Andrea Toniolo (a cura) LA «RELAZIONE DI AIUTO

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Andrea Toniolo (a cura) LA «RELAZIONE DI AIUTO
3. ARCHITETTURA SACRA NEL NOVECENTO
Esperienze, ricerche e dibattiti
Virginio Sanson – pagine 404
LA «RELAZIONE DI AIUTO»
4. LA FAMIGLIA NELLA CULTURA
DELLA PROVVISORIETÀ
Giampaolo Dianin – Giuseppe Pellizzaro (a cura)
pagine 384
l
Manuali
1. MATRIMONIO, SESSUALITÀ E FECONDITÀ
Corso di morale familiare
Giampaolo Dianin – pagine 448
2. LA BIBBIA NELLA STORIA
Introduzione generale alla Sacra Scrittura
Gastone Boscolo – pagine 480
3. CRISTIANESIMO E VERITÀ
Corso di teologia fondamentale
Andrea Toniolo – pagine 320
4. METODOLOGIA TEOLOGICA
Indicazioni pratiche per lo studio,
la ricerca e la redazione di un testo
Facoltà teologica del Triveneto (a cura)
In preparazione
5. LA FORMA RELIGIOSA DEL SENSO
Al crocevia di filosofia, religione
e cristianesimo
Roberto Tommasi – pagine 504
Praxis
Strumenti per la pastorale e la formazione
1. PREDICARE BENE
Chino Biscontin – pagine 328
2. ARDERE, NON BRUCIARSI
Studio sul «burnout» tra il clero diocesano
Giorgio Ronzoni (a cura) – pagine 136
1
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SOPHIA / EPISTĒME - Studi e ricerche
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SOPHIA / EPISTĒME - Studi e ricerche
«Sophia»
I contributi pubblicati nel presente volume costituiscono gli atti di un
convegno promosso dalla Facoltà teologica del Triveneto intorno al
tema e alla pratica della relazione di aiuto o del counseling. L’intento
principale dei vari saggi è quello di mettere a fuoco le sfide e le opportunità che le psicologie contemporanee pongono alla fede e alla
teologia, in riferimento alle pratiche del colloquio di aiuto o dell’accompagnamento psicologico e spirituale.
Gli ambiti dei contributi sono i seguenti: il counseling pastorale e la
chiesa cattolica negli Stati Uniti; la fede, la salvezza e la parola tra
teologia e psicologia; il confronto e lo scontro fra psicologia e chiesa; la relazione d’aiuto tra psicologia e morale.
Andrea Toniolo
Presbitero della diocesi di Padova, ha conseguito il dottorato presso la Pontificia
Università Gregoriana di Roma e ha trascorso periodi di studio e ricerca presso la
Facoltà di teologia cattolica di Tubinga, l’Institut Catholique di Parigi e l’Institute
of Pastoral Studies della Loyola University di Chicago. È docente di teologia fondamentale e teologia pastorale presso la Facoltà teologica del Triveneto di cui è anche
preside. Ha pubblicato articoli e saggi, in particolare: La Theologia crucis nel contesto
della modernità. Il rapporto tra croce e modernità nel pensiero di E. Jüngel, H.U. von Balthasar
e G.W.F. Hegel (Editrice Glossa, Milano 1995); Cristianesimo e verità. Corso di teologia
fondamentale (EMP-FTTR, Padova 20082). Ha curato: Unità pastorali. Quali modelli in
un tempo di transizione? (EMP, Padova 2003); Dolore, sofferenza e angoscia: prospettiva
psicologica e teologica, «Studia Patavina» 45 (1998).
Andrea Toniolo (a cura)
Andrea Toniolo
SOPHIA / EPISTĒME - Studi e ricerche
LA «RELAZIONE DI AIUTO»
Epistēme
Studi e testi a carattere scientifico, espressione
della ricerca della Facoltà teologica del Triveneto
La sezione si divide in: Studi e ricerche, Dissertazioni
l
1. LA «RELAZIONE DI AIUTO»
Il counseling tra psicologia e fede
Andrea Toniolo (a cura) – pagine 152
3. SCIENZE DELLA PSYCHE
E LIBERTÀ DELLO SPIRITO
Counseling, relazione d’aiuto e accompagnamento
Giuseppe Mazzocato (a cura) – In preparazione
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2. IL «GRUPPO MINISTERIALE» PARROCCHIALE
Livio Tonello – pagine 232
3. MORALE E «CHRISTUS TOTUS»
Etica, cristologia ed ecclesiologia in Émile Mersch
Matteo Pasinato – pagine 400
4. ESPERIENZA, INTERPRETAZIONE E VERITÀ
NELL’EPISTEMOLOGIA TEOLOGICA
DI E. SCHILLEBEECKX
Un tentativo di rilettura pareysoniana e ricoeuriana
Valentino Sartori – pagine 408
Il counseling tra psicologia e fede
Didachē
Testi base per l’insegnamento
La sezione si divide in: Percorsi, Manuali
l
9 788825 020267
www.edizionimessaggero.it
€ 16.50 (I.C.)
Dissertazioni
1. IL «SERVIZIO DELLA PAROLA»
Dall’esperienza alla riflessione teologica
Ezio Falavegna – pagine 496
In copertina: La speranza (particolare), affresco di Giotto, 1304-1306;
Cappella degli Scrovegni, Padova.
ISBN 978-88-250-2026-7
Studi e ricerche
2. SUL SENTIERO DEI SACRAMENTI
Scritti in onore di Ermanno Roberto Tura
nel suo 70° compleanno
Celestino Corsato (a cura) – pagine 400
LA «RELAZIONE DI AIUTO»
SOPHIA / EPISTĒME - Studi e ricerche
Percorsi
1. IL RINNOVAMENTO DELLA PARROCCHIA
in una società che cambia
Lucio Soravito – Luca Bressan (a cura) – pagine 160
2. UOMO E DONNA A IMMAGINE DI DIO
Lineamenti di morale sessuale e familiare
Luciano Padovese – pagine 384
SOPHIA
Epistēme/Studi e ricerche ● 1
ANDREA TONIOLO
(a cura)
LA «RELAZIONE DI AIUTO»
IL COUNSELING TRA PSICOLOGIA E FEDE
Pubblicazione realizzata con il contributo
della Conferenza Episcopale Italiana
Imprimatur
Padova, 13 novembe 2008
Onello Paolo Doni, Vic. Gen.
