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Guardaci ben!
Ben son, ben son Beatrice
Lettura del XXX canto del Purgatorio
A cura di
Ludovica ANGELUCCI
Sharon ANTONINI
Nicola CURTI
Susanna DE FLAVIIS
Arianna DELL’ELICE
Eleonora DE SANCTIS
Andrea DI GIOVANNI
Jennifer DI SANTE
Francesca LA TORRE
Nazar LUTSYSHYN
Ilia MARINO SOKOLOV
Davide OTTOMBRINI
Giovanni PAGNONI
Alessandro PIZZUTO
Christopher SETA
Vera VOLPE
Referenti
prof. Vincenzo NARCISO
prof.ssa Paola PADOVANO
Istituto NOSTRA SIGNORA
Pescara
Classi III e V – Liceo Scientifico e Liceo Linguistico Europeo
Introduzione
Amor mi mosse
La Commedia è un percorso che comporta un continuo movimento, un continuo sguardo sulle
proprie esperienze a partire da quelle di Dante.
Il poema non avrebbe senso se alla base di esso non ci fosse il fine di arrivare al Bene, alla Verità:
ma questo viaggio sarebbe mai stato possibile senza l’aiuto di un’autorità in grado di indicare la via
giusta al poeta?
Sin dall’inizio siamo smarriti nella selva oscura, un luogo dal quale non potremmo mai uscire da
soli, c’è sempre bisogno di una guida, di un autore.
Virgilio arriva ad assumere il ruolo di padre per Dante, è capace, grazie alla sua esperienza, di
donare uno sguardo critico, di creare un legame con il Bene, che si riverserà sulle scelte che Dante
farà solamente quando sarà pronto:
lo tuo piacere omai prendi per duce (Purg., XXVII , 131).
Dante matura e la sua anima tende verso il bene, egli è pronto a salire in Paradiso, ma la strada non
è semplice, anzi, implica un enorme sacrificio: rimettere in gioco ogni conoscenza terrena per
comprendere quella di Dio.
Nei primi versi del canto che ci apprestiamo a leggere, Virgilio deve lasciare il poeta, lasciandogli
una lacrima sul volto, ma l’anima di Dante muta ed essendo in movimento grazie all’amore (lat.
movere ad) trova il volto di Beatrice, che gli permetterà di fare esperienza del Vero.
Beatrice e Virgilio sono figure fondamentali, in quanto rappresentano un’autorità, ossia persone che
accrescono e migliorano l’anima di Dante, proprio per questo egli si muove con loro e le ama.
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I
Una profezia che riaccade
Nella parte iniziale del XXX canto del Purgatorio si conclude la processione che era iniziata già nel
canto XXIX e Dante fa molti riferimenti all’Apocalisse di San Giovanni.
L’Apocalisse è un testo biblico strutturato in 404 versetti: il termine deriva dal greco apokalypsis
che vuol dire scoperta o rivelazione, e si rifà al fatto che appunto vi si scopre il destino dell’uomo,
che verrà giudicato da Dio e risponderà in prima persona di quanto compiuto in vita. Quest’opera è
stata scritta da San Giovanni anche con lo scopo di spingere i cristiani a resistere alle persecuzioni.
Il testo inizia con le lettere indirizzate alle sette chiese dell’Asia Minore; successivamente viene
mostrato a San Giovanni cosa accadrà alla fine dei tempi, poi il testo prosegue con l’apertura del
libro dei sette sigilli e si conclude con la sconfitta della bestia che rappresentava il male sulla terra.
I collegamenti tra il canto XXX del Purgatorio e l’Apocalisse sono molteplici, perché Dante si
ritrova nella stessa posizione di San Giovanni, vale a dire è testimone del giudizio universale, e
riporta la sua esperienza assumendo quasi lo stesso ruolo del santo e sostituendo l’immagine di uno
dei 24 anziani con quella delle sue guide (ossia Virgilio e Beatrice).
Nel canto XXIX, Dante parla dei sette doni dello spirito santo e questo sarà solo il primo
riferimento al numero 7 in questo e nel successivo canto. Il numero non è casuale, perché si
riferisce al libro dei sette sigilli in cui è appunto scritto tutto ciò che accadrà alla fine del mondo
terreno, e resterà fino ad allora nascosto alla conoscenza degli uomini.
Troviamo il secondo riferimento all’Apocalisse con l’emblema dei ventiquattro anziani, che nel
testo apocalittico rappresentano gli uomini scelti da Gesù per governare con Lui in cielo dopo aver
portato il giudizio sulla terra.
[il carro] fermo s’affisse: la gente verace
venuta prima tra ‘l grifone ad esso
al carro volse sé come a sua pace; (Purg., XXX, 7-9).
