speciale donne/1 - Osservatorio Iraq

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speciale donne/1 - Osservatorio Iraq
la solitudine
di Sherazade
speciale donne/1
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INDICE
INTRODUZIONE5
Turchia
BUONE LE PREMESSE, MODESTI I RISULTATI
Cambiare si può: incontro con Pervin Chakar Libano
di Luca Bellusci
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di Luca Bellusci10
SE LE DONNE SONO CITTADINE A METÀ di Elisa Piccioni
Migliorare la condizione della donna, “liberando” l’uomo
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di Elisa Piccioni16
Palestina
Speciale Donne/1
L’INTIFADA DELLE DONNE, TRA OCCUPAZIONE E PATRIARCATO di Cecilia Dalla Negra 20
Le donne di Gaza continuano a lottare di Cecilia Dalla Negra26
la solitudine
di Sherazade
Giordania
MORIRE D’ONORE
di Marta Ghezzi30
Iraq
SHERAZADE NON ABITA PIÙ QUI di Francesca Manfroni36
Golfo
ESCLUSIONE E DISCRIMINAZIONE, PER LE DONNE IL LAVORO È ANCORA UN MIRAGGIO di Anna Toro 40
Donne migranti, una tragedia tutta ‘domestica’ di Stefano Nanni44
Iran
STORIE DAL BRACCIO 209 di Cecilia Dalla Negra50
Non rinnegano la rivoluzione, è la rivoluzione a rinnegare loro di Marta Ghezzi 54
Afghanistan
TRA PAURA, VIOLENZE E LEGGI “INVISIBILI”
Quando la prostituzione comincia in famiglia di Anna Toro58
di Anna Toro62
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INTRODUZIONE
Poveri o ricchi, rivoluzionari o conservatori, la storia è quasi la stessa.
Anche il 2012 si chiude senza progressi significativi in termini di
miglioramento delle condizioni delle donne e dei loro diritti, anzi.
Secondo la classifica stilata dal Global Gender Gap, che si parli di paesi
post-primavere o dei potenti Stati del Golfo Persico, la storia non
cambia. È così che il Libano – a cui tanti guardano per le libertà accordate
alla popolazione femminile - segue invece in negativo il Bahrein,
collocandosi ben 11 punti al di sotto. O il “progressista” Marocco, come
amano chiamarlo le cancellerie occidentali, che con il suo 129esimo
posto nel 2010 ha visto 41.098 ragazze sotto i 18 anni diventare mogli.
Chiudono la classifica Arabia Saudita, Siria e Yemen, che si aggiudica
lo scettro di paese peggiore in termini di rispetto dei diritti di genere,
soprattutto in virtù di un 55% di analfabete e di un 79% di donne che
non hanno accesso al mondo del lavoro. Yemen tristemente noto anche
per le proporzioni del fenomeno delle spose bambine, che appena
dodicenni muoiono per problemi legati al parto. Ma la povertà non
c’entra, come dimostra la regina delle sabbie, l’Arabia Saudita, dove
le donne possono solo spendere le enormi fortune legate ai proventi
della vendita del petrolio. O dove nel 2002 sono arse vive 15 ragazze
in un incendio scoppiato in una scuola della Mecca: allora fu proprio
la «polizia morale» ad impedirgli di salvarsi, perché è meglio morire
che non indossare il velo. Così come non c’entra il grado di apertura
di una società, se si pensa che l’Egitto ha reso illegale la pratica delle
mutilazioni genitali femminili solo nel 2008, e con l’opposizione di
diversi esponenti dei Fratelli Musulmani (attualmente al potere). Quello
stesso Egitto in cui, ancora nel 2008, oltre l’80% della popolazione
femminile dichiarava di aver subito molestie e più del 60% degli uomini
ammetteva di aver provato ad abusare di una donna.
Con o senza primavere, è sul corpo delle donne che si combatte la vera
battaglia di libertà di questi paesi. E sebbene ad innescare le rivolte sia
stato un uomo - il venditore ambulante Mohamed Bouazizi - la vera
rivoluzione sarà sicuramente al femminile.
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| speciale donne
La Turchia è un laboratorio politico e sociale molto interessante. Negli ultimi dieci anni,
il paese ha avuto una crescita economica senza precedenti e ha adottato importanti
riforme strutturali, sia sul piano legislativo che giudiziario. La questione di genere,
nonostante gli sforzi fatti fin qui dalle istituzioni turche, rimane però un tema ancora
poco discusso perché avvenga un reale cambiamento nella società.
di Luca Bellusci
Quella turca è una società prettamente patriarcale, dove il ruolo
dell’uomo è predominante e quello della donna è legato a una
concezione che va aldilà del discorso religioso e affonda le proprie
radici in tradizioni, usanze e culture molto antiche.
La figura della donna e le ambiguità sulla Turchia
TURCHIA:
BUONE LE PREMESSE, MODESTI I RISULTATI
Negli anni società, Islam e politica hanno avuto modo di integrarsi,
fondendosi nel tessuto sociale turco, grazie soprattutto alla forte
impronta kemalista (laica) che le istituzioni hanno saputo conservare
nel tempo. Oggi la condizione della donna è lo specchio di un paese che
ha enormi potenziali di crescita, un’economia consolidata e un ruolo
internazionale di primo piano, ma che al tempo stesso subisce duri
contraccolpi sul piano delle politiche sociali e del rispetto dei diritti civili.
Secondo le valutazioni internazionali, nella lotta alla discriminazione e
alla violazione dei diritti delle donne la Turchia si colloca al 124esimo
posto su 135 (Global Gender Gap Report).
Nell’ultimo rapporto (2012) della Commissione Europea sui progressi
per raggiungere la piena adesione nell’Unione, la parte dedicata
ai diritti delle donne è molto chiara e parla di “violenza sessuale,
violenza domestica, discriminazioni sul lavoro, delitti d’onore e
matrimoni forzati”, tutti elementi ancora molto presenti all’interno
della società turca. Dei 35 capitoli inerenti le riforme strutturali che
Ankara dovrebbe attuare per una completa adesione all’UE, mancano
quelli più importanti, come la riforma del sistema giuridico e il rispetto
delle libertà personali e dei diritti civili, secondo gli standard dettati da
Bruxelles.
La legislazione e i reati connessi
Il riconoscimento dell’uguaglianza tra generi è sancito dall’art.10 della
Costituzione turca, che vieta ogni forma di discriminazione in base al
sesso, mentre il n.41, rivisto di recente, sancisce che la famiglia è fondata
sull’uguaglianza dei due coniugi. Esistono perciò quelle premesse
giuridiche su cui lavorare per armonizzare la legislazione nazionale con
i principi riconosciuti dalla comunità internazionale a protezione della
donna. Inoltre, nel marzo di quest’anno è stata ratificata da Ankara
la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e lotta alla
violenza domestica e sulle donne (Stop Violence Against Women).
Le organizzazioni a protezione della donna
Pur essendoci grandi disparità di genere, la Turchia si contraddistingue
per la vivacità della sua società civile, in grado talvolta di essere
foto di Simona Ghizzoni
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precursore di importanti cambiamenti sociali. Tra le varie associazioni
che lavorano da anni per il rispetto dei diritti della donna, ci sono la
KA.DER e la CATOM, due organizzazioni nate nella seconda metà degli
anni ’90.
KA.DER mira ad aumentare il numero delle donne in politica e nelle
posizioni decisionali, in modo da realizzare una pari rappresentanza
di donne e uomini. L’associazione ritiene che le diverse esperienze e
le capacità delle donne dovrebbero riflettersi anche nelle questioni
sociali e politiche.
Per quanto riguarda invece la rete dei centri CATOM, essi costituiscono
una parte centrale degli sforzi dello Stato turco per la promozione
di istruzione, equità sociale e di genere, e la partecipazione delle
popolazioni locali. Questi centri sono perlopiù presenti nel sud est
turco, notoriamente meno sviluppato del resto del paese, e hanno un
importante ruolo nel cercare di rompere quelle antiche usanze, ancora
presenti soprattutto nelle regioni curde, che vogliono il ruolo della
donna relegato esclusivamente al mantenimento della famiglia.
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TURCHIA
Cambiare si può: incontro con Pervin Chakar
ragazze che hanno difficoltà a realizzare i propri sogni e troppo spesso
scelgono professioni che rientrano nei piani dei propri genitori.
Come vengono trattate le donne che studiano?
Intervista a Pervin Chakar, giovane soprano di origine curda che del suo lavoro ne ha fatto
una missione: “Vorrei essere la voce del mio popolo per la pace – dice – e unire i popoli
con la mia musica”. Pervin vive e lavora in Italia, ma non dimentica gli sforzi compiuti per
affermare i propri diritti, sia come curda che come donna.
di Luca Bellusci
Mia madre è stata costretta a lasciare gli studi. Mio nonno non voleva
mandarla a scuola. Il suo compito era quello di sposarsi e fare figli. È solo
dopo aver incontrato mio padre che ha potuto diplomarsi alla scuola
serale. Sono tante le ragazze che vengono private di un’educazione,
molte dopo aver frequentato la scuola elementare abbandonano gli
studi. Le famiglie sono numerose e alcuni uomini hanno anche due o
tre mogli, e considerano i figli una grande ricchezza.
Avresti fatto carriera anche in Turchia?
Le donne hanno le stesse possibilità degli uomini?
In Turchia ci sono soltanto sei teatri d’opera. Per un anno mi sono
esibita ad Ankara, dato che vengo dalla parte curda del paese, dove ci
sono solo teatri di prosa. Poi mi sono trasferita in Italia. La lirica non
appartiene propriamente alla nostra cultura, ma quando l’ho scoperta
ho deciso che sarei diventata una cantante.
In Turchia i tempi stanno cambiando, anche se nei villaggi nulla sembra
mutare. Qui la pressione delle famiglie e dei padri è ancora molto
forte. Sono diverse le associazioni che si stanno adoperando per la
difesa dei diritti delle donne, come dimostra il progetto Kardelen, che
ha lo scopo di sensibilizzare le famiglie sull’istruzione delle proprie
figlie.
Alla fine i miei genitori hanno accettato che io intraprendessi questa
strada, anche se convincerli non è stato semplice. Tutto è iniziato
quando ho vinto un concorso letterario nel mio liceo e sono andata
a ritirarlo proprio ad Ankara. Il presidente del concorso che era a
conoscenza dei miei studi di musica mi chiese di cantare un pezzo a mia
scelta. Senza averne una conoscenza approfondita scelsi di eseguire il
‘Ich liebe dich’ di Beethoven.
Finita l’interpretazione, il preside mi chiese se conoscevo il soprano
Maria Callas, e non sapendo chi fosse decise di regalarmi un suo cd. Fu
così che decisi di diventare una cantante lirica.
Quante sono le difficoltà per chi vuole denunciare la violenza
domestica?
Purtroppo quando le donne hanno paura non denunciano la
violenza subita. Questo accade soprattutto quando una donna non è
economicamente indipendente dal marito. Bisogna essere molto forti
e lottare contro le ingiustizie. Vorrei essere la voce del mio popolo per
la pace e unire i popoli con la mia musica.
Quale è il ruolo della famiglia rispetto ai diritti della donna?
L’uomo è una figura centrale nella famiglia turca. È infatti lui a
mantenere moglie e figli, mentre la donna è costretta a rimanere
a casa per accudire la prole. I tempi stanno cambiando e i giovani
studiano. Grazie all’istruzione, le donne possono riscattarsi e avere il
diritto di esprimere le proprie opinioni.
Mio padre è un insegnante, mia madre una casalinga. Io ho avuto la
possibilità di esprimermi anche se con fatica. Purtroppo sono molte le
voci dal campo
voci dal campo
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Nonostante la fama di paese pionieristico per i diritti dello donne, oggi non ci
sono che quattro seggi rosa nel Parlamento libanese mentre il sessismo continua
ad essere istituzionalizzato a livello normativo. Secondo la legge, le donne non
possono trasmettere la propria cittadinanza ai figli e la violenza di un marito
non si chiama stupro.
LIBANO:
SE LE DONNE SONO CITTADINE A METÀ
di Elisa Piccioni
Nel panorama mediorientale, il Libano è stato a lungo considerato
un’ isola felice di libertà ed emancipazione per le donne.
Benché pionieristico nel concedere loro diritti economici, civili e politici
(come il diritto di voto nel 1953, quello ad essere elette nei consigli
locali nel 1963 e a praticare il commercio senza il permesso dell’uomo
nel 1994), il paese dei cedri mantiene un sistema normativo retrogrado
per quanto riguarda i diritti delle donne.
Se paragonate alle sorelle dei paesi vicini, molte libanesi godono di
una maggiore libertà sessuale, hanno un ampio accesso al mercato del
lavoro e si intrattengono nei locali della città fino a tarda ora. Ma sotto
il trucco e la chirurgia estetica permangono le catene di una cultura
feudale e patriarcale sostenuta dalla maggioranza dei leader religiosi.
Così, nonostante a livello costituzionale sia sancita l’uguaglianza tra
i due sessi, la donna gode di limitati diritti di cittadinanza e non ha
diritto ad essere protetta dalla violenza domestica. La discriminazione
più eclatante è rappresentata dall’impossibilità di trasmettere la propria
nazionalità al marito o ai figli. Se una libanese sposa uno straniero, i
loro figli non saranno considerati libanesi e, di conseguenza, sarà per
loro molto difficile accedere a servizi fondamentali come l’istruzione e
l’assistenza sanitaria.
