Conciliatore n - Meligrana Editore

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Conciliatore n - Meligrana Editore
IL CONCILIATORE
NUOVO
Rerum concordia discors
bimestrale
Direttore: Mario Scaffidi Abbate
ANNO 1 - n. 1 – gennaio/febbraio 2011
Autorizzazione Tribunale Vibo Valentia n° 1 del 11 gennaio 2011
Speciale Unità 2
ISSN 2039-8042
IL CONCILIATORE
NUOVO
Rerum concordia discors
STORIA – POLITICA – LETTERATURA - FILOSOFIA – COSTUME - ARTE - ATTUALITA’
Direttore: Mario Scaffidi Abbate - Vicedirettori: Paola Zanoni, Francesco Barritta
Direzione e Redazione: Via Ortigara, 3/B - 00195 Roma - Tel./Fax 06 372.32.19 - [email protected]
Editore: Meligrana, Via Della Vittoria, 14 - 89861 Tropea (VV) - Tel. 0963 600007 - [email protected] http://www.meligranaeditore.com/ilconciliatorenuovo
ANNO 1 - n. 1 – gennaio/febbraio 2011 – Aut. Tribunale Vibo Valentia n° 1 del 14 dicembre 2011
IN QUESTO NUMERO
EDITORIALE: “Se non ora, quando?” - Mario Scaffidi Abbate
DOSSIER UNITA’: E il re dove lo mettiamo?
Il miracolo del Risorgimento – Domenico Fisichella
Dal 1861 al 1870
I Siciliani visti da due illustri intellettuali
STORIA: La rivoluzione contro “Il Capitale” – Giuseppe A. Spadaro
Katyn, una strage impunita – Gianstefano Frigerio
POLITICA: La visione etica della politica – Sandro Ciurlìa
Giustizia in subappalto – Mario Scaffidi Abbate
Politica e cultura – Fabrizio Fabbrini
La politica italiana vista da Carducci e da Prezzolini
LETTERATURA: Orazio e Pascoli cantori della campagna - Stefania Parenti
Badanti nell’antichità - Franco Mosino
FILOSOFIA: Utilità della filosofia – Tina Cordua
RELIGIONE: Cosmogonia cristiana - Claudio Lanzi
La guerra santa dei Musulmani – Francesco Bianco
SOCIETA’: “Ora in terra d’Abruzzo…” – Paola Zanoni
L’immigrazione italiana in Brasile – Maria Aparecida Ovidio da Silva
Le piazze del sapere – Antonella Agnoli
Gli Italiani ieri come oggi, oggi come ieri
ARTE: Il giallo delle sculture di Boccioni - Alfredo Pasolino
Dentro l’immagine – Pino Lo Monaco
POESIA: Grandir (Crescere) e Emigranti - Valentina Migliore, Jury Platter
L’INTERVISTA: Valdo Spini – Lena Stamati
EVENTI: La Vita in… - Gina Maradei
LIBRI – Paola Zanoni
EDITORIALE
“Se non ora, quando?”
Mario Scaffidi Abbate
“Non c’è più tempo. Si cammina sempre più velocemente verso l’arena e sembra quasi impossibile
fermarsi: tiriamoci fuori da questa scia. Niente. Non c’è più neppure la voglia di ragionare.
Battono solo i tamburi”.
Vittorio Macioce
Lo spettacolo che da qualche tempo è in corso nel nostro paese – nei cortei, in Parlamento, nei
dibattiti televisivi e in altri programmi di “approfondimento” - ha assunto aspetti da teatro
dell’assurdo, superando i limiti del grottesco e del ridicolo. Esauriti tutti gl’impianti scenici, gli
strumenti, gli espedienti, i dialoghi e gli slogan, nella disperata ricerca di un finale che non
s’intravede ancora poiché troppi e troppo discordi sono gli autori e il regista ha dato forfait, fra
gl’intellettuali, i savi e i semiologi echeggianti dalle tribune nelle piazze e nei Palasharp, salgono
sul palcoscenico anche i tredicenni, che leggono proclami e messaggi politico-filosofici già
confezionati, battendo i pugni sul leggio per sottolineare il loro nobile sdegno.
Ciò che disturba, in questa messinscena, non è la protesta, legittima e anche condivisibile, sono i
modi, la forma e i toni con cui viene gestita. Più che politico è un fatto culturale, ed è sotto
questo aspetto che ne parliamo. Mancano, in una grande parte degli italiani, le prerogative
fondamentali della cultura, come l’educazione, l’autocontrollo, l’equilibrio, il senso della misura e
del pudore. La cultura, infatti, è anche questo, talché sintetizzando si può dire che chi non ha
educazione non ha nemmeno cultura: la cultura che affina gli animi e le coscienze, che è
elevatezza di sentimenti, rispetto degli altri ma anche di se stessi, saper aspettare il proprio turno
in una discussione, senza interrompere e aggredire in ogni momento l’“avversario”, col conduttore
che invece di fare il moderatore (così si chiamava e tale era una volta), invece di “temperare”, di
“contenere”, di “mitigare” il tono del dibattito, si butta a capofitto nella mischia, s’infervora, si
arrabbia, diventa un provocatore, un pubblico ministero, e pur avendo i baffetti si comporta come
un bambino bizzoso e dispettoso, lancia i suoi strali in gara con gli interlocutori, che magari ne
sanno più di lui. Non meno prepotenti e presuntuose sono le donne, specialmente le bionde, le
quali altro che 8 e mezzo, sono da 7 in condotta.
Che società è quella in cui coloro che dovrebbero essere i maestri si comportano come il più
ineducato, il più ignorante, il più sguaiato degli scolari? “Finalmente si è arrivati alla svolta. Si è
scoperto cosa c’era dietro. C’era merda. Questa è una merda maiuscola, perciò bisogna scriverla
con la maiuscola: Merda”. Chiaro il riferimento. Sono anni che il nostro paese viene sputtanato con
simili vergogne, e oggi coloro che da più di tre lustri ne sono gli autori riversano la colpa su altri.
Finché questi saranno i messaggi non ci sarà speranza di resurrezione.
Non c’interessano gli antefatti, e neppure le cause: c’interessa, e ci mortifica, l’uso strumentale e
volgare che si fa di queste manifestazioni. Un popolo serio non risponde ad uno scandalo con un
altro scandalo, ancora più diffuso e appariscente, coi tam-tam dei giornali e della televisione, che
ripetono ossessivamente sempre la stessa musica, lo stesso ritornello, senza alcun costrutto.
Niente da obiettare se le donne scendono in piazza, ma non dicano che lo fanno per difendere la
loro dignità, quando questa dignità la vediamo offesa da atteggiamenti, da mascherate e da insulti
che contraddicono la serietà dei temi e dei problemi in nome dei quali si protesta. Sarebbero
credibili se mantenessero un atteggiamento corretto, il volto serio, invece di ridere e sghignazzare
“nell’acquasantiera dell’indignazione”. “Siamo more siamo bionde ora siamo furibonde”, “Cultura
e dignità” (bella cultura e bella dignità!), “Il paese merita di meglio”. Appunto. Slogan ambigui ma
che fanno pensare a suggeritori molto esperti in questo genere di produzioni. “Io ho un sogno”:
quale sogno? “Se non ora quando?”: quando che cosa? Se mai dovessero averlo fra le mani, “il
tiranno”, certe esaltate (fra cui spiccano vecchie e acide pitonesse che lo dichiarano in tutte le
tribune televisive) sarebbero capaci di sbranarlo al grido di Evoè!, come le Baccanti il re Pènteo,
“colui che legge non ha”. E dopo, magari, metterebbero in testa al suo cadavere la corona regale e
nella mano lo scettro, sputandogli sui pantaloni sbottonati.
Il clima è sempre quello. Il clima del primo e del secondo dopoguerra, quando bastava un tricolore
nascosto sotto la giacca di un reduce per far scattare un branco di lupi: “Via quel cencio da
cucina!”, “Ammazzalo, ammazzalo, gettalo in Arno!”, gridavano le donne, assatanate. E i
compagni l’afferrarono e lo buttarono oltre il parapetto del ponte. E come quello riuscì ad
aggrapparsi ai tiranti di ferro (“Mamma, mamma!”, continuava a gridare), i carnefici presero a
pestargli le mani con gli scarponi chiodati, e lui precipitò. Intanto un’altra baccante, aprendosi un
varco fra un altro branco di lupi che si erano gettati addosso ad un carabiniere lacerandolo e
sfigurandogli il volto, esclamava: “Datemi quell’orecchio, che lo voglio mangiare!”.
Basta una parola per accendere gli animi, per risvegliare il lupo che è dentro ciascuno di noi, una
scintilla, un sasso, una scala, come nella folla manzoniana dell’assalto ai forni, esempio classico di
come un nonnulla possa trasformare una dimostrazione pacifica in una strage. “Il vicario! Il
tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo, vivo o morto!”. Non è letteratura, è realtà.
Anche nel primo dopoguerra erano giuste le rivendicazioni dei lavoratori, che protestavano per la
loro dignità. Ma non erano dignitosi i loro assalti alle fabbriche, con le uccisioni dei dirigenti e dei
dissidenti, non erano dignitosi i loro incendi alle fattorie, con gli ammazzamenti anche degli
animali e l’avvelenamento degli abbeveratoi, non erano dignitose le aggressioni ai reduci e alle
forze dell’ordine. Questo repertorio, questo rigurgito di barbarie non può continuare nell’èra che
ha visto l’uomo mettere il piede sulla luna. Il cancro che divora la nostra repubblica ha fatto molta
strada, è passato dalle procure alle redazioni dei giornali, alla televisione, alle piazze, e ora la
metastasi si è diramata in tutte le direzioni, un’onda lunga che se continua così finirà col
sommergerci tutti, guelfi e ghibellini, bianchi, rossi e verdi. E i nuovi azzurri, gli ultimi arrivati.
Che flirtano col nemico.
E poi ci sono gl’insegnanti (gli “educatori”!) che assegnano agli undicenni il compito di disegnare
un carro di Carnevale quale simbolo di festini e banchetti privati. Non è una novità, visto che
l’anno scorso, in una scuola di Roma, fu dato da svolgere agli alunni questo tema: “Come mai il
comportamento di una escort che ha raccolto prove per incastrare il cliente dovrebbe essere
considerato più riprovevole di quello degli uomini che l’hanno usata?”. In certi testi scolastici di
letteratura italiana si strumentalizzano persino i Sepolcri per stabilire confronti fra il “venerando
capo” del Parini e il “mozzo capo” del delinquente, “che lasciò sul patibolo i delitti”, coi partigiani
che combatterono per la libertà e i repubblichini. E ci sono anche giornali che, sulla scia del
tribuno tredicenne, pubblicano lettere aperte di neonati indirizzate al mostro, allo stupratore di
minorenni. Per non parlare di tutto quel che corre sulla Rete. Testimonianza di un odio che viene
inculcato negli animi sin dalla più tenera età, strumento di una lotta senza quartiere che fa ricorso
e violenza persino ai bambini. Cosa c’è dietro tutto questo? Che tipo di cultura, e quale esempio,
offrono quelle madri che nei cortei, pieni di odio e di slogan osceni, si portano dietro o sulle spalle
i loro figlioletti? E che tipo di cultura è quella di politici sessantenni che si arrampicano sui muri
degli edifici per arringare la folla dalle terrazze? E ancora: che tipo di cultura è quella di giornalisti
che insultano i colleghi di altri giornali che non la pensano come loro? Dagli all’untore! Al lurido
servo che appesta il giornalismo buono e pulito con le sue menzogne e i suoi falsi dossier. O di quei
magistrati che umiliano la dignità delle donne denudandole? Tanto rispetto per un pentito, per un
criminale (“Vuole dirci, per cortesia, se non le dispiace…), e tanta brutalità verso una cronista che
ha fatto il suo dovere! La cultura dell’odio, la cultura dell’insulto, la cultura dell’arroganza, della
prevaricazione, del sarcasmo, la cultura, in definitiva, dell’ignoranza, intesa oltre che nel senso di
incapacità di capire e di accettare le opinioni degli altri (tra i quali pure ci sono fior
d’intellettuali), anche nel senso di ottusità, rozzezza, volgarità. Che tipo di cultura è quella di una
donna, dirigente di partito, che nell’esprimere le sue ragioni, anche se giuste e condivisibili, si
trasfigura in volto e si agita come una indemoniata gridando “Morte al tiranno!”? Di fronte a tanto
pargoleggiare di anime belle e sante “non so se il riso o la pietà prevale”.
C’è un’aria da Apocalisse nel nostro paese. Gl’ingredienti ci sono tutti, alcuni dei quali facilmente
riconoscibili, altri ancora da individuare: gli Angeli che suonano le trombe, le Lettere, il Libro
sigillato con sette sigilli, alla cui apertura schizzano fuori una serie di calamità e da un pozzo
profondo un nugolo di cavallette che infestano la terra. Ci sono i quattro cavalieri (che cavalcano il
gossip dell’Informazione), la Partoriente, il Dragone che cerca di divorarla. C’è persino la
Prostituta, sulla groppa della Bestia venuta dal mare, affrontate entrambe dal Logos (il Barbapapà
che parla con Io) e da lui gettate nello stagno mediatico che tutto brucia e divora. Aspettiamo
l’Angelo giudicante che incateni materialmente il Dragone, il quale poi, liberatosi e radunate tutte
le sue genti, muoverà all’attacco finale contro la Santa Alleanza. Resterà da vedere se sarà
fulminato e bruciato anche lui, o se smentirà la profezia di Giovanni e l’interpretazione che di quel
particolare è stata data dai vari esegeti dell’Apocalisse.
Ora (mentre andiamo scrivendo), spettacolo nello spettacolo, c’è anche chi cavalca il Festival di
Sanremo, ammannendo al Paese il solito “beveraggio di piaggeria e di ruffianismo” (così Papini
chiamava i giornali). Un fatto “culturale”, di una cultura “nazional-popolare” che, se s’intona col
150° anniversario dell’unità d’Italia, non s’intona con quello della nascita dell’“Unità”, il giornale
fondato da Gramsci, di cui il 18 febbraio ricorreva l’87° anniversario della nascita.
L’ottantasettesimo! Non basta più l’anno, si approfitta del giorno, quando serve. E con
un’allusione evidente si è data lettura di uno scritto di Gramsci, Indifferenti (pubblicato in un
numero on line della nostra rivista: una coincidenza?). Sullo sfondo del palcoscenico campeggiava
la gigantografia di Gramsci, mentre in un’altra scena due “iene” recavano sul cappello la stella
rossa e levavano in alto il braccio sinistro col pugno chiuso. Cosa c’entrava questo con l’unità
d’Italia? Cosa c’entrava col festival della canzone italiana? E il comico che ha letto l’Inno di
Mameli? Meno male che questa volta ci ha risparmiato le toccatine al basso ventre del conduttore.
Meno male che Benigni c’è!
Il “paese reale”, la “società civile”, era lì, presenti in prima fila i dirigenti della Rai, che
sorridevano soddisfatti: forse per l’audience, perché questo è ciò che conta per loro. Siamo nelle
mani degli autori, dei conduttori, dei comici. “Italia, terra prostituita”, gridava Foscolo. Non lo
sono soltanto “le lettere”: tutto, in Italia, è prostituzione. E ricatto. Non si dà nulla se non c’è “il
ritorno”. I capi latitano, dovunque, nei programmi televisivi, nelle scuole, nelle famiglie, nelle
redazioni dei giornali. E si accusa di regime il Governo! Ci sono popoli che si ribellano contro i
dittatori e popoli che per essere troppo liberi sino all’ubriacatura finiscono sotto i dittatori.
Ma non vogliamo chiudere così. Guardando le cose dall’alto di una Provvidenza, nella quale
crediamo, che spesso ci elargisce il male quale premessa di un bene futuro, vogliamo credere che
quello che ci viene mostrato, e che si vuole mostrare, sia in gran parte un paese finto, un paese
deformato con la lente d’ingrandimento dell’odio e della faziosità. Sicché in fondo possiamo anche
dire “Tanto rumore per nulla”, o per un’ombra a cui si vuole dare il colore dell’infamia e della
vergogna, chiedendo la ritirata. Come se un passo indietro potesse cambiare, subito, la faccia del
Paese. Avete aspettato vent’anni: pazientate ancora qualche mese, che problema c’è? Tanto, la
frittata è fatta, e voi avete contributo sino al limite dell’impossibile per allargarla.
“Se non ora, quando?”. Signor Presidente della Repubblica, ci faccia la grazia di intervenire, non
soltanto nel suo ruolo di “super partes”, ma anche nella sua veste di uomo, per ridimensionare
questo pasticcio, per purificare quest’aria avvelenata, almeno quel tanto che basti per poter dire
che viviamo, anche noi, in una nazione civile. E che non abbiamo bisogno dell’Europa per risolvere
certi nostri problemi. Come non abbiamo bisogno di paragoni, elargiti quotidianamente e
ossessivamente dai maestri della politica e dell’informazione, esempi di capi stranieri che si sono
dimessi solo perché fotografati a torso nudo o con le mutande in mano mentre si accingevano ad
infilarsele dopo la sveglia mattutina.
Signor Presidente, al punto in cui siamo Lei non può più tergiversare. Lei ha una responsabilità
non solo di fronte alla Costituzione e ai politici ma anche e soprattutto di fronte ai cittadini. Lei
non è solo il garante del Parlamento, del Governo e dell’Opposizione. Chi se non Lei, a cui non
mancano giusti e assennati consiglieri, è in grado di vedere e di giudicare dall’alto della sua
saggezza? Non ha nulla da perdere, Lei, anzi, ha molto da guadagnare di fronte alla maggioranza
dei cittadini: è di questi che deve principalmente preoccuparsi. Delle piazze, dei popoli viola, dei
girotondi e così via non si curi più di tanto (il fatto che anche quelli sono strumenti democratici
non significa che non possano ricevere una tiratina d’orecchi). Ma le offese, le calunnie, i processi
in tivù, certe prese di posizione dei magistrati le condanni in modo esplicito e tassativo. Se così
farà non ci saranno presidenti del Consiglio che insorgono contro questo o quel magistrato, perché
si sentiranno tutelati da Lei: è Lei, il primo, il più nobile, il più equilibrato, il più onesto e il più
saggio dei cittadini, che ha più di ogni altro il diritto, oltre che il dovere, di richiamare chi sbaglia,
facendo nomi e cognomi, altrimenti non serve a niente. Parli chiaro, dunque: chi altri se non il
Capo dello Stato può svolgere il compito di calmare le acque, di rasserenare gli animi, di
richiamare tutti al loro dovere? Ci sarà sempre una parte che lo criticherà ma i più lo
approveranno, senza dubbi o riserve di sorta, anzi, molti altri, esitanti o contrari, passeranno dalla
sua parte.
Signor Presidente, Lei che è giunto al più alto gradino della scala sociale e ormai del Suo operato
dovrà rendere conto solo al Padreterno, faccia suo il grido di dolore che da tanta parte del popolo
si leva. Lo lanci questo appello, prima che sia troppo tardi, si metta al riparo da accuse (peggiori e
più pesanti) che domani potrebbero esserLe rivolte, non dai pochi ma dai molti e soprattutto dalla
Storia, per non avere avuto il coraggio di intervenire per evitare una nuova guerra civile e un
nuovo Piazzale Loreto.
“Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che
gliene versano quanta ne vuole, sino ad ubriacarlo, allora accade che i governanti, se resistono
alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni, che chi si dimostra
disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo, che il padre,
impaurito, finisce per trattare il figlio come suo pari e non è più rispettato, che il maestro non
osa rimproverare gli scolari, e costoro si fanno beffe di lui, che i giovani pretendono gli stessi
diritti, le stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non sembrare troppo severi, dànno
ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo né
rispetto per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia”.
(Platone).
DOSSIER UNITA’
E il re dove lo mettiamo?
“Oh, questa benedetta Casa di Savoia, così sempre pronta ad accorrere dove si soffre, quanto
bene ha fatto al nostro Paese, quanto amore ha essa sempre destato nel cuore di ogni italiano!
Veramente, se si volesse indicare la ragione essenziale della rapidità con cui gli Italiani si sono in
pochi anni costituiti in Nazione, ripudiando ogni interesse borbonico, papalino, austriaco e
perfino ogni idealità politica per fondersi in una sola grande famiglia, si dovrebbe indicarla nel
fascino dei Savoia, di questi Principi così buoni e così saggi, così abili, anche, nel sapersi adeguare
ad ogni esigenza de' tempi, nel saper risolvere ogni contrasto della vita prepotentemente ardita
della giovane Italia”.
Antonio Monti, L’Italia nei cento anni
Nel numero precedente del Conciliatore nuovo (n. 0 – novembre/dicembre 2010) siamo stati i primi
a pubblicare una serie di testimonianze “bipartisan” nello “Speciale Unità” dedicato al 150°
anniversario dell’Unità d’Italia, anticipando il concetto, espresso poi da altri, della necessità di
“un ripasso partecipe ma non agiografico, che restituisca alla nostra memoria le pagine belle o
brutte della nascita d’una nazione divenuta Stato, che si tenga lontano dai revisionismi settari ma
anche dalle mistificazioni edificanti” (Mario Cervi). Ora apriamo il nostro secondo Dossier con
questo titolo: “E il re dove lo mettiamo?”.
Nella Festa del Tricolore celebrata a Reggio Emilia dal Presidente della Repubblica, e nelle altre
manifestazioni celebrative che si sono svolte, è mancato l’accenno a un personaggio che in quella
Unità ha avuto un ruolo fondamentale: il re, che allora era Vittorio Emanuele II. Qualcuno ha
scritto che è stato come celebrare un matrimonio senza gli sposi. Quasi che soltanto nominare la
parola “re” fosse un attentato alla repubblica, e che colui che lo nomina debba essere
necessariamente monarchico. Se uno Stato nazionale deve essere “aperto a tutte le collaborazioni
e a tutte le sfide, ma non incline a riserve e ambiguità sulla propria ragion d’essere”, è bene che
tutti i nodi vengano al pettine. Non si concilia e non si unisce un popolo tacendo pagine di storia e
verità solo perché a qualcuno possono risultare scomode.
E’ nota a tutti la celebre frase di Francesco Crispi “La monarchia ci unisce, la repubblica ci
divide”. Una frase da lui ripetuta il I° maggio del 1864, cioè quattro anni dopo l’Unità, in una
seduta in Parlamento, di fronte alle liti e ai contrasti fra i partiti. “Non è questione di
sentimento”, spiegò il grande statista, “è questione di buon senso. Bisogna non conoscere il Paese
per credere diversamente. Noi saremo col Principe”. Il Principe era Vittorio Emanuele II.
Del resto anche Garibaldi, fin dal 7 maggio 1860, aveva detto: “Italia una e Vittorio Emanuele”.
Per questo 3 mazziniani che si erano imbarcati coi Mille si rifiutarono di proseguire, perché non
accettavano quella condizione. Al che Garibaldi rispose: “E voi credete di essere più repubblicani
di me? Sappiate che quando la gran maggioranza degli Italiani è per Vittorio Emanuele la mia
repubblica si chiama Vittorio Emanuele, poiché questo nome ci unisce, mentre ciò che volete ci
divide”.
Sorvoliamo sull’entità dello scarto di voti che nel referendum del 1946 determinarono la nascita
della repubblica, e sulle schede che furono nascoste in uno sgabuzzino (voti per la repubblica
12.717.923; monarchia: 10.719.284; nulli 1.498.136). Nel 1922 Trilussa, di fronte alle liti dei partiti
di allora, in una sua poesia intitolata Comizzio scriveva:
Invece d’annà avanti co’ ’ste scene
cercamo de trovà quarche persona
che ce rimetta su la strada bona,
che ce capisca e che ce guidi bene,
una testa sicura
che nun abbia paura
e nun ce rompa er sonno
coll’inni de su’ nonno,
e nun ce crocchi l’ossa
co’ la bandiera rossa.
Resti un sovrano o venga un Presidente
seguiteremo a fa’ quer che ce pare.
In un paese buffo come questo
tutto quanto è possibile, del resto,
persino la Repubblica Sociale
per decreto reale.
Ripensando al periodo della nostra storia che va dal Risorgimento ad oggi, o sfogliandone le pagine,
anno dopo anno, avvenimento per avvenimento, governo per governo, c’è da restare sbalorditi, e
amareggiati insieme, nel constatare che nel nostro Paese, mutatis nominibus, tutto si ripete, in un
giro vizioso senza una via di uscita, e che solo nel Ventennio gli Italiani si sono sentiti veramente
uniti (a dispetto di quanti poi sostennero che si trattava di una unione “di facciata”, come “di
facciata” erano l’ordine, l’urbanistica, il rispetto delle Istituzioni, il consenso e così via, perché
gl’italiani di allora erano “belli, buoni e puliti di fuori, ma dentro erano brutti, sporchi e cattivi”).
Il 14 marzo 1861 in una seduta, resa ancor più solenne dalla ricorrenza del compleanno del re, la
nuova Camera approvò all’unanimità la proposta di dichiarare Vittorio Emanuele II “re d’Italia”. Il
sovrano sanzionò la legge tre giorni dopo. Pertanto il 17 marzo 2011 si festeggia il 150°
anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, non dell’Unità. Perché non dirlo, perché non
specificarlo? Il Regno d’Italia contava allora 22 milioni di abitanti, aveva una superficie di 260.000
kmq. e comprendeva quasi tutta la penisola, le isole di Sicilia e di Sardegna; restavano ancora fuori
dall’orbita del regno lo Stato Pontificio, ridotto ormai a Roma e al Lazio, e la Venezia, saldamente
tenuta dall’Austria. Andava risolta anche la questione di Roma capitale, che Cavour aveva già
posto fin dall'ottobre 1860, dichiarando alla Camera la sua ferma convinzione che Roma dovesse
divenire la capitale d'Italia, e che ripropose nelle memorabili sedute del 25 e 27 marzo esponendo
chiaro e netto il suo pensiero con un discorso che è tra i più belli dei suoi: “Roma deve essere
capitale d’Italia, perché essa è l'unica città italiana che non abbia una storia semplicemente
municipale; senza Roma capitale d'Italia, l'Italia non si può costituire”. E alla fine la Camera
acclamò Roma capitale d'Italia.
Cavour aveva retto per dieci anni, in mezzo a sempre nuove difficoltà ma con mano ferma e sicura
e con una continua tensione d'animo, i destini del Paese. Di lì a due mesi, il 29 maggio, fu colpito
da una febbre altissima e il 2 giugno era già agonizzante. Al suo capezzale si recarono Vittorio
Emanuele II e i maggiori uomini politici. Il 6 giugno il grande statista moriva. Aveva 51 anni.
