«Non è con l`odio che mi farò giustizia»

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«Non è con l`odio che mi farò giustizia»
PRIMO PIANO
2
24 agosto
Izzeldin Abuelaish, ginecologo
palestinese, insegna a Toronto.
È specializzato nei problemi
di sterilità femminile: «Ogni parto
è per me un momento felice»
«Non è con l’odio
che mi farò giustizia»
Izzeldin Abuelaish, il ginecologo palestinese che ha perso tre figlie e una nipote sotto il fuoco
israeliano: «Se odiassi chi ha ucciso le mie figlie sarei distrutto, invece sono pieno di speranza»
16 gennaio 2009, ore 16.45. Sono il
giorno e l’ora in cui la cannonata di un
carro armato israeliano uccide tre figlie e una nipote di Izzeldin Abuelaish,
medico palestinese autore del libro
“Non odierò” (Piemme). «È stato lì
che mi sono detto: questa tragedia deve essere l’ultima», spiega Abuelaish.
Al Meeting, ieri, ha raccontato la
storia della sua vita nella Striscia di
Gaza, provata da una sofferenza intensa, ma illuminata dalla fede e dalla
speranza. «Abuelaish è una figura
straordinaria di testimone di pace», introduce Robi Ronza durante l’incontro
dedicato al ciclo “La vita: esigenza di
felicità”. Abuelaish è nato in un campo
profughi a Gaza e con impegno ha raggiunto il sogno di diventare medico,
«Tutto nella vita
è per uno scopo»,
dice il medico. Dopo
la tragedia, ha creato
una fondazione
in memoria
delle sue ragazze
riuscendo, unico caso, a lavorare in un
ospedale israeliano, con una specializzazione in ginecologia. «Sognavo di
fare il medico e credo che nella vita
nulla sia impossibile, l’unica cosa impossibile è far tornare le mie figlie sulla terra», racconta Izzeldin.
La perdita dolorosa l’ha segnato, ma
non l’ha portato verso la facile strada
dell’odio. Da giovane, d’estate, Abuelaish aveva lavorato in un villaggio
cooperativo ebraico, dove aveva stretto rapporti positivi e pacifici. Da qui era nata la decisione di dedicare la propria vita a stringere relazioni tra palestinesi e israeliani che cercano il dialogo. Aveva insegnato ai suoi sei figli a
difendere la pace, a essere umani e a
comportarsi come tali. Poi, l’inizio
della prova. «Il 16 settembre 2008 alle
ore 16.45 è morta mia moglie. Pensa-
vo che fosse la fine del mondo, ho
sempre creduto che i figli avessero diritto di essere cresciuti dalla propria
mamma», dice lui.
Dopo la scomparsa della moglie, era
stata la figlia più grande, 20 anni, a farsi avanti per assumere la guida della
casa e lasciare al padre la tranquillità
necessaria per continuare il proprio lavoro. Solo sei mesi dopo la casa della
famiglia verrà bombardata: quattro
persone sarebbero morte, tre figlie di
Abuelaish e una sua nipote, altre sarebbero rimaste ferite. L’ordine di cessate il fuoco sarebbe arrivato soltanto
il giorno dopo. Eppure Abuelaish non
si ferma al dolore. «È l’ora di difendere le vite di tutti – dice –. Nessuno deve essere ucciso mentre difende la propria libertà e nessuno è libero fino a
quando non lo sono anche gli altri.
Mia nonna diceva sempre che la vita è
ciò che noi la rendiamo. Siamo quindi
noi che diamo forma alla vita e al nostro futuro. Sono convinto che un giorno rincontrerò le mie figlie uccise, e
voglio poter dire loro che si è risolto
ciò che ha causato il versamento del
loro sangue. Gli strumenti per risolvere la situazione non sono i proiettili,
ma la saggezza, la gentilezza e gli atti
buoni. Le parole sono molto più potenti dei proiettili». Lui ha scelto la strada
delle parole e ha scritto un libro sulla
sua vita per dare speranza anche ad altri. Continua: «Dopo quello che è accaduto ci si attendeva da me l’odio, ma
non è con l’odio che farò giustizia.
L’odio è un veleno che distrugge le
persone che lo provano. Se odiassi chi
ha ucciso le mie figlie sarei distrutto.
Dobbiamo opporci all’odio, non dare
la colpa agli altri, ma assumerci le nostre responsabilità. Dobbiamo chiederci: cosa posso fare per un cambiamento? La miglior arma di distruzione di
massa è l’odio nelle nostre anime».
Un’altra figlia di Abuelaish è rimasta ferita gravemente durante il bombardamento e, mentre trascorreva 4
mesi nell’ospedale israeliano dove lavora il padre, aveva potuto sentire la
vicinanza di amici e colleghi. Un’altra
piccola vittoria contro l’odio. «La vita
mi ha insegnato che ci sono tre nemici:
arroganza, ignoranza e avidità. Ci odiamo perché non ci conosciamo e
nella misura in cui continuiamo a non
conoscerci continueremo ad odiarci.
Conoscere significa manifestare rispetto e comprensione. Servono giustizia e verità», dice Abuelaish.
Come ha fatto a non odiare? «Sono
stato sostenuto dalla fede», ripete per
tre volte. «La fede per me è la vita, è
ciò che resta quando tutto se ne va, è la
luce nel buio che ci mostra la via. Tutti abbiamo fede, qualunque essa sia,
anche gli atei credono in qualcosa. Io
credo in Dio, che ci ha creato. La fede
è il legame tra te e Dio», spiega il palestinese, che è di fede musulmana.
