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Quo vadis Turchia?
GEOPOLITICA
Il fulcro della politica estera dell’Akp, il partito di Erdogan, è il desiderio di diventare la potenza predominante in Medio Oriente e conquistare la posizione di leader nel più ampio mondo musulmano. Lo stratega di questo ambizioso progetto è il ministro degli Affari esteri, Ahmet Davutoglu. Nel suo voluminoso libro Strategic Depth Davutoglu ha illustrato il suo progetto per il ritorno della Turchia al precedente territorio ottomano. Questo ritorno, ha spiegato, non si baserebbe su una nostalgia imperiale o sull’uso della
forza, ma sulla costruzione graduale e paziente di
un tessuto sociale, politico ed economico che, in
definitiva, porterebbe a unire tra loro popoli che
condividono un passato storico e culturale.
di Soli Ozel
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a Turchia continua a essere impegnata nelle turbolenze in Medio Oriente e a lasciarsene influenzare. In
estate siamo stati testimoni del rapido deterioramento
delle relazioni tra Turchia e Israele. Il primo ministro Erdogan si è recato in Egitto, Tunisia e Libia per confermare, ancora una volta di persona, il proprio sostegno alle
rivoluzioni arabe. Ovunque è stato fatto oggetto di attenzione e del plauso entusiastico della folla, ha fatto probabilmente irritare parte della classe dirigente e ha affrontato apertamente gli islamisti difendendo strenuamente
il principio del laicismo, il tutto senza mai smorzare i toni dell’attacco verbale contro Israele. C’è poi stata la visita di una settimana negli Stati Uniti, nel corso della quale Erdogan è stato a colloquio con il presidente Obama
per quasi un’ora e mezza, ha continuato a biasimare Israele, ha inasprito la propria posizione contro la Siria, ha appoggiato senza riserve la dichiarazione di uno Stato palestinese e ha esortato un nuovo sistema delle Nazioni
Unite in grado di rappresentare in modo più efficace le
potenze emergenti. Malgrado la retorica bellicosa del suo
primo ministro, riguardo agli obiettivi della diplomazia
occidentale nell’area e la sua posizione irremovibile nei
confronti di Israele, la Turchia ha accettato il dislocamento sul suo territorio di un sistema radar per il progetto di
scudi antimissile della Nato. Questo come risultato di
lunghi negoziati tra Stati Uniti e Turchia: ecco, quindi,
che questo nuovo intendimento sull’Iran tra i due alleati
va a dimostrare l’infondatezza delle polemiche su una
Turchia antioccidentale e amica dell’Iran.
Molti, dentro e fuori della Turchia, tentano di analizzare questo nuovo attivismo della politica estera turca. Proprio nel momento in cui le rivolte arabe hanno portato
molti a dichiarare ormai morto il principio “zero problemi con i vicini” – propugnato dall’Akp nel momento di
massima popolarità – e indicato le incongruenze delle iniziali posizioni del governo in Libia e in Siria, queste mosse hanno calamitato non poca attenzione. Il discorso sulla Turchia che diventa imprevedibile per motivi ideologici o l’immagine di un Paese che ha perso l’orientamento non possono più essere difesi in modo soddisfacente se
viene osservata l’aderenza ai fatti. Qualcuno potrebbe ancora chiedersi se la Turchia non stia forse addentando più
di ciò che sarà poi in grado di masticare, ma non ci sono
dubbi riguardo al fatto che la politica sfaccettata del governo meriti un’osservazione e un’analisi molto attente.
no tutti promesso fedeltà al governo democraticamente
eletto. Questa base di potere istituzionale apparentemente inattaccabile è alimentata dal basso – mediante il sostegno di quasi il 50% dell’elettorato – e dall’alto – mediante l’Ufficio di presidenza, occupato da un ex collega,
Abdullah Gül: una costellazione che permette a Erdogan
di farsi sempre più audace e assertivo nel perseguire i propri obiettivi politici, all’interno del Paese e sulla scena internazionale.
