Quarto Numero

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Quarto Numero
Numero #4
Bimestrale - Maggio 2015
MAGAZINE TEAM
Direttore Responsabile: Massa Federico
Art Director: Alex Perucci
Capo Redazione: Giovanna Di Martino
Redattori: Edoardo Massa,
Elvio Degli Agli, Emanuela Piacente,
Sergio Roca
JOBOK.EU/USER/GIOVANNA
“Quindici uomini sulla cassa del morto, yo-ho-ho, e una bottiglia di rum!”
Ricordo ancora quando lessi per la prima volta quella che forse è la più celebre espressione
presente nell’Isola del tesoro di Stevenson; fu il mio primo incontro significativo con
l’affascinante mondo dei pirati. A onor del vero, il primo in assoluto fu all’età di dieci anni,
quando la maestra ci costrinse a leggere per intero Capitani coraggiosi durante le brevi vacanze
di Pasqua… motivo per cui non ho memoria alcuna di questa lettura!
REDAZIONE
Via Cusino, N°10 - 00166 Roma
Tel. 06/92936388
Il meraviglioso e fantastico mondo dei pirati ha goduto di notevole fortuna, prima letteraria, poi
DISTRIBUZIONE:
Concept di Federico Massa
Tel. 06/92936388
email: [email protected]
P.I. 11801251007
ad aver replicato oggi una simile fortuna e un successo iconografico (merito per lo più del suo
PUBBLICITÀ:
[email protected]
Mi ricordo ancora quell’orizzonte
ampio e senza punti di riferimento, in
cui solo il sole faceva da limite
all’infinito. In quel momento capii che
ciò che conta di fronte a tanta libertà
del mare non è avere una nave, ma un
posto dove andare, un porto, un
sogno, che valga tutta quell’acqua da
attraversare.
ALESSANDRO D’AVENIA
televisiva e cinematografica: dalle pagine di Emilio Salgari a quelle di Stevenson, dal Sandokan
di Kabir Bedi, indelebile nella memoria di milioni di telespettatori a Jack Sparrow, l’unica figura
interprete Johnny Depp) tali da aver riportato in voga il “piratesco”. La domanda fondamentale
è: che cosa c’entrano il piratesco e i pirati con la radio? E con i computer?
Avete presente quello splendido film che è I love radio rock? (se così non fosse, ve lo consiglio
caldamente).È un film che a suo modo parla di pirati, non quelli classici ma di coloro che
amavano così follemente la musica rock, la nuova musica della rivoluzione giovanile, eversiva,
scatenata, sensuale, tanto da trasferirsi per mesi su delle navi in mezzo al mare per poterla
trasmettere. È il fenomeno delle radio pirata così come ce lo racconta questo bel film, che parla
di voglia di libertà, della conduzione di uno stile di vita assolutamente contrario alle regole
sociali dell’epoca degli anni Sessanta, della trasgressione all’ordine imposto dall’autorità
politica, dalla morale e dall’educazione data dai genitori.
E chi erano i pirati, se non degli uomini che sfidavano l’assetto sociale, istituzionale e civile del
mondo, alla ricerca di avventura, voglia di conoscenza e libertà assoluta? Un mondo al contrario,
con un sistema di valori per così dire rovesciato, forse più conforme alla vera natura umana,
senza condizionamenti e convenzioni. Certo questa è la visione romantica, tramandataci
dall’arte, che per sua natura rilegge e reinterpreta la realtà a modo suo, e a noi piace abbracciare
queste interpretazioni e le molteplici suggestioni che l’idea della trasgressione, che abbiamo
individuato come il valore principale del mondo piratesco, ci suggerisce.
I pirati, eroi di questo numero, non esistono più...o sì?
Può essere un liutaio che alacremente e instancabilmente come una formica operosa, passa le
giornate tra legni, scalpelli e vernici per portare avanti la sua attività artigianale; può essere un
appassionato dietro lo schermo di un computer che lotta una battaglia anonima ed invisibile.
Può essere la scelta di vivere se stessi e grazie a questa potremmo, in fondo, essere tutti un po’
pirati, un po’ eroi.
Giovanna Di Martino
Il marchio JobOk è un marchio
registrato, tutti i diritti sono riservati.
JobOk Magazine
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FOCUS - DALLE RADIO PIRATA ALLE RADIO PRIVATE -Pag. 8-
INTERVISTA A SAVERIO PALOMBO -Pag. 14-
PIRATI AL CINEMA -Pag. 34-
L’EVOLUZIONE DEL PIRATE METAL -Pag. 39Federico Massa
Alex Perucci
Giovanna Di Martino
Elvio Degli Agli
GUEST
TREND ALLERT -Pag. 45-
4
JobOK Magazine
CUCINA -Pag. 47-
GUEST
Sergio Roca
TU!!!
FOCUS
Gli eroi dietro lo schermo
EDITORIALE
7
REFERENZIALE
Broadcasting listener
un hobby demodé?
8
Dalle radio pirata
alle radio private
HACKERS
3
14
20
ARTIGIANATO
Il mestiere di liutaio
l’artigianato tra arte e scienza
23 RACCONTO
NICO di Luca Mannurita
CINEMA
34
Dalla letteratura al cinema
l’avventuroso universo dei pirati
TREND ALLERT
39 MUSICA
45
La moda “Piratesca”
L’evoluzione del pirate metal,
dai Running Wild e Calico Jack
47 CUCINA
Antipasto di Sarago
Book Review
49
l’isola del Tesoro
IN REGALO
3 e-book
1 wallpaper
Pag. 21
Pag. 31
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Ero bambino ed erano i primi anni '70. Nel salotto c'era un
consentiva di apprendere più agevolmente, le lingue. Bastava
bellissima,
sintonizzarsi su quelle stazioni che trasmettevano nell'idioma
mastodontica, radio a valvole. Era di mio padre, acquistata, con
di mio interesse e cercare di comprenderne significato e
i suoi primi tre stipendi, all'inizio del 1940.
pronuncia. A volte sfruttavo anche, direttamente, i corsi di
Questo apparecchio aveva per me un fascino particolare
lingua preparati dalle stazioni estere che usavano regalare i libri
perché, girando le varie manopole definite “banda” e “sintonia”,
di testo. La radio, poi, era quasi l'unico, insostituibile, veicolo di
si riuscivano ad ascoltare tante emittenti. Erano rado differenti
diffusione delle culture musicale dei paesi in via di sviluppo. I
dalla RAI (che rammento è stata monopolista dell'etere
ritmi Sud Americani, quelli andini o ancora quelli tribali
nazionale fino al 1975). Ascoltavo lingue a me ignote e
dell'Africa o delle isole della Polinesia potevano essere
diffondevano musiche, a volte, molto diverse da quelle che si
conosciuti, a quei tempi, solo grazie all'ascolto delle radio sulle
potevano sentire, abitualmente, dall'emittente nazionale.
onde corte.
Non ne avevo coscienza ma stavo per diventare un
Oggi con l'avvento di internet e l'uso dei satelliti l'ascolto della
Broadcasting listner: un ascoltatore di stazioni broadcast (di
radio, per la ricezione delle comunicazioni provenienti da
radiodiffusione). L'attività consiste (va) nell'uso della radio sulle
“oltremare”, è quasi scomparso. Allo stesso modo sono cessate
gamme delle “Onde Corte” che sono delle frequenze radio in
gran parte delle trasmissioni cui ho accennato.
grado di superare, agevolmente, i confini nazionali ed
L'attuale “finestra sul mondo” è internet. Una finestra molto più
intercontinentali senza l'ausilio di satelliti o del web il cui uso
ricca ed interattiva di quella cui ho parlato io, tuttavia, all'epoca,
risale ai primi anni '20 dello scorso secolo.
ascoltare, in diretta, da l'Avana, un discorso di Fidel Castro o
Mio padre, ma ancor di più mio nonno, mi raccontava delle cose
vivere la caduta del muro di Berlino grazie alla telecronaca di un
fantastiche su quella radio, mi narrava di aver ascoltato, non
cittadino della D.D.R. era una enorme conquista culturale e di
senza apprensione, la dichiarazione di guerra pronunciata da
libertà. Era un mondo senza frontiere! Il mondo della
Mussolini, il 10 giugno 1940, e che, con lo stesso radioricevitore,
radiodiffusione!
durante il conflitto, era uso sintonizzarsi (di nascosto, in quanto
Termino con un invito ai lettori più curiosi. Provate a digitare, su
vietato dalla legge) sulla frequenza di Radio Londra (la BBC) che
un motore di ricerca internet, le parole IRIB oppure TRT o
trasmetteva dei programmi in lingua italiana e che aveva come
ancora, più semplicemente, cercate: “stazioni radio in lingua
speaker il “mitico” Colonnello Harold Stevens di cui, la moderna
italiana”.
generazione, può aver letto sui libri di storia.
informazione, musica, cultura, non mediata dalla nostra
Avrò avuto 16 anni quando compresi le reali potenzialità del
“cultura” nazionale, possa essere reperita, a livello mondiale,
“mezzo tecnologico” messomi a disposizione, in salotto, da mio
usando la buona, bella, vecchia, radio.
televisore
bianco
e
nero
ed
anche
una
Sarà
un
primo
passo
per
scoprire
quanta
padre.
Documentandomi sulle riviste di elettronica scoprii gli orari e le
Sergio Roca
frequenze di trasmissione di oltre 30 stazioni che avevano dei
programmi in lingua italiana. Una svolta epocale! Mi potevo
sintonizzare sulla già citata, britannica, BBC ma anche sulla
NHK di Tokio. Avevo accesso alla statunitense Voice of America
(dove aveva mosso i primi passi un presentatore di nome Mike
Buongiorno), ma ancora a Radio Cairo in Egitto. Non
mancavano trasmissioni provenienti dal Sud America, come
quelle diffuse dalla R.A.E. (Radio Argentina al Exterior) o dal Cile.
Le stazioni provenienti dall'Est Europa, quelle del “blocco
sovietico”, poi, erano tantissime. Tutte erano orientate a
divulgare l'ideologia comunista. Si ascoltava, perciò, Radio
Mosca, Radio Praga, Radio Tirana, Radio Varsavia, Radio
Berlino International per terminare con Radio Pechino.
Che emozione entrare in contatto “diretto”, quasi “fisico” con
tante diversi modi di percepire la realtà che mi circondava. Era
un epoca in cui la televisione ancora non era un fenomeno
“globale” e internet era molto al di là da venire!
Da quel momento, credo, di non ho mai più smesso di ascoltare
le radio “estere”. Col tempo, anzi, ho accresciuto e focalizzato
meglio i miei interessi. Oltre alle trasmissioni in lingua italiana,
infatti, cominciai ad apprezzare il fatto che il “mezzo” mi
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Accendere la radio e sintonizzarsi su una delle tante
emittenti radio private è oggi un comportamento usuale,
condiviso da milioni di radioascoltatori in tutta Europa.
L’offerta musicale e culturale è così ampia da poter
soddisfare
tutte
le
esigenze
del
pubblico
indipendentemente dall’età, dal sesso, dall’ideologia
politica e dal credo religioso. Nel vecchio continente,
tuttavia, questa è una conquista abbastanza recente di
cui, molti, ignorano le origini.
Cominciamo dagli albori della radiofonia. Siamo nel
1920 e dopo l’invenzione della valvola termoionica si
riescono a diffondere nell’etere i primi segnali sonori e
musicali. Subito il nuovo mezzo di comunicazione trova
l’interesse di gruppi editoriali, industriali e governativi. I
primi, nella speranza di trarre profitto dalla vendita di
spazi pubblicitari, i secondi per costruire e vendere
apparati radio, mentre gli ultimi per cercare di diffondere,
capillarmente, massivamente e a basso costo, le
ideologie dominanti.
Il mondo industrializzato (America ed Europa) si divise,
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JobOK Magazine
principalmente, in due “filosofie” di accesso al nuovo
mezzo di comunicazione. In tutto il continente
americano (sulla spinta dell’industria U.S.A.) si affermò il
principio che era l’economia di mercato, pubblicità ed
interessi dell’industria, a dover prevalere. Nacquero
centinaia di stazioni radio, quasi tutte sulla spinta
dell’iniziativa privata.
In Europa, ove il controllo delle masse era, invece,
l’interesse
più
importante
sorsero,
quasi
esclusivamente, radio di stato sotto il ferreo controllo dei
rispettivi governi. Non dimentichiamoci che l‘Europa era
un continente in cui prevalevano stati monarchici e che,
terminata la Prima Guerra Mondiale, si era in procinto di
conoscere il volto oppressivo delle nascenti dittature: il
Comunismo in URSS, il Fascismo in Italia e,
successivamente, il Nazismo in Germania. In
controtendenza la Spagna, dove, ha convissuto, anche
durante il regime franchista, un sistema misto
(ovviamente molto controllato).
