Il fallo di suor Adele ed altri racconti

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Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Considerazioni preventive,
per opportuna conoscenza e norma
Sarebbe doveroso schiantare tutti, almeno tutti quelli
come me che ad ogni ciclo terapeutico costo più di 10 mila
euro solo di Privigen, immunoglobuline d'ultima novissima
creazione, quindi più potenti di quelle di prima, infatti
lasciano strascichi perniciosi, nausea insonnia inappetenza
debolezza mal di testa sdoppiamento della visione, tutto
accompagnato da un malessere vagamente estivo, una sorta
di frinire di cicale nelle orecchie, incessante ed ineliminabile
che ti stordisce e ti fa odiare il mondo animale che invece
questa volta non c'entra nulla.
Tutto senza speranza di guarire, al massimo di
ritardare il peggioramento delle innervature difettose per via
della mielina che si desquama, chissà perché, e lascia
l'assone scoperto. Così l'impulso elettrico parte dal cervello,
ma si disperde qua e là come un corso d'acqua in una palude,
e i comandi non arrivan più ammodo. Bella gara sì,
ruzzolare in terra colle dita dei piedi insensibili che se ne
vanno per conto loro, mentre le mani non son più buone ad
abbottonarsi le camicie.
Ma a parte le questioni di bilancio sanitario
nazionale, c'è da fare una valutazione di economia dei
sentimenti. Sia per chi patisce che per chi gli sta intorno non
sarebbe meglio un dolore intenso ed improvviso che uno
stillicidio quotidiano di sensazioni deteriori? Io son qui colle
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gambe di legno dalle 4 di mattina, per la prima volta,
giacché mentre di solito a quell'ora e per diverso tempo nella
mattinata stavano bene, senza parestesie, invece adesso le
avverto fastidiose fin sopra il ginocchio, ed è in corso la
terapia… Il pensiero di inabilitarmi e pesare sui miei è
un'angoscia indicibile. Diventare un vecchio egoista,
incontentabile, puzzolente e per di più dispendioso… Merita
permettere alla malattia che questo succeda? Bisogna solo
discernere il punto di non ritorno e decidersi di conseguenza.
Ecco perché non mi dispiacerebbe andarmene d'un colpo,
mentre questi disgraziati d'intorno discettano sull'ultima
speme che li illude di sfuggire al disfacimento definitivo.
Come Natascia che non potrebbe fare queste terapie
perché il suo credo turrito glielo vieta, ma più che il dolor
poté il digiuno, e si fa iniettare l'emoderivato di origine
umana una volta al mese, in barba a tutte le profezie sulla
fine del mondo prossima ventura che si succedono da
un'ottantina d'anni e più con la regolarità di un terremoto
nella Valnerina.
Scozzo titanico con Antonietta che viene dalle
profondità della Maremma, assume il farmaco ogni tre
settimane e sfrutta la sua permanenza sulla poltrona
trasfusionale tentando di convertire tutto il convertibile al
cattolicesimo romano, e per cibarsi del corpo mistico ogni
mattina fa venire apposta il chierico stipendiato dalla
Regione Toscana. Poveraccia anche lei: quando ha trovato il
verso di salpare per Medjugorie trascinandosi sulle gambe,
al momento dell'apparizione miracolosa invece di vedere la
Madonna s'è trovata per le terre incapace di rialzarsi e
l'hanno dovuta portar via con l'elicottero. Il miracolo alla
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rovescia ha confermato la sua incrollabile fede, e continua a
distribuire rosari a tutti, ed io glielo lascio fare. In fondo in
fondo perché mai, rifiutandomi, dovrei sommare alle sue
sofferenze la frustrazione di fallire nell'illusoria missione che
si è data, la salvazione della mia anima?
Diverso è il discorso per quel somministratore di
lenitivi morali in abito talare, che arriva suadente e imbocca
subito la via sbagliata: parlare della libertà dell'uomo di cui
il suo buon Dio ci avrebbe dotato. Da vero fantasista cita
Sant'Agostino… Fresco di letture di quel famoso agostiniano
tedesco che rispondeva al nome di Martino, lo rincoglionisco
dai sofismi, povero pretucolo affamato di oboli che non si
perita di chiedere a chiunque, per ogni giaculatoria che
snocciola, a domanda o meno. Se ne va col sorriso un po'
forzato, ammettendo di non avere avuto buona sorte, ed
augurandomela comunque. In altri termini, da bravo maestro
d'ipocrisia in cuor suo mi sta dannando alle peggiori pene
del suo inferno sadomaso.
Tutti qui a patire, anzi, a godere dei vantaggi della
medicina moderna e del servizio sanitario nazionale italiano,
che ti consentono di prolungare l’esistenza materiale in
modo più o meno risolutivo, soddisfacente, palliativo,
comunque sempre gratuito. Solo una decina d’anni fa certe
neuropatie conducevano velocemente ad un esito infausto. Si
può dire: per fortuna? Oggi si va avanti anni e tra un
succedersi di flebo e l'altro assistiamo al declino, alla perdita
di una facoltà, all’inasprirsi di una patologia: uno stillicidio
di avarie.
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Ci vedo sempre peggio, o meglio, vedo sempre più doppio:
leggere è un tormento. Il minimo taglietto ci mette settimane
a guarire; le solche sugli avambracci mi fan sembrare un
vecchio eroinomane. Ciondolo via via più stanco anche se
non ho fatto nulla tutto il giorno, vò in terra grazie a dei
piedacci insensibili che oltre tutto non avvertono il caldo al
punto che quando l’altra estate ne inzuppai uno in una
ciotola di citronella ardente messa in terra con uno
stoppaccio acceso per tenere lontane le zanzare, mi dovettero
avvisare urlandomi, sennò non me ne accorgevo e le mie
gambe facevano la fine di quelle di Pinocchio.
Eppure, non sono ancora bloccato su una seggiola a
rotelle come altri entrati in reparto dopo di me, che stanno
già così peggio da farmi pensare "accidenti devo
assolutamente evitare di arrivare al punto di scassar la
minchia al prossimo come fanno loro". Che fortuna, la mia.
Quella che è mancata invece al mio coetaneo
Vincenzo. Arrivato tre anni dopo di me, chino su un
deambulatore, mentre imputava al chirurgo ortopedico la
legnosità del suo incedere mi chiese di aiutarlo a farsi dare la
lettera con la H per potersi muovere liberamente in macchina.
Sostituito dopo pochi mesi quella specie di girello per vecchi
con una seggiola a rotelle, era riuscito a farsene assegnare
una elettrica, aveva istallato il montascale per salire al primo
piano della sua villetta a schiera, così ne approfittava anche
la moglie morente di cancro, ma era morta subito dopo e lui
s'era attaccato alla speranza di sopravvivere dandosi
freneticamente da fare, andava a pescare alla Punta dei Piloti
e poi a nuotare nella piscina attrezzata con l'ascensore per gli
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invalidi, ma dopo neanche un anno era piantato in lettiga,
doveva farsi trasportare dall'ambulanza, al day hospital
dormiva russando ed era il meno, perché non si reggeva più,
del tutto incontinente, e se n'era andato in questo progressivo
inesorabile disfacimento che aveva vissuto senza mai
ammettere d'essersi ammalato.
Sicché, onore e gloria al Servizio Sanitario
Nazionale, o commiserazione infastidita per queste
istituzioni che mettono a frutto creativamente le sofferenze
altrui per onorare il giuramento di Ippocrate e tener
artificialmente in vita dei rottami senza speranza?
Ogni aspetto dell’esistenza ha più facce: una è
questa qui, agra, che riemerge ciclicamente nelle chiacchiere
di Eugenio e Claudio. Il primo, sdraiato, intubatissimo,
meglio lasciarlo perdere, con le sue geremiadi sui negri, gli
immigrati, i poveri, gli invalidi coi parcheggi riservati…
Non si rende conto che ce l'ha con sé stesso.
L’altro invece, ancora autosufficiente, arriva ogni
volta a mezza mattinata movendosi a scatti come il mostro
del dottor Frankenstein, le braccia interite in avanti, le mani
quasi inerti, le gambe che avanzano ruotando leggermente
dall’esterno verso l’interno, senza che l’articolazione del
ginocchio faccia più il suo mestiere.
