DEADBURGER - Le interviste relative a “ST0.R.1.E”

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DEADBURGER - Le interviste relative a “ST0.R.1.E”
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
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IL MUCCHIO (versione integrale)
KRONIC
CAFFELATTE
TRIPPA SHAKE
FLASH (lost and found)
intervista di ALESSANDRO BESSELVA AVERAME pubblicata su “IL MUCCHIO” n. 545.
Versione integrale originaria (quella apparsa sulla rivista è stata concentrata per farla entrare in una pagina)
I fiorentini Deadburger tornano dopo una pausa consistente, necessaria per cementare una nuova line-up – l’ingresso
in pianta stabile di Simone Tilli alla voce – e far maturare “S.t.0.r.1.e”, un disco nel quale, accanto al consueto ibrido
di rock, elettronica e tinte post-industriali, troviamo “innesti” musicali variabili, grazie anche al contributo di ospiti
come Paolo Benvegnù, Odette Di Maio, Roy Paci e i Quintorigo. Sullo sfondo, il difficile rapporto tra umanità e
tecnologia. Ne abbiamo parlato con Vittrio Nistri, Alessandro Casini e Simone Tilli.
-"In questo album ogni storia ne contiene altre" è una dichiarazione che si adatta perfettamente
all'attitudine espansiva delle canzoni, che inglobano linguaggi musicali finora inediti per i Deadburger.
Questa espansione immagino sia legata al fatto che per avere storie più articolate occorreva ampliare il
linguaggio, trovare un linguaggio specifico per ogni storia.
(Alessandro) L’attitudine espansiva è legata prima di tutto alla metodologia di lavoro. Questo album è scaturito da un
periodo di pura sperimentazione, nel quale abbiamo esplorato un bel po’ di strade e combinazioni sonore diverse.
Abbiamo registrato ore ed ore di improvvisazioni. Abbiamo lavorato a volte tutti insieme, altre in gruppi di due o di tre;
oppure individualmente, scambiandoci poi i files audio su computer, in modo che ciascuno potesse lavorare sugli
spunti degli altri. Inoltre, abbiamo collaborato con altri musicisti, e portato avanti progetti individuali in differenti
ambiti musicali. Tutti questi input sono confluiti nel nuovo corso dei Deadburger.
(Vittorio) Ci siamo trovati con tantissimo materiale su cui lavorare. Alcune parti di esso, a un certo punto, hanno
iniziato ad avere una vita propria. Ci suggerivano immagini, situazioni, sensazioni. Noi le abbiamo assecondate,
cominciando a trasformarle in storie.
Una volta definite – almeno a grandi linee - queste storie, abbiano cercato di dare a ciascuna il colore musicale più
appropriato. E’ stata questa la fase nella quale abbiamo cercato di dare un senso a tutto il lavoro di ricerca precedente.
Abbiamo tagliato o aggiunto, sintetizzato o espanso, con l’obiettivo di trovare le soluzioni più coerenti alle atmosfere
delle singole storie.
(Alessandro) Alla fine il cerchio si è chiuso. Siamo partiti dalla sperimentazione pura, quasi anarchica, e poi l’abbiamo
ricondotta nell’alveo della “forma canzone”. Chiaramente, si tratta di canzoni particolari. E’ inevitabile che, stante la
loro genesi, seguano schemi compositivi diversi rispetto alle classiche canzoni nate suonando un giro di accordi sulla
chitarra.
- Nel vostro album d'esordio raccontavate Internet come una comunità libertaria dalle enormi potenzialità.
Questa volta Elettroplasmi descrive la comunità virtuale come un'insieme di solitudini. A cosa è dovuto
questo cambio di prospettiva?
(Vittorio) La componente antagonista non è scomparsa dalla rete, ma certo ha avuto uno sviluppo inferiore rispetto a
quella commerciale, che è letteralmente dilagata. Oggi il web è prima di tutto uno strumento di marketing. Con ciò,
Internet rimane anche un grande mezzo di comunicazione interpersonale… ma è sulla qualità di questa comunicazione
che ho l’impressione sia in corso una certa involuzione. Il ricorso a Internet mi sembra sempre più spesso espressione
di solipsismo, piuttosto che di una volontà di dialogo, o della creazione di (micro)comunità. Una non-comunicazione
come placebo per la propria solitudine. Hai presente l’ultimo film di Verdone, dove alcuni pazienti in terapia di gruppo,
alla morte della loro analista, decidono di proseguire le riunioni da soli? Per poi realizzare che queste sono del tutto
inutili, perché… ciascuno vuole solo parlare dei suoi casini, e non gli interessa niente di quelli degli altri.
(Alessandro) Io comunque non voglio essere pessimista. Il web ha per lo meno il vantaggio che non ci sono censure.
Stanno provando a introdurle, ma ancora non ci sono riusciti. Se qualcuno ha delle idee, può farle circolare. Finchè
rimarrà questa libertà, il web conserverà la possibilità di future evoluzioni positive.
- Le vostre composizioni sono, a leggere il libretto "enhanced" che illustra la nascita del disco, quasi delle
sceneggiature. In quest'ottica immagino abbiate scelto di volta in volta gli ospiti, avendo bene in mente
cosa aspettarvi dagli artisti coinvolti.
(Vittorio) Si, è stato esattamente così. Il coinvolgimento dei vari ospiti è stata una cosa mirata, finalizzata a un
progetto sonoro preciso. Per completare le nostre storie ci servivano alcuni colori che non potevamo realizzare da soli.
Così abbiamo contattato i musicisti che, per la loro sensibilità, ci sembravano i più indicati.
Ad esempio, sul brano “Luce” a un certo punto occorreva un bridge di heavenly music, che suggerisse l’idea di un
tunnel di luce (quello che raccontano di aver visto coloro che hanno avuto esperienze di pre-morte… ma anche coloro
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che dicono di essere stati rapiti dagli alieni). Noi Deadburger però non avremmo avuta la necessaria levità. Così
abbiamo coinvolto Paolo Benvegnù: scelta non casuale, avendo gli Scisma firmato alcune delle pagine più luminose ed
aeree della musica italiana anni 90. Paolo si è calato benissimo nel contesto, e ha registrato di getto tutte le chitarre e
le voci del bridge. Siamo rimasti molto contenti del suo apporto, così come di quello degli altri ospiti – Quintorigo, Roy
Paci, Odette di Maio e tutti gli altri.
- Come ha modificato - se lo ha fatto - il vostro approccio l'ingresso di un nuovo cantante? Il tempo
trascorso dal precedente lavoro è anche dovuto all'assestamento, all'affiatamento da raggiungere con il
nuovo arrivato?
(Simone) Io sono entrato nei Deadburger a metà 1999 e mi sono sentito immediatamente in sintonia, come non mi
era mai capitato con nessuno dei gruppi con cui avevo lavorato prima. La loro rabbia era la mia, la voglia di
sperimentare pure. L’affiatamento è stato istantaneo, tant’è vero che dopo nemmeno due mesi che suonavamo
insieme avevamo già realizzato una prima uscita discografica insieme (un brano inedito pubblicato sul sampler di un
mensile musicale).
(Alessandro) Simone ha il nostro stesso tipo di approccio, ama cioè sia l’istinto che la ricerca. Nei brani dove figura
come coautore, la linea melodica l’ha creata in pochi minuti, improvvisando di getto; poi però ci ha trascorso sopra ore
ed ore in registrazione, cercando di cogliere le sfumature e l’emozione più giuste.
(Vittorio) Il tempo trascorso dal nostro precedente album è dovuto semplicemente a questo: volevamo fare un bel
disco. Mi sembra che proprio il Mucchio stigmatizzi spesso e volentieri il fatto che escono troppi dischi, molti dei quali
senza una vera ragione di esistere (se non soddisfare la voglia di esserci dei musicisti). Noi siamo d’accordo. Pensiamo
che chi fa musica dovrebbe adottare un codice di autocontrollo, e pubblicare un album solo quando ritiene di avere
realizzato un prodotto con qualcosa da dire. Non ci interessava fare un disco solo per aggiungere un altro titolo alla
nostra discografia; volevamo andare avanti. Abbiamo lasciato a “S.t.0.r.1.e” il tempo necessario per crescere, un po’
alla volta - e nel frattempo, io credo, siamo cresciuti anche noi come band.
- Nella cartella stampa c'è una forte difesa dei testi in genere, le cui potenzialità sono secondo voi un poco
sottovalutate. Nel vostro caso, al contrario, mi sembra che la componente narrativa sia fondamentale,
tanto che fatti di cronaca e spunti vengono quasi trasformati in racconti, o comunque sceneggiati.
(Vittorio) La voglia di raccontare è il filo conduttore di questo album. E’ scaturita come reazione a un periodo nel quale
le parole sembrano avere perso peso specifico. E non mi riferisco solo all’ambito musicale. Un po’ ovunque, siamo
sommersi di parole che sono nient’altro che aria. Pensa al nostro Telegiornale Unico, dove oggi si afferma
solennemente una cosa e il giorno dopo il suo contrario. O una parola come “libertà”: quale significato ha oggi, tra una
Casa delle Libertà e un’operazione Iraq Freedom? Anche nella musica, ci sembra siano sempre più numerosi i gruppi
che dichiarano cose del tipo “nei nostri testi, più che il significato di una frase ci interessa che suoni bene”. Noi non la
pensiamo così, e abbiamo cercato di fare un album nel quale le parole avessero senso e peso quanto la musica.
(Alessandro) Hai ragione nel dire che c’è una dimensione narrativa. Ogni canzone in questo disco è un piccolo
racconto. In questo è stato fondamentale l’apporto di Simone, che ha interpretato le varie canzoni calandosi
completamente dentro i vari personaggi delle singole storie.
