Zanclea nella villa dei misteri di Pompei antica

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Zanclea nella villa dei misteri di Pompei antica
NICOLA GLIELMI
ZANCLEA NELLA VILLA DEI MISTERI
DI POMPEI ANTICA
IL GRANDE DIPINTO DIONISIACO
Prima edizione
Nicola Glielmi – “Zanclea nella Villa dei Misteri di Pompei antica”,
Tommaso Marotta Editore – Napoli, 2000
ZANCLEA NELLA CORRENTE
di Valerio Evangelisti
Uno scritto di Nicola Glielmi, si tratti di un saggio scientifico, di
una memoria, di una creazione letteraria, è sempre per il lettore
un'esperienza sorprendente. Lo è perché vi ritrova un flusso vitale che
la società odierna ignora, condanna o nasconde. Qualcosa di
estremamente scandaloso, e anche di inquietante, agli occhi dei
fantocci irrigiditi che siamo divenuti, e che diveniamo ogni giorno di
più.
L'energia vitale è il segreto di Nicola Glielmi: come uomo, come
scienziato, come scrittore. Difficile, per chi ha avuto la fortuna di
incontrarlo, dimenticare la vivacità del suo sguardo, il vigore della
parlata, la fluidità nel gestire, il tutto condito da una sorta di malizia
infantile che nulla ha di cattivo e di ombroso.
Semplici doti umane? Non solo questo. Nicola Glielmi ha avuto il
privilegio di toccare, attraverso un'esperienza culturale, professionale
e di vita assolutamente esemplare, le grandi correnti segrete a cui
aveva avuto accesso il suo maestro, Wilhelm Reich. Quei torrenti
impetuosi di energia che fanno di agglomerati di cellule creature di
carne animata, e che reggono i meccanismi dell'affinità,
dell'attrazione, della perpetuazione della specie.
Freud, nella sua scontrosa genialità, aveva avuto l'intuizione
dell'esistenza di quelle correnti, ma si era limitato ad immergervi il
dito. Lo aveva ritratto subito, turbato, e alla sua scoperta aveva
assegnato poco più di un nome: libido.
Ma cos'era la libido? Reich non si accontentava di una definizione
priva di contenuto. Scavò fino a trovare il fiume nascosto, ed ebbe
la sorpresa di scoprire che si trattava di un oceano: tanto vasto da ricoprire per intero l'esistente, e tanto tumultuoso da agitarne le forme
organiche in tutte le loro manifestazioni.
La libido divenne, più appropriatamente, l'energia orgonica. I due
termini ebbero sorte diversa, e tuttavia egualmente tragica. L'Orgone
fu ignorato; la libido divenne una sorta di parolaccia, rimanendo
confinata, nel lessico comune, a un aggettivo - "libidinoso" - carico di
risonanze negative.
Per fortuna, la grande scoperta di Reich non fu abbandonata, ed
ebbe, e ha tuttora, appassionati cultori. Tra i primi in Italia vi fu
Nicola Glielmi, psicoterapeuta, psichiatra, direttore di importanti
servizi per l'igiene mentale. La sua carriera nell'ufficialità, sempre
tormentata, finì con un odioso trabocchetto, che espulse dal grigio
sistema psichiatrico italiano l'unica fiammella di pensiero reichiano
che vi si era insediata.
Ma, da un certo punto vi vista, fu meglio così. Libero da vincoli
amministrativi e da impegni secondari, Nicola Glielmi può ora esporre
come meglio gli aggrada i fermenti del proprio pensiero. Il libro che il
lettore ha tra le mani è appunto una manifestazione di questa ritrovata
libertà.
Opera singolare, e tuttavia affascinante. Se la vitalità sessuale è
negata o pervertita da tutto il modo di vivere attuale, Glielmi la va a
ricercare nel mondo antico, quando minori erano i vincoli alla sua
espressione. Si inizia così con l'esplorazione, in compagnia del più
dotto dei maestri, della pompeiana Villa dei Misteri, in cui
rintracciamo, sugli affreschi raffiguranti l'iniziazione di una fanciulla,
costanti universali dei processi di vita, inquadrati in rigorose
proporzioni geometriche altrettanto universali: due forme di eternità,
anzi, una sola.
Poi la descrizione si fa poema, ed è qui che la vita balza davvero in
primo piano. Ciò che Glielmi era costretto a "raffreddare" nelle sue
pubblicazioni scientifiche, per obbedire a canoni accademici, diviene
impressione, profumo, colore: diviene la verità che solo la letteratura
può cogliere nella sua pienezza.
Le pagine poetiche di Glielmi sono di una evidenza e di una
ricchezza che stupisce. Di ogni immagine è fornita l'intera gamma
delle sensazioni: tutti e cinque i sensi sono all'opera, e sono sollecitati
nel lettore. Non vi è mai una descrizione abborracciata, epidermica,
incompleta. Ogni atmosfera è descritta nella completezza dei suoi
‐ 6 ‐ elementi, in modo che chi legge la possa fare interamente sua, la possa
vivere.
Vivere, appunto. Perché è questo il tema che Glielmi tratta: la vita,
colta nella ricchezza più profonda. Così un frutto, un cibo, un rito qualunque cosa egli descriva - ha una profondità di dimensioni che
l'immerge nel flusso energetico vitale. In ciò l'autore è coerentissimo
con la visione scientifica che ha sempre coltivato; solo, la modella in
modo che acquisti immediata evidenza, tangibile concretezza.
Così la poesia si fa tesi, e la tesi poesia. Emisfero sinistro ed
emisfero destro - razionalità ed emozione - operano congiuntamente.
Pian piano, ci si accorge di avere a che fare con una vera e propria
cosmogonia, cui l'autore aggiunge, senza soluzione di continuità,
riflessioni sulla propria visione del mondo. Alla fine, non è troppo
difficile scoprire che Nicola Glielmi ed energia vitale fanno tutt'uno,
che il primo è una scintilla della seconda. Ora, il movente di ogni
scintilla è palese: attizzare un incendio. Non per fare fuoco, ma per
fare luce.
Braccato da grumi di carne morta e malata, Nicola Glielmi non ha
rinunciato alla propria missione.
L'iniziazione di Zanclea, dolorosa sì ma anche fonte di vita e di
piacere, è il rimedio che egli vede al dilagare della peste emozionale,
di cui soffrono coloro che vorrebbero seppellire per sempre le correnti
eterne e universali dell'energia vitale.
Non ci riusciranno. Confido - e Glielmi confida - che altre giovani
Zanclee siano condotte, emozionate e titubanti, alla scoperta
inebriante della vita e che, varcata quella soglia, continuino ad
assaporarne i frutti.
Un tempo era cerimonia pubblica; oggi è lavorio da iniziati. Ma
finché vi saranno maestri intelligenti e profondi come Nicola Glielmi,
il fiume sotterraneo scoperto da Wilhelm Reich troverà coraggiosi
disposti a immergersi nelle sue acque, così fresche e corroboranti.
Fino a quando il suo corso non sfocerà alla luce del sole, e sarà
ricchezza per tutti.
‐ 7 ‐ Fig. 1 - Scultura di Dioniso dell’ateniese Fidia, dal frontone orientale del Partenone
447-433 a.C., British Museum, Londra.
‐ 8 ‐ PROLOGO
Esiste Dio? Non ho nessuna prova della sua esistenza.
Ma se proprio debbo credere che esista, penso che Dio sia
l’AZZURRO dei cieli e dei mari come qualità infinita, impalpabile e
tuttavia reale e forse eterna che sta lì a darti la vita senza la volontà di
darti qualcosa, altrimenti non sarebbe più Dio; senza chiederti in cambio
preghiere, odori d’incenso e d’interiora bruciate; senza alcuna pretesa di
averti dato la vita e senza gloriarsene; senza neppure sapere di averti dato
la vita, perché altrimenti non sarebbe più Dio.
Pertanto, solo l’Energia Orgonica che ha formato le galassie, le stelle,
il sole, la luna, la terra e la Vita su di essa, potrebbe essere Dio. E solo
Dioniso, l’ambiguo dio greco, il dio dell’energia vitale, della
vegetazione, del vino e dell’amore potrebbe essere la manifestazione di
Dio, un Dio che è Vita, la Vita che è Amore.
Se poi Dio dovesse essere come Michelangelo lo ha raffigurato nella
cappella Sistina, penso che non avrebbe potuto non mandare sulla terra
altri che suo figlio, nella più alta funzione dell’Energia Vitale, così come
l’umanità lo ha sempre desiderato ed agognato, in tutto simile e uguale a
Dioniso, dispensatore di gioia, unico fra tutti gli Dei della Grecia ad
essere figlio di un Dio e di una vergine donna.
Ma il Liberatore, come lo fu già Dioniso, ogni giorno è fatto a pezzi e
mangiato. Ciò aumenta nell’uomo a dismisura quella colpa per la quale
era salito sulla croce, promettendo vanamente una vita eterna in cambio
di quella terrena. Da qui il dolore per l’olocausto che è, invece,
godimento, chiamato pietà, nell’attesa del prossimo olocausto per espiare
la colpa nel vile corpo del disgraziato.
La vita sessuale, repressa perché rende liberi sovvertendo l’ordine e le
gerarchie, predicata come colpa, aggrava la disfunzione dei fenomeni
vitali in tutte le persone credenti nel peccato di Eva. La colpa non
risparmia le persone, giunte a considerare, in età matura, la creazione di
Eva dalla costola di Adamo come un complesso edipico rovesciato,
perché non se trovasse più traccia. Gli atei non hanno potuto evitare,
bambini e puberi, che il germe nefasto della colpa crescesse in loro
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rigogliosamente come negli altri. Caratterialmente non sono diversi dai
credenti.
La trasfigurazione di Gesù presentata come un fatto reale al bimbo,
cresce nella sua mente come un virus che si mostrerà resistente alle
terapie iniziate da Flemming, anche quando si scoprirà che Raffaello, ha
rappresentato, senza saperlo, l’allucinazione dell’epilettico.
I Greci per i furti pregavano Ermes, il dio dei ladri, ma per la fede in
Teti, che presiedeva alla Giustizia, scuoiavano vivo il giudice corrotto e
della sua pelle rivestivano lo scranno sul quale sedeva il figlio che gli
succedeva nell’ufficio.
Questi pensieri hanno guidato il mio lavoro e stimolato l’interesse per
Villa dei Misteri in Pompei antica.
Ho fissato nella dimensione di un presente perenne fatti e personaggi
di epoche diverse, sembrandomi che l’uomo caratterialmente fosse
cambiato poco.
Ha cambiato in peggio la sua Vita per la massiccia e potente idea del
peccato, sulla quale hanno prosperato da sempre le religioni.
Dopo questo prologo affido “Zanclea nella Villa dei Misteri” con più
fiducia al lettore perché saprà fin dall’inizio che cosa potrà trovarvi.
Mi auguro che egli riviva il piacere che io ho provato nello scrivere
questo libro e nel modo in cui è stato realizzato per esprimere emozioni,
descrivere ambienti, esporre concetti scientifici.
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SOTTO LA TORRE SARACENA
(Arenzano, Luglio 1976)
Se avessi tempo per dolcissimi giorni sibariti,
vorrei abbandonarmi, per mio sommo diletto,
a vivere gli amori di Dafne e Cloe.
Ma dovrò accontentarmi di un weekend
arenzanese, standomene in jeans sdraiato
sul muretto della Chiesa del primo
o secondo vero Bambin Gesù di Praga,
a godermi, noiosamente, la brezza marina,
mentre in qualche parte della penisola,
il termometro segna trentotto gradi centigradi
e le pecore e le vacche muoiono di sete.
O dovrò starmene cento metri più sopra,
coricato sull’erba, ai piedi della torre saracena
abbracciato alla mia donna.
Per gli evoé del Ditirambo!
Sono sotto la torre saracena e mi trovo
fra le mani l’immagine di una pittura
pompeiana della casa dei misteri.
Questo dio della follia! Comincia
proprio a infastidirmi. Eppure, non gli sono
molto devoto, essendo io piuttosto astemio.
Ma sarà meglio accontentarlo,
o mi si farà innanzi racchiuso
in una bottiglia d’Aglianico del Vulture
o di Amarone color granato della Valpolexèla,
e in quelle vesti mi farà paura,
risultandomi, poi, assai sgradito…
Preferisco che venga a me
vestito da pastore con una pelle
di capro, o da mietitore.
Ringraziamo il dio per il suo ventilabro
e rimandiamo altre fantasie.
Da Lui ispirati chiudiamo gli occhi,
tendendo l’orecchio
al linguaggio dell’immaginazione:
li apriremo a Villa dei Misteri in Pompei.
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Fig. 2 - Thiasos dionisiaco (Dioniso e Arianna tra due satiri).
Anfora attica a figure nere
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, Roma
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LA SAGGEZZA DI ZEUS
Paura e terrore tra le genti!
I cristiani annunziavano prossima la fine del mondo per i peccati degli
uomini.
Segni premonitori erano stati un terremoto che aveva colpito le città
intorno a Monte Somma e la distruzione di Gerusalemme per mano di
Tito. Poi di nuovo era toccato a Pompei, Ercolano e Stabia nelle quali il
vizio e la lussuria da gran tempo avevano il sopravvento sulla castità e la
verginità delle fanciulle: città peccatrici nelle quali gli uomini, come in
tutto l’Impero, avevano alzato templi agli Dei bugiardi.
Non s’era trovato, nelle tre città, un solo uomo giusto da salvare.
Jahvé aveva fatto traboccare il Vesuvio.
La prova più significativa dell’ira di Jahvé era costituita non tanto dal
male oscuro col suo virus sinciziale che a Napoli falcidiava bambini a
decine, a causa della legge sull’ aborto e sul divorzio, e non tanto
dall’AIDS il cui virus incontrollabile poteva essere una chiara prova
dell’epifania del dio fra gli uomini per la incipiente rivoluzione sessuale
reichiana contrastata perfino dai comunisti, quanto dal fatto che era stato
colpito a distanza, sulla spiaggia di Stabia, quel ficcanaso di Plinio, il
vecchio, scienziato ateo che voleva vederci chiaro in quella faccenda e si
era portato per mare da Miseno in quella apocalisse di fuoco, macigni
incandescenti, fumo, lapilli e fiumi di lava. Era stato punito, come già
Empedocle sull’Etna, per la sua incredulità e per il suo orgoglio, l’antico
peccato di Adamo: il desiderio della conoscenza.
Jahvé, disgustato dalle opere degli umani si era ritirato nel suo cielo
del Silenzio.
La verità, invece, è che Zeus, irritato per le nefandezze che gli uomini
avrebbero commesso contro la VITA con milioni di aborti dentro e fuori
i sacri recinti, per la pedofilia imperante, per i divorzi a pagamento, per
le uccisioni dei bambini, per le stragi etniche e per tutti i delitti contro
l’Umanità e contro la Natura, pregò suo figlio Vulcano di coprire con
una coltre di cenere Pompei, Ercolano e Stabia affinché gli uomini, nel
momento del maggior bisogno, riscoprissero il mondo vivo e razionale
governato dalle sue sante leggi.
Zeus, sentite le Parche, aveva appreso che i suoi massimi sacerdoti, i
FILOSOFI, sarebbero stati ridicolizzati e scherniti e che il pensiero
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funzionale e razionale sarebbe stato sostituito con quello mistico e
meccanicistico.
I masturbatori dialettici, quelli che spingono il seme in vescica, o
quelli che praticano l’amplesso con eiaculazione retrograda in vescica, o
il coitus interruptus, fanno per ogni avvenimento un esercizio di frivola e
sterile retorica, secondo la doppia morale derivata dalla loro pratica
sessuale nella convinzione, inviando il seme in vescica, di non peccare
come Onan che spargeva il suo seme per terra per non ingravidare la
moglie di suo fratello.
Costoro incapaci di un pensiero onesto, così come d’un appagante
orgasmo naturale, definiscono “epicureo”, con dispregio, ogni seguace
del grande Maestro, iniziatore di un pensiero funzionale naturale,
austero, che si cibava di pane e cacio ricevuto dalla madre. Cosi
chiamano “reichiano”, con dissacrazione del suo lavoro, lo studioso
affascinato da Wilhelm Reich per avere Egli detto che “l’Amore, il
Lavoro e la Conoscenza sono le fonti della nostra vita e dovrebbero
anche governarla”, come da tempo ordinava Zeus dall’Olimpo.
Alla sapienza di Zeus si deve il fatto che Villa dei Misteri fosse
scoperta soltanto nel secolo della bomba atomica e non prima, altrimenti
gli uomini malvagi, bugiardi e ladri, che contaminano la Medea di
Euripide con l’apparizione della Vergine Maria, e che a Siracusa, la città
di Zanclea, avevano derubato il tempio a Minerva, avrebbero trasformato
il tirso di Dioniso nella Croce del Buon Pastore; da Arianna e Dioniso
avrebbero ricavato la deposizione del Cristo e dopo d’aver contaminato e
deturpato il tutto, come nelle tombe etrusche di Tarquinia, cancellando i
peccaminosi membri virili, avrebbero preteso di dire che le pitture
pompeiane rappresentano le tentazioni di Santo Antonio abate
d’Eracleopoli, con donne, animali e demoni emergenti dalle rosse
fiamme dello inferno.
Zeus per la terza volta ha salvato suo figlio Dioniso.
Gloria alla saggezza di Zeus
per aver conservato
sotto una coltre di cenere
gli affreschi pompeiani
quale esempio pittorico
del pensiero funzionale
razionale
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DIONISO
Le pitture e gli oggetti rinvenuti a Pompei attestano una larga
diffusione del culto misterico di Dioniso. Alle severe scene di iniziazione
dipinte sulle pareti di Villa dei Misteri, fanno da contrappunto
rappresentazioni di incontri amorosi, di orge e di baccanali che si
svolgono nei boschi.
Un mito racconta che Dioniso fosse figlio di Zeus e di Demetra, sua
sorella. Un altro che fosse figlio di Zeus e di Persefone.
Zeus, innamoratosi di sua figlia, che era stata nascosta in una grotta da
Demetra, si tramutò in serpente e la raggiunse mentre era intenta a
tessere. La fecondò, e la fanciulla partorì due bambini, Zagreo e Dioniso.
Nel mito dove Dioniso era figlio di Zeus e Demetra, il Dio venne fatto
a pezzi dai Titani istigati dalla gelosa Hera, moglie di Zeus. Ma, Demetra
riattaccò insieme le membra del figlio e portò il cuore a Zeus che lo
ingoiò.
Esiodo racconta che Zeus dopo aver mangiato il suo cuore si accoppiò
con Semele e nacque Dioniso, il “nato due volte”.
“Semele figlia di Cadmo,
generò un fulgido figlio
congiunta a Zeus in amore,
Dioniso datore di gioia,
figlio immortale di madre mortale”.
(Esiodo, Teogonia, vv. 904, trad. E. Romagnoli, Zanichelli Edit., Bologna)
Hera scoperta la relazione dei due amanti e appreso che Semele
avrebbe avuto un figlio, colpita dalla gelosia decise di vendicarsi e ispirò
nelle tre sorelle di Semele invidia perché, nonostante questa fosse
nubile, poteva vantare di avere un amante e di essere gravida, al
confronto delle sorelle maggiori, ancora nubili. Evidentemente erano
brutte. Semele subì le beffe di Agave, Ino e Autonoe, le quali criticavano
non solo che fosse incinta, ma anche che il padre del bambino non si
fosse ancora dichiarato.
La stessa Hera si trasformò in Beroe, nutrice di Semele, e la convinse
a chiedere a Zeus di apparirle come Dio e non come mortale. Zeus non
voleva, ma Semele insistette e il Dio, che le aveva promesso di
accontentare ogni sua richiesta, si trasformò e Semele morì folgorata dal
fulmine.
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Zeus riuscì a salvare il bambino che Semele aveva in grembo e nascose il
piccolo Dioniso nella sua coscia.
“Bromio Dioniso
nume e figlio di nume
… Bromio cui fra l’angoscia
fatal del parto, al guizzo della folgore,
anche immaturo Semele
diè a luce; e lei strusse la fiamma in cenere,
ed esalò lo spirito.
Ed in novello genitale talamo
Zeus l’accolse, e nella propria scapola
lo chiuse, ove con fibule
d’oro lo assicurava per nasconderlo
ad Era; il dì che volle, un nume nacque”.
(Euripide, Le baccanti vv. 88 e segg., trad. E. Romagnoli, Zanichelli, Bologna).
Fig. 3 – Particolare di vaso attico con la nascita di Dioniso dalla coscia di Zeus
Dopo la nascita Dioniso è affidato ai nonni, Armonia e Cadmo, e
allattato dalla zia Ino, detta anche Leucotea. Intanto Agave, sorella di
Ino, dà alla luce Penteo, che sarà re di Tebe.
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Hera, furente, fece impazzire Armonia e Cadmo e il piccolo venne
affidato prima ad Ermete e quindi a Sileno. Diventato adulto e resosi
conto che nessuno credeva alle sue origini divine, lasciò la Grecia e
vagabondò per l'Asia dove imparò ad affinare i suoi poteri alla scuola di
Sileno.