Fra un flacone di liquido colloso e l’altro mi fa
“Pardo, lo sai, mi passa anche la voglia di campa’”.
Ma lui ci ha quasi 80 anni, e va avanti a infusioni da 16.
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Allora per esorcizzare questo
conveniamo che bisogna ridere.
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carcame
opprimente
Così ci raccontiamo le storie.
IL TERZO SEGRETO DI FATIMA
ossia
TENTAZIONE E MORTE DEL CARDINAL
VILLOT
Quando improvvisamente morì, solo 33 giorni dopo
essere stato eletto, quel sorridente Papa Luciani che, senza
neppure troppa immaginazione, s’era imposto entrambi i
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nomi dei due pontefici che l'avevano preceduto, lo sconcerto
prese un po' tutti.
Radio, televisioni, giornali erano veramente in crisi:
occupati per due mesi a dimostrare come il vecchio Papa
fosse stato migliore di tutti quelli prima, laddove quello
nuovo, (ahimè, ormai vecchio anche lui...) si avviava sulla
luminosa strada dell'ineffabile superamento dei predecessori,
gli articolisti non sapevano come presentare l'inopportuno
decesso in modo da glorificare ancora una volta la
Provvidenza Divina. Mentre tutti si arrovellavano in questa
gravosa opera, il Cardinal di Stato, come dire, il capo del
governo della Chiesa romana, monsignor Villot, rifletteva
sui casi della vita e della morte.
Era ormai sopravvissuto a tre papi, il che non è poco;
aveva più di settant'anni. La sua figura alta, asciutta, bene
incarnava l'idea di ieratico che un sacerdote, e di qual livello!
deve dare. Schivo, di poche parole, assennato, perfetto
conoscitore (lui! un francese, un gallicano insomma, che se
non fosse stato per Papa Giovanni... malignavano gli alti
esponenti della società romana) perfetto conoscitore delle
sottilissime regole non scritte che informavano la vita del
Vaticano, sapeva condursi da pastore col gregge di due o
tremila anime che lo circondava.
Le beghe più complicate era lui a sbrogliarle: alle
orecchie del Santo Padre non poteva certo giungere neanche
l'eco di certe furibonde discussioni, che talvolta
degeneravano in vere e proprie poco apostoliche risse, specie
quando c'era di mezzo qualche francescano. Maneschi,
quest'ultimi: vicini al popolo, ne sposavano l'anima plebea, e
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dovevano continuare ad esser tenuti lontani, come secoli
prima, dai domenicani, specie quelli dell'America del Sud.
Teste calde, quest'altri, estremisti per davvero, di buona
famiglia, ma votati ad ogni causa di liberazione: finché si
poteva, si sopportavano.
Ma quando cominciavano a prendersela con la gerarchia,
Villot dimenticava d'esser nato in Francia, terra di cui San
Domenico era patrono, e di dovere con ciò particolar
riguardo ai suoi uomini: dal nonno sornione che era di solito,
si trasformava in padre implacabile. Come quando aveva
sbattuto in Thailandia quell'eretico di fra' Valentino, un
luterano davvero! Pretendeva la scomunica per l'arcivescovo
di Port au Prince perché, a suo dire, era immischiato col
traffico di plasma sanguigno haitiano. Poteva anche essere:
ma paragonare la cosa alla vendita delle indulgenze, via, un
po' di senso comune... E poi, cosa c'entrava questo ricorrere
ad esempi polemici vecchi di secoli? Un po' di purga
spirituale nelle foreste siamesi non gli guastava proprio, a
quel cialtrone. Così, Villot aveva potuto da oltre due decenni
governare il Vaticano, mettendo d'accordo domenicani e
francescani, Propaganda Fide ed Opus Dei, guardie svizzere
e suore portinaie di San Pietro. Proprio era stata un'altra
bella faccenda, quella successa alle porte della basilica,
quando il cauto progressismo di Paolo VI aveva imposto
suore (invece di guardie svizzere) a controllare
l'abbigliamento di chi entrava nel tempio. Lui l'aveva
sconsigliato, ma il Pontefice, sordo, non se n'era dato per
inteso. Le poverelle di Maria Ausiliatrice, lì davanti,
costrette a guardare tutto il santo giorno braccia e gambe
scoperte, a redarguire gli immodesti, via! A parte la loro
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scarsa capacità di imporsi, figurarsi le tentazioni! E poi,
dovevan sempre chiamare gli svizzeri ogni volta (ed eran
tante...) che qualcuno, sprezzando il pur fermo sorriso di
suor Concetta o suor Angelica, passava lo stesso. Le guardie
poi non volevano dar retta a delle suore... che disastro!
Per non parlare poi dei colpi che si menavano
Propaganda Fide ed Opus Dei. Lì veramente ci voleva del
tatto, che da solo però, senza l'illuminazione divina, non
bastava. Villot era ben piazzato, da francese, per mediare tra
gli italiani di Propaganda e gli spagnuoli dell'Opus, ma lì, si
trattava di miliardi, mica di miglio pei piccioni di piazza San
Pietro! Come quando avevano istallato il calcolatore, quelli
di Propaganda. Stolti, un pizzichino di buon senso e
avrebbero, magari per finta, chiesto un parere all'Opus.
Macchè: li avevano invitati all'inaugurazione, e avevan
festeggiato con un balletto di convertiti dell'Amazzonia fatto
venire dai missionari del Sacro Cuore. Altro che convertiti,
quelli! Proprio all'Opus Dei, che tecnocrati saranno, ma
abbottonati fino al punto di non mettersi le maniche corte,
loro che da laici potrebbero, neanche d'estate... E gli avevan
fatto vedere tutti quei posteriori di indios, frementi,
luccicanti in un modo... Mah! Ce ne volle per scacciare il
demonio, dall'ala est dei Palazzi, quella sera! E per
sovrammercato, quei vendicativi dell' Opus, sempre tutti
d'un pezzo, erano andati a spifferare a Marcinkus che il
calcolatore, comprato tramite loro, poteva costare un terzo di
meno. Proprio impertinenti: tutto in Vaticano si può fare,
meno che andare a toccare il sancta sanctorum delle finanze.
Non appena qualcuno ci si avvicina, quelli dell'Istituto Opere
di Religione s'inalberano. Figurarsi quando gli fu detto
d'aver preso una bidonata!
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Ma oltre al monopolio esercitato da Marcinkus sulle
finanze, c'era un altro tabù in Vaticano: il segreto dell'ultima
profezia della madonna di Fatima. Villot era stato assillato in
modo insopportabile ad ogni morte di Papa perché, in quanto
Cardinal Segretario di Stato, scomparso un Pontefice
passava a lui ogni responsabilità ad interim. Ogni accesso
con ciò gli era aperto: anche la chiave della cassaforte
contenente il manoscritto della contadinella portoghese che
racchiudeva il segreto, che tutti dicevano terribile, e
qualcuno sosteneva riguardasse addirittura la fine del mondo.
Due volte si era presentata l'occasione di svelarlo, il
segreto. Due volte lo avevano tentato in ogni modo, con ogni
lusinga, per farsene rivelare il contenuto, Cardinali, Padri
Generali d'ogni ordine, persino i più umili famigli, a cui era
più difficile resistere, per l'innocenza delle loro motivazioni.
Questi ultimi volevano salvarsi l'anima, loro, e salvarla ai
congiunti; il Generale dei gesuiti, invece, ah, quante volte
l'aveva fatto cedere all'ira, quel superbioso, coi suoi loici
sofismi che mascheravano malamente il suo desiderio di
potenza! Insomma, Villot adesso, morto il terzo Papa della
sua carriera, si ritrovava con la chiave di San Pietro in mano,
e con quella della cassaforte famosa in tasca.
Non ricominciarono, stavolta, le tormentosissime
querimonie che lo avevano accompagnato dall'alba al suo
coricarsi, a notte fonda, solo cinque settimane prima, quanto
i reprobi curiosi avevano potuto sperimentare la sua
adamantina purezza, la sua incrollabile determinazione nel
mantenere integro il segreto. Solo il confessore continuava,
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(proprio lui!) a tentarlo. Ogni mattina, prima di dir messa,
Villot si confessava con un decrepito benedettino, che tra un
catarro ed un Paternoster gli ricordava l'importanza, il peso
del segreto da mantenere, nel sottile occulto disegno di
provocarlo ad esternare ciò che il povero Villot avrebbe
dovuto sapere.
