Numero 87 - Anno XV, Marzo/Aprile 2007

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Numero 87 - Anno XV, Marzo/Aprile 2007
IL CLUB
Anno XV n. 87 (marzo/aprile 2007)
Bimestrale di informazione per i soci del Club Plein Air BdS
Pubblicazione periodica a circolazione interna
inviata anche ad altre associazioni di campeggio e alla stampa
Responsabile editoriale
Maurizio Karra
Associazione dei camperisti e
degli amanti del plein air del
Aderente a
Redazione
Mimma Ferrante, Giangiacomo Sideli e Alfio Triolo
Collaboratori
Francesco Saverio Bonsangue, Luigi Fiscella, Enza Messina,
Patrizia La China, Adriana e Pippo Palazzolo, Vittorio Parrino,
Giuseppe Eduardo Spadoni e Beppe Tassone
In questo numero:
A.I.T.R. Associazione Italiana
Turismo Responsabile
Editoriale
pag.
Vita del Club
Indiani e cow-boys
Passeggiando sotto la pioggia
Tra sacro e profano
Nei luoghi del mito
Prepariamoci ai viaggi dell’estate
Gemellato con
Camping Car Club ProvenceCote d’Azur
Calabria Camper Club Sila
Sede sociale
Via Rosolino Pilo n.33
90139 Palermo
Tel 091.608.5152
Fax 091.608.5517
Internet: www.pleinairbds.it
E-mail: [email protected]
Comitato di Coordinamento
Maurizio Karra (Presidente);
Giangiacomo Sideli (Vice Presidente); Francesco Bonsangue, Adele Crivello, Patrizia
La China, Massimiliano Magno ed Elio Rea (Consiglieri);
Maurizio Carabillò, Mimma
Ferrante, Vittorio Parrino e
Alfio Triolo (Collaboratori)
Collegio sindacale
Silvana Caruso La Rosa (Presidente); Luigi Fiscella e
Franco Gulotta (Componenti)
Collegio dei Probiviri
Pippo Campo (Presidente);
Giuseppe Carollo e Pietro
Inzerillo (Componenti)
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Tecnica e Mercato
Parliamo di tecnica
Il top per la coppia
Un bel mansardato per la famiglia
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Viaggi e Turismo
Il periplo della penisola iberica (prima parte)
Fra rocche e manieri dell’Emilia
22
28
Terra di Sicilia
Il castello di Donnafugata
La città delle caverne
30
33
Rubriche
Terza pagina
Vita in camper
Musica in camper
Internet, che passione
Riflessioni
Cucina da camper
News, notizie in breve
L’ultima parola
In copertina
Veduta del Tejo dalla Torre di Belem – Lisbona (foto di Pippo Palazzolo)
Questo numero è anche online sul nostro sito Internet
www.pleinairbds.it
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Editoriale
I
l nostro è un mondo caratterizzato da una “velocità” (di
ritmi, di trasformazioni, di tendenze e di mode) assolutamente sconosciuta rispetto ai tempi passati.
La globalizzazione in atto non è solo nei processi economici e finanziari, ma anche fra quelli culturali e
sociali, con refluenze sulla vita di
tutti i giorni di cui non sempre ci
rendiamo conto; e nemmeno la velocità con cui avviene tutto ciò è
sempre facile da comprendere.
Ma se pensiamo al mondo
del turismo, con la “vacanza” ormai a portata di tutti (o quasi),
scopriamo che quanto è accaduto
negli
ultimi
decenni,
almeno
nell’Occidente globalizzato, ha due
soli riscontri storici. Uno di questi è
il trentennio che va dal 1492 al
1522, un trentennio che segna
(con Colombo, Vespucci, Vasco de
Gama o Magellano) una rivoluzione
senza precedenti della geografia
del mondo: la corsa alle Indie attraverso il mare e le conseguenti
scoperte geografiche ed etnografiche da parte delle missioni guidate
dai grandi navigatori sconvolgono
in quel frangente storico, oltre la
cartografia tradizionale, anche le
basi eurocentriche della cultura nel
suo complesso mettendo direttamente in contatto quella parte della terra (l'Europa e, solo in parte,
la vicina Asia) che fino ad allora
aveva ritenuto di essere il mondo
“nella sua totalità” con quelle altre
parti della terra (l'Oriente nel suo
complesso, l'Africa e le Americhe)
di cui o non si aveva affatto notizia, o si avevano notizie vaghe e
piuttosto mitiche.
A spingere i molti casi questi grandi navigatori verso l'oceano
sconosciuto, al di là delle mitiche
colonne d'Ercole, era il desiderio di
avventura, la possibilità di trasformare la propria impresa in un
evento memorabile, il senso di sfida alle credenze di miti e di leggende (quelli medioevali e anche
quelli classici ritornati in auge col
rinascimento) che continuavano ad
aleggiare nell'aria in una società
che non riusciva ancora a fare del
tutto a meno di esprimersi per allegorie e simboli. Per tale ragione,
oltre che di mostri e sirene abitatori degli oceani, si favoleggiava sulle meraviglie esotiche dei luoghi
lontani, che avrebbero nascosto ori
e altri tesori immensi, protetti da
giganti o da altri strani uomini con
la coda o ancora da terribili animali
come draghi e idre.
Un’altra rivoluzione si ha a
partire dalla fine del ‘700, allorquando i giovani rampolli della nobiltà e, pian piano, anche quelli
della nascente borghesia, iniziarono a voler viaggiare per diletto, indipendentemente dalle finalità religiose che erano state, per tanti secoli, dei pellegrini sulle strade per
Roma o Gerusalemme o Santiago
de Compostela; segno di una cultura che la rivoluzione francese
aveva già profondamente iniziato a
laicizzare. Quei “moderni” viaggiatori (pensate a Goethe che soggiornò anche in Sicilia) furono i
precursori del turismo in senso
moderno, anche se “il viaggio” rimase per tanto tempo ancora appannaggio di poche persone che
avevano la possibilità economica
(e il tempo) per poter fare lontano
da casa i turisti.
La terza rivoluzione, quella
più vicina ai giorni nostri, avviene
quando il turismo diventa fenomeno di costume e insieme di massa:
con l’inserimento nei contratti di
lavoro del diritto a godere di alcuni
giorni di ferie pagate (già nella prima metà del secolo scorso), con i
nuovi veicoli di trasporto collettivo
(i “torpedoni”, ma anche gli “zeppelin” e i primi aerei che vanno ad
aggiungersi ai treni, ai “piroscafi” e
ai ferry-boat) e, pian piano, familiare (l’automobile). Il tempo libero
(cioè le ferie) si trasforma così non
solo in assenza momentanea
dall’occupazione, ma soprattutto in
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tempo utile da riempire di contenuti (viaggiare, conoscere, imparare altre lingue, divertirsi, ecc.) e la
vacanza si fa strada accanto al relax e al riposo. E tanto più si impone, quanti maggiori sono i giorni
liberi, e naturalmente le disponibilità finanziarie per gli spostamenti
in altri luoghi e il soggiorno una
volta a destinazione.
L’ultima vera sfida arriva
negli ultimi due decenni, quando al
concetto univoco e unitario di “turismo” inizia a contrapporsi quello
di “turismi”, tanti e diversificati fra
loro, per periodi lunghi o corti (anche il semplice week-end, complice
il sabato non lavorativo entrato
ormai nella consuetudine per tanti
lavoratori), con proposte e offerte
commerciali che si contrappongono
ai desideri e ai sogni dei singoli in
una logica di marketing in cui al
“prodotto” tradizionale (un detersivo o un frigorifero) è stato sostituito un prodotto meno materiale, ma
altrettanto concreto, come il “tour”
(la crociera, il soggiorno in villaggi,
il relax alle terme, il viaggio itinerante di gruppo, il fly & drive).
E fra i turismi contemporanei si colloca anche quello itinerante (il nostro), che vede nel veicolo camper uno dei mezzi ideali
per viaggiare ed entrare in contatto (da soli o in gruppo) - in modo
“diretto” e non “mediato” (da una
guida e/o da scelte altrui preconfezionate) - con gli altri, con la natura e il paesaggio, con la storia e i
monumenti, riannodando i legami
con il territorio e la memoria nel
passato secondo finalità volte prioritariamente all’arricchimento di
ciascuno
di
noi,
attraverso
l’interscambio di esperienze, la capacità di stabilire nuovi rapporti di
amicizia, la capacità quasi fanciullesca di scoprire tanti piccoli “nuovi
mondi” fra le pieghe di questo nostro mondo “globalizzato”, “catalogato” e “unificato”.
Sta quindi a noi far emergere questa nostra importante potenzialità, mettendo a frutto anche
ciò che la nostra associazione si
sforza di fare da anni: un modello
di turismo responsabile, sostenibile
e consapevole, da inventare ogni
giorno grazie alle esperienze e agli
stimoli di tutti i propri soci.
Maurizio Karra
Indiani e cow-boys
Bancari (e non) in libera uscita per la festa di Carnevale a Villafranca Tirrena
I
l week-end di carnevale
è stato l'ennesima piacevole occasione per far incontrare un gruppo
di soci in un ambito del tutto insolito. Infatti il 17 e 18 febbraio ci
siamo ritrovati all'interno dell'hotel
Parco Degli Ulivi di Villafranca Tirrena per un carnevale all'insegna
del divertimento. Il sito è davvero
un gran bel posto; dall'ampio piazzale antistante la hall, dove sistemiamo 15 mezzi, si gode un panorama idilliaco: le Isole Eolie in bellavista, i profumi del verde delle
colline vicine e un'aria appena frizzantina completano in modo sublime il quadro di "Madre Natura".
La struttura che ci ospita è un albergo polifunzionale in stile etnico
con ampia piscina che, ahimè, ci
ripromettiamo di collaudare in occasione di climi più caldi.
E così, sabato pomeriggio,
dopo i saluti di rito, conditi dalla
sincera voglia di rivedersi, iniziano
le varie attività pseudo-sportive;
capeggiati dai numerosi bambini
presenti, parte del gruppo si cimenta in corsi accelerati di equitazione, all'interno di un ben curato
maneggio.
Alcune immagini dei nostri ...eroi
Poco prima di banchettare,
ci adoperiamo nella fase della vestizione al fine di riprodurre, seppur in modo approssimativo, il
vecchio far-west; pian piano si vedono uscire dalle carovane a quattro ruote tutti i personaggi con costumi di manifattura “artigianale”
che attestano l'impegno profuso
nella realizzazione. Anche in questo caso il gruppo è equamente diviso tra indiani e cow-boys.
presto trasformiamo in una piccola
ed assordante Rio do Brazil.
L’indomani, il verde campetto di calcio a 5, messo a nostra
disposizione dalla direzione, è l'occasione migliore per far uscire il
calciatore che è dentro di noi; infatti, domenica mattina, indossate
tuta e scarpini, passiamo diverse
ore alternando qualche lodevole
tiro a qualche liscio degno della
Gialappa's. Il pranzo sui nostri
mezzi segna, come spesso accade,
la fine di un piacevole fine settimana passato tra amici.
Ci salutiamo programmando nuovi incontri e avendo come
unico denominatore la voglia di divertirsi. I cavalli scalpitanti dei nostri motori sanciscono la fine del
Carnevale.
Sotto l'occhio vigile degli
istruttori, sfilano in modo sontuoso
cavalli e cavalieri. Il resto del
gruppo preferisce concedersi qualche ora di puro relax all'interno del
Centro Benessere, alternando il rilassante idromassaggio al caldo
bagno turco, coccolati da dolci musiche paradisiache.
Tra un duello e l'altro, consumiamo una cena dove, per una
volta, il maiale la fa da padrone;
fra le chiacchiere e la tipica pignolata messinese si aprono le danze
all'interno di una sala da ballo che
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Testo di Vittorio Parrino
Foto di Patrizia La China e
Francesco Bonsangue
Passeggiando sotto la pioggia
Il 10 e l’11 marzo ci siamo recati a Sutera, in provincia di Caltanissetta, nonostante la pioggia incombente e la temperatura invernale; ma la fortuna aiuta gli audaci e il raduno si è
svolto con un alto gradimento tra arte, natura e gastronomia
L
a voglia di uscire era
davvero tanta, anche se le previsioni meteorologiche non promettevano niente di buono, sotto un
cielo incombente e una temperatura decisamente invernale; ma ugualmente un manipolo di coraggiosi (o di incoscienti?) la mattina
di sabato 10 marzo si è spostato a
bordo dei camper di appartenenza
verso il nisseno e la cittadina di
Sutera, meta di un raduno organizzato dal nostro presidente, tornato finalmente “proprietario” di
tutti e due i suoi piedi dopo
l’infortunio di fine novembre.
Quando la carovana dei
camper è arrivata nella cittadina,
recentemente insignita del prestigioso titolo di “Bandiera Arancione”
da parte del Touring Club Italiano,
si è sistemata nell’area attrezzata
realizzata dal Comune in Piazza
Rettore Carruba, vicino le scuole, e
chiaramente segnalata da cartelli
indicatori. Come era prevedibile i
saluti e gli abbracci tra i partecipanti si sono svolti sotto gli ombrelli multicolori, mentre il cielo
scaricava la sua dose di pioggia
prevista in un universo che rimaneva tenacemente grigio.
Ma i nostri eroi non se ne
sono preoccupati, organizzando il
pranzo e poi preparandosi per la
visita guidata della cittadina, che
ha avuto luogo dal primo pomeriggio sotto la guida della signorina
Giusy, nostro gradito anfitrione.
La cittadina si allarga
all’ombra del Monte San Paolino,
che si eleva per quasi 900 metri, e
le sue origini risalgono al periodo
arabo, come dimostrano chiaramente i suoi vicoletti tortuosi in
forte pendenza, gli archi e le case
aggrappate alla roccia del monte
soprastante, visibili in particolare
nel quartiere più antico, il cosiddetto Rabato, dall’arabo “borgo
chiuso”. Il nome del paese deriva
invece da un toponimo greco Soter, che significa sicura, grazie alla
posizione strategica dell’abitato
che domina sulla Valle dei Platani,
garantendo un notevole controllo
sul territorio circostante.
La nostra visita ha preso il
I nostri coraggiosi soci nell’area attrezzata del Comune di Sutera
e, in basso, durante la faticosa salita al Santuario di San Paolino
via dalla piazza principale della cittadina, Piazza Umberto I, che con
la sua forma semicircolare rappresenta il palcoscenico ideale degli
incontri quotidiani, sulla quale si
affacciano la sagoma del Municipio
e quella quattrocentesca della
chiesa di Sant’Agata, al cui interno
si può ammirare la statua della
Madonna degli Innocenti e il coro
con pregevoli stalli lignei risalenti
al ‘700.
Da qui, attraverso un intrico di stradine e scalinate in forte
pendenza, ci siamo tuffati nel cuore dell’abitato, visitando la chiesa
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di San Giovanni e i resti del palazzo nobiliare di uno dei figli più illustri della cittadina, quel Francesco
Salamone, capitano di ventura e
cavaliere siciliano, che partecipò
insieme ad Ettore Fieramosca alla
disfida di Barletta. E per completare degnamente il pomeriggio è seguita una sosta al caseificio locale,
con acquisti massicci di pecorino e
ricotta calda calda.
Abbiamo, quindi, approfittato della serata del sabato, nonostante la pioggia battente, per godere della compagnia reciproca,
divorando nel contempo anche una
sfilza di bruschette, patatine e ottima pizza presso la pizzeria “La
pineta”, raggiunta a bordo di qualche camper, al cui interno il calore
derivato dalla voglia di divertirsi e
di stare insieme è stato molto più
forte dell’umido e del freddo che il
clima dispensava all’esterno. E poi
non è rimasto che concederci il
sonno del giusto, sotto il leggero
picchiettare della nostra indesiderata compagna di viaggio, la pioggia, sempre lei!
Panorama del borgo antico di Sutera dalla Rocca di San Paolino
I nostri soci lungo i vicoli di Sutera
La mattina della domenica,
però, il cielo si è andato pian piano
rischiarando, consentendoci di effettuare il resto della visita cittadina senza ombrelli aperti, e premiando la nostra voglia di evasione, ma anche di conoscenza. Sotto
la guida della nostra guida ci siamo
così inoltrati nel dedalo inestricabile delle infinite scalinate e delle
stradine in notevole pendenza che
caratterizzano l’abitato di Sutera,
fino a raggiungere la chiesa del
Carmine, che ospita i sarcofagi della famiglia di Francesco Salamone
e la scultura della Madonna del
Soccorso, e qui abbiamo ricevuto i
saluti di benvenuto del Sindaco.
Quindi abbiamo continuato
a salire, a salire… sempre più in
alto, fino a scalare addirittura il
Monte San Paolino, alla sommità
del quale si innalza il Santuario di
San Paolino, da cui si domina un
panorama di ampio respiro, che
permette di cogliere in un solo
sguardo la visione delle Madonie,
della sagoma dell’Etna e di ben 22
comuni del cuore della Sicilia fra le
tre province di Palermo, Agrigento
e Caltanissetta. All’interno del Santuario abbiamo ammirato due
splendide urne, autentici capolavori dell’oreficeria siciliana del ‘500 e
del ‘700, che ospitano le reliquie
dei due compatroni di Sutera, San
Paolino e Sant’Onofrio, entrambi
oggetto di grande fervore religioso,
che si manifesta in particolare nel
corso della loro ricorrenza, che ha
luogo il martedì dopo Pasqua,
quando le sacre urne vengono portate in processione fino alla chiesa
di Sant’Agata.
Avendo ormai esaurito tutte le scorte di ossigeno dei polmoni, non ci è quindi rimasto che cominciare lentamente la discesa,
attraverso i 75 gradoni intagliati
nella roccia, fino a raggiungere il
quartiere del Rabato, in cui si innalza la Chiesa Madre, risalente al
‘600 e dedicata all’Assunta, che
ospita la magnifica Cappella dedicata al Sacramento, in una fusione
di marmi e intarsi in stile barocco,
un organo a canne tra i più antichi
della Sicilia e perfino i resti della
moschea musulmana sulla quale è
stata costruita, che testimoniano
l’identità araba del quartiere.
La nostra visita cittadina
era virtualmente terminata, anche
se ancora decine di scalinate e di
stradine in pendenza ci attendevano impietose; ma finalmente ci
siamo ritrovati in vista dei nostri
camper dove, dopo aver salutato
la signorina Giusy, ci siamo riposati le stanche membra e abbiamo
organizzato il pranzo domenicale,
sotto un cielo di nuovo incombente
e minaccioso.
Ma ormai il nostro finesettimana di fuga era agli sgoccioli
e, dopo i saluti di rito, abbiamo accettato di buon grado anche la
pioggia che ci ha fatto compagnia
durante il viaggio verso casa; tanto la mente era già impegnata ad
immaginare la prossima fuga…
Testo di Mimma Ferrante
Foto di Maurizio Karra
L’urna di San Paolino, magnifico esemplare di arte rinascimentale
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Tra sacro e profano
Nel corso del ponte pasquale, dal 5 al 9 aprile, trascorso tra Caltanissetta, Pietraperzia ed
Enna, non sono mancate commoventi manifestazioni pasquali, gemme architettoniche e
natura incontaminata tutta da godere, ma anche pranzi pantagruelici consumati tutti insieme in allegria
F
inalmente la stagione
più bella per godere delle escursioni in camper è cominciata e insieme al cielo azzurro sembra crescere a dismisura anche la voglia
di evadere dalla routine quotidiana, per tuffarsi nelle emozioni che
soltanto la libertà delle vacanze a
bordo delle nostre casette su ruote
sembra in grado di darci. Quale
occasione migliore, allora, di quattro preziosissimi giorni da spende-
re nel centro della Sicilia in occasione delle festività pasquali, tra
toccanti processioni, monumenti
da scoprire e tanta voglia di stare
insieme?
E’ quanto devono aver
pensato i numerosi soci, oltre venti
equipaggi, che si sono presentati
alla prima tappa del raduno pasquale, organizzato brillantemente
da Francesco Bonsangue, eccellente padrone di casa; così nel primo
pomeriggio di giovedì 5 aprile a
Alcuni soci al parcheggio del Monumento ai Caduti di Caltanissetta
In basso una delle sedici “Vare” portate in processione la sera
del Giovedì Santo per le strade del centro della città
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Caltanissetta è stato possibile vedere in Viale Regina Margherita,
presso il Monumento ai Caduti,
una sfilata di camper del Club Plein
Air BdS. E la voglia di primavera si
notava anche dalla presenza di tre
camper nuovi e fiammanti presenti
all’appello, un mansardato di Mario
Tomasino, un motorhome di Marcello Oddo e un semintegrale del
presidente, tutti ancora con la
...puzza di nuovo.