La legge sulla nazionalità, che contraddice molte convenzioni
internazionali firmate dal Libano, è un retaggio del periodo mandatario,
durante il quale il vecchio codice napoleonico francese andò a sostituirsi
alla legge ottomana, che invece riconosceva alle donne pieni diritti di
cittadinanza.
Da anni le associazioni per i diritti delle donne si battono per modificare
questa disposizione. Nel marzo 2012 per la prima volta il progetto di
legge è entrato nell›agenda di governo, ma il comitato competente
non si è ancora espresso ed è difficile credere che lo farà a breve.
Tra le ragioni del perdurare di questa legge, vi è la paura che
permettendo alle donne di trasmettere la propria nazionalità al
coniuge, centinaia di migliaia di rifugiati (soprattutto palestinesi, ma
oggi anche siriani) verrebbero naturalizzati, sconvolgendo così i precari
equilibri confessionali sui quali si regge il paese.
L’umiliazione per la donna non finisce qui. Dentro le quattro mura la
situazione non migliora. Il parlamento ha infatti rifiutato più volte di
foto di Simona Ghizzoni
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eliminare la riserva sull’articolo 16 della Convenzione per l’eliminazione
di ogni forma di discriminazione contro la donna (CEDAW), che sancisce
l’eguaglianza tra i due sessi all’interno della dimensione familiare.
Qui ad essere messi in discussione sono anche i più basilari diritti di una
donna sul proprio corpo: se infatti il matrimonio è sempre ‘sacro’ (le
unioni civili in Libano non sono permesse), non per forza è sicuro per la
sua salute e incolumità fisica.
“In Libano non c’è una legge contro la violenza domestica. Mi ricordo
che da piccola sentivo il mio vicino di casa picchiare sua moglie e i suoi
bambini, ma mia madre mi diceva che non potevamo fare niente, che
erano affari di famiglia”, racconta l’attivista Farah Kobaissy, che insiste:
“Avrebbe potuto ucciderla, ma non erano affari nostri. Questo tabù
non è più accettabile.”
Nell’aprile del 2010 il Consiglio dei ministri ha approvato un progetto di
legge contro la violenza domestica proposto da alcune organizzazioni,
tra cui l’Ong Kafa (“basta” in arabo). Il progetto di legge è stato però
emendato più volte dalla commissione parlamentare che lo ha svuotato
della sua essenza originale, fino all’ultima uscita dei suoi membri che,
incapaci di mettersi d’accordo, hanno convenuto su una cosa: non esiste
stupro all’interno di una coppia sposata.
La commissione ha quindi deciso lo scorso dicembre di rimuovere la
clausola che puniva il reato di violenza sessuale tra i coniugi. “Non esiste
qualcosa chiamato ‘stupro tra marito e moglie”, ha spiegato Imad Hout
in quell’occasione al Daily Star – “Si tratta di costringere qualcuno con
la forza ad avere rapporti”.
Queste dichiarazioni suonano come se le conseguenze della violenza
carnale sulla donna, in termini di trauma psicologico e fisico, non
fossero le stesse se commesse all’interno del vincolo matrimoniale.
Secondo le stime dell’associazione Kafa, almeno tre quarti delle donne
libanesi avrebbe subito, almeno una volta, violenza domestica. Tra
queste, circa l’80% sarebbero vittime di stupro coniugale.
L’accertamento degli episodi di violenza domestica è inoltre disciplinato
dal discusso articolo 26, aggiunto alla legge dalla Commissione. In
caso di denuncia, i tribunali religiosi hanno il compito di valutare in
via preliminare se vi sia stata o meno violenza. E solo dopo il giudizio
finale viene deferito al tribunale civile.
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La legge sullo Statuto personale dipende infatti dall’affiliazione
religiosa. Ed è così che esistono almeno quattro differenti codici per
i musulmani, sei per i cattolici e tre per i cristiani greco-ortodossi.
Come denunciato dalla Freedom House, ognuno di questi contiene
disposizioni discriminatorie contro la donna.
“Ancora una volta si sta dando ai tribunali religiosi il privilegio di
definire quando si tratti di violenza. Questo è un nuovo attacco allo
stato civile in Libano. Tenere le donne sotto le leggi comunitarie, vuol
dire tenere tutta la famiglia e dunque tutta la società sotto questo
sistema”, spiega Farah, membro del collettivo femminista Nasawiya.
Per difendere il diritto di scelta sul proprio corpo, lo scorso settembre
il collettivo ha lanciato una battaglia per la legalizzazione dell’aborto,
che è ammesso da una legge del codice penale francese del 1943 solo
se può salvare la vita della donna. Chi trasgredisce rischia fino a 3 anni
di carcere.
Questa proibizione, sostenuta ancora una volta dai leader religiosi (in
particolare quelli cristiani) non ha fatto altro che alimentare l›aborto
clandestino che, nonostante la mancanza di adeguate misure di
sicurezza, può arrivare a costare fino a 3000 dollari.
In occasione della Giornata internazionale per i diritti della donna,
quattro importanti leader religiosi, sia musulmani che cattolici, hanno
prestato il proprio volto a una campagna organizzata dalla Ong ABAAD
per promuovere i diritti delle donne in Libano.
La loro faccia è così apparsa in spot televisivi, sui principali quotidiani
e su cartelloni pubblicitari diffusi nelle strade di tutto il Libano con la
scritta “nu’aman” (“noi crediamo”) seguita da dichiarazioni contro la
violenza sulle donne.
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LIBANO
Migliorare la condizione della donna, “liberando” l’uomo
Per combattere la violenza sulle donne l’associazione ‘Abaad’ apre il primo Cento per uomini
in Libano. Lo scopo è di offrire assistenza psicologica a chi ha comportamenti violenti, di
coinvolgere l’uomo nella difesa dei diritti delle donne e, infine, di ricordare che sconfiggere il
sistema patriarcale vuol dire anche sfidare i pregiudizi sulla mascolinità.
di Elisa Piccioni
Risultato di una cultura fortemente feudale e patriarcale, il sessismo
in Libano è istituzionalizzato nella società a livello normativo. La
donna libanese è portatrice di limitati diritti di cittadinanza e la
violenza domestica non è presa seriamente in considerazione dal
sistema giuridico che, al contrario, riconosce il corpo della donna come
proprietà esclusiva del marito.
Le associazioni per i diritti delle donne si battono da anni per tentare
di migliorare il sistema legislativo, ma le campagne hanno avuto finora
un successo limitato (l’ultima a fallire quella per il riconoscimento dello
stupro maritale). Se le norme giuridiche sono lo specchio di quelle
sociali, vuol dire che cݏ ancora molto da lavorare a livello culturale ed
educativo.
L’associazione ‘Abaad’, in collaborazione con l’International medical
corps e l’Arab foundation for freedoms and equality, sta provando
a cambiare strategia lanciando una campagna innovativa volta a
coinvolgere attivamente l›uomo nella promozione dei diritti della
donna. Ed è così che ha aperto il primo ‘Men Center’ del Libano.
Intervista ad Antony Keedi, responsabile del progetto Engaging men &
boys in gender equality per ‘Abaad’.
Come nasce l’idea di coinvolgere gli uomini nella lotta contro la
violenza sulle donne?
Un errore frequente è quello di concentrasi esclusivamente
sull’emancipazione della donna e di non coinvolgere l’uomo nel
voci dal campo
processo. I movimenti femministi, soprattutto in Medio Oriente, non
sempre hanno saputo indirizzarsi agli uomini e farli partecipi delle
loro battaglie. Raggiungerli è fondamentale per capire, ad esempio,
da dove viene la violenza. L’uomo non va pensato solo come colui che
la perpetua, il suo ruolo è molto più ampio ed è su questa convinzione
che si concentra il lavoro di ‘Abaad’.
Quale è quindi il ruolo del l’uomo nella promozione dell’uguaglianza
di genere?
Il nemico dei diritti delle donne non è l’uomo. Il nemico dei diritti delle
donne è il sistema patriarcale, e anche gli uomini sono parte di questo
sistema. È questo che dobbiamo avere in mente se vogliamo pensare
alle questioni di genere in senso olistico. Il “genere” non è soltanto
femminile, ma anche maschile. Gli uomini sono cresciuti nel sistema
patriarcale così come le donne ed entrambi i sessi vengono educati in
un modo volto a mantenere questo sistema intatto. I movimenti per
le donne hanno fatto un lavoro eccezionale nel combattere questo
sistema per le donne. Ora dobbiamo trovare il modo di combatterlo
anche per gli uomini e dalla prospettiva maschile.
Come è possibile combattere questo sistema?
Pensiamo ad esempio ai giochi preferiti dalle bambine. Fin dall’inizio
sono educate in un determinato modo: viene insegnato loro che la
società si aspetta che siano belle, non necessariamente ambiziose ma
sostenute dall’uomo, e che vogliano una famiglia. Lo stesso vale per
gli uomini: i loro giochi da piccoli sono spesso violenti e competitivi.
L’uomo, soprattutto in questa regione, non può piangere perché deve
essere emotivamente freddo, forte e dominante. Deve lavorare e
portare i soldi a casa. Se c’è una guerra poi, deve trasformarsi anche in
un guerriero. Quello che i movimenti femministi hanno fatto è stato di
dire alle donne che questa educazione è sbagliata. Tu puoi essere bella
o non bella, puoi avere ambizioni o no, volere una famiglia o no, ma
deve essere sempre una tua decisione. Così come le tue aspirazioni non
devono essere imposte dalla società.
E gli uomini?
Il pregiudizio sui caratteri della mascolinità non è stato rotto. Così
da un lato abbiamo una società in cui le donne cominciano ad essere
voci dal campo
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educate ad avere ambizioni, a rompere questo sistema. E dall’altro lato
uomini che non sanno più quale sia la loro identità, il loro ruolo nella
società. In questo processo c’è una mancanza di comunicazione. Se stai
studiando o lavorando, allora chi guarda i bambini o pulisce casa se gli
uomini sono ancora attaccati al loro ruolo tradizionale?
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in cui educhiamo al femminismo e alle pari opportunità. Il progetto
più innovativo è stato però l’apertura di un Centro per uomini in cui
offriamo terapie psicologiche individuali gratuitamente e un numero
verde attivo 24 ore. Inoltre, abbiamo progetti specifici con i rifugiati,
che qui in Libano sono molti e affrontano situazioni di stress molto
difficili, che a volte si traducono in violenza domestica.
Come rompere i pregiudizi sulla mascolinità obbligatoria?
Come affrontate il tema della violenza con i pazienti e come reagiscono?
Lavorare sul dialogo e sulla comunicazione è fondamentale. Molti
studi nella regione hanno confermato che davvero l’uomo crede che
non sia suo compito quello di esprimere i sentimenti e parlare dei
suoi problemi. Ma questo non è sano. In Libano molto spesso capita
di vedere uomini litigare per motivi stupidi, come il traffico. Questo
comportamento è sciocco, ma quando accumuli un’alta quantità
di stress senza avere modo di sfogarti, magari parlandone, queste
reazioni diventano comprensibili. L’uomo è stato educato ad essere
dominate, quindi quando si scontra con un altro sente la sua mascolinità
minacciata e diventa violento. Bisogna discutere e riflettere sul modo
in cui siamo cresciuti. È illogico dire ad un essere umano che non deve
avere una carriera, ma stare a casa. È però altrettanto illogico dirgli che
se porta a casa i soldi allora vale, altrimenti no. Ecco, questo fa parte di
quella concezione dell’essere uomo che dobbiamo rompere, così come
abbiamo fatto per le donne.
In generale è molto difficile per un uomo ammettere di essere violento.
La maggior parte non è neanche in grado di riconoscerlo. Quello che
noi facciamo è discutere sulle situazioni di stress che generalmente si
affrontano nella vita quotidiana in famiglia, a lavoro e nella società
e su come queste situazioni possano portare a comportarsi in modo
sbagliato, magari sfogandosi su chi è vicino. Se l’uomo si comporta
violentemente e abusa, deve prendersi le sue responsabilità e cambiare
perché sta violando i diritti di un’altra persona. Ma per aiutare davvero,
è necessario capire davvero. Dobbiamo comprendere che anche l’uomo
è parte dell’ordine patriarcale e può esserne vittima allo stesso modo.
Per migliorare il sistema dobbiamo coinvolgerlo in questo processo di
cambiamento.
In Libano la molestia sessuale in strada, spesso verbale e a volte anche
fisica, è molto diffusa. Perché?
Sicuramente abbiamo bisogno di leggi che proteggano le donne e una
maggiore risposta da parte dell’autorità giudiziaria. Ma le leggi in ogni
società rappresentato le norme sociali vigenti. Per cui la risposta è nel
sistema patriarcale e nella mancanza di rispetto per la donna a livello
sociale, per cui la molestia sessuale non è vista come un problema.
Dobbiamo cambiare il modo in cui gli uomini percepiscono sé stessi e le
donne se vogliamo davvero vedere le cose cambiare. Noi crediamo che
non bisogna combattere l’individuo, ma il sistema.
Cosa è il Men Center?
In generale organizziamo workshop con uomini e ragazzi sulla
gestione della violenza e dello stress e abbiamo sessioni di discussioni
voci dal campo
voci dal campo
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20 | speciale donne
Quella delle donne palestinesi è una storia fatta di partecipazione politica,
attivismo, coraggio. Ma anche della doppia sfida contro occupazione e patriarcato.