In questi versi Dante riprende appunto la figura dei ventiquattro anziani, definendoli gente veritiera;
e qui troviamo anche la figura mitologica del grifone che rappresenta Cristo nelle sue due nature:
umana (il leone) e divina (l’aquila).
L’ultimo riferimento è quello al Giudizio Universale, che nell’Apocalisse avviene dopo che satana,
il falso messia, e la bestia hanno contaminato il mondo per un millennio per poi essere gettati nelle
fiamme eterne da Dio. Egli scenderà sulla terra e giudicherà ogni uomo, decidendo se potrà vivere
beato o dovrà soffrire nell’inferno:
Quali i beati al novissimo bando
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surgeran presti ognun di sua caverna,
la revestita voce alleluiando,
cotali in su la divina basterna
si levar cento, ad vocem tanti senis,
ministri e messaggier di vita eterna. (Ibidem, 13-18)
Questo giudizio giunge per Dante – in anticipo, per lo straordinario privilegio del viaggio
ultraterreno – grazie a Beatrice che con grande forza lo rimprovera in quanto egli è ancora segnato
dal dolore e dal peccato, perché egli si era trovato a percorrere questo viaggio a causa del suo
smarrimento:
Tanto giù cadde, che tutti argomenti
a la salute sua eran già corti,
fuor che mostrarli le perdute genti. (Ibidem, 136-138)
II
“Manibus , oh, date lilïa plenis!” - “Spargete gigli a piene mani” (v. 21)
Queste parole sono tratte dall’Eneide: “Manibus date lilia plenis / purpureos spargam flores
animamque nepotis / his saltem accumulem donis, et fungar inani / munere” (libro VI, 883-885). In
questi versi parla Anchise, che vuole esaltare il giovane Marcello, già designato come successore di
Augusto, ma morto tragicamente all’età di soli diciannove anni, nel fiore della giovinezza.
Le stesse parole ritornano nel v. 21 del XXX canto del Purgatorio, ma il loro significato cambia
completamente, perché avviene qui il biblico passaggio “dal lutto alla gioia”
La ripresa di questi versi è dovuta al rispetto di Dante nei confronti del suo autore. Così facendo, il
poeta sottolinea l’importanza dell’esperienza antica: senza il maestro egli non sarebbe mai riuscito a
fare il passo che lo ha portato oltre, che lo ha portato sempre più vicino a Beatrice, sempre più
vicino al Bene.
I versi di Dante sono in “dissonanza” rispetto a quelli di Virgilio, in quanto la gloria celebrata
nell’Eneide per Marcello si è conclusa con la morte, che rappresenta non solo la fine dei successi e
della vita terrena, ma anche l’inevitabile fine di una stirpe. Anche Beatrice era morta, ma il passo
compiuto da Dante supera l’amore e la vita terrena: infatti questi versi hanno la funzione di
introdurre la speranza che ritroviamo nel paradiso, un luogo dove tutto ciò che era mortale si evolve
e raggiunge l’apice del proprio significato. L’obiettivo di qualsiasi esperienza è situato nel Bene, in
Dio, e proprio per questo qualsiasi azione ed esperienza fatta in terra troverà senso e permetterà
l’adempimento della felicità del proprio animo, puro come un giglio.
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Dover abbandonare il proprio autore è una grandissima sofferenza: Virgilio era diventato ormai il
dolcissimo patre di Dante, figura alla quale poteva rivolgersi in qualsiasi momento del suo percorso
per far luce e trarre la verità che si cela dietro ogni evento.
…volsimi a la sinistra col respitto
col quale il fantolin corre a la mamma
quando ha paura o quando elli è afflitto,
per dicere a Virgilio: “Men che dramma
di sangue m’è rimaso che non tremi:
conosco i segni de l’antica fiamma”.
Ma Virgilio n’avea lasciati scemi… (Purg., XXX, 43-49).
Ogni singola goccia di sangue trema per la paura in Dante, quando egli si rivolge per l’ennesima
volta al solo che possa dargli una spiegazione, ma che ormai non c’è più. L’abbandono di Virgilio
indica soprattutto una crescita spirituale e morale in Dante, che è ormai consapevole delle sue scelte
ed è pronto a vedere e giudicare nel modo giusto la realtà ed è soprattutto pronto ad affrontare
qualcosa che supera la vita stessa: il Paradiso.
«Dante, perché Virgilio se ne vada,
non pianger anco, non pianger ancora;
ché pianger ti conven per altra spada» (Ibidem, 55-57).