Non sono mancati, ovviamente, i giri panoramici nelle nuove casette su ruote, ben presentate dai rispettivi orgogliosi proprietari, e poi, dopo i saluti di rito e gli
auguri per i nuovi camper, i presenti si sono spostati nel vicino
centro storico, mentre una pioggerella sottile cominciava a cadere
inesorabile.
Era giovedì Santo e un po’
ovunque si potevano cogliere i
preparativi per la processione delle Vare, appartenenti ciascuna ad
una diversa corporazione cittadina. Ma nel pomeriggio le Vare sono sfilate coperte a causa della
pioggia, mentre in mostra nel cortile del Municipio si potevano ammirare le loro fedeli riproduzioni in
miniatura, le “Varicedde”, minuscoli gruppi statuari in cartapesta
che rappresentano i Misteri della
Via Crucis.
Quindi i presenti si sono
dedicati all’esplorazione del centro
storico della città, visitando il pregevole Duomo, risalente al ‘500
dedicato a Santa Maria la Nova e a
San Michele, il cui interno a tre
navate è decorato da stucchi e affrescato da Guglielmo Borremans.
La chiesa si affaccia su Piazza Garibaldi, scandita da una pregevole
fontana, mentre di fronte si innalza la bella facciata della chiesa di
San Sebastiano del XVII secolo.
Proseguendo lungo Corso
Umberto I si nota l’imponente Palazzo Moncada, risalente all’inizio
del ‘600, la sagoma del palazzo
nobiliare in cui è ospitata la sede
nissena del Banco di Sicilia e infine
la seicentesca chiesa di Sant’Agata, che dall’alto della scalinata su
cui si erge chiude splendidamente
la scenografia del corso e che
all’interno cela intarsi marmorei di
gran pregio e notevoli decorazioni
barocche. E prima di tornare
all’“accampamento” i partecipanti,
autentiche cavallette, hanno scoperto una fabbrica di torrone che è
anche un’ottima pasticceria in cui
hanno fatto incetta di tante ...cose.
In serata, in uno scenario
di intensa suggestione, si sono viste sfilare le sedici Vare su cui si
ergono gruppi statuari in legno,
gesso e cartapesta a grandezza
naturale, opera di scultori napoletani che si ispirarono ai capolavori
di Michelangelo, Raffello e Rubens.
La prima processione risale al
1881, quando gli zolfatari della
miniera Gessolungo, scampati ad
una morte violenta, decisero di
commissionare queste opere, che
rappresentano ciascuna una delle
stazioni della Via Crucis di Cristo.
La giornata successiva,
Venerdì Santo, è sorta sotto il cielo
azzurro e i monumenti nisseni alla
luce del sole sembravano rivivere
di nuovi colori, spronando i presenti ad immortalarli in scatti fotografici e riprese. E’ seguita, quindi
la passeggiata per i vicoli del centro storico, dove ogni giorno si
svolge il pittoresco mercato denominato “Strata a Foglia”, in cui pile
coloratissime di frutta, di spezie
esotiche, di olive di varia grandezza, di salumi, formaggi e pesce
danno vita ad un caleidoscopio di
grande impatto visivo, e ad
un’autentica gioia per gli occhi, per
l’olfatto e, naturalmente, per la gola delle numerose cavallette del
nostro gruppo.
La tappa seguente è stata
presso il Santuario che custodisce
la statua del Crocifisso nero, il simulacro più antico di Caltanissetta,
denominato il Signore della città,
che è il protagonista la sera del
Venerdì Santo di un’antica e suggestiva processione, nel corso della quale il Crocifisso, che secondo
la leggenda sarebbe stato ritrovato
nel 1625 da due contadini in una
grotta sul monte Sabucina, viene
posto su un baldacchino dorato e
portato a spalla e a piedi scalzi dai
“fogliamari”, i raccoglitori di verdure, che intonano le tradizionali ladate, cioè le lamentazioni bibliche
in un arcaico dialetto, cospargendo
di incenso il crocifisso, divenuto
nero a causa delle innumerevoli
candele che lo hanno illuminato nel
corso dei secoli.
La passeggiata per la Strata a Foglia, nel capoluogo nisseno
Sotto l’interno del Duomo
IL CLUB n. 87 – pag. 8
Alcuni nostri soci sulla sommità del monte su cui sorge Pietraperzia,
con i resti del castello medievale
Nella tarda mattinata il
programma prevedeva di spostarsi
nella vicina cittadina di Pietraperzia, dove i camper sono stati parcheggiati nel piazzale antistante le
Scuole Medie. Dopo un pranzo veloce i nostri eroi hanno cominciato
l’esplorazione cittadina, attraversando il centrale Corso Vittorio
Emanuele, su cui si affaccia il municipio, ospitato nell’ex-convento
dei domenicani e l’attigua chiesa
del Rosario; nella parte alta
dell’abitato vi è il belvedere, su cui
sono visibili le rovine del castello
cittadino, da cui si gode un panorama magnifico sulle verdissime
vallate sottostanti, mentre ridiscendendo ci si ritrova davanti la
Chiesa Madre, risalente al ‘500,
che ospita alcune sculture di scuola
gaginesca.
Ma la visita di Pietraperzia
era programmata per la processione del Venerdì Santo, i cui preparativi hanno avuto luogo presso la
Chiesa del Carmine, fronteggiata
dal Palazzo del Governatore del
XVII secolo, che è caratterizzato
da una lunga balconata retta da
belle mensole figurate.
Infatti, la piazza della chiesa è la scenografia di una manifestazione pressoché unica nel panorama siciliano, quella del “Signuri
di li fasci”, i cui preparativi cominciano alle 2 del pomeriggio, quando viene sceso dall’altare un crocifisso alto un metro e venti, di datazione incerta. Nel corso della benedizione del crocifisso si benedicono anche le cosiddette “misuredde”, fasce di colore rosso che
sono lunghe quanto l’altezza del
Cristo, mentre nella chiesa si sus-
seguono i caratteristici lamenti per
la morte del Salvatore.
Durante il pomeriggio sul
sagrato della chiesa viene portata
una trave, alta 8 metri e mezzo,
su cui sono fissati due semicerchi
che formano un cerchio di ferro su
cui vengono annodate circa 250
fasce, che sono strisce di lino
bianco lunghe 30 metri e larghe
40 centimetri, che vengono sistemate a metà della lunghezza, producendo strisce che sono il doppio
delle fasce originarie; ognuna di
queste fasce rappresenta un voto
o una grazia ricevuta. Alle 20 i
confrati formano una catena umana e con il suggestivo “passamani”
spostano la statua del Crocifisso
che viene così collocata sulla croce
posta nella parte alta della trave.
Quest’ultima viene solennemente innalzata alle 20,30,
mentre le innumerevoli candide
fasce tese dalle mani dei credenti
simbolizzano il legame dell’uomo
U Signuri di li fasci a Pietraperzia
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con il divino e si allargano e si
stringono a seconda dell’ampiezza
della strada, dando vita ad una
scenografia mistica dal forte impatto visivo. Seguono il Crocifisso
l’Urna con il Cristo morto e la statua dell’Addolorata, portata a spalla dalle donne appartenenti alla
Confraternita Maria Santissima del
Soccorso. La processione dura
quindi cinque ore, con lunghe soste, due girate in senso rotatorio
del fercolo e l’alzata a la calata
della croce.
Ed è stato davvero emozionante assistere ai febbrili preparativi, con le fasce che venivano
srotolate e fissate al cerchio di ferro, fino a formare una raggiera
candida attorno a cui si affaccendavano centinaia di persone; mentre l’oscurità calava il sagrato della
chiesa del Carmine si riempiva
all’inverosimile, è stato poi portato
fuori il Cristo e sistemato sulla croce; infine, quasi all’improvviso e in
aperta sfida con la legge di gravità,
si è innalzata la grandiosa trave,
circondata dalle bianche fasce che
le facevano corona, provocando ai
presenti un colpo al cuore e
un’emozione fortissima. E poi, come in una sorta di visione onirica,
questa enorme impalcatura si è
mossa e si è dato il via alla processione, circondata dal suono della
banda. Per quanto riguarda il nostro gruppo, dopo aver seguito il
corteo per un po’, in mezzo ad una
folla stipata all’inverosimile, siamo
tornati in camper emozionati e
grati per aver potuto assistere ad
uno spettacolo tanto commovente.
La mattina del sabato ci
siamo spostati ad Enna, dove abbiamo parcheggiato i camper in
Piazza Europa. Qui le consuete cavallette hanno “saccheggiato” i vicini negozi di alimentari, prima di
visitare la Torre di Federico II, ottagonale, alta 24 metri, con tre
piani di sale dalle volte a ombrello,
che sembra sia stata costruita nel
XIII secolo su una fortificazione
precedente e che ai nostri giorni è
immersa nel verde della rigogliosa
Villa Comunale.
Quindi, nel pomeriggio, i
partecipanti si sono
spostati a
bordo di un bus di linea, facendo la
consueta caciara nel riempire
l’autobus all’inverosimile e dando
vita ad una sorta di macchietta
comica con l’autista e gli altri pochi
presenti nel bus, fino alla Rocca di
Cerere, dove un tempo si trovavano i resti del tempio di Cerere con
le statue colossali della dea;
dall’alto della rocca si gode un panorama magnifico a 360 gradi sulle
vallate circostanti, intrise di uno
splendido verde smeraldo, su Enna
e sulla dirimpettaia Calascibetta.
L’interno del bellissimo
Duomo di Enna
Si è visitato anche il vicino
Castello di Lombardia, uno dei più
importanti castelli medievali della
Sicilia, risalente al dominio svevo,
che conserva una pianta irregolare
e solo sei delle venti torri originarie. Quindi ci siamo spostati al vicino Duomo, fondato nel ‘300 dalla
regina Eleonora d’Aragona, che
vanta un portale cinquecentesco
con un bassorilievo marmoreo, e
un ricco interno sontuosamente
decorato, in cui spicca un notevole
soffitto a cassettoni, pregevoli dipinti, un pulpito marmoreo e la sagrestia con mobili finemente intagliati con temi sacri.
E’ seguita poi una piacevole passeggiata nel cuore del centro
storico, mentre il cielo si chiudeva
e la temperatura si abbassava notevolmente. La serata è trascorsa
in piena libertà, mentre alcuni andavano a mangiare una pizza e altri si recavano dopo cena alla Messa Pasquale, celebrata in una chiesa vicina al parcheggio.
Anche il giorno di Pasqua
alcuni dei soci hanno assistito alla
Santa Messa, e poi ci si è diretti
verso sud, fin sotto Piazza Armerina, fermandosi presso l’azienda
agrituristica Gigliotto, una accogliente struttura caratterizzata da
un’elegante palazzina con cortile,
piscina, parco giochi e un comodo
parcheggio. Qui le cavallette BdS
hanno consumato un pantagruelico
Foto di gruppo alla Rocca di Cerere, accanto al Castello di Lombardia,
a Enna. Sotto il parcheggio cittadino di Piazza Europa
IL CLUB n. 87 – pag. 10
pranzo pasquale, a base di antipasti vari, risotto con spinaci e asparagi, ravioli, capretto, maiale in
salsa d’arancia, sgaloppine, frutta
e cassatelle di ricotta di cui le fameliche cavallette hanno richiesto
il bis e anche… il tris, senza alcun
pudore, come da tradizione.
Nel pomeriggio, per smaltire le migliaia di calorie ingurgitate,
si è svolta una piacevole passeggiata tra i prati e i fichidindia fino
al vicino borgo di San Cono, e mai
nome è stato più appropriato, perché proprio qui i presenti hanno
“assaltato” la gelateria di zio Concetto, per un ...san cono di gelato,
alla faccia della linea!
Dopo essere quindi tornati
all’agriturismo, la serata è trascorsa tra proiezioni di foto e festeggiamenti di anniversari di matrimonio, come quello di Fina e
Mimmo Napoli, che hanno raggiunto insieme le 46 candeline!
Il lunedì di Pasquetta ci
siamo spostati di buon mattino nei
vicini boschi vicino ad Aidone, alla
ricerca di un prato adatto ad ospitare una ventina di camper e, dopo
averlo trovato, ci siamo sistemati
per il rito gastronomico della Pasquetta. Così, in un battito di ciglia
sono usciti dai gavoni dei camper
barbecue, carbonella, sedie e tavoli e le cavallette BdS hanno dato il
meglio di sé, preparando rotoli chilometrici di salsicce, costatine di
maiale e vitello, agnello e castrato,
spiedini, melanzane e carciofi da
arrostire sapientemente, mentre le
volute di fumo che si innalzavano
verso il cielo facevano pensare ai
sacrifici che secoli fa si facevano
agli dei che, beati loro, si accontentavano soltanto del profumo.
L’ottimo pranzo di Pasqua presso l’Azienda Agrituristica Gigliotto
di Elio Savoca, vicino Piazza Armerina.
In basso il gelato che ha completato la ...dieta di Pasqua
Non così i soci BdS, che si
sono ritrovati a spazzolare a tempo
di record tutto quel ben di dio la-
La grande grigliata di Pasquetta nei boschi vicino ad Aidone
IL CLUB n. 87 – pag. 11
boriosamente preparato, senza
tralasciare insalate di vario tipo e
macedonie; e alla fine del rito si
sono radunati tutti attorno al tavolo del presidente, dove si sono
immolate numerose colombe pasquali e si è brindato ai nuovi
camper e ai viaggi dell’estate incombente.
E poi, mentre un po’ di
persone restavano a godersi l’aria
pulita e il sole, i “disgraziati” che
dovevano rientrare in serata si sono preparati ad accendere il motore dei loro camper e a tornare verso casa; ma già mille progetti di
prossimi viaggi e gite fioccavano
in testa e rendevano meno duro il
rientro (momentaneo) ai domicili
di appartenenza…
Testo di Mimma Ferrante
Foto di Maurizio Karra
Nei luoghi del mito
Un fine settimana di sole radioso, quello del 21 e 22 aprile, ci ha visto esplorare per
l’ennesima volta la splendida cittadina di Erice e il suggestivo lungomare di Cornino, lasciandoci più affascinati che mai da un tale mix di arte, natura e naturalmente di … gastronomia
D
opo un inizio di primavera decisamente capriccioso e
“bagnato”, la seconda metà di aprile ci ha regalato delle giornate
magnifiche; così, finalmente sospesi in un cielo azzurro porcellana
e circondati da una luce radiosa, di
quella capace di risvegliare chiunque dal forzato letargo dell’inverno, ci siamo gettati a capofitto
nell’esplorazione del mondo circostante a bordo delle nostre casette
su ruote. E nel week-end del 21/22
aprile ci siamo diretti verso
l’estremità occidentale della nostra
Sicilia, approdando nella splendida
rocca di Erice, la cui visita avevamo dovuto rimandare appena un
mese prima, a causa delle condizioni meteorologiche proibitive.
Gli equipaggi partecipanti
al raduno si sono ritrovati già la
mattina di sabato 21 aprile nel
parcheggio di Porta Carmine, messoci gentilmente a disposizione dai
vigili dietro nostra richiesta, e da lì
ha preso il via nel primo pomeriggio la visita cittadina, in compagnia
di una preparata guida dell’Azienda
di Soggiorno. Fin dai primi passi
l’incanto che questo borgo, sospeso su una rocca a dominio della Sicilia occidentale, è in grado di dispensare a piene mani ai fortunati
che lo visitano ci è entrato sottopelle affascinandoci come una sorta di magia che si ripete ogni volta
uguale a se stessa.
D’altro canto non c’è proprio da stupirsi delle nostre reazioni, dato che Erice rappresenta un
felice connubio tra suggestioni ed
emozioni, mito e storia, arte e cultura; secondo la leggenda fu fondata da Erice, re degli Elimi, ma
anche figlio di Venere e di Bute.
Nel corso dei secoli numerose dominazioni hanno lasciato il loro segno nelle vecchie pietre cittadine,
a cominciare da quella fenicia, di
cui restano le gigantesche mura,
dette elimo-puniche; di queste antiche fortificazioni sopravvivono
quindici torri, visibili percorrendo il
giro delle mura, e tre grandi porte
di accesso al borgo murato: Porta
In alto i nostri camper nel parcheggio di Porta Carmine
In basso i nostri eroi nel corso della passeggiata verso il centro di Erice
Spada, Porta Carmine e Porta Trapani. Sempre ai fenici è attribuito il
tempio edificato nel punto più alto
della rocca e dedicato alla dea
Thanit, dea della fecondità, conosciuta dai Greci come Afrodite e
dai romani come Venere Ericina.
Qui nell’antichità le sacerdotesse
ricevevano i pellegrini offrendo il
loro corpo a questi ultimi, come
tramite tra l’uomo e il divino, e
non c’è da stupirsi che questa sorta di intercessione carnale fosse
molto richiesta, dato che gli uomini
non si stancano mai di cercare un
contatto con il mondo divino…
IL CLUB n. 87 – pag. 12
In età normanna, sulle rovine del tempio, fu costruito il Castello di Venere, circondato da un
lussureggiante giardino, con un
panorama mozzafiato su Trapani e
le saline, così come su Monte Cofano e le isole Egadi. Ma forse il
fascino maggiore dell’abitato si coglie proprio passeggiando lungo le
sue
stradine
silenti,
tra
l’acciottolato dei vicoli uguale da
secoli, il portale decorato di una
chiesa che spezza all’improvviso la
pietra viva delle costruzioni, i cortiletti di impronta araba che appaiono da un portone semiaperto e i
colori del notevole artigianato tipico della cittadina, come le tradizionali pezzare, i tappeti di stoffa
multicolore tessuta al telaio, o come le splendide ceramiche artistiche; o ancora come ...i sublimi
dolcetti alla mandorla, la cui ricetta
si tramanda dal ‘400.
Foto di gruppo dei nostri soci
In basso la Za’Maria con alcuni
suoi dolcetti
Questi ultimi, disponibili in
numerose e squisite varianti di gusto e di colore, sono stai presi
d’assalto dalle nostre cavallette
d’ordinanza, che si sono sbizzarrite
ad assaggiarli e a comprarli senza
limiti né pudore, affastellando pacchetti su pacchetti ed esplorando
minuziosamente tutte le pasticcerie del borgo, fino a conoscere la
maggiore conoscitrice di queste
antiche ricette, la Za’ Maria, che le
ha apprese da bambina direttamente dalle monache e che ai
giorni nostri è proprietaria di una
catena di pasticcerie locali, al cui
interno i nostri eroi si sono gettati
a capofitto anche sulle deliziose
“minne di monaca”, delle genovesi
con crema pasticcera, vaniglia e
cannella, riemergendone estasiati.
Dopo questo primo intermezzo gastronomico, il primo di
una nutrita serie, la visita è proseguita con l’esplorazione di alcune
chiese, come quella di San Giovanni Battista, la più vasta della
cittadina, che è sormontata da una
maestosa cupola e ospita pregevoli
opere d’arte, come la statua di San
Giovanni realizzata da Antonio Gagini; o come la magnifica Chiesa
Madre, in stile gotico, affiancata da
una poderosa torre campanaria,
usata come prigione fino all’inizio
del ‘900, con un interno a tre navate e un tetto splendidamente
decorato con una sorta di “ragnatela” di stucchi e decorazioni.
Nel tardo pomeriggio il
vento freddo che si incuneava tra i
vicoli e la nebbia che saliva fino a
coprire la rocca hanno avuto ragione dei nostri eroi che si sono
affrettati a tornare nelle loro accoglienti casette su ruote per ritemprarsi; e poi in serata il gruppo si è
trasferito nel vicino ristorante “Ulisse”, per il consueto rito della pizza e del cous cous di pesce, specialità della zona. E forse sarebbe
meglio tacere su quello che è accaduto nei vari tavoli, dove le cavallette BdS, diventate ormai un
vero e proprio gruppo d’assalto, si
sono avvicendate nel divorare antipasti, pizze, piatti di cous cous,
ancora pizze, a scolare litri e litri di
Bianco d’Alcamo, arrivando perfino
ad inzuppare il pane nel brodo di
cous cous rimasto, tra l’ilarità generale e gli sguardi esterrefatti dei
camerieri, che probabilmente non
si erano mai trovati davanti a simili
pirahna. E a questo punto è meglio
stendere un velo pietoso sui bis e
sui tris richiesti dai commensali,
fino al ritorno in camper, dopo una
passeggiata serale tra i vicoli del
borgo per tentare di smaltire le
migliaia di calorie ingurgitate, impresa davvero epica, ma veramente impossibile.