In politica interna, con la monopolizzazione del potere in corso, il primo ministro attacca gli avversari, è intimidatorio con chi lo critica e non risparmia affondi; in
ambito di politica estera esorta, invece, a una massiccia
revisione dell’organizzazione istituzionale del sistema
internazionale. Si arroga frequentemente il ruolo di paladino del mondo musulmano, assieme al diritto, in
quanto potenza emergente, di meritare un posto al sole
come in passato. Ritiene l’Unione Europea (di cui la Turchia è un candidato di vecchia data) fondamentalmente
responsabile della mancanza di progressi nei colloqui
N
ell’esaminare gli sviluppi in Turchia durante lo scorso decennio, buona parte degli analisti era giunta alla conclusione che si trattava del classico caso di transizione democratica da forma di governo militare-autoritaria a civile-democratica. Pochi, se non nessuno, hanno
prestato attenzione all’avvertimento che una tale transizione avrebbe comportato anche un cambiamento radicale della classe dirigente al governo e dunque, potenzialmente, un cambiamento della cultura generale e politica
del Paese. Alla fine di una transizione durata quasi dieci anni, l’Akp e il suo leader fortemente popolare Recep Tayyp
Erdogan, sono all’apice del potere: la burocrazia e i suoi
rami civile, militare, giudiziario e amministrativo, han-
A FRONTE Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan,
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in qualità di leader del suo partito, l’Akp.
Anatolian / Pool / Getty Images
Afp / Getty Images / A. Altan
si rivolge ai membri del parlamento, ad Ankara,
A DESTRA Il presidente americano, Barack Obama,
e il premier Erdogan in visita alla Moschea Blu di Istanbul.
Lo scorso aprile Obama si è recato in Turchia
per rinsaldare i legami tra gli Usa
e il Paese della Mezzaluna, a maggioranza musulmana.
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turchi per l’adesione. Deve esserci sicuramente un senso
nelle azioni intraprese da Erdogan in politica estera, che
non possono essere semplicemente ascritte al suo background ideologico o ai suoi sentimenti verso l’area o verso le altre potenze.
Elaborare un’analisi della politica estera turca basandosi unicamente su antiche alleanze o su presupposti
ideologici significa tralasciare due importanti criteri: da
un lato, tali approcci sottovalutano il ruolo delle trasformazioni economiche e sociali della Turchia nel favorire
una politica estera attivista e talvolta aspra; dall’altro, non
riescono a collocare correttamente le azioni di politica
estera della Turchia nel contesto dei nuovi equilibri regionali e delle lotte di potere tra i principali attori dell’area, e tra questi e gli Stati Uniti.
Il fulcro della politica estera dell’Akp è il desiderio di
diventare la potenza predominante in Medio Oriente e
conquistare la posizione di leader nel più ampio mondo
musulmano. Lo stratega di questo ambizioso progetto è il
ministro degli Affari esteri, Ahmet Davutoglu, come
chiunque ha interesse per la Turchia sa ormai da un pezzo. Nel suo voluminoso libro Strategic Depth Davutoglu
ha illustrato il suo progetto per il ritorno della Turchia al
precedente territorio ottomano. Questo ritorno, ha spiegato, non si baserebbe su una nostalgia imperiale o sull’uso della forza, ma sulla costruzione graduale e paziente di un tessuto sociale, politico ed economico che, in definitiva, porterebbe a unire tra loro popoli che condividono un passato storico e culturale.
Comunque stiano le cose, il ritorno della Turchia in Medio Oriente ha in effetti preceduto l’ascesa al potere dell’Akp. L’iniziale incoraggiamento americano verso un tale orientamento era stato esternato dal presidente Clinton nel suo acclamato discorso alla Grande assemblea nazionale nel 1999. Nonostante la tensione delle relazioni
con la Turchia – a causa del rifiuto dell’Assemblea nazionale di consentire il dislocamento di truppe americane
nel Paese per aprire un fronte settentrionale in Iraq – l’amministrazione di George W. Bush ha proseguito, in linea
di massima, la politica di Clinton. Più entusiasta dei suoi
predecessori in relazione a questo, l’amministrazione
Obama ha accolto come sviluppo gradito l’ascesa dell’Akp quale modello musulmano-democratico.