Euripde ne “Le Baccanti” racconta che Dioniso rientrato a Tebe non fu
riconosciuto come Dio da Penteo, che per tale colpa fu fatto a pezzi e
sbranato dalla madre Agave e dalla zia Ino. Fatte impazzire da Dioniso,
si recarono come baccanti nei boschi e scambiarono Penteo per una
fiera. Agave si presenta a Tebe con le testa del figlio infilzata su un
bastone, convinta di portare come trofeo la testa di un leone.
Fig. 4 - Penteo viene squartato dalle Baccanti. Casa dei Vettii, Pompei, I secolo d. C.
.Dioniso e Arianna
Arianna figlia di Minosse, re di Creta, si innamorò di Teseo quando
egli giunse nell’isola per uccidere il Minotauro, rinchiuso nel labirinto di
Cnosso costruito da Dedalo. Arianna diede a Teseo un gomitolo di lana
per poter segnare la strada percorsa nel labirinto e quindi uscirne
agevolmente. Concepì dall’eroe alcuni figli. Fuggì con lui, ma Teseo la
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fece addormentare per poi abbandonarla sull'isola di Nasso. Il dolore per
l’abbandono di Teseo fu di breve durata perché giunse Dioniso su un
carro tirato da pantere. Se ne innamorò e la sposò.
La religione dionisiaca
Tra le religioni misteriche greche l’orfismo fu il più importante. Prese
il nome da Orfeo, mitico cantore tracio che avrebbe importato i misteri
orfici in Grecia. L’orfismo era una particolare forma della religione
dionisiaca, religione orgastica ed estatica incentrata sul culto di Dioniso.
Il mistero orfico consisteva nella palingenesi attuata rivivendo la vita,
cioè il mito, di Dioniso
Gli uomini - nati dalle ceneri dei Titani fulminati da Zeus in punizione
della colpa commessa - sono gravati dalla colpa titanica. Ma avendo i
Titani divorato Zagreo, l’uomo porta in sé anche la natura dionisiaca: da
qui il conflitto nell’uomo tra la natura titanica insita nel corpo e la natura
dionisiaca insita nell’anima. L’uomo, pertanto, deve liberarsi dalla colpa
titanica e ricongiungersi con la natura dionisiaca mediante il mistero.
La palingenesi consisteva nel rivivere questo mito, cioè nel morire e
nel rinascere in Zagreo.
Al di fuori della religione misterica, che si svolgeva con grande
segretezza per gli adepti, il Dio dell'estasi e dell'ebbrezza, il Dio
ambiguo, androgino e femmineo, ricoperto con la pelle di un di capro o
di pantera, era festeggiato in primavera e in autunno, alle grandi e alle
piccole Dionisiache con processioni e baccanali. Durante le feste si
facevano anche spettacoli teatrali con la rappresentazione sacra dei miti
degli eroi greci, alla quale presiedeva un sacerdote di Dioniso.
Il nome di tragedia deriva da tragos (capro), la pelle di capretto che
indossava il Dio per sfuggire alla collera di Hera.
L'origine del termine per la prima parte della parola, va messa in
rapporto con “tràgos” (“capro”) e per la seconda con “oidè” (“canto”).
Probabilmente la tragedia è così chiamata, o perché il vincitore della gara
otteneva un capro, come ricompensa (canto per il capro), oppure perché i
coreuti indossavano delle maschere con sembianze caprine (canto dei
capri). In ogni caso la tragedia era legata al culto di Dioniso ed era un
pontificale solenne dionisiaco che facilitava la catarsi nello spettatore.
La concezione dell’uomo diviso in anima e corpo, durerà fino a
Sigmund Freud con i suoi Eros e Tanatos.
Wilhelm Reich dopo secoli di lotte e di guerre nella falsa concezione
del bene contrapposto al male, scoprirà che il corpo e l’anima sono
manifestazione di una medesima energia, l’Orgone.
Il Bene e il Male non sono due Entità metafisiche estranee all’uomo,
ma sono manifestazioni dell’Orgone (Energia vitale - Bene) che se
ristagna, soprattutto per una vigorosa repressione sessuale, nei muscoli,
con la formazione di corazze muscolari, si trasforma in energia letale
detta DOR (il Male).
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V
VILLA
D MIST
DEI
TERI OG
GGI
La Villla è colloccata fuori dell’antica
d
Pompei, a occidente, e guarda
Napoli e il golfo.
Un viaale acciotttolato all’iinterno dellla città anntica, devastata dai
turisti, tagliando peer via Hercculanense, porta nellla Villa, peer l’uscita
dalla citttà, milionii di turistii attraversso una bruutta scala metallica
sospesa sulla rigoglliosa campaagna.
Fig. 5 - Plannimetria della regione suburrbana fuori Po
orta Ercolano tratta da Ameedeo Maiuri,
La Villa dei Misteri, Istituuto Poligraficoo della Stato – libreria delloo Stato, MCM
MLXVII
(quarta ediziione, esemplaare numero CC
CCLXIV)
La stannza di coloore nero, contrassegn
c
nata da Am
medeo Maaiuri come
tablino, con
c rappreesentazionii egizie dii valore pittorico
p
e religioso,
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forse, anche superiore a quello del grande dipinto della stanza di
Dioniso, è stata trasformata in una strada di passaggio. Come uscita
dalla città, è esposta agli insulti della massa dei visitatori che
terminano qui la loro escursione.
Ciò che ha conservato il Vesuvio, l’uomo distrugge!
Un tempo, le persone interessate a visitare la Villa potevano
accedervi percorrendo il moderno viale che dagli antichi misteri
prende il nome e che costeggia le mura della città.
I colori delle immagini del grande dipinto sono rovinate dai flash
dei visitatori che ne vogliono tenere il ricordo.
Fig. 6 – Pianta della Villa d’età augustea e postaugustea tratta da Amedeo Maiuri. Il
triclinium è collocato nella sala di Dioniso (n.5). Il tablinum nella stanza nera ( N. 2). Dal
peristilio si accede con un corridoio (N. 7) ad una grande stanza (oecus N..6).
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Molte sono, ad opera dei vari proprietari, le trasformazioni subite
dalla Villa via via che nel tempo s’ingrandiva ed i locali assumevano
funzioni diverse.
E varie sono le interpretazioni che hanno dato i vari autori che con
passione e competenza hanno studiato la Villa.
Fig. 7 – Pianta della Villa preromana. Amedeo Maiuri in questa colloca il
tablinun nella stanza oscura, e la sala triclinare nell’angolo superiore a sinistra. Per
l’epoca successiva (augustea e postaugustea) colloca il triclinium nella sala di Dioniso (N. 5).
Certamente la stanza del grande dipinto dionisiaco non poteva
essere adibita a triclinium, come scrive Amedeo Maiuri, perché, posta
all’estremo sud-ovest della casa, è troppo distante dalle cucine.
Dagli scavi nessun reperto testimonia la presenza di utensili per un
banchetto nella stanza di Dioniso e in quella attigua, dove Roxani ha
inciso il nome, come segno del suo passaggio (v n.3-4 della Fig.7 di
Maiuri).
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Né il tablinum, poteva essere collocato nella stanza dipinta in nero
con immagini della mitologia egizia (N.2 della fig. 7).
Le ipotesi della sala di Dioniso come triclinium e quella della
stanza nera come tablinum sono da rigettare, per una collocazione dei
locali più funzionale, tanto più che al momento dell’eruzione la Villa
era stata svuotata di mobili e suppellettili per la ristrutturazione.
Le due stanze (N. 2 e N.5 della fig.7) insieme con quella intermedia
rosso scura di Roxani (N. 3-4 della fig.7), dovevano costituire un
complesso di tre stanze adibite alla devozione del Dio Dioniso, così
come vedremo, nei secoli a seguire, cappelle private in palazzi patrizi
e ville signorili, per officiare i riti della religione cristiana.
Vittorio Macchioro colloca il tablino nella grande stanza (oecus 6
delle piante di Maiuri), che da una parte si affaccia sull’atrium
tuscanicum a Nord, da una parte sul piccolo atrio quadrato ad Est,
mentre un corridoio unisce questa stanza con il peristilio (Fig.8).
Fig. 8 - Planimetria tratta da Vittorio Macchioro - La villa dei Misteri in Pompei,
Richter & C. Editori, Napoli. – Il tablino è collocato nell’ oecus 6 della pianta di A. Maiuri.
Credo che si debba rigettare anche l’ipotesi di Vittorio Macchioro.
Nella stanza, oecus 6, non può essere collocato il tablinum ma
piuttosto la sala triclinare.
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Il triclinium
Credo che il triclinium vada collocato nell’oecus 6 (Fig. 6 e 7 di
Maiuri) perché permette al dominus, alla domina e ai figli, che
trovano alloggio nei cubicoli della parte settentrionale (n.12,13,14,15,
16, 18, 19, 20,21,22, delle fig. 6 e 7), di accedervi facilmente con una
porta dall’atrium tusculanum.
Fig. 9 – Particolare della fig. 7 di Maiuri - Zona notte padronale a settentrione
dell’Atrium - sala triclinare (oecus 6) - quartiere degli ospiti (atriolum tetrastilon) nella
parte alta a destra della figura.
Al triclinium qui collocato si può accedere anche dal perystilium
attraverso un corridoio (Fig. 6 di Maiuri). Il corridoio doveva essere
usato dalla servitù che portava le pietanze dalle cucine al triclinium
attraversando il peryistilium e le bevande fresche dalla cripta sistemata
nel peristilio.
Anche il dominus, accompagnato da un eventuale ospite, poteva
accedere, attraverso il medesimo corridoio, dal perystilium al
triclinium, e non attraverso l’atrium tuscanicum, (la parte più intima e
riservata della casa destinata alla notte, per non esporre alla vista
dell’ospite i familiari che nell’atrium potevano trattenersi a prendere
il sole e i bimbi a giocare rincorrendosi sotto il porticato.
Gli ospiti che si fossero trattenuti per la notte nella villa occupando
le stanze che si affacciano sul piccolo atrio quadrato (atriolum
tetrastilon), potevano facilmente accedere al triclinium dal piccolo
atriolo dove si affacciano tre cubicoli e il balneum. Potevano godere
della libertà di trattenersi, a loro piacimento, prima o dopo il pranzo
vuoi sotto il perystilium, vuoi nella terrazza coverta (Fig. 8 di
Macchioro).
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Il tablinun
Nel momento in cui il Vesuvio ha coperto di cenere la Villa, il
tablinum non poteva essere collocato nella stanza nera, come scrive il
Maiuri, e neppure nell’oecus n. 6, come afferma Vittorio Macchioro,
Credo che dovesse trovare la sua migliore sistemazione nella stanza
collocata tra il turcularum e tra la stanza absidata ( n. 48 e 49 della fig.
10), da Maiuri contrassegnata come stanza triclinare del periodo del
tufo, che si affaccia nel perystilium, di fronte alle cucine con larario,
forno e focolare.
Fig. 10 – Particolare della Fig. 7 di Maiuri - Il tablinum va collocato tra la stanza absidata e
il turcularum. In alto a destra il vestibulum.
Il tablinum collocato in questa stanza offre la possibilità di
accedervi per il vestibolo, cioè l’ingresso principale della Villa,
passando per il peristilium, oppure dalla campagna attraverso
l’ingresso secondario, accanto alla cella vinaria. Inoltre da questa
stanza si può accedere facilmente al turcularum per la premitura delle
uve e ai depositi del grano e dei cereali.
L’ingresso secondario dalla campagna, a settentrione della Villa,
conduceva nel tablinum gli uomini politici, i clientes, gli amici e i
commercianti, che per vari motivi non desideravano esporsi ad occhi
indiscreti, entrando per il vestibolo della casa, intorno al quale ruotava
il quartiere degli schiavi.
24
Il dominus riceveva nella stanza n. 48 e 49 (Fig. 10), provvista di
anticamera per l’attesa, i commercianti che, entrando dal vestibolo o
dall’ingresso secondario aperto sulla campagna, desideravano
acquistare i prodotti della sua terra. Il dominus li guidava,
agevolmente, nella cella vinaria, per far sentire, prima di offrirlo da
bere, il suono del vino, che versato nel calice di vetro dalla lagona a
collo stretto, o dall’ampolla, annunciava, con la diversa sonorità del
gorgoglio, le sue specifiche ed uniche caratteristiche, segnalando il
rosso o il bianco, il secco o il liquoroso, la densità e la gradazione,
l’invecchiamento e il terreno di provenienza.
Altrettanto agevolmente li accompagnava nel torcularum e nei
depositi, per mostrare l’olio, far odorare le frutta e far sentire il fruscio
dei cereali, che cadendo nell’aria da una mano posta in alto a quella
più in basso erano in codesta accolti con la stesso rispetto col quale si
accoglie una persona cara e con la stessa tenerezza con la quale si
tocca il seno di una donna.
La statua di Livia
Nell’angolo del peristilio, immediatamente prima dell’ingresso al
tablinum è stata ritrovata una scultura che rappresenta una donna
ammantata da sacerdotessa. Si pensa che la statua rappresentasse
l’imperatrice Livia moglie di Augusto e madre di Tiberio per la
ricchezza dell’abbigliamento, e per il diadema mancante e non
recuperato, che doveva inserirsi nel solco profondo della capigliatura.
“Quel che agli occhi degli scavatori ravvivava l’aspetto della
scultura erano le tracce di policromia che si notarono al momento
della scoperta e che andarono man mano attenuandosi: in biondo
cupreo la capigliatura, le sopracciglia e le ciglia; brune le pupille e
nero il cerchio dell’iride, si da animare la immota fissità dello
sguardo; di carminio le labbra; e, segno di particolare distinzione,
tinta di porpora la balza inferiore del manto”
(Amedeo Maiuri, La Villa dei Misteri, pag. 108.)
Pare che fosse collocata provvisoriamente nell’angolo del peristilio,
in attesa d’essere sistemata, dopo aver ultimati i lavori di restauro,
nella stanza absidata destinata a larario e al culto di Livia.
25
Fig. 11 - Statua dell’ imperatrice Livia moglie di Augusto, da Amedeo Maiuri.
Attualmente collocata all’ ’Antiquarium di Boscoreale.
26
La cripta del peristilio
Nel centro del perystilium è collocata la cripta per mantenere al
fresco le vivande da consumare durante la giornata, da portare nelle
cucine, o da servire in tavola nel triclinium.
Fig. 12 - Cripta nel peristilio
Il cubicolo a due alcove
Il piccolo ambiente situato tra la stanza nera e quella di Dioniso
(N.4 della fig. 13), non era un cubicolo a due alcove, come scrive
Maiuri.
La stanza è fornita di quattro ingressi:
Una porta la mette in comunicazione con un piccolo locale (il N.3
della fig. 13), che introduce, attraverso un corridoio, allo oecus 6, nel
quale, credo, sia da collocare il triclinium.
Una porta comunica con la stanza nera di Osiride, la cui funzione
doveva essere quella di un gabinetto di riflessione, ovvero la Stanza
della Verità, nella quale si intrattenevano gli officianti del rito. (N. 2
della fig. 13).
Una porta introduce nella sala di Dioniso nell’angolo estremo della
parete, tra la donna assisa sul seggio e la donna in cammino.
Una porta apre in una stanza rettangolare dalla quale si accede alla
all’esedra e, con un ampio portale, alla sala del grande dipinto.
L’Esedra (N.1 della fig.13), è un incavo semicircolare sovrastato da
una semicupola. Si apre sul portico che circonda la Villa. E’ un
ambiente all’aperto destinato a luogo di ritrovo e conversazione, che
27
doveva essere guarnito di banchi di pietra alti e ricurvi. Capita ancora
oggi di osservare “pisoli”, o sedili all’esterno della porta di un edificio
o di una capanna, ove si può sedere per conversare, o ci si può anche
sdraiare per fare un pisolino.
Fig. 13 . Particolare della Fig. 7 di Maiuri. La sala nera (2) – il “cubicolo a due
alcove” (4) – La stanza rettangolare antistante la sala di Dioniso (P) – l’Esedra (1).
La stanza N.4 non era un cubicolo per dormirvi, non tanto perché,
dotato di quattro ingressi, se avesse contenuto due alcove avrebbe
creato una notevole difficoltà di movimento per l’accesso nelle quattro
stanze adiacenti; quanto piuttosto per il contenuto delle immagini
affrescate sulle pareti che lasciano intuire un uso diverso.
Il fondo rosso scuro, infatti, delle pareti nell’ambiente angusto e
poco illuminato richiama il fondo delle pareti della stanza nera e
preannuncia il rosso acceso della stanza di Dioniso e Arianna.
Nelle pareti della piccola stanza sono dipinti un satiro danzante….
una sacerdotessa?… Dioniso con un Satiro!….. Sileno ubriaco con
un satiro… una donna barbuta con giovinetti… un ermafrodito …..
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Pan dietro una siepe… disordinatamente preannunciano e introducono
all’ordinato affresco che si svolge nella stanza di Dioniso e di
Arianna.
Stanza di passaggio, dunque, da quella nera che richiama gli
antichi riti egizi in onore di Osiride, Dio della vita e della morte, a
quella di Dioniso. Nel “cubicolo a due alcove”, un armadio incassato
nel muro, come nei cubicoli da letto, doveva contenere gli arnesi sacri,
le vestimenta per il rito e gli infiammabili unguenti che al momento
dell’eruzione hanno preso fuoco per l’alto calore, prima ancora che la
Villa fosse coperta dalla cenere e dai lapilli.
In breve, nelle tre stanze è scritta la storia di almeno tremila anni a
partire indietro dall’eruzione del Vesuvio, avvenuta nel 79 dell’era
volgare.
Dalla stanza nera attraverso il cubicolo “a due alcove” di Pan e
della donna barbuta alla stanza di Dioniso.
Dal mito e dalla religione dell’egizio Osiride attraverso la
disordinata religione di Pan che esprime la precarietà e il disordine
propri del trapasso da un’epoca all’altra, al mito e alla religione del
tracio Dioniso, il forestiero, che esprime l’ordine sociale e civile, e
ricapitola la storia osiridea.
E come mito, queste pitture pompeiane vanno reinterpretate e
rivissute secondo l’esperienza di ciascuno, perché in esse c’è qualcosa,
se non molto, che tocca profondamente la nostra stessa storia
individuale, quale ricapitolazione della storia qui scritta.
Ho animato le figure dando loro un nome, facendole parlare e
parlando io stesso con loro e chiedendo: “Perché stai seduta così?.. a
che cosa pensi?.. perché cammini in quel modo?.. che cosa stai
leggendo?.. quali erbe stai lavando?… perché canti dirimpetto alla
finestra?… fai il guardiano?… di che cosa hai paura?.. quanti anni
hai?.. donde vieni?... perché hai gli occhi semichiusi pieni di dolore e
perché non piangi?… perché danzi?… perché guardi estasiato la
donna allo specchio?… perché porti il capo coperto?… sei una
maestra?… e tu sei compagna, o sei una apprendista?… come ti
chiami?…”
E’ un gioco interessante quanto divertente perché alle mere
espressioni estetiche e formali tenterò di dare un contenuto, una
filosofia di vita.
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LA STANZA DI DIONISO
Il tempio dionisiaco nella villa pompeiana va riscoperto nel
momento stesso in cui vi si celebravano i misteri, né prima né dopo. E
in quel preciso momento, come già ricordato, la sala non Hera adibita
a triclinio, troppo lontana dalle cucine.
Una sala di circa sette metri di lunghezza e cinque di larghezza
accoglie un grandioso monumento pittorico, la rappresentazione
scenica dei misteri dionisiaci.
Fig. 14 - La sala di Dioniso - Sulla parete di Nord la porta che mette in comunicazione il
cubicolo a due alcove. A sud il finestrone tra la donna che danza e la donna allo specchio
che si affaccia sul porticato.
Il pavimento della sala è composto da un grande rettangolo al
centro, formato da piastrelle bianche di 14,5 centimetri e ciascuna è
contornata da un listello nero di 2 centimetri. Il rettangolo centrale è
contornato da un listello nero di 3 centimetri , e da uno viola di 5,5.
Segue una fascia di 82 centimetri di larghezza, formata da piastrelle
bianche e da piastrelle nere di 14,5 centimetri, disposte in diagonale in
numero di quattro per ogni fila. Una bordatura perimetrale, fatta da un
listello bianco di 3 centimetri all’interno, seguito da uno nero di 5,5
nel mezzo, e da uno marrone di 4 all’esterno, chiude l’elegante
composizione del pavimento, e lo stacca dalla zoccolatura.
30 Fig. 15 - Pianta della sala dionisiaca
Tra tutti i rettangoli costruiti nel pavimento con i lati della
bordatura, della fascia e dei listelli, soltanto quello centrale di metri
4,92 di lunghezza per 2,92 di larghezza ha un proporzione di 1 x 1,68
che è la più approssimata alla proporzione dorata del rettangolo
magico.
Tale proporzione aurea è gradevole all’occhio dello osservatore che
la trova armonica con se stesso, perché risponde alle proporzioni del
rettangolo scritte, probabilmente, nel codice genetico dell’uomo.
31 Il rettangolo aureo di 1 x 1,618 è scelto consciamente o
inconsciamente in architettura, nelle arti applicate e persino negli
oggetti comuni.