Un excursus nella storia degli ultimi anni, conversando con Luisa Morgantini.
PALESTINA:
L’INTIFADA DELLE DONNE,
TRA OCCUPAZIONE E PATRIARCATO
di Cecilia Dalla Negra
“Sin dalla fine degli anni Ottanta, quando noi internazionali andavamo
in Palestina, ricordo che le donne ci mostravano con orgoglio vecchie
foto di altre palestinesi che lottavano per proteggere la propria terra
prima ancora dei moti del 1929. La loro è una storia segnata dalla lotta
contro molte oppressioni: il sionismo, il furto della terra e l’occupazione
militare, da una parte; una società nel complesso conservatrice e
patriarcale, dall’altra. E dalla fine degli anni Ottanta, anche contro le
campagne moralizzatrici di Hamas”.
Luisa Morgantini è un nome storico dell’attivismo femminista e pacifista.
Potrebbe essere sintetizzata così, nelle sue parole, la storia delle donne
palestinesi, del loro movimento per la liberazione di genere, sempre
affiancato – e talvolta oscurato – da quella più impellente, urgente
e immediata per la liberazione nazionale. Un doppio binario sempre
costante, due facce di una stessa lotta per i diritti e la libertà. La storia del
movimento femminile palestinese è diversa da quelle che attraversano
i paesi del Maghreb, del Mashrek, del Sud del mondo e dell’Europa:
perché si scontra con le chiusure della società, con il patriarcato della
tradizione, e con il ricatto dell’Occupazione militare. Una storia diversa,
che affonda le sue radici lontano nel tempo.
Alle origini del movimento femminile
È il 1921 quando nasce la Palestine Women Union (Pwu): il primo
tentativo di unire al lavoro sociale femminile una vocazione più politica,
strettamente legata ai temi del nascente movimento nazionalista.
Pochi anni dopo, nel ‘29, a Gerusalemme si svolge il primo Congresso
delle Donne Arabe di Palestina: l’obiettivo è sostenere il movimento
per l’indipendenza nazionale, opporsi alla dichiarazione Balfour e dare
vita ad una rete di associazioni femminili.
Che la lotta nazionale e quella per l’affermazione di genere andassero
di pari passo lo aveva intuito quello shaykh Izz al-Din al-Qassam di cui
i movimenti islamisti recenti hanno conservato il nome. “E solo quello,
ignorando l’essenziale del suo metodo, fondato sull’inquadramento
di tutta la popolazione, uomini e donne”. Siamo nel 1936, la rivolta
contro l’immigrazione sionista in Palestina cresce, e al-Qassam tenta
di mobilitare gli strati sociali più colpiti dal mandato britannico.
Consapevole dell’importanza di avere le donne dalla sua parte, lo
shaykh si rivolse alle giovani con corsi di politica, religione e formazione
militare, organizzando l’alfabetizzazione femminile e creando gruppi
d’azione, “le compagne di Qassam”. L’idea “era quella di mobilitare ogni
22 | speciale donne
componente della società per resistere” (1). Ed è proprio la situazione
‘emergenziale’ che va a crearsi nel ’36 ad imporre una prima sfida, tutta
femminile, all’ordine sociale vigente. Da una parte la partecipazione
attiva delle donne alla lotta armata, nelle campagne; dall’altra il lavoro
di assistenza sociale delle componenti dell’alta borghesia nel contesto
urbano. Il precipitare degli eventi verso la al-nakba, la ‘catastrofe’
palestinese, condurrà anche il movimento femminile alla gestione della
contingenza: una storia che in questi anni sarà fatta di espropri, esilio,
campi profughi in cui tentare di tenere insieme nuclei familiari sradicati
e devastati dalla violenza dell’aggressione sionista.
Il 1965 è l’anno che vede la formazione della Unione Generale delle
Donne Palestinesi (GUWP), che ha come obiettivo il coinvolgimento
femminile nella lotta per la liberazione nazionale sotto il cappello di
una OLP appena nata. Il 1967 porta con sé la Guerra dei Sei Giorni e una
nuova ondata di violenze, con l’Occupazione israeliana che penetra
nelle case e nelle vite dei palestinesi, provocando mutamenti sociali
importanti. Sono tutti i membri delle famiglie ad essere politicizzati:
donne e bambini inclusi. La crisi economica e la mancanza di impiego
portano le donne ad affacciarsi sul mondo del lavoro. Se fino a questo
momento gran parte dell’impegno femminile è ancora molto più sociale
che politico, è nel corso degli anni ’70 che si assiste ad una svolta, con la
nascita degli Women’s Committees, su iniziativa di un’avanguardia di
giovani attiviste, laiche e progressiste, che si pongono come obiettivo
politico, oltre alla liberazione nazionale, la parità di genere. La
partecipazione politica delle donne è già cambiata.
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diversi fra loro, accomunando città e campagna, nomadi e sedentari,
uomini e donne; enfatizzando nuclei di consapevolezza preesistenti
il movimento nazionalista per l’indipendenza si è in effetti – e quasi
sempre – intrecciato con i movimenti femministi” (2). Accade così anche
nella Palestina aggredita, dove le donne si impongono non solo nella
partecipazione attiva alla resistenza, ma anche nella gestione diretta
della vita sociale, economica, familiare.
Ma sono questi anche gli anni in cui si sviluppa una retorica nazionalista
che assimila la donna alla terra perduta, che la vorrebbe ancora moglie e
madre prima che attivista. Capace di proteggere gli ‘eroi’ della resistenza,
assicurandone la continuità attraverso i figli. È la politicizzazione della
maternità, e del corpo della donna: “Si diffondeva questo concetto che
la donna dovesse fare figli per il bene del paese, per aumentare le fila
della resistenza: anche sul loro corpo si giocava la lotta nazionale: è
un aspetto che ricordo come molto presente durante tutta la prima
Intifada”, racconta Morgantini. “Anche per questo il dilemma che ha
sempre attraversato il movimento femminista era se dovesse venire
prima la lotta nazionale o liberazione di genere. In entrambi i campi
comunque, in quegli anni, le donne hanno avuto un ruolo determinante.
La prima Intifada è stata un’esperienza straordinaria: perché si lottava
tutti insieme, non c’erano differenze di sesso. Purtroppo però la lotta di
liberazione femminile è passata in secondo piano rispetto alle esigenze
nazionali. E intanto nuovi fenomeni andavano affermandosi, come
l’ascesa di Hamas”.
L’emergere di Hamas. Un richiamo alla tradizione?
Il 1988 e la prima Intifada
Con l’esplodere della prima Intifada, nel 1988, il protagonismo
femminile nella resistenza si fa centrale e dirompente. L’Occupazione e
la militarizzazione della vita quotidiana abbattono il confine tra sfera
pubblica e privata: la violenza entra nei villaggi, invade le case, tocca
quei focolai domestici in cui le donne erano state relegate. È la vita
pubblica e sociale nel suo insieme ad essere sconquassata; è l’ordine
gerarchico che si ribalta, rompendo gli schemi. Le donne irrompono
sulla scena pubblica: scendono in strada, manifestano, organizzano
proteste. Si confrontano faccia a faccia con i soldati, entrando a tutti
gli effetti nella lotta di liberazione nazionale.
Già in passato nel mondo arabo, e non solo “la lotta contro la
colonizzazione ha unificato strati e ambienti sociali profondamente
Il 1988 è infatti anche l’anno in cui si afferma il movimento islamico
di resistenza, Hamas. Di fronte alla distruzione di una società scossa
alle basi, all’espropriazione della terra, alla negazione dell’ identità
collettiva, cresce il bisogno di cercare radici comuni, proteggere la
comunità dalle minacce esterne, attraverso il richiamo all’ordine e alla
‘tradizione’. Una spinta che assume la forma dell’islamismo di Hamas.
“Sono molti gli elementi che entrano in gioco nella diffusione della sua
ideologia”, spiega Morgantini. “La necessità di rivendicare la propria
identità di fronte al nemico invasore, unita alla capacità del movimento
di penetrare nel tessuto sociale attraverso una rete di aiuto diretto alla
popolazione stremata, e al quadro generale dell’epoca. Non è un caso
che la sua ascesa avvenga in un contesto di rinato vigore religioso in
tutta la regione mediorientale, da quando ha iniziato a farsi spazio la
retorica dello ‘scontro di civiltà’. Nella tradizione palestinese l’identità
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nazionale veniva prima di quella religiosa: il velo delle donne era quello
bianco, delle contadine. Oggi portarlo è anche una forma di ribellione,
l’affermazione di un’identità negata”.
Nel 1988 Hamas lancia la campagna per l’imposizione forzata dell’hijab e
del soprabito per le donne. “Una forma di controllo politico e una prova
di forza nei confronti della leadership nazionalista che sta guidando
l’Intifada”, secondo Morgantini. Attraverso il tentativo di ricostruire una
‘tradizione perduta’, che perduta non è perché mai è esistita. Un percorso
avviato già nei primi anni ’70 a Gaza, con la creazione del Congresso
Islamico (Mujama) dello sheykh Yassin, per legare la partecipazione
politica all’appartenenza religiosa. “La questione non verte sul vestito
delle donne, ma su quale movimento stia per assumere la guida della
lotta nazionale”, scrive l’antropologa palestinese Rema Hammami.
“Lasciar passare questa spinta identitaria e sottovalutarne la portata è
stato un errore: all’epoca molte donne hanno preferito poggiare un velo
sui capelli perché era più semplice, pensando che non fosse importante.
Invece ha prodotto un mutamento nella mentalità”, sostiene Morgantini.
Il passaggio-Oslo e il ‘copione’ algerino
Con il protrarsi della crisi e la necessità di sedersi al tavolo delle
trattative la resistenza subisce un arresto: il confronto da popolare si fa
diplomatico, e lascia fuori le donne. A Oslo arriveranno solo in tre: Suad
Amiry, Hanan Ashrawi e Zaira Khamal, leader del Fronte Democratico
e storica militante femminista. Come ricorda Morgantini “era lei che ci
raccontava il doppio fronte della lotta palestinese. Che ci parlava del
timore di replicare lo schema algerino: ‘non vogliamo tornare a casa
finita la battaglia’, spiegava”.
Il lavoro di questi anni è dunque tutto concentrato a costruire una
società in cui lo spazio delle donne non sia ridotto. “Oslo ha avuto effetti
anche positivi. Penso ai tentativi di modificare le leggi, alla costruzione
di un ‘parlamento ombra’ delle donne cui si è lavorato per anni, come
all’impegno nella ricerca accademica: le donne, pur con molte critiche
verso Oslo, puntavano su un percorso di crescita e sulla costruzione di
un’agenda politica finalmente libera dall’Occupazione e dal patriarcato”.
Il dopo-Oslo, però, imprime una svolta negativa. Non è il ‘modello algerino’
ad andare in scena, secondo Morgantini. Piuttosto “l’Occupazione è
diventata meno visibile ma molto più forte: subentrano i check point,
la libertà di movimento è ridotta in modo sempre più penetrante. La
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frammentazione non è stata solo territoriale, ma anche umana: i rapporti
tra gruppi di donne nelle diverse città si sono interrotti. L’Occupazione,
lentamente, ha forgiato la vita delle persone”. L’Intifada al-Aqsa, che
scoppia nel 2000, è completamente differente rispetto alla prima.
“E’ stata la sua militarizzazione a tagliare fuori le donne, a rendere
impossibile la loro partecipazione”. La feroce repressione che ne è
scaturita ha lasciato ferite ancora aperte, macerie ancora da raccogliere.
La società si è chiusa su se stessa, la popolazione, dopo anni di violenze, è
rimasta stremata. Le rivendicazioni di genere sono scivolate lentamente
in un angolo. “Hamas ha preso il sopravvento, così come il sentimento
religioso: quando la disperazione si diffonde non resta molto, oltre a
Dio. Quando hai centinaia di uccisi, feriti, imprigionati e menomati dalla
guerra c’è poco spazio per rivendicare i tuoi diritti di donna”.
L’attualità
Oggi l’Occupazione non è cessata, ma di recente dalle donne sono arrivati
segnali importanti. Alle ultime elezioni amministrative sono state tante
le liste femminili a presentarsi. Vera Baboun, a Betlemme, è diventato
il primo sindaco donna. I centri anti-violenza si sono moltiplicati, così
come le associazioni che si occupano di assistenza ed empowerment
femminile. Un attivismo “nuovo”, secondo Morgantini, “non più legato
alle vecchie formule dei partiti: è un movimento senza appartenenze,
molto radicale. Gruppi piccoli e ancora giovani che cercano di rivendicare
spazi e diritti. Trovando una collaborazione non ancora sufficiente, ma
comunque importante, da parte del governo dell’Anp. E molto meno a
Gaza”, dove l’attivismo femminile rappresenta spesso il solo argine alla
carneficina sociale causata dall’assedio israeliano.
È ancora sui loro corpi che oggi si combatte la battaglia. Nel tentativo
di emergere, di conquistare spazio e rivendicare diritti presso la propria
società; e in quello di resistere alla disumanità dell’Occupazione. Sono
ancora loro le vittime di una doppia oppressione; loro a caricarsi il peso di
ciò che resta quando tacciono le armi. In un panorama di devastazione,
la sfida delle donne palestinesi è ancora in campo: “Battersi per i loro
diritti, non tornare indietro”, commenta la nostra interlocutrice, che ci
ha accompagnati in questo excursus storico.