Dante è afflitto perché non sa se sarà all’altezza di riconoscere la strada giusta da solo, ma in verità
il pieno sacrificio avverrà con l’ingresso nel Paradiso, dove bisognerà rimettere in discussione tutto
ciò che il poeta ha vissuto: fino alla fine del Purgatorio è stato un percorso umano, segnato prima da
errori (nell’Inferno), ma poi da consapevolezza e pentimento (nel Purgatorio); ma la grazia di Dio
non è qualcosa di esente dai sacrifici, anzi è l’arrivo al riconoscimento dei propri limiti umani
dinanzi alla vastità del bene divino, che oltre a comprendere le intere conoscenza umane e i gesti di
carità, tocca qualcosa di umanamente incomprensibile; tutto ciò porterà Dante a creare dei
neologismi nel Paradiso per riuscire a testimoniare la sua esperienza: Trasumanar significar per
verba / non si poria; però l’essemplo basti / a cui esperienza grazia serba (Par., I, 70-72).
L’importanza di Virgilio viene scandita nel XXX del Purgatorio, il canto in cui il suo nome viene
pronunciato più volte in tutta la Commedia: 5 volte solo in questo canto, ed in generale 24 volte nel
Purgatorio, a differenza delle 5 dell’Inferno e le sole 2 nel Paradiso); ma come ben sappiamo,
Dante non tralascia nemmeno una virgola e nulla nella Commedia è detto a caso o senza un chiaro
fine: la numerologia ha un ruolo fondamentale nell’opera, in quanto ci permette di svelare dei
messaggi “nascosti” da Dante.
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Infatti è recente la scoperta del prof. Franco Nembrini 1, che – attraverso un’attenta analisi in ambito
numerologico riguardante la lunghezza di ogni canto di tutte e tre le cantiche – ritiene di aver
“scovato” lo “scheletro” dell’intera Commedia; egli ha ripreso la teoria di Singleton, noto dantista:
addizionando le cifre che compongono il numero del verso finale di ogni canto, avremo una serie di
numeri che si ripetono, i numeri noti sono 7 ; 10 ; 13.
Nembrini, sovrapponendo i numeri ripetuti nelle tre cantiche, ha notato chiaramente che al centro
del purgatorio si può tracciare una croce, dove sommando i numeri in verticale ed orizzontale si
ottengono gli anni di Cristo: 33 (7+13+13 verticale, 10+13+10 orizzontale).
Come possiamo vedere, la stessa piccola croce, nella tabella si ingrandisce ed abbracciando i
numeri delle altre cantiche forma una croce più grande. Le braccia della croce più grande
presentano una sequenza di numeri diversa: il braccio che si estende nell’inferno ha una sequenza
numerologica tale: 13 ; 10 ; 13; sommando le cifre di questi numeri si ottiene il 9, numero di
Beatrice. Nell’Inferno abbiamo questa sequenza in quanto l’uomo è solo e l’unica grazia che può
salvarlo è la sua donna. Le braccia del Purgatorio sono uguali, riportano la stessa sequenza: 10 ; 7 ;
1
F. NEMBRINI, Dante poeta del desiderio, vol. II – Purgatorio, 2012 Itacalibri, Castelbolognese (RA), pp. 105-119.
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10. Il 7 è il numero dell’uomo ed il 10 è il numero della misericordia divina che lo comprende
(7+3). Il braccio del Paradiso presenta la sequenza: 7 ; 7 ; 13; questi numeri indicano la progressiva
ascesa dell’uomo verso il Paradiso.
Dante, oltre a voler sottolineare il dolore da lui provato dopo il vuoto lasciatogli dalla scomparsa del
maestro, pronuncia il suo nome per cinque volte nel nostro canto, anche in modo simbolico: nella
Bibbia il cinque è il simbolo dell’Uomo-Dio per le cinque ferite di Cristo sulla croce (per questa
ragione, è considerato anche come il numero della Grazia).
Quando vidi costui nel gran diserto, / «Miserere di me», gridai a lui, / «qual che tu sii, od ombra od
omo certo!». / Rispuosemi: «Non omo, omo già fui... (Inf., I, 64-66). Curioso è in effetti notare che
la prima parola pronunciata da Dante personaggio nella Commedia sia appunto miserere: da subito
sottolinea l’urgente esigenza d’aiuto per intraprendere il doloroso cammino. Inoltre ricordiamo che
Virgilio viene nominato ventiquattro volte (numero che ricorre anche nell’epica classica: l’Iliade e
l’Odissea sono composte da 24 libri ciascuna, invece l’Eneide dalla metà, ossia 12) in tutta la
cantica del Purgatorio: ventiquattro erano anche gli anziani del libro dell’Apocalisse; essi
prendevano decisioni politiche, consigliavano il re e rappresentavano il popolo in questioni
spirituali. La scelta di pronunciare ventiquattro volte il nome di Virgilio è dunque un ulteriore
metodo per sottolineare la grandezza della sua autorità e la sua essenziale presenza al fianco di
Dante.
«Or discendiam qua giù nel cieco mondo».