ISBN 978-88-250-2732-7
Copyright © 2009 by P.P.F.M.C.
MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO - EDITRICE
Basilica del Santo - Via Orto Botanico, 11 - 35123 Padova
www.edizionimessaggero.it
FACOLTà TEOLOGICA DEL TRIVENETO
Via del Seminario, 29 - 35122 Padova
www.fttr.it
Prima edizione digitale 2010
Realizzato da Antonianum Srl
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violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata
civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.
Introduzione
Andrea Toniolo
I contributi pubblicati nel presente volume costituiscono gli atti di un
convegno promosso dalla Facoltà Teologica del Triveneto intorno al tema
e alla pratica della relazione di aiuto o del counseling. L’intento principale
dei vari saggi è quello di mettere a fuoco le sfide e le opportunità che le psicologie contemporanee pongono alla fede e alla teologia, in riferimento alle
pratiche del colloquio di aiuto o dell’accompagnamento psicologico e spirituale, alle varie forme con cui, soprattutto attraverso la dinamica della parola, si sostengono le persone in difficoltà. In molti ambiti prevale il ricorso
alla consulenza psicologica rispetto ad altre forme di aiuto; nell’approccio
ad esempio alle situazioni di crisi matrimoniali si avverte la prevalenza di
questo tipo di relazione rispetto a quella pastorale o spirituale. La grande
diffusione della psicoterapia, della consulenza psicologica, della letteratura,
più o meno influenzata dalla psicologia (che riempie scaffali di librerie) e
che possiamo raccogliere sotto il nome di «cultura terapeutica», ha delle
profonde implicazioni e ripercussioni sociali e culturali: «La cultura terapeutica non parla tanto di emozioni, quanto di carenze emotive… La percezione di un deficit emotivo comporta un profondo senso di vulnerabilità
e richiede una ridefinizione radicale della condizione umana e di ciò che la
caratterizza… Il profondo senso di vulnerabilità emotiva è frutto della tendenza a oggettivare le incertezze della vita e a riformularle, amplificandole,
sotto forma di rischio»1.
Il dialogo, il colloquio, la consulenza non riguardano solo situazioni psicologiche gravi o difficili (depressione, ansia, inconsistenze, disturbi psichi1
F. Furedi, Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, Feltrinelli,
Milano 2005, pp. 10-11.
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andrea toniolo
ci) – va anche detto che in questi casi il ricorso allo specialista, allo psicoterapeuta è necessario ma non esclusivo – ma anche situazioni e questioni che la
vita ordinaria pone: il colloquio è un aiuto nel discernimento morale, è una
forma di accompagnamento e sostegno in alcune scelte importanti. La rivista
«L’Espresso» di gennaio 2007 ha pubblicato un articolo dal titolo Benedette
assoluzioni, giustamente condannato dall’«Osservatore Romano» per aver
profanato un sacramento. L’articolo è frutto di false confessioni sacramentali escogitate da parte di un giornalista che intendeva verificare la risposta dei
confessori di fronte alle grandi questioni che di frequente vengono poste in
confessionale: eutanasia, aids e preservativo, frontiere della ricerca (staminali
embrionali, fecondazione assistita), omosessualità, pedofilia, aborto, convivenza. Si tratta di problemi che emergono durante una forma di relazione
di aiuto, la confessione, oggi in crisi, a cui sembra subentrata la relazione
psicologica, e dove i tre grandi registri (spirituale, morale, psicologico) della
relazione di aiuto vengono continuamente a incrociarsi, a interfacciarsi.
Pur nella diversità di orientamento e impostazione delle scuole di psicoterapia e consulenza psicologica (psicoanalisi, comportamentismo, psicologia
umanistica, psicologia transpersonale, programmazione neuro-linguistica,
per citarne alcune), esistono alcuni elementi basilari, quasi trasversali, condivisi, che segnano in maniera determinante la relazione di aiuto anche in campo
religioso: il rapporto da singolo a singolo, le terapie di piccoli gruppi, l’ascolto empatetico, la sospensione del giudizio morale, la centralità del raccontare,
lo strumento della parola. La presenza diffusa di tale «mentalità terapeutica»
non solo a livello laico ma anche pastorale ci obbliga a un vaglio attento e
critico dei criteri e della prassi del counseling, che raccolgo attorno ad alcune
questioni presenti, quasi come sottofondo, nei vari saggi del volume.
1. La prima riguarda «il contributo specifico della psicoterapia e delle
scienze psicologiche in genere», sia dal versante della lettura antropologica
che dal versante delle modalità pratiche adottate nella consulenza; nella relazione pastorale di aiuto, che nella chiesa ha una lunga e diversificata storia, è
opportuno instaurare un corretto rapporto con le varie scuole psicologiche
per evitare da una parte forme estreme di assunzione ingenua, acritica, superficiale di pratiche o teorie psicologiche e, dall’altra, forme di indifferenza
o rigetto critico della psicologia e delle sue pratiche. Che cosa comporta per
una prassi pastorale (dall’educazione della fede, all’accompagnamento spirituale, al colloquio di aiuto) la forte rilevanza odierna della psicologia in tutti gli ambiti sociali e formativi? Quali paradigmi nuovi vengono introdotti
nell’azione pastorale, ma anche nelle relazioni normali di aiuto?
