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AREA
147.600 km2
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APPARTENENZA RELIGIOSA
Musulmani 89,8%
Induisti 9,1%
Buddisti 0,5%
Cristiani 0,2%
Religioni tradizionali 0,4%
POPOLAZIONE RIFUGIATI (interni*) RIFUGIATI (esterni**) SFOLLATI
152.518.000
231.138
9.545
-----
*Rifugiati stranieri che vivono in questo Paese **Cittadini di questo Paese rifugiati all’estero
L’islam è la religione di Stato, ma il Governo garantisce pari diritti e piena libertà
di culto ai cittadini di altre confessioni religiose in base all’art. 2 della Costituzione, emendato nel 2011 per ripristinare, almeno in parte, lo spirito della prima Costituzione del 1972 che aveva nella laicità, nel nazionalismo, nella democrazia e
nel socialismo, i suoi quattro principi fondamentali.
Anche se non direttamente favorevole alla Shari’a, il Primo Ministro, Sheikh Hasina, ha mantenuto alcune delle modifiche introdotte dal governo militare tra il
1979 e il 1990. Oltre al riconoscimento della natura confessionale del Paese, nel
testo si ritrovano anche l’intestazione Bi-smi ‘llāhi al-Rahmāni al-Rahīmi [In nome
di Dio, il Compassionevole, il Misericordioso] e il riconoscimento dei Partiti politici
a carattere religioso, i quali possono così essere rappresentati in Parlamento1.
Sebbene il Bangladesh sia uno dei Paesi musulmani più aperti al mondo, il predominio culturale e sociale dell’islam ha importanti ricadute nella società, in particolare riguardo alle conversioni religiose (che avvengono per lo più a beneficio di
confessioni cristiane). Ammesse in teoria, in pratica esse subiscono forti restrizioni imposte dalla comunità islamica da cui proviene chi desidera convertirsi. La
legge dispone, infatti, che egli debba presentarsi davanti a un notaio con una documento debitamente firmato, in cui dichiara di aver cambiato fede religiosa per
motivi personali, che non ha ricevuto pressioni in questo senso e che la sua scelta è avvenuta liberamente. Se a convertirsi a un’altra religione è un cristiano, un
buddista o un induista, la presentazione di tale documento è, nella maggior parte
dei casi, una semplice formalità, ma, qualora il convertito sia un musulmano, non
è raro che il notaio opponga resistenza e – sebbene sia illegale – arrivi a rifiutare
la registrazione dell’Atto formale2.
Negli ultimi anni, le violazioni al diritto sulla libertà religiosa sembrano essere diminuite, perché, normalmente, quando cristiani, induisti e buddisti – e i loro luoghi
di culto – sono vittime di attacchi, è per questioni personali, come dispute per ter1 2 AsiaNews, 8 giugno 2011
AsiaNews, 30 marzo 2012
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reni o questioni in cui la religione ha un’incidenza marginale. Quasi sempre, infatti, esse vedono contrapposti membri della maggioranza bengalese musulmana a
membri di comunità tribali o di altri gruppi etnici, il più delle volte appartenenti a
minoranze religiose. Per i cristiani, la zona più “critica” è quella collinare di Chittagong Hill Tracts che si trova nel sud-est del Paese; da vari anni, infatti, essa è protagonista di una campagna contro le conversioni al cristianesimo, condotta da
musulmani ultra-radicali che accusano i missionari di proselitismo e conversioni
forzate, volte a creare una regione a maggioranza cristiana.