Il rettangolo di proporzione dorata è il quadrilungo magico per le
evocazioni del Dio e la sua presenza trasforma il più umile locale in
un tempio più santo di uno famoso e ricco: certamente esso è degno
della presenza della divinità.
L’alternanza del bianco e del nero per il suo simbolismo di vita e di
morte, il rituale e la fede dei devoti aumentano la potenza evocativa
del rettangolo magico.
La variegata umanità dei fedeli, rappresentata dai listelli nero e
viola, dalla fascia a tessere bianche e nere e dalla bordura perimetrale
bianca, Hera e marrone, sofferente e meno sofferente, gioiosa e meno
gioiosa, degna e meno degna del Dio, sta secondo il grado, tutt’intorno
al rettangolo magico, ove apparirà Dioniso, come sull’aia nel giorno
della battitura del grano.
La zoccolatura è formata da fasce che imitano il marmo e ricorrono
lungo le pareti della sala: in basso una fascia rossa, su questa una
Hera, poi una verde seguita da un’altra Hera e su questa una fascia
gialla che si confonde con la cornice del podio.
Su un palcoscenico dipinto lungo le pareti con un colore verde
pisello, che si appoggia sul podio tagliato a mezzo e percorso da un
festone giallo oro, si snodano le immagini e le azioni del rito
dionisiaco: donne, caprioli, satiri e sileni.
In alto tutta la scena è racchiusa da un festone a disegno
geometrico, anch’esso di colore giallo oro, come quello che attraversa
la zoccolatura.
Intramezzate da un disegno di due quadrati, l’uno nell’altro, che
racchiudono un punto, si rincorrono, lungo tutto il festone, svastiche
che si muovono da ovest verso est, secondo il movimento della
rotazione della terra, secondo il movimento dell’energia orgonica che
va da ovest verso est, secondo i passi del fedele nel tempio che vanno
da occidente a oriente, ove sta Dioniso.
La svastica è il movimento: la vita.
Il quadrato è la quiete: la morte.
La lettura del fregio può iniziare indifferentemente dal quadrato, o
dalla svastica, perché la vita è eterna, senza creato e senza creatore. Per
qualsiasi motivo, infatti, spezzati i quadrati, il punto centrale, ossia il
nucleo biologico orgonico riprende a vivere, o meglio, a svilupparsi
perché per sua natura il punto è già la Vita.
32 Fig. 16 - Immagine tratta da A. Maiuri, La villa dei misteri, Libreria dello Stato.
Al di sopra, come luci psichedeliche, le lastre rettangolari di
alabastro racchiuse da pannelli verticali di marmo verde e una fascia a
fondo nero decorata con viticci e foglie di acanto.
Le azioni si svolgono sul palcoscenico l’una conseguente all’altra
in senso spaziale e in senso psicologico. Nulla è lasciato al caso e tutto
si svolge funzionalmente e razionalmente illuminato dalla luce
dionisiaca.
Le immagini sono quasi di grandezza naturale.
L’uso appropriato dei volumi, dei colori, dei contrasti delle luci e
delle ombre, produce immediate emozioni: il dubbio, il timore, lo
spavento, l’angoscia, il dolore, il piacere, l’amore e la gioia.
33 La diversa grandezza delle figure e il fondo rosso carminio delle
pareti incorniciate da un listello verde e intramezzate da festoni color
marrone, come tante colonne di imitazione marmorea, danno
profondità e movimento.
I pompeiani non conoscono la prospettiva, scoperta quattrocentesca,
ma sanno guardare la natura con i suoi stessi occhi e sanno trasporla
come appare ai loro occhi liberi, non imbrigliati dalla weltauschaunng
cristiana.
Col cristianesimo la visione del mondo è cambiata e l’uomo ha
perduto la facoltà di guardare e rappresentarsi la natura com’è nella
sua realtà, perché, come materia, è peccaminosa e parto del diavolo.
Per la medesima weltauschaunng tutti gli autori, insigni, che si sono
occupati della interpretazione del mistero qui racchiuso, pur avendo
conoscenze letterarie, artistiche, ed estetiche eccellentissime per l’alta
loro preparazione accademica, sono caduti in grossolani errori.
Scrivono, infatti, che il capriolo si trova lì per caso tra le rocce,
mentre, invece fa da guardiano, perché non sia disturbato
l’allattamento della sua compagna. La disputa millenaria, se gli
animali possedessero l’anima, ha tolto loro l’istinto materno ed il
senso di protezione del padre verso i piccoli.
Gli uomini avrebbero molto da apprendere dagli animali sui
sentimenti riferibili alla maternità e alla paternità.
Il satiro offrirebbe da bere ad un suo compagno. Guarda, invece,
nella coppa che Sileno gli mette sotto il naso per farlo specchiare nel
liquido in essa contenuto. Ma non vede la sua faccia. Vede una
maschera barbuta e canuta d’un vecchio satiro, deformata nel liquido,
che un suo compagno tiene alle spalle per confonderlo, come fecero i
Titani con Dioniso per farlo a pezzi e mangiarlo per ordine della
gelosa Hera, moglie di Zeus.
Dicono che la donna si ritrae atterrita davanti al “demone alato”,
mentre, invece, alla visione del Dio nelle braccia d’Arianna, prende
coscienza, con spavento, che dovrà congiungersi con un uomo e se per
vaginismo non sarà capace di congiungersi col suo compagno, sarà
condotta nel sacro tempio dell’amore per essere flagellata e deflorata,
come nei postriboli romani.
La concezione peccaminosa del sesso stravolge il significato del
rito e della storia umana, e fa vedere un demone nella donna alata, che
forse è Psiche, o forse Pandora portatrice di gioie e di affanni, o forse
la stessa Afrodite.
34 Ma per i fanatici cristiani, Psiche, Pandora e Afrodite, espressioni
delle varie fasi dell’esperienza amorosa della donna, sono terribili
demoni.
La donna flagellata terrebbe gli occhi chiusi, mentre, invece, li
tiene aperti… Oppure raccontano la pietà che anima la donna che la
conforta, mentre, invece, la trattiene perché le scudisciate vadano a
segno. Così, la pietà invocata, senza motivo, sembra essere una
costruzione mentale e non un sentimento.
La donna sarebbe
distratta dall’osservare la danza della
compagna per guardare il demone alato, mentre, invece, non guarda
il demone, ma è attenta allo scoprimento del sacro ventilabro.
Della finestra sulla parete di mezzogiorno non v’è alcun cenno.
Essa non è considerata come componente, a mio parere essenziale,
nella rappresentazione simbolica e scenica.
Sembra che la finestra preesistente all’esecuzione del dipinto, abbia
assunto per l’artista un preciso significato nella successione degli
eventi descritti.
Tutto ruota, infatti, attorno alla finestra che volge a mezzogiorno e
pare che, per tal motivo, l’artista abbia dipinto Dioniso sulla parete
orientale della sala.
La finestra si apre tra la donna che compie una danza - l’arte più
eccelsa con la quale si offre il proprio corpo in un’ armonia dinamica e tra la donna assisa davanti allo specchio circondata, da amorini e
assistita da una maestra.
A dir di molti, si prepara a diventare sposa. A me sembra ch’ella
chiuda il ciclo pittorico e con esso lo svolgersi dell’azione. Dalla sua
sicurezza e da tutto il contesto pittorico si comprende che essa ha
perduto il suo stato verginale dopo la prima notte di nozze e che, per
l’allegoria della fustigazione, sia già prena. Anche in questa nuova
condizione son graditi quanto necessari i suggerimenti di una maestra
o di una madrina, già esperta nell’arte.
Dicono che la donna ammantata e sfarzosamente abbigliata, seduta
su un kline sulla parete occidentale a sinistra di chi entra nella sala, sia
la “sposa e ministra del dio”. Essa è contrapposta simmetricamente
all’amorino dipinto sulla stessa parete a destra di chi entra nella sala.
Credo che le due raffigurazioni sulla parte occidentale della sala,
una a sinistra (la donna sul kline) e una destra di chi entra (l’amorino),
rappresentino l’inizio e la fine della storia qui raccontata, proprio per
le posizioni spaziali occupate.
35 Secondo alcuni autori è il ritratto della domina della villa, ma
questo non esclude ch’esso sia parte integrante della rappresentazione
scenica. La padrona di casa, qui effigiata, potrebbe rappresentare la
madre dell’inizianda, che presiede, preoccupata, alla iniziazione della
figlia, ma potrebbe rappresentare la stessa inizianda pensierosa, come
tutte le donne che si preparano a una cerimonia iniziatica, o al loro
primo appuntamento d’amore o che stanno per avventurarsi, per la
prima volta, in un incontro d’amore.
Verosimilmente la donna seduta sul kline è Matuta, la dea
protettrice delle partorienti perché sa come si fanno i figli, la Grande
Madre, l’antica divinità italica, soppiantata prima dall’egiziana Iside
che tiene in grembo il figlio Horus e poi dalla greca Leucotea, la
sorella di Semele che potrebbe presiedere al rito e assistere serena e
pensosa al trionfo di Dioniso che bambino ha tenuto al seno.
Dicono…….ma……..
…qui è seriata la complessità della psicologia della donna con le
sue fasi di crescita e i suoi passaggi da un vissuto all’altro, passaggi
bene espressi dai festoni di colore marrone di imitazione marmorea,
vere colonne scenografiche che separano una scena da un’altra e nel
contempo permettono l’accesso da un episodio all’altro, da una
emozione all’altra, da una tappa all’altra.
Non è la storia di una singola donna, ma, attraverso le varie
esperienze delle donne, la rappresentazione di un’ unica psicologia,
comune a tutte le donne.
La inizianda che si presentava al tempio di Dioniso per essere
introdotta nel rito dionisiaco, o la partecipante al convivio per
un’agape festante o commemorativa, apprendeva, attraverso la
rappresentazione pittorica, i momenti che ella nel rito o nella vita
avrebbe dovuto sperimentare o che aveva già sperimentato.
36 IL GRANDE DIPINTO DIONISIACO
Nello sviluppo grafico del dipinto, Maiuri contrassegna col numero
romano X la tavola che rappresenta la donna seduta sul kline
significando ch’essa chiuda la scena mitologica.
A me pare che la donna sul kline (da me numerata con I), apra il rito
di iniziazione e che la donna allo specchio da Maiuri contrassegnata
col numero romano IX (da me con X) chiuda il racconto iniziaticomitologico.
Il Maiuri scrive che la donna allo specchio si prepara alle nozze.
A me pare ch’essa si trovi nel giorno seguente alle nozze dopo una
notte d’amore.
La finestra situata a mezzogiorno tra le due donne, la danzante (dopo
d’essere stata fustigata) e tra la donna allo specchio, esprime il
passaggio dallo stato nubile-verginale a quello muliebre della donna
che ha goduto del rapporto sessuale.
L’amorino, alla sinistra della donna allo specchio è dipinto sulla
parete ovest, a destra di chi entra nella sala, simmetricamente alla
donna seduta sul kline, anch’essa raffigurata sulla parete ovest a
sinistra di chi entra.
Le loro posizioni spaziali dimostrano l’inizio (tavola I del grafico) e
la fine (tavola X) del racconto mitologico, secondo la mia
interpretazione.
Fig. 17 - La domina seduta sul seggio apre la scena mitologica
e la donna allo specchio la chiude.
37 Fig. 18 - Planimetria della sala di Dioniso secondo la mia interpretazione.
38 Fig. 19 - Ggrafico del grande dipinto. A colore è riportata la finestra tra le due donne o
39 Fig. 20
Fig. 21
Fig. 22
Fig. 23
Fig. 24
Fig. 25 La venerabile maestra della legge, siede con scioltezza sul kline. Ella è con il capo scoperto e non porta le insegne del suo grado.
E’ maestra per leggi naturali. Le sue insegne sono lì presenti
e ben visibili: il bellissimo fanciullo, la cui nudità significa il suo
stato verginale, con stivaletti di cuoio giallo ai piedi, a simboleggiare
la sua prossima potenza virile. La maestra poggia la mano destra sull’ omero del figlio. Nella
mano sinistra il rotolo di un altro papiro.
Dopo aver mostrato con la punta dello stilo i codici di lettura, ha
lo sguardo assorto e le orecchie tese per l’ascolto delle regole.
Le sue orecchie, dopo l’allattamento al figlio, sono diventate un
po’ caprine. Il bimbo succhiando il latte della madre ne assume i
caratteri, ma stimola in essa quelle strutture neurologiche che
presiedono all’istinto materno. Il latte della capra organoletticamente
è il più simile al latte umano. Le orecchie caprine nella maestra son,
forse, il segnale dell’entrata in gioco dell’istinto materno?
Il divino fanciullo, come “Eschine, assiste la madre nella
cerimonia misterica”*, e legge il rituale all’inizianda che arresta di
colpo il passo. Per non trovarsi sbilanciata porta la destra al fianco e
la sinistra a sollevare lo scialle dal petto, dando una forma dinamica
all’automatismo del pendolare trattenuto. Ascolta con grande
attenzione la lettura delle regole.
Una sorella, nel grado superiore di prima compagna, per le doppie
armille alle braccia, il capo scoperto e inghirlandato da una corona di
mirto, simbolo delle donne devote a Dioniso, trapassa agile recando
nella destra un ramo di mirto, e nella sinistra un vassoio ricolmo di
focacce per la cerimonia conviviale.
Volge il capo per ascoltare la lettura del rituale alla nuova adepta
perché l’iniziazione è, per tutte, il rito più solenne, tanto più solenne
quanto più vi si partecipa.
Una Venerabile Maestra, il capo coperto e inghirlandato di un
corona di mirto siede sul suo trono di spalle. Prende da un cesto tenuto
da una sorella apprendista rami di mirto che una sorella compagna di
grado superiore, il capo inghirlandato, con un papiro nella cintola,
lustra con acqua versata da una brocca di rame.
* A. Maiuri, La villa dei misteri , Libreria dello Stato, 58, 1967
46 La potente! Ella sola può volgere le spalle alle sorelle, depositaria
del segreto misterico della lustrazione del mirto, che porrà come
corona sulla testa dell’inizianda proclamando:
“Tu ora sei nostra sorella. Mangia con noi il pane che è lo stesso
Dioniso: tu che ora sei affamata e povera non scordare mai questo
tuo stato di povertà e dona sempre generosamente il tuo pane a chi ha
fame. Bevi il nostro vino che è lo stesso Dioniso: dona ai sofferenti il
nettare dalla vite stillato, che il dio ha dato agli uomini siano essi
poveri o ricchi”.
Per l’estasi d’amore di Dioniso, coronato d’ellera, languidamente
abbandonato tra le braccia di Arianna, Satiro, di fronte alla finestra
che volge a mezzogiorno, mentre un altro suona la siringa di Pan,
canta accompagnandosi alla lira:
Dio ti lodiamo
per la meravigliosa finestra sul mondo
posta sul meridione del corpo della donna:
il verde, l’azzurro, il sole!
Dio ti lodiamo
per la meravigliosa finestra sul mondo
posta sul meridione del corpo della donna:
il caldo, la luce, il verde,
l’azzurro dei cieli e dei mari,
il sole!
Dio ti lodiamo
per la meravigliosa finestra
calda, canora, allegra
posta sul meridione del corpo della donna.
Dio ti lodiamo
per la meravigliosa finestra
sul mondo della luce:
la vita, la gioia,
il verde dei boschi,
l’acqua del fiume,
47 l’onda del mare, il sole!
Zeus ti lodiamo
Amore mio,
grazie di avermi aperto
la porta sul mondo della vita.
Amore mio,
grazie di avermi aperto
la porta cosmica
sul mondo della luce
e delle galassie.
Amore mio,
grazie di avermi aperto la porta
del Tutto Azzurro
eterno e infinito
concentrato nel tuo corpo.
Amore mio,
grazie del tuo amore.
Zeus, ti lodiamo!
Dio è qui, nel tuo ventre
quando vi sboccia l’amore
o quando vi sboccia la vita.
Dio ti lodiamo
per la finestra posta a meridione
di questo tempio dionisiaco
come la meravigliosa finestra
posta sul corpo della donna.
Zeus, ti lodiamo!
Il giovane satiro interrompe l’accompagnamento al canto
dell’anziano Satiro, smettendo di suonare melodiosi accordi con la
siringa pastorale di Pan, per osservare la sua compagna che offre con
amore il seno a una cerbiatta mentre il maschio sta minacciosamente
in guardia affinché l’allattamento non sia disturbato.
48 Fig. 26 - da A. Maiuri
49 “E quante ancor fresche di parto,
prive
dei loro pargoli, gonfie avean le mamme,
stringendo al seno, fra le braccia, un daino,
od i selvaggi cuccioli d’un lupo,
di bianco latte lo nutriano; e al capo
ghirlande si ponean di quercia,
d’ellera,
di fiorito smilace. E in pugno stretto
alcuna il tirso, percotea la rupe,
e polle di fredda acqua ne sgorgavano:
con la ferula un’altra il suol batteva
e spicciar vino ne faceva il Dio,
e quante brama avean di puro latte,
graffiando il suol con le somme dita,
ne attingevano; e giù dai tirsi d’ellera
stillavan di miel rivoli dolci”.
(Euripide, Le baccanti, vv. 706-20, trad. E. Romagnoli, Zanichelli Edit., Bologna).
L’inizianda si avvia verso il compimento del mistero e retrocede
atterrita alla vista di Arianna e di Dioniso. E’ il divino accoppiamento
che mette terrore alla vergine. Nonostante l’insegnamento ricevuto, le
norme rituali osservate, l’esaltazione dell’animo per il copioso
banchetto e per il liquore di Bromio, trangugiato abbondantemente,
nonostante lo stordimento della coscienza prodotto dal cibo, dal vino,
dai canti d’amore di Sileno e dalle melodie di Pan, e nonostante la
pubblica confessione di avere, bambina, allattato, oltre a un agnellino,
un nero gattino, liberandosi dalla colpa……. è colta dal terrore e
retrocede atterrita, innalzando la mano destra verso il cielo e la sinistra
per allontanare da se la desiata visione.
50 Fig. 27 – da A. Maiuri
51 Sileno, il solo che ha il capo cinto come Dioniso, da una corona
d’ellera perché crebbe il Dio come un figlio affidatogli da Zeus, porge
da bere a un giovane Satiro mentre un altro solleva alle sue spalle
una maschera che si riflette nel liquido contenuto nella ciotola.
Per il compimento del mistero dell’amore è necessario ora
l’inganno: “quando ti fai male dimmelo ed io mi fermerò”, e così la
ragazza di Prenestino dopo due anni di intensa vita sessuale, dovendo
partorire, credeva d’essere ancora vergine.
Lo stesso inganno della maschera riflessa in una ciotola d’acqua
usato dai Titani per distrarre Dioniso Zagreo allo scopo di ucciderlo e
sbranarne le membra.
Zeus irato incenerì con i suoi fulmini i Titani.
La colpa era stata bruciata col fuoco e non ne era rimasta più
traccia, donde l’innocenza delle donne e degli uomini, nati dalle ceneri
dei Titani. La colpa non era stata lavata con l’acqua del Giordano,
rimanendo intatta.
Le cellule di un corpo umano mortificate dalla colpa, non potranno
scendere in piazza alzando bandiere di libertà e reclamando il diritto
alla Vita, ma potranno soltanto ribellarsi contro il singolo individuo
conducendolo a morte.
E’ atterrita alla vista di Dioniso e Arianna.
Ha paura: “Come il grosso phallos può entrare nella sua vagina
dove a stento può entrare il suo mignolo?”.
Ha desiderio, ma la paura e la colpa sono più grandi del desiderio.
La colpa per la fantasia di accoppiarsi col proprio padre.
La colpa di aver fatto “le schifezze” con i propri fratelli e sorelle.
Il terrore che dopo l’accoppiamento un essere vivente, un alieno,
cresca nel suo ventre per distruggerla.
Non sa che la paura nella quale è cresciuta ha reso le sue ovaia
sterili, fredde, prive di energia orgonica.
Non sa che, secondo il costume dei romani, le donne sterili per
divenire feconde subiscono nei postriboli la flagellazione con nerbate.
Ignora che nei templi dionisiaci le vergini donne che non hanno
potuto accoppiarsi, la prima notte, con il loro sposo, per la potente
strictura della vagina, oltre alla fustigazione purificante, devono subire
52 l’introduzione in vagina del divino phallos, di ciliegio rosato,
contenuto nel sacro ventilabro insieme a una grande varietà di frutti
freschi: il consolatore contenente latte caldo, il bello arnese di gomma
vibratile usato dalle monache.
Zeus aveva mandato, di nuovo, per la felicità degli uomini, il suo
prediletto figlio, Emmanuele, il novello Dioniso, più sublime
dell’ultimo, il Bromio. Ma gli uomini malvagi, assetati di dracme e
sesterzi, lo avevano tradito per trenta danari predicando falsamente
che fossero destinati ai poveri. Lo avevano condannato al palo come
un criminale. Predicavano che Emmanuele usava il phallos solo per
orinare, affinché non rinascesse, uccidendo per sempre il piacere, la
gioia e la speranza sulla faccia della terra.
Per la predicazione della castità del nuovo Dioniso, la donna è
atterrita al pensiero di dover fornicare e per la difesa della propria
castità stringe le cosce aumentando la contrattura dei muscoli
difensori della verginità.