Una relazione di aiuto orientata o determinata psicologicamente comporta, anche se non sempre in maniera consapevole, alcuni cambi paradigmatici: appare più centrata sulla persona che sul contenuto morale o dottrinale,
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ha una forma meno direttiva e più graduale, privilegia il dialogo rispetto
all’approccio deduttivo e moralistico. Senza dubbio vanno evidenziate alcune acquisizioni positive maturate dal confronto e dall’uso della prospettiva
psicologica negli ambienti di assistenza, di consulenza, di educazione religiosa e laica: a) la sospensione temporanea del giudizio morale: le psicologie laiche evidenziano «l’importanza, in ogni forma di aiuto alle persone, di
sospendere temporaneamente il giudizio morale»2, per non compromettere
la relazione di fiducia; b) la libertà condizionata: la consapevolezza che la
volontà è condizionata dalla «storia unica delle forze biologiche e sociali che
plasmano ciascun individuo»3; le psicologie si offrono come strumento di
analisi dei condizionamenti e quindi come aiuto alla libertà nella situazione
concreta; c) la relazione tra «alto» (ragione, immaginazione, moralità, verità) e «basso» (istinto, passione, bisogno) nella motivazione umana, messa in
luce soprattutto dalle psicologie del profondo (Freud, Jung, Erikson): «certi
processi adattivi superiori associati con la conoscenza, intelligenza… non
funzionano bene senza ricevere dati dai processi adattivi dell’ordine inferiore collegati con tendenze istintive e certe linee di sviluppo interpersonali o
di relazione a un oggetto»4. Il sentire dunque informa sempre il processo del
conoscere.
La tendenza attuale, tuttavia, di caricare di attese psicologiche la relazione
di aiuto pastorale può incorrere in due rischi: il «contrabbando» di materiale
psicologico in campo pastorale, ossia il pericolo di un uso non competente e
subdolo di tecniche o teorie psicologiche nel campo formativo o educativo,
e, secondo rischio connesso, una «colonizzazione del campo pastorale da
parte della psicoterapia»5, ovvero l’uso prevalente dello strumento psicologico a scapito di una integrazione con la dimensione propriamente teologica.
In una prospettiva pastorale la relazione di aiuto si colloca sempre all’interno della relazione con Dio mediata da una «parola» che per il credente ha
una valenza particolare, e la guarigione nella tradizione biblico-cristiana assume sempre anche il significato di salvezza, dentro un luogo che è la comunità cristiana. Appare dunque doveroso porre anche il «viceversa» rispetto
alla questione sopra espressa: enucleare le sfide, le provocazioni, i contributi
che la relazione di aiuto collocata dentro la tradizione cristiana offre alla
psicologia, alla «cultura terapeutica», e alle forme o interpretazioni assunte
dalle psicologie nei confronti dei disagi psichici o problemi dell’uomo. La
seconda questione portante può essere espressa nel seguente modo: «qual è
2
D. Browning, L’allontanamento dell’etica dalla cura pastorale, «Concilium» 6/1982,
p. 31.
3
Ivi.
4
Ivi, p. 32.
5
B. Seveso, Pastorale e psicologia, «Teologia» 28 (2003) 3, p. 319.
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l’apporto specifico della fede cristiana» (non solo della dimensione religiosa), e di quelle pratiche e prospettive propriamente cristiane (la salvezza, la
fede, la morale cristiana, la carità, l’aiuto spirituale), alla relazione di aiuto, al
colloquio personale, anche psicologico?
2. La teologia è interpellata da acquisizioni e categorie interpretative
proprie delle scienze umane, che non possono essere considerate solo come
strumenti di analisi ma anche come interpretazione della realtà psichica o
sociale, espressione di un orientamento culturale, di un sistema valoriale.
Andando oltre una forma strumentale di rapporto tra teologia e psicologia, il modello più convincente appare quello correlativo: teologia e scienze
umane cooperano per la comprensione dell’uomo, della sua condizione sociale e culturale, delle sue dinamiche religiose, confrontandosi su quadri di
riferimento, sulle visioni dell’uomo, sulle forme pratiche di relazione di aiuto. I piani del confronto tra teologia e scienze psicologiche sono molteplici;
esplicito i principali, che fanno capolino nei vari contributi.
a) Un primo livello di confronto è rappresentato dalle modalità e dalle
pratiche di intervento, dalle forme di terapia e di cura. A titolo esemplificativo accenniamo alla pratica del raccontare, che è centrale sia nella psicoanalisi che nella religione. Secondo la psicoanalisi il raccontare ha un potere
«terapeutico» (la «cura del parlare»), nel dire il paziente non solo rivisita ma
ricostruisce il proprio sé. La modalità pratica del dire, e il senso che vi si attribuisce, dipende molto dalla prospettiva con cui si accede alla memoria, al
passato. Se il raccontare è interpretare e quindi cambiare, questo è possibile
cogliendo non solo determinismi, ma anche una storia aperta al senso e alla
libertà; in una prospettiva di fede la narrazione di sé non serve solo a superare gli effetti negativi, sconnessi di eventi traumatici passati, ma a cogliere
i segni religiosi primordiali, fondanti, il modo con cui i soggetti si aprono
al trascendente. Il trattamento della memoria mediante la parola, che è una
forma di «archeologia della sofferenza», dipende dalla visione dell’uomo:
sostenere «contro un determinismo psicologico che la persona umana è in
possesso della libertà è indubbiamente adeguato e vero. E il dire a un individuo che è libero di scegliere può essere per questa persona, in un momento
difficile della sua vita, un gesto di fiducia e di rassicurazione. Ma le stesse
parole dette in un altro momento possono mostrare una certa insensibilità a
ciò che la persona, in quel momento, sta attraversando»6. Una comprensione
6
W. Lowe, Psicoanalisi come archeologia della storia della sofferenza, «Concilium»
6/1982, p. 26.
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adeguata dell’uomo non può perciò «compartimentalizzare» il regno della
libertà da un parte e il regno del determinismo dall’altra7.
b) Un secondo piano di confronto riguarda le nozioni fondamentali implicate nel pastoral counseling, come quella di fede, di guarigione, di cura.
La teologia non ha ancora costruito una chiara linea Maginot (di confine)
che indichi il contributo specifico del sapere teologico e di quello psicologico, la diversità degli strumenti di aiuto: «la risposta teologica tradizionale
sembra avere poche risorse per fare la critica a questa amabile psicologia»8.
