INVESTIRE NEL VINO È SALUTARE INVESTIRE NEL

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INVESTIRE NEL VINO È SALUTARE INVESTIRE NEL
Paolo Cornero
Nato ad Alba nel 1978,
il suo percorso professionale l’ha
portato sin da giovanissimo
a ricoprire importanti incarichi
nel settore del vino, prima come
direttore vendite presso la storica
casa vinicola “Contratto”
di Canelli, poi, a soli 27 anni,
come direttore commerciale
della celebre azienda sarda
“Capichera”. Dal 2005, anno
di fondazione di “Vinifera”, Paolo
ha modo di lavorare a stretto
contatto con alcuni dei più celebri
produttori italiani, la cui tensione
verso la qualità assoluta ha molto
influenzato la filosofia
dell’azienda. Nel 2009 “Vinifera”
è la prima azienda italiana
C
he la Scuola enologica di Alba sia una fucina di talenti è un
dato di fatto. Il personaggio di cui ci occupiamo la scelse per ragioni logistiche («La vicinanza a casa») e di opportunità
(«Poteva offrirmi sbocchi professionali interessanti»). Inoltre, può
essere ritenuta meno impegnativa dei licei («Lo studio non era
tra le mie priorità»). Si presenta
con sincerità Paolo Repetto, albese e di mestiere “wine merchant”:
un’arte in cui è tra i migliori.
Ma quando nacque la passione
per il vino?
«Dalla quantità alla qualità: credo
che il padre del mio amico e compagno Enrico Rivetto ricordi an-
Addentriamoci in quesiti più
impegnativi. La crisi globale ha
frenato il mercato del vino o lo ha
solo rallentato?
«Tutto sommato la crisi non ha
avuto una grande incidenza sul
mercato mondiale, in particolare
per i vini italiani di alta qualità. A
parte una lieve flessione nel
2009, le vendite dei vini italiani
nel mondo sono in leggera, ma
costante crescita, soprattutto in
termini di valore, in parte anche
per merito della svalutazione
dell’euro. La fase critica dell’economia planetaria credo stia dando
una “scossa” a molti produttori,
spingendoli ad affacciarsi su mercati che fino a poco tempo fa erano sottovalutati, se non addirit-
collocazione e di conseguenza a
sviluppare buone vendite. Basti
pensare a mercati come Cina e
Hong Kong, dove i francesi vendono dieci volte più di noi. L’Ocm
vino ha permesso la nascita di numerosi e vivaci consorzi export,
permettendo a tante piccole aziende di affacciarsi su piazze
diversamente irraggiungibili.
Manca, però, un’organicità nella
comunicazione e nelle politiche
promozionali, senza la quale la
strada per i produttori italiani sarà
sempre più difficile. Per fortuna il
mercato chiave per i vini italiani,
soprattutto quelli di alta qualità,
rimane quello degli Usa, con un
volume annuo di esportazioni
superiori a un miliardo di euro e
Paolo Repetto, albese, classe 1978,
è tra i più stimati “wine merchant”
INVESTIRE
NEL VINO
È SALUTARE
operare la vendita dei grandi vini
bordolesi “en primeur” in Italia
in contemporanea con Bordeaux.
Nel 2010 “Vinifera” ha allargato
gli orizzonti commerciali
affacciandosi al mercato estero
in modo innovativo, proponendo
le migliori annate dei più grandi
vini italiani e francesi ai “wine
merchant” sparsi per il mondo.
Paolo è considerato uno
dei maggiori esperti italiani
del mercato dei “fine wine”
e “Vinifera” è oggi un player
internazionale di riferimento per la
ricerca dei vini più prestigiosi,
con clienti in Usa, Regno Unito,
Francia, Belgio, Olanda, Russia,
Hong Kong e Corea del Sud
2
cora le nostre serate arrampicati
sulle sue botti a degustare i preziosi Barolo in affinamento. Ricordo bene il primo vino che davvero mi impressionò. Fu uno
Château Latour del 1990, bevuto nel 1999. Rimasi folgorato.
Non mi rendevo ancora conto
che mi trovavo davanti a quello
che molti considerano il migliore
dei Bordeaux, superiore anche a
Lafite-Rothschild. Ora trovo le
più grandi emozioni in alcuni Barolo che nelle migliori annate esprimono una qualità inarrivabile, così come alcune etichette di
Champagne con almeno 10-15
anni alle spalle».
