Il nostro magico decennio - Roberto PEPINO il pittore delle strade

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Il nostro magico decennio - Roberto PEPINO il pittore delle strade
Gli ex bambini della casa Fiat
di Lu
Lucento presentano
IL NOSTRO MAGICO
DECENNIO
Ovvero storie e ricordi degli anni Sessanta legati alla casa popolare della Fiat
di via Borgomasino angolo via Gotti
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Ai compagni di gioco della nostra
casa che non sono più con noi e
che ricordiamo con tanto affetto
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PREFAZIONE
Il 4 dicembre 2011 con una mail ho lanciato la sfida agli amici della
casa, invitandoli ad iniziare “un gioco di squadra” finalizzato a scrivere il
libro della Casa Fiat a più mani.
Parlare della casa, passando per il cortile, il praticello, i giochi, le
amicizie, le liti, gli amori, le bande, ma anche il lavoro dei nostri papà,
delle nostre mamme, il tipo di educazione ricevuta, ecc, significa raccontare uno spaccato di vita estremamente interessante e ricco; significa ricordare un pezzetto di microstoria importante soprattutto perchè oggi non
sarebbe più possibile trovare una situazione del genere.
La casa, al momento in cui scrivo (2012) ha compiuto 52 anni, la sfida
che ho lanciato agli ex bambini, ormai con i capelli brizzolati ed alcuni
già nonni, è quella di raccontare la nostra epoca.
L’idea di scrivere questo libro mi è venuta parecchi anni fa, precisamente quando Giorgio Prato, uno dei miei più cari amici della casa, ci ha
lasciati.
Giorgio è stato il primo di noi che se n’è andato e anche se ormai eravamo grandi, sposati, ed ognuno aveva preso la sua strada, il ritrovarci in
molti, quel giorno, intorno a Lui, è stato molto doloroso, ma anche “bello”. In quel momento, per me, rivedere gli amici d’infanzia, abbracciarli,
baciarli, tra lacrime e sorrisi, è stato come ritrovare la forza e l’unità di
quel periodo.
Di colpo ho sentito e capito che ci volevamo veramente bene, ho sentito, in quel triste giorno, tutta la forza calamitante di quella casa e di quel
cortile.
La notte poi non ho quasi dormito, la mente era lì, ferma a quel meraviglioso decennio degli anni ’60… a ripensare ai nomi, ai volti, alle varie
situazioni, insomma, quei momenti sopiti per anni, tornavano alla mente.
Parlandone con altri poi ho capito che la forza del ricordo era comune, e quindi ancora più bella e importante da far vivere e condividere.
Ora che la sfida è lanciata, spero che venga colta da un gran numero
di ex bambini della casa.
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Io inizierò a scrivere man mano qualche ricordo e poi si vedrà… il
premio di questo “gioco di squadra” sarà la stampa e la distribuzione di
questo libro.
Speriamo di riuscire a vincere, tutti insieme naturalmente.
Gabriella Pernaci
Quando si ha l’occasione di incontrarci, dopo aver parlato del più e
del meno, si va sempre a finire sui ricordi di quando eravamo bambini o
ragazzi. Questi ricordi, tranne poche eccezioni, sono sempre gli stessi, arricchiti o meno di particolari a seconda del narratore di turno, ma ci fa
comunque piacere raccontarli oppure sentirceli raccontare.
Per questo motivo credo di essere stato il primo sostenitore dell’idea
di Gabriella.
Mettere in nero su bianco i nostri ricordi, tenerci in casa questo volume e poterlo poi rileggere quando desideriamo fare un tuffo nel passato,
ritengo sia stata un’idea geniale.
Questo libro lo leggeranno i genitori che hanno la fortuna di essere
ancora con noi e per loro l’emozione sarà decisamente più forte della nostra, in quanto si ritroveranno per un attimo trentenni, con figli piccoli e
davanti a loro una lunga strada da percorrere.
Questo libro lo leggeranno anche i nostri figli, nati negli anni del benessere e della tecnologia, che avranno così modo di capire che la felicità
e il divertimento non sono frutto di quanto si ha, ma di quanto si riesce ad
ottenere con la semplicità e con l’ingegno.
Questo libro lo leggeranno tra qualche anno i nostri nipoti che, pur
considerandoci ai limiti della preistoria, proveranno sicuramente un piacevole senso di tenerezza nei confronti dei loro nonni.
Per tutti questi motivi ho fin da subito sposato l’idea di Gabriella e mi
sono reso disponibile a curare l’editing del libro e a fare da collettore per
la ricezione dei “pezzi” che mi perverranno.
Per non snaturare i racconti non modificherò alcuna parte degli stessi
e mi limiterò solamente ad unificarli come testo e a correggere eventuali
errori di battitura che incontrerò in itinere.
Questo libro, che verrà stampato in accordo al numero di copie che ci
verrà richiesto, verrà anche inviato come file .pdf a tutti quelli della
mailing list.
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Per chi desiderasse in futuro farsi stampare eventuali copie dovrà
consegnare il file .pdf al tipografo e fornirgli i seguenti input:
• Copertina (A5) a colori, in cartoncino;
• testo (A5) in B/N fronte/retro;
• rilegatura con spiraline (più economica) o con guaina termoincollante.
Roberto Pepino
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GLI ANNI SESSANTA
L’Italia degli anni ’60 era veramente una bella Italia. Coloro che
hanno avuto la fortuna di vivere la propria gioventù in quei meravigliosi
anni non possono che rimpiangerla. Nel 1960 la lira correva forte quanto Livio Berruti. Livio si era guadagnato la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma e la lira l’Oscar quale migliore moneta europea.
La struttura dei consumi della popolazione si era avvicinata a quella
dei paesi europei con più alto tenore di vita. La fase di industrializzazione del Paese procedeva speditamente e la FIAT era diventata il motore
trainante dell’economia del Nord. C’era molto ottimismo nell’aria e tanta voglia di lasciarsi dietro il passato. La distanza tra le classi sociali
sembrava assottigliarsi sempre di più. Il frigorifero, la lavatrice, il televisore e perfino l’automobile erano diventati obiettivi accessibili anche
per la classe operaia, che poteva finalmente contare su salari più alti e
sicuri.
Come tutte le città Nord, a Torino, la fascia della popolazione interessata da un reddito medio era in continuo aumento. Il dopoguerra
sembrava ormai lontano, anche se non tutti i problemi erano ancora stati
risolti. Il desiderio di trasformazione e la voglia di uscire dalla rigidità
degli anni Cinquanta, aveva condizionato le scelte delle famiglie torinesi
che, spinte dai modelli di vita proposti dai media ed agevolati dalla crescita salariale, avevano scoperto i nuovi orizzonti del tempo libero. Era
stata una scoperta graduale che aveva portato nelle case dei lavoratori il
mito del Ferragosto, delle vacanze di massa, di Spotorno, Alassio e della
riviera ligure in generale.
Quello degli anni Sessanta era anche stato un periodo di eccezionale
vivacità culturale ed artistica, che aveva visto il mondo giovanile, soprattutto nella seconda parte del decennio, protagonista di un vero e proprio
cambiamento di mentalità, capace di sconvolgere in pochi anni abitudini,
gusti e regole morali consolidati da decenni.
La contestazione degli studenti era stata una delle forme più tangibili
di questa stagione di irrequietezza giovanile. I movimenti studenteschi
avevano assunto i connotati di combattive organizzazioni di lotta a carat9
tere di massa, trovando come scenari della propria azione università e
scuole. La rivolta studentesca, partita nel ’64 dagli Stati Uniti, si era
propagata nel ’67 in Europa e poi in Italia. Il momento di maggior fervore era stato il periodo tra il ’68, “l’anno degli studenti”, e il cosiddetto
“autunno caldo” del ’69. La protesta, partendo dalla contestazione del
sistema universitario, aveva assunto i significati di una radicale contestazione generazionale e politica
Il ’68 si era concluso con una parziale sconfitta. Alla fine degli anni
Sessanta il miracolo italiano era già finito. Gli sprechi e la superficialità
con cui era stata gestita quell’economia favorevole, avrebbe poi dato vita alla grave crisi economico-politica e istituzionale degli anni Settanta.
Crisi che sarebbe poi sfociata nel terrorismo.
Tratto dal romanzo: “Quella sera d’agosto in cattedrale”
di Roberto Pepino
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LA STORIA DELLA NOSTRA CASA
Nel dopoguerra, quando il patrimonio edilizio e le fabbriche, duramente danneggiate dai bombardamenti, erano state rimesse in vita, la crescita economica e industriale aveva finalmente avuto le basi necessarie
per poter muovere i suoi primi passi. La Fiat necessitava, per crescere e
far fronte alle nuove esigenze del mercato, di manodopera spesso non
qualificata da impiegare nell’espletamento di mansioni ripetitive. Per il
forte richiamo di un reddito sicuro, Torino era stata oggetto di un’ondata
migratoria senza precedenti e si era trovata ad essere la terza città meridionale d’Italia, subito dopo Napoli e Palermo. L’arrivo scoordinato degli
immigrati aveva creato una serie di grossi problemi che andavano
dall’abitazione ai servizi. Problemi che Torino si era trovata impreparata
ad affrontare.
La priorità di dare un’abitazione alle famiglie dei lavoratori aveva
quindi dato il via al boom dell’edilizia, orientato soprattutto nella costruzione di case popolari a prezzi di mercato accessibili e spesso facilitati da
pagamenti “a riscatto”. Il lavoratore che presentava la domanda per
l’assegnazione di un alloggio presso le opportune sedi, veniva sottoposto
ad attente valutazioni degli organi selezionatori e, se tutti i requisiti richiesti erano soddisfatti, aveva la speranza di entrare in graduatoria nella
rosa dei candidati.
La Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA) fu istituita
col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 su iniziativa dei politici francesi
con lo scopo di mettere in comune le produzioni di queste due materie
nei paesi costituenti l’Europa industrializzata.
L’Italia, congiuntamente al Belgio, Francia, Germania Occidentale,
Lussemburgo e Paesi Bassi fece parte di questa comunità, beneficiando
di conseguenza di tutte le agevolazioni previste per le famiglie dei lavoratori.
I due grossi poli torinesi della Fiat erano a quel tempo le Ferriere e le
Fonderie di via Cigna. Il bando per l’assegnazione della nostra casa ven11
ne indetto dalla Fiat, patrocinato dalla CECA e rivolto ai lavoratori di
questi due comprensori.
I nostri genitori, con un anticipo medio di trecentomila lire, versato
all’accettazione della domanda, e una rata mensile media di undicimila lire, non indicizzata, realizzarono il sogno di accedere ad un alloggio la cui
proprietà definitiva sarebbe stata ufficializzata al termine del riscatto venticinquennale.
Addio case vetuste senza ascensore, addio gabinetti di ringhiera, addio stanze da letto comuni. Il 1960 era stato l’anno della svolta della vita
e si prospettava un futuro incoraggiante per le famiglie che, sull’onda del
boom economico, iniziarono ad arredare gli alloggi con cucine
all’americana e mobili in stile svedese.
Addio vecchie ghiacciaie e panni lavati a mano. I frigoriferi e le lavatrici furono i primi elettrodomestici a dare il via al processo di modernità.
Nelle case, il telefono nero della Stipel appeso al muro dell’entrata
collegava le nuove abitazioni al mondo. I primi televisori con il marchingegno stabilizzatore di corrente e l’antenna singola che si ergeva orgogliosa sul tetto, portavano i varietà, i giochi a premi e i notiziari direttamente nei tinelli delle famiglie che, dopo cena si ritrovavano unite e accomodate sui nuovi divani in finta pelle. Il sogno che tutte le famiglie sapevano che prima o poi sarebbe stato a loro portata di mano era la Cinquecento o la Seicento, ma prima di fare quel passo occorreva ancora aspettare qualche anno e mettere da parte cinquecento o seicentomila lire.
Noi, figli di quei lavoratori, siamo stati i primi beneficiari dei sacrifici dei nostri genitori.
Che meraviglia avere una stanza tutta per noi.
Che meraviglia avere un cortile in cui riunirsi sotto lo sguardo attento
dei nostri genitori.
Che meraviglia stringere amicizia con coetanei di pari classe sociale.
La discesa del cortile divideva in due il nostro spazio ludico: a sinistra i maschi con l’immancabile pallone e a destra le femmine con il gioco della “settimana” e tanti altri.
Solo più tardi, quando la tarda infanzia ha ceduto il passo
all’adolescenza, questa suddivisione è diventata meno rigida e fiscale. Le
prime simpatie iniziavano a manifestarsi e i giovani cuori iniziavano a
battere in modo diverso dal solito.
Dopo più di un cinquantennio molti di noi ci hanno lasciato e altri
sono già nonni, ma l’antico legame di allora ci ha fatti ritrovare, grazie
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all’iniziativa di Claudio, a scadenze annuali attorno ai tavoli imbanditi
con piatti popolari della bocciofila adiacente all’ex cinema LUCE della
nostra vecchia parrocchia. Mangiare, per noi, non è la massima priorità.
L’incontro e il vedersi invecchiare nel fisico, ma non nello spirito, rende
quelle serate veramente speciali. Le canzoni dei nostri tempi, cantate e
suonate in proprio, assumono lo stato di detonatore per la buona riuscita
di questi incontri.
Prima che la memoria inizi a vacillare abbiamo deciso di mettere nero su bianco i nostri ricordi, scrivendo questo libro.
Ricordiamo nel seguito uno per uno i mitici 67 figli dei lavoratori
della casa Fiat e la loro ‘scala’ di appartenenza.
VIA BORGOMASINO 63
Vanni Chiatello - Amalia Piumatti - Roberto Piumatti - Claudio Guerrina
- Monica Guerrina - Giorgio Prato - Luciano Pernaci - Gabriella Pernaci
- Robertino Ponzone – Antonella Ponzone - Susanna Ponzone - Cecilia
Gosso - Susanna Tacchella - Masino Cerrato - Bruna Corrado - Silvana
Corrado.
VIA BORGOMASINO 65
Mario Bianchi - Sergio Bianchi - Patrizia Pagliero - Maura Bosio Ugo
Bosio - Paolo Camperi - Mariassunta Camperi – Maurizio Camperi –
Marco Camperi - Guido Ruento - Carluccia Tozzi - Cinzia Pellegrin Claudio Pellegrin - Irene Chiesa - Marco Chiesa - Laura Cazzola - Marco
Cazzola - Renzo Paolucci - Neida Paolucci - Ezio Viberti - Roberta Rosticci - Wilma Rosticci.
VIA GOTTI 14
Gianluigi Piva - Patrizia Bonino - Loredana Bonino - Carla Rubatto - Angelica Rolle - Angela Riccobene - Maria Riccobene - Roberta Riccobene Piera Fogliatto - Tony Fogliatto - Teresa Fogliatto - Maurizio Tozzi - Mirella Tornetta - Gianni Tornetta - Ubaldo Giannitti - Sandra Gallaon Cesina Tarulli - Tiziana Lavecchia.
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VIA GOTTI 12
Laura Tinelli - Gianni Poggio - Magda Poggio - Franca Poggio - Claudio
Pepino - Roberto Pepino - Lia Mazzetti - Mauro Baracco -Alida Soncin Gianfredo Soncin - Ester Fea.
Dopo alcuni anni ci sono stati i seguenti cambiamenti:
• Carluccia Tozzi si è trasferita a Settimo;
• Laura Tinelli si è trasferita nella casa ‘gemella’ di via Luini;
• Gianluigi Piva si è trasferito nell’alloggio di Laura Tinelli (alloggio dove poi era andato ad abitare Gianfredo Soncin).
Un Grazie di cuore a tutti quegli ex bambini degli anni Sessanta che
hanno dato il proprio contributo alla realizzazione di questo libro senza
pretese letterarie, descrivendo uno più aneddoti di quel meraviglioso decennio e un grazie particolare a Gabriella Pernaci che ha avuto la brillante idea di realizzare questo progetto.
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I NOSTRI RACCONTI
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Antonio (Toni) FOGLIATTO
23-12 1949 22-07 2011
Ciao Toni
Ciao Toni. Chissà che risate ti faresti a leggere questo libro. Non hai
fatto in tempo a scrivere un tuo ‘pezzo’, ma non importa, hanno scritto
talmente in tanti su di te che... che ci basta chiudere gli occhi e sentire nel
cielo il suono di una tromba.
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Poesia per Ezio e Marisa
Questa poesia l’ha scritta Tony in estemporanea al tavolo del ristorante ‘Nazionale’ di Rivoli in occasione del matrimonio di Ezio e Marisa.
Naturalmente l’ha scritta su un tovagliolo di carta che Ezio tiene gelosamente nei suoi ricordi.
(10 Luglio 1971)
Munsù e Madame,
vei e cìt
scandalisevi nen
se n’fasu avanti mi.
Vòi di a tuti quanti
che l’etichetta,
a pol fe l’chianti
ma el vin bun a sta n’tal butal.
L’bun lu sevi tuti
a sta n’drinta al cor,
a cambia la moda e l’custum
ma l’cor l’è sempre l’cor
As pia chi s’asmia,
as mariu i bei e i brut,
sfarsus, n’tin di ed sul
a su dise ed si co’lur.
A sun giuu, spurtiu e vascu,
a l’han an tal pugn el mund
la vita l’è na rua
l’è bel lon c’à l’è bun
Ma poi d’lamur co’ voli?
N’quartin e na soma d’ai,
dui cor e n’astabiliment
e l’amur che s’duma.
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Giorgio PRATO
27-4-1953 28-2-98
Ricordi di Anna e Cristina
Giorgio ci raccontava che, da bambini, c’erano sovente degli scontri
tra le varie bande del rione e che i portoni di Via Borgomasino erano
spesso teatro di queste competizioni. Lui, per cercare di non prendersele,
diceva ai piccoli nemici: <<Io ho gli occhiali… quindi
non potete picchiarmi!>> Alla nostra domanda su come andava poi a finire, lui, in modo serio, ci rispondeva: <<Andava a finire che me li toglievano sempre…>>
Anna e Cristina
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‘Era il luglio del 1971 quando ci siamo conosciuti. Io ti voglio ricordare allegro e scanzonato come appari in questa fotografia.’
Anna (quella che poi è diventata tua moglie)
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Sandro (Ciaky) BREME
1950-1993
Ciao Ciaky
Ciao Ciaky. Tu non eri della Casa Fiat ma a pieno titolo eri considerato uno di noi. Quando ci incontriamo per le cene spesso parliamo di te.
Ci manchi proprio tanto Ciaky.
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MGDA Poggio
24/01/1956 – 26/03/2010
Ciao Magda
Ciao Magda. Ti ricordiamo piccolina, coi capelli rosso fuoco, che
contrastavano in modo netto coi capelli neri di Franca e quelli biondi di
Gianni. Adesso te nei sei andata e a noi resta solo il tuo ricordo.
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Gianfredo SONCIN
1951-2012
Ciao Gianfredo
Ciao Gianfredo. La tua lunga malattia è stata inclemente e alla fine,
nonostante tu abbia combattuto con tutte le tue forze, ha avuto la meglio.
Ti abbiamo spesso visto camminare a fatica sotto casa, in via Gotti, con
le stampelle ed il volto sempre più sofferente. Nonostante la malattia,
quando ci si incontrava scambiavi sempre volentieri due parole con noi.
Facevi fatica a camminare e a salire in macchina ma non ti sei mai lamentato e, fino all’ultimo, hai sempre sfoderato il tuo humor all’inglese.
Viste le tue condizioni di salute non abbiamo mai avuto il coraggio di
chiederti di scrivere il tuo ‘pezzo’.
Adesso però ci dispiace perché forse, nonostante tutto, l’avresti scritto volentieri, magari raccontandoci quando nella banda c’è stata una scissione e tu avevi preso il comando della fazione dei “Mods”.
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Gabriella PERNACI
(20/02/1955)
Da borgo Po a Lucento
I miei ricordi rispetto al trasloco nella casa nuova di Via Borgomasino 63, non sono molti, in fondo avevo poco più di 5 anni. Ricordo che nel
nuovo condominio, non c’era ancora l’ascensore e le scale non avevano il
mancorrente, e c’erano assi ovunque. La prima sera è stata trascorsa a lume di candela tra i mobili ancora da sistemare e tanti, tanti scatoloni. Luciano, più piccolo di me di tre anni era l’unico veramente felice della nuova situazione, giocava allegramente facendo lo slalom con il suo triciclo
nelle camere, felice di avere tanto spazio a disposizione mentre io ripensavo alla casa appena lasciata in via Casalborgone e tristemente confessavo a
mia mamma: “ la casa nuova è brutta”. Anche mia madre probabilmente
ha avuto un po’ di smarrimento arrivando da Borgo Po a Lucento, in qualche modo le sembrava di “arretrare” socialmente in quando nel nuovo
quartiere non c’erano ancora le strade asfaltate, non c’erano molti negozi,
e soprattutto non c’era la sua storia, di persona nata e vissuta per molti anni in un quartiere di Torino tra i più interessanti e ricchi di bellezze naturali:
il fiume, la collina. Ma… tornando al trasloco…quella prima sera in Via
Borgomasino, è trascorsa senza il gas, perche ricordo mia mamma cucinarci una minestrina con il fornelletto sopra uno sgabello nero, che mio
papà conserva ancora in bagno. Il giorno successivo però, con il sole, tutto
è stato diverso.
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I giochi e la regola del pane e del burro
Come sempre succede quando si inizia un gioco di gruppo di un certo tipo, si fa la conta. Le filastrocche sono probabilmente tante e noi, in
cortile, utilizzavamo:
Pinpiripettennusa Pinpiripetteppan… oppure: Alle Bombe Del
Cannon Bin Bun Ban.
Al termine della conta, il malcapitato doveva stare “sotto”. E qui
scattava la regola del “pane e burro”. Se a stare “sotto” capitava ad un
bambino piccolo (e tra i piccoli ricordo mio fratello prima, Roberta e Robertino poi) la conta veniva rifatta, perché il bambino piccolo era “pane e
burro”; cioè doveva e poteva giocare e quindi partecipare per sentirsi
come gli altri, però nel gioco era protetto, cioè non gli si lasciava il ruolo
più difficile, quello di stare “sotto”.
A distanza di moltissimi anni, forse anche per il lavoro che svolgo
(insegnante di scuola media), ho realizzato il significato profondo di una
regola del genere, una regola di inclusione e protezione.
La cosa curiosa è che, parlandone con persone, pur coetanee ma non
amiche d’infanzia, in nessun caso ho riscontrato un simile atteggiamento
nei confronti dei bambini più piccoli del gruppo. A questo punto mi sento
di dire che quella del “pane e burro” è stata una regola inventata al nostro
interno, tra i bambini della Casa Fiat.
Il ricordo che ho di tanto tempo trascorso in cortile e nel praticello di
via Gotti è di un giocare sempre in serenità, per il gusto di divertirsi e stare insieme.
Ma quali e quanti erano i giochi del cortile?
- Femmine e bimbi cuccioli •
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Nascondersi
Mondo
Tocca color
L’orologio di Milano fa tic tac
Le belle statuine
Lo sparviero
La settimana
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Palla pugno
Pallavolo
Fazzoletto
Cavallina
Schiaffo
Birilli
Piattelli
Mosca cieca
Vendere
Fulmine
Rialzo
Il salto con la corda
- Maschi -
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Smontaggio pezzi elettrici dalla vecchia gru della casa
Botte e battaglie a palle di fango con la banda dei “napuli”
Braccio di ferro
Lotta
Costruzione capanna nel giardino del sig. Stella
Prove di coraggio nel vecchio cimitero abbandonato
Abbattimento muri del rudere del castelletto lungo la stradina
vicina all’attuale via Luzzati
Battaglie con i tirascartocci
Calcio
I giochi con le biglie (triangolo, papalo)
I giochi con le figurine (coprire, schiaffo, paligia)
Gioco a carte del 7/½ con in palio i giornalini e figurine
Scambio giornalini e figurine
Gare di resistenza in bici
Olimpiadi (sede giochi la bealera di via Magnano)
Frequentazione oratorio
- Bipartisan -
• Dame e cavalieri
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Sparviero
Pozzo
Tirascartocci
Quattro cantoni
Gare di resistenza con la bici
Eravamo sempre molti in cortile, spesso divisi rigidamente tra maschi e femmine (il grande cortile lo permetteva) per cui, con una certa
armonia, si sceglieva il gioco da fare e chi non ne aveva voglia ne organizzava un altro in un altro punto. Sì, anche lo spazio è stato importante,
ai nostri occhi il cortile era grande ed era ben suddiviso con la discesa in
mezzo che si collegava al passaggio carraio del civico 63.
La discesa da sola offriva molte possibilità di gioco, era in primo
luogo una palestra, sui due mancorrenti neri, facevamo dei naturali esercizi fisici: giravolte, piroette, salti, equilibrismi, stiramenti e così via. Insomma, lungo la discesa, sempre c’era qualcuno di noi avvinghiato come
una scimmietta a giocare.
Se anche non c’era niente di particolare da fare, lo stare in gruppo,
nella parte bassa della discesa a ciondolarsi al mancorrente era già una
forma di divertimento e a ben pensarci di rilassamento.
La discesa ci permetteva inoltre di superare i primi sforzi e le prime
paure, perché salire in bici la discesa significava prendere una bella rincorsa e lavorare di gambe per arrivare in cima. I più piccoli non ci riuscivano, e quindi provare e riprovare era una sfida utile a crescere. Nel caso
della discesa, la discreta pendenza (3 metri circa) poteva fare un po’ di
paura, soprattutto bisognava saper frenare ed avere i freni buoni per non
schiantarsi contro il muro di fronte.
Tutti siamo caduti dalla discesa in bici, tutti abbiamo provato
l’odiosa ghiaietta del cortile nelle ginocchia e nelle mani, tutti siamo saliti a casa per essere disinfettati, con l’alcool che bruciava o con “l’amata”
acqua ossigenata che “friggeva” senza far male.
Subito però si ritornava a giocare, non c’era tempo da perdere.
E a proposito di tempo passato in cortile, io ricordo che, finita la
scuola, cercavo di stare sotto a giocare più tempo possibile.
E quando mio papà rientrava dal lavoro io ero fiera di potergli dire
che avevo giocato otto ore come lui, che era stato al lavoro.
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I miei genitori mi dicevano spesso che il mio lavoro era studiare e
poi giocare. Finita la scuola tutto il tempo era dedicato al gioco ed io ne
ero fiera e felice.
I nostri giochi, abitando in una casa Fiat, erano condizionati dai turni
di lavoro dei nostri papà. I turni erano tre.
• dalle 6 alle 14;
• dalle 14 alle 22;
• dalle 22 alle 6 (la fatidica notte).
In quanto bambini siamo tutti cresciuti con un profondo senso di rispetto per il loro lavoro ma anche per il loro riposo. Quando un papà dopo aver fatto la notte, riposava, bisognava stare in silenzio, giocare in
modo tranquillo, non gridare e non cantare. Insomma, si doveva avere rispetto per chi aveva lavorato tutta la notte. E questo non solo per il proprio genitore ma anche per i papà vicini di casa e i papà del primo piano.
Questo aspetto, così inconsueto oggi ci portava, anche in cortile, a
“condizionare” i nostri giochi sulla base dei turni dei papà del primo piano. Era un bel modo per crescere e divertirsi avendo comunque un occhio
di riguardo rispetto alle necessità altrui.
A proposito di questo argomento ricordo un fatto emblematico. Una
mattina mio fratello Luciano girava in cortile con il suo go kart rosso; ad
un certo punto il signor Bonino, che aveva fatto la notte, non riuscendo
ad addormentarsi per il rumore del go kart è sceso in cortile con la peretta
dell’olio ed ha lubrificato gli ingranaggi dei pedali perché cigolavano in
modo molto fastidioso. Luciano, troppo piccolo per collegare i due fatti,
ha continuato serenamente a girare.
Ho elencato alcuni giochi e adesso, facendo uno sforzo di memoria,
provo a ricordarne le regole.
Quattro angoli o cantoni
Quando in cortile eravamo pochi bambini, cioè cinque, spesso si giocava ai quattro angoli, in genere ci mettevamo sotto la discesa, in uno
spazio quadrangolare ben delimitato e lì giocavamo.
Per passare da un angolo all’altro senza farsi prendere da chi era
“sotto”, bisognava essere veloci, scattanti, e avere una bella intesa con gli
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altri amici. Ricordo che Angelica, Piera ed io avevamo queste qualità, e
difficilmente ci facevamo “sottrarre” l’angolo.
Lo sparviero
Quando invece in cortile eravamo in tanti, ma proprio tanti (e di tutte
le età), si giocava allo sparviero.
Si giocava dal lato sinistro del cortile (rispetto all’ingresso della discesa), perché le pareti da cui si partiva e si arrivava erano più belle e soprattutto il fondo era più sano, non aveva cioè quel lieve affossamento
con la ghiaietta che le nostre ginocchia tanto hanno conosciuto quanto
odiato.
Dopo la conta, uno di noi doveva stare “sotto” era cioè lo sparviero e
si posizionava al centro dello spazio di gioco, mentre tutti gli altri si disponevano contro la parete della casa tutti schierati, uno vicino all’altro.
A quel punto lo Sparviero dava il via al gioco e tutti i partecipanti dovevano correre verso l’altra parete, (quella del muro del cortile) senza farsi
prendere. Chi veniva toccato e quindi preso dallo Sparviero stava al centro del gioco nel giro successivo e doveva a sua volta cercare di prendere
qualche altro bambino.
Era un gioco che durava abbastanza, perche si correva con arguzia,
zigzagando in modo da far perdere più tempo allo sparviero nella corsa e
permettere agli altri di raggiungere la fatidica altra parete.
Insomma, io lo ricordo come uno dei nostri giochi preferiti.
Pozzo
Sul lato destro del cortile si giocava invece “a pozzo”.
Era naturale giocare lì, perche al centro di quel lato vi era quel leggero affossamento del terreno, di cui dicevo prima, che dopo i temporali
rimaneva sempre ben visibile come pozzanghera circolare.
Nella mente di noi bambini la pozzanghera era un’ottima occasione
di gioco, ecco il motivo perché che intorno ad essa, specie dopo i temporali estivi, si giocava a pozzo.
Formavamo un anello di bambini tenendosi per mano intorno al pozzo poi, tutti contro tutti, si cercava di tirare e spingere in modo tale da far
cadere dentro qualcuno. Chi cadeva nel pozzo era ovviamente eliminato.
Quando la sfida era tra gli ultimi due, a quel punto veniva il bello ed il
difficile. A quel punto le forze erano evidentemente equilibrate, il tifo sa32
liva ed il gioco si concludeva sempre con un tifo da stadio, e con una certa ammirazione per chi aveva vinto.
Nascondersi
Sempre sul lato destro del cortile c’era il “tocco”, cioè il punto dove
si faceva la conta per giocare a nascondersi e non solo. Questo per me, e
credo per molti altri bambini della casa, è stato uno dei giochi preferiti e
più giocati. Si giocava in tanti, di tutte le età, durava sempre molto, perché in questo la casa Fiat era eccezionale. Con le sue tante portine, di cui
quella del 63 collegata al portone e quindi all’uscita, c’era modo di entrare e uscire nascondendosi perfettamente e soprattutto rimanendo nascosti
a lungo. Ricordo che alcuni di noi, a volte, durante il gioco andavano a
casa a bere o a fare merenda, il regolamento del gioco non lo permetteva,
però lo si faceva in tacito accordo. A tutti piaceva andare un attimo a casa
e dal balcone guardare come si stava svolgendo il gioco, sghignazzando
alle spalle di chi era “sotto” e doveva cercare tutti gli altri.
Cercarsi era quindi un’impresa vera e propria e alla fine, quando succedeva che l’ultimo “liberava tutti”, c’era un urlo di gioia e spesso, il
malcapitato che doveva tornare “sotto”, diceva: <<Io non gioco più!!!>>
Il trin-trin
Probabilmente chi non è vissuto nella casa Fiat negli anni ’60,
non ha assolutamente idea di cosa fosse il trin-trin. Per noi, bambini
quello che oltre a un gioco era un modo di comunicazione, rappresentava
un vero mito, oltre che un’onomatopea.
l trin-trin non era altro che una corda circolare lanciata tra un balcone
e l’altro con appeso un secchiello da mare. Questo gioco per noi rappresentava la prima rete di connessione con gli altri. Più avevi trin-trin e più
potevi giocare dal balcone con gli amici, scambiarti giornalini, messaggi
segreti, giochini di vario genere. Insomma, il trin-trin ti permetteva di
sentirti integrato con tutti gli amici cui eri connesso via cavo.
Io e Luciano abitavamo in una posizione centrale e strategica per
questo tipo di rete ed eravamo tra i bambini che potevano permettersi più
trin-trin. Con noi erano collegati: Susanna Ponzone, Giorgio Prato, Claudio Guerrina, Carluccia Tozzi prima, Roberta Rosticci poi, Irene e Marco
Chiesa. Ma a volte ci spingevamo oltre, ricordo un trin-trin creato a fati33
ca con Renzo e Neida Paolucci, ma il mio sogno sarebbe stato farlo anche
con Angelica, Ester, Angela e Piera.
Non era facile stendere la corda tra due balconi perché a volte per
farlo c’era bisogno di un genitore disposto a fare il fatidico tiro lungo, e
poi trovare in casa una corda adeguata, di recupero che difficilmente si
reperiva. Andarla a comperare era un richiesta che non ci osavamo chiedere ai nostri genitori.
Quando il tutto andava a buon fine, la nostra gioia era alle stelle e
cominciavamo a giocare passandoci di tutto, anche le caramelle.
Ricordo una volta che attraverso i trin-trin, ci siamo scambiati dei
giornalini con Claudio Pellegrin, facendo coincidenza col trin trin di Irene. Che soddisfazione! La lettura di quei Diabolik è stata ancora più “gustosa”.
Per collegare due balconi molto distanti e ubicati ai piani alti c’era un
metodo ingegneristico di tutto rispetto. Supponendo di voler collegare il
trin trin tra l’alloggio di Masino e quello di Ester (agli antipodi) occorreva innanzitutto una corda principale di lunghezza adeguata a connettere
(andata e ritorno) i due balconi ed una corda ausiliaria. Il procedimento
era il seguente:
• si avvolgeva la corda principale alla ringhiera di uno dei due
balconi lasciando penzolare i due tronchi della stessa fino al
cortile;
• si fissava la corda ausiliaria al secondo balcone e la si lasciava
penzolare anch’essa fino al cortile;
• Si scendeva in cortile e si legavano i due tronchi pendenti della
corda principale con il tronco della corda ausiliaria;
• Si saliva sul secondo balcone e con l’ausilio della corda ausiliaria si issavano i due tronchi di quella principale fino alla ringhiera;
• La corda ausiliaria ormai non serviva in quanto aveva terminato
il proprio lavoro e si accantonava per futuri utilizzi;
• I due tronchi della corda principale venivano tagliati di misura
(per consentire una connessione tra i balconi quanto più possibile in linea retta) e legati tra loro dopo averli avvolti alla ringhiera;
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• A questo punto, dopo aver fissato un cestino al ramo basso della corda, il gioco era fatto. I due mancorrenti delle rispettive
ringhiere fungevano da carrucole e, tirando opportunamente il
ramo altro della la corda, il cestino, carico di segreti, viaggiava
indisturbato lontano da occhi indiscreti.
La partita di calcio padri-figli
Purtroppo i dati in possesso su questa memorabile partita di calcio tra
i padri e i figli sono pochi e incompleti. Grazie a mio padre sono riuscita
a ricostruire che è stata organizzata da Mario Bianchi e che si è disputata
nel campo dell’oratorio di Lucento.
L’arbitro era il sig. Rolle (papà di Angelica) e le due formazio
ni erano costituite da:
Squadra dei genitori
Sig. Bianchi (portiere), sig. Bonino (attaccante). sig Fea (ala), sig.
Pernaci (mediano) sig. Cazzola ( centravanti ) C’erano ovviamente altri
genitori ma non ricordiamo i loro nomi.
Squadra dei figli
Mario Bianchi, Ugo Bosio, Gianfredo Soncin, Giorgio Prato, Gianni
Poggio e Marco Monego (anche se non era della casa lo avevamo aggregato perché giocava bene) Se qualcuno si ricorda di essere stato nella
squadra ce lo faccia sapere.
La partita era terminata 2 a 1 per i genitori, con gol dei signori Fea e
Bonino. Mario Bianchi, l’organizzatore, per riscattare l’onore ha ripetutamente chiesto la rivincita, ma questa non è mai stata accordata.
La portina di Via Borgomasino 65
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La portina del numero 65 di Via Borgomasino, per tanto tempo
d’estate è stata il nostro punto di ritrovo, veniva scelta rispetto alle altre
per un unico motivo, l’altezza del suo gradino.
Era quell’altezza giusta per stare seduti comodi a chiacchierare; i
primi di noi ad arrivare dopo cena, si mettevano seduti a lato del gradino,
chi arrivava dopo si sedeva al centro ed aveva l’inconveniente di doversi
alzare ogni volta che un inquilino entrava o usciva. La portina era soprattutto un punto d’incontro nei mesi più caldi, quando la sera potevamo stare fuori. A poco a poco nel corso della serata il gruppo si ampliava, ci
raggiungeva anche qualche amico del quartiere, e spesse volte Renzo o
chi per lui, con la chitarra intratteneva l’allegra brigata, composta da Piera, Angela, Angelica, Claudio Pellegrin. Claudio Guerrina, Maurizio, le
sorelle Bonino, Ester, Gabri, Luciano, Susanna Ponzone, Amalia, Secondino, Rossella con il barboncino bianco. A volte si univano a noi i più
grandi come Ugo, Claudio il lungo e Giorgio, insomma c’era chi andava
e chi veniva, chi aveva gli orari serali più rigidi e chi meno… tutti insieme stavamo bene, in allegria con quella complicità adolescenziale fatta di
chiacchiere e risate, racconti e pettegolezzi, giochi e scherzi, barzellette
tante…
Su di noi vigilava dal balcone del 1° piano la signora Malandrino,
una simpatica nonnina amante dei bambini. A volte invece, sul tardi della
sera, qualcuno dai piani alti ci tirava una secchiata d’acqua… in quel
momento capivamo che era meglio abbassare i toni o addirittura ritirarsi.
Tra noi ragazzi girava voce che fosse il signor Viberti a non gradire
l’eccessivo baccano. Chissà!!!
Macchine o bambini, bambini o macchine?
La nostra infanzia in cortile è stata intervallata da momenti anche aspri di discussione rispetto al far giocare i bambini in cortile oppure no,
prediligendo le auto, che con il passare degli anni sessanta, aumentavano
vistosamente, segnale concreto che il boom economico toccava e coinvolgeva anche la classe operaia e quindi anche la nostra casa Fiat.
Sarebbe interessante mettere mano ai verbali delle assemblee condominiali di quei tempi per “divertirsi” a rivedere chi preferiva avere il
posto auto in cortile piuttosto che i bambini.
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Ricordo con certezza però che a noi “gagnu” non è mai andata poi
così male, al massimo abbiamo “subito” un orario di discesa e di risalita
dal cortile…. Mai un vero divieto. Quindi i bambini hanno sempre vinto
sulle auto, almeno fino a quando noi eravamo ragazzi.
Un anno, forse il 1969 o ’70, un gruppetto di noi, ricordo: Angelica,
Renzo, Angela, Piera, Maria, Susanna, Claudio Pellegrin, Luciano le sorelle Poggio, Claudio Guerrina, Maurizio ed io abbiamo creato il “PoppyCox, una sorta di “circolo, club, luogo di ritrovo” nel garage del cortile
dalla parte di Via Borgomasino, proprio sotto l’alloggio del signor Pressa.
Per avere il locale a nostra disposizione, abbiamo anche partecipato
all’assemblea condominiale, dimostrando di avere carattere e idee chiare.
Il nostro ragionamento era estremamente semplice: la casa ha due
garage per le bici e le moto, questi garage sono entrambi semivuoti e
quindi sottoutilizzati, perché non utilizzarne uno per i motocicli lasciando
l’altro a noi ragazzi come luogo di incontro?
Ricordo che l’assemblea degli adulti aveva accettato, dimostrando
una grande apertura nei nostri confronti, noi logicamente, eravamo al settimo cielo dalla gioia… dal giorno successivo, facendoci quello che oggi
si dice un “mazzo” abbiamo iniziato a spostare, pulire, organizzare lo
spazio con piccoli arredi di recupero, sedie, tavolini, cuscini, cassette della frutta per contenere i giornalini, manifesti di cantanti alle pareti… il
tutto per rendere il nostro “Poppy-Cox” accogliente, giovane, moderno
come noi. Per autodisciplinarci avevamo anche affisso un cartello con
l’orario, insomma tutto faceva ben sperare, l’esperienza è però durata pochi mesi, credo di ricordare che già all’assemblea successiva, fossero in
molti a non gradire l’utilizzo troppo “spregiudicato” degli spazi comuni
della casa, per cui, a malincuore dovemmo rinunciare. La sconfitta generazionale bruciò per molto tempo.
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Roberto PEPINO
(3/7/1948)
La partenza per il lontano West
Quella domenica di fine ottobre del 1960 era calda e soleggiata e noi
ci apprestavamo a traslocare. A quei tempi non ricordo ci fossero ditte di
trasporti organizzate come adesso e i lavoratori che cambiavano casa si
avvalevano delle braccia dei parenti, dei colleghi di fabbrica o degli amici. I mobili da trasportare erano solitamente pochi e un vecchio camioncino bene o male si riusciva sempre a recuperare.
La notte precedente non avevo quasi dormito. Lasciare via Boucheron, nei pressi di piazza Statuto, non mi dava nessuna emozione ma trasferirmi con la mia famiglia a Lucento mi riempiva di gioia.
Anche se la distanza era minima (4 km e 11 minuti di viaggio, in accordo agli itinerari Michelin rilevati da internet) a me sembrava di andare
dall’altra parte del mondo.
Lucento a quei tempi era un borgo di Torino isolato dalla città e urbanisticamente costituiva un paesino a se stante. Il vecchio borgo, con la
storica chiesa, era circondato da orti recintati e prati non più coltivati,
pronti ad arrendersi alla futura cementificazione delle periferie delle città
industriali. C’erano ancora vecchie cascine e alcune bealere, tipiche
dell’Italia contadina, scorrevano pigre in mezzo a quei prati dove si ergevano qua e là i primi cantieri di edilizia popolare. Tutte le strade non era-
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no ancora asfaltate (nemmeno l’arteria di corso Toscana) e, ovviamente,
non c’era nemmeno un semaforo in tutto il borgo.
Come poteva un ragazzo dodicenne rimpiangere il centro di Torino?
Lucento era per me il lontano West da colonizzare.
Contando sulle braccia forti di mio padre, di mio zio e di due operai
delle fonderie di via Cigna, suoi amici di vecchia data, metà dei quattro
mobili in croce vennero caricati su un vecchio autocarro. I rimanenti, destinati al secondo giro, rimasero lungo il marciapiede del civico 11 di via
Boucheron.
Partì il primo giro. Io, con qualcuno che non ricordo, rimasi in trepidante attesa del mio turno.
Col secondo e ultimo viaggio raggiunsi il lontano West sicuramente
in meno di un quarto d’ora e, appena arrivato, mentre gli adulti scaricavano i mobili, io, inforcai la bicicletta che nostro padre utilizzava per andare al lavoro, caricai Claudio sulla canna e partimmo per l’esplorazione
del borgo. Non avevo mai posseduto una bici ed ero poco esperto nel
manovramento della stessa.
Non appena superata la curva che portava in via Borgomasino volammo inesorabilmente a terra. Non ricordo se ci fossimo sbucciati le ginocchia ma la bici riportò certamente qualche conseguenza.
Con la speranza di farla franca rimisi la bici dove l’avevo trovata e,
con ostentata innocenza, ci apprestammo a salire nel nuovo appartamento.
Sul portone di via Gotti 12 incontrammo Gianfredo, Alida e una ragazza bionda e carina (che più tardi scoprii essere una loro cugina di Rivoli). Timidi, come quasi tutti i ragazzi di allora, non conoscendoci non
ci salutammo, ma quelle due belle quattordicenni scatenarono il mio interesse e smossero i miei ancora incerti ormoni da pre-adolescente.
Le premesse di quel primo impatto territoriale a Lucento, anche dovute all’avvistamento di quelle preziose fanciulle, si erano dimostrate sicuramente incoraggianti.
Ebbene, sì! Quella giornata era proprio iniziata bene.
I primi amici
Superata la fase del trasloco il secondo passo era quello di familiarizzare con i ragazzi della casa. Io ero tra i più grandi, avevo dodici anni, e
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ovviamente cominciai a stringere stretti contatti di amicizia con i miei
coetanei o con quelli di uno o due anni meno di me.
Chi erano costoro?
Tra le ragazze sicuramente le mie più grandi amiche erano Laura Tinelli e Teresa Fogliatto (mie coscritte). Lia Mazzetti, Alida Soncin, Carla
Rubatto e Cesina Tarulli, sebbene poco più grandi di me, avevano già altri interessi ed erano molto più mature intellettualmente. Già a quei tempi
l’abisso di maturazione tra maschi e femmine di pari età era enorme. Noi
maschi, si sa, abbiamo sempre avuto e continuiamo a mantenere nel tempo neuroni instabili e disorientati, in perenne lotta con gli ormoni che la
fanno da padrone.
Tra i ragazzi della casa ho subito stretto una forte amicizia con Toni,
Ezio e Guido e per ciascuno di loro voglio spendere due righe estraendo
dalle mie celle di memoria, per il momento ancora non deteriorate, fatti
di una certa rilevanza che ancora ricordo con piacere e nostalgia.
Toni (L’imprevedibile)
Antonio Fogliatto l’ho conosciuto ancor prima di andare ad abitare a
Lucento. Eravamo nello stesso istituto d’Avviamento Professionale,
l’Augusto Righi, situato quasi al fondo di via Luini.
Toni era una vera fucina di idee e di imprevedibilità. Con lui non ci
si annoiava mai. Nei giochi tra noi ragazzi proponeva sempre nuove iniziative e più queste erano inusuali, pericolose ed estreme e più il suo io
veniva appagato. Lascio lo spazio alle sue avventure ad altri scrittori in
quanto questo libro lo vedrà sicuramente come uno dei principali protagonisti. Mi soffermo solamente su un fatto simpatico che, gerarchicamente, l’ha invece visto come ultimo anello di una catena.
Il percorso dalla nostra casa all’istituto di Via Luini e viceversa, Toni
ed io lo facevamo sempre assieme. Erano una ventina di minuti dove
l’allegria, dettata dalle sue battute e dai suoi aneddoti, la faceva sempre
da padrona.
All’inizio di via Luini, vicino al tabaccaio, c’era un negozio di frutta
e verdura dove il figlio dei proprietari, un certo Raminelli, veniva a scuola con noi. Questo ragazzino, un po’ con la puzza sotto il naso, costituiva
il terzo elemento dei compagni di tragitto.
Il Raminelli era uso fregare dalla cassa del negozio di famiglia alcuni
pezzi da cento lire che poi utilizzava per comperarsi delle sigarette ame41
ricane: le Peter Stuyvesant. Arrivato poi ad una certa distanza di sicurezza dal negozio dei genitori, per ostentare la sua trasgressività si accendeva la sigaretta e buttava prima nei polmoni e poi in aria boccate di fumo.
Io non avevo mai fumato e, desideroso di apparire un duro come lui, un
giorno gli ho chiesto di offrirmi una sigaretta.
<<Solo se mi porti la cartella>> mi ha risposto, altezzoso.
Senza remore morali ho accettato di buon grado questo atto di
schiavitù e sottomissione. Non ho respirato il fumo ma fumare con lui,
sebbene con due cartelle strette a fatica in una sola mano, mi faceva sentire importante. Toni, che fino allora non si era pronunciato, sapendo che
non poteva offrire al Raminelli alcun atto di sottomissione di scambio, si
è rivolto a me chiedendomi di lasciargli fumare mezza cicca.
<<Solo se porti tu la cartella del Ramina>> gli ho proposto, senza alcuna forma di alterigia.
Toni, consapevole di diventare lo schiavo a più bassa gerarchia, quello che avrebbe fatto più strada con due cartelle accontentandosi di fumare
di seconda mano il resto della cicca, ha accettato.
Il rito della sigaretta, andando a scuola sia al mattino che al pomeriggio, si è protratto quattro volte al giorno per l’intero anno scolastico.
Già allora chi aveva soldi in tasca aveva potere.
A… dimenticavo di dirvi che ancora adesso fumo le Peter Stuyvesant.
Ezio (l’impavido)
Ezio, ricordando quegli anni e avendo rispetto per la sua attuale età,
lo voglio ricordare come un ‘impavido’ anche se il termine corretto sarebbe ‘pazzo’.
Toni, che sapeva il fatto suo, in termini di coraggio e di paura del pericolo, rispetto ad Ezio era sicuramente un dilettante. Non oso immaginare cosa abbiano combinato quei due, che erano amici inseparabili, quando
erano insieme e da soli.
Ezio era veramente un mio grande amico e nei week end e nelle vacanze scolastiche estive, quando usciva dal collegio, eravamo sempre assieme.
Un giorno a casa mia, oltre a mio fratello ed io c’erano Gianfredo,
Alida e qualcun altro che non ricordo. Eravamo tutti nel tinello ed Ezio ci
ha detto che avrebbe fatto un gioco di magia e che sarebbe sparito dalla
sala.
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Abbiamo chiuso la porta della stanza che dava sull’entrata e il mago
si è posizionato dietro i tendoni (che arrivavano fino al pavimento) della
finestra che dava su via Gotti. Ci ha detto poi di chiuderli e di contare fino a dieci prima di aprirli.
Passati dieci secondi abbiamo aperto i tendoni e lui non c’era più.
Era sparito.
Stupore collettivo.
La finestra era ovviamente aperta e ci siamo affacciati.
Nessuno!
Abbiamo guardato a destra, sul balcone dell’altra camera, pensando
che fosse saltato sul balcone della stanza adiacente.
Nessuno!
Eravamo inorriditi e increduli di ciò che avevamo assistito.
Dov’era finito il nostro amico?
Mentre al centro della stanza, radunati attorno al tavolo, cercavamo
ognuno di formulare un ipotesi accettabile, ecco Ezio comparire nel riquadro della finestra con quel suo tipico sguardo alla Kirk Douglas.
Come aveva fatto?
Solo uno come lui, forte, agile e diciamolo pure, ‘pazzo’, avrebbe potuto fare una cosa del genere.
Dalla finestra era saltato su balcone. Da qui, per non farsi vedere, si
era appeso con entrambe le braccia alle sbarre del balcone, dalla parte più
lontana dalla finestra dove sapeva ci saremmo affacciati (verso l’alloggio
dei Mazzetti, per intenderci) ed è rimasto appeso fino a quando noi ci
siamo allontanati dalla finestra.
Lascio a voi immaginare il percorso inverso per riapparire nella stanza.
Uno scherzo analogo me l’aveva fatto quando un mattino d’estate ci
eravamo trovati a casa sua, da soli. Avevamo fumato un paio di cicche (le
North Pole, al gusto di menta) e bevuto un po’ di liquore. A quell’età
l’effetto inebriante non si era fatto attendere. Preso dall’euforia del momento e memore dello spettacolo di magia a casa mia, il mio caro amico
ha pensato di riproporsi. Ha scavalcato la ringhiera del suo balcone verso
via Borgomasino, (sesto piano) e si è appeso alla ringhiera con le gambe
a penzoloni nel vuoto. Mi guardava e rideva mentre io,fortemente preoccupato, lo supplicavo di rientrare.
Se cade in strada, penseranno che l’ho buttato giù io, ho pensato, terrorizzato, e visto che non mi ascoltava sono corso verso la porta per usci43
re più in fretta possibile da quell’alloggio, anzi, dalla potenziale scena del
crimine.
Non ho fatto in tempo a chiudere la porta alle mie spalle che me lo
sono visto lì, come un’apparizione, con gli occhi pieni rabbia. Offeso dal
mio gesto di sfiducia mi ha sbattuto la porta in faccia.
Quando sono sceso in ascensore mi sono sentito liberato da
quell’incubo e ancora adesso mi chiedo come ha fatto Superman ad essere lì in così pochi secondi.
Caro Ezio, quante ne abbiamo combinate. Spero che scriverai anche
tu qualche tuo ricordo. Di storie ne hai sicuramente da vendere. Ti ricordi
cosa combinavamo col Flobert (fucile ad aria compressa) dai balconi di
casa tua? Impallinare i lampioni di via Borgomasino e la vetrata dei Gori
era la normalità. Ma sparare in prossimità della vecchietta che filava la
lana in cortile o centrare la mela che Gianni Poggio teneva in testa come
il figlio di Gugliemo Tell, richiedeva sicuramente un po’ di quella incoscienza che si può avere solo a quell’età della vita. C’è da dire che non
facevamo solo giochi spericolati. Ti ricordi le mille lire adagiate sul marciapiedi di via Borgomasino e appese all’amo della canna da pesca governata dal balcone di casa tua? I passanti, quando le vedevano, si guardavano attorno e si abbassavano con fare circospetto per raccogliere il
frutto di tanta inaspettata grazia. A quel punto… via col mulinello e la
banconota prendeva il volo davanti al naso dello sfortunato passante. Ti
ricordi quando sulla guida telefonica sceglievamo a caso una pasticceria e
poi una famiglia abitante in quella casa? Seguiva subito una telefonata di
ordinazione per una torta al maraschino da consegnare a domicilio.
Guido (il genio)
Guido era il genio. Solitamente i primi della classe sono antipatici,
imbranati e sportivamente nulli ma Guido era l’eccezione che conferma
la regola. Guido era un eccellente sportivo e con la sua bicicletta rossa
dava pastina a tutti. Nella lotta era imbattibile e negli scontri amichevoli
che si effettuavano per allenarci agli scontri veri con la “banda dei napuli”, sentivo la forza dei muscoli delle sue braccia sollevarmi come un fuscello.
Che tipo simpatico e leale era Guido! Con il suo humour all’inglese
raccontava gli aneddoti comici guardandoci attraverso le spesse lenti con
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gli occhi spalancati. Occhi tondi e scuri che manifestavano in anticipo la
certezza del nostro apprezzamento.
Guido è stato il primo di noi a svilupparsi. Le sue gambe con i pelacci folti e neri stridevano nel contrasto con i suoi pantaloncini corti.
Adesso i giovani si depilano ma allora essere pelosi era un vanto in quanto dote di indiscussa virilità. Anche la barba, con mia invidia, gli è spuntata in anticipo e ancora mi ricordo che quando eravamo in cortile a giocare a calcio suo padre si affacciava al balcone e gli gridava: << Guido…
ven su che at fasu la barba!>>
Anche nei giochi Guido era scientifico. Un giorno mi ha raccontato
che a casa sua, nella vasca da bagno, con barche artigianali auto-costruite,
si divertiva a fare battaglie navali tra Ateniesi e Spartani.
Un giorno, al cinema Luce, quello dell’oratorio, Guido ed io avevamo alle spalle un certo Chiappella, detto “il Topo”. Quel tipo era un ragazzo piccolo ma forte, e soprattutto molto incline alla violenza.
L’occasione di darmi senza motivo un sberla in testa non se l’era fatta
mancare. Sapevo che se reagivo mi avrebbe menato di santa ragione e allora, diplomaticamente e con una buona dose di codardia, mi sono girato
e gli ho detto, indicando Guido:
<<Te la prendi con me perché sai che sono più debole. Perche invece
non ci provi con lui?>>
Il Topo non se lo è fatto ripetere due volte e ha ficcato, con gesto di
sfida, una pacca in testa a Guido.
Guido si è alzato di scatto, si è voltato, l’ha preso per il bavero del
cappotto e con la forza delle braccia lo ha trascinato oltre lo schienale che
li divideva. Ricordo solo un bottone del paltò del Topo schizzare in aria.
Per fortuna tutto è poi finito lì. Non c’è stato un seguito di botte e il Topo,
per istinto di sopravvivenza, ha rinunciato a battersi.
Quel giorno non mi sono proprio comportato bene, ma ho la scusante
che, a differenza di Guido, non avevo ancora i pelacci sulle gambe.
Il Twist
Con Laura e Teresa avevo istaurato un vero rapporto di amicizia e
complicità. Tra noi non è mai scattato niente di più forse dovuto al fatto
che il mio cuore batteva per qualcun’altra.
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In quel periodo andava di moda il Twist e loro due sono state le mie
impareggiabili insegnanti. In via Gotti 12, sul marciapiede sotto la finestra di Laura, con il giradischi nella sua stanza che andava a tutto volume,
loro due si scatenavano insegnandomi quel ballo. Ricordo ancora la voce
metallica di Peppino di Capri che cantava: <<A Saint Tropez, la luna si
chiede perché, tu balli il twist…>>
Le mie due amiche mi hanno anche insegnato a ballare “il Lento”,
ballo che più avanti mi è servito, e anche molto, soprattutto quando con
loro si andava alle prime feste casalinghe. A quelle feste domenicali, in
genere in occasione di compleanni, i genitori erano cortesemente invitati
a lasciare libera la casa. Il mangianastri e i 45 giri di Celentano, della Pavone, di Paul Anka e dei cantanti del momento erano la colonna sonora di
quei favolosi pomeriggi.
Per sciogliere il ghiaccio, si iniziava con le canzoni scatenate e con
il Twist poi, inevitabilmente, partivano i Lenti. Era arrivato il momento
tanto atteso per abbassare le avvolgibili, spegnere le luci e abbassare il
volume del mangiadischi. Era tutto meravigliosamente tenero e platonico.
Coppie di adolescenti timidi e imbranati ballavano in penombra senza
parlarsi, per godersi appieno quel magico momento.
<<Come ti chiami?>> era l’unica frase che sopperiva alla mancanza
di argomenti di dialogo tra due ragazzi che, non conoscendosi, si trovavano magicamente abbracciati al buio.
Quando la ragazza con cui si ballava il Lento ti appoggiava la testa
sulla spalla, invece di respingere con le mani la tua progressiva stretta, il
cuore, impazzito, sembrava volesse schizzare fuori dalla gabbia toracica.
Acqua passata non macina più, si dice, ma quei bei ricordi sono
tutt’ora vivi e tali permangono nella memoria.
Che meraviglioso bagaglio di emozioni e ricordi ci lascia la nostra
l’adolescenza!
Ciaky
Sandro Breme, detto Ciaky, non abitava nella nostra casa ma al civico 19 di via Magnano, proprio dopo la bealera.
Un giorno di luglio del 1993, senza nemmeno salutare, se ne è andato.
Aveva una figlia già diciottenne un figlio di tre anni.
Verso le dieci del mattino era uscito di casa per recarsi in latteria per
prendere del gelato e dal giornalaio per comperare La Stampa.
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Al ritorno a casa, mentre leggeva il giornale sul tavolo della cucina,
si è accasciato sul piano del tavolo, senza nemmeno accorgersi che la vita
gli stava sfuggendo. Un’embolia celebrale gli aveva cancellato
l’esistenza.
Caro Ciaky, siamo stati due grandi amici e a te devo tutto quello che
non mi sarei potuto permettere in quegli anni dove i soldi mancavano e
non esistevano paghette.
Tu avevi il bancomat personale nel cassetto della camera da letto di
tua nonna e sovente prelevavi diecimila lire (che nel ‘67 erano
un’enormità) e, con quel capitale, andavamo nei primi locali beat
dell’epoca dove si esibivano gli Equipe 84, i New Trolls, i Rockes, Mal e
i Primitives e in genere tutti i complessi del momento.
Io, che non avevo in tasca una lira, mi sentivo un re e ancora adesso
ti sono riconoscente per essere stato così generoso con me e per avermi
fatto vivere appieno quel meraviglioso periodo di rivoluzione canora che
avrebbe poi, pian piano, aperto la strada alla contestazione giovanile
del ’68.
Ciaky, te ne sei andato via troppo presto, ma l’importante è che tu ci
sia stato.
Avrei mille episodi buffi e curiosi da raccontare ma questi esulano
dal tema che si è prefissato questo libro e quindi li custodisco gelosamente nei mio cassetto dei ricordi.
Ciao amico mio.
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I fiammiferi antivento
Negli anni Sessanta erano usciti i fiammiferi antivento; una volta
sfregati partiva la fiamma e pur soffiandoci sopra a pieni polmoni non si
riusciva a spegnerli. Si diceva che venivano utilizzati dai motociclisti. Un
mattino Giorgio Prato, Claudio, Ugo, io e qualcun altro che non ricordo,
eravamo in via Gotti e ci stavamo dirigendo verso la bealera. Un po’ più
in là del praticello c’era una vecchia casa bassa, in seguito abbattuta per
costruire una fabbrichetta (anch’essa recentemente abbattuta per
l’insediamento di un nuovo condominio)
Giorgio aveva appena comperato una scatola di quei fiammiferi e,
orgoglioso, ci mostrava le loro caratteristiche. Ricordo che ce n’erano
una decina per scatola ed erano molto più grossi di quelli comuni. La loro
testa, color blu e rossa, era sproporzionata rispetto allo stecchino di sostegno, anch’esso più grande di quelli da cucina.
Mentre passavamo davanti a quella vecchia casa ricordo molto bene
che attraverso una finestra tenuta aperta per arieggiare quella stanza si intravedeva un letto disfatto.
Non so cosa sia saltato in mente a Giorgio ma, senza dire niente a
nessuno di noi, accese uno di quei fiammiferi e lo buttò all’interno della
stanza, proprio sopra quel letto.
Quando vedemmo alzarsi le fiamme scappammo.
Non sapemmo mai cosa successe. Molto probabilmente i proprietari
riuscirono a domare il fuoco prima che degenerasse in quanto, dopo il
misfatto, esternamente non erano visibili tracce di incendio.
Non era successo niente di catastrofico ma credo che quelle coperte e
lenzuola non abbiano mai più potuto assolvere al loro compito loro assegnato.
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Lei
Credo fosse un giorno di inoltrata primavera del 1961 quando, cazzeggiando davanti al portone di via Borgomasino 63 nella speranza di
trovare qualcuno dei miei amici, la vidi per la prima volta.
Suo padre, con la tuta da lavoro blu e la bicicletta, era evidentemente
andato a prenderla a scuola. Lei era seduta sulla canna della bici. Aveva
il grembiulino bianco e un grosso fiocco blu, tipico a quei tempi per le
ragazzine delle scuole elementari. Facendo il conto a ritroso aveva a quel
tempo nemmeno dieci anni e frequentava la 5° elementare.
Il contrasto tra la tuta blu del padre chiazzata di olio industriale e
l’immacolato grembiulino bianco della bambina non strideva affatto, anzi,
era un contrasto che metteva in risalto l’umanità di quell’operaio e della
sua figliola.
La bambina aveva un volto angelico. Era bellissima. La frangetta, gli
occhi scuri e penetranti, e soprattutto le inusuali fossette sotto la piega
della bocca, che le si erano formate quando ha sorriso a suo padre, mi avevano colpito come una fucilata! Come era possibile che esistesse una
bambina così bella?
Quando sono scesi dalla bicicletta e sono entrati nel portone ho realizzato che abitavano nella nostra casa e il solo pensiero di rivederla ancora mi ha fatto sentire per la prima volta nella vita le farfalle svolazzare
nello stomaco.
Per un po’ di mesi non l’ho più rivista e, sinceramente, non ho pensato più a quell’incontro né mi sono chiesto a che piano abitasse.
Un giorno, mentre solo e annoiato ero seduto sul gradino del portoncino interno all’androne di via Borgomasino la vidi trafficare con le chiavi sul portone carraio.
Era lei!
Vista l’ora di pranzo era evidentemente di ritorno da scuola e, andando sempre a ritroso nel tempo, era in prima media e tornava dalla Cesare
Balbo, un istituto nel centro di Torino.
Altra botta!
Lei è entrata nell’androne e me la sono trovata davanti. Mi sono alzato in piedi e piazzato davanti al portoncino. Quella bambina che avevo
visto mesi prima si stava trasformando in adolescente ed era sempre più
bella.
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<<Ciao
pupa>> le ho detto, ostentando un’audacia che assolutamente
non mi apparteneva. <<Come ti chiami?>> ho poi aggiunto.
Lei non solo non ha sorriso, negandomi la visione di quelle belle fossette, ma non ha nemmeno risposto al mio saluto. Ho subito capito che
aveva un carattere risoluto e non era per niente intimidita dal mio atteggiamento.
A quel punto non potevo scostarmi, farla entrare tranquillamente e
perdere la battaglia. Ne sarebbe andato di mezzo il mio onore.
<<Se non mi saluti e non mi dici come ti chiami non ti faccio entrare>> le ho detto, mostrando tutta la mia infantilità (notare che avevo quasi
quattordici anni).
Lei non mi ha salutato e ovviamente neanche detto il suo nome.
Solo dopo un tiramolla di qualche minuto mi ha sparato un gelido
<<ciao>> che mi ha lasciato senza speranze. Le ero antipatico e lei non
aveva fatto nulla per nasconderlo.
La mia battaglia era persa. L’ho lasciata entrare
Ogni tanto, ma proprio ad ogni morte di papa, lei scendeva in cortile
e io notavo, con una certa forma di gelosia, che con Masino e Vanni parlava volentieri. Con me invece si limitava a rispondere al mio saluto, ma
sempre freddamente. A quel punto mi ero reso conto che non c’era più
niente da fare. Non c’erano dubbi: le ero proprio antipatico.
Un giorno Vanni parlando con me del più e del meno mi aveva detto
che la sera prima, dopo cena, alcuni dei nostri erano scesi a giocare in via
Borgomasino e che c’era anche lei. Mi aveva anche detto che lui l’aveva
sentita dire a qualcuna della casa che io le piacevo quando indossavo la
camicia gialla. Le speranze mi sono riaccese. La camicia era solo un pretesto per lanciarmi un messaggio, avevo pensato.
La conferma della mia deduzione si è verificata quando un giorno ci
siamo trovati a giocare a Dame e Cavalieri. Mi ha sposato sette volte su
sette. Sette volte, ripeto.
