Assaggio - Sillabe

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Assaggio - Sillabe
Maurizia Tazartes
Sommario
I – Roma 1593-1613
Orazio e Caravaggio
Artemisia nella bottega paterna
L’esordio: Susanna e i vecchioni La violenza, 6 maggio 1611
Il processo, febbraio-novembre 1612
Drammatico confronto Le falsità del garzone
Il quadro conteso
La Giuditta vendicatrice
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II – Firenze 1613-1620
La lettera a Cristina di Lorena
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Gli amici fiorentini
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Il riscatto
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L’affermazione43
Le Giuditte cortigiane
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Un amore: Francesco Maria Maringhi
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III – Roma 1620-1625
La fuga da Firenze, 11 febbraio 1620
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Ritorno a Roma
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L’agguato a Tassi 59
“Tintora romana”
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L’apoteosi63
Intermezzo veneziano, 1627-1629
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IV – Napoli 1629/1638 e 1642/1653
L’Annunciazione, 1630 L’Autoritratto per Cassiano Dal Pozzo
Le commissioni pubbliche
Musa della Storia
“…in Napoli non ho voluntà de più starce”
Ritorno a Napoli Don Antonio Ruffo e la Galatea perduta
“L’animo di Cesare in una donna…” La fine tavole a colori
cronologia
bibliografia
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“l’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa
sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità…”
Roberto Longhi 1916
I
Roma 1593-1613
Orazio e Caravaggio
La Roma d’inizio Seicento era una città inquieta di poco più di centomila
abitanti. C’erano molti stranieri, fiamminghi, spagnoli, francesi attratti dai
ruderi e dai palazzi, che pontefici e nobiluomini arricchivano di decorazioni, offrendo numerose possibilità di lavoro ad artisti e artigiani. I pittori occupavano la fitta rete di vicoli tra via della Scrofa e via Margutta, un mondo
rissoso, sparso tra locande, trattorie e bordelli, sempre alla ricerca di potenti
protettori e ricchi committenti.
In quella striscia della città c’erano i luoghi frequentati da Caravaggio,
le botteghe di pittura, di barbieri e rigattieri, le chiese di Sant’Agostino e
di San Luigi dei Francesi, il famoso Palazzo Madama, dove il cardinal Del
Monte, ambasciatore del Granduca di Toscana, aveva collezionato oltre seicento dipinti. Arrivato dalla Lombardia intorno al 1595-1596, Michelangelo
Merisi aveva rivoluzionato la pittura romana. Della sua terra conservava
non solo la parlata, ma la grande tradizione padana fatta di naturalismo. I
fanciulli che sostengono canestri di frutta, sbucciano prugne e mele, gli erotici cantori di Concerti, le zingare e i piccoli Bacchi che popolano le sue tele
romane erano ripresi da persone reali. Veri erano fiori e frutti bacati, foglie
appassite, volti rugosi e denti anneriti.
Cose mai viste nella capitale, di cui un intenditore come il cardinal Del
Monte aveva subito compreso la portata innovatrice. Era stato lui infatti a
fare il nome del pittore a Mathieu Cointrel, futuro cardinale Contarelli, per
la pittura delle due grandi tele con la Vocazione e il Martirio di san Matteo nella sua cappella in San Luigi dei Francesi. L’impresa, già affidata al Cavalier
D’Arpino, era passata nel 1599 a Merisi, che aveva ambientato la Vocazione
di san Matteo in un interno buio trapassato da un fascio di luce. I personaggi
seduti a un tavolo erano reali, come i loro cappelli piumati. I vetri della finestra erano appannati, come nelle case dei vicoli romani. Nel Martirio di san
Matteo invece l’artista aveva colto l’istante drammatico della violenza che si
respirava nella città, dove giovani armati di coltelli e spada ferivano al primo diverbio. Il ragazzo muscoloso, i capelli scarmigliati trattenuti da una
fascia, pronto a dare la mazzata finale al santo, era un giovane popolano di
una delle tante bande che giravano per Roma.
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Quelle scene forti e dinamiche, che esaltavano con luci e ombre la vita
stessa, suscitano profonda ammirazione. Molti pittori cominciano a emulare la maniera del Merisi, la cui fama si estende presto fuori Italia. Il biografo
fiammingo Karol van Mander affermava nelle Vite pubblicate in Olanda
nel 1603: “A Roma c’è un certo Michel Angelo da Caravaggio che fa cose
meravigliose”1.