Il castello di Venere
Dopo una notte movimentata non soltanto dalle laboriose
digestioni, ma anche dal “passìo”
di alcuni gruppi di ragazzi, al primo
sorgere del sole le scatenate caval-
L’artigianato tipico di Erice
IL CLUB n. 87 – pag. 13
Prepariamoci ai viaggi
dell’estate
In alto le cavallette pronte all’abbuffata di “minne di monaca” nella
terrazza panoramica della Za’ Maria.
In basso i nostri camper sul lungomare di Cornino
lette si sono destate con il pensiero
ricorrente di altre “minne di monaca” calde da ingurgitare; così dopo
aver tirato giù dal letto la coppia
presidenziale, eccole in marcia fino
alla pasticceria della Za’ Maria, sul
cui terrazzo con vista sulle Egadi si
è consumato nuovamente lo spettacolo di mandibole che masticavano incessantemente, spazzolando via delizie su delizie fino allo
sfinimento.
Con le panze traballanti si
è ritornati quindi all’accampamento
di Porta Carmine, dove la carovana
di camper ha ripreso la strada
scendendo dalla rocca di Erice verso il mare sottostante e fermandosi sul litorale di Cornino, disteso
tra una lunga spiaggia e un mare
dalle tonalità cangianti; qui i nostri
eroi, immersi in una luce paradisiaca, si sono crogiolati al sole come lucertole, prima però che il
pensiero fisso del cibo li catturasse
nuovamente, sicuramente stimolato dall’aria aperta…
Un momento di relax
E
finalmente,
dopo
l’abbuffata del pranzo domenicale
e una rigenerante chiacchierata
tutti
insieme
a
pregustare
l’imminente gita in Calabria, le nostre cavallette d’assalto hanno ripreso la strada verso casa, beandosi di ogni raggio di sole disponibile e incamerandolo fino alla prossima fuga verso la libertà…
Testo di Mimma Ferrante
Foto di Maurizio Karra
IL CLUB n. 87 – pag. 14
Visto l'approssimarsi dell’estate e anche in relazione ai progetti di viaggio che ogni socio elabora per tempo prima delle proprie
ferie, come ogni anno appare opportuno che entro il 15 maggio
p.v. pervengano al Presidente o al
Vice Presidente proposte e indicazioni per i viaggi della prossima estate da parte di chi desidera proporsi come organizzatore di un
viaggio di gruppo, al fine di porre il
direttivo nelle condizioni di predisporre la migliore progettazione
dei tour di gruppo dell’estate 2007
e di redigere quindi l'elenco e il calendario dei vari viaggi.
A tale fine, i soci interessati a viaggiare in compagnia di altri
equipaggi del Club dovranno predisporre entro la predetta data un
semplice progetto nel quale siano
evidenziati: il periodo prescelto per
l'effettuazione del viaggio (data di
inizio e numeri giorni); il Paese o i
Paesi che saranno oggetto del
viaggio; gli obiettivi che il viaggio
si prefigge in particolare (culturale/ricreativo/naturalistico…) ed eventuali esigenze familiari (soste
libere/in camping, disponibilità a
lunghi spostamenti o no, figli piccoli a bordo, ecc.); i costi presunti
per il viaggio stesso (veicolo +
coppia di 2 persone; eventuali persone oltre le prime 2); infine, il
nominativo di altri eventuali soci
con i quali il viaggio viene organizzato e/o sarà realizzato.
Il direttivo del Club si riunirà a fine maggio per esaminare i
progetti di viaggio nel frattempo
pervenuti, con l'obiettivo di selezionare le proposte che possano
favorire la massima reale partecipazione di altri equipaggi, evitando
nel contempo una possibile polverizzazione delle iniziative, soprattutto se il loro numero dovesse risultare già in partenza eccessivo.
Sarà quindi redatta la circolare con
il calendario dei viaggi di gruppo
del Club per l'estate 2007 che sarà
portata a conoscenza di tutti i soci
e dei CRAL BdS.
Tutti i soci potranno nel
frattempo richiedere le schede informative relative alle banche-dati
sui vari Paesi esteri e consultare la
sezione “I Viaggi dei soci” del sito
Web del Club.
Parliamo di tecnica
Euro 2, Euro 3, Euro 4 o Euro 5? Lungo o lunghissimo? Ecco il dilemma...
Non il grillo ma il gatto
del focolare
or ti consiglia, splendido
lare della dispersa tua famiglia.
La casa che tu rechi
con te ravvolta, gabbia o cappelliera,
sovrasta i ciechi tempi come il flutto
arca leggera - e basta al tuo riscatto.
con l’annullamento quasi totale
degli inquinanti: l’ossido di azoto
dovrà diminuire del 68% arrivando
a 0,896 grammi, e così gli altri.
Codeste emissioni di gas serra, saranno misurate in grammi di Co2
equivalenti per ogni Km.
M
ontale, senatore a
vita e Nobel, pare riferirsi proprio a
noi camperisti. Ammetto un certo
sforzo interpretativo: le nostre arche, leggere o pesanti, vere case
dal costo proibitivo, in questi tempi
inquinati e perigliosi, galleggiano a
cercare un approdo e un riscatto
tra profondi flutti marini. E perché
ciò avvenga, come dovranno essere nel futuro i nostri mezzi? Chi ci
consiglierà nella scelta di centinaia
di modelli, vere gabbie, che si differenziano ormai solo nelle cappelliere?
Nei precedenti articoli li ho
fotografati dall’esterno; li ho sezionati, descritti e trattati quasi
con disperato amore, nelle parti
meccaniche più nascoste, per conoscerli, nella convinzione che una
scelta preventiva oculata e consapevole potesse evitarne, almeno
nel breve periodo, una inutile e costosa sostituzione, a vantaggio esclusivo dei venditori.
Intanto il nume tutelare
perché ciò non avvenga, è il parlamento europeo, che con un nobile e tardivo riscatto, ha stabilito i
parametri delle emissioni, Euro 4,
in vigore già dall’ottobre 2006. Per
ogni Kw di potenza, e per ogni ora
di funzionamento, non bisogna
emettere più di:
•
3,5 grammi di ossido d’azoto
(Nox), che distrugge lo strato
protettivo di ozono;
•
0,02 grammi di particolato
(polveri sottili PM10, o PM 2,5
ancora più infiltranti);
•
1,5 grammi di anidride carbonica (Co2);
•
0,46 grammi di idrocarburi incombusti.
Dal 1° settembre 2009 entrerà in vigore l’Euro 5 che prevede una riduzione del 20% dei suddetti valori, portando il Nox a 2,8
grammi e il particolato a 0,004
grammi. Dal 2014 ci sarà l’Euro 6
Il muso del nuovo Ducato Fiat
Oggi un’auto media Euro 3,
e sono decine di milioni, inquina
con oltre 162 grammi di Co2; una
Porche con 300, una Ferrari con
400, una normale auto americana
con almeno 600 gr./Km. Intanto i
produttori europei protestano, ottenendo che il Co2 emesso possa
essere di 130 gr./Km., invece che
120, entro il 2012 e si impegnano
a dedurre ancora 10 grammi, ma
scaricando su altre spalle il maggior costo; possono farlo migliorando la scorrevolezza gommeasfalto; spronando le ditte fornitrici
a separare gli accoppiamenti
dell’alternatore (con un giunto esso potrà caricare solo durante le
frenate o le discese); usando più
bio combustibile (ma il cultivar di
provenienza, spiantando foreste,
abbasserebbe il volume totale di
ossigeno, con ulteriore danno); sostituendo il condizionatore con
pompa di calore; abbassando il peso e il Cx aerodinamico a valori
impensabili.
In questa giusta crociata
per salvare il mondo e in attesa del
testo legislativo, poveri camper. Ci
vorranno decenni, sempre che si
sia in tempo e sempre che tutti
adottino codeste restrizioni per riportare l’aria ad una certa purezza: dal 1990 al 2002, malgrado il
protocollo di Kyoto, firmato l’11
dicembre 1997, le emissioni sono
aumentate in Italia del 12,3%: sono a 600 milioni di tonnellate; la
Germania è a 1 miliardo; gli USA
sono a 7 miliardi di tonnellate, equivalenti al 34% del totale; la
Russia è a 3,6 tonnellate, cioè il
18%. Ma Usa, Cina, India non ratificano Kyoto per opposte ragioni: i
Paesi in via di sviluppo, con etica
corretta, vogliono lo stesso benessere dei ricchi, che resistono nella
loro miopia.
Per noi, ad ogni revisione,
Il piazzale di un concessionario sempre pieno di camper nuovi e usati
IL CLUB n. 87 – pag. 15
una nuova svalutazione, con un
processo sostitutivo che durerà
molto più dei tre o cinque anni dichiarati, essendo impensabile una
rottamazione alle scadenze previste.
Gadabout dicono gli inglesi,
e indicano un girandolone, un vagabondo. Con licenza poetica direi
vagamondo. E chiamerei così solo i
camper puri o le autocaravan profilate al di sotto di una certa lunghezza, diciamo 6 metri e 50 cm,
che sono già grandi; mezzi che sono nomadi, mobili, che possono
praticare a tutto campo (!!!)
l’abitar viaggiando, il pleinair: si
privilegia il viaggio quale forma di
conoscenza, quasi di esplorazione;
come si sforza di incitare da anni
Raffaele Jannucci, o come cerca di
aderire a questa idea, con fatti
concreti, il nostro Club.
La razionalissima pianta di un
semintegrale lungo 6,5 metri
Tutti gli altri mezzi li classificherei brutalmente come casa
stanziale,
permanent,
fixed,
standing, con 2 ruote motrici, dotata di motore e di sterzo, ma inutilmente potente. Con utile cacofo-
Dove possiamo più noi fermarci, anche da soli, o con un minicamper?
Le città ci sono interdette; i lungomare e i porti sono off limits...
IL CLUB n. 87 – pag. 16
nia, penso proprio che bisogna ripensare la terminologia in base
all’uso del ‘mezzo’ camper. In senso lato, se è vero che esso ci permette assoluta libertà di programmare i nostri viaggi, e con evidente ossìmoro, di andare senza
programmi prestabiliti in ogni dove, è anche vero che non in tutti i
posti si possa andare con i mastodonti odierni. Si obbietterà che anche i TIR vanno ovunque, raggiungendo qualsiasi località, ma direi
che lo fanno sempre attraverso autostrada o superstrada e fermandosi nelle apposite piazzole o negli
interporti!
E
non
è
certo
caravanning!
E dove possiamo più noi
fermarci, anche da soli, o con un
minicamper? Le città ci sono interdette; i lungomare e i porti sono
off limits; i campeggi sono costosi
e odiosi, almeno in Italia; le aree
attrezzate sono brulicanti e sporche, o assolutamente vuote e distanti, ma sempre sporche. Ciò fa
parte del costume e non intendo
parlarne per ora; ma quanta responsabilità è innescata nei divieti
dall’impatto volumetrico degli attuali mezzi, oltre che dal nostro
comportamento?
Nel maggio 2002, in un
dibattito suscitato da una mia lettera aperta a “Plein Air” e proseguito sulle colonne del nostro bimestrale, ancora non si era arrivati a codeste aberrazioni, ma già se
ne intravedevano i prodromi; ferma restando la libertà individuale
di scelta, che sottintende comunque un’approfondita conoscenza
del mezzo che può soddisfare i nostri bisogni, più che i nostri desideri, fa impressione nei centri di
vendita il fronte di decine di giganteschi mammut del tutto simili,
dove i commerciali, come parodia
di vendita professionale oculata,
ricorrono a vuote frasi ricorrenti:
‘è un bel mezzo; per il pagamento
non c’è problema, arriviamo a 120
mesi!’. Pagheranno ancora quando
avremo i motori a idrogeno o elettrici a propulsione fotovoltaica!
E non è vero che a maggior grandezza, corrisponda altrettanta spaziosa comodità. In ogni
caso meglio di loro farebbe il gatto
iniziale di Montale, che conosce
ogni anfratto!
Giuseppe Eduardo Spadoni
Il top per la coppia
Un semintegrale dallo straordinario rapporto qualità/prezzo
N
on capita tutti i giorni
di curiosare fra i veicoli nuovi di un
concessionario, chiedendo magari
del più e del meno di quel modello
e di quell’altro e di innamorarsi di
un veicolo uscendo con il contratto
firmato: è quello che è successo a
me con il Mobilvetta Top Driver
P82, un semintegrale che non ero
intenzionato affatto ad acquistare
– almeno per il momento - al posto
del mio camper, ma che alla fine
mi ha talmente convinto da farmi
capitolare di fronte alla qualità
dell’allestimento e allo straordinario rapporto qualità/prezzo.
Mobilvetta Top Driver P82
L’elegante esterno del Mobilvetta Top Driver P82.
In basso la zona living
Tipologia: semintegrale
Meccanica: Fiat Ducato 130 cv
Lunghezza: m. 6,97
Larghezza: m. 2,33
Altezza: m. 2,75
Posti omologati: n. 4
Posti letto: n. 4 (2 matrimoniali)
Serbatoio acque chiare: l. 130
Serbatoio acque grigie: l. 110
WC: kasset l. 17
Riscaldamento: a gasolio Webasto
Boiler: a gas da 10 litri
Frigorifero: trivalente l. 150
Blocco cucina: 3 fuochi + forno
Oblò n. 1 maxi + 2 cm. 40x40
Prezzo chiavi in mano: € 49.780
E non avrei il coraggio di
parlarne adesso sul nostro bimestrale se tanti di voi che lo hanno
“visitato” alla prima uscita del Club
non mi avessero chiesto esplicitamente di farlo, dato che è apparso
chiaro che si tratta di un veicolodi
classe, in grado di dare punti anche a mezzi più costosi.
Il Top Driver P82 è proposto dalla Mobilvetta su meccanica
Ducato passo lungo da 35 quintali,
telaio ribassato e motorizzazione
2.300 da 130 cavalli. Meccanica
che già alle prime prove ha dimostrato una silenziosità di marcia e
un’elasticità davvero incredibili, sia
per l’ottima insonorizzazione del
vano motore che per il motore
stesso, il Multijet Fiat con un otti-
IL CLUB n. 87 – pag. 17
mo rapporto al cambio (a 6 rapporti). Il passo lungo (4035), unito
al telaio ribassato, garantiscono a
loro volta una grande stabilità in
movimento, anche sui percorsi misti e di montagna, e questo fa sì
che la guida sia rilassante in ogni
condizione; e l’aria condizionata in
cabina di serie fa la sua anche di
fronte al caldo dell’estate.
Se la linea filante del mezzo colpisce lo sguardo all’esterno,
il vero e proprio colpo di fulmine
avviene una volta dentro: è, infatti, la luminosità dell’insieme a determinare meraviglia: per l’ampia
finestratura laterale (5 finestre),
per il maxioblò centrale, nonché
per il raccordo fra cellula e cabina
senza soluzione di continuità; e infine per la scelta dei mobili, in noce chiaro, e della tappezzeria, in
alcantara e velluto di fondo avorio
con inserti lineari di colore azzurro
e celeste.
La parte living è strutturata
con una semidinette cui si contrappone un altro divano, sopra i
quali trovano posto due coppie di
pensili; allungando il divano della
dinette, così come il tavolo, e girando i due sedili della cabina, si
scopre che si sta bene in 8 per fare
conversazione e in 7 a tavola. Sulla parte centrale del raccordo della
cabina è sistemato in alto un mobile pensile che nasconde la staffa
per sistemare uno schermo televisivo LCD, che trova già predisposti
tutti i collegamenti (presa elettrica
e cavo di antenna).
pra il quale, a perimetro, sono sistemati quattro grandi pensili e un
vano angolare a giorno, mentre
sotto le doghe in legno del letto si
trova un enorme vano di carico accessibile sia dall’esterno che alzando la rete del letto con facilità grazie gli appositi martinetti idraulici.
il recupero delle acque della cucina; soluzione tipica della Mobilvetta che può dare fastidio – proprio
per essere impietosi nella valutazione del mezzo - per la necessità
di effettuare sempre un doppio
scarico,
ma
soprattutto
per
l’infelice posizionamento delle valvole adatte allo scopo, in particolare per quella posteriore delle acque
reflue del bagnetto, sistemata proprio al centro del camper, quindi
non sempre in posizione utile per
uno scarico facile e immediato.
L’ angolo posteriore con il letto
L’ angolo cucina
Appena oltre la zona living
è sistemata la zona cucina, con
una grande isola “a elle” dietro il
divano centrale, per la cucina a 3
fuochi e la cappa aspirante, il lavello e il piano di lavoro angolare;
Qui sono sistemati anche due pensili, due cassetti e un vano basso
con antina; mentre il frigorifero,
trivalente da 150 litri, è dalla parte
opposta, accanto la porta di accesso. Sopra il frigo, il forno a gas con
grill e un vano a giorno.
Una elegante porta scorrevole in legno può separare con facilità la zona giorno da quella notte, dove trovano posto a sinistra il
letto alla francese (135 x 210), so-
Forse qui la Mobilvetta avrebbe potuto prevedere anche un
accesso interno dal basso, mediante un’anta a ribalta, e magari anche una divisione del grande gavone in due parti, per l’appunto una
accessibile dall’esterno e una, magari più piccola, dall’interno, per
evitare una sistemazione promiscua e alla rinfusa dei vari oggetti
(tavolo, sedie, cambusa, ecc.); ma
la cosa è facilmente risolvibile con
un intervento artigianale di falegnameria, dal costo quasi irrilevante.
Nella parte destra si trova
invece l’armadio a due ante, sotto
il quale è sistemato il boiler. Accanto all’armadio vi è la porta di
accesso, anch’essa scorrevole, che
introduce nel bagnetto, ben aerato
sia dalla finestra che dall’oblò; qui,
al di là di mobiletti bassi e di pensili, colpisce la grandezza del box
doccia (con antine a fisarmonica di
chiusura), il cui piatto di cm. 70 x
95 consente un utilizzo senza alcun
problema anche da parte di persone di corporatura robusta.
Il veicolo ha in dotazione
un serbatoio per acqua potabile di
130 litri e due serbatoi per il recupero delle acque grigie, di complessivi 110 litri, uno sottostante la
doccia, in coda, l’altro al centro per
IL CLUB n. 87 – pag. 18
Il bagnetto del P82
Proprio per averlo acquistato, ho cercato di essere molto
“cattivo” nel trovare i punti non
positivi del veicolo, tutti comunque
risolvibili con facili interventi postvendita; ma obiettivamente devo
dire che la qualità del mezzo è fuori discussione e si evidenzia in ogni
dettaglio e nell’assemblaggio generale, sia all’esterno (cellula in vetroresina e ottima coibentazione)
sia all’interno (pavimento in parquet, mobili in legno arrotondato,
chiusure in alluminio satinato, porta cellula con zanzariera, ampia
vivibilità interna sia in lunghezza
che in altezza, ecc.): un semintegrale perfetto per la coppia, insomma, questo P82 Mobilvetta,
grazie anche a un eccellente rapporto qualità/prezzo: meno di
50.000 euro. Un prezzo inferiore (e
di gran lunga) a veicoli con i quali
può essere raffrontato per analogia
di allestimento e qualità costruttiva, come Arca o Rapido, in ogni
caso altrettanto belli e di qualità.
Maurizio Karra
IL CLUB n. 87 – pag. 19
Un bel mansardato per la famiglia
L’Adria Coral A680Sk riesce a coniugare eleganza, comodità e praticità a un ottimo prezzo
P
er la coppia con due
ragazzi è uno dei veicoli, attualmente sul mercato, da prendere in
seria considerazione: stiamo parlando dell’Adria Coral A680 SK, un
elegante e comodo mansardato
che evidenzia, fin dal primo sguardo, la sua capacità di “intrigare”
per le piccole e le grandi soluzioni
adottate, per le caratteristiche generali dell’assemblaggio, dei componenti tecnici e degli arredi, così
come per i particolari costruttivi
(pareti e tetto in vetroresina,
preinstallazione di vari componenti
come pannelli solari e antenna parabolica sul tetto, ecc.).
Adria Coral A680 SK
Tipologia: mansardato
Meccanica: Fiat Ducato 2.300 da
130 cv (optional 3.000 da 160 cv)
Lunghezza: m. 7,18
Larghezza: m. 2,30
Altezza: m. 3,10
Posti omologati: n. 4
Posti letto: n. 6 (2 matrimoniali +
2 singoli a castello)
Serbatoio acque chiare: l. 110
Serbatoio acque grigie: l. 85
WC: kasset l. 17
Riscaldamento: stufa Combi Truma
C6002
Frigorifero: trivalente l. 150
Blocco cucina: 3 fuochi + forno
Oblò n. 1 maxi + 2 cm. 40x40
Prezzo chiavi in mano: € 49.900
Ma andiamo per ordine. Il
veicolo è costruito su meccanica
L’esterno dell’Adria Coral A680 SK
Fiat Ducato passo lungo ed è disponibile nella versione standard
con la motorizzazione da 2.300 cc
e 130 cavalli e, a richiesta, nella
versione da 3.000 e 157 cavalli,
certamente più in linea con il peso
complessivo.
