Anno LVIII | n. 4 | 25 febbraio 2014

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Anno LVIII | n. 4 | 25 febbraio 2014
Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale – D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n.46) art. 1, comma 1, Aut. GIPA/C/RM/31/2012; “TAXE PERÇUE” “TASSA RISCOSSA”
3,00 euro contiene I.P.
Anno LVIII | n. 4 | 25 febbraio 2014 | www.cittanuova.it
scuola di
economia
civile
Introduzione
all’economia civile
Corso intensivo rivolto
a insegnanti di economia
e diritto di Istituti tecnici
e Licei economici
Programma
I 8 Maggio 2014
ore 9,30
Introduzione al corso
Silvia Vacca, Presidente CdA di SEC
ore 9,45 • Primo modulo
Le radici storiche dell’economia civile,
dal monachesimo ai distretti industriali
Luigino Bruni
ore 11,45 • Coffee break
L’economia civile, quella tradizione di pensiero economico e sociale tipicamente italiana
che si sviluppa tra medioevo e modernità, con
un passaggio fondamentale per la Napoli
illuminista fino ad arrivare all’attuale economia cooperativa, sociale, all’impresa familiare
ed ai distretti industriali, sta oggi conoscendo
una nuova fioritura.
La neonata Scuola di economia civile (SEC)
l’8 e il 9 maggio 2014 promuove nella sua
sede di Incisa in Val d’Arno, il primo corso
intensivo rivolto a docenti di scuola superiore
intenzionati a introdurre l’economia civile
all’interno dei loro programmi, anche in vista
dell’uscita di un nuovo manuale per le scuole
superiori scritto da Bruni e Zamagni.
Incisa di Val d’Arno, Firenze
Giovedì 8-9 Maggio 2014,
Sede SEC
Polo Lionello Bonfanti,
Località Burchio
ore 12,00 • Primo laboratorio didattico
ore 13,00 • Pranzo
ore 14,30 • Secondo modulo
Insegnare micro e macro economia
alla luce dell’economia civile
Stefano Zamagni
ore 16,30 • Intervallo
ore 17,00 • Secondo laboratorio didattico
ore 18,00 • Dialogo con i docenti
ore 19,30 • Termine lavori
I 9 Maggio 2014
ore 9,00 • Terzo laboratorio didattico
ore 10,00 • Terzo modulo
Insegnare storia del pensiero economico
alla luce dell’economia civile
Luigino Bruni
ore 12,00 • Dialogo
ore 13,00 • Pranzo
I Scadenza iscrizioni: 10 aprile 2014
ore 14,00 • Quarto modulo
Introduzione alla teoria dei giochi:
come favorire dinamiche di cooperazione,
fiducia e interpretare i dilemmi sociali
Sr. Alessandra Smerilli
I Per informazioni: SEC:
ore 16,00 • Conclusioni
I Costo del corso: € 200
(vitto e alloggio esclusi)
tel. 055. 83.30.400
[email protected]
www.scuoladieconomiacivile.it
Il punto
ANNIVERSARI
di Michele Zanzucchi
LE VERITÀ SCOMODE
DI FRANCESCO
A. Tarantino/LaPresse
G
ià un anno è trascorso da quel marzo 2013 quando il cardinal Tauran pronunciò con voce tremula
e accento francofono il nome di Jorge Mario
Bergoglio dal balcone della basilica di San
Pietro. La sorpresa fu grande allora, ma in qualche modo lo è ancor più oggi, osservando il radicale
cambiamento di clima dentro la Chiesa e fuori di essa
provocato dall’arrivo al soglio pontificio del primo papa argentino. «La novità sta tutta nello stile», sostiene
un autorevole collega statunitense: un rapporto franco
e “personale” con la gente, un’austerità di vita che in
tempi di crisi pare doverosa, un linguaggio semplice e
pacato, il suo andare al cuore dei problemi... Stupisce
il fatto che sia di gran lunga il più popolare leader
mondiale, secondo tutti i sondaggi, anche quelli più
laici. La gente avverte la sua vicinanza e manifesta
il suo affetto per “un uomo della provvidenza”, per
“un amico”, per “un coraggioso e coerente testimone
dell’amore”, come dicono tanti.
Non stupisce, allora, che in queste ultime settimane si
stiano concentrando sull’organizzazione da lui presieduta, la Chiesa cattolica, una gran quantità di attacchi
concentrici. Quasi per dire: va bene, il papa è popolare ma deve cambiare la Chiesa secondo quello che
vuole la gente, o piuttosto secondo quello che pensano
determinate categorie od organismi pubblici e privati.
Ha cominciato l’Oms, Organizzazione mondiale della
sanità, che ha voluto indicare le regole dell’educazione
sessuale che dovrebbero essere seguite da tutti gli Stati
e anche dalle religioni. Poi è arrivata la dichiarazione
Onu a proposito degli abusi sui minori, piaga orribile di
cui la Chiesa ha pur da vergognarsi, ma che ha approfittato di una questione particolare per cercare di imporre
alla Chiesa cattolica di cambiare il suo pensiero etico.
Hans Kung, anche lui, ha scritto cercando di scavare
il fossato tra papa e Chiesa... Mentre uno dei massimi quotidiani nazionali ha pubblicato i risultati di un
sondaggio che indicherà quello che i cattolici vogliono
veramente, facendo intendere che quei dati sarebbero una anticipazione dei risultati della consultazione
planetaria sulla famiglia lanciata dalla Chiesa cattolica
in vista del Sinodo dell’ottobre 2014. Insomma, tutti
sanno quello che il papa dovrebbe fare per correggere
le storture della Chiesa. Evviva. Sembra che il papa
sia “altro” che la Chiesa. Il fatto è che il papa dice
parole scomode, non ha paura di accusare l’economia
che sfrutta gli uomini, le ingiustizie perpetrate dai potenti, la schiavitù dal consumismo, la tutela della vita
da prima della culla a dopo la bara, la centralità della
relazione uomo-donna nella vita sociale di ogni persona umana, l’importanza della famiglia... Dà fastidio a
troppa gente, a lobby e potentati, Francesco. Forse si
preferirebbe un papa che si limitasse a baciare i bimbi
e le piaghe dei malati, ma rimanendo silente. E invece
parla e agisce, mette il dito nelle contraddizioni delle
nostre società occidentali, propone soluzioni. Con
il sorriso sulle labbra e l’accoglienza pronta, senza
demonizzare nessuno: «Chi sono io per giudicare?»,
suole dire. Agisce e parla come un uomo sicuro di sé
(perché sicuro di Dio), ma ancor più sicuro che alle
sue spalle il popolo della Chiesa cattolica lo segue:
le lunghe congregazioni prima del conclave, quando
i cardinali elaborarano il programma del nuovo papa
(iniziavano i loro interventi dicendo: «Il nuovo papa
dovrebbe...»), appaiono una sicurezza per Bergoglio.
«L’amore è universale e ha la vocazione di riunire tutti
gli uomini», diceva un filosofo laico come Marcel
Conche. La laicità di papa Francesco e il suo continuo
richiamo all’amore paiono una prova della giustezza
di tale affermazione.
PAGINA
PAGINA
8
16
Riforma elettorale L’“Italicum” può Siria A Ginevra 2 regime e opposizione
diventare legge nonostante i dissensi
a cura di Carlo Cefaloni
In copertina: Il saluto
del pontefice tra la folla
festante (pagg. 46-51)
Foto A. Medichini/LaPresse
Opinioni
3
6
13
82
Sommario
Attualità
14
Elezioni in Costa Rica
di Filippo Casabianca
18
Amici da 10 anni
di Matteo Girardi
28
Tutti in maschera!
di Gianni Abba
Ping Pong
di Vittorio Sedini
30
Ziryab, tra Oriente e Occidente
di Oreste Paliotti
Penultima fermata
di Paolo Crepaz
32
Bolzano e il bilinguismo
di Aurelio Molè
45
50 anni fa su Città Nuova
a cura di Gianfranco Restelli
Invito alla lettura di Elena Cardinali
Il Punto
di Michele Zanzucchi
Editoriali
di Luigino Bruni,
Paolo Lòriga
e Vincenzo Buonomo
Quindicinale di opinione del Movimento dei focolari
fondato nel 1956 da Chiara Lubich
con la collaborazione di Pasquale Foresi
DIRETTORE RESPONSABILE – Michele Zanzucchi
CAPOREDATTORE RIVISTA – Paolo Lòriga
REDAZIONE Sara Fornaro – Maddalena Maltese - Giulio Meazzini
Aurelio Molè - Aurora Nicosia – Oreste Paliotti
EDITORIALISTI – Vera Araújo – Gianni Bianco - Luigino Bruni – Vincenzo
Buonomo - Gianni Caso – Roberto Catalano – Fabio Ciardi - Pietro Cocco
Piero Coda – Paolo Crepaz – Michele De Beni – Pasquale Ferrara - Alberto
Friso – Lucia Fronza Crepaz - Alberto Ferrucci - Anna Granata - Elena
Granata - Gennaro Iorio - Alberto Lo Presti – Iole Mucciconi - Nedo Pozzi
Alessandra Smerilli
non dialogano, incuranti di un Paese
distrutto a cura di Maddalena Maltese
COLLABORATORI – Ezio Aceti – Chiara Andreola - Raffaele Arigliani
Paolo Balduzzi – Mariagrazia Baroni - Giovanni Bettini - Maria Chiara
Biagioni – Riccardo Bosi – Elena Cardinali – Cristiano Casagni – Giovanni
Casoli – Marco Catapano – Francesco Châtel – Giuseppe Chella – Franz
Coriasco – Mario Dal Bello - Paolo De Maina – Raffaele Demaria – Claudia Di
Lorenzi - Giuseppe Distefano – Costanzo Donegana - Marianna Fabianelli
Luca Fiorani – Daniele Fraccaro - Tonino Gandolfo – Annamaria Gatti
Michele Genisio - Letizia Grita Magri - Benedetto Gui - Annalisa Innocenti
Pasquale Ionata - Walter Kostner - Maria Rosa Logozzo - Pasquale
Lubrano – Andrea F. Luciani – Roberto Mazzarella - Fausto Minelli Tanino
Minuta – Eleonora Moretti – Enzo Natta - Cristina Orlandi - Maria Rosa
Pagliari – Vito Patrono – Vittorio Pelligra - Lauretta Perassi - Maddalena
Petrillo Triggiano – Giovanna Pieroni – Adriano Pischetola - Stefano
Redaelli - Daniela Ropelato - Caterina Ruggiu – Lorenzo Russo - Maria e
Raimondo Scotto - Vittorio Sedini – Lella Siniscalco – Loreta Somma
CORRISPONDENTI IN ITALIA – Loreta Somma (Campania) – Tobia
Di Giacomo (Piemonte) - Silvano Gianti (Lombardia) – Patrizia Labate
(Calabria) – Emanuela Megli (Puglia) – Tiziana Nicastro (Emilia–Romagna)
Stefania Tanesini (Toscana)
60
62
Una strage silenziosa di Aurelio Molè
Media di Claudia Di Lorenzi
Famiglia e società
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Altro che badanti, siamo lettrici
di Sara Fornaro
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Il sacerdote risponde
di padre Amedeo Ferrari
26
Lo psicologo di Pasquale Ionata
Bambini e media
di Maria Rosa Pagliari
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Prima infanzia di Ezio Aceti
CORRISPONDENTI DALL’ESTERO – Alberto Barlocci (Argentina)
Michel Bronzwaer (Olanda) – Luigi Butori (Thailandia) - Ed Herkes
(Belgio) – Antonio Faro (Brasile) – Carlo Maria Gentile (Filippine)
Frank Johnson (Gran Bretagna) – Silvano Malini (Uruguay)
Javier Rubio Mercado (Spagna) Jean–Michel Merlin e Alain Boudre
(Francia) - Liliane Mugombozi (Kenya) – Djuri Ramac (Slovenia)
Joachim Schwind (Germania) - Clare Zanzucchi (Stati Uniti)
GRAFICA E FOTOGRAFIA – Umberto Paciarelli
Priscilla Menin - Domenico Salmaso - Raffaella Pediconi
SEGRETERIA DI REDAZIONE – Carlo Cefaloni (responsabile)
Edoardo Mastropasqua – Luigia Coletta – Luciana Cevese - Roberta Ruggeri
ABBONAMENTI – Antonella Di Egidio Silvia Zingaretti – Desy Guidotti
Marcello Armati
PROMOZIONE E DIFFUSIONE – Marta Chierico
PROGETTO GRAFICO – Umberto Paciarelli
COLLABORATORI SITO – Elena Cardinali – Paolo Friso – Paolo Monaco
Valentina Raparelli – Franco Fortuna - Antonella Ferrucci
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20
anche dall’ignoranza matematica
a cura di Giustino Di Domenico
Dal vivo e spiritualità
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Per aiutarli a sentirsi persone
“vive” a cura di Maria Pia Di Giacomo
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Micaela dal primo al terzo piano
di Tanino Minuta
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Grazie, dottoressa!
di Annamaria Gatti
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Fratelli e perciò uguali
di Igino Giordani
42
Parola di vita - Marzo
di Chiara Lubich
La “danza” dei Tre
di Michel Vandeleene
Vita sana
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Slot Mob Le virtù civili liberano
44
PAGINA
PAGINA
I nuovi orizzonti del Brasile
di Paolo Candeloro
DIREZIONE e REDAZIONE
via Pieve Torina, 55 | 00156 ROMA
tel. 06 96522200 - 06 3203620 r.a. | fax 06 3219909
[email protected]
UFFICIO PUBBLICITÀ
via Pieve Torina, 55
00156 ROMA | tel. e fax 06 96522201
uffi[email protected]
UFFICIO ABBONAMENTI
via Pieve Torina, 55 | 00156 ROMA
tel. 06 3216212 - 06 96522200-201 | fax 06 3207185
[email protected]
Conflitti etici Aborto, eutanasia,
adozioni gay, manipolazioni embrionali:
scontro senza fine? di Pietro Riccio
Klaus Hemmerle Ricordo del vescovo,
58
Cultura e tendenze
59
Buon appetito con…
di Cristina Orlandi
Diario di una neomamma
di Luigia Coletta
Alimentazione di Giuseppe Chella
Educazione sanitaria
di Spartaco Mencaroni
filosofo, artista e pilastro della Scuola
Abbà di Viviana De Marco
72 La dignità ferita delle minoranze
di Mario Spinelli
74 Il piacere di leggere
a cura di Gianni Abba
75
In libreria a cura di Oreste Paliotti
76 Fantasilandia | Gocce d’amore
di Lauretta Perassi
In dialogo
Arte e spettacolo
64
65
Televisione di Eleonora Fornasari
66
Musica leggera di Franz Coriasco
CD e DVD novità
67
Musica classica di Mario Dal Bello
Appuntamenti a cura della Redazione
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79
La posta di Città Nuova
Incontriamoci a Città Nuova...
Cinema di Giovanni Salandra,
Raffaele Demaria e Cristiano Casagni
Teatro di Giuseppe Distefano
Questo numero è stato chiuso in tipografia
il 10-2-2014. Il numero 3 del 10-2-2014
è stato consegnato alle poste il 4-2-2014.
Segnaliamo su www.cittanuova.it
IMMIGRAZIONE
Ignorati, condannati e respinti: perché? di Francesco Meloni
NOVITÀ
L’occhio del Fisco sui conti correnti di Massimiliano Casto
POLITICA
Si scaldano i motori per le Europee di maggio di Carlo Blengini
E d i tA ot truiaal iltià
Economia e finanza
Chiesa in Italia
di Luigino Bruni
di Paolo Lòriga
Abbiamo un estremo bisogno di cambiamento. Il passaggio cruciale di ogni processo di cambiamento è quello istituzionale, per-
La portata delle rivoluzioni, spesso, sta
tutta in qualche dettaglio. In tempi non
sospetti (era il luglio 2010), mons. Bregantini,
ché se le persone non cambiano, assieme, le istituzioni,
sono le istituzioni a cambiare le persone, trasformandole
a loro immagine e somiglianza.
Ci sono istituzioni cruciali che oggi necessitano di essere trasformate: sono quelle economiche e finanziarie.
L’economia e la finanza, nell’era della globalizzazione, hanno un enorme peso nella vita delle persone e
dei popoli, ma – e qui sta il punto – le sue principali
istituzioni non sono democratiche e stanno diventando
parassitarie. Molti studi ormai ci dicono con estrema
chiarezza che le istituzioni economiche stanno favorendo la crescita delle rendite finanziarie, facendo diminuire i redditi degli imprenditori e soprattutto i salari.
Il capitalismo finanziario sta rafforzando il potere e gli
interessi di chi detiene capitali prodotti in passato. Se
vogliamo rilanciare l’economia e il lavoro c’è un estremo bisogno di riformare le istituzioni del capitalismo,
rendendole più democratiche. Le imprese, soprattutto
quelle grandi, sono agenti che aggregano un enorme
potere, al punto da determinare le sorti di intere popolazioni, e a volte di nazioni. Per non parlare della finanza. Ma le scelte più importanti di queste istituzioni
non vengono prese democraticamente, e una esigua élite decide per tutti.
Quando l’economia era la fabbrica ben separata dal villaggio, la sua non democraticità poteva essere anche
buona. Ma oggi che l’economia è uscita dalla fabbrica e
sta occupando l’intero villaggio, c’è un bisogno estremo
di cambiare le regole del gioco, di mettere la finanza e
la sua economia dentro il gioco democratico. Non possiamo rassegnarci a sentirci sovrani quando votiamo, e
sudditi tutti gli altri giorni quando operiamo nei mercati
e nelle imprese. È un cambiamento epocale, che richiede
grande forza di pensiero. Ma prima richiede un cambiamento di mentalità, superando quella nostra tipica malattia che Genovesi chiamava il “nonsipuotismo”: «È
micidiale sentimento quel non si può» (Napoli, 1767).
da poco arcivescovo di Campobasso dopo aver lasciato
Locri, ci confidava che un segnale eloquente dell’auspicato cambiamento della Chiesa in Italia sarebbe dovuto passare anche dalla modifica della logica sottesa alla
prolusione del cardinale presidente.
Sinora, infatti, ad ogni Consiglio o Assemblea dei vescovi, il presidente pronuncia in apertura dei lavori un’ampia relazione sullo stato del Paese e sui temi che stanno
a cuore alla Chiesa in Italia. «La presidenza lancia e i
vescovi seguono ed eseguono», chiosava Bregantini.
Papa Bergoglio ama così tanto la Chiesa in Italia da cambiare la Cei. Lo aveva annunciato nel maggio scorso. In
seguito, ha sollecitato di procedere con rapidità, tanto da
chiedere una consultazione veloce per poi nominare mons.
Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Jonio, nuovo
segretario della Cei. La consultazione più generale ha riguardato altri aspetti del rinnovamento interno e le risultanze sono emerse nel Consiglio permanente di fine gennaio.
Le decisioni maturate prospettano già una Cei secondo
il pensiero innovatore di Bergoglio, ad incominciare
dall’elezione del presidente: i presuli saranno chiamati
a votare (novità assoluta) per comporre una lista di quindici nomi da presentare al pontefice, pur evitando di imporgli un presidente. Altro segnale innovativo, l’esplicita richiesta delle Conferenze episcopali regionali «di un
maggiore coinvolgimento» per vivere «l’esercizio della
collegialità», facendo presente «quanto sia corale il desiderio del territorio di essere maggiormente ascoltato».
Insomma, partecipazione e federalismo. Cosicché anche
la prolusione dovrà essere formulata, si apprende dal comunicato finale, «sulla base di contributi fatti pervenire dalle Conferenze regionali» in modo da «conservare
centralità», perché «qualifica a livello nazionale la voce
dei vescovi» (notare il plurale). E non è detto che continui ad aprire i lavori: «Osservazioni sono state avanzate
in merito alla collocazione della prolusione stessa». Particolari di un cambiamento.
Urge cambiare
le istituzioni
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Città Nuova - n. 4 - 2014
Cei e Francesco
Prime novità
Africa
Solidarietà Onu
e scarsi effetti
di Vincenzo Buonomo
Fa riflettere la notizia di 117 strutture internazionali, con a capo le Nazioni unite e
l’Unione europea, mobilitate per affrontare la crisi
Borsa
di New York,
tempio del
capitalismo
finanziario.
R. Monaldo/LaPresse
Riunione
del vertice
della Cei.
Popolazione
in fuga per
il conflitto
in Centro
Africa.
J. Delay/AP
umanitaria nella regione africana del Sahel, dove per la siccità e la fame rischiano la vita oltre due milioni e mezzo di
persone. Tra il 2014 e il 2016 potranno beneficiare di circa
due miliardi di dollari: un vero record di solidarietà, che anticipa i nuovi orientamenti per lo sviluppo post-2015, dopo
il magro risultato degli Obiettivi del millennio.
Quella stessa solidarietà tarda invece per i milioni di
rifugiati e sfollati, vittime in Africa di lotte sanguinose
che non fanno più notizia.
Nel Sud della Repubblica Democratica del Congo, la catastrofe umanitaria è devastante, con persone che fuggono
dai villaggi della regione del Katanga dove fin dall’indipendenza del Paese si coalizzano interessi esterni con potentati locali per sfruttare ingenti risorse minerarie da cui,
tra l’altro, dipende il nostro modo di comunicare (i minerali per telefonini, smartphone, tablet…). Nonostante ogni
sforzo, all’Onu spetta solo di contare le vittime.
E poi il conflitto nella Repubblica Centroafricana che
spinge milioni di persone a scappare nella foresta e nei
Paesi vicini per evitare la violenza tra le due fazioni della Seleka e degli Anti-machete (nome emblematico). La
missione di pace dell’Unione africana non riesce a garantire sicurezza, mentre aumentano i rifugiati verso il
Mali e il Ciad, rendendo impossibile ogni assistenza.
Nel Sud Sudan, nonostante l’accordo del 23 gennaio tra
il presidente e l’ex vicepresidente, crescono le vittime e
un milione di persone cerca un riparo sicuro, in un contesto dove il petrolio è ricchezza per le multinazionali,
ma è povertà per la maggioranza della popolazione che
non ha i mezzi per acquistare i beni di prima necessità.
Le istituzioni che operano per la cooperazione sanno
bene che fornire assistenza è possibile, ma non hanno
ancora compreso che per mettere fine ai conflitti è necessaria una riconciliazione tra le persone che supera le
intese formali. Spunta con forza l’esigenza della fraternità come principio dell’azione internazionale: solo così
la solidarietà può andare oltre l’aiuto momentaneo.
Città Nuova - n. 4 - 2014
7
P r i m Aot t pu ai lai nt ào
RIFORMA ELETTORALE
a cura di Carlo Cefaloni
“ITALICUM”
DEMOCRAZIA
E COSTITUZIONE
LA PROPOSTA RENZI-BERLUSCONI PUÒ
DIVENTARE LEGGE IN TEMPI RAPIDI NONOSTANTE
AUTOREVOLI DISSENSI. APRIAMO IL DIBATTITO
L
a democrazia è sempre fragile.
Va scelta ogni giorno. La premessa per ogni arbitrio passa
dalla tendenza a far passare la
Costituzione come frutto di un
compromesso di interessi e non la
Carta che fissa il fondamento riconosciuto di una Repubblica nata dopo il
disastro della guerra e della dittatura.
L’architettura di tutto il sistema di regole ha delle pietre angolari che non
si possono toccare senza mettere in
pericolo le mura della casa comune.
8
Città Nuova - n. 4 - 2014
Continuare a dire che i problemi
sono altri e che la legge elettorale
è una faccenda tecnica, da lasciare agli esperti, è un grave segnale
di pericolo e di perdita della sovranità popolare. L’Italia ha avuto dal
2005 una legge in materia definita
furbescamente una “porcata” da chi
l’aveva promossa (di fatto definita
“Porcellum” con triste autoironia).
La società non ha avuto la forza adeguata per rimuoverla, mentre i partiti prevalenti hanno giocato ai veti
incrociati. C’è voluta una sentenza
della Corte costituzionale per rendere obbligatoria una nuova legge
rispettosa della libertà di voto e di
rappresentanza.
I leader dei due maggiori partiti
hanno trovato una «profonda intesa» nel predisporre una proposta
di legge (definita “Italicum”) che è
già arrivata alla discussione dell’assemblea della Camera per essere
approvata in tempi rapidi. Tensioni
laceranti nel Pd, forte dissenso del
LE REGOLE
DELLA CORTE
di Iole Mucciconi
R. Monaldo/LaPresse
S. De Grandis/LaPresse
P
Manifestazione in difesa della Costituzione a Torino.
Sopra: un momento della conta delle schede elettorali.
M5S e delle altre formazioni politiche, mentre non pochi studiosi la
definiscono un rimedio peggiore
del male e quindi esposta a nuove
eccezioni di incostituzionalità, come il parere motivato del giurista
Gianni Caso pubblicato su www.
cittanuova.it
Ci sembrano fondamentali, pertanto, tre questioni: la libertà di voto, l’effettiva rappresentanza (come
richiesto dalla Cotituzione) e la reale governabilità del Paese. Sulla
riforma della legge elettorale riportiamo un primo contributo degli editorialisti di Città Nuova.
er tanti studiosi una legge elettorale non poteva essere esaminata
dalla Corte costituzionale. Hanno
assunto, perciò, una grande responsabilità di fronte alla storia, i 15 giudici che con la sentenza n. 1 del 2014
hanno sciolto ogni riserva. Non solo
il giudizio è ammissibile, e questo
è un precedente che vale anche per
i futuri legislatori, ma la Corte ha
inanellato una bella serie di considerazioni che dettano, al momento, i
limiti di costituzionalità di una legge
elettorale. Proviamo a riassumerli.
Relativamente al sistema elettorale, la Corte ha tenuto a precisare
che dalla Costituzione non deriva
nessun obbligo o nessun divieto:
il legislatore è libero di scegliere
un sistema di tipo proporzionale o
maggioritario. Fatta una scelta, l’impianto poi però deve essere ispirato
a criteri di ragionevolezza e proporzionalità. Su tutti spicca il principio
costituzionale di eguaglianza del voto, il quale esige che «ciascun voto
contribuisca potenzialmente e con
pari efficacia alla formazione degli
organi elettivi», seppur con sfumature diverse tra sistemi. Ecco che
la disposizione del “Porcellum” che
consentiva di raggiungere ben il 55
per cento dei seggi alla lista o coalizione che avesse preso anche un solo voto in più delle altre, senza tenere in conto l’entità dei voti raccolti,
è stata ritenuta incostituzionale. Di
per sé, il premio di maggioranza, ha
notato la Corte, persegue obiettivi
anch’essi costituzionali: la stabilità e
l’efficienza dei processi decisionali
del governo. Ma «l’assenza di una
ragionevole soglia di voti minimi
Città Nuova - n. 4 - 2014
9
Primo piano
“ITALICUM”, DEMOCRAZIA E COSTITUZIONE
per competere all’assegnazione del
premio» rende il sistema incostituzionale perché determina «un’alterazione del circuito democratico»
rappresentativo. Banalmente, chi si
trovava a votare la coalizione vincente, aveva un peso maggiore rispetto a chi aveva scelto una lista
perdente. Questo può avvenire nei
sistemi maggioritari, ma nella legge
esaminata dalla Corte accadeva in
una misura eccessiva, oltre ogni ragionevolezza e proporzionalità.