Già, perché il probissimo Villot dell'ultima profezia
di Fatima non sapeva proprio nulla, o meglio, sapeva a
malapena dove era conservata, e come fare per conoscerla.
Da quando, tanti e tanti anni prima, la vocazione l'aveva
spinto in seminario, egli non viveva che per la Chiesa. Ogni
appetito personale in lui era, non che sopito, spento: ed il
segreto di Fatima non era affare che lo concernesse.
Il demonio, certo, non rinunziava al suo lavorio subdolo
e malvagio, ma non aveva, non poteva aver fortuna. Per
questo non solo Villot non aveva rivelato a nessuno il
segreto, cui per ben due volte nella vita aveva potuto
accedere, ma nemmeno s'era concesso il gusto di conoscerlo.
E non tanto, si badi, per contrastare di più e meglio le
tentazioni del maligno, né per non aver nulla da rispondere
alle reiterate istanze altrui; no, proprio per non dare al
maligno neanche la soddisfazione di veder lui, il Segretario
di tanti Papi, cedere.
Ma, lui Segretario, il Papa era morto una terza volta.
Non appena poté riposarsi dagli obblighi curiali per
raccogliersi con sé stesso, questo gli suggerì tutta una serie
di sorridenti considerazioni su come le tentazioni gli si
presentassero, in così breve tempo, con lo stesso volto.
Proprio in questo doveva consistere la demoniaca intuizione
di quel vecchio Anticristo di Hegel, quando aveva parlato di
astuzia della ragione: anche se in fondo era già stata
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anticipata dal buon senso popolare, col vecchio adagio "Non
c'è due senza tre".
Tra un bonario e paternamente soddisfatto sorriso, ed
una prece, una scintilla lo turbò: la coscienza della fragilità
del suo essere, l'imminenza della propria dipartita, e la
sicurezza ormai dell'impossibilità di avere per una quarta
volta, sia pur per poco, le chiavi di San Pietro in mano, e in
tasca quelle della cassaforte che custodiva il mistero
dell’ultima rivelazione della Madonna di Fatima.
L'esaltazione, pur umile, fiduciosa nella fine della
sua esistenza terrena, non cancellava il rimpianto della valle
di lacrime, mentre l'inginocchiatoio della sua austera camera
cominciava a fargli informicolire le gambe. Al fondo c'era
non tanto la considerazione della scomparsa del proprio
esser vivo sulla terra, e quindi della scommessa che la fede
anche per lui, tutto sommato, costituiva. Non era però il
residuo timore di non trovarlo, quest'aldilà per il quale aveva
organizzato (almeno agli inizi) tutta la vita. No: il problema
era un altro, riguardava proprio il segreto di Fatima.
Lui morto, nell'aldilà il segreto non avrebbe più avuto
ragion d'essere. Non sarebbe più esistito, come segreto:
l'avrebbe prima o poi conosciuto, perché prima o poi si
sarebbe ricongiunto col Signore, e con lui l'onniscienza
sarebbe stata parte della sua anima beata, dopo mille o
diecimila anni: un nulla, di fronte all'eternità. E il punto
stava proprio qui: torcendosi le mani che aveva giunto in
preghiera, Villot immaginava la pochezza e l'irrilevanza del
segreto di Fatima, nell'eternità della vita celeste. La sua
importanza era tutta terrena, tutta temporale: senza la vita
secolare il segreto non aveva ragion d'essere. E se il
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Pontefice, un uomo!, avesse usato male della profezia? Se
l'avessero, quelli premortigli, semplicemente sottovalutata?
L'ultimo poi, pover'uomo...
- Signore, allontana da me questo calice! gridò con voce strozzata Villot, e Anastasio, il famiglio
laico, greco di Tripoli di Siria, bussò discretamente al
monumentale uscio di mogano.
- Non è niente, va', prego il Signore lo rassicurò Villot.
E continuava a macerarsi, per allontanare da sé ogni
tentazione demoniaca: sopratutto per verificare che la
lucidità del proprio pensiero non fosse ispirata dal maligno,
dette un tratto di corda al cilicio che gli avvolgeva la vita,
quindi si denudò completamente. Così senz'abiti l'anziano
alto prelato, prosternato sotto l'austero (nella forma, poiché
era d'oro e smalto) crocifisso, nel fresco della serata di fine
ottobre cercava la certezza dell'ispirazione divina,
nell'ulteriore avvilimento di una carne di per sé già poco
avvezza ad esser vellicata.
Tornava con insistenza il pensiero alla pericolosità di
quel segreto che, da Benedetto XV in poi veniva tramandato
di Papa in Papa, passando per le mani degli interimari della
sede vacante.
Bisognava risolversi, desacralizzare il segreto che
rischiava di trascrescere in mistero della Fede. Proprio
questo era il pericolo: che la profezia della Madonna di
Fatima assurgesse ad una dignità che non le si confaceva,
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soppiantando addirittura nelle labili menti di qualche povero
mistico la doverosa e sacrosanta venerazione del Verbo
Rivelato, e sopratutto giungesse a collidere con la Scrittura
stessa, là dove parla dell'Apocalisse!
Tale pensiero lo sconvolse: aprì il piccolo armadio che
racchiudeva le poche, severe ancorché lussuose vesti
porporate, e, in luogo di por mano ad una serica tonaca,
afferrò, tremando per il freddo e per il peso della
determinazione, un vecchio saio, che infilò sull'asciutto e
segaligno corpo di Cardinale dedito alle rinuncie.
Cercata nel cassetto dello scrittoio, un mobile dalle
essenziali linee quattrocentesche, la chiave della cassaforte,
chiamò convulsamente:
- Anastasio, fammi strada - Per dove, Eminenza? domandò con voce servizievole ed ecclesiale il laico
cameriere.
- Allo studio pontificale - Ma Eminenza, le scarpe... - obiettò Anastasio, notando
i piedi nudi del Cardinale.
- Uomo di scarsa fede, precedimi, è affar mio sentenziò Villot. Anastasio premuroso si dette ad aprir
porte, chiamar ascensori, spalancare usci e accendere luci.
Dopo circa dieci minuti in cui il prelato aveva camminato
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scalzo, soffocando gli starnuti, contorcendo le mani conserte
al petto, sempre tenendo stretta la famosa chiave, erano al
michelangiolesco scalone che porta allo studio.
Camminava vestito della tunica di grezza canapa che era
solito indossare solo la sera del Venerdì e Sabato Santi, e
che, quando pregava, gli faceva uno strano effetto. La sua
carne, bianca e magra, vizza per tanti anni d'astinenza,
sembrava ravvivata dallo sfregare su di essa delle asperità
del grossolano tessuto. Inabituata da tanti decenni alle
carezze, questa carne si risvegliava, l'epidermide conosceva
una sensibilità nuova, che oscillava tra il fastidio ed una
sottile, ambigua ricerca del solletico. In un angolo della sua
mente fece capolino la preoccupazione per questa sensibilità,
ma
- Via, via il Signore m'aiuta così a tenermi caldo... Forse
che non ci si strofina apposta per scaldarsi? si disse, e prima che la riflessione potesse affrontare
tutte le implicazioni di tutti i possibili tipi di strofinio
autogeno, erano di fronte allo studio pontificale. Entratovi,
licenziò il famiglio e si avviò subito verso l'usciolo della
parte riservata dello studio stesso. Mentre l'apriva, un
fremito prolungato e persistente l'assalì. Non era freddo.
Ansimava, il cuore in gola, pareva gli scoppiassero le tempie.
- Questo turbamento ha da esser superato si impose. Inginocchiatosi, pregò a lungo. Una volta
ristabilito il proprio equilibrio fisico, si rialzò ed aprì la
porticina. Ma appena entrato nello studiolo riservato, di
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nuovo quell'ambiguo affanno, quel tremore, quelle vampe al
viso e per tutto il corpo.
Gettatosi per terra, pregò ancora: ma non passava,
codesta agitazione da adolescente che va a conoscere l'amore,
stato d'animo che ora gli sembrava riaffiorare da qualche
cantuccio della memoria...