Dopo la Seconda Guerra Mondiale la situazione non
mutò in modo sostanziale. Se le truppe di occupazione
americane portarono, al seguito, alcune stazioni radio
destinate alle truppe, i governi nazionali, sia dei paesi
vincitori che quelli usciti perdenti dal conflitto,
preferirono mantenere il diretto controllo della
radiofonia.
Nel 1958, nel mare del Nord, con l’ipotetico bacino di
utenza dei paesi scandinavi, nacque Radio Mercur. Si
tratta, probabilmente, della prima radio “pirata” della
storia ed aveva l’obiettivo di attrarre introiti pubblicitari
dalla Danimarca e dalla Svezia .
Queste emittenti vennero definite “pirata” (e non private)
perché operavano su delle navi ancorate in acque
internazionali prospicienti le nazioni cui le trasmissioni
erano dirette. L’escamotage giuridico, trovato per poter
trasmettere, era semplice quanto geniale. Una
imbarcazione, in mare aperto, è assoggettata alle leggi
nazionali del paese in cui risulta registrata (ad es.
Panama) per cui se lo stato “originario” consentiva
l’esistenza di stazioni private anche l’installazione e la
gestione su di un battello era legittima.
Il vero fenomeno “culturale” delle radio pirata si ebbe,
però, con la nascita di Radio Veronica. Stazione,
off-shore, ancorata nei pressi delle coste olandesi. La
programmazione in olandese (successivamente anche
in inglese) iniziò nel 1960. La sua vita “corsara” terminò
nel 1974 quando divenne una radio privata legalmente
riconosciuta.
Pochi anni dopo, nel 1964, grazie alla spinta della
rivoluzione beat , scaturita dalla musica dei Rolling
Stones e dei Beatles (ma di fatto dall’indotto economico
che questa “rivoluzione” portava con sé) nacque Radio
Caroline, forse la più famosa delle radio pirata d’Europa.
Il suo nome si deve a Caroline Kennedy, una delle figlie
del presidente americano J.F. Kennedy, da poco
assassinato. Radio Caroline orientava le sue
trasmissioni all’Inghilterra. Fu osteggiata, con decisione,
dal governo di Sua Maestà tant’è che nel 1967 venne
emanato il Marine, &c., Broadcasting (Offences) Act
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1967 col quale si rendevano illegali le attività delle
stazioni off-shore (causa pretestuose interferenze alle
stazioni radio marittime di salvataggio). Con tale legge si
rendevano illeciti i commerci con i natanti cui era
contestata l’infrazione nonché lavorare su di essi o per
essi.
Si rendeva, così, difficile, se non impossibile, il
rifornimento in mare delle imbarcazioni addette ai servizi
di radiodiffusione e si equiparavano le maestranze a
comuni delinquenti per poterli perseguire su tutto il
Regno Unito. Radio Caroline (che nel frattempo si era
dotata di due motonavi ed aveva una rete “Nord” ed una
rete “Sud”) subì diversi assalti, da parte delle autorità
inglesi, col fine di farne cessare le trasmissioni. Fu
proprio a seguito di uno di questi eventi che i vascelli
furono spostati in prossimità delle acque olandesi, molto
più permissive in merito alle attività di radiodiffusione,
dove continuarono a trasmettere fino al 1974. Nel
frattempo, però, l’attenzione del pubblico inglese verso
tale emittente era molto diminuito in quanto, nel Regno
Unito, erano state già liberalizzate le radio commerciali.
Il sempre maggior interesse per la pubblicità radiofonica
e la crescente richiesta del pubblico giovanile di poter
“consumare” la “propria” musica diede origine ad un
altro fenomeno: le radio nazionali, con programmi
commerciali, rivolte ai paesi confinanti. Radio
Luxemburg ne fu capostipite. Attiva già dagli anni ’30 del
secolo scorso, riprese a trasmettere programmi di
intrattenimento, grazie alla posizione strategica, verso la
Francia, il Belgio, l’Olanda e l’Inghilterra meridionale a
partire dagli anni ’50. Negli anni ’60 divenne, anche
grazie all’espandersi delle radio pirata, l’emittente più
ascoltata dal pubblico giovane dell’area francofona.
In Italia il monopolio E.I.A.R., divenuta R.A.I. dopo la fine
della Seconda Guerra Mondiale, non consentiva la
nascita di stazione private. Dal 1932 esisteva Radio
Vaticana ma la programmazione non brillava certo per
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JobOK Magazine
modernità. Allo stato di San Marino, invece, a seguito di
accordi bilaterali, non era permesso l’installazione di
stazioni broadcast. La logica conseguenza era che i
nostri nonni o i nostri genitori si dovevano accontentare
dei programmi della radio di stato. Sui confini nazionali,
tuttavia, premevano alcune emittenti estere come la
Radio della Svizzera Italiana (che non realizzava
trasmissioni strettamente commerciali) e le più
agguerrite
Radio
Monte
Carlo
e
Radio
Koper-Capodistria. Al sud, seppur riscuotendo un
interesse marginale, operava Radio Malta.
Radio Monte Carlo cominciò a trasmettere per l’Italia nel
1966 fornendo un’offerta full-music e intrattenimento.
La pubblicità era gestita dalla stessa società che si
occupava di acquisirla per la R.A.I. . I “maligni”
asserivano che essa dirottava le reclàmes non
ammesse in Italia, come ad esempio le sigarette, verso
quella stazione che non doveva sottostare a tale vincolo.
All’inizio i segnali potevano essere captati solo fino alla
Toscana ma, dal 1972, un nuovo è più potente
trasmettitore riusciva a garantire la ricezione in tutto il
nord Italia e su tutta la costa Tirrenica.
Sull’altro versante dello stivale imperversava Radio
Capodistria, emittente regionale Slovena in lingua
italiana, dell’allora Jugoslavia. Radio Koper, diffondeva
programmi di intrattenimento musicali e non,
usufruendo, anch’essa, dei proventi pubblicitari
provenienti dai prodotti non reclamizzabili in Italia o i cui
consumatori erano prevalentemente giovani.
Il principale e forse unico esperimento di radio “pirata” in
Italia si deve all’Ing. Giorgio Rosa che, al di fuori delle
acque internazionali italiane, nei pressi di Rimini, costruì
una piattaforma marina che nel 1968 venne proclamato,
addirittura, stato indipendente. La Esperanta Respubliko
de la Insulo de la Rozoj aveva governo, moneta e
francobolli propri e, seppur la cosa sia controversa,
sembra, abbia effettuato delle estemporanee emissioni
radio. La piattaforma, dopo poche settimane, venne
assaltata dalla marina italiana che ne curò anche
l’affondamento.
Similmente, nel 1970, un radioamatore, Danilo Dolci, per
protestare contro l’incuria del governo italiano nei
confronti dei terremotati del Belice, diede vita,
barricandosi all’interno di una struttura definita “Centro
Studi ed iniziative”, a Radio Libera di Partinico che
risultava ricevibile, grazie a delle emissioni anche in
onde corte, fino in America. L’esperimento terminò solo
27 ore dopo l’inizio della programmazione con l’arrivo, in
tenuta antisommossa, di Carabinieri e Polizia.
Il nostro viaggio tra le radio pirata, in Italia, termina con la
sentenza della Corte Costituzionale del 9 luglio 1974 con
la quale si dichiarava illegittimo il monopolio
radiotelevisivo della R.A.I. dando, di fatto, il via alla
nascita alla radiodiffusione indipendente.
In pochi anni, molte delle migliaia di “piccole antenne
radio”, nate sulla spinta di detta sentenza, il cui obiettivo
era rivolgersi ad una utenza strettamente locale, si sono
estinte. Altre attività produttive, invece, dopo aver
affermato e migliorato la loro posizione commerciale,
sono riuscite a divenire delle aziende a livello regionale o
a creare, anche, dei networks di rango nazionale. Ma
questa è un’altra storia.
Sergio Roca
JobOK Magazine
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Prima di intervistare Saverio Palombo, sapevo solo che
di mestiere faceva il liutaio. Una volta giunta presso la
sede da lui indicatami nei pressi della Roma Nord,
scopro con meraviglia che è una persona dalle molteplici
risorse, impegnato a svolgere ben altre due attività oltre
a quella del liutaio, abbracciando la musica in quasi tutte
le sue espressioni, dal suonarla in prima persona
all’insegnarla agli altri, fino alla costruzione stessa degli
strumenti musicali: ciò in cui appunto consiste l’attività
di liutaio, attività singolare, un termine che per una
profana come me all’inizio risultava sconosciuto e privo
di significato. Ma dopo aver conosciuto Saverio non è
più così … venite con me alla scoperta di questa attività,
ne rimarrete affascinati anche voi!
Saverio, prima di tutto puoi spiegare a tutti i nostri
lettori qual è il significato della parola liutaio e chi è
questa figura, di cosa si occupa?
Il termine liutaio indica colui che si occupa della
costruzione, riparazione e manutenzione degli
strumenti, in particolare quelli a corde (violini, bassi,
violoncelli etc …).Personalmente ho scelto di
specializzarmi sulle chitarre.
Parlami del percorso che ti ha portato a svolgere
questa professione e da quanto tempo la svolgi?
Pensa che è iniziato tutto con un corso di sole due
settimane e ora sono più di sette anni che svolgo questo
lavoro. Con quella prima e breve esperienza mi
appassionai e decisi di proseguire, approfondendo
ulteriormente gli studi e acquisire le necessarie presso
un importante negozio di strumenti che possedeva
anche una bottega. Allo stesso modo dei cosi detti
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JOBOK.EU/USER/SAVIGUITARS
garzoni di bottega che apprendevano dal maestro le arti
plastiche, figurative e artigianali, ho svolto il mio
apprendistato per ben tre anni e ho avuto modo di
acquisire le necessarie competenze per potermi mettere
in proprio; certo molto si può acquisire anche
autonomamente ma è sicuramente più difficile e
soprattutto si perde molto più tempo. Il confronto con
qualcuno che ha più esperienza è più proficuo, perché ti
consente di avere uno studio più sistematico e serio.
Pertanto, a chiunque voglia intraprendere questa attività
consiglio vivamente di scegliere l’insegnamento
tradizionale, oltre ad esercitarsi molto per conto proprio.
Da dove si inizia per costruire una chitarra?
Sì inizia dai pezzi di legno: esistono delle basi già
sagomate, dei semi-lavorati o dei blocchi di legno
grezzo, di solito preferisco quest’ultimi. Le macchine
esistenti oggi, sempre più avanzate, consentono di
partire da buoni prototipi iniziali e hanno notevolmente
alleggerito il lavoro iniziale di preparazione del materiale
per la costruzione della chitarra. Come dicevo, spesso
preferisco avvalermi del materiale grezzo e poi lo lavoro
per raggiungere lo spessore, la forma e la curvatura
giuste.
Quanto tempo di lavoro richiede la costruzione
artigianale di una chitarra?
Rispetto alla produzione seriale in fabbrica, la quale si
avvale di un sistema che consente di produrre molti più
esemplari nel minor tempo possibile e per farlo si serve
di grandi macchinari al servizio della velocizzazione e
dell’ottimizzazione dei tempi, io nella mia piccola officina
utilizzo alcune macchine, ma lavoro minuziosamente
con piccoli ferri del mestiere e procedo alla costruzione
di un’esemplare per volta. Pertanto il tempo e la qualità
del lavoro sono completamente diversi. Impiego minimo
un mese e mezzo, spesso anche due, per realizzare una
chitarra, lavorando con costanza giornaliera. Inoltre
bisogna tener conto di alcuni tempi obbligati, come, ad
esempio, quelli per l’attesa dell’essiccazione della colla o
l’asciugatura della vernice. Dipende anche dallo
strumento che mi è stato commissionato dal cliente e
dal progetto che devo seguire.
L’ultimo strumento realizzato quanto tempo ti ha
richiesto?
Ben tre mesi di lavoro. Però ripeto, il tempo è
estremamente variabile in base al progetto, alle richieste
dei clienti ed al tipo di strumento che si chiede di
realizzare. In verità i tempi possono essere ridotti
notevolmente se oltre ad attrezzi tradizionali e manuali,
come il pialletto e lo scalpello, si utilizzano anche
macchine elettriche come il pantografo, la fresatrice, il
trapano ecc. Io utilizzo principalmente gli utensili
tradizionali, perché mi occupo per la maggiore di
riparazioni e migliorie a strumenti comprati altrove.