Scomparso Cavour, Vittorio Emanuele II affidò il governo agli uomini della Destra, i quali lo
tennero, con brevi interruzioni, per un periodo di quindici anni (1861-1876). Quel partito si ispirava
alla nobile tradizione di Cavour e affrontava le responsabilità del potere con piena consapevolezza
e con indiscutibile onestà, tanto che più tardi ottenne meritatamente il nome onorifico di Destra
storica. Tutti i suoi rappresentanti si distinsero per amor patrio, per disinteresse personale e per
condotta di vita: Bettino Ricasoli, successore di Cavour, uno dei patrioti più abili e più attivi nel
delicato periodo delle annessioni, il generale Alfonso La Marmora, Quintino Sella, il finanziere del
gruppo, Silvio Spaventa, figura nobilissima di patriota e di pensatore, Marco Minghetti, già
ministro di Pio IX, giurista, oratore e diplomatico.
Proclamato il Regno d'Italia, la prima cosa da fare era l'unificazione civile degli Italiani (“Fatta
l’Italia, bisognava fare gl’Italiani”), i quali, divisi fino a poco tempo prima in ben sette Stati
diversi, erano ancora troppo diversi fra loro per tradizioni, per civiltà, per cultura. L’Italia fu divisa
in provincie, amministrate da un prefetto nominato direttamente dal ministro dell'Interno: così si
provvide ad un più sicuro concentramento di tutte le forze nazionali, e si diede al governo la
possibilità di controllare ed eventualmente sostituire le istituzioni locali, quando per imperizia o
per scarsa onestà politica funzionassero male. L'ordinamento burocratico del nuovo regno fu
modellato su quello del Piemonte, con l’aggiunta di funzionari e impiegati provenienti da tutte le
regioni, specialmente meridionali, il che gli tolse quel carattere severo e responsabile che aveva
avuto nei primi anni del regno. L'uso della lingua italiana, non solo nella vita pubblica ma anche
nella pratica quotidiana delle classi superiori, fu un elemento prezioso per la formazione di una
nuova coscienza civile italiana, che doveva sovrapporsi ai diversi regionalismi e far scomparire a
poco a poco quelle diffidenze tra nord e sud che ai federalisti erano sempre apparse insanabili.
Uno dei più grandi meriti della Destra fu la restaurazione finanziaria, a cui provvide Quintino
Sella, il Cavour della finanza italiana, che presentò alla Camera una serie di leggi per aumentare le
imposte e per contrarre un prestito atto a fronteggiare il vuoto di cassa, concludendo che
“ottenere il pareggio fra le entrate e le spese ordinarie entro il 1864” era, per l’Italia “questione
di vita o di morte”. Con l’avvento della Sinistra al potere, nelle mani di Agostino Depretis, a
completamento dell’unità nazionale, restavano da risolvere le questioni di Roma e della Venezia.
Sui modi di risolverle i partiti erano due: il Partito d'azione, audace e intraprendente, composto
dai democratici della Sinistra e dai repubblicani, voleva che si procedesse subito alla occupazione
a mano armata delle due regioni, sfidando i pericoli di una guerra o le eventuali complicazioni
diplomatiche. A capo di esso stava Giuseppe Garibaldi, intorno al quale si raccoglievano i volontari
garibaldini e moltissimi giovani. Il Partito moderato, composto in gran parte dai liberali monarchici
di Destra, preferiva che l'Italia attendesse calma e vigile, finché l'occasione di agire si fosse
presentata attraverso il gioco delle complicazioni internazionali. Era il metodo della prudenza,
quello stesso che Cavour aveva sperimentato con successo. E a tale metodo si mantennero fedeli
tutti i Ministeri di Destra, confermati nel loro programma anche dagl'insuccessi di qualche
esperimento della Sinistra.
Cavour e Vittorio Emanuele II nella loro vita privata non furono due stinchi di santi, come non lo
furono tutti i “padri della patria”, di ogni tempo e di ogni paese. Cavour amò e frequentò
contemporaneamente diverse donne, a volte anche sposate, suscitando la gelosia dei mariti. Una
di loro, Hortense de Meritens, gli passava informazioni avute dai suoi amanti che poi lui utilizzava
per i suoi investimenti finanziari. L'ultima donna fu una ballerina del Teatro Regio di Torino, Bianca
Ronzani. Cavour ebbe anche la passione per il gioco d'azzardo, che lo mise non di rado nei guai.
Quanto a Vittorio Emanuele II basti sapere che spesso nel cuor della notte si svegliava gridando
“Una fumma, una fumma!”, al che il suo aiutante si metteva a correre per le vie della città alla
ricerca di una prostituta (la tariffa era di 100 lire), una del milione e passa di donne, comprese le
minorenni, che il monarca si concedeva nel corso dell’anno.
Non diremo altro, per evitare paragoni sgradevoli e fuori luogo fra la morale di allora e la morale
di oggi. Citiamo, però, queste riflessioni che a tale proposito ha scritto Marcello Veneziani sul
Giornale:
“Chi fa cose grandi in pubblico può far cose squallide in privato. Una cosa non lava l'altra ma
nemmeno la sporca. Si può detestare la vita privata e lodare l'azione pubblica. La Storia non si
può fare dal buco della serratura, altrimenti finisce tutto in vacca. Quel maiale incontinente ha
fatto l'Italia e non frequentò solo la Bella Rosina, le minorenni e i Lele Mora del suo tempo ma
anche Cavour, le guerre e Garibaldi. La Storia resta, anche con i lati d'ombra, invece le voglie, le
mignotte, le regalie passano. Si sarebbe fatta l'unità d'Italia se allora ci fossero stati le
intercettazioni e i processi? Smettiamola di dire: a che punto siamo arrivati. Da quel punto siamo
partiti. E non solo nella storia d'Italia, ma nella storia dell'uomo e del potere. Purtroppo”.
(Marcello Veneziani)
Il miracolo del Risorgimento
Per gentile concessione dell’Autore riportiamo la conclusione del saggio del prof. Domenico
Fisichella “Il miracolo del Risorgimento. La formazione dell’Italia unita” (Carocci Editore, Roma)
“Vittorio Emanuele II è il primo Capo dello Stato italiano. Il primo, e il più grande, sia rispetto alla
più lunga stagione monarchica, sia, con il 1946 e il suo referendum istituzionale, rispetto alla più
breve stagione repubblicana. Durante il suo regno - dal 1849 al 1878 - si realizza, oltre che la piena
unità istituzionale, politica ed etico-civile della nazione, anche la sua quasi completa unità territoriale. Il percorso è iniziato ben prima, lungo tappe che hanno comportato fatiche, scelte difficili,
momenti di caduta, ostacoli internazionali da superare, conflitti della coscienza individuale e
collettiva. Anche costi umani, senza dubbio, e in merito la contabilità è sempre triste. Ciò
premesso, va però anche detto che, al confronto, il secolo xx, insieme democratico e totalitario,
ha comportato per l'Europa milioni e milioni di morti, distruzioni materiali immani, Lager, Gulag,
bombardamenti a tappeto, vittime civili (vecchi, donne, bambini), e rispetto a ciò la stagione
risorgimentale si colloca quantitativamente e qualitativamente su tutt'altro piano.
Con il regno di Vittorio Emanuele II si serrano le fila di un lavoro che è stato di lunga lena. La
stagione monarchica si conclude in Italia con Umberto II. Non più sovrano dopo il referendum del
1946, egli rimane re dignitoso fino all'ultimo giorno di esistenza. I suoi eredi hanno abdicato alla
storia della Dinastia, e sono dunque fuori della storia nazionale: per scelte di vita compiute e per
comportamenti tenuti appartengono alla cronaca. Non merita aggiungere altro. Detto questo, vi
sono stati e vi sono in Italia elementi di continuità rispetto al passato che prepara e realizza il
Risorgimento? La risposta è parzialmente affermativa. E’ nelle forze armate e nei corpi armati
dello Stato che si esprime nella sua forma più alta ed esplicita, in chiave sia di politica interna sia
di politica estera, la sovranità delle istituzioni. Orbene, resistono ancora ricorrenze che
simboleggiano la storia, e danno il senso del passato nella sua proiezione verso il futuro. Il Corpo
dei Granatieri di Sardegna festeggia il 18 aprile la ricorrenza della sua costituzione, avvenuta nel
1659: nasce il reggimento Guardie, progenitore di tale Corpo militare. Sovrano è Carlo Emanuele II,
duca di Savoia. La Guardia di Finanza rivendica come sua prima espressione la costituzione della
Legione Truppe Leggere nel 1774. Sovrano è Vittorio Amedeo II di Savoia, re di Sardegna. L'Arma
dei Carabinieri ricorda e celebra come sua data di nascita il 1814. Sovrano è Vittorio Emanuele I di
Savoia, re di Sardegna. Il Corpo Forestale dello Stato, in continuità con la precedente Guardia
Forestale, ricorda come anniversario fondativo il 1822. Sovrano è Carlo Felice di Savoia. Per i
Bersaglieri l'anno è il 1836, sovrano è Carlo Alberto. Per il Corpo delle Guardie di Pubblica
Sicurezza, ora Polizia di Stato, l'anno che si celebra per la fondazione è il 1852. Esercito e Marina
rinviano al 1861, ma le loro radici stanno nelle Armate Sarde di terra e di mare. Per gli Alpini
l'anniversario della costituzione è il 1872. E si potrebbe andare avanti evocando altre istituzioni
militari e civili. Ma può bastare.
Parimenti, un altro segno di continuità è possibile richiamare. Monarchici o repubblicani, liberali o
socialisti, missini o comunisti, laici o cristiani, gli uomini che nel secondo dopoguerra del secolo
scorso hanno governato o comunque rappresentato politicamente l'Italia, e che per ragioni d'età
erano stati educati in un'atmosfera ancora permeata di valori risorgimentali, nonostante scontri
politici anche aspri e distorsioni ideologiche anche fuorvianti, al dunque hanno saputo mantenere il
senso dell'unità nazionale e statuale. Luigi Einaudi, che il 24 maggio (data certo non scelta a caso)
del 1946, alla vigilia del referendum istituzionale, pubblica sul quotidiano "L'Opinione" un lungo
articolo intitolato Perché voterò per la monarchia, diviene il secondo presidente della Repubblica
italiana. Come studioso e uomo politico è fautore delle autonomie locali. Ma è esplicito
nell'affermare che «governo locale non vuol dire abdicazione dello Stato». È giustamente contrario
allo statalismo, ma sottolinea l'importanza della statualità. Una riforma che ferisse lo Stato
nazionale sarebbe «la sconfitta maggiore che potesse toccare agli ideali di autonomia locale e di
riduzione dei compiti del governo centrale. È una disgrazia per gli ideali di autonomia affidare alle
regioni, alle comunità e alle province compiti che non siano nettamente definiti e non siano loro
propri. Agli ideali di autonomia locale nessuna peggiore sciagura può accadere dell'approvazione di
un sistema necessariamente fecondo di discordie, di impoverimento, e alla fine di lotta aperta tra
le diverse parti componenti la nazione italiana».
È nella seconda metà degli anni Sessanta del xx secolo che l'influenza della tradizione
risorgimentale comincia a declinare. Entrano in circolazione, con il cosiddetto Sessantotto, sistemi
di credenze e prospettive esistenziali che nulla hanno a che vedere con la cultura italiana, e si
apre l'era regionalistica del sistema politico-amministrativo italiano, con la previsione (che trova la
sua prima applicazione il 7 giugno 1970) dell'elezione dei consigli delle regioni a statuto normale,
dopo le cinque regioni a statuto speciale da tempo in essere.
Per la combinazione di questi due fattori, e per l'inserzione di altri elementi congiunturali nel
frattempo intervenuti, da allora si è avviato un processo di trasformazione che ha condotto ad un
crescente oblio del senso dello Stato, dei valori unitari, della cultura nazionale, alimentando
riforme costituzionali (promosse sia dal centro-sinistra sia dal centro-destra) permeate da uno
spirito di "federalismo" disaggregante e disgregante, che è l'esatto contrario del federalismo
aggregante, quasi ci si voglia vendicare del Risorgimento. Tutto ciò ci riporta indietro nel tempo.
L'Italia - capace di grandiosi e gloriosi traguardi sul piano artistico, scientifico, religioso - ha
purtroppo sul piano politico una storia di particolarismi, municipalismi, regionalismi, oligarchismi
mercantili, che è alla radice della lunghissima stagione di divisione interna, inanità internazionale
e servitù di fronte allo straniero. Questa è la sua tradizione politica prevalente. Jacob Burckhardt,
nella sua opera sulla civiltà del Rinascimento in Italia, fa risalire il disegno dello Stato come «opera
d'arte», lo Stato nato dal calcolo e dalla riflessione, alla cultura italiana, e giudica che «la più
elevata coscienza politica e la maggior varietà nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi
riunite nella storia di Firenze, la quale sotto questo aspetto merita la lode di primo fra gli Stati del
mondo moderno». Il riconoscimento può inorgoglire, ma il fatto è che tale opera d'arte rimane
troppo a lungo chiusa nei confini angusti del localismo e del regionalismo, e qui anche il calcolo e
la riflessione diventano miopi e sterili.
Ecco perché il Risorgimento può essere definito un miracolo della provvidenza storica. Non
perché faccia ascendere l'Italia al livello di una qualche gloria politica: la lunga realtà del popolo
italiano mostra che esso non può aspirare a tanto. E anche la grandezza politica è per tale popolo
traguardo difficile. Difficile ma non impossibile. Il Risorgimento, infatti, è insieme il prodotto e il
produttore di un percorso di dignità che è stato capace di dar luogo a qualche momento di
grandezza, che ha comunque avuto come motivo ispiratore un'idea di grandezza e si è posto in
grado di trasmettere ad alcune generazioni future una tale idea. In questo senso, il Risorgimento è
l'espressione, è la formulazione di una nuova, inusitata tradizione, quella dell'unità della nazione,
ed è una tradizione che ha qualcosa appunto di miracoloso per la sua capacità di fare ascendere un
popolo, unito culturalmente e socialmente ma diviso politicamente e istituzionalmente, a dignità
di nazione, accorciando le distanze che tanto lo hanno separato dalle altre nazioni. La tradizione
risorgimentale, dunque, è la tradizione della modernità, mentre la tradizione dell'eccesso
regionalistico e localistico è la tradizione della vecchiezza. In questo senso, non vi è dubbio che il
Risorgimento rappresenta una discontinuità - non su base di violenza rivoluzionaria ma su base di
arricchimento e accorpamento della coscienza spirituale, intellettuale, civile - rispetto all'eredità
della vecchia tradizione divisionista e particolaristica, che come tale, riproposta oggi, è
regressione, non avanzamento.
La natura umana non consente illusioni. E se si fa storia e si scrive di storia guardando solo alle
passioni degli esseri umani, alle loro pulsioni acquisitive, ai loro interessi particolari, alle loro
gelosie, invidie, ingratitudini, aggressività, bramosie, debolezze, perversioni, ambizioni smodate,
crudeltà, ne viene un panorama di miserie e di nequizie. Chi fa storia soltanto in questo modo, in
realtà è persona bassa che vuole abbassare gli altri, tutti gli altri, al suo livello, e cerca
(ingiustificate) vendette postume. E se si fa storia soltanto in questo modo, significa che la
coscienza collettiva è degradata, è incapace di sottrarsi all'incultura promanante dai bassifondi
della società.
Ciascun essere umano è potenzialmente portatore di tutti i mali del mondo, pur se l'intensità di
questo potenziale non è uguale per tutti. In ragione di ciò, ci sono uomini che sono anche, ma non
soltanto, preda delle volgarità e malizie connaturate alla specie. Il Risorgimento è la storia (una
delle storie) di questi uomini. E’ la storia di una classe dirigente, raccolta progressivamente
attorno a un centro istituzionale propulsivo e integrativo, che dà a un popolo vigore e
consapevolezza di nazione. Questa élite è socialmente varia e variata, è aperta ad apporti plurimi,
ha come criterio di selezione e promozione un progetto che diviene viepiù chiaro e condiviso. Si
trascina dietro, è ovvio, le tante pochezze e debolezze dell'umana natura. Ma riesce a
disciplinarle, ad attenuarle, a moderarle, a neutralizzarle rendendole ininfluenti sul processo
politico, talvolta persino a ridurle al silenzio.
Qualche pubblicista, di fronte all'odierno travaglio politico italiano, spera che la soluzione possa
venire dal popolo, poco potendosi ormai contare sulle classi dirigenti, politiche e sociali. Sperare è
buona regola. Tuttavia, sempre ma specie in una società di grandi numeri dominata dal reticolo
mediatico, il popolo è capace sia di scarti repentini sia di lunghe inerzie. Come ha scritto Maurras
già molti decenni or sono, il suffragio universale è conservatore, è immobilista, salvo che in
qualche passaggio critico, e allora esso tende a diventare imprevedibile e anche pericolosamente
capriccioso. Comunque, o che sia succubo e impotente, o che sia impaziente e riottoso, il popolo è
più guidato dall'emotività che dalla ponderatezza, più dall'immediatezza che dallo sguardo lungo,
più dal particolare che dal generale. Talvolta vede i pericoli meglio delle classi dirigenti, e quando
ciò accade è un dono per la società. Ma ciò accade solo talvolta. Il popolo è un fiume che ha
bisogno di argini per fecondare la terra e non stravolgerla, e gli argini sono le istituzioni e le classi
dirigenti. Il Risorgimento ha lavorato per fornire l'Italia di questi argini, con lo Stato nazionale
unitario: il popolo, la sua parte consapevole, ha capito, ha fatto il suo dovere, ha compiuto i suoi
sacrifici, è andato in soccorso della nazione e si è fatto esso stesso nazione.
Oggi il quadro è più difficile, inutile nasconderlo. Non c'è più l'ancoraggio istituzionale ed eticocivile che ha operato come solido sostegno del Risorgimento. «Il Regno d'Italia, il Regno di Cavour e
di Ricasoli, non è più; e non è più da un pezzo. Ma la lezione di quegli uomini e di quei tempi vive
in noi con la forza di un esempio, di una suggestione segreta. Quella è la nostra Patria, è la nostra
Patria lontana». Così Giovanni Spadolini, nel 1971. Ma cosa rimane oggi di quella Patria, della sua
suggestione segreta, della forza del suo esempio? La selezione delle classi dirigenti non opera più
verso l'alto, ma verso il basso. E l'abuso della parola "popolo" non ha certo migliorato lo stile, la
qualità intellettuale, il sentimento civico di tale entità collettiva, che oscilla tra rassegnazione e
anarchismo, servilismo e ribellismo, furbizia e credulità.
Intendiamoci. Di per sé, la nazione non è un assoluto, poiché nella storia nulla è tale. Tutto ciò che
ha nascimento ha anche una fine. Però le nazioni ancora esistono, e non mostrano di voler togliere
il disturbo. Uno Stato nazionale unito, forte, dignitoso, può competere e può collaborare con altre
nazioni, in Europa e fuori. Può promuovere e accedere a un organismo sovranazionale, facendovi in
pari dignità la propria parte e così accrescendo anche il proprio prestigio. Ma se smantella la
tradizione del Risorgimento per retrocedere nella tradizione del territorialismo localistico e
divisionista, se non ha unità o la perde, se non ha dignità o la sta perdendo, se non ha credibilità
internazionale, se ha forza d'armi solo per svolgere mansioni ausiliarie e subordinate qua e là per il
mondo, allora l'emarginazione è nelle cose. Privato quasi del tutto di coscienza storica anche per
responsabilità di classi dirigenti ben al di sotto della gravità del momento, il popolo è sempre più
tentato, in nome di un futuro irrealisticamente immaginato, dal ritorno alla tradizione degli
egoismi contrapposti, ove tutti, i ricchi che vogliono diventare più ricchi e i poveri che saranno più
poveri, sono destinati alla sconfitta e alla subordinazione nel concerto europeo e mondiale. Croce
ha definito il Risorgimento, con sentimento antico, una «poesia bella». Oggi viviamo un tempo di
brutta prosa. Nella storia d'Italia, la vicenda risorgimentale è stata un'impresa di straordinario
impegno. Abbiamo il dovere di impedire la dissipazione di tale eredità”.
Dal 1861 al 1870
Il primo decennio dell’Unità
in una testimonianza di Antonio Monti (L’Italia nei cento anni)
“Gli avvenimenti dal 1° gennaio 1861 al 31 dicembre 1870 sono dominati dal proposito che l’11
ottobre 1860 aveva espresso Camillo Cavour nel primo Parlamento Italiano: “La nostra stella
polare, o signori, è di fare che la città eterna, sovra la quale venticinque secoli accumularono ogni
genere di gloria, diventi la splendida capitale del Regno italico”. Infatti è proprio nel 1861 che
vengono iniziate le trattative fra il Governo Pontificio e Cavour per la rinuncia al Potere
Temporale; è nel 1862 che con Garibaldi la passione di Roma prende il sopravvento sulla religione
di Roma di Mazzini e sbocca nel doloroso episodio di Aspromonte, che ebbe però il merito di porre
a tutta l'Italia il grande dilemma proclamato nel Tempio della Madonna della Cava: O Roma o
Morte; è nel 1863 che viene inaugurato il primo Tiro a Segno in Torino per iniziativa di Garibaldi, il
quale, precorrendo i tempi, pensava che per rompere il ferreo cerchio della politica europea
intorno a Roma fosse necessario attuare il programma di Carlo Cattaneo: militi tutti, soldati
nessuno; è nel 1864 che la passione del paese, documentata dalle discussioni parlamentari e dalle
polemiche sulla Questione Romana, ottenne un grande e pratico risultato con la Convenzione di
Settembre che spostava verso il sud, da Torino a Firenze, il centro di gravità dell'Italia ormai quasi
tutta unita, e sembrava, calmare le apprensioni della Francia, mentre in realtà aumentava
l'interesse, l'ardore, la passione per Roma, che divenne poi uno spasimo, dopo la guerra liberatrice
del Veneto nel 1866. Questo spasimo fu causa l’anno successivo del nuovo tentativo di Garibaldi a
Mentana. La battaglia di Mentana scavava a sua volta un nuovo solco tra l'Eroe popolare e Mazzini;
l'Europa gridò indignata, la Francia si adontò, l'opinione pubblica italiana — specialmente quella
conservatrice e liberale — sembrò irrigidirsi sulle posizioni raggiunte; ma fu proprio Mentana ad
aprire le porte di Roma, perché impedì che l'Italia partecipasse alla guerra franco-prussiana e le
permise così, nel settembre del 1870, di raggiungere Roma, senza che alcuna Potenza vi si
opponesse. Sì può dire che l'ombra di Machiavelli abbia veramente dominato la vita politica
italiana negli anni 1869 e 1870, se nel nome del grande Segretario Fiorentino si può esprimere la
più raffinata furberia nell'approfittare onestamente delle circostanze per fare il bene del proprio
paese.
Il 1870 si chiude mentre nella Reggia di Firenze un roseo bimbo di 13 mesi, destinato a cingere un
giorno la corona macchiata dal generoso sangue paterno, muove i primi passi sotto la guida di una
dolce principessa bionda
a cui le Grazie corona cinsero,
a cui sì soave favella
la pietà ne la voce gentile...
e mentre il grande Re Vittorio, obbedendo, come sempre, al grido di dolore dell'Italia percossa
dalla sventura, giunge a Roma in forma privata per confortare le vittime della spaventosa inondazione…
Mentre poi questo decennio di vita italiana così storicamente importante si chiude, nei giorni
stessi, anzi, in cui si raccolgono i frutti in gran parte dovuti all'apostolato di Mazzini, alla spinta
data al Risorgimento da Pio IX nel '48 e al sovrumano disinteresse di Garibaldi, accade un fatto a
tutta prima assai strano, e cioè Garibaldi è tenuto prigioniero a Caprera per ineluttabile e dolorosa
precauzione politica, Mazzini proclama di voler continuare ad andar esule pel mondo, ed esule va,
come se gioia alcuna non potesse venirgli dalla unità così duramente dall'Italia conquistata anche
per merito suo, e un venerando Pontefice quasi ottuagenario, dopo avere per l'ultima volta levata,
la mano tremante a benedire le sue truppe fedeli ammassate nell'immensa piazza di S. Pietro,
termina la sua benedizione in un singhiozzo e si chiude da quel giorno in volontaria prigionia nel
suo palazzo. Strana, drammatica questa dispersione di protagonisti nel momento della catastrofe,
questo scomparire di Garibaldi, di Mazzini e di Pio IX dalla scena della vita italiana alla fine del
1870, proprio quando sembrava che il coronamento delle comuni speranze dovesse trattenerli in
un'opera concorde. Ma quanti anni sono dunque passati dalla magnifica primavera italica del 1848 e
dalla benedizione del 10 febbraio, quando il Benedite gran Dio l'Italia finiva negli applausi deliranti
dell'Italia intera? Sono trascorsi soltanto ventitré anni dai giorni in cui una stessa passione, uno
stesso amore, una stessa idea guidavano verso la capitale lombarda Garibaldi e Mazzini e l'esercito
di Pio IX per la prima guerra contro l'Austria?
Ma il decennio 1861-1870 non è tutto qui, in questo meraviglioso attuarsi dell'unità territoriale e
politica. Esso è degno di studio anche per le sottili e spesso pericolose arti usate dalle forze
reazionarie all'unità e specialmente da quelle borboniche, per la lotta senza quartiere mossa dal
giovane Regno d'Italia al brigantaggio, per la generosa partecipazione di un pugno d'Italiani alla
guerra insurrezionale della Polonia, per la intensa, e spesso sfibrante opera di unificazione
amministrativa, legislativa e tributaria, che scatenò nel paese, più dannoso che mai, il demone
delle competizioni politiche e parlamentari, dalle quali venne poi quella degenerazione del sistema
rappresentativo che fu causa prima, se non unica, della sua radicale trasformazione. E mentre
ferve nel decennio la vita politica ed amministrativa, il paese si arricchisce di strade, di ferrovie e
di ponti, di canali e di navi mercantili; le industrie si affermano in una bella serie di esposizioni;
prendono vita e grande sviluppo gli Istituti di Risparmio popolare e le Casse rurali; si adunano i
primi Congressi operai, e il paese si copre di una spessa rete di Società di mutuo soccorso.
Frattanto l'arte italiana riporta trionfi anche all'estero, a Parigi e a Londra, e la musica,
specialmente, per il genio di Giuseppe Verdi che appunto nel decennio 1861-1870 attinge le sue più
alte vette, si impone all'Europa come l'espressione più nobile ed eterna della superiorità italiana.
L'Italia ha due primati in Europa: quello del suo dolore e quello dell'arte sua divina: sono due leve
che possono muovere il mondo. Né tace nel fervoroso decennio 1861-1870 la voce ammonitrice di
Trieste e di Trento, perché è proprio nel 1861 che il Consiglio Comunale di Trieste decreta che
l'insegnamento nelle scuole comunali ed erariali sia fatto in lingua italiana, e Trento freme per
frequenti dimostrazioni e proteste, e trepida di gioia durante la guerra del 1866 perché crede
giunta l'ora della liberazione, salutando i Garibaldini quasi alle soglie della contesa città.