Ripercorriamo insieme a Dante qualche passo del cammino da lui compiuto insieme a Virgilio: un
cammino intenso, durato due terzi della Commedia, pieno di ostacoli, superati soprattutto grazie
all’aiuto e all’ingegno dell’antico poeta.
Inf. I, 65: «Miserere di me», gridai a lui. Questo è il grido di pietà di Dante, è la prima voce umana
che risuona nel poema, la frase è rivolta a Virgilio, che diventerà la sua guida. In questi versi
Virgilio riaccende una speranza in Dante dopo che questi era entrato in uno sconforto totale a causa
delle fiere, avvertendo il bisogno di un sostegno morale.
Inf. II, 45: «l’anima tua è da viltade offesa». In questi versi Virgilio cerca di confortare Dante, in
modo da fargli continuare il cammino, dicendogli che Beatrice lo ha mandato a salvarlo, così da
incoraggiare Dante a proseguire. Qui Virgilio racconta che quella è la prima volta in cui ha provato
dolore per Dante.
Inf. III, 19-20: E poi che la sua mano a la mia puose / con lieto volto, ond’io mi confortai. Qui,
appena entrati nell’inferno, Virgilio assume nuovamente il ruolo di protettore per Dante, accentuato
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dal fatto che lo prende per mano con uno sguardo sereno, così da permettergli di continuare il
cammino.
Inf. III, 76-78: Ed elli a me: “Le cose ti fier conte / quando noi fermerem li nostri passi / su la
trista riviera d’Acheronte”. Virgilio rimprovera Dante in modo apparentemente brusco, per la
prima volta gli si rivolge quasi “bloccando” le troppe domande di quest’ultimo, rispondendogli che
saprà tutto quando arriverà alle sponde del fiume. Dante, timoroso di non aver mostrato a Virgilio il
rispetto meritato, si chiude in un atteggiamento di vergogna.
Inf. IV, 13-14: «Or discendiam qua giù nel cieco mondo». Virgilio entra in quel mondo di dolore
che è anche il suo: esso viene definito cieco. Perchè è proprio ciò che caratterizza il cerchio di
Virgilio, dove non vi è altra colpa che la mancanza della fede, ovvero del credere al di là
dell’evidenza. Con i soli due aggettivi cieco e smorto, Dante coglie ed esprime pienamente quale sia
l’animo di Virgilio in quel momento.
Inf. V, 23-24: «vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare». Lo spirito
protettivo di Virgilio si manifesta in modo sempre crescente nei gesti che il poeta compie per
contrastare le resistenze incontrate durante il viaggio infernale e questo lo si vede dalla risposta che
dà a Minosse, che ha un valore di lasciapassare. Qui si può inoltre notare l’imponenza del potere
divino che riesce facilmente a superare gli ostacoli del male.
Inf. VIII, 121-123: E a me disse: "Tu, perch’io m’adiri, / non sbigottir, ch’io vincerò la prova, /
qual ch’a la difension dentro s’aggiri. Questa volta neanche la ragione di Virgilio può nulla contro i
diavoli che sorvegliano le mura di Dite, però il poeta non si dà per vinto e chiude il canto con la
convinzione di poter superare comunque questa prova, chiunque sia ad ostacolarlo.
Ma, insomma, chi è Virgilio, perché è così importante nella vita di Dante? Tu se’ lo mio maestro e
‘l mio autore; / tu se’ solo colui da cu’ io tolsi / lo bello stilo che m’ha fatto onore (Inf., I, 85-87). È
un maestro, dal latino magister: colui che è più grande, ma soprattutto egli è “autore” (da augere:
colui che fa crescere, rende florido), capace di indicare al poeta, per la sua maggiore esperienza, la
strada giusta da fare, è colui che si prende cura di rendere giusto il criterio delle scelte, è colui che
apre gli occhi a Dante quando vorrebbe tenerli chiusi, il suo scopo è quello di mostrare la verità non
come appare bensì com’è. Non a caso Dante, crescendo nel rapporto con la sua guida, arriva a
chiamarlo “padre” solo nel Purgatorio, perché Virgilio, l’antico poeta, diventa un’autorità che
attraverso i modi severi ed i continui rimproveri, lo fa crescere e lo rende finalmente consapevole
delle sue conoscenze, lo rende pronto a puntare più in alto, verso un Bene capace di abbracciare e
sorpassare l’umanità. Si tratta di riconoscere le proprie radici, riconoscere che deriviamo da anni di
storia fatta di persone che hanno già vissuto determinate situazioni ed eventi, infatti Virgilio è
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proprio questo: un personaggio storico che ha ampliato la visione del suo tempo, ha dato modo
all’arte di essere chiamata tale, perché “crea”, perché accresce l’animo, lo sviluppa, amplia la nostra
conoscenza e soprattutto ci rende consapevoli della vita, che rimane un’eterna ricerca e scoperta. La
scelta di un personaggio come Virgilio è un atto di rispetto ed umiltà verso la storia e l’arte della
poesia: egli è il padre, senza il quale Dante non avrebbe mai fatto il passo successivo per
raggiungere Beatrice, che è già parte della felicità di Dante.