Nella pratica della relazione pastorale di aiuto prevale a volte il carattere individuale, soggettivo, psicologico della fede, a scapito di quello teologico ed
ecclesiale. Un riferimento interessante è costituito dall’indagine di un pastoralista nordamericano J. Fowler, che ha studiato le dinamiche e l’evoluzione
della fede, utilizzando come griglia di lettura gli stadi evolutivi di Kohlberg9.
La fede, di cui si individuano sei stadi evolutivi, non è volutamente intesa
in senso teologico ma «umano universale» (una naturaliter fides qua), è un
apriori dell’uomo, la dinamica e il processo del fidarsi che costituisce l’essere umano fin dall’inizio e con cui l’uomo si affida a determinati valori. Lo
studio di Fowler mette in luce il nesso tra sviluppo del pensiero, processo
di significazione (linguaggio e significato) e «fede»: parallelamente agli stadi
delle operazioni cognitive e morali si studiano i gradi di fede intesi come
operazioni che sono insieme di conoscenza e di giudizio valutativo. Dall’indagine emerge, secondo Fowler, che la sfida cruciale per la prassi pastorale
e per le chiese si pone nel passaggio dallo stadio convenzionale della fede
(stadio III) a quello personale (stadio IV).
Analizzando il lavoro del pastoralista nordamericano, sembra che la sua
teoria dell’evoluzione della fede sia una scienza empirica distinta dalla teologia, costruita attorno a un’idea di fede previa e indipendente da quella
teologica: «Nella teoria dell’evoluzione della fede la teologia e la psicologia
devono lavorare insieme nell’investigazione e illuminazione dei dinamismi
della fede. L’investigazione empirica svolge il ruolo critico di verificare, purificare o sostituire elaborazioni teologiche e/o psico-filosofiche. Infine, le
elaborazioni psicologiche sono soggette al controllo teologico di questo lavoro, ma in un modo che intende evitare sia di ridurre i loro contenuti critici
Ivi, p. 27.
Ivi, p. 23; si veda anche R.J. Hunter (ed.), Dictionary of Pastoral Care and Counseling. Expanded Edition, Abingdon Press, Nashville 2005.
9
Cf. J. Fowler, Stages of Faith. The Psychology of Human Development and the Quest
for Meaning, Harper & Row, San Francisco 1981; Id., Faith, development and pastoral
care, Fortress Press, Philadelphia 1986; i testi riportano il risultato di un questionario sulla
fede posto a circa 600 persone di tutte le età.
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e costruttivi alla teologia, sia di subordinare tali contributi alle critiche dottrinali [corsivo del redattore]. Nell’ambito della convinzione della sovranità di
Dio, la teoria dell’evoluzione della fede fa uso della teologia, dell’investigazione empirica e della teoria psicologica in modo tale che tutte queste scienze la mettano in grado di contribuire, in collaborazione, alla comprensione
e illuminazione dell’aspetto interiore umano dei dinamismi della fede»10. La
nozione di fede soggiacente è essenzialmente antropologico-morale, con un
accentuato carattere dialettico e razionale, e nella cura pastorale di tale fede è
determinante l’apporto della psicologia. Se per un verso rileviamo il modello
della correlazione tra teologia e psicologia, per l’altro traspare la convinzione, discutibile, che la fede teologale sia una realtà che si innesta in una fede
naturale realizzata, come un piano che si aggiunge a un altro e che, quindi,
si debba prima curare l’umano e poi lo spirituale. In realtà la fede teologale
è fin dall’inizio profondamente intrecciata con l’esperienza umana; formazione umana e spirituale si intersecano continuamente nella storia personale
di un soggetto.
c) Un terzo piano di confronto tocca il nesso tra counseling e morale.
La consulenza pastorale, la relazione di aiuto nelle chiese, negli ambienti
di formazione è stata segnata negli ultimi decenni da una certa autonomia
e distacco nei confronti della teologia e in particolare della teologia morale,
accusata spesso di «moralismo». L’influsso forte delle psicologie non è stato presente solo come risorsa, come strumento di analisi e conoscenza, ma
anche come critica nei confronti del moralismo, ritenuto «una delle cause
principali, se non la causa principale dei problemi di salute mentale nelle
società moderne. Il moralismo è definito in modi diversi, ma principalmente
crediamo che significhi porre imperativi morali arbitrari, prematuri o fuori
tempo che reprimono o sopprimono duramente i normali impulsi umani,
interessi o bisogni»11. L’approccio psicologico conseguente è di tipo «maieutico»: si aiuta lasciando alla persona il proprio quadro di riferimento morale, senza intaccare il contenuto etico delle scelte (neutralità morale). Tale
distacco o estraneazione tra psicologia ed etica in realtà accentua la visione
deterministica dell’uomo dal versante psicologico e quella moralistica dal
versante teologico. Il superamento dell’ignoranza reciproca di psicologia ed
etica avviene mediante il confronto serio sul piano della razionalità morale
pratica; ogni forma di relazione di aiuto – sia religiosa che laica – non può
isolarsi dal contesto morale del soggetto, dalla sua razionalità morale pratica: «Ma come può una prospettiva teologico-etica della persona prendere in
10
J. Fowler, Teologia e psicologia nello studio dello sviluppo della fede, «Concilium»
6/1982, p. 159.
11
Browning, L’allontanamento dell’etica, pp. 29-30.
introduzione
11
considerazione le dinamiche psicologiche senza perdere l’integrità del punto
di vista normativo?»12.
La razionalità morale pratica, ossia la capacità di esprimere giudizi morali
e di fare scelte, si sviluppa in cinque livelli: metaforico, cogente, bisognovalore, predittivo-contestuale e regola-ruolo13. Soprattutto al terzo livello
(bisogno-valore) e al quinto, le psicologie, grazie all’analisi dei bisogni umani fondamentali (il cibo, il legame di parentela, il sesso, l’identità, la sicurezza, la realizzazione di sé, la procreazione, ecc.) aiutano a comprendere
quali bisogni sono integrati, quali sacrificati, quali in tensione rispetto alla
scelta di valori o di regole, alle scelte comportamentali (ad esempio i bisogni
centrali di sicurezza e di indipendenza possono risultare inconciliabili, in
tensione). Alla razionalità morale pratica spetta il compito di ordinarli, di
dare una gerarchia, di limitarli in vista di altri.