C’era poi la questione delle liste bloccate, che la Corte ha ritenuto ugualmente incostituzionale
perché, con esse, si eleggeva l’intero Parlamento ed erano composte per lo più ad arbitrio dei partiti
con elenchi lunghissimi collegati
a grandi circoscrizioni elettorali in
modo tale da impedire la conosci-
bilità dei candidati. E quindi l’esercizio effettivo del diritto di scelta
da parte degli elettori e la libertà
del voto.
Le indicazioni della Corte vanno
tradotte in leggi coerenti: il premio
di maggioranza, se si vuole, si può
introdurre, ma con una “ragionevole” soglia di voti minimi. Per conquistarlo le liste bloccate, volendo,
si possono ancora prevedere ma,
con esse, si deve poter eleggere solo una parte del Parlamento, oppure
devono essere composte in collegi
così piccoli nei quali, dice la Corte,
«il numero dei candidati da eleggere sia talmente esiguo da garantire
l’effettiva conoscibilità degli stessi
e con essa l’effettività della scelta e
la libertà del voto (al pari di quanto
accade nel caso dei collegi uninominali)».
COSA VUOL DIRE
Proposta
Italicum
di Alberto Lo Presti
√ Vale per la Camera. Il Senato non verrebbe più eletto direttamente: senza questa riforma, si applicano le nuove regole
della Camera.
√ Sistema proporzionale e premio pari al
15 per cento dei seggi per il partito o coalizione che supera il 37 per cento dei voti
(tetto massimo 55 per cento). Se nessuno
supera il 37 per cento: doppio turno per i
primi due partiti o coalizioni.
√ Percentuale di sbarramento. Partito: 4,5
in coalizione e 8 da soli. Coalizione: 12. Chi
si presenta solo fino a 7 sette regioni, deve superare il 9 per cento almeno in tre
circoscrizioni.
√ Primarie non obbligatorie. Niente
preferenza. Vale l’ordine della lista (da
tre a sei nomi) decisa dal partito nel
collegio.
√ I candidati possono presentarsi in più
collegi elettorali ridisegnati dal governo.
DAVVERO GOVERNARE?
L’
“Italicum” assicura la governabilità? Calma, senza fretta. La
governabilità è la capacità di
legiferare, intervenire, provvedere,
incalzare, bocciare, sostenere… In
altre parole, fa riferimento a un governo efficiente, e questo non è sempre riconducibile al rapporto di forza
fra maggioranza e opposizione. Ne
abbiamo avuto una chiara dimostrazione nelle passate compagini governative. L’esecutivo Monti era precario, instabile, ma ha tanto governato,
invertendo con ciò il rapporto con
l’esecutivo precedente, guidato da
Berlusconi, stabile ma poco efficiente, incapace di fronteggiare la crisi,
inerme rispetto al collasso.
Il rapporto tra governabilità e stabilità non è automatico. Ora, la nostra
10
Città Nuova - n. 4 - 2014
recente storia parlamentare ha mostrato quali sono i fattori che minacciano
la governabilità. Un governo ha le redini imbrigliate quando per partorire
qualcosa deve fare i conti con mille
sensibilità e preoccupazioni al proprio interno. La governabilità è compromessa dalle compagini tenute in
ostaggio da quelle forze che furono
decisive per la vittoria, anche se esigue nella composizione, e che rischiano di mandare tutto a gambe all’aria
se non passa la loro linea deferente a
un elettorato minoritario (e magari agguerrito). Vi ricordate Prodi e Rifondazione comunista? La Lega e le sedi
distaccate dei ministeri a Monza? O il
federalismo fiscale che produsse il suo
contrario e non riuscì ad arginare l’emorragia dei conti pubblici?
M. Scrobogna/LaPresse
R. Monaldo/LaPresse
D. Leone/LaPresse
Se abbiamo imparato la lezione,
una buona legge elettorale dovrebbe
impedire queste strane alchimie parlamentari. In parte l’“Italicum” vi riesce,
anche se con formule singolari. Il suo
meccanismo, infatti, dovrebbe sospingere le forze politiche alla coalizione,
dovrebbe impedire l’eccessivo frazionamento dei partiti politici, dovrebbe
assegnare una discreta maggioranza
anche nel caso l’esito elettorale non sia
ampiamente vittorioso.
Sorvolando sul fatto che si arriva
a tali vantaggi attraverso delle opzioni che dovranno essere valutate dal
punto di vista della tenuta costituzionale, rimane il fatto che ci troviamo
di fronte ad alcuni interrogativi. Il
primo è sotto gli occhi di tutti, reso
evidente dal prevedibile e uggioso
ritorno di Casini a destra. Facile da
immaginare: per arrivare ad accaparrarsi il premio di maggioranza,
si possono mettere insieme partiti
che a fatica si tollerano. Questo può,
ancora una volta, inchiodare il Paese
in una stabilità mortifera. L’altro ri-
A sin.: il segretario del Pd Renzi e, sullo sfondo,
l’immagine di Berlusconi. Sopra: il testo della
Costituzione esibito in una manifestazione della scuola.
Sotto: esponenti del Movimento 5 Stelle in piazza.
guarda un passaggio ancora mancante nel panorama delle riforme:
il destino del Senato. Sia chiaro, infatti, che col bicameralismo perfetto ancora in piedi, il problema della
governabilità rischia di rimanere sospeso nel vuoto istituzionale di riforme che, invece di essere organiche
e riguardare un’idea di Stato, sono
estemporanee e provvisorie. Attenzione, qui: tanti segnali mostrano come la provvisorietà ha stufato molti.
Il pericolo, in questi casi, è che il
primo “testone” che usa qualche tono perentorio attrae un consenso pericoloso. Speriamo di no.
Città Nuova - n. 4 - 2014
11
Primo piano
“ITALICUM”, DEMOCRAZIA E COSTITUZIONE
A. Treves/LaPresse
Il momento finale della scelta.
Regole democratiche alla prova
di una vera rappresentanza davanti
all’astensionismo crescente.
RAPPRESENTANZA:
SOGLIE, LISTE BLOCCATE
O PREFERENZE?
di Marco Fatuzzo
N
essuna legge elettorale sarà mai
così perfetta da evitare anomalie
o storture. Il sistema proporzionale sacrifica in parte la stabilità e la
governabilità. Il sistema maggioritario sacrifica in parte la rappresentanza delle minoranze nell’espressione
del voto. Un sistema equilibrato (ma
esiste?) dovrebbe essere in grado di
contemperare governabilità e rappresentanza.
Aver scelto di discutere una proposta di riforma della legge elettorale in senso maggioritario privilegia
il principio di consentire al Paese
l’affermazione di una stabile maggioranza che non abbia bisogno,
per governare, di riproporre l’attuale anomalo sistema delle larghe
intese, con i suoi inevitabili veti incrociati. Da questo punto di vista
l’accelerazione impressa da Renzi,
dopo l’accordo raggiunto con Berlusconi, checché se ne possa pensa-
12
Città Nuova - n. 4 - 2014
re, giunge opportuna, considerata
la lentezza del procedere dei lavori
parlamentari. Nella proposta all’esame della Camera la percentuale dei
voti richiesti a livello nazionale è
stata individuata al 37 per cento per
la formazione (partito o coalizione)
prima classificata e la previsione, in
mancanza, di un eventuale secondo
turno di ballottaggio fra le prime due
formazioni.
La rappresentanza dei gruppi minoritari sarebbe garantita attraverso
il superamento di uno sbarramento
variabile: 8 per cento per quelle che
corrono da sole, 4,5 per cento per le
liste apparentate in una coalizione
(che dovrà comunque ottenere almeno il 12 per cento). Ci chiediamo,
tuttavia, che fine faranno i partiti più
piccoli, quelli che esprimono temi
minoritari ma nobilissimi, quale la
tutela dell’ambiente o la difesa dei
ceti più deboli. Basterebbe forse pre-
vedere un diritto di tribuna non limitandosi a sottoporli solo alle forche
caudine della soglia di sbarramento.
Per molti ancora (inclusi autorevoli costituzionalisti), l’anello debole sul quale sembra concentrarsi
il dibattito appare il meccanismo
delle liste bloccate, considerato che
la Consulta ha evidenziato che, nel
“Porcellum”, l’elettore aveva dinnanzi a sé una lista-lenzuolo nella
quale l’ordine dei candidati era “sostanzialmente deciso dai partiti”; ed
inoltre, l’ampio numero dei candidati è tale da renderli “difficilmente
conoscibili dall’elettore stesso”.
Entrambi gli aspetti (sproporzionato premio di maggioranza e previsione delle liste bloccate) ineriscono
una violazione del principio di rappresentanza democratica che una
legge elettorale, secondo la nostra
Costituzione, dovrebbe garantire.
Nella proposta in discussione
è stata pervicacemente mantenuta
l’opzione delle liste bloccate, ancorché ridotte (da 4 a 6 candidati) e con
un ridisegno dei collegi di dimensioni più piccole.
Avremmo gradito la possibilità
per i cittadini-elettori di poter esprimere “una” preferenza, perché – non
nascondiamoci dietro un dito – i partiti si sono ormai affezionati a questo
stile di far politica: un ceto politico
che avverte la propria debolezza e
non ha il coraggio di sottoporsi alla
scelta da parte dei cittadini-elettori.
È molto più comodo affidare alle
scelte delle oligarchie dei partiti i
candidati da portare in Parlamento,
né il totem delle primarie può valere a calmierare in senso democratico
l’indicazione delle candidature.
ANCHE I SASSI PENSANO
Ping Pong
di Vittorio Sedini
Città Nuova - n. 4 - 2014
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IL VOTO ELETTORALE INDICA
UNA SVOLTA AL CENTRO
America Latina
Elezioni
in Costa Rica
M. Castillo/AP
U
na donna è in attesa di votare nel
seggio della scuola “Repubblica
Argentina” nella città di San José,
capitale del Costa Rica, dove,
per la seconda volta nella storia
del Paese centroamericano, nessun
candidato raggiunge la soglia del 40 per
cento, il minimo richiesto per essere
eletti al primo turno. Tutti i partiti
proponevano un cambio di direzione dopo
due vittorie elettorali del Partito liberale
nazionalista e con un Parlamento molto
frammentato. Le conseguenze sono state
una ridotta fiducia nel sistema politico
e un alto astensionismo (32 per cento).
A sorpresa i risultati hanno smentito
i sondaggi e premiato uno dei meno
favoriti, il candidato del Partido de acción
ciudadana, Luis Guillermo Solis, che ha
superato di un solo punto percentuale,
con il 31 per cento, il candidato del
partito al governo Johnny Araya, da tre
mesi il grande favorito. Il Costa Rica ha
così virato verso il centro ma, nonostante
sia un Paese orgoglioso per le eccellenze
nella sanità, nell’educazione, nelle
garanzie dei diritti dei lavoratori, la
diseguaglianza sociale è cresciuta
nell’ultimo decennio più che negli altri
Paesi dell’America Latina. Entrambi i
candidati hanno promesso riforme fiscali
per aumentare le entrate finanziarie
dello Stato.
Filippo Casabianca
Città Nuova - n. 4 - 2014
15
SIRIA
a cura di Maddalena Maltese
H. Malla/AP
Attualità
ASPETTANDO
LA PACE
A GINEVRA 2 IL GOVERNO
E L’OPPOSIZIONE NON DIALOGANO,
INCURANTI DI UN PAESE DISTRUTTO,
DI SEI MILIONI DI SFOLLATI
E DI OLTRE 130 MILA MORTI
«S
ai qual è lo scopo di Ginevra 2? Preparare Ginevra 3!». Così i siriani di
Damasco
commentano
la conferenza di pace che
avrebbe dovuto aprire una via alla
pacificazione del Paese, stremato da
tre anni di conflitto e in lutto per le
sue 130 mila vittime, che di ora in
ora crescono. Innocenti o colpevoli?
Civili o militari? Il punto è un altro:
sono vite falciate da una guerra che
avrebbe dovuto segnare un passaggio alla democrazia ma che in realtà è diventata un campo di battaglia
dove esercito regolare e ribelli si
fronteggiano. Serviva davvero?
16
Città Nuova - n. 4 - 2014
«Quei morti non sono persone
lontane. Sono il vicino di casa che
vendeva il gas e che, richiamato
nell’esercito, non è rientrato. C’è il
figlio dodicenne della collega che
aspettava lo scuolabus ad Aleppo ed
è stato ucciso da un colpo di mortaio. Ci sono i guerriglieri che sono
incappati in un’imboscata o i mercenari che seminano morte e terrore
tra la popolazione. La distruzione è
immensa, ma quel che preoccupa è
che la violenza, e con essa la vendetta, si insinuino come la soluzione
decisiva, la risposta unica ai crimini
perpetrati». Così ci scrivono su cittanuova.it alcuni nostri amici siriani.
Mentre a Ginevra 2 si aprivano i
negoziati, una bomba è caduta sulla
sede Caritas di Aleppo, fortunatamente senza vittime e feriti: i ritardi
dei trasporti, le strade non agevoli
hanno fatto slittare l’orario d’apertura e l’ora della morte per chi in
quelle stanze cerca di dare sollievo
alle centinaia di persone che hanno
perso tutto e che ripartono con un
sacchetto di cibo.
Quanto durerà? Cosa aspettarsi
da questi travagliati negoziati? Matteo Luigi Napolitano, docente di Relazioni internazionali all’università
Marconi di Roma, ha seguito in que-
sti mesi l’evolversi del conflitto siriano e i tentativi di soluzione messi
in atto.
Professor Napolitano, come spiega
lo stallo della seconda conferenza
di pace sulla Siria?
«Ci sono, a mio parere, alcuni ordini di problemi che bloccano qualsiasi tentativo di soluzione. Il primo
riguarda la transizione politica del
presidente Assad. Cosa vuol dire
in concreto? Si cercherà di mettere
membri dell’opposizione al governo? Si affiderà il governo all’opposizione e Assad resterà con altre
funzioni? Qui il ruolo di mediazione
dell’Onu è bloccato anche perché
non si sa di quale opposizione si
parli, vista la sua vistosa frantumazione interna».
Altro freno?
«L’ingerenza di Paesi esterni
all’area mediorientale che su questi
territori hanno esercitato una sor-
nazione contro la poliomielite nelle
zone controllate dal governo, dove
i volontari operano con libertà. Non
accade lo stesso nelle aree controllate dall’opposizione, dove possono intervenire solo i volontari della
Mezzaluna rossa, che viene ritenuta
sospetta perché sostenuta dal regime. A capo della Mezzaluna poi c’è
un imprenditore farmaceutico che
sceglie da solo i luoghi dove intervenire e quindi anche l’azione umanitaria è bloccata da interessi politici. La Croce rossa internazionale in
tutta questa vicenda si distingue per
la sua assenza».
ta di protettorato, come Stati Uniti,
grande amico di Israele, e Russia,
mentore della Siria. In uno dei punti
conclusivi di Ginevra 1, Assad aveva
chiesto ad Arabia Saudita, Turchia e
Qatar di non finanziare l’opposizione. E i Paesi stranieri erano invitati
a non finanziare dei terroristi. Ciò
delinea chiaramente che i siriani vogliono essere autonomi nelle scelte
interne del nuovo assetto politico».
Dagli inizi dei negoziati di gennaio
sono più di duemila i morti. Neppure l’emergenza umanitaria induce a deporre le armi…
«Homs è sottoposta ad un martirio quotidiano da oltre 600 giorni e
non si è riusciti a far arrivare i convogli umanitari (mentre scriviamo
Assad sembra aver consentito l’apertura di un corridoio per gli aiuti
e per l’uscita di donne e bambini,
ndr), ma la situazione è altrettanto
grave in altre città. L’Unicef sta realizzando un programma di vacci-
Quanto incide il terrorismo di matrice islamica?
«Non è da escludere che una o
più frange dell’opposizione siano
contaminate dal terrorismo di marca
jihadista o qaedista, anche se adesso stanno nascendo terrorismi più
nazionali e meno connessi alla questione dell’identità islamica e della
purezza religiosa. Incidono di più gli
interessi geopolitici ed economici, e
quindi i gruppi che vogliono destabilizzare Assad non lo fanno tanto
per matrice religiosa ma per altri
motivi. Ciò rende l’opposizione non
unitaria: nessuno sa chi siano i propri interlocutori e quali intenti persegua anche se seduto al tavolo dei
negoziati».
Sana/AP
Alcune donne siriane attendono di lasciare un campo profughi
vicino a Damasco. A fronte: un militare dell’opposizione durante
un combattimento nella zona antica di Aleppo.
Se Ginevra 2 dovesse fallire, cosa
accadrà?
«Dove tacciono le parole parlano
le armi. L’opposizione e il governo le riprenderanno in mano in una
nuova escalation di violenza. Occorre non abbandonare mai la fatica
del dialogo con tutti i componenti
della regione e magari con un riavvicinamento di Iran e Usa, che attiri
in questa sfera anche la Russia, la
quale proprio in queste ore sta lavorando in tavoli paralleli anche con
Arabia Saudita e Teheran».
Città Nuova - n. 4 - 2014
17
Attualità
TENDENZE
di Matteo Girardi
AMICI
DA 10 ANNI
FACEBOOK FESTEGGIA CON UN MILIARDO
DI UTENTI. STORIA E PROSPETTIVE DEL SOCIAL
NETWORK PIÙ UTILIZZATO (PER ORA)
MARK ZUCKERBERG
M
ercoledì 4 febbraio 2004,
Mark Zuckerberg mette online Thefacebook. All’epoca si
chiama ancora così, con l’articolo davanti.
L’enfant prodige Zuckerberg è
già noto tra gli studenti di Harvard
per aver ideato dei software molto
popolari. Il primo era stato Match,
un programmino pensato per aiutare a scegliere i corsi sulla base degli
iscritti. Già allora l’idea era di collegare le persone attraverso le cose.
Poi realizza Facemash, per mettere a confronto le foto di due persone
dello stesso sesso e scegliere la più
18
Città Nuova - n. 4 - 2014
attraente (l’obiettivo dichiarato era
stabilire chi fosse la studentessa più
carina di Harvard). Solo che per trovare le foto da pubblicare, Zuckerberg deve hackerare quelle contenute
nei siti web delle case degli studenti
del campus e l’azione gli costa quasi
l’espulsione dall’università.
Per avere quegli album di foto, i
cosiddetti facebook, senza commettere illeciti, immagina allora un sistema
che consenta l’accesso solamente a
chi le carica volontariamente.
Siamo nell’anno successivo al
lancio di MySpace, il social network
del momento, e gli studenti di Har-
vard chiedono a gran voce i loro facebook online. La matricola Mark li
accontenta e crea Thefacebook.
Dopo tre iscrizioni di prova, tocca a Zuckerberg essere il primo
utente registrato. Poi seguono i suoi
compagni di stanza Chris Hughes e
Dustin Moskovitz, ed Eduardo Saverin, a cui Mark ha ceduto un terzo
della sua creatura in cambio di una
consulenza finanziaria (siamo ad
Harvard e creare aziende nel tempo
libero pare sia un’attività all’ordine
del giorno).
Il resto della storia è una serie di
successi noti: nel 2004 il social net-
Illustrazione di Vittorio Sedini
work spopola nelle università degli
Stati Uniti: Stanford, Columbia, Yale ecc. Nel 2005 viene registrato il
dominio facebook.com. Tra il 2006
e il 2007 Facebook diventa uno dei
dieci siti più visitati al mondo. Il
traffico cresce in maniera esponenziale fino a superare per una settimana, nel marzo 2010, quello di
Google. Il 18 maggio 2012 l’azienda
debutta a Wall Street e viene valutata 104 miliardi. Fin qui l’ascesa del
colosso di Menlo Park sembra inarrestabile. Pare che nessuno (tranne
Google, si capisce) riesca a resistere
alla sua ascesa.
Poi, nel 2013, avviene un fatto
che incuriosisce molti osservatori.
Evan Spiegel, il ventitreenne creatore di Snapchat, un’applicazione
di messaggi istantanei che si cancellano dopo essere stati letti, dice “no” a Zuckerberg che gli offre
tre miliardi di dollari per acquisire
il servizio. Come si fa a rifiutare
un’offerta del genere? Facebook
comincia a non essere più di moda tra i giovani e Spiegel spera di
poterne approfittare. L’idea di venire monitorati dai propri genitori
mentre si chatta con gli amici e di
far parte di un sistema mainstream
adoperato anche da mamma e papà,
non convince per niente gli adolescenti, che stanno cominciando
a guardare altrove, in particolare
verso WhatsApp e… Snapchat. Un
mercato volubile e invitante come
quello degli adolescenti è un tassello fondamentale per alimentare gli
investimenti pubblicitari che, insieme ai giochi online e multiplayer
pagati con moneta virtuale, rappresentano la principale fonte di guadagno dei social network.
È l’inizio del declino? Ogni
azienda, d’altronde, comincia la
sua parabola discendente prima o
poi. Ma per Facebook sembra davvero troppo presto, pur nella estrema instabilità che caratterizza la
new economy, abituata a veder lanciare e chiudere start up come se
piovesse.
I piani di Zuckerberg infatti, appaiono sapientemente orientati a
trasformare la sua creatura in una
utility globale, un bene di natura
privata talmente diffuso da essere necessario per qualsiasi attività,
di natura produttiva e non. Questo
perché Snapchat o WhatsApp hanno oggi un grande successo, ma non
posseggono tutte le funzionalità di
Facebook che, per quanto poco attraente presso i più giovani, rimane
uno strumento imprescindibile. E
non è detto che questa strategia non
preveda di integrare nel sito una
qualche funzionalità per cancellare
alcune tracce delle nostre azioni digitali. Perché questo sembra essere
il segreto di Snapchat: il tentativo di
far apparire privati degli spazi pubblici per rendere più “leggera” ogni
nostra azione online.
Mentre noi ci interroghiamo sul
futuro del web, Facebook si gode i
suoi primi dieci anni e sembra non
essere troppo afflitto. Ma quando si
è giovani, è così: non ci si preoccupa di come sarà il futuro, si è troppo
impegnati a costruirlo.
Città Nuova - n. 4 - 2014
19
Attualità
“M
ob” sta per mobilitazione dal basso. Il successo
non dipende dall’adesione formale di sigle
o grandi organizzazioni come nei comunicati stampa ma
concretamente dal pezzo di società
che si riconosce in un territorio e
comincia a condividere un gesto
pubblico come scelta civile. Mette
insieme competenze e storie diverse. Magari è la prima volta che ci
si riconosce nel quartiere, oppure
quell’azione condivisa è il frutto di
un’intesa consolidata da tempo.
L’idea di andare in massa a premiare i baristi che rinunciano alle
slotmachine non vuole punire nessuno, ma premiare chi ha preso una
decisione costosa nonostante le leggi
che remano contro. Non serve a dare
20
Città Nuova - n. 4 - 2014
CAMPAGNE DI CITTÀ NUOVA
a cura di Giustino Di Domenico - foto di Domenico Salmaso
LA FESTA
DEL LEGAME
RITROVATO
CRESCE IN TUTTA ITALIA IL MOVIMENTO SLOT MOB,
NATO PER RICONOSCERE LE VIRTÙ CIVILI CHE
LIBERANO ANCHE DALL’IGNORANZA MATEMATICA
un momento di transitoria visibilità a
un amministratore locale o a un politico nazionale che si può coinvolgere
senza chiusure, ma solo con una seria
presa di responsabilità. Premiare non
è la stessa cosa di dare un incentivo.
Non si pone un obiettivo da raggiungere per ottenere un beneficio, ma
semplicemente riconosce un fatto, il
legame che ci permette di stare assieme senza rimanere indifferenti davanti alla mannaia del profitto.
La festa allora nasce spontaneamente, ci si saluta come quando
non ci si vede da tempo. È il volto
dell’altro che muove al risveglio
della coscienza e all’azione coerente. Non si spiegherebbe altrimenti
l’effetto “palla di neve” che ha avuto la proposta dello Slot Mob lanciata in pieno agosto 2013. Decine e
decine di eventi grandi e piccoli in
tutto il Paese (da Milano a Palermo,
da Biella a Ischia, ecc.), organizzati
da reti spontanee che mostrano un’Italia autentica, che sfugge all’analisi
del declino e della dissoluzione.
Riportiamo alcuni brani della corrispondenza pubblicata su cittanuova.
it a proposito dello Slot Mob trentino
del 24 gennaio e un accenno sul rapporto tra matematica e azzardo, perché è proprio l’ignoranza incentivata
che prepara la strada a una società
anonima, sempre pronta a cedere davanti agli interessi di pochi.
EVENTO DI POPOLO A TRENTO
che stiamo vivendo. Se ci mettiamo insieme, siamo più incisivi e
come è successo oggi, prendiamo
e diamo coraggio».
Nonostante il freddo, i trampolieri spiccano tra le teste dei manifestanti che si postano in piazza
Duomo per un gioco pubblico e
l’incontro promosso dal Forum delle
Associazioni del Trentino, il Comune di Trento e l’associazione A.M.A.
Grande partecipazione, presenti
sindaco e politici locali, interventi
dell’economista Luigino Bruni e di
Mario Sberna dell’intergruppo parlamentare contro il gioco d’azzardo.
Può finire tutto qui?
Giuliano Ruzier
I
l marciapiede e la strada davanti al civico 131 di via Perini, a
Trento, è pieno di ragazzi, adulti, diverse mamme con bambini
davanti al bar gestito da Ivan. Ci
sono Martina e Claudia arrivate con i loro compagni di classe:
«È un’occasione per riflettere e
aprire spazi di dialogo». Stefano,
della Consulta provinciale degli
studenti, impegnato sul tema della legalità, ha fatto un «massiccio
volantinaggio, cosicché l’idea e
le motivazioni dello Slot Mob sono arrivate a tanti. È importante
diffondere una cultura diversa».
Giacomo è circondato da un bel
gruppo di clienti del bar. Cantano i grandi classici, ma non solo,
perché lui è anche cantautore e
con la sua musica racconta le storie dei gruppi di auto mutuo aiuto
(A.M.A.) sull’azzardopatia.
Ivan, il gestore del bar, lascia il
bancone e sta in mezzo alla gente.
Diversi vogliono intervistarlo. È
rimasto stupito dalla partecipazione: «Non mi aspettavo un’affluenza così massiccia, che manifesta
il fatto che c’è tanta gente che la
pensa come me. Capisco – continua – chi non fa il passo di togliere
le slot, perché costituiscono, in un
momento di crisi, un’importante
fonte di guadagno, ma io lo rifarei». Per molti, in effetti, come per
Silvia, «prendere il caffè da Ivan
è stato un modo per partecipare
in modo concreto, non solo morale, ad un’iniziativa che apre tante
questioni in un tempo come quello
Ivan Fontana, il titolare del bar
senza slot premiato a Trento.
Nelle altre pagine, alcuni momenti
della manifestazione Slot Mob.
Città Nuova - n. 4 - 2014
21
At t ualità
LA FESTA DEL LEGAME RITROVATO
ANALFABETISMO MATEMATICO
E PIAGA DELL’AZZARDO
di Lucio Torelli professore associato di statistica medica, Università di Trieste
Q
uando, da studente universitario,
frequentai il corso di “calcolo
delle probabilità”, il docente ci
mostrò la matematica presente in alcuni giochi d’azzardo. Studiammo il
Lotto, varie tipologie di sistemi del
Totocalcio (allora molto diffuso), la
differenza tra giocare con una roulette con uno o due zeri (la cosiddetta roulette americana). Da quella
volta nessuno di noi partecipò più
a un gioco d’azzardo: giochi, non a
caso, definiti “non equi”!