(1) Jad Islah, “Le donne palestinesi e i movimenti islamisti”, Birzeit
University, Palestina
(2) da Ada Lonni, “Femminismo e lotte di liberazione nei paesi araboislamici”, l’Harmattan, 2002.
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26 | speciale donne
PALESTINA
Le donne di Gaza continuano a lottare
Sovraffollamento, isolamento, disoccupazione sull’orlo dell’80%, povertà diffusa. Una
situazione sociale al collasso, in declino costante dal 2007. Se la Striscia di Gaza sembra vivere
in assenza di prospettiva, conosce però innumerevoli forme di resistenza civile. Il racconto di
due attiviste impegnate nei centri di sostegno alle donne nati in seguito alla prima Intifada.
di Cecilia Dalla Negra
Nella Striscia di Gaza assediata dal cielo, dalla terra e dal mare, vive una
popolazione capace di non arrendersi. Di organizzarsi, per aggirare
controlli e Occupazione, ricostruire dalle macerie, fornire dal basso
quelle forme di assistenza e cooperazione che l’assedio israeliano
vorrebbe negare.
È in questa Gaza – un milione e mezzo di persone concentrare in 360
km quadrati, una tra le aree più densamente popolate del mondo che le donne si sono auto-organizzate, dando vita a centri di sostegno
capaci di rispondere ad alcune esigenze primarie, ma anche di lavorare
sul livello di consapevolezza femminile all’interno di una società in cui
rivendicare spazi non è scontato.
Nati in seguito alla prima Intifada per fornire assistenza sanitaria,
migliorare i livelli di salute femminile e lavorare contro una violenza
di genere diffusa, i centri hanno rappresentato dopo l’operazione
militare “Piombo Fuso” (2008-2009) e la stretta intorno ai confini della
Striscia un argine al declino delle condizioni sociali della popolazione.
Feryal Thabet e Mariam Shaqqura ne dirigono due, in alcune tra le
aree più difficili della zona: il campo profughi di el Bureij e quello di
Jabalia, pochi chilometri quadrati e migliaia di persone. “Rivendicare
uguaglianza e parità quando non ci sono riconosciuti neanche i
fondamentali diritti umani non è facile”, raccontano.
È una storia di resistenza civile e quotidiana la loro, che lottano per
fornire assistenza di base a una popolazione stremata dall’assedio,
all’interno di una società patriarcale che non sempre comprende il loro
lavoro.
voci dal campo
Che consiste, principalmente, nello sviluppare le condizioni di salute
generali della popolazione “attraverso un approccio comprensivo,
che includa sia l’assistenza medica, psicologica e sanitaria alle donne,
che quella legale e sociale”. Perché se le donne rappresentano una
delle categorie maggiormente colpite dagli effetti dell’occupazione,
un’azione importante è anche quella “diretta contro la discriminazione
all’interno della società”, spiegano queste due attiviste, che come molte
altre hanno faticato a lungo “per coinvolgere i leader delle nostre
comunità, perché accettassero e rispettassero il lavoro che svolgiamo.
Non sempre è scontato”.
Quando si domanda loro perché questo lavoro sul territorio è così
importante, restituiscono tutta la complessità della situazione in cui si
trovano a vivere: “C’è l’assedio imposto da Israele, che ha un impatto
negativo su tutti gli aspetti della nostra vita. Ci sono problemi pratici
come l’assenza di energia elettrica, di medicinali e di risorse per fornire
l’assistenza medica e sociale basilare alla popolazione. Ma tutto questo
ha anche un effetto devastante a livello psicologico. Quando una
società è costretta a chiudersi su se stessa i fattori di deterioramento
e rischio per le categorie più esposte aumentano, e le prime a farne le
spese sono le donne”.
Una condizione che, nel corso degli ultimi anni, è costantemente
peggiorata. “Sia dal punto di vista sanitario – con un aumento delle
patologie femminili, degli aborti e del livello di salute – sia da quello
psicologico e sociale”, raccontano. “A causa del conflitto interno tra
Hamas e Fatah non abbiamo indicatori ufficiali – spiegano Feryal
e Mariam - ma il peggioramento è tangibile. Su tutto questo noi
cerchiamo di intervenire”.
Il permanere dell’assedio israeliano ha finito per entrare nella vita
quotidiana della popolazione di Gaza, modificando gerarchie, assetti
sociali, strutture. E anche il ruolo della donna all’interno della società.
Le stime ufficiali parlano di un’occupazione femminile ferma all’11%,
ma soprattutto di una mancanza di impiego maschile molto diffusa,
così come le detenzioni di lungo periodo.
“Fattori radicali, che hanno comportato mutamenti sociali importanti –
spiegano. Sono le donne e i bambini a dover trovare fonti di sussistenza,
accettando forme di lavoro subordinate. Le vecchie dinamiche di genere
si sono spezzate, l’uomo ha perso la propria centralità familiare con un
aumento della conflittualità interna e della violenza domestica. D’altra
voci dal campo
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parte le donne stanno acquisendo maggiore consapevolezza delle
proprie capacità e dei propri diritti. Sono aumentati i divorzi, ma anche
le iscrizioni femminili all’università: hanno capito che il loro posto non
è necessariamente ai fornelli, che hanno la capacità di contribuire allo
sviluppo del nucleo familiare”.
Feryal e Mariam, come le loro colleghe impegnate nel lavoro politico
e sociale, restano convinte che rivendicare diritti di genere in un paese
che non è riconosciuto come tale sia ancora più complesso che altrove.
“Ancor prima dei nostri diritti dobbiamo affrontare la questione della
rivendicazione di un’identità collettiva. Abbiamo tre livelli di conflitto:
quello con Israele, quello interno al nostro governo e quello con una
società di stampo patriarcale che non riconosce parità e uguaglianza.
Se il governo non controlla neanche i suoi confini nazionali e tutto
il settore economico e sociale è in crisi, come si può lottare per
l’indipendenza femminile?”, si domandano. Una contraddizione
antica ma quotidiana la loro: “Usiamo Facebook, ma siamo costrette a
cucinare con la bombola che usavano le nostre nonne”, ironizzano, ma
la verità è “che non siamo libere di scegliere neanche cosa comprare al
mercato, perché non sappiamo quali merci Israele farà entrare”.
Ecco perché il lavoro dei loro centri, così come la determinazione di
chi rincorre il sogno di una vita normale, a Gaza, rappresenta “una
forma di resistenza quotidiana. Ognuna di noi tenta di migliorare la
condizione dei diritti delle donne come esseri umani, che in quanto tali
devono essere considerate al pari dell’uomo, avere una rappresentanza
dignitosa negli organi decisionali e incidere con la propria visione sulla
politica, sull’economia, sulla società”.
Su un punto poi sono molto precise: “Sia chiaro – sottolineano – che
rifiutiamo di essere considerate solo vittime: la cosa più bella del nostro
popolo è la sua capacità di andare avanti nonostante le difficoltà, di
trovare soluzioni laddove sembra che non ce ne siano. Le donne di Gaza
hanno la capacità di lottare per i propri diritti contro tutte le ingiustizie
sociali, nonostante l’Occupazione, l’assedio e le divisioni interne”.
voci dal campo
voci dal campo
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«Non riuscivo a capire perché tutte le mie cognate, quando nasceva una femmina in
famiglia, non manifestavano nessuna gioia. Poi ho avuto due figlie anche io. E allora
ho capito». Donne, spesso poco più che bambine, uccise da parenti, spesso poco più
che bambini, per lavar via nel sangue l›onta del disonore.
di Marta Ghezzi
Le statistiche ufficiali parlano di almeno 20 vittime all’anno. Donne,
spesso poco più che bambine, uccise da parenti, spesso poco più che
bambini, per lavar via nel sangue l’onta del disonore.
Un dato, quello sulle vittime, del tutto relativo, se si considera che
prende in considerazione unicamente i casi che arrivano sul tavolo del
giudice, e non con quelli che giacciono sul tavolo dell’obitorio.
Non riuscivo a capire perché tutte le mie cognate, quando nasceva una
femmina in famiglia, non manifestavano nessuna gioia. Poi ho avuto
due figlie anche io. E allora ho capito. (M.)
Tra i tanti binari paralleli su cui viaggia la Giordania, il più evidente è
quello che divide la popolazione tra maschi e femmine.
GIORDANIA: MORIRE D’ONORE
Negli ultimi anni, mentre il divario di genere si faceva più evidente,
alcune voci hanno iniziato a levarsi in protesta. Erano le voci delle tante
associazioni per il riconoscimento dei diritti delle donne sorte un po’ in
tutto il paese. Voci che diventano cori, e fanno rumore.
L’ultimo di questi cori si è levato il 15 novembre scorso, sotto le finestre
del palazzo del primo ministro Abdallah Ensour, per chiedere la ratifica
della Convention on the elimination of all forms of discrimination
against women, CEDAW, delle Nazioni Uniti.
La manifestazione, organizzata dell’Arab Women Organization,
chiedeva in particolare l’accoglimento degli articoli 9 e 16 sul passaggio
di cittadinanza da madre a figlio e sul riconoscimento di pari diritti e
doveri tra uomini e donne in materia di diritto di famiglia, eredità,
libertà personali.
A ritare il freno sulla CEDAW sono da sempre i Fratelli Musulmani
dell’Islamic Action Front: in risposta alle dichiarazioni del premier
che prometteva una revisione delle norme di accoglimento della
convenzione nella legislazione nazionale, l’IAF si è affrettato a
promulgare un comunicato in cui chiedeva pubbliche scuse ad Ensour
e il rigetto totale della convenzione, contraria alle tradizioni e alla
morale del paese.
Le questioni di diritto civile segnano un profondo solco tra uomo e donna in
Giordania: ad esempio, alle donne sotto i 35 anni non è permesso contrarre
matrimonio senza l’assenso di un parente maschio, e ancora, all’uomo è
data la possibilità di divorziare senza addurre alcuna giustificazione o
senza alcun preavviso oppure di sposare fino a quattro mogli.
vignetta di Omar Abdallat
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In quest’ottica duale, l’inverno per le madri di famiglia giordane
divorziate sarà un inverno ancora più freddo, questo.
In questo caso l’assassino rischia da sei mesi ad un anno di carcere,
massimo due.
È notizia del 23 novembre che le donne divorziate non potranno
accedere ai sussidi stanziati dal governo in compensazione all’aumento
dei prezzi decretato a metà mese, in quanto non risultano ‘capifamiglia’:
per legge i figli vengono registrati sullo stato di famiglia del padre, e lì
restano anche in caso di separazione, indipendentemente dal fatto che
vivano o meno con il genitore.
Sempre che non intervenga prima, come nel 2011, un’amnistia reale
per i reati cosiddetti minori. Come ad esempio i delitti d’onore. Sempre
che non sia lui stesso un minore, nel qual caso rischia un periodo di
detenzione presso un centro correzionale, con la possibilità che il
delitto non figuri nemmeno sulla sua fedina penale.
Le donne sono considerate una proprietà degli uomini, i quali sono
autorizzati a sbarazzarsene quando e come vogliono. (Lubna Dawany
Nimry)
Ma è nel diritto penale che la Giordania segna l’abisso in cui lascia
cadere le sue stesse figlie, vittime di un onore che pesa sempre e solo
sulle loro spalle. Un onore che conta: 98, 99, 100, 340.
L’articolo 98 del codice penale prevede una riduzione di pena per
l’omicida condotto al delitto da uno stato di profonda ira o da una
condotta pericolosa o illegale da parte della vittima.
Gli articoli 99 e 100 contemplano la possibilità per il giudice di applicare
fantomatiche attenuanti nel caso in cui la famiglia della vittima rinuci a
far causa contro la famiglia del colpevole.
Nella maggior parte dei casi, la famiglia che ha armato il colpevole è
anche la famiglia che non ha difeso la vittima.
L’articolo 340 prevede da una riduzione di pena fino all’annullamento
totale della stessa in caso di adulterio commesso dalla moglie o da una
parente appartenente al maharem (la cerchia stressa di parenti tra i
quali è vietato il matrimonio per consanguineità).
Il suo nome si sente ancora più forte, non venendo mai nominato:
delitto d’onore.
Aveva solo 16 anni e ha partorito un figlio, senza sapere chi fosse il padre,
perchè fin dalla prima adolescenza veniva violentata dai cugini. Lo zio,
padre degli stupratori, l’ha uccisa per salvare il nome della famiglia da
quell’onta. Quella di un figlio al di fuori del matrimonio.
In Giordania l’omicidio viene punito con la pena di morte. A meno
che non sia commesso da un uomo contro una donna colpevole d’aver
anche solo insinuato il sospetto di una condotta immorale.
Si stima che circa un quarto dei delitti commessi in Giordania sia
ricollegabile a questioni di ‘onore’. A commetterli, nel 68 per cento dei
casi, sono i fratelli, nella maggioranza dei casi ancora minorenni.
Per far valere le attenuanti è sufficiente il sospetto di condotta
immorale. Rana Husseini, giornalista giordana e autrice del libro
‘Murder in the Name of Honour’, best sellers in lingua inglese che ha
scoperchiato definitivamente il vaso di Pandora giordano, stila l’elenco
delle ragioni addotte dagli assassini e accolte dalla corte: si va dal
pettegolezzo, allo stupro, dall’incesto a motivi economici e di eredità,
fino all’allontanamento da casa o alla frequentazione con un uomo
non gradito alla famiglia.