Hai detto che ti rifai a dei progetti per la costruzione e
la riparazione delle chitarre, di cosa si tratta
esattamente?
Sì uso dei progetti, come quelli che fanno gli architetti
prima di realizzare una qualsiasi opera edilizia. Questi
riportano tutte le misure precise e le indicazioni da
seguire per costruire lo strumento. Il lavoro del liutaio è
tanto affascinante proprio perché è il risultato
dell’unione di scienza ed arte, ovvero di parametri
oggettivi e “scientifici”: da una parte quindi bisogna
attenersi a delle regole e applicare le tecniche per
ottenere le misure standard che sono necessarie a loro
volta per produrre il suono “corretto”, quelle
caratteristiche che deve possedere lo strumento per
essere “intonato”; dall’altra parte c’è tutto ciò che invece
è connesso con l’estetica e il gusto e che lascia un
ampio margine di libertà creativa. Tuttavia ci tengo a
specificare che c’è anche una terza componente
fondamentale oltre alle due che di cui ho appena parlato:
l’esperienza! La tecnica non resta invariata, l’esperienza
accumulata nel costruire molti strumenti dello stesso
tipo mi ha insegnato nel tempo come i progetti stessi
siano soggetti a esser modificati in base alle
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caratteristiche specifiche dei mezzi stessi (come la
stagionatura del legno) e di numerose variabili che
intervengono sulla resa acustica. Le misure da ottenere
sono grosso modo simili ma mai perfettamente uguali.
Insomma anche nella “scienza” c’è sempre una buona
dose di imprevedibilità, ragion per cui due o più
strumenti della medesima categoria possono apparire
identici anche se in realtà non lo sono mai!
Si può dire che il tuo è una sorta di intervento sulla
natura, poiché tu lavori su una materia prima naturale
come il legno?
linea di massima non c’è un limite, la resistenza fisica è
soggettiva, dipende da molti fattori, dagli impegni e dalla
quantità di lavoro, anche’essa estremamente variabile a
seconda dei periodi. Posso lavorare anche otto ore al
giorno se si tratta di lavori di riparazione o altri che
richiedono meno fatica, oppure dalle quattro alle sei ore
se si tratta di lavori piuttosto impegnativi. Ma ripeto che
è tutto soggettivo: che si tratti di sei, otto o persino dieci
ore al giorno, amo moltissimo questo mestiere, e la
grande passione rende più che sopportabile la fatica.
Anzi a volte non l’avverto nemmeno!
Lavori su commissione giusto?
Sì è così, ma è anche più complesso. Per semplificare al
massimo posso dire che in questa attività manuale si
cerca di raggiungere un equilibrio fra l’elasticità e la
robustezza dello strumento, perché deve essere libero di
vibrare ed allo stesso tempo deve sopportare la tensione
delle corde e non deformarsi. Bisogna adeguarsi alla
materia che si ha a disposizione in quel momento, quel
particolare pezzo di legno, analizzarlo e poi cercare di
lavorarci in modo tale da piegare, intervenire e
modificare la materia grezza a seconda del risultato che
si vuole ottenere. È davvero meraviglioso passare dal
blocco di legno al prodotto finito, vedere la
trasformazione del materiale in qualcosa di nuovo alla
quale ho dato io una forma con le mie stesse mani.
Eppure, da come l’hai descritta fino ad ora, questa
sorta di magia nasconde dietro un’enorme lavoro
piuttosto faticoso fisicamente. Quante ore al giorno
riesci a lavorare?
Ci sono delle fasi di lavorazione più semplici ed altre
molto più difficili, e quindi anche la fatica fisica varia. In
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JOBOK.EU/USER/SAVIGUITARS
Sì esatto! C’è la possibilità di partire da un progetto
esistente e già prestabilito ma nella maggior parte dei
casi i clienti si rivolgono a me perché non desiderano
seguire pedissequamente il progetto scelto, ma vogliono
apporre una serie di modifiche. Il progetto cartaceo
iniziale è soltanto uno schema indicativo di partenza,
modificabile e modificato a seconda delle richieste
particolari dei clienti, che desiderano personalizzare il
loro strumento.
Stai dicendo che ognuno può scegliere di farsi
costruire uno strumento esattamente come lo
desidera?
Questo riguarda sempre la questione cui ho accennato
prima, ovvero l’arte e la scienza, la tecnica e il gusto
personale: cerco di accontentare i clienti e le loro
richieste nei limiti del possibile, è ovvio che non si può
pensare di andar a caso! Le principali richieste che mi
vengono fatte riguardano la scelta del legno: le parti che
compongono una chitarra non sono quasi mai realizzate
con un unico tipo di legno, le essenze sono moltissime e
possono esser combinate tra loro, tenendo conto delle
proprietà fisico–chimiche dei materiali; la cosa più
stimolante è che c’è sempre più sperimentazione, ad
esempio esiste addirittura qualcuno che combina il
legno con la fibra di carbonio. Le mie esperienze con i
committenti sono essenzialmente di due tipi: il
musicista che non conosce benissimo le caratteristiche
acustiche della chitarra e che privilegia il fattore estetico
sceglie il palissandro piuttosto che il mogano, poichè il
primo materiale si presta maggiormente ad una miglior
resa estetica rispetto al primo, mentre i musicisti più
esperti privilegiano la questione dell’acustica e quindi ci
sono tipi di legni che enfatizzano le frequenze basse,
mentre altri tipi ne enfatizzeranno altre diverse. È raro
che un musicista abbia conoscenze specifiche dei
materiali, ed è qui che entra in gioco il liutaio, che per
esser davvero valido deve possedere molte competenze
in ambiti diversi (musicale, chimico-fisico, elettronico e
acustico).
Hai mai avuto richieste bizzarre o particolari per
quanto riguarda l’estetica della chitarra?
Pochissime, perché ricordiamoci sempre che la chitarra
non è un soprammobile da posizionare in un angolo
della casa per esser ammirato nella sua bellezza ma è
uno strumento musicale fatto per esser suonato
quotidianamente. Certo l’occhio vuole la sua parte ma le
problematiche connesse all’uso che ne si fa sono
ovviamente prioritarie rispetto ad una questione di mero
aspetto estetico! I chitarristi si allenano quasi tutti i
giorni e lo strumento è soggetto all’usura e pertanto
necessità di molta manutenzione, ed è per questo che
mi occupo per lo più di riparazioni.
Come sai JobOk promuove l’arte e artigianato in tutte
le sue declinazioni. Tu svolgi un’attività artigianale, che
ha un suo sapore, come ho detto prima, quasi
“magico”, romantico, perché rimanda a qualcosa di
antico e qualitativamente pregevole rispetto alla
produzione seriale della modernità industriale, che fa
invece della convenienza economica il suo punto di
forza, spesso a discapito della qualità. Secondo te
perché certe attività continuano a sopravvivere?
Perché il cliente sceglie il prodotto artigianale?
In verità esistono delle chitarre di ottima qualità prodotte
industrialmente, altrettanto costose o addirittura più
care di quelle costruite artigianalmente. Tuttavia, sì,
sono due cose piuttosto diverse. L’artigianato è cura
minuziosa dei dettagli; nel mondo degli strumenti
musicali gioca un ruolo fondamentale la possibilità per i
clienti della personalizzazione, di scegliere in tutto e per
tutto come sarà lo strumento che loro avranno tra le
mani, la soddisfazione della partecipazione non
materiale ma almeno creativa alla realizzazione del
proprio strumento e l’idea che questo oggetto
posseduto sia un esemplare unico, simile ad altri ma
identico a nessuno, solamente ed esclusivamente
nostro, un pezzo di noi stessi! Il lavoro artigianale è
affascinante da svolgere, e deve sopravvivere non solo
per le ragioni appena elencate, ma soprattutto perché
per me rappresenta una pausa dal mondo, dai ritmi
frenetici della vita moderna e iper-tecnologica, quel
ritorno ad una dimensione vitale più adatta all’uomo, da
cui la società di oggi si allontana sempre più e che
invece dovrebbe riscoprire.
Giovanna Di Martino
JobOK Magazine
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La nostra società non sarebbe la stessa senza alcuni
pionieri del diritto che hanno combattuto battaglie
talvolta anche solo seduti alla propria scrivania,
ovviamente ci viene alla mente un flusso di ricordi
relativi ai grandi intellettuali che hanno posto le
fondamenta del pensiero moderno e delle leggi che oggi
ci permettono di avere il privilegio della libertà; ma oggi
paleremo di coloro che non ricordiamo per magnifici
scritti o grandi teorie socio-politiche, e che forse non
ricordiamo affatto perché hanno fatto dell’anonimato un
mantra essenziale, nascosti dietro terminali informatici
sono pochi eletti, capaci di cose straordinarie e di
un’eleganza che segue canoni noti solo agli intenditori;
sono i costruttori della nostra epoca moderna ed oggi è
quasi impossibile utilizzare tecnologie come Internet
senza sfruttare il lavoro che negli anni hanno fatto in
silenzio ed altruismo.
Sto parlando dei pirati del nostro millennio e di quelli che
dagli anni ’50 studiano soluzioni sempre più raffinate per
offrirci le esperienze più eccitanti di fronte allo schermo
informatico. Ovviamente, nel rispetto di tutti coloro che
agiscono come sopra descritto, mi trovo a dover fare le
dovute distinzioni tra le varie forme di pirata informatico
e di pirateria.
Oggi riconosciamo con il termine di pirateria informatica
quella pratica illegale che viola il diritto d’autore di una
determinata opera e la distribuisce a prezzo stracciato o
gratuito alla popolazione, ma il concetto di scorribanda
informatica ha origini ben più lontane del nostro modo di
percepirla.
Si dice che sia nata tra i corridoi del M.I.T.
(Massachusetts Institute of Technology), in un luogo
dove i club di ateneo sono ancora una realtà che forma
delle professionalità importanti ed in un tempo in cui il
più esclusivo di questi club si chiamava Tech Model
Railroad Club.
Nel TMRC si studiavano e costruivano i complessi
circuiti elettronici che automatizzavano i percorsi di un
enorme modellino ferroviario, per ottenere risultati di
eccellenza il club era suddiviso in due sezioni che erano
predisposte l’una alla cura del dettaglio delle miniature
del modello e l’altra che si occupava della progettazione,
gestione e manutenzione del complicatissimo sistema
elettronico, quest’ultima commissione chiamata S&P
(Signal and Power Subcommittee) ha coniato molti
termini incomprensibili per chi non fosse “addetto ai
lavori”, molti di questi sono raccolti in un dizionario
pubblicato anni dopo per divulgare la testimonianza di
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JobOK Magazine
una cultura che ha cambiato le sorti dell’essere umano e
che sarebbe andata perduta nel tempo (“An Abridged
Dictionary of the TMRC Language” – Peter Samson
1959) ed in questi troviamo per la prima volta la
definizione del termine Hacker, colui che elabora un
Hack.
Un Hack era essenzialmente un progetto che forniva una
funzione non vitale per la sua applicazione al modello
ferroviario, ma estremamente interessante dal punto di
vista dell’esercizio di stile nell’averla creata e
perfezionata, questo termine passato di corridoio in
corridoio ha preso accezione di divertimento e scherzo,
tanto che da allora era furono chiamati Hack anche gli
scherzi più elaborati di cui si ha memoria nel M.I.T., uno
dei più elaborati ed eclatanti fu sicuramente l’automobile
della polizia, ritrovata di notte con i lampeggianti accesi,
parcheggiata nel 1994 sulla cupola del Maclaurin
Building, con dentro una scatola di ciambelle e le
dettagliatissime istruzioni alla polizia su come
smontarla pezzo per pezzo e riportarla giù.
Quindi, nel M.I.T. le scorribande erano ad opera degli
Hacker, questi non avevano alcuno scopo se non quello
del divertimento e non hanno mai leso nessuno con il
loro operato, da evidenziare che non è mai esistito un
gruppo che si è definito così in quanto chiunque poteva
fare un Hack e l’anonimato era d’obbligo per non finire
nei guai, quindi tra gli studenti, siccome c’era una
segreta e forte ammirazione goliardica per chi aveva il
coraggio di violare le regole, il termine Hacker aveva
acquisito la nobile forma di complimento rivolto ad un
personaggio senza volto, quasi un mito vivente da cui
trarre ispirazione per intelligenza, tenacia e coraggio.