- Vade retro, Sàtanas! gridò, e fece per afferrare il cilizio sotto il saio. Fatto sta
che, quando s'era prosternato, i capi della corda di questo
s'eran posti tra l'una coscia e l'altra, e Villot, tirando per
stringere lo strumento di contrizione, aveva macerato il
fianco le anche, ma anche turpemente stimolato quella parte
del corpo che finiva per ricordargli ancora una volta quant'è
labile cosa votare un'esistenza alla castità.
L'effetto di quello sfregamento improvviso, sulla sua
vecchia intirizzita appendice carnicina maschile, era stato
incontenibile: tutta l'ambiguità dell'eccitazione precedente si
svelava. La malvagità del demonio giungeva sino a tentare i
sensi d'un ultrasettantenne ormai in pace con essi per scelta,
oltre che per naturale esaurimento da tanto, tanto tempo!
Si riscosse, s'alzò. Era chiaro: il demonio voleva
impedirgli l'accesso al Terzo Segreto di Fatima. Si mise a
saltellare per tutta la stanza, cercando così di fiaccare i nervi,
ma niente: il tumulto nel suo cuore aumentava, l'inaspettata
potenza dispiegata non si placava, non rientrava in sé.
Decise di procedere in barba a Belzebù. Mai tentazione
corporale aveva potuto allontanarlo da qualsiasi fermo
disegno a cui si fosse risoluto. Così s'avvicinò alla cassaforte
e introdusse la chiave nella toppa, mentre la virulenza della
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sua eccitazione era acuita dallo sfregamento insistente contro
il saio della delicata parte, per natura più dotata di sensibilità.
Aprì il pesante battente, il cuore in gola, il fiato spezzato,
la gola asciutta, madida la fronte, roride le ascelle,
graveolente ormai l'inguine. Afferrò, tremando tutto, la
scatoletta lignea posata sul ripiano di centro, cercò
nervosamente con le magre dita la chiusura a scatto, l'aprì,
prese la busta la lacerò ne trasse fuori il vecchio bisunto
ingiallito foglietto vergato da una contadinella portoghese
tanti anni prima, e la vita sua tutta gli apparve gioia e fulgore,
in quell'attimo estatico, mentre le ginocchia non più lo
reggevano, e scivolando a terra, rendeva il grezzo saio
morbido dei propri caldi umori, da decenni tenuti in serbo
per questo momento. Urlò, si dimenò per terra
impiastricciandosi tutta la vita, spiegazzando il foglietto,
allarmando Anastasio. Riacquisito il bene della vista, e del
controllo di sé, per prima cosa lesse la profezia, quindi
immediatamente cominciò a riflettere sulla strana esperienza
vissuta, ed il dubbio d'esser rimasto vittima di un perfido
tranello satanico l'assalì. Rimesso a posto tutto quanto, si
rassettò la veste, si bagnò tutto con l'acqua tèpida del lavabo,
nel desiderio di ripulirsi, e fece per uscire. Ma lo sforzo,
l'impressione, la colpa, l'energia sì malamente dispersa lo
fecero cadere a terra, stavolta in malo modo.

Anastasio, aiuto! -
flebilmente s'appellò al famiglio, che subito telefonò
all'astanteria vaticana. Accorsero infermieri e medici, e
l'anziano Segretario di Stato, Papa ad interim, divenne
oggetto d'attenzione filiale e di venerazione quasi, per l'atto
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di profonda sottomissione compiuto a macerarsi un corpo
già così tanto provato, e per di più proprio nello studiolo
papale, a mostrare quanto in quel luogo lo spirito potesse e
dovesse essere innalzato, a detrimento del corpo: ma una
suora inorridì, riconoscendo l'odore del liquido seminale di
cui il saio era imbevuto.
Fatto sta che Villot da quel giorno non fu più lui: oltre alle
febbrìcole, che ogni sera presero ad assalirlo, il tormento
della burla da Satana giuocatagli ne fiaccaron la fibra.
Spirò da lì a pochi mesi, assolto dal Papa polacco.
UNA RIVISTA DI PROVINCIA
Nel negozio il riscaldamento era eccessivo, per quella
giornata autunnale di scirocco: le commesse, una decina,
s'aggiravano sudaticce tra i banchi sovraccarichi di libri
d'ogni genere, disposti ancora secondo una certa logica.
L'aria già diveniva greve, cominciavano ad arrivare un sacco
di clienti, era sabato pomeriggio, ed in breve ci sarebbe stata
una gran ressa.
I volumi avrebbero cambiato di posto, il "Manuale
dell'erborista" sarebbe finito sotto l'ultimo saggio di Gianni
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Vattimo e "Dopo la caduta" di Arthur Miller sarebbe uscito
di sottecchi dal negozio, senza passare dalla cassa, sotto
qualche giaccone di foggia antiquata, comprato di seconda
mano al prezzo di uno nuovo. Chissà se l'anonimo
trafugatore, cercando inutilmente i succulenti spunti
dell'altro Miller, Henry, l'autore di "Sexus", si sarebbe mai
reso conto della differenza tra i due, anzi, della loro
esistenza divergente...
L'orgia mercantile di fine settimana s'alimentava anche
dell'arrivo alla spicciolata di certi invitati ad una riunione il
cui argomento preciso era stato volutamente lasciato sul
vago, ma che comunque tutti intuivano esser connesso con
un'iniziativa pubblicistica del vulcanico editore-libraio.
Si trattava per l'appunto di render nuovo fiato ad una rivista
di varia umanità e studi locali, di levatura insignificante e
pretese non modeste che, uscita per quasi due anni,
arrancava per farsi leggere da qualche decina di persone. In
realtà le cifre dei lettori si basavano sulle copie non rientrate
all'editore, e quindi il loro numero poteva anche esser più
basso di quanto si pensava. Se si escludevano poi redattori e
collaboratori, bisognava ammettere che la pubblicazione
circolava in modo veramente trascurabile. Però ci tenevano
un po' tutti a quello strumento utile per stampare le
numerose sciocchezze che, assieme a qualche pagina di
pregio, venivano prodotte in città da professori inappagati
del proprio impiego ed anelanti alla fama editoriale, e da
laureati di fresco in cerca di uno spazio per affermarsi.
Arrivavano così figuri strani, alcuni dall'aria smarrita, altri
dal fare sussiegoso, ognuno pienamente compreso della
propria insostituibile funzione, ciascuno fermamente deciso
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
20
a dare una mano a tenere in piedi la rivista, purché
s'occupasse dell'argomento che stava a cuore a lui.
I più s'ignoravano a vicenda: ma li catalogava uno per uno la
mente architettonica dell'editore-libraio, dall'accattivante
sorriso e dal fare sapientemente servizievole. Nell'imbarazzo
di quella convocazione dalle motivazioni incerte c'era chi
s'attardava tra la mercanzia intellettuale, chi cercava una
faccia nota a cui appoggiarsi, chi invece, per darsi un
contegno, prendeva un fascicolo della rivista e lo sfogliava
fingendo interesse, senza rendersi conto di dimostrare invece
che prima di venire non s'era dato la briga di leggerne
neanche l'indice.
Frediano Corsini scorreva le pagine delle ultime novità.
Sperava così di sedare il proprio imbarazzo, che andava
gradatamente tramutandosi in repulsione, generata non tanto
dall'ambiente umano, quanto dalla situazione in sé, dalla
sostanziale meschinità di quel convegno di minuscoli
avvoltoi, tutti alla ricerca di uno spazio nell'ambito della
rivista, per poter affermare la propria personalità di letterati
velleitari, di ricercatori mancati, insomma di intellettuali
frustrati di provincia. Voleva andarsene: oltre tutto non
riusciva a trovare nulla di interessante da leggere.
Fece violenza al suo sentimento di dignità (che per la verità
subiva continui stupri) e s'impose stoicamente di restare.
"Lo faccio per mia madre", ebbe a giustificarsi tra sé, "le
farebbe tanto piacere se mi pubblicassero qualcosa... Del
resto, a me non mi farebbe mica schifo... Se non mi muovo
ora, per chi lascia i trent'anni gli autobus son sempre più
rari".