In un’epoca in cui gli Stati Uniti cercavano di ricucire
lo strappo con il mondo musulmano, dopo l’invasione e
l’occupazione dell’Iraq, in Medio Oriente Erdogan ha co10
DONNE AL POTERE
di Seyda Canepa
econdo i dati del Global Gender Gap Report 2010 del
World Economic Forum la percentuale delle donne turche per partecipazione alla forza lavoro è scoraggiante: soltanto 26%. Un altro dato altrettanto negativo dimostra come le donne turche siano penalizzate per l’accesso e le opportunità nel mondo del lavoro. Purtroppo la Turchia, con il
suo 126° posto su 134 Paesi analizzati nella classifica delle
pari opportunità tra uomini e donne, è vicina al Pakistan e
al Mali ma, rovesciando la medaglia, si nota che la percentuale delle donne con ruolo di Ceo nel settore privato viene
subito dopo Finlandia e Norvegia che, a pari merito, detengono il primato nel mondo. Infatti, mentre tra i 30 Paesi dell’Ocse la percentuale delle donne con funzione di Ceo naviga sotto il 5%, in Turchia arriva al 12%.
In un’altra ricerca elaborata dalla Confederazione dell’unione degli imprenditori turchi (Tisk) – che comprende
non solo il ruolo di Ceo, ma anche i ruoli amministrativi dirigenziali coperti da donne in azienda – la percentuale sale al
22,8%. Le donne manager in Turchia hanno un ventaglio
d’occupazione vasto, che va dal settore farmaceutico all’energia, dalla comunicazione alle banche. Non solo le
aziende turche, ma anche importantissime aziende internazionali che operano in Turchia, hanno scelto come top
manager donne, che spesso e volentieri sono responsabili anche delle aree che comprendono Medio Oriente e Asia.
Pepsi, Coca Cola, Shell, Novartis, Intel, Hsbc, Vodafone, Merill Lynch, PwC, Citibank, Nokia, Visa sono esempi di alcune
di queste aziende mondiali che fanno affidamento sulle
donne manager turche. Tra le aziende locali, il Ceo della Sabanci Holding, Guler Sabanci, viene indicata tra le donne
Ceo più potenti al mondo.
Le donne manager in Turchia, una volta al potere, hanno
dimostrato anche un netto successo sulle performance di
crescita a medio e lungo termine, che vanno da un minimo
del 20% fino ad arrivare a più del 100% l’anno.
In molti settori privati, ma anche pubblici, come media,
medicina, giustizia, università, la presenza delle donne è al
di sopra della media di numerosi Paesi industrializzati.
Anche se nel settore pubblico la presenza di donne top
manager rimane intorno al 10%, il livello di presenza nelle
posizioni più prestigiose risulta tra i più alti del mondo.
Attualmente nelle università turche un terzo del corpo accademico è costituito da donne con il titolo di professore
con cattedra, anche se su 165 università ci sono soltanto 8
rettori donne. Nel settore della giustizia il 33% è rappresentato da donne e, a seguire, vi sono architettura (36%), ingegneria (13,5%), medici (27%) e medici odontoiatri (39%).
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minciato a costruirsi un profilo alquanto insolito per un
primo ministro turco. È molto popolare tra la pubblica
opinione araba, a quanto pare, molto di più dei leader autoritari di lunga data. La Turchia ha compiuto un grosso
sforzo per ritagliarsi un ruolo costruttivo nello sviluppo
della nascente democrazia irachena e ha cercato (a suo
modo) di mediare tra Iran e Consiglio di sicurezza delle
Nazioni Unite. Pur criticando aspramente la condotta di
Israele nei territori occupati, l’Akp è rimasto aggrappato
alle vestigia dell’alleanza turco-israeliana ereditata dai
precedenti governi.
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a Turchia è rimasta un membro della Nato, ha proseguito i colloqui per l’ingresso e ha mantenuto l’unione doganale con l’Ue. Ha tenuto elezioni eque e democratiche con regolarità e ha portato avanti l’implementazio-
IMPATTO DIGITALE
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di S.C.
hiunque si rechi in Turchia, per qualsiasi richiesta al telefono nel settore privato o nel pubblico, è sufficiente che
digiti il numero giusto e avrà l’informazione in inglese: «Benvenuto nell’azienda […], press 9 for English», e si procede per
un’operazione bancaria, per prenotare un volo, per comprare un video gioco o anche per pagare le tasse e le bollette del
telefono. La Turchia è al 7° posto al mondo per e-commerce
e la metà della popolazione usa internet. Con 35 milioni di
utenti in Rete – di cui il 57% uomini e il 43% donne – la Turchia
è al 4° posto in Europa. A questo numero ogni mese si aggiungono, in media, 90mila persone e i turchi detengono il
primato in Europa per le ore passate a navigare online.