Che mondo di speranze si stava aprendo!
I suoi atteggiamenti nei miei confronti però non erano cambiati. In
chiesa, alla domenica, lei e sua madre stavano in piedi contro il muro della navata di destra (quella dell’attuale via Foglizzo, allora via Lucento) e
io mi posizionavo vicino al confessionale di don Remo, a pochi passi da
loro.
C’era un continuo scambio di occhiate, ma mai di complicità. Lei era
tosta ed ero sempre io ad abbassare lo sguardo.
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Che gioco stava facendo?
Quando lei aveva sui dodici anni e io sui quindici, ci siamo trovati al
cinema dell’oratorio. Allora la suddivisione maschi-femmine era netta:
maschi a sinistra dello schermo e femmine a destra. Mi sono avvicinato a
lei e le ho chiesto di tenere occupato un posto al suo fianco perché quando si starebbero spente le luci mi sarei seduto da quella parte della sala.
Ero sicuro che mi avrebbe mandato a stendere invece, con mio stupore,
ha manifestato il suo accordo.
Incredibile!
Spente le luci mi sono rimboccato fino alle ginocchia i miei inseparabili jeans Roy Roger’s, per simulare nel buio le gambe di una ragazza e
fregare il vigile don Francesco, e mi sono fiondato al suo fianco.
Non una parola da parte sua.
Ero emozionato a mille e ho provato a prenderle la mano.
Non ha ritirato la sua.
Siamo stati così per tutto il tempo del film, guardando entrambi lo
schermo, senza alcun interesse per il film proiettato (questo almeno da
parte mia).
Durante i titoli di coda ho ripreso il posto tra i maschi.
Che domenica indimenticabile.
Un’altra bellissima domenica è stata quando ci siamo trovati ad una
festa di compleanno a casa di una amica comune che abitava in corso Toscana. Mi ricordo ancora come lei era vestita. Aveva uno scamiciato
scozzese con sotto un maglione a dolce vita di colore giallo intenso, dello
stesso colore delle calze sotto il ginocchio. Era la prima volta che avrei
ballato ed era quindi l’occasione propizia per mettere a frutto gli insegnamenti di Laura e Teresa. Anche per lei era la prima volta e, accompagnati dalla stupenda voce di Francois Hardy che cantava “Tous les garçons et le filles” (versione originale di “Quelli che hanno la stessa mia età” di Catherine Spaak) esordimmo con il nostro primo ballo.
Ballammo insieme per tutto il pomeriggio.
Il nostro rapporto man mano si faceva sempre più stretto, ma non per
questo meno freddo da parte sua. Prendevamo il 13 insieme e talvolta,
quando gli orari erano compatibili, l’accompagnavo fino alla Balbo e poi
andavo a scuola. Lei parlava poco e quando, sotto i portici di piazza Statuto, cercavo di darle la mano lei la ritirava perché aveva paura di essere
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vista dai professori o dai compagni di classe. A quel tempo lei aveva quasi tredici anni e io quasi sedici.
A Lucento invece era più rilassata. Andavamo a passeggiare lungo
l’ospizio Casa Serena e lungo la stradina isolata vicino a via Luzzati. Rigorosamente mano nella mano.
Alcune volte, a settembre, quando c’erano le giostre in fondo a corso
Lombardia, nell’attuale incrocio con corso Grosseto, ci spingevamo fino
là e io la portavo sulla pista delle macchine e sull’autoscontro. Neil Sedaka e Gene Pitney dagli altoparlanti delle giostre erano la colonna sonora di quell’uscita fuori porta.
Di baci veri non se ne parlava nemmeno però, quando a distanza di
sicurezza da casa, ci separavamo per non rischiare di farci vedere dai suoi,
io la baciavo sulla guancia e lei mi lasciava fare. Non ricordo invece che
lei avesse mai preso questa iniziativa.
Dopo tante insistenze da parte mia, contrastate invece dal volere di
sua madre, un giorno ha finalmente rottamato i calzini corti per mettersi
le calze di nylon. Ero sempre stato orgoglioso di farmi vedere mano nella
mano con lei, ma adesso lo ero ancora di più.
La ragazza di Roby, anche esteticamente era una signorina.
Un giorno, sbilanciandosi all’eccesso, mi ha dato un biglietto dicendomi di non leggerlo davanti a lei, ma solo quando fossi arrivato a casa.
In quel biglietto c’era scritto: Ti ho sempre amato tanto e continuerò ad
amarti ogni giorno sempre di più.
Quella notte credo di aver dormito poco e male.
Nonostante tutti i progressi come poteva però essere la mia ragazza?
Non ci eravamo mai baciati! Lei non voleva. Io nel frattempo avevo iniziato ad andare a ballare alle feste studentesche ed era normale che con
qualche ragazzina meno problematica scattasse qualcosa. Quindi ne approfittavo. Non mi ritenevo neanche così vincolato perché lei non me ne
dava motivo, ma nel mio cuore c’era comunque solo lei.
Un giorno di sua iniziativa mi ha chiesto se il mercoledì della settimana successiva, al pomeriggio, l’avrei accompagnata per fare un giro in
centro.
Che emozione uscire finalmente con lei in via Roma, mano nella mano. Finalmente il nostro rapporto dopo tre anni abbondanti usciva dalla
clandestinità e stavamo diventando una vera coppia.
Quel maledetto mercoledì pomeriggio successe quello che non avrebbe dovuto succedere. Un mio amico mi ha telefonato al mattino di53
cendomi che aveva due gemelle per le mani e mi ha chiesto se andavo
con loro a ballare all’Augusteo (una piccola sala da ballo beat nei pressi
di via Roma). Non so proprio come ho fatto a dimenticarmi di
quell’appuntamento con lei, ma è successo. L’avevo tanto sognato ed aspettato e quando era arrivato il momento me ne ero incredibilmente dimenticato. Ovviamente ho detto di sì al mio amico.
Con le due gemelline abbiamo subito fraternizzato e, abbracciati alle
due ragazze, abbiamo percorso spensierati via Roma.
Ad una traversa di via Roma, col semaforo col rosso, ci siamo fermati e dall’altra parte della di fronte a me chi vedo?
Lei.
Il verde non scattava mai e l’imbarazzo cresceva. Lei mi fissava senza far trasparire alcuna emozione. Non sapevo cosa fare. Avrei voluto
chiederle se veniva a ballare con noi, ma sarebbe stato patetico. Avrei voluto mollare tutti e correre da lei, ma sarei stato comunque ingiustificabile. Ho scelto la terza opzione: fare finta di niente e aspettare gli eventi futuri.
Quando è scattato il verde ci siamo incrociati ed io ho guardato avanti cercando di non incrociare il suo sguardo. Mi sentivo una merda, avevo
rovinato quel rapporto a me così caro per una che neanche conoscevo.
Come avrei fatto a ricucire quello strappo? Lei era una dura, lo sapevo
che non era incline al perdono.
Al semaforo successivo (avevo beccato l’onda rossa) me la trovai
nuovamente all’altro lato della via. La dura aveva attraversato di corsa
via Roma, poi era ritornata indietro pronta per farsi trovare di fronte a me
per la seconda volta.
Era chiaro, doveva darmi una mano per farmi sentire per la seconda
volta una merda.
La stessa scena si ripropose al terzo semaforo.
Non mi feci più vedere e, conoscendola, sapevo che non avrei avuto
più chance. In questo modo orrendo finì la nostra bella storia.
Per tanti anni non la incontrai più, nemmeno casualmente, e ognuno
di noi prese la propria strada. Lei, però, mi rimase sempre nel cuore.
Parecchi anni dopo, quando ero sentimentalmente e felicemente sistemato da quasi tre anni, una notte la sognai. La vidi apparire tra i chiaroscuri di una stradina di un bosco e poi improvvisamente svanire. Quel
sogno mi turbò. Di lei non sapevo più nulla ma l’istinto mi dettava che
dovevo assolutamente rivederla.
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Un giorno Claudio mi disse che lei si era iscritta alla scuola guida di
Lucento. Dopo un paio di mesi dovevo partire per la naja e della patente
proprio non me ne fregava niente ma mi iscrissi.
Dovevo assolutamente vederla.
L’incontro fu piacevole ma non così coinvolgente come mi sarei aspettato. L’irrazionalità dell’adolescenza aveva lasciato lo spazio alla ragione. Lei non dimostrava rancore nei miei confronti e mi aveva fatto capire che sapeva che ero impegnato. Mi aveva anche detto che in quel
momento lei era invece libera. Me lo diceva come se stesse confidandosi
con un amico ma io capivo che non era così. Ci frequentammo come amici, ben sapendo che non era così, e quando partii per la naja ci scrivemmo più volte.
Trascorse più di un anno e quando venivo a Torino in licenza andavo
a trovarla a casa sua. Stare con lei era bello e piacevole e capivo che se
avessi avuto il coraggio di chiudere la relazione che avevo saremmo nuovamente tornati insieme. Pochi mesi prima del congedo, l’istinto prese il
sopravvento sulla ragione e presi improvvisamente questa drastica e non
facile decisione.
Il giorno dopo lei ed io eravamo di nuovo tornati insieme ed eravamo una coppia vera e propria. Lei era nell’anno dei venti ed io in quello
dei ventitre.
L’anno dopo ci sposammo nella chiesa di Lucento e lei, essendo
all’epoca minorenne (si diventava maggiorenni a ventun’anni) ha dovuto
avere il consenso scritto dei genitori per compiere quel passo.
Per chi non lo avesse capito lei è Susy, ovvero Susanna Tacchella.
Abitava al quarto piano di via Borgomasino 63, dove adesso abita nostro
figlio Gianluca.
Al momento in cui scrivo (giugno 2013) ci stiamo avvicinando ai 41
anni di matrimonio.
Di quella bambina che avevo visto scendere dalla bicicletta del padre
che cosa è rimasto? Sicuramente la bellezza, la classe e quelle splendide
fossette sotto la piega della bocca.
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Ugo BOSIO
19 ottobre 1953
Il primo impatto
La partenza ovviamente è dal momento dell’assegnazione degli alloggi: 1959/1960. I primi ad abitare nella casa sono stati i Poggio.
Mi ricordo che quando abbiamo traslocato noi, intorno al muro del
cortile e ai piani bassi c’erano ancora i trabattelli con le assi di camminamento e, Carlo Marello (capelli rossi) ci camminava sopra tant’è che ce lo
siamo trovato di fronte al nostro balcone (3° piano dal cortile) che ci guardava mentre mangiavamo pranzo. Mio padre s’incazzò un casino.
Ve lo ricordate il gatto della casa, Ciccio, che andava a mangiare da
tutti. Credo che nessun gatto abbia avuto vita migliore!
Anche nei successivi 17 anni che ho trascorso nell’alloggio di Vanni, ho
raccolto parecchi aneddoti, per esempio, il Sig.Piumatti, per me Luciano,
mi raccontava sempre che quando hanno sorteggiato gli alloggi, abbinando
ad ogni alloggio scelto dalla planimetria un nominativo estratto da un cappello che conteneva i bigliettini, lui era rimasto l’ultimo, appunto nel cappello, quindi destinato ad occupare l’alloggio sul portone carraio che nessuno voleva ritenendolo il più freddo.
Il sig. Cerrato, papà di Masino, gli chiese se volesse cambiarlo con il suo
al 5° piano, il sig. Piumatti si rifiutò dicendo appunto che “se era rimasto
nel cappello, quello era il suo destino”. Ho saputo da mio padre, conferma57
to poi anche dal Sig. Fogliatto, che quest’ultimo chiese a mio padre se volesse cambiare alloggio con il suo, ma mio padre non volle.
Appena “insediati” le cantine erano ancora tutte comunicanti e senza
le porte d’ingresso per cui io, il primo giorno che scesi in cortile, anziché
uscire dalla portina nera, imboccai il corridoio delle cantine ed ebbi modo
di conoscere in quell’ambiente inusuale Toni e le sue due sorelle. Toni teneva prudentemente in braccio Piera, la sorella minore, mentre Teresa era
leggermente indietro ai due. Toni, vedendomi, mi illuminò il volto con un
una pila.
<<Abiti in questa casa?>> mi chiese.
<<Sì!>>
<<Sei amico dei napuli? >>
<<No!>>
<<Allora vieni con noi… sei della banda.>>
Queste domande, per l’ingresso a pieno titolo nella costituente banda,
seppi poi che quel ragazzo le faceva a tutti. Intanto la bambina tenuta in
braccio da Toni era bellissima ed io non riuscivo a non guardarla. Ad un
certo punto il fratello, che aveva bisogno delle mani libere, offrì Piera in
braccio a Teresa, che non la volle e quindi con grande sacralità me la mise
in braccio. Credo che questo sia stato il mio primo incarico importante nella banda.
Continuammo poi l’esplorazione delle cantine, io sempre con Piera
in braccio. Dopo un po’ Toni si fermo e mi guardò negli occhi.
<<Questa è mia sorella. La vuoi sposare?>>
<<Sì>> risposi, imbarazzato.
<<Allora dovrai superare delle prove.>>
Mentre noi familiarizzavamo, i nostri genitori, che erano molto amici
da tempo, iniziavano a perfezionare il metodo migliore con cui chiamarsi
l’un l’altro. Scelsero il “tambussamento del muro che separava le nostre
due cucine.
Noi bambini avevamo scoperto la magia tecnologica dei citofoni.
Vattene… sporca spia
Era una delle prime uscite della “banda“ alla quale anch’io come gli
altri ragazzini ero orgoglioso di appartenere.
Quel giorno quasi tutti avevano acquistato dal tabaccaio di Lucento
(il sig. Coletto che era il papà di Fiorenzo) quei petardi colorati che erano
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chiamati “caramelle“; appunto perché a tali assomigliavano ed erano anche
di diversi colori.
Alcuni dei ragazzi della banda sostenevano che le caramelle di colore
rosso erano più potenti perché esplodendo sembrava facessero più rumore.
Indipendentemente dal colore queste “caramelle“ erano già molto pericolose anche se fatte esplodere singolarmente.
L’idea di aumentare la potenza e gli effetti dell’esplosione fu di Antonio Fogliatto.
Il progetto di Antonio consisteva nel legarne alcune tra loro e poi dopo averle connesse con un'unica miccia, inserirle all’interno delle bottiglie
di vetro recuperate strada facendo.
Lo scoppio simultaneo dei petardi in un ambiente chiuso e ristretto
(l’interno di una bottiglia di vetro) avrebbe amplificato l’esplosione frantumando la bottiglia e scagliando i cocci di vetro in tutte le direzioni.
Per ovvi motivi i capi banda decisero di allontanarci dai dintorni della casa Fiat.
Scelsero come luogo delle esplosioni l’esterno del ricovero per anziani situato in via Val della Torre denominato “Casa Serena“.
La prima bottiglia, con quattro petardi “rossi“ all’interno, fu collocata sul muretto che fungeva da supporto alla cancellata esterna che delimitava il parco dell’ospizio; mentre all’interno del parco i vecchietti “sereni“ erano intenti a godersi in pace la loro vecchiaia.
L’artificiere era Antonio il quale, dopo avere messo noi ragazzi a distanza di sicurezza ed averci intimato di non muoverci, andò ad occuparsi
della prima accensione.
Accese la miccia poi ci raggiunse di corsa nella postazione di sicurezza.
Il progetto superò in pieno il primo collaudo: la bottiglia esplose fragorosamente scagliando i cocci dei vetri in tutte le direzioni. Era fatta!
Da quel momento le esplosioni si succedettero a brevi intervalli a
scapito della serenità dei vecchietti, la maggior parte dei quali dal parco
dell’ospizio iniziò a rientrare nei locali interni della casa di riposo. Come
purtroppo capita quando non si è organizzati, tutti noi iniziammo a piccoli
gruppi, ma simultaneamente, a fare esplodere le bottiglie, quindi Antonio
perse il controllo della situazione.
A causa della paura che avevamo, quando con le mani tremolanti (io,
Gianni, Giorgio ecc. avevamo sei anni e mezzo) accendevamo la miccia
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dei petardi, certo non indugiavamo a controllare la corretta accensione della miccia.
Capitò quindi che qualche bottiglia non esplose.
Antonio, sgridandoci per la nostra mancanza di coraggio, recuperava
le bottiglie inesplose, poi con mani esperte riaccendeva la miccia, che inevitabilmente era diventata più corta, e si allontanava “a tutta birra“ prima
che le bottiglie esplodessero.
Purtroppo nel fare questo andò ad imbattersi in una bottiglia che
sembrava inesplosa, mentre in realtà la miccia era accesa e quasi al termine della combustione. La bottiglia scoppiò proprio mentre Antonio stava
allungando la mano per raccoglierla.
L’esplosione gli procurò un taglio abbastanza profondo nel palmo
della mano.
<<Vado a medicarmi al toretto>> disse, e con queste parole ci lasciò…
Il giorno dopo a pranzo mio padre non c’era (perché stava facendo
dalle sei alle due) quando mia madre mi disse, preoccupata: <<Devi fare
sempre attenzione all’acqua calda… >> poi aggiunse, a monito: <<Lo sai
che ieri il povero Antonio mentre aiutava sua madre a versare la pentola
della pasta nello scolapasta si è bruciato… vedessi che taglio si è fatto nel
palmo della mano… hanno dovuto medicarlo…>>
Essendo mia madre, ed avendo io all’epoca solo 6 anni e mezzo, provai un senso di rimorso nell’averle mentito, e soprattutto, mi fece anche
pena per il fatto che mi avesse creduto. Illudendomi che mia madre fosse
anche mia complice, dopo essermi fatto promettere che non avrebbe detto
nulla alla signora Fogliatto gli raccontai la verità.
Non avevo ancora finito di parlare che mia madre già tambussava sul
muro della cucina. I miei ed i Fogliatto utilizzavano questa forma di telefono muto per chiamarsi a rapporto al tramezzo vetrato che divedeva il
balcone in comune dal lato del cortile, per parlarsi in viva voce. Le parole
che si scambiarono le due mamme non le udii ma scoprii in seguito che la
complicità con mia madre era solo una mia ingenua convinzione.
Come tutti i giorni alle due circa scesi in cortile.
<<Vattene sporca spia… sei fuori dalla banda!>> Con queste ed altre
parole venni accolto dai miei amici capeggiati da Antonio con la vistosa
fasciatura che gli ricopriva la mano, e da Ezio Viberti che da piccolo era
particolarmente crudele.
Per più di una settimana fui emarginato, se tentavo di avvicinarmi a
loro mi tiravano pietre, mi gettavano il cappello nella pattumiera e mi fa60
cevano dispetti a ripetizione. Non potevo quindi che limitarmi a stare a rispettosa distanza da loro, distanza che col passare dei giorni, per fortuna,
andava via via diminuendo.
Soffrii molto, non solo per l’emarginazione e/o per qualche calcio nel
sedere, ma in particolare per la meritata condanna della “banda“. Sapevo
che era giusta e che me la meritavo.
Non ci fu un perdono ufficiale, semplicemente qualcuno, il primo fu
Claudio, ricominciò a parlarmi e a permettermi di stargli vicino. Claudio
rispetto a me era più vecchio di un anno e l’età nelle gerarchie della banda
aveva la sua importanza. Essere di nuovo vicino a Claudio mi consentiva
di poter di nuovo avvicinare, senza temere ripercussioni, tutti quelli della
mia età, che erano parecchi. Un bel passo avanti, insomma.
L’unico che continuò per anni ad osteggiarmi, ma non solo per quel
motivo, fu Mauro Baracco.
Fra di noi non c’era una grande simpatia, anche lui come Claudio era
più vecchio di un anno, ma mi detestava. Sono sicuro che dai sette ai dodici anni ci saremo picchiati almeno una quarantina di volte, ma sempre per
iniziativa sua, e senza che io gli facessi nulla.
Mi ricordo che spesso senza motivo si mordeva coi denti il labbro di
sotto e mi veniva incontro minacciosamente con le braccia distese lungo i
fianchi ed i pugni chiusi. Poi iniziava a tentare di picchiarmi. Va detto che
per anni non ci fu mai un vero vincitore, però mi ricordo che ci facevamo
parecchio male.
Questo finì quando io avevo circa tredici anni, erano le dieci e mezza
di una sera d’estate speciale, in quanto ero da solo nel portone con Loredana Bonino (un cognome una garanzia) quando Mauro entrò a frantumare
quel mio momento magico.
In quella circostanza (erano mesi che cercavo di rimanere solo con lei)
qualsiasi persona mi avrebbe dato fastidio, figuriamoci lui! Quando entrò
nel portone, mordendosi le labbra, mi venne incontro minaccioso con le
braccia distese e i pugni chiusi all’altezza del terzo bottone dei pantaloni
corti all’inglese. Era l’unico di noi che ancora li indossava, vantandosi vestirsi in quel modo ricercato per via di una presunta nobiltà della famiglia
di origine della madre.
Lori, sicura del suo fascino, sorridendo sarcasticamente mi disse
<<Adesso ti picchia.>>
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Un senso di liberazione mi colse, lo anticipai e gli diedi tante ma tante di quelle botte che per fortuna sua arrivò il sig. Piumatti che, dopo averci lasciato fare per un po’, fu costretto a dividerci.
Quella volta gli feci proprio male. Da quel giorno i signori Baracco
tolsero il saluto ai miei genitori. Forse anche perché dopo averlo picchiato,
solo per invidia e perché c’era Loredana che guardava, gli avevo schiacciato con i piedi gli occhiali Ray Ban che gli erano caduti per terra dopo il
mio primo pugno. Questo fatto del saluto tolto e della presunta nobiltà della sua famiglia a me non importava molto, visto che i miei problemi con
Mauro erano definitivamente risolti.
Finalmente, e grazie soprattutto a Claudio, ero di nuovo nella “banda” e avrei fatto qualsiasi cosa pur di rimanerci e condividere le avventure,
come quel giorno che eravamo tutti nel deposito delle biciclette e moto
sotto il balcone dei Poggio, quando i capi banda decisero che una delle
prove di coraggio consisteva nel fare la pipì dentro il serbatoio della moto
ISO del signor Fea, il papà di Ester.
A turno la fecero tutti.
Mi ricordo che siccome io ero piccolo e non arrivavo certo col mio
pistolino al tappo del serbatoio, Roberto e Ezio, prendendomi per le ascelle,
mi sollevarono per consentire il dovuto travaso.
Quello che non sapevo (ma che comunque non avrebbe cambiato
nulla) è che mio padre ed il signor Fea, oltre ad avere il duplex telefonico
in comune (infatti io non potevo telefonare a Ester e viceversa) facevano
spesso lo stesso turno, per cui, per risparmiare, andavano e tornavano insieme dal lavoro; una settimana con la Vespa di mio padre e una settimana
con la ISO del signor Fea, dotata di sellino doppio.
Purtroppo quella era la settimana della ISO.
Quando alla mattina alle cinque e mezza (facevano il turno dalle sei
alle due ) nonostante i ripetuti “cicchetti“ al carburatore della ISO, non riuscirono a metterla in moto. Credo abbiano anche aspirato dal tubo della
benzina per vedere se questa arrivava al carburatore.
Quel mattino arrivarono in FIAT in ritardo con la Vespa di mio padre.
Io non sapevo di questo fatto, stavo finendo i compiti per poi scendere in cortile, quando mio padre alle due e mezza di pomeriggio, entrò in
camera mia. Mio padre sapeva benissimo che noi ragazzi eravamo soliti a
far dispetti per cui, dalle prime domande rivoltemi gridando per ottenere la
risposta che cercava, passò quasi subito agli schiaffoni. Che male mi face62
va l’anello d’oro con diamantino impuro, quando la sua mano colpiva la
mia testa quasi rasata!
Nonostante quella gragnola di botte non parlai e non piansi e quando
mio padre finalmente uscì mi stesi sul letto. Per un bel po’ di tempo la testa continuò a farmi male, soprattutto nei punti dove l’anello d’oro mi aveva colpito.
Mio padre, fatta giustizia, andò a dormire.
<<Mamma… io scendo>> dissi, ma più che la richiesta di un permesso era una affermazione.
Uscendo mi richiusi la porta alle spalle, scesi la prima rampa di gradini e dalla finestra delle scale guardai in cortile.
Piva Gianluigi come al solito giocava da solo facendo rimbalzare una
consunta pallina da tennis contro il muro. Sapevo che come sarebbero arrivati gli altri sua madre lo avrebbe richiamato a casa perché non si “mischiasse“ con noi.
Nonostante la testa mi facesse ancora molto male ero felice perché
non avevo confessato.
Attraversai il cortile e salutai Gianluigi, che vistomi si tenette in mano la pallina per paura che gliela prendessi. Passai poi dalla portina dei
Poggio e salii di corsa le scale.
Giunto al secondo piano bussai alla porta di Claudio.
Ero ancora uno della “banda”, e lo sarei stato per tutta la vita.
I Rockers e i Mods (omaggio a Gianfredo)
In Inghilterra, per poi estendersi nei Paesi Occidentali, negli anni
sessanta alcuni gruppi giovanili si erano associati al fine di creare due
gruppi antitetici e avversari: i Mods e i Rockers. Le due fazioni avversarie, che si distinguevano soprattutto dal tipo di abbigliamento che indossavano (formale i primi e con giubbotti e pantaloni in pelle i secondi) dettero luogo ad epici scontri, molto spesso con feriti e in alcuni casi anche
con dei morti. In quel periodo vigeva la tendenza all’aggregazione e
quindi dell’appartenenza ad un gruppo piuttosto che all’altro. Data
l’enorme differenza nel modo di vestire era quasi impossibile non essere
identificati come appartenenti ad uno dei due gruppi, visto che in quel periodo in pratica l’abito era la divisa.
L’eco di queste due bande rivali era tale da giungere anche a noi ragazzi di periferia. Ne derivò che anche noi ragazzi della casa ci divi63
demmo in due bande rivali, appunto identificate nei Mods e nei Rockers,
capitanate da due capibanda più vecchi.
Ovviamente nessuno degli appartenenti alle due bande era dedito
all’alcool o faceva uso di droghe. Considerate che la motivazione della
nascita delle due bande era per sentirsi alla moda, cioè non tagliati fuori,
e certamente più vicina ad un gioco, che non ad una tendenza nel vestire,
perché eravamo tutti dei poveracci.
Tuttavia, tra di noi, seppur in povertà, nello stile di vestire, negli atteggiamenti e nell’ideologia, le differenze tra le due appartenenze, anche
se non in modo così marcato come in Inghilterra, iniziavano a farsi notare.
La mia appartenenza ai Rockers era quasi scontata, data la stima e
l’amicizia che avevo, e che ho tuttora, per il mio amico Masino, capobanda dei Rockers, e per Claudio, che era il suo luogotenente, inoltre, in
ultimo ma non meno importante, perché già possedevo un giubbotto di
finta pelle nero.
Certamente non ci si picchiava (o perlomeno quasi mai…) tra ragazzi
della casa, ma in quel periodo la rivalità tra le due bande iniziava a farsi
sentire.
Quasi subito Masino aveva deciso di cambiare il nome del nostro
gruppo da Rockers a Kriminal, probabilmente anche influenzato dal fumetto che allora andava per la maggiore. Quindi senza essere consultato,
e mio malgrado, da un componente dei Rockers mi ritrovai ad essere uno
dei Kriminal. Il fatto più che spaventarmi mi lasciò perplesso, ma come
tutti sapete, nella vita, anche solo per giocare con qualcuno, da qualche
parte bisogna pur stare.
Tuttavia mi sentivo più attratto dai maglioncini, anche se non di cachemire, perché non potevamo permetterceli, o dalle maglie a dolcevita,
e soprattutto dalle scarpe a punta, dagli stivaletti e dai mocassini.
Ma ormai avevo scelto, Kriminal ero e Kriminal rimanevo.
Gianfredo era il capo dei Mods, me lo ricordo smilzo, quasi sempre
con la maglia dolcevita. La cosa che mi sembrava strana era che anche se
non appartenevo alla sua banda, mi trattava bene. Fermo restando ribadire la sua appartenenza ai Mods, sembrava stemperare qualsiasi iniziale
aggressività tra gli appartenenti alle due bande rivali.
Quella volta la sfida era a freccette (quei piccoli dardi con la punta di
acciaio che si piantano e Renzo Paolucci ne sa qualcosa…)
La gerarchia prevedeva che i capi banda tirassero per ultimi.
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Sia noi subalterni dei Kriminal, che quelli dei Mods, avevamo tirato
tutte le nostre freccette sul bersaglio, (il solito centro ad anelli concentrici
colorati dove l’ultimo, grande come una moneta da venti centesimi di euro, era di colore rosso).
Il risultato era dubbio, perché avevamo tirato tutti da una distanza
notevole, per cui le freccette che avevano raggiunto il centro erano poche
e tutte piantate sui cerchi più esterni.
Mancavano solo più due freccette. Per decidere il risultato toccava ai
nostri capi.
Tirò prima Masino.
Dapprima soppesò la freccetta, ci guardò tutti compiaciuto, poi prima
di tirare gridò: <<Uno dei Kriminal>> e scagliò con forza e in orizzontale
la freccetta.
Fu centro perfetto! Se fosse andato a piantare a mano la freccetta non
avrebbe potuto essere più preciso!
Tutti noi appartenenti ai Kriminal restammo in muta ammirazione.
Gianfredo non fece una piega. Prese la sua freccetta e con noncuranza la lanciò con forza ma a parabola. La freccetta si piantò in quella di
Masino, nello spazio centrale dove prima si incrociavano le quattro alette,
dividendole in quattro pezzi, come a tagliare in quattro una mela. Poi gli
andò vicino e gli disse: <<Uno dei Mods!>> Sempre con noncuranza staccò la sua freccetta, integra, da quella tirata dal nostro capo.
Gianfredo mi passò vicino, e notata la mia delusione, sorridendomi
mi diede un amichevole pugno sulla spalla, che era il suo modo di salutare gli amici.
Quella sera sul letto di mia madre provai l’abbinamento del mio
giubbotto di finta pelle nero, con una dolcevita color crema che mi avevano regalato, ma che non avevo mai messo, in quanto a mio parere era
un capo di abbigliamento dei Mods.
Soddisfatto constatai che insieme stavano benissimo e che
l’abbinamento era azzeccato.
Grazie a quel pugno ricevuto sulla spalla, e a quel sorriso, a partire
da quel giorno indossai spesso la dolcevita sotto il giubbotto, senza preoccuparmi più se ero uno dei Mods o dei Kriminal, in fin dei conti ero
della banda della casa e anche amico di Gianfredo.
Ecco, io Gianfredo lo voglio ricordare così, con la sua dolcevita verde acqua portata sotto la solita giacchetta, mentre mi da quel leggero pugno sulla spalla, accompagnato da quel suo tipico mezzo sorriso tra
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l’ironico è l’affettuoso, come per dirmi: <<Guarda che nonostante tutto tu
ed io siamo sempre amici.>>
Ciao Gianfredo, eri uno di noi, ora non so dove tu sia, ma spero adesso tu stia bene.
Lontano dal cortile della casa FIAT
A partire dal 1960, e per tutti gli anni a seguire, mio padre per il mese di luglio prendeva in affitto lo stesso alloggio al mare. Il proprietario
dell’alloggio, un certo signor Bona, era un suo collega più anziano e più
ricco, che lavorava con lui alle Ferriere. Mio padre prenotava sempre per
il mese di luglio perché rispetto al mese di agosto l’affitto costava molto
meno.
Nei primi anni quando ero solo un ragazzino, non ero molto allettato
dalla spiaggia, dal mare, dai bagni, e soprattutto non ero contento di stare
via un intero mese dalla casa Fiat e quindi dai miei amici. Poco prima
della metà di giugno, terminava il periodo scolastico e questo comportava
che gli orari di permanenza di noi ragazzi nel cortile si allungavano a dismisura. Stavamo fuori tutto il giorno e alla sera, dopo aver cenato, ci era
concesso di stare sotto fino a tardi.
Non credo sia necessario dilungarmi su cosa significasse questo per
noi ragazzi della casa. In quel mese, e nel mese successivo, cioè luglio, il
nostro cortile brulicava di vita. In particolare il periodo compreso dalla
metà di giugno a fine luglio vedeva la massima frequentazione dei ragazzi della casa nel cortile. Proprio in quel mentre, sempre il primo di luglio,
noi si partiva. Era così tutti gli anni, e quindi per me sempre sul periodo
più bello. Capitava poi che ritornavamo nel mese di agosto, proprio
quando la maggior parte delle famiglie della casa andavano in ferie.
C’era chi andava al mare, chi in montagna, chi in campagna dai cugini o
chi ritornava al paese natio dei genitori. In un modo o nell’altro durante il
mese di agosto tutti si aggiustavano.
La conseguenza di questa nostra partenza anticipata rispetto a quelle
della maggior parte delle famiglie, si concretizzava nel fatto che molto
spesso nel mese di agosto io mi ritrovavo da solo nel cortile. Nei primi
anni questo mi fece parecchio soffrire. Successivamente, diventando più
grande, mi ero fatto degli amici anche al di fuori dal cerchio di quelli della casa, e nello stesso tempo, verso i quattordici, quindici anni, iniziavo
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già a guardare le ragazze in un modo diverso rispetto alla prima adolescenza.
1 luglio 1968
Era mattina presto e mio padre ci stava portando al mare con la Fiat
850 acquistata come al solito con quella formula che veniva chiamata il
cambialone. Era una formula di pagamento in uso a quel tempo, quando
lo sconto Fiat valeva ancora qualcosa. Il trucco era il seguente: si acquistava dalla Fiat la vettura scontata, usufruendo di una consistente cambiale che andava a scadere dopo i primi 6 mesi di vita della vettura.
Nell’imminenza della scadenza dei 6 mesi, si vendeva la macchina (che
era semi nuova) ad un privato, ad un prezzo inferiore al valore di mercato
della vettura, ma leggermente superiore, di circa 20/30 mila lire, a quanto
il dipendente aveva pagato l’autovettura scontata. Con il denaro ricavato
dalla vendita si saldava quindi il cambialone alla Fiat. Poi usufruendo
dello sconto Fiat, e mediante un altro cambialone, si ricomprava un’altra
macchina nuova. Nella scelta della vettura ci si orientava, se possibile,
verso un modello di immediata tendenza, che quindi di lì a sei mesi sarebbe stato nuovamente appetibile dal mercato. In questo modo si cambiava la macchina ogni 6 mesi e si viaggiava quindi su una vettura sempre nuova e in garanzia.
Mio padre, quel giorno, guidava soddisfatto la sua nuova Fiat 850
con il braccio fuori dal finestrino. Come negli anni precedenti mio padre
avrebbe trascorso con noi solo la prima settimana del mese, giusto per fare la spesa grossa caricandola sulla macchina, per qualche bagno, per rinfrancarsi dalle fatiche dell’anno lavorativo, per pagare la spiaggia e assolvere alle le varie incombenze per poi ritornare a Torino per riprendere
durante le successive tre settimane di luglio il lavoro alle Ferriere. Si stava percorrendo la statale, per risparmiare i soldi dell’autostrada ed io attraverso il finestrino posteriore guardavo i paesi che scorrevano veloci.
Mia sorellina dormiva, mia madre parlava e, mentre ci avvicinavamo al
mare, io ero sempre più radioso di felicità e non stavo più nella pelle.
Adesso vi racconto cosa era successo durante le vacanze dell’anno
precedente, e quindi perché mentre ritornavamo al mare ero così felice.
Luglio 1967- Il mio primo amore
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Nel corso delle passate vacanze che avevamo trascorso a Borghetto
Santo Spirito, si era formata una compagnia denominata “quelli di luglio” che era formata dai genitori e dai figli di tutte le famiglie che andavano sempre nel mese di luglio nello stesso stabilimento balneare: i bagni
Marina & C. Ritrovandoci tutti gli anni nello stesso mese, si era formata
anche una compagnia tra noi ragazzi e ragazze.
L’anno prima, nel 1967, una ragazza mi aveva colpito fino al punto
di farmi innamorare di lei e, per fortuna, il mio amore era stato ricambiato. Quella ragazza, della stessa mia età, si chiamava Miranda. Era molto
carina e non a caso di cognome faceva Migliore. Il suo corpo era longilineo e flessuoso, i suoi occhi erano scuri, quasi neri, i suoi capelli lunghi e
di colore castano chiaro.
Tutti gli amici della spiaggia la tacchinavano, come si direbbe adesso,
oltre tutto al mare non vigeva il codice d’onore di noi ragazzi della casa,
per cui fu una lotta senza esclusione di colpi. Quel giorno mi andò bene,
anche se ancora adesso non riesco a capire perché, lei tra tutti scelse proprio me.
Mi ricordo ancora la prima volta che l’ho presa per mano, il nostro
primo bacio e tutto il resto. Era il primo amore importante della mia vita.
Tutto di lei mi piaceva! Rivedo ancora i bagni fatti insieme, i falò serali
sulla spiaggia, il bagno di mezzanotte e così via. Ragazzi non vi dico la
mia felicità/infelicità a mano a mano che i giorni di quel luglio del sessantasette scorrevano inesorabili, e noi eravamo sempre più consapevoli
che presto avremmo dovuto lasciarci. Il nostro era il classico amore disperato.
Entrambi, piangenti come fontane, dopo esserci giurati fedeltà ed
amore se non eterno, almeno fino a luglio dell’anno seguente, ci lasciammo il 31 di luglio per ritornare a casa con le nostre famiglie. Io a
Torino, lei a Cuneo.
Primi di agosto del ‘67 scalino portina di via Borgomasino 65
Ero disperato e non riuscivo a non pensare continuamente a lei. Miranda era la mia prima ragazza importante e Cuneo mi sembrava ai confini dell’universo, irraggiungibile! Per fortuna, appena ritornato a casa,
raccontai di Miranda al mio amico Claudio.
Andò così.
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Eravamo scesi dopo aver cenato ed io, con Claudio e Mauro Baracco
eravamo
seduti
sul
gradino
della
mia
portina.
Mauro ci stava narrando tutte le numerose avventure che sosteneva di avere concluso durante le ferie di quell’anno. In particolare si era soffermato a lungo a descrivere fisicamente la bellissima ragazza dell’ultima
sua avventura, avvenuta la notte immediatamente prima del suo rientro a
casa. Io non riuscivo a spiegarmi perché lui non fosse triste come lo ero
io, considerato che difficilmente l’avrebbe rivista, perché come Mauro ci
aveva detto, lei abitava in Centro Italia. Claudio con occhi sornioni, aveva ascoltato questo turbinio di relazioni estive senza rilasciare commenti.
Tra noi amici esisteva una sorta di tacito codice d’onore. Uno degli
articoli più importanti contemplati dal codice, ed in vigore ancora adesso,
era quello di non raccontare mai balle in fatto di donne. Per noi della
banda era un reato gravissimo. Non era ammesso mentire su fatti ritenuti
così importanti. Va da se che le avventure accadute durante le ferie difficilmente potevano avere riscontro, per cui gioco forza per crederci o meno, bisognava affidarsi alla stima che si aveva del narratore.
Erano trascorsi solo pochi giorni da quando ero ritornato dal mare,
ma senza Miranda mi sembravano anni, nonostante ci fossimo sentiti
spesso al telefono, ed il nostro amore disperato sembrava stare ancora in
piedi. Intanto Claudio, che mi conosceva bene, si era accorto del fatto che
ero particolarmente giù di morale e soprattutto taciturno. Ad aggravare il
tutto, mi aveva appena detto che entro un paio di giorni sarebbe partito
per raggiungere gli zii che abitavano in campagna nei pressi di Cuneo.
Quindi ad agosto sarei rimasto solo a Torino senza Miranda e senza il
mio migliore amico.
Quando Mauro ci lasciò mi confidai finalmente con Claudio. Gli raccontai tutto, minimizzando quanto fosse bella Miranda, nel timore di non
essere creduto. Il mio amico mi crede. Penso che quella sera, Claudio,
conoscendomi bene, dopo aver visto e valutato il mio stato di effettivo
abbattimento, e dopo avere constatato che la cosa che più desideravo era
di andare a Cuneo a trovarla, non mise in dubbio la mia avventura. Mi
posò la mano sulla spalla e mi disse: <<Complimenti Ugo>> aggiungendo
poi altre considerazioni tipiche della nostra amicizia e dell’importanza
che davamo alle relazioni con il cosiddetto sesso debole.
Io e Claudio sapevamo già che le femmine non erano affatto deboli,
anzi. In quel momento gli ho voluto un sacco di bene, perché aveva creduto a quella storia e ai miei sentimenti.
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Ancora oggi, ripensandoci, non riesco a non provare un senso di gratitudine nei suoi confronti in quanto mi aveva creduto sulla parola!
Claudio poi mi tranquillizzò, rassicurandomi sul fatto che Cuneo non
era poi così in capo al mondo e mi spiegò che potevo andarci in treno oppure con i pullman, che in quel periodo erano blu e partivano da corso
Marconi.
Da agosto del ‘67, alla fine di giugno del ‘68, credo che il postino del
quartiere di Cuneo dove abitava Miranda, mi abbia maledetto per quanto
ci siamo scritti e, di conseguenza, per tutta la strada a piedi che gli avrò
fatto fare. Lei abitava al civico 4 di via Bepino Nasetta e ricordo ancora a
memoria il numero di telefono di della sua famiglia.
Per non cadere in povertà, e fare quindi la fortuna della SIP, il gestore di telefonia dell’epoca, mio padre, come al solito, pur rispettando il
mio sentimento, fu molto più sbrigativo: mise un lucchetto al telefono
consegnando l’unica chiave a mia madre.
Quell’anno, oltre a scriverci e a telefonarci, grazie anche al conforto
ed alle sollecitazioni di Claudio, a ottobre, preso il coraggio a quattro
mani (non avevo ancora quindici anni) ero andato e tornato in giornata,
fino a Cuneo, a casa di Miranda.
In quella città sono poi ritornato, sempre in pullman e sempre in un
solo giorno, durante le vacanze scolastiche di Natale. Il nostro amore teneva duro e noi superavamo i marosi della distanza (notevole per quei
tempi e per la nostra giovane età) e quindi della lontananza, e ancora sulla stessa barca e più innamorati che mai giravamo intorno alla boa ed entravamo nel mitico1968.
Intanto Claudio, che ovviamente frequentavo assiduamente, si rivelava più amico che mai, sopportando pazientemente la narrazione di tutte
le mie elucubrazioni, supposizioni e speranze di questo amore lontano.
Per mia fortuna, e anche per fortuna sua, finalmente arrivò la Santa Pasqua e la conseguente occasione per rivederla.
Quando la raggiunsi a Cuneo con il treno, lei venne sia ad aspettarmi
alla stazione che a riaccompagnarmi per l’addio. Fu una giornata memorabile! Ovviamente anche quel giorno non uscimmo dal retorico cliché
dell’amore disperato… l’ultimo bacio prima di salire sul vagone, le mie
mani protese dal finestrino che sfioravano le sue, il treno che partiva
mentre lei diventava sempre più piccola, la sigaretta finalmente fumata
da arrabbiato (ovviamente quando ero con lei non fumavo per non appu-
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zolentirmi l’alito) e poi, all’arrivo a Torino, la corsa da Claudio per raccontargli tutto.
Entrambi impegnati con i doveri scolastici, Miranda ed io avevamo
convenuto che ci saremo rivisti a luglio, ovviamente stessa spiaggia stesso mare. Da Pasqua in poi, innamorati che mai, avevamo continuato a telefonarci e a scriverci con insistenza.
Quell’anno, per non correre il rischio di essere rimandato e quindi di
pregiudicare gravemente la mia felicità, avevo studiato come un pazzo.
Lo stesso aveva fatto lei. Eravamo quindi stati entrambi promossi a pieni
voti: lei in terza ragioneria ed io in terza perito agrario.
Potere dell’amore!
La Vespa 50 gialla ‘Elestart’
Sempre quell’anno, negli ultimi giorni di giugno, io non vedevo l’ora
di partire per il mare quando successe un fatto inaspettato: mio padre,
commosso in parte da così tanta diligenza, per premiarmi aveva tolto il
lucchetto al telefono e mi aveva fatto trovare in cortile una Vespa 50 gialla nuova di zecca, che qualcuno di voi forse ricorderà.
<<Tieni qua, è tua>> mi disse, consegnandomi le chiavi. Poi aggiunse,
con voce alquanto sinistra: <<L’ho pagata ben 152 mila lire, ma ha anche
l’accensione elettronica.>>
Era fatta! Mancavano pochi giorni alla partenza di luglio, quando avrei trascorso tutto un mese con la mia ragazza. Da agosto in poi avrei
potuto agevolmente raggiungerla a Cuneo, tutti i giorni che volevo, con
la Vespa.
La mattina presto del primo luglio del 1968, quando mio padre ci
stava portando al mare con la Fiat 850 e io ero felice perché avrei rivisto
la mia ragazza, che avevo già informato per telefono del mio nuovo mezzo di locomozione. Quella Vespa, oltre alla nostra felicità, avrebbe anche
fatto quella dei postini di Cuneo e Torino.
Come di consueto, per risparmiare il costo dell’autostrada, mio padre
stava percorrendo le statali ed io, impaziente e pensieroso, osservavo distrattamente dal finestrino posteriore, i paesi che scorrevano davanti ai
miei occhi
Luglio 1968 - Quella strana lettera di mio padre.
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Borghetto Santo Spirito, 1 luglio 1968. Non vi dico quanto io e Miranda ci riabbracciammo. Come tutti gli anni mio padre, dopo una settimana, ci lasciò soli e ritornò a Torino. Io ero felice con Miranda. Nella
mia ingenuità, agosto, settembre, ottobre e tutti gli altri mesi, fino al luglio successivo non mi facevano più paura. Adesso c’era la mia nuova
Vespa che mi aspettava a Torino, ben custodita all’interno della nostra
cantina.
Io e lei vivemmo quel mese di luglio felici e innamorati più che mai,
finché un giorno successe un fatto strano. Nella buca delle lettere del
condominio Saint-Tropez dove affittavamo, trovai una misteriosa lettera
di mio padre (lettera che conservo tuttora) indirizzata al signor Bona e a
me. La lettera era ovviamente destinata a me e mio padre aveva aggiunto
il cognome del proprietario dell’alloggio solo per farmela pervenire. Era
una lettera molto toccante che a me inizialmente era sembrata solo una
dichiarazione di stima nei miei confronti, anche se piuttosto tardiva; in
fin dei conti ero stato promosso a giugno e, anche se ero un po’ vivace e
ribelle per quegli anni, tutto sommato a parte i capelli, a giudizio di mio
padre troppo lunghi, non gli avevo creato grossi problemi. La lettera era
molto toccante, faceva leva sul concetto di cosa deve intendersi per famiglia e sulla mia quasi raggiunta maturità. Ne riassumo solo alcuni brevi
stralci:
‘Caro Ugo finalmente sei stato promosso a giugno senza essere rimandato come l’anno precedente… ho visto che ti stai facendo uomo… hai addirittura la ragazza… hai visto che non mi sono arrabbiato quando senza
chiedermi il permesso ogni tanto usi il mio rasoio elettrico per farti la
barba?… fino ad oggi solo lo studio è stato il tuo lavoro… la famiglia è
come un carretto… io sono sempre attaccato alle stanghe a tirarlo… la
mamma è seduta a cassetta con la bambina in braccio… è ora che tu
scenda dal cassone… vedrai che presto anche tu potrai aiutarmi a spingere il carro da dietro…’
<<Hai
visto che brava persona è tuo padre>> aveva commentato Miranda l’ennesima volta che avevamo letto quella lettera insieme.
Viceversa io ero piuttosto perplesso, più rileggevo quello scritto di
mio padre (che non mi aveva mai scritto, nemmeno quando mi aveva obbligato ad andare alle colonie FIAT) e più certe parole assumevano un
aspetto inquietante, quasi sinistro. Non capivo dove volesse arrivare…
ma c’era Miranda, il mare, la compagnia, la felicità di avere la ragazza e,
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soprattutto, a Torino c’era la mia nuova Vespa 50, che ad agosto, e nei
mesi dal clima particolarmente mite, mi avrebbe permesso di correre da
lei. Fu per quel motivo che mi dimenticai presto di quella strana lettera.
Quel luglio del 1968 trascorse veloce, l’ultimo giorno l’addio con
Miranda non fu drammatico come l’estate precedente, perché grazie alla
Vespa, si era trasformato in un arrivederci a presto. Prima di lasciarci ci
mettemmo d’accordo sui giorni del mese di agosto quando l’avrei raggiunta a Cuneo.
Mercoledì 31 luglio mio padre venne a prenderci con la Fiat 850 ed
alla sera facemmo ritorno a Torino.
1 agosto 1968 - Ingresso alle officine FIAT di via Livorno
Sono le cinque e mezzo di mattina, mio padre mi presenta ai sorveglianti dicendo: <<Questo è mio figlio.>>
Nel mentre io ripenso al carretto, alle stanghe e soprattutto a Miranda.
Poi mio padre mi fa vedere dove posteggiare la mia nuova Vespa 50, cioè
a fianco della guardiola dei sorveglianti, i quali, facendo appunto il loro
mestiere, me la sorveglieranno per tutto il mese di Agosto. Dopo avermi
dato un tesserino con indicate le mie generalità, sotto la ragione sociale
della ditta Neirotti & Grigioni srl, mi saluta e se ne va .
Il mese di agosto era soprannominato ‘la fermata’. In gergo si chiamava così perché durante quel mese nelle Ferriere FIAT non si produceva, ma in tutti i reparti si faceva la manutenzione degli impianti e dei
componenti che il primo di settembre sarebbero stati rimessi in funzione
fino all’agosto successivo.
I lavori più sporchi, nel vero senso della parola, venivano affidati a
dei fornitori che, in base alle esigenze, reclutavano a tempo determinato
l’eventuale personale aggiunto, necessario ad assolvere i lavori sottoscritti nel capitolato per conto della FIAT. Questi fornitori si avvalevano per
lo più di operai generici ai quali erano affiancati i cosiddetti manocia. Io,
che stavo per diventare uno di questi, non sapevo che sarei stato adibito a
quei cosiddetti lavori sporchi che gli operai FIAT, anche solo per dignità,
non avrebbero mai eseguito.
All’ingresso c’era una coda enorme di persone. I sorveglianti chiamavano per nome e cognome gli appartenenti alle varie imprese e, dopo
avere controllato dalla carta d’identità che i chiamati avessero 16 anni
compiuti, li accompagnavano ai reparti. Tutti coloro che non avevano 16
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anni venivano gentilmente ma fermamente rimandati a casa dopo avergli
ritirato il tesserino provvisorio.
Mentre sto aspettando il mio turno, ragiono sul fatto che io non avevo ancora sedici anni, infatti li avrei compiuti solo il 19 ottobre di
quell’anno. Conto che mi mancano ottanta giorni e mi conforta il fatto
che i sorveglianti erano inflessibili e rimandavano a casa anche solo se
mancava un solo giorno al compimento di quell’età. Mi immagino mentre risalgo all’interno del carretto famigliare, ma solo per ritornare in
guardiola, poi sarei salito sulla mia Vespa per andare da Miranda.
Era solo questione di poco tempo poi questo incubo sarebbe finito.
Che fortuna trovare un amico della banda!
Mentre sono lì che aspetto di essere chiamato, mi sento toccare la
spalla, mi volto e chi vedo? Ubaldo Giannitti.
Ci salutiamo.
Mi ricorderò sempre dei suoi occhi spaventati mentre mi dice:
<Anch’io non ho ancora compiuto sedici anni, li faccio a novembre>>.
Poi, aggiunge, con tono di complicità: <<Siamo tutti e due a posto, Ugo,
ci rimanderanno a casa come tutti gli altri, così possiamo trovarci alle due
a giocare a pallone.>>
Nel frattempo i sorveglianti cominciano a chiamare per la Neirotti &
Grigioni, controllano i tesserini abbinandoli alle carte d’identità e inevitabilmente qualcuno viene rimandato a casa. Le proteste sono del tutto
inutili, i sorveglianti sono inflessibili. Noi due veniamo chiamati per ultimi e Ubaldo mi strizza l’occhio mentre consegniamo i documenti. Il
sorvegliante ce li restituisce dicendoci: <<I tesserini li teniamo noi, li renderemo alla Neirotti & Grigioni… mi spiace ragazzi, ma, purtroppo, dovete ritornare a casa!
Ubaldo ed io non abbiamo avuto nemmeno il tempo di godere per un
solo istante di quell’immensa felicità, che si materializzano davanti a noi
il signor Giannitti e di mio padre.
Il signor Giannitti indossava una divisa azzurra, completa di due binari rossi sulle spalle della giacca, binari che i sorveglianti comuni non
avevano. Anche il cappello era guarnito di un fregio rosso e nero più
grande di quello dei suoi sottoposti. Nell’insieme sembrava Martin Bormann.
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Mio padre, in divisa da capo, indossava un elmetto con scritto di lato
“Bosio E”. Mi sorrideva con lo stesso sorriso del cardinale Richelieu
quando leggeva le lettere delle suppliche del popolo francese.
<<Tradimento!!!>> avrei voluto gridare, ma non ne ebbi il coraggio!
<<I due ragazzi sono con noi, è tutto a posto>> affermò, con un tono
di voce che non ammetteva repliche, il signor Giannitti, riconsegnandoci
i tesserini.
<<Da domani non è più il caso che mostriate la carta d’identità ai sorveglianti, il controllo si fa solo il primo giorno>> disse mio padre.
<<In ogni caso ho già dato istruzioni ai miei collaboratori>> aggiunse
il papà di Ubaldo, spegnendo l’ultimo barlume di speranza dagli occhi
del figlio e dai miei.
Entrambi i nostri genitori ci posarono le mani su una spalla e ci condussero nella saletta adibita alla vestizione, poi se ne andarono visibilmente soddisfatti. Tuta da lavoro, guanti, scarpe antinfortunistiche, occhiali da molatura, elmetto, non ci fecero mancare nulla. Salutai Ubaldo,
che essendo destinato ad un altro reparto, non avrei più rivisto fino alla
fine del mese, mentre seguivo un anziano FIAT che fece strada fino alla
mia postazione di lavoro.
La Ferriera
Appena entrato in fabbrica fui colto dalla paura, tutto andava più in
fretta rispetto alla vita normale. Nei reparti ci si muoveva in mezzo a mole, schegge, lampi di saldatura, grida e stridii. Ben presto capii che era un
mondo a parte, nel quale mi sembrava impossibile riuscire a non farsi
male. Fui adibito alla pulitura tramite mola a disco, delle incrostazioni di
ferro nei forni a pozzo. I forni erano profondi 25 metri e quindi ci si
muoveva su delle impalcature provvisorie che di volta in volta smontavamo e rimontavamo.
In quel mese feci tutti i turni, dalle sei alle due, dalle due alle dieci e
per una settimana anche quello di notte. Otto ore al giorno su
un’impalcatura con una mola a disco in mano. Dovevo cambiare gli occhiali ogni due giorni, perché le schegge che colpivano le lenti creavano
delle minuscole abrasioni sulle stesse e dopo un po’ non si vedeva quasi
più nulla.
I primi giorni passarono come potevano, ogni quarto d’ora posavo
sull’impalcatura la mola perché non sentivo più le braccia. Tutte le settimane mi davano una tuta ed un passamontagna protettivo nuovi, perché
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quelli che indossavo erano tutti forati dalle schegge. Alla sera, quando
facevo la doccia e mi svestivo, l’unica parte del mio corpo che rimaneva
bianca era quella intorno agli occhi. Quando mi toglievo gli occhiali
sembravo Diabolik! All’inizio mio padre veniva a trovarmi quasi tutti i
giorni, in seguito, sia per il fatto che non mangiavamo insieme, sia perché
spesso facevamo turni differenti, ci vedevamo molto meno e quasi sempre solo a casa. Un paio di volte, dopo il turno dalle sei alle due, appena
ero ritornato a casa mi aveva chiesto: <<Adesso non vai più a giocare in
cortile?>>
Quell’anno il mese di agosto non passò in fretta come il mese precedente. Un giorno mentre stavo molando, mi si avvicina un operaio FIAT,
anche lui facente parte di una squadra addetta alla pulitura dei Forni e,
indicando mio padre, che era distante e voltato di spalle, mi dice in piemontese: <<Lo vedi quello li, fai attenzione perché è un bastardo!>>
Continuando a lavorare, mi limitai a rispondergli: <<Grazie per
l’avvertimento.>>
Poco dopo quell’uomo ritornò affannato vicino a me ed iniziò a scusarsi perché, evidentemente, qualcuno lo aveva informato che di quello lì
io ero il figlio. L’operaio era visibilmente preoccupato e continuava a
scusarsi nonostante le mie assicurazioni che avrei tenuto la cosa per me,
tanto più che per me quell’affermazione non era poi una grossa novità.
Per calmarlo gli proposi di cenare insieme. Lui accettò e per tutto il mese,
facendo gli stessi turni, abbiamo sempre pranzato o cenato insieme, con
l’immancabile baracchino. Lui non riusciva a capire il motivo per il quale
io fossi li, visto che gli avevo raccontato che ero stato promosso. Era
proprio una brava persona quell’uomo.
In quell’agosto, e anche in quello successivo, perché mio padre mi
mandò anche l’anno seguente, incontrai molti dei genitori della casa. Avrei un sacco di aneddoti da raccontare inerenti queste persone, ma rischierei di dimenticarne qualcuno, quindi per non far torto a nessuno,
preferisco non raccontarli. Ricordo però che tutti furono molto gentili con
me e fecero il loro possibile per aiutarmi.
In quel mese lavorai tutti i sabati e 3 domeniche su 4. Ero stanchissimo, il turno più brutto era quello di notte. Altro che andare a trovare
Miranda… La Vespa nel frattempo aveva finito il rodaggio percorrendo
sempre lo stesso itinerario: casa FIAT, via Livorno e viceversa. Quando
arrivavo a casa ero talmente stanco che non avevo nemmeno la forza di
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metterla al riparo nella mia cantina e la lasciavo, facendo un atto di fede,
nel cortile.
L’ultimo giorno del mese andai a ritirare la busta paga. Sapevo che
avrei intascato tanti soldi in quanto, oltre al salario del mese, nel quale si
sarebbero sommate le molte ore di straordinario effettuate, ci veniva pagato anche un dodicesimo della tredicesima, della quattordicesima, e del
TFR, che allora si chiamava liquidazione.
La tanto sospirata busta paga me la consegnò il signor Grigioni. Il listino indicava un netto di 158 mila lire, che a quei tempi erano veramente
tanti soldi. Quando, deluso, gli chiesi perché era vuota, lui mi disse che il
denaro, per ragioni di sicurezza, era passato a prenderlo il signor Bosio.
Quando arrivai a casa mio padre mi consegnò sei mila lire, ossia la
cifra che, secondo le sue intenzioni, corrispondeva alla differenza tra
quello che avevo percepito e il costo della Vespa.
Quando obiettai che io non l’avevo chiesta, che in fin dei conti ero
stato promosso, e che se lui mi avesse detto che avrei dovuto pagarla io
ne avrei comperata una usata, lui mi rispose che la sua dignità
nell’ambito della casa non gli consentiva che suo figlio viaggiasse con
una Vespa usata! Tentai di protestare ma mia madre, che faceva sì con la
testa solo quando mio padre parlava, ruppe apposta un piatto a terra. Mia
sorellina Maura si mise a piangere dicendomi: <<Cattivo!>> e mio padre,
venendomi incontro, alzò il braccio come per colpirmi. Io lo guardai negli occhi e chiusi i pugni senza ripararmi ma lui non mi colpì, perché
all’ultimo gli era mancato il coraggio. Poi, con la rabbia in corpo, se ne
andò in un’altra stanza.
Quel giorno non avevo ancora compiuto sedici anni.
Tutto ritorna come prima
Siamo a settembre, Claudio è finalmente ritornato da Cuneo.
Io l’ultima domenica di quel mese vado in Vespa a trovare Miranda. Posso
percorrere solo le statali, perché in autostrada non si poteva andare. Così
mi tracanno ben 260 Km in un solo giorno.
Parto da casa alle 5 di mattina, con il pieno di ottimismo, il pieno nel
serbatoio e attrezzato con una tanichetta di scorta con 5 litri di miscela. La
scorta mi era necessaria perché nelle statali i rari distributori aperti alla
domenica entravano in funzione solo alle 8.30 e, a quel tempo non esistevano ancora i self-service. La tanica era ingombrante e avevo potuto collocarla solo in bilico, sul punto centrale più alto del poggiapiedi. Per evitare
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che cadesse ero costretto a tenerla in equilibrio lavorando sui miei polpacci. Dopo mezzora di viaggio le gambe mi dolevano perché dovevo tenerle
strette per non fare cadere la tanica. Quell’anno, a fine settembre,
l’autunno aveva anticipato e tutto il mio corpo era percorso di brividi di
freddo, in particolare le braccia. Ad un certo punto, ricordandomi un consiglio di mio nonno, mi fermai ad una edicola, comprai la Stampa e me la
misi piegata doppia sotto il giubbotto di nailon bianco della FINA, che un
benzinaio aveva dato in omaggio a mio padre.
La Vespa faceva solo i 55 Km all’ora e quel viaggio d’andata durò
una vita. Viaggiando a tavoletta per le campagne, a parte gli occhi, perché
indossavo gli occhiali antinfortunistici che avevo prelevato in FIAT (qualcuno se li ricorderà. avevano la montatura bianco avorio, le lenti in plastica
è il grosso vantaggio di avere anche un piccolo riparo laterale ) ben presto
il viso ed i capelli si incrostarono di moschini. Nonostante avessi una meta
ambita, quel viaggio di andata mi sembrava interminabile, non riuscivo a
pensare a Miranda perché i miei pensieri erano tutti indirizzati alle difficoltà ed al culo che avrei dovuto farmi nel viaggio di ritorno.
Sapevo anche che avrei dovuto evitare di rientrare con il buio, perchè
il faro illuminava pochissimo la strada. Dopo due ore di guida le braccia e
le mani iniziarono a tremare per cui stringevo con enorme difficoltà le manopole. In qualche modo però arrivai in città.
Persi quasi un’ora a girare per Cuneo in cerca di un distributore aperto, dopo averlo trovato feci il pieno di miscela sia nel serbatoio che nella tanica, che avrei successivamente lasciato provvisoriamente a casa dei
genitori di Miranda. Chiesi al benzinaio dove si trovasse un toretto, lui me
lo indicò, cosi potei finalmente lavarmi il viso.
Raggiunsi via Bepino Nasetta 4, suonai e quasi subito lei, tutta frizzante, scese. Mi baciò con passione e, dopo avere ammirato la Vespa, balzò in sella dicendomi: <<Andiamo fino a Boves a trovare mio cugino, Paolo Barbetti.>> Guardai verso le montagne, con le cime già cariche di neve,
appoggiai le mani sulle manopole e notai che le mani iniziavano di nuovo
a tremare. Come potevo deludere la mia ragazza? Allora, nonostante la poca voglia di intraprendere quel viaggio supplementare, per non deluderla
partimmo.
Quel giorno ero talmente preoccupato e spaventato per il viaggio di
ritorno (non facevo altro che pensare a quello) che probabilmente non riuscii ad essere con lei frizzante ed ottimista come al solito. Mi sembrava
che quella giornata non finisse e mi sentivo nello stesso stato d’animo che
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provavo alle Ferriere. Alle sei di sera era quasi buio e lei, per stare ancora
un po’ insieme, cercava in tutti i modi di trattenermi, mentre io vedevo solo la cantina di casa mia e, dopo aver preso l’ascensore, il mio letto.
L’ultimo bacio glielo diedi in sella alla moto, stringendo le chiappe per
non fare cadere la preziosa tanica. Dopo aver dato un ultimo sguardo supplice al cielo, dove nuvole gravide di pioggia sembravano intente ad aspettarmi per sgravarmi addosso tutti i loro parti plurigemellari.
Il viaggio di ritorno fu un vero inferno e la pioggia mi colse alla periferia di Fossano. Ben presto scoprii che il tanto figo giubbottino bianco
della FINA, con bordi laterali rossi e neri, composto da un tipo di Nylon
tanto fine che attraverso il medesimo si poteva vedere Superga, non era affatto impermeabile. Inzuppato fino al collo, aspettai sotto il precario riparo
di un balcone, che il temporale cessasse. Da una finestra di quella casa
contadina, sotto il cui balcone mi ero riparato, vedevo la luce accesa e provavo un senso forte di invidia per le persone che in quella stanza potevano
godersi il calore domestico. Il rumore delle stoviglie, generato dalla rurale
cena, accompagnato dalle risate felici degli occupanti, erano per me
un’ulteriore fonte di supplizio.
La pioggia non cessava. Prelevai nel sotto sella della moto un enorme
giubbotto senza maniche, dal taglio fortemente artigianale, composto da
ciuffi incrostati di grossolana pelle di agnello dal colore vagamente bianco.
Lo indossai con non poca difficoltà sopra il maglione e, sotto il giubbotto
(non impermeabile) della FINA.
Ripartii che sembravo l’omino della Michelin, quello delle gomme, e
intanto continuava a piovere a dirotto. Dovevo andare pianissimo perché la
strada era viscida e la scarsa luce del faro non mi consentiva di individuare
in tempo le pozzanghere. Nel frattempo pregavo tutti i miei nonni defunti
affinchè non si bagnasse l’unica candela della moto.
Ero zuppo dalla testa ai piedi.
Il casco a quel tempo non si sapeva cos’era e, oltre ai capelli fradici,
la pioggia che mi arrivava sul volto era talmente forte che mi faceva perfino male. Ben presto il giubbottazzo senza maniche si rivelò un tremendo
boomerang perché, non essendo impermeabile, il sopra giubbotto FINA si
inzuppò totalmente e, completamente fradicio, cedeva l’acqua al sottostante maglione che ricambiava cedendo l’acqua in eccesso alla canottiera.
L’acqua mi entrava dai larghi polsini del giubbotto FINA per scorrere in
salita fin sotto le ascelle. Scarpe e calze, è inutile dirlo, erano intrise
d’acqua.
