Solo i biscotti vanno in forno

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Solo i biscotti vanno in forno
Autore: Michela Carcassi
Titolo : Solo i biscotti vanno in forno
E' una domenica uggiosa. Sfoglio distrattamente la pagina degli appuntamenti
culturali, fumando la prima sigaretta della giornata. Un trafiletto di appena tre righe
intitolato “Alla scoperta delle ville storiche della città” annuncia che alle ore undici
si svolgerà la visita della dimora appartenuta alla famiglia S.
Decido di partecipare alla passeggiata.
Arrivo nel luogo e all'ora indicati dall'articolo, puntuale come un attacco di
emicrania dopo la sbronza. Davanti al cancello, un gruppo di vecchi in mocassini e
giacca sportiva, il cappellino calato bene in testa: non sia mai che il tiepido sole
novembrino possa mietere delle vittime per insolazione. Anche le signore sono avanti
con l'età.
Il capogruppo si avvicina e si presenta come il fondatore dell'associazione. Si fa un
po' di pubblicità: se qualcuno volesse poi fare una piccola offerta; d'altronde è un
volontario.
Entriamo.
Nell'ampio ingresso, sormontato da una imponente scala, la guida sciorina, con voce
altisonante, vita, morte e miracoli dei membri dell'aristocratica famiglia ormai
estinta. Ci spiega inoltre che attualmente l'edificio è stato acquisito da un ente
privato e che oggi sarà possibile visitarne solo il pianoterra, per via dello stato di
forte degrado in cui versano i piani superiori.
Curiosiamo per le stanze in cerca di indizi di una vita ormai consumata dal tempo.
Le vecchie accarezzano con mano parkinsoniana le stoffe sbiadite dei tendaggi e dei
canapè, esaminando con occhio critico le cornici dorate corrose dai tarli. Un
vecchio si colloca di fronte ad un pendolo ancora funzionante, le mani dietro la
schiena; medita sul tempo che passa. La puzza di muffa ammorba l'aria. Si respira
polvere a pieni polmoni. E' il festival dello starnuto e dei moccoli al naso.
Sento impellente il richiamo di una sigaretta. Mi soffermo più degli altri davanti ad
un ritratto ad olio, fingendo un profondo interesse. Ritrae due bambini, con le divise
da marinaretto. Hanno in mano i balocchi del tempo: un cavallino di legno ed un
orsetto di pezza. Mi distanzio dal gruppo e ripercorro il tragitto a ritroso. Davanti a
me il portone d'ingresso e, alla mia sinistra, una scala a chiocciola che non avevo
notato prima. E' in legno chiaro, grezzo, non trattato, intarsiato da gentili
decorazioni a fogliame. Le dimensioni ridotte mi fanno pensare ad una scala
realizzata appositamente per i bambini. La curiosità ha la meglio sulla Marlboro.
Cercando di attutire lo scricchiolio del legno provocato dai miei passi, salgo su per
la scala, curvandomi ad ogni passo. Questa mi immette direttamente in un'ampia
camera, priva di porte e finestre. Mi faccio luce accendendo il mio Zippo. Ho visto
giusto: una stanza dei giochi collegata al resto della casa da una vorticosa e onirica
scaletta in legno. Contrariamente al resto della villa, questo ambiente dei
divertimenti sembra godere di vita propria. L'odore di muffa è svanito; gli oggetti
privi di polvere fanno pensare ad un loro recente utilizzo. Alle pareti, la carta da
parati è pulita, perfetta, come se l'avessero appena incollata. Su una mensola, due
schiere di soldatini di piombo si fronteggiano, pronti a darsi battaglia; sembrano
essere appena usciti da un negozio di giocattoli. Nulla è stato corroso dal tempo. Mi
avvicino all'alto letto in ottone da cui spunta una scarpina nera.
Mi inginocchio e scosto il copriletto. Due bambini siedono sotto il letto, le spalle
poggiate al muro e le gambe distese; mi scrutano con aria corrucciata, come a
rimproverarmi per aver interrotto i loro giochi. Il più piccolo ha circa quattro anni; il
più grande, che fatica a star curvo sotto la rete del materasso, otto al massimo.
“E voi, come siete riusciti ad entrare qui?” chiedo loro.
Mi guardano con espressione interrogativa. Aspetto una risposta, una qualsiasi, ma
nessuno parla.
Mi osservano muti, i loro grandi occhi spalancati su di me. Hanno la pelle perfetta,
lucida, come bambole di porcellana. Trovo il loro abbigliamento intonato col resto
della casa, ma poco consono alle moderne t-shirt e alle Nike indossate dai loro
coetanei. Entrambi portano un berretto alla marinara, camicia e calzoncini azzurri
che arrivano sopra le ginocchia sbucciate, calzette bianche che fasciano i polpacci e
stivaletti di vacchetta appena inzaccherati dal fango.
Loro intanto continuano a fissarmi con gli occhi sgranati.
“Allora, volete rispondermi? Come siete arrivati fin qua?”
“Noi qui ci viviamo, questa è casa nostra”, risponde il bambino più grande, lo
sguardo ostile.
“Ci è proibito uscire dalla stanza dei giochi. Aspettiamo che qualcuno ci avvisi che
siamo fuori pericolo.”
Fingo di credergli. Voglio stare al gioco.
“Di che pericolo parli? Di cosa avete paura?”
Stavolta è il piccoletto che parla, la manina sporca di gesso e cioccolato portata alla
bocca.
“Ci siamo nascosti perché abbiamo paura dei soldati. Entrano nelle case e portano
via tutti e poi li mettono dentro ai forni e li bruciano. Io non voglio finire dentro il
forno: nel forno ci vanno i biscotti.”
Mi viene da ridere, ma mi trattengo.
“Ma chi vi ha detto queste sciocchezze?”
Adesso non mi fissano più. Rivolgono il loro sguardo al di là della mia testa, un
ghigno stampato sui loro visi.
“La nostra mamma” risponde.
“Allora vostra madre è qui? Dov'è?”
“Dietro di te. E' venuta a prenderci.”
Il bambino scosta la mano dalla bocca.
Sorride.
Ha i denti marci.