al mondo askenazita, poi, dopo la guerra, certe distinzioni si assottigliarono. Non è mai stato sionista. In età già avanzata, si è sentito legato
a Israele senza però considerarlo la sua patria.
Amava lo stesso suo padre…
Malgrado il risentimento che ho nutrito verso di lui, malgrado alcuni
momenti di ostilità, nei suoi confronti sentivo dei moti affettuosi che
con gli anni si sono amplificati. Dopo la morte di mia madre, abbiamo
vissuto per tre anni a casa della zia Corinne. Io e mio padre dormivamo
in sala. Non so se già esistesse un rapporto intimo fra Vidal e Corinne,
fatto sta che fu lei a farmi da madre, nonostante fosse sposata e avesse
tre figli. Poi Henriette, la sorella di mio padre, sposata con l’unico ebreo
devoto della famiglia, ci ha ospitati per un po’ prima che trovassimo
una sistemazione. Lì, in via des Plâtrières, andavo dal lattaio, in enoteca, dal droghiere, mio padre faceva le uova in padella, le serviva con
del prosciutto. La zia Corinne, che abitava a cinquanta metri, ogni sera
ci portava qualcosa da mangiare. Mangiavamo anche al ristorante: per
un periodo al Coq Héron, vicino al grande ufficio postale del Louvre,
dove Vidal si ritrovava con gli amici del quartiere, poi al greco di via
Serpente. Indossavo vestiti economici, alquanto sgualciti, e nessuno sistemava i bottoni dei pantaloni che mi cadevano, il che mi metteva evi20
dentemente a disagio, soprattutto quando, nella metro, ero schiacciato
contro una donna.
Che rapporti ha avuto con le sue due famiglie?
Non ero vicino ai parenti paterni, molto borghesi, e non mi piaceva
la zia Henriette, che mi costringeva a mangiare con la destra, anche
se sono mancino. Ero molto più a mio agio con i parenti materni, i
Beressi, dallo stile di vita più plebeo. I loro antenati erano stati borghesi
di Salonicco prima che il loro destino cambiasse bruscamente, a causa
della morte del nonno di mia madre, assassinato da alcuni briganti sulle
montagne macedoni. Mio nonno divenne capo famiglia a quattordici
anni. Poi si sistemò in Francia con i suoi fratelli. Mi piaceva in particolar modo la mia nonna Beressi che, ogni volta che mi vedeva, esclamava: “¡La cara de su mama!” (“Il viso di sua madre!”) e mi rimpinzava
di dolciumi. Mia madre era stata la sua figlia preferita.
E con suo padre?
Era iperprotettivo, sempre preoccupato per la mia salute. Ero debole, ma lui esasperava questa debolezza perché ero figlio unico. Aveva
paura che sentissi caldo, freddo, umidità, afa, mi infastidiva con stupidi divieti: non bere acqua fredda, non mettere troppo burro sul pane.
Quando non lo assecondavo, sprofondava nella poltrona e sospirava
a lungo, sembrava agonizzante. Era molto mediterraneo! Sapevo bene
che era una commedia, ma finivo sempre con il preoccuparmi e con il
correre, in lacrime, fra le sue braccia per chiedergli scusa. Mi sentivo forse in colpa sempre per aver ucciso mia madre e per averla fatta
soffrire? Mi ricordo in particolare di un viaggio in Grecia che avevo
organizzato con il mio amico Henri Salem. Avevo tredici anni. Mio
padre aveva acconsentito, avevamo previsto di fare i mozzi sulla nave
in cui ci saremmo imbarcati, la Théophile-Gautier, e, una volta arrivati
a destinazione, contavamo sull’ospitalità degli abitanti del luogo. Due
settimane prima della partenza, mio padre annunciò: “Se vuoi ammazzare tuo padre, parti pure per la Grecia!”. Ancora una volta cedetti al
suo ricatto e alla commedia dell’agonia. Quasi fino ai suoi ultimi giorni,
gli ho rimproverato di avermi privato di quel viaggio, mentre il mio
amico aveva trascorso vacanze indimenticabili. La sua influenza durò a
lungo. Avevo quasi diciotto anni quando l’armata repubblicana crollò in
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Catalogna e centinaia di migliaia di soldati spagnoli cercarono rifugio
in Francia. Avevo dato la mia adesione per partecipare alle commissioni
di aiuto e di inchiesta organizzati dalla rivista «Esprit» per quelli che
erano ammassati nei campi di concentramento di frontiera. E ancora il
solito ricatto: rinunciai. E dovetti rinunciare ancora nel 1939, quando
avevo diciannove anni e mio padre fu richiamato alle armi: aveva inizialmente accettato che mi sistemassi nella città universitaria, ma poi
mi impose di andare a stare dalla zia Henriette. Detto questo, anche se
mi costringeva a ciò che bisogna giustamente definire un asservimento
fisico soffocante, mi lasciava la più totale libertà mentale. Non ricordo
di aver mai ricevuto da lui, a voce, in modo didattico, il sia pur minimo
insegnamento morale, etico, religioso o culturale, né che mi abbia trasmesso alcuna regola di vita o di comportamento. Gliene sono molto riconoscente, poiché sono stato libero di cercare le mie verità personali.