(Vittorio) Quanto agli spunti di cronaca che sono presenti in diversi testi dell’album, vorrei fare una precisazione. Le
nostre, inizialmente, sono tutte storie in prima persona. Nascono cioè da spunti autobiografici: cose che ci sono
successe, o che abbiamo visto succedere a persone vicine a noi. Ma poi questi elementi soggettivi si sono ibridati con
altre storie, infiltratesi dall’esterno. Politica, cronaca, scienza, mutazioni in corso… quello che abbiamo letto o visto, e
che ci ha suscitato reazioni. Alla fine, in ogni canzone convivono più storie. E’ in questo senso che, nell’album, “ogni
storia ne contiene altre”.
(Simone) Ad esempio, in “Ricambi” ci sono riferimenti al traffico di organi, o alla creazione in laboratorio di organi per
trapianti. Ma ci sono anche delle componenti strettamente personali. Per quanto mi riguarda, il periodo in cui
realizzavamo questo brano è coinciso con la fine di una relazione che avrei pensato destinata a durare per sempre. In
questi momenti ti rendi conto che siamo tutti ricambi. Qualunque cosa, da un rene a una relazione tra due persone, è
suscettibile di essere sostituita, se c’è la contropartita giusta.
- Nell'album l'uomo esce distrutto dall'incontro con scienza e tecnologia. Esistono vie d'uscita? Se sì,
quali?
(Vittorio) Ma noi non siamo contro scienza e tecnologia. Massimo rispetto per chi cerca, ad esempio, nuove cure per le
malattie, fonti di energia pulite, modelli di sviluppo sostenibili. Quello che sta distruggendo l’uomo è la mutazione
antropologica in corso: la sostituzione del cervello con il portafogli. Il ridurre tutti gli aspetti dell’esistenza alla
dimensione unica del Denaro e del Successo.
(Alex) Vie d’uscita? Prima o poi arriverà un nuovo ’68. Magari i ragazzi che c’erano a Firenze nei giorni del Social
Forum sono uno dei semi dai quali potrà scaturire. O forse no… ma qualcosa dovrà pure accadere. Abbiamo sempre più
cose e siamo sempre meno felici. E le tensioni nel mondo tra chi ha troppo e chi troppo poco sono sempre più forti.
Prima o poi tutto questo innescherà una reazione.
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
intervista su KRONIC
Deadburger
Musica per mancini
Dal fordismo a Zeffirelli, ecco un gruppo che non sa che significhi "no comment"
di Fanfarello
Non credo che qualcuno possa dubitare del fatto che sia un piacere (sempre più raro) scambiare quattro chiacchiere
(seppur virtuali) con un musicista che, oltre a muovere le mani sullo strumento e lamentarsi per il caldo boia in studio di
registrazione, abbia un bel pò di sale in zucca.
Sto parlando di Vittorio Nistri dei Deadburger, uno dei progetti più esaltanti (da ogni punto di vista) in cui ci si possa
imbattere oggi in Italia e non. Spero che nessuno si faccia spaventare dalla quantità delle parole spese dal nostro poeta
bit (d’altra parte scegliere qualcosa basandosi sulla “lunghezza” attiene più ad un esperto di casting per il cinema porno
che ad un attento lettore di Kronic, o no?).
Eviterò comunque (da buon medico pietoso) di aggiungere ulteriori considerazioni su arte, politica e realtà (tanto prima o
poi scriverò un libro), poiché tutto quello che c’era da dire lo troverete nel corso dell’intervista (e allora il libro che lo
faccio a fare?). Mi resta solo da consigliare a chiunque l’acquisto di “S.t.o.r.i.e.”, perché, credetemi, anche se non lo
sapete ancora, la vostra anima, la vostra mente e il vostro corpo ne sono incredibilmente assetati.
Ho deciso di vincere il premio "Vincenzo Mollica" quest'anno, per cui non posso esimermi dal chiedervi di
raccontare ai nostri lettori la lunga gestazione di questo vostro magnifico album. Cosa hai provato dentro
scrivendo queste nuove canzoni? Sei soddisfatto del risultato finale? Qualcosa non ti piace? Credo che tu
abbia capito che si tratta semplicemente di narrare una storia, la storia di questo disco.
Non so quanto questa storia possa risultare interessante per qualcuno… anche perché è, più che altro, la storia di
un’assenza. Iniziata a fine 2000 (quando – dopo parecchi concerti, due album a nostro nome, e la partecipazione a sei
o sette altri dischi – decidemmo di prenderci una pausa), e protratta fino a metà 2003 (quando ci siamo ripresentati
con “S.t.0.r.1.e”).
La scelta di sospendere temporaneamente l’attività dei Deadburger è stata poco compresa, anche dalle persone che ci
erano più vicine. La formula “chitarre distorte + loops elettronici + voce in italiano”, che quando avevamo incominciato
noi era tutt’altro che diffusa, stava cominciando a diventare più popolare… specialmente in versione “alleggerita”, più
digeribile per le radio FM. In quel periodo, ad esempio, la Mescal stava investendo soldi ed energie in proposte come
Francesco-C e Andrea Ra.
Noi avevamo ormai acquisito una accettabile padronanza di determinati suoni e procedimenti compositivi, e realizzare
un album sulla falsariga dei precedenti ci avrebbe richiesto poca fatica. E pure pochi soldi, visto che nel frattempo
avevamo messo su il nostro (piccolo ma autosufficiente) studio di registrazione su hard disk.
Invece ci siamo fermati, e non saprei darti una motivazione razionale per questo. L’unica spiegazione – ammesso che
la si possa definire come tale – è quella che, in un vecchio film di Bob Rafelson, “Cinque Pezzi Facili” (titolo anche del
nostro secondo album), il personaggio interpretato da Jack Nicholson dava alla propria impossibilità di mettere radici.
C’era una scena in cui Nicholson, in un paesaggio solitario, spingeva la carrozzella del padre muto e paralizzato, e
diceva più o meno così: “Devo partire di nuovo, papà. Non so perché lo faccio. E’ come per i fiumi – se si fermano,
scompaiono”.
Ecco… i Deadburger si sono fermati proprio per non fermarsi. Non avevamo voglia di rifare cose che avevamo già
fatto. Volevamo sperimentare altre direzioni. Al momento non sapevamo bene neppure noi quali sarebbero state…
semplicemente, sentivamo che era giunto il momento di cambiare. Come fanno i serpenti, che ogni tanto devono
cambiare pelle.
Inoltre… di sicuro, non ci andava di “alleggerirci”. Con l’aria che tirava (e che tira tuttora) in giro, ci sembrava che
fosse il momento di affilare gli spigoli, piuttosto che di smussarli.
Durante la vostra assenza, non siete stati inattivi.
Al contrario…! Si è trattato per noi di un periodo particolarmente intenso – non solo come band, ma anche come
singoli musicisti e come persone.
A livello personale, per una strana sincronia del caso, è stato, per ciascuno di noi, un periodo di turning point
esistenziale. Tra i membri del gruppo c’è stato chi ha cambiato lavoro, chi è andato a vivere in un’altra città, e chi ha
visto arrivare al capolinea rapporti affettivi consolidati da anni, che si sarebbero detti destinati a durare per sempre.
A livello di singoli musicisti, abbiamo portato avanti tutta una serie di spin-off, cioè di piccoli progetti individuali, in
territori che non avevamo mai affrontato direttamente prima: musiche per teatro, improvvisazione radicale,
psichedelia vintage, rumorismo digitale. Questo ci ha permesso di imparare altri linguaggi, altri modi di comporre e
arrangiare, che abbiamo poi riversato in “S.t.0.r.1.e”.
Infine, a livello di band… durante tutto il periodo di apparente inattività del Panino di Morto, abbiamo continuato a
incontrarci regolarmente, e lavorare nel nostro home-studio. Registravamo nuovo materiale, provavamo nuove
combinazioni di suoni… Lasciavamo che la musica scorresse da sola, come un rubinetto lasciato aperto. Ciascuno di noi
portava spunti, che poi rielaboravamo insieme. Ed era una sorpresa constatare come i vari apporti individuali
risultassero coerenti gli uni con gli altri…
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
Anche al di fuori del nostro orticello, è stato un periodo di grosse trasformazioni. Quello che è successo (e sta
continuando a succedere) lo conosciamo tutti… l’avanzata delle destre su scala mondiale, la proclamazione dell’Impero
Americano, il rientro dell’Onu nei ranghi dell’utile idiota… il trionfo del Pensiero Unico, del Telegiornale Unico, del
Grande Fratello, dei proclami bulgari… la clonazione, gli OGM testati sulle popolazioni africane, la legge Bossi-Fini… e
tutto il resto – compensato, peraltro, dall’avvento salvifico dei videocellulari.
Anche queste cose si sono insinuate in quello che stavamo facendo. Il nostro nuovo materiale assorbiva tutto, come
una spugna. Noi stavamo cambiando, le cose intorno a noi stavano cambiando… e per la musica era lo stesso.
Ad un certo punto, questo patchwork di input interni e esterni ha cominciato ad assumere strutture e forme definite. Si
è trasformato in storie, e le storie in canzoni. A noi non è restato che prendere atto di questo processo, e fare del
nostro meglio per assecondarlo, ricercando, per ciascuna storia, i suoni e le atmosfere più appropriati. E questa volta –
differentemente dai nostri album precedenti – senza compromessi.
Cosa non andava nei vostri dischi precedenti?
Noi abbiamo sempre lavorato con budget risicati e attrezzature tecniche minime. “S.t.0.r.1.e” non fa eccezione:
l’intero album è stato registrato con un vecchio Mac G3 e due microfoni. Ma, mentre nel realizzare i dischi precedenti
avevamo accettato i nostri limiti operativi… con “S.t.0.r.1.e” abbiamo voluto provare a forzarli.