In ogni caso, durante il dibattimento, al convenuto non viene richiesto
di produrre alcuna prova, considerando come sufficiente la sua parola,
come non viene presa in considerazione alcuna la premeditazione del
reato.
A 15 anni è stata rapita e violentata per tre giorni e tre notti. Per evitare
lo scandalo, suo padre ha acconsentito a darla in moglie al suo aguzzino.
Per evitare la galera, il suo stupratore ha acconsentito a prenderla in
moglie.
La Giordania conta ancora sulla pelle delle sue donne: 308. La legge
dello stupro.
L’articolo 308 del codice penale giordano prevede che le accuse di
violenza carnale decadano nel caso in cui il violentatore acconsenta a
sposare la sua vittima.
Non è permesso il divorzio durante i primi cinque anni dall’istituzione
del vincolo matrimoniale.
Lo stupro ai danni di un minore di 15 anni è punito con la pena di
morte. Lo stupro poi convertito in matrimonio, non è niente.
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La revisione della legge sul matrimonio del 2001 ha alzato l’età minima
per le nozze ai 18 anni, che possono abbassarsi a 15 in caso di un
interesse evidente del minorenne. Come ad esempio nascondere l’onta
della violenza carnale.
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Noi non abbiamo un’etica. Noi non abbiamo una morale. Noi non
abbiamo vergogna. Noi non abbiamo niente.
Noi non siamo niente. (Roba Assi)
Alcune donne giordane commettono un crimine, scontano la loro pena
e poi camminano libere. Altre - alcune colpevoli solo agli occhi delle
loro famiglie e della società - finiscono in prigione e non ne escono più.
(Rana Husseini)
La Giordania continua a dare i numeri: 7. La Legge di Prevenzione del
Crimine datata 1954 prevede la possibilità di allontanamento dalla
famiglia della donna in pericolo di vita perchè minacciata da un parente
o dal marito.
Lo Stato, nella figura del governatore e del giudice amministrativo
locale, si fa carico della vittima, accogliendola in un luogo sicuro. Il
carcere femminile di Jweideh, a sud di Amman.
Sono tante ormai le storie di donne che, in cerca di protezione, si sono
rivolte alle autorità e in cambio si ritrovano a dover scontare anni di
reclusione senza aver commesso alcun crimine.
Oppure storie di donne che una colpa ce l’hanno, ed è stata quella di
volere un’altra vita.
È ancora convita che la accoglieranno a braccia aperte e che la
perdoneranno. Intanto è dal 1989 che vive chiusa in un’ala speciale
di Jweideh. Aveva tentato di lasciare la Giordania con il ragazzo che
amava, scappando da un matrimonio combinato. L’onore ferito della
famiglia l’ha raggiunta a pochi passi dal confine, così come 4 dei 22
proiettili esplosi contro di lei dallo zio.
All’inizio del 2010 erano una ventina le donne detenute a Jweideh
a ‘tempo indeterminato’, senza alcun reato sulla coscenza se non il
sospetto (altrui) di condotta immorale. Forse l’ira, o l’ignoranza.
Per poter uscire dal carcere un garante di sesso maschile deve versare
una cauzione di 5mila dinari (poco di più in euro) più l’assicurazione
davanti al giudice di nuocere alla vittima. Promessa che molto spesso
non viene mantenuta.
Per saperne di più:
- Lubna Dawany Nimry, Crimes of Honor in Jordan and the Arab World
- Rana Husseini, A dual violation of civil rights
- Rana Husseini, Women’s Rights in the Middle East and North Africa
2010 – Jordan per UNHCR
- Campagna ‘La Sharaf fil-Jareemeh’ (Non c’è onore nel crimine) di
sensibilizzazione sulla problematica dei crimini d’onore in Giordania
*I corsivi dell’articolo, dove non specificato, arrivano da notizie di
cronaca locale o da conversazioni personali dell’autrice.
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Nell’82, l’Iraq ha vinto il Premio Unesco per aver sradicato l’analfabetismo: per le
bambine il tasso era sceso dal 91% del 1957 al 12% del 1990. Poi venne l’embargo e i
suoi ‘danni collaterali’: nell’97 era analfabeta il 30,9% della popolazione femminile.
di Francesca Manfroni
C’era una volta un paese dove le donne godevano dei più alti livelli di
libertà del mondo arabo. Poi la guerra, la devastazione e l’embargo.
L’invasione americana del 2003 ha lasciato sul terreno oltre 750 mila
vedove, lasciate abbandonate nella cura dei propri figli. Moltissime
anche le profughe che da dieci anni attendono invano di poter tornare a
vivere, spesso separate dalle proprie famiglie e perciò prive di sostegno
e protezione.
Non c’è dubbio che nei vari conflitti giocati sulla pelle degli iracheni,
sono le donne e i bambini ad aver pagato il prezzo più alto. Prima con
la vita, ora con la solitudine e la disperazione di chi si vede negata
un’esistenza dignitosa. Ed è questa la triste storia di coloro che
continuano a subire abusi e violenze, lontane dalla loro terra, private
dei loro diritti e abbandonate dalla comunità internazionale.
IRAQ: SHERAZADE NON ABITA PIÙ QUI
Un dramma che non guadagna spazio sui giornali, ma che coinvolge
decine di migliaia di donne intrappolate in una condizione di schiavitù
sessuale tra Iraq, Giordania e Siria.
C’era un volta un paese in cui il 40% della popolazione femminile
lavorava nella pubblica amministrazione, vestiva all’occidentale e
soprattutto poteva contare sull’applicazione dell’articolo 2 della
Costituzione, che sanciva l’uguaglianza dei sessi, il diritto all’eredità,
all’educazione gratuita e al divorzio.
Nell’82, l’Iraq ha vinto il Premio Unesco per aver sradicato
l’analfabetismo: per le bambine il tasso era sceso dal 91% del 1957 al
12% del 1990. Poi venne l’embargo e i suoi ‘danni collaterali’: nell’97
era analfabeta il 30,9% della popolazione femminile.
Sicuramente uno dei dati più simbolici che raccontano il ‘nuovo
medioevo’ delle donne irachene è il tasso di analfabetismo, che ora
è uno dei più alti al mondo. Negli anni dell’occupazione americana
sono state costrette a rinunciare a un’educazione per via della povertà,
dell’insicurezza, della detenzione ingiusta e illegale dei capifamiglia.
Oggi le donne che non sanno né leggere né scrivere sono almeno un
milione, 400 mila solo a Baghdad, con una percentuale che oscilla tra
il 24% della città e il 50-70% (secondo alcune fonti) delle aree rurali.
Tutte destinate a trasformarsi in spose bambine, costrette a partorire
in condizioni estreme.
foto di Simona Ghizzoni
38 | speciale donne
L’arretramento della condizione delle donne inizia con la guerra del
1991 e la distruzione della maggior parte delle infrastrutture civili ivi
comprese quelle educative, continua durante tutto l’arco dei 12 anni
del durissimo embargo voluto dagli USA e subisce il colpo di grazia nel
2003, quando il paese precipita nel caos post-invasione americana.
Ora Sherazade non abita più qui.
Succede che le più giovani non possono più andare all’università se non
completamente velate, e comunque accompagnate da padri o fratelli
per evitare rapimenti, torture o violenze.
Nell’inferno post-2003, il loro corpo si è trasformato nel campo di
battaglia privilegiato degli scontri religiosi e politici, laddove lo stupro
è diventato adulterio e l’adultera una prostituta.
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Nel lungo elenco dei pericoli che minano la vita delle donne non
appena vengono al mondo in questo angolo del pianeta che fu la culla
dell’umanità, anche le mutilazioni dei genitali, pratica sempre più
diffusa in tutto il paese e in particolare nel Kurdistan, un posto dove le
donne si danno fuoco pur di smettere di vedere il marito picchiarle di
fronte ai figli.
Non solo: diverse parti del paese sono state ‘contagiate’ dal cosiddetto
“matrimonio a tempo” (il muta’a, un contratto con il quale la famiglia
della ragazza riceve una dote per cederla a un uomo, istituto diffuso
soprattutto nel vicino Iran), e che non ha niente a che vedere con la
shari’a, quanto piuttosto con la prostituzione legalizzata.
Nel ‘nuovo’ Iraq, le donne che non indossano l’hijab rischiano sempre di
più, soprattutto se lavorano per il governo. Di questo inverno la notizia
che il ministro degli ‘affari delle Donne’ ha imposto la separazione dei
sessi in ufficio e un “codice di abbigliamento” che impone “indumenti
adeguati”. Quindi niente gonne corte (non che se ne vedessero), via i
pantaloni stretti e persino i colori vivaci. Vietati alcuni modelli di scarpe.
Poi c’è il dramma della tratta, che inizia ad assumere proporzioni
inquietanti, sia all’interno che verso l’esterno del paese. A cadere nella
rete dello sfruttamento sono soprattutto vedove e minorenni, con alle
spalle una vita di povertà e analfabetismo. Anche attraverso il sistema
del matrimonio, con gli sfruttatori, che sposano più donne, per poi
avviarle alla prostituzione. Secondo un recente studio delle Nazioni
Unite, sarebbero almeno un milione le adolescenti destinate a essere
comprate e vendute sul mercato del sesso.
L’altissima percentuale di vedove di guerra induce le irachene a
intercedere presso i loro mariti affinché tornino alla poligamia per
salvarle dalla strada. Nonostante sia illegale, è il Corano a spiegare
il perché di una scelta così dolorosa: “Se temete di essere ingiusti
con gli orfani, sposate allora due o tre o quattro tra le donne che vi
piacciono…” (Corano-An-Nisâ’, 3).
Infine all’avviamento ‘professionale’ contribuisce anche la famiglia
d’origine, che decide di vendere le proprie figlie, spesso vergini e
dunque molto preziose. E anche restare tra le mura domestiche non
è garanzia di salvezza, sebbene in questo caso sia più difficile stimare
quanti siano realmente i casi di violenza. Sicuramente tanti, troppi.
Note:
Oggi in Iraq esistono tre importanti realtà al femminile che si battono
per i diritti delle donne: Women and equality, Women for freedom e
Women for peace.
L’Iraq ha ratificato La Convenzione delle Nazioni Unite sull’eliminazione
di ogni forma di discriminazione contro le donne (CEDAW), il 13 agosto
1986
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40 | speciale donne
Una città su misura per donne lavoratrici: è l’idea che l’Arabia Saudita ha messo in
campo per implementare il lavoro femminile, evitando di contravvenire alle rigide
regole sociali e religiose del paese. Ma è davvero la soluzione migliore in un’area
come quella del Golfo, caratterizzata da una così forte disuguaglianza di genere in
tutti i settori lavorativi?
di Anna Toro
La fine dei lavori di questa cittadella, in costruzione nella zona
orientale di Hafuf, è prevista per l’anno prossimo. In attesa di vedere
se l’iniziativa avrà successo, le statistiche mostrano ancora dati poco
incoraggianti sull’ingresso delle donne nel mondo del lavoro.
Secondo un recente studio del Gallup institute e pubblicato sul
quotidiano al-Riyadh, la bandiera nera va all'Arabia Saudita, all'Oman
e al Qatar, i tre paesi del Golfo in cui la donna è meno integrata nel
mercato del lavoro, con una media del 22% contro il 40% dell’area e il
43% del resto del mondo.
GOLFO:
ESCLUSIONE E DISCRIMINAZIONE, PER LE DONNE
IL LAVORO È ANCORA UN MIRAGGIO
Se negli Emirati Arabi Uniti la forza-lavoro nazionale donna non supera
il 28%, in Qatar (paese che conta più donne laureate che uomini) la
partecipazione femminile è di appena il 35%.
Il motivo è sempre lo stesso: i valori religiosi e tradizionali, le rigide
norme sociali e un'industria del lavoro totalmente dominata dagli
uomini e dai pregiudizi conservatori.
Il caso dell’Arabia Saudita
Inutile dire che l’Arabia Saudita è uno dei paesi che maggiormente
soffre questo genere di discriminazioni. Ma la situazione potrebbe
cambiare, più che per l’eco delle rivolte arabe del 2011, per il fattore
istruzione.
“Le donne saudite sono culturalmente preparate, vogliono lavorare
e sono stanche di aspettare”, afferma Khalid al-Khudairi, fondatore
dell'agenzia di recruitment per donne Glowork.net: “La primavera
araba può aver accelerato i tempi, ma ora le donne continuato a
protestare, e sono anni che chiedono pari opportunità e accesso al
mondo del lavoro”.
Stando ai dati diffusi dall’Oxford Strategic Consulting, il 57% delle
saudite ha un diploma di laurea. Ciononostante la maggior parte
non lavora, compreso un 60% di PhD. Le statistiche ufficiali del
Saudi Professional Classification Manual rilevano che il numero delle
donne che lavorano è di appena 100 mila, tutte in professioni definite
“primarie”.
Tutti gli analisti concordano nel definire questa esclusione di forza
lavoro potenzialmente preparata e qualificata un grosso spreco di
foto di Simona Ghizzoni
42 | speciale donne
denaro e opportunità per il paese, e perfino il governo se ne starebbe
rendendo conto.
Come dimostra il decreto emanato di recente dal ministero del Lavoro
per assumere commesse nei negozi che vendono abiti, biancheria o
accessori femminili. Un secondo decreto ha permesso finalmente alle
donne di lavorare come cassiere nei supermercati, mentre un terzo
darebbe loro la possibilità di lavorare nei parchi per famiglie.