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
21
S'avvicinò al primo conoscente che gli capitò di incrociare
con gli occhi. Maranelli, passata la trentina anche lui, faceva
parte della schiera dei precari universitari in cerca di
legittimazione. Per l'occasione s'era presentato con una
chitarra, strumento che stonava parecchio col personaggio, e
Giuseppe pensò:
"Ma dove si va a finire... Se uno torvo come lui si mette a
suonare, siamo proprio ridotti male...".
Il torvo dialogava garbatamente con l'avvocato Fienili, che
col suo solito tono di degnazione lo preveniva:
"T'attaccherò, nelle dovute forme, s'intende, secondo il mio
stile, e quindi lealmente, così come lealmente ti metto
sull'avviso".
Maranelli come danzando un minuetto di rimando
annunziava:
"Mi difenderò con le armi di chi è profondamente convinto
delle proprie idee, e per di più sorretto dal movimento di
lotta".
Pensieri irriguardosi s'affollarono nella mente di Corsini, che
immaginò di buttare lì qualche commento cloridrico
sull'eroica lotta degli esercitatori ad horas. Invece, abiurando
alla propria abituale irriverenza, s'informò melenso sulla
cavalleresca contesa.
"No, sai, lui ce l'ha coi precari, e allora..."
abbozzò come spiegazione il novello chitarrista.
"Ah, già, mi pareva di sentire che dopo l'intervista a
Telegranducato c'era gente che ti odiava..."
commentò l'altro.
Maranelli non era dotato di senso dello spirito, e da quando
era stato bocciato agli esami di uditore giudiziario era
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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sempre più lugubre. Guardò il suo interlocutore con fare
indagatorio, per cercare di capire i sottintesi
dell'affermazione del Corsini, il quale, per la verità, si
dedicava all'ironia per sé stessa, alla ricerca del bel motto di
spirito, che spesso risultava fuori luogo, o per nulla spiritoso.
Ma il pretore mancato al termine della riflessione (gli si
poteva leggere sulle rughe della fronte l'intersecarsi dei
pensieri, analiticamente lento) concluse che l'ironia era
rivolta semmai all'altro leguleio, che in verità riusciva non
poco antipatico a chiunque. Si attardarono un po' in mutue
autocommiserazioni e malignità varie dirette ad assenti e
presenti non troppo vicini, finché
l'editore-libraio,
coadiuvato dalla segretaria, una graziosa bruna a cui la
permanenza di minuscole efelidi sul viso dava un tono di
giovinezza smentito dalle rughette attorno agli occhi e dalla
voce non più cristallina, cominciò a darsi attorno per
radunare i convenuti.
V'era un vasto sopralzo, nella libreria, solitamente adibito a
luogo di consultazione dei cataloghi, nonché sede del reparto
amministrazione, ricco di schedari e registri, che per
l'occasione era stato sgomberato per disporci in circolo
numerose sedie. Nessuno ardiva salire per accomodarsi per
primo, specialmente i collaboratori esterni, tutti un po'
impacciati: cominciarono i redattori, invitando con tono tra il
bonario e lo scanzonato tutti gli altri a fare come loro. I
migliori effetti li sortì l'editore-libraio, a cui era impossibile
rifiutare qualcosa, quando t'avvicinava sorridendo mellifluo:
come per caso ognuno si ritrovò seduto accanto a chi voleva
lui, secondo una studiata gerarchia. A Corsini toccò il settore
di chi s'occupava di storia e letteratura: poteva assaporare
accanto a sé i tic nevrotizzanti della segretaria di redazione,
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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una efebica biondina che l'aveva colpito perché quando
diceva una parola che finiva in "-ione" pronunciava la "o"
nel naso, dandole una strana, eccessiva sonorità.
Irrigiditi sulla difensiva, ognuno potenziale concorrente
dell'altro, gli astanti si guardavano con sentimenti che
scorrevano dal sospettoso al compiaciuto. Era in gioco la
vanità personale, che imponeva di immaginare di aver
ricevuto un invito esclusivo. Incontrare un conoscente di cui
s'aveva poca stima costituiva da un lato un avvilimento del
tono dell'iniziativa, dall'altro un insulto alla propria persona:
al contrario, vedere un tipo già riverito per il suo successo
dava soddisfazione. Comunque, la potenza del miraggio
della pubblicazione era troppo forte, cosicché tutti si
accinsero stoicamente ad ascoltare sorridendo attenti l'esile
biondina che esordì con la relazione del comitato di
redazione.
Il discorso, assai forbito, ricco di "ovviamente", di "intreccio
dei comparti", di "necessità di omogeneizzazione" ed altre
banalità confermò le segrete, inconfessate attese di tutti: in
redazione non ci s'attendeva altro che la collaborazione in
tutti i campi dello scibile. Ognuno era ben accetto, dato che
ci si aspettava che tutti avrebbero dato un notevole impulso
alla diffusione della rivista.
L'aria era sempre più irrespirabile: si miscelava, col fiato dei
frequentatori della libreria, il miasma d'umanità accaldata, e
s'addensava verso l'alto. Interveniva Perattini, Economia
Politica, Firenze (s'era presentato perentoriamente), e
parlava da più di venti minuti. Il disinteresse cominciava a
serpeggiare, sinché un ex comunista (già maoista pentito, ed
ancor prima valorosa guida degli scout cattolici) lo
interruppe irosamente, chiedendogli cosa si pretendeva da
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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lui, che era un semiologo, e si compiaceva di operare
all'inverso di Lacan, oggettivando la presenza dell'Altro
nella catena dei significanti concreti.
Lo scontro tra economia e semantica provocò un attimo di
sbandamento: ne approfittò il Corsini per insinuare un
saggio d'eloquenza forbita.
Propose che si pubblicasse un suo studio sul trozkismo
trovando decine di giustificazioni morali culturali politiche
per la meritoria iniziativa che avrebbe reso più completa la
dimensione intellettuale della rivista. Pareva il piazzista d'un
mercato settimanale di paese. Quando s'accorse che ci
provava anche gusto, ad ascoltarsi e farsi ascoltare, ormai
era tardi: molti, sollecitati dal suo intervento articolato ma
stimolante, presero la parola sulla sua falsariga, e fu tutto
uno sciorinare di bischerate.
Maranelli aveva appena cominciato a dir le sue, che arrivò,
come Radamès nell'Aida, il dotto Spilimberti, docente
universitario pisano di qualche materia che aveva attinenza
con la filosofia, direttore culturale della rivista, seguito da
una scorta di giovincelle, visibilmente laureande, ricercatrici,
aspiranti borsiste presso l'Istituto che il dotto dirigeva, ed
altra fauna simile.
Punto sul vivo Maranelli, che nessuno più ascoltava,
s'interruppe dicendo che doveva andare a lezione di chitarra.
La notizia passò inosservata: ormai era Spilimberti che
attirava l'attenzione. Il fascino intellettuale che da lui
promanava costringeva tutti, ma specialmente le redattrici,
ad attenderne una parola definitiva. I professori di liceo
invece lo osservavano invidiosi del suo codazzo femminile.
Spilimberti interveniva pianamente, a voce bassa, per
costringere tutti ad una maggior attenzione; avvenne così
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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che il mormorio sommesso proveniente dal sopralzo attirò
l'attenzione dei clienti della libreria molto più delle note
stentoree dello scontro di prima.
Sfilavano, dietro le transenne che separavano il sopralzo dal
resto del locale, personaggi lividi per non essere stati invitati,
mentre i partecipanti alla riunione li ignoravano
ostentatamente, e fra tutti si vide schiattare di rabbia con
gesti inequivocabili l'ex assessore alla cultura, un tipo
genialoide che avea tentato esperimenti troppo
all'avanguardia per l'ambiente cittadino, perciò era stato
elegantemente giubilato con un prestigioso incarico nel
Comitato Regionale di Controllo.
Ormai l'aria era davvero irrespirabile, su quel soppalco in cui
si concentravano i vapori più caldi. Contribuivano ad
accrescere il disagio d'una riunione che si dilungava
avvitandosi senza costrutto i succedanei di Spilimberti, che
intervenivano a ripetizione per sostenerne la linea, non si sa
bene contro chi. Corsini cominciò a dare manifesti segni di
insofferenza: ridacchiava, faceva commenti a mezza voce. Il
suo obiettivo era quello di far dire qualche castroneria a
Perattini, che per la verità non sembrava aver bisogno di
stimoli, impegnato com'era in una disputa sul fattualismo
con Soriani, funzionario autodidatta della locale federazione
del Partito.