Dati questi risvolti, la passione dei primi hacker del Tech
Model Railroad Club divenne l’ossessione che gli diede il
coraggio di irrompere di notte con le tecniche più varie
nell’edificio 26, struttura del campus dove risiedeva il
calcolatore elettronico da milioni di dollari fornito
all’università ad uso esclusivo degli addetti e dei
ricercatori, i quali, si vedevano bene dal farci mettere le
mani agli studenti e soprattutto agli studenti facenti
parte del TMRC che erano abituati a giocare con la
tecnologia ed avevano la fama di essere poco rispettosi
in quanto talvolta, per imparare, a rompevano e
disassemblavano i componenti di ciò che era per loro
oggetto di curiosità.
Da queste intrusioni notturne nacque la passione
dell’hacker per il computer, un insieme di automatismi di
calcolo e logica che fino a quel momento potevano
<BOX>
HACKERS – STEVEN LEVY – PDF
ENG QR1
</BOX>
<BOX>
ELOGIO DELLA PIRATERIA –
CARLO GUBITOSA – PDF ITA QR2
</BOX>
essere solo un sogno per appassionati di elettronica,
obiettivi che con cavi e saldature potevano essere svolte
in molti mesi di lavoro, con la flessibilità della
programmazione informatica potevano essere raggiunti
in poche settimane, un’accelerazione a cui, le menti
eccelse protagoniste di questa storia, non potevano
resistere.
Nel tempo il lavoro di alcuni Hacker della storia ci ha
fornito l’hardware necessario per avere i nostri computer
portatili, i nostri telefonini, i nostri televisori, dai sistemi
con cui viene gestito il traffico ai più complessi impianti
di domotica, ma con l’avvento di Internet e con la
correlazione del lavoro di più genialità sparse per tutto il
mondo abbiamo ottenuto ciò che mai avremmo
immaginato se non fosse realmente accaduto, un
mondo completamente virtuale con immense
autostrade dell’informazione ed un continuo scambio
tra sconosciuti, ed è qui che viene coniato il termine di
pirata informatico, colui che solca i mari della rete e
“naviga” con le sue regole ed i suoi principi.
E qui veniamo alla distinzione tra le tipologie di pirata,
fondamentalmente due, l’Hacker ed il Cracker, anche
nell’informatica avere grandi poteri significa avere
grandi responsabilità e la linea di confine tra le due
categorie è proprio la presa di coscienza di questa frase,
mentre i primi si sentono e sono figli di una cultura che
ha dei principi e dei valori, i secondi non condividono
l’etica con cui dovrebbero agire.
<BOX>
AN ABRIDGED DICTIONARY OF
THE TMRC LANGUAGE – PETER
SAMSON – WEB ENG QR3
</BOX>
Cracker, da Crack, il suono di qualcosa che si spezza, ma
anche il termine utilizzato nell’ambiente per definire
l’utilizzo di una debolezza nella progettazione di un
sistema per i propri scopi. A volte distruttivi portatori
della bandiera dell’informazione libera lo fanno ai danni
di molte società che spendono miliardi per ricercare
nuove tecnologie, l’hacker non approva affatto questi
comportamenti dato che diffamano la passione per
“l’informatica come sport estremo”.
Il virus informatico è lo strumento distintivo del Cracker
e molta della nostra sicurezza online, antivirus compresi
sono la dimostrazione che gli Hacker imperterriti
proseguono dagli albori una continua battaglia per la
purezza degli ideali e per la fruibilità del meraviglioso
mondo dell’informazione, oggi nella tasca di tutti noi.
Per ringraziare ed omaggiare questi eroi del nostro
tempo, dato che hanno reso possibile sia la stesura che
l’impaginazione di questo articolo e di tutte le nostre
riviste, JobOk Magazine ha deciso di regalarvi ben due
libri, uno in italiano, uno in inglese che approfondiscono
l’argomento e lo corredano con i pareri dei più famosi
protagonisti di questo tema, tanto per ricordarne alcuni
progetti di grande successo cito Apple, Google,
Facebook, WikiLeaks e vi invito a leggere le grandi storie
di questi eroi, si controversi, ma pur sempre eroi.
Federico Massa
JOBOK.EU/USER/CONCEPT
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- Pensi di farcela?
Lui non spostò lo sguardo. Concentrato sul sollevamento del pesante manubrio, sulla
respirazione, sui segnali provenienti dai muscoli affaticati e induriti dallo sforzo, storse la bocca
per la fatica, sbuffò ma non disse nulla. Un ticchettio segnalava ogni sollevamento, un clic alla
volta per contare le flessioni.
Gli voltò le spalle. Fece qualche passo nel monolocale, metà palestra e metà armeria, senza dare
l'idea di interessarsi davvero a qualcosa. Il suo sguardo sorvolò i pesi, la corda per saltare avvolta
ordinatamente su se stessa, fermandosi sulla valigia metallica lasciata aperta. All'interno si
vedeva chiaramente un fucile di precisione smontato, un paio di pistole e diverse scatole di
munizioni.
- Le gemelle sono piuttosto arrabbiate. Non sopporterebbero un fallimento.
Ora era esattamente dietro di lui. Poteva vedere i muscoli della schiena che si muovevano ogni
volta che il manubrio veniva alzato dalle cosce al petto, e poi accompagnato di nuovo in basso.
Osservò la nuca rasata, il sudore che scorreva giù dal collo, lungo la spina dorsale e poi dentro la
maglietta senza maniche che si era appiccicata alla pelle. Il manubrio si abbassò e si fermò, il
contatore incorporato cessò di ticchettare. Lui appoggiò il peso sui ganci della rastrelliera che ne
conteneva degli altri.
- Il poliziotto non ha fermato il killer? - chiese lui con una voce delicata, quasi inadatta al
suo corpo forte e muscoloso. Delicata, ma fredda.
- Sì... ma è stato un caso. Le gemelle non sono convinte che abbia fatto tutto da solo. Ma
questa è un'altra storia.
La frase rimase in sospeso, come se non fosse completa. Le parole erano bloccate lì, tra loro.
- C'è un “ma”, vero? - stava scegliendo un altro bilanciere per continuare l'allenamento,
apparentemente calmo.
- Sembra certo che l'abbiano già sostituito.
- Nulla di strano... – commentò lui impugnando due pesi più piccoli e cominciando un
nuovo esercizio sempre tenendo lo sguardo fisso sulla parete davanti a sé. Il ticchettio riprese, più
rapido.
- Se quello che hai detto è vero, è del tutto normale – aggiunse, misurando il fiato per non
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affannarsi durante l'esercizio.
- Pare che si tratti di Nico.
Si interruppe di colpo e le braccia gli ricaddero pesantemente lungo i fianchi.
- Nico? Sei sicura? - si voltò a guardarla, quasi di scatto. Quando lei se ne accorse
interruppe i suoi tentativi di sollevare un disco di metallo dal peso di venti chili standard, posato
in terra in un angolo. Sollevò il viso per affrontarlo, gli occhi negli occhi.
- No. Nessuno l'ha mai visto in faccia, quindi non ne sono sicura. Ma pare che sia qui.
- Credevo che lavorasse su Icaro.
- Anch'io lo credevo. Ma evidentemente è stato ingaggiato dalla concorrenza.
- Duecentomila – disse lui tornando a fissare la parete opposta e ricominciando l'esercizio
di sollevamento dei pesi, ancora stretti nelle mani.
- Cosa? È troppo! – gli fece notare lei con astio nella voce.
- Quando mi hai chiamato la prima volta non mi hai detto che si trattava di Nico – rispose
facendo le opportune pause per la respirazione richiesta dall'esercizio. I clic si susseguivano
sempre più rapidi, sottolineando ogni respiro dell'uomo.
- Le gemelle non saranno contente.
- Non è un mio problema.
- Hai dato la tua parola – insisté lei, avvicinandosi alla schiena. Ora i movimenti erano
molto veloci e i muscoli lucidi delle braccia esprimevano potenza guizzando a ritmo elevato.
- Senti, piccina – i pesi caddero a terra con un doppio tonfo fortissimo e lui la fissò dall'alto
dei suoi duecentootto centimetri d'altezza – un contratto su Nico non è uno scherzo. Nessuno lo
ha mai visto in faccia, tranne forse i cadaveri che si lascia dietro. Mai una traccia, un'impronta, un
solo indizio. Nemmeno una email. Quando credi di averlo in pugno, scopri che non è dove pensavi
che fosse. Un contratto su Nico è molto pericoloso. Quindi è anche l'ultimo, chiaro?
Duecentomila, non si discute.
- Solo a lavoro finito.
- Non potrà essere che così.
- Ti faccio sapere – disse lei avviandosi verso la porta. Non ottenne risposta.
Diede un colpo al pulsante di chiamata dell'ascensore e frugò nelle profonde tasche dei suoi
trasandati vestiti da nichilista, l'unico segno evidente dei suoi turbolenti trascorsi giovanili. Gli
altri infatti li aveva sotto gli abiti, nella carne. Estrasse un costoso comunicatore cellulare e, certa
di essere fuori della portata di orecchie altrui, con pochi tocchi sui pulsanti a sfioramento avviò
una chiamata.
- Hai fatto presto – le rispose una voce acuta ma maschile – vuol dire che c'è qualche
problema?
- Ne vuole duecentomila.
Il silenzio prolungato del suo interlocutore non lasciava presagire nulla di buono.
- Ma è impazzito? Con quella cifra ne assoldiamo un plotone come lui... magari anche
meglio!
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JobOK Magazine
- Senti, questo è il primo che non si squaglia a sentir nominare Nico. Proviamo. Se le cose
vanno come penso io, non li spenderemo mai quei duecentomila.
- Sì... potresti avere ragione. Pedersen è una montagna di muscoli, ma sta dimostrando di
avere un cervello. Mettiamolo alla prova. Vuole un anticipo?
- No, non vuole nulla prima di aver finito il lavoro.
- Oh, un professionista dotato di etica... va bene. Gli mando quello che abbiamo.
- Dammi il prossimo nome – disse Yoko mentre le porte dell'ascensore le si aprivano
davanti. Freddi sguardi di disapprovazione l'accolsero, ma non ci fece nemmeno caso. Ci era
abituata. Si aggrappò a un sostegno verticale e continuò la conversazione.
- Più tardi. Ora per favore passa da Callahan e digli di non fare nulla di avventato... lo
tiriamo fuori noi. Digli di collaborare con l'avvocato che gli manderemo presto e di non fare
cazzate. Le gemelle lo vogliono ringraziare per aver ingabbiato l'assassino delle nostre ragazze.
- Era solo un pezzo di merda... ne vale la pena sbattersi? - chiese Yoko. Nessuno dei
passeggeri si stupì per il vocabolario della piccola nichilista stracciona dai lunghi capelli neri, ma
tutti fissavano invidiosi il comunicatore che lei teneva accostato all'orecchio.
- Tientelo per te... sta succedendo qualcosa al distretto di polizia. Temiamo che i nostri...
concorrenti siano passati all'offensiva su larga scala e che alcuni poliziotti siano passati dalla
loro. Certo non Callahan. Ma sai... lui è uno che canta abbastanza facilmente... potrebbe svelarci
informazioni utili.
- Sì, so anche chi è bravissima a fargli abbassare subito i pantaloni. Ma è sparita... - Yoko
cercò di abbassare la voce, ma era difficile non farsi sentire. L'apparecchio trasmetteva solo
segnali pesantemente crittografati, ma i presenti nell'ascensore potevano udire chiaramente
quanto lei diceva. Non che la cosa fosse molto importante, per lei. Non temeva nulla: né la polizia,
né “la concorrenza”. Godeva della piena protezione delle gemelle e tutti sapevano bene che
toccare lei equivaleva a far scoppiare una rivoluzione. Una di quelle molto sanguinose.
- Sono stato informato... seccante, direi. Lilly è una bella leva per manovrare Callahan. Se
è in giro la troveremo. Ora devo chiudere, Yoko... non è bene che queste conversazioni siano
troppo lunghe.
- Ci vediamo – concluse lei e interruppe la comunicazione.
Pedersen stava controllando l'attrezzatura quando lo schermo del terminale si accese. L'aveva
programmato per segnalare prontamente la ricezione di messaggi di qualsiasi genere. Controllò
subito e infatti trovò un messaggio anonimo piuttosto ingombrante. Conteneva un piccolo file di
testo con alcune indicazioni e diverse foto. Lesse le poche righe: un indirizzo del terzo settore, un
quartiere malfamato. Nessun problema. Confermati i duecentomila. Visualizzò le foto e strinse i
denti fino a farli scricchiolare. I muscoli della mascella e del collo si tesero fino ad apparire
evidenti. Le foto, scattate di nascosto in un locale pubblico e per strada, mostravano due persone:
un uomo alto e robusto in compagnia di una ragazza rossa di capelli. Guardò l'uomo: muscoli
allenati ma non gonfi di anabolizzanti, viso anonimo e normale, vestito comunemente, capelli
cortissimi.