Il calcolo delle probabilità è nato
storicamente dall’esigenza di imparare a decidere come scommettere
in vari tipi di gioco. Ad esempio,
su richiesta del Granduca di Torino,
22
Città Nuova - n. 4 - 2014
Galileo Galilei si occupò del “gioco
della zara” (dall’arabo zahar, dado,
da cui il termine azzardo), molto in
voga in quegli anni, tanto da rovinare le finanze di molti personaggi.
«Quando si parte il gioco de la zara, colui che perde si riman dolente,
repetendo le volte, e tristo impara»,
così Dante inizia il VI canto del Purgatorio.
L’esplosione del fenomeno del
gioco d’azzardo, legata all’attuale situazione di crisi economica e ai forti
messaggi pubblicitari, penso abbia radici in un profondo analfabetismo matematico. L’impiego della matematica
come strumento di prevenzione contro la patologia dell’azzardo è ancora
poco diffuso. Tra le eccezioni, cito e
rimando alle pagine web, il progetto “Fate il nostro gioco” della società
torinese Taxi 1729, che collabora con
diverse Aziende per i servizi sanitari,
il progetto “BetOnMath, Matematica civile contro l’ignoranza sul gioco
d’azzardo”, del Politecnico di Milano,
e tanti progetti curati da singoli docenti nelle scuole per raggiungere gli studenti e, di conseguenza, le famiglie.
Partiamo dall’esempio del SuperEnalotto, gioco in cui lo Stato trattiene una percentuale molto alta di
quanto versato, e il montepremi milionario è un’esca cui è molto facile
abboccare. La probabilità di indovinare i fatidici sei numeri dell’estrazione è così bassa che risulta molto
difficile capirne il valore: giocando
un euro (quindi due sestine) la probabilità di indovinare i sei numeri
giusti è due su 622.614.630: sarebbe
come essere disposti a scommettere
che esca il nostro nome in un’estrazione nella cui urna sono stati messi
i nomi di tutti gli abitanti della Russia, della Germania, della Francia e
dell’Italia! Giocare un euro può essere una spesa molto piccola, ma la
cosa diventa grave quando si arriva
a sistemi più o meno costosi: la probabilità di vittoria risulterà maggiore ma ancora molto bassa. Queste
scommesse, ripetute per le tre estrazioni settimanali, possono portare a
pesanti perdite di denaro.
Calcoli analoghi valgono per Win
for Life dove bisogna indovinare “solo” dieci numeri su venti e in cui si è
premiati in un numero maggiore di
casi rispetto al SuperEnalotto. In realtà si vince solo il 9 per cento delle
volte e nel 99 per cento di queste vittorie si vince meno di dieci euro. E ci
sono dodici estrazioni giornaliere!
Le cose vanno ancora peggio con
le slot machine, i videopocker e i
Gratta e vinci. Le valutazioni probabilistiche di tali giochi ce lo dicono
chiaramente.
Testi e disegni di V. Sedini e F. Trabacchi liberamente ispirati a un esperienza vissuta da Michel e dai suoi amici del Movimento Gen 4 della Francia
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7
Fa m ig
l ia e s o c ie t à
Fa m ig l ia e soc ie t à
LA RICERCA
di Sara Fornaro
Altro che badanti,
siamo lettrici
I
dati Istat parlano chiaro: più della metà della
popolazione italiana,
nel 2013, non ha letto
nemmeno un libro. Il
dato, purtroppo, è più alto
di tre punti percentuali rispetto al 2012 e se, come
diceva qualcuno, un libro
è cibo per la mente e per
l’anima, c’è di che preoccuparsi. Su cento italiani,
infatti, soltanto 43 hanno
letto uno o più libri per
motivi non scolastici né
professionali.
La parte del leone,
manco a dirlo, la fanno le
donne, di tutte le fasce di
età, che tirano decisamente su la media nazionale
(comunque bassa rispetto
al resto d’Europa!) con
un 49,3 per cento. I maschi, invece, si fermano al
36,4 per cento, anche se
recuperano qualche numero in qualità di “lettori occasionali” e guidano
invece le classifiche relative ai quotidiani.
Il dato più curioso,
tuttavia, non ci viene
dall’Istat, ma da una ricerca eseguita dalle associazioni Lipa e NoDi,
con l’ausilio del Sistema
bibliotecario provinciale romano e il patrocinio
della Provincia di Roma,
che hanno intervistato un
centinaio di tate, colf e
badanti (compreso qual-
24
Città Nuova - n. 4 - 2014
Tate, colf e accudienti leggono
anche decine di libri l’anno,
mentre continua a calare
la percentuale dei lettori italiani
che uomo) di 27 Paesi
diversi, per scoprire cosa
fanno nel tempo libero,
se e quanto leggono. Le
conclusioni sono state
sorprendenti. Il campione di riferimento, a dire
il vero, non era particolarmente vasto, ma le intervistatrici hanno scelto
di andare in profondità,
per scoprire le storie che
ci sono dietro i volti che
assistono i bambini, fanno le pulizie nelle nostre
case o accudiscono i nostri genitori o i nonni.
Il risultato dell’indagine descrive donne,
provenienti soprattutto
dall’Europa dell’Est, con
un titolo di studio alto,
che svolgono un lavoro
molto al di sotto della loro professionalità. Sono
abituate a leggere tanto
e ad andare nelle biblioteche pubbliche. Hanno
poco tempo da dedicare
a sé stesse, ma – per comunicare con i parenti
lontani – sanno usare bene le nuove tecnologie e
i social network. Ma se
sono tanto impegnate,
quando leggono? Appena possono: a casa, sui
mezzi di trasporto, su
una panchina... E i libri li
prendono in prestito dove lavorano, in biblioteca
o li comprano. «Casa mia
Un chiosco di libri
da prendere in prestito
gratuitamente, allestito
a Berlino, in Germania,
per favorire la lettura,
con lo slogan “Prendi
un libro, lascia un libro”.
IL SACERDOTE RISPONDE
di padre Amedeo Ferrari
La ricerca della felicità
«C’è una legge morale naturale valida per tutti, anche per chi non
crede in Dio?».
Carlo - Napoli
Nel Primo Testamento si trova scritto: «Scriverò sul vostro cuore la
mia legge» (Ger 31,33). Questa legge interiore non è altro che il primo
riflesso della presenza di Dio-amore nella coscienza di ogni uomo,
credente o no. Si trova espressa nella cosiddetta regola d’oro che
Confucio, molto tempo prima di Cristo dava ai suoi seguaci come norma
etica di comportamento. «Fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te,
non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». È interessante
che Gesù riprenda questo proverbio sapienziale e confermi che in esso
ci sia «tutta la legge e i profeti» (Mt 7,12) anche per i cristiani.
Giovanni XXIII nella Pacem in terris riconosce alla codificazione dei
diritti dell’uomo, contenuti nella regola d’oro, il valore di legge morale
naturale. Scrive: «Quei diritti che scaturiscono immediatamente dalla
dignità della persona umana (…) sono diritti universali, inviolabili,
inalienabili» (n.143-145). Nella Gaudium et spes del Concilio si legge:
«Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a
darsi, ma alla quale invece deve obbedire, e la cui voce, che lo chiama
sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre,
chiaramente dice alle orecchie del cuore: fa’ questo, fuggi quest’altro»
(n.16).
Qualche moralista sostiene che la regola d’oro, poiché punta a stabilire
un rapporto con gli altri ed è in funzione del bene degli altri, è il
primo passo verso la reciprocità, contiene in sé l’esigenza di risposta
nell’amore. La regola d’oro indica che la felicità vera dell’io è frutto
dell’essere per gli altri. Quindi la regola d’oro può essere considerata
la legge morale naturale valida per tutti e che porta alla felicità perché
espressione dell’amore.
[email protected]
M. Meissner/AP
– racconta E., albanese
attualmente residente a
Zagarolo – è piena di libri. Ho 23 anni e penso
di aver comprato più libri che vestiti».
Ma in quante leggono
almeno un libro all’anno? Stando al campione
esaminato, la percentuale è altissima: 76,5 per
cento. Il 15,3 per cento
delle intervistate, inoltre,
legge più di 20 libri l’anno. «Leggo un libro alla
settimana, più o meno,
quindi 4-5 libri al mese,
di conseguenza una cinquantina di libri all’anno», spiega per esempio
D., residente a Tivoli. E
se L., rumena di Bracciano, ha lasciato di stucco
gli intervistatori dicendo: «In questi giorni ho
riletto Don Chisciotte»,
L., moldava, ha spiegato
che dal suo arrivo in Italia ha cominciato a ricercare nei libri le «risposte
giuste a quelle situazioni
complicate e delicate che
stavo vivendo».
Tante
testimonianze
da prendere a modello
in un Paese che, anche a
causa della crisi, taglia
sempre più le spese per
la cultura, e non solo per
i libri, a tutti i livelli.
Queste donne testimoniano che volere è potere,
che ci si può migliorare, si possono imparare
nuove lingue, si possono
conoscere nuove culture,
visitare altri Paesi, senza
lasciarsi prendere dalla
nostalgia di ciò che si è
perduto o dalla tristezza
per ciò che non si ha.
Famiglia e società
LO PSICOLOGO
di Pasquale Ionata
Guarire con le parole
«Come fanno delle
semplici parole a guarire
disturbi psicologici?».
Laura - Roma
Forse è utile riflettere su
questa frase: «La psicoterapia è una cura con le parole,
il che non significa una cura con le chiacchiere».
Il premio Nobel in medicina nel 2000, il neuroscienziato Eric Kandel, ha
avanzato l’ipotesi che la
“parola”, con il corredo di
emozioni che comporta,
possa agire sull’espressione proteica dei geni. E
lo ha dimostrato con uno
stimolo elettrico su un
mollusco, ma l’ipotesi è
che valga anche per uno
stimolo meno grossolano,
la parola, che coinvolge
le emozioni, la storia, una
quantità di elementi che
possono indurre l’espressione delle proteine, che
arrivando poi alle sinapsi,
ne alterano stabilmente la
trasmissione: il che modifica l’attività di intere aree.
E il farmaco opera nella
stessa struttura sinaptica,
con modalità che possiamo
considerare analoghe alle
parole. C’è una convergenza, una via finale comune
sulle sinapsi da parte sia del
farmaco che della parola.
BAMBINI E MEDIA
di Maria Rosa Pagliari
Una terza identità
«Cosa accade all’identità del giocatore quando si
immerge nei videogiochi?».
Rossana - Ancona
I videogiochi sono un articolato e complesso veicolo di
messaggi ed esperienze, che offrono generalmente la possibilità di immergersi in un ambiente virtuale, variegato e
definito, immedesimandosi o ponendosi in relazione ad
un personaggio che in esso compie azioni o comunica.
Infatti, nella maggior parte dei videogiochi, il giocatore ha il compito di guidare/interpretare un personaggio,
in grado di agire e di comunicare nel mondo virtuale.
Nel caso specifico dei videogiochi, è stata formulata una teoria che analizza come si esprime l’identità
del giocatore nei videogiochi. Innanzitutto è coinvolta
l’identità reale della persona seduta davanti al dispo-
26
Città Nuova - n. 4 - 2014
Possiamo immaginare
la psiche come un cono
con la punta infilata nelle
profondità del cranio. La
parte del cono che affonda nel centro del cervello,
tocca la parte limbica, il
cosiddetto cervello emoti-
vo, e c’è bisogno di cure
che arrivano direttamente
dal basso, dall’organismo
passando per il tronco encefalico, per influenzare
questa zona delicata del
cervello, cure che possono essere gli psicofarmaci
sitivo e l’identità virtuale formata dalle caratteristiche
del personaggio che si muove nel videogioco. Tra di
esse sussiste una terza identità, che gli studiosi hanno
definito proiettiva, che è costituita da tutte le rappresentazioni, i significati e i caratteri che dall’identità reale del giocatore vengono trasportati in quella fittizia
del personaggio del videogioco. Questa terza identità
permette un effettivo legame tra l’esperienza reale del
giocatore e la sua manifestazione in un mondo virtuale attraverso un personaggio ben determinato e in esso
inserito. Ne risulta quindi una “zona” di confine tra il
reale e il virtuale che permettere al giocatore di sperimentare sé stesso all’interno di un ambiente virtuale.
Per gli studiosi questo particolare “spazio” corrisponde alla capacità dell’identità di proiettare parte di sé stessa su un personaggio, togliendo il rischio della dissociazione in quanto, quando si gioca, si è sia il giocatore che
il personaggio nello stesso momento. Per concludere,
credo che come genitori ed educatori, questi siano aspetti
quasi sconosciuti ma che aiutano a comprendere meglio
ciò che vivono piccoli e grandi quando si immergono in
questo tipo di esperienze cognitivamente complesse ma
indubbiamente estremamente coinvolgenti e piacevoli.
[email protected]
PRIMA INFANZIA
di Ezio Aceti
oppure tecniche corporee
di vario genere.
Dove invece la psicoterapia attraverso le parole è
il trattamento da preferire, è
nei tanti disturbi del cervello corticale quello cognitivo, rappresentato in primis
dai lobi frontali, che interessano la parte progressivamente allargata del cono.
Una conferma di quanto
detto sinora viene dalle tecniche di brain imaging, soprattutto dalla tomografia a
emissione di positroni (Pet)
e dalla risonanza magnetica
funzionale (fMRI), applicate su pazienti psichici prima e dopo un trattamento
psicoterapeutico.
Alcuni
ricercatori del Rotman Research Institute di Toronto
hanno sottoposto a brain
imaging due gruppi di pazienti affetti da depressione,
uno dopo un trattamento
di parole con la terapia cognitivo-comportamentale, e
l’altro dopo un trattamento
di terapia farmacologica,
per l’esattezza un antidepressivo come la “paroxetina”. Entrambe le terapie
hanno avuto un effetto organico, ma sembrano seguire due strade differenti.
Lo psicofarmaco modifica
l’equilibrio biochimico delle aree più legate ai centri
che governano l’emotività e
i ritmi circadiani, ossia: elimina i pensieri negativi. La
psicoterapia con le parole,
invece, cambia il modo in
cui il soggetto interpreta gli
stimoli e i comportamenti
provenienti dall’esterno, e
quindi introduce i pensieri
positivi.
[email protected]
Il tempo dei bambini
«Mio figlio di tre anni, quando piange, sembra disperato, poi d’improvviso
smette e basta poco per farlo ridere... Guardandolo mi sembra di vivere
davvero, perché?».
Lucia - Napoli
Dovremmo imparare dai bambini a vivere il tempo, o meglio ad essere
pienamente nel tempo. Gli studi sulla prima infanzia testimoniano che i
piccoli sono completamente immersi e radicati nell’istante presente. Il
prima e il dopo per loro hanno valore in quanto vissuti nell’istante che
sta trascorrendo. Il tempo vissuto dal piccolo è strettamente collegato alle
risposte d’amore primarie che la mamma offre. Donald Winnicott, il famoso
psicologo infantile, si riferisce alle “preoccupazioni primarie” che la madre
esprime quando il bambino piange o ride, ritenendo tutto ciò come risposta
immediata alle sollecitazioni del piccolo.
Quante volte abbiamo visto piccoli dapprima piangere in modo disperato per un
giocattolo che si è rotto e, subito dopo, ridere a crepapelle per il solletico della
mamma sotto il piedino… Il piccolo, infatti, per la sua incapacità a collegare
gli eventi, per la sua memoria ancora vergine, per la sua totale dipendenza
dall’adulto percepisce le cose e gli avvenimenti come eterni, infiniti, perenni e li
vive con tutto sé stesso, con la serietà profonda che le cose meritano.
Aveva ragione Simone Weil, la famosa filosofa francese, quando affermava che la
realtà più intelligente fra gli esseri umani è l’attenzione, perché in questo modo si
è sempre fuori di sé e concentrati nel presente, con le persone e le cose. Del resto,
anche la famosa pedagoga Maria Montessori, quando parlava del bambino, diceva
che questi era il padre dell’umanità perché costringe noi ad essere veri, autentici,
totalmente disponibili alla sua innocenza totalmente vissuta nel presente.
Questa capacità di vivere il tempo come eterno e onnipotente, facilita nel bambino
il pensiero creativo e magico che entrerà a far parte della vita di ciascuno. È
sempre Winnicott che ci ricorda che «la creatività consiste nel mantenere qualcosa
che appartiene all’esperienza infantile come la capacita di creare e ricreare il
mondo», quasi a testimonianza di un tempo che risulta eterno.
In questo modo, comprendiamo quanto sia importante non sciuparlo,
cercando invece di viverlo in donazione, per realizzare lo scopo principale per
cui ci è stato dato: costruire la famiglia universale.
[email protected]
TArtat duiazliiot nà i
Tutti
in maschera!
S
embra che abbiano cominciato
i greci (con le dionisiache) e i
romani (con i saturnali), più di
duemila anni fa: durante queste
feste tutto era permesso, lo
scherzo, la dissolutezza, ma anche il
venir meno dell’ordine e degli obblighi
sociali. Insomma, un periodo in cui
ci si poteva lasciare andare e un po’
di caos prendeva il posto dell’ordine.
Come ci ricorda Apuleio, durante queste
feste si potevano incontrare gruppi di
persone mascherate o processioni in
cui le forze del disordine, variamente
rappresentate, cercavano di impedire
la rifondazione del cosmo. Su queste
festività più antiche si è innestata la
tradizione del carnevale, presente
soprattutto nei Paesi di tradizione
cattolica a partire dal XIII secolo. La
parola carnevale viene infatti dal latino
carnem levare (levare la carne) e indica
la fine del martedì grasso, ultimo giorno
di carnevale, e l’inizio del digiuno
connesso con la quaresima. Famosi nei
secoli sono stati i carnevali dei Medici,
a Firenze, ma anche quelli di Verona
(Bacanàl del Gnoco) e della Roma
papalina. Fino agli odierni carnevali di
Venezia, Viareggio, Ivrea, Manfredonia
e tanti altri. Ma forse oggi si è persa un
po’ di spontaneità e freschezza, a favore
della spettacolarizzazione televisiva.
Gianni Abba
28
Città Nuova - n. 4 - 2014
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di Michele Zanzucchi
di
Giuseppe Distefano
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Attualità
DA MILLE ANNI
IL CARNEVALE
IMPAZZA NEL MONDO
Città Nuova - n. 4 - 2014
29
Attualità
POPOLI E CULTURE
di Oreste Paliotti
ZIRYAB
TRA ORIENTE
E OCCIDENTE
UN ENSEMBLE MULTIETNICO
RECUPERA ANTICHI TESORI MUSICALI
«H
ija mía, mi querida/
amán, amán, amán,/ no
te eches a la mar/ que
la mar està en fortuna/
mira que te va a llevar…». La voce armoniosa di Dalia
(di madre irachena e padre italiano)
rende struggente questo canto in lingua judezmo, sorta di ebraico-spagnolo parlato dalle comunità sefardite (gli ebrei di origine iberica dispersi
dopo l’espulsione dalla Spagna nel
1492). È uno dei dodici brani proposti dall’ensemble Ziryab nel suo
concerto Mediterraneo medievale
che attinge a diverse tradizioni: l’arabo-andalusa, la persiana-irachena, la
30
Città Nuova - n. 4 - 2014
turca-sefardita, la tunisina, la provenzale, l’italiana. Un invito a un affascinante viaggio tra le antiche radici
musicali dei popoli gravitanti intorno
al bacino del Mediterraneo.
I musicisti sono Paolo e Giulio,
italiani, Thami, marocchino, e l’iracheno Pejman, compito del quale è
anche illustrare a metà concerto gli
strumenti tipici con cui si accompagnano. Cornice d’eccezione alla
loro performance è la Sala dell’Opus Sectile, da Ostia, recuperata da
una sontuosa domus del IV secolo
d.C. e ricostruita all’interno del museo romano dell’Alto Medioevo: un
unicum per la quasi integra decora-
zione in preziosi marmi intarsiati
provenienti un po’ da tutte le regioni
dell’Impero romano, niente di più
adatto all’intarsio sonoro e culturale
offerto dai cinque artisti Ziryab.
Alla fine dell’applauditissimo
concerto (circa un’ora e mezzo senza intervallo, volata via), rivolgo
qualche domanda a Paolo Faiella,
fondatore dell’ensemble e suonatore
di bağlama e liuto.
Perché il nome Ziryab e cosa vi proponete?
«Ziryab fu un musicista (ma anche poeta, medico e astronomo) nato a Mosul (Iraq) e attivo all’epoca
dell’emirato di Abd-ar-Rahman II
(788-852). Fondò a Cordoba una
scuola di musica e introdusse l’uso
di una quinta corda per l’ud, il liuto
arabo. Dalla Spagna l’ud si diffuse
anche nel resto dell’Europa, dove
lo strumento fu accolto e in seguito modificato in base alle esigenze
musicali occidentali, per diventare il
liuto, protagonista della musica del
Rinascimento. Sulle orme del cammino percorso da questo strumento,
il nostro ensemble cerca di far rivivere le comuni radici musicali di
Paesi così geograficamente lontani.
Infatti, sebbene diversi per lingue,
Da sin: Giulio Porega, Paolo Faiella,
Dalia Mattioni Dawaf, Thami
Zmamda e Pejman Tadayon.
Sotto: Thami e Dalia.
costumi e culture musicali, sin dal
primo momento abbiamo trovato
sorprendenti affinità tra ritmi e melodie delle rispettive tradizioni.
«Con uno spirito di ricerca e di
confronto abbiamo così iniziato a
costruire un repertorio dove brani
provenienti da specifiche tradizioni
musicali possano essere arricchiti,
senza tuttavia modificarne la natura
e il carattere originari, da apporti melodici, ritmici e improvvisativi propri
di altre culture. Suonare assieme un
saltarello italiano del 1300, un radif
di tradizione persiana o un brano di
una nuba arabo-andalusa rappresenta per noi non solo l’occasione di far
rivivere delle sonorità ormai dimenticate, ma anche di contribuire, partendo dalla musica, a creare un clima
di integrazione culturale che riesca a
coinvolgere gli ascoltatori».
E il pubblico, stasera, ha reagito
magnificamente, forse anche un po’
sorpreso di scoprire una musica diversa rispetto alle aspettative...
«È vero, a volte si è condizionati da qualche pregiudizio per quanto riguarda la musica medievale: si
pensa ai canti gregoriani o a forme
musicali un po’ lontane dai gusti
moderni. E quindi si rimane piacevolmente coinvolti ascoltando brani così facilmente assimilabili sotto
l’aspetto musicale e ritmico».
Il vostro progetto vive del contributo
di ogni componente. Qual è il suo?
«Ho portato nell’ensemble Ziryab
l’esperienza fatta in un altro gruppo
(composto però di soli italiani) specializzato in musica medievale, secondo
un approccio più filologico: suonavo
il liuto arabo ed ero pertanto già indirizzato verso Oriente. Con Ziryab
questa spinta si è ulteriormente consolidata e dal punto di vista musicale, con l’ausilio di strumenti tipici di
un’altra cultura, ho potuto sottolineare alcuni aspetti melodici e ritmici di
alcuni brani, che in tal modo ci hanno guadagnato. Quello che ci proponiamo è di evidenziare come le nostre diverse culture musicali abbiano
degli elementi in comune, tanto più
evidenti quanto più indietro torniamo
nel tempo. Basti pensare alle analogie
esistenti fra le scale musicali arabe e
persiane. Lei ha ascoltato il Lamento
di Tristano, un brano strumentale italiano del 1300: suonato con l’ud, non
le è sembrato perfetto?».
Con quale criterio cercate di ridare
smalto a questi brani antichi?
«Secondo me non avrebbe senso riproporli a un pubblico moderno
come erano all’origine. Intanto, perché si sa pochissimo come andavano
interpretati. E poi, non coglieremmo
certe sfumature perché non siamo abituati a un dato tipo di suoni. Un canto
sefardita, che andava eseguito col solo accompagnamento di un tamburello, oggi risulterebbe ostico. Mentre,
arricchito con una veste melodica e
ritmica, risulta accetto per l’ascoltatore. Per questo, pur cercando di non
incorrere in errori macroscopici dal
punto di vista filologico, a me preme
dare più che altro il sapore di come
essi potevano essere recepiti».
L’ultimo brano del vostro repertorio
è moderno. Come mai?
«Sì, Nassam Alayna Al Hawa è stato composto negli anni Sessanta, però
abbiamo voluto inserirlo per sottolineare la continuità che c’è stata nel mondo arabo, fino ai nostri giorni, di una
tradizione modale che da noi invece
si è persa già a partire dal XVI secolo.
Per le sue caratteristiche melodiche ci
è sembrato perfettamente compatibile
all’interno di un programma medievale. Ascoltandolo, non deve aver colto
grandi differenze con gli altri brani».
Per approfondire: http://ensembleziryab.webnode.it o https://www.facebook.com/ensembleziryab.ziryab
Città Nuova - n. 4 - 2014
31
Attualità
FRONTIERE
di Aurelio Molè inviato - foto di Domenico Salmaso
BOLZANO
E IL BILINGUISMO
LA QUESTIONE LINGUISTICA IN ALTO ADIGE HA RADICI
ANTICHE. IL LABORATORIO DELLA CONVIVENZA
TRA SPINTE ALL’AUTODETERMINAZIONE
S
frecciano veloci gli atleti di sci
di fondo sulle piste innevate
della Val Pusteria. Le pettorine
con i numeri di gara portano
da un lato la scritta Sudtirol e
dall’altro Alto Adige, dipende dal
senso, casuale, con cui gli sciatori
l’hanno indossata. Oggi potrebbe
sembrare anacronistico parlare di
Alto Adige, Sudtirolo e questione
linguistica nella Provincia autonoma
di Bolzano a grande maggioranza di
madre lingua tedesca, 62,3 per cento, italiana 23,4 per cento, e ladina
per il 4,1 per cento; eppure ancora
oggi l’equilibrio corre su una lastra
di ghiaccio.
Il partito indipendentista, di estrema destra, di Eva Klotz, vuole che
l’Alto Adige si separi dall’Italia per
la riunificazione del Tirolo e torni
alla madrepatria austriaca. Da un referendum, senza nessun valore legale, indetto dal suo partito nell’ultima
campagna elettorale, è emerso che il
92 per cento dei votanti vuole riunirsi
all’Austria. Su 400 mila aventi diritto
al voto, hanno partecipato, attraverso
cartoline postali, in 61 mila, un numero ragguardevole anche se la questione, secondo il nuovo governatore
dell’Alto Adige, Arno Kompatscher,
non è all’ordine del giorno.
Un gioco di sguardi simboleggia
il passaggio dal Trentino all’Alto
32
Città Nuova - n. 4 - 2014
Adige. Al centro di piazza Walther
di Bolzano la statua che rappresenta il poeta tedesco Walther von der
Vogelweide, scolpita nel 1889, volge lo sguardo a sud, verso Trento,
dove nel 1866 era stata eretta una
statua di Dante che volge lo sguardo
a nord. Guerra di lingue, di etnie, di
culture, di conquiste tra il governo
austroungarico e l’irredentismo italiano, sorto nel 1866, con lo scopo
di estendere i confini del nascente Stato nazionale verso le regioni:
Trentino, Alto Adige, Venezia Giulia. Istanza fatta propria dall’interventismo alla vigilia della Prima
guerra mondiale. L’Austria perde la
guerra e il Sudtirol, ribattezzato Alto Adige, passa all’Italia con tutti gli
abitanti di lingua tedesca, indomiti
araldi dell’autonomia da sempre,
sia nel Sacro romano impero, sia
nell’Impero austroungarico.