Un quarto provvedimento le autorizza a diventare cuoche nei ristoranti,
a patto che si segua strettamente la legge secondo cui a una donna
non è permesso stare da sola con un uomo che non sia un suo parente.
E poi c’è la famosa cittadella di Hafuf, una sorta di “paradiso rosa in
cui tutte le donne lavoratrici, dalle operaie alle manager, potranno
sentirsi a proprio agio nel soddisfare le proprie ambizioni” (parola
dell’authority saudita che ha presentato l’idea).
Una soluzione che forse aiuterà le donne ad uscire di casa e ad avere il
diritto a uno stipendio, dato che si prevede la creazione di circa 5mila
posti di lavoro.
Venti di cambiamento che attraversano il Golfo: Qatar, Kuwait e
Bahrein
Sebbene in Qatar vi siano più donne laureate che uomini, la
partecipazione femminile al mondo del lavoro non supera il 3%. E
s’incontra questa stessa modestissima percentuale se si guarda alle
donne che occupano cariche dirigenziali.
Secondo il report per la strategia di sviluppo nazionale, il governo di
Doha starebbe mettendo a punto facilitazioni per le donne - maternità,
asili nido, pensioni -, sebbene “consuetudini e tradizioni continuino a
prevalere, a discapito delle nuove opportunità create dallo sviluppo
economico del Qatar”.
“La questione infatti non riguarda solo le pari opportunità nel mondo
del lavoro”, come conferma Reem al-Darwish, studioso di economia,
intervistato dal Financial Times. “Riguarda anche ciò che un padre
ritiene opportuno e professionalmente accettabile per le proprie figlie.
Sono molte le famiglie di ‘strette vedute’. Non vogliono che le loro
figlie vadano a lavorare in posti frequentati anche da uomini”.
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E poi c’è il Kuwait, dove invece la percentuale della forza lavoro
femminile è di circa l’88% (contro l’89% degli uomini), come a
Singapore, Belgio, Finlandia, Danimarca, Estonia e Malta. E il Bahrein,
che non si allontana di molto, con il suo 61% (contro l'80 dei maschi) di
lavoratrici. In questa parte di Golfo sembra che il vento sia già cambiato.
44 | speciale donne
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GOLFO
Donne migranti, una tragedia tutta ‘domestica’
Sono circa 100 milioni i lavoratori domestici migranti nel mondo, l’83% del quale è donna. Di
queste un milione si trova nei paesi del Golfo, in condizioni che ricordano molto la schiavitù.
Un sistema che i governanti cercano di risolvere con misure ‘originali’ che non intaccano
minimamente il sistema della kafala.
di Stefano Nanni
L’ultima misura in ordine di tempo l’ha dettata l’Arabia Saudita.
Per prevenire l’ingresso delle lavoratrici domestiche straniere, le
autorità hanno deciso di rafforzare i controlli all’aeroporto tramite la
“politica del dente del giudizio”, come scrive l’organizzazione per i
diritti dei lavoratori migranti nel Golfo MigrantRights.
Il 3 dicembre, Nassir al Otaibi atterra all’aeroporto di Dammam, di
ritorno dal Nepal. Qui scopre che la donna che stava viaggiando con
lui non avrebbe mai potuto diventare la sua domestica, com’era nei
suoi piani. Viene infatti rimandata nel suo paese d’origine per via del
“dente del giudizio”: “Quando ho chiesto spiegazioni le autorità non
hanno saputo dirmi altro”, ha detto Nassir ai giornalisti del quotidiano
saudita Kabar.
Una misura che secondo fonti ufficiali servirebbe ad appurare la
reale età delle aspiranti domestiche, dato che spesso i passaporti
forniti sono falsi o semplicemente modificati. “Alle persone sospette
viene effettuato questo controllo medico e vengono interrogate: la
maggior parte di loro confessano di essere molto più giovani di quanto
dichiarato”, rivela il portavoce dell’ufficio immigrazioni dell’aeroporto,
il colonnello Imad Abdul Qadir.
Risorse fondamentali
I lavoratori migranti compongono il 66,9% del totale della forza
lavoro degli Stati membri del Consiglio di cooperazione del Golfo
(GCC). Tra questi, le donne impiegate come domestiche, colf o badanti,
voci dal campo
rappresentano circa un milione della popolazione di Bahrain, Arabia
Saudita, Qatar, Kuwait e Oman, secondo i dati forniti dalla United
Nations Entity for gender equality and the empowerment of women
(UN WOMEN).
Ma si tratta di cifre che andrebbero lette al rialzo visto che, oltre ai dati
indisponibili di Yemen ed Emirati Arabi Uniti, l’immigrazione illegale
è ampiamente diffusa. La forte domanda di manodopera estera è una
conseguenza dell’elevato standard di vita vigente in questi Stati.
La provenienza è per lo più asiatica: Nepal, India, Filippine, Sri Lanka,
Bangladesh; ma anche africana, in particolare da Etiopia ed Eritrea. Paesi
accomunati solo dall’indice di povertà. La stragrande maggioranza di
queste persone decide di intraprendere la difficile scelta di emigrare con
la speranza di poter inviare denaro ai propri cari. Risorse fondamentali
se si considera, ad esempio, che le rimesse nepalesi equivalgono a ben il
22,9% del Pil nazionale, quasi un quarto di tutta la ricchezza del paese.
Ma è una ricchezza che fa male, soprattutto tra le mura di casa.
La tragedia della Kafala
Perché parlare di lavoro domestico nei paesi del Golfo vuol dire parlare
di una tragedia che si chiama kafala. Un codice, il più delle volte non
scritto, di norme tradizionali che regola il rapporto tra impiegate e
datori di lavoro locali.
Funziona così: un kafeel, ovvero un datore di lavoro, contatta,
direttamente o per mezzo di un’agenzia di reclutamento una
potenziale domestica, agendo in questo modo da ‘sponsor’ per il suo
ingresso nel paese. Kafala infatti si traduce con “sponsorship”, ma
che in pratica si trasforma in un vero appropriamento della persona.
Il kafeel, spesso un capo famiglia, garantisce per il visto e paga una
quota all’agenzia, ma in cambio gli è garantita la totale dipendenza
della lavoratrice: s’impossessa del suo passaporto, può trattenere gli
stipendi – in media 100$ al mese senza contratto –, non le permette di
uscire e può ‘riconsegnarla’ all’agenzia se non soddisfa le sue esigenze.
E in quest’ultimo caso per la donna in questione ci sono tre possibilità:
che un nuovo sponsor si faccia avanti; rivolgersi al proprio consolato
oppure la tragedia. E dietro questa parola si celano prostituzione e
maltrattamenti fisici e psicologi. Che conducono in certi casi alla morte,
a volte per suicidio.
voci dal campo
46 | speciale donne
Basta guardare a ciò che è successo nel solo mese di novembre 2012,
secondo quanto riporta l’organizzazione MigrantRights. In Arabia
Saudita una domestica di nazionalità etiope è deceduta dopo essere
stata bastonata per tutta la notte; stessa sorte è toccata alla moglie del
kafeel e a un’altra colf, che però sono riuscite a salvarsi rinchiudendosi
in bagno.
Due i suicidi registrati in Kuwait: nel primo caso una filippina si è
gettata dalla finestra dell’appartamento dove lavorava per impedire al
suo datore di lavoro di ‘venderla’ a dei trafficanti di sesso; nel secondo
una badante indiana si è suicidata impiccandosi nella sua stanza.
In Bahrain, una colf bengalese è stata colpita a morte dal suo kafeel
con un asse di legno. Ad Abu Dhabi un’altra domestica etiope è stata
ripetutamente torturata dalla moglie del suo sponsor fino al decesso:
la polizia ha trovato il corpo della donna in una vasca di acqua bollente
avvolto da fili elettrici e con gli occhi ricoperti dal pepe.
Il motivo di queste orrende atrocità sarebbe stata la presunta “pigrizia
della lavoratrice”. L’ultimo caso in Oman, dove un datore di lavoro ha
reagito violentemente alle continue richieste di pagamento della sua
dipendente ferendola a morte con un oggetto tagliente nelle orecchie.
Ma la tragedia non si ferma qui, perché storie di sfruttamento, stupri,
razzismo, privazione di cibo e acqua vengono purtroppo frequentemente
portate alla luce da organizzazioni come MigrantRights, che cercano
di sensibilizzare l’opinione pubblica locale, spingendo i governanti ad
agire.
Politiche ‘inopportune’
Ma risolvere un problema così drammatico constatando o meno
la presenza del dente del giudizio è definito “deleterio” anche da
MigrantRights. Che chiede da tempo all’Arabia Saudita di prendere
ben altri provvedimenti. Stupisce inoltre la celerità con cui questa è
stata adottata.
“In genere gli Stati del Golfo sono estremamente lenti nel legiferare
in materia di protezione dei lavoratori migranti, ma stavolta l’Arabia
Saudita si è rivelata molto rapida”, afferma l’organizzazione. Una
misura del genere è inefficace perché si attua nel paese di destinazione,
dopo che una persona ha già affrontato sforzi incredibili per la partenza
voci dal campo
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nel suo paese di origine: non solo economici, che rappresentano
sicuramente la parte più importante, ma anche sociali e familiari, dato
che partire il più delle volte equivale a lasciare figli e famiglia.
A spingere i sauditi ad adottare questa politica potrebbero essere state
le dichiarazioni dell’ambasciatore nepalese presso Ryadh, Raj Pandey,
secondo il quale il 2012 si sarebbe chiuso con il rientro in patria di 103
cadaveri, la maggior parte dei quali di lavoratrici domestiche. Una
denuncia che fa seguito alla decisione del governo di vietare alle donne
minori di trent’anni di andare a lavorare nei paesi del Golfo.
E non è la prima volta che il Nepal impone restrizioni all’emigrazione
femminile. In passato simili misure sono state prese anche da India e Sri
Lanka, come riportato nel rapporto di UN women. Constatazione che
fa pensare che neanche questo tipo di politiche sia servito ad arginare
il problema né tantomeno a eliminarlo.
Nel 2009 il Bahrain aveva annunciato di “prendere in considerazione”
l’abolizione della kafala, ma ad oggi nessun passo concreto è stato
fatto. “Per affrontare una condizione molto vicina alla schiavitù
occorre ben altro”, secondo MigrantRights. Partendo innanzitutto dal
conformarsi agli strumenti internazionali che regolano i diritti e i doveri
dei lavoratori migranti: tutti i paesi del GCC, compreso lo Yemen, sono
firmatari di diverse convenzioni internazionali, ma nessuno di loro le
ha ratificate.
Il 18 dicembre, invece, la Convenzione internazionale per la protezione
dei diritti di tutti i lavoratori migranti e i membri delle loro famiglie
compie 9 anni dalla sua entrata in vigore: i paesi del Golfo non l’hanno
neanche firmata. E proprio una settimana prima l’Arabia Saudita aveva
dichiarato non grata un’associazione filippina, Migrante-Middle East,
che aveva denunciato casi di maltrattamenti. Per non parlare della
Convenzione n.189 dell’Organizzazione internazionale del lavoro sulla
condizione decente dei lavoratori domestici, nata soltanto lo scorso
giugno e presentata come un successo della comunità internazionale,
ma ratificata soltanto da Filippine e Mauritius.
Queste convenzioni in fondo non dicono niente di straordinario:
parlano di contratti, che siano pubblici e rispettati; affermano il diritto
a un giorno di riposo e a un salario decente; chiedono che le agenzie
di reclutamento siano iscritte presso lo stato di origine e vengano
voci dal campo
48 | speciale donne
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regolamentate; domandano ai paesi da cui provengono i lavoratori
di proteggere i propri cittadini all’estero. Invita gli Stati a considerare
migranti e domestici dei lavoratori come gli altri. La cui condizione, al
momento, somiglia sempre di più a quella di schiavi.
voci dal campo
voci dal campo
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Cinque storie di donne. Cinque storie di prigioniere di coscienza in Iran: Nasrin,
Bahareh, Masha, Jila e Shiva. Detenute nel ‘braccio 209’ del carcere di Evin, a
Teheran, per aver avuto il coraggio di raccontare le violazioni dei diritti umani nel
loro paese.
IRAN: STORIE DAL BRACCIO 209
di Cecilia Dalla Negra
La chiamano “l’Università di Evin”, per il numero di insegnanti e
intellettuali dissidenti che vi sono stati rinchiusi nel corso degli anni,
per aver osato sfidare il regime in Iran. È il carcere di Evin, a nord di
Teheran, costruito nel 1972 ai piedi dei monti Alborz sotto il regno
dello shah Mohamed Reza Palahvi. Sulla carta doveva essere un centro
di detenzione temporaneo per i prigionieri in attesa di giudizio, che
sarebbero stati poi dislocati verso altre carceri. Ma sin dalla rivoluzione
del 1979 ha visto passare migliaia di detenuti politici, oppositori e
prigionieri di coscienza tra le sue mura. Diventando tristemente noto
per la gestione blindata dell’intelligence iraniana: per le torture, le
esecuzioni arbitrarie, i trattamenti inumani e gli abusi sessuali ai danni
delle donne.
Perché ci sono anche loro nel ‘wing 209’, il braccio riservato a quelli che
in Iran sono chiamati i prigionieri di coscienza: persone arrestate per
aver “attentato alla sicurezza nazionale”, spesso sulla base di accuse
inconsistenti e attraverso processo sommari, condannate a scontare
anni di detenzione per il loro attivismo nell’ambito dei diritti umani,
della libertà di parola, di espressione.