Anche per noi è fondamentale iniziare a renderci conto delle autorità che ci circondano, soprattutto
alla nostra età tendiamo ad essere indipendenti, pensiamo di poterci fare e crescere da soli, ma non
ha senso: bisogna muoversi verso chiunque voglia e sia capace di farti crescere, perché è vera
testimonianza di Bene ed Amore; sono persone che quando vanno via, oltre a lasciarci una grande
crescita e maturità, lasciano anche una lacrima sul volto:
[…] Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi;
né quantunque perdeo l’antica matre,
valse a le guance nette di rugiada,
che, lagrimando, non tornasser atre (Purg., XXX, 50-54).
Nel seguito del canto Dante entra in un grande sconforto non solamente per la scomparsa del poeta,
ma soprattutto per la lontananza dal vero, che sarà personificata dalla sua domina: Beatrice.
Una donna-angelo che sarà in grado di elevarlo e fargli intraprendere in modo giusto, e soprattutto
vero, il cammino e l’esperienza del Paradiso.
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III
DONNA M’APPARVE…
Io vidi già nel cominciar del giorno
la parte orïental tutta rosata,
e l’altro ciel di bel sereno addorno;
e la faccia del sol nascere ombrata,
sì che per temperanza di vapori
l’occhio la sostenea lunga fïata:
così dentro una nuvola di fiori
che da le mani angeliche saliva
e ricadeva in giù dentro e di fori,
sovra candido vel cinta d’uliva
donna m’apparve, sotto verde manto
vestita di color di fiamma viva. (Purg., XXX, 22-33)
Nel XXX canto del Purgatorio Dante rivede Beatrice al culmine della lunga processione nell’Eden.
Ecco infatti già nel XXIX canto arrivare un carro trainato da un grifone simbolo di Cristo, con tre
donne a destra (simbolo di fede, speranza e carità) e quattro donne sulla sinistra rappresentanti le
quattro virtù cardinali (fortezza, temperanza, giustizia e prudenza). Egli vede nuvole di fiori che
salgono dalle mani degli angeli e ricadono dentro e fuori dal carro; dietro questa nuvola Dante
rivede la donna che Amore gli fece conoscere.
Ella indossa una ghirlanda di ulivo, simbolo di purificazione, appunto perché Beatrice è vista da
Dante come una donna pura, senza peccato e viene paragonata più che a un angelo.
“Apparve vestita di nobilissimo colore” (Vita nova, I)
Il vestito che Beatrice indossa è di color di fiamma viva (v. 33): così la vide la prima volta, “vestita
di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la giusta che a la sua giovanissima
etade si convenia” (Vita nova, cap. I); il colore rosso è infatti simbolo di amore e carità.
“Incipit vita nova”: con quest’espressione si indica l’inizio di un radicale cambiamento
dell’esistenza.
La Vita Nova offre subito il racconto del primo incontro con Beatrice, quando Dante aveva nove
anni. Nel descrivere l’evento il poeta si sofferma in particolare sulle conseguenze che l’apparizione
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della donna ha avuto su di lui e sulla sua vita, cambiandola radicalmente: “D’allora innanzi dico che
Amore segnoreggiò la mia anima” (cap. I).
Si può inoltre paragonare l’arrivo di Beatrice nel XXX del Purgatorio con il primo incontro nella
Vita Nova. Beatrice viene definita come un’apparizione, e non si hanno indicazioni né spaziali né
temporali: «Ella non pare figliuola d’uomo mortale, ma di deo», dice di lei il poeta parafrasando
Omero. Più avanti, giunge ad affermare che la sua amata è morta non per la malattia di cui soffriva,
ma perché il cielo non poteva fare a meno di lei, come già anticipato anche in Donne ch’avete
intelletto d’amore (cap. XIX): “lo cielo che non have altro difetto / che d’haver lei, al suo segnor la
chiede, / e ciascun santo ne grida mercede” (19-21), segnando un passaggio nella concezione
dell’amore: dall’esperienza terrena alla perfezione celeste.
Nella Vita nova Beatrice è una figura graziosa, gentile e onesta, ovvero piena di decoro esteriore ed
interiore, tanto che quando cammina per le vie della città, tutti fanno silenzio e non osano guardarla.
Si mostra bella a chi la guarda e i suoi occhi trasmettono una dolcezza al cuore tale che chi non la
prova non può capire.
Quando Beatrice si rivolge finalmente a Dante nel paradiso terrestre, questa volta l’accoglienza da
parte della donna non è invece calorosa come Dante poteva sperare.