3. Nel contesto anglofono, soprattutto nordamericano, si è sviluppata una
pratica che tenta di conciliare le due prospettive, psicologica e teologica, denominata pastoral counseling, espressione tradotta nel nostro contesto con
«relazione di aiuto», «dialogo pastorale». Tale pratica indica «un incontro
soprattutto verbale tra persone, delle quali una almeno intende instaurarlo
e portarlo avanti “nel nome del Signore”, sulla base di una relazione non
reciproca»14. Il pastoral counseling cerca di coniugare e integrare la tradizione spirituale cristiana con l’apporto delle scienze psicologiche, mossa dalla convinzione dello stretto legame tra la prospettiva biblica della salvezza
e quella moderna della guarigione e della salute, e sostenuta inoltre dalla
consapevolezza della mescolanza conflittuale di libertà umana e condizionamenti nella dinamica del discernimento morale e religioso. Se l’apporto specifico e necessario della psicologia è la lettura e l’interpretazione della realtà
con strumenti che la teologia non possiede e cogliendo aspetti della psiche
che la teologia non sarebbe in grado di cogliere, il contributo della teologia
è quello di vigilare sui rischi di una interpretazione dei fatti psichici isolata
o contrapposta a quella morale o religiosa, offrendo una visione dell’uomo
più ampia di quella psichica, e un approccio non esclusivamente terapeutico
ai disagi dell’anima.
Il pastoral counseling nordamericano rappresenta la tradizione più lunga,
non esente da tensioni, di cooperazione tra mondo della fede e scienze psicologiche. Per questo motivo il primo contributo del volume – Il counseling
pastorale e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti: storie di individui, istituzioni
Ivi, p. 34.
Ivi, p. 35.
14
A. Godin, Ascolto e consiglio, in B. Lauret - F. Refoulé, Iniziazione alla pratica
della teologia. Volume 5: Pratica, Queriniana, Brescia 1987, p. 48.
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e tematiche – è quello di K. Gillespie, gesuita nordamericano, professore associato presso il Dipartimento di Pastoral Counseling del Loyola College in
Maryland; l’autore offre una panoramica storica dello sviluppo del pastoral
counseling nel contesto nordamericano, elaborando un primo fondamentale
lessico di distinzioni e sfumature. La breve ma significativa ripresa storica
permette d’instaurare un confronto tra contesto protestante, favorevole fin
dall’inizio, e quello cattolico, più reticente all’inizio. Il modello proposto
dall’autore, che combina le diverse dimensioni del counseling, viene denominato bio-psico-socio-spirituale; le diverse dimensioni della persona umana
sono considerate nella loro profonda integrazione, e lo specifico del pastoral
counseling è dato dal riferimento esplicito alla dinamica spirituale, al rimando, anche se non sempre e non necessariamente, alla cornice spirituale e religiosa della vita. Di seguito è stato collocato un contributo, reso gentilmente
disponibile dai due autori, K. Gillespie e P. Zagano, su un tema, che non
rientra immediatamente nell’impianto generale del convegno, ma che può
essere considerato come una esemplificazione, quasi una parabola dell’intreccio, della sovrapposizione frequente nel contesto culturale americano tra
psicologia e spiritualità: un raccordo critico tra la spiritualità ignaziana e una
recente corrente, denominata «psicologia positiva», che si presenta come
una trascrizione laica, secolarizzata della pratica ignaziana della gratitudine.
Segue un contributo del sottoscritto che riporta il dibattito nel contesto europeo, dove certe questioni fondanti non passano inosservate: «fede»,
«salvezza» e «parola» sono tre termini alla luce dei quali instaurare un confronto serio tra le due realtà che entrano in gioco nella relazione di aiuto
(quella spirituale e quella psicologica). Viene data particolare attenzione al
terzo elemento, la parola, che costituisce il dia-logo, il verbo/parola di incontro e di distinzione nei soggetti che instaurano la relazione di counseling.
La parola appare come il mezzo privilegiato con cui poter avviare la cura
della persona, la sua trasformazione, il dinamismo di guarigione, che in un
orizzonte specificatamente cristiano non possiamo disgiungere dalla parola
«salvezza».
L’ampio contributo di M. Binasco (professore di psicologia e di psicopatologia dei legami della famiglia presso il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per
gli studi su Matrimonio e Famiglia, in Roma) – Incontri e scontri fra psicologia
e chiesa. Questioni preliminari a partire dal counseling – sviluppa la riflessione dal versante della psicoanalisi, mostrando non poca distanza critica
nei confronti di un uso «virtuale» o meramente convenzionale delle scienze
psicologiche. Le forme di consulenza dovrebbero liberarsi dai programmi,
dalle procedure di gruppo, dalle convenzioni sociali, dalle esigenze di moda
o culturali, dai meccanismi professionali, insomma da quella sfera virtuale
che impone per convenzione l’uso delle psicologie, e utilizzare queste, invece, per cogliere il reale, la situazione vera dell’uomo. La questione antropo-
introduzione
13
logica appare quindi ineludibile; la domanda su chi è l’uomo non può essere
destituita: se la terapia è centrata sul cliente, bisogna anche chiedersi su che
cosa è centrato il cliente. Il forte richiamo al «reale» si traduce nella centralità
di fatto accordata al desiderio presente in qualsiasi forma di counseling, desiderio da non intendersi nella prospettiva dell’autorealizzazione, ma dell’essere profondo, dell’accettazione anche del sacrificio per realizzare qualcosa,
dell’accoglienza del limite e della fragilità inevitabili nell’esistenza e nelle
relazioni umane. Il riferimento al reale, la centralità del desiderio, l’atto del
dire rappresentano gli elementi strutturali comuni a un’autentica relazione
di aiuto, nelle forme del counseling pastorale e psicologico.