O per aver agito in difesa dei diritti delle donne: come Nasrin, Bahareh,
Masha e le altre. Che passeranno anche questa giornata – dedicata
all’eliminazione delle forme di violenza contro il genere femminile – in
una cella d’isolamento, lontane dalle famiglie e in condizioni di salute
precarie, pagando a carissimo prezzo il coraggio che hanno avuto nello
sfidare il regime, o una legislazione che in quanto donne le discriminava.
Il coraggio di denunciare abusi, violazioni, assenza di diritti, violenze.
O quello di aver semplicemente fatto il proprio mestiere, ma nel paese
sbagliato: è il caso delle tante giornaliste e blogger che, come Shiva
e Jila, hanno scritto, raccontato, intervistato. Premiate in Europa e
arrestate in patria, anche solo per aver pubblicato un articolo.
Abbiamo scelto di raccontare cinque storie: di donne, coraggio e
repressione.
Bahareh Hedayat era una studentessa universitaria a Teheran quando è
stata arrestata per aver denunciato le violazioni dei diritti degli studenti
in seguito alle elezioni presidenziali iraniane del 2009. Agli impegni di
studio aveva scelto di affiancare la militanza femminista, prendendo
parte alla campagna “Un milione di firme”, lanciata dell’agosto del
2006 da diverse organizzazioni femminili per chiedere al parlamento
iraniano la riforma della legge che in Iran discrimina e penalizza le
donne. Bahareh, figlia della generazione nata dopo la rivoluzione
foto di Simona Ghizzoni
52 | speciale donne
del ’79, ha rivendicato per se stessa e per il suo paese una libertà di
espressione e un’uguaglianza che non le sono state concesse: accusata
di “attentato alla sicurezza nazionale” e arrestata molte volte, nel
dicembre 2009 è stata condannata a 9 anni e mezzo di reclusione. La
sua condanna è una delle più dure mai inflitte a un’attivista per i diritti
umani in Iran. Oggi ha 31 anni.
Jila Baniyaghoob è una giornalista. Negli ultimi anni è stata arrestata
più volte per aver esercitato il diritto di stampa e di espressione
attraverso il suo lavoro di freelance e redattrice-capo del giornale del
Centro per i diritti delle Donne Kanoon Zanan Irani. L’ultimo arresto
il 2 settembre del 2012, quando è stata condotta nel carcere di Evin
per scontare una pena di un anno. Con lei è stato arrestato anche il
marito Bahman Ahmadi Amoyee, anche lui giornalista. Nel 2009
l’International Women’s Media Foundation l’ha insignita del premio
Courage in Journalism “per aver raccontato senza paura l’oppressione
del governo nel suo paese, che l’ha particolarmente colpita in quanto
donna”. Nel 2010 ha vinto il Freedom of Speech Award di Reporter
senza frontiere. Una volta tornata in libertà, le sarà impedito esercitare
la professione giornalistica per i prossimi 30 anni. Oggi ha 39 anni.
Masha Amrabadi è una giornalista. Arrestata una prima volta nel
2009 per aver dato conto delle manifestazioni che animavano il paese
all’indomani delle contestate elezioni presidenziali, è stata in seguito
rilasciata. Nel maggio del 2012 è stata nuovamente condotta nel
carcere di Evin e condannata a scontare un anno di reclusione per aver
“diffuso propaganda contro il sistema attraverso le sue interviste e i
suoi articoli”. E per aver cercato di difendere il marito Massoud Bastani,
anche lui giornalista e prigioniero politico. Masha oggi ha 27 anni.
Shiva Nazar Ahari, attivista per i diritti umani, blogger e giornalista.
Membro del Comitato dei giornalisti per i diritti umani, è stata
condannata a scontare una pena di 4 anni per “propaganda antiregime” e moharebeh, il reato di “guerra contro lo stato e contro dio”,
tra i crimini più gravi secondo la legge islamica in vigore in Iran. Nel 2011 è
stata insignitadel premio Theodor Haecher per aver “coraggiosamente
coperto con le sue attività giornalistiche le violazioni dei diritti umani”
nel suo paese. Shiva Nazar Ahari ha 28 anni.
Nasrin Sotoudeh, attivista per i diritti umani, avvocatessa, insignita nel
2012 del premio Sakharov insieme a Jafar Panahi, un riconoscimento
assegnato dal Parlamento Europeo a personalità che abbiano dedicato
la loro vita alla difesa delle libertà individuali e dei diritti umani. Nel
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settembre di quest’anno è stata convocata nel carcere di Evin per
“accertamenti”. Non ne è mai uscita. Condannata a scontare una pena
di 6 anni per “propaganda anti-regime” e “attentato alla sicurezza
nazionale”, oltre al divieto di esercitare la professione forense per
i prossimi 10 anni. In seguito all’inasprimento delle condizioni di
detenzione, e al divieto comminato alla figlia dodicenne di lasciare il
paese, Nasrin Sotoudeh ha avviato uno sciopero della fame lungo 50
giorni, cui si sono unite altre nove detenute di Evin, tra cui Shiva Nazar
Ahari e Bahareh Hedayat.
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IRAN
Non rinnegano la rivoluzione, è la rivoluzione a rinnegare loro
La situazione delle donne in Iran è ben diversa dalla situazione delle donne nel resto del
mondo islamico. A farcene un ritratto è la professoressa Anna Vanzan, iranista e islamologa,
docente di Cultura araba presso l’Università di Milano e visiting lecturer al Master M.I.M.
dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e al Master europeo on line EUMES.
di Marta Ghezzi
L’immagine che il mondo ha dell’Iran è quella di una donna nascosta
sotto un chador nero, vittima di un regime religioso che la vuole chiusa
in casa. Ma è davvero così?
Se dopo 33 anni, lo Stato è ancora costretto a mettere negli uffici
pubblici un quadretto con un disegnino per ricordare alle ‘sorelle’
come si devono velare, significa che davvero non è riuscito a piegare le
donne d’Iran.
È proprio nel tentativo di mettere le donne al loro supposto posto che
il regime ha fallito. Si è buttato tutto il peso (e il significato) di una
rivoluzione sulle spalle delle donne e soprattutto sulla loro condotta, e
si è ingenerata paura.
A pesare, e tanto, è l’embargo. Si sono create una società e un’economia
parallele che stanno minando l’ordine e la normalità delle cose. A
perdere il lavoro sono soprattutto le donne. Le élite se ne fregano delle
sanzioni, anzi, c’è chi addirittura si è arricchito tra traffici illegali e della
borsa nera. Chi soffre è la gente normale, che ora deve fare i conti
anche con la crisi.
Prima ha accennato al tasso di istruzione delle ragazze, ma leggevo di
una nuova legge per limitare l’accesso a numerose facoltà proprio alle
studentesse.
La storia del divieto di accesso alle università per le ragazze è una storia
vecchia almeno quanto la rivoluzione islamica. All’indomani della
caduta dello Shah, l’idea che il nuovo governo voleva far passare era
quella della segregazione totale tra i sessi anche nelle aule universitarie,
ma in breve tempo si è rivelata un’opzione impraticabile: far funzionare
un intero ateneo con classi femminili seguite da insegnanti femmine e
classi maschili con insegnanti maschi richiede un enorme investimento
in termini di spazio e di risorse umane.
Oggi, la questione si ripropone alla luce di due nuove variabili, che
all’inizio degli anni Ottanta non c’erano: la popolazione universitaria,
presso tutte le facoltà, è per la stragrande maggioranza femminile,
e visto l’alto tasso di disoccupazione intellettuale, c’è un surplus di
insegnanti qualificati sia uomini sia donne.
È una paura che arriva dalla famiglia prima di tutto, ma è indotta:
arriva dall’imposizione di un codice di vestiario e dai controlli continui,
dal timore di sbagliare e di perdersi dentro ad un sistema che non si
comprende.
L’iniziativa l’ha presa l’università della tradizionalissima città di Qum...
diciamo anche che lì il terreno era anche più fertile, perchè attaccasse
bene una proposta del genere: cedere ai gruppi di pressione e alle
frange più estreme del parlamento e chiudere l’accesso alle facoltà
scientifiche alle ragazze, introducendo delle quote azzurre.
Ma le donne in Iran sono forti: si è detto loro che dovevano stare a casa,
e loro di tutta risposta hanno alzato la media del tasso di istruzione.
Si è andata rafforzando l’idea della donna istruita, laureata, e con il
tempo questa donna istruita è diventata anche padrona del suo destino
e dello spazio sociale.
Non è una legge nazionale, o almeno non ancora, ma la questione è
che il ministero dell’Istruzione non ha detto nulla in proposito, né a
favore né contro l’iniziativa. Una presa di posizione verso la chiusura
dell’Università di Teheran, considerata la più ‘aperta’ del paese, ecco,
potrebbe sollevare un certo scalpore.
E non è un concetto radicato solo nei grandi centri urbani: nelle
campagne le famiglie sono disposte a grandi sacrifici pur di assicurare
alla propria prole un banco all’università. Padri e madri che vogliono
un futuro diverso per i propri figli.
Il governo in pratica sta dando mano libera alle università private, la
più famosa delle quali fa capo a Rafsanjani. Lì le politiche di genere
sono diverse, l’insegnamento è più libero, il controllo sugli studenti è
minore.
voci dal campo
voci dal campo
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In generale l’ambiente universitario impone delle regole più strette
rispetto alla normale quotidianità iraniana. È facile vedere in giro
per gli atenei ragazze coperte dalla testa ai piedi, quando fuori
indosserebbero al massimo un foulard. E proprio perchè le regole sono
così strette e ben evidenti, che molti insegnanti riescono ad aggirarle.
Certo, dopo il 2009 e l’Onda Verde, molti docenti sono stati costretti
a lasciare il proprio posto di lavoro, perché accusati di connivenza con
gli studenti in rivolta, oppure se ne sono andati perchè non sono stati
più in grado di convivere con il sistema e le sue richieste, anche se molti
continuano a lavorare stando attenti a dissimulare le loro opinioni
personali, oppure portando avanti un discorso ‘parallelo’ con alcuni
studenti fidati, magari all’esterno del recinto accademico.
poligamia ‘estrema’? E’ per prima la società civile quella che si mobilita
contro questa ipotesi.
Con gli alti livelli di disoccupazione, soprattutto tra i giovani laureati e
tra le donne, non è difficile sostituire personaggi scomodi con altri più
condiscendenti e malleabili. Ma c’è ancora chi resiste e non abbandona
la sua strada.
Le donne in Iran sanno cosa vogliono e non mollano! Il codice di famiglia
è restrittivo? Allora lottiamo per cambiarlo! È tutto un proliferare
di movimenti per i diritti e associazioni. Il cammino è stato avviato.
Bisogna solo continuare su questa strada.
Le donne in Iran sono ben consapevoli delle conquiste ottenute finora
e non sono disposte a tornare indietro per nulla al mondo. Durante
i disordini post-elettorali del 2009, alla guida di molti cortei c’erano
proprio studentesse, professioniste e madri. È una situazione che
farebbe paura a qualunque governo, a maggior ragione a quello
dell’Iran che ha perso apertamente la sua battaglia contro di loro.
E le elezioni del prossimo anno? Cosa vede nel futuro del paese e delle
sue donne?
Le donne rivendicano uno spazio sociale che sia loro, libero, nuovo.
Non rinnegano la rivoluzione islamica, ma sentono che in molti casi
è stata la rivoluzione a rinnegare loro. Cosa che in ogni caso non le
ferma.
Negli anni Novanta, sotto la presidenza di Khatami, l’Iran ha vissuto
un grande momento di riforme dal basso verso l’alto. Khatami ha
sollevato il coperchio e iniziato un percorso. Gli iraniani, e soprattutto
le iraniane, non sono disposti a tornare indietro.
Una delle voci più agguerrite contro il sistema è la figlia di Rafsanjani: è
stata parlamentare, ha un blog e parla senza tanti peli sulla lingua dei
problemi del paese; è finita in galera per aver espresso le sue opinioni,
ma non si è fermata.
La linea che si è rafforzata in questi anni di presidenza di Ahmadinejad
è tutta conservatrice e i giochi si faranno proprio tra le fila più
tradizionaliste del potere iraniano. Ma l’opposizione c’è e l’Iran è un
paese imprevedibile. Nessuno si aspettava quello che poi è successo
nel 2009. Potrebbe esserci un nuovo 2009. Oppure no. D’altra parte
gli iraniani si attribuiscono il merito di aver dato inizio alle primavere
arabe...la protesta sociale andrà avanti perchè il movimento c’è. Dove
poi porterà, questo ancora non si può sapere.
Per fare un esempio: il Parlamento sta discutendo in questo periodo
un disegno di legge che impedisca alle donne single al di sotto dei 40
anni di lasciare il paese senza il consenso di un uomo della famiglia. E
chi si è schierato in prima fila contro questa proposta? Proprio le più
tradizionaliste, che negli anni hanno preso coscienza del loro ruolo e
che non sono più disposte ad essere messe nell’angolo in nome di una
presunta superiorità, sociale o legale, degli uomini.
