Notiziario e bibliografia 249 medesimo complesso, a quanto si può

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Notiziario e bibliografia 249 medesimo complesso, a quanto si può
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medesimo complesso, a quanto si può pensare, disperso con probabilità sulle pendici del
monte quando i Romani fortificarono nelle vicinanze un loro accampamento. Che si tratti di
una sorta di monumento composito di vittoria o per esaltare il dominio su un certo territorio
è indubitabile: eliminata la possibilità che su una' delle stele vi fosse un personaggio in piedi
su un toro (il che avrebbe potuto indicare una divinità), nessun segno palesa che non si
tratti di ung figura umana. La posizione dominante alla sommità del Riis et Tell, da cui si
vede un largo tratto della pianura, si presta bene ad una situazione del genere ed è con questo
intendimento che l'A. introduce il problema della collocazione storic<rgeografica dei monumenti figurati. La soluzione che prospetta è certamente interessante: partendo dalle osservazioni sia del von Oppenheim che del benemerito Van Liere, tra i numerosissimi insediamenti
di: quest'area, l'A. pone in rilievo la presenza di una diecina di abitati provvisti di doppia cinta
di mura, tra cui ovviamente spicca, ancor che con sue caratteristiche, Tell Chuera, oggetto,
com'è noto, di campagne di scavo a cura della Fondazione von Oppenheim. Si tratterebbe di
abitati nuovi, disposti lungo una fascia tra il Bellch ed il lato occidentale del Chiibiir con due
centri nella zona tra il Djebel Abd el Aziz e la confluenza del Chiibiir nell'iEufrate. In breve:
l'A. tenta una identificazione tra questi nuovi abitati (distrutti poi tutti contemporaneamente) e
una ondata di Semiti, anteriormente all'arrivo degli Accadi di Mesopotamia, i quali avrebbero,
tra l'altro, eretto il monumento plurimo di Djebelet el Beçlii. Naturalmente il centro sarebbe
Tell Chuera, evidentemente per le sue cospicue dimensioni, per quanto si possa obiettare che
la sua posizione, all'estremo occidente, non -rientri logicamente nel quadro che l'A. tratteggia
dell'arrivo di queste genti semitiche. Costoro sarebbero infatti arrivati da mezzogiorno; da un
punto imprecisabile non però lontano da Der ez Zor avrebbero attraversato la zona desertica
verso settentrione stanziandosi come prima tappa a Miill;Iet ed Deru. In V'ia ipotetica, per altro,
si potrebbe pensare ad un tragitto differente che avrebbe avuto ~ome prima area di occupazione
quella intorno al Bellch, appunto, ed in tal modo si potrebbe spiegare il decentramento del sito
più importante, Tell Chuera. Comunque è evidente che solamente lo scavo di un certo numero
di queste località, come mette in rilievo anche l'A., potrà chiarire e rendere consistenti ipotesi
di tal genere, nonché permettere un'indagine più approfondita che specifichi .Ja consistenza di
questo elemento semitico, ave ci sia, al quale dovrebbesi far credito di un complesso organizzato
di città con impianto urbanistico preciso, con tipi architettonici alquanto particolari, di cui per
ora ben scarse sono le tracce nella zona occidentale della Siria, donde avrebbe dovuto trarre
origine. C'è infine da osservare, in via generale, che la situazione desumibile da indagini di superficie, le quali quanto a materiali si devono -l1idurre per lo più a frammenti ceramici, può
esser soggetta a variare in modo radicale e che inoltre l'equazione ceramica =popolazione
va presa con grande cautela specie quando la si voglia poi estendere al concetto di cultura.
Un libro utilissimo, dunque, questo che Ursula Moortgat-Correns ci offre, ben scritto e
presentato con ·ricchezza di dllustrazioni e precisione di dati, che pone in nuova luce un gruppo
di monumenti figurati all'interno di un contesto culturale che ha precise implicazioni di carattere storico per lo sviluppo che si ebbe nell'area settentrionale della Mesopotamia con l'arrivo
delle genti semitiche da occidente.
PAOLO EMILlO ,PECORELLA
Tell Chuera in Nordost-Syrien. Vorliiufiger
Bericht iiber die sechste Grabungskampagne 1973 (Schriften der Max Freihcrr von Oppenheim-5tiftung, Heft 8), Berlin 1975. Pp. 59, figg. 30 e 5 piante.