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- Nico – disse a se stesso guardando quel viso e imprimendoselo nella memoria artificiale,
una protesi cibernetica fatta apposta per permettergli di memorizzare volti, luoghi, dettagli utili
alla caccia.
Tornò a controllare meticolosamente ogni componente delle armi, poiché sapeva che tutto
avrebbe dovuto funzionare, subito. Contro Nico non avrebbe avuto una seconda possibilità.
Era il secondo giorno di caccia. Se non avesse trovato traccia di Nico avrebbe dovuto
abbandonare: il suo impianto cibernetico gli aveva già segnalato due volte facce già viste. Farsi
notare non era certo il modo migliore per sperare di avvicinarsi con successo alla vittima. Se
avesse avuto ancora due o tre segnalazioni dall'innesto cerebrale avrebbe fatto meglio a tagliare
la corda, senza perdere altro tempo.
Camminare senza una meta in quella zona del terzo settore non era molto indicato per la salute:
in un giorno e mezzo aveva assistito a due rapine a mano armata e udito gli echi di uno scontro a
fuoco. La polizia interveniva sempre in forze da quelle parti arrestando chiunque capitasse a tiro.
Aveva quindi badato a stare lontano il più possibile da sirene e lampeggianti di tutti i tipi. Quella
mattina non era successo ancora nulla: aveva gironzolato tra gli stim di un paio di locali irregolari
facendo bene attenzione a non farsi notare e a non avvicinarsi agli spacciatori di gialla. Erano solo
bulli di quartiere circondati da feccia attaccabrighe, ma spalleggiati da qualche organizzazione
malavitosa piuttosto potente. Le capsule di gialla infatti passavano di mano in mano nemmeno
tanto discretamente.
Stanco di perdere tempo, decise di provare all'indirizzo che gli era stato indicato. Andò a piedi,
memorizzando facce in continuazione, guardandosi in giro, calcolando mentalmente i possibili
percorsi per allontanarsi in fretta facendo perdere le sue tracce.
Infine lo vide. Il suo impianto cibernetico segnalò immediatamente una sagoma di tre quarti. Era
lui, non c'era alcun dubbio. Camminava da solo, dall'altra parte della strada. Lo seguì da lontano
per qualche minuto solo per accertarsi che si stesse dirigendo dove avesse la stanza. Era molto
probabile che avesse anche lui qualche microchip nel cervello per difendersi dai pedinamenti,
quindi non era il caso di tentare la sorte. La notte precedente con un attacco informatico aveva
ottenuto la pianta dell'edificio, quindi si diresse immediatamente all'entrata di servizio
precedentemente forzata. Si era dato la pena di disattivare i sensori contro le intrusioni, ma
aprendola si rese conto che il sensore di quella porta in particolare era stato rotto molto tempo
prima.
Non sapeva a che piano aveva la stanza ma poteva ricavare l'informazione spremendo il
guardiano all'ingresso. Se ci fosse stato: la postazione era deserta, sporca e ingombra di rifiuti al
punto da lasciar pensare che fosse del tutto abbandonata. Di nuovo strinse i denti facendoli
scricchiolare: doveva arrendersi. Ma prima voleva giocare l'ultima carta. C'era un solo ascensore
funzionante e lo chiamò. Inforcati gli occhiali tecnici, li regolò per esaltare le tracce termiche.
Quando la porta si aprì studiò il pannello dei pulsanti per cercare di capire quali fossero stati
toccati di recente. Una speranza vana: il software degli occhiali colorava tutta la pulsantiera con
la stessa tonalità di blu.
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- Aspetti, aspetti!
Fermò la chiusura delle porte appena in tempo. La rossa della foto. Un colpo di fortuna insperato.
Lei fece in fretta a digitare il numero del piano, ma lui aveva ancora gli occhiali attivi e fece in
tempo a vedere il numero grazie alla debolissima traccia termica. Lei tenne gli occhi bassi per
tutto il tragitto: aveva braccia sottili, il ventre un po' sporgente, il viso chiazzato da lentiggini. Era
sgraziata, brutta e vestita male, ma il rosso chiaro dei capelli spettinati era autentico. La
sovrastava in altezza e lei se ne stava curva appoggiata con le spalle alla parete della cabina
tenendo la schiena storta per chissà quale motivo, sembrando ancora più bassa e minuta. Uscì in
fretta dall'ascensore, senza salutare, quasi in fuga. Pedersen salì di altri due piani, poi attraversò
tutto il corridoio fino alle scale di servizio. Ridiscese i due piani, scavalcando un tossicomane
immobile. Aveva scelto i gradini per inalarsi qualche cosa che lo aveva messo fuori
combattimento. Fu tentato di regalargli il sonno eterno, ma quando si rese conto che era perso
dentro i suoi sogni chimici, lasciò perdere.
Grazie alla pianta dell'edificio memorizzata nel cervello cibernetico, trovò una stanza dalla quale
si potesse vedere la finestra della sua vittima. Scassinò la serratura elettronica dell'appartamento
e vi entrò con l'arma spianata. Non c'era nessuno, esattamente come gli occhiali tecnici avevano
evidenziato prima. Spostò una sedia vicino alla finestra e regolò le lenti elettroniche per superare
la polarizzazione delle finestre: essa impediva a chi stava di là dal crilex di poter sbirciare dentro.
Infatti le tende, un lusso impossibile per la maggior parte delle finestre del terzo settore,
mancavano all'appello. Dopo qualche minuto passato a regolare gli occhiali finalmente riuscì a
combinare la funzione termoscopica a quella ottica e poté vedere delle ombre muoversi
nell'appartamento. Nico era ben distinguibile: la sagoma alta e massiccia non poteva che essere
lui. Se avesse portato anche un microfono laser avrebbe potuto comodamente ascoltare i loro
discorsi, ma non era indispensabile. Doveva solo aspettare. Nel misero appartamento occupato
all'insaputa del proprietario non c'era nulla, e non aveva voglia di violare la protezione del
terminale solo per giocare un po'. Si concentrò esclusivamente su quelle sagome opache, che si
muovevano dentro la lontana cornice di quella finestra. Le seguì minuto per minuto, osservandole
scomparire e riapparire. Poi vide la luce spegnersi e la traccia termica dei due corpi farsi
leggermente più evidente. Era quasi il momento di agire. Controllò la sua arma automatica, una
SMG di modeste dimensioni ma capace di svuotare il suo caricatore da quaranta colpi in poco più
di due secondi. L'arma era perfetta, oliata e collaudata. Era la sua mano che tremava
leggermente.
Quando si riaccese la luce i due amanti giacevano ancora ansimanti, lucidi di sudore e soddisfatti.
- Hey, non sei così male... - disse lei sorridendo, i corti capelli rossi come fiamme sul
cuscino bianco.
- Come sarebbe “non sei così male”? - ribatté lui rotolandole sopra con tutta la sua mole e
inchiodandola al letto tenendola bloccata con le mani sulle spalle. Lei trattenne il fiato poiché si
attendeva qualcosa, ma non smise di sorridere sotto le lentiggini che le coprivano il viso. Lui era
sul punto di dire qualcosa ma si interruppe al suono della serratura che scattava.
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Un istante dopo la porta si spalancò di colpo e una massiccia figura ne ingombrò totalmente lo
specchio. Impugnava un'arma dalla quale partirono due raffiche controllate di tre colpi:
raggiunsero l'uomo alla schiena e al torace, uccidendolo sul colpo. Poi l'aggressore cadde
all'indietro, anche lui privo di vita. La ragazza dai capelli rossi si mise in piedi sul letto scivolando
fuori dal lenzuolo bucato e già macchiato di sangue, senza curarsi della propria nudità. In mano
teneva una piccola arma da fuoco con silenziatore. La puntò verso l'aggressore e fece fuoco altre
tre volte, centrando il cadavere al petto e alla testa, sfigurandolo.
- Stronzo – disse con un'espressione glaciale sul viso.
Scesa dal letto si avvicinò al cadavere del compagno, caduto scomposto sul pavimento dove già
si allargava una pozza di sangue scuro. Con un piede lo fece rotolare sulla schiena per potergli
mettere in mano l'arma ancora calda. Poi si infilò tranquilla dentro la doccia e fece scendere
l'acqua bollente.
Archie credeva di avere davanti il periodo più bello della sua vita. Lo aveva confidato agli amici,
badando bene a non svelare il suo segreto. Due giorni prima era arrivato l'accredito per le foto che
aveva fatto. Un mare di soldi se confrontati ai miseri guadagni fatti vendendo software per stim
craccato e violando le protezioni dei server di pornografia a pagamento. Grazie a una soffiata era
riuscito a individuare il famigerato killer Nico. Era sceso da uno shuttle di linea e lui lo aveva
aspettato pazientemente, nascosto all'uscita del cancello di sbarco. Fortunatamente con quel
volo erano arrivate solo ottantadue persone. Di nascosto li aveva fotografati tutti: una montagna
di foto da cui aveva selezionato pazientemente una decina di persone. Non era un esperto di
grafica ma tempo addietro un suo amico, che si era vantato di aver violato i sistemi della polizia,
gli aveva fornito come prova un software in grado di rintracciare la gente in base al volto. Aveva
identificato otto di quelle persone e dopo brevi indagini tramite la Rete, aveva scoperto che
nessuno di loro poteva essere Nico. Ne erano rimasti solo due: un uomo e una ragazza dai capelli
rossi immortalati quasi per caso al bar dello spazioporto. Non poteva che essere lui: ogni ricerca
sul suo conto non dava alcun esito. Non risultava nemmeno il biglietto del volo da cui l'aveva
visto scendere. Aveva contattato nuovamente quel suo amico pirata e, dopo un po' di insistenza
ma senza svelare il vero motivo del suo interesse, si era fatto dare un ferocissimo spider della
polizia, tecnologia molto recente. Lo spider era ritornato dalla Rete, dopo due giorni e mezzo di
ricerche, a mani vuote.
Aveva immediatamente messo al corrente le gemelle nella speranza di far loro cosa gradita.
Lavorava per loro di tanto in tanto, stando ben attento a non dar loro un motivo per schiacciarlo
impietosamente come avrebbero potuto fare in qualsiasi momento. La cosa sembrava averle
interessate poco al momento e non si era fatto illusioni. Ma poi erano arrivati i soldi. Tanti soldi.
Infine, cosa niente affatto di secondaria importanza per Archie, finalmente la ragazza con cui
chattava da un mese aveva accettato di vederlo e gli aveva dato un appuntamento. Finì di
sistemarsi davanti allo specchio: ci teneva a fare una buona impressione. Sapeva di non essere
un granché: Helen avrebbe dovuto adeguarsi. Lei lo aveva lusingato a lungo e aveva lasciato
intendere d'essere affascinata dalla persona e che, avendolo conosciuto attraverso una chat di
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solo testo, non poteva avere pregiudizi su di lui. Archie non chiedeva di meglio e, stabilito di
essere pronto con un'ultima occhiata alla dubbiosa immagine di se stesso, uscì diretto al locale
dell'appuntamento.
Alla seconda birra bevuta per ingannare l'attesa cominciò a dare segni di impazienza.
Tamburellava nervosamente sul tavolo e si guardava intorno, ansioso. Spuntate all'improvviso
alle sue spalle, due mani piccole e fresche gli si posarono sugli occhi quasi spaventandolo.
- Ciao Archie! Indovina chi sono... - disse una dolce voce femminile. Ci fu il lieve pizzicore
di una scarica elettrostatica che lo raggiunse sotto l'orecchio.
Sorridendo estasiato Archie esclamò il nome di lei a voce troppo alta e, avuti liberi gli occhi, si
voltò per guardarla.
- Helen, mi hai quasi fatto morire di pau...
Gli occhi di Archie saltarono immediatamente dagli abiti sintetici di lei ai suoi luminosi occhi verdi
e poi alle lentiggini e ai corti capelli di un rosso vivo, naturale. Il sorriso gli si spense sul nascere
e il colore gli defluì dal volto. La ragazza della foto.