Per capire la questione linguistica altoatesina bisogna tornare alle
origini per «lo scarto di conoscenze
– spiega il sindaco Luigi Spagnolli
– tra i diversi gruppi perché ognuno
studia la storia dal proprio punto di
vista che cambia anche a seconda
Piazza Walther innevata nel centro
della città. Sopra: indicazioni
stradali in ladino, tedesco, italiano.
Sotto: il sindaco Luigi Spagnolli.
delle generazioni».
La ferita è aperta dal trattato di
pace di Versailles e Saint-Germain
del 1919, quando i sudtirolesi da
sudditi dell’Impero e cittadini austriaci diventano cittadini italiani,
soggetti al governo di Roma. «Non
c’è da stupirsi – scrive Lilli Gruber
ne L’eredità (Rizzoli) – che vivano
l’arrivo degli italiani come un’occupazione straniera, la divisione
del Tirolo come un’amputazione.
E il distacco dall’Austria come una
ingiusta separazione dalla madrepatria». Non era tanto l’incontro con
gli italiani, «ma l’incontro – scriveva lo storico Claus Gatterer – con
lo Stato italiano come ordinamento» che, anche allora, significava
burocrazia, centralismo, inefficienza. A complicar le cose l’avvento
del fascismo.
È una domenica di sangue il 24
aprile del 1921. Bande squadriste
attraversano piazza delle Erbe, durante la Fiera di Bolzano. Picchiano brutalmente gli avversari politici
fino al fatale colpo di rivoltella che
lascia al suolo Franz Innerhofer, un
insegnante elementare: la prima vittima sudtirolese. È la via breve ma
cieca della violenza fascista.
Prima della marcia su Roma del
28 ottobre 1922 «ci fu il 2 ottobre
– racconta il sindaco Spagnolli – la
marcia su Bolzano delle camicie
nere. Il borgomastro tedesco Julius
Perathoner fu cacciato e nel municipio fu esposta la bandiera italiana.
Per questo il tricolore è mal sopportato dai madrelingua tedeschi.
Sbagliano loro, ma non possiamo
far finta che la storia sia automaticamente rimossa. Spetta al popolo
andare oltre».
Il nuovo regime cominciò dalle
scuole la sua opera di italianizzazione e il tedesco fu vietato. «Per
questo – ci spiega Angelo Masè,
cultore di storia locale – nascono le
Katakombenshulen, le scuole delle
Città Nuova - n. 4 - 2014
33
At t ualità
BOLZANO E IL BILINGUISMO
catacombe, dove si insegnava di nascosto con corsi privati, la lingua e
la cultura tedesca». Nasce una vera
e propria organizzazione di scuole
clandestine perseguita dal regime
che manda al confino le maestre,
chiude le scuole e sequestra il materiale didattico.
L’obbligo della lingua italiana
si estende ai cartelli stradali spesso
storpiati con esiti tragicomici. Non
sorprende del tutto che oggi unilateralmente alcuni comuni e associazioni alpine tedesche cambino i
nomi della toponomastica anche se
c’è l’obbligo del bilinguismo. «Non
si può – dichiara Giuseppe Broggi,
presidente del Cai Alto Adige – far
pagare oggi agli italiani il torto subito dai tedeschi con il fascismo.
Chiediamo che si applichi il bilinguismo perché il problema è che alcune persone, con i nomi in tedesco
e vecchie mappe, si sono perse sui
sentieri di montagna».
L’apice della frattura si ebbe con
le “opzioni”. Hiltler e Mussolini
decisero che i cittadini di etnia tedesca e ladina dell’Alto Adige potevano scegliere, entro il 31 dicembre
del 1939, di perdere la cittadinanza
34
Città Nuova - n. 4 - 2014
Una classe dell’Istituto
Bolzano V dove alcune materie
vengono insegnate in tedesco.
Sotto: il vescovo Ivo Muser.
italiana e trasferirsi in Germania. In
70 mila lo fecero, con l’illusione di
ritrovare la propria cultura e la patria perduta, ma trovarono solo la
follia di Hiltler e la guerra già intrapresa.
Dopo l’entrata in vigore del secondo statuto sull’autonomia del
1972, Bolzano si è conquistata la
nomea di laboratorio per la convi-
venza anche «se è sempre in itinere – precisa il sindaco Spagnolli –,
ogni mattina riproviamo a convivere perché bisogna sempre vigilare e
l’integrazione è sempre da costruire». Berlino, una delle grandi locomotive dell’Europa delle città, ha
preso a modello, per elaborare progetti di convivenza tra arabi e ebrei,
il Centro della pace di Bolzano, che
promuove politiche per la diffusione
della cultura della pace in città. Segno, evidentemente, di profezia.
«La mescolanza fa bene – afferma Mario Paolucci, già direttore dei
programmi della sede regionale Rai
–. Dai madrelingua tedeschi impariamo l’ordine, la precisione, il metodo di lavoro, da noi apprendono
una maggiore fantasia, libertà, creatività e senso del bello».
Per contrappasso la scuola oggi fa da apripista alla convivenza
tra differenti gruppi linguistici. La
sperimentazione del plurilinguismo
nella scuola italiana Istituto comprensivo Bolzano V si è sedimentata negli anni. «Sia nella scuola
primaria che media – ci spiega Marina Degasperi, dirigente scolastico
– alcune discipline sono insegnate
in lingua. Con questo sistema il tedesco è appreso in modo più profondo» e la scuola diventa un mezzo che favorisce l’integrazione tra
gruppi linguistici.
«Il nostro specifico “odore di pecore” – chiosa Ivo Muser, vescovo
di Bolzano – è l’identità nella diversità. Ci sono tre gruppi linguistici principali e tutte le lingue degli
immigrati. Riscopriamo la nostra
identità, la salvaguardiamo, ma vediamo in tutte le altre culture una
ricchezza. Mentre i tedeschi hanno
forti tradizioni e radici, gli italiani
che sono ora di terza generazione
sono ancora politicamente troppo
divisi. Se trovano delle sinergie,
avranno più peso».
Aurelio Molè
STORIE
APPROFONDIMENTI
Per farti scoprire
tutto il bene sommerso
ATTUALITÀ
cercando
amore
allegato a questo numero
allegato di
gennaio
Klaus Hemmerle
allegato di
marzo
generazioni
in conflitto
il vescovo, ll’artista,
ti t
il filosofo
I titoli del
z
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2014
Fiabe di scienza (Luca Fiorani)
L’amore ai tempi della Bibbia (Michele Genisio)
Social media (Matteo Girardi)
Invecchiare in forma (Valter Giantin)
Amici miei di strada (Oreste Paliotti)
CONTATTACI
per abbonamenti o copie arretrate
[email protected] - www.cittanuova.it
06.96522.200/201
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z
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Alzheimer (Tamara Pastorelli)
Dire amore senza parole (Barbara e Paolo Rovea)
Sterilità (Daniela Notarfonso)
Sorelle (Elena Granata)
D a l D avl i vvi ov o
GLI ANZIANI E NOI
a cura di Maria Pia Di Giacomo
Per aiutarli a sentirsi
persone “vive”
L’idea di Loredana era semplice: leggere
ogni tanto agli ospiti di quella casa di riposo
delle esperienze positive.
È stato come il sole che fa rispuntare l’erba
D
a anni avevo abbandonato le pratiche religiose.
Ma Dio non era completamente scomparso dalla
mia vita. Da ragazza, ammiravo la creazione
che mi parlava di lui. Da adulta, attraverso una
persona amica, ho scoperto che Dio mi amava e
ho sentito l’attrattiva a ritornare in chiesa. Avevo trovato
un tesoro che ora dava un senso alla mia vita e per non
perderlo ho capito di dover dare una sterzata alla mia
vita, mettendomi ad amare il prossimo. Da allora il lavoro
che svolgo – sono ergoterapista in una casa per anziani
a Castelrotto, un paese arrampicato sul versante est del
lago di Lugano – ha acquistato un altro significato. Avrei
voluto trasmettere un po’ di quella luce che palpitava
dentro di me a tutti coloro che incontravo.
All’inizio non è stato facile. Spesso mi sentivo
respinta da una buona parte dei colleghi, che volevano
impedirmi ogni iniziativa che lasciasse trasparire
la luce della fede. Per me però nulla cambiava nel
cuore. Potevo sempre amare anche coloro che mi
contrastavano.
Una volta all’anno tutti i dipendenti hanno un colloquio
con i responsabili. Quest’anno, dopo una breve
valutazione positiva sui lavori che confezioniamo,
passiamo agli obiettivi. Oso esprimere, pur sapendo che i
colleghi non hanno la stessa lunghezza d’onda, il desiderio
di dedicare più tempo al dialogo con i nostri ospiti.
36
Città Nuova - n. 4 - 2014
esperienze positive di vita cristiana, così da aiutarli a
sentirsi persone “vive”.
La risposta è positiva: «Allora potresti dedicare il
mercoledì pomeriggio a questo, formando dei gruppetti
con le persone che lo desiderano. Pensiamo di realizzare
anche un giornale della casa, così, oltre ad una rubrica
ricreativa e alle attività pratiche, potremmo inserire
anche quelle storie di vita e ciò che esse suscitano».
Non mi pare vero. È una conquista sognata da anni.
Dopo aver iniziato a trasmettere questi flash di vita
cristiana, mi accorgo quanto le persone ne godano,
quanto siano assetate di esempi veri, autentici. Una volta,
la responsabile del reparto apre la porta e dà un’occhiata
dentro, mentre sto leggendo, per poi subito ritirarsi. In
seguito mi dice: «Non volevo disturbarvi, rompendo il
clima di attenzione che ho avvertito fra voi...».
Un’ospite si confida: «Quando sono arrivata qua,
sentivo un peso così forte al petto che non mi
permetteva quasi di respirare; ora, dopo aver ascoltato
queste storie, respiro a pieni polmoni. Ritrovo la forza
che certe letture mi davano in gioventù».
Intanto fra gli anziani circola la voce su queste
occasioni nuove che condividiamo. Una di loro mi
interpella: «No, io non vengo ad ascoltare. Se penso alla
mia vita… sai, ho avuto esperienze molto diverse: altro
che libro potrei scrivere!...».
Mi sento un po’ delusa, ma subito correggo il
mio atteggiamento e l’ascolto. Le propongo, se
lo desidera, un colloquio. Accetta e fissiamo un
appuntamento.
È arrivata a novant’anni – vengo a sapere –
portando in sé una ferita aperta da quando ne
aveva sette. Aspettava il momento di potersene
liberare. Quella ferita non era stata mai
perdonata, anche perché, essendo non credente,
non poteva attingere dalla fede la forza di
poterlo fare.
Parliamo del perdono, delle realtà future che
ci attendono, dell’esistenza di Dio… Passiamo
insieme un’ora e mezzo; alla fine dice di non
essersi mai sentita così libera e non finisce di
ringraziare.
Il rapporto continua, confida altre vicissitudini
in cui sta scoprendo l’intervento di Dio. In
breve, sta ritrovando anche la fede.
E così pure con altri. Quando l’età avanza, è
difficile superare dolori, torti subiti, ostilità. Quanto
a me, mi sto rendendo conto che l’amore che cerco di
dare a queste persone è come un sole che a primavera
fa spuntare di nuovo l’erbetta sulla terra arida.
Loredana Fraccaroli - Svizzera
Illustrazione di Valerio Spinelli
Sono sorpresa dalla loro risposta. «Notiamo – mi
dicono – il bel rapporto che hai con loro, li sai ascoltare,
comprendi le loro necessità. Si confidano: sei per loro
un punto di riferimento importante. Apprezziamo anche
il rapporto che hai con il pastore evangelico,
anzi sarebbe bene poter sviluppare
ulteriormente la collaborazione
con lui».
Propongo allora la
mia idea: avere la
possibilità di
raccontare,
leggere ogni
tanto agli
anziani
delle
Città Nuova - n. 4 - 2014
37
Dal vivo
STORIE CHE CAMBIANO
di Tanino Minuta
Micaela
dal primo
al terzo piano
Dalla Liguria a Cordova, Argentina.
Le sue esperienze di operaia in
una fabbrica di caffè, tè e spezie
I
ncontro sui Castelli Romani, dove è tornata dopo
decenni passati in Argentina, Micaela Ottonello,
originaria di Rapallo. Nel settembre 1964 fu
chiamata presso quello che è l’attuale Centro del
Movimento dei Focolari, a Rocca di Papa, e da lì
varcò l’oceano per lavorare dapprima come operaia a
Cordoba e poi dare inizio ad una delle cittadelle del
Movimento, la Mariapoli “Lia”, e alle sue aziende di
marmellate, cioccolatini e gelati. Dal suo scrigno di
avventure, ecco qualcosa del periodo cordovese.
«Per me l’Argentina era, come dice papa Francesco, alla
fine del mondo. Vi arrivai con un viaggio in nave di tre
settimane. A Cordoba, nel cuore dell’Argentina, trovai
lavoro in una fabbrica di caffè, tè e spezie. Cominciai
dal primo piano con le spezie. Poiché cercavo di
lavorare anche quando non c’erano i responsabili,
gli altri mi guardavano male e mi indirizzavano
38
Città Nuova - n. 4 - 2014
espressioni di cui non conoscevo il significato e così
finii per imparare tante parolacce. Siccome ogni giorno
bisognava dichiarare il lavoro svolto, mi misi ad aiutare
l’una o l’altra perché potesse dimostrare che aveva
lavorato. Lentamente l’atmosfera cambiò.
«Il giorno del primo stipendio, dopo aver ringraziato
la capo del personale, mi trovai un ragazzo con la
pistola puntata verso di me. “Che fantasia hanno questi
argentini – pensai –, si vede che al primo stipendio
usano fare uno scherzo!” e, pensando che fosse uno
della fabbrica, ridendo gli porsi la busta con i soldi: “Io
te li do”. E lui: “Si metta al muro e non guardi”. Sempre
pensando allo scherzo, ripetetti: “Ma io te li do”. Era un
po’ nervoso e quando mi ripeté di mettermi al muro, vidi
che c’erano altri cinque armati. In tre minuti portarono
via tutti i soldi tranne i miei.
«La capo si era accorta che nel reparto c’era un’altra aria
ed essendoci un problema serio al secondo piano, pensò
di trasferirmi lì, come responsabile. Puoi immaginare la
situazione, c’erano persone che lavoravano lì da 18, 30, 50
anni. Non fui per niente accettata. Un giorno li radunai tutti,
chiesi scusa se avevo fatto qualcosa che li aveva offesi e
aggiunsi quanto bisogno avessi del loro aiuto. Sembrò che
cambiasse qualcosa, ma il giorno dopo era tutto come prima.
«Con Maria Ester, la precedente responsabile, lavoravo
alla messa in macchina dei sacchetti di tè; lei era
sveltissima, ed io non riuscivo a stare a quel ritmo. Ero
così tesa che a un certo momento mi cadde il barattolo
della colla e questo richiese tempo per raccoglierla e
pulire, ma nessuno che mi venisse in aiuto. Ricominciai
il lavoro e, dopo poco, mi ricadde a terra il barattolo.
Non fu facile, ma m’imposi di non perdere la pace.
Mentre pulivo a terra, vidi con la coda dell’occhio che
una aveva cominciato a fare le scatole, l’altra a mettere il
cellophane. “Benedetta la colla che è caduta! Comincia a
mettersi in moto l’amore: tutto può cambiare”.
A fronte: Micaela Ottonello al tempo della Mariapoli
Lia, con un giovanissimo abitante della cittadella.
Sotto: una veduta di Cordoba con la cattedrale.
«Un giorno riuscii a comunicare a Maria Ester il motivo
per cui ero in Argentina: contribuire con la vita alla
realizzazione del sogno di Gesù: fare del mondo una
famiglia. “Anch’io sono buona, ma quando vedo le
ingiustizie, non le sopporto”. E cominciò a raccontare.
L’ascoltai e alla fine le dissi: “Tu hai tante ragioni, ma
le perdi tutte perché non fai l’unica cosa che dovresti
fare. Per esempio, entra la capo e tu hai il dovere di dire
buongiorno e fare quello che lei ti dice di fare perché
è un’autorità”. Anche al secondo piano si cominciò a
lavorare bene, in armonia. A questo punto la capo mi
chiese di trasferirmi al terzo piano: fu allora che le
proposi di rimettere come responsabile Maria Ester.
«Al terzo piano la realtà era diversa. Siccome nel
reparto c’era bisogno di nuovo personale, feci entrare
una ragazza che aveva bisogno di lavorare, avendo
a carico il padre anziano. Era magrolina, piccola e
apparentemente gracile. Subito il padrone mi disse:
“Quella ragazza non serve, è troppo fragile come
operaia, la mandi via subito”. Io insistetti che facesse
almeno la settimana di prova.
«Così misi Marita a sigillare le confezioni di caffè
con una determinata macchina. La precedente
responsabile non mi aveva informata che la macchina
non funzionava: le buste, infatti, una volta raffreddate,
si aprivano. Quando il tavolo era già pieno di più di
tremila confezioni di caffè, arrivò il padrone e lei lo
avvertì del guaio con le buste. Quando mi chiamò per
sapere chi le avesse chiuse, risposi che era stata Marita,
ma che ero stata io a darle quel lavoro. E lui: “Gliel’ho
detto che quella ragazza non serve, la mandi subito via”.
“Mandi via me, piuttosto, perché Marita non ha colpa”.
Lui insistette: sarebbe stata licenziata, tempo una
settimana. Marita ed io piangemmo assieme. Mi sentii
impotente e fallita.
«Il giorno dopo mi costava tornare al lavoro e, invece
di prendere l’ascensore, salii le scale. Mentre salivo,
mi venne in mente la frase di san Paolo: “Quando sono
debole è allora che sono forte!”. Con questa carica
interiore cominciai il lavoro proprio da Marita: c’era da
chiudere le buste dello zucchero a velo. Un lavoro non
semplice.
«Arrivò la capo con la figlia del padrone e, senza farsi
vedere, si misero dietro di lei e notarono che Marita
svolgeva bene quel lavoro. Mi chiamarono: “Questa
ragazza lavora veramente bene, non abbiamo mai visto
nessuno fare così bene questo lavoro”. Risposi che
quella ragazza avrebbe lavorato soltanto fino a sabato,
perché il padre l’aveva licenziata. “Non possiamo
assolutamente perdere una così, parlerò io con mio
padre”. Così Marita rimase in quella fabbrica».
Città Nuova - n. 4 - 2014
39
Dal vivo
ACCANTO A CHI SOFFRE
di Annamaria Gatti
L’attenzione “umana” e non solo
professionale al malato garantisce
una buona sanità.
Grazie,
dottoressa!
La sua è una professione di forte
impatto sociale, che necessita
di grande dedizione e professionalità
M
edico di base da una ventina d’anni, dedita alla
professione con tenacia, la dottoressa vicentina
Antonella Gaspari mantiene un inossidabile
entusiasmo, unito a una buona dose di capacità
empatiche. Con una sensibile ricaduta positiva
sulla qualità del suo servizio, a cominciare dalla
quotidianità più spicciola.
«Mi ha scritto chiaramente dosi e durata della cura e i
consigli del caso. Nessuno lo aveva mai fatto prima e
talvolta era per me umiliante richiedere precisazioni»,
si stupisce un anziano paziente dopo il primo colloquio.
Sentirsi rispettati e aiutati permette, soprattutto ai più
40
Città Nuova - n. 4 - 2014
deboli, di vivere il disagio della
malattia con una consapevolezza
nuova.
«Un giorno mi ha telefonato – è
la volta di una paziente di mezza
età – per comunicarmi i valori di
alcuni esami diagnostici a cui mi ero
sottoposta e che avrebbero potuto
rendere necessarie variazioni nella
posologia di alcuni farmaci. Pensi, si
era recata in ospedale per aggiornarsi
della mia situazione. Credevo fosse un
fatto eccezionale e invece ho saputo
che è per lei una prassi per i pazienti
con alcune patologie o in condizioni
difficili».
La figlia di un anziano malato
conferma: «Non solo settimanalmente
visita mio padre, ma si ferma con lui oltre il tempo
necessario di visita se ci vede in difficoltà o anche per
incoraggiarci, prodigandosi a creare contatti utili relativi
alle problematiche. Per non approfittare della sua
disponibilità cerchiamo di chiamarla solo per bisogni
motivati».
Un’altra parente di un ammalato grave confida: «Se
abbiamo problemi di gestione, prende lei direttamente
contatto con gli specialisti per informazioni sugli esami
diagnostici o con gli sportelli per gli aggiornamenti sui
tempi utili e le procedure dei servizi sanitari».
Il suo cellulare è sempre acceso: «Mi dica pure» è solita
iniziare; poi le domande di approfondimento a cui seguono
la cura d’emergenza e un appuntamento in ambulatorio.
Se qualche paziente si scusa per un ritardo
nell’appuntamento, lei tranquillizza: «Non si preoccupi.
Gli altri pazienti avranno tutto il tempo necessario per i
loro problemi».
«Mi sono sentita capita – subentra una giovane –, mi ha
ascoltata, nulla nel suo atteggiamento lasciava trapelare
la fretta che avrebbe potuto essere motivata da una
lunga giornata di visite e consulenze». È un “occuparsi”
dell’uomo integrando alla dimensione psico-fisica quella
del contesto familiare e sociale, gestendo la pesantezza
burocratica e legislativa a volte esasperante.
Una buona sanità viene garantita dal lavoro attento,
aggiornato e minuzioso anche di medici di base come la
dottoressa Gasparri.
VERSO L’UNITÀ
di Igino Giordani
Spiritualità
Fratelli
e perciò uguali
F
Domenico Salmaso
L’amore
inserisce
l’uomo
nel circuito
della divinità
u Gesù a chiamare la legge universale dell’amore «un
comandamento nuovo». Vi immise un’irruzione d’energia
creatrice: ricreatrice. Immise l’amore divino, lo stesso che
egli nutriva per gli uomini. Li ha amati sino a nascere per
essi, sino a morire in croce per essi. La stessa disponibilità,
sino a dare la vita per i fratelli, chiede ai suoi. Perciò questa
capacità di immolarsi per altri uomini rende capaci di comunicare
con Dio, cioè l’amore inserisce l’uomo nel circuito della divinità.
Qui nasce la rivoluzione cristiana. Essa stravolge i rapporti
economici, sociali, civili; per essa, trattando con gli uomini, si
tratta con Dio, e vedendo gli uomini come fratelli, essi cessano
di essere estranei. Prima di essere superiori e inferiori sono
fratelli e perciò uguali, forniti di pari diritti e doveri nell’unica
famiglia dove ognuno serve e nessuno si serve degli altri. Le
mansioni di essi possono essere diverse, ma il valore di ciascuno
davanti a Dio è uguale.
La legge universale dell’amore definisce due mete: Dio e il
prossimo, che in pratica si unificano. Scorgendo Dio nell’uomo,
chiunque egli sia, bello o brutto, maschio o femmina, ricco o
povero, ci si apre a una sociologia nuova,
dove la persona con cui si tratta o che
comunque s’incontra si presenta col
diritto d’essere trattata come lo stesso
Signore. Si tratta con Dio trattando
con l’uomo. Per quanto spregevole sia
il fratello in bisogno, è nostro dovere
aiutarlo con tutte le cure, sino a dare
la vita per esso. Non c’è altro modo
di rendere servizi a Dio, il quale non
ha bisogno delle nostre prestazioni;
ma servendo i vinti, gl’impotenti, noi
incontriamo il suo favore perché egli si
compiace di questi atti d’amore fraterno a
somiglianza d’un padre terreno che gode a
vedere i figli amati e soccorsi.
Ogni uomo può mutare la vicenda
quotidiana, ricca di invidie,
incomprensioni, fatiche, malanni, in una avventura divina,
occasione unica per far regnare in sé, e potendo attorno a sé, la
legge di Dio. L’esistenza diventa così una risalita ricca di eventi,
superiore alla più fantasiosa trama di romanzo, un poema divino al
quale pongono mano cielo e terra.
Da: La rivoluzione cristiana, Città Nuova, 1969.
Città Nuova - n. 4 - 2014
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Parola di vita
MARZO
di Chiara Lubich
Per rimanere
nel Suo
amore
«Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore,
come io ho osservato i comandamenti del Padre mio
e rimango nel suo amore» (Gv 15,10)
Q
ueste parole sono prese dall’ampio discorso
riportato dal quarto Vangelo (cf Gv 13,3117,26), che Gesù ha rivolto ai suoi apostoli
dopo l’ultima cena. Viene in luce che
l’osservanza dei suoi comandamenti ci fa
rimanere nell’amore. Esse richiamano un versetto
precedente, in cui Gesù dice ai suoi apostoli: «Se
mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv
14,15) ove viene in luce che l’amore per Gesù
deve essere il movente, la radice da cui deve
partire l’osservanza dei suoi comandamenti.
Ne risulta così una circolarità tra l’amore per Gesù
e l’osservanza dei suoi comandamenti. L’amore
per Gesù ci spinge a vivere sempre più fedelmente
la sua parola; nello stesso tempo la parola di Gesù
vissuta ci fa rimanere, e quindi ci fa crescere
sempre più nell’amore per lui.
«Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete
nel mio amore, come io ho osservato i
42
Città Nuova - n. 4 - 2014
comandamenti del Padre mio e rimango nel suo
amore».
Rimanere, dunque, nel suo amore. Ma che cosa
vuol dire Gesù con questa espressione?
Senza dubbio vuol dire che l’osservanza dei suoi
comandamenti è il segno, la prova che siamo
suoi veri amici; è la condizione perché anche
Gesù ci ricambi e ci assicuri la sua amicizia. Ma
sembra voler dire anche un’altra cosa e cioè che
l’osservanza dei suoi comandamenti costruisce
in noi quell’amore che è proprio di Gesù. Ci
comunica quel modo di amare, che noi vediamo
in tutta la sua vita terrena: un amore che faceva
di Gesù una cosa sola con il Padre e, nello stesso
tempo, lo spingeva ad immedesimarsi e ad essere
una cosa sola con tutti i suoi fratelli, specialmente
i più piccoli, i più deboli, i più emarginati.
Quello di Gesù era un amore che risanava ogni
ferita dell’anima e del corpo, donava la pace e
Pietro Parmense
Armenia, Etchmiadzin, Cattedrale Madre
| Essere Parola di Dio viva |
la gioia ad ogni cuore, superava ogni divisione
ricostruendo la fraternità e l’unità tra tutti.
Se metteremo in pratica la sua parola, Gesù vivrà
in noi e renderà anche noi strumenti del suo
amore.
«Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete
nel mio amore, come io ho osservato i
comandamenti del Padre mio e rimango nel suo
amore»
Come vivremo allora la Parola di questo mese?
Tenendo presente e puntando decisamente
verso l’obiettivo che essa ci propone: una
vita cristiana che non si accontenti di una
osservanza minimista, fredda ed esteriore dei
comandamenti, ma che sia fatta di generosità.