Ma quanto è faticoso il cammino della nuova Italia, quanto difficile è quest'opera di unificazione
morale, sempre in ritardo rispetto all'unificazione territoriale e politica! È specialmente la
questione economica che più agita e turba, avvelena i rapporti tra le popolazioni ieri appartenenti
a Stati diversi; sono le nuove imposte che danno l'abbrivo ad una serie di scandali, di processi, di
duelli, di dimostrazioni e di disordini, che la storia ha registrato col più profondo disgusto. Il Paese
è come diviso in due parti da un solco profondo, lo stesso che divide il Parlamento: è il solco
determinato dalla Destra e dalla Sinistra, la Destra rappresentata dalla così detta consorteria,
odiosa parola che specialmente i non piemontesi scagliavano con grande facilità contro i fautori
del nuovo regime per esprimere il disgusto, il dolore e l'orgasmo prodotti dagli inconvenienti che
ogni giorno si verificavano, ma che erano una conseguenza inevitabile della profonda rivoluzione
prodottasi in Italia nel giro di pochi anni e delle difficoltà in mezzo alle quali il Paese cercava il
proprio assestamento. Ma che cosa sono questi contrasti alla luce della storia e dell'equilibrio che
è frutto del lungo tempo trascorso?
Il decennio è anche storicamente notevole per i grandi disastri che hanno turbato, e spesso
interrotto la vita della Nazione, primo fra tutti l'epidemia colerica che proietta su tutto il periodo
un'ombra di morte e di desolazione, come bene risulta dalle statistiche qui raccolte e dalla
cronistoria; e poi alluvioni, inondazioni, eruzioni di vulcani, incendi, naufragi... Ma nulla riesce ad
arrestare il ritmo affrettato dell'Italia destinata a presentarsi tutta unificata all'alba del 1871,
nessuna lotta intestina, nessun fatto atroce, nessuna antipatia di nazione straniera, nessuna
avversa forza della natura; e neppure la morte che sopprime alcuni fra gli uomini più grandi del
Secolo XIX e che più hanno operato per l'italica grandezza: Cavour, prima di ogni altro, sparito nel
giugno del 1861, e il D'Azeglio, e il Farini, e il Fanti, e il Brofferio, e il La Farina, e il Wieusseux, e
Carlo Cattaneo, e il Rossini, e il Mercadante... e poi alcuni patrioti del '21, Benigno Bossi e
Gaetano De Castillia, come se la loro morte fosse predestinata a significare la pienezza dei tempi,
cioè a dimostrare che potevano i precursori lietamente morire, salutando la grande Italia risorta”.
I Siciliani visti
da due illustri intellettuali
A cura della Redazione
Fra i detrattori dei Siciliani, visti, nel loro insieme, come un popolo di “terroni” e di “mafiosi”, non
è mancato Indro Montanelli, che più di una volta ebbe a sottolineare la condizione di inferiorità di
quelle popolazioni rispetto a quelle del Nord. Nel 1960, al tempo della guerra d’Algeria, in una
intervista rilasciata al giornalista francese Weber per “Le Figaro Litteraire” (la notizia fu riportata
dal quotidiano “L’Ora” di Palermo del 25 ottobre del 1990) disse testualmente: “Voi avete
l’Algeria, noi abbiamo la Sicilia, ma voi non siete costretti a dire che gli Algerini sono francesi,
mentre noi, circostanza aggravante, siamo costretti ad accordare ai Siciliani la qualifica di
italiani”.
Molti siciliani insorsero deplorando quella frase oltraggiosa, da cui si ricavava che Montanelli
considerava gli Algerini un popolo di serie B e i Francesi un popolo di serie A, così come i Siciliani
rispetto agli Italiani. In un articolo di risposta a quella intervista un magistrato di Caltanissetta
(Salvatore Riggio) si domandava: “Ma che cosa ci facevano i Francesi in casa algerina? I Francesi
non erano forse gli sfruttatori, gli oppressori, i colonizzatori, gli illegittimi occupanti mediante
violenza bellica dell'Algeria? Gli Algerini non avevano il sacrosanto diritto di cacciare dalla loro
Terra i colonizzatori francesi e reclamare la propria indipendenza? Secondo l'ottica razzista del
Montanelli parrebbe di no perché secondo lui forse la Provvidenza Divina aveva assegnato agli
Algerini come angeli custodi i Francesi e secondo la stessa ottica la medesima Provvidenza Divina
avrebbe designato i «Fratelli d'Italia» al di là dello Stretto custodi dei Siciliani, considerati dal
Montanelli «Esseri» distinti dagli «Italiani» perché posti nella scala di una presunta gerarchia in un
gradino inferiore”.
Il magistrato citava poi un altro episodio analogo in cui Montanelli (era il 1967) se la prendeva con
tutti gli avvocati siciliani accusandoli indiscriminatamente in massa di avere connivenze e
collusioni con la delinquenza. Gli avvocati siciliani reagirono proponendo una querela per
diffamazione contro di lui. “Ma dove voleva arrivare questo signore?”, si domandava il magistrato.
“Voleva forse proporre anche la fornitura di avvocati nordisti per la difesa dei delinquenti siciliani,
così come i nordisti ci forniscono giornalmente i loro prodotti per la nostra vita dato che ormai il
Sud e la Sicilia in particolare sono stati ridotti soltanto a vaste aree di mercato di consumo
interno?”.
Ma non finisce qui. L’autore dell’articolo (apparso sulla rivista Il Domani) ricordava che nel 1970
Montanelli aveva scritto che alla Sicilia mancava da sempre una coscienza civile e sul Corriere
della Sera del 9 Gennaio 1971 che in Sicilia non v’era traccia di pensiero illuministico. Gli
rimproverava poi di non conoscere la storia, l'arte, il pensiero, la letteratura della Sicilia, e persino
la geografia, avendo scritto che “il 26 Maggio 1860 tre ufficiali della flotta inglese erano sbarcati a
Misilmeri” (Montanelli e Nozza, Garibaldi, 1963, pag. 372), mentre Misilmeri non è sul il mare.
Il magistrato poi citava anche il caso di Moravia, che sull’Espresso del 3 Ottobre 1982 a pag. 37 in
un articolo intitolato “Siciliano = mafioso?” ad un certo punto aveva scritto: “Il Siciliano in quanto
tale, anche il galantuomo, è tendenzialmente mafioso”.
Con tutto ciò, concludeva il magistrato, nel 1986 i “sicilioti” di Agrigento assegnarono a Moravia il
Premio Pirandello per la narrativa e il 28 novembre 1990 un’Associazione Culturale di Caltanissetta
conferiva a Montanelli il Premio Internazionale Castello di Pietrarossa per la sezione giornalismo.
Cupidigia di servilismo: così titolava l’articolo il magistrato.
***
“Bossi confessa che lui non avrebbe fatto la spedizione dei Mille.
«Io sono cavouriano» mi dice. «E Cavour voleva l'Italia divisa in tre blocchi, Nord, Centro e Sud.
L'accordo con Napoleone III era questo, e sarebbe stata la soluzione più seria.»
Peccato, obietto, che tra i Mille la larga maggioranza relativa fosse fatta di bergamaschi...
«Loro cercavano nel Sud una colonia. Gli inglesi e i tedeschi avevano le loro colonie in Africa e a
Oriente, il Piemonte non ce l'aveva e il potere industriale del Nord diede una mano a Garibaldi
perché voleva un mercato in cui espandersi. Se produci, devi trovare qualcuno a cui vendere. E
loro pensarono di vendere al Sud.»
Il Senatùr ricorda bene l'entusiasmo che vi fu per il primo Pio IX («Pio, pio, pio... tutta Roma
sembra un pollaio...»), ma è piuttosto freddo sull'ipotesi che al papa fosse stato chiesto di
presiedere la confederazione italiana («Con quello lì non sapevi dove saremmo andati a parare»).
E quando gli ricordo che Cavour, con Garibaldi, giocava su due tavoli - faceva finta di non
conoscerlo, ma intanto ne incoraggiava le imprese -, lui scuote la testa:
«Cavour lo prendeva per il culo. Gli prometteva fucili che non gli ha mai dato. E quando Cavour un grand'uomo, il più capace - è morto, non gli ha mandato al funerale nemmeno i figlioli, con la
scusa che dovevano studiare...».
Oggi l'Italia è unita?
«No» mi risponde secco. «Da una parte sconta le divisioni originali, dall'altra le conseguenze di
una politica centralista cominciata dai Savoia alla morte di Cavour: anche i sindaci venivano
nominati dal re. Ci portiamo dietro vecchi errori.»
Ammiratore dell'esercito piemontese, Bossi rimprovera a Francesco II di Napoli di non aver
espropriato le terre del papa e riconosce, tuttavia, che gli uomini del Nord, arrivati a Napoli,
s'impossessarono del suo Banco”.
Da Il cuore e la spada, di Bruno Vespa
STORIA
La rivoluzione
contro “Il Capitale”
Giuseppe A. Spadaro
Nel 1917 Gramsci pubblicò a Torino La città futura, che contiene una valutazione entusiastica della
Rivoluzione russa, interpretata come “rivoluzione contro il Capitale”, cioè contro il libro di Marx Il
Capitale. Secondo la profezia di Marx infatti, la rivoluzione sarebbe scoppiata non solo per il
deterministico verificarsi di circostanze escludenti qualsiasi intervento volontario, ma in uno dei
paesi più industrializzati, Inghilterra, Germania o Francia, in cui la borghesia concentrava nelle sue
mani il massimo di ricchezza ed esercitava il massimo di sfruttamento del proletariato. Essa,
invece, scoppiò nel paese più retrogrado e contadino.
Nell’esordio eterodosso di Gramsci, che allora aveva 26 anni, è evidente l’influsso volontaristico
dell’idealismo del Croce e del Gentile. C’è da dire che Gentile più che Croce riconobbe il
fondamento filosofico del marxismo, seppur mutuato dalla matrice degenerata della Sinistra
hegeliana, secondo la nota confessione del filosofo di Treviri, d’essersi compiaciuto di civettare
(kokettiren) con la terminologia di Hegel. Nella sua opera giovanile La Filosofia di Marx (1893)
Gentile aveva infatti sviscerato tutta la problematica inerente alla definizione del marxismo come
materialismo storico, polemicamente fondata sull’intento marxiano di “far camminare sui piedi la
Storia, che Hegel aveva fatto camminare sulla testa”.
Gentile aveva evidenziato tutte le aporie che quella definizione faceva sorgere. Egli in sostanza
riteneva impropria la definizione di materialismo storico, e si era chiesto che genere di
materialismo fosse quello che, accompagnandosi all’aggettivo storico, non concepiva la materia
come statica e inerte: “Ma come intende Marx la materia? Come prassi si risponde, donde
materialismo storico... La prassi è sinonimo in Marx di attività sensitiva umana... Dunque l’attività
della materia risiede nell’uomo... Marx non fa altro che sostituire... ai prodotti dello spirito i fatti
economici, che sono i prodotti dell’attività sensitiva umana”.
Gentile si chiedeva se quello di Marx non fosse materialismo metafisico - come se Marx, “dopo aver
concepito la sua dottrina rivoluzionaria”, avesse voluto prendere una posizione in filosofia -, visto
che nella prefazione al Manifesto del Partito comunista del 1883 si dichiara che “il pensiero
fondamentale cui si ispira il manifesto è che la produzione economica e il congegno sociale che in
ciascuna epoca storica necessariamente ne deriva è base della storia politica e intellettuale
dell’epoca stessa... che tutta la storia fu storia di lotta di classi... che questa lotta ha ormai
raggiunto un grado in cui la classe sfruttata e oppressa non può liberarsi dalla classe che sfrutta,
senza liberar insieme e per sempre tutta la società».
Ognuno riconosce esser questa una metafisica, perché il modello hegeliano di sviluppo dialettico,
secondo i tre gradi della tesi, della antitesi e della sintesi, raggiunta la meta della società senza
classi, in Marx s’inceppa. È questa in effetti una aporia anche del sistema hegeliano, perché in esso
la Storia, dopo esser passata dalla forma della Religione a quella dell’Arte, e da questa a quella
della Filosofia, non ha altra forma che possa assumere, e resterebbe per sempre in una sorta di
Pleroma perfetto. Per questo motivo, nella sua Riforma della dialettica hegeliana Gentile
contrappone alla dialettica del pensato la dialettica del pensante, cioè dell’individuo che pensa, e
pensando rinnova costantemente il pensiero, aspirando all’Atto puro, che non è mai Puro se non
nell’aspirazione del soggetto pensante.
Poteva Gramsci rimanere insensibile al fascino dell’attualismo e al rigore di quelle analisi? La sua
formazione è certamente marxista, ma nei confronti della Chiesa comunista, per la quale fino alla
rivolta d’Ungheria del 1956 valeva il dogma “Meglio aver torto con tutto il Partito che aver ragione
contro il Partito”, l’attualista Gramsci non può non essere un eretico. La sua eresia si manifesta
nelle dispute con la classe dirigente socialista ottocentesca ammalata di ciarlatanismo scientifico.
Il concetto si rifà alla gentiliana La filosofia di Marx: “In Italia s’è posto un grande studio ad
alleare il socialismo con la cosiddetta scienza positiva, intendendo con questa inesatta
denominazione il darwinismo o l’evoluzionismo naturalistico... È il desiderio di una unità di scienza
male intesa e peggio architettata, e si dimentica che lotta per l’esistenza e selezione naturale, se
si trasportassero dal mondo naturale, pre-umano, che è il lor proprio, al mondo umano storico,
condurrebbero a ben altro perfezionamento sociale, che i comunisti non vogliono”.
Quali influssi gentiliani sono dunque riconoscibili nell’eretico Gramsci? Abbiamo visto il
volontarismo, ma non possiamo trascurare la tensione verso l’Atto puro, che si concretizza nella
ricerca della verità. Essa giustifica le scelte, anche problematiche, di volta in volta prese da
Gramsci. Nel ’19 con Tasca, Terracini e Togliatti fonda l’Ordine Nuovo, che sostiene la formazione
dei Consigli di Fabbrica, posizione di sinistra rispetto al PSI ufficiale. Ma nel ’20 l’occupazione
delle fabbriche con gli eccessi che ne seguono (crumiri e dissidenti bruciati negli altiforni)
incrementano i Fasci e fanno esplodere la polemica in casa socialista, avviando, con l’approvazione
di Lenin e l’adesione di Bordiga alla fondazione del PCd’I a Livorno nel gennaio del ’21.
Nel ’22 Gramsci sostiene Bordiga contro la politica del fronte unico coi socialisti proposta
dall’Internazionale. I risultati sono visibili: nell’ottobre avviene la Marcia su Roma. In maggio egli è
a Mosca, dove nel giugno del ’23 sostiene la parola d’ordine dell’Internazionale: Governo operaio e
contadino! Nel ’24, eletto deputato, torna in Italia. Muore Lenin, sostituito da Stalin, Trotsky,
Zinoviev e Kamenev. A Mosca si apre la lotta per la successione: nel ’27 viene espulso Trotsky, nel
’29 è la volta di Bucharin, nel ’34 Radek e Tukacewskj verranno fucilati. Allarmato per i metodi
usati in Russia, Gramsci scrive una lettera a Mosca rappresentante “la necessità di richiamare alla
coscienza politica dei compagni russi i pericoli che i loro atteggiamenti stanno determinando nel
proletariato internazionale”. Togliatti, diventato l’uomo di fiducia di Mosca, si rifiuta di inoltrarla.
Quando Gramsci viene arrestato, egli è già in polemica col PCd’I e con l’Internazionale. Confinato
nell’isola di Ustica, non rinuncia al tentativo di preparare una classe intellettuale, tentativo
proseguito a San Vittore e nella colonia penale di Turi, ma il suo dissenso con l’Internazionale gli
mette contro i compagni. Nell’agosto del ’31 una grave emorragia fa sospettare un avvelenamento,
per cui viene recluso in cella singola e nel ’33 è trasferito nell’Infermeria di Regina Coeli, poi nella
clinica Cusumano a Formia e infine nella clinica Quisisana. Nel 1937 ottiene la scarcerazione ma
muore il 27 aprile, e ancora non è chiara la causa: avvelenamento, suicidio, o tentativo di
sequestro da parte di Stalin?
Katyn: una strage impunita
e la vergogna del silenzio
Gianstefano Frigerio
Le fosse di Katyn sono uno dei più terribili misfatti della Storia. Nel 1940, 3500 ufficiali
dell'esercito polacco furono fucilati dall'Armata Rossa e sepolti nelle fosse comuni di Katyn; i loro
parenti (15.000 persone) deportati e dispersi nell'immenso impero sovietico. Così si voleva
distruggere la futura classe dirigente e demolire la borghesia polacca. Una vera e propria "pulizia
di classe"; infatti a Katyn si devono aggiungere le deportazioni di 140 mila contadini benestanti e di
70 mila ebrei. La terribile sintesi è che 500 mila polacchi furono deportati nei Gulag. Inoltre Stalin,
nella sua vasta opera di disinformazione, gettò l'ombra di questo genocidio sui nazisti.
Per 50 anni la Sinistra italiana difese strenuamente la "vulgata" di Stalin. Poi ci fu il 1989,
l'implosione dell'URSS, l'apertura degli archivi di Mosca; e la terribile verità venne a galla. Ma la
Sinistra filomarxista in Italia ha continuato nella sua opera di manipolazione della memoria storica.
E forse, come per i Gulag, tra qualche decennio, gli ex comunisti faranno un mesto viaggio a Katyn,
accompagnati da logorree retoriche.
In effetti il massacro di Katyn è il simbolo dell'unica natura totalitaria che animò Mosca e Berlino;
frutto terribile dell'alleanza tra due totalitarismi, mette in luce soprattutto la logica della "pulizia
di classe" (speculare alla "pulizia etnica" dei nazisti), che connota tutta la esperienza sovietica nei
rapporti coi territori occupati.
Ora un fatto concreto dimostra in modo allarmante i ritardi della Sinistra italiana. Andrezej Wajda,
il padre del cinema polacco, ha prodotto un film sulla tragedia di Katyn, che ha registrato un
enorme successo di pubblico e di critica in tutto l'Occidente. Un capolavoro bellissimo, privo di
retorica e di odi, una dolorosa resa dei conti con il passato, le radici e l'orgoglio di un popolo; film
drammatico e potente, rigorosamente fedele alla verità storica; documento rigoroso e limpido
sulle ideologie e sul male oscuro del XX secolo. Il film, però, è stato rifiutato dalla Mostra del
cinema di Venezia nel 2007, un nuovo esempio di omertà, di manipolazione della memoria storica;
ora sta girando, tra mille intoppi, silenzi, boicottaggi, nelle sale italiane. Diventa quindi doveroso
mobilitarsi ed impegnarsi presso tutti i nostri circoli culturali perché questa splendida lezione di
verità storica aiuti gli italiani a capire il terribile passato dell'Europa e le tragedie delle ideologie
totalitarie.
POLITICA
La rifondazione etica
della politica
Le prime definizioni moderne del concetto di giustizia
Sandro Ciurlìa
L’idea di una “giurisprudenza universale”, il proposito di costruire un metodo giuridico esatto e
l’intenzione di restituire all’umanità il suo carattere unitario sono il fondamento della Giustizia
moderna. Una volta definiti i criteri metodologici, va proposto un concetto adeguato di giustizia,
per affidarsi, in ultima istanza, nelle mani del politico, cui spetta il compito di governare le genti.
Dunque, il diritto va fondato; solo dopo un lungo cursus educativo finalizzato a cogliere i princìpi
della scienza giuridica, il principe può assumere i suoi doveri di elevata responsabilità.
La felicità del genere umano - scrive
Leibniz nei suoi frammenti raccolti sotto il titolo di
Elementi di diritto naturale - consiste nel “saper volere ciò che è opportuno”. Il problema,
aggiunge il filosofo di Lipsia, è di particolare urgenza oggi “che la nostra potenza si è
enormemente accresciuta” e riesce a coronare il sogno baconiano di un pieno dominio dell'uomo
sulle forze della natura. “Eppure - prosegue Leibniz – “dopo che abbiamo riportato vittoria sull'universo il nemico rimane entro di noi”. I numerosi motivi di difficoltà che la vita associata
determina sono affrontati da discipline differenti. Tra queste, la politica, definita la “scienza dell'utile”. Il grande problema, tuttavia, rimane la determinazione di equi rapporti inter-personali,
all'insegna del rispetto delle rispettive identità. Della giustizia bisogna parlare con cognizione di
causa e non con velleità retoriche.
Per discutere equamente del problema, bisogna esporre gli elementi di un'adeguata teoria del
diritto, la quale dipende da definizioni. Il diritto, dunque, conserva una struttura molto rigorosa,
se è vero che la definizione esprime l'essenza costitutiva di una cosa, in questo caso della norma
come canone oggettivo di organizzazione della vita pubblica. Anche quello giuridico è un sistema
combinatorio, per cui valgono le definizioni, le tecniche di combinazione e il calcolo delle varianti
che concorrono a definire il sistema della Lex. In ragione di ciò, si può stabilire che “la teoria
giuridica è una scienza”. La vera difficoltà sta nel riscontrare le definizioni. Qui torna utile il
metodo induttivo. Il metodo delle scienze naturali è, al riguardo, assai istruttivo. Si tratta di
raccogliere e collazionare casi particolari dello stesso genere. Se ne determineranno enunciati di
carattere generale, ma non universale. Può sempre emergere, infatti, un caso non rubricato, che
metta in discussione tutto. I limiti della logica induttiva, del resto, erano noti sin dai tempi di
Aristotele. Leibniz li discute nella Dissertazione preliminare al Nizzoli, criticando l'universale
nizzoliano di tipo “collettivista”, fondato sulla logica induttiva, a favore, invece, di un modello di
“universale distributivo”, basato sulle tecniche di combinazione tra elementi semplici, teorizzate
nella Dissertatio de Arte Combinatoria.
La norma, ad ogni modo, disciplina i comportamenti. Ogni gesto umano si fonda sul conseguimento
di un “bene personale”. Il più crudo realismo si impadronisce di Leibniz. Da conoscitore e
frequentatore delle trame nascoste del potere e dell'egoismo che agita l'animo degli uomini, egli
sa, hobbesianamente, che è la lotta la condizione di base della vita umana. La sfida è “vedere fino
a che punto nella giustizia si tenga in considerazione il bene altrui”. Il criterio aristotelico della
medietà tra gli estremi, che pure pretenderebbe di fornire una soluzione efficiente alla questione,
è largamente insufficiente. Leibniz pone una distinzione significativa: garantire il bene altrui è
un'esigenza giuridica, volerlo significa provare un trasporto di tipo “amoroso” per l'altro. Il punto
d'arrivo è intrinsecare la seconda condizione nella prima, così “la giustizia richiede che il bene
altrui sia voluto per se stesso, e poiché volere il bene altrui per se stesso significa amare gli altri,
ne segue che la natura della giustizia è l'amore. Giustizia sarà dunque l'abito d'amare altrui, di
volere cioè il bene altrui di per se stesso e di compiacersene”.
Leibniz insiste sul tema del coinvolgimento della morale nel diritto: “Giustizia è l'abito (cioè lo
stato costante) dell'uomo buono”. In quest'ottica, l'uomo giusto non può che perseguire la via
dell'azione giusta, altrimenti cadrebbe in contraddizione. L'uomo giusto è l'uomo buono, vale a dire
“chiunque ami tutti”. Leibniz procede con la spiegazione dei termini di tale definizione: Persona è
“chiunque provi amor di sé, cioè senta piacere e dolore”; amore e giustizia non sono elementi
disgiungibili, perché s'intrecciano tra loro nella definizione del problema; il quantificatore “tutti”
viene preso in considerazione in quanto esprime la condizione di armonia universale in cui ciascun
individuo vive: se non provasse trasporto verso tutti, ma solo verso alcuni, verrebbe meno il principio della panarmonia, che prevede una condizione di pieno accordo di tutti con tutti. In più, in
tanto ciò è possibile, in quanto l'individuo è dotato di volontà, si rende protagonista di un
“conato”, di un'azione rivolta verso l'altro.
Il concetto di giustizia continua ad impensierire Leibniz anche dopo la conclusione, nel 1676, del
soggiorno parigino, negli anni in cui l'influenza di Ulpiano è assai forte. La giustizia diventa la
carità del saggio; dove carità vale “la benevolenza verso la generalità degli uomini”. Tale
definizione permette un'applicazione concreta del concetto di giustizia e, inoltre, tende a
codificarsi come un attributo del saggio, dell'uomo equilibrato, capace di nutrire un sincero
trasporto verso il prossimo. Se la carità è un “abito” di benevolenza verso l'alterità, tale sarà
anche la giustizia, la quale diventerà una consuetudine nel trattamento delle relazioni interpersonali.
Il ragionamento di Leibniz è lineare: se per giustizia ha da intendersi un complessivo atteggiamento
di attenzione verso la condizione in cui versa il genere umano, finalizzato a meglio distribuirne
aspirazioni e risorse, allora, realizzando il “giusto”, si ha modo di ottenere il “bene”, dato l'intrinseco piacere che l'esercizio della giustizia genera.
Questo amore disinteressato verso gli altri genera felicità, stimola ad agir meglio e costituisce un
incentivo affinché ognuno agisca nell'interesse superiore del miglioramento delle condizioni del
genere umano, non tanto allo scopo di soddisfare i propri personali egoismi. L'amore è il
fondamento di tutto. In tanto può proporsi come pulsione di fondo della vita umana, in quanto
esso è in Dio, anzi è Dio. E se l'amore è il conato verso un altro da sé, esiste una gerarchia
dell'amore, che parte dal sentimento che si nutre nei riguardi di Dio e scende giù sino alle cose più
comuni. D'altronde, l'idea di una gerarchia tra le cose è costante in Leibniz e lo sarà ancor più negli
anni della monadologia, quando gli enti saranno classificati in funzione del loro grado di dignitas
ontologica. Ora, l'amore di Dio si riflette sulla capacità umana di provare trasporto emotivo per il
prossimo e di praticare la carità in una società giusta. Ciò permette di superare il belluino stato di
natura, a favore di una condizione collettiva di crescita e di sviluppo.
Dunque, la giustizia è la condizione di equa fruizione delle cose. Opera con giustizia il saggio, che
è consapevole della condizione di armonia universale in cui si vive e del fondamento divino su cui
si erge l'universo. Ecco perché il diritto diviene una “potestà morale” e la giurisprudenza si
configura come “la scienza di ciò che è giusto”. Nell'esercitare il diritto va tenuto conto delle
condizioni di vita del singolo e della comunità umana entro cui si colloca, la quale è paragonabile
ad un organismo che consta di parti e che vive quando ognuna d'esse funziona armoniosamente. In
tal modo, il diritto assume una funzione di perfezionamento morale. Leibniz si riferisce
esplicitamente al primo precetto giuridico (honeste vivere), in quanto strumento di miglioramento
del nostro animo: se ognuno bada al proprio, agendo onestamente, poi sarà in grado di venire
incontro agli altri, riconoscendone l'identità e le istanze.