Però aveva dei principi morali, dei principi di vita!
La sua etica principale era quella della famiglia. La solidarietà nel
clan era molto forte: se qualcuno era in difficoltà, gli altri facevano una
colletta per aiutarlo. Per molto tempo mio padre ha versato una pensione
alla mia nonna materna e, se c’era bisogno, aiutava fratello, sorella, cognato o cognata che fosse. Era una specie di solidarietà istintiva che lo
spingeva alla devozione, alla generosità verso i parenti, ma nel far tutto
ciò, non pensava affatto di obbedire a un ordine proveniente “dall’alto”
né a qualche comandamento divino. Vidal era vagamente deista ed è solo
per far piacere a sua sorella Henriette che mi ha fatto compiere la Barmitzvah. Senza alcuna preoccupazione, beninteso, né la minima iniziazione all’ebraico: non so proprio come sia riuscito a convincere il rabbino
a procedere con la cerimonia per un povero, piccolo orfanello incapace
di studiare come me! Davanti a tutta la famiglia riunita, il rabbino mi ha
suggerito, sillaba dopo sillaba, parole che ho ripetuto senza capirci nulla,
poi mi ha fatto leggere un testo in francese in cui ringraziavo “i miei cari
genitori” per avermi educato “sulla strada del bene e della virtù”.
Si può dunque affermare che lei è stato educato nella solitudine,
anche da un padre così presente?
Il fatto che non mi abbia imposto nessuna cultura è stata in fondo una
cosa positiva. È stato una specie di educatore zen, che educa l’allievo
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lasciandolo fare. Mi sono formato in un vacuum culturale. Mio padre
non controllava né le mie letture né le mie amicizie, non manifestava
nessuna esclusiva, e questa morale negativa è stata la più positiva delle
morali che mi abbia trasmesso. Leggevo senza sosta, come dicevo, anche durante i pasti. Mi rifugiavo nell’immaginario, scrivevo anche dei
piccoli romanzi che i miei compagni leggevano, come L’Amore del bandito, un romanzo di sei pagine che composi in quarta elementare. Per i
miei piccoli amici, scrivevo un giornale che conteneva pubblicità finte,
spiritosaggini come quella che faceva riferimento al signor Tiedeau, il
nostro professore di storia: “Non bevete acqua troppo calda o troppo
fredda, bevete Tiedeau!2”. E più o meno difficilmente, ero promosso,
anno dopo anno. Detto questo, l’assenza di una cultura imposta mi ha
spinto a cercare i rudimenti della mia. A scuola ho anzitutto colmato
il vuoto cultuale della laicizzazione sefardita con la sostanza culturale
della laicità francese. Rivivevo letteralmente le gioie e i dolori della
storia della Francia, facendo miei Vercingetorige, Giovanna D’Arco,
Enrico IV, gli eroi della Rivoluzione. Mio padre, che aveva il culto per
Napoleone, mi aveva regalato delle biografie che per me erano sconvolgenti, soprattutto quando trattavano l’episodio finale a Sant’Elena.
Benché io non sia mai stato nazionalista, ero divenuto un patriota. Cosa
che in seguito non mi avrebbe impedito di divenire internazionalista.
Quali sono state le sue prime letture?