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Quando la Vespa entrò in riserva andai temporaneamente al riparo
sotto la tettoia di un distributore chiuso. Finalmente travasai nel serbatoio
la miscela contenuta nella tanica e mi confortai del fatto che, riprendendo
la guida, avrei potuto abbandonare la tanica e rilassare le chiappe.
Mi tolsi le scarpe e le calze e le strizzai; da queste uscì l’acqua sufficiente (operazione non consigliabile) per lavarsi i denti e il viso. La stessa
cosa feci con il giubbottazzo ed ebbi lo stesso risultato di quando si toglie
lo straccio immerso nel secchio del Mocio Vileda.
Dopo 5 minuti dalla mia ripartenza mi trovai bagnato come prima.
La pioggia mi accompagnò fino al cortile di casa… solo perché in
cantina non poteva entrare. Altro che Bikers con le loro Harley Davidson!
Quel giorno me li sono proprio inculati tutti. Se Super Quark fosse già andato in onda in quegli anni, Piero Angela mi avrebbe sicuramente dedicato
un servizio.
Dopo qualche giorno, rinfrancato dagli ormoni, ero di nuovo deciso a
raggiungerla a Cuneo. Ovviamente sarei andato in pullman e sarei stato
ospitato per un paio di giorni, come già d’accordo, dal simpaticissimo Paolo Barbetti, il di lei cugino. Non andò proprio così perché ai primi di ottobre Miranda mi lasciò (per telefono) dicendomi che si era innamorata, ironia del destino, di un benzinaio di Cuneo.
A ottobre, dopo quella botta sentimentale, ricominciai a guardare con
occhi diversi sia le ragazze della casa che quelle del borgo.
Rividi Miranda a luglio dell’anno successivo a Borghetto. Lei si era
messa con un certo Franco, un tipo dalle sopraciglia unite, uno di quelli
che prima ti menava e poi, se ci riusciva, ragionava. Ovviamente non avanzai pretese e la trattai come una sorella.
Terminate le ferie, il primo agosto, nonostante fossi stato promosso a
giugno in quarta perito, entravo di nuovo alle Ferriere.
Anche senza di me le Ferriere FIAT hanno continuato a lavorare con
questa denominazione fino al 1978, anno di costituzione della Teksid, poi
assorbita nel 1982 dalla Finsider, facente capo alle Partecipazioni Statali e
per un po’ continuarono a produrre acciaio speciale destinato al mercato
internazionale. Gli impianti furono definitivamente chiusi nel 1992 e demoliti nel 2005. Quell'area attualmente è stata adibita a parco, il nuovo
Parco Dora, dove solo le strutture portanti degli stabilimenti sono state recuperate, a memoria del passato industriale del quartiere.
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Ogni tanto passo dal parco e guardo con rimpianto dove ha lavorato
mio padre per tanti anni, e anch’io, anche se solo per qualche mese, e di
questo ne sono orgoglioso.
Miranda non l’ho più vista… ma mi ricordo che non avevo sofferto
per molto tempo, perché già a novembre del 1968 ho cominciato ad uscire
con una ragazza che abitava molto più vicino: alle Vallette. Anche se la distanza per raggiungerla era breve, insieme sulla mia Vespa abbiamo fatto
un sacco di chilometri, poi anche con lei è finita, perché nella vita quasi
nulla è definitivo.
Claudio lo frequento tuttora, e, al momento in cui scrivo (2012) sono
ormai cinquantadue, anni che siamo amici!
Giorgio
Come si fa a spiegare chi era Giorgio?
Qualcuno ne ha già parlato, raccontando aneddoti su lui, ma io voglio
scrivere cos’era per me.
Prima ventidue anni insieme nella stessa casa, poi io nel 1982 sono
andato via perché mi sono sposato. Lui faceva parte dello zoccolo duro,
cioè di quelli che una volta trasferiti i genitori sono rimasti nella casa.
Me lo ricordo commosso quando nel 1991 mi ha visto ritornare con
una moglie ed una figlia ad abitare nell’alloggio sotto il suo.
Quel giorno ci siamo riabbracciati a lungo davanti alla portina del civico 63, e i rapporti con lui, e tra le nostre due famiglie, si sono fatti più
intensi, ma andiamo avanti con ordine
Chi era Giorgio ?
Inizialmente, cioè appena arrivati nella casa, Giorgio per noi ragazzi
era il pallone. Tutto di lui era improntato verso il calcio.
A sei anni e mezzo, proprio con il suo primo pallone, sono iniziate le
partite nel cortile della casa. Nel gioco del calcio, lui fin da piccolo, era
molto tecnico, anche se come tutti quelli bravi, forse era anche un po’
troppo individualista. Vale a dire che spesso tendeva ad effettuare azioni
personali. Per questo motivo era spesso accusato dai compagni di passare
raramente la palla. Mario Bianchi, in particolare, puntualmente gli faceva
notare questa sua caratteristica.
Con me Giorgio non era così. Durante il gioco ci cercavamo continuamente, spesse volte a scapito degli altri compagni di squadra. Questo
perché, come per tante cose della vita, anche nel gioco del pallone, c’è
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sempre un compagno preferito al quale si cerca sempre di passare la palla;
sicuri di riceverla successivamente da lui in condizioni più favorevoli per
tentare di segnare. Giorgio era il mio compagno preferito ed io ero il suo.
Per questo motivo quando si facevano le squadre noi due speravamo
sempre di essere insieme.
Anche il destino ci favorì e, al di fuori dell’ambito sportivo, a partire
dalla quarta elementare fino alla terza media compresa, siamo sempre
stati in classe insieme.
Crescendo insieme sia scolasticamente che nella vita, e quindi migliorando anche nel gioco del pallone, questa nostra tendenza a
cercarci, anziché diminuire aumentò. A quel tempo le partite di pallone
erano il gioco per antonomasia dei maschi della casa ed il cortile era ovviamente il nostro campo.
Le squadre, i primi anni, erano sempre composte suddividendo equamente i giocatori, tenendo conto principalmente dell’età e poi delle
capacità individuali. Crescendo, fu inevitabile che le diverse passioni individuali mettessero sempre più in evidenza anche gli irriducibili del pallone. Mario, Giorgio, Gianni, Ubaldo, Gianluigi ed io, che appartavamo a
questa categoria, gioco forza siamo diventati un po’ più bravi degli altri,
perché ogni luogo che si prestava a quel gioco, fosse questo il cortile della casa, la strada, il campo sportivo o l’oratorio… andava bene per disputare una gara contro una squadra che giocasse contro di noi.
Nel gioco, e come dimostrò dopo, anche nei lati più brutti della vita,
Giorgio era sicuramente un ragazzo coraggioso.
Mi ricordo che le sue gambe, dalle ginocchia alle caviglie erano perennemente segnate da ferite in corso di guarigione. Questo perché, nonostante lui fosse consapevole che il suo tempo di cicatrizzazione fosse
più lungo del normale, quando si giocava contro gli avversari delle altre
squadre, non si sottraeva mai ai contrasti più duri.
Giorgio era innamorato del pallone.
Cosa ha rappresentato Giorgio per me?
Nell’adolescenza era stato uno dei componenti della nostra banda, un
compagno di squadra, di scuola e un grande amico nella vita. Ci siamo
aiutati a scuola, abbiamo giocato insieme, ci siamo raccontati le nostre
storie ed i nostri amori.
Potrei scrivere decine di aneddoti su Giorgio. Racconterebbero il
profilo di una persona giusta, equilibrata, simpatica, ironica e che sapeva
anche prendersi in giro. Quando perdeva le staffe e si arrabbiava con
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qualcuno di noi, la rabbia svaniva subito e sapeva perdonare, se aveva ragione, o chiedere scusa se era in torto.
Certe domeniche, soprattutto durante le vacanze estive, lui e la sua
famiglia, andavano a Cassine, e vi assicuro che soprattutto per noi innamorati del pallone la sua assenza ci mancava molto. Non appena ritornava dal paese, immediatamente ritornava ad essere uno di noi, e si riprendeva a correre dietro il pallone.
La cosa che ho più ammirato in Giorgio è stato l’equilibrio con cui
ha sempre saputo gestire i suoi due diversi mondi: Cassine e gli amici
della casa.
Me lo ricordo felice, seduto accanto a me sullo scalino della portina
del 65, che mi parlava di una ragazza di Cassine. Con quella ragazza,
Anna, alcuni anni dopo si sposarono e il destino regalò a loro una bellissima bambina: Cristina.
Con Anna e Cristina, Giorgio ha trascorso nella casa tutto il tempo
che è riuscito a vivere.
Se da qualche parte si gioca anche a pallone, sono sicuro che prima o
poi giocheremo ancora insieme.
La fine dell’ala destra del Bologna
Negli anni della prima infanzia la paghetta settimanale bastava appena per andare la domenica pomeriggio al cinema Luce e per un pacchetto
di caramelle. Poi, crescendo, con i miei amici abbiamo iniziato a spingerci dal cinema Lucento fino al cinema Alba (dove adesso c’è il commissariato di Madonna di Campagna) o addirittura all’Edera, che era situato in una traversa di via Stradella. A dodici anni si andava all’Apollo,
in fondo a via Luini, o al Fiamma in corso Potenza.
Man mano che diventavamo più grandicelli aumentava il nostro raggio d’azione, a vantaggio della potenzialità di scoprire il circondario.
Per risparmiare il costo del biglietto dell’autobus, e quindi non incidere sulla paghetta settimanale, si andava e tornava rigorosamente a piedi.
In questo modo iniziavamo ad esplorare anche gli altri quartieri di
Torino.
Credo sia difficile che i nostri figli ci credano, ma in quel periodo bisognava fare anche parecchia attenzione, perché durante le proiezioni nei
cinema rionali, spesso erano presenti le bande degli altri quartieri. Anche
se a noi della casa Fiat interessava solo vedere il film, alle volte la nostra
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presenza veniva interpretata come una intrusione nei territori altrui e sfidare la legge degli autoctoni, con conseguenze facilmente intuibili.
Per questo motivo quando si sconfinava ci muovevamo in gruppo era
consigliabile accompagnati da qualcuno della nostra banda più grande di
noi. Masino era sicuramente l’amico più adatto a questo scopo ed era
sempre disponibile a proteggerci.
Ritornati poi nel cortile si iniziava a giocare ispirandoci alla proiezione che avevamo appena visto; in genere, quando si poteva scegliere, ci
orientavamo verso i film polizieschi.
Il muoverci in gruppo per proteggerci dalle altre bande, la condivisione di quel poco che avevamo, denaro e sigarette comprese, le collegiali esplorazioni graduali della nostra città hanno contribuito negli anni a
creare quel forte ed orgoglioso spirito di appartenenza, che ci è comune
ancora adesso.
Le proiezioni cinematografiche domenicali, via via che si diventava
adolescenti, hanno contribuito a introdurci verso il sesso. Ricordiamoci
che a quei tempi l’educazione sessuale non esisteva affatto.
Racconto in merito la mia prima esperienza significativa con
quell’universo che ancora non conoscevo.
Ero da poco arrivato nella casa e, anche se ne avevamo parlato molto
tra amici, soprattutto con quelli più grandi, non avevo mai visto un seno
completamente nudo.
Come molti miei coetanei anch’io ero annoiato da quei sabati pomeriggi di preghiera che ero obbligato a praticare per ottenere il famigerato
cartoncino rosso. Solo l’esibizione di questo cartoncino (che doveva recare il timbro comprovante la partecipazione alla messa del sabato pomeriggio e della prima messa della domenica) dava il diritto, a partire dalle
10,30 della domenica mattina, a partecipare al campionato di calcio
dell’oratorio.
Io ero stato inserito nella squadra del Bologna.
I cartoncini venivano timbrati all’inizio ed alla fine delle funzioni
dall’allora inflessibile tota Pia.
Qualcuno se la ricorda?
Da un lato il condizionamento religioso con le continue prediche
contro il peccato, dall’altro i discorsi dei più grandi inerenti i primi timidi
approcci alla sessualità, contribuivano ad alimentare la mia confusione in
materia sessuale.
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Io non avevo mai visto un seno, perlomeno nella sua interezza, e il
cercare di immaginarlo, o peggio ancora di vederlo, mi sembrava di precipitare nel peccato.
Ciononostante, istintivamente, sentivo che il seno era una cosa che
mi attirava, ed ero certo che mi sarebbe piaciuto vedere come fosse.
Quel pomeriggio Claudio mi raggiunge di corsa informandomi che
Roby, che era già adoloescente, il sabato sera, all’oratorio del cinema
Don Orione (questo santo potrebbe non esserlo più per una leggerezza
del genere!) aveva visto un film storico, nel quale si vedeva una “tola” di
Raffaella Carrà per almeno 4 o 5 secondi. Non so il perché ma allora i
seni, in gergo, si chiamavano le tole.
Dopo un po’ di tempo Claudio mi disse che quel film era in programmazione, alla domenica pomeriggio, proprio al cinema Luce
dell’oratorio di Lucento.
Era il massimo! Per la prima volta anch’io avrei visto un seno.
Tenete conto che a quel tempo la televisione era in bianco e nero ed
aveva un solo canale ed era ovviamente censuratissimo.
Vi ricordate ad esempio le gemelle Kessler, regine del celeberrimo
“dadaumpa”, alle quali la censura impose le calze lunghe di lana nera, affinchè non fossero trasparenti e quindi non turbassero i sonni degli italiani?
Quel sabato notte non riuscivo ad addormentarmi, travolto dal desiderio di vedere, il giorno seguente, “le tole” di Raffaella Carrà.
Cercavo di immaginarmela vestita da antica romana che apriva la sua
tunica da dove uscivano queste “tole”, ma non riuscivo a figurarmele,
non mi veniva in mente nulla che non fosse l’ormai accettato accenno del
seno che si ergeva dalle generose scollature delle donne.
Mi sono addormentato felice immaginandomi un compromesso di
seno, dove la parte fino ad allora a me ignota, prendeva forma nella mia
fantasia. I capezzoli non li avevo inclusi… non sapendo nemmeno i miei
a cosa servissero.
Trascorsa una notte che non finiva mai, ed una domenica mattina ancora peggio, alle 13:30 ero lì ad aspettare, con il mio amico Claudio, che
il cinema Luce aprisse.
Discutendo con lui di seni per tutto il “Cinegiornale”, finalmente iniziò la proiezione del film.
Io allora non potevo ancora saperlo, ma quel giorno ebbe inizio il
mio percorso nella sessualità.
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Quando assieme ad altre ancelle discinte, arrivò nella scena la Raffaella, per la prima volta nella mia vita cinematografica, i romani potevano
anche perdere contro i Galli e Giulio Cesare annegare con infamia nel
Rubicone. A me non fregava nulla della realtà storica e spettavo solo il
momento che Raffaella, con la sua tunica discinta, sarebbe stata trascinata, suo malgrado e malamente, ai bagni termali, come già ci aveva anticipato Roby.
Quella scena non arrivava mai e, quando già disperavo credendo in
uno scherzo crudele, lei, finalmente, nel divincolarsi si scompose, si chinò a lambire l’acqua della piscina, piena zeppa di murene, dove
l’avrebbero buttata, e (oblio) finalmente le uscì un seno dalla tunica!
Per i 5 secondi che è durata la scena, noi ragazzi, siamo stati in religioso silenzio, trattenendo il respiro. Poi seguì un boato, urla, grida di
apprezzamento, battute di piedi, movimenti dei seggiolini e così via.
Quando la buttarono alle murene, mi sarei fiondato in quel telone, e
avrei sbranato quei maledetti pesci a morsi, pur di ritornare a galla con lei,
con quel suo florido seno fuori dalla tunica.
Quanto mi era piaciuto vedere come era fatto il seno di una donna!
Era la cosa più eccitante che avevo visto in vita mia.
Tornato a casa tardi per la cena (ho visto la proiezione per due volte)
sono stato sgridato dai miei genitori per quel ritardo immotivato.
Dopo cena, sceso in cortile, le mie biglie, le figurine, le mie macchinine, perfino la fionda, sembravano assumere una importanza decisamente minore.
Salvato, anzi, ricondotto verso la normalità, dalla futura “Raffaella
nazionale” - lei si che dovrebbero fare Santa – sentii il desiderio di fare
un passo avanti e di puntare verso obiettivi più ambiziosi.
Uno di questi era cercare in tutti i modi, anche se ero ben distante dal
limite di età, di entrare nei cinema per vedere le proiezioni dei film vietati
ai minori di 14 anni. Per riuscirci ricorrevo a qualsiasi trucco. Aiutato
dalla complicità di qualche amico più vecchio di me che mi comperava il
biglietto, e contando successivamente sulla pietà della maschera quando,
controllandomi il biglietto, si accorgeva che non avevo ancora i 14 anni,
riuscivo sempre ad entrare in quella sala di perdizione.
Poi, come logica conseguenza, arrivarono anche i primi giornalini
pornografici.
Mettevamo in comune i soldi, poi, qualche compagno della banda
che dimostrava più anni di quelli che aveva, perché a noi allora non lo
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avrebbero venduto in quanto sarebbero stati passibili di reato, sarebbe
andato a comperare l’unico giornale purnu che al tempo era disponibile
nelle edicole: Caballero.
Mamma mia che sensazioni!
Anche se i giornali pornografici di allora facevano vedere solo donne
in tanga e non scene d’amore spinte, questo per noi era già il massimo.
Completamente immersi in quel mondo nuovo, godevamo e soffrivamo
come i carcerati quando gli mettono un piatto di lasagne fumanti davanti
alla grata, ad una distanza tale che il braccio non consente di raggiungerle
Per mia fortuna, quel periodo di paradiso/inferno durò poco.
Col passare del tempo non andai più alle messe del sabato pomeriggio, che avevo sostituito con lunghe ricognizioni con Claudio ed altri della banda in via Borgaro, che allora era la via Roma di Lucento. Ovviamente per la mia assenza a quella funzione, dovetti rinunciare al cartoncino rosso e, di conseguenza, venni estromesso dal campionato clericalcalcistico dell’oratorio di Lucento.
La squadra del Bologna così perse il sottoscritto, la sua ala destra.
Sicuramente venni rimpiazzato da qualcuno che non aveva ancora
avuto l’occasione di vedere quel film.
Essere escluso dal campionato di calcio dell’oratorio mi interessava
meno che nulla, al pallone giocavo tutte le volte che volevo con gli amici
della casa, sia in cortile che in strada.
Viceversa, felice e spensierato, giravo per il quartiere e valicavo i
suoi confini con Masino (che continuava ad essere il mio capo banda) e
Claudio, con lo scopo di tacchinare, come si direbbe adesso, le sbarbine
di quegli anni.
Stavo finalmente crescendo e, contemporaneamente, dentro me cresceva anche la vita.
La necessità aguzza l’ingegno.
A quel tempo la filosofia di noi ragazzi della banda si sintetizzava nel
motto avere e non pagare.
Non pagare non per avarizia, ma perché di soldi a disposizione ne
avevamo proprio pochi, questo perché i nostri genitori con i soldi facevano quello che potevano.
Pertanto ci ingegnavamo a fabbricarci quello che non potevamo acquistare. Ad esempio le fionde le costruivamo dal nulla, utilizzando rami
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d’albero biforcuti, vecchie camere d’aria tagliate a formare gli elastici,
cuoio recuperato da scarpe smesse.
Pazientemente, a fine ottobre/novembre, svuotavamo le castagne
d’india più grandi, per ottenere delle fiaschette cave, con tappino in sughero, raccolto per terra alle giostre dietro il tirassegno con fucile a tappo.
Una volta terminato di svuotare della polpa le castagne, riempivamo
le medesime con il tabacco residuo dei mozziconi delle sigarette dei nostri genitori, per fumarcelo di nascosto nelle mini-pipe vinte al tirassegno.
Aghi o spilli magnetizzati con una calamita, e poi inseriti in una sezione tagliata a fetta di salame di un tappo di sughero, costituivano una
volta assemblate, ed una volta immerse nell’acqua ferma delle pozzanghere, le nostre bussole tascabili. Questo perché l’ago una volta magnetizzato si orienta sempre verso il Nord.
Come si può non ricordare le croste permanenti sulle nocche delle
nostre dita, pegno certo da pagare, quando sdraiati sopra i bassi carrettini,
scivolavamo nelle pericolose discese stradali?
Se ci penso, percepisco ancora i brividi e mi sembra di sentire il rumore prodotto dal ruotare sull’asfalto dei cuscinetti a sfera di recupero.
Per non parlare dei fucili ad elastico, dei tira scartocci, delle freccette
da tirare contro gli alberi e i portoni, che costruivamo a partire da un cerchio di cartone che piegavamo a formare le 4 piume di una freccia, quattro fiammiferi, un ago, filo rubato alle madri e cera di candela a compattare l’inserimento dell’ago tra i quattro fiammiferi, e la freccetta era costruita.
Sempre in merito all’arte di arrangiarsi, mi sembra opportuno ricordare quando ci trovavamo nel prato, dove adesso c’è il giardino di corso
Toscana. A quel tempo la cascina della Saffarona era stata demolita, ma
noi avevamo scoperto che attraverso un piccolo foro nel terreno, si poteva accedere in un vano interrato che era una parte della cantina allora ancora presente.
Quel locale segreto, perché sotterraneo, dalla banda fu subito battezzato “il buco“ e costituì per noi ragazzini una attrazione irresistibile. Ognuno di noi, e tra questi ricordo Masino, Tony, Roby, Gianni, Claudio,
Vanni, Guido, Giorgio, Mauro, ricevette una porzione di sotterraneo da
scavare, per aumentare lo spazio all’interno del buco.
Mi sembra ancora di vedere Masino, che sempre aveva con se delle
bottigliette piene di alcool o di benzina, da utilizzare per accendere il
fuoco. Noi ragazzi guardavamo affascinati quando lui, dopo avere sparso
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a terra con perizia il liquido infiammabile, lo incendiava e il fuoco disegnava una “M” fiammeggiante.
A proposito di fuoco, ben presto nel buco scaturì il problema
dell’illuminazione. Questo perché in quell’ambiente sotterraneo e ristretto, per vedere dove si scavava, si utilizzavano candele, torce e piccoli
fuochi. Il fumo che derivava dalle combustioni ci creava problemi di lacrimazione e alle volte anche di respirazione.
Ben presto Claudio ed io fummo incaricati dai capi, di risolvere il
problema senza però fornirci istruzioni.
Entrambi, forse influenzati da Pitagora e dagli specchi ustori, concordammo di utilizzare delle lamiere, da posizionare inclinate in corrispondenza dell’apertura. Queste avrebbero riflesso all’interno i raggi del
sole, e quindi illuminato l’area sotterranea prospiciente l’apertura di ingresso e, anche se solo parzialmente, speravamo che una fioca luce si sarebbe riflessa anche nella restante parte del locale.
Le lamiere però bisognava trovarle.
Peregrinando per Lucento, con l’intento di reperirle, arrivammo ad
una fabbrica dalle parti di via Nole.
Dopo avere esposto il nostro problema, e le dimensioni che dovevano
avere le lamiere, (perché se fossero state più grandi della larghezza dei
lati del buco di ingresso, noi non avremmo potuto tagliarle in quanto non
disponevamo degli attrezzi opportuni) fummo trattati con molta gentilezza. La situazione precipitò quando il commesso ci informò sul costo del
tutto, cioè delle lamiere e del relativo taglio.
<<Pagare?>> ripetemmo in coro Claudio ed io con aria interrogativa.
Con un reciproco sguardo ci confermammo vicendevolmente che
c’era stato un equivoco. Quel commesso aveva capito bene cosa volevamo, ma non aveva capito come lo volevamo!
Ci disimpegnammo in qualche modo, tuttavia la nostra feroce determinazione di avere e non pagare non fu minimamente scalfita
dall’iniziale insuccesso.
Ovviamente continuammo a cercare.
Risolvemmo il problema grazie alla gentilezza del padrone di una officina che zincava le lamiere e che si trovava nel cortile di Carlo Marello.
Forse commossi dal nostro ottimismo, e dalla nostra ingenuità, ci regalarono degli ‘sfridi zincati’, cioè dei piccoli quadretti di lamiera di dimensioni opportune al nostro scopo.
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Quando ritornammo al buco, e posizionammo le lamiere, il risultato
fu apprezzabile, (ovviamente fuori c’era il sole) ma globalmente, come
era facilmente intuibile, la luce riflessa nell’ambiente era decisamente
inferiore alle nostre aspettative.
A parte Guido Ruento, futuro ingegnere e quindi già consapevole
della difficoltà del compito assegnatoci, nessun altro si congratulò con
noi e per il nostro sforzo. Questo non fu per mancanza di gratitudine da
parte degli altri componenti della banda, ma solo per il fatto che per loro
era normale che Claudio ed io avremmo risolto il problema.
Questo significava essere della banda!
Noi ragazzi non buttavamo mai via nulla e tenevamo sempre da parte
viti, bulloni, corde rotte della chitarra, pinze, contenitori plastici col tappo
forato, come quelli del Vetril e della penicillina in polvere. Quelli dello
Streptosil erano i più preziosi e i più ricercati.
Tutto ci sarebbe servito e, con l’ingegno, tutto sarebbe poi stato riutilizzato.
Anche i trin-trin, precedentemente ben descritti in questo libro, erano frutto di genialità: queste piccole ma funzionali teleferiche artigianali,
costituivano, la prima rete di connessione via cavo con gli altri.
E non c’era un confine netto tra il gioco e l’utilità, perché giocando
con gli amici potevi scambiarti giornalini, messaggi segreti e giochi di
vario genere. Il trin-trin permetteva di sentirci integrati con tutti gli amici.
Per raggiungere quelli più lontani, si doveva necessariamente transitare
tramite tratte intermedie.
Nell’ambito dei giochi per i ragazzi, mi riesce difficile trovare altri
esempi di gioco che superino questo nella socializzazione, nel senso di
appartenenza collegiale ad un gruppo. In taluni casi, il trin-trin ha coinvolto positivamente anche i nostri genitori. Mi ricordo di mio padre che
mi aiutava a costruire il mio, e che rideva assieme al genitore (collega)
che, dall’altro balcone, doveva prendere al volo la corda che mio padre
gli lanciava per poi effettuare l’operazione inversa.
I sono sicuro che l’ingegno, l’arte di arrangiarsi, di non buttare via
quello che un giorno potrebbe servirci, perché non si sa mai, uniti al senso del gruppo e alla collaborazione, siano stati i nostri “maestri di vita,”
cioè risorse troppo importanti per essere prese in considerazione.
Questi modi di ingegnarci hanno ci hanno consentito di avere una solida base di partenza per poter affrontare le difficoltà che avremmo incontrato nella nostra vita da adulti.
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Susanna TACCHELLA
(03/09/1951)
Al grandagnön
Mio padre, cercando di aggettivarlo in forma dialettale piemontese,
lo chiamava “al grandagnön” con una innegabile cadenza veneta, perché
Roby era il più alto di tutti e vederlo in cortile con quelli più giovani di
lui, o apparentemente tali in quanto più bassi di statura, gli dava fastidio.
Roby, per mettersi in mostra nei miei confronti, quando io ero sul balcone, tirava certe pallonate in verticale per far giungere la palla all’altezza
del mio piano (il quarto) e mio padre proprio non sopportava quelle esibizioni in quanto da lui definite come inadatte in un condominio civile.
Per non parlare poi di quando lo trovava nell’androne carraio a giocare
con gli amici della casa. Insomma, Roby gli era proprio antipatico. Io ero
una bambina da allevamento e spesso trascorrevo le mie giornate sul balcone in quanto i miei non erano contenti che scendessi in cortile né tantomeno nel marciapiedi della nostra casa. Non era certo bello vedere tutti
quei bambini, bambine, ragazzini e ragazzine schiamazzare gioiosi in
cortile, ma io ero ancora troppo piccola per prendere posizioni e quindi
mi attenevo, mio malgrado, a quanto impostomi e mi accontentavo di vederli giocare.
Qualche volta, ma devo dire raramente, mi è stato concesso di scendere in cortile e allora sono riuscita a familiarizzare con alcuni della casa.
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Il “grandagnön” avevo avuto modo di conoscerlo quando facevo la
prima media. Un giorno tornando da scuola me lo ero trovato davanti alla
portina del portone carraio. Era solo. Mi aveva salutato e, rivolgendosi a
me con un “pupa”, mi aveva chiesto con aria da duro come mi chiamassi.
La sfrontatezza di quel ragazzino biondiccio mi aveva infastidito e non
avevo risposto al suo saluto, né tantomeno detto a lui il mio nome. Lui
col corpo aveva bloccato il mio passaggio dalla portina ed era intenzionato a bloccarmi l’accesso fin quando non lo avessi salutato e dettogli il
mio nome.
Mio malgrado dovetti cedere.
Roby lo vedevo sempre in cortile ma per parecchio tempo non ebbi
più l’occasione di incontrarlo di persona. Come ragazzo, vedendolo sempre da lontano (cortile o balcone di casa sua), non mi pareva un granché
né tantomeno destava in me una particolare simpatia. Quando poi, con la
cerbottana, dal balcone di casa sua riusciva a tirare gli scartocci fino al
mio piano (e faceva anche centro) mi dava proprio fastidio perché avevo
paura che mio padre, che già non lo sopportava, lo accusasse anche di
prendere di mira il suo balcone con scherzi inadatti in un condominio civile.
Un giorno lo incontrai per la strada e lui mi salutò, questa volta con
educazione, senza cercare di intrattenermi. Ricordo che indossava una
camicia gialla e dei jeans Roy Rogers molto aderenti, a quel tempo molto
alla moda. In quella occasione mi accorsi che non era niente male.
Una sera d’estate i miei mi concedettero di stare un’oretta in cortile. I
genitori di Roby non gli permettevano uscite serali e quindi lui non c’era.
Quella sera eravamo in tanti e ci siamo messi a giocare sul marciapiedi di
via Borgomasino. Tra i vari maschietti c’era Vanni Chiatello e, forse per
far passare un messaggio, parlando di Roby, gli dissi che lo avevo visto
pochi giorni prima e che stava bene con la camicia gialla.
Vanni, il giorno dopo, sapendo che a Roby piacevo, con la massima
discrezione tipica dei maschi glielo ha subito riferito (questo l’ho poi saputo tanto tempo dopo dal “grandagnön”).
La conferma che anche io non ero indifferente, Roby l’ha avuta qualche giorno dopo quando giocando a dame e cavalieri l’ho sposato sette
volte su sette. Da lì è nata la nostra storia su cui non ho intenzione di dilungarmi, in quanto lui, alla faccia della privacy, ha già scritto di tutto e
di più.
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Se qualcuno mi chiedesse se quel giorno ho fatto bene a sposarlo per
ben sette volte… forse ci penserei un po’ sopra, farei un rapido bilancio
dei nostri 40 anni di matrimonio, e risponderei: <<Sì, magari non proprio
sette volte, ma sei sì.>>
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Laura CAZZOLA
(18/06/1958)
I miei ricordi
Anche io come gli altri ex bambini proverò a ricordare il periodo in
cui ho vissuto in via Borgomasino. Avevo due anni quando con papà e
mamma mi trasferii nell'alloggio del 5° piano (sono nata il 18/06/1958) e
sinceramente devo dire che fino a quando nacque mio fratello Marco
(13/02/1963) ero più a casa dei nonni che a casa mia perchè entrambi i
nostri genitori lavoravano. Ero una bambina piuttosto timida e tranquilla
e per questo ritengo che la mia presenza fosse abbastanza anonima. Qualche volta si giocava in cortile, poi ci hanno tolto il permesso ed allora si
giocava per strada oppure nel praticello di via Gotti quando non avevano
ancora costruito il condominio.
La maggior parte delle volte giocavo insieme a Irene e Sandra, ognuna dal proprio balcone, con le bambole, a travestirci, oppure facevamo dei centrini ritagliando fogli di giornale e poi ce li scambiavamo
spesso proprio con il trin trin.
Ho frequentato le scuole elementari e medie insieme a Maura, Tiziana, Franca e Sandra e spesso con quest’ultima eseguivamo i compiti o
trascorrevamo insieme il pomeriggio a casa sua.
Insieme a Luciano (abbiamo la stessa età) abbiamo frequentato l'ultimo anno delle elementari in due cameroni messi a disposizione dalla
parrocchia perchè le classi erano numerose e non c'erano abbastanza aule
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alla Margherita di Savoia, le classi allora erano separate: femmine da una
parte e maschi dall'altra.
Ero anche molto amica con Irene e dato che anche i nostri fratelli erano amici, spesso capitava di andare nella casa di campagna che avevano i genitori di Irene e Massimo per trascorrere il pomeriggio e qualche
volta ci si fermava anche per la cena.
Ricordo anche quando Piera si ruppe una gamba e tutte andammo a
trovarla e riempimmo il gesso di firme che alla fine era tutto scarabocchiato.
Capitava a volte di essere in difficoltà nell'eseguire i compiti di matematica ed allora bussavo alla porta di Renzo e Neida per chiedere aiuto
perchè loro erano più grandi e quindi in grado di aiutarmi.
I miei genitori erano amici con i signori Biginelli, i genitori di Silvio,
e si andava in vacanza al mare insieme, fu mio papà a fare appassionare il
signor Modesto alla vita del camping.
Quando ero ragazza ed avevo già iniziato a lavorare, parecchie sere
con Silvio da balcone a balcone passavamo dei lunghi momenti a chiacchierare.
Mio fratello era un po' troppo vivace e fin da piccolo era fissato con
il gioco del calcio. A volte faceva un po' troppo baccano e dal piano di
sotto con il manico della scopa battevano contro il soffitto, la mamma lo
sgridava, lui si calmava per un po', ma la cosa era solo momentanea.
Un altro "telefono senza fili" per chiamare i vicini e comunicare con
loro era “la bussata”. Mancavano due uova? Era finita la farina? Allora si
bussava al muro confinante con i signori Biginelli e si usciva sul balcone.
Quando capitava che Marco volesse andare da loro a giocare con il cane...
si era trovata la scorciatoia: lo si aiutava a scavalcare la parete divisoria
sul balcone, tanto non era pericoloso.
Mi sono sposata ancora molto giovane, nel 1977 e anche se spesso
tornavo "a casa mia" (l'ho sempre chiamata così) a trovare i miei genitori
ero sempre aggiornata su quello che accadeva nel condominio (ci sono
stati momenti belli ed episodi tristi), ma non ho più frequentato la gioventù della casa Fiat ed è stato bello che qualcuno si sia interessato a ricontattarci tutti per riprendere quei discorsi lasciati in sospeso anni ed
anni fa.
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Luciano PERNACI
(05/01/1958)
Il Cortile
Innanzitutto vorrei evidenziare il fatto che giocare in cortile la mattina, il pomeriggio e uscire poi la sera sul marciapiedi intorno all’edificio,
con i bambini e i ragazzi della casa Fiat per tanti e tanti anni, ha sicuramente contribuito a riempire la mia fanciullezza di tanta felicità. Inoltre
ha reso possibile che si sviluppassero in me quella fantasia e creatività
che sarebbero poi diventate due caratteristiche ben precise del mio vivere
quotidiano da adulto. Quindi mi sento di dire grazie, tante grazie al caro
vecchio cortile
Il saper diversificare, cercare e trovare sempre nuove strade e nuove
soluzioni è molto importante per poter vivere nella vita da adulto, e queste erano situazioni che vivevamo tutti i giorni in cortile.
In cortile, per chi poteva scendere, c’era l’occasione di giocare tutto
il giorno, dico, tutto il giorno, cambiando sempre tipo di gioco in un continuo movimento di bambini che partecipavano ai vari giochi. Era un po'
come in un grande spettacolo teatrale lungo e con tantissimi attori. Dovevamo in continuazione decidere il gioco da fare a seconda dell'età di chi
partecipava, di quanti eravamo e di tanti altri fattori che mutavano in ogni
momento, ad esempio se era estate o inverno, se pioveva o c'era il sole.
Quando giocavamo a pallone, io risultavo sempre il più piccolo e i
miei compagni, nel fare le squadre, mi concedevano di giocare con loro a
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condizione che stessi in porta; questa situazione mi ha dato un notevole
vantaggio perché ancora oggi io sono uno dei pochi che se la cava tra i
pali nel gruppo di amici con cui gioco a calcio una volta la settimana.
Nei pomeriggi d'estate, verso le 16,30, arrivava l'ora della merenda o
del gelato; alcuni di noi andavano a casa a mangiarsi un panino. Il più
gradito era indubbiamente quello con la nutella, già molto in voga all'inizio degli anni Sessanta. Si mangiavano anche i più classici pane e formaggio, prosciutto, salame, ecc. Io ricordo che, per la gioia dei miei denti,
molto spesso mi facevo pane, burro, zucchero con una generosa spruzzata
di cacao in polvere.
Alcuni bambini, per non perdere tempo, si facevano gettare giù la
merenda dal balcone, spesso comprensiva di banane e altra frutta. La signora Ponzone, invece, lanciava a Susanna 50 lire che le servivano per
comprarsi in latteria un bel gelato a tre gusti. Io e mia sorella Gabriella
ricevevamo allo stesso modo da nostra madre 60 lire con le quali, sempre
nella medesima latteria, dovevamo accontentarci di due gelati da 30 lire,
ridotti nel quantitativo e a soli a due gusti. Questa cosa mi faceva rabbia
perché, nella mia mente di bambino, la signora Ponzone spendeva meno
di nostra madre e Susanna aveva la fortuna di gustarsi un gelato più bello
e più grande del nostro.
Quando una madre chiamava il proprio figlio o figlia dal balcone per
invitarlo a salire, solitamente urlava il suo nome prolungandone l'ultima
vocale. Nel mio caso la voce che sentivo rimbombare nel cortile era:
<<Lucianooooo o o o !!!>>
A quel punto immancabilmente interveniva Ugo Bosio che, da un
punto nascosto del cortile, prima che una madre terminasse di chiamare il
figlio, rispondeva con voce camuffata e a seconda dell’umore del momento: <<Che c..zo vuoi?>> oppure: <<Fanculoooo!>>, << Non rompere!>>
Se quel giorno Ugo era in vena di tenerezze si limitava a rispondere:
<<Arrivo tra un'ora e mezza!>>
I dischi di Lucio
E' difficile raccontare l'emozione che si provava quando usciva un
nuovo LP di Lucio Battisti. Capitava sistematicamente per tutte le sue
canzoni. Alla radio trasmettevano solamente il pezzo trainante del padellone o di un 45 giri che, puntualmente, per almeno 2 mesi sarebbe restato
in testa alla Hit Parade.
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Noi non avevamo di certo i soldi per comprare il disco, però qualcosa
di inaspettato capitava ugualmente. Renzo Paolucci, che strimpellava la
chitarra, riusciva spesso a trovare gli accordi del dischi più in voga trasmessi alla radio, poi acquistava lo spartito di tutto l’LP. Il grande Giorgio Prato, che lavorava già da anni, poteva invece permettersi l’acquisto
del disco nuovo da ascoltare in compagnia. Che fortuna!
Nel 1976 Giorgio acquistò "Ancora tu" di Battisti. Ricordo benissimo
che quella sera Giorgio invitò me e Claudio Guerrina a casa sua per ascoltarlo per la prima volta. Per me andare ad ascoltare gratis e in anteprima quel disco fu veramente un'emozione straordinaria, ancora più intensa di ascoltare la canzone dal vivo.
Mi sorprese parecchio la seconda canzone: "Un uomo che ti ama"; la
sonorità era pulita, insolita, senza archi o melodie di fondo, ma cruda, decisa e molto originale per l'epoca. Grande momento per noi tre era ascoltare Lucio seduti nel tinello di Giorgio. Rivedo davanti ai miei occhi la
copertina di quel disco. Era proprio fantastica! Battisti correva sullo sterrato pestando una pozzanghera. Quella foto, per me studente di grafica e
appassionato di fotografia,
era veramente il massimo.
Il giorno che caricai Robertino in bici
Tra me e Roberto Piumatti ci sono 6 anni di differenza; io e lui non
giocavamo quasi mai insieme perchè alla fine degli Anni Sessanta io avevo 11 anni ed ero già considerato ‘un grande’, mentre lui era ancora
troppo piccolo per giocare con noi. Forse per via della sua giovane età, o
forse per via del suo fisico esile, tutti noi l’abbiamo sempre chiamato
Robertino.
Un episodio carino su quel bambino mi è improvvisamente tornato
alla mente e ne approfitto per scriverlo in questo libro.
Una sera d'estate, credo fosse il 1969, eravamo in giro con le nostre
biciclette. Credo di ricordare Claudio Guerrina, Claudio Pellegrin, Tiziana Lavecchia e Maura Bosio; escluderei mia sorella Gabry in quanto avevamo una sola bicicletta e quel giorno a pedalare c’ero io.
Si decise di andare tutti in via Giosuè Borsi angolo corso Toscana,
dove ora si trova la scuola ‘Aldo Moro’. Fino agli inizi degli anni ‘80 in
quella zona vi era un grosso piazzale in ghiaia dove due o tre volte all'an99
no, in concomitanza con l’arrivo delle giostre, si fermava il bancone del
torrone Sebaste, quello con la nora insegna del gallo.
Quello spiazzo era l’ideale per i bambini in quanto potevano giocare
e correre con le loro bici ma era altrettanto ambito dagli anziani (anzi, i
vecchi), che lo utilizzavano come campo di bocce.
Quella sera io avevo l'Arianna (una sottomarca della ben più famosa
Graziella) e decisi di trasportare in piedi, sul portapacchi, Robertino. Pedalando e chiacchierando gli chiesi se avesse paura e se si divertisse a
stare con noi grandi. Lui, ostentando una certa spavalderia, mi rispose
che con noi stava benissimo e che per lui era una cosa più che normale
andare in giro per il quartiere.
Quando, per metterlo alla prova, gli chiesi se da quello spiazzo sarebbe riuscito a tornare a casa da solo, lui, senza cercare inutili scuse, dovette ammetterlo e rispose: <<No!>>
Eravamo a soli 250 metri dalla nostra casa.
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Tommaso (Masino) CERRATO
(18/06/1951)
E fu l’inizio
Nel varcare la soglia di casa, dopo che mio padre l’aveva spalancata
e, sicuramente orgoglioso, si era scostato lasciando entrare me e mia madre, provai una sensazione non descrivibile e sicuramente indimenticabile.
Ero emozionato come al primo giorno di scuola e ricordo ancora adesso
che quando entrai nell’appartamento la mamma, da quella agitata che era
e che è ancor oggi, mi illustrò immediatamente la disposizione delle stanze e seppi, in quel momento, che ne avrei avuta una tutta per me.
Non feci né allora né mai un confronto approfondito o critico con la
stanza con tramezza, carica di umidità, sita al primo piano di un condominio fatiscente in via Ormea, a Torino ma ebbi subito una certezza: non
avrei più dovuto percorrere un lungo ballatoio, al fine di recarmi in un
vano stretto, freddo e buio, per fare i miei bisogni e non avrei più dovuto
lavarmi nella bacinella di zinco perché (incredibile) c’era persino la stanza da bagno!
Quando i residui delle lacrime che avevo cercato di nascondere ai
miei ed a tutti, causate dall’ultimo saluto alla casa dove ero nato, stavano
lentamente scomparendo, mio padre, giunto sul pianerottolo, depositò,
con apparente disinvoltura il frigorifero che aveva portato sulla schiena
per cinque lunghi piani e, novità delle novità, mi chiese di andare da solo
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a vedere il cortile ed i dintorni del condominio, forse perché, dovendo arrivare i mobili nuovi, non voleva avermi tra i piedi.
Scesi per la prima volta la scala con lentezza, contando uno per uno i
numerosi gradini non più di pietra grezza ma di marmo lucido e chiaro.
Giunto al piano terra, dopo aver dato un rapido sguardo al cortile uscii in
strada: via Borgomasino, bella assonanza con il mio nome.
Non c’era asfalto e non vi fu per parecchio tempo, la via era infatti
lastricata con pietre tonde e lisce, curva e rialzata al centro come, già allora, non si usava quasi più neanche nei paesi.
La prima cosa che mi colpì fu un vociare disordinato ed intenso che
proveniva da una traversa, anch’essa non asfaltata ed in gran parte occupata da residui e materiali di cantiere: Via Enrico Gotti.
Mi avviai circospetto verso il rumore e, svoltato l’angolo, vidi un
gruppo di ragazzini (erano sette od otto e la maggior parte aveva i pantaloni corti) che mi corsero immediatamente incontro ed uno di loro, mi pare fosse Toni Fogliatto, mi chiese se ero piemontese e se abitavo in quella
casa.
Alla mia risposta affermativa, con decisione unilaterale e perentoria
disse queste precise parole: “Allora sei della nostra banda e sei contro i
“napuli”, vieni con noi!”
Vi fu un urlo generale di approvazione che, ricordo, mi fece sobbalzare e battere il cuore.
Pur non avendo capito quasi nulla, abituato a giocare da solo, in casa
o nel cortile di un oratorio in via Ormea, mi aggregai alla truppa e mi uniformai immediatamente a fabbricare palle di fango, l’arma micidiale che,
lanciata contro il nemico, comportava o la nostra o la sua ritirata, con
conseguente vittoria della battaglia di una delle due parti.
L’attesa non fu lunga in quanto i fieri e urlanti guerrieri del Sud si
fecero ben presto vivi, con entrambe le mani occupate da specie di proiettili da lancio che non tardarono a volare, come uno sciame, verso di noi,
ma grazie ad una disordinata quanto efficace reazione, quel giorno la
battaglia fu vinta, con fuga ingloriosa della controparte.
Soddisfatto per aver colpito almeno uno degli attaccanti, non mi
preoccupai che le mie scarpe, impregnate di fanghiglia, fossero diventate
di dimensioni quasi doppie di quando ero sceso ed allora, imitato da uno
che chiamavano Roby, cominciai a raschiarle con un ramoscello, convinto che i miei non se ne sarebbero neanche accorti. Stesso pensiero per gli
spruzzi di fango equamente distribuiti su tutto il corpo.
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Così non fu!
Dopo una sgridata epocale, appena rientrato collaudai la vasca da bagno e, mentre ripassavo le fasi della guerriglia, mi sentivo orgoglioso di
non essere scappato, non era ancora sera ed io già sognavo il giorno dopo,
studiando piani di guerra, il mio appagamento sarebbe stato ben maggiore se avessi saputo di aver colpito un futuro parlamentare.
Molti anni dopo (oltre trenta) ero in servizio con quattro o
cinque Vigili, quale Ufficiale della P.M. ad una conferenza di un Onorevole, che non cito per la “privacy” ma che, se mai leggerà questo scritto,
si riconoscerà con piacere. Dopo averlo chiamato per nome, mentre era
circondato da sostenitori, ne ricevetti un abbraccio sincero ed al ricordo
delle palle di fango scaturì una risata che apparteneva solo a noi due e
che provocò sguardi di disapprovazione in chi non poteva capire.
Un giorno da dimenticare
Con il passare del tempo il legame con alcuni dei ragazzi divenne più
concreto e si crearono diversi gruppi, non solo di gioco, a seconda delle
inclinazioni e della età di ognuno di noi.
I miei compagni di merende di allora furono soprattutto Claudio Pepino, Ugo Bosio, Toni Fogliatto, Gianni Poggio, Mauro Baracco, Giorgio
Prato, Gianfredo Soncin ed altri non della casa.
I giochi si evolvevano con il passare dei mesi, delle stagioni, degli
anni.
Vi fu il periodo delle palline di vetro (le famose “bie”) e quello delle
figurine (le altrettanto famose “figu”) che spaziavano dai calciatori al
Centenario dell’unità d’Italia. Poi arrivò quello dei giornalini (i “giorna”)
e qui mi sovviene un fatto che non cancellerò mai dalla mia memoria.
Mi sono sempre considerato verace e sanguigno e la mia nomea in
quegli anni nella casa, lo so per certo, non era esattamente del bravo
bambino. Più di un genitore mi considerava un “desbéla” e qualche
mamma mi definiva, senza nasconderlo, un “delìngher” (come mi piace
questo termine!), tanto è vero che per quaranta anni ho poi indossato una
divisa, assistendo ed aiutando i deboli e castigando i prepotenti, rispettando e facendo rispettare la legge, numerose volte mettendo in gioco la
mia incolumità personale.
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Non voglio però dilungarmi in una lode a me stesso e torno a QUEL
MALEDETTO GIORNO in cui, poiché tutti gli altri erano probabilmente
impegnati da compiti scolastici e non potevano scendere in cortile, mi ritrovai in compagnia di uno solo di loro.
Avendo in tasca qualche lira decisi, con lui, di andare all’edicola di
via Lucento per curiosare ed eventualmente comprare qualche petardo;
alcuni di questi, avevano la forma di caramella allungata e producevano
un botto decisamente importante. Detto fatto, giunti all’edicola, il mio
accompagnatore cominciò a sfogliare i vari Tex, Capitan Miki, Diabolik e
Kriminal, mentre io sceglievo quanto di più rumoroso mi consentissero le
mie finanze. Dopo aver scelto e pagato mi apprestavo ad uscire, ma
l’atteggiamento della giornalaia non era più cordiale, vidi cambiare
l’espressione del suo viso e, chiamato il marito, si avventò su di noi, afferrandoci per un braccio ed inveendo nei nostri confronti.
Non capivo ed ero spaventato ma quando vidi cadere dei giornalini
da sotto la maglietta del mio amico, rimasi muto e sentii che le gambe
non mi reggevano.
Sostituita nella rivendita dal consorte, la donna ci trascinò per tutta la
strada, con forza, sino alle nostre abitazioni, allora si usava così.
Quando suonò il campanello di casa del mio compagno di giochi
si affacciò alla porta la madre di lui la quale, al racconto infervorato della
giornalaia, cinse suo figlio, che nel frattempo si era messo a piangere a
squarciagola, in un abbraccio protettivo e consolatorio, rivolgendo a me
uno sguardo di disprezzo ed un commento meschino.
La odiai per sempre.
Nella convinzione di essere nel giusto, la giornalaia accompagnò anche me a casa e la reazione di mia madre fu ben diversa.
Mi fece una specie di terzo grado strattonandomi davanti all’estranea.
Non piansi e detti una versione dei fatti che la donna stessa riconobbe essere veritiera. Mia madre, solo a questo punto, si convinse che non avevo
colpe e non mi punì.
Quando, al ritorno dal secondo turno, quindi stanco ed incazzato, mio
padre venne informato dei fatti, lo sentii avvicinarsi al mio letto; non mi
mise le mani addosso ma, per quel suo strano modo di amministrare la
giustizia, siccome secondo lui qualche colpa dovevo averla, mi disse che
non sarei uscito per una settimana.
In silenzio, nel buio della stanza, sentii gonfiarsi gli occhi, erano lacrime di delusione e di rabbia.
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Una settimana dopo, mentre eravamo tutti insieme a giocare a carte,
seduti sul marciapiedi di via Gotti, ad uno di noi, che aveva nei pantaloni
alcuni petardi, per non so quale scherzo del destino, forse per l’attrito tra
di essi, scoppiò in tasca una di quelle “Caramelle” a miccia lunga che a
sua volta innescò una serie di botti soffocati.
Tutti vedemmo la sua tasca fumare.
Si alzò urlando con la voce strozzata e si diresse di corsa verso casa.
Correva, scomposto, a gambe levate e le sue ginocchia toccavano quasi il
mento. Pareva gli avessero infilato un nido di calabroni nel sedere ma a
me non fece pena… avevo ancora ben impresso nella mente lo sguardo di
sua madre!
La lezione
Andando avanti con la crescita, i miei interessi e quelli dei miei
compagni si allontanavano sempre di più da birille, figurine e modellini
ed era difficile trovare occupazioni per il tempo libero con i pochi mezzi
che si avevano allora e con le molte restrizioni imposteci dalle nostre famiglie, che pendevano sulla nostra testa come una spada di Damocle.
Ricordo che un pomeriggio, organizzammo con i soliti Roby, Claudio, Ugo, Tony, Gianni, Giorgio ecc… una battaglia di ragni.
Gli aracnidi venivano raccolti nel prato di via Gotti o lungo l’allora
costruendo corso Toscana e fatti combattere tra loro dopo essere stati
messi in un vasetto di vetro. Non scendo nei dettagli del combattimento,
decisamente cruento e lascio all’immaginazione di ognuno pensare quanto fossero impressionanti. Si sa che un bel gioco dura poco e quindi, dopo
un po’, annoiati andammo alla ricerca di nuove emozioni con una decisione priva di opposizioni: il salto della bialera.
“Bialera” od anche “bealera” è un termine che non si trova sul vocabolario della lingua italiana ed anzi si sta perdendo, in quanto tramandato
con la dicitura di canale di irrigazione. Il corso d’acqua in oggetto correva in via Magnano, proprio in fondo a via Gotti, chiudendola letteralmente. La bialera era fiancheggiato da pioppi ed in taluni punti era piuttosto
larga ma mai molto profonda, se non dopo forti piogge. Per noi tutti era
una fonte inesauribile di divertimento.
Il salto della bialera avveniva quasi sempre nello stesso punto, un
tratto della medesima che consentiva di partire da una parte alta della
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sponda e, dopo una rincorsa (breve o lunga a seconda della prova che voleva dare lo sfidante), di finire dalla parte opposta, tra le urla dei partecipanti e dei curiosi meno temerari.
Ognuno usava una sua tecnica per il balzo ma l’atterraggio dalla parte opposta non ammetteva errori, dovevi letteralmente proiettarti in avanti,
altrimenti il tuo stesso peso ti sbilanciava facendoti finire in acqua preceduto dal tuo sedere.
Non ricordo di aver mai fatto il bagno completo ma ricordo che quel
giorno, avendo deciso di saltare in tre o quattro nello stesso momento, per
motivi di traffico, a causa di uno scontro aereo, mi pare con Gianni Poggio, ero finito con piedi e gambe in acqua.
In quei momenti si dava sempre la colpa ad altri e gli insulti finali erano un rituale consolidato. Dopodiché ognuno andava a casa ad asciugarsi e ci si ritrovava sotto più amici di prima.
Il mio ragno non aveva vinto, i miei salti erano finiti male, che altro
mi poteva ancora capitare?
Povero me, non sapevo che il peggio sarebbe arrivato poco dopo!
Ormai quasi asciutto, nel mettere le mani in tasca, mi ritrovai a sorpresa alcune monetine e siccome avevo visto dei ragazzi un po’ più grandi di noi ed invero anche di altra estrazione sociale, giocare a soldi, proposi agli altri di giocare a muro.
Il gioco consisteva nel lanciare ognuno, a turno, una moneta di eguale valore dalla stessa distanza, quella che rimaneva più vicina al muro era
la vincente e chi l’aveva lanciata raccoglieva anche le altre. Dopo pochi
minuti eravamo entrati nei vivo ed i nostri capitali si erano moltiplicati o
ridotti con la delusione accompagnata da parolacce dei perdenti.
Stavo vincendo! La cifra era talmente alta da valere anche due sigarette e relativi fiammiferi per accenderle!
Ero concentratissimo, piegato in avanti in modo plastico, come una
scultura greca, pronto a dare il colpo finale ai miei avversari ormai rassegnati quando, proprio nel momento del lancio, una fitta bestiale alla nuca,
accompagnata da una vibrazione su tutto il corpo, mi fece finire a gambe
in aria.
Mi resi conto un attimo dopo di ciò che era successo: si era materializzato mio padre.
Mentre correvo impaurito, per scappare da lui, mio padre, tra imprecazioni e bestemmie in piemontese urlava che mi avrebbe “disfatto”.
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Per spirito di sopravvivenza non mi avvicinai a lui anche se insistendo, continuava a gridare, sempre in dialetto: <<Vieni qui disgraziato! I
soldi si sudano, non si giocano… >> (aggiunta di bestemmia). <<Ti ho
forse insegnato io a giocare a soldi, eh?>>.
Non tornai a casa fino all’ora di cena. Quando entrai i miei mi aspettavano seduti a tavola. Sapevo che non mi avrebbero mai fatto saltare un
pasto per punizione, anche se allora si usava in numerose famiglie ma già
temevo il resto.
Mia madre, contro la sua natura, per l’unica volta nella vita non proferì parola. Mio padre nel momento che mi sedetti davanti al mio piatto
esordì con un non conciliante: <<Cristu! e adess?>> Quindi si alzò e mi allungò il primo, poi il secondo, il terzo e non so quante altri schiaffoni,
tutti rigorosamente accompagnati da insulti in piemontese.
Anche così si impara il dialetto!.
Oggi dico senza il benché minimo sarcasmo: <<Grazie papà!>> Quelle sberle non le ho mai dimenticate ed il ricordarle mi è servito più volte
nella vita! Il denaro che mi è passato per le mani, talora l’ho sprecato per
motivi futili, ma non l’ho mai più giocato”.
Il riccone antipatico
Era passato qualche anno dal nostro primo incontro e, crescendo,
quasi tutti, indossavamo ormai i pantaloni lunghi. Quelli che avevano i
genitori più democratici (sic!) addirittura erano riusciti a farsi comprare
un paio di “blue jeans” ma non solo, i più fortunati addirittura avevano
ottenuto i “Roy Rogers” che era la marca che andava per la maggiore.
Detti jeans erano molto più lunghi del dovuto e gli americani li indossavano, non ho mai saputo per quale motivo, con il risvolto inferiore
verso l’esterno, noi copiavamo spudoratamente. Solo che da noi alcuni
padri (erano sempre loro a decidere) pensando alla crescita ed al prezzo
dei pantaloni, seppur storcendo il naso, ci obbligavano a risvolti alti una
spanna.
La stoffa dei Roy Rogers aveva la proprietà, se lavata più volte, di
schiarirsi facendoci somigliare ai feroci “Teddy boys” inglesi, per noi
simbolo di una durezza che in realtà non avevamo.
Un giorno presenti Guido Ruento, Claudio Pepino, Toni Fogliatto,
Ugo Bosio, Gianni Poggio ed altri stavamo alacremente lavorando con
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delle pietre piatte per renderli più chiari, grazie ad un pianificato sfregamento. Eravamo seduti sullo scalino d’entrata di via Borgomasino 65
quando improvviso un rumore attirò la nostra attenzione… era il rombo
di un ciclomotore che allora si chiamava motorino.
Restammo tutti a guardare transitare uno splendido Testi “Trail
King” con alla guida un personaggio che non mi era per nulla simpatico.
Costui, non cito il suo cognome per la famosa “privacy”, abitava, con
la sua famiglia, in una villa da signorotti sita ai confini del nostro condominio e da quando noi eravamo arrivati a Lucento non si era mai sognato
di rivolgerci la parola. Ricco, antipatico ed asociale, aveva pure una moto
che somigliava terribilmente a quella di un personaggio dei fumetti che
per me era un mito: “Teddy Bob ed il suo Drago”.
Per farla breve, il giovane in questione, ben conscio dei nostri sguardi e certo di infastidirci, percorse via Borgomasino numerose volte, impettito e fiero di sé finché, forse per una “gufata” generale, cadde a terra.
Il rumore di ferraglia che sfregava sull’asfalto provocò in tutti noi un
sussulto e guardando nella sua direzione ci fu una risata sguaiata
all’unisono. Dovrei vergognarmi nell’ammetterlo ma godevo come un
riccio e saltavo dalla contentezza, proprio come un puledrino alla prima
uscita dalla stalla.
Se c’è un Dio dei poveri, quel giorno aveva dato un segno!
Un gioco di m…
Chiedo anticipatamente scusa a tutti coloro che vorranno leggere
questo passo del libro ma il dovere di cronaca mi costringe a scriverlo e,
dopo aver raccolto un po’ di sinonimi, per non essere ripetitivo, devo
comunque dire che userò termini abbastanza volgari e veraci (leggasi
schifosi).
Tra quelle che oggi vengono definite attività ludo-motorie e che noi
chiamavamo giochi, ve ne era una che consideravamo “da veri temerari”
e che poteva portare grandi soddisfazioni a livello fisico e cerebrale o per
contro grossi guai e disastro completo.
Il tutto consisteva nel procurarsi i famosi petardi a caramella con
miccia e con un lavoro certosino ed ormai collaudato, smontarli, aggiungere assommandola la polvere di due o tre di questi, richiudere il tutto ed
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avere quindi un botto che, se fabbricato oggi, comporterebbe quantomeno
una denuncia.
Un pomeriggio ero in compagnia di Toni Fogliatto ed altri quattro o
cinque e proposi di fare lo scoppio della “merda”. Qui rinnovo le mie
scuse ed esorto tutti a non leggere più (ndr).
L’invito, ovviamente, fu subito accolto dalla totalità dei presenti con
entusiasmo.
Cominciammo con l’andare alla ricerca di feci di cane che dovevano
possedere una serie non indifferente di requisiti: dovevano avere una certa dimensione, dovevano essere particolarmente fresche (non certo per igiene alimentare ma perché la morbidezza era importante), ma soprattutto
dovevano essere in un punto dove il traffico pedonale fosse di una certa
consistenza.
Per ovviare al fatto che le migliori defecazioni venivano reperite in
luoghi isolati, si provvedeva talora a raccoglierle con delle foglie od altro
e, lavorando alacremente, ad amalgamarle ed a trasportarle in un punto
strategico.
I punti in oggetto erano corso Toscana e l’attuale via Foglizzo
all’altezza di corso Lombardia, questo perché erano luoghi sufficientemente larghi da consentirci di seguire le fasi dello lo scoppio da lontano e
di far finta di non esserne i responsabili. Inoltre, se scoperti, le vie di fuga
erano molteplici.
Dopo aver manipolato la miccia per far sì che si consumasse lentamente ed aver infilato il petardo nella deiezione, si accendeva e ci si allontanava, talora fischiettando. Poi tutti in fila, come corvi appollaiati su
un ramo, si aspettava la deflagrazione, sperando che qualche malcapitato
passasse lì vicino al momento giusto, con il risultato che tutti possono
immaginare…
Tanto più la vittima, colpita da schizzi, imprecava o peggio bestemmiava, tanto maggiore era il successo del dinamitardo di turno e grande
era la considerazione degli altri per lui.
Questa pratica ci lasciava completamente appagati ed era anche utilizzata come prova di coraggio, infatti, più la miccia era stata poco manipolata, più il tempo per allontanarsi era breve, con conseguenze talora
tragiche.
Chi si cimentava più volte nella sfida con successo si ritrovava ad
avanzare moralmente nella scala sociale della “banda” ma bastava un fiasco per precipitare in fondo a detta scala.
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Mi sovviene che un giorno, durante una sfida a chi utilizzava la miccia più corta, uno di noi (diciamo che non ricordo chi fosse ma lui lo sa)
non ebbe il tempo di allontanarsi minimamente e l’escremento
nell’esplodere lo ridusse tutto a puntini marroni come il portatore di una
malattia rara e sconosciuta.
L’evento scatenò lunghe e grasse risate di tutto il manipolo, seguite
poi da qualche minuto di stasi fisica e mentale. Tra di noi non c’era bisogno di parole e ognuno sapeva già cosa fare per superare l’emergenza.
Recuperato un ramoscello, cominciammo a rimuovere dal corpo imbrattato dello sfortunato gli schizzi maleodoranti.
Il più portato di noi verso il giuramento di Ippocrate stabilì, data anche l’insopportabilità dell’odore emanato, che il paziente era curabile soltanto con un salto nella bialera, cosa che fece perché se fosse tornato a
casa in quelle condizioni, sicuramente per lui sarebbe stato un dramma
ben peggiore e dei due mali…
Se potessi…
<<Se
potessi tornare indietro!>>
Chi non ha detto o pensato almeno una volta nella vita questa frase?
Probabilmente nessuno.
Ci sono momenti del mio passato che, nel ricordarli, mi provocano
emozioni talmente forti che vorrei riviverle.
Con la solita “banda” quel giorno avevamo già combinato più di una
malefatta, del tipo suonare il campanello del citofono di chi ci sgridava
sempre e poi nasconderci dietro un angolo in attesa che il soggetto, uscendo sul balcone di casa, inveisse a squarciagola contro ignoti. Più forti
erano gli insulti, maggiore era la soddisfazione finale. Era anche divertente spostare la bicicletta (solo di qualche decina di metri) di chi l’aveva
lasciata appoggiata ad un muro per vedere la sua espressione quando tornava o, peggio ancora, appiccicargli un “chewing gum” sulla sella, sperando che nel ripartire non se ne accorgesse, con le conseguenze che lascio immaginare.
Quel giorno, avendo un momento di noia per esaurimento di idee,
decidemmo di fabbricarci un po’ di sigarette di sambuco. Premetto che
non tutti fumavamo ma che quasi tutti ci avevamo provato, anche solo
per l’insistenza degli altri. Purtroppo, nella nostra ignoranza, ci sentiva110
mo importanti nel compiere quel movimento così stupido del portare la
sigaretta alla bocca.
Ad aiutare la diffusione di questo pessimo vizio, contribuiva il fatto
che si potevano comperare le sigarette anche singolarmente e ti veniva
pure fornito, seppur con qualche difficoltà, un fiammifero da cucina per
accenderla. I fiammiferi non erano un problema in quanto avevamo quasi
sempre in tasca i “cerini” per l’innesco dei petardi. Inoltre in quegli anni
non esistevano le campagne antifumo, anzi.
Ma torniamo al Sambuco che, con i Salici, contornava i vari orti della nostra zona.
Essendo Lucento un quartiere periferico i suoi confini, prima della
cementificazione diffusa, coincidevano con prati a volontà che si estendevano sino ai paesi della cintura quali Venaria e Pianezza. Da ciò derivava il fatto che proliferassero gli orti, sani ed utile passatempi per tanti
padri di famiglia.
Ciò detto, nei momenti in cui eravamo privi di finanze io e Toni Fogliatto rompevamo dei pezzi di ramo, dopo averli scelti delle dimensioni
di una sigaretta, possibilmente un po’ secchi, ne asportavamo la corteccia
con il coltellino (quasi tutti ne avevano uno) e bucandone più volte con
uno spillo la polpa interna, ottenevamo un oggetto da fumo. Non so quanto fosse pericolosa questa pratica ma mai nessuno si è intossicato e quindi…
Mentre io, Claudio, Ugo ed altri lavoravamo come abili artigiani ci
raggiunse Toni con fare circospetto. Immediatamente lo circondammo
incuriositi e, meraviglia delle meraviglie, vedemmo che da una tasca faceva spuntare un pacchetto di “cicche”! Intero! Immacolato! Erano delle
North Pole, tabacco di lusso, impreziosito da aromi di menta. Una vera
sciccheria.