Lo scopo fondamentale del diritto sarà, pertanto, quello di garantire l’utile alla comunità, il quale
è il frutto - osserva un po' ingenuamente Leibniz - dell’“unica somma dei beni dei singoli”. Per
realizzare ciò, bisogna tradurre in pratica una condizione socio-politica nella quale esista un
rapporto di collaborazione e non di ostilità tra i cittadini e la classe dirigente, in modo che possa
essere pianificata una politica comune di crescita economica e socio-culturale. Le regole giuridiche
provvedono a rendere gli uomini “prudenti, virtuosi ed ampiamente dotati di mezzi, ovvero che
sappiano, vogliano e possano compiere opere ottime”.
Non va mai persa di vista la definizione del concetto di giustizia che si configura come “una virtù
per cui ci si comporta rettamente rispetto ai beni e ai mali degli altri”. Tale virtù appartiene al
singolo individuo e ogni uomo di senno si augura che possa essere una qualità del governante.
Giustizia e carità sono elementi correlati, perché l'esercizio del diritto consiste nel rispetto delle
istanze altrui e nel superamento di ogni forma di sopraffazione. Dio è il supremo garante degli
equilibri dell'universo ed ogni singolo cittadino agisce in funzione della garanzia degli equilibri
della comunità. Il motivo è sempre lo stesso: le simmetrie ontologiche ed etico-politiche del
mondo riflettono l'armonia dell'universo, garantita dalla longa manus di Dio.
La Giustizia, quindi, è l'insieme di norme giuridiche tali da garantire il benessere della collettività,
essendo il pubblico bene la legge suprema. Il giurista e il governante hanno lo specifico compito di
garantire e di estendere la pubblica felicità. La virtù politica, dunque, consiste nella “propensione
della volontà a seguire la via che porta alla felicità”. Essa trova una concreta applicazione nella
vita civile, attraverso l'utilizzo razionale delle arti e delle tecniche.
Giustizia in subappalto
Mario Scaffidi Abbate
“Non rimprovero i giudici per avermi condannato: li rimprovero per avermi condannato con cattiveria”.
Socrate
m
“In principio era la Parola”. E’ da lì che nascono i processi. Come il mondo. Si comincia con le voci,
coi pettegolezzi, coi tam-tam provenienti dalla giungla dell’Informazione. O intercettando le
conversazioni telefoniche. Perché tutti (tranne i magistrati) sono potenzialmente dei criminali: chi
non ha pensato, almeno una volta, di ammazzare qualcuno? O non ne ha desiderato la morte? O
non ha commesso, in cuor suo, un attentato alla democrazia? Il vizio ha origini remote: nella
Grecia di Aristofane i delatori, i “sicofanti” (oggi si chiamano collaboratori di giustizia) origliavano
fra la gente per sentire se qualcuno complottava contro la democrazia, e poi correvano dal giudice
a riferire. Se uno, al mercato del pesce, invece delle sardine comprava degli scorfani, o una cipolla
da mettere insieme alle alici, il fatto veniva interpretato dal giudice come un attentato alla
democrazia, un invito alla tirannide. Fra i delatori c’erano anche le prostitute, quando i clienti
pretendevano da loro delle prestazioni particolari che potevano essere interpretate come una
vocazione alla tirannide, a soggiogare il popolo. Le condanne erano più facili, perché mancavano le
prove concrete, le foto, sicché bastavano le parole delle escort (dal latino scortum). E c’erano
anche le minorenni date in affidamento, che facevano dire al vecchio giudice Filocleone: “Se nel
testamento un padre affida la figlia a qualcuno noi mandiamo a farsi sfottere il testamento e il
sigillo messovi sopra, e la ragazza la diamo a chi ci convince di più” (capito l’antifona?). “E di tutto
questo non dobbiamo rendere conto a nessuno. Nessun potere sta alla pari del nostro”. Nella
Grecia di Aristofane, insomma, qualunque fosse l’accusa, vera o falsa, piccola o grande, tutto era
cospirazione per il giudice, il quale era talmente preso dall’idea maniacale di ripulire il mondo che
spesso dormiva in tribunale, per essere sempre pronto a condannare il primo imputato che gli
capitava a tiro, innocente o colpevole che fosse. “Adesso lo fottiamo. Avanti, amici giudici, vespe
furiose, tendete il pungiglione acuto, che è la nostra arma, colpite, colpite con rabbia, al culo, agli
occhi, alle dita, tutt’intorno!”. E se mai un imputato veniva assolto, la Pubblica Accusa esclamava:
“Sono rovinato! La mia carriera è finita! Che ne sarà di me?”. Da allora le cose non sono cambiate,
si sono affinati i metodi, perfezionati i mezzi: oggi ci sono i telefoni e i cellulari, si piazzano
microspie nelle camere da letto e nei gabinetti delle case private, e via intercettando.
Così, prima ancora che le voci siano vagliate e depurate di tutto ciò che non ha alcuna rilevanza
penale, inizia il passa parola: il Leviatano dell’Informazione - mostro orrendo, come la Fama
virgiliana, dai mille occhi, dalle mille bocche e dalle mille orecchie, “tenace spacciatrice di
menzogne e verità” - s’impadronisce di quel prodotto abusivo, lo manipola, lo stritola coi suoi
denti avvelenati, lo mastica con un gusto sadico pieno di soddisfazione, e poi lo sputa riempiendo
pagine su pagine: mille, diecimila, centoventimila! Che non sono niente di fronte ai milioni di
pagine che si potrebbero riempire intercettando tutti i pensieri che passano per la mente dei
cittadini. E se questi gridassero ai quattro venti ciò che pensano dei magistrati? O se li
intercettassero?
Chi ci salverà da questo Grande Fratello che ci spia giorno e notte e che non si accontenta di quel
che sente ma si alimenta e si accresce sempre più, di sospetti, di voci dubbie o false, di
supposizioni? E’ come un gioco a ping pong: da una parte ci sono i giornali che lanciano l’accusa,
magari per provocare l’intervento dei magistrati, o perché i magistrati, sotto banco, gli hanno
passato le informazioni, dall’altra c’è una Giustizia che aspetta ad intervenire perché prima i
giornali devono darle un appiglio, devono fare il lavoro sporco che i magistrati, puliti, non possono
fare, ma di cui sono ben contenti quando si tratta di eliminare qualcuno che gli sta
particolarmente antipatico. (“Di cattiveria tutta circonfusa…, / tu sei l’Erinni, l’orrida Medusa /
rossochiomata, che di sasso fa”).
Non è il fatto in sé che disturba e disgusta, il colpevole va perseguito: sono i modi e i mezzi che
vengono usati, che non si addicono ad una Giustizia seria, veramente autonoma e indipendente.
Così, basta un sospetto, buttato lì su un giornale, che subito si chiede la testa del sospettato.
Siamo alla follia. La follia di una Giustizia che prima di mettersi in moto fa le prove generali
attraverso la stampa, e nulla dice, nulla obietta, perché la libertà di stampa non si tocca, quando
proprio i giornali e la televisione rendono difficile formulare un giudizio in piena libertà, senza
condizionamenti, suggerimenti e suggestioni di sorta. Ebbene, i primi a insorgere contro questo
andazzo dovrebbero essere proprio i magistrati, criticando i colleghi che lo favoriscono e quasi ne
godono, atteggiandosi ad eroi.
Ma che Giustizia è una Giustizia che dipende da “pentiti” e “sicofanti”, i quali nel momento in cui
le dànno una mano offendono e mortificano la Giustizia stessa? Dov’è la sua autonomia? Se la mafia
collabora con la Giustizia, la Giustizia a sua volta, mostrando di darle credito e importanza, fa un
favore alla mafia. Per non dire che finisce con l’alimentarla, perché la mafia ne approfitta e se ne
serve, assumendo un ruolo che spesso nel processo è addirittura di primaria importanza.
“Rem tene, verba sequentur”, consigliavano gli antichi: “Attieniti ai fatti, le parole verranno
dopo”. La Giustizia fa il contrario. Così, sulla base di una frase, si accumulano, una dietro l’altra,
centinaia o migliaia di pagine, con gli argomenti più disparati, raccogliendo di tutto e di più,
compresa la spazzatura, nella speranza, sadica, ossessiva, perversa e avvelenata, che sia la
spazzatura a spazzar via l’imputato. E naturalmente finisce che qualche motivo per incastrare il
presunto colpevole si trova, perché “chi è senza peccato scagli la prima pietra!”.
E’ avvilente una Giustizia che manda all’avancarica i pentiti, le spie, le escort, i trans, e lascia che
i giornali le spianino la strada. Anche lei intorbida le acque quando tira in ballo altri fatti e
personaggi che con quella specifica imputazione non hanno nulla a che vedere (seguace, forse,
della filosofia del tout se tien). Se poi lo fa per interessi personali, per eliminare un avversario
politico, per mettersi in mostra, per guadagnarsi uno spazio sui giornali o nei programmi televisivi,
allora la Giustizia è ancora più riprovevole. E che Giustizia è quella di magistrati che quando un
pentito nega ciò che loro vorrebbero che dicesse non si arrendono e non si dànno pace, e invece di
cercare i “riscontri”, le prove concrete, tirano in ballo altri pentiti a cui cercano di far dire ciò che
il loro compare ha negato?
E con tutto ciò l’indagato deve starsene zitto, perché “ci si difende nei processi, non fuori”. E
perché, allora, si fanno i processi sui giornali e in televisione? Certe volte è proprio fuori dai
processi che l’imputato, se non è colpevole, deve difendersi, per evitare che i magistrati lo
mettano alla gogna distruggendo la sua onorabilità. Se la legge è uguale per tutti un uomo politico,
tanto più se innocente, deve poter affrontare i processi in condizioni di parità con gli altri
cittadini, cioè al termine del suo mandato, perché altrimenti sarà umiliato più di loro dal peso
della carica che ricopre. E invece no: prima ancora del processo deve andare a discolparsi, così
magari il Pubblico Ministero (che certe volte è la prova lampante di come il volto sia davvero lo
specchio dell’anima) lo sbatte in gattabuia con la scusa della custodia cautelare, affinché non
manipoli le prove. Che non ci sono. Ma lui non si sottrae alla Legge, chiede solo di essere ascoltato
da un altro giudice, come la Legge consente a qualsiasi cittadino. Ha o non ha ragione di cercare
tutti i cavilli, così come i magistrati cercano tutti i cavilli per incastrarlo? La Legge glielo consente?
Sì. E allora perché fare tante storie, tante inutili discussioni? Aspettiamo. No. “Delendus est!”.
Come Catone, che alla fine di ogni suo intervento in Senato, qualunque fosse l’argomento,
concludeva: “E anche questo aggiungo: Bisogna distruggere Cartagine!”.
“Una riforma della Giustizia non può partire da uno spirito vendicativo”. Giusto. Ma nemmeno si
devono vedere magistrati che in televisione attaccano un Presidente del Consiglio, dicendo
addirittura che se ne deve andare. Se c’è uno, fra i due, che deve per primo mostrarsi equilibrato
e sereno è proprio il magistrato, che non deve dare alcun adito a sospetti di malanimo, di spirito
di persecuzione e d’imparzialità. E se questa è l’impressione che ne ricavano buona parte dei
cittadini, a quel punto è il magistrato che deve dimostrare che così non è. Le prime prove deve
darle lui. Se viene meno lui alla sua funzione non può pretendere che il cittadino, chiunque egli
sia, se ne stia zitto. Che esempio offrono quei magistrati che fanno i processi nelle piazze e negli
studi televisivi? Questa sì è una usurpazione, un’offesa alla Giustizia, una umiliazione dei
magistrati stessi, i quali scendono dai loro seggi istituzionali per misurarsi come dei pugili sul ring
fra due opposte tifoserie, assoggettandosi, prostituendosi agli umori della piazza, alla propria
vanità, al proprio spirito di rivalsa, agli interessi corporativi, di carriera e così via. Sono i
magistrati stessi che abdicano alla loro nobile funzione, insinuando anche loro sospetti e timori,
nonché il dubbio se la Giustizia sia veramente autonoma, come loro vanno gridando. Tutti sono
uguali davanti alla Legge, ma alcuni sono più uguali degli altri, visto che, pur avendo commesso
reati, non ipotizzati ma comprovati e certificati, la Legge non li tocca.
Forse c’è una questione di fondo in tutta questa babele. Una volta, quando non c’erano computer,
scanner, fotocopiatrici e registratori, le notizie che si raccoglievano venivano selezionate, se ne
faceva una sintesi: oggi si infila tutto nel calderone, come capita capita, anche le voci e i sospetti
più insignificanti, sicché il lavoro di cernita, di analisi e di sintesi, invece di farlo a monte, lo si fa
a valle, dopo che questa è stata invasa da fiumi e fiumi di parole, con una enorme perdita di
tempo, di denaro e dispendio di energie. Come fa Joyce col suo monologo interiore, che butta sulla
pagina tutto ciò che gli passa per la testa, cose vere, cose false, cose utili e cose inutili: tutto fa
brodo, in letteratura. Ma nella Giustizia?
Oggi si legge poco ma si scrive molto: tutti scrivono, tutti telefonano, tutti mandano mail e
messaggini, tutti arraffano da Internet il loro bottino quotidiano di parole, di notizie, di
informazioni, è un continuo, folle e indiscriminato copia-incolla. Nello studio di uno scrittore ci
sono valanghe di fogli disseminati dovunque, sulla scrivania, sugli scaffali, in tale quantità che se
non si dividono preventivamente per contenuto o categoria, sistemandoli in apposite cartelle o
cassettiere, c’è da perdere la testa per trovare quel che serve. Brani di notizie, di articoli,
citazioni disseminate qua e là, il più delle volte senza che vi sia indicata la fonte, tanto che spesso
ti domandi se siano farina del tuo sacco o di qualcun altro (è così che nascono certi capolavori).
Uno spreco di carta che si vede nei verbali, nei contratti, nelle bollette della luce, del telefono,
nei resoconti delle banche: note che una volta, dovendo scriverle a mano, non riempivano
nemmeno una pagina, oggi sono un diluvio, tanto, si mette tutto dentro il computer e ci pensa lui
a fare le operazioni, passando poi alla stampante, il mostro-sputaparole, tutto il materiale che ha
ingoiato. Questo è il motivo principale per cui la Giustizia è lenta e disorientata. E il più delle
volte ingiusta.
“Il potere di giudicare dovrebbe avere radice nella repugnanza a giudicare, nell'accedere al
giudicare come a una dolorosa necessità, nell'assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi
all'inquietudine, al dubbio. Non da questo intendimento i più sono chiamati a scegliere la
professione di giudicare. Una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è
assegnato, ad assumerlo come un dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma
tende piuttosto a esteriorizzarlo. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la
società, che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli”.
Leonardo Sciascia
“I giudici sono convinti che il magistrato nell'esercizio dei suoi insindacabili poteri ha sempre
ragione, perché la Magistratura è sacra e sovrana (solo in Italia). Dunque, guai a chi tocca l'Ordine
in un suo membro; guai a chi osa affermare propri diritti che dai privilegi dei giudici fossero
conculcati. La magistratura ha grandi meriti, vi sono magistrati ottimi (ed anche martiri, non lo
dimentichiamo). Ha reso grandi servizi al Paese, anche se troppi sono stati i protagonismi e gli
eccessi di zelo. Ma come corpo sono una casta, ed una casta ottusa (sarò incriminato per averlo
scritto, o forse solo per averlo pensato?)”.
Luigi Madia
“Lei deve tenere presente una cosa, che se io le faccio delle domande può essere pure che lei sia
stata seguita, no? Che le siano state fatte delle fotografie, che siano stati seguiti i suoi
movimenti, magari per mesi, che siano state ascoltate le sue telefonate. Quindi, io perciò la
esorto a dire la verità. Lei è una ragazza giovane, quindi è giusto che io, che faccio il Magistrato,
le ricordi che deve dire la verità, perché altrimenti commette un reato e quindi, diciamo, poi
avrà ovviamente appunto dei problemi...Allora a me quello che interessa sapere è questo, non è
che m'interessa sapere... lei... questi sono atti segreti, perché sono atti di indagine. Non è che io
mi voglio fare i fatti suoi...a me interessa se lei ha scambiato le sue, diciamo, prestazioni sessuali
con l'interessamento di S.S., perché, insomma, tra l'altro, voglio dire, questo poi, tra l'altro, è un
atto segreto, segretato, non è che questo è un atto che va sui rotocalchi. Quindi lei è qua come
in un sacrario, in cui le vengono poste delle domande, alle quali deve dare una risposta in termini
di verità, cara signorina. Lei non può, voglio dire, dire "No", inventare delle storie. Mi ha
capito?... Allora lei, voglio dire, è mai stata con S.S.?”.
“No”.
“Eh? Lei è sicura?... Ma lei, diciamo, questa sensibilità, questo rapporto carino, diciamo,
nell'ambito, in seno a questo rapporto carino, diciamo, che si è creato, ci sono stati o no con il
signor S.S., diciamo, dei momenti di intimità? E comunque, voglio dire, ci è andata a letto con
S.S.?... Dica, risponda, signorina, ha fatto l'amore alla Farnesina?... E quando l'ha fatto?”.
“Non l'ho mai fatto... Vabbe’, ok, è capitato: l'ho fatto perché mi andava di farlo”.
Politica e cultura
Fabrizio Fabbrini
L'impressione generale che emerge da una considerazione complessiva dei gruppi politici attuali è
quella di una carenza di contenuti e di presupposti culturali. Sempre più il dibattito politico viene
polarizzato sull'uno e sull'altro leader, e in ciò è anche il risultato di una tendenza a copiare
modelli di comportamento di altri paesi, massimamente quelli degli USA. E a ciò conduce anche la
tendenza a ridurre il peso specifico dei vari partiti, a far prevalere le logiche degli schieramenti.
Ma avviene che, diminuito l'interesse ai contenuti del programma e alla specifica identità dei
singoli partiti, l'inserimento negli schieramenti non ha valore di contrapposizione ideale ma solo di
un patto di coalizione per vincere una battaglia. Accade così - e la cosa dovrebbe allarmarci - che
partiti e schieramenti di segno diverso possano addirittura accusarsi l'un l'altro di essersi copiati i
programmi. Ma se unica è la premessa culturale di fondo, non si comprende più perché mai
sarebbe così importante optare per l'uno anziché per l'altro schieramento. Tale constatazione induce l'uomo di cultura a fermarsi a ragionare sui valori di fondo; a interrogarsi sul rapporto tra
cultura e politica; a ricercare nuove impostazioni che siano più conformi a tradurre praticamente il
senso dell'uomo e della civiltà.
A un tale giudizio di carenza di contenuti culturale in politica non si sottrae il mondo cattolico. Qui
anzi la carenza è ancora maggiore, in quanto i cattolici si sentono liberi di aderire a qualsiasi
formazione politica senza guardare ai contenuti culturali di questa e senza neppure condizionare la
loro adesione a taluni presupposti ideali insuperabili. Si pensa infatti che la religione si risolva in
un atto di fede prescindendo da ogni impegno nel mondo. Certo, fede e politica sono due ambiti
diversi, ma una politica non può essere mai sganciata da una cultura, e resta il fatto che la fede
cristiana ha originato un certo tipo di cultura, dal quale pertanto il cristiano che fa politica non
può prescindere.
Ogni politica si orienta a un programma, a una visione culturale: una forza politica tende infatti a
indirizzare la società verso talune scelte, che la migliorino, rispondendo a talune esigenze di
fondo. La domanda che ci si deve porre è dunque su come debba essere impostata una società per
venire incontro alle esigenze di chi la vive. E questa domanda coinvolge la concezione che abbiamo
dell'uomo e della sua vocazione, coinvolge la nostra concezione etica della vita. Non è la stessa
cosa infatti se considero l'uomo come un mero individuo legato a istituti materiali oppure come un
essere aperto a un universo spirituale; se lo considero come un mero numero per un conteggio di
voti o come una forza sociale per determinare scelte di gruppo, o invece come entità morale i cui
destini superiori non posso contare; se lo considero come una funzione dello Stato e della società
oppure come una essenza trascendente le cui aspirazioni vanno oltre il contesto civile. Non posso
ridurre l'uomo alle sue funzioni lavorative: rischierei di amputarlo. Ma questo è l'errore
abitualmente commesso da forze politiche e sindacali: nel considerare l'uomo come lavoratore
hanno trascurato il disoccupato, e nel difendere il salario hanno penalizzato gli stessi lavoratori nel
non controllare al contempo il rialzo dei prezzi, che ha vanificato così ogni congruità salariale. Se
mi limito a difendere l'operaio nell'ambito dell'azienda, lo penalizzo poi quale consumatore di beni.
Ecco allora che lo scontro politico deve discendere da un confronto tra visioni culturali. Perciò io
rifiuterò ogni idea "socialista", cioè l'idea che la società e lo Stato siano più importanti della
persona singola, alla quale dunque posso imporre decisioni già prese a tavolino. E d'altra parte non
accetterò la concezione liberale, sebbene più rispettosa per la persona: non la accetterò perché
essa fa dello Stato la pura forma giuridica della società, conservando le strutture economiche e
sociali sottostanti senza curarsi della loro validità, per cui lascerà il singolo senza difesa alcuna,
alla mercé della "legge del più forte". Perciò la cultura liberale è stata identificata con quella dei
"pescicani" (così un tempo si diceva) e come espressione del capitalismo, allo stesso modo in cui la
cultura socialista è stata ispiratrice dei totalitarismi del XX secolo, cioè tanto del comunismo
sovietico (o Socialismo di Stato) realizzatosi nelle democrazie popolari dell'Est europeo, quanto del
nazismo razzista (o Social-Nazionalismo). Perciò contro la cultura socialista e la cultura popolare si
è levata la voce della Chiesa nelle encicliche Sociali dei Papi.
V’è una cultura cattolica, che si diversifica da quelle mondane perché mette al centro di tutto la
persona umana: visione culturale teologica e non solo antropologica, perché quella persona messa
al centro non è l'uomo inteso come entità autonoma, che viene ritenuta autosufficiente, bensì
l'uomo come immagine di Dio. E tale persona umana viene presa in considerazione come centro di
un universo ben strutturato secondo leggi di natura: entro una famiglia, inserita in un dato
contesto sociale (un paese, un quartiere) e religioso (una chiesa) e di relazione produttiva e
culturale. E' soltanto entro questo universo relazionale che può operarsi la giusta difesa
dell'individuo: solo difendendo l'esistenza di tale contesto i diritti dell'uomo proclamati possono
essere davvero tutelati. Si tratta di quelle "comunità naturali" alle quali esplicitamente fa
riferimento l'Art. 2 della nostra Costituzione, entità che sono ontologicamente precedenti allo
Stato e non dunque create dallo Stato e a questo subordinabili, che non necessitano di alcuna
autorizzazione statale per esistere, ma che anche lo Stato è tenuto a riconoscere e
necessariamente a tutelare. E' questa la visione cui deve essere informata una politica che voglia
promuovere il bene comune come bene di persone umane, e risponda quindi a reali direttive ed
esigenze di ciascun singolo. E' un discorso antico ma di una sorprendente novità. Nell'impostarlo si
rileva la necessaria coordinazione tra impegno etico-politico e visione culturale della vita.
La politica italiana
vista da Carducci e Prezzolini
“Non è propriamente e specialmente la politica il maggior bisogno dell’Italia, anzi l’Italia
riconosce gran parte de’ suoi mali da questo prevalere della politica a ogni altra cosa, da questo
escludere, che la politica ha fatto, tutte le altre questioni e interessi, da questo assorbire, che la
politica ha fatto, il miglior succhio della vita paesana. Il credito italiano si trascina in una
faticosa via crucis, dove troppo frequenti sono, e troppo insigni, le stazioni degli inciampi e delle
cadute. Ci possiamo almeno confortare nelle condizioni della pubblica istruzione, nelle glorie e
nelle speranze della coltura, della scienza, dell'arte? Le università, in vero, le academie,
gl’instituti superiori, scientifici, letterari e tecnici, non mancano: anzi, gli uomini di scienza e di
pratica si lamentano che ce n'è d'avanzo, e pregano si levi di mezzo questo ingombrime di misere
dovizie. Ma questa facilità dell'istruzione data dallo Stato con mezzi insufficienti in cosi larga
estensione travia una gran parte della gioventù senza conferir nulla ad inalzare il livello della
coltura nazionale. L’Italia che lavora e paga ha ragione di dire ai suoi reggitori: Io ho bisogno di
agricoltori e d'industriali, e voi moltiplicate gli avvocati; io vorrei anche adornarmi di dotti, di
letterati, di scrittori, e voi moltiplicate i professori a cui mancano le scuole. La diffidente
sorveglianza che si esercita assidua su l'insegnamento secondario non vale a fare avanzare d'un
grado la mediocrità, che è il termine fisso a cui giungono le nostre scuole, quando van bene. Né la
istruzione elementare obbligatoria potrà di per sé sola produrre tutto quel bene che se ne spera,
quando non si alzi e si rettifichi il livello della istruzione superiore e della coltura generale. E c’è
un'altra statistica nella quale l'Italia supera troppo mostruosamente tutte le nazioni civili: la statistica dei carcerati e dei delinquenti. Alla quale se aggiungansi le statistiche della prostituzione,
del vagabondaggio, dell'accattonaggio, dei mestieri che non son mestieri, dell'emigrazione, e la
statistica orribilmente indeterminata della miseria, c’è da meravigliarsi con noi stessi che
abbiamo la conscienza sì tranquilla e tant'ozio e tanta fede nella Provvidenza da perdere tempo e
pensieri dietro le combinazioni o le scissioni di sinistra o di destra.
La plebe in Italia o è nemica dello stato od offre in sé una tal maniera bruta d'indifferenza su cui
le fazioni avverse alla nazione e alla libertà lavorano efficacemente. E qui la colpa è d'ambedue i
partiti, ma più specialmente di quello di sinistra, il quale attrasse a sé quanto poté dell'elemento
plebeo nelle gloriose file dei volontari; ma poi dimenticò la plebe. O, se non la dimenticò, fece
peggio: blandì, e in parte guastò, con lodi e promesse pericolose la plebe delle città, per trascinarla nelle lotte politiche: ma del reale malessere delle plebi così di città come di campagna non
si curò mai; con la indifferenza o la incredulità alla questione sociale lasciò aggrupparsi e
ingrossare il pericolo sociale. La sinistra italiana e il partito democratico in generale non ha
creduto, non ha amato, non ha voluto far mai altro che la politica, o bene o male; e qui sta la sua
colpa; o almeno la sua debolezza. Dove è a sinistra o fra i democratici chi abbia ricercato e
studiato seriamente le condizioni della plebe italiana? dove sono gli animosi, intelligenti e severi
affrontatori della questione sociale in Italia?... Oltre i termini troppo angusti e circoscritti e non
poco incerti del paese legale esiste - che che ne paia a certe superbie e a certe dottrine - esiste il
paese reale che non vuole dimenticati gl’interessi suoi per gl'interessi dei partiti e delle persone;
il paese reale che non può sopportare di vedere ingannate e turbate le sue aspirazioni da
combinazioni ibride e immorali; il paese reale che ha il diritto di ricordare ai deputati che nel
piccolo Montecitorio non si deve dimenticare e disconoscere l'Italia, la quale al di fuori guarda,
attende e giudica”.