Ma qui non basta dire con Cesare: “alea iacta est” per attraversare il
Rubicone.
Per la colpa inculcata dalla madre che ha punito severamente la
figlia perché si toccava la vagina con l’indice, è necessario
sperimentare, con la vegetoterapia carattero-analitica di Reich,
l’attraversamento del Rubicone e gridare con dolore: “Ero con Cesare,
il cielo era plumbeo, l’acqua del fiume gelata, caddi su una roccia, mi
ruppi la caviglia …ahi! Sento il freddo dell’acqua sulla pelle e il
dolore alla caviglia che si gonfia, non posso muovermi, chiedo aiuto,
nessuno mi soccorre, sono travolta dal fiume in piena, approdo
trascinata dalle onde sulla riva limacciosa piena di canne, di fronte i
pini ove regna Dioniso: che mi accolga e mi consoli”.
La compagna scopritrice, in ginocchio per terra, il tirso sulla spalla
sinistra, la testa coperta di un copricapo di stoffa giallo dorata, i piedi
nudi sta per scoprire il phallos contenuto nel sacro ventilabro sotto gli
occhi attenti della maestra infigitrix, mentre una sua compagna porge
su un piatto steli di lavanda per strofinare e profumare il divino arnese
e per pulire e medicare le ferite.
53 Accanto, Psiche alza un lungo staffile per colpire ancora una volta.
Sul dorso nudo della donna, piegata sul grembo di una maestra, vi
sono i segni delle staffilate.
Fig. 28 - Immagine tratta da Maiuri
54 La maestra consolatrice guarda Psiche e lo staffile nell’attesa di un
altro colpo; trattiene con la destra l’inizianda e nel contempo ne
lenisce il dolore. Ma l’alata Psiche, come Pandora, è discesa dal cielo
per portare la gioia e il dolore, il bene e il male: il nascituro potrà
essere un mostro, ma potrà nascere anche un re.
Aperta la vagina con il phallos è ora necessaria la fustigazione per
scuotere le ovaia addormentate e l’utero per poter accogliere il caldo
seme, liberandoli, con la pena, dalle colpe.
La donna è prona senza forze, le lacrime congelate dal terrore nelle
orbite semiaperte.
Una devota senza curarsi della compagna che danza, con il tirso di
traverso, il capo reclinato sulla spalla è girato verso il phallos alla sua
destra, intenta a guardare, gli occhi curiosi e vogliosi, il sacro
ventilabro nell’attesa di vedere il phallos, già goduto e posseduto, ma
sempre bello da mirare come la prima volta.
La danzante si muove armoniosamente, il corpo vorticoso, le
braccia alzate al cielo, le mani battenti le nacchere di bosso per
accompagnare i passi, il torace forte, il bacino possente, i glutei
rotondi, le cosce ben tornite, le gambe levigate, i muscoli gemelli
tutt’uno coi gastrocnemi, non scolpiti su questi, come nelle saltatrici
nelle quali i gemelli sono molto pronunziati o come in quelle donne
che hanno la tendenza a saltare da un phallos all’altro; i piedi sollevati
sulle punte. Il velo variegato, svolazzante dal seno dell’altra
apprendista alle sue cosce, racchiude in un semicerchio la splendida
donna di cui si intravede la bellezza del volto e si indovina l’alterigia
del portamento dal collo eretto e dai capelli raccolti a tupè, non
scomposti dal movimento della danza, che se troppo scompigliati
mostrano sfrenato desiderio.
La donna seduta su uno sgabello, assistita dall’esperta, si pettina
guardandosi allo specchio tenuto da Eros mentre un altro, con l’arco
privo di frecce, avendola già colpito, la rimira estasiato.
Tra la giovane danzante e quella alla toletta la FINESTRA che
guarda Monte Faito. Apre alla luce, all’azzurro del cielo di Napoli, al
verde-blu del mare nostro, al sole brillante. La finestra è parte del
mistero dionisiaco non a caso posta a mezzogiorno.
55 Nel mezzo di queste scene, a ORIENTE, di fronte all’ ingresso
della sala, sta Dioniso, il capo incoronato d’ellera, “ha negli occhi i
lampi scuri del vino e le grazie languide di Afrodite”*, luminoso,
gioioso, mezzo briaco, discinto e mollemente abbandonato sulle
ginocchia di Arianna, il tirso infiocchettato d’ellera.
*Euripide, Baccanti, trad. Romagnoli, Zanichelli, Bologna
56 ZANCLEA
Fig. 30 - Immagine tratta da A. Maiuri
57 Sta seduta sul suo seggio.
Il suo corpo è spezzato
in due alla vita,
come i suoi pensieri.
Dal bacino ai piedi
è diritta e sicura
sopra il soffice divano.
Ma sotto tanta sicurezza
c’è il tumulto viscerale
fremente
di desiderio e di vita.
All’altezza dell’ombelico
curva il suo corpo a destra
sinuosamente
come spira di serpe.
Si appoggia col gomito
sul bracciolo reso più alto
da un morbido cuscino.
L’antibraccio destro,
con le nocche della mano
alla mandibola, fa un arco
a sorreggere il capo
dubbioso e confuso.
Il braccio sinistro
circonda l’attaccatura
lungo le costole
del potente muscolo interno
che separa come diaframma
i visceri del ventre
dalla cavità polmonare
a frenare le sensazioni
e i vitali movimenti viscerali
che se troppo forti e intensi
scatenano la paura di impazzire
e lo spavento per i tuoni
dell’irato Zeus.
Deterso il corpo con acque
limpide e profumatolo
con olio di sandalo
58 aveva indossato
il chitone bianco.
Le ancelle le avevano
racchiuso i piedi
in calzature di cuoio,
le avevano acconciato
i capelli,
ornato i polsi d’armille,
il collo di un monile
e l’anulare di un anello
gemmato.
Un mantello giallo dorato,
variegato a balze
di porpora viola
le copre le spalle
e le ammanta il capo
lasciando scoperta la fronte
e l’acconciatura
dei capelli castani.
Ma lo sfarzoso e pesante
mantello,
una volta indossato,
come per incanto,
aveva fermato i suoi passi
e l’aveva inchiodata
al suo seggio,
nel dubbio se andare o restare.
Senza porre a fuoco
lo sguardo su nulla,
vede sua madre e suo padre
partire oltre le Gallie
a cercare lavoro,
per le inique leggi patrie
che non tengono in alcun conto
il bisogno di affetto dei bimbi.
Vede gli anni del collegio,
per l’assenza della genitrice,
e sente ancora sulla pelle
la differenza di classe
59 elevata a metodo educativo
dalle figlie di Maria,
le donne dal capo pieno
di stracci:
con gli orecchi coperti
dalle bende nel timore
di restare ingravidate
come la vergine Maria,
attraverso l’orecchio.
Le mutandine bagnate
di urina sulla testa
davanti alle compagne
in girotondo intorno a lei.
Nel buio della notte
la trepidante fiammella
di una candela
davanti al viso della monaca
che gioca a fare lo spettro.
Il nero mantello
della superiora
che nei sotterranei
scopre le avvizzite mammelle
e il puzzolente sesso
davanti alle atterrite bambine.
Si vede nascosta
dietro i fichi d’India
ricercata per un’intera
giornata
dai parenti affranti:
donde lo stile di vita
nel farsi paravento
di parole pungeolate
come le foglie
che la nascondevano.
Vede il liceo e i compagni
che predicano la liberazione
del sesso senza amore.
Le lotte del sessantotto
e gli impulsi sani
60 dei giovani intrappolati
dagli uomini di destra,
di centro e di sinistra,
tutti cresciuti nelle scuole
che educano
alla sincerità … dei bugiardi!
Lo studio dei cento filosofi,
uno più bugiardo dell’altro
perché la Verità è una sola:
la legge naturale
degli esseri viventi.
L’uso della droga,
nel tentativo di riappropriarsi
del proprio corpo,
spogliati di tutto:
del misero jeans
come dei capelli lunghi.
La droga pesante
che uccide i compagni,
la droga leggera
che libera dalle repressioni
e modifica i comportamenti
e li cambia:
in meglio o in peggio ?
Sarà da vedere !…
Le filosofie orientali,
i tentativi di salvezza
con Krisna,
ed altre pratiche assurde
per gli occidentali.
In questi il brainframe alfabetico
delle lingue greca e latina
che vanno, nella scrittura,
da destra a sinistra,
privilegia e sollecita
l’emisfero sinistro
della razionalità.
Negli orientali
61 il brainfame alfabetico
privilegia e sollecita
l’emisfero destro
e l’ emotività.
IL MESSO PER ZANCLEA
Fig. 31 - Cilento - Rupe della Noce
Giunge da Velia
ove scorre l’Alento
un messo per Zanclea
e senza indugio,
rapido così parla:
“Nobile siracusana,
Policastro, colui, a cui obbedisco,
è sulla Rupe Della Noce.
Non ti dirò come ci sta
perché ciò m’è proibito.
62 Ma ti manda a dire di non rifugiarti
“sull’isoletta che a Plemmirio ondoso
è posta incontro, e dagli antichi è
detta
per nome Ortigia.”.
(Virgilio, Eneide, libro III- v.1096 sgg.)
Così fece la divina Aretusa
per sfuggire alle voglie amorose
del Dio Alfeo, figlio di Oceano.
Fig. 32 - Siracusa - Fonte Aretusa: Aretusa e Alfeo.
63 E se Artemide
ti trasformerà in fonte
come fece per la bella Aretusa
per sottrarla ad Alfeo,
sappi che il mio signore, Policastro,
non chiederà a Zeus
d’essere trasformato in fiume sotterraneo
per giungere dalla patria di Parmenide
alla terra di Archimede
per un incontro d’amore,
mescolando le sue acque con le tue,
come “il greco Alfeo
che per vie sotto il mare
vien, da Doride intatto, infin d'Arcadia
per bocca d'Aretusa a mescolarsi
con l'onde di Sicilia…”
(Virgilio, Eneide, libro III- v.1102 sgg.)
Né indosserà come Ercole
o Deianira,
la tunica tinta del velenoso
sangue di Nesso.
Egli si porrà in viaggio
per le falde del Vesuvio
mentre tu struggi il tuo petto
e con esso un amore tutto azzurro.
Con Wolfango Goethe
o con Federico Nietzsche
resterai, Zanclea, spezzata in due
finché siederai sul tuo kline.”
64 Sobbalza la donna alle dure
parole e raddrizza il suo corpo.
Soffia forte più volte l’aria dal naso
mostrando i denti
come un gatto minaccioso.
Le dita delle mani si tendono ad artiglio,
i muscoli del ventre si scuotono fremendo.
Indietreggia il messo come il cane sicuro
davanti al gatto e dice:
“Tali parole mi ordinò
di riferirti e non altro !”
Le mani sono calde, sente
nel petto il desiderio e lo soffoca
con un convulso accesso di tosse.
S’aggrappa al ricordo della marijuana
e all’immagine di una maschera
riflessa nello specchio.
Ma per misterioso sortilegio
vede Policastro sulla vetta
della Rupe della Noce che stana
velenosi serpenti, iene, lonze,
lupi, le feroci tigri e l’astuta volpe
anche se per affanno d’amore,
chiede al cielo pietà.
Zanclea ha paura di lui
più delle fiere ch’ella si porta dentro.
65 Fig. 33 - Immagine tratta da A. Maiuri
Vuole fuggire, ma la nave
è già pronta per veleggiare
verso Stabia. Indossa una tunica gialla
fasciata di risvolti in viola pallido
ricadente a doppia balza sul corpo.
Copre il capo con uno scialle
e s’incammina spedita
nella notte profonda
del vicolo deserto, senza voci.
66 Inquieta si volge indietro
a guardare i suoi passi:
o chi? O quale altro fantasma?
Ormai hai bevuto, andiamo, prendi le redini e scuotile,
portami a Pompei dove si trova il mio dolce amore.
(Graffiti d’amore a Pompei)
Quattro servitori portano
a spalle la lettiga dai variopinti
colori. Le tendine abbassate
riparano Zanclea
dalla polvere e dal calore.
Entrano a Pompei per la Porta Marina
che si affaccia sul porto.
Attraversano il foro.
Usciti fuori città per la Porta
di Ercolano, volgono a destra
per la Via Superiore
che conduce alla casa
dei misteri dionisiaci.
Fig. 34- Planimetria degli scavi di Pompei - In basso Porta Marina
67 La domus è su un magnifico
poggio, circondata di luce e di verde.
Alle spalle il Vesuvio
e monte Somma,
a occidente Ercolano e Napoli,
a oriente l’alto Faito,
di fronte, quasi a toccarlo con le mani,
il mare azzurro del golfo
che lambisce le dirimpettaie Stabia e Capri.
Fig. 35 - Villa dei Misteri
Entrano nella domus
attraverso il vestibolo.
Trapassano il popoloso
quartiere degli schiavi,
dai cento cubicoli,
aggregati alla splendida
costruzione, così come i luridi vicoli
dei quartieri napoletani
a via dei Mille, sporcata
con feci e urine dai cani
tenuti a guinzaglio.
Tre giovani donne
dalle carni sode e la pelle
eburnea, accolgono nel peristilio
68
con fasci di piccoli fiori gialli
la nobile ospite,
che abbandona la lettiga
con un balzo.
Soddisfatta d’esser giunta
ammira con occhi profondi
i fiori e le piante
del giardino rettangolare,
gli stessi della sua terra calda e lontana.
Fig. 36 - Il giardino del peristilio
Il colonnato e il porticato,
tutto intorno al variopinto giardino
danno frescura e rendono
più piacevole il clima
pompeiano già mite.
Si intravedono sulla parete
orientale del peristilio
gli attrezzi per la
campagna, nella penombra
dei cubicoli rustici
del quartiere dei servitori.
69
Il peristilio separa i servi
dai padroni che hanno
gli alloggi nell’atrio tusculano.
Dalle cucine sistemate
a sud del peristilio
filtrano odori di carni
bruciate e di salse alla cipolla.
Di lato alle cucine
i servizi igienici,
dall’altro lato il laconicum
e il quartiere degli ospiti.
Sulla destra a settentrione
del peristilio un corridoio
porta ai depositi,
al torcularum e all’aperto
in campagna:
ingresso secondario della villa
riservato ai procuratori,
agli intimi della casa
e agli uomini politici
che non desiderano
passare sotto gli occhi
di gente capace di creare
scandalo per nulla,
massa canaglia di moralisti
fatta non coll’argillosa
creta, ricca dello spirito
della terra, ma con escrementi carichi
di vapori mistici,
il cui lezzo è mal coperto
dal profumo dei gigli.
Accanto all’ingresso riservato,
di buon servizio, il salotto d’attesa,
antistante il tablino
ove il Dominus conduce gli affari
e accompagna, a richiesta, i clienti
al torcularum e ai depositi
per la stima del vino, del grano,
delle fave e dei ceci.
La vita di giorno si svolge
intorno al peristilio.
70
In terra di lavoro,
dalla benigna sorte
assegnata al divino e augusto
Ottaviano,
da tre giorni son
cominciati i preparativi
per festeggiare
il solstizio d’estate.
Il convulso affaccendarsi
di uomini e donne
per le pulizie generali
perfino nei depositi
per il gran giorno,
dei misteri dionisiaci,
ha trasformato l’ameno luogo
in un rumoroso mercato.
Pare la piazza greca
di San Gaetano con la basilica
di Gregorio Armeno
con presepi e librerie,
ove sembra
regnare la confusione
e, invece, la gente
si muove agevolmente.
Qui Emmanuele, detto il Ditirambo,
perché aveva passato due volte
le porte degli inferi,
se ne starebbe mollemente
sdraiato a terra a mangiare
“melone, trippa, pere ‘e musso”,
tra un amplesso e l’altro,
avendo per tetto il cielo stellato
e non obelischi di marmo.
Zanclea guidata dalle tre
ancelle che hanno tratto
dalla lettiga i suoi bagagli,
entra nell’accogliente
e gradito silenzio del quartiere
riservato agli ospiti.
I cubicoli, gioiosamente
decorati, si affacciano
71
con un piccolo porticato
in un giardinetto interno
quadrato ricco di multicolori fiori
e verdi piante che tengono lontani,
con il loro profumo,
moscerini e mosconi,
tranne le farfalle e le operose api.
Deposti i bagagli nel cubicolo,
a lei destinato, è accompagnata
nel balneum per togliersi di dosso
la polvere e rinfrescarsi.
Un’ancella spoglia Zanclea
e un’altra getta una manciata
di semi nell’ardente braciere
del laconicum nel quale si
sprigionano fumi odorosi e inebrianti.
Il braciere di bronzo viene tirato
fuori dal laconico e dolcemente
vi è sospinta Zanclea.
Sente le pareti del laconico calde
come quelle di un forno.
Respira l’aria calda e fumosa,
si sente soffocare, poi respira meglio,
il sudore gronda a gocce da tutto il corpo.
Con gridi di gioia esce dal laconicum.
Limpide e tiepide acque
l’accolgono in una capace vasca,
panni di lino bianco avvolgono
la sua morbida pelle
e dita vibratili e veloci
la spalmano di olio di rose.
Dal quartiere degli ospiti
è condotta nella sala triclinare
adiacente al piccolo atrio quadrato.
Spilluzica le vivande servite
dalle ancelle: focacce calde,
uova di pernici, galletti allo spiedo,
uccelletti e fagiani, proboscide
di elefante alla salsa pompeiana
famosa in tutto il mondo,
fave, lattuga, sedano, finocchi,
72
albicocche, fragole ciliegie, nespole,
pere, susine gialle, rosate e brune,
Gusta le bevande
prelevate fresche dalla cripta
al centro del peristilio:
latte di capre che hanno
brucato le profumate erbe
esistenti solo alle pendici del Vesuvio,
acqua acetosella di madonna Semele
proveniente da Stabia,
leggerissimo vino bianco
dei colli Aminei di Napoli,
robusto vino rosso di
Bromio dei vigneti della casa.
Fig. 37 - Tratta da Maiuri
73
Dopo il pranzo è riaccompagnata
nel suo cubicolo dove le ancelle
la denudano.
Si corica, il ventre
schiacciato contro il materasso
coperto da bianche lenzuola.
Una bambolina del Guatemala
sotto il cuscino induce sogni felici.
L aere sottile dalla porta aperta
le massaggia la pelle.
La vigilia del grande giorno,
Zanclea, accompagnata da due ancelle,
attraversa il rumoroso
peristilio fino alla porta
dell’impluvarium.
Qui la domina della casa,
incoronata con foglie di alloro,
accoglie la giovane siracusana.
Fig. 38 - Atrium tusculanum o Impluviarium - Foto:VMisteri012.JPG di Giovanni Lattanzi
74
I bambini giocano rincorrendosi
e le loro voci si confondono
con i cinguettii delle rondini
e dei passeri che hanno nidificato
sotto la tettoia.
L’impluvarium è un patio
chiuso, più intimo e raccolto.
Raccoglie le acque piovane,
ma la sua miglior funzione
è quella di aerare i cubicoli della notte.
Bellamente decorati, a uno
o a due alcove, si affacciano
con un’alta porta sotto il porticato
dell’impluviarium.
Fig. 38 - Villa dei Misteri, cubicolo: decorazione in secondo stile evoluto
75
I romani desiderano
fare sonni tranquilli
e chi vi dorme, sbarrata
la porta d’ingresso, trae come
dal grembo materno
la sicurezza del civis e la forza del miles.
Fig. 39 – Immagine tratta da Maiuri – Porta del cubicolo n. 16
(parete sud che dà sull’atrio)
76
Le pareti dell’impluviarium
sono affrescate con scene quotidiane.
Con bei colori luminosi
v’è dipinto il fiume Sarno
e la vita che si svolge su di esso.
Lo zoccolo è affrescato con disegni
geometrici. Un commensale, uscendo
mezzo briaco dal triclinium
nell’impluviarium, ha inciso, con uno stilo,
sulla parete la caricatura di Rufus,
la testa calva, incoronata con una ghirlanda,
gli occhi aguzzi, un grosso naso
che si fa vermiglio dopo una bevuta,
il mento sporgente, per il piacere della parola
e quello di masticare cibi prelibati
come un quarto di bue.
Fig. 40 - “Rufus est” - da A. Maiuri
77
La domina lascia Zanclea
sulla soglia del tempio di Osiride.
La siracusana entra nella sala e alle sue spalle
la porta si chiude con un sinistro cigolio.
E’ una stanza con eleganti disegni
su fondo nero.
Fig. 41 - Decorazione della sala a parete nera) contrassegnata da Maiuri come tablinum
Foto VMisteri010.JPG – di Giovanni Lattanzi
78
Fig. 42 - Immagine tratta da Amedeo Maiuri, gentilmente concessa dalla Sopraintendenza di Pompei.
79
Zanclea è presa da smarrimento
e sconforto. Non sono i pompeiani
gente amante della luce?
La stanza nera le mette addosso
un brivido di freddo.
A sinistra una porta chiusa:
l’uscita dalla misteriosa stanza?
Di rimpetto un balcone semichiuso muove,
con la sua poca luce,
misteriose figure in penombra.
Fig. 43 – La sfinge. Foto: VMisteri031.jpg di Giovanni Lattanzi
Un mostruoso animale,
la testa e il petto di una donna,
il dorso maculato,
il corpo e le zampe di un leone,
un serpente per coda,
un grosso organo genitale.