I santi hanno agito così. E sono la Parola di
Dio vivente. In questo mese prendiamo una sua
Parola, un suo comandamento e cerchiamo di
tradurlo in vita.
Giacché poi il Comandamento nuovo di Gesù
(«Amatevi a vicenda come io ho amato voi» – cf
Gv 15,12) è un po’ il cuore, la sintesi di tutte le
parole di Gesù, viviamolo con tutta la radicalità.
Pubblicata in Città Nuova n. 8/1994.
Città Nuova - n. 4 - 2014
43
Spiritualità
E VITA DI COMUNIONE
di Michel Vandeleene
La “danza” dei Tre
P
erichoresis è una
parola greca che
significa danza o
compenetrazione. I
Padri della Chiesa
l’hanno usata per parlare
della vita intratrinitaria
perché essa è dinamismo,
continuo movimento, mutua
inabitazione. Tuttavia,
una tale vita è per noi
inimmaginabile e supera
ogni nostra rappresentazione
perché Dio è l’Infinito ed è
puro spirito.
Contemplando però il rapporto
che passa tra il Padre e il Figlio
fatto carne, ne possiamo intuire
qualcosa. Infatti, Gesù dice
al Padre: «Tutte le cose tue
sono mie e tutte le cose mie
sono tue», e ancora: «Io in
loro e tu in me affinché siano
uno come io e te», da cui si
comprende che il Padre è in
Gesù come Gesù è nel Padre
e l’amore che li lega è tale
che niente è dell’uno che non
sia anche dell’altro. Questa
reciproca immanenza dell’uno
nell’altro fa sì che siano uno e
al contempo distinti.
All’interno della Trinità
questo rapporto è come una
danza, se così si può dire,
perché il Padre è eternamente
amante, eternamente generante
il Figlio – è amore che si dona
per far essere il Figlio – e il
Figlio che si riceve dal Padre
è eternamente amato e sempre
proteso verso il Padre che
ama con un amore infinito.
Per cui l’amante è amato e
l’amato è amante e questo
loro eterno connubio avviene
44
Città Nuova - n. 4 - 2014
nell’amore. Tra loro abita
l’amore che hanno in comune,
che è il loro rapporto, la loro
beatitudine, la loro unità: lo
Spirito Santo. Vi è fra loro un
continuo darsi e riceversi, un
infinito “perdersi” (svuotarsi)
e ritrovarsi nell’altro, un
perpetuo unirsi e distinguersi.
Dio, infatti, non è statico
ma dinamico. È sempre
amore e in questo senso non
cambia, ma il suo essere
amore fa sì che sia continuo
“movimento”, eterna e totale
donazione tra il Padre e il
Figlio nello Spirito. Gioco
d’amore: unità, reciprocità,
unità, reciprocità, unità…
Anche noi, quando saremo in
Paradiso, parteciperemo di
questa vita che è la vita divina,
eterna e trinitaria. Nei momenti
– se così si può dire – di unità
dei Tre, saremo in quanto
creature di fronte a Dio Uno,
posti nella distinzione che c’è
tra il Creatore e le creature e
daremo gloria a Dio in Cristo
che sarà allora tutto dalla parte
nostra per la realtà di Gesù
abbandonato. Nei momenti di
distinzione dei Tre, invece,
saremo introdotti nel cuore
della Trinità che è il seno del
Padre e occuperemo quel posto
che il Padre ha da sempre
pensato per noi: saremo figli
suoi nel Figlio che è il Verbo
e daremo gloria al Padre da
figli.
Da: Noi crediamo all’amore,
L’arcobaleno ed., 2013.
L’amante,
l’amato
e l’amore:
in Paradiso
parteciperemo
anche noi
di questa
vita divina
50
ANNI FA SU CITTÀ NUOVA
INVITO ALLA LETTURA
a cura di Gianfranco Restelli
di Elena Cardinali
Da Città Nuova n. 5 del 10 marzo 1964
riportiamo uno stralcio del commento di Gino
Lubich alla sesta edizione del festival musicale
per bambini organizzato dai francescani
dell’Antoniano di Bologna.
Per chi vuole approfondire alcuni
degli argomenti di questo numero
con i libri di Città Nuova
pagg. 18-19
Allo “Zecchino d’oro”
ha trionfato l’ottimismo
«Non è facile, mi creda, comporre canzoni adatte ai bambini e che i bambini
accettino come espressioni dei loro sentimenti», mi dice il maestro Mario
Pagano al suo rientro dallo Zecchino d’oro. (...). Arriva in finale con due
canzoni. Al primo posto delle 12 scelte fra le 285 concorrenti, figura la sua
Favola della gatta Miàgola (...). Lui stesso è sicuro che, se vincerà, sarà
per la Favola della gatta Miàgola, non già per Il pulcino ballerino, che la
commissione ha classificato al nono posto.
Invece... ecco che al vaglio della giuria, composta solamente da 15 bambini (...),
trionfa Il pulcino con 148 voti! Perché? A detta dei critici, che ne discussero in
quei giorni nei loro “servizi” da Bologna, la Favola della gatta Miàgola non
meritava quella sorte (...). La musica – dissero – era la migliore per rivestire di
note sbarazzine l’eterna tiritera dell’infanzia di tutti i tempi (...): «Conosci la
favola della gatta Miàgola?... Vuoi che te la dica?...». «Sì». «Se tu dicevi no,
io ti avrei raccontato la favola della gatta Miàgola… Vuoi che te la dica?...».
«No». «Se tu dicevi sì, invece hai detto no, io ti avrei raccontato la favola della
gatta Miàgola… Vuoi che te la dica?...», e via dicendo.
Senonché la favola di Mario Pagano aveva un finale leggermente amaro,
e fu quel finale a segnarne l’insuccesso. Diceva press’a poco che «questa,
signori, è la vita» e che bisogna imparare (purtroppo a proprie spese, pareva
sottintendere) se dire di sì o dire di no, perché la favola della gatta Miàgola
questo non lo dirà «mai mai».
Una conclusione, insomma, nella quale l’orecchio sensibilissimo dei
bambini, al di là delle buone note musicali, ha avvertito istintivamente una
piccola nota di pessimismo (...), che è bastata a smorzare qualsiasi altra
considerazione sui pregi della canzone.
Perché i bambini sono soprattutto ottimisti (...). E difendono con estrema
decisione questa loro fiducia nella vita, che deriva dalla loro stessa gioia di
vivere, in cui per gioco si può anche scherzare sul sì e sul no, ma nei fatti
il sì dev’essere sì e il no dev’esser no, senza che ci sia bisogno d’impararlo
dall’esperienza.
Gino Lubich
VIVERE IN RETE
Dal cellulare a Facebook e i videogiochi, al web.
La realtà dei nuovi media rischia di rimane per
molti (gli adulti) incomprensibile e distante o per
altri (i giovani) difficile da gestire con equilibrio
e buon senso. Vivere in Rete è un libretto intergenerazione che ci aiuta a guardare a questi mondi
con simpatia e con intelligenza, migliorando la
nostra capacità comunicativa.
pagg. 20-22
DIPENDENZE
L’alcol, il fumo, la droga, il sesso, il gioco… sono
alcune delle dipendenze che nell’illusione di un
piacere immediato e facile minano alla radice
la nostra libertà. Come riconoscere se siamo o
meno dipendenti in modo patologico da qualcosa? Quali sono i meccanismi inconsci che ci
rendono schiavi? Con competenza e semplicità
di linguaggio, gli autori affrontano l’argomento.
pagg. 68-70
KLAUS HEMMERLE
Personalità poliedrica – teologo, filosofo, artista,
vescovo –, Klaus Hemmerle (1929-1994) è stato
promotore di un’originale realtà di comunione tra
vescovi cattolici e delle diverse Chiese. Hagemann
propone uno studio monografico e biografico che
per la prima volta in Italia presenta la vita e il pensiero filosofico, teologico ed estetico.
Per ordinare i volumi: via Pieve Torina, 55
00156 Roma - tel 06.78 02 676
[email protected] - www.cittanuova.it
Reportage
UN ANNO CON PAPA BERGOGLIO
di Piero Coda
«F
ratelli e sorelle, buonasera!». Questa le parole
con cui Jorge Mario Bergoglio salutò il mondo
quella sera del 13 marzo
2013, quando i «fratelli cardinali» lo scelsero «quasi alla fine del
mondo» quale vescovo di Roma.
Fu, quella, solo la prima di tante
sorprese che il papa argentino ci
avrebbe riservato.
In questo primo anno abbiamo
imparato che papa Francesco parla,
decide, agisce senza rispetto umano
(come un tempo si diceva) obbedendo soltanto alla voce di Dio e invitando tutti a fare altrettanto. Costatiamo tutti quanto le parole e i gesti
46
Città Nuova - n. 4 - 2014
FRANCESCO
UN VENTO
GAGLIARDO
UN PONTIFICATO ALL’INSEGNA DELLA
PROSSIMITÀ, DEL SERVIZIO, DEL DIALOGO.
LA “RIVOLUZIONE” DEL VESCOVO DI ROMA
AFFIDATA A NOVITÀ IN TUTTI I CAMPI
(2) G. Borgia/LaPresse
PIAZZA SAN PIETRO (2)
del papa “abbiano spirito”: toccano,
coinvolgono, scuotono, non lasciano le cose come prima. Sono l’eco
– per l’ascolto interiore profondo e
disarmato da cui zampillano: lo avvertiamo a pelle – della voce dello
Spirito che parla oggi alla Chiesa e
che il papa c’invita con forza e convinzione ad ascoltare e seguire.
Novità
La novità, certo, sta in prima battuta nel tempo che viviamo e nelle
istanze antropologiche e sociali che
esso avanza. Ma, più in profondità,
la novità non sta solo tutta dalla par-
Gesti forti, parole incisive
a cura di Aurora Nicosia
Una scelta di foto e testi che sintetizzano
il primo anno di papa Francesco
«L
a vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che
precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la
bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato
san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo.
È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini,
dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore».
(Omelia 19 marzo 2013)
Città Nuova - n. 4 - 2014
47
Repor tage
FRANCESCO, UN VENTO GAGLIARDO
te dell’uomo e della storia – anche
se senza di ciò, sia ben chiaro, non
la si potrebbe cogliere −: sta, prima
e sopra ogni altra cosa, dalla parte di
Dio e del suo Vangelo. L’iniziativa è
sempre sua, di Dio: «La vera novità è quella che Dio stesso misteriosamente vuole produrre, quella che
egli ispira, quella che egli provoca,
quella che egli orienta e accompagna in mille modi». Insomma, la novità è il Vangelo stesso. «Ogni volta
– sottolinea il papa – che cerchiamo
di recuperare la freschezza originale
del Vangelo, spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di
espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato
per il mondo attuale».
«Chi ha pianto per la morte di questi
fratelli e sorelle? Chi ha pianto per
queste persone che erano sulla barca?
Per le giovani mamme che portavano
i loro bambini? Per questi uomini che
desideravano qualcosa per sostenere le
proprie famiglie? Siamo una società che
ha dimenticato l’esperienza del piangere,
del “patire con”: la globalizzazione
dell’indifferenza ci ha tolto la capacità
di piangere! Domandiamo al Signore
la grazia di piangere sulla nostra
indifferenza, di piangere sulla crudeltà
che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro
che nell’anonimato prendono decisioni
socio-economiche che aprono la strada ai
drammi come questo».
(Lampedusa, 8 luglio 2013)
Questione di sguardo
Tutto è questione di sguardo. È,
questa, una delle formule proposte da
papa Francesco. Cogliere il momento
propizio, che oggi interpella la Chiesa e ciascuno di noi, significa convertire il nostro sguardo. Guardare con
altri occhi e da un’altra prospettiva,
dunque: alla missione della Chiesa,
a ciò che noi siamo, al mondo. Accogliere ed esercitare, per la fede, uno
sguardo nuovo, illuminato dalla luce
e dall’amore di Gesù, che è sempre
lui per primo a guardarci in modo
nuovo. Non lo sguardo triste, spento,
annoiato, scettico di chi, in definitiva,
è prigioniero di sé stesso, ma quello
di chi è liberato dall’amore, libero
perciò di amare.
Papa Francesco non ha timore di
affondare il bisturi dello sperimentato maestro spirituale e della saggia guida pastorale nella piaga che
infetta la vita della nostra società e,
spesso, anche della Chiesa: l’individualismo sfrenato, ma intimamente vuoto e persino disperato, che si
traveste anche sotto i panni di quella
“mondanità spirituale” che spinge
48
Città Nuova - n. 4 - 2014
«Le cose di oggi
mi aiuteranno
a essere umile
servitore, come
deve essere un
vescovo. Quando
ho chiesto dove
poteva essere
gradita una
visita, mi hanno
detto a Casal
del Marmo e
io sono venuto
qui. Mi è venuto
dal cuore, le
cose del cuore
non hanno
spiegazione.
È una carezza
di Gesù che è
venuto proprio
per questo, per
servire, per
aiutarci».
CASAL DEL MARMO, CELEBRAZIONE DELLA LAVANDA DEI PIEDI
(Carcere minorile
Casal del Marmo,
26 marzo 2013)
un’esigenza del Vangelo: «La contemplazione che lascia fuori gli altri
è un inganno».
Ma che cosa significa essere contemplativi del Popolo di Dio? L’esercizio stesso del ministero petrino,
come lo concepisce e lo vive papa
Francesco – dal momento in cui, affacciandosi dopo il conclave che lo
ha eletto alla loggia della basilica di
San Pietro, ha invocato l’intercessione della Chiesa di Roma per ricevere
la benedizione propiziatrice del Padre –, è posto sotto il segno dell’umiltà, dell’ascolto, della prossimità,
del servizio, dell’amore vibrante e
concreto al Popolo di Dio. Non è difficile riconoscere, in tutto ciò, un’eco
dell’insegnamento del Concilio Vaticano II sulla Chiesa Popolo di Dio
in cammino e un dono prezioso delle
Chiese del Latino-America.
a vivere anche le cose più sante secondo lo spirito del mondo.
Parola e Popolo
Papa Bergoglio ci indica una
nuova tappa nella testimonianza e
nell’annuncio del Vangelo, proponendoci di essere contemplativi della Parola e insieme contemplativi
del Popolo di Dio.
L’espressione è forte, quasi paradossale, e vuol essere senz’altro provocatoria: ma per renderci più consapevoli di un tratto fondamentale e
qualificante dell’evangelizzazione,
soprattutto oggi. È, questa, infatti,
LAMPEDUSA
CASTELGANDOLFO, CON PAPA BENEDETTO XVI
«La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio; è il luogo
interiore della mia relazione con lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere
la strada che devo percorrere, e una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele.
«Noi abbiamo avuto un esempio meraviglioso di come è questo rapporto con Dio nella
propria coscienza, un recente esempio meraviglioso. Il papa Benedetto XVI ci ha dato
questo grande esempio quando il Signore gli ha fatto capire, nella preghiera, quale era il
passo che doveva compiere. Ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la
sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuore. E questo esempio del nostro
padre fa tanto bene a tutti noi, come un esempio da seguire».
(Angelus, 30 giugno 2013)
(3) LaPresse
Dov’è tuo fratello?
Ciò s’intensifica e ci ferisce al
cuore ogni volta di nuovo, crudamente, quando anche a noi, oggi,
Dio rivolge la pressante e accorata
domanda: «Dov’è Abele, tuo fratello?». In lui, «nel fratello, si trova il
permanente prolungamento dell’Incarnazione per ognuno di noi: “Tutto quello che avete fatto a uno solo
di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”». Proprio per questo, «nel cuore di Dio c’è un posto
preferenziale per i poveri», così che,
«per la Chiesa, l’opzione per i poveri – scandisce il papa – è una categoria teologica prima che culturale,
sociologica, politica o filosofica».
I poveri, nostri maestri
Non si tratta solo di lavorare alacremente, con intelligenza, perseveranza e comunione d’intenti per
l’integrazione nella società, a tutti
Città Nuova - n. 4 - 2014
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FRANCESCO, UN VENTO GAGLIARDO
LaPresse
Repor tage
MESSA DI NATALE NELLA BASILICA VATICANA
i livelli, di chi in qualunque modo è
povero, emarginato, escluso, scartato,
ma di disporsi con umiltà a imparare
da essi: perché, «con le loro sofferenze, conoscono il Cristo sofferente. È
necessario – esorta Bergoglio – che
tutti ci lasciamo evangelizzare da loro. La nuova evangelizzazione è un
invito a riconoscere la forza salvifica
delle loro esistenze e a porle al centro
del cammino della Chiesa».
Dialogo
Da tutto questo il papa fa derivare
la bellezza e ricchezza di quel dialogo, con tutti e con ciascuno. Il dialogo – commenta papa Francesco – «è
molto di più che la comunicazione di
una verità. Si realizza per il piacere
di parlare e per il bene concreto che
si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole».
In un’espressione – anch’essa inedita e suggestiva – nel dialogo vissuto
in Cristo noi «allarghiamo la nostra
interiorità»: non solo per comunicare
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Città Nuova - n. 4 - 2014
«La Chiesa non è un movimento politico, né una struttura ben organizzata: non è questo. Noi non
siamo una Ong, e quando la Chiesa diventa una Ong perde il sale, non ha sapore, è soltanto una
vuota organizzazione.
«Non chiudersi, per favore! Questo è un pericolo: ci chiudiamo nella parrocchia, con gli amici, nel
movimento, con coloro con i quali pensiamo le stesse cose… ma sapete che cosa succede? Quando
la Chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala.
«La Chiesa deve uscire da sé stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano,
ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del
Vangelo!” (cfr Mc16,15). Ma che cosa succede se uno esce da sé stesso? Può succedere quello che
può capitare a tutti quelli che escono di casa e vanno per la strada: un incidente. Ma io vi dico:
preferisco mille volte una Chiesa incidentata, incorsa in un incidente, che una Chiesa ammalata
per chiusura! Uscite fuori, uscite!
«Noi dobbiamo andare all’incontro e dobbiamo creare con la nostra fede una “cultura
dell’incontro”, una cultura dell’amicizia, una cultura dove troviamo fratelli, dove possiamo parlare
anche con quelli che non la pensano come noi, anche con quelli che hanno un’altra fede, che non
hanno la stessa fede».
(Veglia di Pentecoste con i movimenti
le nuove comunità, le aggregazioni laicali, 18 maggio 2013)
la bellezza e la gioia di quanto abbiamo contemplato dell’amore di Dio,
ma – spiega papa Francesco – «per
ricevere i più bei regali del Signore.
Ogni volta che ci incontriamo con un
essere umano nell’amore, ci mettiamo
nella condizione di scoprire qualcosa
di nuovo riguardo a Dio».
Priorità al tempo
Per dare concretezza e realismo
a questo affascinante e sfidante
programma, ecco infine un salutare
principio: «Dare priorità al tempo».
Ascoltiamo papa Francesco:
«(Occorre) occuparsi di iniziare
VEGLIA DI PENTECOSTE
VIAGGIO A CAGLIARI
(2) A. Tarantino/LaPresse
«Una sofferenza – la mancanza di lavoro
– che ti porta – scusatemi se sono un po’
forte, ma dico la verità – a sentirti senza
dignità! Dove non c’è lavoro, manca la
dignità! E questo non è un problema della
Sardegna soltanto – ma c’è forte qui! –, non
è un problema soltanto dell’Italia o di alcuni
Paesi d’Europa, è la conseguenza di una
scelta mondiale, di un sistema economico
che porta a questa tragedia; un sistema
economico che ha al centro un idolo, che si
chiama denaro».
(Cagliari, 22 settembre 2013)
processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una
catena in costante crescita, senza
retromarce. Si tratta di privilegiare
le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono
altre persone e gruppi che le por-
teranno avanti, finché fruttifichino
in importanti avvenimenti storici.
Senza ansietà, però con convinzioni
chiare e tenaci».
Questo saggio e prudente principio – dare priorità al tempo, iniziare processi più che occupare
spazi – ci incalza, ma insieme ci dà
speranza nell’intraprendere con coraggio le vie percorrendo insieme
le quali ciò che oggi lo Spirito dice
alla Chiesa possa davvero segnare
una tappa nuova dell’evangelizzazione e, per questo, della storia
dell’umana civiltà.
Piero Coda
Città Nuova - n. 4 - 2014
51
Attualità
P
apa Francesco ha sparigliato
le carte sul tavolo. L’ha fatto quando ha pronunciato, a
proposito delle scelte gay, la
famosa frase: «Chi sono io
per giudicare?». Ancor più potrebbe
farlo il questionario che è stato distribuito in tutte le diocesi del mondo prima del Sinodo sulla famiglia
previsto per ottobre 2014 (vedi box).
Un questionario che vuole partire
dalle persone concrete, dalle situazioni reali di vita. Una frase e un
questionario che dunque ci interpellano, ci invitano a riflettere sul modo con cui ci accostiamo agli altri.
A chi la pensa diversamente, in particolare. Sul tipo di convivenza che
vogliamo e speriamo per un mondo
che cambia velocemente. Questa di-
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Città Nuova - n. 4 - 2014
TEMI CALDI
di Pietro Riccio
UN MONDO
DA COSTRUIRE
INSIEME
ABORTO, EUTANASIA, ADOZIONI GAY,
MANIPOLAZIONI EMBRIONALI:
SCONTRO SENZA FINE?
sposizione d’animo deve essere accompagnata, contemporaneamente,
dalla responsabilità di scegliere, di
discernere, sia quando si decide quali parole usare, sia soprattutto quando si valutano le leggi da emanare.
Parole
Le parole “marito” e “moglie”
sembra non vadano più di moda,
sostituite spesso da “compagno” e
“compagna” o, ancora, dal più neutro “partner”. A molti questo può dare fastidio, ma si capisce che queste
parole si sono diffuse col tempo per
tenere conto di una realtà complessa, di situazioni di vita sempre meno
incasellabili nel concetto tradizionale di coppia. Verrebbe da dire che
oggi ognuno sopravvive come può,
nella società liquida e multiculturale
in cui viviamo, per cui ognuno usa
le parole che meglio descrivono la
propria condizione di vita.
Diverso è il caso, invece, di altre
parole, intrise di significato, di storia, di cultura, di sentimento, che si
vogliono eliminare in un tentativo
maldestro di cancellare significati essenziali dell’avventura umana: papà,
babbo, mamma, sposo, sposa, madre,
padre. Le prime parole che da migliaia (milioni?) di anni si imparano
appena nati stanno per essere sostituite, modernizzate, archiviate, dimenticate, in nome del “politicamente
corretto”. Sostituite con “genitore1”
e “genitore2”, in modo che non ci
sia discriminazione verso le coppie
omosessuali che portano a scuola i
loro bambini. Non c’è neanche bisogno di una vera e propria legge: basta
che uno sconosciuto tecnico informatico cambi il nome di due campi nel
programma che stampa i libretti scolastici giustificativi delle assenze e il
gioco è fatto. Ci si adegua senza accorgersene. Ma è proprio necessario?
Quante sono le persone “rattristate”
da questa decisione?
Manifestazioni contrapposte.
Sotto: per l’aborto libero.
A fronte: per la famiglia
composta da padre, madre e figli.
Alcune domande
dal questionario
in preparazione
del Sinodo
sulla famiglia
4 - Sulla pastorale per far fronte ad
alcune situazioni matrimoniali difficili
a) La convivenza ad experimentum è una
realtà pastorale rilevante?
c) I separati e i divorziati risposati sono
una realtà pastorale rilevante?
d) Come vivono i battezzati la loro irregolarità? Ne sono consapevoli? Manifestano
semplicemente indifferenza? Si sentono
emarginati e vivono con sofferenza l’impossibilità di ricevere i sacramenti?
f) Lo snellimento della prassi canonica in
ordine al riconoscimento della dichiarazione di nullità del vincolo matrimoniale
potrebbe offrire un reale contributo positivo alla soluzione delle problematiche delle
persone coinvolte? Se sì, in quali forme?
g) Come viene annunciata a separati e
divorziati risposati la misericordia di Dio
e come viene messo in atto il sostegno
della Chiesa al loro cammino di fede?
(2) M. Euler/AP
5 - Sulle unioni di persone
dello stesso sesso
c) Quale attenzione pastorale è possibile avere nei confronti delle persone che
hanno scelto di vivere secondo questo
tipo di unioni?
d) Nel caso di unioni di persone dello
stesso sesso che abbiano adottato bambini come comportarsi pastoralmente in
vista della trasmissione della fede?
6 - Sull’educazione dei figli in seno
alle situazioni di matrimoni irregolari
c) Come le Chiese particolari vanno
incontro alla necessità dei genitori di
questi bambini di offrire un’educazione
cristiana ai propri figli?
Città Nuova - n. 4 - 2014
53
At t ualità
TEMI CALDI
A scuola non si deve più fare la festa della mamma, per rispetto di chi
non ce l’ha (perché morta, separata o
sostituita da due padri). Niente presepe, per rispetto delle altre confessioni
religiose. Questo mondo nuovo (laico
e secolarizzato) è decisamente grigio e
poco attraente: chissà, forse si arriverà a proibire i vestiti colorati per non
discriminare i daltonici. Ma non discriminare significa appiattire e omologare tutto al ribasso? Non è meglio
insegnare che diversità è ricchezza?
Infine, ci sono parole che vengono sostituite in modo sleale, un
sotterfugio per mascherare la realtà,
cancellando la problematicità dei
fatti. È il caso della “sgradevole” parola “aborto”: oggi tutti i documenti
ufficiali parlano di “diritti sessuali e
riproduttivi”. Se proprio si deve par-
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Città Nuova - n. 4 - 2014
R. Drew/AP
«La tutela giuridica dell’aborto tende ad
accompagnarsi a un suo paradossale mutamento di significato: da delitto contro
la vita finisce per assumere la forma di un
diritto protetto e finanziato dallo Stato, il
quale, in tal modo, diviene una sorta di
garante legale della facoltà di “disporre”
della vita (altrui). Perciò non è vero – dal
punto di vista cattolico – che lo Stato sia
imparziale dinanzi alle tavole di valori etici
e nei confronti delle varie filosofie e antropologie. Per il fatto stesso di permettere
l’aborto in nome della “libertà di scelta”,
esso ha già implicitamente abbandonato la
propria neutralità ideologica. Con la conseguenza che ciò che viene presentato come
uno spazio pubblico super partes, in realtà coinciderebbe con la colonizzazione di
questo spazio da parte di una ben precisa
dottrina filosofico ideologica».
Maurizio Mori, Giovanni Fornero, Laici e
cattolici in bioetica: storia e teoria di un
confronto, Le Lettere
Giuseppe Distefano
Uno Stato
“super partes”?
Le tecniche di manipolazione
embrionale sono sempre più
sofisticate. In alto e a fronte:
la famiglia “tradizionale” e una
coppia gay con il bambino adottato.
lare di feto, la scienza preferisce una
parola neutra, decisamente priva di
impatto emotivo: “grumo di cellule”. Ciclicamente ritornano proposte
di legge per impedire ai medici l’obiezione di coscienza. Eppure buona
parte della popolazione considera
(ancora) il feto un essere umano.