Entrando, appare evidente
la luminosità dell’insieme e la vivibilità della pianta: mansarda davanti, living anteriore, zona cucina
centrale cui corrisponde dalla parte
opposta il bagno, e due comodissimi letti a castello in coda, di cui
uno può essere alzato per far po-
IL CLUB n. 87 – pag. 20
sto al gavone posteriore trasformato in garage.
La zona living, resa molto
luminosa sia dall’ampia finestratura che dal maxi oblò panoramico al
tetto, si compone di una semidinette e tavolo allungabili e di un
divanetto laterale, ai quali possono
aggiungersi, per sedersi a tavola,
anche le due poltrone della cabina,
girevoli. Dietro il divano centrale è
sistemata la zona cucina, a elle,
veramente ben architettata, con
ampio piano d’appoggio, lavello e
piano cottura a 3 fuochi in acciaio,
due pensili e, sotto, mobile con anta rotonda e tre ampi cassetti; accanto vi è il frigo trivalente da 150
litri e, su di esso, il forno.
Forse, qualche piccolo neo
si trova nella dotazione di bordo,
come il serbatoio dell’acqua potabile (appena 110 litri) o il serbatoio
di recupero delle acque grigie (ancor più piccolo, 85 litri), dovuto
forse all’opportunità di contenere il
peso a vuoto del veicolo, soprattutto se a bordo viaggiano 4 persone e si sceglie la motorizzazione
più potente. Ma, si sa, si tratta di
problemi che accomunano ormai
tanta parte della produzione orientata a tale target di fruitori e tutto
ciò potrebbe trovare soluzione solo
con l’aumento della massa complessiva dei veicoli conducibile con
la patente “base” (che in Italia è la
B), che nonostante le tante richieste da parte di varie associazioni
rimane inchiodata al massimo dei
35 quintali.
In conclusione, l’Adria Coral A680 SK è davvero un bel
mansardato, dal design moderno e
del massimo confort, ma anche dal
prezzo davvero contenuto per la
qualità generale (meno di 50.000
euro nella versione con la motorizzazione 2.300 cc dal 130 cavalli,
circa 1.800 euro in più per quella
da 3.000 cc.), certamente meno
caro di quanto non si immagini salendovi a bordo (virtù della casa
slovena!), in grado quindi di apparire convincente sia per chi
all’acquisto di un camper si accosta
per la prima volta, sia per chi è
ormai smaliziato e “maturo” camperista.
Maurizio Karra
La zona cucina
Accanto al frigo è posizionato l’armadio e, a chiudere, la
coppia di letti a castello, della larghezza di ben 108 cm., dei quali
quello in basso richiudibile per far
posto alla trasformazione del gavone posteriore in un amplissimo
garage in grado di ospitare anche
quattro biciclette al suo interno.
Sulla parete opposta a
quella della zona cucina-armadio,
con un perimetro di pareti in legno
bombato, ecco invece il bagnetto,
comodo e funzionale, con un ampio e confortevole box doccia, mobile basso e pensile sopra la finestra.
Due immagini d’interno dell’Adria Coral A680 SK
Il bagnetto del Coral A680 SK
Se tutto appare a posto, la
raffinatezza dell’insieme è completata da tanti piccoli particolari,
come le cinque tasche ricavate nella parete laterale di legno della
porta di ingresso, come le antine
dei pensili arrotondate e stondate
anche in basso con l’inserzione dei
punti luce, o come la tasca portaoggetti, sempre in legno, ricavata
sotto il tavolo della dinette.
IL CLUB n. 87 – pag. 21
Il periplo della penisola iberica
Dal Paese Basco a Santiago de Compostela, da Porto a Lisbona
L’
estate scorsa abbiamo deciso di fare di Spagna e Portogallo le mete del nostro viaggio
d’agosto. Non si è trattato della
nostra “prima volta” nella penisola
iberica, ma è noto che chi vuol conoscere veramente una nazione
(figuriamoci due!) non può accontentarsi di una sola visita, ma deve
tornarvi più e più volte; e ogni volta proverà emozioni, ne riceverà
impressioni e scoprirà luoghi assolutamente nuovi. Del resto è molto
utile visitare più volte uno stesso
paese nel corso degli anni. Ciò
consente di apprezzarne i cambiamenti che con il trascorrere del
tempo inevitabilmente si producono sullo stile di vita, sull’economia
e persino sul paesaggio.
Spesso noi italiani (e noi
siciliani in particolar modo), in maniera un po’ provinciale, di ritorno
dai nostri viaggi all’estero, facciamo un’esaltazione sperticata di ciò
che abbiamo visto, paragonando in
modo denigratorio il nostro Paese
al resto del mondo. Ora, se ciò a
volte è giustificato (è vero, infatti,
che abbiamo spesso molto da invidiare agli altri Paesi in termini di
servizi, di infrastrutture, ecc.), altre volte non lo è affatto. Ecco perché, quando ho avuto modo di
scambiare qualche impressione
sulla Spagna con chi vi era stato
di recente prima di me, sentendo
immancabilmente affermare che
“la Spagna ci ha superati di gran
lunga”, immaginavo si trattasse
della solita esagerazione provinciale di cui dicevo prima.
Ebbene, nel caso della
Spagna non si tratta affatto di
un’esagerazione, anche se è necessario chiarire in che cosa siamo
stati superati. Se il “sorpasso” è
riferito all’aspetto economico, non
credo si sia ancora verificato, come
ammette lo stesso premier Zapatero (il quale si dice certo, però, che
il reddito pro-capite spagnolo supererà quello italiano nel giro di
quattro anni) e come affermano
fior di analisti economici che addirittura dicono di guardare con prudenza al miracolo economico spagnolo, visto che gran parte della
presunta ricchezza di questa nazione è da imputare ai fondi strut-
turali europei, ai quali la Spagna
ha attinto a piene mani e con
grande abilità, e visto che la stessa
ha basato la sua crescita su settori
poco strategici a lungo termine,
commettendo l’errore di non puntare sulla grande industria produttiva e di destinare pochissime risorse alla ricerca e allo sviluppo.
Se, invece, il “sorpasso” è
riferito al senso civico, al rispetto
del proprio patrimonio artistico,
culturale e ambientale, alla voglia
tenace di assumere un ruolo di
punta nel panorama europeo, allora francamente penso che il suddetto sorpasso si sia effettivamente verificato. L’avere avuto la possibilità di visitare la Spagna per tre
volte negli ultimi vent’anni, mi ha
consentito di constatare, infatti, la
sua incredibile evoluzione verso
uno stile sempre più moderno ed
avanzato, che ha portato questo
Paese da una situazione quasi terzomondista ad un’altra che potremmo definire post-moderna. E
questo salto a pie’ pari verso la
modernità, anzi la post-modernità,
è stato accompagnato, direi forse
anche agevolato, dal profondo senso civico spagnolo e dalla notevole
cura di ciò che appartiene a tutti.
Ogni piccola città, dal nord
al sud del paese, è testimonianza
di questa grande civiltà: enormi
spazi verdi, una concentrazione forse unica in Europa - di aree
pubbliche di gioco riservate ai
bambini, strade e spiagge curatissime e un notevole senso estetico
e scenografico che, a mio avviso,
raggiunge il suo culmine nella città
di Valencia, dove moderne opere
mozzafiato si ergono in viali punteggiati dalle interminabili macchie
di colore delle azalee e di altri fiori
ornamentali.
Il Paese Basco
Ma veniamo al viaggio.
Dopo aver attraversato la Francia e
aver fatto la sosta di un giorno a
Lourdes, la nostra prima tappa
spagnola è la città di San Sebastian o Donostia, a seconda che
la si chiami in castigliano o in Euskara, la lingua basca. Si tratta di
una città situata nella Spagna
nord-occidentale, di fronte il Golfo
di Biscaglia, distante appena 20
IL CLUB n. 87 – pag. 22
km. dal confine francese. Qui incontriamo l’equipaggio delle sorelle
Amico e di Ninni e Concetta Fiorentino e insieme con loro sostiamo
nel campeggio cittadino che si trova sul monte Igueldo.
La mattina seguente è dedicata alla visita della città. Lasciamo il campeggio con un bus
che ci porterà fino a valle, affidandoci alla guida a dir poco spericolata di un autista un po’ troppo disinvolto nell’affrontare curve a
gomito e ripide discese. Non riesco
a tranquillizzarmi neanche vedendo i volti imperturbabili dei passeggeri locali, evidentemente abituati alla guida sportiva di questo
Schumacher basco.
Finalmente arriviamo sani
e salvi in città e San Sebastian si
presenta ai miei occhi molto diversa da come l’avevo immaginata.
Sapevo trattarsi di una rinomata
località turistica ma, non essendomi documentata appropriatamente prima dell’arrivo, mi aspettavo - non so perché - qualcosa di
simile ad un pittoresco villaggio di
pescatori. E invece si tratta di una
città con una forte vocazione turistica (supportata da belle spiagge), ma che presenta anche
un’aria aristocratica, probabilmente retaggio di un passato lontano
in cui persino la regina Isabella II
veniva , con tutta la corte al seguito, a trascorrere le sue vacanze.
Un volto aristocratico di cui sono
testimonianza molti edifici, alcuni
dei quali finemente ornati con
stucchi bianchissimi.
San Sebastian offre la possibilità di godere del mare e delle
sue splendide spiagge: la Playa de
la Concha, la più bella; la Playa de
Ondarreta; la Playa de la Zurriola,
quest’ultima una specie di paradiso
dei surfisti. Ma a San Sebastian ci
sono anche i monti da cui è possibile ammirare un paesaggio suggestivo: il monte Urgull, con il suo
castello e l’imponente statua del
Cristo, e il già citato monte Igueldo, a ovest della città, raggiungibile anche in funivia. Le chiese che ci
colpiscono di più sono, peraltro,
quelle di maggior pregio artistico:
la Iglesia de Santa Maria del Coro
e la Iglesia de San Vincente, il luogo di culto più antico della città.
San Sebastian è sicuramente un luogo piacevole in cui
trascorrere del tempo, ma il lungo
viaggio che ci attende per percorrere il periplo della penisola iberica
ci impone di non dedicare più di un
paio di giorni alla cittadina basca.
Così, salutati nonna Rosaria, le zie
Giovanna e Maria, Ninni e Concetta, riprendiamo il nostro viaggio
alla volta di Bilbao, che è per noi
soltanto una tappa intermedia, una
sorta di scalo tecnico.
Appena entrati nella città,
ci colpisce il suo impianto moderno
(peraltro, ha recentemente subito
un
rinnovamento
urbanistico),
mentre l’attenzione dei nostri
bambini viene catturata dalle immancabili aree di gioco (davvero
tante lungo il fiume Nerviòn) e soprattutto da una gigantesca statua
posta sulla sommità di un edificio
raffigurante un grande felino, che
alcuni di noi sostengono essere
una tigre, altri un leone (la piccola
diatriba familiare non ha mai trovato soluzione!).
Lungo le sponde del fiume
si erge anche il celeberrimo museo
Guggenheim, inaugurato nel 1997,
che occupa una superficie di ben
24.000 mq e che risulta composto
da una serie di volumi interconnessi in modo spettacolare, rivestiti da 30.000 lamine di titanio (il
che gli è valso il soprannome affettuoso di “nave spaziale”). Con la
splendida giornata di sole che troviamo a Bilbao, il luccichio del
Guggenheim ha quasi un effetto
doloroso sui nostri occhi, ma è al
tempo stesso un forte richiamo
verso un edificio che è,in definitiva, un contenitore di opere d’arte
e un’opera d’arte esso stesso. Una
visita è dunque d’obbligo.
L’impressione che riceviamo da Bilbao è quella di una città
moderna, notevolmente organizzata ed efficiente, forse più sul modello di una città tedesca, o comunque nord europea, che non sul
modello delle città iberiche, per lo
meno così come sono concepite
nell’immaginario collettivo.
Da Bilbao ci spostiamo nella vicina Laredo, anche per tener
fede alla promessa fatta ai nostri
bambini di una vacanza anche di
mare e di spiagge. La nostra scelta
cade su Laredo perché la guida ce
la segnala come una delle più belle
località balneari di questa parte
della Spagna. Ma appena giunti in
questa cittadina, sulle prime rimaniamo delusi perché ci troviamo a
percorrere una lunghissima strada,
che porta fino al promontorio di
Santona, caratterizzata da una sequela infinita di orride palazzine
anni ’70 ad uso e consumo di migliaia di turisti stagionali. Ma dopo
qualche chilometro finalmente la
strada, fino ad allora piuttosto angusta, si allarga e in quel punto
scopriamo una delle più belle
spiagge mai viste: una spiaggia
lunga 4 km, larga 200 metri e con
un bagnasciuga sconfinato.
Ci fermiamo, insieme a
tanti altri camper provenienti da
ogni parte d’Europa, proprio in riva
al mare, godendo di una veduta
incredibile sul Mare Cantabrico. In
spiaggia vi sono docce, passerelle
di legno, bagnini e persino un punto di pronto soccorso. Ma qui non
vi è traccia di quelle “lottizzazioni”
dei vari stabilimenti balneari che
da sempre imperano nelle nostre
coste; qui non hanno cittadinanza
le distese di sdraio e ombrelloni in
affitto: soltanto una spiaggia sconfinata e pulitissima. Scusate se è
poco! Peraltro, mi preme sottolineare che questa grande cura delle
spiagge è un’altra meritoria caratteristica spagnola, che abbiamo
riscontrato tanto nelle spiagge della costa atlantica, quanto in quelle
della costa meridionale da Malaga
a Cartagena. A Laredo scopriamo
anche una immensa pista ciclabile
che costeggia il lungomare, un po’
sullo stile californiano, che percorriamo interamente con le bici regalando ai nostri bimbi un momento
di autentica felicità.
Tra Asturie e Galizia
Da Laredo, proseguendo
sulla E70, arriviamo a Gijon, che
si trova nel principato delle Asturie. Ancora una volta si tratta di
una città che ci sorprende perché
curata in maniera “tedesca”, ma
dalla quale, al tempo stesso, promana quel calore e quella passionalità che ci si aspetta da una città
spagnola. Gijon è una città dalla
storia millenaria: la sua fondazione
risale ad epoca romana e non è un
caso che qui si possa ammirare
anche un monumento ad Ottaviano
Augusto, il primo imperatore romano.
Dopo aver attraversato il
centro cittadino, arriviamo nel lungomare in cerca di un luogo di sosta. La presenza di altri camper ci
segnala un comodo parcheggio a
pochi metri dal centro, che si trova
giusto nel cuore di uno dei tanti
polmoni verdi della città: il parco
El Rinconìn.
Gijon è una città che offre
davvero tanto al turista. Qui la natura è trapiantata nel contesto urbano. Parchi e giardini si estendono su una superficie di circa 1 milione e mezzo di mq: il parco di Isabella la cattolica, il parco inglese, il nuovo parco Cabo San Lorenzo, Los Pericones, il già citato El
Rinconìn, il giardino botanico, soltanto per citarne alcuni. E inoltre
tantissime le aree ricreative che
sorgono su immensi prati inglesi e
che offrono (gratuitamente) innumerevoli servizi: barbecue per le
grigliate, acqua potabile, le immancabili zone infantili in cui la-
Il Parco El Rinconìn di Gijon con una scultura dal titolo La Solidaridad
IL CLUB n. 87 – pag. 23
sciar giocare in tutta tranquillità i
più piccoli, e tanto altro. Tutto ciò
stupisce chi come noi viene da posti nei quali pochissimo spazio è
concesso alla natura e vedere i gijonesi sdraiati su quei verdissimi
prati sotto casa, accarezzati dalla
brezza cantabrica, ci fa comprendere quanto scadente sia la qualità
della vita nei nostri centri urbani.
El Rinconìn è un grande
parco proprio sopra il Cantabrico in
cui ci si imbatte in un buon numero di sculture moderne. Una in particolare ha catturato la mia attenzione: “Solidaridad” di Pepe Noja,
realizzata in acciaio inossidabile.
Questa scultura è composta da
quattro forme cilindriche forgiate
fino a formare degli anelli che si
congiungono. Si tratta, quindi, di
una catena, ma di una catena fortemente simbolica in quanto significa unione e libertà al tempo stesso, visto che gli anelli si congiungono ma rimangono aperti, non
perdono la loro indipendenza. Probabilmente è un’opera che simboleggia l’essenza stessa della Spagna (per lo meno a me così pare),
caratterizzata da forti regionalismi
ma anche da un profondo senso di
unità nazionale. E il riferimento potrebbe essere esteso (ma tenete
conto che il mio parere è assolutamente incompetente, soltanto
basato su un intuito non so quanto
azzeccato) all’Unione europea, come entità istituzionale ma anche
come sentimento comune di tanti
popoli che si uniscono senza tuttavia perdere la propria individualità.
Chissà cosa ne penserebbe l’autore
di questa lettura…
Attraversato El Rinconìn,
giungiamo in un lungomare tra i
più spettacolari che ci sia mai capitato di vedere, il Paseo de San Lorenzo prospiciente la spiaggia di
San Lorenzo; una spiaggia enorme
(250.000 mq), che il ciclo quotidiano delle maree divora e restituisce continuamente secondo degli
orari ben precisi, quasi si trattasse
di un gioco tra il Mare Cantabrico e
la città.
Il Paseo de San Lorenzo è
una sorta di magnifica terrazza che
si affaccia sull’azzurrissimo Mare
Cantabrico, lunga ben 3 km e pullulante di vita ad ogni ora. Lungo il
Paseo un’altra scultura attira la
mia attenzione: raffigura una donna con le vesti e i capelli al vento
che guarda il mare, sollevando la
mano in segno di saluto. E’ lo
struggente monumento alla madre
Il Mare Cantabrico a Foz
dell’emigrante di Roman Muriedas,
che rende omaggio ai tanti affetti
divisi dall’emigrazione asturiana,
ma che in realtà potrebbe benissimo assurgere alla dignità di simbolo di tutti i popoli del mondo (compreso il nostro) che conoscono
questa dolorosa realtà.
Alla fine del Paseo prendiamo un taxi e dopo pochi minuti
ci troviamo a Cimadevilla, il quartiere più alto di Gijon, dove vi sono
un gran numero di monumenti, tra
cui la casa natale (oggi museo) del
gijonese più illustre, vale a dire Jovellanos, che fu letterato ma anche
figura decisiva per lo sviluppo economico, culturale ed urbanistico
della città. Segnalo infine a Gijon
la chiesa di San Lorenzo, un esempio di gotico spagnolo del basso
medioevo, di fronte alla quale è
possibile ammirare un’originale
struttura composta da un porticato
che sorge su una grande vasca ricoperta interamente di azulejos e
più in là una poderosa fontana.
Usciti da Gijon imbocchiamo la A8, che poi diviene la N632.
Si tratta di una strada molto panoramica che dalle Asturie porta fino
alla Galizia e dalla quale vediamo
susseguirsi tante spiagge meravigliose. Lungo il percorso superiamo città note a chi ama il mare di
questa zona della Spagna: Cudillero, Luarca, Tapia de Casariego e
Ribadeo, che segna proprio il confine tra Asturie e Galizia.
Questo
tragitto,
reso
splendido anche dalle numerosissime ortensie che da queste parti
sembrano sorgere spontaneamen-
IL CLUB n. 87 – pag. 24
te, costituisce per noi una sorta di
supplizio di Tantalo. Infatti desidereremmo andare subito in una di
quelle splendide spiagge bianchissime, ma, nonostante i nostri sforzi, non riusciamo a fermarci nel
lungomare perché i parcheggi, sia
pur presenti in buon numero, sono
troppo piccoli e affollati per un
mezzo ingombrante come il nostro.
Cerchiamo allora di sistemarci almeno in uno dei tanti campeggi
della zona, ma niente da fare: anche i campeggi da queste parti sono piuttosto piccoli e quindi gremiti
fino all’inverosimile in pieno agosto.
Finalmente riusciamo a
fermarci a Foz, un paesino microscopico a pochi chilometri da Ribadeo. Qui, in un parcheggio con vista sul mare nel quale sono presenti un paio di altri camper, troviamo una piccola area attrezzata
antistante il parcheggio con tavoli
da pic-nic. C’è anche una fontanella di acqua fresca. Ci sistemiamo e
trascorriamo una magnifica notte
con vista sull’Oceano. Cosa desiderare di più?