80
E quello chi è? Un sacerdote,
il guardiano del tempio, o un Dio?
Ha sul capo il geroglifico
che rappresenta il trono,
nella sinistra uno scettro fiammeggiante
e nella destra una chiave.
E’ Osiride fratello e sposo di Iside?
Fig. 44 - Osiride – Foto: VMisteri018.JPG – Giovanni Lattanzi
81
E quell’altro chi è?
Zanclea è sempre più spaventata.
E’ un uccello, un uomo, o un Dio?
E’ un offerente, o un penitente?
Sta in ginocchio, ha sul capo
il segno trilobato della regale divinità,
il becco di Ibis, il grande uccello del Nilo,
nella mano sinistra il bastone ricurvo
dei pastori e nella destra la chiave della conoscenza.
Fig. 45 – Il dio Toth - Foto VMisteri021.JPG
82 La curiosità può più della paura
e Zanclea con flebile voce chiede:
“Chi sei? Perché sei in ginocchio?
“Che ci fai tra uccelli e coccodrilli?
Risponde il Dio:
“Non aver paura, Zanclea,
“Io sono Thot, Dio della sapienza
“e della matematica,
“consigliere della grande Iside,
“davanti alla quale sono in ginocchio.
“Il perverso Seth, dio dei morti,
“fratello di Iside e di Osiride
“geloso della felicità dei suoi due
“fratelli che, per divino amore
“si erano accoppiati
“sessualmente fin da quando
“erano nell’utero della madre,
“rinchiuse, con l’inganno, suo fratello Osiride,
“Dio delle acque, in un sarcofago tutto d’oro
“e lapislazzuli, e lo gettò nel Nilo.
“Iside consumata dal dolore
“chiede il mio aiuto per ritrovare
“il corpo dell’amato.
Ed ecco Iside, bellissima.
S’avanza sicura, ma leggera
e sembra volare.
Ha una tunica trasparente,
una cintura con teste di serpente
e un nodo sul petto,
lo scialle ricopre le spalle e il busto.
I lunghi capelli sono divisi sulla fronte
e scendono lisci sul dorso.
Ha sul capo il geroglifico
che rappresenta il seggio regale,
il disco lunare tra due corna bovine.
Tiene ai polsi
braccialetti a forma di serpente.
83 Fig. 46 - Iside alata - VMisteri019.JPG – Giovanni Lattanzi
Nella mano destra l’ankh,
il simbolo della vita,
che nella parte aperta
ha la forma dell’utero.
Nella sinistra il sistro,
lo strumento musicale
da lei inventato.
84 Anch’esso a forma di utero,
agitato nell’aria
stimola, per il fremito argenteo
del suo eccitante sibilo,
i visceri della pancia
e l’intimo dialogare
del pene e della vagina
che intrecciano il loro
umido chiacchiericcio
in una gioiosa danza d’amore.
Ha già le ali, consigliate da Thot,
perché come uno sparviere volerà
sulle acque del Nilo
fino alla fenicia Biblos,
dove troverà il sarcofago
in cui Osiride giace senza vita.
Volando sul corpo dell’amato
si impregnerà del suo sperma
e ingravidandosi, partorirà Horus.
- O Iside
Dea dalle molte facoltà,
onore del sesso femminile.
- Amabile, che fa regnare la dolcezza nelle assemblee,
- Nemica dell'odio
- Tu regni nel Sublime e nell'Infinito.
Tu trionfi facilmente sui despoti con i tuoi consigli leali.
- Sei tu che, da sola, hai ritrovato tuo fratello (Osiri), che hai
ben governato la barca, e gli hai dato una sepoltura degna di lui.
- Tu vuoi che le donne (in età di procreare) si uniscano agli uomini.
- Sei tu la Signora della Terra
Tu hai reso il potere delle donne uguale a quello degli uomini!
(
Inno a Iside - Tratto dal Papiro di Ossirinico n.1380,1, 214-216, II secolo a. C.)
85 Iside, la Dea dell’Amore,
riporta il corpo di Osiride in Egitto.
Ma il malvagio Seth,
colto dall’antica invidia,
profittando della sua assenza,
spezza Osiride in quattordici parti,
spargendole sulla terra d’Egitto
e sul Nilo.
La sposa, infelice,
come solo possono essere
le donne dei soldati
morti a Nassiria e in Afganistan,
vola ancora una volta
come lo sparviero
sulla terra d’Egitto
e sulle acque del Nilo.
Ritrova le parti dell’amato
e ne ricompone il corpo.
Ma non trova
il suo organo genitale
perché un coccodrillo
l’aveva mangiato.
La dea fa all’amato
un pene di legno.
Ed ecco di fronte
l’animale sacro del Nilo!
Immobile,
pronto a ghermirti,
la pelle verdastra,
gli occhi fermi,
le narici nella parte
alta del muso,
i denti robusti,
le zampe con artigli rosati,
la coda potente.
86 Ha divorato
il pene di Osiride
ed egli stesso è un Dio.
Porta sul capo
la divina corona trilobata.
Fig. 47 - La stanza nera – Il coccodrillo – Foto: VMisteri020.JPG – Giovanni Lattanzi
L’organo genitale di Osiride
sarà sostituito dal phallos di Dioniso
oggetto di devozione nel culto,
e simbolo del rito,
affinché mai più abbia a perdersi
ed essere divorato da un coccodrillo.
Le grandi madri
Ishtar e Iside, dee della terra
e dell’amore sensuale
87 sono vinte da Dioniso
e dal matriarcato sessuale
di Iside e Isthar
si giungerà al patriarcato fallico di Dioniso.
Le donne colte dalla follia del Dio
si ribellarono alla schiavitù
degli uomini, desiderose di tornare libere,
com’erano un tempo.
Conquistarono perfino
il parlamento di Aristofane.
Ma il loro potere
ebbe la durata di un giorno,
passò di nuovo agli uomini
e la schiavitù delle donne ricominciò
con il matri-patriarcato
che è tale perché è asessuato.
Fig. 48 – Fregio nella stanza a pareti nere - foto: VMisteri029.JPG di Giovanni Lattanzi
Gli ibis…., gli uccelli,
i draghi e i coccodrilli
insieme a frutta e foglie verdi.
88 Una figura in nero ha le chiavi in mano.
E’ custode della porta verde sulla sinistra?
Seth col volto di sciacallo.
Osiride il dio della vita e della morte.
Horus con la testa di falco,
E’ un sogno? E’ un incubo? E’ realtà?
Questo è il tenebroso regno di Osiride.
Zanclea è pervasa da una vaga paura
di un sacrificio di sangue
mista a un’estasi d’amore.
La fronte s’imperla di un freddo sudore,
le cosce si bagnano
di caldi umori vaginali.
Un drago alato, col divino
emblema trilobato, erompe minaccioso
dalle lucide profondità del nero sfondo,
che la luce, proiettata dall’esterno,
accende di inquietanti bagliori.
Fig. 49 - Drago alato – Foto: VMisteri017.JPG di Giovanni Lattanzi.
89 Zanclea atterrita
scappa attraverso la porta verde
che si spalanca in una atmosfera
infuocata e passionale
dal colore rosso cupo.
E’ il cubicolo di Roxani.
Fig. 50 - Cubicolo 4 della pianta di Maiuri (v. fig. 13)
Pan, il Dio che incute
terrore alle vergini,
sta nascosto dietro un cespuglio,
pronto a ghermire la preda.
90 Un satiro possiede Dioniso.
Fig. 51 - Cubicolo 3-4 della pianta di Maiuri (v. fig. 50)
Il dio è bello come una fanciulla,
“…e tale
“da piacere alle femmine….
91 “ i voluttuosi riccioli effusi per le guance
“non cresciuti nella palestra. E bianco
“per far di sua beltà preda di amore,
“si serba all’ombra, e i rai, del sole schiva…
(Euripide, Le baccanti , v v. 453–59, trad. Romagnoli)
Non osa guardare il satiro in faccia.
Reggendosi col braccio sinistro
sul corpo di lui e colla destra
tenendosi il capo, si fa possedere
alzando la coscia.
Come la vergine è solo, faccia a faccia
con la gioia e con l’estasi,
in una esperienza non comunicabile.
92 Lungo il fiume un porco bianco.
Sileno ubriaco gioca con un satiro.
Fig. 52 - Cubicolo 3-4 (v. fig. 50) - Immagine tratta da Maiuri 93
Un altro danza
e un terzo versa il vino.
Fig. 53 - Cubicolo 3-4 (v. fig. 50) - Immagine tratta da Maiuri
Una donna barbuta
porta una cesta sul capo…..
è in compagnia di giovanetti
e giovanette…
capace di dar gioia
agli uni e alle altre…
94
Una gentildonna elegante
con ricco abbigliamento,
vestita da sacerdotessa
racconta la sua storia…
Fig. 54 - Cubicolo 3-4 (v. fig. 50) - Immagine tratta da Maiuri
95
Il perbenismo è impresso
sul suo volto tirato
come una maschera…
timorata di Dio ha vissuto
la sua vita senza amore.
Non ha mai amato
ed ha prostituito
la figlia mentalmente
presentando il sesso
sporco e peccaminoso…
Ma è la madre di…Roxani,
la fanciulla che ha immortalato
il suo passaggio scrivendo
il nome sulla pietra
e lasciando un messaggio d’amore.
Zanclea attraversa
il cubicolo di Roxani
e si ritrova in una grande
stanza rettangolare.
Fig. 55 – Particolare della pianta di Maiuri
La porta di rimpetto
apre nell’Esedra,
che comunica
96
a destra e a sinistra
con il porticato
che circonda la villa.
Tre finestre grandi
e due più piccole si aprono
sulla campagna e sul golfo.
Fig. 56 - Porticato meridionale
Zanclea si affaccia alla
finestra di mezzo,
respira profondamente.
L’aria fresca la risveglia
dal terribile incubo.
Finalmente la luce,
che offre alla vista
il verde della campagna,
il golfo che va da Posillipo a Sorrento
da Ischia a Capri
e nel mezzo Napule,
per la cui pronunzia
non v’è città al mondo
dal suono più dolce.
97
Rianimata
dalla splendida visione,
rientra nella stanza rettangolare
che per le iniziande
serve all’incubazione onirica.
Di fronte, alla sua destra,
la porta di bronzo
del tempio di Dioniso.
Su pannelli d’argento
sono incise magiche parole
e in bassorilievo gli attrezzi
dell’arte.
Fig. 57 - Non v’è traccia del portale della stanza di Dioniso.
98
Due colonne corinzie,
una in rosso di Levanto
e l’altra in nero bardiglio ondulato.
Ai lati il simulacro di Jaccos
e quello di Persefone, scolpiti
in marmo bianco dallo stesso Fidia,
trafugati ai Greci.
Accanto alla colonna di Jaccos
un abaco di marmo rosso a tre piedi,
offre un calice d’oro col nettare di Bacco.
Accanto alla colonna di Persefone
un abaco di marmo nero con un solo piede
offre un calice d’argento
con il liquore stillato dal granato.
Sulla porta la scritta:
O TU CHE GIUNTA A QUESTA PORTA
BRAMI VEDERE QUANTO A MORTALE
NON CONVIENE, BEVI AL CALICE DI
JACCOS E POI A QUELLO DI PERSEFONE
E TI SI APRIRA’ IL TEMPIO DI DIONISSO
Zanclea, lette le oscure
e minacciose parole, trepidante
si avvicina all’abaco di Jaccos
e beve dalla coppa d’oro,
tempestata di perle bianche,
il rosso liquore,
il vino della forza,
dell’impeto d’amore,
della poesia, dell’arte e della vita.
Come d’incanto inebriata,
si sente più forte e con coraggio
si accosta all’abaco di Persefone.
Afferra la coppa d’argento,
tempestata di perle nere,
ed avidamente trangugia
il rosato e scintillante liquore,
il vino della dolcezza e dell’amarezza,
99
che facilita la fecondazione,
il vino dell’oblio e della morte.
Il tempo di riporre la coppa
sull’abaco ed è già notte.
Il buio profondo e il freddo
l’avvolgono tutta.
SI ABBATTE PER TERRA
100
LA VISIONE ONIRICA
All’orizzonte l’incendio
di un grande fuoco spinge
l’azzurro contro il nero fondo
della notte senza stelle
e i primi bagliori bianchi
guizzano nell’aria
e si fanno più persistenti.
La terra beve le ultime gocce
della umidità della notte.
L’uomo in silenzio
sta sull’aia a mirare
la formidabile visione:
il rosso rapidamente si dilegua
e il subentrante giallo
illumina i covoni di grano
ammucchiati presso l’aia.
La divina Leucotea,
protettrice degli agricoltori,
"soffonde con la rosea luce
dell'aurora le rive dell'etere e spande la luce...”
(Lucrezio - De rerum natura)
Il sole, atteso, si manifesta
a oriente e con la sua corona
d’oro illumina la terra.
E’ il momento.
101 Mani veloci di donne
e di fanciulli sparpagliano
le fascine sull’aia fino a colmarla.
Uomini e fanciulli disposti
circolarmente intorno all’aia
formano il primo coro
del ditirambo del nascente giorno.
L’ultimo sarà drammatico,
disposto in forma rettangolare.
Uno stormo di tortore
s’innalza e fugge
al suono dei primi colpi
dei battitori.
Questi, a fronte sull’aia,
immobili nel tronco,
con movimenti precisi
e sicuri delle mani
e delle braccia,
a tempi alterni,
con forza misurata
battono le vette dei correggiati
contro le spighe,
quasi carezzandole e producendo
un ritmo a due tempi
sotteso dal fruscio delle spighe
chi si sgranano.
L’esperienza e la prudenza
consigliano dolcezza
per non affaticare i corpi
freschi del notturno riposo,
perché la giornata sarà lunga.
Colpi sibilanti di flessibili
e leggere canne
dei piccoli battitori
ancora inesperti, sistemati
negli archi dell’aia,
contrapposti agli uomini,
102 fustigano con violenza
le piante di grano,
sollevandolo e smuovendolo
finché non ottengono
anche loro una ritmica battuta
a due tempi
che si alterna a quella dei correggiati.
La musicalità delle battute
si diffonde nell’aria
e le colline circostanti
fanno ad esse eco.
Nelle stasi le donne
continuano a portare sull’aia
fascine di grano.
Il sole rapidamente sembra
alzarsi nel cielo
e con raggi infuocati
dardeggia la terra.
I corpi dei battitori
grondano sudore.
I possenti muscoli
del torace e delle braccia
ricoperti da una pelle
umida e brunita,
rilucente al sole,
sprigionano forza e calore.
Le mille pagliuzze dorate,
attaccate ai corpi
degli uomini proiettano
aurei riflessi in tutte le direzioni
e le vergini donne sono incantate
da quei corpi irraggianti la vita,
come lo stesso radioso Dioniso.
Questi sono i divini figli di Dioniso.
Il sole ha superato
il punto più alto del suo percorso.
Le pupille dilatate delle vergini
103 bevono le ultime immagini
del Dio che le scuote,
contro la loro stessa volontà,
nel più profondo dell’essere.
L’immagine del Dio
è già impressa nelle loro menti
quando i battitori abbandonano
le canne e i correggiati.
La battitura è terminata.
Lui ha battuto l’ultimo colpo
ed è proclamato lo Spirito del Grano.
I battitori sono sotto l’ombra
della grande quercia presso l’aia.
Il provvido Dio, che inebria
di felicità ricchi e poveri,
ha racchiuso l’acqua,
per i periodi di siccità,
in panciuti frutti verdi:
le bocche dei mietitori
affondano nella polpa rossa
e i neri semi cadono
uno a uno, o a gruppo
ad arricchire la già feconda terra.
Col bianco della scorze
si rinfrescano la fronte
detergendo le fastidiose ariste.
Una donna attraversa
l’arsa campagna di colore giallo
riparandosi di tanto in tanto
alla scarsa ombra di un
solitario pero, o di un olivo.
Cammina sciolta e veloce
tra gli sterpi. E il fruscio
del suo agile passo
si insinua nello stridulo
richiamo delle cicale
che col loro canto
104 producono uno straordinario
e ritmato concento di suoni.
E’ tutt’uno il capo
con il pesante recipiente
di creta, pieno di acqua viva
attinta alla sorgente di Semele.
I raggi solari colpiscono
l’anfora che rimanda
luminosi bagliori
che segnalano agli uomini
l’avvicinarsi della donna.
L’acqua trasudando
dalle pareti di terracotta
respira, acquista sapore
e diventa più fresca.
Altre donne abbandonano
l’aia per preparare l’agape della sera.
Tre uomini appoggiati
sui forconi di olmo bianco
scrutano pensosi il cielo.
Da ponente, finalmente, si alza
la carezzevole brezza.
Contenti fanno un cenno del capo.
Due di loro, l’uno di fronte all’altro,
sollevano cumuli di paglia
spingendola verso il cielo.
Il terzo uomo scruta e misura
la forza del vento che trasporta
la paglia verso oriente ai bordi dell’aia;
quindi stabilisce il limite
che separa il grano dalla paglia
e lo percorre rapidamente
da un capo all’altro.
105 Il forcone nelle sue mani esperte,
ora è magico tridente che ruota
e afferra la paglia ancora al volo,
ora è gigantesca cazzuola
che liscia e ammassa
il crescente muro di paglia,
diritto e a piombo sull’arco
dell’aia, come un palcoscenico,
circolare e degradante all’esterno
verso la campagna circostante.
Dioniso transustanziato
in chicchi di grano
comincia a mostrare
i suoi riccioli d’oro.
E’ sporco di pula e di ariste
come è sporco un neonato.
I tre uomini si ritirano a spagliarsi
volgendo i passi a occidente.
La vergine della mietitura,
colei che aveva legato
l'ultimo covone,
s’avanza sull’ aia dal Sud,
recando sulle braccia protese
il sacro ventilabro.
Una ghirlanda di grano le adorna
il collo e dà riflessi dorati al suo viso
ben modellato.
Lo spirito del grano,
l’uomo che aveva dato
l’ultimo colpo di correggiato,
incoronato di foglie d’ellera,
procede con il crivello, dal Nord.
106 Sono pari in altezza ed entrambi belli.
scelti dalla sorte, lei alla mietitura,
lui alla battitura del grano.
Sanno che a loro saranno riservate
le danze più pericolose.
Sanno che potranno fecondare
con il proprio sangue
i germi di grano destinati alla semina.
Tutto dipenderà dalla perfetta
sincronia dei tempi e dei movimenti.
L’errore di uno potrà
costare la vita anche all’altro.
La caduta dell’uno
sarà la caduta dell'altro,
e a quel punto i battitori
non seguiranno più il ritmo
e le regole, ma si abbandoneranno
convulsamente e disordinatamente
con i correggiati fino al massacro.
Novelli Persefone e Lityerse
potranno fecondare
con il loro sangue la terra.
Lui afferra dalle mani della vergine
formosa come un giovenca
il ventilabro lanciando sguardi di fuoco
e a lei consegna il crivello.
E’ il primo scambio d’amore.
L’uomo scaglia con il ventilabro
i semi di grano contro il cielo:
ricadono sul crivello,
agitato dalla donna,
come il dorato seme di Zeus
sul grembo di Danae.
La pula, le ariste e i germi secchi,
portati dalla brezza di ponente,
107 sciamano, in una striscia argentea,
sul muro di paglia e più oltre.
Meraviglioso e divino arnese,
coronatore del lavoro dell’uomo!
Separa ora la vita dalla morte,
il germe vitale da quello secco:
il sacro ventilabro!
Cesta a racchetta,
slabbrata come una vagina aperta,
contenente lo stesso Dioniso:
il suo divino phallos!
Maschio e femmina insieme,
phallos di fuori e vagina di dentro.
Il sacro ventilabro,
simbolo della germinità:
la tua forza è il vento!
Fig. 58 – Il sacro ventilabro
108 Le ceste di vimini
disposte in fila, sull’orlo dell’aia,
a occidente,
dirimpetto al muro di paglia,
accolgono il grano nei capaci ventri.
Un panno verde le ricopre.
Si va delineando, col muro di paglia,
lo spazio in forma rettangolare
per trescare il ditirambo della notte.
Le donne camminano
una dietro l’altra recando
sul capo le ceste delle vivande.
Le lunghe ombre proiettate
sul terreno, al calar del sole,
disegnano un mobile colonnato
simile a quello del pestano
tempio di Hera.
Il bosco di querce
frastagliato a picchi,
a vallate, e a cupole
sta per accogliere
nel nero grembo
il grande disco rosso.
Sovrastano strisce rosate
in uno smagliante
e perlato azzurro.
La luna splende
a giorno nel cielo stellato.
I fuochi accesi tutto intorno
muovono variabili ombre
sui volti dei banchettanti
seduti per terra
nello spiazzo
sotto la grande quercia.
Le donne porgono
le ceste con le vivande.
I giovani tacciono dardeggiandosi
con gli occhi.
109 Il re del demo e sua moglie,
la regina del grano
sono seduti su un punto
più alto nel mezzo dello spiazzo.
E’ silenzio.
Al colpo di maglio del re del demo,
tutti sollevano i calici pieni di vino
per brindare all’agape della mietitura.