È necessario evidenziare però che, dall’inizio del 2013, sta riemergendo il fondamentalismo isla mico dopo un periodo dominato dal pensiero laico. Complice “involontario” di questa rinascita, è il Governo di Sheikh Hasina e della Lega Awami,
attualmente in carica. Durante l’ultima campagna elettorale, il Primo ministro aveva promesso l’istituzione di un Tribunale penale internazionale (ICT) per processare e condannare i responsabili di crimini commessi durante la Guerra di Liberazione del 1971. Le Corti convenute sotto l’egida del Tribunale hanno intentato
processi contro tutti i principali leader del Partito fondamentalista islamico Jamaat-e-Islami e contro alcuni membri del Partito nazionalista (PNB) che è anche
il principale partito dell’opposizione. Nonostante i pochi dubbi riguardo la colpevolezza degli imputati, il Jamaat ha subito definito i processi come «politicizzati»,
accusando la Lega Awami di strumentalizzarli a fini politici. Al contempo, il Partito
islamista ha lanciato, in segno di protesta, il primo di una lunga serie di scioperi
generali: all’annuncio di ogni verdetto, ne veniva indetto uno e tutti sono sfociati
in atti di violenza che, in un anno, hanno causato oltre 250 morti.
Questi scioperi hanno prodotto, sostanzialmente, tre conseguenze: la prima è
stata che la Jamaat ha consolidato e aumentato i suoi consensi; la seconda che
le minoranze religiose – soprattutto, induisti e buddisti – sono tornate nel mirino
dei fondamentalisti islamici; la terza che nuovi gruppi radicali sono stati prodotti
dalle numerose madrasse diffuse in tutto il Paese.
L’Hefajat-e-Islam [protettori dell’islam] è un’organizzazione marcatamente estremista. Il 6 aprile 2013 i suoi sostenitori hanno invaso le piazze in varie città, presentando un Programma di 13 punti, a loro dire imprescindibili in un Paese islamico. Tra di essi, si possono richiamare 1) quello che vuole fondare la Costituzione sulla Shari’a, 2) l’introduzione di una legge contro la blasfemia (che preveda
anche la pena di morte per chiunque insulti Allah, Maometto o l’islam), 3) la dichiarazione ufficiale che riconosca gli ahmadi3 come non-musulmani, 4) la cessazione di tutte le attività “anti-islamiche” da parte delle ONG presenti nel Paese,
compresi i «perfidi tentativi» di conversione messi in atto dai missionari. In un’intervista alla Bangladesh Broadcasting News, il Primo ministro ha replicato ad alcune di queste richieste, affermando che «il Bangladesh non ha bisogno di leggi
contro la blasfemia» e confermando il carattere «laico» della sua democrazia.
Gli ahmadi sono considerati eretici dai musulmani sunniti (maggioritari nel Paese) perché
non considerano Maometto come l’ultimo profeta.
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Il 5 maggio 2013 gli estremisti sono nuovamente scesi in piazza a Dhaka e, dopo
essersi radunati nel centro della città, hanno scatenato una vera e propria guerriglia contro le forze dell’ordine, a colpi di machete, bastoni e pietre. Gli scontri sono stati tra i più sanguinosi dell’anno e, soltanto quel giorno, hanno fatto registrare oltre 50 morti.
Gli attacchi diretti contro cristiani e cattolici sono rari e – come già evidenziato –
sono spesso legati a dispute riguardo ai terreni, alle quali si sommano pregiudizi
etnico-sociali e discriminazioni a carattere religioso. In altri casi, è la conversione
di un musulmano che scatena l’ira della sua comunità religiosa d’origine, sebbene essa sia un diritto riconosciuto dalla legge. Un caso di rilievo riguarda un eximam la cui storia è emersa, in forma anonima, soltanto nel 2012. In visita all’estero, l’uomo era diventato presbiteriano; poi, dopo aver sposato una donna cattolica, aveva deciso di abbracciare la fede di sua moglie. Quando i due coniugi
sono tornati in Bangladesh, alcuni musulmani lo hanno picchiato selvaggiamente,
riducendolo in fin di vita; dopo essere stato dimesso dall’ospedale, lui e la sua famiglia hanno subito un forte ostracismo sociale e, rimasto disoccupato, il convertito ha dovuto più volte trasferire la propria residenza4.