G. Carducci, dal “Manifesto d’una Rassegna settimanale”, 28 febbraio 1879
“Il quadro delle condizioni in cui si trova l'Italia lo si può definire baratro, fallimento, sfacelo, con
esempi di ignoranza, di demagogia, di disonestà, di stupidaggine. Se ne resta sbalorditi: è una
gragnola di bastonate che colpisce da ogni parte e in ogni parte. Non si sa che cosa rimanga sano
in Italia. Non c'è un solo cenno ai rimedi, non speranza in una maggioranza, anzi nemmeno in una
minoranza che ispiri fiducia e resurrezione.
L'Italia non è paese povero; è male amministrato. Spreca; investe male; spende per educare uomini che manda a servire per l'arricchimento di altri paesi; mantiene impiegati male pagati o
troppo pagati per quello che fanno male e quello che non fanno; dai Sindacati si lascia imporre
salari che non è economico dare; promette pensioni che saranno pagate con moneta svalutata; ha
ferrovie che servono bene soltanto quelli che non pagano il biglietto; regala medicine a malati
immaginari; permette ai chirurghi di far pagare somme che nessun ospedale straniero, meglio
fornito dei nostri, metterebbe in conto; ha un mucchio di impiegati statali dei quali una gran
parte lavora per aziende private; è costretta a cedere le sue industrie agli stranieri. Insomma è
un paese falso, con una ricchezza non esistente, che vive facendo debiti e firmando cambiali, con
reciproci inganni, il tutto a profitto di un piccolo gruppo di affaristi e di maneggioni e di
distributori politici di piccoli stipendi.
Una delle ragioni più gravi dello sbilancio italiano è la sicurezza sociale. I governi italiani, per
procurarsi voti, hanno creato un sistema di pensioni della vecchiaia che promette agli assicurati
benefizi superiori a quelli della Svizzera. Ma mentre in Svizzera quelle somme minori sono
garantite da versamenti regolari e in valuta buona, in Italia le riserve tecniche degli enti di
previdenza erano nel 1969 di almeno 15.000 miliardi di lire inferiori agli importi che avrebbero
dovuto essere accantonati a copertura delle pensioni e tale ammanco va crescendo. Di chi la
colpa? Anzitutto dei legislatori, la cui demagogia non ha conosciuto freni o limiti; poi degli
amministratori degli enti statali.
Gran signori i governanti d'Italia! Hanno fissato il tempo della pensione a 60 anni per gli uomini e
a 55 per le donne. Nelle ricche Francia, Germania Federale e Svizzera la pensione vien data dopo i
65 anni per gli uomini e dopo i 60, 62, 65 alle donne. L'ammontare della pensione corrisponde in
Italia al 74 % della retribuzione media; ma in Francia è del 40 % e in Germania del 60 %. In
Germania non possono avere la pensione quelli che godono di stipendi superiori alle 300.000 lire
mensili; in Italia abbiamo i nababbi che si fissano pensioni di due milioni al mese.
Che cosa dire dello sperpero prodotto dalle assicurazioni per le malattie? In Italia si spese nel
1969 una somma superiore a quella dell'Inghilterra per un numero di cittadini all’incirca uguale.
Senza contare gli abusi, le ruberie sopra i medicinali (di cui si fa spreco), la registrazione di
ammalati falsi, la moltiplicazione del personale amministrativo degli ospedali; e tutto ciò per un
servizio sanitario disorganico e insoddisfacente.
Altra causa della spreconeria italiana è la pubblica amministrazione. Nel 1969 la spesa annuale
per i dipendenti delle pubbliche amministrazioni (aziende autonome escluse) era salita in dieci
anni del 200 % ossia a 4.843,3 miliardi ed assorbiva il 50 % delle spese dello Stato. Nello stesso
anno la spesa per i dipendenti delle aziende autonome (Ferrovie, Poste, Telefoni etc.) toccava i
1.139 miliardi di lire assorbendo l’85 % dei redditi dei loro servizi. A queste spese andava
aggiunta quella per ben 58.000 [!] enti parastatali (il numero esatto non è mai stato conosciuto
ed almeno due terzi potrebbero essere aboliti). Tutt'insieme i nostri impiegati sommano a circa 2
milioni e mezzo, e si dividono circa 8.000 miliardi di lire; e se la maggior parte non riceve che
stipendi che talvolta sono di fame, dipende dal fatto che vi sono retribuzioni fantastiche di dirigenti superiori.
Abbiamo un numero esagerato, in paragone con altre nazioni, di deputati, di senatori, di
sottosegretari, di ministri, di ammiragli e di generali (circa 1000) per una forza militare che nella
catena della Nato intorno alla Russia fu definita da un giornalista straniero «un anello di spaghetti». L'ente parastatale della Rai ha 22 direttori generali e condirettori, 27 vicedirettori, oltre
100 redattori-capo ed anche 12 mila impiegati e più di 20.000 cosiddetti collaboratori! I duplici e
triplici impieghi non saranno una specialità dell'Italia, ma l'esistenza di funzionari, magistrati,
capi di gabinetto che cumulano 14 incarichi, con 3 milioni di stipendi al mese, debbono, credo,
esser insorpassati esempi di sbafo in tutti i tempi.
Il numero delle persone che lavora è diminuito, e abbiamo il massimo numero nel mondo di
assenze dalle fabbriche (che non possono essere controllate). Quando finiremo di corbellarci gli
uni con gli altri? Machiavelli si augurava ad un certo punto miserrimo della sua vita che la fortuna
lo conducesse presto al punto più basso, sperando che almeno dopo quello sarebbe tornata a
favorirlo. Certamente così non si può durare a lungo”.
Giuseppe Prezzolini, Italia fragile (Perché l’Italia va in malora)
LETTERATURA
Orazio e Pascoli
cantori della campagna
Stefania Parenti
Il Pascoli sentì moltissimo il fascino dell'Orazio cantore della campagna, ma anche di un poeta "che
avverte i segni premonitori della fine di un'era e del suo altissimo retaggio di civiltà e che di questa
fine fa balenare abissi insondabili messi in luce dalla propria poesia" (R. Bragantini, Il mondo
poetico del Pascoli latino). Per Pascoli rivivere significa cogliere le costanti del dolore universale
("Io sento nel cuore dolori antichissimi, pure ancor pungenti"), e perciò la scelta di esprimersi in
una lingua morta è esigenza di dar voce poetica al dolore del passato, di penetrare gli animi degli
antichi, sentiti invece vicinissimi. Ne deriva una lingua poetica in latino, in cui convergono
strumenti espressivi opposti, dalla novità dell'onomatopea al rigore tecnico del codice latino,
modulato sull'imitazione di Catullo, Orazio, Virgilio. Ma questa mimesi linguistica si apre a una
molteplicità di sottocodici che, all'interno del latino stesso, riproducono idiotismi, idioletti e
persino gli hapax dei personaggi storici. Perciò nei Carmina i richiami ad Orazio sono fatti rivivere
in tono chiaroscurale quasi avvolti da un'atmosfera umbratile, cara alla sensibilità pascoliana.
Quando sullo scorcio del 1910 Pascoli componeva il Fanum Vacunae, seguendo la traccia delle Odi
oraziane, era mosso da una profonda consonanza di sentimenti e circostanze esistenziali che lo
legavano al Poeta latino: condivideva con lui una situazione di solitudine affettiva e sentimentale.
Forse per questo l'acuta sensibilità pascoliana aveva saputo cogliere, accentuandole, al di sotto
della consueta purezza formale dell'arte di Orazio, quelle note di malinconia e di inquietudine che
percorrono il mondo poetico del grande Venosino. Accogliendo la suggestiva ipotesi che Orazio
abbia dato a una fonte della sua villa sabina il nome di una fontana di Venosa, cara alla sua
memoria, Pascoli costruisce ai vv. 266-284 del poemetto una delicata immagine del poeta latino
che, assorto nei suoi pensieri ed errabondo per il proprio podere, d'un tratto scopre una sorgente
che l'affetto e la nostalgia gli fanno apparire simile alla fonte Bandusia della sua infanzia:
Te quocumque vocant nomine rustici
iamnunc Bandusiae fons eris, et tuas
undas Appula puras
pura fundat ab amphora...
Così il Pascoli, partendo da uno spunto lirico oraziano, la Fonte di Bandusia (Odi, III, 13),
restituisce, nel Fanum Vacunae, nuova vita ad oggetti linguistici ormai morti. vivificandoli.
La breve lirica oraziana si ispira alla bellezza naturale di un luogo conosciuto dal Poeta: il gusto
estetizzante del paesaggio, tutto di sapore alessandrino, si attenua nell'immagine del capretto
ignaro di essere destinato al sacrificio e nella essenzialità della descrizione giocata sui contrasti fra
la trasparenza dell'acqua e il rosso del sangue, il calore torrido della canicola, la dolcezza della
frescura. Se la confrontiamo con quella del Pascoli notiamo che questi, pur conservando
l'onomatopea originaria del Fons Bandusiae e articolandone di nuove, come pura amphora o l'uso
dell'aggettivo garrula, sposta l'interesse da una visione oggettiva a una soggettiva, dal paesaggio
reale a quello della memoria, dalla fonte al ricordo, dal presente al passato, cioè alla fanciullezza.
La purezza delle acque rappresenta l'ingenuità dell'infanzia e il Pascoli-Orazio invoca la sorgente
affinché richiami alla sua memoria i giochi, i timori, il riso e le lacrime del tempo trascorso,
facendo di lui il sacro vate, custode della poesia della puerizia.
Pascoli fa proprio il mondo oraziano, ma in esso infonde i caratteri peculiari della sua poesia,
pertanto il recupero di una lingua morta non è un'operazione di anacronistico umanesimo, ma,
come osserva A. Traina, "risponde alle più vitali esigenze della sua ispirazione", perché il Poeta
considera le parole morte come le sole poetiche. Si giustifica così il translinguismo di Pascoli, la
sua volontà di rivolgersi a un mondo passato ("la lingua della poesia è sempre una lingua morta"), in
cui trasfondere la propria sensibilità in una straordinaria mescolanza di memorie oggettive e
soggettive.
Fonte Bandusia più che il vetro chiara,
di vino e fiori l'acque tue son degne
e d'un capretto cui la sorte amara
i dolci amori e le battaglie spegne
domani, prole d'un festoso armento,
farà col sangue le tue rive pregne.
La calda estate non darà tormento
a te che grata porgi la frescura
a chi conduce sé con grave stento.
Fama tu avrai, finché il mio canto dura!
Un leccio sta sopra la cava roccia;
querula scorre la tua linfa pura.
Traduzione di Enrico Paolo Orientale
“Badanti” nell’antichità
Testimonianze di affetto reciproco fra “schiavi” e “padroni”
Franco Mosino
Nell’Odissea (XXIV, 210, 366, 389) la schiava siciliana Sikelè sta nella fattoria di Laerte in Itaca con
la funzione di “badante”. Laerte, re in pensione, abita come un contadino lontano dal palazzo
reale, dove i Proci hanno occupato la dimora dei re. Il luogo della sua fattoria ancor oggi è
chiamato in greco moderno Agròs Laerti, “podere di Laerte”, verso il centro dell’isola, nel sottile
istmo a forma di budello che unisce il nord al sud dell’isola stessa, per cui Sikelè fu probabilmente
comprata insieme al marito Dalio al mercato degli schiavi. E infatti la Sicilia, detta sempre Sicania
per esigenze prosodiche, ospitava un fiorente commercio di schiavi (Odissea, XX, 383; XXIV, 307).
Ma quale era il regime degli schiavi nel mondo greco?
In Grecia la schiavitù era già presente in età micenea (nei documenti lo schiavo figura con il
termine doulos). Esistevano la schiavitù di palazzo e quella privata, oltre a quella sacra (gli schiavi
addetti ai servizi nei templi erano detti ieròduli), ma si trattava, da quanto si può comprendere, di
una schiavitù patriarcale, del tipo di quella esemplata nell’Odissea, per esempio nella figura del
porcaro Eumeo, e in Esiodo, dove il padrone lavora accanto allo schiavo). E infatti pure Sikelè
operava nel podere insieme a Laerte, vestito con abito rustico e con stivaloni, per proteggersi dalla
spine. Pertanto quella presente nell’Odissea è una schiavitù molto umana e pacifica, come
testimoniano almeno otto epigrammi sepolcrali relativi a schiavi, da me tradotti e commentati
dalla silloge di Peek (Berlino 1995). Fra questi La serva rimpianta (Peek, 1193):
Serva dalle fatiche logorata, rimpianta da coloro
che l’hanno allevata, da morta questa tomba ebbe in sorte.
Un altro epigramma (sempre riportato da Peek, 1193) si legge su una stele di Amyzon, in Caria
(secc. II-I), che così recita:
Io sono schiavo, sì, schiavo: in una tomba di uomo libero,
tu, o padrone, Timante, collocasti me, il tuo balio.
Senza fare del male, possa tu prolungare una felice esistenza;
se poi per la vecchiaia presso di me tu venissi,
io, o padrone, sarò tuo pure nell’Ade.
Ad Amyzon sorgono, in una zona di selvaggia bellezza tra dirupi scoscesi e inaccessibili, gli
interessanti resti di un tempio di Artemide, di ordine dorico, costruito nel IV secolo a. C. su una
terrazza, cui si accedeva da un’ampia scalinata, e che in epoca bizantina fu trasformato in
fortezza.
Ancora in Peek, 1194, si riporta un epigramma attribuito ad uno schiavo persiano, di nome Manes,
che recita così:
Pure ora sotto terra, sì, o padrone, fedele sono come prima,
non avendo scordato la tua benevolenza, come un tempo
dalla malattia tre volte verso un salutare cammino mi conducesti,
e ora in questa nicchia mi collocasti, bastevole,
avendo dichiarato per iscritto: “Manes di stirpe persiana”.
Poiché bene con me ti comportasti, avrai nel bisogno schiavi più pronti.
Di una schiava, Zosima, sepolta come una libera parla una iscrizione rinvenuta ad Hams, in Siria. Il
testo, in prosa, data l’epigramma all’anno 849 dell’era seleucida, cioè al 537-538 d. C. E’ dunque
uno dei più recenti del corpus Peek. Hams o Hims è una città della Siria Apamene, sul fiume
Oronte, 130 chilometri a nord di Damasco. Oggi conta circa 518.000 abitanti. E’ l’antica Emera,
fondata in epoca molto antica (ma la prima menzione ricorre solo in età romana), fu sede di una
dinastia di principi arabi, vassalli dei Romani nel secolo I a. C. Fu patria di Giulia Mamea, di
Elogabalo (grazie al quale la città divenne metropoli nel 217 d. C. e ottenne lo ius italicum) e di
Severo Alessandro. Nei suoi pressi Aureliano sconfisse Zenobia, la regina di Palmira, nel 272 d. C.
Sotto la grande moschea (Giomi’ el-Kebir) si trovano i resti di un tempio pagano, forse quello di
Baal, venerato come dio solare, in onore del quale si celebravano i giochi. Elogabalo ne fu
sacerdote prima di diventare imperatore. Una tradizione antiquaria, forse di età umanistica,
presso lo storico reggino Giannangelo Spagnolìo (1573-1645) afferma che Elogabalo soggiornò sullo
stretto di Messina, a nord di Reggio Calabria, nel suo viaggio verso Roma.
La schiavitù nel mondo greco è una presenza inquietante, ma di non facile analisi, come osserva
Claude Mossé (AA. VV. La Grèce ancienne, Paris 1986, p. 133): “L’esclavage existait dans le monde
grec, aussi bien qu’on remonte. Mais les incertitudes du vocabulaire et le petit nombre des
exemples ne permettent pas de mesurer la place que tenaient ces esclaves au sein de la société”.
FILOSOFIA
Utilità della filosofia
Tina Cordua
“La filosofia non è un tempio, ma un cantiere”
Georges Canguilhem
La necessità di indagare i limiti e le possibilità del sapere, di individuare le ragioni profonde del
proprio essere induce l'uomo ad interrogarsi sui principi fondamentali del reale. La filosofia come
atto umano nasce dall'esigenza dell'uomo di dare risposta al suo bisogno di verità, di far luce sui
misteri dell'esistenza. Filosofare è dunque ricercare, scorgere il Grund, ossia il Fondamento, la
ragione per cui ogni cosa esiste.
Ai più la filosofia appare come un qualcosa di estremamente lontano e astruso, difficile da
comprendere e da ascoltare, eppure l'uomo ne fa continua esperienza.
Nel gioco tragico della vita, gli uomini, infatti, sono chiamati a confrontarsi con l'esperienza del
dolore e della morte, con l'inquietudine che la "presenza" non meno che "l'assenza" genera.
Gadamer, ad esempio, ricorda che persino il bambino, dai 6 anni in poi, si interroga sul perché
della morte.
Il naturale atteggiamento assunto dall'uomo nei confronti della vita e della morte esprime proprio
l'esigenza dello spirito di filosofare e soprattutto manifesta la volontà degli uomini di attribuire un
significato non più mitico, bensì razionale a tali esperienze. Ciò che rende l'uomo più vicino alla
filosofia è proprio la volontà di guardare con realtà vera al senso delle cose .
L'uomo è spinto dalla sua sete di conoscenza ad esplorare ciò che è al di là del puro manifestarsi;
oltre l'imprevedibilità e l’indeterminatezza del mondo si nasconde un sapere chiaro e sicuro che il
filosofo tende a cogliere. La volontà di comprendere questo sapere, questa luminosa verità è
proprio ciò che nell'antica Grecia determinò il passaggio dal mito al logos.
L'uomo non si accontenta più di sognare, l'interpretazione mitica della realtà è limitativa e non
esaustiva; anche l'adolescente lotta contro gli schemi mitici e fiabeschi della propria infanzia,
entrando, dunque, in crisi. Ciò accade poiché in lui irrompe la volontà di conoscere fedelmente e
realmente il proprio sé: questa volontà razionale è già filosofia.
Ma la ricerca della verità mai si conclude, essa si perpetua nel tempo, la verità non è, infatti,
dogma. Allora qual è il fine della speculazione razionale, a cosa mai potrà essere utile la filosofia
se l'oggetto della ricerca non è sufficientemente conoscibile?
Incamminarsi sulla strada della verità è ciò che realmente conta! Acquisire senso critico e metodo,
imparare a pensare correttamente, dubitare e vincere la presunzione che l'individuo possa essere il
depositario di una verità precisa o addirittura unica, è questo ciò che la filosofia rende possibile .
“La filosofia è sempre stata in relazione a tutto: non solo alla realtà, come sembra ovvio, ma
anche ad ogni forma di cultura. E si sa che, soprattutto nella nostra epoca, la cultura, e in
particolare quella scientifica, è andata smisuratamente ingrandendosi e approfondendosi. Sono
andate quindi smisuratamente moltiplicandosi le relazioni che la filosofia intrattiene con i vari
settori culturali. E l'attenzione è stata sempre più attratta da questa sovrabbondanza. Per
rendere la cosa con un'immagine, si potrebbe dire che mentre prima la filosofia era una città
dalla quale si dipartivano molte vie che la collegavano a diverse contrade, oggi invece le vie,
oltre a moltiplicarsi, son divenute larghe autostrade che portano a miriadi di metropoli. La
vecchia città si è ridotta a una
piccola radura, alla quale i più attenti riconoscono ancora il carattere di punto di irradiazione,
ma che più spesso è considerata un angolo morto, al di fuori del viavai del traffico. Avviene così
che la parola "filosofia" sia oggi continuamente sulle labbra e, insieme, si consideri la filosofia
come un angolo morto. Alla marcia filosofica il direttore d'orchestra, cioè la cultura oggi
dominante, ha segnato l'alt. Per capire però che un certo gesto è l'alt di un direttore d'orchestra,
bisogna aver sentito la musica. Oggi capita frequentemente che i direttori dicano alt a una musica
che nemmeno essi hanno mai sentito. Questa musica, d'altronde, non solo è la radice della nostra
civiltà, ma è lo spazio in cui la nostra civiltà è cresciuta e continua a crescere, il terreno su cui è
tracciata ogni autostrada ed edificata ogni metropoli. Da questo punto di vista, gli alt dei
direttori d'orchestra sono le palette alzate dei bambini che giocano a fare il capostazione.
La filosofia, oggi, ha accanto a sé le scienze della natura, le scienze logico-matematiche, le
"scienze dell'uomo" (economia, psicologia, sociologia, antropologia, linguistica - e mettiamo subito
un "eccetera", perché altrimenti non ci fermeremmo più). Cioè la filosofia si presenta, oggi,
sempre in compagnia di qualche estraneo - anche se questi estranei sono poi tutti suoi figli.
(Anche i figli, una volta nati, stanno "fuori", extra, da chi li ha partoriti.) In questo affollamento
è difficile scorgere il volto della filosofia. Lo si vede mescolato ad altri mille profili, ad altre
mille espressioni, sballottato nella calca di qua e di là. E tutti gli si rivolgono per dirgli che non
può più starsene solo, ma deve ringiovanire e arricchirsi dell'apporto delle molteplici relazioni
culturali. Inoltre, buona parte di quella folla ha imparato che la cultura dipende dalle condizioni
storiche in cui essa vive e che quindi anche la filosofia è determinata dal tipo di società in cui si
trova. La calca attorno alla filosofia cresce così a dismisura, perché non è più formata soltanto
dalle forme culturali, ma addirittura da tutti gli eventi della storia. Accade allora che nei libri di
storia della filosofia, e quindi anche in quelli che si scrivono per chi di filosofia non sa niente, ci
sia dentro di tutto. E spesso nel modo peggiore, perché se fittissimi sono i rapporti tra filosofia e
altre forme culturali e strutture sociali, è anche certo che il senso autentico di questo rapporto è
tuttora una delle questioni più ardue.
Emanuele Severino, La filosofia dai Greci al nostro tempo
RELIGIONE
Cosmogonia Cristiana
Il principio femminile della Creazione
Claudio Lanzi
II Cristianesimo, sia pure un parte, vive ancora scismi e conflitti sul problema della natura
trinitaria del Principio creatore e sul primato di una natura sulle altre. Sono noti i dibattiti sia in
area gnostica che ortodossa, sul genere attribuibile al Padre e al Figlio, sul senso dello Spirito e
sulla gerarchia nella triade. In un quasi disperso Vangelo degli Ebrei Cristo chiama lo spirito
“Madre” (così come riporta Origene nel Commento al Vangelo di Giovanni) e sembra accettarne la
valenza. Ma soprattutto la patristica approfondì il rapporto fra lo Spirito e la Grazia e fra
quest'ultima e la Vergine, ponendo la Madre Terrena quale ricettacolo di una valenza femminile
atemporale, la Grazia, veicolata dall'elemento alato della triade divina. In tal modo Maria ascende
ai cieli, trasfigurata in un elemento stesso della Divinità suprema.
Nella Sapienza Santa, riconosciuta ed esaltata da Dante e dai Fedeli d'Amore, c'è un evidente
richiamo alla Binah sephirotica della cabala ebraica e alla Sophia gnostica e, sotto alcuni aspetti,
anche alla stessa Shekinah. Ma il cristianesimo ha solo duemila anni; è pertanto una tradizione
recente, che ha però ereditato i filoni cosmogonici delle tradizioni precedenti, aggiustandoli, con
concilii vari, sul sostrato della genesi canonica biblica, integrandola con la funzione cristica.
All'interno della Chiesa sono sempre vissuti scismi, eresie, epurazioni, guerre e conflitti vari, sui
principii cosmogonici della chiesa delle origini. Tali principii hanno sviluppato una notevole
quantità di cosmogonie, spesso eterogenee, in quanto legate a tradizioni più arcaiche dei popoli
convertiti. Il filone esoterico cristiano ha trovato forte alimento nel monachesimo benedettino e
cistercense e nelle potenti confraternite laiche (templari, cavalieri teutonici, rosacroce ecc).
L'incontro dei monaci cristiani con le ultime ascendenze druidiche ha prodotto, ad esempio, quelle
raffinate e complesse saghe nordiche in cui Artù e Merlino convivono in uno scenario eroico, dove
miti cristiani e pagani si fondono per dar vita ad altissime forme d'ascetismo laico e religioso.
Senza fare una storia degli scismi e degli innumerevoli filoni iniziatici cristiani, accenneremo solo
al filone gnostico e alla Sophia che ha avuto tanta influenza sull'esoterismo cristiano.
Della Sophia parlano sia i testi ebraici del Qumran (di 100-200 anni precedenti la stesura dei
vangeli sinottici), come i vangeli o i testi gnostici cristiani provenienti dalla stessa area. A seconda
della ascendenza e delle manipolazioni successive (ellenizzanti o meno), si ha una accettazione o
un rifiuto totale della matrice ebraica. La rilettura dei testi di Nag Hammadi dovrebbe portare ad
una rivisitazione di gran parte dei testi cabalistici ebraici e a riconoscere l'influenza di una matrice
essenica che lavorava da tempo immemorabile, nel silenzio dei deserti. La genesi gnostica accetta
quasi sempre la emanazione da una entità imperscrutabile (detta il Padre) di una entità femminile,
detta Barbelo. Nell'apocrifo di Giovanni, l'Essere Supremo, la luce imperscrutabile, che viene
definito per negazioni (al pari di quanto avviene nei Veda: neti-neti, non questo, non quello)
scopre Barbelo nell’acqua luminosa che lo circonda. A Barbelo come ennoia (primo
pensiero/immagine manifesta, insito nel Padre) viene conferita una enneade di valenze, ed
esattamente: 1) madre del tutto, 2) metropator (emanata dal padre ed essa stessa madre e
padre), 3) primo uomo (primo essere), 4) spirito santo, 5) forza tripla 6) maschio triplo, 7) nome
triplo, 8) bisessuata (androgine), 9) eone eterno.
Lei stessa, come pronoia, chiede e riceve: 1) la prima conoscenza, 2) l'immutabilità, 3) la vita
eterna, 4) la verità. Questi quattro insieme a Barbelo (ennoia e pronoia) costituiscono una pentade
di eoni eterni bivalenti. Dalla contemplazione che il Padre fa di Barbelo nasce uno splendore
luminoso, il Figlio definito anche la testa (vedi lo schema cabalistico e la posizione di Kether). Da
Lui procede la Creazione secondo uno schema cosmogonico di dodici eoni. Ultimo fra tali eoni è
Sophia che, per voler creare una immagine simile a sé, senza il consenso del Padre né del Figlio,
determina la caduta, la produzione dell'imperfezione e la lotta fra luce e tenebre.
Tra i codici di Nag Hammadi, un testo che ha creato non pochi contrasti è quello sulla Origine del
Mondo. L'approccio a tale codice, secondo una linea logica può creare sgomento. Il testo, che è un
coacervo di simbolismi ermetici, inizia col premettere che prima e più in alto del Caos esiste la
Luce primordiale. L'autore non si occupa della creazione degli eoni, per la quale accetta quanto
previsto in altri testi gnostici, ma individua un eone particolare chiamato Pistis, ultimo degli
immortali. Da Pistis scaturisce Sofia, che analogamente a quanto avviene nell'apocrifo di Giovanni,
vuole creare per suo conto. Materializza il suo desiderio che si concretizza in un essere che
interpone un sipario fra luce e tenebre. Tale essere visto dal basso appare come abisso o tenebre,
visto dall'alto appare come caos infinito.