Zucchine in umido.
Focacce cotte sulla pietra rovente.
Capretti ancora avvolti
in fascine di mirto,
cotti sotto terra.
Anatre allo spiedo.
Ricotte fresche e ricotte salate.
Prosciutto, pancetta,
cacicavalli e manteche.
Insalata di cetrioli.
Ruchetta forte dal fresco sapore
delle Cerrine, sedano e basilico.
Ciliegie, perine e susine di Jaccos,
pesche rosate, bianche e gialle,
fiori di fichi di Hera,
acqua della fonte di Semele.
Vino bianco del Sabazio
e quello rosso di Bromio.
L’ultima uva passa di Bacco
e miele di Arianna.
Gli uomini e le donne
sono seduti per terra in fila,
sono gli uni di fronte alle altre,
gli uomini sul lato di nord,
le donne sul lato di sud.
Tutti sono coperti
da una maschera di paglia.
Formano un quadrato
con il muro di paglia a oriente
e con le ceste ricolme di grano a occidente.
110 La vergine del grano legata
e fasciata con steli di grano
è condotta sull’aia
I fanciulli la spingono,
la urtano, la percuotono
finché non è libera
del suo involucro.
E’ nuda. Il pube nero
sulle cosce brunite,
l’ombelico ben centrato
segna la vita sui fianchi rotondi,
le mammelle sode, i capezzoli neri,
il collo eretto, la bocca rosata
con turgide labbra, gli occhi luminosi,
tutti i muscoli tesi e frementi.
Si sente presa in trappola
in quel quadrato.
Sente sul suo corpo gli sguardi
che la trafiggono.
Attraverso le maschere di paglia
uomini e donne possono
godere a guardare, non visti,
il suo splendido corpo.
Le due file di uomini e donne
poste l’una di fronte all’altra
si alzano in piedi e cominciano
a battere la terra con le canne.
Ella passando con maestria
tra le due file evita di essere percossa.
Il movimento delle canne
si chiude e si dispiega
come un ventaglio
da un capo all’altro
raccogliendo tra le sue pieghe
la mobile figura della vergine,
visibile accento,
a scandire il tempo
tra una battuta e l’altra.
111 Lo spirito del grano appare
all’improvviso sul muro di paglia,
nudo e raggiante, illuminato
dalle fiaccole di ferule
e dalla luna splendente nel cielo.
Davanti alle ceste di grano,
Arianna circondata, a destra
e a sinistra dalle donne mascherate
fa un passo indietro
all’apparizione di Dioniso
e con le mani protese in avanti
allontana da se la bramata visione.
Il Dio con un salto è sull’aia.
Le donne sorreggono la vergine
per l’improvviso smarrimento.
Fig. 59- Epifania di Dioniso ad Arianna a Nasso - Pittura Pompeiana Napoli, Museo Nazionale, Fot. Alinari.
112 La spingono verso il Dio
che s’avanza da oriente a occidente,
maestoso, come il principe di Cnosso
in mezzo ai gigli.
Una donna e un uomo si prendono
per le mani e le sollevano
facendo un arco con le braccia.
Una seconda coppia fino alla decima
passa sotto l’arco allineandosi
alla prima sollevando le mani,
per costituire un corridoio umano,
dalle ceste di grano al muro di paglia.
Fig. 60 - Michele Calocero – reportage Cilento rural festival
113 Il coreuta batte un colpo di maglio.
Dioniso e Arianna
s’infilano nel corridoio
di archi umani.
Con le mani si riparano
il capo dalle percosse
che ricevono al loro passaggio
dalle donne e dagli uomini
invidiosi e scatenati
mentre i fanciulli percuotono,
disordinatamente, la terra
con le mazze di canna.
Le donne si ritirano
e siedono per terra
in tre file a sud dell’aia.
I battitori dal nord si alzano
e si dispongono
sull’aia in due file contrapposte.
Impugnano i correggiati
e con movimento
circolare delle braccia
muovono l’agreste arnese.
Ogni coppia di correggiati
descrive i movimenti
di due serpenti in amore
che drizzano le spire
in sinuose volute.
Tutti i correggiati battendo
in tempi diversi e successivi,
sembrano cavalloni marini
che si rincorrono senza
mai raggiungersi.
114 Al suono dei colpi fanno eco
le montagne e le colline circostanti:
tutta la natura è musica dionisiaca.
Arianna e Dioniso danzano
tenendosi per mano
nel mezzo delle battute dei correggiati.
Sono rimasti illesi
alla danza dei correggiati.
Arianna, frastornata,
è stesa per terra,
sotto il muro di paglia:
i muscoli delle cosce e delle gambe
fibrillano in un lievissimo tremito.
E’ stanca e sembra vinta.
Dioniso, a terra di lato, le è sopra
e col gomito tra i seni duri
la inchioda sull’aia
togliendole il respiro.
E’ attraversata da un brivido
e con un improvviso scatto
si libera dalla stretta.
Con un balzo salta il muro di paglia
e fugge. Dioniso la insegue.
Il suono di cembali e liuti
annuncia l’ingresso sulla scena
del re del demo e di sua moglie,
regina del rito.
Il re e la regina si accoppiano
in un amplesso sacrale nel mezzo dell’aia.
La vecchia Hera gode un altro anno
confermando assoluto
il suo dominio sulle messi.
Arianna avrebbe potuto
diventare la nuova regina del rito…
Ma per la sua paura
il partito dei giovani è vinto
115 e la nuova idea è sconfitta.
Le emozioni avevano
squassato Arianna tutto il giorno,
come fragile canna al vento.
La corsa, nella quale è presa
e non presa, la snerva.
L’alito caldo di Dioniso,
alle sue spalle, la spinge
verso il bosco di querce.
Ripara, quale estrema difesa,
nel capanno sacro a Diana
cacciatrice.
Esausta si abbatte al suolo.
Lui le è subito sopra.
Un dolore acuto
e lancinante accompagnato
dalla prima goccia di sangue
la ridesta dal sogno.
Emette un urlo
e come una belva ferita
repentinamente si libera e fugge.
Dioniso la insegue
giù per il clivo
e la inonda di sperma
come Poseidone
alla fuggitiva Atena.
Al caldo fiotto del seme
è travolta come da una ondata
di piena che rovinando
giù per un pendio la trascina
verso un invisibile abisso.
Ma, nel rovinio e nell’oscurità,
una luce brilla sinistra,
quella di una vendetta
che si è venuta compiendo
nel tempo:
è necessario essere all’altezza
di Hera, sua madre,
per poter accogliere
116 nel proprio grembo
il vitale e caldo seme.
Giace sulla terra umida,
tra l’erba bagnata.
Grida sentendosi lacerare
come la terra
alla spinta di un germoglio,
urla disperata
chiamando a raccolta
tutte le sue forze.
Lotta contro un muro
in cerca di uno spiraglio
che non trova.
Le sue urla cadono
come fuochi fatui
nel mezzo dei suoni della tirbasia
che colmano la notte.
Uno stillicidio di sangue
si mescola alla rugiada
di cui è pregna la terra.
Dioniso è gioioso,
gli occhi dolcissimi.
Arianna si copre il volto
e piange.
Dioniso la prende fra le braccia
e le riporta su nel bosco
ai piedi dell’albero a lui sacro.
Le mani di Arianna
abbandonate scivolano
lungo il corpo di Dioniso.
Al contatto del suo divino phallos
scatta spaventata e si alza
riparandosi a ridosso dell’albero
che abbraccia con le spalle
e con le braccia.
Invoca pietà!
La sua vagina si apre tutta
ad accogliere tra le sue soffici
117 pieghe il phallos,
come il panno verde
sopra al ventilabro.
Arianna non sente più dolore.
Scivolano entrambi
per terra intrecciati:
i due corpi sono uno solo.
Dioniso, Dio dell’amore,
giace per terra vinto da amore,
abbandonato languidamente,
in un sonno profondo.
Arianna va verso la fonte
di Semele
per ristorare il suo corpo
alle limpide acque,
fiera come una leonessa
vincitrice, che si lecca le ferite.
TUTTO TACE. IL CIELO E’ STELLATO. VENERE SPLENDENTE E
PALPITANTE TRIONFA NEL CIELO
118 IL TRESCONE DIONISIACO DELLA NOTTE
Come lo spermatozoo,
circondato da migliaia
di compagni,
gira intorno all’ovulo
per pungerlo e penetrarlo,
cosi il maschio,
per sollevare la veste
e scoprire il suo pube,
ruota intorno alla femmina
che volteggia sinuosamente
per sfuggire ai suoi attacchi
ai quali infine cederà
con un caldo abbraccio.
Fig. 61 - Menadi e Satiri in “Dioniso”, spettacolo di Cinzia Maccagnano e Dario
Garofalo al teatro antico di Velia-Elea (Fot. Michele Calocero)
119 IL CANTO DI DIONISO
Per far quadrato
contro il figlio di Zeus
bisogna usare ferro e fuoco
e non steccato di cannucce
che il Dio irritato
tutto travolge, infrange e abbatte
e piega l’alto pino
come il misero mortale la canna.
I CANTI DI DIONISO
E DI ARIANNA
- Io sono il vento e tu sei l’acqua
- Io sono il bosco e tu sei l’albero
- io sono il cielo sopra di te, terra
- io sono il mare e accolgo
nella mia profondità te sole
- tu sei il mare e io sono……
- tu sei il fiume e io sono il mare.
- Sensazione del mare spumeggiante
che invade furiosamente
la foce del grande fiume,
le acque salate si mescolano alle dolci
e insieme rovistano nelle vecchie
anfrattuose grotte e ne scavano di nuove.
Il mare si ritira.
Il fiume rientra nel suo letto
- E sotto le acque serene riprendono
con dolcezza lievi e allegre
le danze sottomarine.
120 …..Toccarsi le mani,
toccarsi i piedi,
odorarsi, sentire il tuo profumo
..…guardarsi negli occhi,
toccarsi col ventre,
sentire i tuoi visceri,
toccarsi col petto,
sentire il tuo cuore
.. …guardarsi negli occhi,
toccarsi le braccia,
prendersi per il capo,
carezzare i tuoi capelli,
carezzarsi il viso, il collo,
il petto, le spalle
..…guardarsi negli occhi,
toccarsi il sesso,
scoprire che è bello,
come i giocattoli di peluche
per il bambino.
Se chiudi gli occhi
il sesso è peccato:
i giocattoli di peluche
diventano mostri nel buio
..…guardarsi negli occhi,
compenetrarsi con gli occhi,
compenetrarsi con la bocca,
compenetrasi col sesso
.….guardarsi negli occhi,
abbracciarsi
..…guardarsi negli occhi,
vedere il mio volto nel tuo
come in uno specchio
..…guardarsi negli occhi,
amare te stesso nell’altro:
scoprire l’amore
..…guardarsi negli occhi,
tu sei IO,
io sono TU
..…guardarsi negli occhi,
121 siamo il mare e il fiume
il cielo e la terra.
…..Noi siamo Dio.
Fig. 62 - Pompei - Villa dei Vettii. Affresco erotico.
122 IL CANTO DI SILENO
Fig. 63 - Immagine tratta da Maiuri
123 Per il sacro cuore di Zagreo !
ho appreso dai vati greci
il gusto per il sacrilegio.
Codesto travestito,
figlio di madonna Semele
non sai mai quando fai l’uomo
e quando la femminetta !
Approdato dalle falangi franchiste
al manicomio di Capodichino
sai tenere alto soltanto il mento barbuto
come il capro quando canta alla luna
ma non l’onore, non la dignità.
Ti vendi per pochi soldi
o per una bagascia
a Monte di Procida
Sotto lo sguardo vigile
di mio padre me ne sto sdraiato,
nella stanza del forno,
sulla panca, coll’alta spalliera,
vicino al grande focolare
colmo di fuoco per l’affumicatura
delle castagne bianche;
e mio padre, nel pieno silenzio,
rotto soltanto dallo scoppiettio
della legna bruciante ancora verde
mi versa di tanto in tanto,
con amore, fino nettare di Dioniso
distillato a Bruxelles
come a un vecchio compagno d’armi,
mentre la fantesca ci porge
scottanti castagne dal forno.
124 La figlioletta adorata mi chiedeva
angosciata, piangendo:
”perché, perché il terremoto a Napoli,
perché proprio a Napoli ?”
ed io non sapevo che cosa rispondere
e con un sorriso fatuo
nascondevo le mie lacrime
stringendola al petto;
la sua domanda nascondeva
il germe nefasto della colpa
ed io, padre e psichiatra,
mi schizofrenizzavo.
I miei figli sono orfani
e mia moglie è vedova
ed io, nume, dalla terra
di Trinacria,
come dal cielo,
le assisto e le proteggo.
Fig. 64 - Dioniso bambino su pantera, con le Ninfe di Nisa, in un cammeo di epoca
romana. Museo Archeologico Nazionale - Napoli
125 CANTI DI AMORE
DI DOLORE E DI ODIO
Perché non mi vuoi stasera ?
perché ti sembro troppo giulivo
anche senza il nettare
stillato dalla vite a Bacco sacra ?
Io, seppure figlio di Zeus,
non sono niente di più
di quel che tu non sia.
Guardami negli occhi stasera
e vi scoprirai tutta la tua tristezza.
Con gli occhi del mare
la coscienza del fiume
l’onda del mare.
Non stroncare il volo del gabbiano
prima del tempo.
Dai al gabbiano - a te e a me Il tempo di volare.
Il tempo di imparare a morire.
Un giorno,
se ciò è scritto nei nostri destini,
i gabbiani si sfracelleranno
contro la roccia
ma non moriranno
perché sapranno volare
attraverso la roccia:
un volo più alto e veloce.
Ma adesso non mi uccidere,
non sono ancora pronto.
Non aver paura di volare:
uccideresti, e inutilmente,
te stessa e me.
126 Chiudo gli occhi nel tuo nome
nel tuo volto, nei tuoi occhi,
e non desidero più aprirli
perché non ti trovo.
Vorrei chiedere
a mio fratello il sole
che mi presti il suo carro
per rapirti, e a tutti gli Dei
dello sterminato Azzurro
che ti prendano
e ti portino qui da me.
Ma so che la mia preghiera
è inesaudibile se tu
non vorrai farti rapire
come Proserpina
sul tuo lago di Pergusa.
Tu eri sul lago di Pergusa
autodromato e inaccessibile
come roccaforte.
Aperta un breccia nella rete di metallo
ti ho rapita sul mio carro
tirato da cento destrieri
dal cuore d’acciaio delle Ardenne,
le frogie ardenti nero fumo
scalpitanti veloci
per lande assolate e tempeste di vento.
Ti ho amato in ogni anfratto
su ogni cima di monte,
in ogni valle
e sui pianori giallo-dorati
alzati al cielo come altari.
Ti ho amato sotto ogni colonna
del tempio di Segesta.
Pazzo d’amore ho cantato e ballato
per te col mio tiaso nel teatro di Segesta.
127 Con spada di Damasco, per te
ho combattuto sulle fortezze di Erice.
Ti ho amato nelle saline
tra le buttane e le ruffiane.
A Motya tra le secche agavi
e le verdi yucca sacre al Bromio
Con la innocente e felice ignoranza
della prima volta
come Dafni e Cloe.
Schiuma di sandalo
tenero scivolamento ombelicale
di visceri contro visceri
modellato dalle tue mani
con creta bianca
creato dal tuo alito.
Fig. 65 - Dioniso con Satiro e due Menadi. Cratere attico (fine del V secolo a.C.)
128 Tu non puoi tenermi qui, prigioniero
nel tuo grembo. Io debbo nascere!
Ecco il biglietto di viaggio.
Il culmine della mia passione
per l’uscita è durato dalle cinque e trenta
alle sei del mattino. E voi dite
d’essere stati presenti
al mio travaglio. Avete fatto
come quei ginecologi, che anticipano
o posticipano il parto per ragioni personali
e non secondo il bisogno
del bambino che, poi, viene massacrato!
Fig. 66 - Leucotea allatta Dioniso. Pittura parietale, I sec., dalla
"Casa della Farnesina". Roma Museo Nazionale Romano.
129 Mammina, come ragioni?
Ti rechi dalla vicina
senza dirmi dove vai,
lasciandomi solo
al buio nella cullina?
Mi sono svegliato,
impaurito e incollerito.
E tu non sei una traditrice?
E non credi, mammina,
che per questo tradimento
mi faccia male la schiena?
Tutti dicono: “ti voglio bene”.
E tutti vogliono dare consigli,
per colpirti alle spalle.
Mammina, papà, siete due…….
Mi avete lasciato solo.
Sono insofferente,
perché non so neppure
dove stanno le forbicine
per tagliare le mie piccole unghie.
Mammina, ho fame.
Prendo i tuoi biscotti:
mi eccitano il vomito.
Prendo il tuo pane,
v’è un pelo: vomito.
E’ un pelo del tuo pube
o della mia piccola testa?
E come fai a non capire
che il tuo pane, duro,
mi fa male alle gengive
ancora senza denti?
Mi arrabbio anche per questo
e vorrei ucciderti
e sbranarti proprio
con i miei dentini….
ma sei mia madre!
130 Madre, il tuo seno lurido
e puzzolente è vuoto
e non mi dà niente.
Il seno della mia donna
mi fa schifo.
Sento il bisogno di fumare
un sigaro toscano per coprire
con l’acre aroma
il tuo sgradevole odore
mentre soddisfo il mio antico
bisogno del latte
che tu non mi hai dato.
E’ un odore, un sapore?
Non lo so. E’ una sensazione
indescrivibile. Mi prende il naso,
tutta la bocca, il collo fino al petto,
antiche sensazioni di dolore
che non so descrivere.
Mammà,
come fai a non accorgerti
che il vecchio contadino
dal quale mi mandi
a prendere le patate
mi fa toccare il suo pene
e me lo mette in bocca,
obbligandomi a succhiarlo?
E con le sue dita ruvide
e schifose mi ha fatto
uscire il sangue dalla vagina?
Ma tu non hai visto il sangue
sulle mie mutandine?
Io avevo sei anni.
Mammà …. mi hai mandato
a prendere le patate dal contadino
fino al compimento del mio
dodicesimo anno di età.
131 Scoprire il proprio corpo
Scoprire il piacere
…è bello, lo voglio sentire ancora…
Ma, tu mammina, minacciosa mi dici:
“Che stai facendo…?!?!?”
“Non si fanno queste cose !!!!”
“Hai più fatto quelle cose ?”
“Il piacere è “cattivo”, è una cosa brutta…
“Non “si deve fare,
“non si deve più provare”…..
Non dormo… mi sento oppressa…
sono rossa e furiosa…
A letto mi sento più sicura,
a letto posso fare tutto ciò che voglio
senza che nessuno possa scoprirlo.
A letto posso pensare a te, amore mio,
senza che mio marito se ne accorga.
Mi auguro che si faccia presto sera,
così posso pensare a te liberamente…
Le tue dita sono le mie dita
che mi danno piacere
La tua bocca, la tua lingua, il tuo corpo…
…sono tutto ciò che desidero.
Ti adoro, ti amo, ti voglio…
…ma non riesco ad averti.
Ti amo e ti odio.
Mi opprimi, mi fai diventare
rossa e furiosa…
Non riesco ad amarti se non ti odio…
…non riesco ad odiarti se non ti amo…
…ma ti cerco e non posso fare a meno di te…
Voglio essere toccata da te,
e toccare il tuo bel phallos
che rifiuto di accogliere nella mia vagina
perché è peccato:
Mammina, col tuo “Non si deve fare”,
132 questo è il bel regalo che mi hai fatto!
Madre crudele, quando smetti
di picchiarmi
davanti al venditore
di pane, o a quello della frutta,
lasciandomi i lividi sul corpo?
Laureata in filosofia?
Non ti vergogni?
Avevo dimenticato le tue percosse,
ma ora mi è comparsa l’impronta,
ancora rossa, della tua mano
con cinque dita,
sulla guancia sinistra del mio volto.
Mamma, papà,
dite di volermi bene.
Quando smettete di litigare
in mia presenza?
Sono confuso
Perché non so chi ha ragione.
E tu, neurologo,
mi chiudi nello sgabuzzino
per punirmi perché ho sbagliato
un nome?
Sarai un ottimo medico,
ma sei il peggiore dei padri!
Signora maestra,
come puoi dirmi d’essere buono
e di amare il “prossimo tuo”,
se mi riempi di botte
e mi infliggi inenarrabili
punizioni, fino a lasciarmi
un bicchiere d’acqua e un tozzo
di pane, mentre i compagni
133 mangiano la pasta al sugo?
Fig. 67 - Dioniso raffigurato su un vaso greco
Gente del Nord
più di altri devoti
al tracio alcool di Dioniso.
Avvolta nei suoi fumi
e nella nebbia puteolente
dormi tranquilla e sicura
come nella cloaca materna.
Al mattino ti svegli
per eseguire lavori
precisi e ossessivi
134 Ma non rallegrarti
per la tua precisione
e per tua puntualità.
Non hai alcun merito
se non quello d’aver
un carattere anale
e d’essere schiava del lavoro.
Gente del Sud,
non rallegrarti
per il sole cocente,
con un cielo infuocato,
ma non azzurro
come quello di Napoli.