Tutto ormai andava esaurendosi: specialmente le idee. Le
conclusioni, che l'editore-libraio si permise di trarre,
confermarono le premesse.
Ognuno fu invitato a scrivere contributi su qualsiasi cosa, da
inviare in libreria, dove aveva sede la redazione. La gente si
alzò, e tutti ripresero a chiacchierare cercando di chiarirsi a
vicenda i punti oscuri degli interventi: non Corsini, che fece
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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man bassa di cataloghi, prima di sgattaiolarsene tra un
crocchio e l'altro verso l'uscita, evitando il Perattini che
voleva dirgliene due, ma era trattenuto dalla necessità della
ricerca d'un passaggio per Firenze.
Appena sceso dal sopralzo però la segretaria brunetta lo
bloccò amabilmente. Corsini trasalì, pensando terrorizzato a
cosa sarebbe successo se avesse lasciato liberi di operare i
suoi istinti cleptomani, grazie ai quali s'era costruito una
invidiabile biblioteca. Ma lì aveva preso solo cataloghi,
perciò non riusciva ad immaginare che cosa voleva quella
donna. La risposta venne subito: con eleganza gli fu fatto
notare che i costi editoriali erano a malapena coperti dagli
abbonamenti, e che lui aveva dimostrato interesse
all'iniziativa, e che lei personalmente aspettava di leggere il
suo contributo.
Insomma, la brunetta gli estorse delicata cinquanta euri: il
saldo dell'abbonamento annuale a quella rivista di provincia.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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IL SEGRETO DI MIRABELLE
ossia
LA BRECCIA DELLA CONOSCENZA
Educata ai rigori morali della calvinista Ginevra,
Mirabelle era approdata nella Firenze della decadenza del
movimento, quella delle stravaganze vestiarie e della
frequentazione gastronomica di sottoscala ancor umidi per
l'alluvione d'una ventina d'anni prima, attrezzati come
cucine macrobiotiche alternative.
Via dei Pilastri era ridotta ad un fortilizio di carabinieri,
che vi avevano il Comando Legione all'incrocio con via
Fiesolana, a malapena ingentilita da leziose presenze di
antiquari, che avevan soppiantato i rigattieri. A Borgo Pinti
s'aprivano laboratori di ceramica o d'intaglio, non già
retaggio d'antica tradizione, ma insediamento d'una nuova
generazione d'artieri improvvisati per disperazione, ex
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
28
studenti, professori mancati, succedanei della politica
extraparlamentare. La quale peraltro permaneva, a
testimonianza di sé stessa, alloggiata in certi fondi muffosi:
qua l'Unione Inquilini, là un gruppo maoista albanesizzante;
tra la bottega esoterica del Mago Merlino e quella di un più
modesto residuale merciaio albergava pomposo un partito,
che esisteva solo a Firenze ma si poneva l'obiettivo di
ricomporre la classe operaia del mondo intero e nelle
adiacenti Via de' Pepi e Via di Mezzo era tutto un fiorire di
gruppi spontanei e di aggregazioni di vecchi cultori e nuovi
estimatori di tradizioni rivoluzionarie antiche e recenti.
Mirabelle era venuta a studiare all'Università, e si era
ritrovata in mezzo al fervore delle polemiche violentissime
che, sulle cantonate, infocavano le serate degli ultimi
testimoni di trascorse epoche di subbugli collettivi. Lei, che
non aveva conosciuto assembramenti diversi da quelli che
ciascuna domenica si raccoglievano attorno alla chiesa ove il
padre, pastore calvinista, predicava, credeva di vivere tuttora
i fasti di anni lontani, di cui quegli incontri non erano che
copie sfocate, animate dalle improbabili, sconosciute,
residuali formazioni politiche dell'estrema sinistra.
Se ne era scelta una, Mirabelle, per la sua militanza; da
studentessa straniera, non le pesava troppo, poiché era
esentata per motivi di sicurezza dalla diffusione pubblica del
giornale e dall'affissione notturna di manifesti. Data poi la
presenza assai scarna di suoi compatrioti nell'ateneo
fiorentino, ove frequentava il corso di Scienze forestali alla
facoltà di Agraria, alle Cascine, a lei non si ponevano i
laceranti problemi che agitavano la vita dei greci, dei
latinoamericani, degli iraniani, sempre immersi in discordie
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
29
intestine talvolta violente. I pochi svizzeri che circolavano,
bastava qualificarli di stronzi, e tutto era risolto: riscuoteva
così l'approvazione dei compagni del gruppo, e non c'era
alcun problema di rapporti politici da instaurare. Certo, era
semplice vivere la vita del militante politico complessivo di
riflesso, anche se, a dire il vero, i compagni avevano più
volte tentato di spiegarle la differenza tra un sindacato ed un
altro, tra una formazione politica presente nella sua facoltà,
ed una concorrente che magari stava tentando di crearsi
un'area di ascolto e di consenso; ma era un'operazione senza
speranza.
Uscita dal bozzolo provinciale dei lindi ed ordinatissimi
sobborghi ginevrini, il massimo che Mirabelle giungeva a
comprendere era quanto Comunione e Liberazione fosse
affine al vecchio mondo appena abbandonato. Per questo
andava comunque osteggiata, mentre tutti gli altri movimenti
e gruppi facevan parte del suo nuovo mondo, perciò
andavano comunque difesi.
L'importante era essere felici, stare bene insieme coi
compagni: per lei le riunioni erano momenti quasi estatici di
riconoscimento della originalità che s'era scelta,
nell'abbandono all'abbraccio del collettivo in cui si
identificava. Ascoltava rapita le introduzioni le relazioni gli
interventi senza mai aprire bocca. Una volta avevano
provato ad assegnarle un compito assai modesto: si trattava
di esporre il contenuto dell'articolo d'una rivista
indipendentista del Québec, in lingua francese. Forse per
mascherare il terrore che improvvisamente le incuteva il
salto di qualità che gli altri esigevano da lei scattò
adducendo, nel suo accento vagamente enclitico, mille
pretesti, ed avvampando tutta si mostrò quasi offesa: tanto
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
30
bastò perché nessuno tentasse più di responsabilizzarla,
come si usava dire, al di là dei semplici compiti di tener
aperta la sede, spedire il giornale, riordinare ogni tanto
l'archivio.
Non aveva nemmeno imparato a manovrare il ciclostile:
ma la sua presenza negli angusti locali portava allegria
sopratutto poiché, figlia di terre poco meno che alpine, non
pareva soffrire eccessivamente il freddo. A differenza
d'un'altra compagna, greca, che di quando in quando si
faceva viva, tutta infagottata anche a primavera inoltrata tra
scialli e calzettoni di lana, la snella svizzera vestiva, anche
nei mesi meno tiepidi, in modo praticamente succinto.
Quando non erano ampie zingaresche gonne, ad esaltare le
sue movenze di gazzella ci pensavano i blue jeans, e certe
magliette aderenti, specialmente se le indossava sulla nuda
pelle, lasciavano intuire, senza bisogno d'immaginare troppo,
le linee attraenti delle punte dei seni, e vita sottilissima, e
fianchi accoglienti...
La sua costante presenza rinfocolava quella altrui, in
quell'ambiente tanto libero, da sconfinare senza difficoltà nel
libertino, e Mirabelle vi si crogiolava, senza l'assillo del
castigo paterno incombente alle spalle, scoprendo ogni
giorno nuove possibilità, nuovi esotismi, nuove barriere da
infrangere: i sentieri che s'aprivano al di là conducevano
assai più lontano dell'innocente gioco dell'impegno da lei
scelto per rompere col grigiore del perbenismo ginevrino.
Lassù peraltro aveva già vissuto la limitata trasgressione
del fugace donarsi ad un giovane che, anticonformista sulle
rive del Lemano, su quelle dell'Arno sarebbe risultato poco
meno che noiosamente usuale, e le era parso d'aver
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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conquistato una dimensione dirompente verso l'ordine
paternamente costituito, e questa era l'unica soddisfazione,
l'unica voluttà che aveva saputo trarre dalla sua prima
effimera esperienza erotica. Quella vicenda infatti era
rimasta scevra di piaceri dei sensi: tentarli adesso, nella città
dell'arte e della conoscenza, seducente nella sensualità piena
e trionfante di magnificenti carnasciali, la faceva sbocciare a
vita nuova, anche se nella sua ricerca non riusciva ad
arrivare interamente a quanto anelava.