Ho cominciato con la contessa di Ségur, poi sono passato ai romanzi
d’avventura. Ho letto, in lacrime, la Capanna dello zio Tom. Attraverso
i racconti di Jack London, che parlano del Grande Nord, o quelli di
Fenimore Cooper e di Gustave Aimard, che esalta gli Indiani d’America, scoprivo che l’uomo era corrotto dalla civiltà e che doveva tornare
allo stato naturale, vivere nelle caverne come i suoi antenati, perché
fosse felice. Ero sensibile alla storia degli Indiani, che mi commuoveva
profondamente e mi riportava all’idea di una grande fraternità universale. Tutti bambini la sentono ma, una volta cresciuti, la dimenticano;
in me, non solo quell’idea rimase viva, ma crebbe. Mio padre si preoc2 Tiède, lett. “tiepido” unito ad eau, “acqua”. Ironia molto appropriata per il piccolo
Edgar, che, tormentato com’è dall’acqua troppo fredda o troppo calda, si ritrova per
docente il signor “Acqua-tiepida”, N.d.T.
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cupava quando affermavo che, a mio avviso, gli animali erano superiori all’uomo (volevo anche scrivere un trattato sull’argomento, verso i
dodici anni, ma mi arresi dopo la prima riga) o che volevo vivere come
Diogene, nudo in una botte. Avevo sviluppato una filosofia selvaggia,
e credo proprio di esser stato un ecologista ante litteram. È così che mi
sono costruito le mie verità.
Molto lontane dal suo universo familiare!
Vidal, che era un tipo molto frizzante, pensava in effetti che io fossi
poco sveglio. Era preoccupato perché non mostravo interesse per gli
“affari” e attribuiva la cosa alla sonnolenza del mio spirito. Durante un
pranzo di famiglia, diedi scandalo dicendo che il commercio altro non
era che “una forma di furto”, che non capivo come si potesse comprare
della merce a dieci franchi, rivenderla a venti, e parlare di onestà! Ma
lasciava che leggessi tutti questi libri che mi “rivelavano” a me stesso,
che hanno finalmente reso consce ed evidenti delle verità che erano,
dentro di me, inconsce ed embrionali.
Quando lei dice “cultura”, pensa soprattutto alla lettura. Aveva altre passioni nella sua infanzia?
Il cinema. Sono un cinefago dall’età di otto-nove anni. Prima da
bambino poi da ragazzo, divoravo i film, ogni tipo di film, ho iniziato
a fare delle selezioni solo in seguito. Ho visto due o tre film muti, ma
sono della generazione del cinema con il sonoro. Alcuni film mi hanno
particolarmente segnato, hanno contribuito, come i libri, a rivelare delle
verità nascoste in me. Penso ad esempio ad un film russo, Il Cammino
della vita, una storia di redenzione: nella Mosca degli anni ’20, una
banda di teppisti – degli hooligan – attacca una donna e la uccide. Il
figlio di lei, disorientato, si unisce alla banda e, senza saperlo, diventa amico dell’assassino di sua madre, un certo Mustafa. La banda è
catturata e finisce in un campo di lavori forzati, in un programma di
costruzione di una linea ferroviaria che condurrà dalla città al campo
stesso. Il primo treno è in partenza, il responsabile del campo chiede
a Mustafa di procedere in draisina per un ultimo controllo della linea.