Tempo zero e ci trovammo tutti nel prato dove poi sorse la scuola
G.C. Pola. Allora non si sapeva che in futuro in quel sito sarebbe stato
edificato un monumento all’istruzione. Detto prato, molto ampio, aveva
nella parte centrale delle fosse, profonde oltre un metro, nelle quali noi ci
buttavamo ed una volta seduti nessuno poteva vederci.
Le North Pole vennero fumate tutte di seguito dai cinque o sei presenti e penso che la buca da noi occupata sembrasse una ciminiera, altro
che non essere visti! Finito il pacchetto ci rendemmo conto che il pomeriggio era ancora lungo e decidemmo di andare a fare quattro passi, non
sapevo di andare incontro a qualcosa che mi avrebbe cambiato.
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Da lontano vidi una biondina che avevo notato già da parecchi giorni
e che mi interessava particolarmente. Non che mi mancassero le ragazze,
anzi, avevo un discreto successo con tutte quelle che avvicinavo ma quella ragazza era particolare. Al contrario delle altre non risvegliava il mio
desiderio di conquista, ma provocava in me emozioni mai provate fino allora. Mi bastava anche solo vederla e tutto dentro di me si rimescolava;
sentivo il cuore stretto in una morsa e non riuscivo a pensare ad altro, sognavo di poter stringere la sua mano nella mia e purtroppo questo sogno
ad occhi aperti mi accompagnava ogni sera, non facendomi prendere
sonno.
La seguii lasciando i miei amici, sino a che non tornò a casa.
Qualche tempo dopo una comune amica, su mia insistenza, me la
presentò e finalmente potei vederla da vicino, parlarle e capire che anche
io non le ero indifferente.
Quando Loredana (così si chiamava e si chiama) tornò verso casa,
nel guardarla allontanarsi, con i lunghissimi capelli lisci color paglierino
chiaro che le fluttuavano sulla schiena, mi dissi che non avrei più potuto
fare a meno di lei. Corsi a casa, mi buttai sul letto e stetti a lungo a fissare
il soffitto vuoto. Non vedevo l’ora che venisse il giorno dopo, e di giorni
dopo ne vennero tanti.
Oggi, a distanza di oltre quaranta anni, tutti passati con Loredana, ho
ancora impressi nella mente quei momenti e tanti altri vicino a lei.
Per tornare però alla frase iniziale di questo racconto, se potessi tornare indietro nel tempo, vorrei proprio rivivere il momento in cui ci siamo conosciuti.
I demolitori
Al giorno d’oggi se un ragazzino invece di essere circondato da giochi intelligenti (così li chiamano!), computer ed altro, avesse quel poco
che noi avevamo (e la mia non è una lamentela), forse si divertirebbe di
più ma sicuramente verrebbe fatto seguire da uno psicologo in quanto, ne
sono convinto, sarebbe considerato affetto da mania di autodistruzione.
Non solo ma con tutte le tutele di cui usufruiscono da qualche anno i minori, i loro genitori correrebbero il rischio che vengano loro tolti per essere affidati, a seguito di intervento delle assistenti per l’infanzia, a qualche
istituto dal Tribunale competente.
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Tra le tante idee balzane che proliferavano nelle nostre menti bacate,
me ne viene in mente una che, mi pare (ripeto mi pare) fosse stata partorita da Roberto Pepino, Toni Fogliatto e Ezio Viberti e che per un lungo
periodo tenne molti di noi impegnati in un duro e non pagato lavoro da
imprenditori nel campo delle demolizioni.
Dietro l’istituto per anziani “Casa Serena”, lungo una via sterrata che
partiva dall’attuale via Luzzati, a fianco della quale adesso si trova
l’enorme condominio di corso Toscana dove ha sede l’istituto bancario
San Paolo, si trovava una vetusta ed isolata costruzione che, a seguito di
un voluto o accidentale crollo, si presentava in superficie come un ammasso di muri instabili, pietrisco e detriti vari. Alcune colonne in pietra e
mattoni pieni facevano da sostegno ad alcuni archi rimasti ancora integri.
Nella parte sottostante a detta costruzione si intravedeva, ma era di difficile accesso, quella che un giorno doveva essere stata un enorme cantina,
edificata anch’essa in mattoni pieni e pietra, con volta ad arco. Dal buio e
dalla fatiscenza di quel locale, fuoriusciva una puzza insopportabile.
Quella costruzione ci affascinò fin dall’inizio e da noi venne soprannominata “Il castelletto”.
Armati di sassi, bastoni, spranghe di ferro e di tanta buona volontà,
decidemmo, senza imporci limiti di tempo, di lasciare il segno del nostro
passaggio e di radere al suolo “il castelletto”.
Eravamo tutti coinvolti e battendo e ribattendo contro i muri provvedevamo faticosamente e lentamente a demolire, non pensando che quegli
archi in pietra potevano rovinarci addosso seppellendoci. L’unica convinzione, in volo sulle ali della nostra impareggiabile fantasia, era quella
che, prima o poi, avremmo trovato qualcosa di grande importanza quale
una mappa del tesoro, ma trovammo solo fogli di quaderno e disegni ingialliti dal tempo.
Dopo mesi di duro lavoro “Il castelletto” lo rademmo al suolo e ancora adesso mi chiedo perché lo facemmo.
Il tamponamento del 13
Un giorno, di ritorno dal duro lavoro di abbattimento del “castelletto”, sudati, sporchi di polvere e delusi per non avere trovato nemmeno un
reperto degno di tale nome, con l’approvazione unanime della solita
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combriccola (Claudio, Gianni, Guido ecc..) stabilimmo di abbandonare il
cantiere per fare una corsa in bicicletta.
Decidemmo di percorrere a tutta velocità via Pianezza privilegiando
il tratto in discesa tra il capolinea del 13 e corso Potenza, con l’intento di
superare a tutta velocità anche le auto in marcia.
Non c’era premio per chi arrivava primo in fondo alla via, ma solo la
soddisfazione di superare quella prova di coraggio.
Senza l’ausilio di stimolanti o farmaci, come dei seri professionisti
della Milano-Sanremo, ci buttammo a testa bassa nella competizione,
scartando persino veicoli che provenivano dalla direzione opposta!
La competizione era facile ma non priva di rischi poiché, essendo in
discesa, la via in oggetto dava modo di raggiungere velocità notevoli e
proibitive per dei mezzi, talora da noi assemblati, aventi tutte le problematiche connesse ad una costruzione casalinga e poco ortodossa, con
successiva manutenzione in economia.
Per farla breve ricordo che, quella volta, ad un certo punto mi ritrovai
in testa al gruppo, dietro al tram n° 13 che stava per effettuare, a mio parere, la fermata. Decisi perciò di superarlo lanciato a “tutta birra”.
Avevo fatto i conti senza l’oste.
Il tram quella volta non si fermò!
Fu una questione di poche frazioni di secondo, sentii come negli orecchi il suono ripetuto e furioso della campana del tram, ebbi
l’impressione di librarmi in volo ma non era solo una sensazione, successivamente mi ritrovai a terra senza sapere ciò che era successo; ricordo
che quando ricominciai a connettere, nel rialzarmi, vidi i miei amici che
mi guardavano preoccupati e silenziosi, alcune persone che mi urlavano
contro senza neanche chiedermi se mi ero fatto male ed il conducente del
mezzo pubblico che, sceso con alcuni passeggeri, piuttosto incavolato si
preoccupava però di quanto occorsomi.
Guardai la bicicletta e mi resi conto che la ruota anteriore sembrava
una scultura di un artista di quelli che nessuno capisce, era quasi a forma
di otto, infatti, dopo essersi infilata nella rotaia, si era staccata dalla forcella e successivamente era stata trascinata dalla ruota del pesante tram,
io per mia fortuna, ero stato proiettato in avanti.
Forse a quei tempi non esisteva la denuncia per Interruzione di Pubblico Servizio e vedendo che ero in piedi, il tranviere ripartì col mezzo
dopo che tutti i passeggeri furono risaliti commentando l’accaduto e lanciandomi sguardi carichi di disapprovazione.
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Naturalmente, per una sfiga tutta mia, un papà delle case FIAT faceva parte dei trasportati. Il telefono senza fili si mise subito in moto e, in
poche ore, i miei vennero a sapere dell’accaduto e quindi…
Lascio all’immaginazione del lettore la serie di punizioni e di privazioni che dovetti subire, in realtà furono tante e così variegate che non le
ricordo tutte neanche io; mio padre in questo aveva una fervida ed impagabile fantasia.
Mi risulta che, reso edotto dell’accaduto, anche qualche altro padre,
per spirito di emulazione, avesse privato il figlio del permesso di uscire
in bicicletta. Nessun amico me lo fece mai pesare ma io mi sentivo responsabile di ciò, pur non pensando al suicidio per il dispiacere.
Restai comunque senza bicicletta ed andando a piedi per un lungo
periodo ebbi modo di riflettere.
The Eagles of Lucento
La bicicletta era già un lusso e non tutti avevano la fortuna di possederne una però, nei miei pensieri, ed in quelli di quasi tutti i miei coetanei
si faceva già strada il desiderio della moto.
Fu proprio in quel lasso di tempo che un giorno, passeggiando in via
Lucento (ora via Foglizzo), percepimmo un rombo lontano in avvicinamento e, dopo poco, vedemmo un tipo di qualche anno più vecchio di noi,
invero con una faccia poco raccomandabile e l’atteggiamento da duro, in
sella ad una potente, per quei tempi, motocicletta.
Rimanemmo colpiti dal suo aspetto fiero nel vederlo transitare e seguendolo con lo sguardo io potei notare che indossava un gilè di tela jeans con, disegnata sulla parte posteriore, un’aquila nell’atto di carpire una
preda, avente come sfondo un sole bianco. A sinistra dell’aquila vi era un
13 e a destra una sigla MC che allora non sapevo cosa significasse e sopra e sotto le scritte “THE EAGLES OF LUCENTO”.
Immediatamente dopo ne passarono altri due, con lo stesso aspetto
che non lasciava presagire nulla di buono, con delle moto dello stesso tipo, grandi, rumorosissime e dove le cromature si sprecavano ma, soprattutto, con lo stesso gilè.
Si riunivano al capolinea del 13 in uno dei bar a margine dei giardinetti. Erano un mito per i più giovani, visti con diffidenza e qualche volta
con disprezzo dagli adulti ma sicuramente erano temuti da tutti.
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Stavano sempre tra di loro, parevano molto uniti, più che amici, quasi
fratelli. Mi sembravano inavvicinabili o comunque irraggiungibili però,
affascinato, decisi da quel momento che un giorno avrei indossato quel
gilè ma fu veramente dura. Due anni dopo in una fredda sera di novembre,
a causa di un malinteso, dovetti scontrarmi fisicamente e violentemente
con uno del gruppo degli “Eagles”. Solo allora venni preso in considerazione ed alla fine riuscii a far parte della ristretta cerchia di chi li affiancava.
Ero uno di loro… e lo sono tuttora.
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Guido RUENTO
(6/9/1949)
Entrate in quella casa
L’evento che fece convergere la mia storia con quelle di tante altre
persone, nella lunga avventura che sarebbe stata la condivisione della Casa Fiat, fu il bando per l’assegnazione di alloggi emesso dalla C.E.C.A.,
la comunità europea del carbone e dell’acciaio, e indirizzato ai dipendenti
delle Ferriere Fiat.
Già, le Ferriere. Con orgoglio i nostri padri pensavano e dicevano
con laborioso slancio che se si fossero chiuse le Ferriere, allora in piena
attività, sarebbe finita l’economia dell’Italia e del mondo. Queste parole
mi vengono sempre alla mente, e dico sempre, quando passo in via Livorno o corso Mortara ed al posto delle industrie possenti si vedono un
centro commerciale enorme, un cinema multisala e case e giardini. Strutture che hanno sostituito gli ambienti dove si produceva valore, sebbene
con problemi di lavoro e inquinamento che era bene risolvere a suo tempo, dove nasceva impulso economico ed in cui oggi si va solo per spendere. Ci rifletto e, guardando pur ammirato i resti delle aeree strutture e
dei capannoni adattati a quinte per il parco, mi chiedo se i conti torneranno sempre.
Questa assegnazione fu la grande opportunità per molte famiglie,
compresa la mia, di accedere in modo agevolato alla futura proprietà di
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un alloggio in Torino. Questo significava avere più sicurezza e comodità
per tutti, per mio padre essere molto più vicino al posto di lavoro, che fino ad allora aveva sempre raggiunto come pendolare dalla Valsusa, rincorrendo treni e tram; per me voleva dire poter accedere più facilmente ai
vari ordini di scuola in prospettiva futura, per mia madre vivere una nuova esperienza a Torino, che aveva sempre portato nel cuore dopo avervi
abitato, ed in centro, pur nel periodo durissimo della guerra. Si è poi ambientata molto bene nella nuova casa, anche se la prima volta in cui venimmo a vederla durante la costruzione il suo entusiasmo non fu alle stelle per la zona, ma si era affievolito mano a mano che da Porta Nuova si
continuava a viaggiare sul tram n.13 che continuava ad allontanarsi dal
centro e dai bei negozi, attraversando posti come la prima parte di via
Pianezza e della periferia, che già allora erano decadenti e per troppi anni
sarebbero restati tali. Ma lo stesso tram n.13 ci avrebbe consentito in seguito, senza cambiare mezzo, di arrivare con un lunghissimo tragitto fino
a Porta Nuova e poi al capolinea in C.so G. Lanza, zona nobile con begli
edifici e giardini, che ci faceva sentire più cittadini di rango. C’era anche
il 13 sbarrato e ricordo con affetto mia nonna, alla quale avevo detto
<<Piuma l’ tram dopu, ca l’è cul li sbarà>> che nel frastuono di rotaie mi
rispose stupita e severa <<perché ‘d voeuli piene un propri sbalà? >>
In ogni caso la nostra zona e la nuova casa si presentavano bene e
l’alloggio acquisito, dopo aver esaminato le varie soluzioni e palpitato
nel sorteggio per l’assegnazione, era davvero dignitoso. Inoltre la comunanza di estrazione sociale e la condivisione dello stesso ambiente ed obiettivi nell’azienda in cui si lavorava furono preziosi elementi che favorirono l’integrazione e la convivenza ed andarono a permeare la vita in
condominio delle famiglie; poi si trasmisero ai figli, permettendo il nascere e il crescere di una robusta e bella esperienza di integrazione umana
ed appartenenza, che ancora oggi è ben presente; ognuno ha seguito la
sua strada, ma i valori maturati negli anni della gioventù son rimasti vivi..
La mia esperienza personale di ingresso e vita nella nuova casa, per
quanto ricca di spunti, è stata segnata da due elementi molto materiali e
pratici che ho potuto apprezzare in modo profondo. Avere la mia prima
cameretta tutta per me, in cui allestire il covo per i momenti di gioco e
potermi espandere senza interferire con la attività della cucina; poi disporre libri e oggetti sempre pronti all’ uso e tappezzare le pareti con le
immagini più gradite e amate, prime su tutte la foto del Grande Torino e
delle montagne valsusine, che avevo sempre nel cuore. I miei genitori mi
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avevano anche comprato la bici, da uomo ed accessoriatissima (cambio,
manopole ergonomiche, borraccia, portapacchi, tromba, conta chilometri),
e la potevo tenere comodamente in cantina, anche se mi era sempre piaciuto avere quella vecchia e più piccola ai piedi del letto. L’ altra grande
novità è stato avere il bagno ed il wc in casa, abituato fino ad allora ad utilizzare in comune in una casa di ringhiera il gabinetto posto sul balcone.
Alla sera ed al mattino potermi ben destreggiare nel caldo della casa ed in
piena tranquillità mi procuravano una bellissima sensazione di benessere
ed agiatezza, completata dal fatto di non dipendere dal tipo di carta che i
vari inquilini a turno appendevano al chiodo nel gabinetto, dal morbido
quotidiano alle scomode riviste patinate. Mi sono sentito un re per diverso tempo. Ancora oggi quando ricordo quel primo periodo di vita torinese
penso a quanto si apprezzano i beni e le comodità se si acquisiscono dopo
averne sperimentato la mancanza; è questo il segreto per apprezzare tutte
le cose.
Il nuovo ambiente
Fino ad allora ero vissuto in un paese, con prati, torrenti, boschi e
montagne a portata di mano e non è stato facile abituarmi al nuovo ambiente urbano che è indubbiamente più compresso. Fortunatamente ampie
zone del quartiere di Lucento non erano ancora state occupate da costruzioni, l’edilizia massiccia era solo all’ inizio e molte vie non esistevano
ancora o non erano asfaltate, quindi vi erano ancora enormi spazi verdi di
campi, giardini e prati, davvero belli e interessanti per i giochi ed il ritrovo.
Ad esempio Corso Toscana era un breve vialone alberato e sterrato
tra Corso Lombardia e Via Borsi, per il resto solo prati, tanti alberi sparsi,
con collinette di terreno e qualche vecchia cascina; erano ancora prati e
campi le aree dove ora sono le scuole Gadda e Pola, la piscina ed il complesso sportivo con i campi di calcio, l’ asilo di Via Terraneo, i giardini
Cavallotti, le case su Corso Toscana ed in pratica da via Lucento, ora Foglizzo, verso corso Cincinnato, da via Pianezza ai futuri giardini Cavallotti, fino al Dazio e oltre c’era una fantastica distesa, interrotta solo dal
vecchio cimitero (che sorgeva oltre la piscina) e dalla casa di riposo Casa
Serena, tuttora esistente. Per il resto, prati, campi, bialere, alberi e cespugli, qualche vecchia cascina. Se i posti più lontani erano terreno delle no119
stre scorribande, spesso in frizione con altri ragazzi delle Vallette appena
sorte, i prati da Via Lucento verso corso Lombardia erano frequentatissimi da ragazzi e bambini con le loro mamme, che passavano i pomeriggi
all’ aperto, in particolare il sabato. Bellissimo era il prato dove ora sorge
la Pola, in quanto era il vecchio campo di calcio del Lucento, regolare ed
erboso, circondato da alberi alti, alcuni dei quali resistono nello spartitraffico di via Foglizzo, che offriva per bambini e ragazzi un sicuro punto
di ritrovo e gioco vicino a casa, nella natura, ed ai genitori un’ occasione
di incontro.
Sembra così strano e lontano nel tempo ricordarlo ora, ma al posto
dell’ attuale via Pianezza fino al Dazio, correva tra i campi e prati una
bialera grande, detta della Saffarona, che scorreva vicino ad una cascina
dallo stesso nome. Qui vivevano e pascolavano numerose mucche nella
stagione autunno-invernale, mentre raggiungevano la Valle di Susa in
quella estiva, come ci spiegò il pastore durante le chiacchierate.
Anche vicino alla nostra casa c’ era la giungla: il praticello e la bealera che divideva le antiche case di Via Gotti e poi si incuneava in un boschetto, con il sentiero che la costeggiava, portavano la natura selvaggia e
l’ avventura nei nostri giochi. Tutto bello, ma la nostalgia nei primi tempi
riaffiorava e quando è arrivato a casa mia un corriere del paese a portare
alcune cose, ho apprezzato la vista del berretto e dei calzoni di velluto a
coste marroni, tipici dei valligiani. Il primo periodo l’ho dunque passato
gravitando ancora molto sulla Val di Susa, dove mi recavo appena possibile dai nonni nel fine settimana, magari rabberciando il compito in classe del sabato mattina per correre al treno. Ben presto però le nuove interessanti e durature conoscenze dei ragazzi e bambini che abitavano nella
casa e la frequentazione iniziata dapprima con i miei coetanei e poi con
tutti, mi fecero apprezzare la compagnia e l’amicizia diventò sempre più
profonda, coinvolgendomi in pieno nelle nuove avventure e stabilendo un
legame molto forte a partire da Roby, Tony, Ezio, Claudio, Giorgio, Masino e, crescendo i bocia, con i più giovani. Era un gruppo numeroso e affiatato che riusciva a coinvolgere tutti, ciascuno per le sue esigenze e capacità, in giochi comuni o tipici delle differenti età. Era molto bello sapere con certezza che i tuoi amici sarebbero stati presenti e disponibili,
sempre, per condividere momenti sereni ed altri che magari ti preoccupavano, ma parlarne poteva sfumarne il peso e ben presto si tornava alle attività spensierate. Si aveva la sensazione e la certezza di non essere mai
soli, di poter sempre dare e ricevere la forza dell’ amicizia, specie con i
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miei coetanei come Roby, che avevo conosciuto tra i primi inserendomi a
Torino. Era un forte legame che con il tempo si arricchiva di esperienze
e idee comuni e spesso non avevamo bisogno di troppe parole per descrivere o cogliere al volo le situazioni, ma bastava un’ occhiata per capirci,
e magari anche bonariamente sfotterci. Intanto si cresceva.
Come non ricordare chi non c’è più. Giorgio, bravissimo con il pallone e, sebbene più piccolo di noi, sempre pronto a cacciarsi in tutte le
avventure; grande esempio di forza nell’affrontare la vita.
E Antonio, spirito libero e animo buono: in tanti anni ci ha tenuti allegri con le sue invenzioni ed i suoi discorsi, piantando casino in ogni occasione, senza mai fare una cattiveria. Indimenticabili alcune sue gag,
come la creazione di Adamo ed Eva, che mimava accompagnandosi con
un fischietto, facendo tutti i gesti del Creatore, sottolineando in modo irresistibile i particolari anatomici peculiari dei due personaggi. Oppure la
maestria nel maneggiare i petardi e nel ricavarne varianti. Usava spesso
accompagnare le azioni con i suoni dei fumetti, pronunciati come si scrivevano, e ciò rendeva ancora più interessanti i giochi: se si alzava polvere o fumo, allora era “cough, cough”, mentre porte o finestre aperte nelle
esplorazioni erano “screek” e facevano “mumble mumble” i momenti in
cui si studiavano nuove azioni da fare. Mitico il grido di “rumble, rumble” con sui salutò il crollo di un muretto in cui avevamo scavato mattoni
per farlo cadere, su sue indicazioni.
Ciao ragazzi, vi devo molto.
Il praticello
In via Gotti la nostra casa era la sola nuova grande costruzione, e
immediatamente vicino resisteva un prato, prima di allora insieme di orti
urbani, che dopo la nostra venuta era stato abbandonato, lasciando una
miniera di belle cose con cui giocare: vecchi scheletri di baracche per attrezzi, pezzi di legno, bastoni e arbusti, lamiere, mattoni, con i quali si realizzavano piccole capanne, nascondigli, tettoie, che nel loro insieme
chiamavamo “Barbonopoli”, visto lo stile e la struttura dei malandati ricoveri. Ma le singole capanne fatte in economia spinta, ora cadevano, ora
perdevano pezzi, e si arrivò a concentrare sforzi e materiali in una sola
baracca grande, con telaio in pali di legno e coperture varie, che diventò
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la base per i giochi, di pace e anche di guerra quando c’ erano le incursioni di altre bande.
La parte esterna della casa, alta cinque piani, offriva una immensa lavagna bianca su cui scrivere e disegnare con pezzi di mattone spezzati.
Strati di frasi e contro frasi si accumulavano in un graffito enorme, per
quanto ricordo senza volgarità, per un tacito rispetto dei più piccoli e degli abitanti. Invece la parete alta serviva per misurare i lanci di sassi in alto e vedere chi arrivava più su con il tiro, ed era anche stimolante stare in
campana senza prendersi in testa il sasso che ricadeva.
I giochi
Erano in gran parte giochi da fare all’ aperto, in compagnia, in strada
o nel cortile.
“Le figurine”
Grandioso era giocare alle “figu” ovvero figurine di cartoncino, soprattutto di calciatori, con le quali completare gli album della Panini, e
vale la pena descriverlo. Si giocava nelle strade, allora ancora poco trafficate, spesso sterrate, e questo favoriva incontri scontri a suon di giocate
anche tra caseggiati diversi e talvolta con ragazzi di passaggio o di isolati
più lontani. Seguivamo una vera liturgia nel gioco, già nelle sfide tra di
noi e con i ragazzi delle case vicine, in modo ancora più serio e regolamentato nelle sfide con gente che arrivava da più lontano, spesso molto
bravi, quando bisognava tirare fuori il massimo per vincere bene o anche
solo limitare i danni ed attorno ai giocatori si radunavano nugoli di ragazzi a tifare per i propri amici e magari poi condividere il bottino. Per
partire si procedeva dalla individuazione della “mare”, un sasso ben visibile, o bordo di marciapiede, o palo, per stabilire ad ogni puntata l’ ordine
di tiro del “palicia”, che era lo strumento indispensabile e cruciale per
cercare di colpire le figurine e vincerle facendole saltare via. Dunque si
stabiliva “dal quanto” giocare ed ognuno puntava mettendo sul mucchio
il numero di figurine fissato, creato su una riga di circa mezzo metro, con
altre due parallele a circa due spanne, oppure nel centro di un cerchio disegnato per terra; le strade erano in terra battuta e disegnare era semplice.
Il cerchio o le parallele limitavano la zona di impatto: per prendere le figurine occorreva battere all’ interno di questi segni, non tirare rasoterra a
raffa da lontano, ma tirare “al volo”, da professionisti. Quindi tutti tirava122
no verso la mare e chi andava più vicino tirava poi per primo verso il
mucchio di figurine, cercando di prenderne e spostarne il più possibile
dalla riga oppure fuori dal cerchio. Poi via via gli altri tiravano, in base a
quanto più vicino erano andati alla mare; era dunque importantissimo andare vicino alla mare, perché tirando per primi, specialmente se i giocatori erano bravi e “centrini” con buona mira, già i primi potevano prendersi
le figurine. Ma non era tutto così scontato. Infatti c’era il cosiddetto “parlè” (in piemontese, parlare) ossia il poter dire frasi in varie fasi del gioco
per chiarirlo oppure interpretarlo: “bun rule” e “gnun bun rule”per validare o meno il rotolare del palicia a seconda della convenienza, “sgnache”
per poter schiacciare a terra le figurine, se restavano in parte sospese, in
modo da farle toccare ancora sulla riga e non farle vincerle all’ altro, oppure “gnune sgnache” se erano le proprie. “bun truc” e “gnun bun truc”
per validare o meno la situazione conseguente ad un urto tra i palicia diversi. C’ era anche l’ utilissimo “disbug”, con cui si chiedeva all’ altro
giocatore di togliere temporaneamente il suo palicia se questo ostacolava
il proprio tiro. Dunque non bastava l’ abilità a colpire mare e figurine, ma
occorrevano riflessi e lingua pronta per seguire il gioco e indirizzarlo
come voluto. A mettere tutti d’ accordo era il “gnun parlè”, in cui nessuno poteva dire frasi ed andava tutto come voleva il campo. Preferivo
quest’ ultimo, perché non si litigava ed il più forte emergeva. Eravamo
raffinati e quando divennero di moda anche le figurine lucide, quasi vere
foto, per non rovinarle si puntavano e tenevano da parte, mettendo per
terra in gioco lo stesso numero di altre figurine ormai vecchie, da usare a
cuor leggero e poi saldare i conti solo alla fine con quelle più belle, in
pratica avevamo inventato le fiches sul campo.
Il “palicia” era lo strumento fondamentale: doveva essere piatto e liscio, rotondeggiante per non battere di spigolo e robusto, per cui il marmo era troppo fragile ed il meglio era la pietra delle lose, la sarizzo, sufficientemente rugosa per raspare via quante più figu possibile quando le
si impattava con colpo ben assestato. Si proibiva l’ uso dei palicia di ferro,
ovvero dischi piatti, che generavano spesso discussioni se lanciati raso
terra da lontano sui marciapiedi o strade asfaltate colpivano a raffa.
A figurine si giocava anche “a muro” ovvero lanciandole verso un muro
cercando di andarci il più vicino possibile e vincerle, ma con meno giocatori e la gara era meno grandiosa.
“Le biglie”
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Coloratissime sfere di vetro, che inglobavano disegnini o petali variopinti, di dimensione diverse che assegnavano loro un valore per puntare, ma in genere omogenee, tranne i “biglioni” ovvero biglie più grandi
con cui ogni giocatore faceva i lanci.
Si giocava a “papalo” con una biglia di testa messa a terra in un piccolo cerchio e tutte le altre come una coda, ma di poco distanziate, su una
riga che partiva dal cerchio. Anche qui prima assegnazione dei turni con
la mare, e poi via ai tiri. Chi centrava il papalo si portava via più biglie,
fino a esaurimento.
Alternativa era “al cerchio” , con un cerchio più grande in cui erano
sparse tutte le biglie puntate; si vincevano quelle colpite e fatte uscire dal
cerchio.
Altro gioco era “truc e branca”, giocato in genere in due e comunque
sempre ricondotto a duelli. Ogni giocatore cercava di colpire la biglia
dell’ altro per vincerla, sia con un colpo secco sia avvicinandosi a una distanza inferiore alla spanna della mano, la “branca” appunto. Preferivo di
gran lunga il solo “truc” o “cek”, risolutivo, che eliminava discussioni
per le diverse lunghezze delle spanne e tentativi goffi di allungarsi le
spanne premendo in terra.
Il biglione di cui sopra era fondamentale per rotolare bene e veloce in
modo da spazzare le biglie, doveva essere grande e robusto, pesantuccio,
meglio se bello colorato. Volendo averne uno super, di acciaio, che erano
i più desiderati e temuti, andammo un giorno in gruppetto presso una
fabbrica che era poco prima del dazio, in Via Pianezza, a chiedere timidi
ma risoluti se potevano darci una sfera di acciaio che loro producevano,
per poter giocare a biglie. Ricordo ancora che ci fecero accomodare in ufficio, forse ricordando la loro fanciullezza ci trattarono con attenzione e
riguardo ed alla nostra richiesta una persona della ditta andò nell’ officina
e tornò con tre sfere lucenti e grandi per ognuno di noi. Erano belli da toglierci il fiato, armi di distruzione di massa per le biglie, tanto che ben
presto furono messi al bando nel rione, ma li conservo ancora oggi, in
una scatola.
Completamente diverse le biglie di plastica grandi, metà colorate e
metà trasparenti con all’ interno l’ immagine di un corridore ciclista. Servivano appunto per giocare al “circuito”, percorso realizzato nella sabbia
o terra, con sponde adatte a trattenere un minimo le biglie (specialmente
in curva) ma anche con semplici righe fatte con un bastoncino, difficilissime da rispettare. Ogni giocatore con la sua biglia faceva un tiro, par124
tendo da quello che sarebbe poi stato il traguardo dopo un numero di giri
del percorso prefissato. E cos’ si andava avanti, tirava chi era in testa poi
via via tutti gli altri. Chi faceva uscire la biglia dalle sponde, lasciava la
biglia dove era e per quel tiro non avanzava. Spesso, nella sabbia o terra,
poteva essere più divertente costruire il circuito che poi giocarci.
Esisteva la variante con il tracciato disegnato con il gesso sui marciapiedi, meno pittoresco, dove si correva con i tappini delle bevande gassate, rovesciati e spesso abbelliti di tondini di carta inseriti nella parte del
sughero, magari con immagine dei ciclisti, per surrogare le biglie di plastica, inutilizzabili sui marciapiedi.
“I lapilli”
Nel praticello si dava fuoco a pezzi di plastica trovati per strada tenendoli in alto, si osservavano le gocce fuse che cadevano in fiamme, i
“lapilli” appunto, facendo volute strane e forme di ogni tipo cadendo per
terra e raffreddandosi. Ci affascinava questa trasformazione, quasi una
scomposizione e ricomposizione di materia primordiale. Sia i lapilli che
accendere un fuocherello per cuocere le castagne quando era stagione, mi
colpivano molto, perché fino ad allora, giocando spesso in prati e boschi
in aperta campagna e montagna, ero stato abituato dalle raccomandazioni
degli adulti a non accendere fuochi, proprio per non causare danni e pericoli alla vegetazione. Ora che questo rischio non c’era, potevo provare il
gioco e divertirmi al sicuro.
“I petardi”
Venduti tutto l’anno nelle tabaccherie o dai giornalai, erano di colore
rosso o blu, avvolti come caramelle e di potenza limitata, ma quanto basta per fare un bel botto, dopo aver trattenuto il fiato nell’ attesa che bruciasse la miccia. Fondamentalmente rompevano le scatole alle persone
che erano nei dintorni ma permettevano una grande varietà di utilizzo:
nei portoni, negli androni, nelle buche da lettere più grandi, nei cortili,
sotto le macchine. Infine una variante estemporanea che dobbiamo al genio prolifico di Tony: i petardi fatti esplodere nelle cacche dei cani per
strada; formidabile scherzo, che ebbe un’ escalation sia nella potenza dei
petardi, uniti tra loro, sia nelle dimensioni e consistenza delle torte canine
da frantumare. Per allungare il tempo tra l’accensione e l’esplosione, si
sbriciolava la miccia, lasciando il cordino e meno polvere nera.
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Il cinema
Una vera istituzione la domenica pomeriggio, ed un gradevole appuntamento da non mancare. Quasi sempre si andava al primo spettacolo,
così alla fine c’era il tempo per una vivace e allegra passeggiata di ritorno
(ancora con il sole se inverno) e per dedicare qualche ora allo studio di
preparazione per la settimana successiva. Il più frequentato era il cinema
Luce, annesso ai locali della parrocchia e dell’ oratorio, che offriva una
buona varietà di film anche famosi, soprattutto avventure o storie umane,
con la garanzia di proporre prodotti decorosi e moralmente sempre accettabili in un ambiente sicuro e controllato, adatto anche ai più piccoli. Ricordo con grande piacere quei pomeriggi. Poco più lontano c’ era il cinema Lucento, dove si proiettavano film correnti, non certo di prima visione, in cui avventura, comicità, qualche scena più disinibita offrivano
una ampia gamma di divertimento. Mi ricordo in particolare film storici,
grandi scenari western e la comicità semplice ma immediata di Franco
Franchi e Ciccio Ingrassia. Allora poi non si svuotava la sala ad ogni proiezione, per cui si poteva rivedere nuovamente un pezzo di film o fare il
bis, sempre con lo stesso biglietto. Famoso il pomeriggio in cui si proiettava un film di Franchi e Ingrassia (della serie: I due agenti molto speciali) . Lo abbiamo visto una seconda volta tanto era divertente e poi, a causa di un temporale che ci impediva di uscire, buona parte della terza…
tanto che per tutta la vita ci ricorderemo della canzoncina che faceva da
leit motiv: cerco un ragazzo, per un giorno d’ estate… Quando il film lo
meritava, ci si spingeva verso cinema più lontani, l’ Umbria nell’ omonimo corso oppure l’Alba (forse) che sorgeva nello slargo dove ora ci sono gli uffici della polizia tra via Stradella e corso Potenza. Anche qui lasciammo il segno. Durante la pubblicità che separava le proiezioni, quando partiva una musichetta particolarmente ritmata e invitante, il nostro
gruppo iniziava a battere per terra i piedi, a tempo, sulle note di: ta, ta,
tatta tatta tatta, ta, ta, tatta tatta tatta, finché tutta la ciurma presente nel
locale batteva i piedi in un rumore infernale, che causava l’arrabbiatura e
l’intervento degli esercenti.
Al ritorno, più la camminata era lunga, più si potevano ripercorrere i
bei momenti dei film, dalla celebrazione delle gesta eroiche, alle battute,
alle spintonate e amichevoli cazzotti nel caso avessimo visto uno spumeggiante western o un’ avventurosa storia di Maciste. Passando per
quartieri non nostri, è anche successo che spintonate o cazzotti meno a126
michevoli ce li volessero dare gruppetti di ragazzi che li ci vivevano e
non gradivano l’invasione del territorio.
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Claudio PEPINO
(27/8/1952)
Il trasloco
Care Ex Bambine e cari Ex Bambini eccomi a descrivere il trasloco
che in buona parte sarà stato molto simile al vostro... nel mio caso ricordo
che l’autocarro, messo a disposizione da un compagno di tresette di mio
padre, giunse cigolando sul fango rinsecchito di Via Gotti per fermarsi
stridendo innanzi al n°12. I tradizionali mobili, chiamati da noi negli anni
a venire “della casa vecchia”, erano costruiti artigianalmente come in uso
in quegli anni e brillavano semi lucenti sotto il sole, ostentando forse una
bellezza un tempo avuta.
A scarico della mobilia avvenuto, mia madre dette a Zio Emilio
l’incarico della sorveglianza del tutto, compreso i risparmi nella borsetta,
sistemata all’interno del guardaroba. Baciò con raccomandazioni entrambi noi figli e salì con Papà sull’autocarro che ripartì curvando per via
Magnano alla volta di Piazza Statuto, per effettuare il secondo ed ultimo
giro. Nell’immediato, Roby inforcò la bici di mio padre e si lanciò in avanscoperta; mio zio, guardandosi attorno, mi demandò la sorveglianza e
si avviò verso il Bar dei Combattenti. In tale situazione, sebbene mi sentissi molto preoccupato, provavo l’emozione di essere già un ometto degno della fiducia dello Zio, quindi dei grandi. Una sensazione di disagio
mi pervase nel vedere in lontananza Roberto, intento nel pedalare mentre
assaporava la nuova libertà offerta dai grandi spazi: lo osservavo avanza129
re veloce e malsicuro tendendo le gambe al massimo per poter far forza
sui pedali dell’alta bici da uomo di mio padre.
Al vederlo cadere e prontamente rialzarsi, temevo si fosse slogato
nuovamente il gomito, come avvenne già in passato nel pianerottolo della casa dove abitavamo dalla nascita. Non avrei voluto ritornare ad assistere alla dolorosa, per Lui, e per me scioccante, manipolazione dell’arto
che mio padre avrebbe nuovamente saputo riportare
in sede
nell’immediato. Roberto, al tempo era spericolato, ed era surreale vederlo cadere, pulirsi le ginocchia e poi ripartire alla volta del ciottolato di
via Borgomasino. Il tutto aveva il sapore di una scena che pareva tratta da
un film del neo-realismo (in bianco e nero), girato negli echi ovattati che
regnavano tra i cantieri dell’allora nascente periferia.
Quando mi fratello sparì dalla mia vista, io, marmocchio di otto anni,
mi soffermai a giocare con un ramo secco e a disegnare stelle e case su
quel battuto che avrebbe dopo alcuni mesi lasciato il posto al catrame del
marciapiede. Per amore dei dettagli vorrei ricordare che mio padre disse,
inerente a quel marciapiede, che quest’ultimo fosse purtroppo rimasto
nella mente delirante del costruttore. Fortunatamente, per il decoro e per
noi bambini, il marciapiede venne ugualmente completato divenendo così
uno spazio tutto nostro da sfruttare negli anni, con il variare dell’età e
dei relativi intrattenimenti.
Va ricordato che il costruttore, al quale dobbiamo una forma di riconoscenza, disgraziatamente uscì di senno per i debiti, le penali dovute allo sforare nei costi e ai disguidi per il ritardo nella consegna degli alloggi.
La sua lucidità di Adulto, pertanto, crollò con il nascere della nostra crescente gioia di Bambini.
Nei giorni successivi, cenando in cucina, tra notizie e quiz della radio,
nostro padre ci spiegò che l’impresa di costruzioni, legata alla Ceca Fiat,
aveva adottato, come forma di risarcimento per gli inconvenienti già citati, una serie di migliorie al previsto capitolato. Vennero così sostituiti gli
elementi dei bagni con dei sanitari firmati e creati con un design innovativo a spigolo originalissimo per il tempo; tempo in cui il volume arrotondato veniva diversamente proposto come il massimo della modernità
applicabile su auto, televisori, radio o vari elettrodomestici di prima generazione.
Ma torniamo a me bimbo davanti alla portina di via Gotti12.
Ormai responsabilizzato, mi suddividevo controllando con un occhio
il guardaroba, entro il quale giacevano i documenti e la preziosa borsetta
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dei risparmi, e con l’altro sbirciavo attraverso il lucernario semiaperto
della cantina di Gianni. Nel mentre pensavo fantasticando tra me e me,
quali misteri da scoprire poteva celare quell’ambiente così fondo e buio.
Spaesato, solo e ormai stanco, mi sedetti per la prima volta sullo scalino
in pietra di Luserna della nostra portina.
Va detto che al numero 12 l’alzata dello scalino… era bassa… e non
era purtroppo di agevole ergonomia per sostarvi a chiacchierare. Per contro lo scalino della scala di Via Borgomasino 65, era ben più alto, ombreggiato, con visuale sul passeggio e quindi più comodo come ritrovo
per l’area di conversazione.
Per dovizia e per scusarmi, vi ricordo che talvolta, tale comodità, ci
induceva a stazionare al n° 65 molto a lungo, specie nelle sere estive, e
questo non certamente per beneficiare della immancabile meritata pentolata d’acqua. L’innaffiata veniva offerta dai condomini turnisti disturbati,
o da quei bontemponi, che dopo aver appagato la loro curiosità origliando
al citofono gracchiante, ci offrivano la loro benedizione notturna.
Nostro malgrado, non potevamo ripiegare su altre alternative confinanti perché un totale veto assoluto ci veniva posto, sia per lo scalino
che per l’androne del n °63. Dette aree abusive di conversazione, sebbene
fossero per noi ragazzini, all’insegna della sicurezza e del riparo, specie
nella brutta stagione, ci furono vietate tassativamente da un cartello ammonitore posto in alto ad un’altezza irraggiungibile a noi non adulti.
Il tassativo monito scritto su cartone, fu inchiodato a seguito
dell’ambiziosa trasformazione dell’androne citato. Tale androne carraio,
era stato concepito dall’impresa originariamente in porfido grigio e quindi in sicura pietra antiscivolo per agevolare l’accesso di tutti al cortile.
Purtroppo l’oggetto del contendere, fu ritenuto da alcuni innovativi fruitori, di un’estetica troppo popolare per una casa popolare. Venne pertanto trasformato in un ingressone, simil portina, bucciato alle pareti e pavimentato in un marmo lucido. Quest’ultimo materiale nobile, essendo
costoso, avrebbe conseguentemente necessitato essere preservato dalle
abrasioni create dal soggiornare dei fanciulli smodati… pertanto eccoci
ritornare al cartello di divieto.
Il difetto dei bambini è sempre stato quello di non riuscire a giocare
in silenzio e, quello dei grandi, di non ricordarsi di avere giocato chiassosamente da ragazzini.
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Comunque, ora, visto con gli occhi dell’adulto, l’intervento contribuì
a cambiare faccia al condominio, a conferirgli maggior valore commerciale e indubbia modernità.
Per riprendere il racconto al momento del trasloco, Roby ed io, al solo vedere riapparire, dopo la curva della bealera, l’autocarro con a fianco
al guidatore i nostri genitori, finalmente potemmo sentirci alleggeriti da
ogni responsabilità.
Mia madre scese e sorridendoci risistemò le pinzette tra i capelli ormai tormentati dal trasloco e dalla permanente. Mio padre, per contro,
non attese a lanciare uno sguardo severo a mio fratello, che, imbarazzato e timoroso, non riusciva a nascondere le abrasioni fresche sulle ginocchia e i nuovi graffi sulla bici.
Zio Emilio, appagato dal corroborante “grigioverde” del bar dei
combattenti, ritornò fischiettando per collaborare nuovamente a traslocare i mobili al piano secondo. Sistemati quest’ultimi, noi, abituati ad una
casa di ringhiera del centro, con pochi agi e tante scomodità, ci guardammo attorno stupiti e quasi increduli. Ci scoprimmo poi a sorridere,
nel lavarci le mani, in quel bagno di piastrelle gialle, rilucenti e inconsuete all’epoca per una casa popolare destinata a dei semplici fonditori
d’acciaio.
L’appartamento
L’appartamento destinatoci era di poco più grande delle tre stanze
appena lasciate, ma in compenso era bellissimo e confortevolmente moderno. I miei, prendendone possesso, si dichiararono felici di pagare
mensilmente un quindicesimo dello stipendio per il riscatto dell’alloggio
stesso. Peraltro, i risparmi accumulati negli anni, proprio in previsione
della nuova casa, ci consentirono d’arredare l’appartamento comperando
per prima una cucina americana bianca con formica rossa e tubi conici
cromati. Tale arredamento liscio nelle superfici e minimalista nelle lavorazioni seppe rendere piacevole e funzionale la stanza dell’alloggio nella
quale più ci si viveva quotidianamente.
Dopo pranzo, Roberto ed io, scendemmo ansiosi le scale ancora
strutturate parzialmente d’assi, per poi, appena fuori, dirigerci a rotta di
collo verso la provvidenziale cinta di sambuco. Solo per seguire l’istinto
ludico, pensai di armarmi immediatamente di un bastone. Fu proprio quel
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grande e verde spazio della periferia che mi face temere, fantasiosamente,
il sopraggiungere di chissà quali pericoli che avrei dovuto, da armato, affrontare e superare.
La cinta, curata da Ambrogio per la protezione di quel suo orto, che
in seguito fu coltivato con grande dedizione dal papà di Masino, divenne
per noi bambini l’arsenale ecologico e rinnovabile per gli armamenti utili
per le nostre future battaglie.
Noi due fratelli, curiosamente, ci spingemmo fino alla bealera, sicuri
che sarebbe diventata quel nuovo spazio che avrebbe per noi diversamente sostituito i giardini di piazza Statuto.
Guardando lungo le poche siepi dell’ex orto del sig. Stella, fummo
attratti nel vedere i resti di una gru smontata e la sua relativa cabina gialla
ed arrugginita. La stessa era contornata da intralicciature a capriate e da
un basamento a blocchi che fecero apparire il tutto, nella mia fantasia di
bambino, come fossero resti dello scheletro di un dinosauro. La bestia
metallica pareva stare lì, inerte e inerme, ad attendere di essere sbranata
dai creditori dello sfortunato costruttore della nostra casa, caduto suo
malgrado in disgrazia.
A fianco della gru si estendeva l’enorme spazio verde del già ricordato ex orto del sig. Stella, orto che si rivelò, all’occorrenza, versatilissimo per ogni frangente. Nell’arco dei mesi e degli anni, lo stesso cambiò
d’uso diventando l’area dei nostri giochi, delle capanne e dei fuochi, per
riconvertirsi poi, con l’estate, nell’area stagionale del carrozzone dei genitori giostrai della tenera ragazzina Laura. In ultimo tale area fu edificata
con un palazzo signorile. Insomma, lo spazio in oggetto, diversamente
fruibile nel tempo, si rivelò pertanto allineato alla filosofica logica urbanistica, prospettata già dal “futurismo” d’inizio secolo.
Nel soddisfare la nostra analisi del territorio, mio fratello ed io spostammo lo sguardo verso il cancello grigio della casa di fronte incontrando così gli occhi vispi di Mario Frassà, il quale, felice di vedere altri
bambini, stringeva saltellando la mano della madre intenta a dare l’ultimo
“basin” al marito in partenza.
In piedi, in uno dei balconi di quel vecchio caseggiato, imperava Vigiu Picasec, noto per essere un tipo taciturno ma dal pugno facile. Con
imponenza, l’omone ormai calvo, pareva intento a controllare l’uscita,
dal corsello in ghiaia, di un ometto in divisa da postino che si allontanava
dopo aver effettuato le consegne. La proprietà di quello stabile era allora
di appartenenza alla famiglia Natta, la cui figlia Maria Teresa, venne da
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noi soprannominata Ursus per via della avvenenza propria del suo fisico;
la ragazzona era taciturna, schiva e poco affascinante, pertanto selettivamente non riuscimmo mai a legare.
Rieccoci a noi fratelli intenti a studiare, con occhi vispi, il nuovo
mondo: entrambi aspettavamo ansiosi che nostra madre scendesse per
andare con lei a comprare il latte per la cena.
Nell’attesa Roberto formulava strategie legate ai suoi progetti in parte segreti. Nel mentre io stringevo le inferriate della portina per guardare,
dietro i riflessi dei vetri, i muri grezzi dell’ingresso, quei muri che in seguito furono arricchiti da marmo nero anch'esso, come i bagni già descritti, non a capitolato.
Alzando lo sguardo riuscivo a malapena ad intravvedere una parte
del primo dei muri, proprio della rampa dei cinque piani delle scale. Tali
muri, ancor grezzi, sarebbero stati nei giorni a venire, rifiniti da un intonaco panna bucciato con lustrini madreperlati. Gli stessi che, con il loro
futuro sporcarsi, sarebbero stati ritinteggiati con la più economica e comune idropittura di colore di beige carico.
Nel frattempo mamma scese a piedi passando accanto al vano ascensore che al momento era ancor vuoto ma che ben presto sarebbe stato reso futuribile con l’installazione della cellula mobile rivestita in formica
rossa. Per il nostro futuro ascensore era inoltre previsto che fosse fornito,
della tastiera elettrica, dello specchio e della moderna luce al neon con
fascio discreto non a vista.
Nel proseguire con la descrizione, amo ricordare con tenerezza che
a fine scala, mia madre, si bloccò di fronte alla porta chiusa che dava su
via Gotti. All’atto di uscire, si trovò imbarazzata nel pigiare il bottone
dell’apertura elettrica, esitò, poi lo fece, e si sentì sollevata solo quando
uno scatto metallico aprì, con meccanica sacralità, la portina in ferro nero
che dava sul quartiere.
Ci avviavamo così a comprare, su suggerimento della signora Poggio,
il latte sfuso alla cascina della Commenda, che, prima di essere abbattuta,
si trovava nell’area del futuro corso Toscana, tra via Borsi e l’allora inesistente corso Potenza. Mia madre, riuscendo talvolta a tenerci per mano,
con euforia e orgoglio, lodò il nuovo appartamento per tutto il tempo intercorso nel percorrere il viottolo, tra il verde, che si districava lungo gli
orti.
Lei, particolarmente prolissa, ci descrisse il pavimento in graniglia
che avrebbe a lavori finiti incerato con cura, ci ricordò il bagno come un
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insieme di comodità, apprezzò la doccetta della vasca utile sia per il bagno festivo (quello canonico prima della messa) che per riempire la nuova bacinella di innovativo Moplen per il bucato.
Per dovere di cronaca va ricordato che negli anni ’55-’60 erano in
uso le bacinelle in lamiera zincata e che la plastica, che ora scontatamente ci circonda, sostituì oltre ai materiali consueti anche la fragile e solitamente nera bachelite del momento.
Con l’avvento dei materiali plastici scrivemmo con le biro senza fare
più macchie d’inchiostro, proteggemmo con diligenza i libri di testo con
copertine colorate, disponemmo di radioline transistors, mangiadischi,
nastri adesivi e decalcomanie per abbellire moto, bici e auto.
Per riprendere dalla nostra corsa lungo i sentieri, ricordo che, noi fratelli inseparabili, ascoltavamo molto distrattamente la descrizione di mia
madre inerente alla casa, perché tutto attorno ci stava affascinando, in
particolar modo i sentieri che si sviluppavano, affiancati da roseti, in direzione delle cascine. Ci parevano ormai di nostro prossimo dominio i
prati, gli orti del futuro Corso Toscana, gli alberi da frutta, i gatti e i cani
randagi che scappavano al nostro passare e perfino la cortina di montagne
che si stagliava in lontananza. Seguendo il piacere della divagazione racconterò, per coloro che non fossero stati presenti, cosa si svolse una sera
proprio tra quegli orti; ebbene i nostri amici Ezio e Tony, propositivi ma
poco al corrente delle planimetrie rionali, ci fecero radere al suolo con
enfasi e motivazione, quei capanni e quelle recinzioni bricolate dalla laboriosità dei dopolavoristi dal pollice verde.
L’effetto Cavallette distruttrici consapevoli trovò morale giustificazione nella frase che ci perveniva da Tony con autorevolezza: <<Dai ragazzi!… Demoliamo… intanto a giorni deve passare il Corso!>> Peccato
che il corso passò implacabile nell’area di quegli orti che a sera, noi ormai stremati, avevamo risparmiato per sfinimento.
Rieccomi a raccontare il rientro nella nuova casa dalla cascina della
Commenda, mentre con il latte per la zuppa serale, imbottigliato nel deposito verde della Lurisia, entrammo smaniosi in casa.
Nel percorrerla velocemente e nel vedere i mobili sistemati con funzionalità, prendemmo atto di avere una pratica stanza con balcone, piccolina e arredata con la semplicità del tempo, ma comunque tutta nostra.
Entrando nel bagno (stretto e lungo) guardammo incuriositi il boiler,
che essendo ora acceso ci attraeva con l’ammiccante spia rossa. La spia
ci confermò, insieme al citofono e ai termosifoni di disporre ormai degli
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agi offerti dalla modernità; ci spostammo nell’ingresso e dietro lo sportello, osservammo, dal basso, il contatore nella sua nicchia dedicata. Vedemmo girare il disco di quella specie di robot cubico con l’implacabile
tacca rossa che indicava, minuto per minuto, il consumo del boiler. Mio
padre, nel mentre, sopraggiunse per controllare e monitorare la dispendiosità della nuova fonte calorifica energetica, fonte alternativa al gas o al
tradizionale stufa o putagè a palle di carta/legna/carbone. Restò, da tale
“visura” quasi ipnotizzato e risucchiato dall’implacabile girare del disco!
Nel frattempo mia madre, allora quarantenne, contenta della realizzazione dei suoi sogni, specchiandosi si levò le pinzette d’alluminio con molla
per pettinarsi con un pizzico di vanità. In ultimo, si chinò per sistemarsi
gli elastici e la corretta indossabilità della riga nera posteriore, propria
delle calze di nailon indossate da Lei in ricorrenza delle circostanze importanti. Mio papà, le sorrise, e dopo avere indossato un abito fatto su
misura, come si usava prima dell’industrializzazione totale, diede un bacino a mamma e dopo averla salutata con un: <<Ciau Giuanina mi soertu!>> aprì la porta per prendere atto, nel dettaglio, delle possibilità che le
avrebbe offerto il nuovo quartiere.
Il capofamiglia aprì con riverenza la porta listellata di casa, priva ancora di spioncino, porta che era apribile grazie alla piccola chiave a forma di Mole Antonelliana ruotata a testa in giù. Tale porta meritò sempre,
da me, quel rispetto e timore surreale proprio di uno sbarramento metafisico tra due mondi così diversi.
Fu proprio uno dei due mondi, quello esterno, che ci portò, a breve,
con il proliferare alla porta dei venditori di stringhe o falsi venditori, a
insinuarci la paura del furto. Questi nuovi ambulanti, che parlavano dialetti diversi, infilavano la scarpa tra porta e stipite, e con arroganza spaventavano mia madre abituata da sempre al tradizionale esprimersi falso
e cortese usato nel commercio piemontese. Di tale sensazione di disagio,
in casa nostra non se ne era mai parlato. Il furto d’appartamento come il
furto di biciclette, era raro allora, e rarissimo tra la gente di Ronchi o
Roccavione di Cuneo, paesi delle nostre origini. I soli furti a noi noti erano attribuiti, forse ingiustamente dall’immaginario collettivo, ai rari girovaghi stagnini che solo al seguito del loro passare con il calesse, si poteva
riscontrare di fatto la sparizione nei cascinali di polli, erba, denaro, lenzuola ricamate del corredo filate a mano e del poco oro indossato per le
feste.
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Tornando all’uscita del mio Matusa (di quarantasette anni), come si
diceva al tempo, eccolo salutarci allegro, e con vigore, per dirigersi a far
scorta di Sax dal papà di Fiorenzo, l’allora “tabachin”.
In seguito, probabilmente con la sigaretta accesa e canticchiando
l’opera, mio padre andò a curiosare nei locali della ormai demolita piola
del Camulet, che con le sue fioche luci al neon invitava i giocatori di carte ad attraversare l’incrocio di Via Lucento e ad accomodarsi per la partita a carte.
I balconi e la vista sul cortile
Senza la presenza severa di mio padre, Roberto ed io, ci sentimmo
più liberi nello sfogarci. Corremmo eccitati più volte lungo il corridoio,
dal tinello alla cucina e di lì sul balcone che dava sul lato cortile. Oltre la
ringhiera nera ci apparve, con lieve senso di vertigini, la lussuosa villa
dei molto agiati e poco comunicativi Gori, piastrellata in elegante e allora
innovativo viola chiaro.
Guardando in basso non potemmo non essere affascinati dal cortile e
dalla sua imponente rampa di accesso. Papà, che beneficiando
dell’antiscivolo a lisca di pesce, la percorse spingendo la bici in tutte le
quattro stagioni, la chiamò “Salita”. Noi, in virtù della velocità infortunistica che ci conferiva, discendendola in monopattino, la chiamammo invece “Discesa”. Comunque la si chiamasse era allora ancora circondata
da un ammasso di assi miste a materiale di sbanco che per poco avrebbero ancora occupato il nostro futuro impagabile spazio dei divertimenti.
Era ormai sera inoltrata, ma la betoniera del cemento girava ancora e
muratori bruciavano delle assi miste alla carta dei sacchi del cemento.
Proprio dietro quel fumo bianco, vidi per la prima volta , come un ombra
sfuggente, il mio grande amico Masino che, con movenze avventurose e
assaporatrici di un gioco proibito, bruciava la punta di un bastone alzando di tanto in tanto lo sguardo verso l’unico balcone illuminato della scala del n° 63.
Masino, come un eroe solitario, probabilmente stava sfidando con fare circospetto qualche rivale immaginario. L’osservavo ammirato impugnare con sicurezza l’arma arrovellata, l’osservavo inoltre muoversi furtivo nell’approfittare di quel breve momento di libertà concesso di nascosto dalla mamma Genia, comprensiva come sempre. Conoscendo ora i risvolti deduco che Masino fosse allora ben consapevole che l’avrebbe
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pagata cara sui propri glutei allenati, qualora fosse apparsa in controluce,
dal quinto piano, la figura del rigido padre.
L’operaio Fiat anche quella sera sarebbe tornato probabilmente incavolato come sempre dal faticoso turno del pomeriggio alle ferriere, avrebbe come di solito tossito e quindi imprecato contro la dura vita e le
angherie subite nel periodo che avrebbe preceduto le nuove lotte operaie
di Torino.
In cuor di padre, si sarebbe spaccato comunque la schiena su tutti i
fronti affinchè il suo unico figlio, l’erede, non avesse dovuto fare una vitaccia simile; quindi lo studente Masino, seppur bambino, per scongiurare tale sorte, doveva studiare e ristudiare curvo sui libri fino a spaccarsi
anche Lui la schiena... altroché giocattoli costosi !!! Bastavano quelli
della Fiat… e basta!!!
Tornando al cortile ricordo che poco dopo, Masino, allontanandosi
dal fumo delle assi, gettò il bastone tra le fiamme e sparì nella portina,
mentre io lo seguii salire le scale di piano in piano quasi ad accompagnarlo come fosse il primo nostro gioco.
Sempre al balcone, venni nel frattempo destato dalle voci che provenivano dall’appartamento sotto di noi ove la signora Poggio scherzava
con le figlie Magda e Franca. Franca, la più giovane, allora aveva solo
due anni e rideva mentre la mamma intimava con piglio, a Gianni, di lavarsi le mani per cena e soffiarsi bene il naso.
All’udire l’eco di queste parole, Roberto mi raggiunse, entrambi
sbirciammo in basso, sempre dalla ringhiera, il nuovo futuro amico,
quindi corremmo a vedere il panorama dal balcone lato strada.
Il campanile della Chiesa/Santuario, era parzialmente illuminato e
svettava sul quartiere offrendomi quell’ora esatta che desiderai per anni.
Desiderai per molto, come altri, un orologio perché il Taurus placato oro,
purtroppo, mi giunse solo all’età di dodici anni come atteso ultimo regalo
di Natale offertoci dalla Fiat.
Dal balcone, sulla sinistra, noi due felicissimi, analizzammo una teoria di tetti di vecchie case tra le quali dominava quella di Sandro e del
suo inquilino Carabiniere, padre di Maresa e Silvia. A fianco, ma separate, vi erano quella dei Prandi, del Maestro Garino, di Stringhini e dirimpettaia a tutte vi era quella di Silvano. E ancora, come se fosse un’amica
surreale, ci rapì nuovamente la bealera che scorreva in via Magnano affiancata dalle sue ombrose piante e cespugli.
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Scorrendo lo sguardo di fronte a noi, in Via Gotti, vedemmo schierate: la bella villetta del maestro elementare, la casa ad un piano dove adesso abita la famiglia Riccobene, la casa di Mario Frassà, la casa del Colonnello, vedemmo inoltre un capannone industriale e, dietro
quest’ultimo, in lontananza si ergeva alta e popolare, come la nostra, la
“Casa dei Napuli”. Detto caseggiato fu così denominato da Tony poiché
totalmente abitato da impiegati statali delle Poste e Telegrafi, ovviamente
tutti provenienti da una latitudine sottostante alle regioni a noi più prossime e quindi rivali di Tony per definizione.
Sulla destra vedemmo quella che sarebbe stata la nostra mitica piazzetta di Castellano, quella all’incrocio di via Gotti con via Borgomasino,
per intenderci.
Dal proseguimento di Via Gotti, oltre detta piazzetta, in direzione di
Corso Toscana, si potevano osservare i ragazzini e le ragazzine del quartiere tornare, anche senza i genitori, con il latte comprato nella vecchia
latteria all’angolo di Via Lucento. Alcune donne, nella loro ciclicità del
vivere quotidiano, chiacchierando serene appoggiavano sul battuto le
borse di cuoio contenenti in bottiglia a deposito, il latte tappo rosso o alluminio, per poi ripartire accelerando verso casa ad apparecchiare tavola
e preparare la cena.
Tutti, comunque, camminavano attenti ad evitare alle loro suole
l’impatto con gli insidiosi residui di cavallo sopravissuti alle palette delle
prodighe fioriste condominiali, amanti dei loro gerani da balcone.
Non potrei ora non menzionare quel gruppo di case basse ove avevano trovato posto il laboratorio del sarto, dello zio di Fiorenzo (che riparava le biciclette e ci lasciava gonfiare le bici gratis) e in ultimo la latteria
d’angolo, che, cambiando con una gestione più giovane e ambiziosa, ci
ingolosì servendoci ottimi coni gelato e ghiottissimi biscotti con abbinati
punti per futuri regali.
Da quella posizione panoramica mio Frocchio, appoggiato alla ringhiera, mi mise la mano sulla spalla e sereni apprezzammo la magia silenziosa di quel borgo semirurale che, purtroppo a breve, si sarebbe ben
presto trasformato, con il boom edilizio, in un vero e proprio, quartiere
cittadino senza soluzione di continuità con il centro di Torino.
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Il primo Natale senza la “Stufa”amica
Chiedo scusa agli amici se mi dilungo ancora, questa volta con tre
pagine che trattano il Natale, ma non potrei, sinceramente, ritenere esaustiva la narrazione delle sensazioni, emozioni e nostalgie di quegli anni senza descrivere il fascino che avevano i doni di Natale o dell’Epifania
anche in relazione alla amica stufa (Putagè) lasciata ovviamente, da noi
famiglia, nella “Casa Vecchia”.
Eccomi pertanto a scrivere i ricordi delle feste di Natale vissute in
strada con la neve, mentre a casa attendevano già i primi compiti delle
vacanze chiusi nella cartella di cartone pressato dall’odor di scuola. Va
ricordato che la cartella , di durata annuale, era allora di moda in parvenza di vero finto coccodrillo e veniva comprata alla Standa all’inizio
dell’autunno. Sebbene fosse modello de lux, l’oggetto in questione, veniva usato purtroppo anche come arma impropria nelle disfide che si svolgevano oltre i 50 metri dalla scuola. Per i più grandi, che astutamente si
sfidavano il giorno del loro compito in classe di italiano, in virtù dello
zavorrante vocabolario, potevano disporre di una fiaccante arma micidiale che li avrebbe portati alla sicura vittoria.
Tornando alla neve rivedo, come in una filmina in bianco e nero, noi
bambini imbacuccati con cuffie e sciarpe prodotte, come in uso, dalle sapienti e dedite mani delle mamme casalinghe. Ecco noi li a fare le scivolate con gli scarponcini sulle pozzanghere gelate ottenute con l’acqua gettata la sera prima in via Gotti. Va detto, per amore della divagazione, che
la spietata lastra di ghiaccio, nata col freddo della notte e occultata dal
sottile strato di infido nevischio, un mattino fece scivolare, nel pieno esercizio delle sue funzioni, il minuto postino colto alla sprovvista dal micidiale specchio gelato.
Successe che, all’avviarsi, l’ancor giovane statale, pigiò con forza sul
pedale della fida Baluncina. Ritto, in appoggio su una gamba e orgogliosamente impettito nell’impeccabile divisa invernale grigia, si lanciò alla
volta del borgo. Purtroppo l’uomo era di gamba corta rispetto al rapporto
sella/suolo, quindi dopo una serie di circensi e figurati otto sulla inattesa
lunga pista di ghiaccio, perse l’equilibrio. Visibilmente sbilanciato dal
peso del borsone in cuoio colmo di posta della giornata, il malcapitato
andò orizzontalmente a incastrarsi senza dignità nelle provvidenziali trincee ad altezza d’uomo, scavate dagli spalatori il giorno prima.
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Dopo l’accaduto, che ebbe breve eco, a noi bambini venne vietato da
alcuni dei nostri genitori di generare piste ghiacciate e quindi volgere
impropriamente la natura ai nostri voleri. Tale veto ebbe vigore, perché i
nostri cari vennero presi dal pietismo nel ricordare il tonfo sordo del povero postino accompagnato dalle sue fantasiose imprecazioni veniali. Ma
soprattutto il veto divenne imperativo perché l’uso della pista di pattinaggio autogestita generava visibilmente, di giorno in giorno, un rapido
consumo del carro armato dei costosi scarponcini in moderna para. A
proposito di trincee, sento ancora le voci dei lanciatori di quelle palle di
neve che passavano come saette meteoritiche su noi. Su noi beati, che ci
sentivamo protetti, appunto, dalle salvifiche bianche trincee surreali alla
Amarcord. Rivedo in ultimo, come in uno spot, ancora le mie vecchie
muffolette appoggiate sul termosifone strizzate lì ad asciugare e pronte
purtroppo a divenire uno straccio di carta impecorita a fine stagione.