L’indomani, scesa la scalinata che ci separa dalla spiaggia,
scopriamo un bagnasciuga “oceanico” sul quale i nostri bimbi, insieme ad altri bimbi spagnoli, corrono, si rotolano e giocano con
delle alghe gigantesche, con una
felicità che solo i piccoli sanno
davvero trarre dal puro e semplice
godimento della natura. In quella
immensità mi sembrano due minuscoli granelli di sabbia ed io stessa
mi sento infinitamente piccola.
Verso Santiago
de Compostela
Nel pomeriggio ci rimettiamo in marcia, questa volta in
direzione A Coruna. Ci troviamo
nell’estremo nord-ovest della Spagna e A Coruna (in galiziano) o La
Coruna (in castigliano), che dir si
voglia, si presenta subito ai nostri
occhi come una città in cui il mare
costituisce da sempre l’elemento
preponderante e condizionante
delle vicende locali. Lo lasciano intuire l’assetto urbanistico della città, fortemente caratterizzato dal
bellissimo Paseo Maritimo (lungo 9
km) che abbraccia tutta la penisola; la famosa Torre di Hercules (68
metri di altezza e ben 242 gradini),
che è il monumento più risalente e
il faro romano più antico in funzione a tutt’oggi; un museo sul lungomare significativamente chiamato la casa dei pesci. Sul lungomare
si trova anche il Castillo de Sant’Anton, sede del museo militare.
Nonostante siano le 9 di
sera quando arriviamo, il sole
splende alto nel cielo come da noi
alle 5 del pomeriggio. Dopo aver
trovato posto in un parcheggio del
lungomare (in cui però la sosta è
consentita soltanto la sera), decidiamo di fare una passeggiata per
la città. Sul Paseo Maritimo si immettono tante viuzze che portano
al nucleo più antico di A Coruna.
Percorrendone una, piena di negozi
e di una chiassosa folla multietnica, arriviamo all’improvviso in Praza de Maria Pita, una grandissima
piazza rettangolare delimitata da
edifici
monumentali,
tra
cui
l’Ayuntamiento, cioè il palazzo del
Comune.
Guardando a questi edifici
si scorgono le “galerias”, tipiche di
A Coruna e di tutta la Galizia, che
non sono altro che dei balconi
chiusi da una veranda di vetro (da
cui l’appellativo di A Coruna: una
città di cristallo) la cui funzione è
quella di poter osservare il passeggio sulla strada rimanendo al
caldo della veranda di vetro e riparati dal vento freddo dell’Oceano.
Praza de Maria Pita è dedicata a quell’eroina galiziana famosa per aver ucciso, durante
l’attacco sferrato da Francis Drake
alla città l’ufficiale inglese che portava le insegne reali; gesto questo
che risvegliò l’orgoglio e il coraggio
dei corunesi che costrinsero le
truppe inglesi a ritirarsi. Il riferimento a questo episodio probabilmente è indicativo della fierezza e
del temperamento indomito dei corunesi.
Dalla Coruna a Santiago
de Compostela il tragitto è breve.
Santiago è il capoluogo della Galizia situato, a 200 metri s.l.m, noto perché meta sin dal medioevo
dell’omonimo “cammino” verso la
tomba dell’apostolo Giacomo, un
pellegrinaggio che attraversa
la
Spagna settentrionale per chilometri. Ma Santiago non è soltanto
luogo di fede, ma anche sede universitaria con più di 500 anni di
storia.
I parcheggi cittadini sono
tutti affollatissimi, ma riusciamo
ugualmente a fermarci nella zona
nuova della città, che è un po’ periferica. Dopo aver percorso una
lunga strada in salita, arriviamo
sino al monastero di San Francesco, fondato proprio dal “poverello”
nel periodo trascorso a Santiago.
Da qui parte una ampia strada che
immette nella piazza della catte-
drale, dove l’atmosfera è resa suggestiva da musicisti che suonano
antiche melodie medievali. Ciò che
immediatamente balza ai miei occhi è il colore scuro della pietra locale utilizzata per le costruzioni,
anche per la Cattedrale. Ciò richiama alla mia mente le chiese
viste in Inghilterra e in Scozia tanti
anni fa, anche quelle fatte di una
pietra scura molto simile. Sarà forse perché da qualche parte ho letto di un’origine celtica di Santiago?
La cattedrale è veramente
maestosa. All’interno troviamo una
folla di gente non proprio in religioso
silenzio,
tanto
che
dall’altoparlante una voce profonda
(e un pochino inquietante per la
verità), richiama più volte tutti al
rispetto che il luogo merita. Al centro dell’altare, mentre tutto il resto
sembra volutamente essere collocato in una tenue penombra, spicca la statua del santo, illuminata
La Cattedrale di Santiago de Compostela
IL CLUB n. 87 – pag. 25
da un fascio di luce che rende ancora più luccicante il color oro che
la caratterizza. La gente sfila per
abbracciare o anche semplicemente sfiorare il busto di San Giacomo,
momento culminante di tanti
cammini di fede.
La Cattedrale si affaccia su
Praza do Obradoiro, la principale
piazza di Santiago, che ospita il
collegio di San Jeronimo, il collegio
Fonseca, Pazo Raxoi (edificio molto
bello in cui si svolge tutta l’attività
amministrativa
della
città)
e
l’antico Ospedale reale, oggi sede
di uno dei “Parador” più belli di
tutta la nazione. Santiago è per il
momento la nostra ultima tappa
spagnola. L’indomani siamo già in
Portogallo, precisamente a Porto.
considerato il cuore della città, la
Praca da Libertà, con al centro la
statua equestre di Dom Pedro IV.
Poco distante è la chiesa Dos Clerigos, caratterizzata da una altissima torre, da cui si può godere un
bel panorama. Dalla piazza della
Libertà parte la zona pedonale dove si trovano i migliori locali e negozi di Porto e che è sempre molto
animata. Dopo aver tanto girovagato, è proprio a questo punto della nostra escursione che avverto la
sensazione che questa città manchi di qualcosa. E all’improvviso la
folgorazione: non ci sono affatto (o
per lo meno a noi non è capitato di
vedere) insegne come “McDonald’s” o “Pizza Hut”. Insomma,
sembra proprio che questa città sia
sfuggita all’omologazione del mondo moderno, del villaggio globale.
Comincio ad apprezzarla sempre di
più!
Dall’ampio parcheggio lungo il fiume Douro nel quale ci troviamo, calata la sera, ammiriamo
l’altra sponda, illuminata in maniera spettacolare e nella quale comprendiamo esservi molta animazione. Si tratta del quartiere Vila
Nova de Gaia, pieno di locali caratteristici e celebre perché ospita
numerose cantine in cui è possibile
degustare il rinomato vino Porto.
Da non perdere a Porto è anche
l’escursione lungo il fiume Douro: il
cosiddetto “giro dei 6 ponti” ha un
costo più che abbordabile.
Per chi, come me, non sa
Il Portogallo
Se ci si aspetta da Porto
l’ordine, la cura e l’efficienza riscontrate nelle città spagnole fino
a quel momento viste, si rimane
inevitabilmente delusi, in quanto la
città presenta edifici che avrebbero
bisogno di immediata manutenzione, rumorosissimi cantieri aperti
pressoché ovunque e strade non
proprio pulitissime. Ma se ci si
sforza appena di guardare più in
profondità per cogliere la vera essenza di questa città, non ci si può
non innamorare di Porto, per quella originalità che la caratterizza e
che la rende unica nel panorama
mondiale (un fascino che Pippo ha
avuto il merito di cogliere per primo).
La città si trova sulle rive
del fiume Douro ed ha un aspetto
collinare che ha messo a dura prova il nostro allenamento. Percorrendo la Avenida Henriquez, una
delle principali vie della città, si
trovano la chiesa di Santa Clara e
La Sé, la cattedrale. Dalla piazza
antistante la Cattedrale si gode un
panorama strepitoso di buona parte della città, caratterizzato da un
numero infinito di vecchie casine,
molte delle quali maiolicate, addossate le une alle altre, con piccoli balconi pieni di panni stesi. E’
un paesaggio che presenta qualcosa di familiare (potrebbe benissimo
trattarsi di una città del nostro
sud) e che ricorda l’atmosfera evocata da Guttuso ne “I tetti di Palermo”.
Proseguendo, dopo la stazione di Sao Bento (che merita assolutamente una visita perché interamente ricoperta di azulejos), si
giunge in quello che può essere
Praca do Commercio a Lisbona
In basso un panorama della capitale portoghese
IL CLUB n. 87 – pag. 26
rinunciare al rito del caffè, troverà
utile sapere che solo in questa città ho avuto modo di gustare un
caffè degno di questo nome: la parola chiave da pronunciare, però, e
“curto”. Buone anche le “pastel de
nata”, dolci di pasta sfoglia con
crema pasticcera; mentre assolutamente da evitare (per lo meno
se volete arrivare fino alla fine del
viaggio!) la “francesinha”, una
bomba ipercalorica fatta di pane
tostato, carne, prosciutto uovo e
formaggio fuso.
La nostra seconda tappa
portoghese è la capitale, Lisbona.
Dal “Campismo” comunale, un bel
campeggio cittadino nel quale siamo tuttavia costretti a fare un
check-in di ben due ore, partiamo
per il nostro tour di Lisbona, città
nella quale torniamo dopo ben sedici anni. Condensare in poche parole tutte le sensazioni che una città come questa offre al turista è in
pratica impossibile. Si tratta di una
città nella quale avverti fortemente
una vocazione atlantica, per i suoi
storici legami con l’America Latina,
e il Brasile in particolar modo. Ciò
le conferisce un aspetto esotico
che è possibile cogliere nei volti
della gente, ma anche nei nomi dei
locali
(“Churrascaria
Brasil”,
“Snack bar O Zè Carioca”,ecc.) di
quartieri come il Rato.
Ma Lisbona si presenta agli
occhi del turista anche come una
città dalla vocazione europea, se
non altro per un certo impianto urbanistico (risalente ad un’epoca
successiva a quella del famoso terremoto del 1755) che ricorda strade e piazze già viste in città come
Parigi. Esempi significativi sono
l’Avenida de Libertade, arteria elegante che collega la rotonda del
Marchese de Pombal alle piazze del
Rossio e che è chiaramente ispirata agli Champs-Elysees, e la celeberrima Praça do Commercio. che
con i suoi portici e la sua maestosità ha un’aria molto parigina.
Il taxi (il cui costo è ben
lontano da quello dei taxi italiani:
appena 6,50 euro) ci lascia proprio
a Praça do Comercio, la piazza più
grande ma anche quella più in
basso di tutta la città. Una piazza
spettacolare che si affaccia sul Tejo, la cui grandezza è stata concepita, da chi l’ha progettata, come
strumento
per
impressionare
quanti giungevano a Lisbona attraverso il suo fiume.
Attraversata la piazza, si
giunge ad un arco che immette a
Rua Augusta, la strada forse più
turistica della città, piena di negozi
e ristoranti. Percorrendo Rua Augusta, sul lato sinistro della strada,
si incontra l’Elevador da Gloria,
una funicolare d’epoca che consente di coprire il dislivello tra la Baixa, cioè la zona bassa della città, e
il Bairro Alto, il quale è noto per
essere la collina degli artisti: qui è
nata la regina del fado Amalia Rodrigues, e qui si trova pure la casa
museo di Fernando Pessoa, il
grande poeta degli eteronomi.
Rua Augusta è una sorta di
spartiacque tra due quartieri: il
Chiado (dove, in una piazzetta
molto frequentata, si trova la statua raffigurante un Pessoa seduto
al tavolino di un bar) e l’Alfama,
dominato dal Castelo de Sao Jorge,
quartiere un po’ fatiscente, ma sicuramente pittoresco. In questa
zona si trova il duomo (“Sé Patriarcal”), molto antico, che merita
di essere visto anche perché è
l’unica chiesa di età medievale di
Lisbona.
Altrettanto imperdibili sono
il Miradouro de Santa Luzia, da cui
si gode un meraviglioso panorama
sul fiume e sulla città vecchia, e la
balconata di San Vincente, da cui
transitano i colorati “eletricos”,i tipici tram cittadini. La linea più battuta è la 28, perché attraversa
gran parte del centro storico. Da
qui si vede la città antica con le
sue ripide scalinate, le terrazzine,
le fontane e le sue piccole taverne,
dove si suona e si canta ancora il
fado e si beve la ginginha, un liquore di ciliegie. E’ una parte della
città che mi ricorda la Lisbona degli anni trenta (in pieno regime salazarista) descritta da Antonio Tabucchi nel suo bellissimo libro “Sostiene Pereira”, che ha avuto anche una trasposizione cinematografica con uno strepitoso Marcello
Mastroianni.
Il bus turistico di cui ci
siamo serviti per girare tutta la città e che abbiamo preso a Praça do
Commercio (per un costo di 14 euro a persona), ci porta infine a Belèm, il quartiere sul Tejo da cui
partirono i conquistadores portoghesi. Passeggiando lungo l’Avenida da India godiamo della splendida giornata di sole che rende ancora più luccicante la superficie del
Tejo, che per la sua vastità e per il
fatto di essere solcato ripetutamente da immense navi (che quasi
sfiorano il ponte 25 Aprile), ci appare più simile ad un mare che ad
IL CLUB n. 87 – pag. 27
un fiume.
A Belèm due, almeno, le
soste obbligate: la prima è al Mosteiro dos Jeronimos, uno straordinario esempio di architettura manuelina, che ospita le memorie dei
lisbonesi più importanti, da Vasco
De Gama a Luis Vaz de Camoes (il
Dante Alighieri lusitano) ad Amalia
Rodrigues a Fernando Pessoa; la
seconda è la Torre di Belèm, costruita fra il 1514 e il 1520, che
faceva parte del complesso di difesa di Lisbona e famosa anche perché da qui partì Vasco De Gama
alla conquista dell’impero. Questo
monumento, dichiarato patrimonio
dell’umanità dall’Unesco, offre degli scorci affascinanti del fiume Tejo dalle sue tante finestre e caditoie.
Veduta del Tejo dalla Torre di Belem
Lasciamo a malincuore Lisbona, attraversando il Ponte 25
Aprile. Usciti da Lisbona, imbocchiamo la A2 che ci riporterà in
Spagna e precisamente a Siviglia.
Percorrendo la A2, prima di lasciare definitivamente il Portogallo,
abbiamo la possibilità di attraversare l’Algarve, la regione meridionale del Portogallo e forte sarebbe
per noi la tentazione di fermarci
nei paesini costieri di Lagos, Albufeira, Faro, dove le case bianchissime e il mare cristallino hanno un
forte sapore mediterraneo. Ma
questa sarà forse la tappa della
nostra quarta volta nella penisola
iberica!
Testo di Adriana Palazzolo
Foto di Pippo Palazzolo
(continua sul prossimo numero)
Fra rocche e manieri dell’Emilia
In camper fra i castelli dell’antico Ducato di Parma e Piacenza per un tour romantico e
...per buongustai
I
castelli del Ducato di
Parma e Piacenza visti attraverso
le finestre di un camper; una prospettiva originale dalla quale rocche, manieri e fortificazioni potranno essere inquadrati, vivendo
in maniera diretta e divertente le
strade e la natura: ecco qui di seguito un tour che l’Associazione
Castelli del Ducato di Parma e Piacenza propone agli amanti del turismo all’aria aperta.
Seguendo un itinerario che
unisce l’arte alle bellezze paesaggistiche, senza trascurare la buona
cucina ed i sapori d’un tempo, ai
camperisti viene aperta la via tra
edifici turriti e antiche magioni.
Punto di partenza è il casello autostradale di Parma centro, dove si
può iniziare muovendosi verso la
bassa, seguendo il cosiddetto “itinerario del Culatello”.
Primo approdo è la magnifica Reggia di Colorno, piccola Versailles della Bassa, un tempo residenza dei Farnese e successivamente dei Borbone, famiglie delle
quali porta ancora i segni del fasto.
Colpisce la sua complessa e monumentale struttura architettonica
con oltre 400 sale ed un meraviglioso giardino alla francese che ci
riporta all’epoca di Maria Luigia
d’Austria, che la abitò.
Fra i sapori del culatello e del grana padano si svolge il tour dei castelli fra Parma e Piacenza
La reggia di Colorno
Vicina
alla
reggia
è
l’Abbazia di Fontevivo, dove in estate
è
possibile
rivivere
IL CLUB n. 87 – pag. 28
l’atmosfera di un banchetto medievale, tra danzatori, musicanti, delizie gastronomiche e il fascino di
un’epoca perduta.
L’itinerario può continuare
con la visita alla Rocca Sanvitale di
Sala Baganza; adagiata sulle prime
colline dell’Appennino, che ebbe un
ruolo di primaria importanza nel
sistema difensivo dei castelli. Di
recente sottoposta ad un importante intervento di restauro, mostra preziosi affreschi e decorazioni.
A poca distanza sorge poi il
Castello di Felino, che si staglia in
posizione panoramica a cavaliere
delle vallate dei torrenti Parma e
Baganza. La massiccia costruzione
quadrata, costruita nell’890, è dominata da quattro torrioni angolari; nei sotterranei è stato recentemente allestito il museo del Salame. All’interno del castello si trova
la Locanda della Moiana, in cui è
d’obbligo una sosta per il pranzo,
per gustare i piatti tipici della cucina locale.
Interessante anche la visita
della Chiesa di Sant’Ilario di Baganza, dove l’arte romanica si manifesta nei capitelli in arenaria; la
Chiesa di San Biagio a Talignano,
famosa per la lunetta scolpita del
portale principale con la scena della “Psicostasi” e la Chiesa di San
Geminiano a Vicofertile, pregevole
testimonianza del fenomeno artistico del secolo XII.
Arte, storia e tradizioni
Il Ducato di Parma e Piacenza attraversa oltre 300 anni di storia, ma le rocche ed i castelli che si trovano su questo territorio conservano memorie molto più antiche.Nobili famiglie, feudatari, condottieri
vissero tra quelle mura vicende che narrano del coraggio di opporsi ai
nemici in questa terra di frontiera e di grandi transiti. Raccontano di
mecenati che chiamarono grandi artisti per dare splendore alle loro residenze, di corti raffinate, di amori dolci e violenti. Testimoniano epopee familiari e personali, insieme a tradimenti e lotte.
I Castelli sono abitazioni, baluardi difensivi, centri di potere,
sedi amministrative e politiche fino a quando nel 1545 divengono uno
Stato. Il Ducato nasce per volere di Papa Paolo III Farnese che unì
Parma e Piacenza sotto un'unica corona per il figlio Pier Luigi. Ai Farnese, ai quali si deve il prestigio internazionale di questo Stato, succede
nel Settecento la dinastia dei Borbone.
Con il Congresso di Vienna, riunito nel 1815, il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla viene assegnato all'arciduchessa Maria Luigia
d'Austria, moglie di Napoleone. Alla morte dell'amatissima sovrana il
territorio ritorna alla dinastia dei Borbone, fino all'annessione al Regno
d'Italia nel 1860.
Cultura, Arte e Ambiente, uniti ad una grande tradizione enogastronomica, costituiscono l'essenza di questa terra posta tra l'Appennino e il Po a meno di due ore di distanza da Milano o quattro da Roma.
A questo punto i camper
possono puntare verso Fontanellato, dove si trova la Rocca Sanvitale, risalente al ‘400, con il suo fossato perfettamente conservato, gli
affreschi
del
Parmigianino
e
l’aspetto da baluardo militare, funzione che ebbe prima di diventare
residenza nobiliare della famiglia
omonima.
L’esterno e un interno della Rocca
Meli Lupi di Soragna
Si prosegue poi sino a Soragna, dove sorge la Rocca Meli
Lupi, costruita nel 1385 dai marchesi Bonifacio e Antonio Lupi, trasformata poi in sontuosa residenza
dei principi che ancora la abitano.
Interessanti da vedere anche la
Sinagoga Ebraica, inaugurata nel
1855, con l'attiguo, importante
Museo Ebraico, che raccoglie, in
sette sezioni, documenti e oggetti
sulla Comunità Ebraica del Parmense dal 1555 alla Seconda
Guerra Mondiale, senza dimenticare però una visita al goloso museo
del “Parmigiano Reggiano”: il re
dei formaggi!
Quindi, passando da Fidenza, si raggiunge Alseno, dove si
visita l’Abbazia di Chiaravalle della
Colomba,
fondata
nel
1135
dall’abate Bernardo di Clairvaux,
poi distrutta nel 1248 dalle truppe
di Federico II e ricostruita agli inizi
del XIV secolo.
Lasciata la provincia di
Parma, i camper fanno proprie le
strade del Piacentino. Doverosa,
come prima tappa, una visita a
Castell’Arquato, dominato dalla
Rocca Viscontea, grande opera difensiva risalente a metà del Trecento e costruita sulle fondamenta
del preesistente castrum del III
secolo a.C.