Ma, lungo il tragitto, Mustafa incontra l’ex capo della banda che gli
ordina di disobbedire: Mustafa si rifiuta, viene ucciso e il suo corpo è
deposto sul treno che arriva in città. Appena il treno in arrivo diventa
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visibile, la fanfara inizia a celebrare il trionfo. La locomotiva si avvicina, ma, quando si vede il corpo di Mustafa, tutti tacciono, si sente solo
il potente ansito della locomotiva… questo film mi sconvolse, capii una
volta per tutte che la redenzione dal crimine era possibile. Mi ricordo
anche di aver visto, a quindici anni, Michèle Morgan in Gribouille,
nel ruolo di un’orfanella trascinata in tribunale. Anche in quel caso,
le mie emozioni furono tanto intense che le scrissi per offrirle il mio
aiuto. Non mi ha mai risposto. Un film tedesco mi aveva segnato, a livello mitico e fisico: L’Atlantide, di Georg Wilhelm Pabst, con Brigitte
Helm, una bellezza marmorea, regale, nel ruolo di Antinea, la regina
di questo reame fatato. La Helm è stata, insieme ad un’altra attrice,
la bruna francese Gina Manès, ne La Voie sans disque, all’origine dei
miei due grandi tropismi erotici, uno verso la bruna del sud, l’altro
verso la bionda del nord. Vedevo anche musical americani e francesi,
western, operette tedesche, A me la libertà, di René Clair, e la sua canzone indimenticabile: “Vecchio mio, la vita è bella quando si conosce
la libertà…”. Adoravo Ginger Rogers e Fred Astaire, Gary Cooper era
impressionante. Sono stato un autodidatta della cultura cinematografica, frequentando il primo cinema d’arte e d’essai, lo Studio 28, in via
Tholozé. Lì si proiettavano film che poi sarebbero diventati dei “classici”, fra cui la Trilogia di Marcel Pagnol. La partenza di Marius mi lacerava: quest’orfano di madre abbandona la fidanzata Fanny, preferendole l’infinito del mare-madre. Ho sempre sentito quest’appello infinito,
ma non mi sono imbarcato come Marius. Con L’Opera da tre soldi,
la storia di una banda di mendicanti sfruttati sia dal re dei mendicanti
sia dal gangster Macheath, ho scoperto la miseria umana e la tragedia
dello sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Anche un altro film
ha contribuito a formarmi, la Tragedia della miniera di George Pabst.
C’è una miniera proprio sul confine tra Francia e Germania, condivisa
fra i due Paesi e tagliata a metà da una barriera all’altezza del confine.
Si sente un’esplosione di grisou dal lato francese. I soccorritori tedeschi
riescono, dopo varie peripezie, a infrangere questa barriera per correre
a salvare i minatori francesi in pericolo. Il film si conclude con la risistemazione della barriera, dopo la fine dell’emergenza. Questa storia
alimentava il mio senso di fraternità… Insomma, con tutto questo vorrei dire che, grazie a Vidal, sono stato un autodidatta in tutti i campi: ho
vissuto un passaggio naturale dalla cinefagia alla cinefilia, dal gusto per
la letteratura indifferenziata a quello per la letteratura tout court, dalla
musicofagia alla cultura musicale.
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Le piaceva anche la musica?
I miei genitori, come le dicevo, erano avidi di musica: il bel canto e
le arie italiane per mia madre, la canzone francese per mio padre. Mio
zio Jo, il marito della zia Corinne, era un appassionato di marce militari.
Ascoltavo con lui l’Inno a Garibaldi che inizia così: “Le tombe si aprono, i morti si svegliano… ” certo per difendere la patria. Da bambino,
ma anche ora, mi piaceva molto Le Rêve passe, una marcia in onore di
un piccolo soldato francese che si addormenta e, in sogno, vede l’armata prussiana, “l’idra dagli elmi appuntiti”, avanzare subdolamente, ma
subito appaiono i dragoni, gli ussari e la guardia di Napoleone… Poi,
verso i quindici-sedici anni, la Varsaviana e il Canto dei partigiani sovietici, entrambi inni rivoluzionari, mi hanno travolto con il loro fervore
internazionalista. Per quanto riguarda la musica propriamente detta, ero
stato incantato da una melodia che oggi trovo di una banalità assoluta,
con il suo esotismo raffazzonato: Su una marcia persiana di Ketelbey,
il Balletto egiziano di Luigini. Poi, un giorno, alla radio, sentii per caso
le prime note della Sinfonia Pastorale: quelle note mi incantarono, mi
sorpresero. Diventai più esperto, scoprii in estasi il Concerto per violino di Beethoven, cominciai ad andare ai concerti: il sabato mattina alle
prove generali del Conservatorio, la domenica ai concerti Colonne du
Châtelet, ai concerti Lamoureux alla sala Gaveau, all’Opera-Comica.
Facevo un’ora di fila e, appena si aprivano le porte, mi precipitavo sulle
scale per ottenere un posto in prima fila… in piccionaia. In occasione
di una di queste file, simpatizzai con un giovane signore di nome Jean
Dutour, salvo poi perderlo di vista. Ebbi la mia grande rivelazione ai
concerti Lamoureux, mentre stavo in piedi in galleria: all’improvviso
riecheggiarono le prime note della Nona di Beethoven. Sentii subito un
brivido. All’epoca avevo molti capelli… ebbene si rizzarono sulla testa.