Leggi
Le raccomandazioni Oms per gli
standard di educazione sessuale a
scuola, uguali per tutti i Paesi, stabi-
liscono che i genitori “non” possono
opporsi. Le Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone
LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e
transessuali/transgender), edite dal
Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio dei
ministri, suggeriscono a giornali e
televisioni, quando si parla di tematiche relative ai diritti per le persone
Lgbt, di usare termini “neutri”, senza
dar voce a chi è contrario. Intanto si
discute la legge sull’omofobia, dopo
la quale forse sarà vietato sostenere
che il bambino ha “diritto”, ogni volta che è possibile, a un padre e una
madre (i bambini con genitori omosessuali nel nostro Paese sarebbero
circa centomila). Nel Parlamento
europeo per tre volte si è tentato, invano, di far passare l’aborto come un
“diritto umano”. Per legge si cerca di
cambiare (a senso unico) la testa della gente. È il modo giusto per ottenere convivenza e rispetto tra diversi?
Le leggi su aborto, matrimoni
gay, manipolazione degli embrioni
ed eutanasia dei bambini terminali
sono ormai consolidate o in discussione avanzata in molti Paesi. La società evolve e forse tra qualche anno
questi temi saranno meno laceranti.
Forse. Ma si possono ignorare quelli che continuano a ritenere il feto
la morale ogni volta che cambia il
colore politico al potere? È inevitabile il muro contro muro?
R. Schultz/AP
Etica
“uno di noi”, e sono convinti che
nessuno possa arrogarsi il potere di
decidere quando una vita non è degna di essere vissuta? È intelligente
chiamarli “oscurantisti” e disprezzarli sui giornali e in tv, sperando
che si estinguano presto?
A volte, poi, gli oscurantisti si
prendono la rivincita. In Croazia, nel
referendum sui matrimoni gay, il 65
per cento dei votanti ha detto “no”. In
Spagna il governo Rayoj sta modificando la baldanzosa legge Zapatero
sull’aborto, restringendo i casi in cui
è possibile ricorrervi: stupro e minaccia per la salute fisica e psichica della
donna. E come non ricordare le numerose manifestazioni francesi contro le nozze gay? Possiamo cambiare
avanti e indietro le leggi sulla vita e
L’adozione ai gay?
Il documento Linee guida per un’informazione rispettosa delle persone LGBT sostiene l’adozione
ai gay e spiega: «L’adozione può riferirsi a diverse esperienze: l’adozione da parte di un partner in
una coppia gay o lesbica del figlio dell’altro partner (avuto da una precedente unione); l’adozione
di un figlio (non naturale) da parte di una coppia di persone dello stesso sesso; l’adozione di un
minore da parte di un/a single omosessuale. Altro tema è l’aspirazione della coppia gay o lesbica ad avere un figlio proprio, che apre al problema della procreazione medicalmente assistita e,
soprattutto per le coppie di uomini, della maternità surrogata in cui una donna accetta di portare
a termine una gravidanza al posto di qualcun altro. La fecondazione avviene in vitro: lo sperma
proviene da uno dei due aspiranti papà, mentre l’ovulo può appartenere alla portatrice (ma è un
caso più raro) oppure a una donatrice».
Il documento afferma anche che un bambino “non” ha bisogno di una figura maschile e di una
femminile come condizione fondamentale per la completezza dell’equilibrio psicologico. Questa
affermazione così perentoria, e senza appello, è basata sui pronunciamenti “scientifici” di American Psychoanalytic Association, American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, American Academy of Pediatrics e Associazione Italiana di psicologia. Ma cosa significa “scientifici”?
È veramente la stessa cosa per un bambino e una bambina avere accanto un padre e una madre,
oppure due padri o due madri? Ci permettiamo di dissentire. No, non è la stessa cosa. E comunque,
su questi temi, qualunque decisione dovrebbe sempre far prevalere l’interesse del bambino, non
quello di genitore1 e genitore2.
Le convinzioni su etica e bioetica
sono profondamente radicate nelle
persone. Non hanno colore politico,
anche se a volte si vestono di ideologia. Sono alla base dei comportamenti che strutturano lo stile di vita e la
visione del mondo di ogni individuo.
Per questo sono sempre così laceranti. Per questo non si può procedere a
spallate con leggi coercitive.
Nel suo libro Laici e cattolici in
bioetica, Giovanni Fornero è pessimista. Racconta come i tentativi
di conciliare le opposte visioni del
mondo per trovare qualche posizione comune su “questioni epocali”
come aborto, eutanasia, fecondazione assistita e manipolazioni embrionali, siano finora sostanzialmente falliti. Queste questioni sono
«un permanente motivo di conflitto
all’interno delle nostre democrazie».
Dunque, che fare? Come gettare ponti? Come trovare una strada di
convivenza rispettosa, senza lasciarsi
travolgere dall’odio per l’avversario o
il diverso? Nella giornata per la vita, il
neoeletto segretario Cei, mons. Galantino, ha parlato anche di “qualità della
vita”, tema caro ai laici. Papa Francesco sta chiamando i cristiani ad un salto di qualità, a mettersi in discussione,
a rischiare «l’incontro con il volto
dell’altro, con la sua presenza fisica
che interpella, col suo dolore e le sue
richieste, con la sua gioia contagiosa
in un costante corpo a corpo». Anche
dall’altra parte ci sarà una equivalente
apertura? La società di oggi è troppo
complessa perché una singola concezione del mondo possa pretendere di
avere l’unica e l’ultima parola.
Pietro Riccio
Città Nuova - n. 4 - 2014
55
V i t aV i tsaa snaan a
SPORT
di Paolo Candeloro
A
ustria e Norvegia,
Canada e Stati Uniti,
Francia e Germania,
Russia e Svizzera.
Sono questi alcuni
dei Paesi di maggior tradizione negli sport invernali, la cui manifestazione
più importante – le Olimpiadi – si sta svolgendo
in questi giorni a Sochi,
sulle rive del mar Nero.
La bellezza dei Giochi a
cinque cerchi, però, risiede anche nel fatto che, al
fianco di campioni famosi
e affermati, sono pronti a
competere migliaia di atleti senza alcuna velleità
se non quella di fare del
proprio meglio, battere i
propri record, andare oltre
i propri limiti. E, nel caso
delle Olimpiadi invernali, ha un che di caratteristico e singolare vedere
all’opera rappresentanti di
nazioni prive di tradizione in discipline come, ad
esempio, sci, pattinaggio e
snowboard.
È il caso del Brasile,
alla settima partecipazione – peraltro consecutiva
– ai Giochi “di ghiaccio e
neve”: una sorta di percorso netto, a partire da Albertville ’92, che se da un
lato non ha finora portato
medaglie, dall’altro ha
certamente contribuito ad
ampliare la cultura sportiva di un Paese ancora
troppo ancorato al dominante futebol.
La questione sta molto
a cuore a Emilio Strapasson, presidente della Federazione brasiliana sport
del ghiaccio (in portoghese, Cbdg: Confederação
56
Città Nuova - n. 4 - 2014
I nuovi orizzonti
del Brasile
Il Paese sudamericano
alle Olimpiadi di Sochi.
A tu per tu con l’ex nazionale
di skeleton Emilio Strapasson
Brasileira de Desporteo
no Gelo). «Abbiamo una
cultura monosportiva –
spiega il dirigente sportivo nativo di Pelotas, città
situata a 135 chilometri
dal confine con l’Uruguay
– che vive di un circolo
vizioso tra pubblico e media: questi ultimi, infatti,
diffondono quasi esclusivamente il calcio, poiché
ritengono che solo tale
disciplina interessi alla
popolazione, esimendosi dalla responsabilità di
offrire altre opzioni d’informazione. Così, la corsa
sfrenata all’audience non
permette ai media di “avere coraggio” e di fornire
più spazio ai nobili sport
olimpici, con la maggior
parte del pubblico – quella che non può permettersi
un abbonamento alle tv a
pagamento – che finisce
per conoscere in profondità soltanto uno sport».
Il tema, va detto, è di
estrema attualità anche
nel nostro Paese, dove
però la cultura sportiva è
D. Bandic/AP
:. J. Terril/AP
Due rappresentanti
del Brasile alle Olimpiadi
invernali: sopra,
la pattinatrice Isadora
Williams e, a sin., Isabel
Clark, snowboarder.
Sotto: Emilio Strapasson,
presidente della
Federazione brasiliana
sport del ghiaccio,
da noi intervistato.
senz’altro più ampia, nel
caso degli sport invernali favorita anche da una
conformazione geologica
del territorio certamente
diversa. Così, se in Brasile
non è ovviamente comune
trovare sciatori, pattinatori
o giocatori di hockey su
ghiaccio, ancor più difficile è imbattersi in skeletonisti. Sì, perché è lo skeleton la passione sportiva di
Strapasson: lanciarsi lungo una pista ghiacciata a
oltre cento all’ora, a pancia in giù, su di una slitta
dotata di pattini.
«Un sogno che parte da
lontano – racconta Emilio,
30° ai Mondiali 2011 –,
quando durante le Olimpiadi del 2002 assistetti a
un programma televisivo
sulla Nazionale brasiliana
di bob. Quella storia mi
fece capire che anch’io
avrei potuto coltivare il
sogno a cinque cerchi. Così cercai uno sport che mi
piacesse attraverso il quale avrei potuto puntare alla qualificazione olimpica:
scelsi lo skeleton e contattai la Federazione brasiliana offrendomi di rappresentare il mio Paese pur
non avendo mai praticato
alcuna disciplina invernale. Mesi dopo, fui invitato
a partecipare a una prova
di selezione e a una scuola
di pilotaggio che si tennero a Calgary, in Canada».
Una carriera di oltre
dieci anni, poi l’investitura a presidente della Federazione nazionale sport
del ghiaccio, una delle due
istituzioni brasiliane che si
occupano di discipline in-
vernali (l’altra è la Cbdn,
Confederação Brasileira
de Desportos na Neve).
«Il mio obiettivo – afferma
Strapasson – è appoggiare
al massimo i nostri atleti:
il materiale umano non ci
manca, ma finora è venuto meno un supporto che
potesse aiutarli a coltivare
il sogno olimpico. Ci sono alcune discipline, come
il bob e lo skeleton, nelle
quali possiamo vantare un
potenziale enorme, perché
si inizia a un’età già avanzata, dopo aver gareggiato
in altri sport (in particolare
l’atletica leggera, ndr). Diverso, invece, è il discorso
per discipline quali lo sci o
lo snowboard, che devono
essere praticate sin dalla
tenera età. La nostra sfida,
adesso, è trovare talenti e
diffondere questa incredibile chance di diventare
atleti olimpici».
E a proposito di cinque
cerchi, fra due anni il Brasile ospiterà quelli estivi,
«grande occasione – sostiene Strapasson – per
conoscere la bellezza e la
varietà degli sport olimpici». Quanto ai Giochi
invernali, vale il motto di
Pierre De Coubertin, soprattutto per un Paese di
così scarsa tradizione: «In
alcune discipline – ammette Emilio – la semplice partecipazione equivale
a una vittoria. Speriamo
che questa grande vetrina
ci permetta di diffondere
i nostri sport e di attrarre
nuovi atleti e potenziali sponsor». Per la prima
medaglia, invece, bisognerà attendere ancora.
Città Nuova - n. 4 - 2014
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BUON APPETITO CON...
Vita sana
di Cristina Orlandi
Ingredienti (6 persone)
Setacciare la farina e disporla a fontana, ponete nel centro due uova sbattute con lo
zucchero e il burro ammorbidito, un pizzico di sale, il
lievito e la scorza d’arancia
grattugiata finemente insieme a un pizzico di vaniglia
in polvere e lavorate l’impasto. Continuate ad amalgamare la pasta, versandovi il
vino bianco fino ad ottenere
un composto liscio ed elastico. Mettete la pasta a riposare per almeno un’ora, in ambiente asciutto, avvolta in un
canovaccio o nella pellicola
trasparente.
Passato questo tempo, stendete la pasta in modo da
ottenere una sfoglia molto
sottile e tagliatela in rettangoli di 3 x 15 centimetri. Se
preferite, potete ritagliare
dei rettangoli più larghi ma,
in tal caso, è consigliabile
praticare uno o due tagli nel
centro. Friggere le frappe da
ambo i lati, in abbondante
olio caldo. A cottura ultimata, farle asciugare dall’olio in eccesso ponendole su
carta da cucina. Servire con
una abbondante spolverata di
zucchero a velo.
marsiglia; poi basta pochissimo detersivo e un rapido passaggio in lavatrice a bassa centrifuga. Resta il fatto che sia
un impegno non indifferente,
ci vuole una buona motivazione e un po’ di organizzazione,
soprattutto all’inizio per ingranare il ritmo. Mi sono sentita
una donna d’altri tempi (ma ho
fatto rimboccare le maniche
anche all’uomo di casa!), quando non c’erano altre possibilità
se non il lavaggio a mano, ma
non aver avuto alcun bisogno
di creme per arrossamenti mi
sembra un ottimo risultato.
Tutto questo col primo figlio,
magari con un secondo ci si
pensa due volte...
280 grammi di farina, 25
grammi di burro, 50 grammi di zucchero, q.b. di scorza
d’arancia, un pizzico di vaniglia in polvere, 1 bicchiere
di vino bianco, un pizzico di
sale, 10 grammi di lievito per
dolci, 2 uova, q.b. di olio per
friggere, q.b. di zucchero a
velo.
Frappe al profumo
d’arancia e vaniglia
Nel periodo di Carnevale i dolci sono sempre molto gustosi
e appetitosi e la tradizione regionale dà nomi diversi a preparazioni spesso simili. Infatti,
le tipiche sfoglie a forma di
nastro, fritte e ricoperte di zucchero a velo, le possiamo chiamare: cenci, frappe o chiacchiere. Quelle proposte hanno
un piacevole aroma di vaniglia
combinato con l’arancia.
Preparazione
DIARIO DI UNA NEOMAMMA
di Luigia Coletta
Ecologia a tutti i costi
Se ne sente parlare sempre di
più, ma ancora non ho avuto
modo di confrontarmi direttamente con qualche amico
o conoscente che come me e
mio marito abbia fatto la scelta di utilizzare per il proprio
bambino pannolini lavabili
al posto di quelli usa e getta.
Eppure noi non ci abbiamo
pensato due volte, sono arrivati a casa prima i pannolini
della bambina. Abbiamo invece riflettuto molto di più sul
tipo di pannolini lavabili che
potesse fare al caso nostro,
perché sul mercato c’è l’imbarazzo della scelta: con velcro, con bottoni, tutto in uno
58
Città Nuova - n. 4 - 2014
o a due pezzi, in micropile o
in bamboo… Noi alla fine abbiamo optato per il modello
taglia unica con i bottoncini
in bamboo e cotone.
Calcolando il prezzo medio
di un pacco di pannolini usa
e getta, pensiamo di essere
rientrati nel costo dei lavabili, ma ricordo perfettamente
che il risparmio non era tra
le priorità, mi aveva impressionato la notizia che per decomporsi un pannolino impiega circa 400 anni!
Così mi sono armata di tanta pazienza e di un secchio in
bagno dove raccogliere i pannolini da prelavare con sapone
ALIMENTAZIONE
EDUCAZIONE SANITARIA
di Giuseppe Chella
di Spartaco Mencaroni
Curarsi in sicurezza
La vaniglia
La vaniglia è considerata da molti
la più deliziosa tra tutte le spezie.
Viene ricavata con un processo
di fermentazione e di lavorazione
dai baccelli di una pianta che
appartiene alla famiglia delle
orchidee: “vanilla planifolia” e oggi
è coltivata in molte regioni tropicali.
È molto consumata specialmente
dai popoli orientali e americani.
Questa spezie recentemente è
stata oggetto di numerosi studi
che hanno dimostrato che possiede
proprietà molto interessanti: il
suo profumo influisce sul nostro
comportamento e regola in modo
naturale funzioni psicologiche e
fisiche. Lo psicologo Robert Baaron,
del Rensselaer Polytechnic Institute
a Troy, nello Stato di New York, ha
sperimentato e dimostrato che il
profumo della vaniglia stimola il
nostro comportamento altruistico
e uno studio pubblicato sulla rivista
Mente & Cervello ha confermato
questa straordinaria caratteristica
della vaniglia. Anche gli odori,
insomma, influiscono sul nostro
comportamento e a tal proposito
c’è un metodo che si avvale
dell’uso di essenze e oli aromatici:
la aromaterapia. La vaniglia,
assunta come cibo, ha proprietà
toniche, digestive e antiossidanti,
è un calmante che riduce l’ansia
ed è antidepressiva, in grado di
migliorare il nostro umore.
Consumiamola, dunque, spesso
questa spezie e diffondiamo anche
nell’ambiente la sua essenza
e il suo inconfondibile delicato
profumo.
«Non ho nulla da perdere a provarlo». È questa frase, che a tutti capita
di pronunciare, la scelta per il titolo dell’ultima pubblicazione, gratuita
e liberamente scaricabile, presentata il 29 gennaio 2014 dall’Agenzia
italiana del farmaco (Aifa).
L’e-book è la versione italiana ufficiale della “guida per i pazienti” della
non-profit inglese Sense About Science, tradotta e adattata dall’Aifa allo scopo
di fornire informazioni semplici, ma autorevoli e dettagliate, sul fenomeno
delle “cure miracolose”. Lo scopo è quello di mettere in grado tutti, pazienti e
comuni cittadini, di riconoscere i trattamenti basati sulle prove scientifiche da
quelli privi di presupposti rigorosi e quindi inutili o pericolosi.
La protezione dei pazienti è infatti uno dei motivi principali che ha spinto
l’Agenzia a diffondere nel nostro Paese i contenuti della guida. Lo spiega,
sul sito dell’Aifa, il suo direttore generale Luca Pani: «Per un’agenzia
regolatoria come la nostra, è importante far capire ai cittadini la differenza
tra il mondo della ricerca, che lavora, seriamente e con passione, per
offrire trattamenti realmente efficaci e sicuri, e i venditori di speranze, i
“pifferai magici”, che speculano sulla sofferenza della gente».
Il problema, che affonda le radici negli albori della storia medica, è
tornato di grande attualità perché, prosegue Pani, «la naturale propensione
dell’uomo a voler credere che esista sempre una panacea per qualsiasi tipo
di patologia è stata ulteriormente amplificata da quella straordinaria cassa
di risonanza che è Internet».
Per il nostro Paese basta pensare agli sviluppi del caso Stamina, dove il
diritto alla libertà di cura e la speranza di chi soffre sono stati gravemente
strumentalizzati, anche dai media, e fatti oggetto di speculazione economica.
Quanto mai importante, quindi, non abbassare la guardia. Il Vademecum
offre informazioni accessibili e complete sul fenomeno della
propagazione delle notizie pseudoscientifiche e approfondisce i rischi,
finanziari e per la salute, che si corrono utilizzando trattamenti non
adeguatamente valutati sotto il profilo di efficacia e sicurezza. L’ultima
parte è dedicata al funzionamento delle sperimentazioni cliniche e al
processo di autorizzazione dei farmaci.
Link per consultare e scaricare l’e-book:
http://www.agenziafarmaco.gov.it/sites/default/files/Non_Ho_Nulla_da_
Perdere_a_Provarlo_ITA_1.pdf
Città Nuova - n. 4 - 2014
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SCOMPAIONO GLI ELEFANTI
A CAUSA DEL BRACCONAGGIO
Africa
Una strage
silenziosa
B. Curtis/AP
«U
n sacchetto pieno di soldi
abbandonato nella savana»,
così lo zoologo Iain DouglasHamilton, che per primo
denunciò negli anni Settanta
la scomparsa degli elefanti, definisce
la preziosità di un pachiderma. La
sopravvivenza della specie è in serio
pericolo: in tutto il continente africano
vengono uccisi cento elefanti al giorno,
35 mila all’anno. Per le savane, i fiumi,
le praterie correvano più di venti milioni
di elefanti alla fine dell’Ottocento,
oggi se ne contano tra i 470 mila e i
690 mila. Una strage perpetuata dai
bracconieri alla presa con una vera e
propria guerra dei poveri. Dal prezioso
avorio venduto di contrabbando
soprattutto in Asia si ricava di che
sopravvivere a basso prezzo ma ad alto
costo per l’intero ecosistema. Il più
alto numero di vittime, per le zanne di
un avorio più pregiato, avviene nelle
foreste del bacino del fiume Congo e
in genere colpisce gli animali di taglia
più piccola dell’Africa occidentale e
centrale. Le conseguenze sul branco
sono enormi, i piccoli con meno di due
anni non sopravvivono senza i loro
genitori, se muore il capo branco il
resto degli animali, senza guida, non sa
più affrontare i pericoli e la siccità.
E l’Africa s’impoverisce.
Aurelio Molè
Città Nuova - n. 4 - 2014
61
Attualità
MEDIA
di Claudia Di Lorenzi
Il Codice di autoregolamentazione
Lotta al bullismo
Nella lotta al cyberbullismo scendono in campo operatori e istituzioni. L’8
gennaio è stata firmata la bozza del primo Codice di autoregolamentazione
contro gli atti di bullismo online: dalla violenza verbale alla diffamazione,
dalla calunnia alla violazione della privacy e della integrità psicofisica degli
utenti. Un fenomeno in crescita che riguarda soprattutto i giovani e che ha
raggiunto livelli di allarme tali da richiedere un intervento urgente: i casi di
suicidio di giovani vittime del bullismo in Rete richiamano la responsabilità
di operatori, istituzioni e agenzie educative. Per contrastare il fenomeno
il nuovo regolamento stabilisce che i fornitori di servizi online e di social
networking «si impegnano ad attivare meccanismi di segnalazione di
episodi di cyberbullismo» che siano presenti sulle pagine web, semplici e
diretti, per consentire anche ai bambini di segnalare situazioni ed episodi
a rischio. La risposta alle segnalazioni deve essere rapida ed efficace per
permettere la rimozione o l’oscuramento del contenuto lesivo entro le due
ore. Inoltre, gli operatori potranno chiedere alle Autorità competenti di
risalire all’identità dei cyberbulli per prevenire il ripetersi di comportamenti
denigratori. Il Codice istituisce un comitato di monitoraggio che potrà
inviare richiami in caso di violazione del regolamento. Il testo – elaborato
fra gli altri dal ministero dello Sviluppo economico, Agcom, Polizia
postale, Autorità per la privacy, Comitato media e minori e da Confindustria
digitale, Google e Microsoft – è consultabile sul sito del Mise. Ma qualche
osservazione si può già fare: emerge la necessità di un coordinamento
con iniziative analoghe promosse dal ministero dell’Istruzione e del
coinvolgimento di scuole e famiglie: strategico è infatti l’impegno sul
fronte della prevenzione volto a diffondere l’uso corretto dei media. Anche
l’introduzione di sanzioni certe favorirebbe il rispetto delle norme.
EDITORIA E SPORT
Panini e Lega Calcio
contro la discriminazione
Offrire un contributo concreto alla lotta contro la discriminazione razziale,
per favorire la diffusione di una cultura
dell’inclusione e del dialogo, fra i più piccoli e non solo. Nasce con questo obiettivo il progetto che vede insieme Panini,
la storica azienda che produce le figurine
delle squadre di calcio, e la Lega Calcio,
che unisce i club che giocano in serie A.
Un progetto che si declina in diverse iniziative fra cui la pubblicazione dell’album
Calciatori 2013-2014 che vede fra i protagonisti, oltre ai maggiori club, anche
alcuni fra i più celebri personaggi Disney,
da Topolino a Paperino, fino a Paperoga e
Gastone. Proprio a loro è dedicato anche
il magazine Topolino gol.
«Il nostro album da sempre non discrimina nessuno e lo stesso avviene per i nostri
consumatori», ha spiegato Aldo Sallustro,
Ad di Panini, presentando il progetto. Mentre Damiano Tommasi, presidente di Assocalciatori, ha ricordato che «il tema del
coinvolgimento degli stranieri all’interno
degli spogliatoi è un qualcosa di naturale»
e che «lo straniero viene sempre visto come un valore aggiunto nella squadra».
SUL WEB
Le Ong per i bambini siriani
Fornire istruzione e assistenza psicologica ai bambini siriani, proteggendoli da
sfruttamento, abusi, abbandono e violenza, lavoro minorile e arruolamento
forzato, per ridare loro speranza e opportunità: è l’obiettivo della campagna
“No lost generation” lanciata da Save the
Children con Unicef, Unhcr e altre Ong.
L’iniziativa è presentata su www.championthechildrenofsyria.org dove sono raccontate le storie dei bambini vittime del
conflitto. «Per quasi 3 anni i bambini della
Siria sono state le vittime più vulnerabili
del conflitto – ha detto Valerio Neri, direttore generale di Save the Children –. Non
possiamo più stare ad assistere inerti alla
scomparsa di un’intera generazione».
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Città Nuova - n. 4 - 2014
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di Eleonora Fornasari
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La nona stagione è ambientata pochi anni dopo la fine dell’ottava e in
questo lasso temporale
sembra che siano accaduti diversi fatti, tra cui la
morte di Patrizia, l’amata
figlia di Cecchini e moglie
del capitano Tommasi, e
il trasferimento di caserma dei due carabinieri a
Spoleto, colpa la spending
review. Niente paura però,
perché a sorpresa (si fa per
Corsi
d’inglese
per giovani in Irlanda
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Per informazioni contattare:
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Language and Leisure è un’Azienda dell’Economia di Comunione
dire) anche don Matteo
viene trasferito a Spoleto
dal vescovo, per prendere
il posto dell’ex parroco di
Sant’Eufemia.
Il successo clamoroso
di questa serie che continua a raccogliere pubblico, è da ricercarsi sicuramente nella figura di don
Matteo, interpretato dal
grande Terence Hill. Don
Matteo infatti è un personaggio che rassicura e non
delude, a cui il pubblico non solo si è abituato,
ma si è affezionato negli
anni. È un protagonista
positivo, che non contribuisce alle indagini con il
solo apporto della propria
intelligenza e intuizione,
ma con tutto il suo carico
umano e ancor di più spi-
rituale. I “cattivi” di Don
Matteo non sono mai dei
cattivi assoluti, ma degli
uomini e delle donne che
sbagliano, anche tanto,
ma che non aspettano altro che essere “redenti” e
trovare quello sguardo che
faccia loro intravedere una
nuova possibilità, una via
per ricominciare.
Don Matteo piace perché parla di valori universali e forse, in parte, trascurati: la semplicità, la fede,
il buono delle istituzioni,
l’importanza dei rapporti
umani e di sentimenti come
l’amore e l’amicizia e lo fa
in modo lieve, alternando i
momenti più drammatici e
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TEATRO
CINEMA
di Giuseppe Distefano
A proposito di Davis
Il grande cinema è leggerezza. I fratelli Coen,
nella storia di un artista degli anni Sessanta,
Llewyn Davis – cioè il cantante folk Dave
van Ronk – parlano di una settimana di vita
del giovane, abituato alla precarietà di rapporti, affetti e luoghi in una nevosa New
York: cerca successo e guadagno, ma senza compromessi con la propria arte. Davis
va e viene con un gatto che trova e perde, metafora originale di un giro vitale, a
cerchi concentrici, che è il ritmo del film, intriso di ebraico humour nero. L’attore
Oscar Isaac fa suo lo stupore, la rabbia, l’incoscienza e la malinconia negli occhi
del protagonista Davis. Il film, di una bellezza triste, con canzoni struggenti ed una
fotografia pittorica, rivive un mondo. Sfiora il capolavoro.
Regia di Joel & Ethan Coen; con O. Isaac, C. Mulligan, J. Timberlake.