L’uso della tecnologia è trasversale, perché un terzo degli
utenti ha la licenza elementare e gli altri due terzi si dividono principalmente tra scuola media e scuola superiore. Soltanto il 15% dell’utenza possiede la laurea. La distribuzione
geografica degli utenti nel Paese è un dato sorprendente: secondo un sondaggio, che comprende 20 milioni di utenti, soltanto meno di un quarto vive in grandi città, mentre il resto
è diviso tra piccoli comuni.
Un altro dato curioso viene dall’interesse dei turchi per i
social media. La Turchia è al terzo posto nel mondo per numero di utenti su Facebook dopo Usa e Gran Bretagna. Considerata la diffusione trasversale dell’uso della tecnologia,
il potenziale di crescita del Paese risulta notevolmente elevato. Se si considera la giovane età della popolazione turca, il settore della tecnologia dell’informazione e della co-
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ne dei criteri di Copenhagen, il piano politico dell’Ue
contenente le condizioni di ammissione per i Paesi candidati. L’amministrazione americana è rimasta indifferente alle aspirazioni dell’Akp di ergersi a leader regionale e, di certo, non vede in esse granché di cui preoccuparsi: come ha giustamente dichiarato Davutoglu, gli Stati Uniti considerano la Turchia un elemento regionale
dell’ordine globale guidato dall’America, non una rivale
nell’area.
Le cose hanno assunto una piega un po’ più problematica quando l’Akp ha iniziato a osteggiare sempre più la
politica americana che favorisce gli interessi di Israele, e
quando ha cercato di mettere da parte quest’ultimo negli
sviluppi in corso nell’area, un processo che ha avuto inizio con l’Operazione Cast Lead a Gaza e la conseguente
interruzione dei colloqui di vicinato israelo-siriani, faci-
municazione ha assunto un ruolo essenziale.
Secondo una ricerca fatta da Dogus Media Group, che ha
ospitato nel mese di ottobre una conferenza internazionale
sui new media, il 62% degli utenti tra i 18 e 40 anni utilizza
Twitter come fonte primaria per l’informazione “ultim’ora”,
quindi internet (52%), poi Facebook (30%), e solo il 16% segue le breaking news in tv.
La Turchia ha avviato gli studi necessari per acquisire un
ruolo tutto suo nel settore in futuro. I principali indicatori di
tali sforzi sono le nuove iniziative e le leggi a favore di ricerca e sviluppo create dal governo, appositamente per gli investitori. Le aziende che conducono attività di ricerca e sviluppo nelle “Zone per lo sviluppo tecnologico” sono esentate dall’imposta sul reddito.
Gli enti statali sono tra i principali acquirenti di It. In Turchia, negli ultimi dieci anni, le apparecchiature Ict sono aumentate del 130%, le applicazioni software del 500%, il settore dei servizi approssimativamente del 500%, i materiali di
consumo circa del 200%, le tecnologie dell’informazione del
225%, le apparecchiature per le telecomunicazioni circa del
75%, i servizi di supporto circa del 275% e, infine, le tecnologie della comunicazione approssimativamente del 225%.
Dopo aver già distribuito un milione di computer nelle
scuole, ultimamente il ministero della Scienza, industria e
tecnologia ha deciso la distribuzione di 15 milioni di pc tablet
nei prossimi quattro anni per ogni studente delle scuole primarie.
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negoziati bilaterali per individuare una formula adeguata affinché Israele si scusasse per l’incidente non sono andati a buon fine perché il primo ministro israeliano
ha cambiato idea, questo nonostante vi fosse accordo sulla formulazione delle scuse. L’aggiunta turca in merito all’aumento delle sanzioni, come condizione per normalizzare le relazioni, è arrivata solo dopo che il primo ministro si è convinto che Bibi Netanyahu non sarebbe stato abbastanza coraggioso da onorare la propria parola, a
causa di motivi politici interni. Questo rifiuto e l’accoglienza negativa – anzi, il rigetto – da parte turca del Rapporto Palmer – fatto trapelare al New York Times e che stabiliva come legittimo il raid israeliano – ha creato una
nuova frattura. La reazione turca, delineata in un piano
d’azione basato su cinque punti contro Israele, ha efficacemente demolito il treppiede dell’egemonia americana
nella regione, che poggia su tre Stati fondamentali: la Turchia, Israele e l’Arabia Saudita. Ora gli Stati Uniti si trovano nella sgradevole posizione di dover scegliere tra
Israele – la cui sicurezza è una priorità di lunga data per
le amministrazioni americane – e la Turchia, che chiede
di essere riconosciuta dagli Stati Uniti quale principale
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L’INDUSTRIA DEL MATTONE
di S.C.