Ti faccio un esempio. Prima di “S.t.0.r.1.e”, avevamo pubblicato (tra dischi nostri e partecipazioni varie) circa venti
brani. Di questi, lo sai quanti erano stati registrati con una batteria vera? Uno (“Piano con quell’acido Eugenio”, nel
nostro cd d’esordio). In realtà ce ne sarebbero stati molti altri sui quali avremmo desiderato usare una batteria vera…
ma le nostre apparecchiature non ci consentono di registrare più di 2 tracce alla volta - che, per una batteria acustica
decente, sono poche. Così avevamo preso atto del problema (lo avevamo accettato), ed eravamo ricorsi a drum
machines, o a groove di batteria campionati e editati.
Con “S.t.0.r.1.e” ci siamo letteralmente arrampicati sugli specchi per evitare questo genere di compromessi. Ci siamo
inventati soluzioni tecniche ad hoc, si siamo sbattuti fino allo sfinimento, ma… alla fine, siamo riusciti a fare tutto come
doveva essere fatto. Dove ritenevamo che occorresse una batteria acustica vera, c’è una batteria acustica vera, e non
un loop o una macchina. Dove ci sembrava che servisse un determinato colore aggiuntivo (contrabbasso, tromba,
piano elettrico, violino ecc)… siamo riusciti ad utilizzare sempre e soltanto “the real things”, senza mai ricorrere a cloni
campionati.
Ci siamo dati parecchio da fare anche per coinvolgere quegli specifici musicisti che ritenevamo essere, per la loro
sensibilità, i più indicati per ciò che avevamo in mente. Sarebbe stato certamente più semplice, per esempio,
coinvolgere un trombettista di Firenze piuttosto che Roy Paci, che è sempre in giro per il mondo, e – le poche volte che
si ferma – sta a Catania. Ma noi avevamo sentito delle cose pazzesche di Roy in un suo progetto sperimentale
(“Trionacria”), ed eravamo convinti che fosse lui la persona giusta per le parti di tromba in “S.t.0.r.1.e”. Così ci siamo
attivati per contattarlo, appassionarlo al nostro progetto, organizzare un incontro… finchè, una mattina, Roy è sceso
dalla stazione di Firenze, ed è venuto nel nostro home studio a registrare con noi. E ci ha confermato che la nostra
intuizione era giusta, perché i suoi interventi sono risultati in totale sintonia col nostro modo di sentire.
Un altro aspetto dell’album che ci ha richiesto molto più impegno rispetto ai precedenti è stato quello del missaggio. I
nostri primi due dischi li aveva missati Paolo Favati, e di sicuro “suonavano bene”, ma… non sempre suonavano nel
modo in cui li avremmo sentiti noi. Intendiamoci… noi siamo contenti di aver lavorato con Favati. La sua esperienza e
abilità sono fuori discussione, e nei giorni passati insieme abbiamo imparato molto. Ma i tempi a disposizione per i
missaggi erano stati molto stretti (i soliti problemi di budget…), e Paolo non aveva avuta la possibilità materiale di
lavorare in profondità… di entrare nello spirito delle canzoni. Così, aveva operato sui suoni più che sulle emozioni; e i
suoi suoni – per belli che fossero – non sempre erano risultati in sintonia con l’anima delle canzoni.
Proprio per evitare queste distonie, con “S.t.0.r.1.e” ci siamo assunti in prima persona la responsabilità del missaggio.
Per i suoni “organici” (batteria acustica, chitarre, archi…) ci siamo avvalsi dell’aiuto di un bravo tecnico specializzato in
rock (Lorenzo Santi); e per il resto… abbiamo passato non so quante notti di fronte al Mac, equalizzando, limando,
effettando. Il nostro obiettivo è stato dare a ciascuna canzone - e a ciascun singolo strumento - il colore sonoro giusto
per le sensazioni che doveva veicolare.
Alla fine del gioco, io credo che tutto questo lavoro abbia portato “S.t.0.r.1.e” a presentarsi come una produzione
“vera”, densa, materica, e non come l’ennesimo cd minimalista/lo-fi da bedroom studio.
Con ciò, “S.t.0.r.1.e” è, e rimane, un piccolo disco indipendente, come i nostri precedenti; ma quelli si
accontentavano, con realismo, di essere tali, mentre questo… è stato fatto con uno spirito per niente realista. Caso
mai, 50% utopista e 50% determinista. Abbiamo mirato più in alto di quanto i mezzi a nostra disposizione ci
consentissero; ci abbiamo lavorato sopra con ostinazione; alla fine, io credo, qualche risultato l’abbiamo raggiunto.
Ci sono stati critici che hanno parlato di “S.t.0.r.1.e” come di una “produzione di livello internazionale” – il che è un
complimento, per un lavoro realizzato con risorse economiche e tecnologiche minime.
Qualche mio collega giornalista ha detto: "ma che cazzo metti 5 stelle ad un dischetto?". Perchè lo ha
detto? O meglio: cosa non ti piace, se non ti piace qualcosa, del modo di scrivere e pensare di musica
oggi?
Non conoscendo il collega di cui parli, non ho idea dei suoi parametri di giudizio o delle sue scale di valori. Mi sembra
però di capire che si riferisse non tanto al nostro album, quanto, in generale, all’ambito “underground”. Se così è stato,
allora la frase del tuo collega potrebbe sottintendere un ragionamento di questo tipo: le 5 stelle andrebbero riservate
alle produzioni “serie”. Una piccola produzione indipendente è, per definizione, un “dischetto”, più o meno
interessante, ma in ogni caso non paragonabile alle produzioni serie.
E’ il ragionamento tipico di chi opera in ambito mainstream. Sottintende una visione dell’arte come semplice merce da
collocare sul mercato; ragione per cui, prima del valore artistico di una proposta, viene l’indotto economico che essa
riesce a convogliare. In questa ottica, perché un disco venga ritenuto “serio”, occorre che il suo autore abbia già
all’attivo comprovate capacità di fatturato; oppure (se è opera di un esordiente, o comunque di un nome non ancora
arriso da grandi vendite) che la casa discografica abbia investito somme consistenti nella realizzazione o nella
promozione dell’album, dimostrando così di aspettarsi da esso importanti ritorni economici.
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
Sorprende un po’ ritrovare un analogo ragionamento in ambienti “alternativi”, come quello dove opera il collega che
citi. Può darsi che, in questo caso, sia entrata in gioco una sindrome che temo sia abbastanza diffusa tra gli “addetti ai
lavori”: l’assuefazione da sovrapproduzione.
Da quando la tecnologia dell’hard disk recording ha abbassato drasticamente i costi di registrazione, escono nel settore
“indipendente/alternativo” quantità dissennate di dischi. Tra di essi, molti sono, in effetti, “dischetti”. Fatti con poca
spesa (il che, di per sé, non è affatto un male; anzi, è uno dei pochi risultati democratici del progresso tecnologico)…
ma anche con poco sforzo dal punto di vista creativo e realizzativo. Dischi che non ambiscono a niente più che essere
“gradevoli”.
Ovviamente, non tutti i dischi indipendenti sono così. Ma di questo è difficile che possa accorgersi chi (magari per
l’assuefazione indotta dalla proliferazione incontrollata di uscite) ha ridotto ad abitudine il proprio rapporto con la
musica. L’abitudine spenge la passione, e la fruizione di un disco si riduce a un mero check up delle sue specifiche
tecniche, e all’identificazione dello scaffale in cui riporlo (gli avvilenti “file under…”).
Quanto alle mie opinioni sul modo di scrivere e pensare musica oggi… senza entrare nei dettagli di un argomento che
richiederebbe troppe pagine… posso dirti che ci sono alcuni giornali che ritengo validi (anche se non necessariamente
parlano bene dei Deadburger!); e, in particolare, ci sono alcuni giornalisti che seguo e apprezzo da anni, e ai quali
sono debitore per avermi fatto scoprire artisti che poi ho amato molto. Ciò premesso… il livello medio della stampa
musicale italiana non mi sembra superlativo. Ho l’impressione, ad esempio, che una buona parte di coloro che si
occupano di musica “alternativa” usino criteri di analisi (o non-analisi) ben poco alternativi rispetto a quelli della
stampa mainstream. Cambiano i segmenti di mercato cui si rivolgono (e, ovviamente, la dimensione dei rispettivi
segmenti), ma i meccanismi sono simili.
Quanto senso di impotenza (arte vs realtà 0-1) e quanta voglia di distruzione dell'esistente c'è nel vostro
lavoro?
Direi che le due componenti sono paritetiche. Un terzo ciascuna. L’ultimo terzo è ciò che ci fa andare avanti nonostante
tutto. Ti ricordi l’espressione che Michele Serra aveva coniato per “Cuore”? “Settimanale di resistenza umana”. L’ultimo
terzo è, semplicemente, resistenza umana.
Pensi che l'arte possa avere oggi un ruolo di stimolo nei confronti della realtà oppure non resta che
commentare con rammarico la fine del mondo?
La tentazione di abbandonarsi al nichilismo sarebbe comprensibile. Mandare tutto e tutti a fare in culo, che tanto “non
sarà una canzone a cambiare le cose”. Tirarsi fuori, e limitarsi ad osservare, con distacco da entomologi, lo sfacelo di
una società che si sta divorando da sola. E’ un atteggiamento che posso ben capire bene, ma… personalmente, provo
maggiore simpatia per chi ancora chi si sbatte per tenere in vita una concezione antagonista dell’arte.
Lo so che oggi questo è un atteggiamento fuori moda… e che la sua capacità di incidere sulla realtà, o anche solo di
stimolare una riflessione, è meno che minima… ma mi fa ugualmente piacere che ci sia ancora un’arte che conserva la
voglia di gridare. Fosse anche solo per abbaiare alla luna.