Pirandello, Pietro Verga
e Giuseppe di Lampedusa
ti hanno fatto sentire simile agli Dei
mentre strisci come verme
“orgogliosa di essere invertebrata”,
sempre sottomessa
e schiava degli altri.
L’orgoglio non ti fa vedere
la tua triste condizione.
Gente orale del Sud,
Gente anale del Nord
siete miserabile strumento
nelle mani dei potenti.
Quanti altri millenni
dovranno passare
perché possiate acquistare
coscienza dei vostri diritti,
dignità e autogoverno?
Solo Dioniso col nettare della vite
accomuna le genti del Nord e del Sud.
135 Fig. 68 - Dioniso
Avidi, ingordi, avari,
vi ho traghettato
dalla palude
e dopo che vi ho donato il fuoco
avete organizzato
il mio incatenamento
sulla roccia,
per beccarmi il fegato,
dandovi il cambio,
uno per ogni giorno
136 - vaso attico
e tenendo tutti insieme consiglio,
credendo d’esser gli Dei
dell’Olimpo.
Non avete riconosciuto
il benigno Dioniso
alla vostra porta….
Voi siete rozzi e volgari
e per danaro fareste
di vostro padre
sgabello per salire.
Vile prete contadino,
potrai salvare centomila anime,
secondo la tua fede,
ma non la tua.
Andrai agli Inferi
perché hai fatto
condannare un innocente.
Il malato,
colpito dalla follia da Dioniso,
incapace di intendere e di volere,
al tuo insulso ordine
di smettere di fumare,
ti ha sputato in faccia.
Tu hai dichiarato al giudice
che ti ha dato uno schiaffo:
manicomio criminale!
Non hai saputo porgere
l’altra guancia al fratello più debole
e ricevere lo schizzo di uno sputo,
ma sei prono al volere dei potenti.
La menzogna è tanto grave
quanto l’omicidio,
di cui ti sei reso colpevole
nella tua comunità,
per la tua incuria
verso un malato febbricitante.
137 Monsignore dei monsignori,
offendi gli onesti
difendendo i disonesti
e i delinquenti
costituzionali e istituzionali.
E’ questa la tua pastorale?
Sapiente imbroglione
e azzeccagarbugli
la tua omelia
“chi è senza peccato scagli la prima pietra”
legittima l’abuso, il sopruso
e il furto di tutti i farabutti,
in nome e per conto di Cristo.
Per meglio imbrogliarti
ti chiedono di fare voto
di povertà, di castità e di obbedienza.
E tu credendo
d’essere un buon cristiano
imponi sadicamente
ai fanciulli
l’insegnamento perverso
al quale ti sei votato,
offendendo Epicuro, Lucrezio e Gesù.
Stupido neurologo, sulla tua fronte
un qualsiasi mio paziente
ballerebbe il tip-tap…..
Per parlare male di Wilhelm Reich
dichiari ch’egli morì
pazzo in carcere.
Ignori che Socrate fu condannato
a bere la cicuta
perché corrompeva i giovani.
Ignori che Giordano Bruno
di Nola fu arso vivo
per l’eresia di credere
138 che ogni punto, e non solo la terra,
fosse il centro dell’Universo infinito.
Ignori che Gesù, anarchico,
comunista e ribelle,
portatore di amore,
colpito dalla follia di Dioniso,
fu messo alla croce
per il suo peccato d’orgoglio
di credersi Dio, figlio di una vergine
come Dioniso e come Horus.
Così ignori che Wilhelm Reich
ha scoperto quell’ energia vitale
che ti tiene in vita
e che in te repressa
ti fa tenere il collo contratto
come Alfonso dei Liguori.
Ma, il Santo combatteva,
con la penitenza
e l’amore per gli umili,
il suo peccato d’orgoglio.
Tu non ti poni neppure il problema
e rimani nella tua augusta ignoranza,
camuffata dalla tecnica
della prescrizione di un farmaco.
Dioniso, all’occorrenza,
sapeva piegare il capo
al volere di Zeus.
139 IL CANTO DEI SATIRI E DELLE MENADI
Fig. 69 - Satiro e Menade
Satiri: La melodia è la musica di
Pan e del pastore,
il ritmo è quello di Dioniso
e dell’agricoltore.
140 Menadi: Il rock, il fox e il tip tap
sono la musica dell’operaio,
del suono del martello
che batte sull’incudine.
Satiri:
Il tango tiene i corpi avvinghiati.
Non danzare i passi argentini
rende frigide e anemiche
le vergini.
Menadi: Rende gli uomini impotenti
che si accoppiano,
freddamente, senza passione.
Satiri:
La musica è preparazione,
è speranza, è desiderio, è attesa,
è nostalgia, è sublimazione,
è coazione.
La musica è arte incompiuta.
Il canto è partecipazione
alla speranza, al desiderio,
all’amore, alla nostalgia, all’odio,
alla sublimazione, alla coazione.
Menadi: La danza è l’arte suprema.
E’ l’arte compiuta.
E’ la certezza dell’appagamento
del bisogno dell’amore
e della realizzazione
degli impulsi aggressivi.
Satiri:
Il coro del ditirambo nato
sull’aia, all’alba dell’uomo,
in forma circolare, come i cerchi
disegnati dal bambino, come i villaggi
primitivi, come i trulli di Alberobello.
Menadi: Il ditirambo drammatico alla sera
dell’uomo disposto
in forma rettangolare
come le case, le città
degli uomini adulti
costruite in forma quadrata.
141 Satiri: La vergine del crivello è la figlia.
Menadi: L’uomo del ventilabro è il padre.
Satiri:
Il rito di iniziazione
è il superamento dell’incesto.
E’ desiderio e repulsa, amore e odio.
Il sacerdote è il padre sverginatore.
Menadi: Dioniso è l’amore naturale e istintivo,
senza peccato,
come prima della cacciata dall’Eden.
Satiri:
La feconda Dea Ishtar si mostrava
nuda ai suoi fedeli e alzava le gonne
.
per mostrare il sesso.
Menadi: Le donne erano libere
e non erano schiave dell’uomo.
Fig. 70 - Ishtar
142 Satiri:
Il cristianesimo sublima l’incesto
perché la madre, nella Trinità,
è lo Spirito Santo.
Menadi: E condanna la donna
ad essere monaca
o prostituta nel matrimonio e fuori.
Satiri:
La chiusura dei postriboli
ha rovinato la vita sessuale
dei giovani che non possono bere
con gli occhi l’immagine
di un corpo nudo femminile
nell’attesa dell’amplesso che,
le prime volte, è sempre rimandato.
Menadi: Non possono godere della vista
di una vagina aperta
e tutti sono condannati
a rimanere impigliati
al complesso di Edipo.
Satiri:
L’accoppiamento pubblico
dell’arconte, re del demo,
con sua moglie, regina del rito,
ha la funzione sociale
di far superare
il complesso di Edipo.
Menadi: Il cristianesimo ha condannato
le feste dionisiache
e noi, le devote, siamo chiamate
con disprezzo “le Baccanti”.
CORO: O Santo, o benedetto
o divino fanciullo,
ermafrodito figlio di Semele,
femminello figlio di Maria,
maschio figlio di Persefone,
figlio del granato, del castagno
e della vite, figlio del toro lidio
e del lucifero serpente,
guidaci alla luce.
143 TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della vita.
Dovrebbero anche governarla!
Viva Arianna! Viva Dioniso!
Satiri:
Oltre al secondo miracoloso
bambino Gesù di Praga in Arenzano,
si può scoprire un terzo
divino fanciullo più antico:
Dioniso, il figlio di Zeus e di Semele.
Menadi: O un quarto bambino Gesù:
Jaccos, il figlio di Persefone.
Satiri:
I grandi calici ripieni di vino
all’ingresso dei templi di Dioniso
sono stati svotati e riempiti
di acqua santa verminosa.
Menadi: Cibi sani ed acqua viva
della fonte di Semele
mentre siamo avvelenati
dall’aria che respiriamo
e dai tossici incorporati nella frutta.
CORO: O Dioniso, fra i numi il più benigno
e il più terribile, o Evio, o Sabazio,
o Bromio, o Bacco, o Ditirambo,
o Jaccos, o Emmanuele, o Libero
quanto è bello a noi sempre è gradito.
O toro, o leone, o capretto,
o pesce, o asino, o agnello
quanto è bello a noi sempre è gradito.
TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della vita,
dovrebbero anche governarla!
Viva Arianna! Viva Dioniso!
144 Fig. 71 - Dioniso con Arianna a Nasso. Vetro a sbalzo del I sec., dalla Casa
di Fabio Rufo Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale
Satiri:
Santa Sinforosa e La Speranza
sono la vecchia Hera di Paestum.
Menadi: Le feste di San Vito, San Mauro
e San Pantaleo sono le feste
della mietitura tra le montagne
Satiri: La madonna del Granato in Capaccio
è la leggiadra Proserpina di Paestum.
Menadi: La festa di San Giovanni Battista,
sulle coste del Mediterraneo,
è la festa della mietitura nelle pianure.
CORO: In una festa di gioia,
di vittoria e di lavoro
trovi sempre un santo
pronto a contaminarle
e reprimerne la passione.
145 Satiri:
Il ferragosto è la festa della Luna,
nel suo maggior splendore.
Menadi: Le feste di San Marco
e di San Giuseppe lavoratore
sono una sconfitta umiliante
per la libertà delle donne
e per il lavoro degli uomini
CORO: Tutta la sinistra
è stata messa nel sacco
dal gibbo bimillenario
e dall’astuzia, da gran prete,
di un solo uomo
“regista freddo, imperscrutabile,
senza dubbi e senza palpiti”.
(dalle lettere di Aldo Moro)
Satiri:
Non han toccato l’Assunzione,
tutti i Santi e la Concezione.
Menadi: E han preparato la festa
di San Giuseppe metalpetrolchimico
per il primo maggio.
TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della vita.
Dovrebbero anche governarla!
Viva Arianna! Viva Dioniso!
Satiri: Abbasso il primo maggio.
Menadi: Viva la festa dei fiori
del vino, del grano.
Satiri: Abbasso il lavoro operaio.
Menadi: Viva le antesterie,
le piccole e le grandi dionisiache,
viva le lenee, viva Dioniso.
Satiri: Abbasso la fondazione di Roma.
Menadi: Viva la Bastiglia, viva il 14 luglio.
Satiri: Abbasso la presa di Porta Pia.
146 Menadi: Viva le Termopili, viva Salamina.
Satiri: Abbasso la festa della Vittoria.
Menadi: Viva il 4 luglio, viva Little Italy.
Satiri: Abbasso la festa della Resistenza.
Menadi: Viva Trafalgar Square.
Satiri: Abbasso la festa della Repubblica.
Menadi: Viva la birra Mùnchen.
Satiri: Abbasso tutte le feste
accompagnate da santi e madonne.
Menadi: Viva la samba, viva il carnevale
di Rio, ove tutto è odore
di seme e di orgasmi.
Satiri:
Basta con il cinema,
basta con i soldi agli enti lirici…
Menadi: Viva l’analfabetismo!
Satiri: Abbasso la cultura!
Con la cultura non si mangia…
Menadi: E i nostri figli vanno alla guerra.
Satiri: Chi legge troppo non lavora.
Abbasso chi legge!
Menadi: Chi non legge, può schiantarsi
dall’alto di una torre metallica.
Satiri: Basta con le speculazioni,
abbasso la Domus dei Gladiatori.
Menadi: Viva il sapere ambiguo
del masturbatore coatto.
Satiri: E’ una vergogna spendere i soldi
per quei quattro rovinassi.di Pompei….
Abbasso i quattro sassi di Pompei!
Menadi: Viva il farabuttismo dialettico.
TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della vita,
dovrebbero anche governarla!
Viva Arianna! Viva Dioniso!
147 Satiri: Tutta l’Italia è un immenso seminario.
Menadi: Una metà è fatta di preti
l’altra metà di ex seminaristi.
Satiri: A scuola t’insegnano
che il 25 aprile è la festa di San Marco.
Menadi: E il primo maggio
la festa di San Giuseppe metallurgico.
Satiri: L’insegnamento scolastico,
non serve per forgiare
cittadini e uomini liberi,
ma sudditi e militari,
che vanno in guerra
per conquistare terre lontane
e morire per la patria.
Menadi: Lasciando le donne vedove
e i loro figli orfani.
Satiri: Dio, Patria, Famiglia,
l’affascinante trinomio
sul quale poggiano
come su un trigono
l’assolutismo religioso
quello economico
e la dittatura politica.
Menadi: Che rendono le donne
e gli uomini diseguali.
CORO: O Dioniso, o divino fanciullo,
salva noi e i nostri figli
dagli appestati che preparano la guerra.
Satiri: La suola è tutto un inganno.
Gli intellettuali italiani
hanno un cervello costruito
con la grammatica, la sintassi
e la logica della lingua di Cesare…
148 per vivere i tempi della Repubblica,
cosa del popolo.
Menadi: Vivono, invece, con il latino della Chiesa
con la redditizia pratica
dei mille vicoli e crocicchi
CORO: La cultura nelle mani
degli appestati
non serve per l’elevazione
dell’uomo e della donna,
ma diventa solo strumento
per delinquere!
Satiri: Denunciano la loro imbecillità
tifando per la Iuventus
o per l’Atalanta,
tralasciando gravi problemi economici….
Menadi: Sono fissati alla masturbazione
coatta e strofinano l’organo genitale
contro le lenzuola,
senza toccarlo,
nella falsa coscienza di non peccare.
Satiri:
Sono fermi all’età di quattordici anni
quando più vivo è il bisogno
di masturbarsi e di giocare al pallone.
Menadi: Le ragazze per non toccarsi,
camminando, si strofinano
le cosce nella falsa illusione
di provare piacere, senza peccare.
Satiri:
Non liberi sessualmente
si accodano sempre al carro del vincitore.
Menadi: Gravati fin dall’infanzia dalla colpa,
possono essere solo gregari.
CORO: O divino, o Dioniso,
o dolce bambinello
149 salva noi e i nostri figli dagli appestati.
Fig. 72 - Sileno tiene in braccio Dioniso bambino, marmo, copia
Romana del II secolo a.C.da un originale greco di Lisippo
( 300 a.C.) Roma, Musei Vaticani.
Satiri:
I contadini tedeschi
gettavano, per gioco,
150 la padrona dei campi
sotto la mietitrice
e armati di falce
chiedevano birra al padrone.
Menadi: Nella Germania
cristiana e socialdemocratica
i loro figli chiedono birra
con il martello in pugno.
Satiri:
Fino a quando si batteranno
per la birra
e non per la libertà sessuale
resteranno sempre un’orda
facile preda di un qualsiasi capo.
Menadi: Tanto fanciulli
nella voglia
di salvare la vita
a una farfalla,
tanto sanguinari
nello sventrare colla baionetta
la pancia a un bimbo
TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della vita,
dovrebbero anche governarla!
Viva Arianna! Viva Dioniso!
Satiri: Il miracoloso manto
della Madonna de Pilar
sul corpo martoriato
de il Caudillo.
Menadi: La gloriosa bandiera
con falce e martello
a coprire la merda
del manicomio di Capodichino.
Satiri:
Kè mali!
al manicomio di Capodichino!
151 Menadi: Maschere di becchi e di conigli
giocano a scacchi
sulla pelle degli ammalati.
Satiri: Kè mali!
alla psichiatria napoletana!
Menadi: Gli ammalati sono abbandonati
a se stessi.
Satiri: Viva i pugni di merda
in calze di seta. Viva i talleyrand.
Menadi: Viva i gentiluomini del Papa,
più manigoldi di Mazzarino.
Satiri: Viva voi ti qua e noi ti là.
Menadi: Viva noi ti qua e voi ti là!
CORO: Scoprire con tristezza
che schiavi e padroni,
guerra, sangue,
massacri e genocidi
teosofie, religioni,
cattedrali, moschee,
scienza, arte, musica
son tutti riconducibili
a un’esperienza originaria:
un peto !
Satiri: Viva Arianna!
noi ce l’abbiamo duro.
Menadi:Viva Dioniso!
noi ce l’abbiamo morbida
calda, umida, accogliente.
152 Fig. 73 - Bacco, Arianna, Sileno e Satiro, II sec. Museo del Bardo, Tunisi
CORO: Essere liberi con Dioniso,
amare Dioniso
perché non v’è alcuna libertà
se non v’è libertà sessuale.
La vita di un uomo e di una donna
è una ripetizione coatta
del momento supremo della nascita
che può essere protetta
non con superstellari
sale da parto, gelide,
illuminate con lampade scialitiche,
profumate con essenze mordaci
ma con l’avvio di una sana
politica di rivoluzione sessuale reichiana.
TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della vita,
dovrebbero anche governarla!
Viva Arianna! Viva Dioniso!
153 SULLA TOMBA DI SEMELE
In mezzo a un turbine
di fiamme crepitanti
appare Dioniso
sulla tomba di Semele
e decreta:
Leucotea, signora
della luce risplendente,
figlia di Cadmo e di Armonia,
e sorella di mia madre Semele,
non potrà, come fece con Ulisse,
salvare il tuo fratello
dalla tempesta.
Sospinto contro la roccia
dall’infido vento
della tua stessa menzogna
perirà, il tuo fratello,
perché tu abbia a pagare
il torto fatto a un innocente,
mio devoto,
e seguace di Guglielmo Reich,
con l’accusa di sequestro
di persona, concepibile,
soltanto dalla tua mente
di criminale e non
da quella di un medico. *
*L’autore è stato accusato di “sequestro di persona con abuso d’ufficio” per il ricovero coatto
di un ammalato che minacciava il suicidio. La vicenda giudiziaria si è conclusa con sentenza di
assoluzione del Tribunale di Messina perché “il fatto non sussiste”.
154 …Tu, intrigante servo del potere,
hai rovinato i tuoi figli
adusti dall’eroina.
…Sozzo sicofante,
e squallido delatore,
mal te ne coglierà
dalle tue calunnie.
…Prostituta della villa
e trista calunniatrice,
scacciata per la tua doppiezza
dalle case chiuse,
sei già pazza come Agave.
…Tu, Rosa, sarai punita
per la tua falsa testimonianza.
Questo è il volere di Zeus,
mio padre, Dio della Giustizia.
.
155 Fig. 74 - Zeus di Smirne - Museo del Louvre, Parigi
Zanclea, ora svegliati.
Entra nel mio tempio e racconta
la tua visione,
perché nessuno
abbia mai a dubitare
che io, Dioniso, sono figlio
di Zeus e di Semele.
Con animo intemerato
affronta i Misteri…
156 Comincerai con punto fisso
e bocca aperta.
Nascendo hai guardato in alto
con la bocca spalancata
alla ricerca del capezzolo
di tua madre.
Il padre mio Zeus,
provvidente e benigno,
lo ha fatto di colore nero
perché tu possa orientarti,
nella luce accecante del giorno,
uscendo dal buio dell’utero.
Il suo colore brunito
è faro splendente
perché tu possa orientarti
e afferrarlo con sicurezza
nella sua bocca,
come tutte le cose della vita.
Il tuo maestro, mio allievo,
ti condurrà con dolcezza
a modificare le corazze
muscolari e caratteriali
che ti impediscono di amare.
TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della nostra vita.
Dovrebbero anche governala.
Viva Dioniso! Viva Arianna.
157 Fig. 75 - Statua di Dioniso del II secolo esposta al Louvre.
Zanclea si sveglia
dal sonno ristoratore
ed apre gli occhi.
E’ mezzogiorno in punto,
le porte del tempio
sono spalancate.
Entra con umiltà
nel sacro luogo
per eseguire gli ordini del Dio.
158 PRESENTAZIONE
ZANCLEA
Sono Zanclea.
La vostra amorevole accoglienza
è per me tanto più gradita
perché un grande dolore
porto in fondo al mio cuore.
Desiderosa d’amore,
sono approdata a questo lido felice.
Ho bussato alla porta
di questo tempio,
perché Dioniso
lenisca un po’ del mio dolore
dal profondo dei miei visceri
e dai miei occhi.
Ho tremila anni di età.
Vengo dall’isola di Ortigia,
ho bevuto la limpida acqua
della fonte di Aretusa
e mi sono bagnata nel divino Ciane.
Ma ahimè! I falli metallici elevati
dall’uomo verso il cielo
hanno reso impraticabili
le acque del divino Ciane.
Aretusa piange sconsolata
per la malattia di Ciane.
La stessa Aretusa è moribonda.
Non possiamo più abbeverarci
alla sua fonte,
non possiamo più abbandonare
i nostri corpi liberi
alle carezze delle liane;
159 non possiamo più avvinghiarci,
in un abbraccio di piacere,
ai papiri anch’essi moribondi.
Per la millenaria predicazione
contro le leggi della natura,
il sesso della donna,
giudicato sempre e comunque
peccaminoso, è stimato
solo in funzione della procreazione.
Il corpo della donna
come la terra, è colonizzato e seminato
e il suo prodotto è oggetto di scambio
per la guerra,
come il raccolto delle bionde messi.
Il pene è dominatore e colonizzatore,
la vagina è dominata e colonizzata.
Gli impotenti orgastici
usano il pene per ferire
trafiggere, umiliare
e fottere senza amore.