La riflessione conclusiva di G. Mazzocato, docente di teologia morale
presso la Facoltà Teologica del Triveneto – La relazione d’aiuto tra psicologia e morale – richiama in un primo momento il ruolo strategico della
morale nel dibattito attorno alla psicologia, intesa come scienza che non solo
pone dati, ma interpreta l’esistenza psichica; in un secondo momento mostra come il nesso necessario e intrigante tra salute psichica e ordine morale
apra inevitabilmente alla più ampia questione antropologica. Il vissuto psichico non può essere competenza esclusiva delle scienze psicologiche, ma
appartiene fin dall’inizio, e anche nelle sue forme patologiche, all’esperienza
morale, alla dinamica della coscienza; nel campo pratico della relazione di
aiuto, perciò, non è legittimo delegare esclusivamente alla psicologia la cura
della realtà psichica, poiché questa, anche nelle sue forme estreme, va sempre
considerata in riferimento alla persona nella sua totalità e all’esperienza fondante e fondamentale della libertà (ciò che Binasco chiamerebbe desiderio).
I fatti psichici sono perciò il luogo principale in cui la libertà si esprime, si
afferma o si nega, sono il luogo della coscienza morale e religiosa, e quindi
sono già luogo di discernimento.
Il confronto serio della pastorale con la psicologia – per anticipare alcune
conclusione dei vari contributi – esige di chiarire le comprensioni relative
ad alcuni concetti fondamentali comuni (la nozione di fede, il concetto di
maturità umana e cristiana, la connessione tra salvezza e cura, la coscienza
e la libertà, la visione dell’uomo) e le prospettive teoretiche in cui si è collocati. La relazione psicologica e quella spirituale appartengono a ordini
diversi e non vanno confuse: uno psicologo non può sconfinare nel campo di un direttore spirituale, e viceversa; le finalità e i mezzi sono diversi,
le interpretazioni dei disagi e il trattamento degli affetti hanno peculiarità
differenti: «I discepoli dei primi monaci nel deserto non andavano forse a
interrogare il loro padre proprio per ricevere una parola (“Dimmi una parola, abba, perché io possa essere salvato!”)?… La differenza fondamentale
tra un percorso psicologico, segnato dalla sola “empatia” e l’accompagnamento spirituale sta precisamente nel fatto che, quando sarà il momento,
l’accompagnatore non rinuncerà a pronunciare una parola, nel senso più
14
andrea toniolo
forte del termine, una parola il cui impatto pedagogico e terapeutico sarà
incalcolabile»15.
Tuttavia i due ordini sono inerenti l’uno all’altro: la vita spirituale non
può essere isolata dalle dinamiche psichiche; come pure la psicologia di una
persona è intrecciata con la sua esperienza spirituale. Il mondo biblico e la
tradizione cristiana ci testimoniano il profondo legame tra salute spirituale
e guarigione fisica o psichica: «Non esiste nessuna chirurgia spirituale che
permetta di delimitare esattamente ciò che sarebbe puramente psicologico e
ciò che sarebbe esclusivamente soprannaturale… Se è importante, dunque,
che ognuno resti nel proprio ambito e rispetti quello degli altri, nondimeno
non è più possibile al giorno d’oggi praticare l’accompagnamento spirituale
come se la psicologia non esistesse»16.
15
A. Louf, Generati dallo Spirito. L’accompagnamento spirituale oggi, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose, Magnano (BI) 1994, pp. 116-117.
16
Ivi, p. 72.
Il counseling pastorale e la
Chiesa cattolica negli Stati Uniti
Storie di individui, istituzioni e tematiche
C. Kevin Gillespie
Per molti negli Stati Uniti è emerso un nuovo fenomeno: «l’anima» ha
avuto una resurrezione. Negli ultimi anni, libri che vanno da Care of the
Soul (La cura dell’anima) di Thomas Moore alle ricette religiose che si trovano nella serie Chicken Soup for the Soul (Zuppa di pollo per l’anima) si sono
aggiunti alla lista dei bestseller. Inoltre, una lista in internet di titoli di libri
con la parola «anima» produce più di 210.000 siti! «L’anima» certamente
vende in America, ed è un argomento molto presente nel mondo di internet.
Il fascino che la cultura avverte intorno al tema dell’anima e della spiritualità in genere racchiude una molteplicità di significati. L’emergere di questo
fenomeno ha avuto un impatto nel campo della cura pastorale in generale e
del counseling pastorale in particolare. Questo saggio cerca di presentare una
panoramica sullo sviluppo del counseling pastorale all’interno del contesto
americano. Esso mostrerà anche diverse modalità per comprendere l’integrazione di psicologia e teologia all’interno della tradizione cattolica che,
come vedremo, riflette la perenne ricerca di integrare fede e ragione.
1. Dalla cura pastorale dell’anima alla cura clinica del sé
Certamente la nostra comprensione dell’anima ha fatto molta strada da
quando Aristotele nel De Anima per la prima volta ha articolato una descrizione di come l’anima, psyché, rappresenti il primo principio di vita che abita
il corpo. Egli sviluppò la sua comprensione distinguendo l’anima vegetativa
delle piante dalle anime sensibili degli animali e dalle anime razionali degli
esseri umani. Gli antichi ebrei, nel frattempo, descrivevano l’anima, o nephesh, come il soffio dato dal Soffio o Ruah. La visione cristiana dell’anima,
d’altro canto, così come è stata sviluppata da san Paolo e poi dalla chiesa
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c. kevin gillespie
primitiva, ha aggiunto una dimensione nuova all’anima interpretando le implicazioni del credere nella resurrezione di Gesù. A tale riguardo, a ogni
anima è data l’opportunità di condividere l’immortalità di Cristo, ma tale
possibilità richiede che il credente viva la sua vita con l’intenzione di salvare la propria anima. La sfida di portare a compimento questa possibilità
in maniera coerente divenne una responsabilità morale che fu rinforzata e
supportata dalla cura sistematica dell’anima compiuta dalla chiesa attraverso
i sacramenti e le omelie.