Ella lo esorta a non piangere per la dipartita di Virgilio, ma a conservare le lacrime per altri motivi
che successivamente scoprirà. Qui troviamo una similitudine riferita a Beatrice: ella viene infatti
paragonata – un po’ incredibilmente – ad un ammiraglio; come il comandante di una flotta di navi
che sorveglia tutto ed incoraggia i marinai, ella si occupa di dire a Dante di fare del bene e
chiamandolo per nome lo rimprovera per aver osato accedere all’Eden, sede della piena beatitudine:
Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice!
come degnasti d’accedere al monte?
Non sapei tu che qui è l’uom felice? (Purg., XXX, 73-75).
Dante la guarda per un attimo, sufficiente per vedere, nonostante la presenza del velo, che i suoi
occhi sono puntati su di lui. Beatrice ora sembra a Dante una donna severa quanto lo è una madre
che rimprovera il proprio figlio:
così la madre al figlio par superba,
com’ella apparve a me; perché d’amaro
sente il sapor de la pietade acerba (Ibidem, 79-81).
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Beatrice, la donna dai due volti
Nel II canto dell’Inferno Beatrice piangendo narra a Virgilio che, poiché non si era accorta
dell’angoscia di Dante, era stata richiamata da Santa Lucia (e indirettamente dalla Vergine): ora ha
bisogno il tuo fedele / di te ed io a te lo raccomando (98-99); Beatrice si muove chiedendo aiuto a
un uomo di cui Dante ha tanta stima: Virgilio. In questo canto la “gentilissima” è affranta dal dolore
che sta provando l’amico mio, e non de la ventura (v. 61).
Tale accorata sollecitudine nei confronti di Dante, però, non sembra presente nel XXX del
Purgatorio, in quanto gli rivolge aspri rimproveri, ma in realtà sta solo cercando di indurre il poeta
alla consapevolezza, per poterlo pienamente perdonare; anche nel Paradiso l’atteggiamento nei
confronti del discepolo è severo ed egli è spesso richiamato alla verità delle cose.
Beatrice poi conduce Dante verso la sua ultima guida, San Bernando, il quale le subentra nel finale
del Paradiso, come Beatrice aveva preso il posto di Virgilio nell’Eden. Nella rosa dei beati Dante si
volge verso la sua “gentilissima” desideroso di rivolgerle alcune domande: in atteggiamenti
benevoli e paterni, al posto della donna amata, trova invece il più famoso mistico del secolo XII,
San Bernardo da Chiaravalle. Egli, devoto alla Vergine e simbolo della scienza mistica, succede a
Beatrice per condurre Dante alla visione finale di Dio. Poiché il Poeta vuole sapere dove si trova ora
Beatrice, il Santo gli spiega che è ritornata al suo seggio.
Dopo che Dante ha innalzato alla sua donna una preghiera di ringraziamento (che culmina
nell’affermazione Tu m’hai di servo tratto a libertate, Par., XXXI, 85) per averlo guidato dal
peccato alla salvezza eterna e dopo che ha invocato, ancora una volta, il suo aiuto, San Bernardo lo
invita a percorrere di nuovo con lo sguardo tutto l’Empireo, per prepararsi alla visione di Dio.
Dante, esortato dal Santo, deve contemplare innanzitutto la regina del cielo e quindi concentrarsi
sull’alto. La Vergine apparirà al pellegrino nel punto più alto della candida rosa, che per il momento
è avvolta in una luce intensissima, circondata dal volo festoso di migliaia di angeli (Ibidem, 4-12).
Dopo che Beatrice è tornata al suo seggio, Dante le rivolge l’ultimo ringraziamento ed affida a lei la
propria anima: La tua magnificenza in me custodi, / sì che l’anima mia, che fatt’hai sana, / piacente
a te dal corpo si disnodi (Ibidem, 89-90).
Nel XXX del Purgatorio Beatrice appare come una presenza severa e imperiosa, come quella di un
ammiraglio (v. 58), ma anche di una madre: si delineano così due aspetti fondamentali che meglio
la definiranno nel Paradiso, quello della guida certa e quello della madre affettuosa. Beatrice, ad
ogni modo, non rimprovera Dante per sadismo, ma appunto perché gli vuole bene e lo vuole
perdonare; anzi, per farlo, non esita a mettere per un momento a tacere perfino gli angeli: Voi
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vigilate ne l’etterno die […] onde la mia risposta è con più cura / che m’intenda colui che di là
piagne, / perché sia colpa e duol d’una misura (Ibidem, 103-108).
Tutte le vicende della Commedia permettono al lettore di immedesimarsi nel personaggio di Dante:
abbiamo paragonato Virgilio ad un “maestro” che parte, e ci lascia, ma questa partenza non è un
abbandono, poiché anzi è necessaria per l’entrata in scena di un personaggio che è sempre stato in
qualche modo presente.