Orbene, in queste atmosfere ovattate di festività, era d’uso per molte
madri regalare ai bimbi buoni, per il Santo Natale, le statuine del presepe.
Nel mio caso, l’incremento annuale della singola statuina, scalettato
secondo priorità di ruolo, generò una simpatica situazione. Per il nostro
presepe, creato convivialmente sul marmo del comò, giunse il momento
dell’incremento dei tre Re Magi. Bene, in quell’occasione stravolgemmo
senza indugi l’atmosfera della Natività, trasformando a nostra esigenza
l’iconografia ormai classica da millenni. Vincolati dalla presenza del
nuovo e unico Magio (Statuina dell’anno), procedemmo come se il re
adoratore fosse giunto in anticipo sugli altri. Inoltre, poichè non disponevamo del cammello, lasciammo solo al bue il compito di scaldare stalla e
Sacra Famiglia mentre allo smunto asinello grigio, comprato in blocco
con la capanna, toccò il ruolo del regale e altero cammello siriano.
Pertanto in tale ottica natalizia, come di rito alla vigilia, mamma ed
io ci vestivamo bene, consapevoli dell’importanza di un viaggio in centro
città nei giorni di grande ostentazione . (Roberto era già un giovanottino
più interessato alla desiderata e dinamica Susy in bicicletta che alle immobili pastorelle di gesso al pozzo con l’anfora). Proseguendo nei preparativi, per l’occasione del viaggio, mi pettinavo con maggiore cura lottando con il ciuffetto alla Pappagone che, come per molti ragazzini, in
modo ribelle, svettava sul capo a mo di antenna degli autoscontro. Ormai
agghindati per raggiungere le fioche luminarie del centro, mamma ed io,
salivamo al capolinea, sull’allora “Tram-Vai” 13… così chiamato da me
all’andata, mentre al ritorno lo chiamavo spiritosamente… “Tram141
Vieni”… Battuta sciocca che amavo fare tra le tante altre, che erano magari ancora più fredde causa il seguire l’anglosassone stile di Gianfre:
freddure che ancor oggi non riesco a rinunciare sebbene il sottoscritto sia
già nonno ben stagionato e abbia raggiunto, sulla carta, l’età della seria
maturità.
Tornando a noi, eccoci ancor vibranti dal viaggio su rotaia, incedere
frettolosamente per raggiungere le innovative vetrate Standa di C. Vittorio e dopo aver fatto almeno quattro o cinque giri di scala mobile gratis,
dirigerci all’allettante reparto approntato giustappunto con i colori rossi
del Natale.
Io, come di rito, sceglievo la statuina tra le tante, descrivendola a voce alta e additandola senza muffolette, affinchè Gesù Bambino mi sentisse o cautelativamente dall’alto mi vedesse. Successivamente mia madre,
controllandomi, mi concedeva altri giri in scala mobile per allontanarmi
strategicamente dalla scampanellante cassa.
Amo ricordare che per me, bimbo di terza elementare, le statuine ed
il presepe erano una forma di installazione sana all’insegna della bontà,
ma che si trattava però di un installazione in totale alternativa all’amato
gioco bellicoso dei soldatini di gomma, svolto sempre sul medesimo
marmo del comò. Le due cose mi sapevano far vivere un’ alternanza ludica degna del ciclo Guerra e Pace…
In una breve analisi delle due situazioni, nel presepe, all’opposto della brulla spianata del forte e i relativi pali, vi era un paesaggio di muschio
circondato da monti di scorie (Maciafer). Al posto della casa del Capitano delle Giacche Azzurre con la svettante bandiera, classica per il gioco
dei soldatini, dominava, sormontata dalla stella, la capanna fatta di cartone e sughero colorato. (La plastica era ai primordi) .
Inoltre, per me, all’opposto dell’oggettistica del presepio, i soldatini, cavalli, saloon ecc. erano in realtà rari da ottenere, perché facenti parte
delle cose non obbligatoriamente da inserire tra i regali. Diversamente
mi venivano con amore donate le statuine dei pastorelli, la stalla, il pozzo,
il forno poiché, erano oggetti considerati fortunatamente indispensabili
per un mistico rituale irrinunciabile. Il presepe, specie per coloro come
noi d’estrazione contadina, sapeva farci rivedere l’aia in forma più romantica, sapeva dare importanza alla odorosa stalla e al faticoso mondo
della campagna. Per concludere le stesse dilazionate statuine , al loro inserimento, segnavano lo scandire di ogni Natale in virtù dell’aggiunta di
un nuovo personaggio che veniva nominato come un nuovo abitante
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dell’aia. Esempio l’addetto al girare la polenta sul fuoco venne da noi
battezzato in dialetto come una persona amica “ Giacu Pulenta”.
Per continuare questo mio rivivere, per iscritto, il Natale di allora, mi
dà l’opportunità curiosa di affiancarlo alla stufa, nella proporzione :
Il mistico Natale sta al Freddo come la mistica Statuina sta alla
Stufa.
Cioè, per meglio spiegarmi, voglio narrare che la canna fumaria di
ogni putagè , argentata per la circostanza natalizia da mio padre a pennello, disponeva di esili bacchette per appendervi oggetti disparati. In virtù
di ciò, nella casa vecchia, nottetempo, quindi a stufa spenta, il buon Gesù
Bambino vi pinzava (ad altezza d’uomo…) il sacchetto dei doni. Tale
sacchetto fortunatamente per le bacchette non era mai pesante come avrei voluto: la strenna abitualmente conteneva oltre alla citata scelta statuina in gesso cartonato, caramelle e altri regalini che validavano il detto:
“Basta il pensiero”.
Con questo ricordo vorrei salutare ancora la cara Vecchia Stufa, come si potrebbe fare con una benefica, fedele, scoppiettante amica vissuta
per anni con noi. La nominata, dai cultori dell’allor parlar forbito, “Cucina economica”, venne da noi lasciata con grande malinconia ai nuovi affetti delle famiglie che si saranno succedute, utilizzandola probabilmente
per pochi decenni.
Per contro si andava felicemente ad abitare nella casa nuova, fornita
però di termosifoni, che sebbene abbiano sostituito ovviamente in meglio
la stufa, non parvero nemmeno a Gesù Bambino, così romantici da appendervi il sacchetto di Natale. Da quel cambiamento molti altri posti
sembrarono al Bambinello validi come alloggiamenti d’atmosfera per
detto sacchetto, ma mai come le bacchette dell’amica stufa.
Quindi mi piace immaginare che lo stesso problema lo vissero, in parallelo, anche il buon Babbo Natale e la Befana che - da ormai coppia di
fatto – in tale frangente seppero innovarsi. Li vedo, unificarsi nel decidere i futuri nuovi alloggiamenti per i doni, alloggiamenti che avrebbero
preso il posto dei romantici vecchi caminetti fumosi o le domestiche stufe ustionanti…è vero… ma a loro due ormai così piacevolmente abituali.
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La scoperta dei nuovi amici
Masino
Nei giorni a venire scoprimmo nuovi amici.
Il primo che incontrai fu proprio il mio grande ispiratore Masino.
All’inizio ci somigliavamo molto nell’altezza, magrezza e colore dei capelli, anche il nostro abbigliamento era simile e avevamo entrambi le orecchie a sventola. Perfino mia madre, che godeva di ottima vista, riuscì
a confonderci. Anche la mamma di Masino, in altri frangenti similari, si
sbagliò intimandomi dal balcone di rientrare a studiare prima che rientrasse il padre e lo punisse.
Masino ha sempre saputo farmi sognare. Lui sapeva cogliere, a caldo
di proiezione del Cinema Luce, le ispirazioni per i giochi avventurosi e
per le trame di nuove disfide.
Il mio compagno insostituibile di divertimento, con grande fantasia
creativa, sceglieva di essere sempre lui l’eroe bravo, senza paura, vincente e amato dalla bella eroina, mentre a me toccava immancabilmente il
ruolo del malvagio perennemente vinto e soppresso con astuzia e abilità.
Per essere veritiero e degno del ruolo dovevo rantolare sull’erba del piccolo prato (quello di fronte al futuro forno del pane di via Gotti) e spirare
con ostentazione di grande sofferenza, sebbene talvolta fossi osservato
dalle figlie del Carabiniere al balcone… Ma a me piaceva ugualmente, e
molto, giocare e perdere con lui, perché la sua regia era avvincente per
entrambi noi contendenti… e poi conosceva il mondo e le traversie della
vita perché aveva ben nove anni contro i miei otto!!
Ora Masino, irrobustendosi in toto, ha lasciato a me soltanto la magrezza ed è diventato fisicamente la copia del padre, quest’ultimo era detto Gnot o Re Faruk per la somiglianza con il monarca turco. Gnot, appunto, era sempre in copia con la moglie Genia e sebbene sembrasse un
uomo d’apparenza rude era con noi tutti, sia simpatico che affabile. Noi
bimbi lo guardavamo con timore e ammirazione perché possedeva una
forza non comune. Detta forza gli permise di portarsi il frigorifero sulle
spalle per cinque piani, ma sono convinto che, come il figlio, non fece
mai uso dei muscoli per sopraffare le idee altrui ma solo per difendere le
proprie in ottica del semplice rispetto.
Masino è stato per me, il trainante carismatico che ha segnato piacevolmente la mia prima gioventù dando corpo alla mia fantasia e per que144
sto gli sono molto affezionato. In oltre mezzo secolo non ci siamo mai
nemmeno minimamente affanculati, abbiamo accettato i nostri difetti
come apprezzabili peculiarità. Ci frequentiamo con piacere e sono il padrino della simpatica figlia, Erika. Lo stimo per la coerenza filosofica,
sognatrice e morale conservata inalterata negli anni e che si può ritrovare
nel suo dinamico, intrigante e scorrevole poliziesco thriller “Se il giusto
potesse”.
Ugo
E’ il momento di parlare dell’amicone Ugo, quando lo incontrai ero
già uno della Banda. Lui era elegantemente vestito tutto in grigio, ivi
compreso sciarpa e berretto. Quel bambino, allora timido e impacciato,
divenne il mio perenne compagno di risate, di marachelle, di corteggiamenti e di futura vita vissuta.
L’amico, un giorno, venne sequestrato dai due noti diavoletti della
casa, quattro anni più ben più grandi di lui. I due lo sbeffeggiarono in
cantilena ripetendo: <<Ugo pane e sugo! Ugo pane e sugo!>> definizione
frammista a probabili colpe a lui attribuite…nessuno è perfetto e nessuno
deve mai giudicare gli amici attribuendogli nomea di Meritevole o Non
meritevole !!. Tornando agli stessi mattacchioni, eccoli perseverare nella
burla, gli gettarono il berretto sulla pattumiera, quando la stessa era ancora attivata nell’originario utilizzo. Io provai per Lui un affettuoso senso
di comprensione perché aveva un anno in meno, lo sguardo rammaricato
e sperduto, ma in special modo perché era stato emarginato dalla pilotata
e stolta selezione, accettata da tutti noi, causa le accuse fattegli dai più
grandi.
La storia, come è d’uso, ama ripetersi, ed ecco gli stessi bonari Disbela infierire nuovamente sull’amico Ugo a seguito della vecchia ruggine, e quando quattordicenne era già in età da ragazze,
I due, aggiunsero però, come variante al loro gioco pesante, il sottoscritto,
forse perché ero amico inseparabile del loro perseguitato. Ci bloccarono
dietro al cancello di Carlo Marello e, con cantilene, minacciarono di frustarci usando tubi di gomma sulle gambe, proprio mentre la sorella di
Carlo, molto bella e da noi ambita, stava uscendo dalla sua abitazione al
pian terreno. Lo sguardo sorridente e di benevola commiserazione della
stessa ci fece evincere che le nostre Azioni borsistiche, sulla probabilità
di corteggiamento, crollarono con svalutazione immediata… ma dagli
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amici si deve prendere sia il lato gradito che quello meno piacevole. Ritengo anzi che, questi ricordi di marachelle, anche se non aulici, diedero
maggior risalto ai momenti di cara amicizia subentrata in seguito, quando
le età si appianano e i punti in comune si unificano.
Per concludere vorrei dire che Ugo è l’amico carissimo che frequento
sempre costantemente con piacere e grandissimo affetto e che con allegria ha accompagnato la mia gioventù e oltre. Ispirandomi e ispirandoci
a vicenda in tutte le circostanze abbiamo raggiunto felicemente e in armonia l’ormai età matura.
Maurizio Tozzi
Il simpaticissimo e aitante Maurizio Tozzi, era la mascotte. Mauri,
per via di un fisico prestante e modellato, come quelli che si potevano
vedere sulla rivista “Vigor” (che comprava Tony Fogliatto in quanto atleta di lotta grecoromana), non le beccava mai da nessuno.
Mauri, appunto si batteva con onore nelle gare di lotta, stravincendo
perfino sul combattivo Mauro Baracco, o altri, senza baldanza nè ostentazione. Insomma era un piacere averlo nella banda. Piacere che diventò
comodità per alcuni più grandi, che, sicuramente per temprarlo, mandavano Lui a menare… pardon… a regolare i propri conti nell’isolato…
come ama ricordare Maurizio ancor oggi quando in compagnia, e senza
fare nomi, rivive quei mitici momenti davanti ad un buon bicchiere di vino.
Gianfredo
Gianfredo era tutto nervi quando lottava e lottava solo se provocato;
era il mio bravo amico che, con la sorella Alida, invitava gentilmente
Roberto e me a vedere Perry Mason in TV, trasmessa naturalmente in
bianco e nero.
Più di una volta ci trovammo, Roby ed io sveglissimi, mentre tutta la
famiglia Soncin era addormentata in appoggio o a testa china su una avvolgente poltrona o sul comodissimo sofà. Questi cari vicini proponevano,
dalle loro cavità respiratorie, un lieve ronzante sottofondo che pareva
provenire in lontananza dalla segheria di Via Gotti (di proprietà delle affascinanti sorelle Forte). In tale situazione, noi fratelli, non osavamo svegliarli per salutare e togliere l’evidente disturbo.
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Vorrei ancora ricordare, specie ai maschietti, che l’amico Gianfre
era possessore della azzurra bicicletta “Sperone” con tre cambi posteriori,
comprata nel negozio di via Borsi, grazie alla quale ho avuto la fortuna di
essere per giorni e giorni il suo compagno nelle gite ciclo-culturali fuoriporta. Lui, frequentatore della seconda media e io della prima alla Cesare Pola, ci spingemmo, ovviamente in bici, fino alla Rocca Sabauda di
Avigliana e a San Antonio di Ranverso dove nel '76 mi sono sposato, forse affascinato dall’impatto architettonico e magico, avuto allora.
Con Gianfre, nelle nostre gite raggiungemmo inoltre: San Pancrazio,
Rivoli, Val della Torre e per raggiungere la basilica di Superga, senza
cambi, feci gli ultimi cento metri a piedi spingendo a fatica la mia ritinta
bici, color arancione antiruggine, osservato dagli scanzonati gitanti giunti
con la dentiera.
Tornando alla descrizione di Gianfredo, va ricordato che aveva
grande cultura, intelligenza, manualità nei lavori e lodevole comprensione. Di un anno più grande di me, era il mio ispiratore nella creatività artistica perché sapeva disegnare benissimo sia automobili che modelle…
Chissà se furono le sue due tavole ad indirizzarmi verso il mio futuro
mestiere di tecnico stilista?
Il mio amico, era un riferimento, perché sapeva molte cose più di
me. Solo per fare un esempio: era in grado di preparare con Alida le
tempere con il rosso d’uovo secondo dettami medioevali, cosa non consueta per la sua giovane età.
Gianfre suonava anche la sua splendida chitarra a mezza-cassa e io
lo accompagnavo con l’acustica nera comprata da Roberto nel mitico
negozio di Maschio in piazza Castello. In quel contesto, inoltre, Roby investì i miei risparmi in una Eko elettrica rosso madreperlato, ma i suddetti risparmi non bastarono per l’amplificatore, quindi lo strumento divenne
soltanto un oggetto di fascino da ammirare fino a quando la sua plancia
porta-microfoni, in finta tartaruga, non si sgretolò determinandone la fine.
Con Gianfre suonavamo anche durante le uscite dal caseggiato nelle
sere d’estate. Con noi suonavano il chitarrista provetto Ruby (ex fisarmonicista) il bassista Giannino e Pierini. Quest'ultimo, chitarrista novizio,
con la sua chitarra acquistata sotto la Mole da Lajolo, contribuiva alla
scenografia con coretti e ancheggiamenti coreografici in moda al tempo.
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Solo ora mi rendo conto quanto fossi affezionato a Gianfre e di quanto gli fossi stato amico senza mai averglielo dichiarato, a causa del suo
innato peculiare e non voluto distacco apparente nei confronti di tutti.
Vorrei sinceramente abbracciarlo e dirglielo… ma...
Gianluigi
Proseguendo nel nostro racconto ecco il futuro medico Dott. Piva.
Quelle poche volte che lo incontrammo, solitario con la pallina, fu nei rarissimi momenti di libertà concessigli nell’immediato dopopranzo dai
genitori a discapito dello studio. In quei frangenti, toccò concetti opposti
a quelli spensierati e ridanciani che noi sapevamo esprimere. Quindi nel
caso lo incontrassimo alle nostre cene, al ritorno dal Veneto dove ora vive, mi farebbe piacere scoprirlo cambiato, scherzoso e compagnone,
come noi sessantenni continuiamo ad essere.
Gianni
Ed ora, è giunto il momento di parlare del brillante Gianni Poggio,
l’impareggiabile compagno di giochi e canti all’oratorio. Compagno anche di quelle pedalate che ci portarono a funghi. Gianni con soli nove
anni, procedette sicuro tra l'undicenne Masino capo fila e il sottoscritto di
dieci a chiudere la colonna dei tre ciclisti, fino ai boschi di Trana, passando per Avigliana. Nulla al mondo avrebbe potuto invertire quella formazione protettiva che ci riportò sani alle famiglie. Sani si… ma senza
nemmeno un fungo avariato da infilare nei primi e preziosi sacchetti di
Nailon che al ritorno sventolavano come bandiere dai manubri delle nostre biciclette.
Con Gianni e gli altri creammo nella mia cantina il locale di marachelle che pronunciammo Club, da li Clab per finire in Cleb come amava
pronunciarlo Gianni. A lui, il più giovane e destro dei soci, toccò il compito mirato a sopperire la mancanza di corrente elettrica nel locale con
fonti illuminanti alternative. L’astuto adolescente pensò, di suo, di appropriarsi di moccoli benedetti piccolissimi , quindi non più usabili, sottraendo li stessi al candeliere che un tempo aveva misticamente irradiato la
tremula luce sull’altare destro della chiesa di Lucento… Quello della ex
Grotta di Lourdes per intenderci.
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Al lume di quei moccoli guardavamo maliziosamente i disegni osè
dei calendarietti profumati, datici in omaggio al loro scadere dal garzone
del barbiere. Timorosi del peccato che avremmo dovuto confessare a Don
Francesco, ma curiosi, noi, sfogliavamo le dodici pagine illustrate con
Donnine in braccio ad un gorilla. Confidavamo per la tacita assoluzione
dal sicuro purgatorio, forse sulla salvatrice luce benedetta di dette candele. Sempre parlando di Gianni, ma in ben altra situazione, con le nostre
famiglie sperimentammo i piaceri del bagno nella vasca gratuita della
Pellerina. Lui, con i soli bianchi slip intimi con elastico largo, imparò a
nuotare. Io mi cimentai nell’impresa con un alto costume in lanetta nera,
bricolato in famiglia. L’indumento agonistico era sorretto da un elastico
di forma simil trenetta avvolto da maglina rossa stile “Colonia Fiat”. Così equipaggiato passai il tempo a sorreggere, con ambo le mani, il costume inzuppatissimo e procedetti quindi maldestramente tra i flutti con la
sola forza delle esili gambe. Allora non imparai a nuotare, ma adottai uno
stile personalissimo che utilizzai, sempre con lo stesso costume, quando
con la Banda raggiunsi in bici i torrenti “Rio Fellone della Mandria” o
al ”Truch d’la Miula” di Varisella.
Mauro
Gradirei ora parlare di Mauro Baracco che ricordo con affetto e piacere. Fu lui il primo ad introdurmi nel mondo musicale parlandomi del
nuovo negozio di dischi presso la casa della posta, dove mi disse facessero anche solo ascoltare, senza obbligo di acquisto, i nuovi successi “Bit”.
Tali brani erano cantati dai a me allora sconosciuti, di nome e di lingua,
“Bittlers” o “Bidols” o “Bitolls” di “Liverpul”.
Mauro era una persona informata, gentile e colta, compagno di viaggio alle superiori sulla corriera di Pianezza, di pomeriggi al cinema, di
discoteche, e di fumate di Astor da dieci. Purtroppo di Mauro non sono
riuscito a trovarne traccia nel mondo della ferrovia (forse è stato capostazione a Bussoleno). Peccato! Sarebbe stato bello poterlo rintracciare, e
come ho fatto per altri, riabbracciarlo con pacche e risate e poi cantare
insieme alle nostre spensierate cene.
Ubaldo
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Ubaldo, del tutto diverso, crescendo divenne sosia di Mazzola e
grande tifoso del Milan. Appassionato del calcio, viveva più in quel
mondo che con noi nel cortile. Lo si vedeva solo la domenica andare a
messa con il gruppo armonioso e allegro dei suoi parenti.
Alla cena per noi tutti è stato un piacere rivederlo e riscoprire quanto sia
affabile e dia piacere scherzare nuovamente con lui.
Silvio
Silvio, il mito, è un amico bravissimo, gentile e pacato. In seconda
media pedalammo fino a Chieri per far visita al suo compagno di banco
Banino, poi alle due ruote Silvio aggiunse un motore. Si comprò un Fux,
poi un Beta, ecc. ecc e quindi l’Harley nera che nel cavalcarla riusciva a
trasformare e contrarre i suoi caratterizzanti lineamenti che lo trasformavano così in un protagonista centauro.
Silvio è un grande amico che alla prima cena abbiamo avuto il piacere di ritrovare e speriamo che il lungo tragitto da Bra non lo scoraggi più
per le prossime cene! Scherzo naturalmente!
Tony
Il grandissimo Antonio Fogliatto (detto Tony) era il nostro smaliziatore. Ci istruiva sulle differenze dei sessi, sul conoscere il nostro corpo,
sugli impulsi psicologici inerenti l’attrazione provata per le ragazzine e
poi ancora sul mondo medianico, filosofico, fino a spingersi alle teorie
più ardite sul cosmo. Ci elucubrava inoltre sull’astronomia avanzata, ai
più atei segreti dell’universo... poi per concludere la dissertazione ci diceva: <<Su! Su! Andiamo a fare scoppiare le cacche coi petardi o a buttare giù il muro della Saffarona!>> Oppure: <<Che ne dite se, a sera, andiamo sul muro del cimitero vecchio a cantare con le candele accese per
spaventare i vecchietti di Casa Serena?>> o ancora: <<Che ne dite se…
ecc…?>>. Insomma, aveva in se l’amabile dualismo ritrovabile nella letteratura Stevensoniana.
Va ricordata anche la sua naturale, spiritosa e articolata attitudine didattica perchè le canzoni spinte, da lui insegnateci, hanno subito avuto
presa immediata su di noi, che in quanto ragazzini, ci rivelammo un terreno avido e fertile a tale comicità. Ora, al risentirle, torno a quei momenti dove si scopriva il mondo dei grandi e lo si correlava con le parolacce.
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Con i “zio fa” intercalati al fumo delle sigarette assaporate durante la lettura fugace delle riviste osè protette da strategiche stelline.
Va da se che io sia consapevole che vi siano didattiche migliori… ma
chi è un puro… scagli la prima pietra!
Tony, da novello tutore ci lesse, nel sottoscala di Laura Tinelli, per
tutto un pomeriggio, il poema “Ifigonia Inc…de”, scritto da universitari
scherzosi. Nel decantare tale opera ci fece imparare che la prosa piccante
e volgare, se fatta con stile boccaccesco, sapeva far ridere in rima senza
farci sentire triviali più di tanto. Comicità che ho scoperto essere ancora
d’impatto tuttora, senza ipocrisia, nei giovani internauti.
Per due volte, con lui divenimmo frequentatori della piola di Mongreno, bevemmo vinaccio mangiando 'nciue al verd, fumando e ascoltando canzonacce accompagnate da chitarre semiscordate.
Sono questi dei momenti di breve oscurantismo e di serate nelle piole
da Gadan Padan, di coretti Porno songs che ancor oggi mi fanno scioccamente sorridere. Se sento i Farinej d’la brigna, I tre Lilu o gruppi similari mi trovo a ridere da solo… o forse non solo… perché ho sempre la
sensazione di avere un vecchio amico alle spalle che le accompagna con
la tromba.
Ezio
Per tornare ai ricordi degli amici non si può non menzionare Ezio
l’avventuroso, che riusciva ad appendersi al balcone della mia camera per
nascondersi abilmente a noi girati di spalle nel tinello. La mamma di Ezio,
il giorno che dimenticò le chiavi di casa, andò quasi timidamente dalla
vicina, si fece prestare dei pantaloni del marito e da un’altezza di venti
metri scavalcò impavida dalla finestra delle scale al balcone… Ecco a
chi attribuire l'ereditarietà di tali doti di agilità e coraggio!
Ezio era anche uno sperimentatore bambino. Un giorno mi disse che,
da amante delle scienze e non disponendo della Torre di Pisa, si era accontentato di collaudare gli ammortizzatori felini di “Cicio”, il gatto di
Gianni e adottato da tutta la casa, lanciandolo in cortile dalla finestra del
primo piano della sua scala.
L’immortale gatto dominatore dell’isolato, anche questa volta ne uscì
indenne e orgoglioso delle sue doti, non rifuggì in futuro quel bambino
discolo che lo aveva messo alla prova perché lo riteneva, a ragione, un
felino suo simile ma di molto evoluto.
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Ezio e Tony, amici inseparabili, erano due bravi disbela e le loro gesta meriterebbero ben più di un semplice “mi ricordo” ma mi dilungherei
ulteriormente in numerosi capitoli.
Guido
Guido è stato il vice capo della banda e con lode sul campo. Cuore e
forza d’alpino accompagnati da simpatia indiscussa.
Lui, già allora, suonava bene la chitarra e sebbene fosse di giovane
età… la faceva in barba a tutti… ed è proprio il caso di dire che aveva un
pelo così!! Come regalo Gesù bambino gli portava le Gilette e l’allume di
rocca insieme ai cioccolatini.
Naturalmente scherzo sulla simpatica villosità precoce, che tra l’altro
tutti invidiavamo – allora – per sembrare più uomini.
Ora voglio dire seriamente che Guido era già di un intelligenza superiore, la stessa che le venne riconosciuta ampiamente in Fiat nell’ambito
del mondo ingegneristico.
Di lui ne parlo in molti capitoli, e meritatamente sempre con apprezzamenti, pertanto, per brevità, passo agli altri bambini.
Mario e Sergio
Mario e Sergio Bianchi, bravi fratelli generosi di estrazione diversa
da tutti gli altri bimbi della casa. Loro lasciavano trasparire un vissuto di
un mondo non popolare di molto diverso dal nostro. Anche il nome del
cane non era il banale Fido o Fufi che veniva dato allora di corsa tra un
osso omaggiato e una ciotola di avanzi di cucina, ma il ricercato anglosassone Ponky.
Avrei voluto frequentarli di più perché sicuramente mi avrebbero insegnato cose decisamente diverse di quelle talvolta leggere che si potevano imparare nelle vie di periferia.
Luciano e Claudio
Luciano Pernaci e Claudio Guerrina, anche loro inseparabili, erano
ancor piccoli, al tempo, affinché ci frequentassimo. Ora che ci siamo ritrovati devo ammettere che, come è sempre stato, le nuove generazioni si
migliorano in educazione; pertanto, rispetto alla nostra più selvatica e di
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barriera, è una generazione che si comporta e si esprime con modi più
eleganti e meno da periferia.
Giorgio
Giorgio Prato, asso col Bubalo, gambe secche ma scattanti. Discolo
come tutti e abile attore nel mascherare le proprie marachelle utilizzando
qualche lacrimuccia in più del necessario, astuto stratagemma che gli
concedeva il giusto intervallo mentale per studiare la successiva. Era colto, di notevole intelligenza, studioso, suonava molto bene la chitarra, piaceva alle ragazze ma il suo cuore era solo a Cassine, amava ridere ed era
decisamente autoironico.
Penso che mi fosse molto riconoscente perché lo trasformai in un
provetto goleador, poiché, mio malgrado, non riuscivo a prevedere le sue
strategiche azioni e parare i suoi tiri. (Ad essere sincero di mio va aggiunto che ero una schiappa e talvolta mi passava la palla tra le scarne gambette). Mi piace adesso ricordarlo seduto ore davanti alla tele o ricordarlo come divertente e pirotecnico compagno di giochi e di successive passeggiate da grandicelli nel quartiere. In tali passeggiate sapeva trattare
temi culturali inerenti alla politica del momento. Un caldo pomeriggio
d’agosto cantammo l’ultima del momento di Battisti seduti sul gradino
all’ombra di una della case che formavano l’incrocio delle cinque strade.
Mi insegnò il testo di Non è Francesca poi non ci incontrammo più…
quella canzone mi è rimasta la più cara… ma da me la meno suonata e
cantata…
Vanni
Vanni Chiatello, il mio ispiratore fotografico, grande cultore della
musica, amante di Radio Lussemburgo, suonatore di batteria, piglio e
pronuncia da futuro manager.
Vanni è sparito dalla casa e dagli amici sfumando come il suo concludente assolo di batteria allo stupendo spettacolo musicale del 1967
voluto da don Francesco (o don Mario) al cinema Luce.
Claudio Pellegrin
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Claudio Pellegrin, oltre che un bel ragazzo, era già allora un tipo
piuttosto brillante. Ora ha mantenuto il Phisique du role e la piacevole
comunicabilità epidermica del tempo, aggiungendovi il fascino del Tombeur de femmes. Al rivederlo con la sorella Cinzia, dopo essermi tarato
sui lineamenti aggiornati dal tempo, mi è parso di non averli mai persi di
vista.
Altri ex bambini
Altri come Gianni Tornetta (ìl meccanico di strada), Marco Cazzola e
Paolo Camperi non li ho frequentati pertanto lascio ai vostri scritti i loro
aneddoti. Ora che ci penso, del papà dei Camperi rammento che un tempo, in assemblea, propose per primo di mettere le auto in cortile. Bastarono i riecheggianti colpi di gong delle pallonate sulle portiere delle utilitarie parcheggiate, a far decadere quella funzione di Parking, attribuita al
cortile, dalla preferenza di alcuni adulti.
Il semplice Signor Camperi, di suo, barattò il posto auto nel cortile
con la non frequentazione all’area comune del suo Paolo..per carità..ognuno ha le proprie priorità… pertanto non voglio minimamente
giudicare. Di fatto però l’ombra generata dal balcone dei Bianchi, si rivelò ideale sia per il lungo macchinone multiuso di Camperi (da lì l’origine
del termine Camper?) che per il ragazzo che aveva il ruolo del portiere di
turno. Ci trovammo pertanto, solo per pochi giorni, la sorpresa infelice di
detta auto parcheggiata là dove avevamo identificato l’area per la storica
porta. Fu così che i riverberanti colpi di gong, dovuti ai rigori non parati,
superarono in numero ed in inquinamento acustico, quelli delle partite
precedenti.
Se ricordo bene, per par condicio, l’accesso al cortile venne poi salomonicamente ed inderogabilmente negato ad auto e figli.
La scoperta delle nuove amiche.
Ora è il momento dei pochi ricordi velati che mi riaffiorano del mondo femminile della casa, inizierò pertanto da Via Gotti.
Laura Tinelli, grintosa e affascinante, con i suoi capelli biondo platino, la dolcevita nera sbracciata e la gonna che si accorciava con l’uscire
di casa, piaceva tanto sia ai giovanottini quanto a noi imberbi ragazzi.
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Teresa Fogliatto, lentiggini sul naso, trecce sottili e sorriso accattivante ricordava una graziosa e affabile maestrina. Tere era simpaticamente ricercata dai maschietti più adulti, ma essendo costantemente con Piera
da testimone, molte tra le meritate occasioni di amori giovanili le furono
precluse.
Cesina Tarulli, Laura Rubatto e Alida Soncin erano molto più grandi
di noi, pertanto mi trovo privo di quegli argomenti che le coetanee scrivane sapranno ben descrivere.
Lia Mazzetti era l’affabile e diligente studentessa universitaria che
dall’intercalare colto dei molti <<Heeemm>> o dei <<Cioooè>>, appariva
lontanissima dal nostro mondo e dai nostri dialoghi a base di <<Daje! Alè!
Gamala! Pusa via!>>
Passerei ora alle tematiche dei vari giochi formativi. Inizierò con il
più piacevole che facevamo con le bambine e che consisteva nel corteggiarle a Dame e cavalieri.
Nel gioco l’affascinante Neida ci faceva sognare in virtù della sua
bellezza italo-coloniale e della sua pacata riservatezza.
Loredana (Lori), era la più assidua frequentatrice del cortile e piaceva a tutti per la spigliata simpatia, per il colore della sua pelle e per quegli occhi leggermente a mandorla che le conferivano un fascino esotico.
Ah! Che emozione accompagnarla dal lattaio!
Angelica: tale il nome tale la ragazza! Peccato che ci raggiungesse
poche volte per dare contributo, con la sua piacevole presenza, ai giochi
in cortile.
Ester era ancor piccolina ma lasciava già trasparire che nel decennio
successivo ci avrebbe fatto cadere, ad appoggio sul collo, la mascella al
solo suo passare.
Piera, mia grande e migliore amica, era una bimba che lasciava apprezzare dei futuri lineamenti di bellezza grintosa, una spigliata e simpatica risata mista ad una comicità unica, che l’ha accompagnata nel tempo,
comicità che speriamo di beneficiarne ancora in una sua costante presenza alla cene.
Tizianina (Tizi) ancor adesso, al rivederla, mi è parso che il tempo non l’abbia sfiorata, però ora, a suo vantaggio, è avvolta in un aura di donna di classe che ammaglia magnetizzando tutti noi ex bambini.
Per le Riccobene Sisters cosa dire? Complimenti e ricomplimenti. Il
Trio mantiene una già presente simpatia infantile, conservata negli anni
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meravigliosamente, e che invita ancor ora ad abbracciarle con forza e affetto.
Patrizia Bonino, simile ad una esotica donna di Gauguin, è un piacere
vederla sempre affettuosa sorridere perennemente a fianco della sorella/amica Loredana.
Gabry Pernaci, alla Cena fu Lei a dare inizio al Nostro Libro dicendomi che da tempo voleva scrivere un libro sulla casa. La cosa mi ha
spinto a suggerirle che Roby e Ugo lo avevano già parzialmente fatto
(qualcosa anche il sottoscritto) pertanto le proposi l’eventuale collaborazione. Lei ci credette con entusiasmo ed eccoci qua
La ricordo come la protettiva sorella di Lucianino, riservata e amante del gioco intelligente. Carismatica e coordinatrice del lato femminile
del cortile, Gabriella, grazie ad una non ostentata autorevolezza, sapeva
fare presa sulle bambine più giovani alla quale esse si ispiravano come ad
una sorella maggiore.
Susy Tacchella al tempo non scendeva a giocare, ma pedalava sola
ed elegante, nel cortile all’orario di cena, mentre Roby, appoggiato
all’angolo della ringhiera, la guardava innamorato e speranzoso di incontrarla nei rari momenti di libertà che Susy riusciva a strappare ai genitori.
Con gli anni in Susanna si è valorizzata la sua bellezza, l’eleganza e la
selettiva riservatezza.
Amalia è sempre stata bella, cara e simpatica come i suoi genitori.
Cecilia, quando eravamo bambini non abbiamo mai avuto
l’opportunità di frequentarci. Da signorina era bellissima e inarrivabile.
Ora al fascino di allora ha aggiunto un carisma rafforzato dalla maturazione negli anni.
Sandra Gallaon divenne una signorina riservatissima che ci faceva girare la testa al suo passare su tacchi vertiginosi. Sapeva con stile farci ricordare la spettacolare chioma biondo platino alla Patty Pravo. Spero con
simpatia di rivederla alle cene dopo almeno trent’anni trascorsi senza incontrarci.
Carluccia, la cugina di Mauri, aveva i lineamenti attraenti tipici del
gene dei Tozzi ma traslocò privandoci del piacere di ammirarla nel vederla crescere.
Patrizia Pagliero ci colpiva con la femminilità non comune che
l’avrebbe fatta diventare tra le più attraenti del borgo. Purtroppo nessuno
degli Ex Bambini sa dove sia ne come contattarla.
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Mariassunta Camperi, ragazzina molto bella ma molto riservata al
suo mondo esterno dalla casa, l’unica volta che ho avuto l’occasione di
parlale, da grande, ho scoperto in lei una piacevole affabilità non penalizzata dal perenne e totale soggiorno giovanile sul balcone.
Nel proseguire il mio scrivere vorrei chiedere scusa, alle altre ormai
donne della casa, per la mancanza di descrizioni su di loro ma sicuramente le amiche che meglio le hanno conosciute sapranno raccontare i
loro ricordi su: Franca e Magda Poggio, Maura Bosio, Cinzia Pellegrin,
Mirella Tornetta, Laura Cazzola, Roberta Rosticci, Bruna e Silvana Corrado, Susi Ponzone, Monica Guerrina, Irene Chiesa.
La casa nella casa
Passerei ora alla descrizione analitica del nostro “Stabile” a decorrere
dai giorni prima che i muri esterni “instabili” (vedi foto in quarta di copertina) venissero mirabilmente sostituiti. Il tutto avvenne perché la facciata venne edificata di mattoni sovrapposti senza l’unione trasversale, a
tratti, con i muri interni (alcuni di quest’ultimi infatti si incurvarono a loro volta). Ora con il rifacimento della facciata, va detto che ne è risultata
una costruzione di molto migliorata nell’estetica, grazie anche alla sostituzione di quei mattoni grezzi utilizzati precedentemente, mattoni simili
al muro della foto di gruppo di Gabry.
Oltre al fornirci di un abitazione moderna “La nostra casa Fiat” è
stata un secondo ventre protettivo: un autonomo borgo medioevale racchiuso tra mura, un microcosmo articolato in un susseguirsi di inanellati
luoghi di divertimento o di rifugio. Ritengo che l’armonia architettonica
di quel caseggiato abbia contribuito a infondere altrettanta armonia anche
in coloro che ne furono o ne sono attuali inquilini, trasformandoli quasi
in una parte vivente dell’abitato. Nella gradevole frazione di alveare periferico, dove noi figli dei fonditori d’acciaio avevamo trovato la nostra residenza, si potevano apprezzare sia la perfezione nelle sue geometrie che
le organizzazioni funzionali. Questo perché il progettista, che a quel tempo certo non poteva disporre di grandi alternative, riuscì comunque a rispettare i canoni di Le Corbusier, i quali avevano per vincoli: spazio, sole,
aria e verde.
Il progettista edile fece ancora di più. Nonostante il fattore limitante
del lotto di terra definito, impostò lo stabile secondo una pianta ad “L”
ma, con uno slancio di estro, smussò lo spigolo all’incrocio di via Bor157
gomasino con via Gotti a vantaggio della movimentazione estetica e della
disposizione solare interna del caseggiato. In questo modo generò anche
una armoniosa e inconsueta piazzetta, inconsueta in quanto difficilmente
riscontrabile nelle planimetrie del borgo; ne risultò che la piazzetta in
causa sembrava dare respiro all’intero stabile e migliorare la percorribiltà
dell’incrocio. Come in tutte le idee innovative anche questa richiese un
piccolo sacrificio. Il proprietario della casetta del lato opposto dovette
concedere il giardino con fontana, all’inderogabile esproprio comunale.
Questo per poter generare quell’originale piazzetta che vide gli asfaltatori
lavorare mentre noi bambini giocavamo a rubar loro il catrame tiepido e
masticarlo come una ambita gomma americana.
In alternativa al cortile, descritto ottimamente e con dovizia di particolari da Gabriella, la piazzetta in oggetto si trasformò in uno spazio vivo
e fruibilissimo anche nella fredda stagione poiché vide noi bambini (e
non solo) scivolare, al mattino, su quel ghiaccio che creavamo ad arte rovesciando secchielli d’acqua nelle più fredde sere d’inverno.
Sempre nella piazzetta ci bersagliavamo a palle di neve, protetti dalle
trincee create con la medesima, ad altezza-bimbo, dagli improvvisati
stradini, oppure ci sfidavamo a palle di fango con i bambini della casa
similare assegnata ai dipendenti delle Poste, quasi che tra loro e noi si
fosse inconsciamente rivelato l’eterno conflitto tra lo Stato gestionale e
l’industria produttiva.
A dispetto del traffico di oggi, quell’incrocio era sicuro e sapeva riproporsi con la bella stagione rinascendo di anno in anno, rendendosi
quindi adatto a nuovi utilizzi. Quando noi bambini lo osservavamo dai
nostri balconi o quando avevamo l’autorizzazione a scendere, lo potevamo vedere animarsi di biciclette, di chitarre, moto, garzoni di barbieri,
suocere, bici tipo Graziella e modificarsi in luogo complice nei tentativi
di amori.
E' difficile non ricordare i corteggiamenti di un futuro valente chimico (Ugo), che, come un romantico amante veronese, dopo aver letto una
propria poesia dedicata a…, furbescamente tentava di introdursi in un alloggio del pian terreno con agile destrezza.
Per continuare l’analisi esterna della casa, vorrei far notare che si
può nel contesto apprezzare l’abilità del progettista che, con la matita del
creativo, schizzò le prime bozze e riuscì nell’intento di rompere la monotonia di un tetto rettilineo, creando un blocco centrale che ancor oggi si
armonizza in un volume più elevato. Questo lodevole artificio estetico
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pregiudicò parte dei giochi di noi bimbi, perché la continuità di percorribilità del sottotetto veniva purtroppo così interrotta impedendoci di correre per l’intero solaio. Quasi a voler compensare detto impedimento nei
nostri confronti di bimbi, il grafico progettista della nostra casa, pensò di
ideare le cantine in modo che, almeno loro, fossero inanellate senza una
soluzione di continuità. Tale fine per permetterci così di correre, specie
nei giorni di pioggia, lungo tutti i corridoi delle cantine stesse.
Quel poco illuminato percorso, da noi definito come “ Il segreto delle
cantine” venne scoperto da Mimmo Lucà, il vice-capo della “Banda delle Poste”(e ora braccio destro del sindaco di Torino); il quale, armato di
palla di fango e appesantito dal residuo di altrettante palle ricevute sulla
sua maglia gialla, inseguiva l’allora minuto ma già scaltro Gianni Poggio,
nei meandri della cantine. Gianni velocissimo e smagliante nella sua
forma berrutiana preannunciava un’attitudine alla velocità che lo rese
futuro ed apprezzato centravanti della squadra del Lucento,
Come ogni casa può annoverare tra i condomini anche noi avevamo
l’impassibile amante della tranquillità, il quale si prodigò in assemblea
affinchè si facessero edificare quei muri interni che purtroppo divisero,
oltre la percorribilità, anche l’idea aggregante della appartenenza ad
un’unica scala per tutto il caseggiato.
Da quel momento in avanti, per i nostri piacevoli intrattenimenti ludici, disponevamo di una galleria di Pietro Micca di molto ridotta, essendo la stessa ormai non più comunicante per tutte le varie scale. Non
ci restava che usufruire e accontentarci comunque dell’area del corridoio,
prossimo al cortile, sebbene penalizzata dal sottoscala.
Quest’ultimo vano, nelle giornate di pioggia, oltre l’ospitalità, in
quanto piccolo ambiente tiepido e illuminato, ci dava anche l’accesso e
la visibilità sullo strategico cortile.
Ad una analisi più approfondita risulta quindi che potevamo disporre,
nella fattispecie, di una casa nella casa.
Avevamo per noi: l’ingresso delle portine, le soffitte (megamansarde)
per provare le prime sigarette, i corridoi delle cantine per sfogliare commentando le riviste vietate ai quattordicenni, comprate sottoetà e sottobanco dal papà di Celestino, allora giornalaio. Dette immagini intriganti,
talvolta edite in un triste e sbiadito bianco e nero, ci pervenivano più pudiche da stelline giustapposte volute dai censori benpensanti.
In tal caso ri eccomi a divagare per il piacere del dettaglio.
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Va ricordato che, alla fine degli Anni Cinquanta, per il mondo della
fede, la donna poté indossare ufficialmente i calzoni. Per contro, le gravava ancora, sia il vincolo della presenza in chiesa con le spalle coperte,
che il velo in testa ed inoltre il suo fumare per strada veniva considerato
spregiudicato e non da donna timorata.
All’epoca per tutti i credenti la carne al venerdì era vietata, l’ostia la
si doveva ingerire a digiuno e senza che la stessa toccasse i denti. I Preti,
purtroppo ora in estinzione a discapito di molte loro attività fornite e attualmente mancanti, compresa la loro presenza negli oratori, confessavano d’obbligo prima dell’Eucarestia. Gli stessi preti, si prodigavano anche
a benedire le case di porta in porta accompagnati dai chierichetti e inoltre
spalmavano sul collo segni cruciformi di cenere d’ulivo benedetto per
proteggerci dal mal di gola… quasi un esorcismo sul male di stagione. Le
suore erano costantemente presenti negli ospedali e fornivano instancabilmente moltissimi contributi sociali.
Per dovere di cronaca nel 1980 un sindaco, mio collega, marciò con
il parroco e tutti i paesani in processione per far piovere a seguito di una
penalizzante siccità. Atto e motivo altrettanto nobile… per carità! Ne
successe una pioggia inarrestabile e il fiume straripò con danni superiori
alla siccità patita.
Scusate. Come sempre vado fuori tema, e poi la fede è un dono e
come tale non è acquistabile .
Orbene, per ritornare nella “casa nella casa”, devo ricordare che disponevamo inoltre di ben due depositi con funzioni di Tavernette per accoglierci nei pomeriggi d’inverno o di sole aggressivo in estate. Parlo appunto dei depositi laterali di biciclette, semi-riscaldati per conseguenza e
utilizzabili da noi bambini fuori dai momenti di via-vai. Momenti che si
verificavano in prossimità del turno del pomeriggio da quei genitori soliti a spostarsi sulle due ruote.
Per ultimo, ma forse per primo, avrei dovuto ricordare il complice e
ombroso vano coperto sotto la discesa, luogo provvidenzialmente protetto sia dai fenomeni atmosferici che dai vigili occhi dei nostri genitori. Era
il nostro covo per giocare a dame e cavalieri, alle belle statuine, oltre che
per deposito momentaneo di biciclette.
Per brevità, vi risparmio la mia descrizione del Nostro cortile . Mi ritaglio però nel capitolo successivo, lo spazio per continuare a descrivere
e toccare argomenti meno romanzati e più “pan e furmìe”, come suggeri-
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tomi dall’impaginatore e caporedattore Roby e da Ugo in virtù dalla loro
esperienza di scrittori.
Vi aspetto per la consacrazione degli Iniziati della Banda della casa
Fiat ai suoi albori e dei danni che nel rito, involontariamente, procurarono al comprensivo sig. Fea.
Il deposito di bici/moto e la nascita della banda
I due depositi erano spaziosi e riscaldati, come già detto, dal pavimento della nonna di Gianni Poggio e del Sig. Pressa. I vani ci accoglievano illuminati dalla luce naturale dei lucernari e/o dai pochi Lux irradiati dalla fioca lampadina, quindi disponevamo dell’elettricità, ma senza il
beneficio delle infinite possibilità che ci avrebbe dato una presa a muro.
Nemmeno Gianni, futuro collaudato illuminatore del Club con candele e
ancor più professionalmente futuro specialista delle scienze elettriche,
riuscì a munirci, in là nel tempo, dell’ambito accessorio.
Inizierò parlando per primo del deposito bici/moto, quello dal lato
via Gotti, parlerò delle sue moto parcheggiate e delle nostre marachelle.
La Iso Moto grigia del Signor Fea era la più bassa e sebbene non fosse vicinissima all’ingresso era ugualmente ben illuminata dalla luce proveniente dalla portina. Noi maschietti eravamo lì riuniti a contarci e conoscerci. Eravamo stati convocati ufficialmente da Roby che era ansioso
di attuare quei suoi progetti inerenti una banda che avrebbe avuto per
nome, il nome ermetico di “Banda”.
Mio fratello era stato colpito da I ragazzi della via Pal e da La guerra dei bottoni visti insieme al sottoscritto all’oratorio nei pressi della precedente abitazione di via Boucheron 11.
Va detto che, prima ancora del trasloco, Roby, bisbigliando da letto a
letto, mi parlava della casa nuova, dei prati, del nuovo oratorio e della
banda che avrebbe voluto formare e capeggiare.
Nel Deposito delle due ruote finalmente era giunto il momento sognato: Roby prese fiato e coraggio e da vero leader si atteggiò guardandoci ad uno ad uno con autorevolezza. Creò il silenzio, poi con autorità ci
propose: <<Chi vuole entrare nella banda deve fare pipì nel serbatoio di
questa moto!>>
Non a caso Roby scelse la moto più bassa, realizzando che il serbatoio sarebbe stato più facilmente raggiungibile parametrandolo alle nostre
gambe.
161
Tutti facemmo il giuramento di sangue, sebbene di altro liquido corporale si trattasse; giurarono anche Gianni e Ugo che, essendo i più piccoli dovettero innalzarli. Nell’intento purtroppo non vi riuscirono totalmente, poiché fallirono nel tentativo di una giusta traiettoria di centraggio mirata al ridotto collo del serbatoio. Fortunatamente non era la quantità di sostanza rituale a fare il “membro” della banda, ma il coraggio del
suo gesto.
Il gentilissimo Signor Fea, non denunciò mai, in assemblea, il danno
subito. Con eleganza e rassegnazione, dimenticò il ricordo della piacevole brezza primaverile, la quale a cavallo della sua amata motocicletta, gli
aveva fino a quel momento e per molti viaggi, piacevolmente accarezzato
il viso e sferzato con complicità galeotta le membra.
L’Iso moto restò negli anni immobile sul cavalletto quasi a volerci ricordare il giuramento che ancora oggi, sebbene in chiave diversa, si è
dimostrato indissolubile per tutti noi della banda forse in virtù del motto:
Chi non ..in compagnia è … ecc, ecc.
Il muro, il prato e i lapilli
L’energia dei bambini è inesauribile e fu così che nell’ex orto di Stella scavammo un buco ad altezza di bimbo. Lo stesso, su proposta di Guido, venne realizzato a sezione quadrata, pertanto già al tempo, il nostro
vicecapo, manifestò con quest’idea curiosa un talento astratto/ingegneristico. L’ordine venne però impartito dall’allora capo della
banda Roby e noi prodighi ed obbedienti scavammo fino al buio della sera per riprendere l’attività con la stessa lena tutto il giorno successivo.
Come per le piramidi questa grande opera servì ad unirci.
Lo stratega Roberto, collaborando con il luogotenente Guido, intuì
che chi unisce un gruppo sinergico all’uso di paletta e secchiello, lo può
nello stesso modo organizzare contro le bande avversarie, sostituendo
semplicemente detti attrezzi di lavoro con scudi di cartone e lance di
sambuco, mantenendo inoltre invariate le gerarchie.
Va detto a nostro svantaggio che il Sig. Stella, a scavo del buco da
noi terminato e rapidamente abbandonato, fu indignato al solo vederlo.
Guidato quindi dal buon senso tipico dell’anziano, lavorò mezza giornata
per riempire quella pericolosa profonda trappola micidiale che tra l’altro
scavammo incoscientemente vicinissima alla cabina della gru. Ricordo
che, essendo il pannello della cabina (ivi depositata e non abbandonata)
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la nostra meta per ricercate calamite, la fossa divenne, nella dinamica
frenetica di appropriarsi di tali gratuiti trastulli, fonte di pericolosità. Rischiammo tutti di cadervici svariate volte… ma Gianni sbadatamente la
centrò in pieno! .
Un pomeriggio Roberto, a braccia conserte e gamba in avanti, si atteggiò a novello Imotep ed echeggiò: <<Costruiamo una capanna!>> Noi
dell’esercito edificatore saltammo entusiasti e esultando a pieni polmoni
gridammo: <<Daje! Daje!>> Fu così che ebbe inizio, come sempre con
grande foga, l’edificazione della storica capanna. Come materiale edile
tornarono utili i mattoni avanzati dalla costruzione del muro tra prato e
cortile, parlo di quel muro che, negli anni a venire, venne abbattuto pericolosamente, con fragore di macerie sospinte all’interno del cortile, dal
cassone in retro del camion dei giostrai.
La nostra banda in metà pomeriggio di gioco/lavoro costruì una capanna alta fino al limite della coesione dei mattoni, secondo il principio
dei Lego regalati in scatola cilindrica dalla Fiat, ma senza il beneficio
delle mortase che ne conferiscono l’incastro; pertanto edificammo ripetendo la stessa illogicità del muro esterno del nostro caseggiato. Giunti
alla struttura del tetto ritenemmo di servirci dei pali di una precedente baracca dei muratori, per le traversine, nemmeno a dirlo, usammo dei bastoni di sambuco della provvidenziale cinta dell’orto di Ambrogio. Occorre ricordare che la recinzione, per ogni idea, specie se bellicosa, immancabilmente subiva il nostro sfrondamento dovuto alla conseguente
corsa agli armamenti. La cinta, dopo il nostro prelevamento, era sempre
più obbligata a rinunciare alla sua funzione di protezione e di antintrusione.
Per riparo orizzontale, con inventiva Leonardesca, usammo dei cartoni di imballaggio, smaltiti nel prato dalla fabbrica accanto (la fabbrica
dei “Lapilli” per capirci), conseguentemente per coibentare il tutto usammo quelle alte erbacce rigide che infestavano il prato.
Finalmente la costruzione fu eretta e il vice-capo, Guido Ruento, che
aveva dato già allora stupefacenti imbeccate architettonico/ingegneristiche, ne dette con orgoglio l’agibilità.
Nel silenzio meditativo la banda ammirò la costruzione con lo stesso
occhio ammirato di Eiffel.
Ma si sa che le notizie tra i bambini hanno le gambe lunghe e fu così
che il capo dell’avversaria “Banda dei Napuli”, eticamente e moralmente
toccato dell’illegale e sfacciata edilizia abusiva che deturpava il borgo,
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demolì agevolmente il manufatto con una labile spinta laterale, lanciandoci intimidatori sguardi di sfida. Noi restammo, come sempre, tutti uniti
anche nel vederci distruggere la nostra “Seconda Casa”, e, poiché non
ancora addentrati nel mondo della violenza, facemmo quadrato sgomenti
attorno al nostro capo incredulo e basito.
Il giorno dopo, ripresi dal sopruso inaspettato e gratuito, decidemmo
di dichiarare loro guerra. Masino, con fare altero e rincuorante, si offrì
volontario e impavido per il ruolo dell’ambasciatore, poi l’eroico amico,
procedette a passi misurati verso la gloria. Truce in viso, armato sia di
una sfidante spavalderia cavalleresca che di un coltellino (con la Mole
Antonelliana stampata) occultato in tasca, si avvicinò a distanza di sicurezza al capo della fazione avversaria.
Franco dei Napuli, il moralista etico demolitore, resse lo sguardo
mentre le due bande, schierate fronte a fronte, e armate con provvidenziali manufatti, invocavano frementi la guerra. Masino con voce impostata e
confortato dalla nostra presenza, esclamò, ancor memore del film Ivanoe:
<<Volete dunque marrani la guerra? Allora che vincano i migliori!>> Poi
aggiunse, in modo lapidario: <<Se guerra volete guerra avrete!!!>>
E guerra immediata fu!
Il nostro povero ambasciatore non fece tempo a finire la frase che
venne malamente risucchiato e trascinato sparendo nell’orda. Dopo soli
due minuti, a seguito dell’onda d’urto dovuta al fragoroso impatto tra i
belligeranti, le fragili lance Ambrogiane si spezzarono, i cartoni protettivi
si piegarono e persero la loro funzione di scudo. Entrambe le fazioni, loro malgrado, accettarono quindi un disarmo non voluto.
Nella piazzetta, sulla polvere alzata e sui resti della battaglia, regnò
un irreale silenzio. Senza proclami altisonanti, le non più bellicose bande
si ritirarono e demotivate tornarono tristi a testa bassa ai loro alloggiamenti… o a casa per la merenda.
Ed eccoci mogi, a sedere con la schiena appoggiata contro il muro
del cortile che faceva da confine con il prato, mogi e raggruppati a commentare l’esito della battaglia. I capi ormai strategicamente disorientati,
per risollevarci, iniziarono a ricordare le vittorie con le palle di fango ottenute nella battaglia precedente. Addussero, psicologicamente, le colpe
di questa nostra recentissima non vittoria: alla sfortuna, alla fragilità dei
bastoni, all’indebolimento delle fatiche edili e non per ultimo alla paura
che apparissero i severi genitori alle finestre.
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Per scaricare l’eccitazione e per cancellare dai suoi occhi quello che
una signora definì sguard d’asasin, Ezio si arrampicò sul muro e vi
camminò per tutta la lunghezza più volte. Dall’alto il bimbo-gatto promise nervosamente una sicura vendetta e, con stile carpito al gatto della casa Cicio, saltò ai nostri piedi. Noi, taciti e sfatti dalla battaglia, ne apprezzammo ugualmente l’agilità.
Dall’invitante mucchio di immondizie industriali a ridosso del muro
dell’officina, Tony, in fibrillazione, andò a rifornirsi delle materozze di
plastica di scarto dallo stampaggio dei fanalini posteriori della Fiat 600.
Eccitato, incendiò il metacrilato con gli inseparabili fiammiferi di legno e
nel tentativo di migliorare la sua mira, forse per un futuro scontro con il
nemico, fece cadere i lapilli sulle malcapitate lucertole del prato.
Le poverine, all’avvicinarsi di Tony, scapparono ritornando indenni
ai loro rifugi nel muro, salvandosi così in extremis. Gli scattanti e mansueti rettili, ormai in perenne allerta dal lungo fuggire alle mie e alle nostre dita intente a catturarli, si rivelarono anche in quest’ultimo frangente
scaltre e fortunatamente imprendibili.
Mi dilungo un attimo nello spiegare il nostro gioco di caccia grossa
che consisteva nel prodigarsi all’introdurre le lucertole nelle bottiglie per
portarle a casa e giocarvici domesticamente. I quadrupedini, ampiamente
codati, venivano pertanto utilizzati da noi in luogo dei giocattoli non
pervenuti, o ottenuti centellinati con grande morigeratezza soltanto a Natale. Inoltre i poveri mini coccodrillini avevano anche imparato fortunosamente a fuggire, lungo i muri esterni della casa, alle fionde minacciose
di Ugo e mia puntate entrambe perennemente su di loro.
Rieccoci a Tony che, non riuscendo con le lucertole, dispensò alle
cosce di noi piccoli qualche ustionante lapillo, inviato senza cattiveria ma
con studiati lanci balistici. L’amico pare dicesse di agire psicologicamente su noi al solo scopo militaresco-formativo mirato all’indurimento del
carattere dei giovani combattenti.
La banda, come sempre ispirata dalla fantasia di Tony e ancor calda
della battaglia (e dai lapilli…sic!), cercò unita di progettare armi incendiarie da guerra a base di plastica fusa ma, a differenza di Archimede,
dette armi a catapulta non vennero mai costruite e comunque non sarebbero servite. Dopo quella disfida le due bande non belligerarono più, anzi,
convissero in armonia secondo intuitive e non dichiarate suddivisioni del
territorio.
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La bealera
Per noi della casa, senza la bealera lungo la quale giocare, l’isolato
sarebbe stato incompleto e banale come avrebbero potuto essere i Luna
park di Lucento o quello di Madonna di Campagna qualora non avessero
avuto l’accattivante e magico autoscontro.
Dall’altro lato del piccolo corso d’acqua, abitava il nostro amico
Sandro Breme (detto Ciaky), Sandro era quel ragazzo timido dai capelli
ispidi e occhi sognanti che, tra i mille divertimenti, gareggiava sempre
spensierato con noi alle Olimpiadi della Banda. I giochi consistevano nel
cimentarsi, senza premi, a chi era in grado di saltare il fosso o a chi riusciva a formare, mingendo ad arco, il più lungo ponte liquido che collegasse le due rive.
Noi atleti di barriera venimmo, nostro malgrado, sorpresi in quelle
posizioni, a schiene inarcate e a reni contratti, dagli innocenti sguardi di
Maresa e Silvia. Le stesse che, insieme alle sorelle Forte (della segheria),
erano occupate ad accarezzare un gattino coccolone passeggiando in via
Magnano. La vergogna di essere stato colto nell’atto della prestazione
parabolica, in Plen air, mi perdurò negli anni a venire facendo si che orientassi, nel futuro, le mie attenzioni giovanili ad altre presenze del
mondo femminile del borgo, autocastigandomi così con grande severità.
Tornando al mondo della bealera, dall'altro lato della stessa, era stata
edificata senza gusto la casetta del Maestro Garino, secondo una anonima architettura spontanea . L’uomo piccoletto, baffuto e imbrillantinato
alla Mandrake, incuteva in noi il rispetto che merita un mito della musica.
Il maestro era l’insegnante di chitarra classica del diligente Giorgio Prato
e inoltre insegnava ai Trappers, di Corso Toscana, a suonare anche la recente e innovativa “Chitarra elettrica”.
Accanto al musicista abitava una cara vecchina che, al solo vederla,
dava un’amabile sensazione di tenerezza. La smagrita nonnina, battezzata
Stringhini dall’acuto Guido, a causa di una magrezza senile associabile
visivamente ad una stringa da scarpe, si trasformò in una aggressiva macchina distruttrice, quando, spettinata ed armata di scopa in saggina, demolì la diga da noi edificata nel tratto della bealera a lei prossimo .
La abbatté perché noi, come pazienti e operosi castori, guidati dal
competente e futuro Ing. Ruento, edificammo e puntellammo con impeccabilità quello sbarramento della bealera (diga) che mise a rischio di allagamento la casa della spaventata e attempata vecchina. Al grido di batta166
glia della nonnetta, che magari allora aveva la mia attuale età, se non meno: <<Lasciate andare l’acqua al suo destino!>> fuggimmo impauriti verso
le protettrici mura Troiane della casa, mentre l’anziana vittoriosa, brandendo la scopa come un’arma Achea, continuò labialmente e in modo esagitato a minacciarci da lontano.
Sebbene si fosse verificata la poco eroica fuga, nessuno mai avrebbe
potuto in seguito tenerci lontani dal ruscello amico, poiché, l’alberato
corso d’acqua, sapeva offrirci tanto di tutto comprese le avventure che
includevano lo scenografico giro della bealera che descriverò. Era
quest’ultimo un percorso che costeggiava il corso d’acqua serpeggiando
tra gli orti fino al praticello dei Gori e di lì proseguiva in Via Borgomasino e oltre, permettendoci così un giro accattivante dell’intero isolato.
Ugo ed io eravamo di casa lungo quel sentiero. Si era diventati maestri nel gareggiare con modelli di barchette abilmente bricolate, utilizzando omaggiate assi da cantiere modellate e spinte successivamente dalla
sola forza della corrente. In seguito, presi dall’entusiasmo e dall’estro
creativo, vi aggiungemmo elastici propulsori, ricavati da scarti di camere
d'aria, donati dallo zio di Fiore. Detti elastici erano provvidenziali per
imprimere velocità alle eliche metalliche delle barchette ma anche ai sassi lanciati dalle fionde. Il gioco nautico descritto, di volta in volta, veniva
incrementato e finì solo quando le imbarcazioni divennero dei penosi relitti che si fecero dimenticare e facilmente sostituire, con altrettanto slancio, da oggetti che avrebbero generato rivalità in altre sfide. Sfide lanciate, per esempio, nel forare le foglie larghe con quella stessa fionda che
religiosamente, vent’anni dopo, ho restaurato per giocarvi con mia figlia
(unico ricordo fisico rimastomi di quel tempo).
Il sentiero della bealera lo percorrevamo sempre in chiave avventurosa, ma in modo particolarmente eccitante con il regista Masino; per
l’amico, era un percorso insidioso nella jungla e a me piaceva viverlo in
totale apprensione con lui. Ci si avventurava entrambi armati di arma
bianca, la mia consisteva in un piccolo coltellino a serramanico con lama
in ferro e manico crepato di madreperla color squami, mentre quello di
Masino era un mega coltello con affilatissima lama (non regolamentare) e
manico fasciato in cuoio con terminale in alluminio lucido per blocco custodia. Noi eroi improvvisati procedevamo lentamente con l’inseparabile
fionda alloggiata nelle tasca posteriore destra, le pietre nell’altra tasca
posteriore e in ultimo l’arco e le frecce strette nella mano sinistra. Forti
del nostro coraggio avanzavamo guardinghi e ricurvi alla ricerca di
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“qualcosa”, comunque di un imprevisto che ci aspettavamo obbligatoriamente pericoloso. Masino mi faceva immaginare con abile recitazione,
anche gestuale, i nemici in agguato, i serpenti velenosi o costrittori e ogni sorta di pericolo che avremmo a fatica sopraffatto, grazie al suo coraggio e alla mia fedele collaborazione.
Ormai quel luogo nascosto è sparito, totalmente inghiottito
dall’urbanistica implacabile. Oggi, anche volendo ripercorre il giro della
bealera, in bici o a piedi, non sarebbe più possibile… e tuttavia qualora
lo fosse, sicuramente avrebbe perso quel fascino di avventura. Certamente i ragni, i maggiolini, il pappagallo smarrito (trovato con Ugo), le more
e il ribes non potrebbero coinvolgerci nelle emozioni con quello stesso
magnetico pathos indimenticabile con il quale fummo rapiti allora.