A chi guarda lo sfascio del mondo con distacco (che equivale a connivenza)… e a chi chiude gli occhi, rifugiandosi in
mondi per anime belle dove lo sfascio non esiste (…ah, bersi un buon cocktail ascoltando la lounge!)… ecco, a costoro
io preferisco chi si ostina a confrontarsi con lo sfascio, e a sporcarsi le mani col fango, pur di conservare all’arte un
residuo di funzione critica e di disponibilità all’empatia.
Rimpiangi il modello sociale fordista? E se si: avresti mai pensato che saremmo arrivati a tanto?
Oggi stiamo toccando con mano cosa significa “modello sociale postfordista”. E’ una polveriera. Siamo saliti su un’auto
modernissima e velocissima, e stiamo guidando con l’accelleratore a tavoletta e gli occhi chiusi.
Purtroppo, non c’è modo di tornare a bordo dell’auto precedente. Il modello fordista si basava su una convinzione che
poi è stata smentita dai fatti: quella che la crescita economica di imprese e nazioni potesse essere illimitata, e che il
mercato fosse un blob omnivoro e insaziabile, capace di assorbire qualunque quantità di prodotti.
Questa visione di sviluppo onnipotente implicava un aspetto negativo e uno positivo. Quello negativo era che gli esseri
umani venivano ridotti al rango di puri e semplici “consumatori” - soggetti con l’unico ruolo, nel disegno cosmico, di
comprare prodotti. Quello positivo era che, per lo meno, TUTTI gli esseri umani erano considerati importanti, in quanto
TUTTI avrebbero dovuto essere o diventare consumatori.
Da questa impostazione discendeva un modello sociale basato sulla protezione dell’individuo. Prima di tutto,
garantendogli un minimo salariale (Henry Ford fece scuola in questo, affermando, senza giri di parole, che la ragione
per la quale dava ai suoi operai paghe decenti era che così essi avrebbero potuto comprare le auto che fabbricavano).
E poi, garantendogli un minimo di assistenza nelle necessità fondamentali della vita (salute, istruzione ecc). Ciò perché
un individuo che si sente protetto è più disponibile a comprare beni, eventualmente anche indebitandosi per il futuro
(…le “comode rate mensili”).
Insomma, non c’era esattamente uno spirito francescano dietro alla tutela accordata agli individui… ma questo non
toglie che un meccanismo di tutela c’era. Affetto da disequilibri, lacune, errori e sprechi… ma comunque c’era. Il
lavoratore fordista poteva contare su un determinato stipendio, e sul rispetto di un certo numero di diritti (stabiliti da
leggi ad hoc, e vigilati dalle associazioni sindacali). In molti paesi, poteva fare un ragionevole affidamento su un
minimo di assistenza in materia di sanità e istruzione, e su una qualche rendita nella vecchiaia o nell’ipotesi di
invalidità. Oggi tutto questo è in via di smantellamento.
Il presupposto del modello fordista, ovvero la crescita illimitata del mercato, si è rivelato erroneo: la crescita
economica delle imprese ha dei limiti, così come le risorse del pianeta. L’attuale modello postfordista prende atto che è
pura fantasia pensare a un futuro di crescente ricchezza per TUTTI, e ne trae una conseguenza brutale. Se non tutti gli
individui potranno essere consumatori di tonnellate di prodotti utili e inutili… perché continuare a “sprecare” risorse
nella protezione di tutti gli individui?
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Anche in Italia stiamo vedendo, giorno dopo giorno, cosa significa “passaggio dal modello sociale fordista a quello
postfordista”. Non è una astrusa teoria di economia politica, ma una trasformazione concreta e tangibile della qualità
della vita, del modo di pensare, delle aspettative per il futuro.
Abbiamo già cominciato a demolire il welfare state. Stiamo passando dalla cultura della protezione sociale delle
persone a quella del rischio e della precarietà diffusi… e, per aggiungere le beffe al danno, la cosa viene presentata
come una conquista (…la mitica ”flessibilità”, nuovo totem contemporaneo).
E questo è solo uno dei tanti aspetti della trasformazione in corso. Prendiamo, per esempio, le ossessioni xenofobe
della Lega. Sono un esempio da manuale di quella crescente ossessione per la “salvaguardia dell’ordine” che è tipica,
ovunque, del modello postfordista. I cui effetti economici sono tali da portare sempre più persone all’esasperazione; da
qui la necessità del “pugno di ferro” (la “tolleranza zero”, l’individuazione di gruppi sociali da marchiare come
pericolosi, ecc). Citando dal Libro “Zero Tolleranza” (pubblicato da Derive/Approdi): “lo stato fornirà pensioni
miserabili, ma farà grande pubblicità alla sua capacità di proteggere le vecchiette in coda all’ufficio postale”.
E’ poi in corso un processo tacito ma devastante di svuotamento del significato stesso di “rappresentanza politica”. Gli
individui sono sempre più individui e sempre meno parti di una classe sociale. Ognuno per sé e nessuno con tutti. Il
che rientra in un’altra grande caratteristica del modello postfordista, che è la sostituzione, a tutti i livelli, della politica
con l’economia. Le decisioni degli stati (guerre, distruzione dell’ambiente, sfasci di Costituzioni ecc) sono sempre
sempre più dettate dagli interessi delle grandi imprese e dei centri nevralgici della finanza.
Stiamo procedendo, a grandi passi, in direzione di un sistema neoliberista spinto alle estreme conseguenze. Un
darwinismo economico e sociale, dove il forte mangia il debole, e il Mercato mangia tutti. Ma ora ti prego di scusarmi…
mi sta venendo fame… penso che andrò a farmi un Big Mac.
Il tuo rapporto con il comunismo, istituzionale e non, qual'è?
Sono un moderato di sinistra. Non sono mai stato comunista e non ho mai avuto tessere di partito. Il mio rapporto con
la sinistra italiana odierna è di tipo emetico, nel senso che mi fa vomitare. Non riesco ancora a capacitarmi di quanti
errori ha fatto e sta continuando a fare. Deve avere qualcosa a che fare con la pulsione di morte dei lemmings, o con
l’estasi di Von Masoch.
La classe politica che dovrebbe rappresentare la sinistra in Italia è talmente inadeguata che parlarne male è come
sparare sulla croce rossa. Con ciò, io trovo che sia sbagliato sostenere - come ormai sono in tanti a fare – che destra e
sinistra “pari sono”; nel senso che fanno schifo entrambe, per cui “votare non ha senso”. Dire che questa sinistra fa
cascare le palle è legittimo; dire che la sinistra è la stessa cosa della destra è qualunquista e pericoloso. Perché non è
vero che tutto è uguale a tutto. Pur con i suoi diecimila difetti, la sinistra non avrebbe mai tolto fondi alle scuole
pubbliche per destinarli alle private; non avrebbe depenalizzato il falso in bilancio, a danno e beffe dei piccoli azionisti;
non avrebbe mai proposto di prendere a cannonate le zattere dei disperati; non avrebbe proclamato, un giorno si e
l’altro pure, di voler cambiare la nostra costituzione (che è ancora oggi una delle più moderne e illuminate nell’intera
Europa); e potrei continuare per dieci pagine.
Montanelli invitava a votare la Democrazia Cristiana “turandosi il naso”; secondo me, oggi bisogna fare lo stesso per il
centrosinistra. Chi si ritira sull’Aventino, rinunciando a votare perché sdegnato dall’ennesima lite di condominio tra capi
e capetti della sinistra, fa un regalo alla destra, il cui popolo non diserta mai le urne (essendo composto in gran parte
da teledipendenti, che sono elettori in servizio effettivo permanente, come permanente è il cordone ombelicale
catodico).
Ci sono progetti ancora realizzabili per un uomo di sinistra?
Prima di tutto, trovare una qualche occupazione interessante e ben retribuita per gli attuali leader maximi della
sinistra, così che possano cambiare lavoro e consentire un ricambio.
Per il resto… di battaglie civili da fare ce ne sarebbero tante. Io spero in un ritorno all’attivismo. I movimenti spontanei
degli ultimi tempi dimostrano che ci sono ancora persone capaci di indignarsi. Nell’era della Grande Acquiescenza, non
mi sembra un segnale da poco.
Quali sono le principali differenze tra l'approccio "politico" dei Deadburger e quello dei 99 Posse (oggi) e
Guccini (ieri)?
Confesso una duplice ignoranza. Conosco pochissimo sia Guccini che i 99 Posse. Il cantautore emiliano mi sta molto
simpatico come figura, ho letto qualche suo scritto e mi è piaciuto, ma… il suo linguaggio musicale non è proprio nelle
mie corde. Per quanto riguarda i 99 Posse, non seguo cose in dialetto. E’ un mio limite.
Massimo rispetto per chi?
Per tutte le persone che “cercano di comportarsi decentemente in una società indecente”. (La definizione è presa da
Kurt Vonnegut).
Massimo disprezzo per?
Beh, qui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Io penso che ci siano da qualche parte dei laboratori segreti che clonano le
teste di cazzo, perché ce ne sono troppe in giro per essere un prodotto naturale dell’evoluzione.
E’ inutile che mi metta a snocciolarti una lista di spreferenze, anche perché in molti casi direi delle ovvietà. Voglio dire,
ci sarà mai qualcuno che riesca a provare simpatia per Giuliano Ferrara, o indulgenza per Michael Jackson? Al di fuori
dei suoi ultrà e lacchè, ci potrà mai essere qualcuno che non si irriti a sentire il Divino Miliardario che proclama: “Io
vinco sempre, sono condannato a vincere”?
Da buon fiorentino, nel mio elenco delle disistime non mancherebbe qualche mio concittadino. Come Franco Zeffirelli,
venerabile icona della Cultura della mia città. Mi ha colpito il sarcasmo con cui, in un’intervista, derideva il Social
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
Forum di Firenze, stigmatizzando i costi sostenuti dal Comune per la manifestazione. “Vorrei proprio sapere quali
soluzioni ai problemi del mondo hanno trovato i ragazzi del forum, dopo quattro giorni di chiacchere!”.