Il passaggio tra le due guide è una crescita spirituale per il poeta; la sostituzione di Virgilio avviene
non solo perché Beatrice è “anima più degna”, ma nella Commedia ha la funzione di far
comprendere quanto sia importante accettare i propri errori, rivalutando le proprie esperienze per
andare avanti e affrontarne altre sempre al meglio, cercando di percorrere la strada giusta.
IV
NOMINA SUNT CONSEQUENTIA RERUM
Nel XXX canto del Purgatorio Dante ci fa riflettere sul fatto che ogni nome ha il suo significato, un
significato universale, ma ogni nome ha anche un’immagine che gli uomini attribuiscono ad esso.
Questa immagine è sempre diversa e varia da persona a persona. Noi, ad esempio, associamo le
parole alle nostre esperienze di vita, chiudiamo gli occhi e osserviamo un’immagine, ascoltiamo un
suono, sentiamo un profumo e riviviamo un momento del passato. Questo è un meccanismo
naturale che il nostro cervello ha bisogno di compiere non solo per tenere allenata la memoria ma,
allo stesso tempo, per risvegliare le emozioni. Spesso noi non ce ne accorgiamo, ma anche mentre
parliamo immaginiamo volti e paesaggi.
Basta pensare alla parola più semplice di tutte: mamma. Questo nome è il più importante da quando
siamo bambini ed è il primo al quale viene attribuita un’immagine, un odore, ma per ognuno di noi
rappresenta un qualcosa di diverso. La parola in sé indica la donna che ci ha fatto nascere e che si
prende cura di noi, ma nel momento in cui viene pronunciata o pensata, ognuno di noi rivede nella
sua immaginazione un volto preciso, unico e inconfondibile.
Noi abbiamo bisogno di rivivere con le parole dei momenti della nostra vita e questo ci aiuta a non
dimenticare e a capire le esperienze degli altri. Immedesimarsi in chi ci parla, ci può aiutare a capire
qualcosa di noi, è questo il vero confronto.
Ci siamo accorti di questo quando Dante, nel nostro canto, riprende le parole di Virgilio dando ad
esse un significato diverso ed associandole alla propria esperienza:
conosco i segni de l’antica fiamma (v. 48).
È la traduzione letterale del verso virgiliano agnosco veteris vestigia flammae (Eneide, IV, 23). In
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Virgilio le parole sono pronunciate da Didone che, grazie ad Enea, prova di nuovo quell’amore che
pensava spento per sempre dopo la morte del marito. Anche Dante improvvisamente riconosce quei
segni, che però, data la nuova esperienza, ora per lui hanno una nuova potenza.
Dante “vive” ogni parola: non si basa semplicemente sul valore dell’immagine, ma lega la parola
all’esperienza sensibile che tende verso l’eternità. Come avviene già nell’Inferno, notiamo che egli
compie un grande sforzo per comunicare le sue esperienze che corrispondono alla scoperta delle
verità cristiane. Egli riesce a trasmetterci tutto il dolore, la tristezza, la vergogna e la paura che
prova. Ad esempio nel XXX del Purgatorio comunica al lettore la sua tristezza dovuta alla
scomparsa di Virgilio, tanto da non riuscire a trattenere le lacrime e a non sporcarsi nuovamente il
volto: Ma Virgilio n’avea lasciati scemi / di sé, Virgilio dolcissimo patre, / Virgilio a cui per mia
salute die’mi; / né quantunque perdeo l’antica matre, / valse a le guance nette di rugiada / che,
lagrimando, non tornasser atre (49-54).
Nessuna parola in Dante è casuale, non è una coincidenza che le tre cantiche della Commedia
terminino con la parola “stelle”:
e quindi uscimmo a riveder le stelle (Inf. XXXIV, 139);
puro è disposto a salir le stelle (Purg. XXXIII, 145);
l’amor che muove il sole e l’altre stelle (Par. XXXIII, 145).
La scelta della parola acquista una “infinita” valenza simbolica: è il riferimento al cielo, a quella
dimensione alla quale l’uomo deve tendere per accedere a Dio.
Al verso 55 del XXX del Purgatorio Dante viene chiamato per nome da Beatrice: il suo nome si
registra soltanto in questa occasione in tutto il poema e non è certo per modestia né – al contrario –
per vanità. Per una sola volta Dante fa il proprio nome ed è per necessità: sente che è arrivato il
momento di rispondere alla chiamata. Beatrice usa un tono materno ma fermo verso di lui, è come
una madre che parla amorevolmente con suo figlio anche quando lo sta rimproverando.
Il suo essere chiamato per nome è l’apice di un percorso: Dante nasce nel dolore del peccato
originale dell’inferno, è guidato al purgatorio da Virgilio come un padre e viene ora affidato alle
amorevoli braccia di Beatrice, come a una madre. È ora pronto a ricevere il sacramento del
Battesimo, inizia la vera vita cristiana incentrata sull’amore di Dio.