La cura dell’anima si spostò in questo sistema sacramentale attraverso gli
scritti di san Gregorio di Nazianzo († 390), il quale fu il primo a sviluppare
la nozione di cura animarum, per cui i presbiteri avevano la responsabilità di nutrire l’anima dei credenti. Più tardi, nella sua Regola Pastorale, san
Gregorio Magno († 604) usò la nozione di cura animarum nel promuovere
la teologia pastorale della cura sacramentale. Attraverso il Medioevo questo
senso della cura animarum divenne una delle principali manifestazioni del
ministero della chiesa. Infatti, la Regola Pastorale di san Gregorio veniva
spesso consegnata ai vescovi nel momento in cui assumevano la loro carica.
Secoli più tardi le responsabilità affidate sacramentalmente al clero per la
cura animarum furono messe in discussione da Martin Lutero (1483-1546) in
Germania; Huldrych Zwingli (1484-1531) in Svizzera vide la cura dell’anima
in termini di Seelsorge, che era responsabilità di tutti i credenti battezzati e
non solo del clero. Qualche secolo dopo, con l’emergere dell’Illuminismo, la
cura dell’anima venne secolarizzata nella cura del sé. Le difficoltà della vita
di una persona non vennero più viste solo in termini di salvezza dell’anima.
Con il sorgere della scienza e, più tardi, nel XIX secolo, con la concezione
della coscienza secolare da parte della psichiatria e della psicoanalisi, le risposte eterogenee e a volte conflittuali della religione sulla cura dell’anima
cominciarono a venire percepite come inadeguate dalle società secolari occidentali. Esse parlavano più del «sé» che dell’anima e alcuni suggerivano che
il concetto di anima non era più necessario per comprendere l’essere umano.
Tale era la visione dei primi psicologi, che, secondo alcuni, persero la loro
«anima» nel separarsi dalla teologia, e la loro «mente» nel momento in cui la
psicologia cercò la sua identità separatamente dalla filosofia.
È in tale contesto che il counseling pastorale emerse come campo a se
stante negli Stati Uniti. La sua emergenza fu più visibile all’interno della
tradizione protestante, specialmente della tradizione protestante liberale, a
causa soprattutto degli scritti teologici post-illuministici di Friedrich Schleiermacher (1768-1834). All’inizio del XX secolo il protestantesimo liberale
era diventato particolarmente influente nel Nordest americano. I professori
dei Seminari del New England e di New York trovavano persuasive le intuizioni e le strategie di Anton Boisen (1876-1965) del Worcester Hospital in
Massachusetts e del Dr. Richard Cabot (1868-1939) della Harvard Medical
counseling
pastorale e chiesa cattolica negli usa
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School. Negli anni venti Boisen, basandosi sulla propria battaglia contro la
depressione, vide che i cappellani avevano bisogno di ricevere una certa formazione clinica per poter effettivamente rispondere alle sofferenze dei malati mentali. Poiché egli riteneva che le sue credenze religiose fossero state il
mezzo principale grazie al quale era stato in grado di riemergere dalle «profondità» della sua depressione, Boisen postulò che i cappellani, se appropriatamente formati, possono offrire percorsi costruttivi per aiutare i pazienti
ad alleviare le loro malattie. Pertanto Boisen sviluppò una serie di strategie
pastorali, tra cui l’uso di una trascrizione clinica grazie alla quale i cappellani
ricordavano la conversazione avuta con un paziente, e di cui analizzavano
poi la trascrizione con un supervisore e con i colleghi. Modellando la formazione clinica dei cappellani su quella dei medici internisti, Boisen introdusse
per i cappellani ospedalieri una componente teologica per cui potevano essere introdotte domande riguardanti le questioni religiose e le vie religiose
per affrontare la malattia. Per esempio, un paziente poteva trovare conforto
e supporto dal pregare i salmi, come il salmo 23, o le parabole di Gesù.
Nel giro di pochi anni l’approccio di Boisen e di Cabot venne introdotto
nei seminari protestanti di tutti gli Stati Uniti e condusse alla fondazione
dell’Association for Clinical Pastoral Education (ACPE). Questa associazione divenne il canale attraverso il quale nel 1963 nacque l’American Association of Pastoral Counselors (AAPC). È interessante notare che due dei
più famosi teorici americani sulla psicologia del XX secolo, Carl Rogers e
Rollo May, studiarono in seminari protestanti, dove senza dubbio venivano
esposte le strategie del counseling pastorale di Boisen. Inoltre, come Howard Clinebell (1966) ha rivelato nel suo libro fondamentale Basic Types
of Pastoral Counseling (Principali tipologie di counseling pastorale, 1966) le
strategie terapeutiche di Rogers centrate sul cliente servirono come mezzo
per integrare tale teoria del counseling nelle pratiche pastorali. Tuttavia, con
il sorgere di programmi di counseling pastorale, alcune importanti figureguida pastorali protestanti come Seward Hiltner e Donald Browning (1992)
cominciarono a preoccuparsi del fatto che l’interesse per la psicologia fra i
sacerdoti potesse portare i credenti cristiani a occuparsi più dell’attualizzazione del loro sé che della salvezza della loro anima. Certamente, come
Holifield (1983) ha suggerito, molti credenti e i loro pastori hanno posto più
enfasi sulla loro realizzazione personale che sulla salvezza dell’anima. La
cura dell’anima si rifocalizzò verso la cura del sé individuale. Come vedremo
ora, queste stesse tensioni pastorali divennero manifeste anche tra le figureguida pastorali cattoliche.
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c. kevin gillespie
2. Cattolicesimo e psicologia nel contesto americano
Molti cattolici americani, prima del concilio Vaticano II, vedevano con
una certa diffidenza sia la teologia protestante che le strategie psicologiche
pastorali. Tali inclinazioni cattoliche cambiarono notevolmente grazie anche
all’impeto ecumenico del concilio Vaticano II. Nel frattempo, l’ostilità verso
la psicologia ebbe un’evoluzione man mano che sempre più cattolici ricevevano una formazione nelle discipline psicologiche e che i colleges e le università
cattoliche diventavano i centri di tale formazione. Esaminiamo brevemente le
relazioni storiche del cattolicesimo americano con la psicologia.