á 6 giugno 2013 á scommettere sull’enologia
tura snobbati. Comunque il trend
positivo non deve farci dormire
sonni tranquilli, perché Paesi come Usa, Cile, Argentina e Nuova
Zelanda crescono nelle loro esportazioni a velocità quasi doppia rispetto alla nostra».
Ci sono Paesi ancora “vergini”
e, se sì, cosa occorre fare per aprire nuovi mercati?
«Più che sui paesi “vergini” (la
prossima frontiera sarà il continente africano, ancora oppresso
da una notevole instabilità politica), sarebbe più utile concentrarsi
sui mercati abbastanza recenti,
dei quali si parla molto, ma dove
l’Italia fatica a trovare una sua
che continua a dare segnali positivi. Sotto alcuni aspetti quello statunitense può essere ancora considerato un mercato “emergente”,
date le statistiche di crescita e il
potenziale da sviluppare. I mercati di Brasile, Russia e India sono
ancora penalizzati da importanti
dazi doganali e complicate norme
legislative legate all’importazione
degli alcolici, ma non bisogna perdere terreno perché anche qui i
nostri principali “competitor” sono già davanti a noi. Sarà sempre
più strategico valorizzare i nostri
“fine wine”, ovvero i nostri vini
più pregiati e ricercati. Parlo di alcune delle più note etichette pro-
dotte da aziende di fama mondiale come Gaja, Giacomo Conterno,
Roberto Voerzio, Giuseppe Mascarello, Antinori, Tenuta San
Guido, Biondi Santi, Tenuta dell’Ornellaia, solo per citarne alcune. Una bottiglia di Barolo o di
Brunello accettata dal mercato a
un prezzo sostenuto, aiuta a consolidare l’immagine e a vendere
migliaia di bottiglie di vini italiani
appartenenti magari ad appellazioni meno conosciute e che meritano analogo successo».
Bruno Vespa, intervistato da
“IDEA”, ha detto: «I nuovi proprietari dello Château Petrus, il
Merlot più caro al mondo, mi
raccontarono che la signora che
vendette loro la preziosa tenuta
un giorno lontano chiese al suo
fattore: “Perché il vino del nostro vicino è meno buono del
nostro e costa di più?”. Iniziò
allora una gigantesca campagna di comunicazione che portò
il Petrus dov’è arrivato». Quanto
l’Italia deve ancora avanzare in
ambito comunicativo?
«Vespa fa riferimento alla leggendaria madame Loubat che, grazie
a una feroce determinazione e
alla profonda consapevolezza di
cosa significasse produrre un
grande vino, diede inizio alla saga
di Petrus, che in pochi decenni
passò da essere un vino con un
alta reputazione a “icon wine”
per antonomasia. Riguardo all’Italia, va detto che la produzione
di qualità è recente, parliamo di
poco più di 40 anni, e in questo
breve lasso di tempo molti produttori italiani hanno fatto tantissimo per elevare la qualità dei loro vini, primo strumento di comunicazione in assoluto. Colmare il gap rispetto ai francesi, che
producono vini con elevati standard di qualità da secoli e che
hanno inventato il commercio
internazionale dei vini pregiati,
richiederà anni. Però per innalzare l’immagine dei nostri vini migliori sarà sempre più importante
rendere disponibili al mercato
globale quelli più richiesti, nelle
migliori annate, in cassa di origine e possibilmente con la certificazione della provenienza. Il
business che gira intorno ai “fine
wine”, infatti, ha da tempo attirato l’attenzione dei falsari e una
certificazione dell’origine e della
corretta conservazione delle bottiglie potrebbe essere una carta
importante da giocare, da subito.
Basti pensare che in Cina più del
40% dei consumatori teme di
acquistare un vino falsificato».
Quali consigli darebbe a chi si
avvicina al mondo dei “wine
merchant”?
«Il consiglio più importante a chi
intende acquistare vini importanti, per passione o per investimento, è di valutare bene il fornitore
dal quale si decide di comprare.
sono di gran lunga superiori all’effettivo valore delle bottiglie».
Ci sono etichette (italiane e no)
sulle quali si sente di puntare?