Brancolò con le braccia per cercare un appiglio mentre le gambe lo spingevano giù dalla sedia in
un disperato tentativo di fuga. Il boccale cadde senza infrangersi e quella poca birra rimasta si
versò sul pavimento. Archie toccò terra dolorosamente col fondoschiena ma si rialzò subito
tenendosi una mano sul collo dove aveva sentito il pizzicore della scarica elettrostatica. Faceva
male. Si precipitò fuori dal locale con movimenti scoordinati e scomposti. Inciampò, cadde
ancora e si rialzò barcollando paurosamente. Tentò di articolare un grido di aiuto ma i presenti
udirono solo suoni strozzati. Quando la vettura lo investì uccidendolo sul colpo, Archie stava
ancora cercando di fuggire, ma nessuno seppe dire alla polizia cosa lo avesse indotto ad
attraversare la strada all'improvviso. Nessuno dei testimoni si rammentò di aver visto la ragazza
coi capelli rossi parlare con la vittima e i poliziotti, rilevato dell'alcol nel sangue di Archie,
archiviarono l'accaduto come incidente.
Luca Mannurita
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I pirati di solito non sono presenti nei libri di storia,
nonostante siano esistiti davvero. Nella realtà storica,
forse non sono esattamente figure esemplari. Alla
letteratura prima, e al cinema e alla televisione poi, si
deve il merito della costruzione e consacrazione dei
pirati come figure mitiche e leggendarie. Il fenomeno ha
origine con la grande letteratura ovvero i grandi romanzi
d’avventura, comparsi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio
del Novecento. Quanti sono nati prima dell’avvento del
cinema e della tv hanno sognato grazie a questi romanzi,
mentre a tante altre persone vissute nell’epoca del
mezzo cinematografico, sicuramente sarà capitato di
non aver mai letto una sola pagina dei libri, dai quali
venivano tratte le trasposizioni che essi vedevano solo
sugli schermi. Persino all’interno del palinsesto italiano,
dove il tradizionale pubblico familiare medio è sempre
stato abituato quasi esclusivamente al genere comico e
leggero e all’intrattenimento del varietà, i pirati riuscirono
a spuntarla: lo sceneggiato televisivo Sandokan, andato
in onda in sei puntate su Raiuno nel 1976, riscosse un
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JOBOK.EU/USER/GIOVANNA
grandissimo successo tra gli spettatori, ed è uno degli
sceneggiati maggiormente impressi nella memoria del
grande pubblico.
I pirati in tv hanno conquistato anche le ultime
generazioni: coloro che sono stati bambini negli anni
Novanta, forse ricorderanno il cartone animato
giapponese, ancora una volta incentrato sulle avventure
della tigre di Mompracem, con gli animali
antropomorfizzati. Sempre dal Sol Levante viene anche
la versione animata più recente, spregiudicata e
moderna dei pirati di One Piece, con Monkey D. Rufy
(Rubber), meglio conosciuto come cappello di paglia,
capitano di una ciurma sui generis, che stravolge
visivamente la tradizionale iconografia piratesca.
I pirati poi si prestano perfettamente a tutta una serie di
prodotti dedicati a giovani e giovanissimi, dalle graphic
novel ai videogames: non si può non citare a tal
proposito il comico Monkey Island e soprattutto il più
recente Assassin's Creed IV: Black Flag, sesto capitolo a
tema piratesco, che si trova all’interno di una serie di
videogiochi che seguono svariate trame storiche e
avventurose (crociate medievali, guerra d’indipendenza
americana, rivoluzione francese). Il videogioco è
ambientato nel mar dei Caraibi, luogo storico dei pirati,
dal quale proviene anche il titolo della serie
cinematografica di maggior successo degli ultimi anni.
Jack Sparrow, indissolubilmente legato al suo
carismatico interprete Johnny Depp, è l’ultimo di una
lunga serie di personaggi cinematografici tra i più amati
di sempre. Il capitano Sparrow aggiunge alla figura del
pirata alcuni tratti caratteriali eccentrici, come
l’irriverente ironia, e uno stile molto glam, che lo rende
più una sorta di rock star che un rude uomo di mare.
Ma chi sono gli antenati cinematografici di Jack
Sparrow?
Ripercorriamo un po’ i più famosi e significativi film sul
mondo dei pirati, e vediamo anche come è cambiata
questa figura.
È ovvio che ogni film è stato realizzato in una precisa
epoca, all’interno di un determinato contesto, con le sue
esigenze, i suoi meccanismi e le regole imposte dal
genere; infatti la maggioranza delle pellicole viene
inserita nel genere avventuroso e, in particolare nel
sottogenere dei così detti film di “cappa e spada”. Ciò
vale soprattutto per i film realizzati nei primi
sessant’anni d’attività del cinema.
Il cinema nostrano tra gli anni Dieci e gli anni Venti
conobbe il suo primo grande momento d’oro: sulla scia
del grande successo di Cabiria e dei grandi e
spettacolari kolossal, nei quali il cinema italiano si era
specializzato e fatto conoscere a livello internazionale,
vennero prodotti molti film seriali e commerciali con titoli
e trame simili (Il corsaro nero, Jolanda - La figlia del
Corsaro Nero, entrambi del 1920 e Gli ultimi filibustieri,
del 1921, tutti e tre diretti da Vitale De Stefano, Il corsaro,
regia di Carmine Gallone e Augusto Genina del 1924).
In seguito il genere tornò alla ribalta tra gli anni
Cinquanta e Sessanta, all’interno del fenomeno del
cinema italiano di serie B, con alcune piccole chicche da
riscoprire per chi è amante di un certo gusto un po’
kitsch e goliardico (I Pirati della Malesia di Umberto
Lenzi, del 1964, Gordon il pirata nero, regia Mario Costa,
del 1961, Il corsaro della mezzaluna di Giuseppe Maria
Scotese del 1957, Il figlio del corsaro rosso di Primo
Zeglio, datato 1959, Il mistero dell’isola maledetta, regia
di Piero Pierotti 1965, fino a casi assai curiosi di
stravaganti commistioni di generi come L’uomo
mascherato contro i Pirati di Vertunnio De Angelis).
Le pellicole di maggior successo non sono però quelle
del nostro paese: il cinema americano da sempre la fa da
padrone, potendo disporre di cifre che altre industrie
nazionali non si sono nemmeno mai sognate. I film sugli
avventurieri del mare ebbero successo soltanto dopo
l’avvento del sonoro. Da ricordare, è la trasposizione del
JobOK Magazine
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romanzo di Stevenson L’isola del tesoro, nell’omonimo
film diretto nel 1934 da Victor Fleming, il regista di Via
col vento. Molti importanti registi hollywoodiani vennero
assoldati dalle Major per dirigere imponenti produzioni:
Michael Curtiz, divenuto famoso per la regia del celebre
Casablanca, nel 1935 girò Capitan Blood, interpretato da
uno dei maggiori divi di quegli anni, Errol Flynn; il grande
regista dell’epoca d’oro degli Studios, Cecil B. De Mille,
diresse nel 1938 I filibustieri, e persino sir Alfred
Hitchcock, prima di divenire il maestro del brivido
realizzò un film dallo stile “piratesco” La taverna della
Jamaica (film decisamente da dimenticare).
Nella fabbrica dei sogni che trasforma in oro tutto ciò
che tocca, il personaggio del pirata diventa protagonista
persino del musical, uno dei generi di punta della
Hollywood degli anni d’oro: Il pirata (1948) di Vincent
Minelli, regista di alcuni dei più bei musical
cinematografici, di piratesco ha solo l’aspetto esteriore,
poiché l’attenzione è tutta rivolta alle spettacolari scene
di canto e soprattutto di ballo delle due star Gudy
Garland e Gene Kelly.
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JOBOK.EU/USER/GIOVANNA
Negli anni successivi Hollywood ha continuato a
produrre piccole perle di puro intrattenimento,
principalmente rivolte a un pubblico di ragazzi: i pirati
vivono alcune parentesi in cui diventano colorati,
divertenti e addirittura comici: la Disney, immancabile
all’appello, non si lascia sfuggire l’occasione e sfrutta il
potere di fascinazione che i pirati hanno sui più giovani
per realizzare nel 1968 Il fantasma del pirata Barbanera,
diretto da Robert Stevenson (che ha diretto per la Disney
molti altri lungometraggi tra i quali i più noti sono Mary
Poppins e Pomi d’ottone e manici di scopa); della Disney
ci sarebbe da segnalare anche Peter Pan per la figura del
mitico Capitan Uncino, memorabile per milioni di
bambini.
A proposito di Peter Pan e di favole, nel 1991 è la volta di
Steven Spielberg, il cantore hollywoodiano per
eccellenza di favole immortali e di storie avventurose,
che realizza Hook, versione in carne ed ossa del
racconto del bambino che non voleva crescere
(interpretato dal compianto Robin Williams), ponendo
tuttavia l’accento sul personaggio del capitano Uncino,
al quale presta il volto il bravissimo Dustin Hoffman.
Tra i film degli anni Novanta va menzionato anche
Corsari (Cutthroat Island) di Renny Harlin per la
presenza di un cast di grandi nomi (Gena Davis, Frank
Langella e Matthew Modine, già illustre interprete del
capolavoro di Kubrick Full Metal Jacket).
Sicuramente merita una menzione speciale il film Pirati
(1986) di Roman Polansky, uno dei pochi che è riuscito
ad emergere all’interno di una sterminata filmografia di
film sui pirati, la maggior parte dei quali non altrettanto
ben fatti.
Realizzando questo film, Polansky ha dato vita al suo
desiderio di omaggiare i grandi film d’avventura della
Golden Age hollywoodiana, in particolare al corsaro
interpretato dall’attore Errol Flynn, riprendendo il
modello del romanzo avventuroso, ma con uno sguardo
che aspira ad essere maggiormente realista, e
soprattutto ironico. Già nella scelta del protagonista
Walter Matthau, interprete di numerose commedie e film
comici, si intravede questa volontà umoristica, non
parodistica, anzi, profondamente rispettosa. Polansky,
forse meglio di tutti ha saputo comprendere e filmare il
senso più profondo dell’universo piratesco: egli non
riduce a spettacolarizzazione pacchiana, ma mostra
uno sguardo nostalgico e di sincero amore e passione
per un mondo mai vissuto, un passato lontano e perciò
leggendario, un immaginario dove alimentare la fantasia
e quella voglia di libertà e avventura.
Giovanna Di Martino
JobOK Magazine
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Q uando si parla di scenari e suggestioni piratesche in
ambito rock, sia in relazione ai testi che all’aspetto
scenografico, non si può non far riferimento ai tedeschi
Running Wild. Affermatasi come genere piratesco a
partire dal 1987 con l’album UNDER JOLLY ROGER, la
band nasce da un’idea del cantante/chitarrista Rolf
Kasparek che, per ovvi motivi, verrà soprannominato
Rock’N’Rolf. I Running Wild nascono sulla scia di due
correnti ben precise: la New Wave Of British Heavy
Metal, una potente miscela di punk e hard rock ben
rappresentata da gruppi per la maggiore inglesi come
Motorhead, Judas Priest e Iron Maiden, caratterizzati da
un suono compatto e grintoso; ed il power metal, un
‘metallo epico’ che ha la sua massima espressione nei
sempre inglesi Manowar, fautori di un metal coerente e
genuino che richiama scenari alla Conan, dove fantasy e
battaglie leggendarie s’inseriscono in un contesto on the
road dominato da motociclette e procaci fanciulle. Sulla
scia dei Manowar nascono una miriade di gruppi, tra cui
spiccano i tedeschi Helloween, completamente devoti al
fantasy de Il signore degli anelli ed appunto i Running
Wild, che a detta del loro leader, richiamano le atmosfere
del film Pirati di Roman Polanski (1986): la storia è
incentrata sulle azioni comiche e scellerate del temuto
pirata Capitan Red che, dopo essersi ritrovato profugo a
bordo di una zattera col suo giovane ufficiale francese
Frog (Ranocchio), riescono a salpare su di un galeone
spagnolo capitanato dal Governatore di Maracaibo Don
Alfonso; una volta a bordo Red inizia a mettere discordia
nell’equipaggio tanto da convincerlo ad ammutinarsi e
JOBOK.EU/USER/ELVIS1979
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dirigendo così la nave verso un covo di pirati; l’obiettivo
del capitano è la conquista del trono d’oro, sottratto dagli
spagnoli ad un re azteco, nascosto nei magazzini della
nave; il galeone degli ammutinati arriva su una desolata
isola abitata solamente da alcuni bucanieri straccioni,
che vivono sequestrando nobili dalle navi spagnole
chiedendo poi un congruo riscatto; ritrovata la sua
vecchia ciurma Red organizza una grande festa sulla
spiaggia. Questa festosa atmosfera piratesca è un tipico
intro/richiamo alla musica dei Running Wild: ci riferiamo
in particolare all’inizio di PORT ROYAL (1988), album in
cui la band svilupperà in modo chiaro il cosiddetto Pirate
Metal. E’ probabile che se Roman Polanski e Rock’N’Rolf
si fossero conosciuti, sarebbe nata una naturale
collaborazione per una colonna sonora davvero
avvincente che però, con i mezzi di oggi ed un pizzico di
fantasia, si può sempre rinnovare: la scena dell’orgia
piratesca del film, a base di rum, sghignazzi e maldestri
tentativi di stupro, potrebbe tranquillamente essere
accompagnata dalla musicalità di questo album.