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Epilogo
Servi dell’Avvenimento
“Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore” (Inf., I, 85-87)
Maestro e autore: questi i connotati attribuiti da Dante a Virgilio già all’inizio dell’Inferno, ed è in
questo dittico che, a nostro avviso, come già esposto, si identifica uno dei più intensi rapporti della
Commedia.
Riprendiamo in proposito l’affermazione di Quintiliano: “[…] Sumat igitur ante omnia parentis
erga discipulos suos animum […]” (Institutio oratoria, II, II, 4): “Ordunque, innanzi tutto [il
precettore] assuma nei confronti dei discepoli la disposizione d’animo di un padre”; è necessario,
perché un maestro sia veramente tale, che egli offra la propria totale disponibilità a servizio
dell’apprendimento dei propri discepoli e che quindi, ponendosi in relazione all’alunno come un
padre in relazione al proprio figlio, scenda dal grado di “magister” a quello di “minister”, “più
piccolo”: questa è la dominante di un vero maestro, essere ministro e quindi servo dei propri
discepoli.
Definire la funzione di un tutore affidandoci al significato autentico delle parole è utile per
comprenderne il senso nella realtà, ma evidentemente non basta per rispondere al perché di questo
processo misterioso e quindi alla domanda «perché la grandezza, per essere veramente tale, deve
realizzarsi completamente nella cosa più piccola? Come mai l’interesse, il rispetto e l’attenzione
verso qualcuno fanno crescere quasi più “l’aiutante” che “l’aiutato”?».
Il percorso di Dante, sulle orme di Cristo, fornisce la risposta più esauriente e affascinante: quella
dell’Amore. Se “s’impara solo da chi si ama”, è vero anche che, poiché l’amore non agisce in una
direzione e un senso solo, “s’impara solo da chi ama”; perciò “solo chi ama può insegnare” e allo
stesso modo “solo chi ama può imparare”.
La cultura, la scuola, l’insegnamento e lo studio, se considerati nel loro significato originale, nel
loro “piccolo” possono davvero essere considerati come la massima espressione della grandezza
dell’Amore.
I rapporti che possono stabilirsi tra una guida e un giovane (come avviene per Virgilio e Beatrice
con Dante), inoltre, hanno la capacità di rivelare questa forza, in alcuni casi, ancor di più di un
rapporto familiare, proprio perché non sono imposti da legami naturali, ma sono il risultato di una
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scelta che alla base ha un altro elemento fondamentale per la costruzione di ogni progetto, di ogni
spunto di crescita e di ogni esercizio dell’amore: l’incontro.
Il potere dell’incontro è quello dell’avvenimento che, presentandosi alla nostra vita (da latino ad e
venire, perciò qualcosa che viene verso di te), ci chiama ad una risposta. Oltretutto ogni
avvenimento è prezioso proprio per la sua natura “versatile”: sebbene le uniche esperienze che nella
nostra vita viviamo in completa solitudine siano la nascita e la morte, è anche vero che negli
incontri che ci accadono c’è la chiave per scoprire, attraverso l’altro, ciò che potrebbe migliorare
noi stessi. Un altro aspetto interessante degli avvenimenti è la loro singolarità, come ad esempio la
rappresentazione della processione apocalittica, che avviene solo ed esclusivamente per Dante:
quando qualcosa accade, quando s’incontra il punto che rende ogni esperienza nuova e più
interessante, il fatto che abbiamo davanti è un’occasione sempre e soltanto per noi stessi.
Ciononostante, finché non si riesce a riconoscere l’opportunità di cambiare e non si smette di dire
“io non Enea non Paulo sono”, arrivando a capire ed affermare finalmente “chi sono io”, senza
timori o rimpianti, non si può “cogliere l’attimo” e renderlo prezioso per sempre.
Ogni momento è unico e, perché esso possa esercitare la propria capacità di cambiare la nostra vita,
c’è solo una risposta riassumibile in una sola sillaba: “Sì”.
Confusione e paura insieme miste
mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,
al quale intender fuor mestier le viste (Purg., XXXI, 13-15).
Si tratta del “sì” a cui Dante – come ognuno di noi – è chiamato dalla proposta “liberi soggiacete”
presentatagli nel XVI del Purgatorio da Marco Lombardo; si tratta di saziare la necessità primaria
della propria felicità, si tratta di inseguire la “convenienza” (nel senso pieno del termine) di cui
parla anche Virgilio nel I dell’Inferno: A te convien tener altro vïaggio (v. 91). Ed è quel “sì” che,
finalmente, mettendo in moto il processo del cambiamento, permette il raggiungimento della
salvezza, la salita definitiva verso la gloria del Paradiso.
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