Questa sinfonia inizia in modo impercettibile, poi c’è un richiamo, tre
richiami, i richiami si delineano, prendono velocità, si confondono e c’è
bruscamente l’incredibile energia di un mondo nato nelle tenebre che si
costituisce come ordine nel caos. E la fine del primo movimento riprende il motivo iniziale, come a suggerirmi ciò che sarebbe divenuto una
delle mie verità essenziali: “Bisogna sempre ricominciare”. Anch’io
ho avuto bisogno di ricominciare senza sosta. Ho fatto eseguire il primo movimento di questa sinfonia il 4 marzo del 2008, al funerale di
Edwige, mia moglie, che lo amava quanto me. L’inizio della Nona è
ciò che mi ha più profondamente segnato, e continua a farlo. Ascolto
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le esecuzioni di Furtwängler, Celibidache e Abbado per apprezzarne
le differenze. Ho in seguito scoperto i musicisti romantici, Schubert,
Schumann, Liszt. Ho molto apprezzato il più che shakespeariano Boris
Godounov di Musorgskij, con questo Boris usurpatore che sale al trono
dopo aver assassinato uno zar bambino, e che sarà assillato dai rimorsi,
con tutti i personaggi mostrati nella loro complessità umana, fino alla
chiusura finale, il lamento dell’innocente: Piangi, piangi, Russia, povera gente. Non ho mai smesso di ascoltare la musica. Nel 1941, rifugiato
a Tolosa, andavo ai concerti e all’opera. Ho fatto anche il figurante,
come guerriero numida, in Salammbô. La cosa più ammirevole nella
musica è la sua capacità di esprimere il dolore trasfigurandolo in gioia,
senza smettere di esprimere il dolore, come in Schubert e Beethoven.
Come diceva Beethoven “Durch Leinden Freude”, “gioia attraverso la
sofferenza”. Questo è il miracolo del linguaggio d’amore che è la musica.
Oggi, con il senno di poi, come giudica questo suo padre atipico?
Bisogna riconoscere che la mia imago del Padre era sminuita dallo splendore dell’imago immensa e priva di contorni della Madre. Ho
vissuto nella triplice mancanza del mito paterno (in quanto mio padre
era terribilmente presente), della madre reale (in quanto il mito di mia
madre era terribilmente presente) e di un gruppo di fratelli – mi rivedo
ancora mentre sogno una sorella immaginaria. Detto questo, ho progressivamente dimenticato le ragioni del mio rancore verso mio padre
e ho sempre più rivalutato le sue qualità. Tanto più che, col tempo, ho
acquisito i suoi tratti caratteriali. Oggi, per certi versi, mi rendo conto
di somigliargli. L’ho aiutato nei suoi ultimi anni, quando ha sofferto
per il distacco da sua moglie Corinne. Lei viveva in modo parossistico
un doppio senso di colpa: quello per aver sposato il marito di sua sorella defunta e quello per la morte del suo primo marito, lo zio Jo, ad
Auschwitz. Mio padre è morto nel 1984, all’età di novant’anni, a causa
di un aneurisma, dopo un buon pranzo e qualche buon bicchiere di vino.
Ha sempre goduto di un’ottima salute. Questa morte è stata per me il
rombo di un tuono. Dentro, nel profondo, avevo finalmente iniziato a
sentire che, visto che gli anni passavano e lui non perdeva né la sua
vitalità né la sua… “vidalità”, era diventato immortale!
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Fra le tragedie che hanno segnato la sua infanzia e la sua giovinezza, non menziona mai l’antisemitismo. Eppure, lei ha trascorso
l’infanzia nella Francia degli anni ’20 e ’30. È mai stato vittima di
antisemitismo?