Le lucciole nel sacchetto e il praticello
Non par vero, ma noi abbiamo passato serate attratti dalle lucciole.
Non parlo di certo delle corpivendole dispensatrici d’amore prezzolato
che professavano sullo stradone per Savonera, come ai maliziosi verrebbe
da pensare. (NB: due nostre coetanee brunone del borgo, ma non
dell’isolato, vi esercitarono in futuro). Per lucciole intendo invece quei
surreali animaletti che ci sorpresero con luci monocromatiche lampeggianti, e, con il loro posarsi silenziose sui cespugli, sapevano attrarre le
nostre fantasie nel buio delle sere d’inizio estate, riproponendoci la stessa magia che infondono da sempre le luminarie nelle festività care ai
bambini.
Le graziose lucciole si potevano trovare all’inizio del giro della bealera o nel praticello delle Lotte, per intenderci quello quasi di fronte alla
villa dei Gori, quello che Cecilia guardava con curiosità dal suo balcone
chiedendosi cosa mai facessimo così lontani dalle voci delle mamme
sempre in apprensione .
Come potrei non spiegare alla nostalgica Cecilia l’utilizzo del praticello? Ebbene, questo luogo veniva utilizzato per le gare di lotte di disfida essendo più lontano dagli occhi vigili dei genitori rispetto al prato di
Stella. Le gare pertanto ebbero inizio su quel piccolo tappeto verde di
erbetta morbida, seminata da mani che un tempo ne ebbero cura e attenzione prima di doverlo abbandonare all’incuria e a noi contendenti.
All’inizio della prova di forza, Masino, anticipatore per eccellenza, per
scaldarsi scelse di lottare per primo contro di me e mi vinse facendomi
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toccare le spalle a terra: io indenne fui eliminato e lui con le mani fiaccate dalle mie sporgenti ossa passò dolorante in finale a scontrarsi con
Gianfre.
L’incontro successivo vide la singolar tenzone tra Mauro e Maurizio
Tozzi (la mascotte). Maurizio, che ancor oggi è un grande figaccio con
mascella maschia e con tutti i muscoli marmorei al punto giusto, stile
personaggio delle fiction, in pochi secondi ebbe la meglio su Mauro. E
così, di atleta in atleta, fummo con rigore olimpionico classificati in scaletta.
Ricordo che, dopo cena, ritornammo per le riverifiche a seguito delle
classiche polemiche del dopo gara e ad attenderci nel praticello, per affascinarci con i loro magici aloni, furono proprio le piccole lucciole in precedenza descritte.
Volle che, uno di noi, forse Gianni, il perenne ricercatore di nuove
fonti luminose alternative, avesse con se uno dei primi rari sacchetti di
nailon pieno di pietre per la fionda. Al che, nel vedere i luminosi insettini,
Gianni, con momentanea egoistica possessività, riempì di lucciole
l’involucro per utilizzarlo come lampadina a fonte ecologica. Era un gioco stupido, ma noi abituati a giocare con pochi giocattoli e con molte mosche, lucertole, topi e boje panatere, non pensammo mai di essere malvagi ma al limite diversamente ludici.
Fu così che in breve la luce si spense e ci restò in mano un floscio
sacchetto con una dozzina di neri simil-chicchi di riso, che non emisero
più i loro poetici segnali nella notte.
All’assistere al triste evento, il cane lupo dei Gori, da sempre intento
ad abbaiare al minimo pretesto, dimenticò il suo stile altero e spocchioso
ed emise un lungo ululato che sfumò sotto al chiarore della luna.
Si sa che il volano del gioco è duro da fermare, pertanto ci avviammo
alle fogne in costruzione di Via Borgomasino, quelle nel tratto davanti
alla casa del vecchio postino. Erano queste le stesse fogne che si collegavano con quelle di Corso Toscana in un labirinto non del tutto da noi
esplorato. All’occorrenza Mauro, nel percorrerne le tubazioni a ferro di
cavallo in cemento preformato, tra lo stupore di tutti, estrasse dalle tasche
dei calzoni corti all’inglese, una micro pila portachiavi a luce artificiale.
Rimasi molto stupito da quella innovativa meraviglia voltiana, purtroppo
assente in casa nostra, e che per anni sperai di trovarne una simile nel
pacco natalizio Fiat. Con mio rammarico non la trovai mai e alla luce di
ciò crebbi all’oscuro di molte innovazioni.
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La pipì non trattenuta
A gentile richiesta della unicissima Piera Fogliatto, impagabile e fascinosa compagna di risate sul filobus 38, vi commenterò il più vergognoso aneddoto che mi espose, innegabilmente, al pubblico ludibrio.
Un pomeriggio, non minacciati delle giuste e colorate urla di un
condomino turnista, si organizzò la gara d’equilibrio in bici. Eravamo
presenti quasi tutti noi maschietti, mentre ad assisterci, in quanto novelli
cavalieri, c’era un folto pubblico femminile.
Le regole erano semplici: chi toccava terra coi piedi era squalificato.
Come in un palio medioevale necessitò che ci inseguissimo, con destrezza, nella singolar tenzone ed intimorirci in cotal disfida con il rumore
martellante delle coreografiche percussioni. Ottenemmo tale marziale effetto sonoro pizzicando sul telaio della bici numerose carte da gioco tramite mollette da bucato.
Noi sfidanti ci riscaldammo facendo giri completi, dando così dimostrazione di abilità all’attento pubblico femminile; fregammo talvolta
ruota contro ruota in velocità, e di poscia nel proseguio finimmo
all’uopo tutti affiancati a spintonarci lateralmente con studiati colpi di
bacino, senza mai poter appoggiare i piedi a terra. Sicchè, nel fervore della tenzone della novella giostra senese, cademmo a domino rovinando a
catena l’uno sull’altro ..senza però appoggiare appunto i piedi per terra… quindi nessuno perse!!
Datosi che i pedali si conficcarono tra i telai, nei paracatena o nei
polpacci dei contendenti, Mauro Baracco, a cavallo della sua stupenda
bici giallo metallizzata, gridava: <<La mia bici nuova! Alzatevi! Ho un
pedale sul polpaccio! Mamma che male! Mamma! Mamma!>>.Ai penosi
richiami, apparve, la mamma di Mauro disperata. La signora Baracco dal
balcone del terzo piano con classe e ricercata voce nasale lanciò un echeggiante: <<Mauro! Meeuro! Ma cosa fai? Meeuro! Insomma... fatelo
alzare, ragazzi! Alzatevi che gli fate male… Dai… Dai!>>.
Io gli ero molto amico, ma nonostante gli sforzi pelvico sacrali, non
riuscivo ad alzarmi. Ero a cavallo della mia semplice bici color rosso ossido, non metallizzata (ma metà ruslenta) e cercavo come tutti i gareggianti di divincolarmi. Eravamo, per nostra sfortuna, come incatenati indissolubilmente l’uno con l’altro in un groviglio di pedivelle, manubri e
guaine dei freni. Ugo e Masino, che sono sempre stati maestri nel farmi
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ridere anche nelle situazioni ove cercavo con forza di trattenermi superarono in tal frangente se
stessi. Bene: quella volta Masino, con
il pedale incastrato della sua bici, ritinteggiata rosso sangue, mi rideva
nell’orecchio facendomi così l’efficacissimo vibrante solletichino auricolare. Nel mentre Ugo, dal canto suo, con studiata cabarettistica e consumata comicità, mi mitragliava di spiritosaggini pigiando suo malgrado
con la punta del gomito le costole di Masino. Io appesantito dal peso di
entrambi gravavo totalmente incastrato sulla schiena e sulla bella bici di
Mauro. Povero me fanciullo! Disperato nell’ammasso di bici, tra i lamenti generali e sotto gli occhi delle dame… come avrei mai potuto uscirne?
Ricordo, come fosse ora, duettare Mauro e la mamma in infervorati virtuosi supplici vocalizzi via etere tra cortile e ringhiera; mentre noi, prigionieri di noi stessi, da impotenti, sentivamo inesorabile scorrere gli interminabili minuti mentre soffrivamo e ridevamo sdraiati e incastrati.
Nel mentre le ragazzine guardavano attonite la patetica scena come damigelle incuriosite e deluse dal nostro non riuscire a divincolarsi.
Il colpo di grazia me lo diede il cane di Mauro, detto “Rasck”, il quale,
oltre che abbaiare a se stesso come era uso, quella volta, nella fattispecie
cimentandosi da emulatore di Rin Tin Tin o Lassie , fuoriuscì con la testa
dalla ringhiera del balcone e lanciò, i suoi latrati <<Rasck! Rasck!
Rasck!>>. L’affettuoso quadrupede propose così un sinergico duetto con
le laceranti suppliche della Signora Baracco. Al che, il mio ridere, fu
dapprima un semplice singhiozzo, diventò poi un riso isterico quindi si
generò in un sibilo fastidioso ed in ultimo si trasformò vergognosamente
in un muto mugolio simil canto del gallo appagato. Da impotente, e per
l'ultima volta della mia vita (speriamo), sentii le giovani reni essere attraversate da una lieve e piacevole scossa elettrica. Causa il mio troppo ridere non mi riuscii di contenermi, e, ormai sottoposti a dura prova, quei due
organi fedeli mi tradirono in una brevissima, ridotta ma evidente tiepida
minzione. Il breve rivolo attraversò insinuandosi a mio dispetto nel taglio
laterale di quegli slip di marca e di moda allora, che mia madre mi comprò a Natale dalla mercandina di Corso Toscana per farmi fare bella figura e non di certo il contrario. La prova fisica e tangibile del mio ridere
proseguì inesorabile, sebbene in piccola quantità, fino a raggiungere il giro-coscia dei miei calzoncini corti color sabbia chiara per poi generarsi in
una piccola macchia scura sia sul tessuto che sull’asfalto .
Per alcuni giorni sull'asfalto ghiaioso a fianco alla discesa, che tante
nostre cuti ha abraso, perdurò quella piccola macchia a forma di rene,
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macchia che avrei potuto coprire con la tanta ghiaietta, ma che lasciai a
vista perché per me fu la testimonianza concreta del nostro piacevole stare insieme e della felicità spensierata di quel giorno di risate.
Va da se che se ci fosse stato, nell’immediato, il gioco di “Dame e
cavalieri” avrei ricoperto immancabilmente il ruolo del cavaliere solitario,
questo sarebbe perdurato almeno fino ad esaurimento del ricordo
dell’onta autocreatasi da un cavaliere non definibile propriamente…
“senza macchia”
L’Osteria del Peso
Nella nostra migrazione all’oratorio, talvolta passavamo in fila indiana sul marciapiede sinistro di Via Lucento, dove inchiodati sul muro
dell’Osteria del Peso si potevano vedere, stampati a colori sui pannelli di
lamiera, le novità e i costi dei gelati.
Solitamente però, per raggiungere il più economico bar dell’oratorio,
dove uno stick costava, credo, dieci lire, preferivamo percorrere Via Lucento dal lato dell’ex campo da pallone… appunto del Lucento. L’ampia
spianata ormai dedicata alle giostre o al calcio era ancora recintata dalle
sopravissute siepi di confine, le quali contornavano anche il piccolissimo
Kiosko di Gnaciu, nato dal riutilizzo della vecchia biglietteria in legno.
L’uomo, sfidando le leggi dell’ergonomia, riusciva a non incastrarsi
con l’altrettanto prosperosa moglie negli spazi ristretti del kioschetto. Il
tegliarolo, agilmente, sapeva girarsi con destrezza nell’ambientino mentre ci serviva, con la giunta facoltativa, la farinata-bella-calda o il meno
apprezzato castagnaccio detto gnaciu (da lì l’impietoso appellativo storico affibiato al venditore).
Va ricordato che Gnaciu, grazie allo scaldateglie a pedali, riuscì ad
allargare i suoi orizzonti commerciali fino a quella discesa di via Nole
che conduceva alla scuola elementare Margherita di Savoia. Il grassoccio
signore diventò così di fatto il primo artefice della globalizzazione lucentina. L’uomo, ristorandoci, offriva con spirito di commercio a noi studentelli, per sole 10 lire, due pezzi di farinata senza carta a brevi mani , e
per ben 12 lire, oltre alla carta, ci concedeva il diritto alla soggettiva
Giunta, che doveva essere obbligatoriamente pre-richiesta all’atto del pagamento. La giunta poteva toccare il tetto massimo di ben due fette.
Noi studenti: Gianni, Sandro, Ugo, Masino e il sottoscritto andavamo
ghiotti di quella semplice tortillas di ceci, d'altronde lo siamo ancor oggi,
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forse perché sempre legati al quel bel ricordo. Al tempo, golosamente
divoravamo la specialità fino all’ultima oleosa briciola per poi leccarci le
labbra alla gatto. A seguito, impeccabilmente sensibili all’igiene, gli studenti come Gianni, delle classi prima e seconda, pulivano le dita già succhiate sul nero grembiulino evitando di sporcare la gala azzurra, mentre
quelli come noi, dalla terza alla quinta, agivamo sulla maglietta blu rispettando i fiocchi di lana.
Ritornando pindaricamente all’ex campo da bubalo (pallone) del Lucento, ecco la spianata, dopo il suo abbandono ufficiale, rivelarsi a noi
ragazzini, come un’ area piena di pietre affioranti. Tale area era comunque ben utilizzabile nello specifico, per noi della casa Fiat, per continuarvi il ciclo delle partite. Detti cicli di incontri calcistici domestici,
causa eccessivi risvolti rumorosi ed incompatibili con il meritato sonno
dei turnisti, ebbero fine nella Casa, lasciando così, per sempre e con tristezza, le mura dello stabile per svolgersi appunto nel menzionato campo del Lucento.
Le partite nel campo si interrompevano ciclicamente con l’arrivo delle giostre (Luna Park) in occasione delle festa celtica dei santi patroni
Bernardo e Brigida. Santi austeri in statua, ma che per anni furono ricordati da noi con grande leggerezza come una simpatica e festante coppia
di fatto, in virtù dell’allegra usanza estiva che li accompagnava .
Proseguendo con il percorso verso l’oratorio, ricordo che facevamo la
deviazione per vedere i prezzi delle consumazioni al khiosko arrotondato,
in alluminio violetto, stile American Graffiti, allocato strategicamente al
capolinea del “13”. Il curatore vi praticava prezzi proibitivi, perché astutamente sapeva sfruttare la necessità di dissetarsi propria dei viaggiatori
che avevano percorso in tram, la tratta da Ponte Isabella sul Po fino al
Santuario di Lucento o per recarsi al Castello o alla scuola agraria Bonafus. (Luminare botanico benefattore francese).
Va detto che i sedili in legno, circolari e lucidi, installati sul tram 13,
scaricavano sui fondoschiena dei passeggeri i sobbalzi delle rotaie. In
questo, e solo in questo caso, i meno abbienti beneficiavano delle spesse
toppe gluteali, allora ancora in uso e senza troppa vergogna, che fungevano da ammortizzatori sociali . Va evidenziato che tali toppe si rivelarono anticipatrici di costose mode trasgressive future, sfociate allo strappo a vista, che per noi fu oggetto di vergogna.
In estate, dal tram, si vedevano scendere i passeggeri assetati e dirigersi subito all’oasi del viaggiatore, mentre noi li imitavamo rivolgen173
doci però, per placare la nostra sete costante, al gratuito toretto. La taurinense fontanella verde era anch’essa nei giardini, e da lì, potevamo
nell’immediato, vedere l’apertura del cancello dell’oratorio.
All’attesissima apertura, eseguita sempre da Don Francesco, noi rumorosi
ci fiondavamo in gruppo, quasi travolgendolo, per potere entrare per primi e beneficiare fino al crepuscolo del gratuito Luna Park a forza muscolare.
L’oratorio, don Francesco e Gavino
L’oratorio era per noi il secondo cortile di casa dove, al posto dei
genitori, la sorveglianza era affidata alla amabile severità di don Francesco e poi dal subentrato pacato Don Mario.
Tra gli intrattenimenti meccanici il più frequentato era quello che più
comunemente chiamavamo il passo. Consisteva in due catene ancorate in
cima ad un palo e in basso vincolate a snodo ad asta orizzontale in legno
atta a concedere la seduta.
Tali quattro economici marchingegni, che concedevano comodamente un posto bimbo per seduta, giravano attorno ad un palo consentendo,
come un sistema planetario, di orbitare attorno ad un centro con movimento di rotazione. Contemporaneamente ogni bambino poteva, da seduto, anche girare sul proprio asse; fu questa una cosa che affascinò, influenzando sicuramente, lo studioso Guido… nulla nasce dal nulla. Il
gioco del passo sfruttava la spinta delle nostre gambe sia per girare che
per innalzarci o per conferire la velocità necessaria ad afferrare in volo la
catena del passo antistante e quindi far scendere il manovratore per far
salire un nuovo competitore.
Ricordo inoltre la giostra azzurra in lamiera, le altalene tradizionali,
il richiestissimo scivolo generatore di schiamazzi e lividi e in ultimo il
calcio-balilla anch’esso gratuito, le cui palline (spesso autosparenti) erano gestite dall’attivo Davide l’assistente.
Nella saletta a fianco a quella del catechismo, Franco Lucà, divenuto
negli anni mio amico, dimostrava già di essere un leader nel campo musicale creandosi in loco i presupposti per l’attitudine che lo portò ad aprire il Folk Studio nel centro di Torino, la Maison Musique a Rivoli e a far
esibire Bob Dylan a Collegno. Con il suo andarsene tutto ciò si sta purtroppo ridimensionando.
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Tornando all’oratorio e alla gestione dello stesso, va ricordato
l’onnipresente e prodigo Gavino che collaborava instancabile da tuttofare
sapendo spaziare dall’arbitraggio, ai consigli di spogliatoio nei campionati di calcio, alla funzione di addetto alla proiezione dei film al cine Luce e in ultimo al cimentarsi da maestro del mitico Boschetto
nell’instradarlo nel mondo della celluloide.
Per rompere la monotonia, divagando a spot alternati, ricordo ai lettori che grazie a questi rudimenti, Boschetto riuscì a girare scene storiche
di vita lucentina ove appaiono timidamente, immortalati in un attuale
DVD, gli amici della casa Gianni e Fiorenzo ferventi in processione…
(Gianni mi pare avesse già allora una candela benedetta in mano!?). Ma il
vero capolavoro di Boschetto è ancor oggi un lungometraggio cult intitolato Angeli dell’inferno. Il filmato riprende le gesta storiche delle Aquile
di Lucento : film-verità caro a Masino che, dei mitici e storici bikers periferici del capolinea del 13, ne ha rinforzato ulteriormente l’importanza,
ne ha ristilizzato il logo, ha creato rapporti che hanno reso solidale ancor
di più la fratellanza e il rispetto dei vari gruppi motociclistici, per i colori delle Aquile di Lucento e i loro ideali on the road.
Per lasciare la divagazione e tornare all’oratorio, ricordo con affetto
che l’attivo don Francesco era il nostro vero grande riferimento e fu un
vero peccato quando lasciò il borgo per andare missionario in Argentina
a far felici altri bimbi sicuramente più bisognosi d’affetto di noi tutti.
Amerei ancora dirvi che nel campo della fervenza mistica Masino,
Gianni ed io, sfidammo la blasfemia, servendo la Santa Benedizione serale, per lunghi periodi, solo per poter appagare il nostro apparato gustativo
con il Ciocorì (Cioccolato e riso) datoci come compenso da Don Francesco. Il tutto cessò quando la congiuntura ne fece alzare i prezzi e la tavoletta ghiotta in questione successivamente passò di moda.
All’oratorio, vi si andava anche in inverno, beneficiando del riparo
dei coppi del portico (ora chiuso con muri) sotto il quale si poteva giocare al calcio-balilla anche in caso di neve. Lasciando alle spalle l’inverno
e l’oratorio, con l’arrivo dell’estate, come si sa, tutto è più bello e chi ne
aveva la possibilità andava con la colonia Fiat al mare a Marina di Massa
o a Igea Marina. Chi nel borgo, non potendo disporre di questo privilegio,
in alternativa poteva iscrivere i figli alla colonia parrocchiale di Savoulx.
( la stessa nella quale 35 anni dopo mia figlia andò a fare l'animatrice volontaria).
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L’oratorio, nato grazie ai lungimiranti Don Sales, Don Bosco e Domenico Savio, è stato, per quelli della nostra generazione, un luogo formativo e protettivo. Resterà pertanto sempre nel mio cuore tra i migliori
ricordi dell’ormai mia lontana infanzia.
Il benzinaio abbandonato e il Pentò
Da bambini, quando si aveva sete, non si entrava in un bar ma si andava direttamente al toretto, quello davanti alla Cooperativa di Nereo in
Via Lucento, angolo Corso Toscana. Da quella posizione, dal lato opposto dell’incrocio, ci pareva molto invitante l’osteria del Camulet perché
serviva ogni nuova bevanda americana o tutta la gamma di gasatissima
Spuma.
Tale vecchio caseggiato ci appariva scuro e misterioso, come un luogo da grandi. Noi, rimasti all’epoca del baratto, in tasca avevamo solamente coltellini, corde, fionde, pietre ma non di certo dei soldini per bibite, scommesse o tantomeno per i luminosi giochi a pagamento. Il denaro
era per noi un accessorio domenicale, pertanto il portafoglio ufficiale mi
arrivò con l’autorizzazione di usare la macchinetta da barba di mio padre,
fruita in modi diversi, ma sempre per villosità, già da tutta la famiglia,
tranne il gatto “Cino”.
Quando i pomeriggi diventavano più lunghi ci spingevamo a bere fino a metà di corso Lombardia, al toretto che zampillava tra le rose degli
orti sorti di fronte ai capannoni della ormai chiusa Produzione Cinematografica.
Un giorno, mentre si faceva con Ugo, Masino e Gianni un giro in bicicletta, ecco nello spartitraffico due nuovissime pompe di benzina e un
piccolo casotto-ufficio. La piccolissima stazione di rifornimento, lucente
nelle sue vernici accattivanti e cromati contatori, brillava in attesa di una
inaugurazione che non era ancora sopraggiunta nell’arco del mese intercorso dal termine dei lavori.
Notammo che una delle due pompe aveva già il vetro infrangibile già
“infranto” e che alcuni ragazzi erano intenti alla frantumazione del secondo gridando: <<I Diamanti! I Diamanti!>>. Noi, con grande serietà e
autodisciplina non ci unimmo ai soliti monelli discoli, sebbene gli stessi
menzionassero come pretesto per loro discolpa del gesto vandalico, il
presunto fallimento del benzinaio. Ancora noi, giudiziosamente come
sempre, ci allontanammo a fare pipì allineati contro il muro degli Studi.
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Fu così che apparvero tra le ortiche, una ventina di tubetti di untuosissima crema per capelli Pentò, probabile sottomarca di una sottomarca del
Brill Cream.
Fulminati sulla strada di Damasco ci armammo di tubetti e fino ad
esaurimento scorte fummo il terrore lubrificatore del quartiere.
I due ideatori e untori iperattivi erano Ugo e Fiore, Ugo lo era in
special modo, io seguivo loro più timoroso a ruota. Le imprese eclatanti,
solitamente avvenivano nel primo pomeriggio e senza di me che raggiungevo entrambi a sera causa il dilungarsi dei miei orari scolastici. Da parte loro, essendo ansiosi di attuare gli appena ideati progetti non riuscivano ad attendermi. Ricordo che, una sera a fatto avvenuto, mi raccontarono di aver aspettato davanti ad una casa di via Borgomasino, l’avverarsi
delle loro minuziose strategie.
Vengo e mi spiego: avvenne, secondo i piani, che un' inquilina,
nell’entrare nel condominio sotto mira, impugnò la maniglia della portina
sporcandosi di crema per capelli poi vide il rimanente sporco vermiforme di grasso fuoriuscire dai lati della maniglia. Nell’esitare a muoversi,
la basita, alzò gli occhi con un gesto che le fece leggere un foglio incollato sul vetro con dette minacce: <<Se non scendete a patti con noi ungeremo tutto lo stabile.>> Firmato: Untore Quarto e Untore Primo.
La donna incredula e carica delle borse della spesa, salì la scala
dell’ingresso e nel guardare le buche delle lettere le vide sfacciatamente
unte con meticoloso accanimento sui nottolini. Salì pertanto borbottando,
causa la posta trasformata in simil carta da pizza bianca, e
nell’impugnare di fretta la maniglia dell’ascensore si sporcò nuovamente.
Disperata e unta salì sull’ascensore, vide la pulsantiera decorata
anch’essa con svirgolate di crema, come una squallida torta da matrimonio. Chiuse costernata la portina che arrestandosi ruppe silenziosamente
una fialetta puzzolente messa all’uopo dagli esigenti untori perfettini. La
disperata donna salì incredula pensando che forse l’odore imperante di
uova marce provenisse da qualche prodotto in borsa comprato a risparmio al piccolo mercato di via Forlì, ma questo non ci è dato sapere.
Ugo è sempre stato un grande creativo, ideò tra l’altro anche
l’innaffiata d’acqua, nella quale usammo impropriamente le siringhe del
nonno di Fiore e/o la bottiglietta in plastica dello Streptosil per gli zampilli che generammo dalla galleria del cinema Jolly (ex Lucento). Fu questa una bravata alla quale partecipai divertito e affascinato dall’effetto
scenografico degli originali “getti e luci”.
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Mi turbai solo quando mi partì, con il getto, l’ago della siringa che
brillò nello zampillo illuminato dal fascio del proiettore …
Il primo piacere del fumo
I grandi fumano, pertanto se fumiamo, anche noi siamo grandi.
Fu questa la filosofia che ci spinse a fumare. Iniziammo prima con la
polpa del ramo del sambuco approntata con forellino longitudinale passante per il tiraggio.
Masino, di fisico più forte e amante delle forti emozioni, provò a tirare una nota da un tubo di gomma nera smaltito dalla solita officina di
Ambrogio. Vedendolo tossire con gli occhi arrossati, Gianni, impietosito,
diede mano alla paghetta lanciandosi a comprare un pacchetto di Mentola
dal tabaccaio della chiesa.
Purtroppo Gianni procurò i soldi per le sigarette, ma il gruzzoletto
non era sufficiente per i fiammiferi, pertanto ci facemmo accendere la
prima sigaretta da un passante comprensivo, che aveva le classiche due
dita gialle di nicotina del fumatore di allora.
Continuando a fumare attraversammo i prati e riparammo contro il
muro del cimitero vecchio a gustarci il piacere di essere grandi. Noi, novelli fumatori, non disponendo di altri fiammiferi ci fumammo il pacchetto da dieci accendendo in sequenza sigaretta con sigaretta fino all’ultima
del pacchetto.
La sera don Francesco aspettava Gianni e il sottoscritto per le solite
prove del coro: fui escluso al primo vocalizzo per quel vocione che il prete attribuì al cambiamento immediato della voce, dovuto al mio rapido e
precoce sviluppo giovanile.
Era stato comunque entusiasmante sentirci grandi fumando, e fu così
che fummo disposti a ritentare con i mozziconi di Sax, di mio padre, raccolti di nascosto da me nel posacenere. Masino, Ugo, Gianni assistevano
impazienti mentre io caricavo la pipa in radica, inutilizzata da mio padre,
con quella bruciacchiata mistura composta di tabacco, cenere e nicotina.
Alla prima pipata d’assaggio spettante al sottoscritto preparatore mi
sembrò di fumare carbone e carta di petardo. Come in altri casi la genialità ci venne in aiuto. Anche quella volta la fantasia mi sorresse suggerendomi di aggiungere gocce dell’unico profumo a disposizione in casa…
“la lavanda di Roccavione”, che avrebbe dovuto conferire al tabacco il
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piacevole profumo dell’apprezzato e snob “Clan” e la sua relativa scia di
fragranza esotica.
Per la seconda volta ripipai con decisone, per ben predisporre il fornello in radica, e in casa si formò un odore sacrilego di mobili da sacrestia, di candele e di miccia. A seguito di ciò, un nocivo fumo violetto simil-incenso vagò compatto e sfacciatamente curioso per tutte le stanze.
Da quel giorno don Francesco mi sconsigliò definitivamente di ritentare
per l’ammissione alle prove nel coro delle voci bianche per la festa parrocchiale.
Io ero uno sperimentatore, pertanto moderatamente come sopra descritto avevo sperimentato nuove essenze. Al mio amico Masino la parola “moderazione” lo ha sempre fatto sorridere in ogni frangente e la narrazione dei futuri eventi gli renderà merito.
Un giorno, l’ancora ragazzino in cerca di forti emozioni, dopo aver
letto la rivista Giovani volle provare l’effetto delle droghe leggere che
fumavano i figli dei fiori. Il nostro amico, usualmente non violava in nessuna forma la legge, ma in quel frangente affidò a noi, suoi sottoposti,
l’incarico di farlo estasiare con la droga, ovvero con l’origano della Pizza
Catarì. (Non conoscevamo le tipologie.. del fumo illegale allora agli albori)
Masino, dopo avere preso furtivamente nella cucina della sua pazientevole mamma la droga (aromatica), la passò sottomano a noi. Il rito si
svolse nella mia complice cantina, adibita a Club, e alla fioca luce delle
candele benedette procurate da Gianni. Purtroppo la pipa di mio papà,
usata precedentemente fumando la micidiale mistura tabagica, era stata
ormai resa inutilizzabile dai forti odori pirici e di lavanda carbonizzata,
pertanto ci chiedemmo come risolvere la situazione.
Ed ecco ritornare la genialità che ci ha accompagnati nella vita. Presi
la capace pipa in plastica, (vinta al tiro a segno alle giostre in piazza Vittorio) con fornello solo parzialmente in alluminio e la caricai con la bustina dell’origano creduto da sballo. Dopo tale rito il fornello della pipa
risultò essere semivuoto. Andai quindi in casa,come un puscher a prendere la camomilla per non disattendere il desiderio di Masino per un intrigante assaggio trasgressivo .
Il destino ci mise lo zampino perché avevamo già fumato, in passate
marachelle, la camomilla di campagna dei Ronchi di Cuneo e il vaso di
vetro era ahimè vuoto. Il benefico fiore rilassante era dunque finito, pertanto mi appropriai della Bonomelli solubile zuccherata, quella che mia
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madre serbava, per noi ragazzini, qualora ne avessimo avuto necessità da
febbricitanti influenzati.
Tornato in cantina la pressai quanto basta, mentre Masino diceva:
<<Mi raccomando, che sia forte!>> E forte lo fu ben più del desiderato.
Al calore del fiammifero lo zucchero si caramellò con la camomilla
mista all’origano cosicché i due genuini alimenti fecero una fiammata
maligna che fuse la pipetta in plastica, generando un ulteriore fumo satanico che Masino, avidamente e prontamente, aspirò con un lungo tiro
degno di un hippy di Woodstock.
Non vorrei sbagliarmi, ma penso fu quello il periodo che la madre
preoccupata lo portò più volte a fare le visite per la tosse insistente.
Sempre nel campo del fumo, nel quale avrei superato in peggio Masino, decisi di spendere parte della poca paghetta in una sigaretta comprata dal solito tabaccaio della chiesa. Chiesi al venditore una Nazionale
esportazione sciolta (pacchetto verde). Mi venne venduta dentro un sacchettino che pubblicizzava la BIC. Con mielosa cortesia savoiarda domandai se mi avesse fatto accendere, ma il freddo negoziante disse che il
costo del fiammifero superava il guadagno della vendita della sola sigaretta. Perseverai proponendogli: <<E se le ridò la bustina?>> L’uomo non
mi rispose e tornò a riordinare gli scaffali.
Uscii ed incontrai un fumatore, che cortesemente mi fece accendere
sulla punta “rosso demonio” della sua Carlo Erba (sigarette mediche alternative dal gusto disgustosamente inibitore).
Anche quella volta, all’appuntamento con Masino davanti al cinema
Luce, non riuscii ad essere all’altezza del mio ispiratore perché mi presentai ostentando tra le dita la mezza sigaretta bruciacchiata spenta e maleodorante, mentre dalle fauci emettevo afrori polmonari odor posacenere
del Rastel Verd.
Il petardo e il dinamitardo
Sebbene più giovani, eravamo ormai accettati con grande affetto dal
nostro Lucignolo Tony. Il Leader, come il pifferaio magico, ci condusse
fino ai sentieri degli orti nell’area Corso Toscana prima del Villaggio.
Furono questi scenari che lo videro, affiancato dal creativo Masino, in ricerche balistiche mirate ad esplosioni fecali provocate dai petardi. Con
tale scuola stavamo crescendo tutti e in tema di polvere da sparo, per certo, Giorgio Prato aveva ancora molto da imparare dal maestro Tony, seb180
bene il simpatico Giorgio avesse già nel suo curriculum l’incendio del
letto nella camera al pianterreno di Ambrogio, padrone dell’orto del papà
di Masino. Per dovere di cronaca va detto che, all'interrogatorio, il giovane discolo a sua discolpa disse: <<La finestra era aperta e volevo solo vedere se funzionavano i fiammiferi antivento appena comprati!>>
Giorgio, sebbene lo ambisse, non era certo un esperto del mondo pirico come lo era Tony. Infatti, per nascondere l’ingenuo appropriarsi di
monetine dal cassetto della cucina, il discolo, staccò tutti i proiettilini Superbum per infilarli circospetto nella propria tasca, gettando poi scaltramente in un tombino la confezione che li conteneva. A metà pomeriggio,
l’attrito sviluppatosi nella tasca, a seguito del caldo estivo e delle incessanti corse frenetiche, fece sì che la Maracas pirica gli si incendiasse in
velocità trasformando il poverino in un involontario maratoneta fiaccolato. Per contro il bravo Giorgio, era in situazioni più calme, di piacevole
compagnia, inoltre ci stupiva anche come abile chitarrista e di colta conversazione.
Ripensandoci, Tony non era il vero Pietro Micca… o Miccia del giro
degli amici. Aveva chi ben invidiare nella figura del ragazzo omonimo
che per distinguerlo lo chiameremo Tonio 2.
Quest’ultimo era lo storico amico di Fiorenzo, divenuto immediatamente, a pelle, anche nostro. Tonio 2, avendo trovato in una miniera in
montagna un candelotto di dinamite e volendolo conservare per chissà
quale premeditato trastullo, per timore che il severo padre lo scoprisse,
pensò un’abile stratagemma. Con un lievissimo margine di rischio, occultò l’esplosivo professionale per tutta l’estate nella stufa spenta, della cucina, tra i ciocchi di legna. Detta stufa, venne considerata dal nostro amico prudente come posto sicurissimo nella calda stagione, ma giustamente
da evitare con arguzia nel periodo invernale. Questa ponderata avventatezza casalinga confermò l’amico Tonio 2, ai nostri occhi ipercritici, come la massima autorità al top nel mondo degli esplosivi.
Nel frattempo stava confermandosi, alla grande, nel cerchio dei nostri
migliori amici del borgo la figura di Fiorenzo, il figlio del tabaccaio di
via Lucento. Fiore, come era comunemente chiamato da tutti noi, reduce
dalle frequentazioni di Tonio2, divenne ispirato ideatore e capoprogettista di missili domestici ad alto potenziale balistico. Il tecnico amico seppe farci costruire, con potassio, zolfo, carbone, zucchero e micce
artigianali a lunga durata, una serie di missili che occuparono molti nostri
sabati pomeriggio .
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Pensare a Fiore, l’anima cheta, senza né occhio né lingua, come lo
definiva mia madre, rispettandone con affetto la creduta timidezza, mi fa
ora ricordare con quale vergogna io uscii cacciato dal farmacista del capolinea del 13. Quella sera io, dopo avere chiesto al medico anziano un
etto di salnitro che sarebbe mendacemente dovuto servire a mia nonna
per l’insaccamento dei salami, venni deriso da tutto lo staff della farmacia. Rivedo ancora ridere sotto i baffi i mandanti Ugo e Fiore nelle vesti
de Il Gatto e la Volpe mentre esclamavano con finta innocenza: <<Ma
Claudio! Possibile che non abbiano creduto nemmeno a te?>>
Il missile però si doveva fare e necessitava, oltre il pericoloso e vietato salnitro, quel potassio che acquistammo sotto forma di pastiglie che
vennero pestate in giusta misura… ma ci serviva soprattutto un tubo molto resistente. Fiore, dietro il suo mesto apparire, suggerì genericamente di
prenderlo da una bici. Io identificai l’oggetto del reato nella bici del povero signor Gennai che, agganciata nel deposito della casa, si presentava
abbandonata e coperta di ragnatele, quindi invitante per la bisogna. Per
amore della scienza, resi la due ruote da uomo in una inutilizzabile e mutilata bici con un anomalo telaio da donna, come la definì il malcapitato
accusandomi successivamente con bonarietà toscana .
Il pover’uomo, ci scoprì perché ormai non più giovane, in una soleggiata giornata primaverile, si ricordò della sua bici Becana (Bici) e dei
suoi muscoli motori rilassati e mancanti di sport. Felice e con il berrettino
con visiera da sole in testa scese nel deposito. Alla vista di quella profanazione seppe immediatamente, e con istinto toscano, di chi sospettare.
Gennai si affrettò quindi a raggiungere il campanello della nostra porta e
dopo avermi fatto chiamare Papà ci accompagnò a vedere l’audace mutilazione. Era davvero un brav’uomo e trovò nella mia semplice risposta
la soluzione ai dubbi che gli erano sopraggiunti. L’anziano, incredulo, ci
rivelò di aver pensato ad un messaggio ammonitore per chissà quali colpe
compiute in un passato lavorativo. Sciolto da me esaustivamente il dubbio, l’uomo sollevato e nuovamente sereno, mi donò con fare benevolo
anche la sella della sua ormai inutilizzabile novella bici da donna. Dono
talmente generoso e immeritato che per me e noi tutti fu peggio di uno
schiaffo. Da allora all’incontrare Gennai abbassai sempre lo sguardo...
come feci per molto tempo nel vedere circolare una bici da donna.
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Ester in bicicletta e il feramiù
Il Sig.Fea, oltre che padre di una bella ragazza, era un gran signore.
Sua figlia, Ester, fece storia tra noi maschietti quando, con dinamismo
pedalatore, ostentava sulle due ruote la sua splendida abbronzatura. Era
un’abbronzatura lucida dovuta ai tonificanti raggi del sole di Bergeggi
che, a quel tempo, erano ancora filtrati dall’ozono. La bronzea cute era
inoltre impreziosita dagli odorosi unguenti che emanavano profumo di
agiata spiaggia a pagamento.
Ester Fea, l’affascinante ragazzina, col crescere cresceva anche in
bellezza, ma mio malgrado, rispondeva ai miei sguardi, solo con vago
smarrimento. Lo stesso smarrimento lo ritrovammo negli occhi di suo
padre alla nostra richiesta di non vendere al “Feramiù”, dopo anni di stazionamento nel deposito bici/moto, la sua Iso Moto arrugginita. Gli chiedemmo sfrontatamente di non venderla ma farcene gradito dono.
Ad Ugo e al sottoscritto, il Sig Fea appariva anziano, ma era allora
di molto più giovane e ben più aitante di noi oggi. Era anche amante della
Sua Moto come ora lo sono Masino, Ugo, Gianni, Silvio e il sottoscritto.
Immaginatevi, cari motociclisti, cosa penseremmo noi se il contributo
renale, emesso da noi per la prova di coraggio e confluito a suo tempo nel
serbatoio della ISO, fosse stato rabboccato ai giorni nostri in una delle
nostre moto. Sarebbe veramente impensabile e imperdonabile! Eppure al
tempo, alla nostra richiesta il Sig.Fea, con grande umanità e, dall’alto
della sua comprensione, ci guardò con fare quasi paterno e ci disse: <<Va
bene ve la lascio ma non fatevi solo del male! Mi raccomando, ragazzi!>>
Orbene, proprio noi colpevoli delle minzioni ossidanti beneficiammo
anni dopo, dell’oggetto della nostra colpa.
Quella fu una lezione di vita che ancor oggi ci è d’insegnamento e
che ci alleggerisce solo in parte dal peso del rimorso.
Si diventa grandicelli
Ormai il monopattino, i giochi a dame e cavalieri con Lori, Neida,
Angelica, i trin-trin, lo scubidù, il cicles del giorno dopo, le macchinine, i
Dragster costruiti su idea di Masino, e ancora i paligia, le figu, le bije di
plastica con dentro le foto dei ciclisti, i distributori di bije dei ciclisti e/o
noccioline, gli sciroppini coloratissimi in botticini con biberon, l’acqua
Viscì perennemente in tracimazione, il chinotto e il “Vov” casalingo, il
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giocarsi i giornalini Capitan Miky, Black, l’Intrepido, il Monello ecc. a
sette-e-mezzo, i razzetti dei Mods contro i Rockers, i tirascartocci (tirapive) con scartoccio rinforzato sulla punta con la colla rinsecchita, oppure
con l’ago o con lo scotch, per proseguire ancora con i coltellini, l’arco
di raro bambù, le pistole ad acqua, il sogno di una bussola, il buttare giù
il muro della cascina della Saffarona, la ricerca di tesori nelle cantine della stessa, secondo mappa falsificata impeccabilmente da Ezio, i carnevali
in maschera dell’oratorio, le dispettose palline (di segatura) in stoffa colorata con relativo elastico, gli album di francobolli, la liquirizia di Legno
dell’erborista di Via Valdellatorre, i pomeriggi con la maraia nelle sale
cinematografiche dei cinema Lucento, Alba, Roma, Apollo, Diana, e ancora i petardi, al ritorno dal cinema Edera, nella buca delle lettere della
parrocchia di Madonna di campagna e l’arresto momentaneo dei Carabinieri di zona, i Roy Rogers con placca dorata avvitabile nella tasca posteriore, i mini-pool semi-fosforescenti abbinati ai pantaloni bicolore… e
così via… erano per noi ormai un ricordo alle nostre spalle.
Stavamo diventando adulti. Si tentava di vestirci bene e di far colpo
sulle ragazze alla domenica davanti alla chiesa, ostentando serietà. Vi dirò pertanto che a quel tempo, prendendo la corriera Pianezza/Alpignano
si poteva scendere a Porta Pila e da lì raggiungere la non lontana Marus.
Va ricordato che il magazzino della Marus era la meta per
l’abbigliamento abituale di noi figli degli operai. In quello spaccio, a
prezzo scontato Fiat, potevano abbigliarci alla moda (o quasi) come gli
agiati figli degli impiegati. Alcuni di noi talvolta uscivano con pantaloni
con una gamba con sfumature di una nuance di colore impercettibilmente
diversa dall’altra, con una giacca con occultata cucitura difettosa o con
un bavero privo d’occhiello. Noi clienti eravamo al corrente
dell’anomalia, ma sapevamo in egual misura che gli articoli di ottimo
tessuto avrebbero fatto di noi degli elegantoni della domenica. Nel magazzino in questione la svendita era storicamente a prezzo fisso ma mia
madre, che era solita chiedere comunque lo sconto, un giorno, in virtù
dell’ammontare della spesa, si sbilanciò con garbo e chiese al commesso:
<<Lei che è così gentile, mi toglierebbe qualcosa?>> Il giovane commesso
con uno slancio di spirito le rispose: <<Mia cara signora!... Se proprio
vuole le tolgo gli altri due bottoni ugualizzando così ambo le maniche
della giacca del suo caro figliuolo!?>>
E sì! La domenica ci si vestiva a festa, e mio padre, che ci teneva
all’eleganza, era uso rivolgersi da anni allo storico sarto, il signor Acuto
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di via Passalacqua, per abiti su misura come ai tempi della preproduzione in serie degli stessi. Per contro non faceva il difficile nei
giorni lavorativi, quando si recava con locomozione a pedivella fino alle
siviere di Via Cigna, vestendo con una mantella antitutto blu decisamente “casual”.
Papà pedalava ogni giorno. Nel periodo scolastico, con il presentarsi
per il turno delle quattordici, amava propormi un passaggio in bici fino
alla scuola elementare Guido Gozzano di Via Luini. Io frequentavo la
quarta elementare ed ero già attratto da una bella bambina della quinta di
nome Armanda. Mio padre consapevole del suo look fu proprio lui a
propormi, con intuizione, di scendere un isolato prima. Io, dopo aver abbandonato la sua due ruote, lo seguivo con sguardo affettuoso, nel suo
ritmico allontanarsi fumando, mentre probabilmente sorrideva di me benevolo sotto ai suoi baffetti bianchi. Lo seguivo fin quando la sua figura
non si fosse confusa con le tante biciclette dei tanti turnisti che sarebbero
a presto diventati possessori di una schioppettate utilitaria.
“Rastel Verd” e i “Sunadur”
Mio padre, detto dagli amici Pinu, non avendo mai posseduto un automobile, cercò un ritrovo, raggiungibile a piedi, dove recarsi con mia
madre per trascorrere i pomeriggi festivi. Cercò pertanto un’osteria ove
incontrare altri lavoratori con i quali parlare di politica, giocare a carte e
bere in compagnia un quartino di rosso.
In gioventù Papà era stato rappresentante della commissione interna
delle fonderie Fiat di via Cigna. In quanto tale, essendo molto attivo e
coerente nel ruolo, talvolta ebbe la sensazione di essere stato penalizzato
nella carriera. Mio padre, informatissimo e assiduo lettore di quotidiani,
inibito così nel suo pensare, al suo uscire dalla fabbrica, come molti altri
lavoratori, aveva trovato nelle osterie quell’ambiente operaio e politico
che lo faceva sentire a proprio agio.
Va detto appunto che le osterie, in origine, oltre essere quel luogo
frivolo di ritrovo che sappiamo, divennero già dall’inizio del secolo le
sedi di incontri per i molti lavoratori. Nelle osterie anche i lavoratori meno rappresentati trovavano una loro sede illuminata, riparata e calda ove
organizzarsi. Il “Movimento Operaio” fece i primi passi proprio nelle
vecchie piole. Tra fumo e bestemmie non mirate, non era raro che i passaparola degli avventori fossero anche il mezzo occasionale per assun185
zioni, affitti, contrattazioni e volantinaggio politico. Detto ciò, mio padre,
nella sua ricerca, si rivolse per primo al Bar dei Combattenti, quel locale
che era all’angolo di via Foglizzo con via Magnano. Le luci al neon, i
mille colori delle macchinette mangiasoldi, i flipper e i tirasegni con bersagli fluorescenti non erano in linea con l’ambiente che desiderava. Si rivolse quindi alla già descritta Piola del Camulet, dove adesso c’è la farmacia quasi all’angolo di corso Toscana. I liquori americani, i bigliardi,
le scommesse e i calciobalilla lo convinsero non essere il Camulet un
ambiente per lui.
Finalmente trovò nel Rastel verd l’osteria consona che gli permetteva di giocare a carte, bere e chiacchierare. Con i nuovi avventori sperava
di professarsi ormai apolitico e pentito di essersi schierato, un tempo,
dalla parte di un mondo che stava ormai sposando cambiamenti di comodo ed un evidente degrado politico. Trovò facilmente l’ambita osteria, su
indicazioni del Signor Poggio. Papà seguì la stradina in diagonale dopo
il bivio di corso Toscana e via Lucento costeggiando il negozio della Cooperativa della mamma di Nereo, divenuto il futuro ristorante “Tre denari”. Per intenderci era quella la stradina che porta, ancora oggi, al ristorante “La Lucciola” dove Tony e Denis fecero il loro scanzonato pranzo
di nozze invitando molti di noi della banda a rallegrare la festa.
Tornando a mio padre, eccolo finalmente felice di aver trovato nel
Rastel verd i colori della vecchia piola, quella con vino grosso da Cartunè (carrettiere), con chitarre, fisarmoniche, arachidi (bagige), n’ciue al
verd, salame con pelle inclusa. Trovò anche, per ultime, le partite a bocce che avevano per posta an mes liter da divide tra i giugadur. Talvolta,
in detta piola, succedeva che qualche bestemmia non intenzionale,
all’ombra della Topia, (tettoia di foglie) facesse parte dell’atmosfera che
circondava i giocatori di carte, perennemente incavolati ma pronti a riconciliarsi tra una giocata e l’altra. Lo stesso capitava sia per i cantanti
girovaghi, detti i Sunadur, o per i tradizionali clienti incalliti e amanti del
vino in compagnia. I “Sunadur viandanti” apparivano come i fiori a primavera e si ritiravano al sopraggiungere dell’inverno, data la loro vita
all’esterno. Gli avventori li salutavano con ingenue battute talvolta sboccate, ma erano questi i mali minori assolvibili con tre Ave Maria e un Pater Nostro da qualsiasi religioso. Va detto, a dovere di cronaca, che in
quegli anni, per i peccati mortali gravi, occorreva scomodare il Vescovo
in persona per averne il perdono. Era questa una formula in uso per inti-
186
mare giustamente a non peccare ed assolvere ingiustamente i “drugant”
(malfattori) che si fossero mostrati munifici verso le casse del clero.
Tornando alla piola, tra gli abituè folcloristici, ricordo che il filosofo
tornitore Mariu Ferrero diceva di essere ben più timoroso di quei fulmini
atmosferici, che avrebbero potuto colpirgli la piccola Boita piena di ferro
e torni, che dei fulmini divini dovuti alle bestemmie scappategli giocando
a scopa. Un’altra vera istituzione era il capo officina della Fiat, il signor
Pressa, il quale per non sistemare l’attempata madre nel vicino ricovero
“Casa Serena”, scelse la compagnia del vino, sposandolo a vita, e senza
mai litigarvici.
Il Rastel Verd annoverava tra i suoi musicisti un’abile fisarmonicista
donna mutilata ad un mano e con un copri moncherino di cuoio, un chitarrista di buona volontà, un agile batterista con lenti spessissime e con
campanacci sudamericani ed in ultimo un cantante gorgheggiatore bello
e imbrillantinato.
Al Rastel Verd, guidati da Tony e Denis, andammo anche noi della
banda ormai cresciuti. Eravamo tutti avidi di atmosfere alternative Gucciniane, ma dopo pochissime nostre frequentazioni chiusero quella sopravvissuta piola, lasciandoci soltanto il ricordo bohemien di
quell’osteria alla De Andrè. Negli anni successivi, memore del Rastel
verd, individuai come base di partenza per le discoteche, la fumosa Vineria Trombetta di Corso Tortona, della quale il padre del mio amico Ernesto era proprietario. Oggi purtroppo la vecchia piola al posto del vino astigiano e tomini di langa si è convertita in “Pizzeria” e serve mozze e
pummarola a nuovi clienti.
Allora, a noi giovani ex sessantottini, l’osteria offriva, un’aura di
snobbismo contestatore anticapitalistico. Lo offriva “facilmente” anche a
noi avventori provenienti della casa Fiat, che, “non per scelta”, non siamo
mai stati qualunquisti facenti parte degli odiati capitalisti possessori del
detestato ed egoistico borghese eccesso di capitale.
Per concludere, voglio dire che, purtroppo la magica atmosfera del
Rastel Verd non l’ho ritrovata nemmeno nei locali di via del Campo o in
via Prè, lungo vicoli della vecchia Genova. Ora, non a caso, ecco a ritrovarci nostalgicamente nella Piola della bocciofila di Lucento ove è ormai
d’uso per noi ritrovarci festosi nei ciclici ritrovi annuali degli “Ex Bambini della casa Fiat”.
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Uscire dal quartiere
Intrigato dalla dissertazione di Ugo, sulle bande inglesi, ne propongo
il seguito, sebbene il sottoscritto non disponga della capacità letteraria del
biologo scrittore .
Vengo e mi spiego! Il cortile della Casa era stato il primo luogo ove
le bande condominiali dei Mods e dei Rokers dettero la loro prima prova
di abilità e rivalità.
Si aggiunsero a breve, ad allargare il territorio di azione delle due
bande, il marciapiede della casa, le escursioni nelle vie del circondario e
la frequentazione dei bar rionali, ed è proprio di quei giorni che vi vorrei
parlare.
I brani musicali più grintosi e gettonati, che si sentivano in materia,
erano Uno dei Mods e Atto di forza n°10. Erano questi brani che trattavano storie delle periferie inglesi impregnate di pugni, sfide, ambulanze,
moto, arresti, catene e donne stivalo-minigonnate. Noi, figli di lavoratori
padani, seduti sulle selle delle bici o dei motorini, commentavamo questi
futuribili 45 giri, e lo si faceva in compagnia di ragazze non fasciate da
minigonne vertiginose né tantomeno sfacciatamente stivalate. Ascoltavamo inciso sul vinile, le situazioni di quel mondo violento a noi ancora
alieno, mondo che ci faceva sentire corretti, apprezzabili ma un po’ troppo figli dell’oratorio. Ci sentivamo purtroppo ancor lontani dal tanto
bramato amore libero e disinibito, che avremmo dovuto, secondo i testi
delle citate canzoni, assaporare con una compagna dal look tutto cuoio
acciaio e tatuaggi.
Nei cinema di seconda visone, allora proponevano film come Violence, ove un padre sputava in faccia al figlio e quest’ultimo gli restituiva il
tutto centrandolo in viso. Dal mio, lo vidi e ne uscii colpito sebbene non
condivisi quel mondo così violento e da me così distante. Però mi piacquero moltissimo le loro moto cromate, le musiche Country e quei panorami della California da loro frequentati; panorami che, grazie a questi
stimoli giovanili, da adulto ho avuto la fortuna di ammirare, fotografare
e comporre per loro ballate dedicate a tema.
Ad aumentare il nuovo sogno dell’impavido eroe in moto, o solitario
o in branco, vi era, sul fornito banco del padre di Celestino (il giornalaio),
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il fumetto Teddy Bob che creò molti emulatori e addirittura, se non sbaglio, ispirò un film minore girato a Cinecittà.
Nacquero, tra noi della casa, in questo nuovo contesto emergente,
due filosofie adattate alle nostre realtà, del tutto antitetiche:
• Rokers = Ragazzi in motorino = Violenza, ma con giustizia, legame stretto con il gruppo, sbarbine toste all’altezza del centauro, birra , patatine e cibi piccanti.
• Mods = Ragazzi in bicicletta = Pedalate, complessino con
canzoni da dedicare alle ragazze, libertà nei componenti
all’interno del gruppo, speranza nell’amore romantico alla
Gianni Morandi, Chinotto, Cola, Spuma Pizza e Farinata.
Queste nette distinzioni, che non concedevano sfumature intermedie,
portarono noi ragazzi alla creazione di queste due fazioni descritte, che,
insieme al nostro cambiare e con il crescere in età, ci avrebbero involontariamente separati disgregando così precocemente l’indissolubile “Banda della casa”.
Va da sé che due capi con caratteri così forti, singolari e giusti nel
modo di vivere la loro vita senza ledere l’altrui, non avrebbero certo potuto convivere, in sintonia, in un' unica banda. All’ombra di Masino (Rokers) e Gianfredo (Mods), i due capi delle nuove e subentrate opposte fazioni, c’eravamo noi, quelli più giovani di un anno. I vecchi capi storici,
come Roby, Guido, Ezio e Tony, in quanto più grandi, si erano ormai allontanati dal nostro gruppo e, più che alle bande, si dedicavano giustamente al corteggiamento delle ragazze per la città o ballando gli sacke o
i lenti nell’ex Piper del centro di Torino.(Presso Cinema Reposi)
Noi più giovani, eravamo in fase di maturazione, acerbi nel carattere,
sballottati dagli eventi e confusi su quale identità riconoscerci come linea
guida di vita. Non era raro vedere i due capi rivali minacciarsi e fronteggiarsi sul marciapiede per eccesso di energia giovanile. A me la cosa disturbava, ritenevo fosse così bello suonare nel complessino di strada di
Gianfredo la romantica canzone che faceva: <<Mi piace immaginar - che
tu - mi chieda un giorno come mai …>> o vedere sfrecciare Masino a cavallo del suo Drago color giallo. Mi piaceva vederlo piegarsi
all’esasperazione in curva, lasciando dietro alla cromata e rumorosa
marmitta una scia odorosa di olio di ricino bruciato. Insomma non mi
schierai, o perlomeno lo feci solo per partecipare ai giochi del cortile.
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Pertanto noi neutrali, con lealtà, continuammo ugualmente a frequentare i
membri delle due fazioni. La cosa non durò a lungo perché, capii e percepii dai sottointesi, che non avrei potuto perseverare nell’essere nè carne nè pesce, pertanto, già parzialmente allontanato, mi allontanai silenziosamente in armonia senza fare dichiarazioni giustificative ai capi di
entrambe le fazioni.
I mesi nel frattempo passavano e ormai da ragazzi cresciuti e disallineati Ugo, Fiorenzo, Gianni, Mauro e il sottoscritto andammo, da platonici amici, con le ragazze del borgo al cinema. Con il pullman 59, ombelico verso il centro, raggiungemmo il cinema Corso (di prima visione) in
compagnia di Lory, Patry, Ester e sua cugina Claudia, a vedere, La figlia
di Rayan. Purtroppo non organizzammo in seguito altri incontri collettivi
similari, quindi l’avvenimento risultò essere un caso unico senza una piacevole continuità.
Noi, sempre in cerca di esperienze, ci rivolgemmo molte altre volte al
Pullman 59 per farci portare oltre il quartiere per incontrare le ragazze
nelle discoteche di Torino e della periferia. Furono le piacevolissime amicizie femminili ad allontanarci dal borgo ed aiutarci ad uscire da quella
imbarazzante e stagnante situazione di rivalità di pensiero tra le due bande.
Ricordo con piacere che tanti anni dopo, organizzai con Ugo, Roby e
Susy quella che fu la prima cena dei ragazzi della nostra casa. La cena
ebbe luogo nei pressi della Pellerina/Dora (oggi ristorante Giardino) e fu
un piacere ritrovarci a parlare e poi cantare le canzoni degli Anni Settanta
con la gradita presenza di Ciaky (Sandro Breme) che a quel tempo era
ancora con noi.
La vita ci ha nuovamente tenuti lontani per quasi un ventennio e, con
la ricorrenza del cinquantennio della Casa Fiat, mi venne l’idea di riproporre, quella nuova cena che fortunatamente riuscì in modo splendido.
Riuscì oltremodo in tutto, grazie al fatto che le differenze di mentalità,
dovute alle diverse età, si erano ormai appianate. Ovviamente
nell’appianarsi hanno mantenuto integro negli anni il nostro carattere che,
come le impronte digitali, non lo si può cambiare.
Ora grazie ad internet, il cellulare e i professionali filmati di Luciano
su YouTube, ci sentiamo più vicini e più uniti. Questi nuovi mezzi informatici hanno portato tutti noi ad essere nuovamente e comodamente a
tiro di citofono o di chiamata da balcone a balcone, come avveniva al
tempo degli anni che il nostro libro ricorda.
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La piola dell’oratorio e la “Cena”
Questo mio viaggio nei ricordi sta per finire. Ho scritto storielle che
sonnecchiavano allo stato latente e ora mi riappaiono vive a tal punto che
mi pare di sentire ancora l’odore del biancospino lungo il viottolo del Giro della bealera, l’odore delle rose nei pressi del toretto o dei fichi
dell’albero solitario, là dove corso Lombardia sarebbe stato completato in
direzione del cinema Edera.
Rivedo distintamente Ezio tentare di fare l’alfabeto Morse con Roby
che, partecipandovi distratto, guardava innamorato dal balcone verso la
finestra di Susy. Ritrovo Masino con il giubbotto da Teddy Boy, in sky,
camminare per mano a Lory biondissima. Ugo sulla vespa 50 senape
scendere e parlarmi dei suoi amori balneari in cabina. Mi riappare Gianni,
al ritorno del giro sul suo Peripoli America, intento ad infilare il disco
Venus nel mangiadischi coloratissimo. Gianfre che pedalava davanti a
me in bicicletta sulle rampe di Superga. Ciaky accompagnarmi alla scuola di via Nole. Sento i gentili commenti di Silvio che, dopo aver ascoltato le mie composizioni suonate con l’armonica e chitarra microfonata
collegata al fono della radio Magnadine, si è amichevolmente complimentato. Mi appare Guido, seduto sulla semismontata macchina abbandonata in via Magnano, impegnato a canticchiare I magnifici sette in inglese. Giorgio che sorride radiosamente con la chitarra in mano, e non ultimo, rivedo Tony che suona la tromba al tramonto sul fiume di Druento… insomma mi apparite con piacere tutti voi, amiche e amici, come eravate allora. Mi ritornate nella memoria, voi maschietti, come in un sogno ovattato nel sonoro, in gruppo e sorridenti con i calzoni corti e la
fionda. Rivedo con nostalgia il gruppo delle femminucce stringere le loro
bambole del cuore in un sogno che non vorrei abbandonare. In ugual modo non vorrei smettere di rivivere appieno quei momenti indimenticabili
riapparsi ora, ma che si sfumeranno inevitabilmente con il mio terminare
di scrivere questi capitoli sul Nostro magico decennio .
Oggi, in funzione di questo stupendo vissuto, le cene e questo libro di
ricordi, ci stanno riunendo nuovamente e saldamente anche per il tempo a
venire. Scrivere degli altri e di me l’ho ritenuto significativo per far rivivere i ricordi spensierati in tutti noi o per informare sulle marachelle chi
non le ha vissute e che, partecipando al nuovo gioco letterario, ha scritto
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donandoci le proprie. Ricordo che fu Ugo, per primo, una dozzina di anni
addietro, a rendere protagonista la nostra casa, scrivendo della stessa con
grande coinvolgimento nei capitoli d’inizio di un suo romanzo. Roby di
suo, ormai consolidato romanziere scrisse già su argomenti similari del
nostro vissuto. In seguito io, nel 2010, ho inviato via posta elettronica
una quindicina di pagine, ai più intimi, ove narravo molti brevi ricordi
ermetici a spot. Infine, per chiusura del ciclo di e-mail, ho allegato alcune
foto della festa storica di Lucento.
Per ultima divagazione vorrei spiegare che sono queste delle foto inerenti al quartiere, dove però in prevalenza , appariva l’amico di una vita, Masino, fiero nella divisa storica delle “Aquile di Lucento”. Tornando
alla festa del borgo, ricordo che la giornata finì in allegria in una mega
cena allestita da Celestino all’interno dell’ex-cinema Luce e si svolse al
ritmo delle piacevoli musiche anni '70. Noi in attesa di entrare, disgraziatamente, fummo circondati e punti da numerose vespe, ma presenziammo
ugualmente incuranti delle dolorose punture. Rimanemmo impavidi resistendo alla tentazione di fuggire, sicuri che la serata si sarebbe rivelata
comunque indimenticabile e premiante… ed in effetti ne fummo tutti
sentimentalmente ripagati.
Da lì mi venne l’idea di festeggiare il cinquantenario della nostra amicizia. A tal scopo ho pensato di riunire gli Ex-bambini della casa e gli
amici del circondario nella storica piola della bocciofila dell’oratorio a
fianco al Cinema Luce, perché mi sembrò il luogo più adatto per
quell’evento.
La musica anni '60 non è mancata né alla prima né alla seconda cena;
Renzo Paolucci, Fiorenzo, il Clarinettista, il canto di Roby e immodestamente i miei strumenti alla Tacabanda sono stati tutti veramente preziosi
e hanno saputo contribuire alla buona riuscita delle serate.
Alla cena la carissima Gabry mi disse che desiderava da anni scrivere
un libro sulla nostra casa e sui bambini che un tempo la abitavano o la abitano. Al sentire quest’ottima idea, le ho suggerito di unirsi alle forze di
Roby e Ugo, già scrittori d’esperienza. A Gabry dissi inoltre che anche
io avrei collaborato rispolverando le mie semplici e-mail per dar vita ad
un libro scritto in collaborazione. Al che Gabry apprezzò l’idea e contattò
con propositività gli scrittori. La brava professoressa ha saputo far nascere e stimolare il compito in classe di tutti, perseverando caramente sulle
ex bambine in modo esemplare… come se fosse per tutte, lo scrivere i
propri ricordi, un nuovo gioco del cortile.
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Roby, consapevole del grande impegno di ore al quale andava incontro, di suo si è reso subito disponibile ad occuparsi dell’editing e a fare da
collettore per la raccolta dei vari testi che gli sarebbero pervenuti via email uniformandoli e, sempre su idea sua, corredandoli con le nostre foto
dell’epoca e date di nascita.
Lo stesso Roby ha completato il libro con i capitoli indispensabili riguardanti quelle ex bambine/ni che non hanno avuto la fortuna di invecchiare con noi. Alla luce di tutto questo, mio fratello, come Gabri, hanno
ricevuto ad honorem un caro ringraziamento dalla splendida coppia dei
Signori Paolucci, i quali, già per la “Cena”, per primi, hanno saputo cogliere l’importanza dei nostri rinnovati incontri, pertanto nel ringraziarmi
caramente mi dissero: “Claudio, tu ora non ti rendi conto della grossa cosa che hai fatto riunendo tutti voi, ma vedrai in seguito …!!”
Ora chiudo mio malgrado scusandomi perchè il sottoscritto, avendo
molti ricordi e poca dimestichezza nello scrivere, si è lanciato e dilungato
con la sola intenzione che, tra tutti gli scrittori si riesca ad arrivare oltre le
duecento pagine per avere una pubblicazione standard di medio spessore,
presentabile nel novembre 2013 al circolo culturale “Isabella” presso le
vecchie scuole del capolinea del tram 13.
Care ex bambine e ex bambini, questo nostro libro sicuramente sarà
conservato negli anni da chi del borgo, come noi, ama e amerà i propri
genitori, gli amici e la propria indimenticabile “Casa dei ricordi”.
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Canzone: Lucento e la nostra casa
Autore: Claudio Pepino
Inizio stesura del testo: 1974 – Completamento del testo: 2013
Porta Susa, Porta Susa, porta via
con un treno solo un po’ di nostalgia
di quel tempo ch’è passato, di Lucento ch’è cambiato,
di quegli anni che oramai non tornan più.
Nostalgia di un cortile adesso spento e vuoto,
nostalgia di un patto fatto su una moto.