Io credo che nessuna persona, dotata di un’intelligenza pari almeno a quella di un criceto, possa mai avere pensato,
neppure per un momento, che da un incontro spontaneo di ragazzi dovessero scaturire risultati geopolitici epocali.
Addirittura “la soluzione dei problemi del mondo”! Quei problemi che i governi e i potenti del pianeta, in anni o decenni
di attività, non hanno mai neppure scalfito!
Apro una parentesi: il puro e semplice fatto che migliaia di ragazzi si siano messi in viaggio fino a Firenze, per
discutere di argomenti forti, invece che starsene a casa ad anestetizzarsi con TV e videogiochi, è stato una cosa
importante; perché lascia sperare che questi ragazzi possano tenere in vita una sensibilità diversa, che poi ciascuno di
loro porterà nell’ambiente in cui vive… scuola, lavoro, famiglia, politica. Certe cose sono prima di tutto di una semina
(seminano valori). Ma suppongo che tanto il concetto di “semina” che quello di “valori” siano difficilmente comprensibili
dal brutale pragmatismo del Pensiero Unico.
Per tornare a Zeffirelli, o la sua affermazione era scientemente polemica e gratuitamente provocatoria, oppure
sottintendeva una logica di questo tipo: a) il Forum mi è costato soldi come contribuente; b) quando spendo soldi,
voglio vedere risultati; c) nel caso del forum, il risultato avrebbe dovuto essere, come minimo, la scomparsa dal
pianeta Terra di fame, sete, povertà, ingiustizia sociale, mafia e inquinamento (il tutto, possibilmente, senza scalfire i
miei privilegi); 4) questi risultati non ci sono stati, ergo… mi hanno fregato! Rivoglio i miei soldi!
Se questo deve essere il ragionamento di un “uomo di cultura”, allora è proprio il caso di mettersi a tessere l’elogio
dell’ignoranza.
C'è un regista che fa o ha fatto al cinema qualcosa di simile a quello che voi fate in musica?
Il primo nome che mi viene in mente, anche se come regista non è tra i miei “cult” (lo preferisco come scrittore), è
Pasolini. Con i suoi film aveva il coraggio di coltivare grandi visioni… più grandi delle risorse economiche e tecniche di
cui disponeva.
Oggi, i cineasti senza grandi capitali alle spalle ripiegano spesso e volentieri su piccoli film “da camera”, compiaciuti del
proprio minimalismo, appagati da una professionalità senza rischi. Pasolini invece rischiava sempre. Provava a volare
alto… non sempre ci riusciva, ma ci provava.
Pensa al suo “Vangelo Secondo Matteo”… l’intero film, girato nell’italianissima Matera con attori non professionisti, sarà
costato quanto si e no cinque minuti de “La Bibbia” di John Huston, che uscì due anni dopo con un enorme battage
pubblicitario. La sproporzione tra le forze economiche in campo era immensa, come pure quella tra le rispettive
professionalità (Pasolini, come regista, non aveva un centesimo delle competenze tecniche e dell’esperienza di
Huston), eppure… oggi il polpettone di Huston non lo ricorda più nessuno, mentre il film del friulano è ancora capace di
suscitare emozioni.
Pasolini inseguiva visioni massimaliste con mezzi minimalisti, cercando di supplire alle proprie carenze con un flusso
senza risparmio di idee, cuore e immaginazione. Ad ogni film si rimetteva in gioco. Ha fatto opere ispirate a Sofocle
come a De Sade, ha trasposto Boccaccio a Napoli ed Eschilo in Africa, ha avuto la faccia tosta di occuparsi di colonne
sonore a quattro mani con Ennio Morricone (!), ha chiesto a Laura Betti di interpretare la parte di un turista baffuto e a
Totò quella di una marionetta nella discarica, ha raccontato storie di principesse orientali e di giovani rampolli tedeschi
che si accoppiano con maiali, ha fatto una Trilogia della Vita e subito dopo ha cominciato una Trilogia della Morte (che
la morte in persona si è occupata di bloccare sul nascere). Alcune delle cose che ha fatto sono delle autentiche
ciofeche, ma… nell’arte, preferisco chi rischia e sbaglia a chi si proccupa soltanto di andare sul sicuro.
C'è un deficit di realtà?
C’è un deficit di percezione della realtà. La realtà, per definizione, è. Solo che le dedichiamo sempre minore
attenzione. Hai presente il “Il Pianeta delle Scimmie”? Un astronauta che avesse lasciato la Terra cinquant’anni fa, e vi
facesse ritorno oggi, troverebbe “il Pianeta degli Struzzi”.
Cosa pensi di Andy Warhol?
Che io lo apprezzi molto penso lo si capisca anche dal booklet di “S.t.0.r.1.e”, dove sono stati inseriti due suoi quadri
(la falce e martello, i mazzetti di dollari) e una citazione (“Chiesi consiglio a circa dieci, quindici persone, finchè
un’amica formulò la domanda giusta: ‘Cosa ti piace di più?’. Fu così che cominciai a dipingere banconote.”).
Andy è stato uno specchio che ha riflesso, prima e con maggiore lucidità di ogni altro, le trasformazioni del suo tempo.
Non solo nell’arte, ma anche nella società, nelle relazioni interpersonali, nelle scale dei valori. La lettura dei suoi diari,
sotto l’apparente svagatezza, rivela una precisione di sguardo impietosa, quasi chirurgica. Io ci sento anche una
segreta e quasi dolorosa partecipazione emotiva, che Andy nascondeva (suppongo, per pudore) sotto una coltre di
indifferenza. Troppo ostentata per essere vera.
Ti piace Lydia Lunch?
Conosco solo due cose di Lydia, entrambe interessanti. Una è “Queen of Siam”, uno strano album di jazz-noir
deviante. L’altra è un film underground in bianco e nero dove Lydia faceva un pompino a Henry Rollins. Di solito non
dico mai “vorrei essere questo o quel musicista”, ma, nella fattispecie, essere Henry Rollins non mi sarebbe
dispiaciuto.
Hai qualche gusto bizzarro nella vita privata che fatichi a confessare?
Chi non ne ha? Troverei bizzarra una persona senza neppure un gusto bizzarro. Ma non sono cose che si raccontano
nelle interviste. Caso mai, in un reality show alla televisione.
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
Intervista di Carlo Zambotti a Vittorio Nistri, pubblicata su CAFFELATTE (“mensile di moda musica
arte e qualsiasi altra cosa”) n. 9
A quando risale la nascita dei Deadburger e com’è successo?
La nostra storia è iniziata con una telefonata. Alex mi chiamò e mi disse: “Ho tirato fuori dalla mia chitarra dei suoni
così strani che non sembra nemmeno più una chitarra. Vuoi sentirli?”. Conoscevo da anni Alex come chitarrista rock,
ma ignoravo questa sua voglia di sperimentare… che poi era anche la mia. Io pure in quel periodo suonavo in
formazioni rock, ma sentivo la necessità di esplorare, e registravo per conto mio, nel mio bedroom studio, ore e ore di
musica elettronica.
Così Alex e io cominciammo a lavorare insieme, alla ricerca di un linguaggio che unisse l’energia del rock con la
sperimentazione elettronica, e l’immaginario cyberpunk con la lingua italiana. Era il 1995, e il nostro suono era
abbastanza atipico per la scena italiana (allora in piena ondata grunge). Poi, tutto accadde alla svelta. Inviammo una
delle nostre prime composizioni (una canzone sugli hackers) ad un concorso, lo vincemmo, e fummo chiamati a
suonare a “Il Locale” di Roma. In dieci giorni pazzeschi i Deadburger diventarono una vera band (con basso, batteria,
voce e scratch), prepararono un repertorio completo, e fecero il loro primo concerto.
Dai primi esordi ad ora cosa è cambiato?
Direi… quasi tutto! “S.t.0.r.1.e” nasce proprio dal desiderio di andare avanti. Vedi, nei primi anni quattro anni di
attività, qualche piccolo risultato l’avevamo conseguito: un buon numero di concerti (da Arezzo Wave al Meeting delle
Etichette Indipendenti di Faenza), due album per la milanese Fridge Records (il primo dei quali integrato da materiale
interattivo; credo sia stato il primo cd-rom autoprodotto da un gruppo indie in Italia), e la partecipazione, con brani
inediti e non, a numerosi progetti, tra i quali l’album del suicidio di Luther Blissett. Avremmo potuto continuare così…
ma sentivamo che era giunto il momento di cambiare. Fin dall’inizio della nostra attività, abbiamo sempre pensato a
Deadburger come a un progetto in continuo divenire; e invece, quello che facevamo si stava cristallizzando in una
formula (del tipo: Nine Inch Nail “made in Italy”). L’idea di cominciare a ripeterci non ci attirava.
Così ci siamo presi una pausa, che ha coinciso con un periodo di intensa sperimentazione, sia come gruppo che come
musicisti. Il risultato è “S.t.0.r.1.e”, che a tutti gli effetti rappresenta un nuovo inizio per il Panino di Morto. Nuovo
album, nuova etichetta, nuovo cantante (Simone, la cui voce-strumento è stata fondamentale per la riuscita del
disco)… e, soprattutto, una proposta rinnovata sia nei testi che nei suoni.
Io credo che, a differenza dei nostri lavori precedenti, “S.t.0.r.1.e” non sia un album che si possa facilmente
ricondurre alla scia di un determinato gruppo o genere. I Deadburger hanno trovato una strada, che potrà essere
valida o no… ma che, quanto meno, è la loro strada.