Giovanni Salandra
I segreti di Osage County
Da una commedia teatrale di successo, un cast
di attori eccezionali rappresenta con maestria le
punte della drammaticità derivante dal confronto
tra parenti, che si ritrovano per la morte del padre,
dopo anni di lontananze e di incomprensioni
reciproche. Caratteri forti, amarezze interiori, gravi devianze morali e, anche,
malattie impietose. Il punto di incontro è nella villa dei genitori, sperduta nella
pianura della Contea di Osage, la cui vastità accresce il senso di smarrimento.
Positivo è che, nonostante i modi, il confronto ci sia, perché alla fine appare
qualche accenno di sereno. Il film, profondo e coinvolgente, fa rimpiangere la
sanità dei comportamenti e la continuità dei rapporti familiari.
Regia di John Wells; con M. Streep, J. Roberts, J. Lewis, J. Nicholson.
Raffaele Demaria
Tutta colpa di Freud
Probabilmente siamo arrivati al punto che ci si deve
accontentare. In fondo la commedia di Genovese,
in cui si narrano le vicende del padre psicologo alle
prese con le pene d’amore proprie e delle tre figlie,
non è volgare, ha una o due gag non da buttare via
e tenta la carta della coralità. Ma se si va appena oltre, viene fuori questa messa in
scena molto (troppo) televisiva che tarpa ogni slancio narrativo, disegna personaggi
bidimensionali e finisce per banalizzare la complessità della realtà.
Regia di Paolo Genovese; con M. Giallini, A. Foglietta, L. Adriani, V. Puccini, V. Marchioni,
C. Gerini, A. Gassman.
Cristiano Casagni
VALUTAZIONE DELLA COMMISSIONE NAZIONALE FILM
A proposito di Davis: consigliabile, problematico.
I segreti di Osage County: complesso, problematico (prev.).
Tutta colpa di Freud: consigliabile, superficialità.
Educazione siberiana
Il romanzo di Nicolai Lilin è ambientato
nella Transnistria, dove è nato lo
scrittore siberiano, da dieci anni in
Italia. L’educazione è quella di un
ragazzo cresciuto dal nonno Kuzja,
maestro indiscusso delle bande
criminali della regione. Loro sono gli
Urka, i siberiani dai corpi tatuati, spediti
al confino, dove si sono uniti lottando
per la sopravvivenza. Il mezzo è il
crimine ma con un rigido codice d’onore:
«Un uomo non può possedere più di
quello che il suo cuore può amare», è
la prima regola del nonno, come anche
rispettare i più deboli. Proibito tenere
il denaro in casa e commerciare droga.
Diventato un film approda ora in teatro
con la regia di Giuseppe Miale Di Mauro.
Narra di due fratelli in contrasto tra
di loro: uno legato alle regole della
tradizione siberiana, e l’altro attratto
dalla ricchezza e dalla violenza. Per la
scena il regista ha concentrato la storia
su alcune tematiche: il male dell’uomo,
la falsa felicità degli idoli del benessere,
la battaglia interiore fra il sé e il mondo
illusorio. Si perde un po’ l’afflato epico
della saga siberiana per un eccesso
di didascalismo, e per un’inevitabile
riduzione spaziale della scena, dove i
personaggi si muovono in un interno
domestico misero con, ad angoliera,
un altare d’icone; e, dietro, un palco
rialzato che si apre e abbassa rivelando
gli ambienti esterni dove si consumano
i soprusi. Fino ad aprirsi durante il
duello finale tra i due fratelli. Generosa,
comunque, la prova degli attori guidati
da Luigi Diberti.
Al Piccolo Eliseo di Roma. In tournèe.
Arte e spettacolo
MUSICA LEGGERA
di Franz Coriasco
Dente x dente
Qualche anno fa uscì
un’antologia discografica
intitolata La leva cantautorale degli anni Zero: un
bel compendio di alcuni
fra i nomi più promettenti
di quel periodo per capire
dove stesse andando la canzone d’autore italiana del
nuovo millennio. Era la fine
del 2010 e in quel doppio
cd sfilavano alcuni Carneadi destinati a restar tali, e
altri che effettivamente sarebbero riusciti ad emergere
in questo decennio. Il romano Mannarino, per esempio
(una specie di ruspante Tom
Waits all’amatriciana…), il
napoletano Giovanni Block
e Paolo Simoni, approdato
al Sanremo 2013, per non
dire di una rock band di
culto come gli Amour Fou
o di Zibba & Almalibre,
recenti vincitori di una Targa Tenco e fra i più attesi
all’imminente ribalta del
Teatro Ariston.
Nel mazzo c’era anche
un certo Dente, al secolo
Giuseppe Peveri. Emiliano di Fidenza, classe 1976,
aveva alle spalle una lunga
66
Città Nuova - n. 4 - 2014
gavetta culminata con la
pubblicazione del suo primo album solista nel 2007.
Da allora il Nostro ha sfornato altri quattro album,
sempre più apprezzati dalla
critica, epperò quasi ignorati dal grande pubblico.
Ma mentre il Nostro andava
affinando il proprio stile in
una serie infinita di concer-
ti, qualcuno cominciò ad
imbrigliarlo in parallelismi
sempre più azzardati: chi lo
definì il nuovo Rino Gaetano e chi tirò in ballo Bindi
e Ivan Graziani, e poi i vari Bersani, Fabi, Cristicchi,
Cremonini; ci fu perfino chi
scomodò Battisti e De Gregori. Lui non si scompose
e tirò dritto per la sua strada, anche se solo oggi può
dire d’essersi finalmente
affrancato dal peso di troppi “apparentamenti” più o
meno pretestuosi. Perché
questo suo nuovo Almanacco del giorno prima è un
disco che, a dispetto delle
infinite citazioni, rimanda
soprattutto al suo autore.
Un album dove è ben riconoscibile il solco della miglior tradizione cantautorale italiana (nel campionario
sentimentale come nel lessico, nell’ironia come nel
gusto per la metafora), ma
che pure trasuda gli umori,
i crepuscoli e le malinconie
di questo presente.
Dente non è un fuoriclasse, forse non lo sarà
mai, ma la sua costante maturazione espressiva trova
in questo suo nuovo album
una compiuta e autonoma
autorevolezza: dodici belle
canzoni in fascinoso equilibrio tra leggerezza e profondità e degne di trovar
domicilio anche nelle playlist più popolari e prestigiose. Buon proseguimento.
CD e DVD novità
LUDWIG VAN
BEETHOVEN
Sinfonie nn. 2 e
5. Vale davvero
la pena rivedere
e risentire
Claudio Abbado appena scomparso,
nell’esecuzione a Roma, a Santa Cecilia,
con i Berliner Philarmoniker nel febbraio
2011. Il maestro, pur malato, era sul
podio. La Sinfonia n.2, così mozartiana,
è più leggera e la Quinta memorabile
nella drammatica lotta per la vita.
Autobiografia e arte raggiungono un
culmine interpretativo raro. Dvd.
Europarts, TDK (m.d.b.)
TORRES
Torres (Autoproduction)
Una nuova giovane songwriter americana dotata di una
voce suadente e dolcissima
dalla quale fluiscono però
variegate inquietudini. Un
disco autoprodotto di rock
scuro e minimalista dietro
il quale s’intuisce tutta la
vulnerabilità e l’indubbio
talento di un’artista pronta a
sbocciare. (f.c.)
PETE SEEGER
We shall overcome (Columbia)
Uno storico album inciso dal
vivo alla Carnegie Hall per
ricordare l’indimenticabile
eroe e maestro del folk
d’autore scomparso il mese
scorso. Oltre alla memorabile
title-track anche la classica
Guantanamera e la rilettura
della dylaniana Hard Rain: il
tributo di un maestro al suo
allievo più talentuoso. (f.c.)
MUSICA CLASSICA
APPUNTAMENTI
di Mario Dal Bello
a cura della Redazione
Lorin Maazel
C. Franck, “Sinfonia in re minore”.
O. Respighi, “Fontane di Roma” e
“Pini di Roma”. Roma, Accademia
Nazionale Santa Cecilia
Per i giovani che amano
“sbacchettare”, ossia diventare
direttori d’orchestra, può essere utile
assistere a un concerto con Lorin
Maazel. Con lui si impara l’arte
del dirigere che è, a ben vedere, l’arte della vita, se è vero che la musica è
soprattutto “vita”. Maazel, 84 anni asciutti, dirige da quando aveva nove anni:
lo sponsorizzò il terribile Toscanini. E come il grande vecchio, Lorin usa una
lunga e fine bacchetta, sta dritto sul podio – ogni tanto vi si appoggia (l’età…)
– ed ha un gesto ampio, musicale, preciso negli attacchi, si muove con eleganza
essenziale. La sua bacchetta “suona”. Ha regalato un Franck gigantesco,
raffinato, lento nel primo movimento così in bilico tra Brahms, Wagner e
Mahler; nell’Allegretto, l’arpa e il corno inglese hanno cantato in modo
celestiale per poi variare sottilmente e chiudere con un “ripieno” da grande
organista (è lui l’autore celebre del Panis Angelicus…). Una sola sinfonia, ha
scritto Franck, di “ansiosa serenità”: per questo ci vuole un grande direttore.
Poi si è passati allo scintillio descrittivo di Respighi: una Roma magica,
lucente e ottimista. L’orchestra ha brillato in ogni sezione e Maazel l’ha
trascinata in alto.
SACRO GRA
Di Gianfranco Rosi. Cast di attori
non professionisti. Vincitore a
Venezia, il docufilm intreccia
storie attorno al Grande
raccordo anulare di Roma.
Malinconia e realismo. Extra
buoni con intervista al regista e
uno speciale con R. Nicolini. In
italiano. RaiCinema (m.d.b.)
UN GIORNO DEVI ANDARE
Di Giorgio Diritti. Con Jasmine
Trinca. Una donna fugge dal
dolore in Brasile, si dedica alla
solidarietà, è fragile e forte
insieme. Temi scottanti in un
film poco capito. Ottimi extra
sull’Amazzonia, clip musicale.
In italiano. Rai Cinema
(m.d.b.)
I SONETTI DI SHAKESPEARE
154 sonetti, una sorta di poema
dell’anima, dove i temi dell’amore,
del dolore e del tempo che scorre
sono affrontati con equilibrio tra
sentimento e forma e dove la
parola diventa musica. Traduzione
in versi del poeta Roberto
Piumini, letti da Stefano Accorsi.
Emonslibri, CD Mp3 (g.d.)
PONTORMO & ROSSO
I due ribelli del
Manierismo italiano ed
europeo con confronti
fra opere restaurate.
“Pontormo e Rosso
Fiorentino. Divergenti
vie della Maniera”.
Firenze, Palazzo
Strozzi, dall’8/3 al 20/7
(cat. Mandragora).
L’OSSESSIONE NORDICA
Boecklin, Klimt, Klinger
e gli scandinavi da
Larsson a Munch
come ispiratori di
tanta arte italiana del
‘900. “L’Ossessione
Nordica”. Rovigo,
Palazzo Roverella, dal
22/2 al 22/6.
FOTOGIORNALISMO
E REPORTAGE
Una selezione di
opere dalla raccolta di
fotografia considerata
dal punto di vista
del suo potenziale
documentario e di
testimonianza con
nomi come Weegee,
Cartier-Bresson, N.
Gidal, Capa, Bischof,
Klein, Scianna.
“Fotogiornalismo e
reportage. Immagini
dalla collezione della
Galleria civica di
Modena”, fino al 13/4.
SIMON HANTAÏ
La prima retrospettiva,
a 5 anni dalla morte,
di un protagonista
dell’astrattismo del
secondo ‘900, che, dopo
un anno di soggiorno
in Italia, scelse Parigi
come sua seconda
patria. “Simon Hantaï”,
Roma, Accademia di
Francia, fino all’11/5.
PÀDRAG TIMONEY
L’artista irlandese,
vissuto a Napoli e
ora a New York, torna
per una rassegna
monografica completa
di pittura, foto,
installazioni. Un
mondo eclettico.
Napoli, Madre, fino al
12/5 (cat. Electa).
IL CORPO
NELL’ANTICHITÀ
Dal British Museum
di Londra, alcuni dei
pezzi chiave selezionati
dalle antichità greche
e romane per celebrare
il corpo in sette temi.
“La bellezza del
corpo nell’antichità”.
Martigny, Fondation P.
Gianadda (Svizzera),
fino al 9/6.
C u l t Cuurlat u er a t ee nt ede
nze
ndenze
A VENT’ANNI DALLA MORTE
di Viviana De Marco
Klaus Hemmerle
il pensatore amico
Una personalità geniale e poliedrica.
Vescovo, filosofo, artista. Pilastro della Scuola Abbà
L
inee che si incontrano
formando
prospettive sempre
nuove. Mi pare che
questa possa essere una possibile chiave di
lettura del pensiero, della
vita, del modo di essere
e di dialogare di Klaus
68
Città Nuova - n. 4 - 2014
Hemmerle che venti anni fa, il 23 gennaio 1994,
concludeva la sua vita a
soli 64 anni. Una vita per
l’unità e nella luce del carisma dell’unità. Come il
suo pensiero e il suo servizio episcopale, improntati all’ut omnes unum
sint (che tutti siano uno),
la frase evangelica che resta incisa sulla sua lapide
nel Duomo di Aachen, in
Germania, quasi fosse un
secondo nome.
Alcuni lo conoscono
come vescovo, altri come
teologo che ha apportato
un contributo originale e
significativo nel panorama
postconciliare, altri ancora
lo conoscono come filosofo, sia come qualificato
esponente della fenomenologia tedesca, sia come
autore delle Tesi di ontologia trinitaria, in cui si
profila una filosofia radicalmente nuova a partire
dal Dio trinitario.
Klaus Hemmerle è una
personalità geniale e poliedrica, un filosofo e un teologo di raro acume, capace
di innovare profondamente
il pensiero del XX secolo nella luce del carisma
dell’unità, un artista che
attraverso i suoi acquerelli
e la sua musica ha trasformato in bellezza le corde più profonde della sua
anima. Un’anima che si è
lasciata trasformare dalla
luce del carisma dell’unità
e in cui Chiara Lubich ha
potuto rispecchiarsi profondamente, dando vita ad
una originale esperienza
di comunione tra vescovi.
E accogliendo un suggerimento di Giovanni Paolo
II, questa esperienza è stata
estesa ai vescovi delle diverse Chiese cristiane: non
solo convegni ecumenici,
ma momenti di profonda
comunione in cui si vive
l’amore reciproco, si approfondisce la spiritualità,
si condivide la vita.
Hemmerle è un vescovo che ha amato profondamente la Chiesa e che nel
dialogo fra le Chiese cristiane ha tracciato un suo
particolare stile, una sorta
di metodo nel vivere l’ecumenismo: partire dall’ascolto, dalla Parola, dalla
vita, partire dall’amore reciproco, impegnandosi ad
amare la Chiesa dell’altro
come la propria.
Chiara Lubich ha visto in Hemmerle una grande
libertà creativa, una sorta di libertà dell’artista.
Sotto: scorcio del duomo di Aachen in Germania,
la città di cui Hemmerle è stato vescovo.
Un rapporto spirituale
intenso e profondo, quello con Chiara. Da questo
incontro di libertà e luce
nasce l’intuizione che porta alla fondazione, da parte di Chiara Lubich, della
Scuola Abbà, un centro
internazionale di studi e
di intensa comunione reciproca per approfondire
a livello multidisciplinare
la portata speculativa del
carisma dell’unità. Hemmerle vi scopre l’esperienza del “pensare alla rovescia”: non più a partire da
sé stessi, ma a partire dalla
sapienza che proviene dal
Risorto presente tra coloro
che vivono la reciprocità
dell’amore. È l’unità che
genera una comprensione
sapienziale, come afferma
parlando di unitas quaerens
intellectum e di intellectum
unitatis. Perché il “vivere a
partire dall’unità” è il suo
stile di vita, vita alla luce
della Parola e dell’amore
reciproco, che genera una
comprensione sapienziale
che si trasforma in pensiero filosofico e teologico. E
Vivere a partire dall’unità
è il titolo della sua ultima
opera, che si potrebbe definire un caleidoscopio di
intuizioni teologiche originalissime, imbevute della
luce dell’esperienza mistica
di Chiara Lubich e solida-
Città Nuova - n. 4 - 2014
69
MOLTEPLICI BELLEZZE CHE SI INCONTRANO
La tomba di Hemmerle,
la prima a sinistra
nella cappella
di Ognissanti del duomo
di Aachen, con la
scritta: “Omnes unum
ut mundus credat”.
mente innestate nell’esegesi
e nella riflessione teologica
della Chiesa.
Chiara Lubich vede in
Klaus Hemmerle una grande libertà creativa, una sorta di libertà dell’artista. E lo
ricorda così: «Klaus Hemmerle è una persona che
non ha tempo, perché non
tanto lui viveva, ma Gesù
in lui. Quindi oggi lo vedo
così come quando era con
noi. Lo vedo un altro Gesù, con tutte le qualità della sua personalità ben caratterizzata, che andavano
dalla saggezza d’un giusto
alla sapienza d’un eletto,
dall’impegno paterno e fraterno, deciso e impegnato
per la porzione del popolo
da Dio a lui affidato, alla libertà di seguire un carisma
dello Spirito Santo e quella
tipica d’un artista».
E con questa libertà
dell’artista, nel novembre
1993 Hemmerle comunica
ad un convegno ecumenico di vescovi delle diverse
Chiese quello che ha intuito interiormente, nella
70
Città Nuova - n. 4 - 2014
Opere su Klaus Hemmerle:
Sintesi panoramica sulla vita e sul pensiero:
V. De Marco, Klaus Hemmerle. Con la libertà dell’artista, Città Nuova, Roma 2014
Biografia completa e dettagliata:
W. Hagemann, Klaus Hemmerle. Innamorato della Parola di Dio, Città Nuova, Roma 2013
Presentazione analitica del pensiero filosofico, teologico
ed estetico:
V. De Marco, L’esperienza di Dio nell’unità. Il pensiero filosofico,
teologico ed estetico di Klaus Hemmerle, Città Nuova, Roma 2012
Di Klaus Hemmerle Città Nuova ha pubblicato:
Partire dall’unità - la Trinità come stile di vita e forma di pensiero
Scelto per gli uomini - profilo del sacerdote
Tesi di ontologia trinitaria - per un rinnovamento del pensiero cristiano
Dio si è fatto bambino - meditazioni sul Natale
Con l’anima in ascolto - guida alla preghiera
La luce dentro le cose - meditazioni per ogni giorno
Verità e testimonianza (appendice al volume Testimonianza e verità)
consapevolezza di trovarsi
negli ultimi mesi di vita.
Nella sua anima sembrano
dipingersi delle linee, linee
che si incontrano all’infinito formando prospettive
sempre nuove. Sono intuizioni come piccole pennellate che in qualche modo
fanno già pregustare la re-
altà del cielo.
«Ogni
combinazione,
ogni costellazione era un
evento diverso ed una sorpresa sempre nuova. E così ho visto il mondo in una
maniera
completamente
nuova. Ho visto un pezzo
di cielo, ed ho capito che
queste relazioni, questo
rapportarsi di ogni cosa con
le altre, questi tratti in cui
le linee si dividono e poi si
incrociano di nuovo, tutto
questo è davvero una pienezza infinita di tutti i possibili incontri di una sola ed
unica realtà: questo monte,
quest’altro monte, questo
altro ancora e questa valle.
Ma sempre in prospettive
nuove, per cui non posso
dire: “Questa è la vista prospettica giusta e quell’altra
non lo è”, ma devo andare
avanti, lasciando che queste
prospettive e queste linee
diverse si incontrino. Così
devo vedere che nell’unico Dio in cui crediamo,
tutte le realtà create, tutte
le persone create, tutte le
cose si trovano lì per un incontro sempre nuovo e un
sempre nuovo incrociarsi,
per molteplici bellezze che
non si escludono, ma si includono reciprocamente e
sono un unico incanto e un
unico canto della Bellezza.
Fra noi avviene la stessa
cosa: devo essere pronto a
lasciare un punto di vista e
una prospettiva per poterne
avere un’altra. In Dio lascio
una prospettiva, ma questa
rimane. Così c’è una simultaneità che non mi schiaccia nella sua universalità
ma che è un’unica danza,
un unico incontro, un unico
gioco, un canto nuovo».
IL VANGELO
DEL GIORNO
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a
al
lle
le
a questo numero
PER VIVERLO
Letture
Commenti spirituali
Note esegetiche
Esperienze
Testimoni
Cultura e tendenze
MAESTRI
di Mario Spinelli
La dignità ferita
delle minoranze
C
ento anni e non sentirli. Che ciò sia
possibile lo hanno
potuto verificare di
recente i romani incontrando Boris Pahor,
il (sempre più) famoso
scrittore sloveno-triestino, divenuto centenario
da poco. Schiena dritta
– non solo fisicamente –
occhi vivi, una loquela invidiabile per chiarezza e
fluidità, Pahor ha presentato nella capitale il suo
ultimo libro, Così ho vis-
72
Città Nuova - n. 4 - 2014
suto: biografia di un secolo (Bompiani). Un vero
evento, sia per il talento
letterario di Pahor, autore di decine di romanzi e
libri di memorie tradotti
ovunque, sia e forse soprattutto per la forza e il
coraggio con cui ha sempre difeso e incarnato la
“slovenità”, a cui è legato
con tutto sé stesso.
Pahor è un personaggio
scomodo, a volte discutibile, quasi sgradevole in
quelli che “sembrano” dei
Presentato
l’ultimo libro
di Boris Pahor,
sloveno
scomodo
e coraggioso
risentimenti. E così è apparso pure in quest’ultima occasione. Più sloveno che italiano (ma vive
da sempre a Trieste, dove
è nato), l’autore di Necropoli, per tutti il suo capolavoro, in realtà è lontano
da provincialismi e nazionalismi. La sua è dignità
ferita, giustizia violata. Il
suo impegno, durato tutta
una vita, è quello di chi
difende un valore che oggi è esaltato quasi da tutti,
pure se in troppi casi tradito, e cioè la tutela e la
valorizzazione delle minoranze etnolinguistiche,
religiose e culturali.
Gli sloveni, come altre presenze minoritarie,
sono stati oppressi, perseguitati e sottoposti a
pulizia etnica per quasi
tutto il Novecento. Prima dal fascismo, poi dagli invasori nazisti e nel
dopoguerra dal regime
comunista di Tito e dei
successori, fino agli anni
Novanta. E questa storia
lunga e dolorosa di “umilati e offesi”, come lui
dice, ha avuto in Pahor la
voce più alta, continua e
coraggiosa che si sia levata a denunciare tutte le
discriminazioni. Ispirata
dall’umanesimo cristiano,
da quello che lui chiama
l’“amore sociale”, cioè
operante e universale, visto come unica salvezza
dell’umanità.
Il monumento in ricordo delle foibe a Bosovizza, sull’altopiano
del Carso. In alto: manifestazione studentesca contro
il maresciallo Tito (Bologna, 1960). Sotto: copertina
del capolavoro di Boris Pahor: “Nekropol”.
Pure l’ultima fatica
letteraria, curata a quattro mani dallo scrittore
italo-sloveno e da Tatjana
Rojc, insiste su questa tematica. In più questo lavoro ha il pregio di essere
un libro-documento, un
vasto collage di testimonianze storico-biografiche
che abbraccia l’intero
“secolo breve”, secondo
l’azzeccata
definizione
di Hobsbawm, con tutti i suoi problemi e i suoi
calvari, con tutti gli errori
e gli orrori dell’Europa e
del mondo. Ed è anche un
volume molto illustrato,
un libro da sfogliare e ammirare oltre che leggere.
Probabilmente non sarà l’ultimo di Pahor, glielo auguriamo di cuore,
data l’energia, la voglia
di fare e l’entusiasmo di
questo giovanissimo centenario. Stimato ormai in
tutto il mondo, insigni-
to dai francesi nel 2007
della Legion d’Onore e
designato da loro al Nobel, Pahor infatti ha ancora molto da dire. Pure
da noi, dove è esploso nel
2008 per la sua partecipazione a Che tempo che fa
e per aver vinto il Premio
internazionale
Viareggio-Versilia. Da allora le
traduzioni sono uscite a
getto continuo, anche con
grossi editori come Rizzoli e Bompiani. Al romano Fazi, che ha stampato
Necropoli, va il merito
di averlo scoperto e proposto per primo ai lettori
italiani.
Quella di Pahor è
un’ascia con molte lame,
e l’autore nella vita e nei
libri l’ha vibrata sulle
ingiustizie di più vario
segno, pagando di persona. È stato internato
come detenuto politico
in cinque lager nazisti.
Dopo la guerra ha denunciato i massacri delle
foibe e più tardi ha criticato il regime jugoslavo, che reagì vietandogli l’ingresso nel Paese.
Partigiano nella Resistenza slovena contro i
nazifascisti, oggi Pahor
plaude ai passi avanti
compiuti da Italia e Germania nella tutela delle
minoranze. Mentre bolla
la Francia, che pure lo
ammira, come il Paese
più retrogrado su questo
fronte. Una onestà e un
coraggio a cui ci stiamo
disabituando, purtroppo.
Ecco perché la lettura di
Pahor è utile e attuale.
Città Nuova - n. 4 - 2014
73
Cultura e tendenze
IL PIACERE DI LEGGERE
a cura di Gianni Abba
Riscoprire i classici
CHARLES DICKENS
Grandi speranze
Einaudi
euro 12,50
Se avete bisogno di allargare il cuore, rivivere grandi
sentimenti e valori, ridere,
partecipare di un’esperienza
umana piena, attraversare le
profondità dell’animo umano con le sue contraddizioni e le sue altezze, e – utile
in questa società liquida
– concedervi anche un po’
di speranza, provate a rispolverare un classico come
Grandi speranze di Charles
Dickens. Uscito a puntate sulla rivista All the Year
Round, tra il 1860 e il 1861,
è un romanzo di formazione che racconta la storia di
Pip, al secolo Philip Pirrip,
orfano cresciuto “per mano”
dalla sorella e dal suo buon
marito.
Pip racconta in prima
persona la sua vita, dallo
stato di orfano maltrattato
74
Città Nuova - n. 4 - 2014
nelle paludi dell’estuario
del Tamigi, fino alla condizione di giovane di “grandi
speranze” a Londra, pupillo
di un benefattore anonimo,
deciso a fare di lui un vero
gentiluomo. Attraverso il
suo sguardo bizzarro e impaurito, riviviamo l’incontro terribile e fondamentale
con un galeotto fuggiasco;
ci meravigliamo alla vista
polverosa e consumata della
misteriosa signorina Havisham; ci battiamo per Estella, orgogliosa, sprezzante e
bellissima bambina privata
della capacità di amare,
plagiata dal desiderio di
vendetta della signorina
Havisham; ci affezioniamo agli amici di Pip, quelli
che non lo abbandoneranno
mai: Joe, Biddy e Herbert;
partecipiamo della drammatica svolta che è costretta
a prendere la sua vita.
Grandi speranze racconta la dolorosa scoperta che
è illusorio credere che ambizione, ricchezza, beni, bel
mondo conducano alla felicità, trascurando affetti, legami veri, gratuità del bene,
origini. Rimasto senza speranza, Pip riscopre sé stesso, ritrova la generosità e la
vera nobiltà. È così che una
felicità pacificante inaspettatamente arriva. E con essa
l’amore, non un sentimento di ripiego, ma l’Amore,
quello capace di superare
tutto, il tempo, il tradimento, l’educazione, l’egoismo,
le scelte sbagliate.