Successivamente,
ecco
Gropparello, dove esiste un magnifico castello, risalente al secolo
VIII, che si trova su un picco roccioso e rappresenta un esempio
dell’arte della fortificazione. Nel
giardino interno, per volere dei
proprietari, è stato creato il Parco
IL CLUB n. 87 – pag. 29
delle Fiabe, il primo Parco Emotivo
d’Italia, dove i bambini in abiti da
dame e cavalieri possono dare vita
a storie e racconti fantastici con
l’aiuto di una guida.
Il castello di Gropparello
Coi camper che viaggiano
immersi nel verde e nelle bellezze
delle strade del Ducato, tornando
verso il confine col parmense,
s’incontra Vigoleno, le cui suggestive fortificazioni sono giunte intatte fino a noi. Su tutto domina
un alto mastio a pianta quadrangolare che si sviluppa per quattro
piani fino alla copertura merlata,
dalla quale è possibile godere una
vista straordinaria.
A Salsomaggiore si è di
nuovo in provincia di Parma. La località, famosa per le sue terme,
rappresenta
l’ultima
tappa
dell’itinerario. La città è circondata
di parchi e colline, e offre durante
tutto l’arco dell’anno numerose
manifestazioni artistiche, culturali
e ricreative. Agevolmente si può
riprendere, infine, la via che conduce a Parma e imboccare di nuovo l’autostrada per il ritorno.
Associazione Castelli del
Ducato di Parma e Piacenza
Buono a sapersi
Dove dormire: in ognuna delle località citate nell’itinerario è comodo e agevole trovare parcheggio
per il camper, anche se aree attrezzate vere e proprie sono presenti solo a Fontanellato e a Soragna, ampiamente segnalate a 200
metri circa dal centro, e a Fidenza,
nel quartiere artigianale La Bionda.
A Castell’Arquato è possibile sostare nei parcheggi presenti, anche
nella zona alta, benché privi di
scarico per le acque.
Informazioni: Associazione Castelli
del Ducato di Parma e Piacenza,
tel. 0521.829.055 - Sito Internet
www.castellidelducato.it;
e-mail
[email protected]
Il castello di Donnafugata
Il castello, reso famoso anche per essere stata location di alcune scene di un episodio televisivo del Commissario Montalbano, è situato in un punto piuttosto elevato del ragusano,
da cui si osserva il mare di Punta Secca, Scoglitti, Gela, Licata e anche le alture agrigentine
S
ituato nel territorio di
Ragusa, a circa venti chilometri
dalla città, il castello di Donnafugata merita di essere visitato perché
di grande dimensione e in buono
stato di conservazione. Le sue origini risalgono all'anno Mille, cioè ai
tempi dei Saraceni o Arabi, come
vengono oggi chiamati. I quali,
completata la conquista della Sicilia, la fortificarono con torri e fortezze, soprattutto nei punti ritenuti
strategicamente più importanti.
Fra questi compresero la località
che denominarono “Aian as i afai
af”, equivalente a “Fonte della salute”, poiché in quelle vicinanze vi
era (e vi è ancora) una sorgente di
acqua salutare.
Non si sa come e perché, i
ragusani
dell'epoca
tradussero
Aian in Ronna (donna). Sta di fatto
che Ronna, adattato ai vocaboli
arabi “as i afai at”, generò la denominazione dialettale Ronnafuata,
corrispondente in italiano a Donnafugata. Indipendentemente dalle
origini della denominazione una
cosa è certa: quel punto piuttosto
elevato dal mare, da cui si osserva
il mare di Puntasecca, Scoglitti,
Gela, Licata e anche le alture agrigentine, i Saraceni lo fortificarono
erigendovi una torre. Nel 1093,
quando i Normanni espugnarono i
Saraceni da Ragusa, elevarono
questa città a contea e divisero il
suo territorio in feudi. Così, la località venne denominata feudo Donnafugata, che i vari conti di Ragusa
susseguitisi da Goffredo il Normanno in poi assegnarono ai loro
seguaci più valorosi, nominandoli
baroni di Donnafugata.
Verso l'anno 1300, per volontà del conte di Ragusa Manfredi
Chiaramonte, nel feudo Donnafugata venne costruito un modesto
castello. Nel 1410, morto il re di
Sicilia Martino I, sua moglie Bianca
di Navarra, fu nominata reggente e
regina di Sicilia. Si racconta che
durante la sua reggenza (14101412) il conte di Ragusa Bemardo
Cabrera, sebbene vicino alla vecchiaia, chiese alla bella e giovane
regina di sposarlo; così con una
fava avrebbe preso due piccioni:
una giovane moglie ed il regno di
Sicilia. Poiché la regina rifiutò di
sposarlo, Bemardo Cabrera, che
disponeva di un esercito proprio, la
perseguitò, la catturò e la fece rinchiudere nel modesto castello di
Donnafugata, da dove, con l'aiuto
dei soliti servi fedeli disposti a morire per la propria regina, riuscì a
fuggire e raggiungere il castello
Maniace di Siracusa. Successivamente raggiunse Catania e infine
Palermo, da dove ordinò l'arresto
del conte Cabrera, facendolo tradurre dinnanzi al re di Spagna per
farlo condannare. Ma il re lo graziò. Comprensione e solidarietà tra
vecchi o tra donnaioli? Forse l'una
e l'altra cosa. Da questa romanzesca storia e da un'altra che più avanti si racconta, il popolino fa derivare il nome Donnafugata, che
dovrebbe significare donna fuggita.
Nel 1648, il feudo Donnafugata, dal barone Guglielmo Bellio
Cabrera passò al barone Vincenzo
Arezzo, che lo tramandò ai suoi
eredi. Siccome nel Settecento tra i
nobili ragusani era invalsa l'abitudine di trascorrere i mesi estivi
nelle casine, o ville di campagna,
la famiglia Arezzo trasformò il modesto castello eretto nel 1300 in
casina, lasciando intatta la torre
trecentesca.
Nell'Ottocento il feudo e la
casina Donnafugata furono ereditate dal barone Corrado Arezzo.
Nato a Ragusa nel 1824, per circa
cinquant'anni fu lui l'uomo più importante di questa città; importante e famoso per le sue ricchezze,
ma soprattutto per le sue doti intellettuali, patriottiche ed artistiche. Infatti, nel 1848, cioè appena
ventiquattrenne, fu eletto deputato
al Parlamento siciliano sorto in seguito alla famosa rivoluzione del
Quarantotto; dal 1855 al 1860 fece
parte del Comitato rivoluzionario
siciliano. Ne11861 fu eletto deputato e rieletto nel 1865. Successi-
Una veduta aerea del Castello di Donnafugata
IL CLUB n. 87 – pag. 30
vamente venne nominato senatore
per censo. Fu sindaco di Ragusa
varie volte. Amò la cultura, la musica e il teatro. Pubblicò un libro di
poesie e dipinse alcuni buoni quadri.
E fu proprio il barone Corrado Arezzo che verso il 1865 intraprese l'opera di trasformazione
della casina in castello, che sorge
su un'area di circa 2500 metri
quadrati, con 122 stanze. Un ampio cortile di campagna, fiancheggiato da due file di case basse,
contraddistingue l'ingresso al castello. Di fronte al cortile troneggia
la facciata orlata in alto da agili e
fitti merletti, sotto i quali si ammira una elegante galleria con coppie
di colonnine ricche di capitelli. Sul
lato destro della galleria si notano
due finestre in stile gotico ed altre
due sul lato sinistro. Nella parte
sottostante la galleria si ammirano
otto bifore a sesto acuto in stile
gotico che danno in un’ampia terrazza delimitata da una balaustra
coronata da otto vasi. Due modeste torrette circolari completano la
prospettiva.
La bellissima galleria o
loggione in stile gotico - veneziano
è stata realizzata dal geometra ragusano Saverio Castillet, nei primi
anni del secolo scorso, per volontà
del francese Gaetano Combes, visconte di Lestrade, di cui si riporta
la seguente storia d'amore. Verso
la fine dell'Ottocento, mentre era
ospite nel castello di Donnafugata,
il visconte s'innamorò di Clementina Paternò Arezzo, nipote del barone. Poiché l'amore gli veniva corrisposto, un bel giorno di primavera, gli innamorati decisero la fuitina, cioè presero l'iniziativa di recarsi presso la vicina Punta Secca
ed imbarcarsi su un battello, dirigendosi verso l'isola dell'Amore. Il
barone, venuto a conoscenza della
fuitina, ordinò a don Mario, suo
uomo di fiducia, d'inseguirli per
terra e per mare e riportarli al castello. Giunto a Punta Secca, don
Mario, visto un bastimento carico
di botti pieni di vino, le fece scaricare in mare e lo adoperò per l'inseguimento. Avendoli raggiunti, in
nome del barone ordinò ai fuggitivi
di ritornare al castello, dove anche
questa fuitina, come tante altre, si
concluse con le solite nozze riparatrici. E vissero contenti e felici nella lontana Parigi, non dimenticando
di venire a trascorrere le ferie estive nel castello di Donnafugata che,
secondo il popolino, oltre che per
Alcune immagini esterne del castello
IL CLUB n. 87 – pag. 31
la fuga della regina Bianca, è così
denominato anche per la loro fuitina. A onor di cronaca, va anche
aggiunto che il visconte e la viscontessa ebbero una figlia, Clara,
che sposò il conte Testasecca. Un
loro figlio, Gaetano, divenuto proprietario del castello, nel 1982 lo
vendette infine al comune di Ragusa per la somma di un miliardo.
Ritornando alla visita del
maniero, dopo l'attraversamento di
due caratteristici cortili interni, attraverso un’ampia scala in pietra
asfaltica, si giunge in un pianerottolo che dà nel Salone degli
In alto, un fregio del prospetto
In basso un angolo del magnifico parco che circonda il castello
Stemmi, così chiamato perché tutte e quattro le pareti sono ricoperte con 734 piastrelle contenenti
altrettanti
disegni
raffiguranti
stemmi nobiliari delle famiglie del
Regno delle Due Sicilie. Lo stemma
del barone di Donnafugata, raffigurato da quattro ricci inquadrati, si
osserva in un riquadro soprastante
la porta che dà nella Sala degli
Specchi. Proseguendo la visita si
osservano altre stanze magnificamente ornate e arredate: la Sala
delle donne, la Sala per i fumatori,
la Sala della musica, la Sala del
biliardo e molte altre stanze e
stanzette, tra le quali quella dove,
secondo la leggenda, venne rinchiusa la regina Bianca di Navarra.
Infine si giunge nella terrazza sottostante il loggione.
Quindi, scendendo una
maestosa scalinata fiancheggiata
da quattro sculture, due sfingi e
due leoni, si arriva in un grande
parco di circa 85.000 metri quadrati. Ai piedi della scalinata si distinguono due ficus secolari. Lungo i viali si notano altre piante esotiche e rare e un gran numero di
sedili in pietra scolpita, disseminati negli angoli più ombreggiati e
nei luoghi più intimi. Percorrendo
il primo viale s'incontra una statua
rappresentante un canonico seduto con in mano il breviario. Più avanti, antistante ad un colonnato
in stile classico, denominato coffehouse, si ammira una vaschetta
con tre puttini attorno ad una fontana zampillante. Lungo il percorso del secondo viale si osserva
una grotta artificiale con le pareti
ricoperte di stalattiti e, più avanti,
un tempietto in stile neoclassico.
Ma la maggioranza dei visitatori vengono attratti dalla curiosità di visitare “u pirdituri”, cioé
il labirinto: si tratta di un intrico di
muretti alti due metri, dove è facilissimo perdersi, poiché vi è una
sola entrata che risulta difficile a
trovarsi quando si cerca di uscirne. A meno che, per uscirne facilmente, non si ricorra al famoso
filo di Arianna. Nell'Ottocento, per
esempio, le signore che si avventuravano nel labirinto si portavano
un mazzo di fiori che ad uno ad
uno lasciavano dietro il loro passaggio di andata. Così era facile
ritornare: un filo d'Arianna più
romantico e profumato.
Alfio Triolo
IL CLUB n. 87 – pag. 32
La città delle caverne
Cava Ispica è la più suggestiva e interessante tra le numerose cave della Sicilia orientale
L
a Cava è una vallata
incisa per 13 chilometri, inserita
all'interno della formazione dei
monti Iblei fra Modica e Ispica. La
Cava era solcata da un fiume,
chiamato Pernamazzoni nel corso
superiore e Busaitone (da Poseidon) in quello inferiore. Il nome
"Cava Ispica" si riferisce solo alla
parte nord del sito, quella più vicina a Modica, mentre la parte sul
territorio di Ispica chiamato "Forza" si riferisce all'antico "Fortilitium".
I primi abitatori della valle
furono i Siculi (VII-VI sec. a.C.).
Essi vivevano in capanne e utilizzavano grotticelle artificiali dette
"a forno" per la sepoltura dei defunti. Alcuni rinvenimenti risalenti
all'età classica ed ellenistica effettuati lungo la Cava testimoniano
l'esistenza di piccole borgate, databili fra il IV e il III secolo a.C.
Tra il III e il IV secolo d.C., in piena età bizantina, la Cava fu utilizzata dai cristiani come rifugio per
sottrarsi alle persecuzioni dei Romani. I nuovi abitanti riadattarono
gli ambienti già esistenti decorandoli con immagini sacre e trasformandoli in chiesette rupestri.
All’interno della Cava si trovano
anche immagini sacre dipinte dai
cristiani che vi si rifugiarono per
sfuggire alla persecuzioni romane
Il terribile terremoto del
1693, modificò l'aspetto della Cava, varie frane si verificarono e
interessarono i vari complessi abitativi.
La flora esistente nella
Cava è tipica della macchia mediterranea: carrubi, olivi selvatici,
palme nane, lecci, platani, euforbie, mentre nel sottobosco si trovano felci, edere, salvie profumate
La Cava di Ispica
ed asparagi; il fondovalle, coltivato per la gran parte a giardini e
orti, è ricco di fichi, noci e melograni. La fauna è ormai scarsa tuttavia, attraverso questa rigogliosa
vegetazione, ci si può imbattere in
conigli selvatici, volpi, ricci e qualche raro istrice. L'itinerario ideale
per scoprire le meraviglie di questa Cava parte dalla contrada Baravitalla, a nord, dove l'incisione
della valle comincia appena ad insinuarsi nell'altopiano calcareo.
Di recente oggetto di scavi, la contrada "Baravitalla" occupa l'altipiano roccioso a nord della
Cava. Lungo uno dei versanti dell'altopiano, sono state individuate
alcune basi di capanne circolari,
tracce di un muraglione e alcuni
focolari databili alla prima età del
Bronzo, segni evidenti della presenza di un villaggio preistorico.
L'attrattiva più affascinante di
questa zona è la necropoli del villaggio con circa 50 grotticelle artificiali. Le tombe sono tutte a forno, di varie dimensioni, con volta
a cupola o piatta a seconda degli
strati di calcare. Notevole è la cosiddetta "Tomba a finti pilastri",
così chiamata per la bella decorazione del prospetto, costituito da
dieci finti pilastri scavati nella roccia a contorno dell' apertura della
cella funeraria.
La grotta dei santi è una
chiesetta rupestre, di probabile
epoca medievale, formata da un
IL CLUB n. 87 – pag. 33
vestibolo scoperto, un ambiente
quadrangolare usato per il culto e
da un piccolo recesso adibito forse
a sagrestia. Lungo le pareti del
camerone si trovano affreschi che
costituiscono circa trenta figure di
santi e di vescovi, in stile bizantino di cui si sono conservati parzialmente solo i volti contornati
dai caratteristici nimbi gialli; il ciclo pittorico è databile ai primi decenni della conquista normanna.
La Grotta della Signora è
una caverna scavata in un gradone calcareo ad appena poche centinaia di metri a sud del villaggio
di Baravitalla. Essa risulta di semplice fattura. La volta presenta
delle cupolette a forma di bacino
che denotano la sua origine naturale. All'interno si riconoscono cinque camerette con soffitto modellato a pannocchia, quasi una falsa
volta; si suppone possano essere
delle tombe a falsa tholos. Nella
fase di pulitura della struttura sono stati rinvenuti frammenti di ceramica di varia epoca (anche preistorica).
I ruderi della Chiesa di
San Pancrazio sono ancora oggi
visibili, almeno nell'impianto scheletrico. Costituisce una preziosa
testimonianza di architettura sacra
databile ai primi del VI sec. d. C.
La chiesa si presenta con pianta
allungata a tre navate e con abside tricoro, che nella parte esterna
presenta una forma mistilenea po-
ligonale in corrispondenza delle
navate laterali, circolare rispetto a
quella centrale.
La chiesetta rupestre di
San Nicola si trova alla periferia
nord dell' abitato della Cava ed è
costituita da una piccola aula rettangolare a cui si accede da un
ingresso laterale. Subito a destra
dell'ingresso, in posizione decentrata, troviamo l'abside. Sulle pareti si conservano i resti di cinque
affreschi. La povertà della struttura e la semplicità architettonica
fanno pensare ad una realizzazione di epoca sveva.
La Larderia
Affresco della chiesa di San Nicola
La Larderia, che fu un cimitero cristiano, si può considerare fra i più estesi complessi funerari della Sicilia meridionale. Il
complesso è ricavato all'interno
della roccia sulla parte sinistra del
greto del fiume.
Il vestibolo di accesso di
accesso è di forma rettangolare, in
parte a cielo aperto a causa di una
frana; presenta almeno quattro
file di loculi sovrapposti. Dal vestibolo si accede a tre corridoi che
sono occupati da una fitta presenza di loculi scavati in terra. Il corridoio centrale è quello più interessante: la prima parte presenta
loculi a pila sovrapposti; in quello
centrale si notano un gruppo di
arcosoli che, nonostante lo stato
di conservazione pessimo, mostrano una particolare soluzione
architettonica. Nella parte terminale della catacomba troviamo la
parte forse più interessante di tutto il complesso, "la tomba a Baldacchino", ricavata con quattro
pilastri angolari che riuniscono il
bordo di due sarcofagi con il soffitto della camera; all'interno di questa tomba si notano delle decorazioni a bassorilievo. La catacomba
della Larderia è stata datata al IV
- V sec. d. C.
La grotta di Santa Maria si
trova alla periferia nord del Cozzo.
Il prospetto ha subito il distacco
della parete esterna. Il progetto
prevedeva due settori sovrapposti
con funzioni diversi fra loro, uniti
da una scala a chiocciola. Il settore ovest era un'abitazione, quello
est un luogo di culto. Alcune pareti conservano tracce di affreschi a
due strati. La chiesetta di Santa
Maria (di tipo orientale) può riferirsi al XI secolo.
Il crollo di un pezzo della
facciata ha messo in evidenza un
complesso di grotte (abitazioni) a
più piani, imponente e perfettamente leggibile nelle sue caratteristiche principali. Insieme alle
camere di forma rettangolare e
alle buche per la raccolta dell' acqua, si notano resti di scale, fori di
accesso ai piani superiori e piccoli
bacini utilizzati come focolai. Tutto
il complesso risale quasi sicuramente all'epoca bizantina.
E veniamo alla Spezieria:
questa chiesa rupestre si trova
nella parte ovest dell'antico abitato della Cava. La chiesa è realizzata secondo un progetto unitario
con spazi liturgici differenziati e
disposti in asse; la stanza di forma
quadrata aveva la funzione di nartece. Un templon separa l'aula,
rettangolare, del presbiterio, rialzato di tre gradini. La porta centrale presenta ai fianchi due finestre a lunetta. Il presbiterio è concluso da tre absidi asimmetriche.
Lungo le pareti, all’interno delle
absidi, corre un sedile ricavato
dalla roccia stessa.
IL CLUB n. 87 – pag. 34
Nel pavimento troviamo
una fossa che doveva servire ad
alloggiare il piedistallo dell'altare.
Nel soffitto, in corrispondenza dell'altare, è incavata un cupoletta. Il
tramezzo che divideva il presbiterio dell'aula può far pensare ad un
utilizzo della chiesa per il rito orientale.
L'insediamento del Castello si trova nella testata nord della
Cava, insieme ad altri insediamenti minori. Questo monumento ha
suscitato molta attenzione nei
viaggiatori del '700 e '800. Il Castello si trova su una rupe praticamente isolata su tre lati e si
presenta quasi come un condominio preistorico. La singolarità della
struttura sta nel fatto che il complesso è disposto su cinque piani
comunicanti per mezzo di un tunnel. Gli ambienti interni sono disposti attorno ad un cortileambulacro che prende luce dall'
esterno. Tutte le aperture presentano degli incavi per chiusure lignee, lungo le pareti sono numerosi gli incavi per cavicchi, mensole, letti, ripiani ecc.. i piani più alti, quasi del tutto crollati, presentano le stesse caratteristiche.