Andando con ordine, l’esordio col tema dei pirati nasce
ufficialmente con UNDER JOLLY ROGER (1987) ed è lo
stesso cantante a precisarlo: «Dopo aver visto lo
straordinario film di Polanski ho deciso che
l’immaginario legato ai pirati presente nella pellicola
doveva diventare parte integrante nella musica della
band. Le primissime canzoni avevano tematiche
differenti ma tutto era ancora in uno stato embrionale.
UNDER JOLLY ROGER segnò l’inizio dei veri Running
Wild, una ciurma di pirati pronti a far casino divertendo le
platee di tutto il mondo! Il teschio seduto sulle due ossa
era la nostra precisa direzione». Abbandonate infatti le
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JobOK Magazine
tematiche horror/sataniche del periodo iniziale, con
quest’album la band crea un personale (non)genere. Il
titolo dell’album, come già detto, è un chiaro riferimento
alla bandiera tradizionale dei pirati americani ed europei,
raffigurata da due tibie incrociate sotto ad un cranio, le
cui origini storiche ci riconducono ai corsari inglesi del
1964 ed alla guerra di successione spagnola che alla
sua fine, nel 1714, vide molti di essi darsi alla pirateria
adottando questo simbolo sulla bandiera. La grafica di
UNDER JOLLY ROGER introduce quindi gli elementi tipici
pirateschi come il mare in tempesta, un imponente
veliero e soprattutto il logo/simbolo dei Running Wild, un
Jolly Roger che sostituisce il teschio con una bestia
demoniaca con tanto di benda pirata, poggiata sulle due
ossa incrociate. All’interno del booklet vediamo i vari
componenti della band che, dal tipico chiodo metallaro
degli inizi iniziano il travestimento in pirati e sono: il
famoso Rock’N’Rolf (voce e chitarra), Thilo Hermann
(chitarra), Thomas Smuszynski (basso) e Jorg Michael
(batteria). Qui siamo davanti ad un album di heavy metal
allo stato brado, in cui questi originali musicisti ci
trasmettono un carico d’energia non indifferente, proprio
da ascoltare a volume altissimo mentre ci si dimena in
un pogo scatenato. Come vediamo già in copertina, il
primo elemento che balza agli occhi è il galeone, inteso
non solo come imbarcazione a sé stante, ma come
contenitore di gloria e vanto dei loro comandanti,
simbolo di virtù e dedizione di pirati e corsari. Sull’albero
maestro di questi vascelli veniva applicato un simbolo
che per l’epoca era vessillo di morte, per l’appunto il
popolarissimo teschio con le ossa. Il nostro galeone,
quello del capitano Rolf, avvolto dalla tempesta mentre
cannoneggia il nemico, spara fuoco e piombo nel pezzo
d’apertura Under Jolly Roger: qui troviamo riff di chitarra
sparati al massimo sopra una cavalcata di fondo
sorretta da una batteria che sembra essere nata
apposta per questo magnifico suono delle chitarre;
sopra di esse risalta il roco ruggito di Rolf che canta
storie di pirati, scontri navali e arrembaggi,
accompagnato da un coro e da bordate di cannoni,
concludendosi nel finale dai suoni di uno scontro
all’arma bianca. Messe da parte le melodie allegre ed
alla lunga stancanti dei connazionali Helloween, questi
pirati del metal creano una canzone semplice, melodica
senza fronzoli ma diretta ed inarrestabile come una palla
di cannone; la terza traccia, Diamonds Of The Black
Chest, è il pezzo più coinvolgente del lotto, una tipica
melodia heavy in cui fanno la differenza degli
accattivanti riff distorti. Dal punto di vista testuale viene
narrata l’ossessione di un pirata per un leggendario
tesoro chiuso in un baule nero (da qui il titolo del brano)
che, una volta scoperto essere vuoto, porta il
protagonista alla pazzia come si evince dalla risata
finale; la cavalcata metallica sotto il segno del teschio
passa poi attraverso Raise Your Fist, un incitazione a
tutti i metallari di rivoltarsi contro le convenzioni sociali.
E’ un inno alla libertà ed all’unione per ogni vero fan che
dimostra, oltre all’evocazione di atmosfere piratesche,
come l’essere pirati sia anche una metafora di lotta e
rifiuto della ‘cattiva legge’ imposta dai benpensanti delle
istituzioni. In pratica viene ripercorso quel concetto di
True Metal (Fedeltà al Metallo) elaborato dai Manowar
che ha, come unica variante, il passaggio dai temi
fantasy a quelli prettamente pirateschi dei Running Wild,
ben sintetizzato nella frase «Teacher’s Gonna Break
Your Balls, Don’t Expect No Fun»? Sempre a proposito
dei temi dibattuti riprendiamo un’altra frase di Wolf a
proposito dell’album UNDER JOLLY ROGER: «Quando
iniziammo i concerti avevamo il palcoscenico allestito
con un’ambientazione da nave pirata, tema di gran parte
delle canzoni. Eravamo la prima band a suonare vestiti
da pirati in un’ambientazione piratesca. Per la stampa fu
naturale indicarci come la band heavy metal pirata.
Tutto cominciò da questo disco».
Lo sviluppo concettuale ed estetico dei Running Wild si
avrà l’anno dopo con l’uscita del già citato PORT ROYAL
(1988), capolavoro assoluto del power metal sui generis.
Partendo come in precedenza dalla copertina, vediamo
disegnati in modo rozzo ma efficace i nostri 4 pirati
insieme ad un quinto con la maschera simbolo della
band, non a caso sotto la bandiera di Jolly Roger. Qui
siamo in una locanda che, come dice il frontman
Rock’N’Rolf nell’opener, si trova a Port Royal. Questo
luogo fu il principale centro di commercio marittimo
della Giamaica nel XVII secolo, acquisendo la
reputazione di “città più ricca e malfamata al mondo”.
Famosa per ricchezza e dissolutezza, si caratterizzava
come centro dove pirati e corsari investivano e
spendevano tutti i loro averi. In questo periodo gli Inglesi
pagarono i bucanieri (i pirati del Mar dei Caraibi) affinché
attaccassero le spedizioni navali spagnole e francesi.
Distrutta da un terremoto il 7 giugno 1692, la città di Port
Royal s’inabissò per due terzi nel Mar dei Caraibi.
Nell’intro che introduce l’omonimo brano Port Royal si
odono i passi di un corsaro che entra in una delle taverne
malfamate della città, seguito dal vocio e dalle risate
sguaiate di altri brutti ceffi, indaffarati a confabulare e
narrare storie di spedizioni in luoghi sconosciuti. Il disco
si caratterizza per la sua immediatezza, risaltata da un
grande lavoro di basso e batteria e dai rabbiosi urli
metallici delle chitarre che arricchiscono ogni singolo
brano. Le passioni di Wolf rappresentano un
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compendium di metallo epico: uniformi d’epoca, testi su
monaci e cavalieri, le teorie delle società segrete sulla
storia del mondo, storie di pirati e romanzi d’avventura.
Questo mondo eterogeneo di passioni confluiscono nel
settimo album dei Running Wild, intitolato PILE OF
SKULLS (1992), in cui predomina in modo definitivo il
songwriting del carismatico leader ed è considerato
dalla critica come il miglior album della band teutonica.
In tema prettamente piratesco, è utile soffermarci
sull’ultimo brano del lotto, la fantastica Treasure Island.
La canzone non è altro che la rappresentazione in
musica dell’omonimo libro del romanziere inglese
Stevenson, pubblicato inizialmente a puntate in una
rivista per ragazzi e poi in modo definitivo nel 1883.
L’isola del tesoro è stata l’opera che ha inventato il
genere delle avventure piratesche insieme ai romanzi
storici di Daniel Dafoe, uno scrittore britannico indicato
da molta critica come il padre del romanzo inglese.
Senza il romanzo di Stevenson poche persone oggi
sarebbero a conoscenza delle imprese delle ciurme
all’epoca dell’Età dell’Oro della pirateria. Gli elementi
imprescindibili del libro di Stevenson sono
fondamentalmente tre: i pirati, il tesoro sepolto e l’uomo
abbandonato sull’isola. L’ispirazione maggiore dei
Running Wild deriva dal personaggio di Long John Silver,
vero e proprio stereotipo del pirata classico che, grazie al
suo carisma, risulta uno dei personaggi più riusciti della
letteratura. Questo personaggio si caratterizza per una
non comune ambiguità morale che, nel corso della
storia, non rende mai evidente la distinzione tra buoni e
cattivi. Così mentre gli onesti sono colpevoli di
un’eccessiva avidità di denaro, i disonesti (i pirati) sono a
volte guardati dall’autore con una certa nostalgia,
richiamando alle letture nel periodo dell’infanzia. John
Silver assume così, non solo la statura leggendaria del
capo, ma diventa personaggio positivo e chiave di volta
dell’azione, uno storpio che comanda e terrorizza chi
storpio non è. La canzone Tresaure Island si apre con
una voce narrante che introduce una mappa, la stessa
disegnata da Stevenson al proprio figliastro Lloyd (vera
ispirazione dello scrittore nella stesura del romanzo),
che rappresenta in modo dettagliato l’isola dove è
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JobOK Magazine
sepolto il tesoro. Inizialmente elaborata da Lloyd, la
mappa viene colorata ed arricchita di luoghi misteriosi e
affascinanti: l’isolotto dello scheletro, il Monte
Cannocchiale e le Tre Croci Rosse. Basta guardare la
copertina di PILE OF SKULLS per cogliere delle
suggestioni: una piramide di ossa accatastate in un
tempio con simbologie esoteriche e piratesche, ed una
spada incrociata ad un cannone sotto un arcata
illuminata. La canzone è una lunga cavalcata nel tipico
stile della band, un heavy metal classico che si distingue
però dal resto dell’album per una maggiore variazione
dei ritmi, un brano che inizia con un evocativo riff di
chitarra seguito da un movimento convincente che
esplode nel finale con uno degli assoli più belli nella
storia dei Wild. E’ curioso notare che sul personaggio di
Silver si erano già soffermate in precedenza due note
band degli anni Sessanta, ovvero Jethro Tull e Jefferson
Airplane. I primi, un gruppo progressive rock inglese
originario di Blackpool fondato dal polistrumentista
scozzese Ian Anderson nel 1967, in Mother Goose citano
il famoso pirata. Il brano fa parte di uno degli album più
celebri della storia della musica, ovvero AQUALUNG
(1971). Il testo è un pasticcio di immagini e suggestioni
colte da Anderson mentre girovagava ad Hempstead
Heath, un grande spazio verde pubblico nel nord di
Londra; più chiaro è il riferimento dei Jefferson Airplane,
che nel 1972 intitolano un loro album e la conseguente
canzone LONG JOHN SILVER. Si tratta in questo caso di
un gruppo rock americano di San Francisco formatosi
nel 1965, punto di riferimento della fiorente scena
musicale psichedelica che si sarebbe sviluppata proprio
in quegli anni. In questo caso il testo della canzone parla
più diffusamente del nostro pirata, anche se per
questione di generi siamo davvero lontani dalla
musicalità dei Running Wild. I pirati saranno anche in
seguito presenti nei lavori di questa band, anche se in
modo inevitabilmente meno originale e spesso ripetitivo.