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l settore immobiliare turco ha visto una crescita importante nell’ultimo decennio. In confronto ai mercati immobiliari statunitense ed europeo, che sono stati colpiti dalla recessione economica mondiale, quello turco non ha perso il
suo dinamismo. Mentre in tutta Europa si è riscontrata una
riduzione della domanda e l’abbassamento dei prezzi degli
immobili, secondo le statistiche, in Turchia il settore immobiliare è cresciuto del 22% nel 2010.
Il 60% della popolazione turca ha un’età inferiore ai 34 anni. La quantità di abitazioni disponibili è inferiore alla domanda, il che è indice di un notevole potenziale di crescita.
Entro il 2015 verranno costruite 500mila nuove abitazioni e
si prevede che la quota del Pil turco relativa ai prestiti nel
settore immobiliare raggiungerà il 15% nel 2015.
U
na ricerca realizzata da Pwc sulle ultime tendenze del
mercato immobiliare europeo 2011 dimostra l’aumento dell’interesse nei confronti del mercato immobiliare turco a livello sia nazionale (aiutato anche dalla recente introduzione della legge sul sistema dei mutui) che internazionale (grazie anche a solide imprese edili turche, con ottima
reputazione in tutto il mondo, che operano in 36 Paesi). Nel
2010 si è registrato un aumento del 40% delle vendite immobiliari a investitori internazionali. La Turchia è, infatti, al
primo posto nella lista stilata da Pricewaterhouse Coopers
e Urban Land Institute, proprio per il volume di vendite raggiunto nel 2010 e che si prevede per questo 2011. Il rapporto dell’istituto dimostra, inoltre, come Istanbul si sia posizionata al primo posto come miglior trend per le nuove iniziative immobiliari. Lo stesso rapporto, nel 2009, aveva indicato Istanbul al 3° posto.
Le riforme di carattere legislativo, introdotte dal governo
per rientrare nei parametri della legislazione europea, hanno reso gli investimenti nel mercato immobiliare ancora più
semplici e redditizi. Gli emendamenti apportati alla legge
sul Registro immobiliare, alla bozza di legge sui mutui e alla nuova stesura delle leggi sul fisco, sono pensati per incrementare la competitività del settore immobiliare turco.
Infine, c’è da sottolineare come il numero dei turisti che
visita la Turchia si sia moltiplicato in pochi anni, raggiungendo i 28,5 milioni di presenze l’anno e ciò crea nuova domanda per le costruzioni delle strutture alberghiere.
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Afp / Getty Images /M. Ozer
litati dalla Turchia ancora nel 2007. Nel gennaio 2009 si
è giunti a un punto di crisi in occasione del burrascoso
incontro di Davos tra Erdogan e il premio Nobel per la Pace e presidente di Israele, Shimon Perez. Infine, nel maggio 2010, il raid del commando israeliano contro la flottiglia di Gaza e la morte di otto cittadini turchi e di uno
turco-americano, a bordo della nave Mavi Marmara, hanno inequivocabilmente posto Turchia e Israele in rotta di
collisione.
Il primo ministro turco ha considerato l’Operazione
Cast Lead un affronto personale, in quanto ha avuto luogo solo pochi giorni prima che il premier israeliano Olmert si recasse in visita in Turchia e avesse un incontro
di cinque ore mezza con lo stesso Erdogan. Nel corso del
meeting ci sono state conversazioni telefoniche con il presidente siriano Bashar al Asad. Ma, anche dopo Cast Lead, dal punto di vista diplomatico le relazioni sono rimaste inalterate. Anzi, solo pochi giorni prima dell’attacco
contro la flottiglia di aiuti umanitari diretta a Gaza, Ankara ha opposto resistenza alle pressioni palestinesi per
porre il veto all’ingresso di Israele nell’Organizzazione
per la cooperazione e lo sviluppo economico, votando a
favore.
interlocutore per le questioni nell’area, se necessario anche a spese di Israele.