Passava dalle braccia d'un compagno ai baci d'un altro,
tutti desiderandoli ardentemente, qualcuno anche amandolo,
ma non ne riceveva quella piena, matura soddisfazione
intima che altre compagne mostravano orgogliose d'aver
saputo raggiungere. In qualche collettivo femminista aveva
provato a porre il suo problema, ma era rimasta delusa
dall'incapacità delle altre di comprendere la sua esigenza,
che era di riuscire finalmente a gioire interamente e sempre
col suo maschio, e non di raggiungere l'acme del piacere per
caso, o peggio, da sola.
Allo stesso modo, non le interessava, le era estraneo,
non arrivava a capire il sentimento di tenera connivenza
femminile che qualche compagna sembrava suggerirle. Non
capiva come si potesse esaltare quell'intimità, così simile a
tanti contatti, tante carezze già conosciute tra i puritani del
suo paese, per i quali casto era chi si asteneva da rapporti
con l'altro sesso, mentre quelli tra sessi omologhi erano di
due tipi: aborriti e repressi in modo terrificante, se tra maschi,
mentre tra femmine non certo concessi erano, ma più
semplicemente ignorati, come inesistenti. Perciò,
discretamente, è vero, potevan tuttavia essere intrattenuti
senza soverchio scandalo.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
32
Inveleniva poi quando qualche altra compagna,
sofferente d'angosce affini alle sue, d'incompletezza faceva
virtù, esortando a non curarsi del nuovo stereotipo che la
cultura maschile imponeva una volta di più alle donne,
condannandole all'orgasmo forzato. E rivendicavano il
fondamentale diritto all'autogestione del proprio corpo e
della propria sessualità e del proprio piacere, perché anche
rispetto a questo andava riaffermata chiaramente
l'autodeterminazione... [quanto segue è funzionale
all’insieme del racconto, poiché m. non prova l’orgasmo se
non per via anale: posso sintetizzare, ma cancellarlo fa
perdere senso alla narrazione]
Pareva la storia della volpe e dell'uva: quando
addirittura quei discorsi non le ricordavano le prediche in
mezzo a cui era cresciuta, sul fulgore della castità, o la
prodezza della temperanza. Insomma, questa maledetta
storia le corrompeva il gusto delle compagnie fiorentine, le
quali, tra l'altro, erano generalmente estemporanee disattente
ed incapaci di studiosa applicazione, per cui anche se spesso
a Mirabelle pareva d'essere ad un passo dalla conoscenza,
ogni volta una carezza più scabra, uno sbuffo violento, un
separarsi improvviso ed inaspettato la lasciavano con l'amaro
dell'insoddisfazione in bocca, mentre l'altro grugniva,
bofonchiava monosillabi peccaminosi, uggiolava.
Trascorrevano così le sue giornate, nella monotonia
dell'inseguimento di un orgasmo che pareva sempre più
senza speranza.
Una volta un compagno, uno un po'più attempato degli
altri, scoprì che, da brava svizzera, oltre al francese e
l'italiano conosceva abbastanza bene anche il tedesco. Aveva
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
33
bisogno di rispolverarlo, Commodoro: era il nome di
battaglia con cui si lasciava ancora chiamare, da quando, in
un epico scontro con la polizia, in piedi sulla fiancata d'una
jeep rovesciata, bello, i capelli e l'inusuale palandrana al
vento, impartiva con larghi gesti delle braccia ordini
imperiosi agli improvvisati manipoli, ed il nemico era stato a
lungo ricacciato.
Ma tutto travolge il tempo, e Commodoro, più
banalmente all'anagrafe Mario Degli'Innocenti,
s'era
ritrovato attorno ad un tavolo a discutere, da sindacalista,
della formazione del comitato di rappresentanza dei
lavoratori di polizia col dirigente del commissariato anni
prima tenuto in iscacco tutto un pomeriggio. Avevano
rammentato con bonomia i bei tempi, ed il cavalleresco
scontrarsi a mani nude (o quasi: del resto, il manganello non
è che un inerte prolungamento del braccio). Altro che
l'infame ricorrere terroristico ad agguati sanguinosi! E
bevendo il caffè s'erano raccontati aneddoti l'uno sui
compagni beceri d'una organizzazione mao-spontaneista
oramai liquefattasi, l'altro sulla proverbiale adamantina
durezza di cervello di certi benemeriti colleghi con cui
spesso entrava in concorrenza. Ma nessuno dei due, dai più
reconditi recessi della mente, riusciva a cancellare del tutto
l'antica vicendevole consegna:
«Al momento giusto, ci si muoverà un minuto prima di
voialtri».
Commodoro dunque continuava a farsi chiamare così
per sentirsi ancor giovine, perché ispirava fascino, quel
soprannome un po' ridicolo, ma sopratutto perché ogni volta
che doveva spiegarne l'origine, il suo carisma ne risultava
corroborato. Mirabelle non aveva fatto eccezione, e quando
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
34
egli perentorio le chiese un'ora di lezione di tedesco ogni due
giorni, quasi le mancò la parola per assentire, entusiasta
dell'attenzione d'un dirigente così importante.
L'indomani, nell'appartamento di lei, tutto cominciò
immediatamente ad andare storto. Pazienza la caffettiera
messa al fuoco senz'acqua dentro: il puzzo andò via in breve.
La cosa seccante per Mirabelle era che s'ingarbugliava,
diventava rossa, sbagliava i verbi, e Commodoro la doveva
correggere, e lo faceva con un tagliente sorriso ironico, ed in
quegli occhi, che lui sapeva socchiudere e rendere più
penetranti, brillavano sottintesi. La giovinetta accampò
malesseri: l'accorto cultore di conversazioni alloglotte prese
a parlarle suadente in francese, perché fosse più a suo agio, e
si riposasse la mente. Il risultato fu che la poverina si
confuse ancor di più, ed era sul punto di piangere.
Commodoro se ne accorse, e le passò la mano tra i capelli,
quasi bonario, e fu la goccia che fece traboccare i vasi
lagrimali della fanciulla, che perse ogni difesa, anche perché
il suo tono più che dell'amante era del consolatore, e lei
invece voleva prostrarsi ai suoi piedi per adorarlo, e ora
temeva d'essere considerata una ragazzina scema, e non ne
poteva più.
Mirabelle si prese la testa tra le mani e scoppiò in
singhiozzi, ma Commodoro l'attrasse a sé e le porse
ospitalità sulla spalla, carezzandole i capelli, e stringendole
ora il braccio, ora il fianco. Era comunque un atteggiamento
ancora troppo distaccato, e Mirabelle era sempre più infelice,
non vedeva vie d'uscita, temeva d'aver perso ormai la
possibilità di far breccia nel cuore di quest'uomo che
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
35
sembrava non avere alcuna intenzione d'approfittare
dell'occasione.
Pian piano si calmò, si rassettò il golfino, si soffiò il
naso, si scusò, raccontando che la lontananza dalla casa
paterna le giocava scherzi balzani, che era un malessere
passeggero, che le dispiaceva tanto, e giù tutta una serie di
discorsi che a Commodoro non interessavano per nulla. Col
pretesto d'una riunione alla Casa del Popolo, importante
perché si trattava di creare un coordinamento tra sindacato,
Arci e gruppi di base del quartiere, Commodoro se ne partì
velocemente, lasciando Mirabelle a torcersi le mani, a
piangere nel fazzoletto e morderlo e strapparlo.
Il giorno dopo, in sede, Mirabelle non si fece vedere: la
sua assenza fece riflettere Commodoro. Certo s'era mostrata
disponibile; un po' fragile, però... E poi, che cosa cercava?
Mettersi a piangere come una verginella... Ma che si fosse
innamorata? Ahi ahi, quello era un lavorone, non si scherza
coi sentimenti d'una persona. Non ci voleva proprio. Però,
ora era lì che soffriva... Bisognava farla contenta, magari
mettendo le cose in chiaro per benino. Amicizia, tutta.