Certo, nella società l’antisemitismo era diffuso, la stampa francese
annoverava alcuni giornali violentemente antisemiti, ma, nell’ambiente
che frequentavo, a scuola in particolare, non ho subito discriminazioni. Gliel’ho detto, a scuola non ero diverso perché ebreo, ma perché
orfano, era questa la mia vergogna. Una volta sola sono stato offeso,
dal mio professore di ginnastica. Mi aveva assegnato cinque ore supplementari di punizione. Mi sono comportato come si faceva al Sentier:
gli chiesi un piccolo “sconto”. Allora questo professore si mise a borbottare: “Via d’Aboukir… ”, cioè la strada del negozio di mio padre. In
seguito, continuai a dire a voce alta, davanti a lui: “Via d’Aboukir… ”,
per mostrargli che avevo capito le sue intenzioni. Non reagiva. A parte
quest’incidente, no, durante l’infanzia e l’adolescenza non ho sofferto
in prima persona per l’antisemitismo.
Lei ha diciott’anni quando scoppia la Seconda Guerra Mondiale.
Suo padre è richiamato alle armi, lei rimane solo a Parigi, da sua zia.
Come ha vissuto quel periodo?
Paradossalmente, quando il mio Paese fu occupato, io divenni un
uomo libero. Avevo diciott’anni quando la guerra iniziò, diciannove nel
momento della sconfitta. All’epoca studiavo alla Sorbona, abitavo da
mia zia Henriette quando seppi alla radio che le sessioni degli esami
erano bloccate a causa dell’avanzata fulminante dei Tedeschi che si avvicinavano a Parigi. Presi l’ultimo treno verso sud, per Tolosa. Dopo
varie frenate a causa dei bombardamenti, arrivai a destinazione. Ero finalmente autonomo. Mi iscrissi all’università. Mentre i Tedeschi avanzavano, arrivavano studenti da ogni parte della Francia. Ad un certo
momento mi ritrovai responsabile di un centro d’accoglienza per studenti rifugiati: mi occupai di loro, li aiutai a sbrigare le loro pratiche e
a trovare degli alloggi. Ho avuto amici di tutte le nazionalità: iraniani,
libanesi… è stato lì che ho scoperto il mondo, che ho conosciuto delle
ragazze. Tuttavia, quando l’anno successivo, mio padre mi raggiunse a
Tolosa e scoprì che vivevo in una stanza sopra un caffè, con la toilette
nel corridoio, mi spinse a traslocare. Quella è stata l’ultima volta che gli
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ho obbedito. Quando entrai nella Resistenza, lo venne a sapere e pretese
che ne uscissi. Visto che rifiutavo, convocò un’assemblea di famiglia,
mi garantì che sarebbe morto di dolore. Io non cedetti e lui si dimenticò
di morire. L’autorità a cui avevo sempre obbedito, non aveva più potere
su di me.
Suo padre non ha subito ritorsioni in quanto ebreo?
Dopo essere stato richiamato, mio padre tornò nel nord, a Parigi.
Trascorse il 1940 e il 1941 con i suoi commilitoni, tentando di vendere
merci che erano state fuori commercio a causa delle restrizioni dovute all’Occupazione. Non so esattamente quando fu costretto ad esibire
l’insegna “Negozio Ebreo” sulla sua vetrina al Sentier. Venne a trovarmi a Tolosa dopo essersi procurato, non so come, un lasciapassare
tedesco. Poi, quando vide che la situazione per gli ebrei si faceva più
grave, oltrepassò clandestinamente la linea di demarcazione, nel 1942.
Si sistemò prima a Nizza, dove si erano rifugiati anche altri parenti.
Dopo la resa dell’Italia, abbandonò Nizza e andò a Lione, dove si fece
ospitare da una parrucchiera. Con lei visse per un po’ di tempo come
un pascià: la signora B. riceveva dalle sue clienti le migliori leccornie
della zona e cucinava per Vidal piatti degni della sua golosità. Dovette
lasciare questa sistemazione quando Corinne, dopo che suo marito Jo
fu arrestato dai Tedeschi, gli chiese aiuto. Disse allora alla signora B. di
essere un agente della Resistenza chiamato a varcare la frontiera spagnola per raggiungere de Gaulle. In seguito gli procurai dei documenti
falsi che gli garantirono protezione e si rifugiò in campagna con la zia
Corinne fino alla liberazione di Parigi. Gli inviai in seguito un ordine
di missione o un lasciapassare, non ricordo bene, per permettergli di
entrare nella capitale. A partire dal 1942, ci fu un’inversione dei nostri
ruoli e fui io a proteggere mio padre.
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