Il progetto è molto curato sotto tutti I punti di vista, quasi un concept album. Come avete iniziato a
lavorarci? Costruendo man mano o decidendo già molto prima di iniziare?
Il termine “concept album” forse è eccessivo, ma c’è stata comunque un’idea di fondo a guidarci sin dall’inizio. Che era
quella di riconnettere musica e vita. Stiamo vivendo anni di grandi metamorfosi. Il mondo intorno a noi sta cambiando
(purtroppo, spesso non in meglio) a velocità sempre più accellerata. Questa mutazione investe un po’ tutti gli aspetti
dell’esistenza, dai macroscenari politici e economici (sia italiani che internazionali) fino al lifestyle quotidiano. Persino
nel modo di pensare (le priorità individuali, le scale dei valori, la disponibilità all’empatia) c’è una trasformazione di
massa in corso. Noi volevamo una musica che potesse riflettere questa realtà. Con suoni che provassero a interpretare
il presente. Con parole che tornassero a raccontare storie, ambientate qui e ora.
Partendo da queste coordinate puramente emozionali, abbiamo lavorato con la massima libertà, seguendo il più
possibile l’istinto, e lasciando che l’album si definisse poco a poco, quasi da solo. Registravamo fiumi di materiale nel
nostro home-studio, sperimentando continuamente nuove soluzioni. Nel frattempo, abbiamo - individualmente o
congiuntamente - realizzato tre colonne sonore per il teatro, collaborato con altri musicisti (in ambiti che spaziavano
dalla psichedelia al noise estremo), e suonato dal vivo in formazioni estemporanee votate alla completa
improvvisazione. Insomma, abbiamo fatto un pieno di input! Man mano che imparavamo qualcosa, lo facevamo
confluire nel nuovo corso che i Deadburger stavano maturando. Solo quando ci siamo sentiti soddisfatti del lavoro
svolto, abbiamo cominciaro a sottoporlo a diverse etichette, tra cui l’anglo-olandese Wot 4, che ci ha dato fiducia.
S.T.0.R.1.E. è un album importante, ricco tra l’altro di collaborazioni importanti: Roy Paci, Odette Di Maio,
Andrea e Gionata Costa dei Quintorigo, Paolo Benvegnù... Come siete entrati in contatto gli uni con gli
altri?
Gli abbiamo inviato il demo delle canzoni sulle quali avevamo immaginato i loro interventi, insieme a una lettera nella
quale raccontavamo le storie “racchiuse” in quelle canzoni , e il tipo di sensazioni che ciascuna storia richiedeva. Credo
sia stato questo tipo di approccio a indurli a collaborare con una realtà “sotterranea” come la nostra. Roy Paci ci ha
detto che, di solito, chi gli propone una collaborazione si limita a parlargli dei vari aspetti tecnico-musicali; quello che
lo aveva colpito nel ricevere il pacchetto dei Deadburger è che noi, invece, avevamo parlato soprattutto dell’aspetto
emozionale.
Nel booklet oltre ai testi sono riportate citazioni che approfondiscono ulteriormente le liriche e completano
l’atmosfera di ogni singolo brano. I testi riportati sono serviti da ispirazione alle varie canzoni?
La maggior parte di queste canzoni nasce da un incontro/scontro tra fonti di ispirazione “interne” (ci sono spunti
autobiografici in quasi tutti i brani) e “esterne” (cose che abbiamo letto o visto, e che ci hanno suscitato risonanze e
suggestioni). Gli ambiti di queste ultime sono stati i più disparati: politica, letteratura, cinema, arti figurative,
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
tecnologia, biologia, movimenti antagonisti. Il booklet, per ovvie ragioni di spazio, ne evidenzia solo una piccola parte.
D’altronde, il disco può essere benissimo fruito anche senza conoscerne la genesi. Queste canzoni hanno acquisito una
vita loro, e, nell’ascoltarle, ognuno può aggiungervi le proprie personali suggestioni, non necessariamente coincidenti
con le nostre.
Musica intimista e d’avanguardia. Testi urlati (nella sostanza non nella forma) e sociali da un certo punto
di vista. Come mai questa scelta, che all’apparenza potrebbe sembrare una contraddizione bella e buona?
Le persone sono contraddittorie. Noi lo siamo, e le cose intorno a noi pure. Nel disco ci sono momenti intimisti ma
anche altri molto violenti. La serietà di certi argomenti non esclude l’ironia (apprezziamo da sempre lo humour cupo di
scrittori come Kurt Vonnegut). Le componenti “sociali” non escludono quelle strettamente personali (siamo tutti sia
individui, sia parti di un contesto sociale).
Anche i suoni accettano la contraddizione come elemento di vitalità. In quello che facciamo c’è molta sperimentazione,
ma non ci facciamo scrupoli ad utilizzare, quando ci sembra opportuno, i linguaggi più basici (una melodia di piano, un
riff di chitarra, un beat in quarti). L’importante è che ci sia un progetto - una visione - ad amalgamare il tutto.
Siete basati a Firenze e nella vostra ultima fatica, S.T.0.R.1.E. le influenze della storia della musica lì
attorno si sentono tutte, dai primi Litfiba a Giovanni Lindo Ferretti ai Diaframma. Quanto è importante per
voi il vostro background musicale e qual è?
Si usa dire che “ciascuno è ciò che mangia”… Similmente, ogni musicista è ciò che ascolta. E’ probabile che, nel nostro
suono, siano avvertibili echi delle musiche che abbiamo amato e assimilato – dal kraut rock alla psichedelia, da Miles
Davis alla nuova canzone d’autore italiana, fino ai Radiohead della svolta sperimentale. Tra i nomi che citi, certamente
i CCCP sono stati una delle realtà italiane che abbiamo amato di più (insieme agli Area e a De Andrè).
Come vi rapportate con la dimensione del concerto?
Per noi il concerto non significa rifare le canzoni come sono sul disco, ma reinterpretarle. Sul palco la componente
umana acquista un peso maggiore rispetto a quella tecnologica (con una sezione ritmica adrenalinica come quella
formata da Carlo e Lorenzo, certo non avrebbe senso usare drum machines!). Le canzoni vengono dilatate con
improvvisazioni collettive, o rivisitate, sperimentando altre possibili direzioni. Non c’è un concerto uguale a un altro.
Ci sono al momento in Italia gruppi e artisti, indipendenti e non, che apprezzate e rispettate
particolarmente? Dove sta andando la musica italiana?
Nel suo complesso, la musica italiana sta andando – come quella internazionale – verso una sempre maggiore
omologazione delle proposte. Il mercato procede per segmenti: c’è un dato numero di tendenze di massa destinate al
mainstream, e un dato numero di tendenze di nicchia destinate agli alternativi. Ciascun segmento (che si tratti di pop
da classifica o di no wave, di lounge o di glitch-pop, ecc) ha le sue caratteristiche ben codificate. Il che sembra andare
benissimo agli operatori del settore (case discografiche, giornali, organizzatori di concerti), sempre alla ricerca di nomi
che si possano agevolmente incasellare in questo o quel segmento.
Ciò nonostante, anche in Italia c’è un certo numero di musicisti che continua a cercare una propria strada, anche al di
fuori delle “tendenze”. Sono questi gli artisti che ci intrigano di più. Gente come Quintorigo, Anatrofobia, Marco
Parente, ecc. Ci aspettiamo grandi cose anche da Corleone, il gruppo di “jazz radicale + elettronica” che Roy Paci sta
mettendo su insieme a Martuscello.
Progetti per il futuro?
Noi abbiamo sempre progetti. Il problema è che i loro tempi di realizzazione sono del tutto inconoscibili anche a noi
stessi. Posso dirti che abbiamo già cominciato a lavorare a un nuovo album, che sarà molto diverso da “S.t.0.r.1.e”,
ma… non abbiamo idea di quanto ci vorrà perché possa vedere la luce.
Dove vorreste arrivare? Avete un obiettivo?
Continuare a imparare.
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
Intervista di Stefano Ballini sulla webzine INTRIPPA SHAKE
Grande band fiorentina, talento compositivo e bravura oltre ogni limite...risponde Vittorio
Intrippa Shake-Vita morte e miracoli dei Deadburger.....
Vita: esistiamo dal 1995. Sbattimento molto, soddisfazioni qualcuna, ritorni economici zero.
Miracoli:
non essere ancora morti.
Morte: arriverà comunque, e già sappiamo come. Sarà un suicidio per autodistorsione. (Nell’album c’è un brano,
intitolato appunto “Autodistorsione”, che fornisce tutti i dettagli).
IS-Influenze e gruppi preferiti.....
Per l’incontro di rock suonato e elettronica: Primal Scream, Radiohead, Nine Inch Nail.
Per i testi: CCCP, De Andrè, Emidio Clementi. (Ma anche i libri di Kurt Vonnegut, Douglas Coupland, Marco Lodoli,
Michel Houellebecq).
Per il gusto di sperimentare all’interno del rock, invece che fuori di esso: Can, Faust, Brian Eno, Devo, Robert Wyatt,
Beck, Notwist.
Per la concezione a colori degli arrangiamenti: George Martin.
Per avere dato un senso alla violenza: Nirvana, Jello Biafra, Tool.
Per lo spirito con cui facevano musica: Area.
IS-Parlami dei testi, che importanza hanno per voi ?
La canzone è un formato espressivo caratterizzato dalla presenza contemporanea di musica e parole. Nel rock molti
gruppi tendono a concentrare i propri sforzi solo sulla musica. Noi cerchiamo di dedicare la stessa attenzione ad
entrambe le cose.
Non si tratta solo di cercare scrivere una musica decente, poi un testo decente, e appiccicarli l’uno sull’altra. I due
mondi dovrebbero interagire tra di loro. Quando la musica riesce a catturare gli stessi stati d’animo del testo (e non
sempre succede), il risultato è superiore alla somma aritmetica delle due componenti.