Tra gli estimatori del pittore a Roma c’era il pisano Orazio Gentileschi.
I due si erano incontrati intorno al 1600 e si erano frequentati sino al 1603,
quando Caravaggio, Gentileschi e un paio di altri pittori furono coinvolti in
un processo. Il motivo, l’ostilità del Merisi verso il pittore romano Giovanni
Baglione, futuro autore di Le vite de’ pittori, colpevole di imitare la sua pittura sottraendogli commissioni pubbliche. Nel processo, durato dal 28 agosto
al 18 novembre 1603, Gentileschi si era schierato con Caravaggio e con lui
era stato condannato.
L’amicizia tra i due pittori si era poi incrinata, ma doveva essere stata
abbastanza stretta visto che si erano scambiati strumenti di lavoro, “ali di
angeli” e un “saio”, per rivestire i modelli da dipingere. Il 14 settembre del
1603 Orazio infatti, interrogato davanti al giudice, pur ammettendo rapporti non facili con il Merisi, ricorda:
“…se bene m’è amico, aspetta che io lo saluti […]; ma deve essere sei o otto
mesi che io non ho parlato con Caravaggio, se bene à mandato a casa mia per
una veste da cappuccino che glela imprestai et un par d’ale, che la veste deve
essere da dieci giorni che me la remandò a casa”2.
L’effetto dei contatti con il Merisi è immediato su Orazio, che adotta la pittura dal modello reale. I suoi santi dei primi del Seicento non sono più idealizzati, ma ripresi dai personaggi reali che frequentavano la sua bottega. A
dare il volto al San Francesco sorretto da un angelo di una collezione privata di
New York, ad esempio, era stato il barbiere Bernardino Franchi, che, oltre a
tagliare barba e capelli al pittore, era il medico di tutta la famiglia. Franchi
andava nell’abitazione di Orazio una volta la settimana, ma all’occorrenza
anche dodici giorni di seguito, posando quattro o cinque volte al giorno e
trattenendosi per il pranzo. Era bastato rivestirlo con un grande saio e fargli
un volto sofferente per rendere con realismo la figura, mentre per l’angelo
andava bene il pargolo paffuto della sarta o della lavandaia.
Orazio, come Caravaggio, faceva parte di quel sottobosco di pittori in perenne lite. Era difficile, collerico e possessivo. Piero Guicciardini, l’ambasciatore fiorentino a Roma, nel 1615 riferirà alla corte medicea che Orazio era:
“si stratto di vita, di costumi, e d’humor tali che non si può convenir seco, né
trattarlo, e con mille maleagevolezze tenerlo intorno”3.
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Baglione, che continuerà ad avere il dente avvelenato contro di lui, scriverà
nel 1642:
“Se Orazio Gentileschi fosse stato di umore più praticabile, avrebbe fatto
gran profitto nella virtù, ma più nel bestiale che nell’umano egli dava”4.
Nato a Pisa il 9 luglio 1562, figlio dell’orefice fiorentino Giovanni Battista
Lomi Gentileschi (con il doppio cognome “Lomi Gentileschi”, “Gentileschi
alias Lomi” o “Lomi de Gentileschis”), Orazio apparteneva a una numerosa
famiglia di orefici e pittori fiorentini stabiliti nella città della Torre. Morto il
padre nel 1575, si era trasferito tredicenne a Roma, insieme al fratello Aurelio di diciannove anni, pittore e suo maestro5. Dopo un primo periodo di
pendolarismo tra Pisa e Roma al seguito di Aurelio, si era insediato nella capitale. Aveva lavorato a fine anni Ottanta del Cinquecento alla decorazione
della Biblioteca Sistina in Vaticano con Giovanni Guerra e Cesare Nebbia,
agli affreschi in Santa Maria Maggiore e in San Giovanni in Laterano, ancora legati al tardo manierismo toscano.