Ora l’amministrazione Obama si trova di fronte a un dilemma. Per quanto il presidente possa essere infuriato per
l’ostruzionismo e la ribellione del premier israeliano Netanyahu, non può ignorare la realtà politica interna del
sistema politico americano. E, sfortunatamente, non è facile trovare una via di uscita. È quasi impossibile convincere Israele ad accettare di essere relegato al ruolo di partner di secondaria importanza o di cambiare l’attuale andamento del comatoso processo di pace. Sul fronte interno, l’atmosfera da assedio, unita a recenti disordini sociali in Israele, non permetterebbe una tale autocritica radicale da parte della classe dirigente politica.
Sul fronte internazionale, la presenza e l’influenza della coalizione politica proisraeliana a Washington, ormai
collaudate da tempo, rendono ben solida la posizione irremovibile del governo Netanyahu. L’Unione Europea, il
più importante partner commerciale di Israele, non sarebbe in grado di imporsi su Tel Aviv o di usare la propria
presenza nel Quartetto per rinfocolare il processo di pace (per quanto, con una mossa a sorpresa alle Nazioni
Unite, la Francia si sia recentemente espressa a favore di
uno Stato palestinese).
In mezzo ai due blocchi, come detto, Erdogan è all’apice del potere politico: all’interno gode di un vasto sostegno elettorale e dispone della lealtà dell’apparato burocratico, mentre l’opposizione è perlopiù relegata ai margini; all’estero miete gli allori del mondo arabo-musulmano, in quanto uomo che osa ergersi contro Israele. E la
recente linea dura della Turchia sulle esplorazioni congiunte israelo-cipriote in materia di petrolio e gas nel Mediterraneo orientale non fa che rendere la questione ancor più complicata.
Il dilemma dell’amministrazione Obama sta nel non
potersi schierare né con l’uno né con l’altro dei suoi stretnumero 39 . dicembre 2011
ti alleati. Pretendere che la Turchia capitoli e rinunci alle sue rivendicazioni sortirebbe l’effetto opposto e potrebbe persino condurre a un ulteriore calo di credibilità del
presidente americano nell’opinione pubblica araba. D’altro canto, esercitare troppe pressioni su Israele affinché
intraprenda una strada che il suo primo ministro non è
chiaramente ancora pronto ad affrontare, è un passo particolarmente rischioso nell’ottica delle relazioni americane per il prossimo anno. Washington non ha diminuito gli sforzi e alcuni rappresentanti del governo sembrano credere che entro la fine dell’anno si possa imbastire
un accordo sulle scuse che sia accetto ad ambo le parti.
Effettivamente vi sono ragioni valide sia per Ankara
che per Tel Aviv per accantonare il proprio orgoglio, lasciare sbollire la collera e trovare una soluzione al problema che sia, forse, non totalmente soddisfacente, ma
quanto meno ragionevole per entrambi. Nuovi sviluppi
in Medio Oriente, in particolare il destino del regime siriano, devono catalizzare l’attenzione di tutti. In quanto
vicini di Damasco, sia Turchia che Israele hanno interesse a mantenere l’integrità territoriale della Siria e a contenere eventuali effetti di “travaso” nel caso di una sanguinosa caduta del regime. In realtà, l’accettazione riluttante e tardiva da parte della Turchia degli aiuti israeliani, dopo il devastante terremoto che ha colpito la provincia di Van, ha dimostrato che le due parti tengono i loro
canali umanitari aperti. E l’anno scorso, in occasione dei
diffusi e terribili incendi nei boschi israeliani, la Turchia
ha inviato immediatamente nella regione due velivoli antincendio.
Negli ultimi due mesi è però affiorato in superficie un
elemento aggiuntivo, che potrebbe inasprire ulteriormente le relazioni bilaterali e, per estensione, quelle trilaterali tra Stati Uniti, Turchia e Israele. La Repubblica di Cipro
ha firmato un accordo per la creazione di una “Zona economica esclusiva” con Israele, e ha dato avvio alle esplorazioni petrolifere tramite l’azienda americana Noble. La
Turchia si è fortemente opposta a questa mossa fatta dal
governo di Cipro – che peraltro non riconosce – e ha minacciato un intervento.
Per ora gli sviluppi sono sotto controllo ma, date le potenziali risorse di gas e petrolio nel Mediterraneo orientale, l’assenza di un accordo sul persistente, cancrenoso
problema cipriota, assieme al mancato allentamento delle tensioni tra Israele e Turchia, potrebbe trasformarsi in
una polveriera pronta a esplodere.
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