I nostri testi sono piccoli racconti. A volte prendono spunto da cose che ci sono successe, altre da cose che vediamo
succedere nella realtà che ci circonda e che ci fanno incazzare. Spesso, le due cose vanno di pari passo e si intrecciano
tra loro.
Il denaro e la tecnologia ricorrono spesso nei nostri testi, perché oggi sono onnipresenti. Come la solitudine, che ne è
conseguenza.
IS-Che mi dite della scena fiorentina degli anni '80 rispetto a quella odierna ?
1) Negli ’80 c’erano alcuni gruppi validi, altri meno validi, e tutti i riflettori dei media puntati addosso. Oggi ci sono
alcuni gruppi validi, altri meno validi, e i media se ne sbattono i coglioni.
2) Negli anni 80 suonare in un gruppo di base con velleità “artistiche” era figo. Oggi no. Quindi ora devi avere proprio
una forte motivazione per farlo.
Peraltro, non tutto è cambiato. Negli anni 80 (a dispetto della parola “scena”, che implicherebbe unità di intenti, o
almeno un qualche punto di intersezione tra i vari musicisti), i gruppi fiorentini - fatte salve poche eccezioni - non
avevano interscambi tra di loro. Oggi, nemmeno.
IS-Parlami di Ricambi e Etere, due splendidi brani.....
Anche tu non scherzi quanto a gusti leggerini, vero Stefano? Sei andato a pescare due tra i pezzi più scuri dell’intero
album.
I ricambi siamo io, tu, chiunque. Non c’è più niente (persone, organi, affetti, idee) che non sia sostituibile, se il prezzo
è giusto. La canzone è lenta, percussiva, tipo Killing Joke rivisitati in chiave attuale. Nel finale, la linea melodica della
voce viene ripresa e rielaborata dagli archi; la partitura (scritta da noi e suonata dai Quintorigo) è minimale, ossessiva,
e sotto si sente una voce marziana, che non è opera nostra. L’ha fatta il computer da solo. C’è stato un data crash, e
quando abbiamo riparato l’hard disk ci abbiamo trovato questa voce pazzesca, scaturita dalla corruzione di chi sa quale
file. Una cosa da ghost in the machine; non potevamo non utilizzarla.
Etere invece è un flash di psichedelia quotidiana. Abbiamo provato a immaginare come ci apparirebbe il mondo se le
radiazioni fossero visibili (come nei fumetti Marvel o nei manga, dove i mostri radioattivi emanano un’aura verde
acido). Sarebbe un vero trip. Ci vedremmo immersi in un mondo tutto fluorescente. Noi nuotiamo nelle radiazioni
(ripetitori, cellulari ecc). Che ci portano in dono cancri, cefaleee e chissà che altro; anche se – stante l’enorme giro
d’affari implicato - ci vorranno molti anni prima che la cosa venga ufficialmente dichiarata. Ben ci sta, comunque,
considerando che neanche un italiano su 4 è andato a votare il referendum sugli elettrodotti.
“Etere” è un brano acido, molto psycho, ma lo abbiamo voluto chiudere con gentilezza (così come è con gentilezza che
le radiazioni ci ammazzano), coinvolgendo Odette di Maio, ex Soon. E’ la prima volta che i Deadburger lavorano con
una voce femminile.Ci siamo trovati bene con Odette, e abbiamo intenzione di fare qualche concerto insieme.
IS-Il pezzo che più amate e odiate del disco....
Avevamo molto materiale tra cui scegliere. Quello che non ci convinceva lo abbiamo scartato, perciò… nei confronti dei
brani sopravvissuti alla selezione, non abbiamo significative preferenze. Certamente, non ce n’è nessuno che odiamo.
Caso mai, ce n’è qualcuno che è stato scritto in momenti caratterizzati da situazioni personali che, se non proprio
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
“odiose”, per lo meno “pesanti” sono state. Ma questo credo sia normale. Il sovraccarico di tensione fa male alla
qualità della vita, non a quella della musica.
IS-Il vostro suono si muove dai Casadei per passare dai Chronical Diarreah a Massimo di Cataldo ?
Il nostro suono si muove dal nostro ipotalamo al nostro pancreas. Gli individui sono fatti di cervello, cuore e genitali;
per la musica dovrebbe essere lo stesso.
IS-Lorenzo Moretto alla batteria vi ha creato problemi psicologici ? E Carlo Sciannameo ?
Lorenzo e Carlo formano una rhythm machine straordinaria. Si meriterebbero di suonare non in un gruppo
(eternamente) “emergente”, come Deadburger, ma in uno già emerso. Per quanto mi riguarda, il piacere di suonare
con musicisti come loro, o come Alex e Simone, è una delle ragioni per le quali continuo a fare musica.
IS-Vi piace la trippa ?
Mi dispiace, proprio no. A dispetto del nome del gruppo, quasi non mangio carne.
IS-Puo' un assorbente cambiare la vita di una donna ?
Forse dovresti fare questa domanda alle Motorama.
IS-Se io dico nutella ?
Preferisco il cioccolato fondente. Quello amaro come cerume.
IS-Il libro, il disco e il film che hanno cambiato la vostra vita ?
Ce ne sono stati diversi. Non è facile sceglierne uno solo. Potrei rispondere: Ghiaccio Nove (Kurt Vonnegut), Tago
Mago (Can), Apocalypse Now. Ma farei torto ad altri, che non sono stati meno importanti per me. (Ad esempio, per il
cinema, Magnolia. O per la musica, Screamedelica dei Primal Scream, e il disco con l’indiano di De Andrè).
E’ giusto anche precisare che in questo momento sono io (Vittorio) a rispondere, e dunque questa è la mia risposta.
Ma i Deadburger sono cinque teste pensanti, e ognuna, come è naturale, ha le proprie preferenze e influenze. Per
esempio, se tu avessi fatto questa domanda a Simone, ti avrebbe risposto Arancia Meccanica (o Qualcuno volò sul nido
del cuculo) per il film, Joy Division per il disco, eccetera.
IS-Musica piatta in giro ?
Ti sembra che solo la musica si sia appiattita? Con la sola esclusione della tecnologia, è in corso un livellamento verso
il basso un po’ in tutti i settori. Forse c’è una mutazione antropologica in corso (del tipo: sostituzione del cervello col
portafogli).
IS-Progetti futuri ?
Per i concerti, ci piacerebbe coinvolgere altri musicisti a improvvisare con noi sul palco.
Per le prossime uscite discografiche, abbiamo progetti ben definiti per tre album, uno diverso dall’altro, e tutti e tre
diversi da “S.t.0.r.1.e”. Roba strana. Ma non ha senso parlarne ora. Con i nostri tempi di realizzazione, chissà se e
quando vedranno la luce.
IS-Un messaggio ai lettori ?
Naah… non è il caso. Hai letto la recensione di “S.t.0.r.1.e” su Blow Up? “Disco bello, riuscito, ma troppo intelligente”.
Se ci mettiamo anche a lanciare messaggi, chissà come ci castigano!
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
Lost and found: intervista a Vittorio Nistri, Simone Tilli e Alessandro Casini, fatta da Alessandro
Viti per il mensile FLASH (estate 2003), poi non pubblicata sulla rivista
Volete brevemente introdurre la vostra storia ai nostri lettori ?
(Vittorio) I Deadburger si sono formati nel ’95, quando in Italia non erano in molti a cercare di unire rock ed
elettronica. Noi tutti venivamo da esperienze più classicamente rock; era stato “Screamadelica” dei Primal Scream,
disco seminale per eccellenza, a farci capire che rock e elettronica non erano inconciliabili , e che, anzi, i due mondi
potevano trarre energia uno dall’altro.
L’anno dopo vincemmo “Arezzo Wave”, e la nostra prima uscita fu un brano sulla compilation del festival. Si chiamava
“Italiano Cyborg” ed era una canzone sull’ipnosi di massa operata dai mass-media, o meglio, da chi li possiede (era
l’epoca del primo governo Berlusconi). Sono passati diversi anni, Berlusconi è ancora al suo posto, e noi al nostro.
Questo dimostra che avremmo fatto meglio a mettere su un emittente televisiva anziché un gruppo rock! Poi abbiamo
trovato la Fridge Records, etichetta milanese che ci ha permesso di realizzare un album ed un ep. Dopodiché abbiamo
deciso di prenderci una pausa. Avevamo avuto qualche soddisfazione - buone recensioni, concerti ecc – però…. ci
sembrava di non essere ancora riusciti ad esprimerci al meglio. Per due anni ci siamo dedicati ad altri progetti,
sperimentando nuove strade, accumulando esperienze. Poi ci siamo riuniti e abbiamo cominciato a lavorare su
“S.t.0.r.1.e”, che secondo noi rappresenta, per i Deadburger, un vero salto di qualità.
-“s.t.0.r.1.e” ha degli arrangiamenti molto accurati. Il lavoro in studio è stato lungo e complesso?
(V.) E’ difficile rispondere perché c’è stato un misto di scienza ed incoscienza. Nella fase iniziale è fondamentale
l’istinto, la lampadina che ti si accende. Poi però c’è stato un lungo lavoro di rifinitura, per dare la veste giusta alle
idee. Ad esempio, se avevamo in mente una parte di archi, anziché usare un campionatore abbiamo coinvolto il
violinista e il violoncellista dei Quintorigo. I campionatori dovrebbero servire solo per suoni inauditi, non per imitare
altri strumenti…
- Come siete arrivati alla collaborazioni con i diversi esponenti della scena italiana?