Tamara Pastorelli
ANDREA CAMILLERI
Magarìa
Mondadori
euro 15,00
Il padre del commissario
Montalbano nel 2005 aveva
scritto una favola: Magarìa,
magia appunto. Oggi il testo viene riproposto, con le
illustrazioni di Giulia Orecchia. Ed è subito sogno…
Luminosità, colori e forme rimandano alla terra di
Sicilia, sfondo per questa
misteriosa storia che vede
protagonisti un nonno e la
sua nipotina (picciliddra).
L’intesa fra i due è discreta ma autentica, fino alla
“magia” che interrompe
bruscamente i contatti. La
bimba sparisce e per riportarla accanto a sé il nonno
farà di tutto e si scontrerà
con l’inevitabile realtà.
Farà di tutto anche l’autore che di finali, per gioco,
ne inventa tre, per non deludere nessuno, o forse per
esorcizzare quel momento
difficile che è la crescita di
un nipote, di un bambino
caro, che però ad un certo
momento va lasciato andare, per ritrovarlo poi più
consapevole e maturo.
Un tenero affetto su tutto: quello che sostiene bambina e nonno, che lega le
generazioni per il bene di
entrambe, quello per la propria terra e le proprie origini. Un bel libro, dove Camilleri gioca con le parole
(mammalucchigne) e Giulia
con la poesia della sua arte.
Dai 7 anni ai… 99. Anche in ebook.
Annamaria Gatti
ANTONIO MORESCO
Fiaba d’amore
Mondadori
euro 12,00
Le fiabe sono cose serie, si sa. E dovremmo
continuare a leggerle anche da grandi. Ci mostrano, infatti, che la vita e la
morte sono costruzione,
cammino, trasformazione.
Dopo La lucina (Mondadori, 2013), Antonio
Moresco, uno dei maggiori scrittori italiani, autore
di opere narrative, teatrali e saggistiche, ci regala
una fiaba d’amore commovente, intensa, vera.
Come tutte le fiabe d’amore, anche questa ha inizio con un incontro tra un
“vecchio pazzo” e una meravigliosa ragazza e prosegue – tra luce e ombra, separazioni e riavvicinamenti,
animali magici, ostacoli,
nemici, viaggi in territori
misteriosi – fino a un castello incantato, in un finale che
resta sospeso e segreto. Ci
sarà spazio per un lieto fine?
«Non c’è nient’altro da
raccontare. Nella vita non
c’è nient’altro. Non c’è
nient’altro».
Benedetta Pierfederici
IN LIBRERIA
BEATRICE MASINI
Tentativi di botanica
degli affetti
Bompiani
euro 17,50
Bianca, giovane orfana con un chiaro talento
pittorico, pensa che anche per gli affetti ci sia
la possibilità di dominio,
di razionalizzare tempi e
colori, di schedarli al pari
dei fiori, oggetto del suo
lavoro meticoloso.
Ma presto si avvedrà che
si può rimanere coinvolti in
maniera inattesa e che lo
sconvolgimento della vita
potrà essere anche amaro
e doloroso. Sarà proprio la
vita a manifestare a Bianca l’imprevedibile con il
suo carico di sorprese che
si scontreranno con la sua
caparbia ingenuità e segneranno il suo futuro, facendole scoprire il valore della
fraterna solidarietà, senza
la quale l’umanità diventerebbe una giungla dominata dagli istinti più bassi.
Il romanzo si conclude
proprio su questa prospettiva nella quale Bianca si
avvia, lasciando nel lettore la certezza che in tutti i
passaggi epocali si giocano i destini degli uomini
e che, nei segmenti oscuri
della nostra esistenza, per
rimanere indenni bisogna
possedere un ideale forte e
combattivo. Di qui l’attualità della vicenda narrata.
Finalista al Premio
Campiello 2013, Beatrice
Masini, conosciuta e amata
come autrice per ragazzi,
alla sua prima opera per
adulti, ci ha donato uno dei
libri più nuovi e originali di quest’ultima stagione
letteraria, ricco di introspezioni psicologiche, di trama
avvincente e, soprattutto,
di capacità di tratteggiare
acutamente la trasformazione interiore e la formazione
umana di una fanciulla sullo sfondo di vicende politiche e sociali in tumulto.
P. Lubrano Lavadera
a cura di Oreste Paliotti
ANTOLOGIE
Lorenzo Gobbi (cur.),
“Etty Hillesum. Il
bene quotidiano”, San
Paolo, euro 6,90 – Una
delle vette spirituali
del ‘900, vittima della
Shoah, a 100 anni dalla
nascita. Una raccolta
dei suoi scritti in
nuova traduzione.
SCRITTORI
Stefan Zweig,
“Dickens”, Elliot,
euro 8,00 – Breve ma
fulminante saggio
sullo scrittore inglese
che fu voce della
sua epoca, colui che
meglio seppe scrivere
riguardo all’infanzia a
partire da sé.
NARRATIVA
Herman Melville,
“L’uomo di fiducia”,
Ed. e/o, euro 16,00 - È
il romanzo più oscuro,
satirico e divertente
di Melville, una visione
del mondo moderna e
disincantata. L’ultima
opera da lui data alle
stampe in vita.
MANUALI
Marco Marcantoni,
“Vivere al buio”,
Erickson, euro 14,00 –
Tentare di immaginare
come potrebbe essere
una vita al buio non è
facile. Il volume spiega
la cecità ai vedenti per
aiutarli a rapportarsi
con chi non vede.
ARCHEOLOGIA
Ausilio Priuli, “Segni
come parole”, Priuli &
Verlucca, euro 34,50
Ricco di centinaia di
immagini, il volume
è una ricerca chiara
e completa sul
linguaggio dei segni e
simboli delle culture
pre e protostoriche.
TEOLOGIA
M.G.Muzj (cur.),
“Simbolo cristiano e
linguaggio umano”,
Vita & Pensiero, euro
17,00 – La riscoperta del
linguaggio simbolico.
Dialogo interdisciplinare
sul ruolo del simbolo
nella spiritualità non
solo cristiana.
STORIE VERE
Michele Capitani,
“Romanzi non scritti”,
Dehoniane, euro 16,50
- Drammi e salvezza
nelle storie dei senza
fissa dimora (gli «amici
della strada» per quelli
della Comunità di S.
Egidio) in una città di
provincia.
TESTIMONI
S. Grygiel, “Dialogando
con Giovanni Paolo II”,
Cantagalli, euro 13,50
Lettura essenziale
per chi desidera
comprendere come
papa Wojtyla abbia
fatto della sua vita
un’opera d’arte che ha
meravigliato il mondo.
Illustrazione di Eleonora Moretti
PER BAMBINI DA 3 A 99 ANNI
di Lauretta Perassi
«M
amma, perché noi puzzole
dobbiamo puzzare così? Io
non voglio puzzare! A scuola
tutti stanno lontani da me,
nessuno vuole giocare con
me! Perché mi avete dato questo brutto
nome: Felicetta? Io non sono felice
per niente perché non ho amici!». «Ma
guarda che strana figlia mi doveva
capitare!», sospira mamma Uga, poi dice
a Felicetta: «Dovresti essere contenta
di puzzare! La puzza tiene tutti alla
larga e questo, lo imparerai crescendo,
è un gran bel vantaggio. Il prossimo
infatti è soltanto fonte di seccature.
Per questo, intelligentemente, noi
puzzole abbiamo trovato il modo di
scoraggiare gli altri dall’avvicinarci a
noi». Felicetta ha capito che è inutile
discutere con la mamma, per questo
non risponde e va a farsi la terza doccia
della giornata. Lavarsi però non basta:
questa puzza non si riesce a mandarla
via! Felicetta allora ha un’idea: rompe il
suo salvadanaio, poi va nella profumeria
della farfalla Lilia, una farfalla bianca e
profumata come un giglio, e compera
un buon profumo a base di violette. Il
risultato però è pessimo! Mischiandosi
alla puzza di Felicetta, il profumo
ha prodotto un odore disgustoso.
Sola, seduta su un sasso, la piccola
Fantasilandia
puzzola piange. Per fortuna, nelle
favole, una fata passa sempre al
momento giusto: fata Flora sta già
sussurrando qualcosa all’orecchio
della piccola puzzola. Il giorno dopo, a
scuola, la marmottina Nives trova sul
suo banco la bella collanina di bacche
che Felicetta porta sempre al collo
e un bigliettino con scritto: “T.V.B.”.
Lo stesso bigliettino trova nel suo
astuccio la piccola talpa Carmelina,
insieme a una penna che scrive in
oro! Nives e Carmelina mandano un
bacio a Felicetta… da lontano! Ma la
marmotta Fragolina che ha trovato un
biglietto per il teatro dei burattini a cui
teneva tanto, istintivamente si alza dal
banco, va ad abbracciare la puzzola…
e grida: «Felicetta non puzza più!
Felicetta non puzza più!». Tutti adesso
vogliono abbracciare la puzzola che
emana un profumo dolce e delicato. Lo
scoiattolo Aldino osserva: «Adesso non
possiamo più chiamarti puzzola, perciò
ti chiameremo spuzzola!». «Come si
chiama il profumo che usi? Dove l’hai
comperato?», chiedono le amichette.
«Si chiama: “Gocce d’amore” e l’ho
trovato nel mio cuore – spiega, felice,
Felicetta –. Ho imparato infatti che
l’egoismo respinge, mentre l’amore
unisce i cuori!».
Città Nuova - n. 4 - 2014
77
In dialogo
Poste italiane
«Sono una vostra affezionata abbonata di
Rovereto (Tn). Visto il
persistere dei ritardi nella consegna della rivista,
quando il 16 gennaio mi
è arrivato il numero di dicembre, sono andata alle
Poste a presentare un reclamo (più volte ci avete
sollecitato a farlo) e, d’accordo con una vostra incaricata di Trento, ho scritto
anche al direttore del quotidiano l’Adige, dato che
precedentemente
aveva
già ospitato sul giornale
segnalazioni di disservizi postali. Approfitto per
ringraziarvi e dirvi che la
rivista mi piace molto e
apprezzo il fatto che date
spazio anche ad argomenti che riguardano i nostri
amici musulmani dato che
sono una appassionata di
questo dialogo».
Lorenza Coraiola
Costatiamo che le Poste italiane hanno soldi
per entrare nel capitale di
Alitalia, mentre si ventila
la privatizzazione del 40
per cento dell’azienda che
è diventata appetibile anche in Borsa. L’azienda è
stata rinnovata e risanata,
almeno in parte, riducendo
soprattutto il personale, e
in gran parte distruggendo
il patrimonio relazionale
dell’azienda, il “porta a
porta”. Che il personale
non sia sufficiente, lo prova il fatto che nei periodi
natalizi praticamente il
nostro numero di fine anno
arriva a ben poca gente e
78
Città Nuova - n. 4 - 2014
LA POSTA DI CITTÀ NUOVA
di Michele Zanzucchi
oltre ogni ritardo tollerabile (calcolabile non in settimane ma addirittura in
mesi). La situazione è grave. Certamente protestare
localmente, come suggerisce il nostro ufficio abbonamenti, è molto efficace.
Sappiamo comunque che
un certo numero di lettori si sta organizzando per
aprire una denuncia collettiva (class action) contro
Poste italiane. Vedremo...
@
Canone Rai
«Chi vi scrive è un medico 88enne che dopo la
lunga giornata professionale dedicata ad ascoltare
la gente, si affaccia come
un bambino curioso ai
problemi sociali (non è
mai troppo tardi)... Ma che
fatica capire il linguaggio
di oggi soprattutto dei politici, ma anche dei vari
personaggi della tv. Ma
intanto fermiamoci oggi al
canone Rai. Il palinsesto è
ricchissimo, ci si trova di
tutto e per tutti. Il Tg1 ammannito alle ore dei pasti
per ovvie ragioni, nella
prima parte ti dice della
politica e della finanza. Un
sondaggio alla buona verificherebbe quanti milioni
che sentono la tv a tavola
non hanno capito niente,
si potrebbe quasi dire che
non devono capire nulla.
Si imparano nuove parolacce e guarda un po’, oggi
si può dire al presidente
Napolitano che è un boia.
Si aprirà un nuovo fascicolo. Poi la pagina degli
indagati, la corruzione di
ogni categoria, la mafia.
La disonestà, quella spicciola e quella intellettuale,
diventate una pratica di
uso corrente. Finita questa ricca pagina, ecco la
cronaca, almeno due o tre
donne violentate, un figlio
che distrugge la famiglia
per i soldi, bambine che
si prostituiscono. Questo
si può chiamare servizio
pubblico?!
«Un accenno anche ai
rumori della tv. Quasi tutti
i programmi sono accompagnati come sottofondo
dalla musica. Bellissimo,
ma che fatica per gli anziani, specie i sordastri, a
seguire il discorso, impossibile quando uno parla
sopra l’altro. Basterebbe
far le prove di trasmissione con uno di questi vecchietti ancora vivi, così si
può abbassare quanto basta. Ma tra qualche anno
saremo in maggioranza
assoluta e faremo un governo e una società a nostra misura!».
Ugo Radica
@
@
Libertà
«Questa mattina come al
solito ho preso Città Nuova
per leggere qualcosa (io leggo tutta la rivista nel corso
dei 15 giorni), ho sbagliato
e ho preso il numero 22 del
25 novembre, casualmente
ho aperto l’ultima pagina
dal titolo “Libertà dalla famiglia di origine”, l’ho letta
tutta e mi sono accorto che
cambiando il nome è anche
la mia storia; pertanto ve la
racconto.
Si risponde solo
a lettere brevi, firmate,
con l’indicazione del luogo
di provenienza.
Invia a:
[email protected]
oppure:
via Pieve Torina, 55
00156 Roma
Incontriamoci a “Città Nuova”, la nostra città
ANCH’IO HO QUALCOSA
DA DARE
Da tanti anni avevo perso le tracce della mia carissima compagna degli anni della scuola. Per tanto tempo l’avevo cercata ma inutilmente. La scorsa estate in
modo del tutto inaspettato ho scoperto un legame di conoscenza tra lei e una persona amica da cui ho avuto il
suo numero di telefono e l’ho chiamata. L’emozione è
stata grandissima per entrambe e le ho proposto di incontrarci, ma lei ha escluso questa possibilità a causa
dei molti impegni familiari, dei genitori anziani e ammalati. A questa prima telefonata ne sono seguite molte
altre e pian piano ci siamo raccontate le nostre vite. Ho
raccolto tanto dolore da lei vissuto in solitudine per non
«Quando mi sono sposato, insegnavo a Schiavonea
Marina
come
supplente; non avevamo
niente e abitavamo in una
casa ammobiliata per la
quale pagavo 25 mila lire
al mese e 25 mila la rata
della cinquecento, quando ne guadagnavo circa
120 mila. Non abbiamo
fatto il viaggio di nozze.
Sono stato lì quattro anni e gli unici svaghi sono
stati qualche escursione
sulla Sila e qualche visita
in Puglia. In questo perio-
do è nata la prima figlia;
al quinto anno sono stato
trasferito all’isoletta di
Favignana. Dopo due anni sono stato trasferito in
una scuola media di Marsala; nel frattempo mia
moglie Giovanna, che
aveva interrotto gli studi,
si è diplomata al Magistrale e dopo aver seguito
un corso ortofrenico, ha
cominciato a fare delle
supplenze saltuarie. Dopo alcuni anni Giovanna
è entrata di ruolo a Pantelleria e dopo un anno
aver potuto condividere drammi difficili come la morte
di una sorella in giovane età e la convivenza col marito
ammalato. Ho potuto ascoltarla a lungo.
Avvicinandosi la data del suo compleanno, pensavo di
farle un dono “importante”. Così le ho fatto l’abbonamento
alla rivista Città Nuova. Quando gliel’ho comunicato, ho
motivato questa scelta dicendo che le sarebbe arrivata una
rivista che io apprezzo molto perché mi trasmette sempre
qualcosa di positivo e vi colgo l’impronta della Speranza;
ma, soprattutto, ero certa che questo giornale sarebbe stata
un’altra occasione di vicinanza per noi due. Sono passati
così alcuni mesi e nel frattempo, durante le feste di Natale, il marito è morto. Ancora tante e lunghe telefonate... La
scorsa settimana mi ha voluto raccontare che legge Città
Nuova, le piace, c’è di tutto ma non il gossip: «Mi obbliga
a valutare quello che leggo e ho capito di aver fatto alcuni
errori nella mia vita, di aver guardato troppo a me stessa
e avere chiuso con il resto del mondo. Dopo la morte di
mio marito ho pensato: “Cosa posso fare per portare un po’
di gioia agli altri come fai tu con me?”», e continuava dicendomi che si era stupita di sé stessa perché aveva avuto
l’idea di prendere alcuni indumenti nuovi del marito e metterli in macchina. Arrivata al mercato, incontra un povero
che, anziché chiedere l’elemosina, le domanda degli abiti e
un cappotto. Era proprio di quel caldo giaccone del marito
che quel povero aveva bisogno. «Ti dico questa cosa – conclude – perché, leggendo quel giornale che mi hai regalato,
ho capito che avevo anch’io qualcosa da dare».
A.R.
[email protected]
fortunatamente è stata
trasferita a Marsala.
«Nel corso di questi
anni siamo riusciti a comprare un appartamento in
città e a restaurare una
piccola casa in campagna.
Ora i figli sono cresciuti;
tutti e tre sono al Nord
con un lavoro precario
(guadagnano circa 1100
euro pagando circa 500
euro per un monolocale); solo il maschietto è
sposato da qualche anno
e noi stiamo attaccati al
telefono ogni giorno per
sentirli e spesso per intervenire economicamente;
ci sentiamo pertanto ancora il peso sulle spalle
finché il buon Dio ci chiamerà».
Alberto Di Girolamo Marsala (Tp)
Storia istruttiva la sua,
caro Alberto, una storia
grama e nel contempo così tipica di un’Italia che
lavora e che non si tira
mai indietro quando c’è
da faticare. Grazie della
sua testimonianza.
Città Nuova - n. 4 - 2014
79
In dialogo
LA POSTA DI CITTÀ NUOVA
Città Nuova
GRUPPO EDITORIALE
@
I due marò
«È tornata dall’India
una delegazione ufficiale
di deputati e senatori che
si è recata in visita ai due
fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. I due marò sono ormai quasi eroi
nazionali pur accusati di
aver sparato su due inermi pescatori che stavano
lavorando sulla coperta della loro barca. Per
molto meno Bruno Vespa
avrebbe portato un plastico in studio ed analizzato
l’accaduto nei più minuti
particolari. Invece da un
anno tutti si occupano
della loro sorte ma nessuno parla più della vicenda
a causa della quale i marò
sono detenuti.
«Io vorrei proprio che
i due fucilieri italiani tornassero presto a casa ma
non vorrei che venissero
comunque calpestate la
verità e la giustizia. Voi
non sentite puzza di imbroglio in tutto questo?».
Roberto di Pietro
I tanti articoli del corrispondente
Ravindra
Chheda dall’India sul
nostro sito testimoniano
l’attenzione che portiamo a questa vicenda, che
non è così semplice come
potrebbe sembrare. Non
si può dimenticare come
gli indiani si siano sentiti
offesi dalla “sufficienza”
dei nostri diplomatici, e
nel contempo come le lungaggini burocratiche indiane non siano degne di
uno Stato di diritto.
80
@
Oms
«Sul n. 1 di Città Nuova ho letto l’articolo “Il
sesso all’asilo” relativo a
un documento della filiale europea della Oms per
l’educazione sessuale in
Europa, inziando dalla
scuola materna. Direi che
il contenuto di questo documento, come avete ben
descritto, è quanto meno
sconcertante. Ho appreso
che in molti Paesi europei
sono in atto forti manifestazioni di protesta da
parte delle famiglie e petizioni per il ritiro di detto
documento. Io stesso ho
firmato quella proposta
dal sito: Citizengo.org/it.
«È opinione di molti che
certe organizzazioni internazionali, come l’Oms, siano manipolate dai poteri
forti e da gruppi massonici
intenzionati al controllo totale delle prossime generazioni. Dobbiamo farci sentire e soprattutto valutare
bene quali candidati invieremo in Europa alle prossime elezioni europee».
Lucio Innocenti
Seguiamo e seguiremo la
vicenda senza far crociate,
ma con fermezza. Perché
sono in gioco le basi stesse
della vita in società.
@
Degrado
«Dopo papa Francesco,
durissimo coi “devoti della
dea tangente”, anche l’Europa dice che da noi girano
troppe mazzette: 60 miliardi di euro, la metà di tutto
l’ammontare europeo. Rita
Atria, testimone di giustizia, è morta a 18 anni, una
settimana dopo l’uccisione
di Borsellino, affermava:
“La mafia siamo noi e il
nostro modo sbagliato di
comportarci”...
«Mi chiedo come può
accadere che l’Italia possa
essere il Paese fra quelli
cosiddetti “civili” il più degradato di tutti ma in continuo peggioramento. Dal
mio punto di vista è anche
colpa dei media, fra i quali, perdonami, metto anche
Città Nuova. Esagerando,
vedo che si continua a parlare del sesso degli Angeli
mentre la casa brucia. Gli
argomenti trattati da Città
Nuova sono tutti importanti
e belli ma contemporaneamente c’è il grave peccato
di omissione di non contribuire all’educazione della
società civile, a far diventare l’Italia un Paese finalmente un poco più civile,
partendo dalle piccole cose
della vita quotidiana, dalla
piccola attenzione all’altro,
cominciando a non buttare
cartacce per terra».
Mario D’Astuto
Caro D’Astuto, ha messo il dito in una piaga purulenta, quella del degrado
del vivere civile in Italia.
Concordo con quanto lei
dice. Sulla critica a Città
Nuova non sono il meglio
piazzato per rispondere.
Ma posso assicurarle l’impegno per una cittadinanza attiva e costante in redazione. Mi auguro che lei
se ne accorga leggendo le
nostre pagine.
DIRETTORE RESPONSABILE
Michele Zanzucchi
DIREZIONE e REDAZIONE
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per una Economia di Comunione
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del 13/1/57 e successivo n.5946 del 13/9/57
Iscrizione R.O.C. n. 5849 del 10/12/2001
La testata usufruisce dei contributi diretti
dello Stato di cui alla legge 250/1990
Città Nuova - n. 4 - 2014
2014
un anno di viaggi,
di incontri,
di emozioni.
Viaggiare vuol dire entrare nell’anima delle terre e
nelle anime che abitano le terre. Un’esperienza da vivere insieme.
GRAZIE A Fausto, Ivana, Antonio, Heliomar, Luisa, Anna, Wando,
Romulo, Rosa, Eudo… E AI TANTI CHE NEL 2013 HANNO SCELTO DI
“VIAGGIARE” CON Città Nuova!
....il viaggio continua…
Pellegrinaggio in Terra Santa 2014
Maggio dal 14 al 21 (e 1270,00 + 30,00 iscrizione)
Ottobre dal 01 al 08 (e 1270,00 + 30,00 iscrizione)
Ottobre dal 01 al 08 + Giordania (e 1470,00 + 30,00 iscrizione)
Dicembre dal 28 al 04 gennaio 2015
(quota in fase di definizione)
Croazia e Bosnia
Agosto dal 19 al 26
(e 870,00 + 30,00 iscrizione)
PER SAPERNE DI PIÙ
TEVERE VIAGGI tel./fax 0650780675 - cell. 3474136138/3477424894
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viaggi
Penultima fermata
GENERAZIONI A CONFRONTO
di Paolo Crepaz
Sdraiati
C
iascuno di noi trascorre un terzo della vita
in posizione orizzontale: ideale, più di ogni
altra, oltre che per riposare e dormire, per
pensare e sognare. Eppure, lo stare sdraiati
non gode di buona fama ed è scambiato per
immobilismo, passività, pigrizia. Viviamo in una
società in cui siamo chiamati a dare prova di determinazione, di operosità e di produttività. Chi
sta sdraiato – si dice – non tiene il passo, è debole, non sfrutta a pieno il tempo che gli è destinato.
Eppure qualche volta abbiamo sperimentato che
la vita orizzontale è di
valore inestimabile (ne sa
qualcosa Damiano, il mio
terzo nipotino che succhia
avidamente, sdraiato, al
seno di sua madre) e offre momenti di contemplazione da cui spesso
scaturiscono le idee migliori. Michelangelo ne
traeva grande piacere e
non avrebbe forse avuto
l’idea, altrimenti, di affrescare, sempre da sdraiato,
il soffitto della Cappella
Sistina, creando uno dei
massimi capolavori dell’umanità.
Il mondo, visto da sdraiati, specie all’aperto,
appare diverso: il limite, l’orizzonte scompare
per lasciare il campo ad uno spazio senza confi ni; il cielo e il sole, le nubi e il vento dischiudono visioni sempre mutevoli e sorprendenti;
le voci, i suoni, il contatto stesso con la realtà
che ci circonda sfuma. E l’assillo del tempo si
smorza, le questioni si ripropongono in una luce diversa, l’immaginazione vola. È nel sollevarci, spesso con le idee più chiare di quando
ci siamo coricati, che ci rendiamo conto del
vantaggio acquisito. Se il pensiero si nutre della posizione orizzontale, a parte gli astronauti,
il nostro meccanico e la mia amica che fabbri-
ca materassi, non è da distesi che, comunemente, lavorano gli esseri umani.
A fare eccezione è invece oggi un’intera generazione, gli adolescenti, “gli sdraiati”, come li chiama
Michele Serra nel suo gustoso romanzo-verità che
porta questo titolo. Quelli che in genere dormono quando il resto del mondo è sveglio, e vegliano quando il resto del mondo sta dormendo. Sono
sdraiati, apparentemente incapaci di portare a termine qualsivoglia lavoro. Mentre quelli della mia
generazione sono soffocati dall’ansia di riuscire
sempre a combinare qualcosa prima del tramonto,
incalzati dall’inesorabile
restringersi dell’avvenire,
per la prima volta nella
storia del mondo – spiega
Serra – i vecchi lavorano
e i giovani riposano: «Eri
sdraiato sul divano, dentro
un accrocco spiegazzato di
cuscini e briciole. Sopra la
pancia tenevi appoggiato
il computer acceso. Con
la mano destra digitavi
qualcosa sullo Smartphone. La sinistra, semi-inerte,
reggeva con due dita, per un lembo, un lacero testo
di chimica, a evitare che sprofondasse per sempre
nella tenebrosa intercapedine tra lo schienale e i
cuscini, laddove una volta ritrovai anche un würstel crudo, uno dei tuoi alimenti prediletti. La televisione era accesa, a volume altissimo... Alle orecchie
tenevi le cuffiette, collegate all’iPod occultato in
qualche anfratto: è possibile, dunque, che tu stessi
anche ascoltando musica». Mille connessioni e intanto, con gli altri umani alloggiati sotto lo stesso
tetto, zero dialogo, zero dialettica, zero attività. «La
cosa pazzesca – chiude Serra – è che nella verifica
di chimica hai preso sette, il voto perfetto: sei è risicato, otto da secchione». Davvero incredibile. Vado
un attimo a sdraiarmi e cerco di capire.
SI È FATTO POVERO
PER ARRICCHIRCI CON LA
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