Detto essere non accetta l'esistenza di qualcosa superiore a lui. Da ciò nascono l'odio e l'invidia
(definita un aborto la cui placenta sarà la materia) e si sviluppano le acque primordiali, il brodo
nel quale si svilupperà la generazione dei mondi. La Pistis, sgomenta dal risultato, genera la paura,
la quale si getta nella materia primordiale che, in tal modo, sarà animata da tale sentimento.
L'arconte, generato con la parola da Pistis, bisessuato, leonino ma ignorante dominatore della
materia, sarà Jaldabaoth. Questi, per mezzo del pensiero e della parola, crea sette potenze
planetarie e fra questa Sabaoth, il Dio dell'Antico testamento. Inizia una lunga lotta, con fasi
alterne tra Sabaoth, aiutato dalla Pistis, e Jaldabaoth, e da questa la creazione dei mondi e del
genere umano. Interessante, in questo schema cosmogonico è la figura di Pistis-Eva, istruttrice
dell'Adamo primigenio e che si trasforma poi in Albero della Conoscenza.
“Il numero più adatto alla generazione è il 6: infatti, dei numeri che seguono all'1 esso è il primo
perfetto, giacché è eguale alla somma delle sue parti ed è pure uguale al loro prodotto in quanto
la sua metà è 3 e la terza parte è il due, la sesta parte è l'1. Inoltre per sua natura è sia maschio
che femmina e contiene in sé, combinate, le caratteristiche dell'uno e dell'altra. Infatti, negli
esseri il dispari è maschio, il pari è femmina; dei numeri dispari il principio è il 3, dei pari è il 2 e
il loro prodotto è 6. Risultò perciò necessario che il mondo, essendo la più perfetta fra le cose
generate, fosse formato secondo un numero perfetto, il 6, e dovendo avere in sé i processi della
generazione, che si realizzano tramite l'accoppiamento, era altresì necessario che venisse
realizzato sull'esempio di un numero misto, il primo parimpari, che include in sé sia l'idea del
maschio che dona il seme come quella della femmina che lo riceve”.
Filone d'Alessandria, La creazione del Mondo
La guerra santa dei musulmani
Vista dentro il chiuso orizzonte della Palestina
in uno scritto di Francesco Bianco (Noi e il mondo, 1915)
“La guardia della culla del Cristo non può essere affidata a mani migliori che a quelle dei sudditi
del Califfo”.
“Nella terra di Palestina - là dove fu detta la prima parola di pace cristiana - è oggi la guerra: la
guerra santa dei mussulmani. La Palestina è turca. E' una constatazione di geografia politica
elementare che, nondimeno, nessun europeo sa fare senza uno sforzo sentimentale. Credenti e
miscredenti della civiltà mediterranea concepiscono a stento che la culla di Cristo, la tomba della
Madonna, Betlemme ed il Calvario, l'Oliveto di Getsemani e la Via Crucis, siano tuttavia nelle mani
del Sultano; che Gerusalemme sia piena di Moschee e che i rappresentanti del Califfo vi celebrino i
riti della dominante religione mussulmana. Oggi questi sacerdoti hanno annunciato la guerra santa
contro il Cristianesimo. Ma in una Moschea un Hoggia nello annunziare ai fedeli l'ordine del Califfo
di Costantinopoli, strappandosi dalla testa il turbante verde e lanciandolo ai suoi piedi, ha
proclamato dinnanzi al Profeta la sua ribellione. Non che il suo zelo ripugnasse all'assalto contro i
miscredenti; ma invece perché egli, nella ardente semplicità della sua fede, trovava che un Califfo
alleato con eserciti cristiani non aveva il diritto di proclamare la guerra santa dell'Islam. Quest'atto
rimane isolato. Nell'impero della sua fede, fin dove il potere politico di Costantinopoli arriva,
l'ordine del Sultano sarà ubbidito. La Palestina sarà dunque - è stata - coinvolta nella guerra, che i
mussulmani dell'impero interpretano come guerra santa.
Ora, quali pericoli sovrastano nei Luoghi Santi le sacre reliquie della nostra fede, per una possibile
azione militare in quella terra; o per una sollevazione del fanatismo religioso maomettano? I popoli
cristiani dell' Europa vivono tutt'ora con i ricordi delle Crociate. Il sepolcro di Cristo - attorno a cui
la nostra fede alimenta la fiamma dell'ulivo ed il fiore del giglio - è nella nostra fantasia circondato
dal sangue e dalla strage saracina. La ferocia mussulmana, noi cristiani, la conosciamo solo
attraverso e per la lotta combattuta nei secoli, sotto le mura di Gerusalemme. Ed oggi per la lunga
pace che, da circa un secolo, ha regnato in tutta la Siria, noi concepiamo a stento la Terra Santa
rimasta sempre e tuttavia in mano dei fanatici infedeli. La realtà è che i mussulmani si son fatti
essi i custodi di Terra Santa; perché - al contrario di quello che è la grossolana credenza delle folle
europee - i mussulmani hanno la venerazione dei luoghi primi e delle reliquie del cristianesimo. Per
essi Gesù è un Profeta, anzi il più grande Profeta, dopo Maometto; ed il suo insegnamento, le
tradizioni, i ricordi della sua vita, i luoghi e le persone che l'hanno circondato in terra, sono per
ogni mussulmano oggetto di venerazione. Nell'azzurra Moschea di Ornar – a Gerusalemme - sono
inscritti versetti del Vangelo; e la tomba della Madonna è un luogo di culto per i mussulmani.
Gerusalemme stessa è una città santa dell'Islamismo e, dopo Mecca e Medina, è quella che ha il
culto più devoto di ogni fedele maomettano. E se si dovesse dire quando la Palestina abbia corso
più grave pericolo di essere devastata, certo si direbbe la verità affermando, che il pericolo
maggiore lo ha corso quando è stata per essere liberata dai mussulmani, con le armi cristiane. Se
c'è un esempio di intolleranza religiosa devastatrice e distruggitrice, è quello che ha offerto
replicatamente alla storia l'azione dei fanatici cristiani. E non solamente contro il culto, i templi, i
monumenti delle religioni contrarie o diverse - com'è stato il caso della distruzione di tutte le
reliquie pagane nell'occidente - ma anche contro i templi, i riti ed i monumenti delle diverse sette
dello stesso Cristianesimo.
Ora la Terra Santa - e Gerusalemme particolarmente - è restata nei secoli - è ancora oggi - l'Arca di
tutte le religioni, il Tempio di tutti i culti, l'Altare di tutti riti. E lo è stato in pace – e qui è il
meraviglioso - per la sanguinaria e violenta vigilanza dei mussulmani. Sotto l'oppressione comune,
nel comune terrore, le gelosie, le diffidenze, le rabbie dei sacerdoti di culti e di riti differenti si
sono mansuefatte e placate. Quei medesimi monaci ortodossi che hanno coperto di conventi il
monte Athos - disertato da ogni altra popolazione - e che hanno ottenuto per la protezione della
Russia di esser considerati, in quella minuscola penisola della Calcidica, come indipendenti dalla
Porta - e che quasi ogni giorno, per una disputa sulla interpretazione di un versetto della Bibbia,
escono armati dai rispettivi conventi e si distruggono in vari combattimenti a colpi di pugnale, quei
medesimi monaci vivono a Gerusalemme religiosamente in pace, sotto la minaccia turca. I rabbini
intolleranti della Sinagoga sopportano tranquilli la convivenza coi sacerdoti cristiani, i preti armeni
salmodiano nello stesso tempio con quelli copti e con quelli ortodossi; verso lo stesso luogo di
adorazione si avviano pregando, senza molestarsi, il sacerdote cattolico ed il pastore protestante.
E così Gerusalemme, pacificata ed oppressa dai Turchi, esala al Cielo la preghiera di tutte le
religioni, nata nel cuore di uomini di tutte le razze e di tutte le civiltà”.
In Indonesia migliaia di musulmani hanno preso d’assalto tre chiese, distrutto un orfanotrofio
cattolico e un centro sanitario delle Suore della Provvidenza per protestare contro la mitezza di
una pena di soli cinque anni di carcere inflitta ad un cristiano, Antonius Richmond Bawengan,
nativo di Manado, che aveva distribuito volantini considerati un insulto all'Islam. Dopo essersi
radunati davanti al tribunale al grido di “Morte, morte, al fuoco, al fuoco!”, i manifestanti hanno
assaltato anche una chiesa pentecostale e bruciato una chiesa protestante.
SOCIETA’
“Ora in terra d’Abruzzo”….
A cura di Paola Zanoni
“L’immane cataclisma che ha così duramente colpito buona parte del pittoresco Abruzzo ha
disseminato di stragi e di rovine quelle disgraziate regioni. Alla inusitata violenza del terremoto
nulla poteva sfuggire e resistere, e colle antiche costruzioni che impavide sfidarono i secoli,
miseramente crollarono nuovi edifici, franarono monti e s’aprirono voragini. Ammirabile è stato lo
slancio di solidarietà delle popolazioni italiane accorse in aiuto degli sfortunati fratelli, e se
l’opera delle autorità ha lasciato adito a qualche inevitabile critica, quella del nostro valoroso
esercito e delle squadre di soccorso è stata veramente superiore ad ogni elogio”.
Non è un racconto di oggi, è un articolo di Giuseppe Imbastaro apparso su una rivista il 13 gennaio
del 1921 ed è sorprendente soprattutto per la frase che riguarda l’opera delle autorità che “ha
lasciato adito a qualche inevitabile critica”. L’articolo, apparso su una rivista dell’epoca, così
proseguiva: “Quanti accorsero da ogni parte d'Italia per portare valido aiuto, rimasero inorriditi ed
esterrefatti davanti a tanto sterminio che in certi punti superava di gran lunga quello del
terremoto calabro-siculo di infausta memoria; le autorità governative stesse non potevano nascondere le gravi difficoltà che si dovevano superare, perché la vastità stessa del disastro, la
cessazione repentina d'ogni attività umana, e l'assoluta mancanza dei mezzi di sussistenza e di
quanto occorreva per porre riparo a tanta sventura, rendevano ancor più penosa la situazione e
ostacolavano l'opera benefica di quanti si erano accinti all'ardua impresa. Rovinati o resi inabitabili
intieri paesi, decimate le popolazioni, scomparse le autorità locali, interrotte le linee telegrafiche
e telefoniche e reso ancor più precario il transito sulle ferrovie, il compito del Governo e dei Comitati di soccorso si trovò a ben dura prova, e ci vollero sforzi sovrumani per riuscire ad ottenere i
primi risultati. Dopo giorni d'indicibili ansie, spesi nel tentare salvataggi d'individui sepolti,
affievolitasi la speranza di trovarne altri ancora in vita, gli infaticabili soldati, i militi della Croce
Rossa e le squadre di pompieri e di volenterosi accorsi, sgombrati i feriti e ricoverati i superstiti,
s'accinsero con nuova lena alla demolizione dei ruderi pericolanti e al ricupero dei cadaveri; ma
nemmeno di notte era loro dato di riposare, sull'umida paglia degli indifesi attendamenti, poiché
bisognava guardarsi dai lupi famelici e da ignobili malandrini calati come sciacalli per rovistar fra
le rovine in cerca di preda…
Ad integrare l'opera del Governo e dei soldati, erano stati chiamati i Comitati delle varie regioni, a
ciascun dei quali veniva assegnata una zona per esplicare l'opera propria: il Comitato romano ebbe
quella fra Avezzano e Celano, il piemontese l'alta valle del Liri, il toscano quella del Pescara e del
Sagittario, il Comitato lombardo, che fu dei primi a mandare in luogo una sua delegazione, ebbe la
zona orientale del bacino del Fucino, orrendamente devastata, iniziando una larga distribuzione di
medicinali, viveri ed indumenti, e dando principio alla costruzione di numerose baracche in
vicinanza dei singoli abitati. A quest'ora presso a quei diroccati paesi già s'allineano in bell'ordine
lunghe file di piccole e linde casette di legno a un sol piano, dove tante disgraziate famiglie hanno
trovato un provvido rifugio, che, per quanto privo di ogni agio, basta a difenderle dalle intemperie,
e permette loro di rinfrancarsi e riprendere le usuali occupazioni, e di accarezzare la speranza che
in tempo non lontano riesciranno a rimediare ai danni patiti. Ma si dovranno abbandonare i vecchi
sistemi di costruzione in murature così poco solide, per adottare altri tipi a struttura sismica,
capaci di resistere alla devastazione dei terremoti, limitandosi ad erigere fabbricati di uno o di due
piani al massimo, in cemento armato od a struttura baraccata, con intelaiature di legno contornate
da tavolati di mattoni intonacati, che per recente esperienza sembrano le più adatte, anche
perché nella peggiore ipotesi, rovinando, difficilmente produrrebbero danni letali”.
I terremoti, di grandi o piccole dimensioni, sono sempre stati di casa in Abruzzo. Il primo di cui si
abbia notizia risale al 13 dicembre 1315, ma quello veramente forte, che raggiunse il X grado della
scala Percalli e provocò ingenti danni e un gran numero di vittime avvenne trentaquattro anni
dopo, il 9 settembre 1349. A L’Aquila crollarono ampi tratti delle mura cittadine, moltissime case
e chiese, i morti furono ottocento, quasi il 10 per cento della popolazione, che allora contava
meno di diecimila abitanti. Un altro forte terremoto si verificò nel Settecento con le più grandi
scosse del 14 ottobre 1702 e quella ancora maggiore del 2 febbraio 1703 anche quella del X grado
della Scala Mercalli. Morirono più di 6.000 persone e crollarono quasi tutti gli edifici pubblici e le
chiese. I sopravvissuti abbandonarono la città, che ricostruita e ripopolata per volontà di papa
Clemente XI, il quale, ritenendo che la città dovesse rinascere a tutti i costi, dispose che fossero
inviati preti e suore spogliatisi del loro sacro vincolo a contribuire alla rinascita della città. Aquila,
tuttavia, non riacquistò mai più l'antico splendore.
“Abruzzo, ‘terra della bellezza e della semplicità’, come lo chiamarono gli antichi, ‘della calma e
della serenità’, ma anche del dolore e della morte’”. Così prosegue l’autore dell’articolo,
aggiungendo: “La regione, situata al centro della penisola, è sempre stata considerata il cuore
dell’Italia, abitata da gente sana, onesta, austera e avvolta quasi nell'aura di leggenda e di
fatalismo che avevano qualcosa di mistero, con una compostezza mite e rassegnata, in un'infinita
pace che piaceva e si ricercava. Quel senso mistico di pace si spandeva nell'aria attraverso la
maestà delle montagne, nella ombreggiata quiete dei boschi folti, lungo le valli solcate dai fiumi
profondi e che le alluvioni e i turbini, le furie delle frane, gl'impeti dei venti non avevano potenza
di turbare. Una razza forte, robusta (come la descrivono autori latini, come Plinio e Stradone,
“così pensosa intorno alle montagne donde scendono in perenni fiumi all'Adriatico la poesia delle
leggende e l'acqua delle nevi. Là erano le immagini eterne della gioia e del dolore, sotto il cielo
pregato con selvaggia fede, sulla terra lavorata con pazienza secolare. Là passavano le vaste greggi
condotte da pastori solenni e grandiosi come patriarchi, a somiglianza delle migrazioni primordiali.
Là si svolgevano lungo i campi del lino fiorenti, lungo i campi del frumento maturo le pompe delle
nozze, dei voti e dei mortorii. Là turbe fanatiche con i torsi nudi, tatuati di simboli azzurri con le
braccia avvolte di serpi o con canestri di grano sul capo o con serti di rose e di vitalbe andavano
dietro i loro idoli gridando stupefatti della monotonia stessa delle loro grida. La vergine esangue,
liberata da una fattura d'amore, dopo aver veduto la faccia della morte, andava a sciogliere un
voto in compagnia del parentado che porta il dono della cera. Echeggiavano i canti sereni delle
donne alle fontane, e occhieggiavano dalle finestre e dai terrazzi le teorie dei vasi di garofani e di
rose che le fanciulle curavano per offrirle poi al loro amore o alla Vergine in chiesa. Era la regione
dei pastori e degli agricoltori intorno ai quali l'opera dannunziana ha creato un'atmosfera di
paganesimo e di tragicità. Quando il lago di Fucino fu prosciugato, anche i pescatori divennero
pastori o agricoltori. Il Fucino, che ha dato all'agricoltore sedicimila ettari di terreno, si stendeva a
più di seicento metri sul livello del mare, ed era uno degli incanti maggiori della Marsica, e
Strabone, con entusiastica esagerazione, lasciò scritto che sembrava un mare. I poeti dell'antichità
celebrarono le sue acque per la freschezza e la limpidezza, e i pagani credettero che in esse
dimorasse un nume, cosicché il lago ebbe il suo culto. I marsi vi eressero templi credendo così di
placare le furie delle onde che, nelle frequenti inondazioni, cagionavano seri danni.
Ad Avezzano e nei paesi finitimi una caratteristica delle popolazioni era nella facile credenza che,
gettando in mezzo alla strada, all'approssimarsi di un temporale, la catena che è attaccata al
camino del focolare e che serve per tener sospesa la pentola, si venissero a scongiurare le disgrazie
delle alluvioni, degli uragani, del fulmine. Illusioni tra mistiche e pagane, forme primitive di una
ingenuità fanciullesca, che, alimentate dall'ignoranza, si sviluppavano e permanevano per
consuetudine nei secoli. E così a Celano il lutto assumeva una rigidezza di sacrificio, e d'estate gli
uomini portavano mantelli di lana, anche sotto il solleone, e per sei mesi non si radevano la barba.
E nei giorni di festa, a mezzo agosto, per esempio, era naturale lo spettacolo di molte persone
sparse per la piazza del paese ammantate come congiurati del1’Ernani, con folte ispide barbe
incolte.
Ancora oggi le giovinette usano cogliere lungo le siepi, nelle primavere olezzanti, alcune foglie
vescicatorie che applicano sul braccio denudato e dicono:
“Amor, se mi vuoi ben fammi una rosa, se no fammi una piaga verminosa”.
A Villetta Barrea alla morte di un celibe accadeva una curiosissima scena: le donne facevano a gara
per essere prescelte all'ufficio estremo. Vincevano, s'intende, le più giovani le più robuste e forse,
tra esse era qualcuna che accompagnava al sepolcro l'amore che non più sarebbe ritornato. A
Scanno, che era ridente accanto al suo piccolo lago, i costumi delle donne erano molto originali, e
alla domenica quando si riunivano, per la messa, in chiesa per assistere alle funzioni accoccolate
per terra, si aveva l'impressione di trovarsi tra una folla orientale. A Frattura, una borgata di
Scanno, nella notte del trenta aprile i giovani a suono di campanelle si avviavano verso il monte ed
al primo spuntar del sole salutavano maggio con grida gioiose, con evviva assordanti.
Ora, di fronte a tanta feroce lacerazione della dolce terra d'Abruzzo il cuore è stretto dall'angoscia
e pare che un grigio velo di melanconia pesante si distenda anche sui ricordi e sulle visioni del passato lucente di fascino e di giocondità. Poiché in questa regione d'una bellezza incomparabile,
dove i piani sono d'una feracità prodigiosa, dove la vite e l'olivo variano di grazia i molli pendii
delle colline, e dove, sugli alti monti ancora nereggiano i boschi e ancora nei boschi l'orso va
celando l'agonia della sua specie, in questa regione, che gli antichi segnarono come il centro
preciso d'Italia, la morte si ostenta per cento tumuli di macerie in faccia al rigido cielo invernale, e
sulla morte la vita è curva nel pianto e nello stupore. Ma veramente oggi è il centro d'Italia, per
altra misura che non sia quella di Plinio: per misura di pietà e di fraternità. L'amore italiano vi
confluisce d'ogni parte e in quella cerchia di monti migliaia di soccorritori paiono dire al destino
con la loro energia: - Si ricomincia. Si ricomincia. È anche, in particolare, la sorte e la forza di quel
vecchio Abruzzo che ha dovuto tante volte ricominciare, dopo le tragedie della natura e degli
uomini attraverso i millenni”.
L’immigrazione italiana
Dal Brasile un esempio di perfetta integrazione e partecipazione allo
sviluppo economico e culturale del Paese.
Maria Aparecida Ovidio da Silva
Fino alla metà dell’Ottocento, la presenza italiana in Brasile fu limitata a poche centinaia di
individui, comprendendo una parte esigua di lavoratori manuali e di esuli politici dei moti del 1821
e del 1831, tra questi gli esempi più illustri sono quelli di Libero Badarò e Giuseppe Garibaldi,
impegnati nelle lotte sociali per il rispetto dei diritti civili. Con l’abolizione della schiavitù e la
successiva rinuncia al lavoro coatto, aumentò la domanda di manodopera straniera. Gli italiani
fecero parte di quei grandi gruppi di immigrati che giunsero dall'Europea a spese dei fazenderos
per cercare lavoro nelle terre del Nuovo Mondo. Il loro apporto nel settore, in effetti, si rivelò di
fondamentale importanza per l’utilizzo di tecniche di coltura avanzate che furono adattate al
paesaggio agrario brasiliano.
A cavallo tra i due secoli si ebbe poi un vero e proprio "boom migratorio" (tra il 1867 e il 1914 gli
italiani rappresentarono il 44% del totale degli stranieri) seguito da una fase di contrazione
avvenuta nel periodo tra le due guerre, a causa delle cattive condizioni di vita nelle colonie. A
partire da questo momento le avventure oltreoceano si trasformarono in viaggi intrapresi più per
interesse intellettuale che per bisogno economico. Per ciò che concerne le caratteristiche sociogeografiche salienti si può dire che, se fino al 1915 prevalse la presenza di nuclei familiari e
manodopera rurale, dopo gli anni ’20 si verificò una diminuzione della componente femminile e
contadina a favore delle attività dei singoli che si distinsero soprattutto nei settori
dell’artigianato, dell’edilizia e del lavoro industriale.
I nuclei di provenienza di maggiore entità interessarono in egual misura settentrione (46%) e
meridione (43%), con una scarsa partecipazione delle zone centrali. Tra le mete privilegiate degli
immigrati italiani c'erano gli stati del sud (Rio Grande do Sul, Santa Catarina e Paraná) e le zone di
Espírito Santo, la città di Rio de Janeiro e Minas Gerais, dove gli emigranti si occuparono in
prevalenza del settore del caffè. Un discorso a parte merita lo Stato di San Paolo che raccolse
circa il 70% della presenza italiana. Gli italiani giunti in Brasile e integratisi nella società hanno
partecipato alla crescita e alla trasformazione del Paese in maniera congiunta al "melting pot" di
nazionalità che caratterizza il territorio.
L'aspetto più interessante è sicuramente legato a tutte quelle attività "tipicamente italiane" che
sono ammirate dai brasiliani come segno distintivo di una cultura che considerano, per osmosi,
anche di loro appartenenza. Questo ha portato dunque allo sviluppo di una serie di industrie sul
mercato che si distinguono per la produzione di manufatti tipicamente italiani o di prodotti
alimentari che sono il fiore all'occhiello della gastronomia d'oltreoceano. L'impatto sociale è senza
dubbio notevole: basti ricordare tutta la significativa eredità offerta dal popolo italiano al Brasile
per quanto riguarda feste e tradizioni (culinarie e non) che sono state tramandate dai primi
immigrati fino ai figli dei discendenti e tuttora in voga.
I primi istituti di cultura italiana sorsero negli anni '30 per iniziativa del Governo di Roma proprio
con l'intento di svolgere quel ruolo di mediazione tra la società e i rappresentati della cultura
italiana. Molti giunsero in Brasile proprio grazie allo sforzo e all'impegno dei professionisti che
hanno scritto la storia della cultura italiana, diffusa nel mondo intero. Attualmente l'istituto cerca,
con dedizione e impegno, di mantenere ben salda questa grande tradizione che ormai dura da
anni, tenendo sempre vivo il legame con la presenza italiana nel Paese e la grande quantità di
oriundi che dimostrano un fortissimo entusiasmo per le loro radici. Inoltre, promuoviamo una
politica culturale che punta sui giovani stranieri, con scambi universitari che cerchino di
coinvolgere la popolazione interessata alla nostra cultura. La pianificazione degli eventi culturali,
realizzata in accordo con l'ambasciata, pur orientandosi sulla cultura italiana, dimostra interesse
anche per le iniziative straniere organizzate nel nostro Paese. Un esempio recente è la promozione
qui a San Paolo della personale di Carlos Arujo, bravissimo illustratore del libro della Bibbia, che si
è tenuta a Roma nel maggio di quest’anno 2009.
Oggi l'integrazione sociale e culturale degli Italiani in Brasile può definirsi conclusa con risultati
soddisfacenti. Basti pensare ai grandi artisti italiani che hanno portato la nostra cultura nel Paese:
dalle compagnie liriche e teatrali che hanno presentato interpreti di fama internazionale (Caruso,
Duse, Zacconi, Borelli, Ruggieri, Toscanini, Ruffo, ecc.), all’architettura, sia quella popolare delle
fazendas che quella cittadina dei quartieri alti, con la realizzazione di opere spesso monumentali
con nomi come Pucci, Bezzi, Piacentini, Calabi, Parlanti e Bo Bardi. Senza dimenticare i nomi
illustri della letteratura come Ungaretti e presenze fondamentali in campo scientifico come De
Falco, Piccolo, Onorato e Albanese”.
“Le piazze del sapere”
Biblioteche e libertà
Antonella Agnoli
Qualsiasi progetto bibliotecario messo in cantiere oggi deve tener conto dell'evoluzione
demografica dei prossimi vent'anni (5 prima dell'apertura e 15 di attività prima di un futuro
restyling). L'orizzonte a cui guardare è quindi quello del 2030. Come saranno gli italiani di allora?
Quali utenti avremo? Già oggi l'Italia ha una struttura demografica distorta rispetto al passato, e
anche rispetto alle medie europee: abbiamo pochi bambini. Ci sono quasi 140
ultrasessantacinquenni ogni 100 bambini fino a 14 anni, mentre in Irlanda ci sono solo 54 anziani
ogni 100 bambini e la media europea è 95. Questo è il frutto della denatalità, che ora si sta in
parte correggendo (soprattutto grazie alle donne immigrate) ma che si invertirà solo lentamente.
Sul fronte della durata della vita, invece, è prevedibile che si registrino ulteriori progressi, e quindi
il numero di anziani continuerà ad aumentare.