Un itinerario a piedi, seppur fra mille difficoltà, consente di
visitare tutta la Cava.
Alfio Triolo
Terza pagina
Una riflessione sull’ultima creatura letteraria del nostro amico Andrea Camilleri, “Le pecore
e il pastore”, che ha come sfondo un dramma del dopoguerra che affonda le sue radici nella
Sicilia del ‘600 e nel fervore religioso verso la patrona di Palermo, Santa Rosalia.
R
icorderete di sicuro il
nostro “incontro” con Andrea Camilleri e i suoi “personaggi sbirreschi” avvenuto nell’aprile dello
scorso anno a Ragusa e dintorni. Il
grande autore siciliano ha dato alle
stampe da Sellerio, proprio di recente, l’ultima sua creatura, “Le
pecore e il pastore”, un libro che è
una via di mezzo tra il saggio e il
romanzo, uno di quei volumi a forte connotazione storica che Camilleri preferisce scrivere non appena
il suo ingombrante personaggio di
maggior successo, il Commissario
Salvo Montalbano, gliene lascia il
tempo.
Il libro racconta di un
dramma avvenuto, ovviamente in
Sicilia, nel secondo dopoguerra,
ambientato in luoghi che ci sono
particolarmente vicini, non soltanto
perché si trovano nella nostra terra, ma anche perché sono stati teatro dei nostri raduni. Il racconto si
apre rievocando le gesta della nostra Santuzza, Santa Rosalia, che
nel XII secolo abbandona ricchezze
e onori, pur essendo figlia di un
nobile, e si ritira in una piccola
grotta vicino Santo Stefano di Quisquina (da noi visitata l’ultima volta nel maggio 2006), dove vive in
penitenza e preghiera diversi anni,
prima di trasferirsi nella grotta del
Monte Pellegrino, dove morirà anni
dopo in solitudine, dimenticata da
tutti.
Noi siciliani, e in particolare
noi palermitani, conosciamo bene il
seguito di questa storia, con
l’intervento miracoloso della Santuzza che, apparsa in sogno ad un
cacciatore nel 1624 nel corso di
una terribile epidemia di peste, gli
chiede di raccogliere le sue ossa e
di portarle in processione per la
città di Palermo, che così si libera
dalla pestilenza e adotta Rosalia
come Patrona cittadina.
Sempre
rimanendo
nel
‘600 il nostro autore ci informa,
quindi, della nascita di un convento
maschile nei luoghi dell’eremo di
della Santa a Santo Stefano Quisquina, raccontandocene brevemente la storia; e poi ecco un salto
temporale fino al secondo dopoguerra, quando questi luoghi
splendidi sono teatro di un tragico
fatto di cronaca, nel momento in
cui l’allora vescovo di Agrigento,
Giovanni Battista Peruzzo, difensore dei contadini e acerrimo nemico
del latifondo, viene ferito gravemente con due colpi di pistola da
parte di mandanti che probabilmente si rifanno all’am-biente
dell’aristocrazia terriera, preoccupata per la perdita di potere conseguente all’eventuale esproprio
della propria “roba”.
Il giallo si infittisce e il vescovo rimane sospeso tra la vita e
la morte per diversi giorni, nonostante le ottime cure che gli sono
rivolte. A questo punto avviene il
colpo di scena che è il perno di tutto il volume: infatti l’autore, mentre si ritrova a leggere un libro
quasi
dimenticato,
“L’attentato
contro il vescovo dei contadini”,
scritto da un suo amico docente
universitario, scopre una nota a
piè di pagina che stuzzica la sua
curiosità: la badessa di un altro
convento, questa volta di clausura,
quello del SS. Rosario di Palma di
Montechiaro (da noi visitato, seppur solo all’esterno, nel corso di un
altra gita), undici anni dopo
l’attentato, informa il vescovo che
in quella tragica occasione dieci
suore, le più giovani del convento,
IL CLUB n. 87 – pag. 35
decisero di offrire la loro vita al Signore, in cambio di quella del loro
amato pastore.
Non manca, ovviamente,
un approfondimento storico sulle
origini di questo convento, fortemente voluto nel XVI secolo da
Suor Maria Crocifissa della Concezione, morta in odore di santità,
dopo aver lungamente battagliato
con il demonio e avere anche scritto una sua lettera sotto sua dettatura in un linguaggio noto soltanto
negli Inferi, esponente della famiglia dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa che quattro secoli
dopo avrebbe scritto “Il Gattopardo”.
Ma, al di là dell’excursus
storico dell’autore, rimane il gravissimo episodio che non mancherà di innescare polemiche soprattutto in un momento in cui si accendono forti discussioni sul fenomeno dell’eutanasia: quale significato può essere dato al sacrificio
della propria vita, soprattutto da
parte di religiose che si lasciano
morire d’inedia, nell’ambito della
religione cattolica che sostiene fortemente il valore della vita stessa
come dono dato da Dio, che solo
Dio può togliere? Come si può conciliare la condanna che la Chiesa
Cattolica fa, sia dell’eutanasia ma
anche del suicidio, con il sacrificio
di dieci suore, anzi delle più giovani suore del convento di clausura,
che offrirono in cambio della propria giovane vita la salvezza del
loro pastore?
Interrogativi pesanti, a cui
solo la coscienza di ciascuno di noi
può cercare di dare una risposta,
dato l’assoluto silenzio nel quale si
sono chiuse le attuali religiose di
Palma di Montechiaro e le fredde
smentite fatte trapelare dell’arcivescovado di Agrigento, magari mentre si inorridisce davanti a quello
che, ancora una volta, si è rivelato
come un assurdo spreco di vite
umane, immolate come vittime sacrificali sull’altare di un patto con
Dio. Ma allora gli ultimi duemila
anni non sono serviti a niente?
Mimma Ferrante
Vita di camper
La vita di ...coppia in camper: pro e contro
S
e n'è occupata perfino
l'edizione informatica, in lingua italiana, della Pravda, il quotidiano di
Mosca: il camper fa bene all'amore! Una notizia che non ha nulla di
sconvolgente, che buona parte delle persone che utilizza un veicolo
ricreazionale ben conosce, ma che,
vista di fuori, appare come la scoperta del secolo, una sorta di rimedio taumaturgico alla crisi della
coppia.
Così quel 66% di persone
che sostengono che l'autocaravan
favorisca parecchio l'attività sessuale e quel 4% che, di contro,
hanno un'opinione diametralmente
contraria, balzano in tutta evidenza e con la forza dei numeri offrono a sociologi ed agli analisti della
vita di coppia l'occasione per dissertare su un assunto che era da
tempo a portata di mano. Bastava
volersene rendere conto: trascorre
vicini, in serenità, il tempo libero,
lasciando a casa lo stress e diminuendo le occasioni di divisione
agevola non solo il recupero delle
ragioni del vivere insieme, ma anche l'attività sessuale.
Il turismo all'aria aperta
rappresenta un modo d'intendere il
tempo libero che più si rapporta
alla vita familiare, sia che a bordo
si trovino i figli o i nipotini, sia che
la coppia viaggi da sola. Un fatto
banale: la presenza – se c’è - di
una sola televisione a bordo (dovu-
ta, concediamolo pure, ai ridotti
spazi o alla tenuta della batteria)
impone di guardare lo stesso programma e non, come succede nella stragrande maggioranza delle
case, di dividersi, ognuno col proprio spazio, davanti ad un monitor
che trasmette spettacoli diversi,
ma in certi casi anche il medesimo,
guardato comunque, e in ogni caso, in assoluta solitudine. Così, alla
fine, le ragioni della vita di coppia,
la voglia di stare insieme, di vivere
in comune il tempo libero, di fare
una passeggiata, di bere un aperitivo, di scegliere un antipastino
particolare per cena nella vicina
gastronomia contribuiscono a rasserenare la vita e ad incentivare le
regioni dello stare insieme.
Il sondaggio condotto a
Rimini, nel corso di Mondo Natura,
dal Camper Club la Granda, al quale hanno risposto oltre cinquemila
persone, si fonda proprio sull'esaltazione della vita di coppia, anche
quando propone dati che solo in
apparenza potrebbero sembrare
contradditori, come quello che, in
alcune regioni del Nord, oltre il
25% degli intervistati ammette di
dormire (per comodità) separato,
quando si trova a bordo di un autocaravan. Non si tratta di dati
contradditori, ma solo dell'esaltazione della modernità del vivere
sul camper: un mezzo che ha saputo rigenerarsi anno dopo anno,
ponendosi all'altezza dei tempi ed
adeguandosi agli usi ed ai costumi
delle persone ed alle loro rinnovate
esigenze. Così, anche nelle regioni
dove il dormire separati tocca livelli di tutto rilievo, la convinzione
che l'autocaravan agevoli la vita di
coppia e accentui la voglia di fare
all'amore non diminuisce, anzi in
certi casi cresce.
Dati oltre tutto che tengono conto del fatto che, soprattutto
nel centro sud, la percentuale di
coppie con figli cresce e quindi sia
la possibilità di dormire separati,
sia l'agevolazione dell'attività sessuale risentono di questo fatto con
dati complessivi in calo. Questo
sondaggio, letto con dati scorporati, raggiunge picchi ancora più alti:
in assenza di figli o nipotini, l'agevolazione dell' attività sessuale
per chi viaggia col camper oltrepassa il 72 % e la propensione a
dormire separati raggiunge (sempre in alcune regioni) il 33%. Modernità dunque, ricerca delle comodità, ma anche esaltazione della
vita relazionale e di coppia. Forse
sarebbe il caso che sociologi e psicologi si soffermassero su questo
sondaggio e ne traessero qualche
utile spunto per una vita di coppia
sempre più in crisi.
Da parte nostra, ancor
prima di conoscere i risultati di
questa inchiesta, non esisteva alcun dubbio sul suo esito. Basta
guardarli, anziani e giovani, quando scendono dall'autocaravan, si
prendono per mano e si avviano
per una passeggiata: in loro vi è
un'identica voglia di vivere, di stare insieme, di sentirsi uniti anche
dopo tanti anni dal fatidico "sì"!
Non importa l'età, la classe sociale
o il reddito: sono i sentimenti,
questa volta, che prevalgono. Poi,
la sera, quando le ombre hanno
avuto la meglio sulla luce del giorno, finita la cena e sparecchiata la
tavola, si accende l'unica televisione, ci si accorda sul programma e
poi...neI66% dei casi sappiamo
come va a finire!
Beppe Tassone
(da Turismo all’aria aperta)
IL CLUB n. 87 – pag. 36
Musica in camper
Due nuove proposte per orecchie molto raffinate
C
on l’arrivo della primavera, del cielo azzurro e delle
giornate che si vanno allungando
sempre più in una promessa
d’estate, la musica ci fa compagnia con il suo carico di energia,
spingendoci a godere della temperatura mite nel corso delle nostre
passeggiate in camper dei weekend e, quando siamo fermi, a progettare i nostri viaggi estivi ormai
vicini.
Ed ecco, quindi, due nuove
proposte musicali, tutte da godere, mentre siamo impegnati con
guide e cartine, alla ricerca dei
luoghi che quest’anno faranno da
palcoscenico alle nostre vacanze.
Due proposte che risulteranno
particolarmente interessanti soprattutto per orecchie ...molto raffinate, trattandosi sia nel primo
che nel secondo caso di sonorità
ricercate e di grande impatto emotivo.
Il primo album riguarda un
artista siciliano, Mario Biondi,
che ha recentemente debuttato
con il suo “Handful of Soul”, balzato prepotentemente in cima alle
classifiche di vendita e lì rimasto,
più che meritatamente, per diverse settimane. Si tratta di un mix di
pop, jazz e soul che dà vita ad un
risultato morbido e accattivante,
grazie alla voce dell’artista, sorprendentemente “nera”, nonostante il cantante sia indubbiamente
bianco e “siculo doc”. Infatti Mario
Biondi è di origini catanesi, nonostante sia “emigrato” da una quindicina d’anni in Emilia Romagna, e
vanta origini artistiche, dato che
tra i suoi antenati vi sono un bi-
snonno pittore, una nonna cantante dell’E.I.A.R. e un padre cantante popolare; dopo aver fatto il corista in chiesa ed essersi esibito in
piazza al seguito del padre, fa esperienza come figurante lirico e
comincia la sua gavetta facendo
da spalla a cantanti famosi, prima
di fondare il suo gruppo “Mario
Bros” e di incidere una decina di
brani.
Come dicevamo, “Handful
of Soul” è il suo album d’esordio
ed alterna suadenti melodie vocali
a brani più ritmici, adatti al ballo;
tra i pezzi più coinvolgenti è da
segnalare il magnifico “This is
what you are”, divenuto un singolo di successo sulla Bbc Radio in
Inghilterra e quindi utilizzato come
colonna sonora di uno spot Tv; ma
si segnalano anche altri brani
coinvolgenti, come “No mercy for
me” e “Gig”. Credo che possa essere un genere di musica particolarmente adatto per rilassarsi dopo una giornata intensa.
Cambiamo genere per la
nostra seconda proposta, ma non
certo livello di gradimento per il
recente album di Loreena Mc
Kennitt “An ancient muse”, uscito dopo nove anni dal precedente lavoro dell’artista canadese,
vincitrice di numerosi premi ottenuti in seguito alla vendita di ben
tredici milioni di dischi in quindici
paesi sparsi per quattro continenti, che le ha fruttato numerosi dischi d’oro, di platino e di multiplatino.
Dopo una carriera ventennale la cantante e compositrice è
manager e produttrice di se stessa, oltre che direttrice della sua
casa discografica internazionale, la
Quinland Road, i cui proventi sono
serviti in parte per la realizzazione
di opere caritatevoli nel campo
della sicurezza dell’acqua e dei
servizi di sostegno per famiglie e
bambini. Niente male per l’artista
canadese che ha cominciato la sua
carriera gestendo le proprie attività dal tavolo della cucina e vendendo i suoi dischi per posta.
Il suo genere musicale è
denominato “celtico eclettico” e
spazia dalle sonorità tipiche della
musica celtica a quelle dei suoni
etnici derivanti da culture estranee
IL CLUB n. 87 – pag. 37
al mondo occidentale, come quella
nord africana o turca. In questo
senso è emblematico il suo ultimo
album, quel “An ancient muse” introdotto da un’eco dell’Odissea,
poema senza tempo di Omero:
“Racconta, o Musa, di coloro che
hanno tanto viaggiato”, perfettamente in tema con quello che
l’autrice stessa definisce come un
diario di viaggio musicale; in questo ultimo lavoro il viaggio di scoperta porta l’autrice alla ricerca
dei sentieri più orientali percorsi
dal popolo celtico, dalle pianure
della Mongolia, al regno di re Mida, attraverso il tempo e gli oceani, dalla Grecia omerica alla Istanbul ottomana, passando anche
dall’Inghilterra dell’età delle Crociate.
Ne viene fuori un affascinante mix delle ballate scozzesi ed
irlandesi con le tradizioni musicali
della Grecia, della Turchia, della
Spagna e della Scandinavia. E allora non ci resta che intraprendere
questa sorta di esplorazione musicale a cavallo tra la cultura del
nord Europa e quella del Medio Oriente, in un miscelarsi di strumenti e di sonorità che ci portano
a fare una specie di viaggio intorno al mondo, in un’armoniosa
premessa del viaggio reale che
realizzeremo a breve, facendo affidamento sulle ruote dei nostri
camper e sui nostri occhi, ansiosi
di catturare il più possibile delle
meraviglie del mondo che ci circonda.
Mimma Ferrante
Internet che passione
Il navigatore satellitare, ossia: “mantenere la destra e girare a destra alla fine della strada”
C
redo sia già nota la
passione del sottoscritto per satelliti, mappe e vedute dall’alto; e
qualcuno ricorderà certamente il
più volte nominato concetto di
“piccoli piccoli” altre volte da me
usato, su queste pagine, per dare
un senso alle nostre umane dimensioni in proporzione al mondo
che ci circonda.
Ormai in molti utilizziamo
un navigatore satellitare per i nostri spostamenti. E’ comodo e utile
per fugare dubbi sulla direzione da
prendere, quasi indispensabile per
districarsi all’interno delle trafficate
vie di una grande città. Ne esistono già da tempo diversissimi modelli, più o meno integrati nei mezzi di locomozione e ormai anche
nei cellulari. C’è chi ha scelto una
concreta e sensuale voce femminile e c’è chi al contrario ha optato
per una stentorea voce maschile o,
perlopiù chi bazzica sulla rete e sul
suo sistema di file di scambio, chi
è riuscito ad inserire nel proprio
gps un sintetizzatore di comandi
che si esprime in un perfetto idioma siculo.
“Tra trecento metri girate a
Lo schema della rete mondiale di satelliti a supporto del segnale GPS
Riferimenti in rete:
http://it.wikipedia.org/wiki/Global_Positioning_System
http://www.colorado.edu/geography/gcraft/notes/gps/gps_f.html (in
inglese)
http://www.pcopen.it/01NET/HP/0,1254,4s5009_ART_72628,00.html
http://www.comefunziona.net/articolo.asp?Ogg=gps&Pro=0
http://www.tomtom.com/howdoesitwork/index.php?Language=7
http://www.teleatlas.com/index.htm (in inglese)
http://www.tomshw.it/business.php?guide=20061206
http://www.navteq.com/italiano/about/index.html
http://www.poigps.com/
IL CLUB n. 87 – pag. 38
sinistra”, “spostarsi a destra tra
cinquanta metri”. Sono le frasi ormai ricorrenti che accompagnano
le più classiche e coniugali “vai più
piano” o “sei sveglio?”. E finché
“girando a destra” trovi una strada
tutto è tranquillo, ma quando ti ritrovi all’interno di un viottolo sterrato e sei magari alla guida di un
camper lungo più di sette metri,
direi che sono dolori!
Ma come farà questo “oggetto” ad impartire ordini con tale
precisione che talvolta impressiona?
Vediamo come internet può darci
aiuto per capirne di più. Mister Google (ma c’è chi ormai lo chiama
San Google…) ci risponde con “appena” 265 milioni di pagine trovate alla ricerca del termine “gps”.
Al primo posto Wikipedia
che recita letteralmente: “Il Global
Positioning System (abbreviato in
GPS, a sua volta abbreviazione di
NAVSTAR GPS, acronimo di NAVigation Satellite Timing And Ranging Global Positioning System), è
un sistema di posizionamento su
base satellitare, a copertura globale e continua, gestito dal dipartimento della difesa statunitense”.
Il sistema gps è nato negli
USA ed è stato fino ad alcuni anni
addietro di uso quasi esclusivo del
governo statunitense che ne degradava il segnale, consentendone
un uso civile che poteva solo usufruire di precisioni di lettura del
territorio dell’ordine di 150/200
metri. Dal 2000 il presidente Clinton con un decreto ha ordinato
l’inibizione della degradazione consentendo, da quel momento, una
precisione di circa 10-20 metri.
La rete gps è ancora di
proprietà degli Stati Uniti, anche
se l’Unione Europea ha in progetto
di definire una propria rete satellitare, denominata Galileo, e si avvale di una rete di 24 satelliti artificiali (21 in costante funzionamento e 3 di riserva), distribuiti su
6 orbite ellittiche ad una quota
media di oltre 20.000 km.
Banalizzando, il funzionamento del gps si basa sulla misurazione del tempo impiegato da un
segnale radio a percorrere la distanza satellite-ricevitore: conoscendo quindi la posizione di almeno tre satelliti e misurando appun-
to il tempo impiegato dal segnale
per raggiungere il ricevitore, è
possibile determinare nello spazio
la posizione del ricevitore stesso.
Sembra facile, vero? O almeno, proprio difficile non è; ma,
in relazione al navigatore satellitare, pur essendo fondamentale per
il suo funzionamento, questo principio non è che l’inizio del discorso… Ben altro infatti serve per sentirci dire dov’è che dobbiamo svoltare. Fondamentali per lo scopo
sono le “mappe digitali” che contengono la mappatura di tutti gli
itinerari percorribili sul territorio,
comprensiva delle indicazioni stradali e di ogni altro dettaglio che
può favorirne il perfezionamento.
Semplici da aggiornare ma
meno semplici da creare, le mappe
digitali sono, rispetto a quelle tradizionali, più versatili e complete di
informazioni sicuramente non disponibili su una normale cartina:
cap, punti di interesse, informazioni turistiche, monumenti, limiti di
velocità, sensi di marcia e persino i
numeri civici delle città o addirittura gli autovelox o i McDonalds. Il
tutto racchiuso in un piccolo archivio, facilmente aggiornabile e recuperabile anche tramite il web.