Non possiamo però non ricordare, prima di chiudere, due
altre perle dei Wild: Pirate Song e Bloody Island. La prima
è inserita nel notevole THE BROTHERHOOD (2002) e si
mostra sin dall’inizio trascinante e potente. Il coro ivi
presente è il più riuscito dell’intero lavoro, una
sensazione d’energia davvero unica che celebra in modo
inequivocabile il mondo dei pirati, un pezzo che vale da
solo l’acquisto dell’album; su Bloody Island, presente
nell’ultimo RESILIENT (2013), c’è poco da dire, se non
che si tratta di un omaggio alla più nota Tresaure Island,
di cui mantiene sia le atmosfere musicali che le
suggestioni del testo ‘letterario’. Siamo in ogni modo
davanti ad una canzone coraggiosa ed impegnativa, un
episodio isolato in un disco sempre grintoso ma lontano
dai fasti del passato. Sulla scia dei Running Wild
nascono nel 2004 gli Alestorm, una band power metal
scozzese che, rispetto ai più noti tedeschi, aggiunge una
forte dose di folk nel tipico power metal, presentandosi
alla critica con un altrettanto rinnovato genere musicale,
il True Scottish Pirate Metal. La band, fondata dal
cantante/tastierista Christopher Bowes, si compone di
altri 5 scanzonati musicisti che giocano a fare i pirati e
divertendo le platee durante i loro concerti. Qui siamo su
un piano più goliardico e molto meno epico dei Wild, ma
dal punto di vista musicale gli scozzesi propongono una
miscela davvero interessante. Il disco di riferimento, per
neofiti ed appassionati è sicuramente l’ultimo SUNSET
ON THE GOLDEN AGE (2014), che definisce in modo più
marcato il sound e le tematiche, sempre più incentrate
su pirati dal grado alcolico elevato pronti a fare da
guastafeste solcando i sette mari. Il concept è piratesco
sin dalla copertina, un chiaro omaggio a quella più
vintage di UNDER JOLLY ROGER, dove c’è sempre un
galeone pirata che naviga su un mare in tempesta.
Spicca in questo album l’immediatezza dei suoni,
sottolineata da cori maestosi ed un utilizzo davvero
evidente delle tastiere, oltre ad un magnetismo vocale
che dà quel tocco di originalità che altrimenti verrebbe
meno. Sempre scanzonati e devoti al ‘pirate sound’ sono
i milanesi Calico Jack, chiaramente ispirati all’omonimo
pirata britannico, un tale di nome John Rackman ma
conosciuto da tutti come Calico Jack. Egli è noto
soprattutto per aver inventato il classico Jolly Roger, la
bandiera pirata per eccellenza. La sua personale
consisteva in un teschio poggiato su due sciabole
incrociate. La band nasce a Milano nel 2011 da un idea
dei fratelli Toto (chitarra ritmica) e Caps (batteria) con
l’intento di fondere il metal anni Ottanta col più recente
folk scandinavo, il tutto avvolto da un’atmosfera
marinaresca che s’ispira a canzoni popolari e canti
marinari della tradizione anglosassone. La ciurma si
completa col violinista Dave, il cantante Giò e il bassista
Ricky Riva. Dopo poco si unisce al gruppo anche Melo
(chitarra solista). Dopo un demo piuttosto acerbo, i
nostri connazionali realizzano un EP di 4 tracce intitolato
PANIC IN THE HARBOUR, mettendo ora in risalto una
maggiore capacità compositiva ed una produzione
adesso all’altezza. Come nel caso degli Alestorm, siamo
anche qui davanti ad un folk metal a tinte forti ma ci
sono tre grandi differenze: la voce dei Calico è molto più
aggressiva dei colleghi scozzesi, un tipico growl death
metal; l’uso del violino e più in generale la ritmica
complessiva è decisamente più qualitativa rispetto agli
Alestorm; la musica e i testi dei Calico sono meno
demenziali, distinguendosi per una varietà d’influenze
davvero notevole (folk, power, thrash, death, heavy metal
classico). Che siate o no appassionati dei Running Wild
e che vi piacciano o meno le avventure dei pirati, i Calico
Jack sono sempre pronti ad accogliervi, sempre se
sarete disposti ad offrir loro rum o birra durante un loro
show.
Elvio Degli Agli
JOBOK.EU/USER/ELVIS1979
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A
rguto, spregiudicato, affascinante…
chi non ha mai sentito parlare del Capitano Jack
Sparrow uno dei personaggi più riusciti e più noti del
poliedrico Johnny Depp. L’esilarante protagonista di
Pirati dei Caraibi ha velocemente soppiantato nell’
immaginario collettivo altri noti colleghi, da Barbanera a
Capitan Uncino, diffondendo velocemente una vera e
propria “corsaro-mania”. Ma, allontanandoci per un
momento dalla grande produzione cinematografica
americana, la storia è ben diversa e i pirati non sono
esattamente fascinosi come Jack né tantomeno
possiedono la sua stessa verve. Noti sin dall’ antichità, i
pirati non erano altro che disertori, delinquenti,
contrabbandieri
ed
evasi
che
abbordavano,
depredavano e spesso affondavano le altre navi. A
muovere le loro gesta era sì, il sogno di libertà e
avventura ma anche, la possibilità di ottenere una
ricchezza facile e veloce spesso grazie ad accordi
segreti con i corrotti governatori del Nuovo mondo del
XVI secolo. Fin troppo romanzati da lettura e
cinematografia, anche il loro abbigliamento era in realtà
molto diverso da quello che siamo abituati a pensare;
indossavano spesso pantaloni alla zuava piuttosto ampi
in modo da potervi nascondere i bottini che riuscivano a
racimolare dagli assalti alle navi e un cinturone in cuoio
sulla spalla in cui riporre pugnali, polvere da sparo e
munizioni. Ad ogni modo, fedele o meno allo stile
originale, il “piratesco” nel corso degli anni ha spopolato
anche sulle passerelle dell’ Haute Couture con le
collezioni degli stilisti più estrosi come Vivienne
Westwood e il compianto Alexander McQueen fino ad
arrivare allo “street style” che come al solito mixa alla
perfezione gli stili più particolari ed inconsueti con capi
quotidiani, creando un vero e proprio mood a cui ispirarsi
ogni giorno; ad esempio abbinando i vostri jeans preferiti
a cuissard in pelle, ad una camicia bianca in lino e grossi
cerchi dorati ai lobi potrete avere subito un’aria da
corsaro di città. Anche una gonna lunga nera, abbinata a
una camicetta in denim, magari annodata in vita, e un
semplice foulard sul capo a mo’ di bandana vi aiuterà a
realizzare un look piratesco molto chic. Molti sono gli
elementi che possono aiutarvi a creare un outfit
perfettamente in tema: anelli, collane, bracciali con
ancore e teschi del tipico vessillo pirata, sciarpe,
cinturoni in cuoio, top crop, giacche e cappotti lunghi
con particolari applicazioni sulle spalle e ancora non
sottovalutate corpetti stringati e gilet scamosciati o in
pelle. Potrete cosi realizzare un look perfetto per
occasioni informali, aperitivi, feste in spiaggia e serate
particolari per sentirvi sempre “ parte della ciurma”.
Emanuela Piacente
JOBOK.EU/USER/MILA
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ANTIPASTO
DI SARAGO
Il mio papà, che ieri è andato a pesca, mi ha portato a casa questi pescetti poco più
grandi di quelli che userei per fare una frittura, tra i cefali di varie piccolezze trovo un
saraghetto piccino picciò e lo sfiletto.
PROCEDIMENTO
Disponiamo la purea, preparata semplicemente grattugiando la mela, a
specchio, il micro-filetto arrotolato e guarniamo con i fiori di basilico (nel
caso non si avessero i fiori, una fogliolina piccola andrà bene ugualmente).
Se non disponete del sarago, potrete usare filetti di triglia o di orata
taglio carpaccio.
INGREDIENTI
Per ogni cucchiaio
1 micro-filetto di un mini-sarago
1 cucchiaino di purea di mela granny-smith
1 infiorescenza di basilico
Il pesce deve essere freschissimo.
Questo cucchiaio speciale è un ottimo antipasto per giorni ancora più
speciali!
JOBOK.EU/USER/EDOARDOMASSA
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Questa rubrica descrive, analizza e valuta la qualità,
il significato, e l'importanza di un libro, non è un
angolo critico, ma solo il pensiero di chi
come voi ama leggere
L'Isola del Tesoro
L’
di Robert Louis Stevenson
isola del tesoro (Treasure Island), pubblicato inizialmente a puntate sulla rivista
per ragazzi Young Folks col titolo The Sea Cook, esce in versione completa nel
1883. Scritto dal celebre romanziere scozzese Robert Louis Stevenson, autore nel
1886 dell'altrettanto celebre romanzo gotico Dr Jekyll and Mr Hyde, quest'opera
rappresenta ad oggi la fonte d'ispirazione primaria per la cultura pop tout court
(libri, cinema e serie televisive). Lo scrittore inizia la stesura de L'isola del tesoro
per intrattenere Lloyd, il suo giovane figlio adottivo, appassionato di avventure in
mare e di pirati. Insieme elaborano una meravigliosa mappa costituita da tre
elementi fondamentali: l'Isolotto dello Scheletro, il Monte Cannocchiale e le Tre
Croci Rosse.Molta critica accosta L'isola del Tesoro a due romanzi d'avventura:
The Coral Island (L'isola di corallo, 1871) del connazionale Robert Michael
Ballantyne e The Pirate (Il pirata, 1836) di Frederick Marryat, ufficiale navale e tra i
primi romanzieri inglesi che sfruttano in ambito letterario la loro esperienza di
mare. Pervaso fin dall'inizio da un'atmosfera cupa e nebbiosa, manifestata dal
clima dei luoghi e dai timori del protagonista (nonché voce narrante) Jim Hawkins,
il giovane figlio dei proprietari della locanda 'Ammiraglio Benbow', L'isola del
tesoro costruisce l'estetica tipo del pirata attraverso due controverse figure, il
vecchio Capitano Billy Bones e Long John Silver. Il primo è un vecchio marinaio
che soggiorna, all'inizio della vicenda, presso la locanda gestita dalla famiglia di
Jim. Malato e fisicamente debilitato, è preso da forti scoppi d'ira quand'è ubriaco,
cioè quasi ogni giorno. L'unico con cui riesce a parlare con tranquillità è solo Jim.
È lui il possessore della mappa che mostra la posizione del famoso tesoro
nascosto sull'isola. L'abbigliamento e gli accessori del capitano sono l'emblema
del pirata classico: uniforme blu, cappello a tricorno, guancia sfregiata con una
vistosa cicatrice, il codino penzolante ed incatramato, un baule che poi si scoprirà
contenere la mappa del tesoro elaborata da Stevenson col suo figlioccio; Long
John Silver è invece il vero antagonista di Jim ed anche il personaggio più
approfonditamente sviluppato. La sua personalità è in parte oscura ed i suoi
atteggiamenti risultano spesso contraddittori: a volte si comporta come un capo
spietato, altre come un amico sincero e fedele. È inoltre l’unico personaggio del
quale Stevenson ci fornisce informazioni sull’età, l’aspetto fisico e la sua storia;
non a caso risulterà il personaggio dal quale verrà tratta maggiore fonte
d'ispirazione per altre famose figure, come Peter Pan e, soprattutto quella più
recente di Jack Sparrow del film La maledizione della prima luna (Gore Verbinski,
2003). Il personaggio di Long John Silver viene utilizzato dall'autore per descrivere
la forza dell'ambiguità morale, in quanto si mostra non del tutto buono ma
neanche completamente cattivo. Alla stregua di Bill, anche Silver possiede alcuni
dei tratti caratteristici del pirata dalla dubbia moralità: gamba sinistra tagliata fin
sotto l'anca, alto e robusto, una faccia larga e scialba caratterizzata da un volgare
sorriso che lo rende unico nel suo modo di essere e di agire. È il cuoco di un'osteria
(da qui il titolo iniziale Sea Cook) e, solo leggendo il romanzo, si possono cogliere
le sfumature e la profondità d’introspezione operata da Stevenson. L'isola del
tesoro, al di là dei tanti singoli personaggi, è per il lettore un vero e proprio viaggio
ai confini del mare e del tempo, come tante volte descrive l'impavido Jim: «Il mare
riempiva i miei sogni con le più deliziose visioni di strane isole e avventure».
Soprattutto nel momento della caccia al tesoro, oltre ad essere esplicitato il
genere avventuroso, vengono introdotti quegli elementi che Stevenson svilupperà
in seguito, ovvero: lo humour nero, le atmosfere gotiche, le visioni dei protagonisti
alla vista di 'oscure presenze'.
Titolo: L'Isola del Tesoro (titolo originale
Treasure Island)
Autore: Robert Louis Stevenson
Anno di pubblicazione: 1883
Edizione: Mondadori, Oscar Classici
1991 (Nuova ed. 2013 con l'introduzione
di Emma Letley e postfazione di Henry
James) 278 p., € 9,50 Oppure si consiglia
anche edizione Einaudi, 2014, 246 p.,
traduzione di Bocchiola M., € 19,50
(disponibile e-book a € 4,99)
Elvio Degli Agli
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