Per ragionare sul contesto in cui le biblioteche si troveranno a operare è importante sapere non
solo quanti potenziali utenti avremo ma anche che tipo di persone saranno. Anziani a parte, per
esempio, potremmo avere molti adulti in difficoltà con il leggere, scrivere e far di conto. Esiste
un'indagine internazionale del Boston College sugli studenti di 9-10 anni che mette a confronto le
loro capacità in matematica e scienze (Timss, Trends in International Maths and Science Study). I
risultati per la sola matematica, diffusi nel dicembre 2008, collocano gli alunni italiani di quarta
elementare al sedicesimo posto dei 36 paesi partecipanti. Le performance degli alunni italiani di
terza media sono ancora peggiori: si piazzano al diciannovesimo posto su 49 paesi, ultimi tra le
nazioni occidentali industrializzate. Nelle materie scientifiche le cose vanno un po' meglio: gli
alunni italiani di quarta elementare sono al decimo posto di una classifica che comprende 35 paesi.
Il punteggio medio ottenuto, 535, ci colloca all'incirca a metà fra il massimo (587, Singapore) e il
minimo (477, Norvegia) ottenuti da paesi industrializzati. Negativo, invece, è il risultato degli
alunni di terza media, pari a 495, ultimo fra quelli dei paesi industrializzati con l'eccezione della
Norvegia.
Veniamo alla lettura. Le capacità degli studenti italiani di leggere e interpretare un testo sono
molto inferiori a quelle degli studenti francesi (488), tedeschi e inglesi (495). Siamo poi
lontanissimi dai livelli olandesi e svedesi (507), irlandesi (517) e finlandesi (547). Benché la
differenza tra maschi e femmine, a favore delle ragazze, sia un dato comune a quasi tutti i paesi,
in Italia (41 punti) essa è ancora più marcata della media Ocse (38 punti). Nel 2007 un ragazzo su
cinque tra i 18 e i 24 anni aveva conseguito solo la licenza di terza media e non frequentava alcun
corso di formazione. I tassi d'abbandono scolastico sono superiori al 25% in Campania, Sicilia e
Puglia: nessun paese della Unione Europea ha disparità così marcate tra le varie regioni. Tra il
2004 e il 2007 il fenomeno si è ridotto, ma siamo lontani dagli obiettivi fissati a Bruxelles.
La situazione continua a peggiorare, con un trend apparentemente inarrestabile: nel 2000 il nostro
punteggio medio Pisa era, nella lettura, 488; nel 2003 era sceso a 481 e nel 2006 a 469. Coloro che
non leggono giornali, non comprano libri, non vanno al cinema, né a teatro, né al museo, né a un
concerto, sono passati dal 35% al 43%. In altre parole, quasi un giovane italiano su due non ha
consumi culturali di alcun tipo.
Quanto alla preparazione dei nostri quindicenni e alla loro capacità di ragionare in modo
scientifico, secondo il rapporto Ocse 2008(a), l'Italia è in coda con un punteggio di 475, che la pone
davanti solo a Grecia e Portogallo. Il 32 per cento dei nostri adolescenti è al livello 1 delle capacità
di calcolo, o non raggiunge neppure quello, il che significa che a stento può fare addizioni e
sottrazioni. Un terzo dei giovani italiani! Negli altri paesi dell'Ocse la media degli studenti nelle
stesse condizioni è il 13%.
Un tempo le nostre scuole materne ed elementari avevano una tradizione di eccellenza e avevamo
dei solidi licei. Oggi le scuole italiane sono in condizioni molto diseguali, spesso assai mediocri. La
crisi, dopo anni di errori e di non investimenti, si è scaricata anche sull'università. Storicamente il
nostro paese ha sempre avuto un basso numero di laureati rispetto al numero di giovani tra i 20 e i
29 anni. I pochi studenti bravi si distinguono all’interno di una generazione priva di punti di
riferimento, come rivelano i test di ammissione alle lauree magistrali in Scienze Politiche di
Bologna-Forlì.
I politici italiani, come si disinteressano di biblioteche, ignorano tutto (o quasi) della scuola e
dell’università, considerate costose sacche di mantenimento di insegnanti fannulloni. Nel 2004
Tullio De Mauro osservò amaramente: “Ho assistito una volta a un dialogo televisivo che aveva
qualcosa di irreale tra Gianfranco Fini, che di scuola mostrava di non capire niente, e Piero
Fassino, che sosteneva tesi opposte alle sue, ma anche lui lasciava intendere di non saperne
granché”.
Purtroppo l’Italia rimane indietro perfino nella percentuale di famiglie che hanno accesso a
Internet che, incredibilmente, è diminuita dal 43% al 42% fra il 2007 e il 2008 (anche se aumenta la
diffusione della banda larga e dell’accesso via cellulare). Non solo i paesi più simili a noi come
popolazione e reddito hanno una diffusione molto maggiore (Francia 62%, Gran Bretagna 71%), ma
ci superano anche la Spagna (51%) e perfino la Lettonia (53%), la Lituania (51%), Malta (59%) e
Cipro (43%)29...
Non stupisce che, nella rassegna annuale di persone che “stanno cambiando il mondo”, secondo il
settimanale Time, troviamo attivisti del Costa Rica o del popolo Inuit, inventori di Singapore,
americani o tedeschi, donne afgane e politici della Guinea, ma nessun italiano. Ancor meno c'è da
meravigliarsi del fatto che l'Italia non abbia conquistato un solo premio Nobel in materie
scientifiche dopo quello di Rita Levi Montalcini nel 1986, né un premio Nobel di qualche tipo dopo
quello per la letteratura di Dario Fo nel 1997. II deserto culturale è, nel lungo periodo, fatale per il
sistema-paese. L'economia cognitiva si basa sulla possibilità di reinterpretare, riconfezionare,
valorizzare processi produttivi ed elementi culturali già esistenti. La nostra è un'epoca in cui la
parodia, il pastiche, la “riscoperta” di opere e autori del passato sono diventate le forme culturali
prevalenti. Qualche esempio banale: il magazine di “la Repubblica” fa una copertina sulla psicologia dell'automobilista con il titolo Dr. Jekyll e Mr. Drive. Perché il titolo sia attraente occorre
che il lettore, a prima vista, riconosca il gioco di parole sul titolo del racconto lungo di Robert
Stevenson The Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, più noto semplicemente come Dr. Jekyll e
Mr. Hyde. Oltre a un minimo di familiarità con la letteratura (magari attraverso la mediazione del
cinema), il titolo di copertina presuppone che tutti i lettori di “la Repubblica” parlino l'inglese,
perché devono sapere che “Drive” significa “guidare”, altrimenti il sottotitolo “Perché al volante
diamo il peggio di noi” non avrebbe alcun senso. La lettura dell'articolo, poi, è fitta di statistiche,
dando per scontato che il lettore sappia come interpretarle: “II 2,7% degli incidenti dipende da un
guidatore che si ferma a guardare qualcosa”. Questo 2,7% è molto, è poco? Se “l'Unità” fa una
copertina con la foto di Giorgio Napolitano e il titolo “Nessun tagli”, ci si potrebbe chiedere se il
caporedattore distratto non abbia pasticciato con sostantivi e verbi lasciando passare un errore,
mentre la versione corretta avrebbe dovuto essere “Nessun taglio”. Chi ha qualche familiarità con
un prodotto culturale a suo tempo di massa come l'opera lirica riconoscerà però il gioco di parole
sulla romanza della Turandot “Nessun dorma”, e capirà che il giornale dà una versione spiritosa
dell'esortazione del presidente della Repubblica al governo perché non tagli i finanziamenti
all’università.
Un fenomeno abbastanza stupefacente è il frequente fallimento dei genitori italiani colti (e delle
università a cui hanno mandato i figli) nel trasmettere i codici culturali della loro generazione. Se,
sempre più spesso rispetto al passato, chi esce oggi dall’università ignora chi sia Palladio, non ha
mai letto i classici della letteratura e balbetta sulla storia d’Europa, ci sono poche possibilità che
intraprenda una carriera di successo e neppure riuscirà a capire Casablanca a sufficienza per
poterne scrivere sul suo blog.
Cosa possono dare le “strutture” personali e istituzionali al territorio? La Francia, al contrario
dell’Italia, ha da sempre una politica nazionale di forte sostegno alla cultura, di cui fanno parte
una varietà di provvedimenti: dalla costruzione di luoghi di attrazione come il Beaubourg o il
museo della Scienza alla Villette fino alle leggi che cercano di difendere le piccole librerie
vietando uno sconto sul prezzo di copertina del libro superiore al 5%. “La politica – scrive Irene
Tinagli – è l’unico soggetto in grado di promuovere interventi di ampio respiro che vadano a
toccare tutti i principali processi di formazione e valorizzazione del talento”. Nella crisi italiana le
biblioteche di pubblica lettura non sono la panacea ma certamente devono essere parte della
soluzione. Se si vuole modificare l'ecosistema culturale non si può che partire dalle città e avviare
servizi che, nel lungo periodo, stimolino la lettura, la conoscenza della musica, del cinema,
dell'arte. Questi servizi hanno senso soltanto se sono collegati fra loro, se collaborano, se formano
una rete (metafora abusatissima, di cui si è dimenticato il significato originario di strumento
flessibile ma unitario e solido). Scuole, università, musei, cinema, teatri e biblioteche sono gestiti
in modo autoreferenziale, addirittura senza conoscenza di cosa fa il vicino, men che meno
coordinamento. Ciascuno fa per sé, trincerato nell'autonomia istituzionale, il più comodo degli
alibi per la pigrizia conservatrice. L'università e la scuola si rivolgono solo a determinate fasce
d'età, i musei sono troppo lontani dall'esperienza quotidiana del cittadino, i teatri coltivano
interessi specifici: biblioteche rinnovate potrebbero invece dare un impulso alla collaborazione fra
istituzioni diverse, oltre che indirizzare il cittadino verso altre esperienze culturali sul territorio.
Gli Italiani. Ieri come oggi,
oggi come ieri
Di fronte al gran parlare che si sta facendo sulla morale, sulla condotta pubblica e privata, sulla
prostituzione e sulla dignità delle donne, potrà essere utile leggere quanto scrisse Giacomo
Leopardi nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani. Ne proponiamo, in
sintesi, un ripasso (come quello sulla storia della nostra unità nazionale), non per consolarci, ma
per mostrare agli ipocriti, ai censori tardivi e improvvisati che vedono la pagliuzza nell’occhio
altrui e non la trave nel proprio - ma anche ai giovani, ignari e sensibili al canto delle sirene quanto gravi in generale sugli Italiani il peso di una lunga eredità da cui è molto difficile liberarsi,
se non saranno le nuove generazioni a dare un taglio a certi nostri vizi del passato e a prendere in
mano, responsabilmente, le redini non solo della morale ma dell’intero Paese.
“Se io dirò alcune cose circa i nostri presenti costumi (tenendomi al generale) colla sincerità e
libertà con cui ne potrebbe scrivere uno straniero, non dovrò esserne ripreso dagli italiani, perché
non lo potranno imputare a odio. Gl'italiani, dal tempo della rivoluzione in poi, sono, quanto alla
morale, così filosofi quanto i francesi e quanto qualunque altra nazione. Per conseguenza la
nazione italiana presa insieme è priva come l'altre d'ogni fondamento di morale, e d'ogni vero
vincolo e principio conservatore della società. Ma oltre di questo, a differenza delle dette nazioni,
ella è priva ancora di quel genere di stretta società definito di sopra. Molte ragioni concorrono a
privarnela: il clima che gl'inclina naturalmente a vivere gran parte del dì allo scoperto, e quindi a'
passeggi e cose tali, la vivacità del carattere italiano che fa loro preferire i piaceri degli spettacoli
e gli altri diletti de' sensi a quelli più particolarmente propri dello spirito, e che gli spinge
all'assoluto divertimento scompagnato da ogni fatica dell'animo e alla negligenza e pigrizia. Non
avendovi buon tono, non possono avervi convenienze di società (bienséances). Mancando queste, e
mancando la società stessa, non può avervi gran cura del proprio onore, o l'idea dell'onore e delle
particolarità che l'offendono o lo mantengono e vi si conformano. Ciascuno italiano è presso a poco
ugualmente onorato e disonorato. Voglio dir che non è né l'uno né l'altro, perché non v'ha onore
dove non v’ha società stretta, essendo esso totalmente una idea prodotta da questa, e che in
questa e per questa sola può sussistere ed essere determinata.
Benché gl'italiani sieno incirca a livello delle altre nazioni nella conoscenza generale della realtà
delle cose relativamente ai fondamenti dei principii morali, tuttavia è ben certo e da tutti gli
stranieri, non meno che da noi, conosciuto e consentito, che l'Italia in fatto di scienza filosofica e
di cognizione matura e profonda dell'uomo e del mondo è incomparabilmente inferiore alla
Francia, all'Inghilterra, alla Germania, considerando queste e quella generalmente. Ma contuttociò
è anche certissimo, benché parrà un paradosso, che se le dette nazioni son più filosofe degl'italiani
nell'intelletto, gl'italiani nella pratica sono mille volte più filosofi del maggior filosofo che si trovi
in qualunque delle dette nazioni. Or la vita degl’italiani è appunto tale, senza prospettiva di
miglior sorte futura, senza occupazione, senza scopo, e ristretta al solo presente. Or da ciò nasce
ai costumi il maggior danno che mai si possa pensare. Come la disperazione, così né più né meno il
disprezzo e l’intimo sentimento della vanità della vita, sono i peggiori nemici del bene operare, e
autori del male e della immoralità. Nasce da quelle disposizioni la indifferenza profonda, radicata
ed efficacissima verso se stessi e verso gli altri, che è la maggior peste de’ costumi, de’ caratteri,
e della morale. Gl'italiani ridono della vita: ne ridono assai più, e con più verità e persuasione
intima di disprezzo e freddezza che non fa niun'altra nazione. Questo è ben naturale, perché la
vita per loro val meno assai che per gli altri, e perché egli è certo che i caratteri più vivaci e caldi
di natura, come è quello degl'Italiani, diventano i più freddi e apatici quando sono combattuti da
circostanze superiori alle loro forze. Così negl'individui, così è nelle nazioni. Le classi superiori
d'Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. II popolaccio italiano è il più
cinico de' popolacci. Quelli che credono superiore a tutte per cinismo la nazione francese,
s'ingannano. Niuna vince né uguaglia in ciò l'italiana. Essa unisce la vivacità naturale (maggiore
assai di quella de' francesi) all’indifferenza acquisita verso ogni cosa e al poco riguardo verso gli
altri cagionato dalla mancanza di società, che non li fa curar gran fatto della stima e de' riguardi
altrui: laddove la società francese influisce tanto, com'è noto, anche nel popolo, ch'esso è pieno di
riguardi sì verso i propri individui, sì verso l'altre classi, quanto comporta la sua natura. Se gli
stranieri non conoscono bene il modo di trattare degl'italiani, massime tra loro, questo viene
appunto dalla mancanza di società in Italia, onde è difficile a un estero il farsi una precisa idea
delle nostre maniere sociali ordinarie, mancandogli l'occasione d'esserne facilmente e sovente
testimonio. Ma nel nostro proprio commercio, per le dette ragioni, il cinismo è tale che supera di
gran lunga quello di tutti gli altri popoli, parlando proporzionatamente di ciascuna classe. Per tutto
si ride, e questa è la principale occupazione delle conversazioni, ma gli altri popoli altrettanto e
più filosofi di noi, ma con più vita, e d'altronde con più società, ridono piuttosto delle cose che
degli uomini, piuttosto degli assenti che dei presenti, perché una società stretta non può durare
tra uomini continuamente occupati a deridersi in faccia gli uni e gli altri, e darsi continui segni di
scambievole disprezzo. In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie, il
persifflage, cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel
poco di vera conversazione che v'ha in Italia. Quest'è l'unico modo, l'unica arte di conversare che vi
si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l'uomo di più mondo, e considerato per superiore agli
altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più
insopportabile, e il più alieno dal modo di conversare. Gl'italiani posseggono l'arte di perseguitarsi
scambievolmente e di se pousser à bout colle parole, più che alcun’altra nazione, il persifflage
degli altri è certamente molto più fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed è una
specie di polissonnerie, e io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia
con un italiano: i colpi di questo sono sicurissimi di sconcertare senza rimedio chiunque non è
esercitato e avvezzo al nostro modo di combattere, e non sa combattere alla stessa guisa.
Gl'italiani passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come
altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non
vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così
in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuoi conversare, è il mostrar colle parole e coi
modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l'offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il
lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi.
Sono incalcolabili i danni che nascono ai costumi da questo abito di cinismo. Non rispettando gli
altri, non si può essere rispettato. Gli stranieri e gli uomini di buona società non rispettano altrui
se non per essere rispettati e risparmiati essi stessi, e lo conseguono. Ma in Italia non si
conseguirebbe, perché dove tutti sono armati e combattono contro ciascuno, è necessario che
ciascuno presto o tardi si risolva e impari d'armarsi e combattere, altrimenti è oppresso dagli altri,
essendo inerme e non difendendosi, in vece d'essere risparmiato. E’ anche necessario ch'egli impari
ad offendere. Tutto ciò non si può conseguire prima che uno contragga un abito di disistima e
disprezzo e indifferenza somma verso se stesso, perché non v'è cosa più nociva in questo modo di
conversare che l'esser delicato e sensibile. Oltre che allora tutti i ridicoli piombano su di voi, si è
sempre timido e incapace di offendere per paura di non soffrire altrettanto, incapace di difendersi
convenientemente perché la passione impedisce la libertà e la franchezza del pensare e
dell'operare e l'aggiustatezza e disinvoltura delle difese. E basta che uno si mostri sensibile alle
punture o abitualmente o attualmente perché gli altri più s'infervorino a pungerlo e annichilarlo. Di
più, quanto v'ha di conversazione in Italia - ch'è la più parte ne' caffè e ridotti pubblici, piuttosto
che appresso i privati, appo i quali propriamente non si conversa, ma si giuoca, o si danza, o si
canta, o si suona, o si passeggia, essendo sconosciute in Italia le vere conversazioni private che
s'usano altrove - quel poco, dico, che v'ha in Italia di conversazione, essendo non altro che una
pura e continua guerra senza tregua, senza trattati, e senza speranza di quartiere, benché questa
guerra sia di parole e di modi e sopra cose di niuna sostanza, pure è manifesto quanto ella debba
disunire e alienare gli animi di ciascuno da ciascuno, sempre offesi nel loro amor proprio, e
quanto per conseguenza sia pestifera ai costumi divenendo come un esercizio per una parte, e per
l'altra uno sprone dell'offendere altrui e della inimicizia verso gli altri, nelle quali cose
precisamente consiste il male morale e la perversità de' costumi e la malvagità morale delle
azioni e de' caratteri. Cosi che le conversazioni d'Italia sono un ginnasio dove colle offensioni delle
parole e dei modi s'impara per una parte e si riceve stimolo dall'altra a far male ai suoi simili coi
fatti. Nel che è riposto l'esizio e l'infelicità sociale e nazionale. E questa è la somma della pravità e
corruzion dei costumi. Ed anche all'amore e spirito nazionale è visibile quanto debbano nuocere
tali modi di conversare per cui trattiamo e ci avvezziamo a trattare e considerar gli altri sì
diversamente che come fratelli, ed acquistiamo o intratteniamo ed alimentiamo uno spirito ostile
verso i più prossimi. Laddove presso l'altre nazioni la società e conversazione è un mezzo
efficacissimo d'amore scambievole sì nazionale che generalmente sociale; in Italia per la contraria
cagione, la società stessa, così scarsa com'ella è, è un mezzo di odio e disunione, accresce esercita
e infiamma l'avversione e le passioni naturali degli uomini contro gli uomini, massime contro i più
vicini, che più importa di amare e beneficare o risparmiare. Certo la società che awi in Italia è
tutta di danno ai costumi e al carattere morale, senza vantaggio alcuno”.
ARTE
Il “giallo” delle sculture
di Boccioni
Alfredo Pasolino
Una clamorosa e inedita lettera svela il mistero delle sculture di Umberto Boccioni. Risale al
lontano 1979, quando Marco Rossi Lecce ebbe l'acume di intervistare gli ultimi protagonisti e i
testimoni del Futurismo italiano, ormai scomparsi, come del resto tutti gli intervistati. Fra i vari
interpellati, Marco Bisi, figlio di Giannetto Bisi e di Adriana Bisi, pittrice ma anche cugina di
Umberto Boccioni. Era il 1914. Milano era la città più progredita d'Italia. Va ricordato che a
Milano nel 1909, Boccioni conobbe il poeta Marinetti fondatore del Futurismo; ne rimase
affascinato, tanto più che divenne l'esponente più attivo del Movimento. Questi i fatti.
Boccioni, interventista e capofila del Movimento rivoluzionario dopo l'euforia del Manifesto, parte
per la guerra nel famoso battaglione Lombardo Ciclisti e Automobilisti, con Carlo Erba e gli altri
futuristi milanesi. In seguito, nel 1917 per un disgraziatissimo destino muore cadendo da cavallo
durante un esercitazione militare. Gli storici del Futurismo, negli anni 70-80, poco attenti,
avevano scritto che dopo la sua morte le sculture di gesso di Boccioni erano state distrutte. Anche
oggi dagli esegeti dell'arte si sa poco o nulla. Invece le cose andarono diversamente: una storia
affascinante e con dei risvolti gialli ancora da districare.
Dopo la morte di Boccioni la sua famiglia si trasferisce a Verona. Non potendo portare le sculture
(erano nove) perché pesanti e troppo ingombranti, le affidano a un amico di famiglia , certo Piero
da Verona (scultore classico), fratello di Guido, che a quel tempo era uno scrittore sconosciuto e di
moda. Piero immagazzina per modo di dire le sculture, sistemandole sotto un portico all'aperto,
praticamente esposte alle stagioni, riparate solo da un tetto. Lì restano per ben dieci anni, poi
inaspettatamente, senza nessun motivo plausibile e preavviso, Piero decide di distruggerle e di
gettare i detriti in una discarica nei pressi di Milano (era il 1927). Bisi viene informato il giorno
stesso: scultore anche lui, si dispera e corre alla discarica (Acqua Bella), dove trova un ammasso di
frammenti. Va tenuto conto che Boccioni all'epoca, era famoso e che le sculture avevano
sicuramente un buon valore. Rimane un mistero perché Piero da Verona se ne sia sbarazzato: forse
per ragioni di ingombro? Per gelosia? il fatto è che distrusse un patrimonio dell'Umanità, che aveva
un bel valore aggiunto, quello mercantile. Bisi, quasi in lacrime davanti ai detriti di gesso, si
ricorda che Boccioni poco prima di partire per la guerra, aveva dipinto di rosso-minio una delle
sculture, quella più piccola, Sviluppo di una bottiglia nello spazio. Con paziente precisione,
raccolse tutti i frammenti rossi che risaltavano dagli altri e li portò in studio. Nei due anni
successivi restaurò la scultura ricostruendola con soddisfazione certosina. Soddisfatto del lavoro
parte per Verona, porta la scultura alla sorella di Boccioni, Amelia Callegari, la quale lo ringrazia
con slancio di gioia, invitandolo ad andare a trovare un futurista famoso, certo Fedele Azari, con il
progetto di far fondere in bronzo la scultura. Promette a Bisi che una volta fatto questo, si sarebbe
potuto riprendere il gesso originale. Passa quasi un anno, nessuno si fa vivo con Bisi, lui riparte e
va trovare Azari, ma non trova neanche più lo studio in cui era stato. Insomma, Bisi desiste e
rinuncia. Poi, nell'intervista, dichiara che in effetti la fusione ci fu, perché pochi anni dopo in una
mostra a Palazzo Reale a Milano, vede esposta la fusione in bronzo. Si accorge anche che l'avevano
levigata; forse qualcuno prima di fonderla aveva raschiato tutta la superficie di gesso rosso,
togliendo quella patina spessa e rugosa che aveva voluto Boccioni. Insomma la trovò diversa da
come se la ricordava. E qui finisce l'intervista con Marco Bisi. Che era accaduto ? Perché Bisi non
trovò più Azari? Ecco la spiegazione raccontata dalla lettera di Marco Rossi Lecce: Azari fece fare
due copie in gesso della scultura rossa; dopo si ammalò, ebbe delle crisi nervose una dopo l'altra.
Chiuse lo studio: ecco perché Bisi non lo trovò. Ebbe diversi ricoveri in cliniche per malattie
mentali, finendo suicida nel 1930. Il fratello si ritrova le tre sculture: una copia viene prestata per
una mostra e torna spaccata in due, e viene gettata! La seconda copia viene venduta varie volte e
finisce alla fine in Brasile, dove si trova tuttora. Ma quella rossa, l'originale ricostruita da Bisi, che
fine ha fatto? Viene anche questa venduta e alla fine arriva nelle mani di un grosso collezionista,
un certo Calmerini. Questi nel 1935 la dona, insieme ad altre opere di Boccioni, al Comune di
Milano, il quale la fa finalmente fondere in bronzo, e poi in copie. L'originale viene definitivamente
distrutto. Almeno dal 1935, non se ne hanno più notizie, molto probabilmente fu distrutto in
fonderia.
Tutta questa incredibile storia è documentata dall'intervista del 1979 di Marco Bisi, unico e lucido
testimone dell'epoca, e successivamente ospitata in un libro di Luigi Sansoni, storico dell'arte
milanese, in cui sono ricostruiti tutti i passaggi delle sculture, con documentazione certa e
scientifica (lettere, documenti, fatture e contratti). Una storia per tanti aspetti incredibile. Lo
scandalo attuale, che si aggiunge al giallo nell'arte, poi è questo: chi è andato a vedere la scultura
di bronzo sul Futurismo, alle Scuderie del Quirinale, mostra istituzionale proveniente da Parigi e
prestata all'Italia, avrà potuto vedere la scultura di bronzo esposta. E fino a qui ci siamo. Chi ha
comprato il Catalogo cercando la scultura l'ha trovata. Due pagine: in quella a destra è riprodotta
la scultura, in quella a sinistra c'è la scheda, firmata da un critico d'arte francese. Titolo:
“Umberto Boccioni. Lo sviluppo di una bottiglia nello spazio”. Ma non un solo accenno a questa
storia. Il fruitore pensa di trovarsi davanti a una scultura di Boccioni, fatta da lui, tirata in bronzo
da lui, mentre l'esemplare è stato fuso (sembra) nel 1940, e appartiene ad un museo tedesco.
Dentro l’immagine
Pino Lo Monaco
In generale l'opera d'arte si compone di due aspetti, ed è così che l'osservatore acuto è portato a
guardarla; il primo è quello immediatamente visivo: l'aspetto estetico. Prendiamo una pittura.