Le mappe digitali sono realizzate da aziende che, con l’ausilio
di sofisticate strumentazioni portate in giro per le strade del mondo,
sono capaci di “impossessarsi” di
ogni segreto e caratteristica di un
itinerario. Tra queste la statunitense Navteq e l’europea Tele Atlas,
che dispongono di furgoni attrezzati di gps, computer e telecamere
che raccolgono i dati cartografici direttamente sul campo, riprendendo
e memorizzando le coordinate di
numeri civici, nomi delle strade,
segnaletica e sensi di marcia.
Il software contenuto nel navigatore fa tutto il resto, mettendo in re-
lazione tra loro il punto calcolato
dal ricevitore gps e il corrispondente punto virtuale sulla mappa, comunicando con precisione millimetrica dove siamo e dove dobbiamo
andare per raggiungere la destinazione scelta.
Un navigatore satellitare
Chi già usa il gps saprà che
ogni mappa può essere integrata
da vari POI, i cosiddetti Point Of
Interest. Spesso utili, quando non
utilissimi, i punti di interesse spaziano tra monumenti, scuole, campeggi (che nel nostro caso non
guastano), alberghi, ostelli, valichi,
stazioni ferroviarie e marittime,
eccetera, eccetera, eccetera.
Portare in viaggio con sé il
maggior numero di informazioni
utili è il messaggio del sito
poigps.com, che offre la possibilità
di personalizzare il proprio navigatore con ogni tipo di informazione,
oltre che a scambiare interessanti
informazioni, tramite un forum di
appassionati, sul funzionamento e
la personalizzazione delle apparecchiature.
Un consiglio per concludere:
se siete al vostro primo viaggio
con navigatore al seguito evitate di
selezionare l’opzione “via più breve” per raggiungere la vostra destinazione. A meno che non vi sentiate dei novelli Indiana Jones,
scegliete prima l’itinerario più veloce. Eviterete certamente viottoli
pietrosi con pendenze da mulo atletico. Il navigatore conosce anche
le più impervie e infime vie di comunicazione: provare per credere!
Giangiacomo Sideli
Un furgone di rilevazione del territorio di Tele Atlas
Un sito per caso
Navigando a “casaccio” o senza meta non è difficile trovare qualcosa di
interessante o divertente
Siete interessati al collant? Se lo siete e se specialmente siete
degli uomini, questo è il sito che fa per voi! All’indirizzo
www.comfilon.com potete scegliere tra vari modelli il collant che fa per
voi. Nelle pagine, per ogni tipo, sono specificati il tessuto, il colore e le
caratteristiche di vestibilità e comfort.
Nel sito, ben costruito commercialmente, è però presente molto
spesso nelle pagine un avviso, quasi uno slogan pubblicitario, dove è
specificato che “questi NON SONO i collant di tua madre”! Vista la foto,
non mi verrebbe assolutamente spontaneo pensarlo…
IL CLUB n. 87 – pag. 39
Riflessioni
Cucina da camper
Spaghetti piselli e gamberi
Sognare e vivere sono la stessa cosa...
Altrimenti a cosa serve vivere?
Qualcuno
asserisce che
sognare e vivere non sono, non
possono e non devono essere la
materialista-con-i-piedi-per-terra,
incallito.
Tutti
ci
aspettiamo
un
stessa cosa. Si deve vivere ogni
domani diverso, spesso migliore,
momento della giornata pienamen-
anzi sempre migliore, ma comun-
te presenti, senza rifugiarsi nel ri-
que diverso, un domani che ci dia
cordo/rimorso/rimpianto
(PASSA-
emozioni, che ci tenga vivi, che ci
TO) né nel desiderio/sogno/ideale
faccia sperare. L'attesa ed il desi-
(FUTURO). In ogni momento della
derare i cambiamenti può essere
propria giornata si deve essere
necessità di sperimentazione, di
pienamente CONSAPEVOLI di se
novità, di rinnovo, ma è anche
stessi... solo in quel momento si
sintomo di disagio: ed è quello
potrà esser vivi. Mentre sognare
che viviamo quotidianamente an-
significa esistere in una vita paral-
che se celato dalla maschera di
lela e sempre un po' misteriosa.
incalliti attori. La ricerca del nuo-
Non per tutti. Il sogno non
vo, del diverso, la novità, la sco-
ha età, né sesso, né collocazione
perta, il meravigliarsi ancora, lo
storica o temporale. Tutte le gene-
sperimentare, la conoscenza, que-
razioni sognano: in questo mo-
ste sono alcune delle motivazioni
mento storico, difficile e dramma-
della vita; se ci togliamo la possi-
tico, sognare può essere una solu-
bilità di sognare, di poter raggiun-
zione per esprimere desideri e per
gere almeno alcuni di questi obiet-
pensare a come vorremmo che
tivi, allora …a cosa serve vivere?
Ingredienti: spaghetti 300 gr, piselli, 1 cipolla, 1 cucchiaino di salsina di pomodoro, 1 confezione di
gamberetti congelati (o 400 gr di
gamberetti freschi), olio extravergine d’oliva, sale e pepe q.b.
Preparazione: rosolate la cipolla
tagliata sottile nell’olio, aggiungendovi un cucchiaino di salsina.
Unire i piselli con ½ bicchiere di
acqua, far cucinare. A metà cottura aggiungete i gamberetti, salare
e pepare. Quando gli spaghetti saranno cotti, amalgamateli al condimento facendoli saltare alcuni
minuti insieme per insaporirsi.
Petti di pollo allo zafferano
Ingredienti: 4 fettine di petti di
pollo, 2 cucchiai d’olio extravergine d’oliva, 1 bicchierino di marsala, ½ dado vegetale, 1 bustina di
zafferano, pepe q.b.
fosse la nostra vita. Io penso che
“Qualsiasi cosa fai o sogni
la vita sia fatta di obiettivi da rag-
di fare, comincia a farla”: questo è
Preparazione: in due cucchiai
d’olio fate rosolare i petti di pollo.
Appena pronti, bagnarli con un
bicchierino di marsala che farete
evaporare completamente. A parte preparate un bicchiere di brodo
di dado, sciogliendovi una bustina
di zafferano. Versate q.b. sul pollo, portando a compimento la cottura. Pepate le fettine.
giungere, di traguardi da conqui-
il momento di passaggio, il mo-
stare, di sogni da realizzare; un
mento in cui si passa dal sogno
Barchette di melanzane
esempio è il famoso canto del Leo-
alla realtà. Come si può, per e-
pardi Sabato del Villaggio che fa-
sempio, togliere la possibilità di
ceva sperare nella domenica, che
passare dei momenti a sognare
faceva "vivere", direi quasi in un
viaggi vicini o lontani. Per staccare
sogno, l’attesa di tanto agognata
la spina, è meglio cambiare am-
giornata di festa. E quindi in qual-
biente, conoscere terre e popoli
che modo attesa del futuro...
diversi. La passione dei viaggi,
Tutti viviamo per il doma-
nasce dal desiderio di conoscere
ni, non per questo non si deve vi-
modi e usi di altri popoli e, per
vere il presente consapevolmente
tanti di noi, per evadere dalla no-
e pienamente. Una delle tante at-
stra vita di tutti giorni. Quindi ri-
tese è quella che fa capo alla do-
cominciamo a “sognare”.
manda:
dopo?
Preferisco essere un “so-
Un’altra: cosa saranno o faranno i
cosa
ci
sarà
gnatore” con visioni da realizzare,
nostri figli? Ed ancora: come sarà
piuttosto che un essere consape-
il mondo tra cent’anni…? In fondo,
vole di ciò che sta vivendo senza
sognare e vivere sono la stessa
sogni ne desideri…
cosa... altrimenti a cosa serve vivere...? E ve lo dice un razional-
Luigi Fiscella
IL CLUB n. 87 – pag. 40
Ingredienti: 2 melanzane, 1 cipolla, mollica 250 g, parmigiano a
piacere, salame 100 gr, caciocavallo 100 gr, olio extravergine
d’oliva, 2 cucchiai di capperi, origano, polpa di pomodoro.
Preparazione: tagliate a metà le
melanzane e svuotatele un po’.
Mettetele sotto sale a scolare. Tritate la cipolla e fatela soffriggere
nell’olio insieme ai pezzetti di melanzane rimaste. Appena pronto,
aggiungete la mollica, il parmigiano, il sale e i capperi. Tagliate
a pezzetti il caciocavallo ed il salame unendoli al preparato. Riempite con il composto le melanzane
svuotate, ponendole su una teglia
da forno. Coprite con la polpa del
pomodoro, l’origano e, se piace, la
cipolla scalogno tritata. Cospargete con olio e ponete in forno.
Enza Messina
News, notizie in breve
Un sito web
per i camperisti disabili
Non si può certo dire che il
tema camper e turismo non siano
ben rappresentati nella rete web.
Portali, siti professionali ed amatoriali promuovono e consentono di
documentarsi su questi temi. E il
turista disabile? E, più in particolare, il camperista con disabilità chi
lo rappresenta? Quale voce ha nella rete web? A queste domande
vuole dare un contributo il nuovo
sito www.camperistidisabili.net.
Si tratta del primo esempio
italiano di un sito web dedicato esclusivamente ai portatori di handicap che hanno scelto e trovato
negli strumenti del turismo itinerante – camper e caravan l’indipendenza di un tempo. Liberi
di viaggiare e conoscere, di vivere
il proprio tempo libero o le vacanze
nella normalità.
Il sito mira a diventare,
con il passar del tempo e dopo il
necessario rodaggio, un punto di
riferimento per tutti i camperisti
disabili e per quanti vivono la disabilità a diversi livelli: motoria, sensitiva e intellettiva. Ma non vanno
dimenticate anche le loro famiglie
supporto fondamentale per il disabile, con le loro esigenze e aspettative. Uno strumento di consultazione e di confronto sulle numerose problematiche ancora aperte sul
turismo e sulla mobilità accessibile.
La filosofia del sito e dello
staff che lo ha realizzato è quella
di costruire una cultura capace di
interpretare al meglio le esigenze
dei turisti itineranti, liberi di superare concetti secondo i quali è una
conquista la mera applicazione di
normative di legge; rimane da lavorare, a vari livelli e con il contributo di tutti i soggetti interessati,
intensamente per vedere assicurati
diritti di civiltà e di fruizione del
territorio, delle strutture turistiche
e degli strumenti da vacanza.
Tutte le informazioni, attentamente vagliate e verificate,
vengono proposte con semplicità e
chiarezza; le strutture turistiche
accessibili e monitorate, ad esempio, potrebbero risultare non più
corrispondenti agli standard verificati durante le nostre visite sul posto per via di mutate realtà sopraggiunte e non comunicateci da-
gli stessi operatori turistici. Il contributo di tutti, utenti camperisti
disabili e non, le loro famiglie, le
aziende e produttori di camper ed
ausili tecnologici, associazioni di
categoria, operatori turistici, consentirà di migliorare e crescere la
qualità dei contenuti e dei servizi
erogati. Per vivere la cultura della
mobilità e della fruizione del territorio, dei suoi aspetti ambientali,
storici, naturalistici, della scoperta
dei luoghi senza barriere architettoniche e mentali. Liberi di viaggiare. In camper e caravan anch’essi
accessibili.
biocombustibili, almeno il 10% entro il 2012. Il vincolo del 20% a
livello europeo sulle fonti rinnovabili dovrà essere raggiunto con
“target differenziati a livello nazionale che tengano conto”, si legge
nelle conclusioni, “dei diversi punti
di partenza di ciascun Paese, del
mix energetico esistente e anche
di quello potenziale”. Tale nota in
maniera esplicita dà il via anche al
nucleare soprattutto per Paesi come la Francia.
Dall’Europa
una risposta concreta
contro l’inquinamento
Siete affascinati dai manieri abbarbicati nella roccia che sfidano il vuoto, dai castelli feudali
dall'aria sinistra o dai presidi fortificati simbolo del potere regio o
baronale. Allora c’è un libro realizzato apposta per voi: si tratta di
"Castelli di Sicilia - Città e fortificazioni", edizioni Kalòs, curato da
Fabio Militello e Rodo Santoro,
ambedue architetti.
Si tratta di una guida agile
che è anche un censimento reale
dei castelli disseminati sul territorio dell'isola attualmente fruibili al
pubblico. «Un repertorio minuzioso
dei castelli siciliani è stato pubblicato qualche anno fa dalla Regione
- spiega Santoro - un'opera di carattere scientifico che resta fondamentale e registrava circa 300
manieri. Questo volume, invece, è
corrispondente alle esigenze di
viaggiatori e appassionati che hanno voglia di riscoprire un patrimonio architettonico che caratterizza
la Sicilia».
Santoro e Militello hanno
selezionato sessanta castelli attualmente visitabili, ma anche
monconi architettonici e scorci diroccati. «Nelle città costiere e portuali - continua Santoro - i castelli
erano quasi sempre regi, strategicamente controllati dalla Corona.
Nell'entroterra, invece, venivano
concessi ai grandi feudatari e troneggiavano sui centri urbani fino a
diventare l'icona del luogo».
Il volume privilegia soprattutto il mondo medievale nelle sue
diverse fasi e racconta, suddividendoli per provincia, i primi castelli regi di Sicilia, come il Palazzo
Reale di Palermo e il suo Castello a
Mare, sull'antico porto della città,
I leader europei hanno recentemente concordato un piano di
azione per una serie di impegni
concreti sull’energia da concretizzare entro il 2020. Si sono impegnati a contrastare i cambiamenti
climatici abbandonando gradatamente l’approvvigionamento dei
combustibili fossili a vantaggio delle energie pulite e rinnovabili. Un
quinto del totale del consumo energetico, hanno promesso, sarà
garantito ancor prima del 2020 da
fonti alternative al petrolio.
Il piano d’azione approvato è molto ambizioso, ma realistico
e credibile, perché fissa impegni
vincolanti e raggiungibili e consente all’Europa di alzare la voce a livello internazionale per costringere
gli
altri
partner
a
seguire
l’esempio. Gli obiettivi fissati nel
piano d’azione vanno ben oltre
quelli dettati nell’ambito del Protocollo di Kyoto (meno 8% di emissioni nocive di gas serra entro il
2012, tanto per cominciare!).
L’Unione Europea si è impegnata a
ridurre di almeno il 20% le emissioni di gas serra entro il 2020,
con l’opzione di arrivare fino ed oltre il 30% se altri seguiranno la
strada europea. Intanto per incominciare l’UE intende incrementare
del 20% il livello di efficienza energetica che derivi esclusivamente da fonti rinnovabili.
Nel settore dei combustibili
usati per i trasporti si intende arrivare entro pochi anni come il Brasile con una quota consistente di
IL CLUB n. 87 – pag. 41
Un ricco volume
sui castelli siciliani
alla Cala. Poi dei castelli fondati in
età normanna come quelli di Paternò e Adrano, legati ai modelli
della Normandia, dei castelli di Federico Il, come il castello Ursino di
Catania, il castello di Augusta, e il
Maniace di Siracusa.
Nel Trecento, poi, il trionfo
dell'aristocrazia feudale, con la dinastia degli Aragonesi che vide
sorgere nell'entroterra siciliano alcuni tra i castelli più famosi: quello
di Caccamo, il più grande della Sicilia, quello spettacolare di Mussomeli arrampicato su una rupe,
quello di Carini con la sua truculente vicenda di amore e morte, e
ancora quelli di Castelbuono, Pietraperzia e Cefalà Diana, AIcamo
ed Erice, Butera e Sperlinga, Montechiaro e Partanna.
L'opera racconta anche che
nell'epoca successiva, soprattutto
dal Quattrocento, con il diffondersi
dell'uso del cannone e l'incombente pericolo dell'impero turcoottomano ci fu il progressivo mutare dei castelli in presidi fortificati,
con la realizzazione di nuove opere
difensive, bastioni e cinte perimetrali.
In alto il castello di Falconara, sulla
costa sud della Sicilia vicino Butera. In basso quello di Donnafugata,
vicino Ragusa
Per ogni castello, accanto
alla relativa scheda, storica e architettonica, il volume riporta le
notizie sul paese di riferimento e
sui prodotti tipici. E per chi volesse
andar per castelli, in fondo al libro
ci sono dodici utili itinerari con riferimenti ai siti internet di ogni comune.
Un convegno
sulle politiche dei consumi
e le identità culturali
contribuiscono a cambiare le radici
culturali dei vari movimenti da cui
vengono adottate?
Di fronte alla crisi della politica e alla difficoltà dell’associazionismo tradizionale nel mobilizzare i cittadini, il consumo sta acquistando valenze più esplicitamente politiche. Attività ideologicamente definita come “privata”, il
consumo è oggi un terreno di confronto fra identità culturali diverse
e un oggetto di riflessione per
nuove aggregazioni politiche.
È nata così una vasta galassia di movimenti che promuove
forme di consumo alternativo e critico. Allo stesso tempo, il business
etico e il commercio equo e solidale sono fenomeni in crescita, da
leggere non solo come forme di
marketing per le classi medie che
incrementano l’inflazione, ma anche come sintomi di una vasta
tendenza culturale.
Su questi temi il 12 aprile
u.sc. si è svolto presso il Dipartimento di Studi Politici e Sociali
dell’Università di Milano un convegno con lo scopo di mettere a fuoco, forse per la prima volta in Italia, la dimensione relazionale del
consumo che è spesso stata sottaciuta a favore di un’analisi della
soddisfazione individuale e del paragone invidioso, ma che oggi, anche in seguito allo sviluppo di boicottaggi di consumo internazionali,
di movimenti ambientalisti, di associazioni gastronomiche per il recupero delle tradizioni, del movimento New Global ecc., sono ormai di grande rilevanza simbolica e
pratica.
L’iniziativa aveva lo scopo
di fare interagire saperi diversi sul
tema dei consumi critici, includendo sia una riflessione accademica
interdisciplinare sia un confronto
diretto con le esperienze provenienti dall’associazionismo, rispondendo quindi ad una serie di domande: come si pongono tra di loro le diverse associazioni (ambientaliste e consumeriste) che si occupano di consumi alternativi e critici? In che misura il combinarsi di
processi di stagnazione economica
e di evoluzione culturale crea nuovi
stili di vita fondati su consumi più
contenuti e al tempo stesso più
consapevoli? Quali sono le radici
culturali di coloro che animano
l’associazionismo caratteristico del
consumo critico? Come le iniziative
di consumo critico o alternativo
Come cambia
l’assicurazione RCA
IL CLUB n. 87 – pag. 42
Finalmente la tanto attesa
svolta: dal 1 febbraio è possibile
richiedere il risarcimento per incidenti stradali alla propria compagnia. A pagare, entro 60 giorni dalla ricezione della richiesta di risarcimento ed entro 90 in caso di lesioni alle persone, sarà quindi la
propria agenzia assicurativa, indipendentemente dalle responsabilità nel sinistro.
Ma
attenzione:
questa
nuova procedura, che dovrebbe
servire a velocizzare i risarcimenti,
ottimizzare i rapporti fra assicurati
e compagnie e soprattutto, nel
tempo, a ridurre il costo dei sinistri, non potrà essere applicata per
qualsiasi incidente. L’indennizzo
diretto, infatti, ha valore solo per i
sinistri nei quali siano coinvolti non
più di due veicoli immatricolati in
Italia. In caso di lesioni alle persone, inoltre, queste dovranno essere considerate “lievi”, diagnosticabili quindi tra 1 e 9 punti di invalidità permanente. In tutti i casi esclusi, gli automobilisti dovranno
comportarsi come sempre, inviando cioè la richiesta di risarcimento
all’assicurazione del responsabile.
Nel presentare la richiesta
per ottenere l’indennizzo diretto
occorre essere estremamente precisi, indicando nel dettaglio le generalità degli assicurati coinvolti
(compreso
il
codice
fiscale
dell’avente diritto al risarcimento)
insieme a tutti i dati dei veicoli
coinvolti, le generalità di eventuali
testimoni e le indicazioni relative
all’intervento
delle
forze
dell’ordine. Occorre specificare anche la propria disponibilità in merito al luogo, ai giorni e agli orari in
cui il veicolo danneggiato può essere visionato dal perito. In caso di
lesioni, saranno indispensabili anche dati relativi all’attività e al reddito del danneggiato, l’età, l’entità
delle lesioni subite, l’eventuale dichiarazione del beneficio di prestazioni da parte di istituti che gestiscono le assicurazioni sociali obbligatorie e tutti i referti medici.
Ricevuta la richiesta, la
compagnia potrà richiedere eventuali integrazioni e chiarimenti al
danneggiato entro 30 giorni.
IL CLUB n. 87 – pag. 43
(C) Rare, Medium & Well Done. Foto : Stefano Galera. Copy Enrico Chairugi. Art: Daniele Freuli
L’ultima parola

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