ANTON MOORTGAT, URSULA MOOTGART-CORRENS,
! cosa di cui rallegrarsi se, dopo nove anni di interruzione, si sia potuto riprendere lo
scavo di questa interessantissima località sita nell'area tra l'alto corso del Chiibiir e quello del
Bellch. Nonostante il lungo periodo di tempo intercorso e la faticosa ripresa di un lavoro sul
campo con i guasti che il tempo produce (gli A. specificano che era difficile raccapezzarsi sul
cantiere anche mediante l'ausilio delle piante, tanto era stata edace l'opera degli agenti atmosferici!) lo scavo è stato ripreso là dove era stato lasciato nel 1964. Per buona sorte gli avvenimenti dell'autunno del 1973 non turbarono la spedizione. Questa poté concentrarsi nell'area
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centrale dove erano stati scavati i quattro livelli del cos1 detto tempio in antis (per quanto una
definizione di tal genere possa risultate ostica agli orecchi dei classicisti): si è liberato il
quinto livello, il quale ha mostrato una sostanziale se non addirittura una stretta analogia
con la struttura del quarto livello, soprastante di poco meno di un metro (i primi tre livelli
presentano, come si sa, il vero tempietto in antis nelle varie successioni, per altro omogenee),
con differenze che riguardano unicamente la disposizione interna. Per quanto attiene ai materiali,
si deve purtroppo notare che sono stati rinvenuti solo pochi frammenti di ceramica, ben poco
rispetto ai l'icchi trovamenti della cella del IV livello. Assai interessante, comunque, è l'indagine
del quartiere che circonda il tempietto, delimitato o intersecato, a oriente e ad occidente, da
due stradicciuole con andamento Nord-Sud. L'area della corte del LV livello presenta invece,
nel V, tre vani ("'5, 46 e 49) (e la zona nord-occidentale è ancora da scavare o meglio da
riscavare per quanto riguarda il .IV livello) di cui uno era apparentemente adibito ad opera:doni di libazione. Da qui proviene un interessante vaso a tre piedi cavi, collegabile con altr>i
esemplari dell'area dell'Eufrate (Til Barsip, Karkemi~, Hamman, Amarna, Kara Kuzak, Harran,
oltre Mari).
Lo scavo dei vani ad occidente della strada occidentale presenta dei problemi per quello
che riguarda i vari livelli, e l'opera iniziata nel 1964 è stata portata innanzi in modo da chiarire
quanto più possibile le relazioni reciproche; del vano 22' si può dire che non è impossibile che
si tratti della cella di un altro sacello, inglobato tra altri vani, di cui il n. 47 ha restituito un
tesoretto metallico tra cui due straordinari uccelli, forse aquile, di lamina di bronzo o di rame,
di cui uno dall'apertura alare di un metro e venti. Il fatto che le due lamine fossero arrotolate,
oltre alla presenza di altri oggetti, tra cui asce, interi o frammentarii, parlerebbe a favore di
materiale destinato ad essere fuso e nuovamente rimodellato. È comunque opinione degli A. che,
se il vano 47 ha da essere in relazione al santuario, deve appartenere al IV livello. Gli altri
vani a mezzogiorno, tra cui il n. 15, un opificio o una cucina, sono stati completamente recati
alla luce: i vani 37 e }8, forse anch'essi degli opifici, dovrebbero appartenere invece al V
livello. È comunque possibile che esista un'altra area occidentale che non era in relazione
funzionale con quella del piccolo tempio.
Altri cantieri hanno ripreso l'attività: è stata liberata completamente la scalinata dello
Steinbau Hl mentre si è accertato che non esisteva una nello Steinbau IV. Quanto alla
Steinbau V, si tratterebbe del primo edificio profano d'aspetto fuori dell'ordinario in questo
sito: un palazzo o la sede di un qualche organo amministrativo. Da qui proviene un bel sigillo
con un triplice fregio di figure interconnesse che gli A. ascrivono al momento di passaggio tra
l'epoca di Mesilim e quella della prima dinastia di Ur. Questo edificio sarebbe quindi la
struttura più tarda scavata fino ad ora nel sito, mentre la datazione della struttura templare
viene ascritta all'inizio dell'epoca di Mesilim, come testimoniano per altro i confronti disponibili
per le asce del gruppo di bronzi del vano n. 47.
Chiara, esauriente, agile e riccamente illustrata con fotografie e piante, anche questa sesta
relazione preliminare di questo scavo si pone a modello nel modo archeologico. Si arricchiscono le testimonianze della penetrazione mesopotamica verso l'altopiano anatolico la quale,
sia detto per inciso, sta trovando eccellenti, diremmo straordinarie, testimonianze nel cuore
dell'alto corso dell'Eufrate, a Malatya, ad opera di una missione italiana (si veda A. PALMIERI,
Scavi nell'area sud-occidentale di Arslantepe, in « Origini» VB, 1973, pp. 55 sgg.).
PAOLO EMILIO PECORELLA
DR. O. A. TApiiREK, Adana Bolge Miizesindeki Urartu Kemerleri. Tbe Urartian Belts in tbe
Adana Regional Museum (Adana Eski Eserleri Sevenler Dernegi Yayinlart 1), Ankara
1975, pp. 34, figg. 28 e 67 illustrazioni f.t.
Circa cinque anni fa, a sud-est della città di Van, nei pressi del villaggio di Giyimli,
venne alla luce un cospicuo numero di lamine bronzee urartee, decorate; si dice fossero circa
duemila. In conseguenza di questa scopertura fortuita e clandestina, A. Erzen, quale direttore
del Centro per le ricerche storiche ed archeologiche dell'area di Van dell'Università di iIstanbul,

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