La relazione fra cattolicesimo e psicologia negli Stati Uniti è stata complessa e a volte conflittuale. Agli inizi del XX secolo emerse una «nuova
psicologia» di carattere sperimentale che si separò sia dalla filosofia che dalla
teologia. Questo movimento fu subito seguito dalla psicologia psicoanalitica di Sigmund Freud. A causa dell’ateismo e del determinismo filosofico di
Freud, si sviluppò una grande animosità fra psicologia e religione. Il famoso
evangelizzatore televisivo, il vescovo Fulton J. Sheen (1895-1979), si schierò
contro la filosofia e le pratiche psicoanalitiche di Freud. Come conseguenza,
la psicologia divenne sospetta e la psicoanalisi per i cattolici divenne «anathema».
C’era, nondimeno, un vivo interesse per la psicologia fra alcuni professionisti cattolici. Come Gillespie (2001) e Kugelman (2005) hanno mostrato, alcuni fra i primi psicologi cattolici, quali Edward Pace (1861-1938) e Thomas
Verner Moore (1877-1969) presso la Catholic University of America, cercarono di sviluppare una psicologia neoscolastica che avrebbe voluto essere
una psicologia empirica con un’anima. Tali tentativi, tuttavia, una volta visti
come promettenti, si spostarono gradualmente verso programmi orientati
più in senso teologico che all’applicazione clinica.
Con l’avanzare del XX secolo, si unirono fra loro un numero crescente
di operatori clinici cattolici per la salute mentale come Sr. Annette Walters
(1911-1978), il Dr. Francis Braceland (1900-1985) e il Dr. Leo Bartemeier
(1895-1982). Quando diventarono riferimenti riconosciuti rispettivamente
nei campi della psicologia, della psichiatria e della psicoanalisi, l’ostilità fra
psicologia e cattolicesimo fu gradualmente ridotta. Inoltre, dalla metà del
XX secolo istituzioni cattoliche come le università dei gesuiti, quali la St.
Louis University, la Fordham University e la Loyola University di Chicago, svilupparono rispettabili programmi di psicologia che vennero certificati dalla American Psychological Association. Tali istituzioni, d’altro canto,
produssero operatori clinici, educatori e sperimentalisti per i campi emergenti della psicologia.
Guidata da Fr. William Bier, sj (1911-1980), la fondazione dell’American
Catholic Psychological Association nel 1947 rappresentò uno strumento
counseling
pastorale e chiesa cattolica negli usa
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importante per «portare la psicologia al credente cattolico, e il cattolicesimo
alla psicologia». Il secondo obiettivo venne realizzato in modo particolare
dal St. John’s Summer Institute di Collegeville, in Minnesota, che negli anni
1954-1973 fece arrivare dozzine dei principali psicologi, psichiatri e perfino
psicoanalisti perché istruissero centinaia di sacerdoti e religiosi sui nuovi
principi emergenti e sulle scoperte del mondo clinico. La benedizione di
Papa Pio XII ai partecipanti al Congresso Internazionale di psicoterapia del
1953 servì come impeto al Summer Institute e all’apertura di un grande dialogo fra cattolicesimo e psicologia clinica.
Nel frattempo Bier, come gesuita e professore di psicologia alla Fordham
University di New York, sviluppò una serie di programmi psicologici pastorali che divennero piuttosto conosciuti tra i sacerdoti e i religiosi cattolici.
Questi istituti estivi includevano una grande ricchezza di informazione e di
comprensione pastorale, come si può vedere dalla seguente lista di argomenti che include la data dell’evento della pubblicazione dei verbali.
1955 e 1957: Personalità e problemi sessuali nella psicologia pastorale
(1964)
1959: Problemi nella dipendenza: alcolismo e narcotici (1962)
1961: L’adolescente: la sua ricerca per la comprensione (1963)
1963: «Il matrimonio»: un approccio psicologico e morale (1965)
1965: Le donne nella vita moderna (1968)
1969: La coscienza: la sua libertà e le sue limitazioni (1970)
1971: Alienazione: la difficoltà dell’uomo moderno (1972)
1973: Invecchiamento: la sua sfida all’individuo e alla società (1974)
1975: La vita umana: problemi della nascita, della vita, e della morte
(1977)
1977: Privacy: una virtù che sta scomparendo (1980)
Gli sforzi pastorali di Bier vennero accresciuti dall’aggiornamento del
Concilio Vaticano II che servì per assumere «l’esperienza» come uno dei
concetti facenti parte del pensiero cattolico. Questo, d’altro canto, condusse
a un più grande apprezzamento delle esperienze affettive e perfino inconsce di fede. Conseguentemente, fu dato più valore, da parte delle autorità
cattoliche, a molti scritti clinici di psicologi. Per esempio, il sacramento del
matrimonio fu visto come avente il doppio proposito della procreazione dei
figli e della «relazione di coppia» fra marito e moglie. Questo secondo ma
ugualmente importante proposito, definito canonicamente nei termini del
consortium vitae, portò alla concessione di un maggior numero di annullamenti matrimoniali da parte dei tribunali, quando uno dei partner o una
coppia erano visti come psicologicamente incapaci di una relazione matura.
Un tale sviluppo, comunque, non è avvenuto senza controversie.
indice
—Giuseppe Mazzocato
La relazione dI aiuto tra psicologia e morale. Premesse . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 1. Il valore strategico del punto di vista morale . . . . . . . . . . . . . . . . 2. Questione morale e questione antropologica . . . . . . . . . . . . . . . . 3. Morale e psicologia: le questioni pratiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 151
119
119
124
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Autori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147
Finito di stampare nel mese di aprile 2009
Villaggio Grafica – Noventa Padovana, Padova

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