Sposato con la diciassettenne romana Prudenzia Montoni, di ottima famiglia, figlia di Ottavio, segretario della Camera Apostolica, aveva messo
su casa nel quartiere degli artisti in via di Ripetta, all’altezza dell’ospedale
di San Giacomo degli Incurabili, non lontano dalle strade battute da Caravaggio. Vi era rimasto sino al 1597, dopo la nascita dei figli, Artemisia
nel 1593 e Giovanni Battista nel 1594. Si era poi trasferito, sino al 1601, in
una casa in piazza Santa Trinità, parrocchia di San Lorenzo in Lucina. Nel
dicembre 1601 un nuovo trasloco aveva portato la famiglia in via Paolina
(oggi del Babuino) all’angolo con via dei Greci, vicino alla chiesa di Santa Maria del Popolo. In quella casa i Gentileschi rimangono sino al marzo
1610: due stanzoni, uno a sinistra con lo studio di Orazio, l’altro a destra
dove vivevano il pittore, la moglie, quattro figli e una sua sorella.
Artemisia nella bottega paterna
Artemisia era la prima figlia e unica femmina di Orazio, seguita da sei fratelli, tre morti piccoli6, tutti con padrini illustri. Nata a Roma l’8 luglio 1593,
era stata battezzata due giorni dopo nella chiesa di San Lorenzo in Lucina,
padrino Offredo de Offredis di Cremona, madrina Artemisia Capizucchia7.
In onore della madrina le era stato dato il nome di Artemisia, una pianta
aromatica sacra alla dea Artemide con le foglie verde scuro e i fiori gialli.
Un nome quasi profetico, Artemide infatti, figlia di Zeus e di Leto, era una
divinità celeste e terrestre, forte e combattiva come sarà Artemisia.
L’adolescente è bellissima. Sa leggere, ma non scrivere: “Io non so
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II
Firenze 1613-1620
La lettera a Cristina di Lorena
Dopo il processo l’aria di Roma era diventata irrespirabile per la Gentileschi, diffamata in tutta la città. Bisognava andarsene, lontano dal clima
imbarazzante della capitale, dove trovare commissioni non sarebbe stato
facile. Il 29 novembre 1612, due giorni dopo la sentenza, la pittrice diciannovenne convola a nozze con il fiorentino Pierantonio Stiattesi, fratello del
notaio Giovanni Battista. Il matrimonio si celebra nella chiesa di Santo Spirito in Sassia con una semplice cerimonia e pochi intimi1. Il 10 dicembre
Pierantonio dà al fratello la procura dei suoi affari romani nell’imminenza
di trasferirsi a Firenze, dove la giovane coppia va ad abitare. Il 13 successivo
i due giovani sposi lasciano Roma alla volta della Toscana.
Un vero colpo di scena. Pierantonio era stato chiamato a Roma dal fratello o si trovava già nella capitale? In ogni caso, sembra rispondere ad un
piano preparato da Orazio e dal notaio nei mesi precedenti. Pittore mediocre, Pierantonio apparteneva a una famiglia numerosa sparsa nei diversi
quartieri di Firenze, città dove era nato il 16 gennaio 1584 (1583 calendario
fiorentino). Figlio del sarto Vincenzo di Valore Stiattesi, come il fratello Giovanni Battista, era stato tenuto a battesimo da Leone de’ Medici imparentato con un ramo cadetto della nobile famiglia.
Attraverso il matrimonio riabilitava Artemisia, ma si alleggeriva di alcuni debiti contratti con Orazio, cui avrebbe pensato il fratello notaio, artefice occulto di quel matrimonio. Il Gentileschi nel frattempo si era dato da
fare per sistemare la figlia lontano da Roma e precisamente a Firenze. Il 3
luglio 1612 infatti, tra una pausa e l’altra degli infuocati interrogatori, scrive
una lettera alla “Serenissima Madama” Cristina di Lorena, Granduchessa di
Toscana. Inizia scusandosi di non essersi fatto conoscere di persona prima,
ma trattandosi di “causa urgentissima” era costretto a farsi vivo scrivendo.
Racconta poi di essere a Roma da trentasei anni ed esercitare la professione
della pittura, cercando di raggiungere il livello di artisti celebri. Di ritrovarsi con tre figli maschi e una femmina, particolarmente esperta in pittura:
“e questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nella professione della pittura, in tre anni si è talmente appraticata, che posso ardir de dire
che oggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere, che forse
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Artemisia Gentileschi
Giuditta che uccide Oloferne
1620-1621, olio su tela, cm 199 × 162,5
Firenze, Galleria degli Uffizi
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Artemisia Gentileschi
Giaele e Sisara
1620, olio su tela, cm 86 × 125
Budapest, Szépmüvészeti Museum
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