Il 6 giugno 2013 una gruppo di circa 60 persone ha assaltato il seminario di Jisu
Niloy a Bolakipur, nella diocesi di Dinajpur, ferendone il rettore, padre Uzzal, e alcuni studenti. Gli estremisti islamici hanno esordito aggredendo il sacerdote, dopo averlo intrappolato nella sua stanza e poi hanno colpito i seminaristi presenti.
Poche settimane prima, gli stessi estremisti avevano saccheggiato i vicini villaggi
tribali di Tivipara e Bagjia, a maggioranza cattolica, minacciandone gli abitanti5.
Ha provocato sdegno la scoperta nel settembre 2012 di un racket criminale che
operava rapimenti e traffico di bambini cristiani di etnia tribale Tripura, al fine di
costringerli a convertirsi all’islam. I trafficanti si sarebbero serviti di intermediari
della medesima etnia con il pretesto di offrire ai genitori la possibilità di far ospitare i loro figli in “ostelli” che in realtà non esistevano. Gli stessi hanno ingannato i
genitori, intascato le rette del convitto e trasferito i bambini in scuole coraniche
operanti in varie zone del Paese. Secondo fonti cattoliche locali – che, per motivi
di sicurezza, hanno chiesto l’anonimato – è probabile che il numero di bambini
cristiani vittime di questa operazione, raggiunga le centinaia6.
L’ostilità dei gruppi fondamentalisti islamici si è espressa soprattutto nei confronti della comunità induista. Ciò è dovuto a tre motivi: la tradizione storica (partizione e Guerra di Liberazione7), il fatto che gli induisti siano la più grande minoranza
del Paese e, infine, quello che molti testimoni contro imputati a processo per cri-
AsiaNews, 3 aprile 2012
AsiaNews, 7 giugno 2013
6 AsiaNews, 6 settembre 2012
7 AsiaNews, 8 marzo 2013
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mini commessi durante la guerra, erano induisti8. Le più gravi violenze anti-induiste sono avvenute dopo le prime condanne per crimini di guerra, emesse tra il
febbraio e il marzo 2013. A Khulna, città nel Sud-Ovest, numerosi attivisti del Jamaat-Shibir (l’ala “giovane” del Partito islamista) e del PNB, hanno attaccato Dhopapara, uno dei quartieri poveri della città, abitato in prevalenza da induisti. Nel
corso dell’attacco, otto case sono state date alle fiamme, 10 negozi sono stati
saccheggiati e alcune donne e ragazze hanno subito aggressioni. Nel villaggio di
Aditmari, distretto settentrionale di Lalmonirhat, un gruppo di fondamentalisti islamici è entrato a forza nel tempio induista di Sree Shoshan Kali Mandir, dedicato
alla dea Kali, distruggendo tra l’altro alcune statue a lei dedicate. Incidenti analoghi sono stati segnalati nei templi induisti dei villaggi di Lakhirpar e di Satkania.
Una delle conseguenze di questo clima teso – anche se non direttamente imputabile alla violenza politica – è stato il pogrom anti-induista del 15 novembre 2013
nel villaggio di Charaicha. Circa un migliaio di musulmani ha attaccato di notte il
quartiere induista, incendiando oltre 15 case e picchiando selvaggiamente chi
cercava di fermarli. Secondo la polizia, sarebbe stata la morte di un giovane musulmano, Parvez Gazi, avvenuta due giorni prima in circostanze poco chiare, ad
aver scatenato la folla inferocita. Durante una partita a badminton con il fratello e
due amici, il giovane aveva avuto un alterco con due coetanei induisti; cominciata con degli insulti, la lite era diventata violenta e Parvez era stato accoltellato a
morte. Gli altri tre giovani musulmani erano stati trasportati al Dhaka Medical College, dove avevano raccontato l’accaduto ai familiari. Appena diffusasi la notizia,
i musulmani del villaggio avevano scatenato il pogrom.
Anche se non si dispongono di dati precisi, si stima che circa 1,5 milioni di civili siano morti e 200.000 donne violentate durante la Guerra di Liberazione del 1971, soprattutto induisti.
Anche tra i rifugiati del Bangladesh in India il 60% era composto da induisti.
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