L'osservatore si accorge che l'opera colpisce a prima vista per la sua armoniosità, alla quale molto
contribuiscono la purezza dei colori come tali e il sapiente accostamento tra di loro, non meno
dell'accorto alternarsi delle sagome (monti, strutture) e dei vuoti (spazi, cieli, ecc.), in rapporto
alle dimensioni della tela e ad altro. A riprova della estensibilità di queste riflessioni riguardanti la
Pittura alle altre espressioni d'arte, risulta interessante verificare che nella Musica, per esempio, ai
colori corrispondono i timbri dei diversi strumenti impiegati, in uno all'inserimento opportuno dei
toni bassi o acuti, come pure alle dimensioni delle masse e dei vuoti in rapporto tra loro (nel
rispetto delle dovute proporzioni) corrispondono la durata dei suoni e le pause, che spesso sono più
suggestive dei suoni, purché, beninteso, la stesura dell'opera avvenga con quella sapienza che il
Creatore ha trasfuso nel tessuto vivente di tutto il Creato. Grazie a questo primo aspetto, l'opera è
già di per sé valida a suscitare il necessario interesse, o quantomeno il gusto estetico
dell'osservatore. Il secondo aspetto è quello che a prima vista non si vede, e che corrisponde alla
essenza dell'opera d'arte, alla veritas abscondita, che soltanto all'osservatore degno si rivela. Si
nasconde mimetizzandosi tra le forme del dipinto, tra i simboli, espliciti ed impliciti, i volume e le
proporzioni tra i pieni e i vuoti, gli oggetti, i colori, che l'artista pone in essere per soddisfare
esigenze sapienziali ed attuative della ragion d'essere dell'opera: Opus Arte factum divini velamen
est (l'Opera d'Arte è velo del Divino). In altri termini, mentre per fruire del primo aspetto occorre
osservare, per penetrare il secondo aspetto è necessario "contemplare", farsi tempio con l'opera
d'arte che, essendo nata per afflato divino, è già tempio di per sé, essendo "suo modo", dimora del
sacro. A tal proposito chiarisce benissimo S. Tommaso: "Contemplatio pertinet ad ipsum simplicem intuitum Veritatis. La contemplazione tende alla semplice intuizione della verità, tant'è che
alla contemplazione si accompagneranno sempre un certo stupore, una certa ammirazione ed un
sentimento di amore per la cosa contemplata. Accade infatti che l'artista, ad opera finita, rimane
là, ad ammirarla come una "novità", pervaso da stupore, e nel contemplarla commosso sente di
amarla con tutto il proprio essere. E' nata un'opera d'arte, l'Assoluto si è fatto realtà e, come in
Genesi, l'artista si accorge che è cosa molto buona. A questo punto, l'opera d'arte, proprio perché
tale, per autonoma forza sua propria avrà il potere di trasformare chi è in grado di contemplarla,
quasi per un processo alchemico, specie per l'osservatore che per la prima volta gusta le delizie
della contemplazione e della propria elevatio animae.
Se sul piano creativo l'opera d'arte esaurisce la sua finalità in uno alla funzione catartica per
l'artista (l'arte per l'arte), sul piano pratico essa perfeziona la sua ragion d'essere nell'incontro con
il fruitore. Ed è a questo punto che si pone l'interrogativo: l'opera d'arte ha un prezzo? Rispondo
che essa non può essere posseduta se non attraverso la contemplazione in quanto non è dato
conoscere un prodotto dell'artista, che sia riconducibile all'afflato divino, se non attraverso un atto
intuitivo del fruitore che ben si realizza attraverso la contemplazione. In poche parole, il prezzo
vero di un'opera d'arte, che appaga pienamente l'artista, quando questi sia presente all'incontro
opera-fruitore, è dato dallo stupore, dalla commozione, dalla esaltazione interiore espressi dal
fruitore di fronte all'opera stessa. Tuttavia, anche se questo scambio improprio avviene, l'opera,
finché esiste, rimane sempre legata all'autore, ancorché scomparso, quasi condannata ad una
inalienabilità essenziale!
In conclusione, l'opera d'arte, per la sua particolare natura, anche funzionale, è destinata ad
appartenere a tutti e a nessuno (neppure al suo autore), se si considera che qualsiasi prodotto
dell'Arte è patrimonio dell'Umanità.
“Pino Lo Monaco, pittore e musicista, ti emoziona sempre, perché l'uno e l'altro, in perfetta
simbiosi, si offrono alla vista e all'ascolto. Ti emoziona e ti affascina con uno slancio gradevolissimo al primo impatto, per conquistarti poi ed indurti alla meditazione: i suoi paesaggi sono
stupendi per ispirazione e fattura, così maliosi da trascinarti nel misterioso mondo dell'anima
dove il sogno è il talismano capace di esorcizzare la paura del concreto. Un mondo dove il pudore
del romanticismo è un dolce viatico per lasciarsi andare, a vele spiegate, nelle stratosfere
fantastiche della spiritualità. Quanto differisce, in meglio, questa pittura dalle astruserie
impegnate! Com’è piacevole immergersi in un cromatismo di delicata vigoria, al riparo da
esteriori necessità cerebrali! Paesaggi onirici, cieli di un grigiore che non è tempesta ma dinamico
ammonimento, rocce e picchi immobili in un mare basso di nebbie, rossori diffusi e suadenti, ma
laggiù c'è sempre una luce, come una speranza”.
Aldo Formosa
“Noi vediamo ciò che sappiamo. Non naturalmente nel senso che la nostra reazione sia sollecitata
soltanto dall'aver già visto qualcosa o una sua riproduzione (perché, anzi, l'effetto sorpresa ha un
ruolo fondamentale nelle nostre reazioni estetiche), ma nel senso che noi dobbiamo essere
predisposti da una serie di segnali e suggestioni verso quello che vediamo. In un certo modo
occorre che quello che abbiamo davanti sia già dentro di noi come per un improvviso
riconoscimento, un congegno che scatta soltanto quando tutto è preordinato”.
Vittorio Sgarbi, Davanti all'immagine
Poesia
Grandir
Peut-étre je ne suis que de passage.
Peut-étre je suis seulement destinée
a une existence futile...
Sans joies, sans douleurs, sans peurs.
Sans envie de vivre
mais avec le désir de l’avoir.
Sans inquiétudes
parce qu'on ne s'inquieterà plus.
Existance terne et vaine.
A’ quoi dois-je m'attendre?
J'attends, incertaine et terrorisée par le temps.
J'attends mon future, mon bonheur, mon angoisse.
J'attends ma vie,
j'attends un jour.
Crescere
Forse io qui non sono che di passaggio.
Forse sono soltanto destinata
a un’esistenza futile...
senza gioie, senza dolori, senza paure.
Senza voglia di vivere
ma col desiderio di averne.
Senza inquietudini
perché più non vi saranno inquietudini.
Esistenza spenta e vana.
Cosa devo aspettarmi?
Attendo, incerta e atterrita dal tempo.
Attendo il mio futuro, la mia felicità,
la mia angoscia.
Attendo la mia vita,
attendo un giorno.
Valentina Migliore
Valentina Migliore ha diciassette anni, è nata e vive a Palermo e frequenta il V anno del Liceo
linguistico. Ha già conseguito il Diplòme d’étude en langue française e vinto per due volte il primo
premio nel concorso di poesia Le printemps des jeunes poètes con una poesia sulla natura e con
“Grandir” (2008 e 2009).
***
L’emigrante
Brilla sotto la luna
nella brulla radura
il mio paese natale
come luccica nel buio
una manciata di diamanti.
Ne percorro le strade
con la mente,
i vicoli stretti e storti,
su cui si affacciano
come fantasmi le case:
risuonano nell’aria
echi di drammi e di lutti,
il grido di una madre,
la voce di un bambino
che piange nella sua culla…
Un altro giorno è passato,
nero come le mie mani
dopo l’estenuante
lavoro.
Sono fuggito al di là del mare.
Eppure,
in questa nuova terra
così rigogliosa e perfetta
vado cercando i sassi
del mio borgo lontano:
qui,
dove non c’è che vento,
il mio paese si chiama
rimpianto.
Jury Platter
L’intervista
Lena Stamati
Valdo Spini, più' volte deputato e ministro dell'Ambiente prima nel Governo Amato e poi nel
Governo Ciampi, nel suo ultimo libro, Vent'anni dopo la Bolognina - Rubbettino editore 2010
- denuncia le ragioni dell'attuale crisi della sinistra italiana. Ripercorrendo due decenni di storia a
partire dalle azioni e dalle scelte compiute dai leader dell'ex Partito Comunista Italiano durante la
sofferta transizione degli anni Novanta, l’Autore ricostruisce in modo analitico e lucido gli errori,
le paure e le responsabilità che hanno segnato le vicende del congresso del Partito Democratico
fino all’elezione a segretario di Pierluigi Bersani, ma, al tempo stesso, traccia anche nuovi
percorsi per una prospettiva di ripresa della Sinistra in Italia.
D. “Vent’anni dopo la Bolognina”: vent’anni di storia politica della Sinistra o, in senso più ampio,
del centro-sinistra?
R. “Di libri sull’ascesa di Berlusconi, sulla sua forza economica e mediatica, sulla mancata capacità
di opporgli il conflitto di interesse e quant’altro ce ne sono ormai tanti. Ho ritenuto opportuno
invece compiere un’analisi critica degli errori politici della Sinistra e di quello che, dopo le elezioni
del 1994, è stato di gran lunga il suo maggiore partito e cioè il grosso del corpo del Pci, incarnatosi
prima nel Pds, poi nei Ds e infine nel Pd per dare una risposta più meditata alla nostra crisi.
Quando dico nostra intendo dell’intera Sinistra.
D. “In tal senso parli perciò di ‘quattro impazienze e di quattro sconfitte’”.
R. “Si va alle elezioni del 1994 prematuramente, quando si disponeva di un ottimo governo Ciampi
e senza capire il nuovo sistema maggioritario. Il Centro di Martinazzoli e Segni e i Progressisti di
Occhetto, insieme avrebbero battuto l’alleanza Berlusconi – Fini – Bossi - Casini, ma separatamene
vengono battuti. Nel 1996 vince l’Ulivo, i Ds decidono al suo interno di dare vita ad un grande
partito di tipo socialista europeo. A febbraio del 1998 ci sono gli Stati Generali della Sinistra e si
formano i Ds, ma pochi mesi dopo il segretario D’Alema va alla presidenza del Consiglio lasciando
l’impresa al suo inizio (e sarebbe stato invece necessario un impegno di qualche anno); nel 2006
vince l’Unione, ma i Ds vengono frettolosamente sciolti nel Pd senza aspettare a vedere un minimo
come andavano le cose col II governo Prodi. Infine la quarta impazienza sono le elezioni anticipate
del 2008, giocate da Veltroni all’insegna del bipartitismo e finite con una maggioranza
parlamentare di cento deputati per l’alleanza Popolo delle Libertà-Lega.
D. “Il tuo libro ha però anche tre altre parti: lo ‘spogliarello’ del Centro-sinistra, le vicende del Pd
(tre primarie: un presidente del consiglio e tre segretari)…”.
R. “Cerco di analizzare perché tradizionali punti di forza della Sinistra (l’antifascismo, la
Costituzione, l’ambiente , il radicamento sociale al Nord eccetera) siano diventati punti di
debolezza. In questo senso credo che negli anni Novanta, quando Blair, Jospin e Schroeder si
avviavano a vincere nei loro paesi, gli ex comunisti italiani avrebbero potuto salvare e sviluppare
questo patrimonio di consensi sul territorio, trasformandosi in un moderno partito del socialismo
europeo invece di inseguire il ‘nuovismo’, terreno su cui sono stati sconfitti. Qui sta la radice di
tanti problemi degli anni successivi”.
D. “Che cosa ci può insegnare questa analisi storica rispetto alla situazione attuale?”.
R. Le leggi elettorali non bastano di per sé a fare partiti e coalizioni omogenee. Così come era
scoppiata l’Unione, anche l’alleanza di centro-destra, che sulla carta era fortissima, si è oggi
rotta. Si può certo vedere le contrapposizioni personali Berlusconi - Fini e così via come la causa
principale di questa rottura. C’è anche questo, ma, In realtà sotto c’è ben altro. La distanza tra
l’impostazione della Destra (Alleanza Nazionale) con la Lega nata per l’indipendenza della
Padania, ma ancor più la crisi finanziaria ed economica che obbliga a manovre che mettono in crisi
il blocco di consensi del Centro-destra. Siamo alle soglie della conta che può dirci quali siano i
rapporti di forza tra i contendenti, ma che non potrà certo risolvere questi problemi di fondo”.
D. “Dunque il Centro-sinistra ha un’altra chance. Ma cosa può fare?”
R. “Il Pd era nato per sfondare al centro e invece non vi è riuscito, mentre ha prosciugato, nelle
elezioni del 2008, la Sinistra. Non solo, ma un recente studio di Nicola Maggini (Quaderni del
Circolo Rosselli n. 3-4/2010) - che confronta i risultati delle 13 regioni in cui si è votato nel 2010
con quelli, sempre nelle stesse regioni, delle europee del 2009 e delle politiche del 2008 - fa
vedere quanto sia stata rilevante la perdita di voti in assoluto, ancor prima che in percentuale, di
questo partito. Si tratta di circa quattro milioni di voti, pur in sistemi e contesti diversi. Quello che
personalmente propongo è certamente una politica delle alleanze (inutile dare schiaffoni a chi si
vuole alleare con te) ma che si deve muovere di pari passo con il rilancio di un Pd che riesca a
recuperare la sua tradizionale base di consenso. In altre parole un intreccio delle due strategie che
oggi sembrano contrapporsi. Invece che aspettare la sfida delle primarie o il mero scontro
generazionale, il Pd si faccia promotore di una costituente intorno a grandi temi programmatici,
recuperando quelle correnti culturali laiche, democratiche e socialiste che di fatto furono
emarginate al momento della sua formazione.
D. “Ma il Pd potrà farlo?”.
R. “Secondo me deve farlo perché altrimenti lo attendono o lo scontro Bersani - Vendola sulle
primarie o il conflitto generazionale disancorato dalla politica. Invece se il Pd riesce a fare
un’operazione politica di ricomposizione può dare forza e credibilità all’intera alleanza”.
D. “Che reazioni ha suscitato il tuo libro?”.
R. “All’inizio, naturalmente, col silenzio. Poi, poco a poco, sono cominciate tante richieste di
presentazione praticamente in tutte le parti d’Italia, che hanno sorpreso anche me. Così ho ripreso
il bastone del pellegrino e ho cominciato a girare nuovamente per il Paese. Evidentemente c’è sete
di dibattere e il mio libro ne è un’occasione”.
EVENTI
La vita in…
Gina Maradei
Martedì 15 febbraio nella Sala del Carroccio, in Campidoglio, alla presenza del Sindaco Gianni
Alemanno, si è svolta una Conferenza Stampa dal titolo “La vita in…”, per iniziativa della
Fondazione Campanelli unitamente ad altre Associazioni Onlus aventi l’obiettivo di “regalare una
speranza a tutti coloro che hanno perso la propria”. Tutto è partito dalla storia personale del
fondatore di Mood's Guys - una marca di abbigliamento - Alessandro Campanelli, che ha conosciuto
la sofferenza e sconfitto la malattia. Questa esperienza ha segnato la sua vita e sensibilizzato la
sua coscienza, il suo essere, al punto di battersi e credere in questa buona causa, sperando di
emozionare tutte quelle persone che “ignorano” perché non vivono nella triste realtà che
abbraccia il mondo ogni giorno, e per coinvolgere l'impassibilità e correggere il nostro “io” da quei
piccoli malesseri interiori che si trovano in ognuno di noi, facendo piccoli ma grandi gesti.
“È con profonda emozione che oggi siedo a questo tavolo, emozione che provo per il piacere di
sposare una giusta causa. La stessa che vede in sinergia le varie associazioni al vertice delle quali
domina un nome, sonante con effetto richiamo: Campanelli”. Parole che arrivano dritte al cuore,
quelle della professoressa Adriana Vartolo, presidente del consiglio del XIII Municipio, che con
sensibilità sta tracciando un percorso per costruire il futuro di tanti. Campanelli ha elaborato la
sofferenza trasformandola in dono, il dono della vita, che ben si accompagna anche al concetto
dell'arte, rappresentalo dalla scultura del maestro Fabrizio Savi che è stata consegnata al Sindaco
di Roma, alla quale è stato dato proprio il nome di “Vita” e che perciò si cala pienamente nel
percorso voluto dal presidente della fondazione.
Erano presenti l'assessore Davide Bordoni, la dottoressa Valeria Mangani, vicepresidente di
Altaroma, Edmondo Lucantonio in rappresentanza della onlus residente Viva la Vita, il professor
Emilio Mortilla, presidente dell’Ageing Society, Delia Santalucia Bini, presidente dell'Associazione
A. Bini, la dottoressa Silvia Riccardi Origoni, presidente dell'associazione Ali di Scorta, Nadia
Accetti, presidente di Donnadonna onlus e il professor Pino Capua, presidente della Roma per te
onlus. Tra gli artisti presenti, Laura Adriani, Franca Sebastiani, Tony Binarelli, Roberto Ranelli,
Alessandro Fontana e Ira Fronten. Presenti anche il direttore del Conciliatore nuovo, prof. Mario
Scaffidi Abbate, e il vicepresidente della Norman Academy, Enzo Cortese. La conferenza è stata
moderata dalla giornalista Paola Zanoni.
Libri
Paola Zanoni
Amor Fati
Marcello Veneziani
€18,00
Mondadori
Si può amare il Fato? Il proprio destino? Sì, perché il Fato (dal lat. fari, “dire”, ma anche
“decretare”, “stabilire”) è la volontà di Dio, o più precisamente Dio stesso, che è suprema Legge
di necessità che governa il mondo e l'universo intero. Chi accetta, senza riserve, questa Legge,
compreso il proprio destino, si identifica con essa, cioè con Dio. Visto così il Fato è amore: amor
Fati, amor Dei. Questo è ciò che si ricava dal libro di Marcello Veneziani, il quale guarda appunto il
Fato come oggetto di amore da parte dell'uomo. L'amor fati, amore per il fato, non è fatalismo,
accettazione passiva del proprio destino, un abbandonarsi agli eventi, bensì un sentirli in un modo
così intimo e convinto da identificarsi col Fato stesso, e così liberarsene. Come dice Saul Bellow
della libertà, che è l'altra faccia del Fato: “Sono in altre mani, affrancato da ogni dovere di
decidere, liberato dalla libertà” (L'uomo in bilico).
Ecco una delle più poetiche e significative pagine del libro di Veneziani:
“Proviamo a immaginare fino in fondo il cielo vuoto, l'inesistenza accertata di Dio e del destino; c'è
qualcosa nella nostra mente, fondata sulla capacità di ordinare, stabilire le relazioni e conoscere i
nessi, che si ritrae come davanti all'impossibile per la frantumazione del mondo e dell'essere in
pezzi infiniti e sconnessi. Il destino è l'Intelligenza del mondo e noi siamo nell'intelligenza del
destino o non siamo. Non dunque "credo perché è assurdo", ma "credo perché sarebbe assurdo
pensare il contrario". Un mondo privo di intelligenza è impensabile. Ogni nostro atto, pensiero,
sentimento presuppone una causa e un effetto, un ordine, una sequenza. Cioè presuppone
un'Intelligenza. Senza un'Intelligenza non ci sono il ripetersi del giorno e della notte, il movimento
dei pianeti e delle stelle, il ciclo della vita, l'ordine dell'universo, la sua musica e il suo silenzio.
Non tutto è spiegabile, ma rientra nel segno e nel disegno di un'Intelligenza superiore che cogliamo
nella forma del destino, ma di cui rintracciamo un percorso ordinato, orientato. Dio è il nome
supremo che diamo all'Intelligenza e al suo disegno; o se vogliamo fermarci al suo nome penultimo,
forse più prudente e onnicomprensivo, diremo destino. Taluni si spingeranno oltre l'Intelligenza, a
pensare che Dio esprima un giudizio universale e ad personam, renda giustizia, ed emani Bellezza e
Bontà. Ma non riusciamo a essere al mondo se non presupponiamo l'Intelligenza che collega le cose
e le orienta; cessiamo di essere umani, cioè pensanti e viventi, se neghiamo il senso e
l'intelligenza. Non riusciremmo a fare un solo passo, una sola scelta. Sbagliamo? Non siamo in grado
di pensare il contrario di ciò che ci permette di pensare, non possiamo uscire dalla nostra stessa
mente per giudicare se abbiamo torto o ragione. E allora tanto vale scommettere sull'essere
anziché sul niente, scommettere sull'Intelligenza piuttosto che sul suo rovescio”.
L’albero del Bene - San Francesco teologo cataro
Giuseppe A. Spadaro
€ 24,90
Edizioni Arkeios
Chi contesta la santità di Francesco d'Assisi? Nessuno, tanto meno l'Autore di questo libro, il quale
fa suo il giudizio dei modernisti: l'ortodossia delle credenze non ha nulla a che vedere con la
santità. Nel Medioevo si faceva però gran caso dell'ortodossia, e si finiva sul rogo per un sospetto di
eresia. Non sul rogo si finiva invece agli inizi del Novecento, ma sul libro nero di monsignor
Benigni, sul quale, per sospetto di modernismo, finì anche don Angelo Roncalli, futuro papa
Giovanni XXIII. Non è superfluo ricordare che il Concilio Vaticano II, indetto da quel grande papa,
bandì il concetto stesso di eresia.
Non con l'animus dell'Inquisitore, bensì con quello del ricercatore di verità, Spadaro si mette sulle
orme di san Francesco, ne spia le mosse, ne interroga le intenzioni, ne studia il pensiero e gli
scritti, scoprendovi tracce evidenti della più spirituale delle eresie: il Catarismo. Ma chi erano
questi Catari? L'ignaro lettore si rassicuri: essi non "baciavano il posteriore del gatto, credendo di
vedervi uscire Lucifero", come affermava Alano da Lillà. Grazie al Concilio Vaticano II sui Catari si
è fatta finalmente giustizia, riconoscendoli per quel che credevano di essere: veri cristiani.
Isole controcorrente
Mariateresa Fiumanò
€ 15,00
Edizionianordest (Treviso)
“Chi di noi nella sua esistenza non ha in sé qualcosa di segreto, di tanto intimo da non volere o da
non riuscire ad esternare? Lo scopo della mia professione, che in fondo è lo stesso di questo libro,
consiste nel riuscire a dar prima consistenza e poi ali liberatorie alle voci nascoste degli uomini.
Vorrei che i lettori immaginassero i personaggi, così come li vedo io, naufraghi - prigionieri su isole
solitarie, sparse e sperse nelle correnti e controcorrenti tumultuose della vita, nelle quali molto
spesso non è possibile essere come si desidera e dimostrarlo apertamente agli altri. Isole nelle
quali manca il coraggio di dire chi si è veramente e non esistono molte persone a cui poterlo
rivelare”.
Così Mariateresa Fiumanò spiega il suo rapporto con questo genere di malati a cui manca la
capacità o la volontà di comunicare con gli altri, raccontando il proprio stato. L’Autrice - che è
medico chirurgo specialista in Neurologia - in questo libro si è fatta narratrice di reali storie di
vita di persone affette da vere e proprie patologie neurologiche e/o psichiatriche o da più o meno
complessi disagi esistenziali. Da sempre attratta “dall’aspetto romanzesco non meno che da quello
scientifico” della condizione umana, si è compenetrata nella dimensione psico - sessuale della
personalità e dei comportamenti dei protagonisti, è entrata in relazione significativa con essi, ne
ha assunto le parole e lasciato ampio spazio alle loro citazioni dirette.
Cerco una stella
con gli occhi di cerbiatto
Giacinto Licursi
€ 5,00
Tipolitografica Jonica
Ho conosciuto Giacinto Licursi sui banchi di scuola, quando insegnavo al liceo del Convitto
Nazionale di Roma. Era uno dei “reclusi”, così si chiamavano fra loro i convittori, e portava
impresse sul volto la tristezza e la nostalgia della sua terra natale, la Calabria. Mi faceva molta
tenerezza, tanto più perché mi ricordava il mio breve soggiorno in quella terra quale istitutore al
Convitto Nazionale di Reggio. Alcuni fra i miei convittori (che amavano intrattenersi a conversare
con me) mi davano da leggere le loro poesie, chiedendomi consigli. Di loro mi sono rimasti impressi
alcuni versi, che spesso mi martellano all’improvviso nella testa. Di quei convittori voglio qui
ricordare Franco Mosino, che oggi è uno dei più apprezzati professori di latino e greco e collabora a
questa rivista. E dei miei alunni di Roma, che pure mi davano da leggere i loro versi, ricordo
Giovanna Curone, anch’essa, oggi, apprezzata insegnante, di cui conservo ancora alcune poesie. La
vita è piena di sorprese. Come questo volumetto di Giacinto Licursi, per il quale cedo la parola a
Franco De Marco, di cui riporto un brano dalla Prefazione. (Mario Scaffidi Abbate)
“Giacinto Licursi, come tutti i dannati della terra, con i versi di questa sua prima silloge, inizia la
sua traversata sul vascello fantasma che naviga da sempre su sentieri d'acqua che s'incontrano,
s'aggrovigliano, si sciolgono, s'insinuano tra alghe e coralli, nei segreti di montagne sottomarine e
nei misteri degli abissi, ritornando a vedere il sole nudo ogni mattina, a piangere lacrime impotenti
di fronte all'agonia di paesi e città, a seguire con occhi sgomenti l’eterno morire degli uomini, per
riprendere subito il suo viaggio sul vascello fantasma, navigante smemorato, che va senza bussola
alla ricerca di un sogno perduto, troppo bello perché possa diventare carne palpitante e sangue
rosso, appena intravisto tra una processione di scheletri nel buio fitto tagliato in sincopi di lampi e
una teoria infinita di impiccati, appesi ai pali della luce piantati intorno al ventre del pianeta. La
partenza dal molo di Giacinto Licursi è un addio ad una terra statica, vecchia e rugosa, snervata
dalla fatica di vivere; è l'inizio di un viaggio libero in un mondo equoreo, giovane e vergine, ed
egli, finalmente, non appartiene più neppure a se stesso: egli è vento, impalpabile e invisibile,
misterioso e fatto di niente, ma libero appunto come i poeti veri; e, come i poeti veri, dolcissimo e
capriccioso, tenero e violento. Capitano senza ciurma, sul vascello fantasma che appare e
scompare nelle inquietudini delle onde, ora è anch’egli fantasma, ingoiato dal silenzio e dal vuoto.
Ci vorrà la magia di una penna straordinaria, come quella di un grande scrittore naturalista
francese in odore di pazzia (come pazzo, del resto, è il poeta per l'umanità piatta e bacchettona)
come Guy De Maupassant per entrare, con sole tre righe, fin negli anfratti più nascosti di una
condizione umana così eterea ed evanescente di fronte al viaggio degli spiriti eletti… E' attraverso
il velo trasparente di questa metafora della vita dei poeti che va letto il viaggio di Giacinto Licursi
nel vasto oceano della letteratura contemporanea. Perché egli non è il poeta che pratica i sentieri
dello stereotipo tutto calabrese dell'eterno lutto di una contrada miserabile del profondo sud
geografico e umano, sibbene il poeta nuovo che, libero e ribelle, esce e fugge dalla processione di
scheletri impazziti che corrono a perdifiato sulle strade larghe di città e metropoli del mondo verso
un traguardo dove non ci saranno spettatori ad applaudirlo.
"Cerco una stella /con gli occhi di cerbiatto, /cerco /un vecchio Dio che guarda / l'orizzonte e il
tramonto./Verrà la danzatrice con la lunga falce”.
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