«Da un paio d’anni punto decisamente sui “fine wine” italiani, sia
per la mancanza di un “player” di
che presto potrebbero diventare i
nuovi “must”. Le etichette di pregio francesi sono moltissime, provenienti quasi esclusivamente da
Bordeaux, Borgogna e Champagne, e quasi sempre il loro prezzo
è di gran lunga superiore a quello
dei nostri vini. Alcuni di questi sono veri e propri vini culto. Basti
citare il caso dell’azienda di Borgogna Romanée-Conti, eletta patrimonio nazionale di Francia, la
cui etichetta di punta, RomanéeConti, raggiunge in alcune annate
quotazioni sul mercato “consumer” superiori ai 10.000 euro
per bottiglia, con una domanda di
mercato sempre superiore all’esigua offerta. In ogni caso, come diceva l’avvocato Agnelli, investire
nel vino è una buona cosa perché,
male che vada, lo si può sempre
Gianni Agnelli affermò: «Comprare bottiglie
di qualità è una buona cosa perché, male
che vada, le si possono sempre bere!».
Le griffe italiane (e piemontesi) in crescita
Molte volte si tende a ricercare il
miglior prezzo, ma non è quasi
mai una strategia vincente. Negli
ultimi anni sono nati moltissimi
commercianti in tutto il mondo,
tanti senza l’adeguata professionalità ed esperienza. Ciò fa sì che
sul mercato si trovino spesso ottime occasioni in termini di prezzo, ma troppe volte si tratta di vini conservati in maniera pessima,
o peggio di falsi. Assicuratevi
sempre di trattare solo con i commercianti affidabili e con ottima
reputazione, per sentirsi sicuri
sulla provenienza e sullo stato di
conservazione di qualsiasi vino
acquistato, specie di quelli con
un’età superiore ai 15-20 anni.
Insomma, meglio spendere qualcosa in più, ma dormire sonni
tranquilli. Inoltre non fidatevi
troppo dei prezzi trovati sul web.
Senza dubbio internet ha “democratizzato” la commercializzazione di molti beni di lusso tra cui i
vini, ma spesso le cifre richieste
riferimento che svolga un ruolo
simile a quello che a Bordeaux
fanno da secoli i “négociant”, sia
perché credo nel potenziale di crescita dei nostri vini. I più ricercati
sono sempre i grandi piemontesi e
toscani. Per il Piemonte parliamo
dei Sorì di Angelo Gaja, del Monfortino di Giacomo Conterno, dei
Barolo e Barbaresco di Bruno
Giacosa, dei Barolo di Roberto
Voerzio, Luciano Sandrone, Domenico Clerico, Paolo Scavino,
Bartolo Mascarello, Giuseppe Mascarello e Vietti, per citare alcuni
dei più importanti. Chi ama i vini
della Toscana le etichette di riferimento sono i principali supertuscan come Sassicaia, Ornellaia,
Masseto, Solaia, Tignanello, Messorio, Flaccianello della Pieve.
Anche alcuni Brunello di Montalcino sono molto ricercati, come
Biondi Santi, Soldera, Salvioni e
Poggio di Sotto. Seguo con attenzione anche produttori italiani
non ancora considerati al top, ma
bere! E Gianni Agnelli dimostrò la
sua passione per il vino, essendo
stato per diversi anni azionista di
riferimento di Château Margaux
prima dell’acquisizione della famiglia Montzelopulos che l’ha riportato agli antichi fasti».
Sì, perché in fondo...
«Il vino è fatto per essere bevuto,
e nel nostro caso è uno dei più
nobili ambasciatori del “made in
Italy” nel mondo. In Piemonte abbiamo la fortuna di produrre il
Barolo, tra i più grandi vini del
pianeta e uno dei più longevi.
Bere oggi un grande Barolo del
71, 78, 82 o 85 può essere un’esperienza davvero emozionante,
dimostrando agli appassionati e
collezionisti che possono puntare
sui nostri vini. Ben venga, quindi,
che il mercato richieda le migliori
annate delle nostre produzioni di
vertice. In Italia ci saranno sempre e comunque luoghi dove stappare una grande bottiglia di vino.
Possibilmente piemontese!».
6 giugno 2013 Ü
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