Nostalgia del cine Luce, che ha ancor gli echi della voce
di ogni bimbo che tifava per John Wayne.
Nella casa nuova, amici per giocare,
Loredana, Ester, Neida per sognare,
Pomeriggi alla bialera, poi in strada fino a sera
o nel prato su una gru che non c’e’ più.
L'oratorio, don Francesco e la periferia
Guido e Roby, Ezio e Tony, sempre in compagnia,
Laura con la minigonna, si sentiva ancor più donna,
con Teresa e Pierina a passeggiar.
Rit: Ricordi di un passato… se e’passato… non lo so
su quel tram che sferragliava fino al Po.
Carrozzoni delle giostre e figlie dei giostrai,
c'era Laura in quel prato proprio a fianco a noi,
c'era grande confusione nell’ex-campo di pallone,
quando al sole schioppettavano i go kart.
Tutt'attorno prati case e cascine,
una chiesa, scuole, piazza e fontanine,
e la banda che si armava, coi bastoni che spaccava
da quell’orto che non rivedremo più.
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Con l’estate giri in bici alla bialera,
con le lucciole a guidarci nella sera,
e al mattino in bicicletta,
senza ora e senza fretta,
Trana, Pino o Brandizzo… o chi lo sa?
Ugo, Gianni, Silvio, Vanni e Masino,
Piva, Mauri, Mauro, Ubaldo e ogni bambino,
vi ricordo tutti insieme, vi ricordo molto bene,
coi razzetti o alla salita a testa in giù.
Rit: Ricordi di un passato… se e’ passato… non lo so
su quel tram che sferragliava fino al Po.
Giorgio e Sandro su quel tram ci son saliti,
Magda e Gianfre come Tony li han seguiti,
con le facce da ex-bambini, per far ciao dai finestrini
a noi, lì sulle panchine, a salutar.
Rit: Ricordi di un passato… se e’ passato… non lo so
su quel tram che sferragliava fino al Po.
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Patrizia BONINO
(06/04/1957)
I miei ricordi d’infanzia
Ero troppo piccola (3 anni io e 7 anni mia sorella Loredana) per ricordare il giorno in cui partimmo con mamma e papà dal nostro paese
(Brandizzo) ed arrivammo a Torino nella nuova casa.
Anch'io ho saputo, dal racconto dei miei genitori, dell'estrazione a
sorte degli assegnatari per la scelta dell'appartamento nella casa FIAT.
Mi risulta che il Sig. Lavecchia fu il primo ad essere estratto e che dalla
gioia andò a baciare il bimbo addetto al sorteggio. Mio padre invece fu
uno degli ultimi e scelse l'alloggio al piano rialzato di Via Gotti n.14 (penalizzato come piano, ma più spazioso rispetto agli ultimi appartamenti
rimasti a disposizione in altre scale).
Questa scelta in qualche modo, negli anni a seguire, si dimostrò
"strategica" nei giochi e nelle amicizie, sia per me che per mia sorella.
Ricordo che a quel tempo io parlavo quasi esclusivamente in piemontese e che i miei decisero di farmi parlare solo in italiano, considerato che ormai "abitavamo in città".
All'inizio non fu facile. Un giorno feci ridere a crepapelle la Sig.ra
Riccobene perchè le dissi che la pattumiera era "stoppa" (traducendo dal
piemontese "stuppa") per dirle che era otturata!
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Non ho ricordi di giochi "spericolati" da raccontare così come hanno
descritto i nostri ex bambini (Ezio appeso nel vuoto dalla ringhiera del
balcone...).
Il massimo della mia "trasgressione" é stata la volta in cui, tornando
a casa da scuola, feci roteare per gioco la cartella. D'un tratto mi scivolò
dalle mani e cadde dentro la bialera.
Un bambino mi aiutò a recuperarla (forse Claudio Guerrina). Tornai
a casa mortificata: i miei quaderni si erano bagnati, le parole annacquate
e nelle pagine che contenevano le carte assorbenti (si usava ancora l'inchiostro per scrivere!) i fogli si erano tinti del colore della carta assorbente!
Non ricordo se fui sgridata dai miei genitori, ricordo solo che il mattino seguente mio padre mi accompagnò a scuola per giustificarmi con la
maestra Torreano.
Ho giocato tantissimo in cortile, con tutti, ma soprattutto con Angela
Riccobene e le sue sorelle, Angelica Rolle, Piera Fogliatto, Tiziana Lavecchia (della mia scala), Susanna Ponzone, Gabriella e Luciano Pernaci,
Claudio Guerrina (della scala di Via Borgomasino), Ester Fea e qualche
volta con Gianluigi Piva (della scala di Via Gotti 12). Un'estate andai anche in villeggiatura ad Ala di Stura con i fratelli Mario e Sergio Bianchi.
Ricordo tanti giochi con le bambole (tra le bambine), poi gare in bicicletta, tornei di palla-pugno e, per un periodo di tempo, con le amiche
della mia scala, anche esperimenti da "piccole chimiche". Ci chiudevamo
dentro alla mia cantina e facevamo sciogliere della plastica, non so più
con quali prodotti. Chi arrivava dopo doveva bussare e pronunciare la parola d'ordine per poter entrare.
Non posso dimenticare anche che ogni anno, fino ai 12 anni, a Natale,
la FIAT regalava a noi, figli di dipendenti, un bellissimo giocattolo e dei
buoni giostra che andavamo a ritirare nei padiglioni di Italia ‘61. Per me
era una vera festa!!
Ho anche delle immagini impresse in memoria: quella di mio padre
mentre risale lo scivolo del cortile di casa con la sua bicicletta per mano
per andare a lavorare e quella di mia madre intenta a sferruzzare con le
sue amiche (le Signore Fea, Piva e Ponzone).
Ricordo anche che nel cortile a volte si presentava un suonatore di fisarmonica che suonava qualche pezzo e al termine noi bambini lo ricompensavamo buttandogli dal balcone delle monete.
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Qualche volta veniva anche il materassaio che sistemava in cortile il
suo attrezzo per cardare la lana e rifare i materassi.
Negli anni dell'adolescenza, noi ragazzi della casa FIAT, avevamo
l'abitudine di ritrovarci anche dopo cena a chiacchierare sotto casa, seduti
sul marciapiede o in sella ai nostri primi motorini. Mia sorella ed io eravamo agevolate perchè a volte rimanevamo sedute sul davanzale della finestra della nostra cameretta a chiacchierare, senza neanche dover scendere in strada.
Viceversa i ragazzi (Ugo Bosio, Giorgio Prato, ecc.) riuscivano facilmente ad arrampicarsi dal marciapiede sottostante e ad affacciarsi alla
nostra finestra!
Naturalmente col passare del tempo ognuno di noi ha preso poi la sua
strada.
Tramite Tiziana Lavecchia ho conosciuto mio marito, mi sono sposata e trasferita prima in un'altra zona di Torino e poi sono ritornata a vivere a Brandizzo.
Non c'è dubbio: gli anni trascorsi nella casa FIAT sono sempre per
me un dolce ricordo.
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Roberta ROSTICCI
4 gennaio 1964
Gli anni più belli della mia vita
Sono stati e resteranno per sempre gli anni più belli della mia vita,
sono quelli della fanciullezza e dell’adolescenza, gli anni della spensieratezza, dei giochi, dei primi batticuore, del primo amore, erano gli anni che
ho vissuto in via Borgomasino 65.
Lì sono nata e lì sono rimasta fino al 1988 quando a ventiquattro anni
mi sono sposata.
I ricordi più belli sono quelli dei giochi in cortile con i miei coetanei
della casa, in particolare nei mesi estivi. Altro che play station, google, e
cellulari… quello era il tempo delle ginocchia sbucciate, delle mani sempre sporche di polvere e gessetti, utilizzati per disegnare per terra lo schema della ‘settimana’, poi il gioco ‘l’orologio di Milano’ che a quel tempo
faceva sempre tic–tac e ‘Strega tocca color’. ‘i quattro angoli’ e ‘nascondino’.
A proposito di nascondino, come era bello nascondersi in cantina per
poter dare un bacetto a quello che in quel momento era il ragazzetto che mi
faceva battere il cuore, quello della classica cotta. Tra questi primeggiavano sempre Roberto o Marco. Poi c’erano i ragazzi grandi della casa, quelli
che noi bambine vedevamo irraggiungibili, quasi come veri uomini…
201
Renzo mi faceva impazzire e Maurizio, istruttore di ginnastica era il Principe azzurro ideale per tutte noi.
Purtroppo per me ‘sbarbatella’ restava solo un sogno: sperare che loro si accorgessero di me.
Cari amici della casa, quanta nostalgia, quanti bei ricordi, quanta voglia di ritornare a vivere quegli anni !
Cosa mi manca di più? Tutte quelle ore trascorse con il mio amico,
un vero amico. Lui era quello che mi soffiava sul viso per sapere, prima di
uscire con la sua ragazza, se il suo alito era profumato.
Era il tempo delle canzoni dei Pooh cantate a squarciagola tutti insieme, ma solo con lui condividevo la passione per quel fenomeno da baraccone che oggi è il grande Renato Zero. Lui era anche il ragazzo che mi
imprestava la sua cameretta per un’ora in modo che io potessi restare sola
con Dario, quello che poi sarebbe diventato mio marito.
Poi è iniziato il periodo dei matrimoni, e a poco a poco ognuno di voi
è andato per la sua strada, ma mi avete lasciato i ricordi più belli… accompagnati da quello dei miei genitori a quell’epoca ancora giovani. Come erano belli! Li ricordo sempre molto indaffarati ma per fortuna sempre
insieme e solidali.
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Susanna PONZONE
10/09/1957
xxxfoto
Lettera ad un’amica
(email da Susanna Ponzone a Gabriella Pernaci)
Ciao Gabriella
Sono stata raggiunta oggi da una bellissima telefonata di Patrizia Bonino che mi ha scovata nella profondità della provincia piemontese… ad
Asti e di questo le sono grata.
Credo di aver lasciato tutti i contatti diretti con la Casa Fiat di via
Borgomasino-via Gotti, il giorno del mio matrimonio nel 1979 (con un
aiutino di Tiziana che mi ha prestato la sua parrucchiera visto che il mio
coiffeur non si è presentato! Ah ah ah). Perciò tutti voi siete rimasti nei
miei pensieri come una felicissima fanciullezza a cui ho sempre attinto
(come la batteria di Tapperware regalatami dalla scala di via Borgomasino 63).
Quando parlavo degli anni trascorsi felici in un condominio della periferia di Torino era difficile essere creduta e avervi rivisti su youtube nel
video di Luciano mi ha fatto veramente comprendere che in effetti era
proprio così: il cortile è stata la nostra palestra di vita… e dico palestra
perché sono divenuta veramente insegnante di educazione fisica e dico di
vita perché l’associazionismo, il baratto, il confronto, il sapersi arrangiare
(ricordo la ditta di smalti per unghie che mettemmo su in una cantina raccogliendo i cucchiaini di plastica sui marciapiedi, soprattutto vicino alla
mitica gelateria dell’angolo, per poi farli scogliere nel solvente e infine
riempiendo botticini esauriti di vecchi smalti), l’aiuto reciproco (il grembiule bianco per la scuola passatomi da Angela… veramente mi era un
po’ abbondante ma insomma, con la mamma non si discuteva allora),
l’agonismo e il divertimento e l’arte del commercio (ho comprato i libri
203
delle medie di seconda mano da qualcuno del ’56 credo???) li ho imparati
proprio li…
Ho tantissimi ricordi soprattutto dei giochi di gruppo (10 fratelli con
la palla al muro, l’orologio di Milano fa tic tac, la campana sui marciapiedi e ce l’hai, che insegno sempre a scuola a questi ragazzi depauperati
dei giochi da cortile), dello scivolo percorso in ogni modo e con ogni
mezzo, ricordo una sfida che vinsi spingendo ad uno ad uno molti di voi
su o giù non ricordo, con un bastone impugnato da entrambe a due mani (se qualcuno ricorda questo gioco… stile arti marziali), ricordo il
marciapiede attorno alla casa percorso con i pattini a rotelle come una pista dei bolidi… o a maggio a salvare i maggiolini rovesciati con le gambe all’aria con la nostra società di Mutuo Soccorso per animali che estendeva il suo operato fino alla bialera, gli ascensori presi, abbandonati aperti, ripresi, bloccati, e le corse per chiamare gli amici, per scappare, per salire in fretta a fare la pipì, e le mamme che ci lasciavano, non ci lasciavano, ci chiamavano, ci sgridavano… Ricordo epidemie di orecchioni con i
bollettini dei colpiti degli ancora sani e dei guariti, di chi poteva andare a
trovare chi… QUANTI RICORDI!!!
Lo scorso anno ho riletto “Cristiana F i ragazzi dello zoo di Berlino”
ed ho ringraziato la casa Fiat con 54 famiglie per essere stata proprio così
com’è stata!!! E a voi tutti di essere proprio così come siete ora: ANCORA PRESENTI… e insieme!!!
Il primo ricordo… un bellissimo Natale
Quando nell’autunno del 1960 siamo arrivati in via Borgomasino 63,
avevo solo 3 anni ed ho pochissimi e vaghi ricordi di quei tempi. Ricordo una cameretta in cui avrei dovuto dormire da sola… ancora spoglia…
poi è arrivato il letto e una pelle bianca e riccia, di pecora, come tappetino… una mensola al muro davanti al mio letto…. la notte di Natale un
abajour velata e qualcuno che si muove nella stanza… forse ho paura,
questa volta dovrei essere sola nella cameretta… e il mattino dopo i doni
appoggiati con cura sulla mensola.
Credo di dover attendere i 5 anni per ricordare di nuovo qualcosa di
preciso legato anche all’alloggio, ho la febbre altissima, c’è anche la
nonna Maria arrivata da Chiusano forse per aiutare la mamma perchè nel
frattempo era nato mio fratellino, sono nel lettone dei miei genitori, rifu204
gio nei momenti più felici o più difficili, loro sono preoccupati… finalmente mia mamma mi assicura che non mi manderà più all’asilo ed io
comincio a guarire.
All’asilo ci sono andata pochissimo e ogni giorno tornavo con la febbre. Non mi piaceva proprio. Si trovava in via Pianezza e le suore vestite
di nero che lo gestivano, ci mettevano a dormire dopo pranzo con le
braccia conserte sul tavolo, come facevano anche nonno Mario e nonno
Antonio, ma io ero vivace e allora la suora, per aiutarmi a prendere sonno,
si toglieva il velo nero e me lo metteva sulla testa. Dopo tre giorni di questo trattamento avevo la febbre altissima senza alcun altro sintomo!
Fino ai 6 anni non si parlò più di scuola. Ricordo che nel palazzo
c’era una maestra che aveva fatto fare il programma di prima elementare
alla figlia più o meno della mia età e poi l’aveva presentata all’esame per
entrare direttamente alla classe successiva, anticipando di un anno la
scuola. Forse la mamma voleva farmi anticipare la mia preparazione scolastica mandandomi l’anno prima all’asilo, ma io non fui d’accordo!
Intanto era nato Roberto e la mamma aveva il suo bel da fare. Ricordo una lavatrice che si caricava dall’alto e che doveva essere seguita in
ogni sua funzione… ricordo la mamma che a furia di usare detersivi aveva tutte le mani arrossate, screpolate e tagliate. Per curarle doveva poi ricorrere ad una cera che la signora di sotto, Bice, l’aiutava a mettere sulle
ferite. I gruppi di mutuo aiuto erano già una realtà nella Casa Fiat e la
famiglia Prato, per mamma, era proprio un grande aiuto, soprattutto psicologico. Il caffè loro era molto più buono del nostro e presto iniziammo
a comprarlo insieme. Il panettiere invece ci portava il pane a casa per evitarle di uscire tutte le mattine con due bimbi piccoli.
Papà si dava molto da fare e oltre a lavorare alla Fiat cercava sempre
altri lavoretti per “arrotondare” lo stipendio. Ricordo che la sera di Natale
o di Capodanno, insieme allo zio Filippo, si vestiva di rosso con dei
guanti bianchi e andava a servire il Cenone… era bellissimo… sono
sempre stata molto orgogliosa di lui e mi sembrava il più bello ed anche
il più giovane di tutti i papà della casa!
Ogni tanto in estate tornavamo al paese. Era una viaggio lungo e il
treno che arrivava a Chiusano era nero e sbuffava proprio come una locomotiva… a quel tempo non avevamo ancora la macchina.
Il primo giorno di scuola, nella piazzetta dove c’era il capolinea del
13, eravamo tutti fuori ad aspettare e ci chiamavano uno per uno. La nostra maestra si chiamava Torreano e la mia vicina di banco era Patrizia
205
Bonino. I banchi erano di legno con la pedana alta da salire e il buco per
l’inchiostro. Allora utilizzavamo le penne di legno o di plastica con i
pennini di tante forme. Quanti ne ho rotti!!!
La scuola non era vicinissima e il ritorno era quasi un’avventura; ricordo un giorno che uno dei quattro maschietti della classe, forse Orazio,
ha preso la cartella di qualcuno e per gioco l’ha lanciata nella bealera che
costeggiava tutta via Magnano.
Dove ora sorge la scuola media Pola c’era un prato e le domeniche le
passavamo spesso a giocare li con papà, mamma, Roberto e qualche amichetto della casa come Angela Riccobene e Giorgio Prato. Di lato a quello stesso prato si passava per andare a prendere il latte direttamente in cascina, con il “brunzin”, e papà mi portava sulla canna della bicicletta!
Le biciclette si riponevano in una stanza apposita che si trovava, per
noi di via Borgomasino 63, nel cortile al fondo della discesa, girando a
sinistra; c’erano dei ganci per appenderle o si appoggiavano ai muri poi si
usciva dal quel locale e per andare a casa si passava dalla porta accanto
che dava l’accesso dal cortile sia alle cantine che alle nostre scale.
Di fianco a questa porta c’era anche il cassonetto in cemento che
comunicava con ogni alloggio tramite un tubo attraverso il quale buttavamo giù l’immondizia, regno quasi incontrastato di molti topi contro cui
facevamo una lotta giornaliera sul nostro balcone. Quando mi sono trasferita in campagna avevo imparato ad acchiapparli ed ero assolutamente
molto più preparata sull’argomento delle mie coetanee del paese.
Fu quando avevo 6 anni che arrivò il televisore. Che spettacolo!
C’era un cosino tutto nero, Calimero, un pulcino con un pezzo di guscio
bianco in testa che alla fine diceva: << Tutti se la prendono con me perché
sono piccolo e nero.>> Tutti i giorni aspettavo l’ora di merenda per vedere quel cosino ricomparire; ricordo che quello, insieme a Carosello, erano
gli unici momenti che preferivo ai giochi nel cortile.
Per essere libera presto riuscivo a fare i compiti mentre la mamma
cuoceva la pasta e, prima che mettesse il cibo in tavola, li avevo già terminati. Credo che a volte li iniziavo addirittura a scuola. Quando li avevo
terminati davo il mio aiuto in casa, che consisteva nello sparecchiare e
nell’asciugare le posate e, quando avevo ancora l’ultima posata in mano
da riporre in ordine nel cassetto, avevo già ottenuto il permesso di scendere in cortile a giocare.
Ero talmente rapida a scendere che spesso dovevo aspettare le amiche, in particolare Patrizia, che aveva l’abitudine di fare un sonnellino
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dopo pranzo. Questa abitudine mi dispiaceva proprio perché mi sembrava
ci ritardasse nel nostro sacro compito di giocare.
Per fortuna i bambini erano talmente tanti che riuscivo sempre ad essere in compagnia. Alcune volte, come tutti i bambini, mi lasciavo andare
a schiamazzi nel cortile e, prontamente, qualche mamma si affacciava al
balcone e mi chiedeva di fare un po’ di silenzio per un papà che aveva
fatto il turno di notte e stava riposando.
Cari amici questo è tutto quello che il mio cuore è riuscito a ricordare.
Non è stato scrivere facile questi ricordi perché con essi sono tornati alla
mente anche quelli dolorosi che, di colpo, mi hanno temporaneamente
impedito di continuare a scrivere e, nello stesso tempo, non di voler più
ritornare col pensiero a quel periodo.
Sono felice di aver scritto almeno questo. Per me è stata come una
seduta di psicoterapia. Ma ora basta con i ricordi, è arrivato il momento
di pensare domani!
Ciao Robertino
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Renzo PAOLUCCI
(26/11/1954)
Piccole note
Il nostro arrivo nella casa Fiat, avvenne a novembre 1960 dopo esserci trasferiti da un appartamento in Via Tiziano 17. In verità di quei
primi mesi d’insediamento non ricordo nulla di particolare se non i campi
e prati verdi che circondavano la casa. Chi non ricorda la famosa “bialera”, che ai nostri occhi appariva simile ad un angolo di ‘amazzonia‘ pericolosa ed insidiosa dove le ortiche, zanzare ed altri insetti non bene identificati martoriavano le nostre gambe esili scoperte dai calzoni corti.
I nostri giochi come qualcuno ha ricordato, erano sostanzialmente
divisi tra maschietti e femminucce, per noi essenzialmente il classico
“gioco del pallone”, e a volte la famosa ‘madonnina’ in cui a turno con le
spalle ben appoggiate al muro si doveva sostenere tra le proprie mani incrociate la fronte del primo volontario che chinato a 90° iniziava a formare il serpentone di maschi che incastrati uno all’altro formava la base su
cui dovevano saltare gli avversari. Il gioco consisteva nel resistere più a
lungo possibile sollecitati da calci, cavigliate, gomitate che i malcapitati
dovevano subire per poi inevitabilmente crollare schiacciati dal peso della squadra avversaria.
Ricordo, inoltre, altre persone che hanno partecipato ai nostri giochi
o fatto parte della nostra combriccola pur non abitando nella casa Fiat.
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Chi si ricorda del famoso ‘Turiddu’, dirimpettaio di Via Borgomasino 64, il cui nome veniva sistematicamente urlato a pieni polmoni dalla
mamma per ricondurlo a casa? E i famosi fratelli ‘Scravaglieri’ sempre in
Via Borgomasino 64, dove partecipai ad alcune feste di compleanno insieme ad alcuni della casa Fiat. Entrambi abilissimi musicisti (Giuseppina
proseguì gli studi di pianoforte al conservatorio, mentre il fratello, ottimo
chitarrista, deceduto precocemente, mi insegnò diversi accordi e alcuni
pezzi solisti della PFM).
In quel mitico decennio trascorso nella casa Fiat, alcuni di noi erano
considerati da me i ‘grandi e/o vecchi’ della casa in quanto, allora, ribadisco solo allora, 5-6 anni di differenza erano tanti e così, come spesso
accade nell’immaginario dei più piccoli, si creava una sorta di ammirazione mista a rispetto e forse anche un po’ di timore, ma il concetto fondamentale era: “non farli assolutamente incazzare!!”
La mia passione per la chitarra, nata in quegli anni, mi ha certamente
aiutato a superare la timidezza soprattutto nei confronti delle ragazze da
cui volevo farmi notare per fare breccia (almeno questa era la mia speranza… chissà!?!).
Come ricorda Luciano Pernaci, durante le serate di studio a casa, ascoltando il programma radiofonico ‘Per voi giovani’ prendevo nota dei
testi delle nuove canzoni di Battisti e con pazienza abbozzavo gli accordi
sino ad ottenere un discreto risultato. Così ancor prima che gli spartiti ufficiali fossero disponibili da Maschio o Morutto, sottoponevo, per un
confronto, il mio lavoro a Luciano.
In seguito durante gli incontri a casa di Angelica, di Gabriella, di Piera e delle sorelle Riccobene, sfoggiavo le mie qualità musicali ‘strimpellando’ in anteprima brani quali: ‘I giardini di marzo’, ‘Emozioni‘, ‘La
collina dei ciliegi’ del mitico Lucio ma anche altri ‘cavalli di battaglia’
come l’indimenticabile ‘La miniera’ dei New Trolls.
Giocattoli pericolosi…
Dopo molte insistenze, il giorno del mio compleanno, i miei genitori
cedettero e avviluppata in una bella carta, con grande sorpresa, scoprì di
aver ricevuto la pistola ad aria compressa Oklahoma tanto desiderata.
Orgoglioso ed emozionato iniziai le mie prove, i primi bersagli, sino
a colpire, sfortunatamente, l’appendiabiti fisso al muro in simil-pelle
(all’epoca definita sky… niente a che vedere con la pay-tv) che troneggiava nell’ingresso del nostro appartamento. Il proiettile fece un grosso
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buco. Apriti cielo! Tremavo all’idea della reazione inevitabile di mio padre, così ricorsi alla mia alleata, la mamma, che nascose il danno appendendo i cappotti, ma non durò a lungo. Venni scoperto e oltre ad una dura
punizione la pistola venne requisita per diversi anni…
La conservo tuttora e durante una vacanza in montagna, qualche anno fa, tornato bambino mi sono ancora divertito!!
Grafica cult personalizzata
Raggiunta la maggiore età durante il servizio militare (75° corso
AUC – Allievi Ufficiali di Complemento c/o la caserma di Ascoli Piceno ), iniziai a risparmiare e successivamente con l’arrivo del primo lavoro
riuscii ad acquistare una Lancia Fulvia HF 1600cc usata che all’epoca era
considerata una vettura da ‘cariun’. Per personalizzarla, Luciano Pernaci,
creativo ed abile grafico, progettò ed eseguì una vetrofania adesiva che
venne posizionata sul parabrezza con un logo in auge in quei tempi della
‘ADIDAS’ con tanto di fiore a strisce. Fu un vero successo!
Successivamente, sempre ad opera di Luciano, la mia Autobianchi
A112 (questa volta nuova di zecca), venne abbellita da altro logo ‘ARIA
Guitar’.
Grazie ancora Luciano per la tua disponibilità.
Nuovi progetti
Avevo circa 20 anni quando Neida mi fece conoscere alcuni nuovi
amici facenti parte di un gruppo giovanile di volontariato (Operazione
Mato Grosso). Il gruppo intendeva finanziare un lebbrosario di Campogrande - Mato Grosso - Brasile. Iniziò una nuova epoca. Le numerose attività per la raccolta fondi assorbivano totalmente il mio tempo libero.
Felice di poter essere utile, gratificato dai risultati di un duro lavoro collaboravo affinchè il progetto si avverasse. Le nuove amicizie, la sensazione di essere cresciuto, l’impegno mentale e fisico, la curiosità, mi fecero imboccare una nuova strada. Fu così che gli amici della casa li rivedevo occasionalmente solo rincasando.
Oggi a distanza di 40 anni il gruppo OMG esiste ancora ed anche se
con minore frequenza, rispetto a mia sorella, continuo a frequentare.
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Cari ex bambini, quanti ricordi affiorano leggendo ciò che avevo rimosso, ma non cancellato. Tutto era stato riposto con cura e solo per indolenza mai rispolverato. E’ stato bello poter rivivere i dolci giorni del
passato attraverso le vostre parole.
A conclusione di questi miei ricordi vorrei ringraziare:
• Claudio Pepino che ha organizzato con pazienza e determinazione il primo raduno.
• Luciano Pernaci che ha sapientemente elaborato un video bellissimo permettendoci di conservare attraverso le immagini una
bella serata.
• Gabriella Pernaci che ha dato l’idea di redigere questo libro offrendo a tutti l’opportunità di partecipare per non dimenticare.
• Roberto Pepino che ha raccolto i vari pezzi ed ha curato
l’editing di questo libro di ricordi.
• Tutti noi, ovvero gli EX BAMBINI DELLA CASA FIAT.
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Ezio VIBERTI
(01/02/1949)
Dal collegio alla vita
Cari amici, ho letto la bozza di questo libro e anch’io voglio dare il
mio contributo.
Guardando le fotografie Anni Sessanta sopra i vostri articoli mi rendo conto che, chi più chi meno, avevamo proprio delle facce da sbarbini
e nel contempo possiamo anche dire che eravamo tutti bellini.
Io non ricordo con esattezza in che mese mi sono trasferito nella
nuova casa di Lucento. Credo, in base a quello che ho letto sui vostri articoli, che fosse l'estate del 1961.
Di solito frequentavo le scuole in collegio in quanto i miei genitori
lavoravano entrambi ed io, essendo discolo al punto di essere affettuosamente chiamato da loro Attila, avevo bisogno che qualcuno mi marcasse
stretto. I primi anni di collegio li ho fatti A Torino, in corso Palestro, poi
sono stato trasferito ad Alessandria.
La mia vita di ragazzino poi l’ho vissuta mio malgrado nelle rigidità
educativa di quegli ambienti, ad eccezione ovviamente delle feste di Natale, Pasqua e delle meravigliose le vacanze scolastiche.
In questi periodi che trascorrevo a Lucento, la repressione subita nei
tanti mesi passati lontano da casa, faceva esplodere in me il desiderio dar
sfogo alle necessità di svago adolescenziali. Dovevo in qualche modo rifarmi e mi sono rifatto. Guai ai vinti!
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Il primo ragazzo che ho conosciuto è stato Roby, abbiamo fatto subito amicizia. Il giorno dopo, forse per consolidare questo incontro, ci siamo menati ben bene e, di comune accordo, abbiamo deciso di far pace e
smontare le parti elettriche di quella gru gialla, utilizzata per la costruzione del nostro condominio, abbandonata vicino all’orto del signor Stella.
Il mio vero amico per la pelle però è stato Tony. Eravamo inseparabili e con lui ne ho combinate veramente di tutti i colori, ma ho giurato
che sarebbero rimasti segreti nostri (non pensate male però, erano solo
cazzate da monellacci).
Quanti ricordi con Roby, Mauro Baracco, Guido, Vanni Chiatello.
Avevamo qualche anno più della media degli altri bambini e, come logica
conseguenza, i nostri giochi erano diversi e tendevamo a formare un
gruppo tutto nostro.
Roby, anagrammando il mio nome di battesimo, mi affibbiò fin da
subito il soprannome ‘zioE’, e ancora adesso, ogni tanto, scherzosamente
mi chiama in quel modo.
Le ragazze piacevano un sacco a tutti noi, ma io, pur non disdegnando
quel
piacere,
avevo
il
rombo
dei
motori
che mi ronzava perennemente nella la testa.
Con il mio primo motorino sono andato con Silvio Biginelli fino a
Bussoleno a trovare Guido. Che emozione e senso della libertà filare su
quella strada! Silvio aveva un Fuchs 50 che veniva giù dalla Valle alla
velocità di ben 110 chilometri all’ora. Che invidia!
Poi è arrivato il momento del Gilera 125 truccato e del 125 Stornello.
Tony aveva un antiquato Ganna 125 con tre marce che andava solo ai 50
chilometri all’ora, salvo poi scoprire che in realtà le marce totali erano
quattro ma il cambio era rotto. Quel cimelio finì la sua vita in una delle
due piccole rimesse che c'erano ai lati del cortile e Tony si fece dare in
prestito la mitica Vespa da Secondo Fogliatto, suo padre.
Che viaggi abbiamo fatto ragazzi!
Siamo andati fino in Valle d'Aosta, a Sarre, a far visita a Susy che,
avendo una casa in affitto in quel paese, trascorreva lì con la famiglia le
vacanze.
Nel 1967 è arrivata la patente e allora con la "500" non avevamo
più confini climatici e di percorrenza. Le domeniche d'inverno si andava
a sciare in val di Susa o in Valle d'Aosta e d'estate al mare a caccia delle
bele cite.
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L'infanzia è durata un battito di ciglia. Nel 1965 già lavoravo. Quanti
di voi in quell’anno non erano ancora nati o erano neonati?
Nel 1971, ancor molto giovane, mi sono sposato con Marisa e sono
andato a vivere al quinto piano di via Gotti 8. Nel 1973 sono andato ad
abitare a Casellette e l’alloggio di via Gotti dove abitavo l’ho prima affittato e poi venduto a Roby e Susy.
Con l’abbandono di Lucento tutti i giochi erano finiti e la festa era
definitivamente terminata.
Al termine degli anni spensierati della gioventù la vita per noi cit della casa Fiat ha avuto una svolta in quanto era arrivato il momento di pensare al nostro futuro.
I ricordi del passato, anche se talvolta un po’ sfumati, sono
sempre belli da ricordare.
Adesso da poveri vecchietti (si fa per dire) cerchiamo di tenere duro
e di continuare a vendere cara la pellaccia. Se poi ci assale un momento
di nostalgia, rispolveriamo la memoria leggendo queste belle pagine.
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Loredana BONINO
2 giugno 1953
Il nostro grande cortile
Arrivai a Torino nel novembre del 1960, avevo sette anni e frequentavo la seconda elementare. Per me fu un trauma.
Vissi questo cambio di città come una punizione, l'appartamento di
via Gotti 14 non era casa mia. Avevo la sensazione di essere solo di passaggio, ero sicura che prima o poi sarei tornata a Brandizzo: quello era il
mio posto, lì avevo i miei amici e i miei nonni. E in effetti così è stato,
ma ci sono tornata solo ventitré anni dopo, nel 1983.
Oggi comunque ricordo con affetto gli anni trascorsi a Lucento e solo
ora mi rendo conto di quanto mi sia divertita nel nostro “grande cortile”.
Scendevo tutti i giorni verso le 14.30 (dopo aver fatto i compiti...) e
rientravo per cena.
Mentre io giocavo in cortile, a casa, mia madre passava il pomeriggio
con Lucia (la sig.ra Piva) e Rosa (la sig.ra Fea), tra un caffè e un lavoro
ai ferri o all'uncinetto. Spesso si univa anche Nella (la sig.ra Ponzone).
Quando mio padre rientrava dal lavoro, vedendo quel gineceo prendeva le sue bocce e andava a giocare al fondo di corso Toscana. Sant'uomo, benché la situazione si ripetesse spesso, non si è mai lamentato!!!
Tornando a me e ai miei amici, noi femmine eravamo in minoranza,
di conseguenza eravamo costrette a giocare con la cerbottana, a palla, a
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boccette, oppure con i tacapui (malefiche bacche pelose che se finivano
in testa l'unico metodo per liberarsene era tagliarsi i capelli!).
A sera, quando rientravo a casa, mia mamma mi mandava in latteria
a comprare il latte, rigorosamente in bottiglia di vetro “a rendere” con
tappo rosso. Ero spesso "scortata" da qualche amico: Giorgio, o Ugo, o
Claudio, a volte tutti insieme.
Dopo cena mi affacciavo dalla finestra della mia camera e chiacchieravo con i ragazzi che nel frattempo erano scesi giù in strada.
Se mi trovavo sul marciapiede a giocare, per rientrare in casa spesso
salivo dalla finestra. Era poco ortodosso, ma molto più veloce... La finestra della mia cameretta d'estate era sempre aperta, benché abitassimo al
piano terra. Come sono cambiati i tempi e le persone: oggi sarebbe impensabile lasciare le finestre spalancate sulla strada!
Ricordo che una volta, per la fretta, sbagliai appartamento e balzai
dentro la camera da letto della signora Magliano, la nostra vicina di casa.
Io rimasi mortificata, mentre lei non finiva più di ridere!
Un ricordo spiacevole legato al cortile fu quando caddi dal punto più
alto dello scivolo: stavo camminando sul bordo esterno, oltre il corrimano nero, quando, arrivata in cima, persi l'equilibrio e caddi all'indietro.
Per fortuna atterrai con il sedere...! Non dissi nulla ai miei genitori, perché conoscendoli sapevo che mi sarei presa sicuramente una bella sgridata.
Ancora oggi, quando cambia il tempo, il mio osso sacro risente di
quel lontano capitombolo.
Concludo questo mio Amarcord confessando che la sera della prima
cena, all'inizio ho avuto un attimo di smarrimento. Mi pareva di non riconoscere nessuno, ma dopo pochi minuti ero nuovamente lì, circondata
dai miei amici di sempre.
Non avevo davanti a me dei cinquantenni, ma i bambini di un tempo
sempre scherzosi e pieni di allegria!
Un affettuoso pensiero a chi non c'è più.
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Amalia PIUMATTI
11 maggio 1959
Ricordi di una bambina
I miei genitori arrivarono a Lucento da Borgo Vittoria, io avevo due
anni quindi non mi ricordo il trasloco, ma, dai loro racconti, mi resi conto che in quel quartiere avevano lasciato dei cari amici, la vita di quel
borgo era vivace e loro si incontravano con queste persone per far due
chiacchiere nei bar latteria che rimanevano aperti anche alla sera dopo
cena. A Lucento, invece, c’era solo la nostra grande casa con i prati che
la circondavano.
Ripensando al cortile della casa Fiat mi vengono in mente i vari giochi che, a seconda dell’età, erano i compagni del mio tempo.
Da piccolissima mi rivedo a giocare allo sparviero, a nascondino, alla settimana, a palla avvelenata, a l’orologio di Milano fa tic tac, a le
belle statuine, al la bella lavanderina, e perfino a contare i maggiolini sui
marciapiedi. Mi ricordo il profumo della gaggia nel praticello e il profumo dei tigli di Corso Toscana.
Ricordo con nostalgia i primi giri in bicicletta intorno all’isolato insieme a Maura, Tiziana, Sandra e Maria con le nostre mitiche Grazielle.
Eravamo praticamente sotto casa ma ci sembrava di andare lontanissimo.
Ho il ricordo nitido di Renzo che suonava la chitarra e cantava “La
miniera” dei New Trolls; noi lo guardavamo incantate ed io, seppur pic218
cola ammiravo anche le prime motociclette acquistate dai ragazzi più
grandi. Le prime che mi ricordo sono quelle di Silvio e Masino.
A maggio il profumo delle rose che usciva dalle cancellate delle case
situate ai bordi della bialera di Via Magnano era molto intenso, noi spesso andavamo in bicicletta da quelle parti e rubavamo le rose per portarle
a casa e regalarle alle nostre madri.
Ricordo anche un certo Orazio, un ragazzo che passava con un motorino rumorosissimo sotto casa, e le partite di pallavolo disputate in via
Gotti. Io ero scarsissima ma non ho mai rinunciato a quel gioco.
Al rientro dalle vacanze estive ci raccontavamo le avventure
dell’estate, io sognavo attraverso i racconti dei bambini/e che avevano
trascorso le vacanze al mare a Laigueglia o ad Alassio. Io andavo in vacanza sempre in campagna, a Fossano, dai miei nonni, oppure in montagna a Chiomonte. Le mie vacanze più brutte erano sicuramente quelle
trascorse presso la colonia Fiat di Marina di Massa. Che incubo, ragazzi!
Ci facevano indossare un costume di lana color verde marcio e ci lasciavano in acqua solo per pochi minuti, quelle giornate non passavano mai
ed io avevo sempre una grande nostalgia di casa, delle mie amiche e del
cortile. È inutile dire che aspettavo con ansia le cartoline che mia madre
mi spediva da Torino.
In cortile ero nel gruppo delle più piccole ed ammiravo e idealizzavo
le ragazze e i ragazzi più grandi (Gabri, Angela, Ester, Susanna, Patrizia,
Piera, Renzo, Giorgio, Mario, Ugo, Maurizio ecc.). A quell’età due o tre
anni di differenza erano tanti, ma si giocava lo stesso insieme. Tra i più
grandi le persone che mi facevano ridere molto per il loro umorismo erano sicuramente Piera e Ugo.
Mi ricordo le sere d’estate quando, sedute sul marciapiede e sul gradino della portina di via Borgomasino 65, ascoltavamo le barzellette
“spinte” raccontate dai più grandi e noi, “gagne”, sempre lì intorno attentissime a non perdere una parola per poi lasciarci andare a sonore risate al
punto che, ogni tanto, qualcuno ci innaffiava buttandoci l’acqua giù dai
balconi.
Nel praticello passavamo le ore ad inventare giochi con arbusti e
piante. Quante code di lucertola abbiamo spezzato in quei frangenti! Anche noi femmine non ci siamo tirate indietro nelle battaglie contro i ragazzi della casa della Posta. Abbiamo combattuto con onore e ancora adesso mi porto in testa una cicatrice come indelebile ricordo di una
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cruenta battaglia a colpi di pietre dove io venni colpita in testa e quella
ferita sanguinò parecchio.
Nelle giornate di pioggia ci riparavamo nei garage del cortile e negli
androni delle portine dove leggevamo e barattavamo due o tre fumetti di
Topolino per un trasgressivo Diabolik oppure andavamo a casa di qualche amica a giocare a Shangai o al gioco del Rischiatutto (all’epoca molto di moda).
Tra i miei ricordi del tempo non può mancare l’orto in via Gotti angolo Via Magnano che era coltivato dal signor Cerrato.
A 10/11 anni giocavamo già fuori dal cortile e a Carnevale mi coglieva la paura degli scherzi che ci facevano i ragazzini più grandi. Che
male quei manganelli di plastica sbattuti ripetutamente sulle nostre teste!
Ricordo che i ragazzi delle case di via Mazzè, ci circondavano e, incuranti del sesso debole, ci davano una bella dose di mazzate… poi c’erano le
polverine che facevano starnutire o grattare.
Il mese di settembre, qualche giorno prima che iniziassero le scuole,
provavo un immenso piacere a guardare in televisione i film del mattino.
Poi arrivava l’autunno e a quei tempi la nebbia era fitta al punto che spesso non si riuscivano a vedere le case di fronte.
Ricordo con affetto i miei genitori, allora molto giovani, ed i sacrifici
che facevano per comprarci qualche gioco, come pure ricordo le lacrime
di mia madre la notte che mi rubarono la bicicletta da me lasciata imprudentemente incustodita in cortile.
Quante corse sui pattini a rotelle, le ginocchia erano sempre sbucciate per le cadute. Io ero permalosa e possessiva con le amiche e spesso
piangevo; in effetti, ripensandoci, ero un po’ una lagna.
Tra i personaggi del quartiere ricordo che, in una villetta di fianco al
nostro caseggiato, abitava un signore di bassa di statura che faceva il postino e che non ci restituiva mai il pallone quando volava nel suo cortile.
In fondo a via Magnano, al di là della bialera, abitava un’infermiera veneta che, in sella alla sua immancabile bicicletta, andava a fare le punture
a domicilio.
E che dire delle giostre che in occasione della festa di Lucento, in
onore sei santi Bernardo e Brigida, occupavano lo spazio dove adesso c’è
la Scuola Pola?
Alla domenica era bello andare al cinema Luce con mio padre a vedere i film di Franco e Ciccio Ingrassia. Mia madre invece mi portava a
vedere i grandi film storici e romantici, quelli che hanno fatto storia del
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Cinema quali: Il dottor Zivago, Via col vento, Guerra e Pace e così via.
Quando ero già più grandicella al cinema ci andavo con le mie amiche;
ricordo che, per non farci mancare nulla, prima di entrare ci riempivamo
le tasche di caramelle. Alla cassa c’era una signora molto burbera con un
non indifferente paio di baffetti.
Chi non si ricorda del lattaio dell’angolo? Il cono di gelato costava
30 lire e il ghiacciolo decisamente meno. In inverno, per non rinunciare
alle delizie del palato, ci mangiavamo un bel cono di panna. Mi ricordo
di Fredo, che quando mi incontrava mi salutava scherzosamente con un:
<<Ciao capellone>> forse perché il mio taglio di capelli a caschetto gli ricordava le acconciature beat dei complessi momento.
Concludo questo mio pezzo dicendovi col cuore: <<Grazie amici del
cortile! Grazie veramente per i bei ricordi che mi avete lasciato.>>
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Cesina TARULLI
9 maggio 1946
Ricordi come spezzoni di un film
Avevo 15 anni, quando siamo venuti ad abitare nella “mitica” casa
Fiat. La prima ragazzina che qui ho conosciuto è stata Lia Mazzetti, avevamo quasi la stessa età e simpatizzammo immediatamente.
Le scuole erano in centro e il più delle volte, in compagnia di Teresa
Fogliatto, Alida Soncin, Lia Mazzetti e Carla Rubatto prendevamo il tram
“13” per arrivarci. Quante chiacchierate!
Gli studi, purtroppo, ci impegnavano quasi tutto il tempo libero,
quindi ne rimaneva veramente molto poco per lo svago.
Le voci allegre dei ragazzini in cortile mi facevano compagnia nei
pomeriggi, mi sarebbe piaciuto essere con loro, ma ero troppo grande per
unirmi ai loro giochi.
Mi piaceva molto questa casa, era come una specie di villaggio formato da tante famiglie, ci conoscevamo tutti, i nostri papà lavoravano in
Fiat e condividevano le fatiche negli stabilimenti delle Ferriere. Il tempo
era scandito dagli orari dei loro turni di lavoro.
Quel tempo lo ricordo con nostalgia, come un periodo sereno e pieno
di amicizie. Se mi soffermo e chiudo gli occhi rivedo scorrere veloci i fotogrammi di un film in bianco e nero dove gli attori sono le persone che
mi hanno lasciato un ricordo. Rivedo Tiziana Lavecchia seduta al balcone con le gambette fuori dalla ringhiera, Silvio Biginelli al quale a volte
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facevo i compiti, la famiglia Cazzola alla cui mamma sono stata legata da
una profonda amicizia, la famiglia Bianchi, e tanti, tanti altri.
I nostri vicini di piano, la famiglia Tarizzo, erano molto cordiali, in
particolare, il figlio, al quale chiedevo aiuto per alcune materie che proprio non mi entravano in testa. Così, tra un compito e l’altro, ci siamo innamorati e lo siamo ancora oggi, dopo 46 anni di matrimonio.
In questa casa, sono nati i nostri figli, Guido ed Andrea, e qui abbiamo vissuto un periodo bellissimo pieno di gioia e di amore… un tempo
che avremmo voluto fermare… ma che ora, per noi, è tragicamente finito.
Tra queste mura, da cui non riusciamo a staccarci, viviamo ancora
con i nostri ricordi.
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Neida PAOLUCCI
19 novembre 1952
Una grande conquista
Ci ho messo un po' di tempo prima di decidermi a scrivere perchè
pensavo di non avere nulla da raccontare... poi, visto l’impegno e la costanza messa da chi ha avuto questa bella idea, da chi si è impegnato per
la realizzazione, da chi pian piano - con un lavoro certosino - ha messo
insieme tanti piccoli pezzi di storia del nostro vissuto, ho sentito il desiderio di esserci anch’io e così finalmente eccomi qua a raccontare alcuni
pensieri ed emozioni della mia infanzia e giovinezza passata nella “casa
Fiat”.
Avevo otto anni quando i miei genitori, mio nonno, mio fratello Renzo ed io siamo entrati nella nuova abitazione. Ricordo che quando ci fu
consegnato l’appartamento che ci spettava, i miei genitori ne parlavano
come di una grande conquista, come se avessimo comprato una villa.
Non che prima abitassimo in una casa fatiscente... anzi, ma questa casa a riscatto - dopo 25 anni sarebbe diventata nostra e questo era il grande
sogno dei miei genitori.
Quando arrivammo tutt’intorno vi erano solo prati, prati, prati….
Che cambiamento oggi!!!....
Da piccoli siamo cresciuti serenamente tra le mura di queste grande
casa Fiat che raccoglieva tante altre famiglie con altrettanti bimbi che,
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pian piano, io e mio fratello abbiamo imparato a conoscere, a frequentare
e a giocare insieme nel grande cortile sottocasa dove i nostri genitori ci
lasciavano scendere in quanto eravamo sempre e comunque sotto il loro
occhio attento e vigile.
In quel cortile, frequentato da bambini di entrambi i sessi, oltre ai
giochi già descritti in questo libro, crescendo, sono inevitabilmente iniziate anche le nostre prime cottarelle.
All’epoca la televisione e la radio trasmettevano canzoni tipo: “Fatti
mandare dalla mamma a prendere il latte” e devo dire che mai canzone
mi calzò così a pennello. Ero sempre pronta e disponibile con la mamma ad andarle a comprare il latte o il pane per avere il modo di uscire e
poter così incontrare il ragazzo, ovviamente della casa, che mi piaceva.
Quattro passi insieme, tante cose da dirsi, qualche sguardo intenso, e poi
si rientrava a casa a sognare. A quei tempi la libertà di uscire non era tanta, soprattutto per le ragazze. Quando riuscivo a strappare un fievole
sì era la gioia più grande ed immensa.
Noi bambini, che a quel tempo non potevamo disporre di parecchi
giocattoli, eravamo costretti a sviluppare la fantasia e l’inventiva per cercare di comunicare, di giocare e di stare insieme.
Ecco che nacque il più che famoso “trin-trin” che ci permetteva di
giocare da un balcone all’altro passandoci, tramite un secchiello legato ad
una corda, giochi, figurine, giornalini, biglietti e perche no? Anche nostri
piccoli segreti… altro che SMS!!!!!
La cosa bella era che questo gioco incominciò a prolificare con una
progressione geometrica. Corde di tutti i tipi e di tutte le lunghezze dilagavano da un balcone all’altro creando degli intrecci incredibili. La voglia di primeggiare era tanta e il nostro obbiettivo principale era quello di
riuscire a collegare i nostri balconi con quelli più lontani.
I primi amici con cui abbiamo legato erano ovviamente quelli della
scala di cui facevamo parte o quelli delle scale confinanti, il cui alloggio
era allo stesso piano del nostro. Quando i miei genitori non mi permettevano di scendere in cortile trascorrevo molti pomeriggi a casa delle sorelle Bruna e Silvana Corrado o con i nostri amici di pianerottolo, Marco e
Laura Cazzola, che volevano sempre venire a casa nostra. Noi li accoglievamo molto volentieri ed io, che ero più grandicella, mi coccolavo
Marco, mettendo già in pratica il mio istinto materno e il mio amore per i
bimbi. Con Silvio Biginelli facevamo lunghe chiacchierate da balcone a
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balcone. E che dire dei bellissimi rapporti d’amicizia con Cinzia e Claudio, Gabriella e Luciano, Cecilia, Irene, Angelica, e così via?
A diciott’anni incominciai a lavorare e decisi anche di intraprendere
una strada nuova che faceva parte di un mio grande sogno che avevo fin
da ragazzina (forse ho frequentato troppo le suore) che era la missione. Incontrai così un movimento di volontariato che mi portò pian piano
a frequentare nuove persone, nuove amicizie, nuovi affetti che ancora
oggi fanno parte della mia vita… a tutto tondo.
Ma non scordo e non dimenticherò mai i momenti belli, importanti,
felici che mi hanno vista insieme a voi a crescere e maturare nel grande
complesso di questa casa Fiat.
Grazie ad ognuno di voi per quello che mi avete donato negli anni
della mia gioventù.
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Laura TINELLI
2 marzo 1948
I migliori anni della mia vita
“I migliori anni della nostra vita” dice una famosissima canzone. “I
migliori anni della MIA vita” dico io, perché per me, gli Anni sessanta,
furono veramente così: indimenticabili.
I miei genitori ed io, unica figlia, abitavamo in via Avigliana, nel
quartiere “Cit Turin” dove era nato mio padre, dove aveva conosciuto
mia mamma e dove ero poi nata io.
Loro non si erano mai mossi da quell’amato rione ma il sogno di poter avere, un giorno, un alloggio di proprietà vicino al luogo di lavoro di
papà, le Ferriere, superò anche il doloroso distacco dalle rispettive case di
nascita e dalle mie nonne che ancora vi abitavano.
Ricordo benissimo il giorno in cui mio padre ci portò a vedere il luogo in cui sarebbe stata costruita la “nostra” casa. Ci sembrava di aver
percorso tanta strada col tram n° 13 fino al capolinea, nella piazzetta davanti alla chiesa, poi ancora a piedi cercando via Gotti e via Borgomasino.
Con un po’ di sgomento vedemmo intorno a noi solo prati, qualche
casa antica, strade sterrate e collinette di terra; solo io ero felice, mi sembrava di andare ad abitare in campagna!
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Passando il tempo, però, quella casa diventò realtà e pian piano si
riempì di giovani famiglie come la mia, con tanti bambini che portavano
allegria, pianti, bisticci ma anche tante risate.
Fu facile poi, bastò poco per fare conoscenza fra i genitori e amicizia
fra noi ragazzini; oltretutto a noi fu assegnato l’alloggio al piano rialzato
di via Gotti 12, per cui bastava aprire la finestra per scambiare due parole
con tutti.
Per me, abituata a stare sola, era una casa straordinaria!
Ricordo ancora con emozione il primo compleanno che trascorsi lì.
Quel giorno, tornata da scuola, i miei mi fecero trovare come regalo un
giradischi con il bellissimo singolo di Celentano “Pregherò” che suonava
a tutto volume. Piansi dalla felicità! Quello fu il primo 45 giri che ascoltai nella mia nuova casa e di lì ne seguirono molti altri (vinili che custodisco ancora gelosamente) che da quel giorno naturalmente iniziai a condividere con i miei amici.
I più vicini a me come età erano: il GRANDE Roby, che noi chiamavamo affettuosamente DUDU, il quale aveva un’immensa passione per la
chitarra; Teresa, detta Tere, con cui instaurai da subito un rapporto di forte amicizia e complicità e infine Guido che, con quell’aria sorniona e
quel suo insuperabile senso dell’umorismo, ci faceva tanto divertire e che
poi, qualche anno dopo, avrebbe anche rallegrato il nostro tragitto per
andare a scuola.
Al pomeriggio e qualche volta anche dopo cena, Roby e io, spesso
poi raggiunti dagli altri amici della casa, ci sedevamo sui gradini della
scala; si chiacchierava e si rideva, poi DUDU immancabilmente prendeva
la chitarra e suonando le canzoni di Morandi e dei Beatles si iniziava a
cantare e le ore passavano spensierate. Ci si divertiva così allora… con
niente.
Che nostalgia!
C’erano anche i fratellini Poggio, la bellissima Ester, Mauro, le care
sorelline Bonino e le altrettanto dolci sorelle Riccobene. Poi ancora Neida, Carla, la cara Cesina, Ubaldo, Ugo, Ezio, Silvio, Masino, la dolce
Gabriella, Claudio “tutto gambe” e la piccola Susy della quale ascoltavo
giornalmente la sconfinata ammirazione di Roby.
Tanti altri sono gli amici che ricordo ancora simpaticamente con i
calzoni corti o le graziose gonnelline… ma un nostalgico pensiero va
senza dubbio a Tony, Gianfredo, Giorgio, Magda e Ciaky che troppo presto ci hanno lasciati.
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Scrivendo queste righe mi è uscita qualche lacrima perché pur essendo felicemente mamma, e da poco tempo ancor più felice nonna di Raffaele, Francesca e Gabriele, è pur vero che ho trascorso gli anni più belli
e spensierati della mia adolescenza in quella casa. Anni che resteranno
indelebili nel mio cuore. Per questo ringrazio infinitamente Roby e Susy
per l’amicizia che mi hanno dato in questi anni e che dura ancora e tutti
quei bimbi e bimbe, oggi uomini e donne, che hanno contribuito indistintamente a rendere speciali quei famosi anni ’60.
GRAZIE RAGAZZI!
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Maurizio TOZZI
4 febbraio 1956
Paso o paso nen
Era un tiepido ed indolente pomeriggio di inizio estate nella seconda
metà degli anni 60. Noi bambini, sparpagliati nel cortile, ci dedicavamo
con altrettanta indolenza ai vari giochi più o meno adatti ad età e sesso:
chi cucinava squisite pietanze di fango e sabbia, chi palleggiava in modo
compulsivo un qualsiasi oggetto sferico e gommoso e chi vagolava in
modo disordinato, come falene rintronate, con biciclette di varie dimensioni e caratteristiche. E’ proprio di quest’ultimo casuale e incontrollabile
movimento di “particelle” incoscienti che nacque, come del resto il Big
Bang, il più devastante PASO O PASO NEN.
Dall’incrociarsi casuale delle biciclette qualche mente eletta pensò
che si potesse creare una forma di roulette russa del velocipede. Il gioco
era semplice: nel girovagare per il cortile, due o più kamikaze si puntavano e, al grido di “paso o paso nen” cercavano di evitarsi scartando dallo stesso lato nell’ultimo mezzo metro.
Va da se che questa dozzina di siffatti biker portassero, prima o poi,
tutti i nodi al pettine… con effetto BARON GROSS!
Rammento in particolare una di queste conclusioni con un nostro caro amico (particolarmente lungo) che, rimasto sotto il groviglio di pedali,
manubri, ed arti vari perse completamente il controllo della propria ridarola e di… altro!
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Fin qui tutto bene, i bambini, almeno quelli di allora, non pativano
nulla e, tolta qualche sbucciatura od altri inconvenienti idrici, dopo un attimo ricominciavano con lo stesso gioco o peggio.
…Questo, per i bambini… ma per i ragazzi?
Bello il giochino dei bambini! Ma i ragazzi lo devono evolvere!
L’evoluzione era molto semplice: bastava sviluppare il mezzo di locomozione!
Era divertente con 3 Graziella, 4 Romero, 2 Bianchi, 1 Baloncina,
ecc… chissà cosa viene fuori con un VELOSOLEX ed un TROTTER?!?
Fu così che in un pomeriggio da AZZURRO, sull’arena rappresentata dal rettilineo di via Gotti fra via Magnano e via Borgomasino si fronteggiarono in “medioevale tenzone” i due mezzi meccanici!
VELOSOLEX vs TROTTER
Partiamo!>>
Pronti… VIA! ------------SWISSSSH……. Dx…Dx…… OKKKEI!
<<
Di nuovo dai!>>
Pronti… VIA! ------------SWISSSSH ……..Sx …Sx…….OKKKEI!
<<
Figata! Ancora una!>>
Pronti… VIA!-------------SWISSSSH ……..Dx…Sx……. SKATATATABANG !!!!!!!!!!!!!!!!!
<<
Per molto tempo i signori Poggio si chiesero come fosse giunto sul
loro poggiolo, al primo piano di via Gotti 12, quel contenitore plastico e
prismatico pieno di un liquido che pareva miscela al 3%...
Questo è uno dei tanti ricordi di uno dei ”betè” del PASO O PASO
NEN.
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Angela RICCOBENE
27 Gennaio 1957
Frammenti di ricordi
La settimana scorsa, parlo di gennaio del 2013, scorsa, dopo 23 anni,
sono ritornata nell'alloggio di via Gotti 14.
L'inquilino è andato via e la casa necessitava di una ripulita e una sistemata. Appena aperta la portina delle scale un ondata di ricordi mi è arrivata addosso come una gigantesca onda... tutto uguale eppure così diverso e lontano.
Ho istintivamente cercato il nome della famiglia Bonino e Gotta...
poi ho salito la prima rampa di scale e subito mi sono affacciata alla finestra che guarda il cortile. Come l’ho visto piccolo. Ho alzato gli occhi e
ho guardato tutti i balconi e in un attimo sono ritornata indietro di 50 anni,
di una vita insomma
Arrivata in casa, sono andata sul balcone che dà sul cortile e con attenzione mi sono guardata attorno. Il tempo, per una piccola frazione, si è
fermato e ho rivisto Angelica, Maurizio, Patrizia Pagliero, Gabriella,
Giorgio, Susanna. Tutti i ricordi sono riemersi e la mia casa ha ripreso la
dimensione di tanti anni fa. La camera da letto di noi tre sorelle, la grande
cucina, il salotto, che per anni è stato il regno di mia madre e non utilizzabile da noi. Tanti altri ricordi sono riaffiorati la nostalgia ha preso il
sopravvento allora la mia mante ha cominciato a far tornare alla luce altri
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ambienti esterni alla nostra abitazione che noi utilizzavamo per dare svago ai semplici giochi di bambine.
Il cortile
Appena finito di mangiare, ritornate da scuola, via giù in cortile. Ricordo la divisione tra i due lati: maschi da una parte e fanciulle dall'altra.
I segni per terra della "settimana", i primi giri in bicicletta, le prime
bambole "Poldino", e poi le interminabili partite a nascondino, che erano,
forse, l'unico momento in cui i due sessi si mescolavano. La sera ci prendeva per sfinimento e ricordo che a un certo punto, quasi all'unisono, tutti
i nomi di noi bambini, venivano chiamati dalle rispettive madri, e ricordo
molto bene la nostra usuale richiesta di proroga: <<Ancora un attimo,
mamma, tra 10 minuti arrivo.>>
Ricordo i topi che venivano rincorsi con la scopa di saggina dalla mitica Signora Cerrato. Ricordo l'odore acre che usciva dalle pattumiere intasate. Ricordo le giornate di pioggia che ci vedevano stipati sotto la
rampa della discesa che dal portone carraio portava al cortile. Che paura
ho provato la prima volta che l'ho affrontata a cavallo della mia bicicletta!
Ricordo che tenevo talmente serrate le mani sui freni che alla fine mi facevano addirittura male. Quante cadute e quante sbucciature dei gomiti e
delle ginocchia ha sulla coscienza quella ‘discesa’ ma era il nostro regno… il nostro ‘asilo’.
La cantina delle sorelle Bonino
Un ricordo particolare và alla cantina delle sorelle Bonino. Essendo
d’angolo era la più grande e presto è diventata un nostro luogo di ritrovo.
Con Loredana, Patrizia, e mi sembra anche Ester, forse abbiamo iniziato
un gioco alquanto particolare: sciogliere le prime pinze di plastica per fare gli smalti. L’ingegno e la fantasia a quei tempi sopperivano alla mancanza di giocattoli.
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Il praticello
Quando il cortile iniziò ad andarci stretto e il desiderio di esplorare
cosa ci fosse al di là di quei muri, spostammo il centro della nostra attenzione in quello che chiamammo “il praticello”. Era una zona verde con
alcuni alberelli, situata dove adesso c’è il condominio di via Gotti 8. Ricordo i "cicapui" nei capelli e che si scavava pensando di trovare magici
tesori o strane reliquie. A volte si trovavano ossa di animali la nostra fantasia, anticipando gli attuali personaggi di CSI, attribuiva a resti di crudeli assassinii.
Le scorribande in bicicletta
Pian piano, con l’aiuto del boom economico di quegli anni, iniziammo ad possedere tutti una bicicletta su cui scorazzare. Le mitiche Graziella e la Bianchi erano le più ambite e i nostri orizzonti, in funzione della nostra crescente età, iniziarono via via a dilatarsi e ci spingemmo fino
ad una meta a quel tempo lontanissima: la Reggia di Venaria. Quel posto
allora, ancora diroccato, aveva per noi un fascino particolare e il mistero
di quella antica costruzione non poteva che non inviarci ad esplorarla.
Ricordo che arrivavamo tutti insieme alla Reggia, e poi, scavalcando
i muri di recinzione, ci addentravamo all'interno di quell'edifico fatiscente. L’incoscienza giovanile sovrastava la paura e per noi, addentrarci in
quel luogo, era una prova di coraggio. Un giorno per una di noi, forse
Piera, si fece male e in quel posto non ci mettemmo mai più piede.
Quanti ricordi, quanti frammenti di vita vissuta. Che meraviglia quelle serate passate per strada, con la certezza che tutto il mondo era ai nostri piedi e la convinzione di essere invincibili. L'amicizia era il collante
che univa gli uni agli altri, eravamo un clan coese, sì, eravamo quelli della CASA FIAT.
A questo punto, anche se u po’ tardive, devo rivolgere le scuse ai ragazzi che giocavano a pallone sotto le mie finestre e che, per anni, hanno
avuto i loro palloni tagliati da mio padre. Anche questo era parte integrante di quel meraviglioso periodo della nostra vita.
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Roberta RICCOBENE
14 Febbraio 1963
Il mio grande amico Roby
Non c'era verso. Ogni volta che la signora Pepino ci beccava insieme
diceva: <<Eccoli qui i due fidanzatini!>> e noi giù a ridere: perchè io e
Roberto Piumatti eravamo molto di più che due amici.
La mia infanzia è stata tutto ciò che di bello si possa immaginare:
delle sorelle meravigliose, una mamma e un papà attenti alle loro figlie, e
soprattutto... la libertà! La libertà di fare sostanzialmente quello che si
voleva (senza percepire il forte controllo che invece gli adulti della Casa
Fiat effettuavano dalle finestre e dai balconi sul cortile) e iniziare la giornata ridendo. Sì, perchè ciò che accomunava me e Roby - oltre al nome
che sicuramente sarà stata la calamita di attrazione iniziale - era la sfrenata voglia di ridere. Si rideva per una smorfia, per le parole storpiate, per i
progetti di come trascorrere il pomeriggio, per la puzza, per la cacca... si
rideva tanto, tanto, tanto. Io e Roby: Cric e Croc nel fisico, ma con un rispetto totale uno dell'altro.
Grazie a Roby non ho mai avuto complessi sui miei chili di troppo,
perchè con lui si andava in bicicletta per ore ed ore, facendo benzina vicino alle maniglie delle porte delle auto posteggiate, e poi si rinforzava il
rombo del motore con le cartoline tra i raggi delle ruote e si decideva insieme quale fosse l'auto da pedinare... facendoci inevitabilmente urlare
dietro dagli autisti spazientiti! E poi si stava in cortile, sempre insieme e
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preferibilmente sotto la discesa. Quando, per lavori di manutenzione vi fu
un cumulo di sabbia lì, per molti giorni, creammo la base per i nostri esperimenti di chimica. La mitica ‘Z’ tracciata sul muro fu il prodotto di
una mistura impossibile, macerata per giorni dentro un flacone di alcool
rosa, per non parlare poi dei giochi con gli altri amici, quali: rialzo, ce
l'hai, fulmine, strega tocca color, le belle statuine, l'orologio di Milano,
mondo, i quattro cantoni, fazzoletto e il mitico nascondino.
Era tutto fantastico, non c'era spazio del cortile che non ci appartenesse. Indimenticabili con Roby erano le merende offerte dalla signora
Mariuccia. Tra le preferite ricordo il pane burro e zucchero che si consumava rigorosamente fuori, sul balcone, o mentre di corsa scendevamo
nuovamente giù in strada.
Roby è stato il mio alter-ego maschile. Lui era così magrolino e scattante, che arrivava sempre per primo nelle corse. Roby si scapicollava
con la bici giù dalla discesa senza alcun timore, ma aveva bisogno di me
e me lo manifestava in ogni momento, con l'amicizia più genuina e fuori
da ogni schema.