(V.) Gli abbiamo mandato i nostri demo raccontandogli la storia della canzone che proponevamo loro. Li ha intrigati il
fatto che usassimo la musica per raccontare qualcosa. Ad alcuni di loro non abbiamo nemmeno inviato partiture, ma
soltanto indicazioni sul feeling della storia. Ad esempio, a Roy Paci per il brano “Topi” l’unica indicazione era stata
questa: la tromba avrebbe dovuto suonare come un topo pazzo di rabbia e di felicità. Ed è proprio quello che Roy ha
fatto!
- Vi sentite parte della scena rock alternativa italiana?
(Simone) Sinceramente non vedo nessun altro che fa cose simili alle nostre. Abbiamo chiamato a collaborare musicisti
che seguiamo e stimiamo, e che secondo noi avevano la sensibilità giusta per quei brani, ma anche loro fanno
comunque cose diverse dalle nostre. Non credo che, come stile o suoni, i Deadburger abbiano punti di contatto con
Quintorigo o Aretuska.
(V.) Anche a prescindere dalle differenze di stile, a me piacerebbe sentirmi maggiormente parte di una scena, ma in
Italia non c’è poi una grande cultura della collaborazione.
Come vi rapportate al concetto di canzone?
(V.) Rimane il modulo comunicativo più efficace. Noi ascoltiamo anche musica puramente sperimentale, però… è un
settore in cui, spesso, la linea di separazione tra ricerca e masturbazione mentale è davvero sottile. Invece, portare la
sperimentazione dentro la forma canzone ti costringe a dare alla ricerca un senso, un equilibrio. Allo stesso tempo,
consente di portare suoni e strutture non canonici all’interno della canzone rock.
Che importanza hanno nella vostra proposta aspetti paramusicali come la grafica e la tecnologia?
(Alessandro) Io mi sono occupato per anni della computergrafica del gruppo; adesso siamo in due a farlo, perché
anche Lorenzo, il nuovo drummer della band, è attivo in questo campo. Il computer offre possibilità creative in campo
grafico non meno che in quello sonoro. Personalmente, ho cominciato a usare il PC per la musica solo in tempi
relativamente recenti, quando è arrivato l’hard disk recording a basso prezzo; ma erano già anni che mi interessavo di
grafica computerizzata. E’ il modo più immediato e veloce per dare un supporto visivo alle idee.
(V.) Sia nella grafica che nella musica il computer ha permesso una rivoluzione in senso democratico. Oggi, se uno ha
delle idee, può realizzarle con capitali modesti, senza bisogno di prostituirsi per cercare chi gli paga lo studio di
registrazione o il design della copertina.
- Vi sentite più un gruppo rock od uno sperimentale, avanguardistico?
(V.) Rock! Siamo un gruppo rock a cui piace sperimentare, ma… se dovessimo andare in un’isola deserta, i dischi che
porteremmo con noi sarebbero prevalentemente rock.
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
- I marcati influssi jazz del disco sono una novità per voi, come mai questo inserimento?
(V.) Premetto che nessuno di noi si può definire musicista jazz, dato che non possediamo le necessarie basi tecniche.
L’introduzione del jazz nella nostra musica è dovuta al desiderio di accentuarne l’elemento umano. Noi abbiamo
sempre avuto una dicotomia uomo-macchina, ma le canzoni di “S.t.0.r.1.e” hanno tutte una forte carica emozionale, e
così… volevamo che anche il loro suono fosse caldo, passionale, senza l’imparzialità delle macchine. Da qui l’idea di
costringere le macchine a diventare imperfette, abbinando alla loro programmazione l’improvvisazione jazz, con tutte
le sue imprecisioni e la sua imprevedibilità. Ci sembra che l’accoppiata abbia funzionato. E poi… in fin dei conti, il free
jazz è stato un veicolo di rabbia come l’hardcore.
- Qual è il vostro rapporto con l’heavy metal?
(V.) Nessuno di noi è un patito specificamente di heavy metal. Siamo onnivori, e ci piacciono anche alcuni gruppi
metal. Ad esempio i Tool, perché non ripropongono clichè, ma cercano di sviluppare un nuovo linguaggio.
(A.) Come chitarrista dico che il metal è fenomenale dal punto di vista della potenza pura, ma non riesco ad amarlo
quando sfocia in una gara di velocità o tecnica.
- Da dove prendete gli spunti per i testi?
(V.) Innanzitutto da quello che ci succede: la partenza è sempre autobiografica. Ma poi le nostre storie si intrecciano
con altre, prese dalla realtà che ci circonda. Cose che vediamo o che leggiamo, e che ci fanno andare il sangue alla
testa. Naturalmente, nessuno di noi ha soluzioni ai problemi del mondo; e infatti, nei nostri testi non troverai mai
slogan. Solo i nostri dubbi… ma senza lasciare che questi soffochino il desiderio di distinguere tra chi cerca di fare la
cosa giusta, e chi invece andrebbe preso a calci.
- Ci vuole un certo coraggio di questi tempi a scrivere un testo come “Bruciando Il Piccolo Padre”…
(V.) In attesa che il Pensiero Unico ce lo proibisca, perché no? Comunque è un brano molto ironico. Nessuno di noi ha
mai avuto la tessera di un partito, né naturalmente rimpiangiamo Lenin, però… ci sembra troppo facile ridurre tutta la
sinistra ai Gulag, e santificare chi c’è ora perché “ci ha salvati”. Nei gulag non mi ci ha mai portato nessuno, neanche
quando c’era Prodi al governo! Siamo contro questo tipo di assimilazione tra qualunque tipo di sinistra e la barbarie
stalinista.
C’è un pezzo del disco che trovate particolarmente significativo?
(V.) Ne avevamo scritti molti di più, quelli che hanno passato il filtro li troviamo tutti validi. L’idea era di tornare a fare
un disco come quelli di un tempo, quando si cercava di fare album interessanti dal primo all’ultimo brano. Mentre oggi
si tende a fare un paio di pezzi di punta e poi una serie di filler. Ciò si nota anche nella cultura dell’mp3. Abbiamo
tentato di fare un disco da ascoltare come un percorso nella sua interezza, per cui ci risulta difficile estrapolare alcuni
episodi.
Cos’è il concetto di postmoderno per voi? Sentite di far parte della temperie culturale?
(V.) Sì, anche se oggi il termine “postmoderno”, dopo essere stato usato per etichettare tante schifezze, sembra
diventato una parolaccia. Invece significa semplicemente guardarsi indietro, per ricercare una modernità che tenga
presente anche le esperienze precedenti, senza il mito del “futuro assoluto” (tanto il futuro nessuno riesce ad
indovinarlo). Togliere frammenti dal passato e ricombinarli. Nella nostra musica ci sono echi o citazioni che rimandano
a alcuni nomi della storia del rock che abbiamo amato particolarmente, com Pink Floyd, il Krautrock, Clash, Area,
CCCP, ecc. Cerchiamo però di ricomporre il tutto in una maniera che, se non è idonea a dipingere il futuro,
quantomeno speriamo lo sia per il presente.
Elencatemi in ordine d’importanza questi elementi: tecnica, melodia, innovazione, ironia, emozionalità,
impatto.
(A.) Emozionalità al primo posto, se non c’è quello tutto il resto diventa sterile. Poi innovazione, impatto, melodia e
ironia a pari merito, tecnica per ultima.
Come sono i Deadburger live? Quali le differenze col lavoro da studio?
(A.) E’impossibile mantenere tutte le sfumature, ma cerchiamo di riproporre comunque le stesse emozioni. Siamo più
rock e meno elettronici.
(S.) Perdiamo in sfumature quello che guadagniamo in impatto.
(V.) A volte ci sentiamo dire da promoter (che non ci hanno mai visto in concerto) che la nostra musica è “bella ma
troppo difficile”. Mentre, soprattutto sdal vivo, non è affatto difficile. I nostri gig sono concerti rock a tutti gli effetti,
con in più una componente di sperimentazione.
Parlando delle vostre influenze, citavamo gli Area.
(V.) Non tanto musicalmente, perché il loro livello tecnico è per noi irraggiungibile. Erano un gruppo d’opposizione,
senza però ridursi a slogan da tre parole in rima. Cercavano d’interpretare il loro tempo, gli anni ’70, come hanno fatto
DEADBURGER - Le interviste relative a “S.T.0.R.1.E”
poi i CCCP per gli ’80. Oggi ci sembra che la tendenza sia di fuggire indietro, qualunque decennio va bene, tranne il
presente. Sono pochi i gruppi che, come i Radiohead o i Nine Inch Nails, cercano di interpretare lo spirito dell’oggi.
-Avete intenzione di realizzare un videoclip?
(S.) Sì, e lo faremo. Il problema sarà vederlo in onda ad un ora diversa dalle quattro di notte!
- Una domanda per il nostro caporedattore: so che apprezzate il suo idolo, Fausto Rossi detto Faustò…
(V.) Faustò è un culto soprattutto per il nostro bassista. Non tutte le sue prime cose hanno retto all’usura del tempo,
ma resta un bel personaggio, e anche un autentico musicista sperimentale, capace di passare da dischi di canzoni alla
Bowie a lavori per solo voce e computer. Ormai fa un disco ogni sette-otto anni. E’uno spirito libero, ai margini. Può
darsi che prima o poi faremo una sua cover, se troveremo una chiave interpretativa convincente.
- Non temete talvolta che l’ampiezza dei vostri riferimenti risulti incomprensibile alla maggior parte del
pubblico? Insomma, vi dicono niente gli Skiantos di “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”?
(V.) Io spero che noi riusciamo a conciliare ricerca e comunicativa. Certamente non siamo più “difficili” dei Radiohead o
di tanti gruppi stranieri molto popolari anche da noi. Se potessimo farci ascoltare da più persone, penso che ne
troveremmo non poche in sintonia con quello che facciamo. Il nostro problema, caso mai, è portare dalla nostra parte i
cosidetti “operatori del settore”: giornali, organizzatori di concerti, radio.

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