«Credo che tutto stia nelle mani di
Dio – continua – e noi esseri umani
siamo strumenti. Tutto nella vita è per
uno scopo e questo è il progetto di Dio.
Più continuo a vivere la fede, più sono
vicino a Dio e più sono soddisfatto e
protetto. Quando dobbiamo affrontare
una difficoltà, Dio, che conosce le nostre capacità, non ci manda una prova
che le nostre forze non possono sopportare».
La passione per la fede e per la vita
gli ha fatto fare grandi cose. Ora Abuelaish vive in Canada ed è professore di
Global Health all’Università di Toronto. Si è specializzato nei problemi di
sterilità femminile per aiutare le donne
a realizzare il desiderio di avere un figlio. «Tutte le volte in cui, dopo il par-
to, consegno il neonato alla mamma è
per me un momento felice. Il pianto
del bimbo appena nato è un pianto di
speranza». Le mamme e le donne in
generale, per il ginecologo palestinese,
vanno sostenute e valorizzate. Tanto
che ha creato la Fondazione Daughters
for Life, in memoria delle figlie, per
favorire l’istruzione delle donne in
Medio Oriente, che quest’anno ha
consegnato 50 premi a ragazze palestinesi, israeliane, giordane e libanesi.
«Senza mia moglie e le mie figlie non
sarei qui. In ogni società la figura più
importante è quella femminile, perché
le donne tengono accesa la speranza.
Io sono ottimista e pieno di speranza».
Una speranza che consegna al Meeting: «Sono venuto qui perché credo
che sarete in grado di diffondere questo messaggio». Il libro di Izzeldin Abuelaish è stato tradotto in 17 lingue,
tra cui l’arabo e l’ebraico, che l’autore
parla correttamente. Il prossimo 11 settembre “Non odierò” sarà presentato al
teatro Nazionale Israeliano da una
compagnia israeliano-palestinese.
Benedetta Consonni
L’amico che non ti aspettavi
La storia di Idil e di un’amicizia tra popoli divisi. Nata al Meeting
Mamma cattolica, papà musulmano: Idil è nata e cresciuta
in Italia ma ha origini turche. I suoi genitori non sono praticanti ma fin da piccola le hanno insegnato che se Dio ci ha creato
è perché ci vuole bene. Passano gli anni e anche lei smette di
andare in chiesa. In quarta ginnasio però arrivano gli amici del
Movimento, l’amore per lo studio e una vitalità unica. «Ho incontrato dei ragazzi interessanti, seguivano le loro passioni e
con loro si poteva parlare di tutto. All’inizio non capivo bene
chi fossero, sapevo solo che quando ero in difficoltà mi venivano sempre a riprendere». Nel 2007 tre eventi decisivi: «Alla
vacanza invernale mi sorprese la coscienza che con loro sarei
andata in capo al mondo». Poi a Roma due volte, prima in gita,
poi dal Papa. «Rispetto ai nostri compagni di classe usavamo
meglio il tempo: le lodi, l’angelus e la coscienza che attraverso
quei volti passava un Altro; ho iniziato a dire sempre più “noi”
anziché “loro”». All’università decide di fare Lingue e l’anno
scorso arriva l’opportunità di un Erasmus a Istanbul. Arrivata in
Turchia, però, è triste perché da sola, le manca qualcosa: per
fortuna incontra un prete francescano e inizia ad attaccarsi ai
turchi che incontra, tutti ragazzi convertiti da poco, al massimo
da sette anni come lei. «Non è vero che in Turchia tutti sono
musulmani: in molti si convertono e sono affascinati dalla cultura europea. È un popolo dal cuore semplice che ha un forte
senso di giustizia».
Al Meeting arriva come volontaria e si trova a lavorare all’ufficio mostre con un’amica, Silvia. Alessandra, Stefano, la
squadra funziona alla grande. Si innamora in particolare della
mostra sull’Albania: «Ero curiosa di vedere come avessero riscoperto le loro origini cristiane». Quando per una riunione in
ufficio arriva Teodor Nasi, il curatore, non le sembra vero.
Le cose però non vanno come si aspettava, lei ha un nome arabo, la sua presenza non è gradita. Una battuta ironica di troppo e Idil si trova in lacrime. «Eravamo al Meeting per la stessa
ragione ma non mi guardava neanche in faccia». Chiama subito un amico in Turchia e parlando con lui intuisce la positività
di quel dolore. Una responsabilità da far fruttare perché donata
da un Altro, magari una possibilità di dialogo tra due popoli feriti. Raggiunge Teodor alla mostra e gli dice tutto. «Scusami, –
si sente rispondere – stavo scherzando, pensavo si capisse. Perdonami se non ho capito che non potevo prendermi questa libertà. Ho fatto questa mostra proprio perché da ragazzo sentivo
parlare dell’Albania in modo negativo. Amici e professori ragionavano per luoghi comuni e io mi sentivo giudicato, scusa
se ho fatto la stessa cosa con te». All’improvviso cambia tutto,
e Idil scopre di aver trovato un nuovo amico. «Mi ha spiegato
la mostra, mi ha presentato come turca cristiana ai suoi amici
armeni e ho perfino parlato di dolci con sua mamma. Incredibile come da quel dolore sia rifiorito tutto. Adesso Teodor passa sempre a salutarmi e si diverte a prendermi in giro. È proprio
vero quello che diceva ieri Vittadini all’incontro coi volontari:
quando sei abbracciato da Cristo non ti preoccupa più niente».
Giovanni Naccarella

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