Per la loro disturbata
potenza orgastica
erigono falli metallici,
lividi simulacri di quella,
coi quali squarciano
il roseo imene dell’alba,
soffocando con fumi pestiferi
il palpitante respiro
della natura. Che si ribella
con cataclismi, piogge,
uragani ed alluvioni,
allagando intere città e campagne,
distruggendo Aretusa, Ciane,
i suoi papiri e la Domus dei Gladiatori
della vostra Pompei, più famosa
di Paestum e di Agrigento
con i loro templi
rovinati dall’editto
del cristiano Teodosio.
160 I fumi tossici dei falli metallici
modificano il seme degli uomini
e le ovaie delle donne
che partoriscono mostri,
bambini leucemici e cancerosi.
Sono giunta a questo lido
e chiedo il vostro aiuto
perché non abbia a perire
come la prostituta della villa.
O come la fedifraga Fedra,
figlia di Minosse e Pasifae,
sorella di Arianna,
e sposa di Teseo.
Perdutamente innamorata
di Ippolito, fece delle lenzuola
cappio per impiccarsi
al rifiuto d’amore
dell’amato figliastro.
.
Fig. 76 - Baccanti con i loro attributi rituali (da sinistra) i crotali,
il tirso (lungo bastone con una pigna in cima, coronato di edera e di pampini, portato
da Dioniso e dal suo tiaso), la pelle di cerbiatto e il vaso sacro
161 IL VENERABILE MAESTRO
Zanclea,
stenditi sul kline,
piega le ginocchia,
apri la bocca
e guarda la pigna
in cima al tirso di Dioniso.
Essa ti sembrerà ora un capezzolo,
dal quale scorre nella tua bocca
latte bianco,
ora un pene dal quale sgorga
a fiotti sperma bianco perlato.
Rivedrai la tua vita
sin dalle prime ore
correggendo le storture
prodotte nel tuo corpo.
Non aver paura se ti prende il tremito,
segno vitale delle corazze
che si sciolgono.
Al punto fisso con la bocca aperta
seguiranno altri dolorosi compiti
ordinati secondo le funzioni
ontogenetiche che si sono sviluppate
nella crescita naturale del tuo corpo.
Quanto più soffrirai su questo kline
tanto di più potrai godere
dei piaceri che ti riserva la vita.
Se prima non ti riappropri
della parola e del pensiero,
della capacità di succhiare,
di mordere, masticare
e tenere il capo eretto,
non potrò dirti “alzati e cammina”
come fece il nostro fratello Gesù
con Lazzaro risvegliandolo dalla morte.
162 Infine ti riapproprierai del tuo clitoride,
organo della potenziale e originaria
espressività e creatività della donna,
sede del piacere costantemente represso
come hai appreso dalla madre di Roxani
nel cubicolo a due alcove.
TUTTI: Eu-hoè! Eu-hoè! Eu-hoè!
Il lavoro, l’amore e la conoscenza
sono le fonti della nostra vita.
Dovrebbero anche governarla.
Viva Dioniso! Viva Arianna.
Fig. 77 - Dioniso, rivestito di pampini e il Vesuvio, con un serpente in
primo piano, quale simbolo di fertilità. Affresco del I sec., dalla Casa del Centenario a Pompei. Museo Archeologico Nazionale - Napoli
163 IL RITO E’ COMPIUTO
Zanclea è libera.
E’sanata dai suoi mali
e dal farabuttismo dialettico
adolescenziale inconscio,
generato dalla repressione
della masturbazione
giudicata sempre peccaminosa:
“Mi titillo…
ma smetto prima di raggiungere
l’acme del piacere…
e così non faccio peccato”….
“Mi tocco e provo piacere,
ma non faccio peccato perché
mi fermo al punto giusto
e non getto, come Onan,
il seme per terra”….
“Mi masturbo e provo piacere,
ma non faccio peccato
perché spingo il seme in vescica
e non lo getto per terra.
“Non faccio peccato
quando fotto con la mia donna
perché pratico l’amplesso riservato
interrompendo il rapporto
nell’imminenza dell’ orgasmo.
La distorta logica
“per non sentirsi in colpa”
induce all’ipocrisia, alla doppia morale,
al pensiero ambiguo
e al farabuttismo dialettico
che è inconscio, perché il soggetto
non sa collegare la doppiezza
del pensiero e del comportamento
164 alla distorta attività sessuale.
Il farabuttismo spinge
ad oltraggiare la verità
per onorare, in sua vece,
la menzogna come se fosse verità.
Il farabuttismo dialettico inconscio
fa intingere il calamo maligno
della diffamazione nel nero inchiostro
della propria coscienza perversa,
per infangare e distruggere
le persone oneste,
le donne e gli uomini liberi
nel pensiero e nelle azioni:
son donne e uomini liberi
perché nell’adolescenza
si sono masturbati liberamente
senza alcun senso di colpa
non credendo che,
con tale atto di autoconoscenza,
si diventi ciechi o si finisca all’inferno.
Il rito è compiuto.
Zanclea può andare libera
per le strade del mondo.
Accompagnata da Policastro,
il ritrovato amore,
agile come Flora, va dalla Villa dei Misteri
di Dioniso alla Villa di Arianna
di Castellammare di Stabia,
ove si disseta alla fonte dell’acqua acetosa
di Madonna Semele.
165 Fig. 78 - Flora, affresco (9 x 31cm.) Villa di Arianna,Castellammare
di Stabia - Napoli al Museo Archeologico Nazionale.
166 167 168 RECENSIONI
LA ABBRACCIO’ E LA BACIO’ SULLA FRONTE
di Valentino Sturiale
Sempre con due vigili. Agitatissima, violenta, aggressiva, sporca. Erano necessari
alcuni giorni e diverse "colluttazioni" per farle prendere i farmaci, per compensarla
come allora si usava dire. Molti farmaci, molte fiale, molti giorni. Era tutto un
nascondersi, un fuggi fuggi generale, la ricerca di chi tra il personale è
responsabile, di servizio, di turno, confusione, grida, allarme e panico in tutto il
reparto. Il Primario, il Dottore Nicola Glielmi era rientrato da uno dei suoi infarti, il
suo nome campeggiava sul vetro della porta di ingresso dei locali vittoriosamente
conquistati insieme con i "malati". Mi aveva dato il permesso di frequentare il
"suo" reparto in un incontro nel suo studio assolato di miti greci, del suo teatro e
dei miei filosofi nella Magna Grecia che ci accomunavano insieme alle lotte
politiche di quei tempi socialiste, radicali e libertarie per la legge 180, per i locali
del Servizio Psichiatrico dell`Ospedale di Milazzo.
Nello scrivere la recensione dell`ultimo lavoro di Nicola Glielmi, “Zanclea nella
Villa dei Misteri in Pompei antica”, Tommaso Marotta Editore, è tornata più
prepotente alla mente una mattina di quando forse non avevo ancora cominciato il
tirocinio ospedaliero. Non andava di moda il volontariato e bisognava avere un
ruolo per stare lì in mezzo, per frequentare, per imparare: "Non insegno psichiatria
devi stare con gli ammalati, sono loro i professori, non ti voglio in queste stanze".
Guardavo. Il giovane dottorino era esentato dalle colluttazioni, troppo giovane e
poco esperto come psichiatra soprattutto per queste cose, il lavoro sporco, la parte
meno nobile e meno esposta di questo strano lavoro. Anche se esiste la alta
psicologia delle nevrosi della borghesia vittoriana, è sempre esistita una psichiatria
della violenza e della emarginazione, dei lebbrosari vuoti riempiti di pazzi, delle
torri dalle visite a pagamento, dei manuali per mandare al rogo chi dissente.
Guardavo, al riparo anche da oggetti volanti e dal marasma degli operatori,
aspettando che tutto si calmasse, che costretta sul letto di Procuste dei farmaci si
addormentasse e restituisse a tutto il reparto la pace ed il silenzio.
Il libro piccolo compatto, scorre veloce nella prosa di Glielmi sempre elegante,
ricercato nelle espressioni non barocco. Ho visto nascere sotto la sua penna molti
scritti sempre riveduti, riscritti, affinati fino a rendere il più limpido possibile il
pensiero da comunicare. Pure non è il solito Glielmi. Il libro sembra più leggero
degli altri che lo hanno preceduto, più concentrato sulle cose che hanno da sempre
affascinato l`Autore. Tranne che nelle ultime pagine, mancano gli spunti polemici
169 che sono il tessuto portante di altri lavori. Manca o è ridotto al minimo il Nicola
Glielmi funzionario pubblico prima del Manicomio poi dei Servizi USL in perenne
lotta contro i mulini a vento e i muri di gomma. Una benefica e salutare "crisi" forse la pensione - ha reso più leggera l`opera, più nitida la penna, ancora più libero
l`Autore. I "misteri" ed i simboli (mai junghiani, per Glielmi l`inconscio è un libro
aperto scolpito nell`apparato muscolo-scheletrico di ogni individuo) non
nascondono, svelano: sono più sereni e più maturi e pronti ad essere esposti in
modo solare esplicito naturale, più essoterici che esoterici.
Guardavo. Ma mi sporgevo a spiare la porta del Primario. Che avrebbe fatto?
Avrebbe autorizzato la contenzione? Che terapia avrebbe prescritto? Avrebbe fatto
finta di niente? La porta della stanza dopo attimi interminabili finalmente si aprì
rispondendo al clamore del corridoio. Il Primario uscì col fare indaffarato di chi
riceve una visita gradita ma in un momento inopportuno.
Deciso, le andò incontro, la aggredì - gli studi classici, pensai, aggredior cioè
andare verso - la svincolò dai vigili e dagli infermieri, la abbracciò e la baciò sulla
fronte: "Ciao - chiamandola per nome - vuoi (non devi) farti la doccia? Ti
accompagno". La prese a braccetto e la scortò dolcemente a posare le sue misere
cose nella stanza di degenza: "Poi ti vai a coricare, che sei un poco stanca"
concluse a metà fra l`italiano ed il suo dialetto campano. Tutti erano lontani e
silenziosi, ma io mi ero avvicinato troppo - la curiosità - e il Primario mi incaricò
con gli occhi di seguire l`intera operazione. A mia volta la accompagnai fino alla
doccia e dopo fino al suo letto nella stanzetta. Era passata si e no un`ora. Mi
affacciai alla stanza del Primario ed attesi in silenzio i suoi occhi interrogativi.
"Dorme come un angioletto" risposi. Quasi tutto il reparto si era intrufolato con me
nella stanza e voleva sapere con insistenza la terapia, quante fiale, quante
compresse, quante volte al dì. Come se tutto quello che era successo era stato un
gioco. Un bel gioco ma ora, ora bisognava tornare alle cose serie, agli schemi
consolidati, alle solite procedure, alla routine di sempre. Glielmi mi guardò:
"Terapia?" - girandomi la pressante richiesta ambientale. "Dorme. Che dovrei fare,
la sveglio per farla riaddormentare con una fiala?" - replicai, complice.
La scena - "sceneggiata" dicevano i detrattori di Glielmi - era di quelle da
ripensarci più volte in modo da identificare i contorni dei pensieri e delle parole
anche le più sfumate.
Avevo bisogno di respirare una sigaretta all`aria aperta, il freddo del bisòlo su cui
ero seduto aiutava a raffreddare le emozioni. Sono passati quasi venti anni e forse
ho confuso qualcosa nei ricordi ma sono ancora seduto sul quel fresco bisòlo e non
penso di muovermi più.
Credo troppo - più con Sciascia che con Pirandello - nella razionalità illuminata
che vince tutte le follie di questo mondo, il nemico non è la follia né il diavolo né
l`inconscio ma la stupidità di non usare creativamente il meraviglioso dono
dell`intelligenza razionale.
Delusione per Nicola Glielmi di non essere cresciuto Reichiano, ma una specie di
psichiatra sociale, cognitivista e soprattutto individualista senza parrocchie ma con
un ideale in comune con Glielmi: non c`è psichiatria senza libertà uguaglianza ed
umana fraternità.
Messina, maggio 2000.
170 LA PUREZZA SACRALE DEL SESSO E' UNA BATTERIA:
LIBERA ENERGIE
di Crisostomo Lo Presti
Qui c'è il genio che scaccia la follia. O è sanità religiosa nell'iniziazione sessuale
misterica e oscura di una vergine che nel tempio dell'Eros coniuga le paure di
fronte alla regina, che ha versato il sangue dell'imene, già libera e pronta a spiccare
il volo. Nicola Glielmi è uno psichiatra che naviga l'inconscio ed è uno psicologo
che matura il sesso nella sua purezza sacrale. Opera anche a Messina dove molti lo
conoscono per le sue coraggiose soluzioni terapeutiche: si rifà alle teorie di
Wilhelm Reich (psicanalista austriaco che predicava la liberazione dell'energia
attraverso l'esercizio sessuale) e ci vuole una certa dose di certezza per applicarle in
una terra che ancora conosce il tabù e che non si è liberata dalla condizione
inconscia del "terribile femminile", manifestando il bisticcio con la violenza di una
società che si confronta con la quotidiana barbarie.
E Arianna (quando sposa Dioniso) e la regina (quando si concede al rito di
Afrodite) e Zanclea (quando attende l'iniziazione), in questo libro di grande fascino
e di chiaro spessore poetico, sono un unicum a cui l'autore dà il segno della
condizione primaria-genitrice, obbligata a transitare dalla villa romana di Pompei.
Lui, Dioniso offre il suo fallo per il rituale che tramanderà il sangue sulle onde
della "Grande madre terra", pronta a nutrirsi e a generare altre Arianne, altre
regine, altre Zanclee nella purezza del desiderio che esplode dal ventre per divenire
"energia orgonica".
Il rito simboleggia il passaggio da una condizione inerme a quella dinamica e
riflette l'angoscia della violenza, stemperata dalla consapevolezza dell'ineluttabile.
Così, negli affreschi delle pareti, Zanclea donna di ieri (donna di oggi) attende,
circondata dalle amorevoli carezze delle ancelle e dagli inviti dei fauni e dal
sussurro della madre che non può non aver condotto all'ara anche il figlioletto per
renderlo "uomo" nell'assaporare gli umori vaginali. "Così un frutto, un cibo, un rito
- qualunque cosa egli descriva - ha una profondità di dimensioni che l'immerge nel
flusso energetico vitale. In ciò, l'autore è coerentissimo con la visione scientifica
che ha sempre coltivato, solo la modella in modo che acquisti immediata evidenza,
tangibile concretezza", scrive Valerlo Evangelisti nella Prefazione.
Il simbolo si coniuga con il rito e la magia con l'inconscio, tutto nella certezza
scientifica di Glielmi e nella percezione del "Grande mistero" che si racchiude
nelle viscere della femmina, vergine da sacrificare a Dioniso. E il sangue non è qui
quello del cuore, ma il più ancestrale della vagina che si apre sotto il primo impulso
per raggiungere la certezza del numero eletto. Donna di oggi, non più tifosa della
Juventus (banalità); consapevole del ruolo di chi governa i destini del Paese
(analisi); maledicente l'oscurità della veste del prete (ribellione), Zanclea
finalmente sa e attende.
171 Dall'iniziazione sessuale passa il tutto, "La sessualità è della massima importanza
come espressione dello spirito ctonio, poiché questo è l' altra faccia di Dio". (Carl
Gustav Jung: sommo svizzero, scopritore dell'archetipo nella sua originale indagine
dell'inconscio e creatore della corrente spirituale della moderna psicanalisi dai
sempre più affascinanti riferimenti alchemici).
Sacra e profana, mitologica e mercenaria la coniunctionon sempre rappresenta
l'unione degli opposti per la creazione dell'Uno (ermafrodito divino) a cui il
coraggioso Reich (e quindi Glielmi) dedica poco spazio, preferendo il rito della
mietitura con la maschera della fertilità acquisita.
Non so se Carl Gustav Jung abbia fatto in tempo a prestare attenzione alle teorie
del grande psicanalista austriaco, ma conosco quanto lontano, proprio sul
"nocciolo" della sessualità, si sia posto da Sigmund Freud (il padre della
psicanalisi, anch'egli austriaco): "Considero gli istinti umani come manifestazioni
diverse di processi energetici, come forze analoghe al calore, alla luce, e così via.
Come al fisico moderno non verrebbe in mente di far derivare tutte le forze dal
calore soltanto, così lo psicologo dovrebbe, guardarsi dal far derivare tutti gli istinti
in blocco dal concetto di potenza o da quello della sessualità".
E qui nasce l' archetipo, nascono l' anima e l' animus, nascono l' inconscio
individuale e collettivo, nasce l'ombra. Materia mille miglia distante dall' energia
orgonica di Wilhelm Reich. Mondi lontani come galassie che creano illusioni o
verità.
Gazzetta del Sud Martedì 25 settembre 2001 Nicola Glielmi: "Zanclea nella Villa dei Misteri in
Pompei antica" LA PUREZZA SACRALE DEL SESSO E` UNA BATTERIA: LIBERA
ENERGIE Crisostomo Lo Presti..
172 INDICE
ZANCLEA NELLA CORRENTE di Valerio Evangelisti
INTRODUZIONE
SOTTO LA TORRE SARACENA
LA SAGGEZZA DI ZEUS
DIONISO
Dioniso e Arianna
La religione dionisiaca
17
18
LA VILLA DEI MISTERI OGGI
19
Il triclinium
Il tablinum
La statua di Livia
La cripta del peristilio
Il cubicolo a due alcove
LA STANZA DI DIONISO
IL GRANDE DIPINTO
ZANCLEA
23
24
25
27
27
30
37
57
Il messo per Zanclea
62
LA VISIONE ONIRICA
IL TRESCONE DIONISIACO DELLA NOTTE
SULLA TOMBA DI SEMELE
LA PRESENTAZIONE
101
119
120
120
123
126
140
154
159
Zanclea
Il maestro venerabile
IL RITO E’ COMPIUTO
159
162
164
Il canto di Dioniso
Il canto di Dioniso e Arianna
Il canto di Sileno
Canti di amore, di dolore e di odio
Il canto dei satiri e delle menadi
RECENSIONI
La abbracciò e la baciò sulla fronte
di Valentino Sturiale
La purezza sacrale del sesso è una batteria:
libera energie
di Crisostomo Lo Presti
173 5
9
11
13
15
169
171
174 NOTE BIOGRAFICHE
Nicola Glielmi è nato a Magliano Vetere (Salerno) nel 1932. Laureato in medicina
e chirurgia. Specializzato in Clinica delle Malattie e Nervose e Mentali. Ha
lavorato negli Ospedali Psichiatrici Provinciali di Napoli e Messina. A seguito
della legge n. 180 (legge Basaglia) ha diretto, quale Primario Coordinatore, il
Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale Generale di Milazzo,
caratterizzato dalle “porte aperte”. E quale Primario Coordinatore ha diretto i
Servizi di Tutela della Salute Mentale a Taormina, ove organizzò un Centro
Sperimentale di Psicoterapia Reichiana, gratuito per tutti gli ammalati che
numerosi vi affluivano dal territorio, da Napoli e da Bologna.
Primario Coordinatore di Messina Nord e Capo Settore della Salute Mentale e
Tossicodipendenze della Asl N. 5 della Provincia di Messina dal marzo 1991 al 5
novembre 1997.
Ha seguito un training personale di vegetoterapia carattero-analitica con medici
orgonomisti, trainer della SIRTO (Società Italiana di Ricerche e Terapia Orgonica)
e della SEOR (Scuola Europea di Orgonomia). Ha praticato un training personale
di Gestalterapia.
E’ autore di pubblicazioni scientifiche sulla psicoterapia degli psicotici e sui loro
elaborati grafici e pittorici. In “Teatro e Psichiatria”, apparso sulla rivista Igiene
Mentale, l’autore conduce uno studio psichiatrico sulla commedia e sulla tragedia
dei Greci, mettendo a confronto gli eroi greci con moderni malati psichiatrici..
Ha pubblicato “La peste psichica” (Ed, Sintesi, Napoli), “Caratteri Passioni Mafia”
(La Grafica Editoriale, Messina), “Psicopoli” (La Grafica Editoriale, Messina), “La
peste istituzionale” (La Grafica Editoriale, Messina), “La nascita della parola e del
pensiero “ (ilmiolibro), “La terapia reichiana delle epilessie” (ilmiolibro), “Vizi
capitali e caratteri mafiosi” (ilmiolibro), “La psicologia dei vizi capitali e analisi
dei caratteri mafiosi” (una riedizione su www.ilmiolibro.it, a colori, del precedente
“Vizi capitali…”, illustrato con 50 opere del maestro, pittore, scultore Ranieri
Wanderlingh), “Bruciare la Bibbia – parte prima”, (ilmiolibro), “Bruciare la Bibbia
– parte seconda“ (ilmiolibro), “Il farabuttismo dialettico adolescenziale inconscio”
(ilmiolibro). In collaborazione con l’ing. Roberto Maglione: “Wilhelm Reich”
(ilmiolibro), “La distruttività post-encefalitica e il farabuttismo dialettico nelle
strategie della comunicazione”(ilmiolibro), “L’arca di Mosè e l’accumulatore di
Reich” (ilmiolibro), “Zanclea nella Villa dei Misteri in Pompei antica” ( I edizione,
Tommaso Marotta, Napoli, 2000).

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