Il giogo del codice di famiglia pesa ancora e sempre. Però la gente, e
le donne stesse, oggi recepiscono le leggi in maniera diversa. La legge
dà la possibilità alle bambine di 9 anni di sposarsi? Bene, le ragazze
iraniane in media si sposano attorno ai 25. Si parla di reintrodurre la
voci dal campo
voci dal campo
58 | speciale donne
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Erano in due, su una moto, armati e col volto coperto. Le hanno sparato mentre si
recava al suo ufficio, nel capoluogo della provincia est di Laghman. E’ morta così Najia
Seddiqi, direttrice provinciale dell’Ufficio degli affari delle donne, lo scorso 10 dicembre.
di Anna Toro
Una morte quasi annunciata dato che, cinque mesi prima, anche il suo
predecessore, Hanifa Safi, è stata uccisa a Kandahar, per mezzo di una
bomba nascosta nella sua auto. Entrambe attiviste per i diritti delle
donne, Seddiqi e Safi lavoravano senza scorta.
Il figlio di Safi ha raccontato alla Reuters delle ripetute richieste
di protezione puntualmente ignorate dalle autorità. Secondo lui,
sarebbe l’ennesimo esempio di come il governo continui a prestare
poca attenzione al lavoro delle donne, specie di quelle che lavorano
in ruoli chiave e così esposti.
AFGHANISTAN:
TRA PAURA, VIOLENZE E LEGGI “INVISIBILI”
Il presidente Karzai, naturalmente, ha sempre respinto le accuse.
“Uccidere le donne è un atto codardo, contro i valori islamici e
culturali dell’Afghanistan”, ha detto dopo l’assassinio di Seddiqi.
Eppure, nonostante i comunicati ufficiali del governo sui miglioramenti
della condizione femminile nel paese, le donne afghane continuano
a essere le principali vittime di abusi e violenze, in particolare quelle
che vivono nelle province più povere e remote.
Certo, nel 2009 è stata emanata la legge sull’eliminazione della violenza
di genere, che finalmente ha trasformato in reato il matrimonio
forzato delle bambine, le percosse domestiche, la compravendita
per questioni di debiti o dispute familiari, l’aggressione, lo stupro
e un’altra dozzina di fattispecie. Legge che però è ancora lontana
dall’essere applicata.
A questo proposito, subito dopo l’uccisione di Seddiqi, le Nazioni
Unite hanno reso pubblico uno studio realizzato in 22 delle 34 province
afghane nel periodo tra settembre 2011 e settembre 2012.
Secondo quanto si legge nel report, la maggior parte degli incidenti e
delle violenze domestiche non vengono denunciati, come è successo
a Storay, strangolata e uccisa dal marito perché ha dato alla luce una
figlia femmina e non un maschio.
O quello della bimba di 10 anni della provincia di Baghlan, che
racconta come lo zio intendesse darla in sposa a suo figlio per ottenere
la proprietà delle terre di famiglia. O, ancora, la sconvolgente
testimonianza della quindicenne che, picchiata più volte dal marito e
dal padre di lui, alla fine si è data fuoco ed è morta.
foto di Simona Ghizzoni
60 | speciale donne
Vittime in prigione: la legge ribaltata
La Commissione indipendente afghana sui diritti umani riporta oltre
4 mila casi di violenza contro le donne commessi tra il 21 marzo e il 21
ottobre del 2012, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. Ma le
discriminazioni e la paura dello stigma sociale rendono molto difficile
per le donne denunciare i crimini commessi nei loro confronti.
Le Nazioni Unite sono riuscite a registrare appena 470 denunce alla
polizia. I rinvii a giudizio sono stati 163, circa il 35%, e solo 72 erano
basati su violazioni alla legge contro la violenza sulle donne. Nelle 16
province analizzate, solo il 21% dei casi sono finiti con una condanna.
Secondo i dati riportati quest’anno da Simona Cataldi del Cisda
(Coordinamento italiano sostegno donne afghane), più dei due
terzi della popolazione femminile è in carcere proprio a causa di
questi cosiddetti “crimini morali”. Partendo dal reato di zina, ovvero
i rapporti sessuali pre o extra matrimoniali, e dalla fuga, che viene
arbitrariamente associata all’intenzione di commettere adulterio e,
quindi, di contravvenire a quanto prescritto dalla shari’a.
“Le donne, al contrario, nella maggior parte dei casi scappano di casa
per sfuggire a matrimoni forzati e ad altre forme di violenza”, afferma
l’attivista e studiosa. “Nonostante la legge del 2009, e stando a quanto
denunciato dalle principali agenzie dell’Onu, il 60% dei matrimoni sono
forzati e di questi, il 57% riguarda ragazze che hanno meno di 16 anni.
Ancora dalle statistiche, l’87% dichiara di aver subito una violenza, e la
metà sono sessuali”.
Certo, qualche piccolo miglioramento c’è stato, anche per quanto
riguarda la presa di coscienza del problema. Ad esempio a Kabul, dove
a luglio decine di donne, ma anche di uomini, sono scesi nelle strade per
protestare contro l’esecuzione pubblica di una donna afghana accusata
di adulterio. A scatenare la manifestazione, il video stesso della sua
uccisione, avvenuta nella provincia di Parwan, a nord di Kabul, mentre
la folla attorno applaudiva e rideva.
Dopo la Nato...
Sono in molte a chiedersi se la situazione delle donne non peggiorerà
ulteriormente dopo il 2014, con l’annunciato ritiro delle truppe
internazionali. Il mancato impegno da parte del governo afghano
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nel promuovere l’uguaglianza e nel perseguire il maltrattamento nei
confronti delle donne fa crescere la paura di venir poste ancora più in
fondo nell’agenda politica nazionale.
Guhramaana Kakar, consulente per la parità di genere del presidente
Hamid Karzai, ha sottolineato come “i negoziati tra il governo, i talebani
e gli altri gruppi di insorti stiano ignorando in modo sistematico i diritti
delle donne”.
Secondo una recente ricerca dell’Ong ActionAid, l’86% delle donne
afghane teme il ritorno della legge talebana, e una su cinque è
preoccupata per l’educazione delle proprie figlie, anche se il 72%
conferma che la sua vita è migliorata rispetto a 10 anni fa.
“Le donne subiscono regolarmente molestie sul posto di lavoro”come
afferma Kakar, sottolineando che sono spesso bersaglio degli insorti per
il solo fatto che vanno a scuola o lavorano. Perfino a casa sono soggette
a violenze e abusi, tacitamente tollerati dalle corti. “Tutti gli afghani,
uomini e donne, vogliono un paese senza le truppe straniere, ma penso
che la comunità internazionale dovrebbe mettere la questione donne
in agenda e assicurarsi che sia garantita loro la sicurezza e le libertà
fondamentali”.
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62 | speciale donne
AFGHANISTAN
Quando la prostituzione comincia in famiglia
Non era la prima volta che la suocera della giovane Mah Gul, 20 anni, aveva cercato di farla
prostituire. Al suo ennesimo rifiuto la donna ha preso la decisione: con l’aiuto di un complice,
hanno aspettato che il figlio tornasse dal lavoro. In tre hanno bloccato la ragazza e, per
punirla del suo rifiuto, le hanno tagliato la testa.
di Anna Toro
E’ successo appena il mese scorso, nella provincia afghana di Herat.
Gli assassini sono stati tutti arrestati, ma questa è più un’eccezione
che la regola, in un paese dove le donne da vittime si trasformano
automaticamente in colpevoli, anche di fronte alla legge, mentre i loro
aguzzini rimangono per lo più impuniti.
La prostituzione stessa, pure quella forzata, fa parte infatti dei
cosiddetti “crimini morali”.
Con una particolarità: in Afghanistan, nella maggior parte dei casi
conosciuti, tutto parte all’interno della famiglia (la propria o quella del
proprio marito) ed è per questo che il fenomeno è ancora più difficile
da individuare e controllare.
Come nel caso di Soma, originaria di Mazar-e-Sharif. Era appena
un’adolescente, racconta l’agenzia stampa Inter Press Service, quando
suo nonno ha deciso di farla sposare con un uomo che nemmeno aveva
mai visto.
Una volta arrivata a Kabul per la cerimonia, la ragazzina scopre di
essere stata data in sposa a un bambino di 8 anni.
Non passa molto tempo che la famiglia di lui la costringe a prostituirsi,
durante i festini organizzati dal suocero: per 200 dollari i visitatori
mangiavano, bevevano e guardavano Soma e altre ragazzine della
famiglia danzare, per poi spostarsi nelle camere da letto. Soma era
costretta ad andare anche con 4 uomini per notte.
voci dal campo
Lei alla fine è stata più fortunata rispetto a Mah Gul, anche se fino a
un certo punto: un cliente, impietosito dalla sua vicenda, l’ha aiutata a
scappare e ad andare dalla polizia.
Il caso è arrivato al ministero per gli Affari delle donne, ma intanto
Soma è stata rimandata a casa di suo nonno a Mazar-e-Sharif e l’uomo
che l’ha costretta a prostituirsi, è scampato all’arresto.
“Sono per lo più le famiglie a vendere le loro figlie e nuore – conferma
Nigina Mamadjonova dell’International Organisation of Migration –
dopo di che le ragazze non hanno altra scelta che continuare questa
strada”.
“Non solo perchè le famiglie d’origine, per la vergogna, non le
rivogliono in casa, ma anche perchè, se provano a scappare e a rivolgersi
ad associazioni e ong in cerca di aiuto, rischiano di essere rintracciate
e uccise”.
Fenomeno in crescita
La povertà cronica del Paese dopo decenni di guerra e occupazione
straniera non ha fatto che accrescere il problema, rendendo queste
donne, spesso giovanissime, sempre più vulnerabili (senza dimenticare
che in Afghanistan il fenomeno della prostituzione forzata coinvolge
pesantemente anche i bambini).
Secondo un’inchiesta dell’Afghanistan Independent Human Rights
Commission, il 60% del traffico di donne e bambini è interno. La
prostituzione nel Paese è illegale ma, sebbene non si disponga ancora
di dati ufficiali, per le Ong il fenomeno è in crescita.
Il motivo per cui le ragazze finiscono col prostituirsi è innanzitutto la
violenza domestica, e non solo nei casi sopra citati. Spesso il marito
o il fratello, a causa della disoccupazione, diventa tossicodipendente
o alcolizzato, e per la donna vendere il proprio corpo diventa l’unico
modo di provvedere alla propria famiglia.
La legge afghana spesso identifica questo crimine con l’adulterio, per il
quale si rischiano anche 15 anni di prigione.
Per le prostitute “di strada” condannate, però, la norma sono 6 mesi di
prigione, mentre il cliente non viene arrestato, seppure anch’egli stia
commettendo un reato.
voci dal campo
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In un Paese dove l’educazione sessuale è inesistente e dove le famiglie
ancora puniscono le figlie o le mogli che li hanno disonorati, la
prostituzione comporta dei rischi altissimi, soprattutto di attacchi da
parte dei Talebani, ma anche, come capita dappertutto, di aggressioni
e rapine da parte degli stessi clienti.
“Il problema è che raramente queste leggi vengono applicate e la
donna vittima finisce per diventare a sua volta imputata e condannata”
denuncia Human Right watch, che quest’anno ha pubblicato un intero
report sulle donne afghane colpevoli di “crimini morali”, ma soprattutto
vittime di abusi e violenze, dal titolo significativo: “I had to run away”.
Se il governo tace, le prostitute si auto-organizzano
“Il presidente Karzai, gli Usa, tutti – termina l’ong – devono onorare le
grandi promesse fatte 10 anni fa verso le donne afghane, innanzitutto
mettendo fine alle carcerazioni per le donne vittime e poi concretizzando
gli annunci e gli impegni presi a sostegno dei loro diritti”.
E poi ci sono le malattie sessualmente trasmissibili, di cui sia le ragazze
sia i clienti in genere sono poco o per nulla informati: basti pensare che,
in un recente articolo del Wall Street Journal, un camionista afghano
ha dichiarato di non sapere nemmeno cosa fosse un preservativo.
Proprio per questo a Kabul, racconta ancora il Wsj, un gruppo di
prostitute ha deciso di creare una rete interna per la diffusione di
informazioni di tipo pratico e sanitario.
Oltre alle liste nere dei clienti autori di aggressioni o rapine, il gruppo
ha cominciato a distribuire preservativi e pamphlet illustrati sulle
malattie infettive e sui pericoli del contagio (secondo l’Asian Human
rights Commission più di 100mila afghani, tra uomini e donne, hanno
contratto l’Hiv, malattia in crescita nel paese, mentre la malattia più
diffusa nel Paese è l’epatite B, che è endemica).
La rete stessa ha contato a Kabul circa 6mila prostitute donne, e 4mila
maschi.
Quando sono per strada le donne indossano il classico burqa azzurro
e non si distinguono dalle altre, ma hanno i loro modi per contattare i
clienti: tramite i commercianti, sui taxi, o anche per telefono.
Le ragazze, se trovano un cliente facoltoso, riescono a guadagnare
anche 1200 dollari a notte, mentre la media è 20 dollari a cliente. Un
introito considerevole, se si pensa che lo stipendio medio per le donne
nella capitale si aggira sui 150 dollari al mese.
Nonostante questo, ben poche si ritengono felici di fare questo lavoro,
e nessuna di loro l’ha scelto di propria spontanea volontà.
E il governo afghano ha fatto pochissimi passi avanti sia nel contrastare
questo fenomeno sia con le varie leggi a difesa delle donne.
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Speciale Donne/1
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la solitudine
di Sherazade
progetto grafico: Marta Ghezzi

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