Le altre amicizie
E poi? Cosa c’era oltre Roberto? Oltre a lui c’era la Casa e tutti gli
altri amici con i quali, di stagione in stagione, si è cresciuti insieme. Che
bello ricordare quando, durante le lunghe sere d'estate, ci sedavamo sui
bordi dei marciapiedi, a gustare i ghiaccioli presi alla latteria o i primi
mega-gelati che vendeva il bar appena aperto in via Borgomasino.
L’età dello sviluppo faceva degli scherzi incredibili e c'erano dei ragazzi che si trasformavano da un mese all'altro. In particolare ricordo
Maurizio Tozzi che, al ritorno da una vacanza, scese le scale e, arrivato al
nostro pianerottolo, Angela, Maria ed io lo guardammo esterrefatte: era
diventato bellissimo… e in soli 30 giorni!
C'erano anche quelli che noi consideravamo ‘i grandi’, ragazzi con i
nomi strani: Ubaldo, Pierluigi, Gianfredo, Silvio e poi c'era lui: Ugo!!!!
Intorno ai quattro anni, se la memoria non mi inganna, urlai dal mio balcone il suo nome per interi pomeriggi.
C'erano anche ‘le grandi’, le amiche di mia sorella Angela, e tra queste come dimenticare Loredana e Patrizia Bonino, Patrizia Pagliero, Ga239
briella Pernaci, Piera Fogliatto, Angelica Rolle, Tiziana Lavecchia, Magda Poggio, Cecilia Gosso e altre ancora?
La categoria intermedia delle femmine erano le cosiddette ‘semigrandi’ e tra queste Amalia Piumatti e Franca Poggio erano quelle che la
mia memoria di bambina ricorda molto bene.
I coinquilini della nostra scala
Oltre a noi piccoli anche gli adulti, ed in particolare i vicini di pianerottolo, hanno lasciato un segno indelebile nella mia memoria.
I signori Rolle erano una coppia dolcissima che puntualmente incontravamo appena si apriva la porta di casa. Di loro invidiavamo i pavimenti lustrati con cera e lucidatrice ed apprezzavamo la loro collaborazione.
Quando in casa mancava lo zucchero, il sale e così via, sapevamo che potevamo tranquillamente contare su loro
Al secondo piano abitava la famiglia Fogliatto: una delle famiglie più
naif che abbia mai conosciuto, una famiglia dal cuore e animo generoso e
dall'estrosità assicurata! Non riesco a conteggiare le volte che abbiamo
percorso le rampe di scale alla velocità della luce per cercare di sedare le
vena artistica dell’indimenticabile Tony che, della tromba, sembrava avesse fatto una ragione della sua vita. Per non parlare poi dell'arrivo nelle
rispettive famiglie di due giganti canini: Sansone e Buc, nemici per la
pelle.
Gli anni in cui si era gemellati dal duplex, noi condividevamo la linea con i signori Baracco, i genitori di Mauro, ed era un continuo andare
a bussare alla loro porta per dire che al nostro papà serviva il telefono.
I giochi
I giochi hanno plagiato le nostre menti, mettendo spesso a rischio
l'incolumità fisica di ciascuno di noi. I miei polsi si erano gonfiati a dismisura con i "click-clack", due palline blu fissate all'estremità di due
spaghi uniti da un anello. C'era poi l'anello di plastica da infilare nella
caviglia con un cordino lungo al cui fondo era fissata una palla di plastica
da far ruotare velocemente per saltare contemporaneamente sull’altra
gamba senza bloccarne la rotazione. Vi ricordate “elastico”, quel pallone
di gomma arancione (ZOOM?) con la maniglia su cui ci si sedeva sopra e
si saltava? C’erano poi le cerbottane per gli scartocci, munite di pinze da
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stendere per simulare dei mitra micidiali. Le penne BIC, svuotate dal
refill, venivano utilizzate per fare le bolle di sapone. L’intramontabile
corda per saltare è stata uno dei pochi giochi che ha abbracciato non solo
la mia ma più generazioni di bambini. Il divertimento massimo l’ho raggiunto quando ho ereditato da Angela, la mitica OLMO bianca (modello
maschile!).
Come dimenticare…
Come dimenticare l'acqua buttata dal signor Viberti dal sesto piano?
Come dimenticare quando ci issavamo fino a raggiungere il davanzale delle finestre al pian terreno di Roberto Gotta e suo fratello Franco o di
Mario Bianchi?
Come dimenticare la settimana disegnata col gesso sui marciapiedi e
sul cortile?
Come dimenticare le urla della signora Cerrato?
Come dimenticare Marco Cazzola, Roberta Rosticci, Cristina Repetto (che quando cambiò casa per la prima volta non la sentii così antipatica), l’aria sofisticata di Monica e gli occhi azzurri di Marco Camperi?
Come dimenticare la figura retorica del signor Pressa?
Come dimenticare quando Roby ed io entrammo nel magico orto del
signor Cerrato e buttammo delle pietre al di là della siepe di recinzione
per disturbare le imprese erotiche di Masino nel casotto dove si riponevano gli attrezzi agricoli?
Come dimenticare quando ai giardinetti Cavallotti scoprimmo le siringhe usate?
Come dimenticare quando scovammo pacchetti di sigarette nascosti
nel vano luce dell'ascensore?
Come dimenticare quando restavamo seduti, da soli o in compagnia,
ore ed ore sulle scale vicino alla portina perchè fuori pioveva?
Tutto è stato magnifico, importante, ed oggi che, in quanto educatrice, mi
occupo dei minori della Città, lavoro perchè si recuperino gli interventi
educativi di comunità, sapendo profondamente quanto la Casa rappresenti la propria identità.
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Maria RICCOBENE
5 Maggio 1960
Maria, the second sister, ovvero… quella di mezzo!
<<Amalia,
Amalia, scendi?>>
<<Vieni giù?>>
<<Amalia, scendi?>>
Roberta che chiamava Roberto ogni zero secondi, Angela che chiamava Piera, Piera che parlava con Maurizio, Claudio con Masino, Gabriella con Susanna, “nonna Malandrino “ che parlava, parlava... e poi
ancora voci.
Altro che telefonini e IPhone! Nella mitica casa Fiat echeggiavano
solo voci.
Le lunghe chiacchierate da balcone a balcone sono una tra le cose
che ricordo con più piacere.
Verso sera, in estate, era un brulicare di voci, un telefono senza fili,
che all’unisono incominciavano a prendere vita per raccontarsi la giornata, per darsi il fatidico appuntamento serale.
E poi, via! Tutti giù in cortile e dopo il nefasto “divieto di gioco ai
bambini” (chi lo aveva imposto?) tutti sui marciapiedi!
Tutti in strada, la nostra mitica strada, territorio da difendere dalle altre bande del quartiere.
Ovviamente era compito dei più grandi, ovvero Masino, Roberto,
Ugo, Claudio, ecc. presiedere il territorio, almeno così mi pare di ricordare.
L’incrocio tra via Gotti e via Borgomasino mi sembrava una piazza
enorme che si trasformava da campo di calcio (Angela si è già scusata
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per tutti i palloni forati da mio padre e le urla dalla finestra ed io mestamente mi accodo e chiedo venia...) e pista per sfide memorabili in moto.
Mi ricordo che arrivavano certi “bonazzi”, scusate il termine, su delle
moto LAVERDA e si sfidavano nel fare il tratto di strada da inizio di via
Gotti sino a Corso Toscana.
Il giorno dopo, puntualmente, li vedevi ripassare con braccia o gambe rotte, ma per me erano comunque dei miti... Come avrei voluto guidare quelle moto o essere caricata e portata via! L’ho tanto sognato che alla
fine, visto che nessuno mi ha “caricata”, mi sono comprata una moto e
per un certo periodo di tempo l’ho posteggiata proprio nei garage in cortile!
E come non ricordare le montagne di terra prima che asfaltassero la
bialera.
Quelle montagne di sassi sono stati paesaggi da esplorare, da conquistare, altissime montagne da scalare, mi piacevano tantissimo. Che tristezza vedere poi la strada asfaltata! Miseramente piatta.
Memorabili i mal di pancia nel mangiare i fiori di glicine che crescevano nella bellissima villetta del “postino”. Era già un’avventura raggiungerla, ma l’obbiettivo era “fregare” i fiori e mangiare i pistilli.
Il praticello era terra di confine, ricordo i cicapui, i rovi, i topi (Dio
che paura!) le discese ghiacciate, ma soprattutto ricordo che qualcuno un
giorno mi buttò nelle gigantesche ortiche! Se avete il coraggio venite fuori, adesso! Chi è stato? Comunque, spero di non essere stata così lagna da
meritarmi ciò; ricordo solo che andai a casa dolorante e con bolle su tutto
il corpo.
Essere del ’60 è stata una fregatura.
Troppo giovane per il mitico ’68 (ma ci siamo rifatte nel ’77), nata in
pieno boom economico, ma ho un primato! Credo di avere gli stessi anni
della nostra casa, che, alla data in cui scrivo, sono ben 54.
Il gruppo delle ragazze Angela, Piera, Gabry, Patrizia, ecc... erano
troppo grandi e quindi a loro rompevo un po’ le scatole. Poi c’era il
gruppo dei troppi piccoli, Roberta & Roberto e Robertino Gotta, che
rompevano le scatole a me! Ma, confesso, li guardavo con una certa invidia per le loro formidabili avventure da Indiana Jones in erba.
Insomma una bella fregatura, senza parlare poi dei più grandi che li
vedevo così grandi, quasi dei paladini e che giustamente a loro volta, vedevano me come una mocciosa a cui badare.
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Ma una cosa è certa non mi sono mai sentita sola, anzi mi sentivo
sempre parte del gruppo, un gruppo di tanti, tanti fratelli e sorelle maggiori.
Voglio ricordare Tony, con quella sua aria un po’ naif, quel suono di
tromba mai intonato... sempre con la battuta pronta e quella andatura a un
metro e mezzo da terra.
Lo penso e sorrido. E improvvisamente ritorno a quelle voci che si
chiamano dai balconi e che nelle calde sere d’estate sui marciapiedi di via
Gotti e di via Borgomasino, parlavano, parlavano, parlavano ...
Un sorriso a tutti voi, mitici ragazzi/e della casa FIAT!
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Irene CHIESA
24 Maggio 1956
Un ricordo indelebile
Ho un ricordo un po’ vago dell’arrivo alla Casa Fiat in Via Borgomasino n. 65, all’epoca avevo solo 4 anni.
Appena arrivata notai subito quel bellissimo cortile enorme, che meraviglia, luogo ideale per giocare.
Il mio appartamento era al 4° piano e per raggiungere il cortile scendevo quelle interminabili scale in quanto l’ascensore non era ancora installato, e sarebbe comunque stato vietato a noi bambini. Per ritrovarmi
con i bambini a giocare nei pomeriggi assolati a tanti giochi, quindi mi
toccava scendere le scale.
Quasi tutti avevano la bicicletta, io ho imparato ad andare in bicicletta in cortile, con la bici di Gabriella, e se la mia memoria non mi tradisce
era di un color grigio argentato.
Conquistai la tanto agognata bicicletta di colore rosso, solo alla promozione della quinta elementare.
Iniziò anche per me il periodo di giri interminabili in bicicletta, ginocchia sbucciate, ma incurante del bruciore continuavo a pedalare,
smettendo solo al richiamo di mia mamma che, dopo l’ennesima volta
che mi chiamava “IRENEEEEEE” era meglio risalire perché si stava
mettendo male.
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Quando tolsero il permesso di giocare in cortile, ci adeguammo a
giocare sul proprio balcone di casa. Io giocavo con Cecilia, Sandra, Laura
e Claudio.
Da buon maschiaccio partecipavo al gioco con la cerbottana, la mia
era stata ricavata da un lungo tubo nero. Che battaglie tra un balcone e
l’altro! Ricordo che c’era anche qualcuno, e non faccio nome, che nello
scartoccio metteva lo spillo… meno male che non era un buon tiratore.
Ho ancora vivo il ricordo del gioco dell’hostess; mettevo delle sedie
in fila e mi divertivo a facevo a simulare quella professione che tanto
amavo (sogno infranto poiché, crescendo, non ho raggiunto i fatidici 1,60
centimetri d’altezza richiesti a quel tempo). Claudio era il pilota e Laura
e Sandra i passeggeri.
D’estate alcune volte si condivideva il pranzo, ognuno stava sul proprio balcone di casa, seduto su un tavolo da picnic e contemporaneamente si consumava il nostro pranzo scambiandoci a voce: <<Cosa mangi oggi?>>
Con Laura ero molto amica, trascorrevo molti pomeriggi insieme a
giocare e qualche volta lei veniva con suo fratello Marco nella nostra casa di campagna. Lì era stupendo, c’era anche il giardino e ci costruivano
delle fantastiche capanne con materiale di recupero.
Un’altra amicizia importate è stata con Claudio, mio coetaneo e vicino di casa, e anche con lui ho condiviso tanti pomeriggi di gioco. Lui ed
io eravamo soliti andare nel “praticello”, ricordo che Claudio prendeva le
lucertole e tagliava loro la coda .oppure cacciava i ragni che metteva poi
in un barattolo pieno di alcool per conservarli.
Crescendo ci ritrovammo non più nel cortile ma di sera sul gradino
del portone di via Borgomasino n. 65 a chiacchierare sotto lo sguardo vigile della Signora Malandrino che alcuni di noi chiamavamo “nonna”. Il
mio coprifuoco era però molto restrittivo e non potevo trattenermi quanto
avrei voluto, fino a tardi, come la maggior parte degli altri.
Nell’anno 1977 mi sono sposata e mi sono trasferita in corso Francia
per poi successivamente trasferirmi a Savonera.
Rimane in me, sempre vivo il ricordo di quelle belle giornate spensierate passate con tutti voi, giornate che hanno allietato la mia infanzia e
l’adolescenza.
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Claudio PELLEGRIN
08 giugno 1956
L’arrivo a Lucento
Per un bambino di quattro anni un trasloco è vissuto come
un’avventura eccitante e coinvolgente.
Lasciavamo il modesto appartamento di camera e cucina in affitto in
via Viterbo, piccolo e poco luminoso, in mezzo ad altre case. In lontananza, l’unica macchia di verde, i giardini di piazza Villari, capolinea del
tram 14 che giornalmente mi portava all’asilo a Porta Palazzo.
La casa FIAT invece era un palazzone nuovo.
Intorno, impalcature di altre case in costruzione, campi di mais e prati dove pascolavano pecore e mucche. All’angolo tra via Borgomasino e
via Gotti, i resti di un grosso albicocco destinato a lasciare spazio
all’asfalto e al marciapiede.
L’appartamento mi sembrava enorme. Si raggiungeva a piedi salendo
per quattro piani. Mancavano ancora i gradini in marmo, solo assi inchiodate provvisoriamente sul cemento della soletta. Per avere
l’ascensore funzionante doveva passare ancora qualche tempo.
Tutto sapeva di nuovo. Sui vetri, disegnate a calce col pennello, delle
grosse “S” e mamma che diceva: “Vedi Claudio questa sarà la tua cameretta, non dovrai più dormire sulla brandina ai piedi del nostro letto”.
Cosa potevo volere di più dalla vita?
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In breve il palazzo si popolò di persone. Voci istruivano i facchini
che portavano su i mobili. E poi bimbi, una nuvola di bimbi, da conoscere: “Ciao, come ti chiami? Vuoi essere mio amico? Vieni che giochiamo
agli indiani.”
E poi il cortile… smisurato nel ricordo, dove giocavamo al sicuro
“dagli zingari che ti portano via per venderti o farti lavorare nel circo”.
Il cortile e i suoi giochi… Il cortile dove correre e ridere con gli altri
bimbi, ma attenti che il signore del primo piano ha fatto la notte, quindi
rispetto per il suo sonno… Il cortile con quella diabolica ghiaietta che
non perdonava ginocchia e mani ad ogni capitombolo… Il cortile dei
lunghi pomeriggi senza pensieri. Prima fai i compiti e puoi andare giù. La
pausa per la merenda quando mamme premurose lanciavano le cibarie direttamente dal balcone. Vivo e indimenticabile il sapore del panino burro
e marmellata consumato a cavalcioni del mancorrente della discesa giocando a telefono senza fili. Quante Regine Reginelle ci hanno assegnato
passi da formica o da canguro. Quanti Orologi di Milano facevano tic-tac
e ci “sgamavano” in frenata. “Un-due-tre per me libera tutti e stai di nuovo sotto tu”. Quante partite a “tirascartocci” costruiti coi tubi neri comprati da Peruzzo in via Borsi e personalizzati con mollette, tappi di sughero e nastro nero da elettricista. Una squadra si asserragliava nel deposito bici e moto, l’altra attaccava. Io facevo gli scartocci con la carta dei
quotidiani e duravano poco. Con la saliva, collante d’immediata reperibilità, si spappolavano dopo pochi lanci. Altri, più abbienti, usavano fogli
di quaderno e colla che consentivano traiettorie più precise e lunghe. Gli
esagerati intingevano la punta nello smalto da unghie della mamma trasformandoli in colorati dardi infallibili e dolorosi.
Il praticello
Era il fuori, il contatto col mondo esterno, con altri ragazzini del borgo. Noi catturavamo le lucertole per poi liberarle, magari senza coda. I
napuli o quegli stronzi della Casa delle Poste, invece, le uccidevano impallinandole con l’Oklahoma o le facevano galleggiare nella bialera su
zattere fatte coi bastoncini intrecciati dei ghiaccioli. Noi ci impegnavamo
in battaglie con i “tacapui”(*) attenti a non farli finire tra i capelli. I napuli provavano gusto a bersagliare le chiome delle bimbe FIAT.
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(*)I tacapui sono i frutti della Bardana (Arctium lappa L.); le brattee
contenenti gli acheni sono uncinate e si attaccano ai vestiti. Mamma, mi
hai fatto studiare Agraria fino a 25 anni ma adesso le so tutte! Che sudisfasiun, neh?
Comunque chi non conosce i “tacapui” non è vero bimbo della casa
FIAT.
Le ore lunghe e gli anni veloci
E’ frase presa in prestito da melensa canzone di Claudio Baglioni ma
penso renda bene lo spirito di quegl’anni. Le domeniche pomeriggio non
finivano mai. Sì è vero che il sabato ero andato al catechismo e il parroco
mi aveva premiato obliterando l’apposita tessera per entrare al Cinema
Luce con lo sconto, ma proiettavano sempre film con Franco e Ciccio e
non li ho mai sopportati. Preferivo Totò o quelli di cow-boy.
La gerarchia
Prendi un numero a piacere di viventi e mettili in un ambiente confinato. Siano essi ramarri, polli o ippopotami, la prima cosa che faranno è
affrontarsi più o meno brutalmente fino a definire una precisa scala gerarchica. A questa regola naturale non sfuggivamo noi bimbi maschi di
casa FIAT. Primo metro per la determinazione era l’età anagrafica, più
importante della stazza o dell’aggressività. Io ero messo piuttosto male,
erano quasi tutti più vecchi e dovevo subire. Sullo scalino sopra il mio,
Maurizio Tozzi. Ogni ipotesi di sorpasso era da scartare, vista la sua mole
e la prestanza. Dietro me, Claudio Guerrina, ma era così magrolino che
non potevo certo rifarmi su di lui delle botte prese dai grandi. Sul gradino
ancora sotto Lucy Pernaci, il più giovane, che spesso riusciva ad evitare
brutte strapazzate dal gruppo con la sua simpatia. Sottolineo che noi ultimi tre maschi in graduatoria potevamo vantare nei giochi il rango di
“pane e burro” con tutte le agevolazioni annesse e connesse.
C’è da dire che si rispettava un certo codice etico. Nelle zuffe non
c’era violenza incontrollata e il tutto finiva con la tipica domanda del più
forte:
“Cedi?”
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“Si”, rispondeva il soccombente paonazzo e tutto finiva con danni
limitati, si risaliva in bici o si riprendevano i giochi interrotti come niente
fosse.
Tra i volti e i mille episodi ancora tutti vivi nel ricordo, Masino Cerrato. Mi incuteva timore e rispetto. Era adatto per fare il capo. Il capo
della banda dei Kriminal. Così quando io decisi di entrare nei Mods di
Gianfredo Soncin, per un po’ mi tenni alla larga evitando lo sguardo truce del leader rivale.
Ero proprio un tonto credulone! Addirittura qualcuno dei più grandi
(probabilmente quel furbacchione di Ugo B.) mi convinse che via Borgomasino si chiamasse così in onore del potente abitante dell’ultimo piano del civico 63. Il Borgo di Masino, appunto!
Il vano sotto la discesa, sede ufficiale del gioco dei quattro angoli,
diventava, all’esigenza, l’officina del mulita, l’arrotino che collegava la
mola in pietra alla catena della sua vecchia bici con cavalletto e freni a
bacchetta. O la bottega dell’ombrellaio o il laboratorio del materassaio
che cardava la lana e ricuciva cuscini in crine.
Ricordo gli spazzini che svuotavano manualmente le pattumiere in
cemento sorvegliati da Ciccio, il gattone della casa, pronto ad acchiappare i topini che uscivano dalla “amnis”.
La domenica mattina entrava, nel cortile deserto, un signore corpulento, con baffi, lobia a larghe tese, gilet e giacca di fustagno esibendosi
nel suo repertorio canoro da parlami d’amore Mariù alla Mattinata di Leoncavallo. Dai balconi lanciavamo poche monete avvolte nella carta di
giornale che l’uomo raccoglieva, appoggiandosi al bastone, ringraziando
con ampi gesti e il cappello in mano. Era un momento di semplice umanità, difficile da ritrovare ai giorni nostri.
Ricordo Franca Poggio. Bimba di circa 8 anni che giocava a fare la
mamma insegnando a camminare a mia sorella Cinzia, così io potevo
giocare a pallone coi maschi.
Ricordo Renzo Paolucci che mi insegnava i primi accordi di chitarra:
LA-MI-RE-MI le bionde trecce gli occhi azzurri e poi … io starnazzavo a
piena voce mettendo a dura prova la pazienza dei vicini.
Al piano di sotto Guido Ruento, mia àncora di salvezza quando proprio non riuscivo a risolvere i compiti di matematica. Con l’estrema disponibilità e il garbo che tuttora lo caratterizza, sottraeva una mezz’ora ai
suoi studi d’ingegneria per aiutarmi.
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Passavamo le serate estive davanti la portina del civico 65. Le risate,
la simpatia di Claudio Pepino. Le bimbe ormai ragazzine che subivano il
fascino di Cico, il bullo del quartiere.
E poi, in un attimo, siamo diventati grandi.
La vita mi ha portato lontano da Torino. Sono un signore con calvizie
e pancetta e inizio a contare il tempo che mi separa dalla pensione. Nella
stanza accanto mio figlio Stefano sta preparando la tesi di Laurea in Fisica, sempre collegato in Internet, moderna rete globale. E sento un groppo
allo stomaco ricordando il mitico “trin-trin” efficiente rete condominiale
di Noi, vecchi Bimbi della Casa Fiat.
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Gianni POGGIO
03/09/1953
Gli untori di Lucento
Gli untori erano degli individui sospettati, durante i periodi delle
grandi pestilenze, di cospargere negli ambienti i manufatti e gli oggetti
con i quali le persone entravano spesso in contatto, come le maniglie delle porte, le tende, ecc di una sostanza giallastra, appiccicosa e ripugnante, al fine di contagiare gli abitanti delle città con il morbo.
La credenza era allora molto diffusa, tanto che veniva attribuita agli untori la causa del diffondersi della peste, provocando nei loro riguardi una
persecuzione per certi versi simile alla caccia alle streghe verificatasi per
secoli nella nostra storia.
La sostanza utilizzata per ungere, e l'azione dell'unzione, sia nel passato che fino ai giorni nostri, hanno sempre rappresentato l'azione
del cattivo dedito verso il male...
La figura dell'untore purtroppo ricomparve sotto mentite spoglie, negli anni sessanta, quando io, Ugo, Claudio e Fiorenzo, mentre ci recavamo a piedi al cinema, trovammo abbandonate in un prato in corso Lombardia alcune casse di brillantina di marca Pentò.
Ben presto dalle sale cinematografiche del quartiere uscirono persone
che si erano unte gli indumenti e/o il corpo prendendo po254
sto incautamente al buio sui sedili del cinema, e/o appoggiando le braccia
ai braccioli delle sedie ecc. ecc.
Ad avvenuta unzione, anche il loro tentativo di lavarsi nei bagni, fu
vanificato in quanto gli untori precedentemente avevano spruzzato tale
sostanza all'interno dei rubinetti e sulle maniglie delle porte d'uscita dei
bagni stessi.
Per un senso di giustizia, e per completare al meglio il lavoro, anche
le tende del cinema che dovevano essere scostate manualmente dagli
spettatori per uscire dalla sala furono abbondantemente unte.
Non c'era scampo, gli untori progettavano nei minimi dettagli il loro
piano criminale, successivamente agivano indisturbati con finta noncuranza, per poi crogiolarsi e gongolare al sicuro nel buio della sala, nel
sentire le urla dei disgraziati che erano venuti a contatto con la sostanza
dalla consistenza così ripugnante.
L'unzione degli abitanti del Borgo proseguì nei modi più vari e maligni. Il classico ingrassamento consisteva nella spalmatura estemporanea
sui campanelli dei moderni citofoni. Altre unzioni dei malcapitati derivarono dal contatto delle dita o del sedere sulle selle delle biciclette lasciate incautamente appoggiate ai muri delle osterie dagli ignari avventori ciclisti. Non era raro pertanto vedere, nel poco traffico di Via Luini, vari
pedalatori sculettare pericolosamente sulle selle e zigzagare sfiancati dal
pesante turno di lavoro e dal vino di buon prezzo…l’aderenza del gluteo
prensile era stata dal Pentò così discolamente vanificata.
Altri obiettivi strategici furono individuati nei pulsanti delle ascensori,
nelle maniglie delle porte dei negozi e nelle buche delle lettere, tra le
quali particolarmente colpita fu la buca delle lettere della casa di Loredana Buffo, futura moglie del caro amico Masino. Curiosamente, i misteriosi ingrassatori esclusero il nottolino della graziosa ragazzina capelli
biondo platino.. forse per timore della prestanza del Teddy Bob nostrano.
A mano a mano che il tempo passava gli untori diventarono sempre
più audaci: anche il minuto postino di Lucento fu colpito più volte. Mi ricordo quando, nell'esercizio delle sue funzioni, dopo essersi unto le mani
con la ripugnante sostanza dall’odor di confetto e ghiandola mammaria
bovina, il lubrificato “Pubblico Ufficiale”si abbandonò alla disperazione
appoggiandosi d’istinto sull’oleato manubrio in zona manopole.
Il piccoletto si unse pertanto nell’atto anche i gomiti di quella divisa grigia che peraltro mai gli dette fascino.
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Va spiegato che l’ormai anziano dipendente delle poste si illordò anche quando venne a contatto con la maniglia della portina della casa nella
quale aveva appena consegnato la corrispondenza. L’omino imprecando,
dopo essersi ripulito alla meglio sul muro, fu successivamente unto nei
calzoni proprio nell’area maliziosamente visibile del fondoschiena . Il
tutto avvenne a seguito dell’atletico balzo, alla Bartali, sulla sella illordata della bicicletta.
Il “Pustin” scivolando naticalmente, scese in stato di delirante incredulità, poi guardò affranto le lucide mani brillargli nuovamente al sole… in quanto gli ignoti gli avevano anche unto, oltre alle manopole in
osso della bici “Baluncina” in dotazione, la prensilità del sottosella.
Anche l'allora più in auge ristorante di Lucento (tuttora sito sotto i
portici di c/so Lombardia) fu oggetto di scherzo mediante unzioni delle
maniglie della porta d'ingresso, non solo, ma nell'occasione i soliti ignoti
sostituirono con creatività anche il ricercato menù tradizionalmente affisso nella bacheca fuori da quel ristorante, con un contro-menù nel quale
i piatti e le bevande in elenco, tra lo stupore degli allibiti clienti che si accingevano ad entrare, contemplavano una serie di false portate, che facevano chiaro riferimento ai crimini dell’umanità.
Nell’elenco mi piace annoverare, a solo titolo di esempio: ossibuchi
originali di Bamby o Panda orfanello ed alle sofisticazioni alimentari
dell'epoca, sempre a solo titolo di esempio: il buon vino Ferrari al sabor
de Fogn, Vin piscè, Brut original d’orinoir , Budin all’eau de Garage,
Tarte al parfum de Vanille Ascell N°5… ecc. ecc.
Per un lungo periodo gli untori colpirono ovunque e chiunque, ne derivò che nel Borgo molti abitanti temevano di essere unti, questo perchè gli ignobili teppisti al termine dei loro raid, erano avvezzi a lasciare
un foglio contenente una serie di minacce tipo: " la prossima volta ungeremo l'intero condominio " dove il foglio, forse influenzati da un allora
famoso due vocale di quel periodo composto da entrambi i cantanti di
nome Franco, era firmato come: " Untore primo e Untore quarto " !
Come già nel passato le pestilenze, anche le unzioni nel Borgo terminarono, quando Ugo e Fiorenzo vennero ingiustamente accusati da una
vecchia del luogo, che asseriva di averli sorpresi e riconosciuti mentre ungevano con pignoleria l’intera porta di un alloggio, che guarda caso corrispondeva a quello dove abitava un loro vecchio, litigioso e dispettoso compagno di scuola.
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La verità sulla loro vera o presunta innocenza non si è mai saputa, e
tantomeno interessò particolarmente ai padri dei miei due amici, i quali,
come già nel passato per i supposti untori, dopo un breve processo sommario, applicarono biecamente e con soddisfazione tutte le punizioni corporali del caso. Nella fattispecie amo con solidarietà ricordare il castigo
del povero Fiorenzo, proprio a seguito dell’accorato racconto dello stesso.
Mi rattrista ancor ora immaginarlo stordito e a occhi bianchi e riversi,
mentre appoggiato sulla sedia del desco famigliare rantolava frasi senza
un senso logico.
Il nostro amico, presunto e mai provato untore, ricevette senza appello un unico ma forte pugno, calatogli verticalmente sulla scatola cranica, a mo di maglio, dall’impietosa e forte e callosa mano dispensatrice
di giustizia del Padre, allenata al tempo dal duro lavoro del Demolitore.
Ugo, dal canto suo, a seguito di una repentina telefonata informativa e
calmierante tra genitrici, immediatamente e a cornetta ancora in mano alla mamma in fibrillazione, sperimentò la contundenza degli spigoli
dell’anello d’oro del Genitore.
Fu proprio quel voluminoso monile, semicubico, allora di moda, che
venne acquistato nelle festività con amore dalla famiglia in via Luini illuminata, a rendere offensiva la ex bonaria mano del Padre.
L’uomo sportivissimo in gioventù, e ancor atletico, implacabilmente con
il ritmo della grandine estiva, distribuì percosse su tutte le parti robuste
del teschio di Ugo, parti ovviamente evolutesi di fatto per proteggere
cervello e cervelletto del malcapitato da impatti involontari e non certamente dall’implacabile mano del genitore irritato.
Oggi la medicina e la storia ci attestano l'innocenza di quei martiri
ingiustamente accusati nel passato di diffondere la peste mediante le unzioni, ciononostante, per fedeltà di cronaca, va riportato che dopo il martirio subito dai miei due amici, le unzioni in tutto il Borgo come per miracolo cessarono per sempre.
Ugo & Fiorenzo, pur non ammettendo mai nessuna colpevolezza, mi
assicurano però che la porta di quell'alloggio, in seguito alle ripetute unzioni subite nel tempo, è scolorita ancora ai giorni nostri...
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Piera FOGLIATTO
31/10/1956
Mio fratello Tony
Ecco, Amici, compagni d’infanzia, sono sicuramente l’ultima a dare
il mio contributo, ancora non riesco a farlo senza un groppo in gola e ho
il timore di trasmettervi tristezza, l’ultima cosa che vorrei… Tony si sarebbe divertito tanto a leggere il libro e sicuramente avrebbe scritto la sua
storia. E’ però grazie agli amici Claudio e Roby, Ezio, Ugo, Masino,
Guido, e poi Fiorenzo e Nando e gli altri che lo conoscevano e tanto hanno raccontato di lui, che Tony rimane presente. Anzi gli amici di quei
tempi sanno molto più di me, data la differenza d’età.
Da via Sospello a via Gotti
Arrivammo in Via Gotti nel 1960 (io avevo 4 anni, Tony 11 e Teresa
12) da Via Sospello 173 (altra casa Fiat ma più piccola), mia mamma era
felicissima di aver finalmente una casa grande, alla mia nascita già era
voluta andare via da Via Ala di Stura 87, casa antica dei nonni paterni,
dove eravamo troppi con zii, bis-zia e nonna in poche stanzette.
Sono cresciuta felice in Via Gotti, amavo giocare in cortile tanto da
perdere la cognizione del tempo. Ricordo che mia mamma una volta mi
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disse ridendo: “sei proprio diventata un animaletto da cortile!” Mia sorella Teresa, invece, non scendeva, era già “troppo grande”, così come le
sue coetanee di allora. Teresa è tuttora molto riservata, non esagero se dico chiusa, intellettuale e profonda. Ora che non abbiamo più Tony, con la
perdita anche di mia mamma - che per fortuna è vissuta abbastanza mentre mio padre non ha visto nemmeno la pensione - ci rendiamo conto di
essere tagliate a metà.
Scusate il pezzo non articolato, scrivo pensieri e ricordi man mano
che mi vengono in mente…
I giochi
Il trin-trin era comodissimo per lo scambio di giornalini, per me ancora più comodo con Ugo e Maura, con cui avevamo balcone unico.
Quante volte con Ugo abbiamo scherzato sul fatto che, se ci fossimo sposati noi due, avremmo avuto un unico appartamento.. enorme! Io legavo
il filo da imbastire intorno alla pancia dei maggiolini (vi ricordate che invasione di maggiolini e quante lucciole c’erano allora?), poi li lasciavo
volare dando più filo possibile e poi li recuperavo e liberavo. Raccoglievo le lumache nella scatola da scarpe per fare le corse di lumache sul balcone, queste fuoruscivano andando in giro dappertutto. Ricordo che Gabriella era la più giudiziosa e creativa nei giochi e nelle idee, mi ricordo
Angela che cantava benissimo “il Ragazzo della via Gluck” sentita al festival di Sanremo e subito imparata. E prendevamo l’erba nel ‘praticello’
per giocare a vendere.
Tutto si svolgeva in cortile, arrivavano anche i materassai sotto la discesa e i suonatori di fisarmonica a cui buttavamo monetine incartate.
Giochi pericolosi ne abbiamo fatti eccome, il salto della bealera dove
ci siamo finiti tutti, Maurizio si è bucato un piede con un chiodo una sera
nel cantiere della casa del praticello, non si è nemmeno voluto togliere la
scarpa da ginnastica, era forata da parte a parte… Amalia si era beccata
una pietra in testa in via Borgomasino, tirata dai “nemici” esterni alla casa, forse i vallettiani, vedevo terrorizzata il rivolo di sangue scendere e
lei coraggiosissima diceva che non sentiva male. Mio fratello, oltre a tanti altri danni da cadute, si fece esplodere in mano un tubetto di formitrol
riempito di zolfo e petardi e rientrò a casa con la mano insanguinata e mi
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disse “stai zitta con mamma”. Io con la bici mi ruppi pure una gamba, ero
sotto casa e il signor Rubatto mi portò su in spalla…
A proposito, Vi ricordate? la Signora Rubatto, mamma di Carla, coetanea di mia sorella Teresa, aveva un negozio di dischi in via Borgomasino, durato poco tempo, di cui ancora conservo il giradischi che acquistammo da lei e molti dischi.
Mio fratello era iperprotettivo con me già allora, così è stato nel tempo, ha vegliato su di me, sempre. Una sera arrivarono quelli delle Vallette
e cominciarono a urlare parolacce e lui mi ordinò di andare subito a casa.
Ha fatto a botte, una volta le ha prese sode, ma sempre zitto, non si lamentava mai. Da adolescente andò a fare lotta greco-romana, diceva che
gli serviva per scaricare l’aggressività, ma forse era anche per evitare di
prenderle…
E le sere, bellissime, d’estate quando ci sedevamo -a turno- sul gradino di Via Borgomasino a raccontarci le storie che facevano paura e
spesso ci tiravano l’acqua da sopra perché disturbavamo. Poi nel rientrare
a casa Mauri/Yomik come lo chiamavamo mi faceva gli occhi da pazzo
per spaventarmi per poi scoppiare a ridere. Quanti racconti, quante barzellette. Claudio e Ugo avevano un innato senso dell’umorismo e coniavano parole “speciali”, pensate che ancora oggi uso l’aggettivo di Claudio “uarso” = persona scarsa, sgalfa, …uarsa appunto!
Giorgio era divertentissimo, si rideva alle lacrime con lui. Poi Renzo
con la sua dolce indole, ci incantava quando suonava la chitarra. Guido,
la mente eccelsa. Mio fratello diceva che era intelligentissimo, il genio
della casa. E infatti.
Via Gotti scala 14
Via Gotti scala 14 : Io mi divertivo tanto con Tiziana, Angela e Patrizia Bonino, quante risate. E Patrizia Pagliero, ve la ricordate? Compagne di scuola, anche con lei andavo d’accordo, era diventata adolescente
un po’ procace molto in fretta e i ragazzi se ne accorgevano, inevitabilmente e lei si vergognava tantissimo.
Ma non è stata una casa di maschilisti, ci avete sempre rispettate.
Silvio Big come lo chiamavo io era buono e generoso, ci trovavamo
qualche sera da Sandra, in adolescenza siamo andati anche a ballare al
Big, non ci crederete, di nascosto soprattutto lui che non era certo tipo da
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‘disco’. Sandra era - è - più riservata, timida, tenuta in casa, non veniva in
cortile; come lo erano i nostri padri e le nostre madri, così noi siamo rimaste sempre amiche.
Anche Gianni Tornetta, ricordo che dal cortile chiedeva la merenda e
la mamma diceva: vieni su a prenderla. E lui: noooo! Buttimila!!! Mirella,
sua sorella anche lei molto riservata. E poi la mia grande amica delle elementari: Magda Poggio. Lei si arrabbiava tanto quando le dicevano le
frasi stereotipate sui capelli rossi tipo: rosso malpelo… ecc. Eravamo
sempre insieme a scuola, fino alle medie. Ci siamo raccontate tutto e
condiviso tanto, ero spesso a casa sua, con Gianni che borbottava sempre
bonariamente: “Non studiate e avete mangiato tutto, fate schifo fate!”.
Sua mamma non lasciava volentieri scendere in cortile nè lei nè Franca,
di due anni più giovane, scendeva solo il gatto, Cicciopoggio, noto a tutti.
Ci dividemmo alle scuole superiori, ognuno scelse una scuola diversa.
Io mi sono fatta la convinzione che tanto del nostro carattere da adulti ce lo portiamo dall’infanzia, da come siamo cresciuti. Il mio carattere
estroverso e socievole e mi ha aiutato molto sia a scuola che sul lavoro.
La mia vita sentimentale invece è stata un disastro, ma questa è un’altra
storia… confesso che da teenager ero affascinata dai “bikers” con moto e
giubbotto di pelle ecc., poi con la scuola e il lavoro mi son sentita più affine e vicina ai “bravi ragazzi”. Insomma le ho sbagliate tutte
dall’inizio…
Ritrovarci dopo tanti anni alle cene organizzate da Claudio è sempre
un evento straordinario. Lui e Ugo.
Ringrazio Gabriella per aver avuto la brillante idea di scrivere a più
mani questo libro e Roby che ha fatto da collettore per uniformare a livello di editing i vari pezzi che gli arrivavano via email.
Sono riconoscente a voi che avete fissato nel presente la storia di mio
fratello Antonio e degli amici che c’erano e ci sono ancora.
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Angelica ROLLE
22 Aprile 1954
L’arrivo in città
Quando lasciai la mia casetta di Ciriè per iniziare una nuova vita in
città, confesso, ero molto triste e sconsolata. Lasciavo l’amichetta del
cuore con la quale, dall’età di 4 anni, condividevo le mie giornate in perfetta sintonia; lei era la mia padroncina di casa. La mamma, che disponeva di un piccolo appartamento sfitto nella casa in cui vivevamo, lo lasciava a nostra disposizione per i momenti di gioco: era il punto di raccolta dei nostri giocattoli in comune! E’ facile immaginare la mia tristezza, ma mai avrei pensato di lasciare un’amica per incontrare e conoscere
una “squadra” di amici!!
Quando arrivammo a Torino avevo sei anni ed avevo già frequentato
per circa un mese la prima elementare in una scuola di Ciriè. I miei genitori mi iscrissero alla Scuola Sacro Cuore di Via Pianezza e qui conobbi
la mia prima amica, Grazia Marello, la sorella di Carlo Marello che alcuni di voi sicuramente conoscono. Portavo i capelli lunghi ed una frangetta
corta sulla fronte. Ogni mattina la mamma li raccoglieva in due lunghe
trecce (con annesso ficco terminale bianco!) perché alla Scuola Sacro
Cuore guai lasciare i capelli sciolti. Non avrei immaginato che in seguito
quelle lunghe trecce sarebbero state il “modo” più semplice per afferrarmi durante i giochi in cortile.
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Le prime amicizie
La mia prima curiosità, quando iniziai a prendere confidenza con
l’ambiente che mi circondava, furono sicuramente i vicini di casa o meglio le amiche o gli amici che potevo trovare alla “porta di fronte”. Così,
dai balconi, cominciai a prendere confidenza con le sorelle Riccobene e
le sorelle Bonino. Ai piani superiori abitavano Piera, Mauri, Ubaldo, Tiziana, Sandra e Silvio; di fronte i fratelli Bianchi; ma i miei primi approcci li ebbi con le vicine di pianerottolo, le sorelle Riccobene o meglio
dire Angela perché più si avvicinava alla mia età.
La voglia di giocare
Ma venne presto l’inverno e per alcuni mesi dovetti abbandonare
l’idea di scendere in cortile per allargare ed approfondire le amicizie. In
seguito, con la bella stagione, grazie anche alle amicizie intrecciate dalle
nostre mamme, iniziammo a frequentarci un pochino di più. Con Angela
era comodo e divertente impostare il famoso “trin trin”: esperimento provato anche con le Bonino, ma “impervio” risultava il percorso, trattandosi
di un tragitto salita/discesa con conseguente rischio di fuoriuscita degli
oggetti dal contenitore secchiello. Ma nulla ci fermava…. In seguito pensai persino di impostarlo con Gabriella (dall’altra parte del cortile!): esperimento solo pensato ma mai realizzato, ovviamente!!
E che dire delle cene sul balcone…. Con l’arrivo dell’estate, ognuna
sul proprio balcone, io ed Angela, piazzavamo il nostro tavolino ed ecco
la cenetta al chiaro di luna tra risate e schiamazzi tali da farci sentire da
tutto il vicinato e così spesso, per far abbassare i nostri toni di voce, mia
mamma invitava Angela al mio banchetto per una cenetta intima a due!
Con l’arrivo delle vacanze ecco la voglia sfrenata di scendere in cortile. La mamma non fece mai obiezioni perché dal balcone mi vedeva e
mi…sentiva: tutti chiusi in quel cortile non correvamo pericoli se non di
fare un capitombolo o una litigata con qualche “monello” che ci prendeva
in giro. Ricordi bellissimi e poi si poteva fare di tutto: correre, andare in
bicicletta, giocare all’orologio, giocare a prendersi ed ahimè le mie trecce
non mi aiutavano di certo, venivano tirate a tutta forza e più volte ho ri263
schiato capitomboli all’indietro (Mario Bianchi era uno dei più accaniti).
A tutti gli effetti ci sarebbe voluto un vigile per dirigere quel traffico perché tra ciclisti e pedoni c’erano momenti di vero intenso traffico; anche i
nostri genitori, al rientro dal lavoro con le loro biciclette, dovevano stare
in guardia se non volevano essere investiti! Così in cortile conobbi tutta
la banda delle altre scale: dai maschietti più “vispi” come Ugo, Giorgio,
Claudio Pepino, Gianni, Masino ai più timidi come Gianluigi (Piva ...l’olio d’oliva) per citarne alcuni e poi ancora Ester, Magda e Franca,
Neida e Renzo, Claudio Pellegrin e Guerrina, Susanna, Irene, Mario e
Sergio, Luciano e Gabriella e altri ancora.
L’adolescenza
Finita l’età dei giochi sfrenati strinsi un’amicizia stretta con Gabriella
Pernaci, più vicina di altri alla mia età ed al mio carattere. Di lei porto un
ricordo molto bello perché con lei condivisi tante emozioni e tante avventure. E pensando alla nostra vivacità ed alla nostra inventiva voglio ricordare quell’iniziativa intrapresa da noi ragazzi nei confronti
dell’amministratore di allora, Sig. Mijno. Gli fu chiesto di lasciare a nostra disposizione uno dei due locali-rimessaggio delle moto/biciclette che
si trovavano in cortile, per poterlo adibire a punto di incontro di noi ragazzi nel periodo estivo quando fuori piccava il sole. Consegnammo la
lettera all’amministratore che ne discusse in assemblea di condominio,
presenti condomini e capi-scala. La lettera era firmata da noi ragazzi; io
avevo apposto la prima firma, seguita da una lunga serie di altri nomi e
ricordo ancora lo sguardo e l’imbarazzo di mio padre capo-scala di Via
Gotti 14, perché sapeva che quell’iniziativa non sarebbe stata condivisa
da tutti i condomini. Ci fu concesso il locale che chiamammo “poppycock’s club” (fu Renzo a suggerire questo nome) e quanto ci costò di
lavoro e fatica per ripulirlo e rimetterlo a nuovo. Poi fu abbellito con poster di cantanti ed attori (allora si trovavano in ogni rivista) e lo inaugurammo con un buffet ricco di torte fatte in casa da noi ragazzi. E lì si
suonava la chitarra (che bei ricordi Renzo con le tue strimpellate), si cantava, si giocava a carte e chi più ne ha , più ne metta. Fu bello finchè durò
perché le nostre risate ed i nostri schiamazzi furono oggetto di lamentela
da parte di alcuni condomini e così l’Amministratore fu costretto a ritirare quella gentile “concessione”.
264
Ma tanta era la voglia di stare insieme che la sera, accoccolati sui nostri adorati marciapiedi, trascorrevamo le nostre serate estive esponendoci a rischi frequenti di docce fresche dai piani alti!
… dal gioco al… lavoro
Conclusi gli anni scolastici e purtroppo anche le lunghe vacanze, le
spensierate cantate “notturne” accompagnate dall’intramontabile chitarra
di Renzo dal quale qualcosa, come autodidatta, ho imparato, iniziai una
nuova era molto meno spensierata ed allegra: quella del mondo del lavoro ….. e in questo contesto voglio ricordare una persona con la quale intrecciai una bella amicizia: Neida. Gli anni erano passati ma la voglia di
divertirci non ci abbandonava e ci portava a fare cose, magari un po’
scomode ma divertenti. E così io e Neida, che ogni mattina prendevamo
insieme lo stesso pullman per recarci al lavoro, decidemmo nell’estate, di
recarci al lavoro in bicicletta. Messe a punto le nostre bici (che negli anni
prima avevamo spesso “cavalcato” per le nostre scorribande e per fare
simpatiche gite come ad esempio alla piscina Pellerina), una bella mattina d’estate, con abbigliamento adeguato, Neida ed io iniziammo il nostro
percorso ciclistico da Via Borgomasino 65 verso Piazza Solferino….. Alla prima svolta a destra in Via Borsi, la mia storica bici che mai mi aveva
mollato, mi abbandonò…..gomma a terra…avevo bucato! In quel momento era nato un problema perché saremmo arrivate in ritardo in ufficio
e la nostra iniziativa era miseramente fallita….. ma ripensandoci ora,
quanta nostalgia e quanto sarebbe bello poter tornare indietro!
Avrei ancora un mondo di cose da dire e sono mesi che, in ogni piccolo momento libero, aggiungo una frase, un ricordo, un’emozione… E
così dopo cinquant’anni grazie a tutti, ragazze e ragazzi degli anni 60’
(anche chi non ho citato) per tutto ciò che mi avete dato, allegria, gioia,
energia, affetto… sia nei momenti belli che in quelli meno belli (mi riferisco a quell’estate in cui mi ruppi la gamba e fui costretta a passare le
vacanze sullo sdraio: che penitenza!), ma soprattutto per tutto ciò che avete lasciato nel mio cuore, chi in un modo, chi in un altro, ma sicuramente tutti con un’emozione grande, come grande è stato il nostro Magico Decennio!
265
Lia MAZZETTI
24 marzo 194…
Prefazione
Mentre mi accingevo finalmente a scrivere queste poche “memorie”
degli anni di Via Gotti mi sono resa conto che il motivo della mia difficoltà e riluttanza era dovuto alla consapevolezza, e anche al dispiacere,
che la mia sarebbe stata una voce fuori dal coro. Infatti i miei ricordi di
quegli anni non sono particolarmente piacevoli, e cerco di spiegarne il
perché.
Il trasloco
Quando i miei, ma dovrei dire mio padre, perché era lui a prendere le
decisioni (anche se in questo caso mamma era abbastanza contenta di andare in un appartamento a riscatto) chiese ed ottenne l’assegnazione
dell’alloggio di via Gotti , per me finì un tempo felice di spensieratezza e
di giochi. Prima abitavo al piano rialzato di un alloggio in via Borsi
72, affittato dalla buonanima della signora Gilardi, dove io, senza passare dalla porta ma semplicemente scavalcando la ringhiera del balcone,
potevo calarmi nel cortile e scorrazzare felice nel giardino/orto dove trovavo coniglietti, pulcini e un’infinita serie di animaletti. Potevo anche
parlare con i ragazzini delle case confinanti di via Borsi e via della
Commenda con i quali giocavo...attraverso la rete di divisione e per me
era ricordare il grande giardino della casa dei nonni a Chivasso dove ero
vissuta fino agli 8 anni in compagnia di cani, gatti, topini, galline, conigli.. Tra l’altro penso che da lì sia cominciato il mio amore per la natura
che continua ancora immutato
Con il trasferimento in via Gotti il cambiamento fu radicale, niente
più giardino, alberi, animali…avrei potuto avere amici/compagni di giochi ma oltre ad essere tra le più grandi della casa avevo anche cominciato il ginnasio per cui oltre al cambiamento di casa ci fu anche un netto e
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profondo cambiamento scolastico, con conseguenti maggiori impegni. Di
sicuro c'erano anche i vantaggi: la casa più grande, una cameretta tutta
per me, non dover più dormire in soggiorno e fare i compiti in cucina..
insomma buoni presupposti.
Ricordo bene quando arrivai alla casa, c’erano solo prati intorno e la
strada era sterrata, ma soprattutto ricordo che la prima persona che incontrai fu Cesina, così bella, allegra e gentile che ne rimasi assolutamente affascinata e ammirata. Con lei, pressoché coetanea, che avremmo potuto
farci una buona compagnia se la mia situazione fosse stata un’altra, ma le
cose non vanno mai come si pensa e ben presto prendemmo strade diverse senza poter approfondire una bella amicizia, anche se il mio affetto, la
stima e la simpatia per lei sono rimasti immutati! Quanto parlammo quel
giorno mentre “esploravamo “ i dintorni della casa e la casa stessa! Mi ricordo la “bealera” (si scrive così?!) ovvero il rigagnolo d’acqua che passava dove oggi ci sono le case tra via Gotti e via Magnano, sede delle mie
spedizioni naturalistiche, ultimo contatto con quella natura che aveva segnato così profondamente la mia infanzia e che sarebbe stata oggetto della mia professione.
Le persone
Ma torniamo ai primissimi tempi, credo di non sbagliare dicendo che
la nostra famiglia fu tra le prime, nel giugno del 1961, a entrare nell'alloggio e poi quando, poco tempo dopo anche gli altri appartamenti cominciarono a popolarsi e il cortile cominciò a riempirsi di bambini conobbi un'altra persona importante, Roberto Pepino, mio vicino di pianerottolo, con il quale ci separavano solo pochissimi anni e che sarebbe diventato il mio.. “informatore”. Infatti sarebbe stato lui negli anni successivi a darmi notizie, aggiornamenti, informazioni/speteguless sulle mitiche imprese dei nostri giovanissimi e intraprendenti ragazzuoli, dato che
a me non era consentito scendere in cortile.
Ed ecco qua l'inizio delle dolenti note....Ero consapevole di essere
più grande, ma al contrario di Cesina che aveva liberamente scelto di non
andare nel cortile io, oltre ad aver sempre dimostrato molto meno della
mia età ed essere ancora molto bambina, amavo moltissimo stare tra i
bambini/ragazzi, mi trovavo bene, tanto che il mio sogno era insegnare,
per cui non vedevo l'ora di poter cominciare a scendere anche io in cortile,
267
a scambiare figurine e giornalini (per i quali ero assolutamente patita!), a
organizzare giochi per i piccoli ecc
Ma venne la doccia gelata che spense il mio entusiasmo... il veto di
mio padre fu totale e non voglio entrare nel merito dei perché che non
capivo e non accettavo, è già difficile rievocare la sofferenza, la rabbia, la
delusione, il senso di ingiustizia per decisioni incomprensibili e quella
non era la prima volta e non sarebbe stata l’ultima. Io dovevo studiare e
non permettermi distrazioni, ma solo ora che ho letto le altre storie ho capito quanto la mia vita di quegli anni fosse profondamente diversa da
quella degli altri ragazzini della casa, sono rimasta felicemente sorpresa
di scoprire che si erano instaurati legami profondi di amicizia tra le varie
famiglie che si frequentavano, si aiutavano, si scambiavano visite a casa
dell'uno o dell'altro, mentre da noi non poteva venire nessuno.
Solo in caso di necessità, per lavori o riparazioni mio padre chiamava
alcuni papà della casa per i quali aveva particolare stima professionale e
personale come il signor Poggio o il signor Tacchella o il signor Guerrina
o altri che dopo tanti anni non riesco a focalizzare. Ma erano comunque
visite di lavoro, non di amicizia o di piacere e devo ringraziare tante persone, molte delle quali non ci sono più, per aver sopportato il suo brutto
carattere in più occasioni...e so per certo che lo facevano solo per mia
mamma.
Ecco, appunto, la mia mamma.. senza andare a casa delle altre famiglie divenne in quegli anni il punto di riferimento di tante signore della
casa che la incontravano per strada e si fermavano a parlare con lei dei
loro problemi, difficoltà, malanni e lei aveva il dono e la capacità di ascoltare, sapeva dire parole di conforto, di consiglio, di incoraggiamento
e talvolta si confidava anche lei e tutti sapevano che qualunque cosa le
venisse detta non sarebbe mai stata riportata, come sapevano che lei viveva per me. In quel periodo anche l'amicizia con i signori Poggio e soprattutto con Maria fu molto importante sia per me che per mamma e
Maria fu la persona che mi aiutò con mio padre dopo la morte di mamma.
Alcuni bei ricordi sono legati a persone adulte, come i nostri vicini di casa (quante chiacchierate sul pianerottolo con la signora Pepino!) la signora Bianchi, che mi rimase vicina quando mia madre fu ricoverata in ospedale, mi voleva molto bene, lei che aveva due maschi vedeva un po' in
me la ragazzina che non aveva avuto. Quando diventai maggiorenne mi
portò una bellissima orchidea che io conservai a lungo in suo ricordo.
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E poi la signora Riccobene con Angela, Maria e Roberta che vedevo nella nuova casa dove andavo talvolta. Ma anche tra i giovani non
mancano i bei ricordi, ricordo Laura Tinelli con cui si parlava parecchio e
con lei condividemmo un paio di feste presso la mia scuola di cui ho ancora conservato le foto. Ma ricordo anche Gianfredo che in seguito avrei
incontrato spesso sul tram che mi portava a scuola e con cui chiacchieravo volentieri e poi quel manigoldo di Ugo Bosio (!!) sempre pronto a fare
scherzi e senza peli sulla lingua (neanche adesso!), lui, Roberto, Susy e
altri ci siamo ritrovati da più grandi e anche se ci vediamo raramente io
li considero amici di lunga data. Ma ci pensate che io, fresca universitaria di Scienze Naturali, mi ritrovai a fare supplenze all'Istituto tecnico
Agrario (Bonafous) nel corso frequentato da Ugo e Gianfredo? INCUBO
è l'unica parola che mi viene in mente, avrei voluto solo sotterrarmi...
Per concludere...
E così io stavo a guardare dal balcone voi ragazzini più o meno grandi che giocavate in cortile e c'era simpatia per le bravate che vi vedevo
fare, ma anche invidia e dispiacere per non poterne fare parte, ma poi il
liceo classico cominciò ad assorbire tutto il mio tempo e alla mia camera
che dava sulla via Gotti, non arrivavano i suoni, le grida, le risate e anche
le.. sgridate dei genitori e così pian piano non mi importò più tanto di essere sempre isolata, ormai il mio mondo stava cambiando e la mia vita si
svolgeva lontana da mio padre e da casa Fiat. Guardando indietro nel
tempo mi sono resa conto di come certe vicende possono condizionare, io
sono sempre stata molto aperta e solare ma a volte per non soffrire (e tutti
sappiamo come è facile soffrire nell'adolescenza quando tutto ti esaspera
e si amplia) facevo il riccio apparendo magari distaccata o superba, e se
ho dato a qualcuno questa impressione non me ne voglia! Infatti anche se
non è stato per nulla facile ho comunque voluto scrivere queste poche righe perché mi sembrava giusto spiegare qualcosa e raccontarmi un po' e,
almeno in questa occasione, non essere ancora una volta la solita mosca
bianca! In ogni caso, bene o male,abbiamo condiviso un pezzetto di
cammino dei mitici anni sessanta, no? Ciao ragazzi, un saluto affettuoso
a chi è rimasto e una preghiera per chi non c’è più.
Grazie a tutti.
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INDICE
PREFAZIONE ....................................................................................................................................5
GLI ANNI SESSANTA.......................................................................................................................9
LA STORIA DELLA NOSTRA CASA .........................................................................................11
I NOSTRI RACCONTI ...................................................................................................................15
Antonio (Toni) FOGLIATTO .....................................................................................................17
Ciao Toni ......................................................................................................................... 17
Poesia per Ezio e Marisa................................................................................................. 18
Giorgio PRATO............................................................................................................................19
Ricordi di Anna e Cristina .............................................................................................. 19
Sandro (Ciaky) BREME..............................................................................................................21
Ciao Ciaky........................................................................................................................ 21
MGDA Poggio ..............................................................................................................................23
Ciao Magda...................................................................................................................... 23
Gianfredo SONCIN......................................................................................................................25
Ciao Gianfredo ................................................................................................................ 25
Gabriella PERNACI ....................................................................................................................27
Da borgo Po a Lucento ................................................................................................... 27
I giochi e la regola del pane e del burro......................................................................... 28
La partita di calcio padri-figli ......................................................................................... 35
La portina di Via Borgomasino 65 ................................................................................. 35
Macchine o bambini, bambini o macchine? .................................................................. 36
Roberto PEPINO..........................................................................................................................39
La partenza per il lontano West ...................................................................................... 39
I primi amici .................................................................................................................... 40
Il Twist ............................................................................................................................. 45
Ciaky ................................................................................................................................ 46
I fiammiferi antivento ..................................................................................................... 49
Lei..................................................................................................................................... 50
Ugo BOSIO ...................................................................................................................................57
Il primo impatto ............................................................................................................... 57
Vattene… sporca spia...................................................................................................... 58
I Rockers e i Mods (omaggio a Gianfredo) ..................................................................... 63
Lontano dal cortile della casa FIAT............................................................................... 66
Giorgio ............................................................................................................................. 81
La fine dell’ala destra del Bologna................................................................................. 83
La necessità aguzza l’ingegno. ....................................................................................... 87
Susanna TACCHELLA...............................................................................................................91
Al grandagnön................................................................................................................. 91
Laura CAZZOLA ........................................................................................................................95
I miei ricordi .................................................................................................................... 95
Luciano PERNACI ......................................................................................................................97
271
Il Cortile........................................................................................................................... 97
I dischi di Lucio............................................................................................................... 98
Il giorno che caricai Robertino in bici ........................................................................... 99
Tommaso (Masino) CERRATO ...............................................................................................101
E fu l’inizio .................................................................................................................... 101
Un giorno da dimenticare ............................................................................................. 103
La lezione....................................................................................................................... 105
Il riccone antipatico....................................................................................................... 107
Un gioco di m…............................................................................................................. 108
Se potessi….................................................................................................................... 110
I demolitori .................................................................................................................... 112
Il tamponamento del 13................................................................................................. 113
The Eagles of Lucento .................................................................................................. 115
Guido RUENTO.........................................................................................................................117
Entrate in quella casa ................................................................................................... 117
Il nuovo ambiente.......................................................................................................... 119
Il praticello..................................................................................................................... 121
I giochi ........................................................................................................................... 122
Il cinema ........................................................................................................................ 126
Claudio PEPINO ........................................................................................................................129
Il trasloco ....................................................................................................................... 129
L’appartamento ............................................................................................................. 132
I balconi e la vista sul cortile ........................................................................................ 137
Il primo Natale senza la “Stufa”amica ........................................................................ 140
La scoperta dei nuovi amici .......................................................................................... 144
La scoperta delle nuove amiche.................................................................................... 154
La casa nella casa.......................................................................................................... 157
Il deposito di bici/moto e la nascita della banda .......................................................... 161
Il muro, il prato e i lapilli .............................................................................................. 162
La bealera ...................................................................................................................... 166
Le lucciole nel sacchetto e il praticello......................................................................... 168
La pipì non trattenuta ................................................................................................... 170
L’Osteria del Peso ......................................................................................................... 172
L’oratorio, don Francesco e Gavino ............................................................................ 174
Il benzinaio abbandonato e il Pentò ............................................................................. 176
Il primo piacere del fumo.............................................................................................. 178
Il petardo e il dinamitardo............................................................................................. 180
Ester in bicicletta e il feramiù....................................................................................... 183
Si diventa grandicelli..................................................................................................... 183
“Rastel Verd” e i “Sunadur” ........................................................................................ 185
Uscire dal quartiere ....................................................................................................... 188
La piola dell’oratorio e la “Cena” ................................................................................ 191
Canzone: Lucento e la nostra casa ............................................................................... 194
Patrizia BONINO.......................................................................................................................197
I miei ricordi d’infanzia ................................................................................................ 197
Roberta ROSTICCI...................................................................................................................201
Gli anni più belli della mia vita .................................................................................... 201
Susanna PONZONE ..................................................................................................................203
Lettera ad un’amica ...................................................................................................... 203
Il primo ricordo… un bellissimo Natale....................................................................... 204
Renzo PAOLUCCI.....................................................................................................................208
272
Piccole note.................................................................................................................... 208
Giocattoli pericolosi…................................................................................................... 209
Grafica cult personalizzata ........................................................................................... 210
Nuovi progetti ................................................................................................................ 210
Ezio VIBERTI ............................................................................................................................212
Dal collegio alla vita...................................................................................................... 212
Loredana BONINO....................................................................................................................216
Il nostro grande cortile.................................................................................................. 216
Amalia PIUMATTI....................................................................................................................218
Ricordi di una bambina................................................................................................. 218
Cesina TARULLI.......................................................................................................................222
Ricordi come spezzoni di un film .................................................................................. 222
Neida PAOLUCCI .....................................................................................................................224
Una grande conquista ................................................................................................... 224
Laura TINELLI .........................................................................................................................228
I migliori anni della mia vita ........................................................................................ 228
Maurizio TOZZI ........................................................................................................................232
Paso o paso nen ............................................................................................................. 232
Angela RICCOBENE ................................................................................................................234
Frammenti di ricordi ..................................................................................................... 234
Il cortile.......................................................................................................................... 235
La cantina delle sorelle Bonino .................................................................................... 235
Il praticello..................................................................................................................... 236
Le scorribande in bicicletta........................................................................................... 236
Roberta RICCOBENE ..............................................................................................................238
Il mio grande amico Roby ............................................................................................. 238
Le altre amicizie............................................................................................................. 239
I coinquilini della nostra scala ..................................................................................... 240
I giochi ........................................................................................................................... 240
Come dimenticare…...................................................................................................... 241
Maria RICCOBENE..................................................................................................................242
Maria, the second sister, ovvero… quella di mezzo!.................................................... 242
Irene CHIESA.............................................................................................................................246
Un ricordo indelebile..................................................................................................... 246
Claudio PELLEGRIN................................................................................................................248
L’arrivo a Lucento......................................................................................................... 248
Il praticello..................................................................................................................... 249
Le ore lunghe e gli anni veloci...................................................................................... 250
La gerarchia .................................................................................................................. 250
Gianni POGGIO ........................................................................................................................254
Gli untori di Lucento..................................................................................................... 254
Piera Fogliatto ............................................................................................................................258
Mio fratello Tony........................................................................................................... 258
Da via Sospello a via Gotti ............................................................................................ 258
I giochi ........................................................................................................................... 259
Via Gotti scala 14 .......................................................................................................... 260
Angelica ROLLE........................................................................................................................262
L’arrivo in città.............................................................................................................. 262
Le prime amicizie........................................................................................................... 263
La voglia di giocare ....................................................................................................... 263
L’adolescenza ................................................................................................................ 264
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… dal gioco al… lavoro ................................................................................................ 265
Lia Mazzetti ................................................................................................................................266
Prefazione ...................................................................................................................... 266
Il trasloco ....................................................................................................................... 266
Le persone...................................................................................................................... 267
Per concludere............................................................................................................... 269
INDICE ...........................................................................................................................................271
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1981
Le hanno tolto la pelle originale ma la nostra casa è ancora lì, muta testimone dei
nostri ricordi.
Questo libro, scritto a più mani dai figli dei lavoratori della casa Fiat di Via Borgomasino angolo via Gotti, non ha alcune pretese se non quella di raccontare a chi
lo legge come era la nostra vita negli anni Sessanta, a Lucento. Quali erano i nostri
giochi, i nostri pensieri e perché no? I nostri primi amori.
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