Anche tanto affetto: amore, no.
Tutti questi discorsi Commodoro li rimuginava al bar
aspettando l'ora dell'appuntamento da Mirabelle. Appena la
vide, glieli rifece tali e quali, secco, quasi brutale, a rischio
di compromettere il fine ultimo della sua visita, che ormai
non era soltanto il colloquio di lingua germanica. Ma era più
di quanto lei s'aspettasse: temeva addirittura di non vederlo
più, sperava solo di potergli parlare ancora una volta, in
qualsiasi lingua...
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Allegra, quasi sbarazzina, fece, stavolta, un buon caffè,
chiacchierarono un po' seduti sul divano, poi si guardarono
fissi, si presero le mani, si baciarono, e si rotolarono per
terra. Non si amarono, in quel loro primo incontro: come per
un tacito accordo volevano centellinare il loro piacere, e poi,
c'era un'altra riunione. Il giorno seguente si conobbero più a
fondo, e Commodoro iniziò ad avvertire il disagio di lei per
le conclusioni sfalsate ed imperfette a cui giungevano, dopo
le carezze ed i bisbigli.
Quando si rividero, Commodoro aveva riflettuto
sull'esperienza passata, ed aveva deciso che doveva farla
felice. Come entrò l'assalì quasi, e dal suo ansimare
comprese di essere sulla strada buona. Trascinatala sul letto,
la palpeggiò sfrontatamente, e lesse nei suoi occhi l'attesa e
l'incitamento. La svestì e, strette tra le braccia le cosce, prese
ad abbeverarsi alla di lei sorgente di vita, e continuò a lungo,
a ricercare tra le sue fibre il diapason che avrebbe fatto
vibrare tutta la carne.
Proseguiva ormai da tempo, spossato, indolenzito,
finché udì un movimento strano: pareva di pagine sfogliate.
Senza distogliere la bocca, per quanto poté sollevò gli occhi,
e stralunò, ché Mirabelle ora leggeva una vecchia copia
dell'Espresso.
S'interruppe, e lei, con quella sua erre arrotata che
faceva ringalluzzire:
«Oh no, ti prego, ancora, dài...»
Voleva ribattere la sua perplessità, ma un sorriso
sognante lo disarmò, e ricominciò ad applicarsi alla bisogna,
però con minore perfezione. Mirabelle stava arrivando in
fondo alla rivista, e lui non sapeva più che pesci prendere.
Decise di smettere, ma con lentezza, e la sua amante, gettato
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
37
il giornale, l'abbracciò, se lo tirò addosso, spogliandolo tutto,
e, accarezzandolo, prese a confessargli sottovoce, gli occhi
bassi, i più profondi motivi della sua tristezza.
Compunto, Commodoro comprese che c'era ancora
molta strada da fare e che comunque s'era imbarcato in una
impresa vera e propria: la cognizione del piacere in una
donna educata a ricusarlo, o ad associarlo alla sanzione,
moralmente benefica, fisicamente dolorosa, che in cambio il
padre le aveva sempre comminato, non poteva passare che
per vie tormentose. Era al limite un compito politico, quello
di sconfiggere le deformazioni della personalità provocate
dal bigottismo, e Commodoro si confermò nell'onere di
condurre a buon fine la battaglia.
Un giorno, dopo che l'intimità tra di loro s'era fatta assai
grande, ed il cuore dell'una tutto era aperto a quello dell'altro,
e piena fiducia ormai Mirabelle nutriva nelle attenzioni di
Commodoro, egli decise di tentare la via del variegato unirsi
in pose inusuali, e volle prenderla bocconi. Balenò in mente
a costui una luce perversa alla vista del roseo, inadatto
accesso vietato, non ancora offuscato da quelle riposte
villosità che talvolta rendono più misteriose certe parti.
La sollevò leggermente per il ventre, passandole
palpeggianti le mani sotto, fino ad intrecciarle sul suo
ombelico. Mirabelle, condiscendente, accompagnò l'inarcarsi
del pòdice avvicinando all'addome le ginocchia, e su di esse
adagiandosi. Conservandola in quella positura, lui l'attrasse
piano verso la sponda del letto, e, discesone, in piedi
stuzzicandosi con le dita per ottenere il massimo dalla sua
virilità, con l'altra mano delicatamente, usando a forbice il
pollice da un lato ed il medio e l'indice dall'altro, apriva le
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
38
vie dell'inusitata voluttà. Ma un sussulto di timore e
reverenza lo commosse, e si dette a penetrare l'altro più
consono ricettacolo. Blandi umori l'accolsero, così diversi
dalla solita secchezza di lei, e ne rimase gradevolmente
sorpreso: forse era l'annunzio dell'inversione appena tentata
ad innescare l'effetto ricercato? Ma ai gemiti iniziali era
succeduto un freddo silenzio. Si mosse delicatamente, ed
intanto rifletteva sul mutamento di sensibilità che avvertiva.
Provò a variare in potenza il suo assalto: ora usciva del tutto
dal corpo di lei, ritraendosi, e poi affondava vigoroso nel
rientro, ricevendone di rimando sospiri, la cui consistenza, la
cui sonorità non concordavano però con quanto le sue
movenze andavano cercando di provocare. Perplesso, mentre
continuava col suo ritmo violento si distrasse un attimo, e
questo lo tradì: l'ultimo colpo finì altrove, e l'urlo seguì
all'unisono dalla gola dei due, e poi il fremito per l'intrusione
dolorosa e vergognosa insieme, e l'arrestarsi attonito ed
interrogativo...
Doleva il sesso di lui, all'improvviso provato contro
l'inviolato ostio di lei, che doleva del pari; ma lentamente,
senza staccarsi, ripresero a dondolarsi sincronici, come per
lenire gli affanni. Ora Mirabelle ansimava, roca, sussultando
via via, finché il suo risonare nella stanzetta rorida non fu
che di mugolii compiaciuti, che nel crescendo si mutarono in
grida nell'immensità di quel piacere inaspettato e giunto. Lui
vergava intanto senza posa non più impedito da superate
ristrettezze, coadiuvato anzi da misteriosi liquori, e l'attimo
dell'unione suprema fu ancora più intenso e Mirabelle si
mordeva, più che baciarsi, la spalla sinistra.
Si sfilò Commodoro da quella nuova guaina che tanto
importante s'era rivelata, e stirandosi le membra si distese
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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accanto a lei che intanto s'allungava sul letto, continuando ad
accarezzarsi e baciarsi, stavolta, i seni, e s'urticchiavano l'un
l'altra, ad esaltare la tattilità delle loro epidermidi eccitate.
Commodoro si guardò: era imbrattato di sangue.
S'intenerì e volle accarezzarla, come a scusarsi, ma,
toccandosi, s'accorse che quel sangue era lui stesso a
perderlo, a fiotti. Si rizzò a sedere, preoccupato, ma lei,
innamoratissima, prese a suggerlo, vogliosa e sozza vampira.
Commodoro spasimava, si contorceva, e Mirabelle
indiavolata lo ripuliva d'ogni bruttura. Come per eliminare le
tracce del malfatto, o per punirsi di esso, beveva da quel
calice, e proseguiva, senza posa spremendolo, e la bocca
pareva mai colma, sinché come un lampo vi fu nella testa del
suo uomo, e lui urlò, e pianse e tutto fu buio.
Quando si riebbe, lei nella penombra lo accarezzava,
disfatta e raggiante, ed aveva religiosamente bendato lo
strumento, slabbratosi per liberarla da quell'invisibile cinto
la cui riposta serratura il caso aveva voluto aprire, in barba ai
rigori morali della calvinista Ginevra.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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FUNERALE MARINO
Giuseppe Consolatori, il cuginone Pino, era un
bell'uomo, anche a settant'anni. Aveva corso la cavallina sin
da ragazzo, ed aveva trovato chi impalmare, una langarola
pacioccona, turbata dai modi principeschi di questo
possidente di falsi castelli. Possedere, possedeva, come no.
Un po' meno di un castello, ma sempre tanto: la sua dimora
nobiliare era una palazzina liberty sull'Aurelia che solca
Oneglia, un tempo sontuosa, oramai, all'alba del terzo
millennio, piuttosto cadente, ed affittata ad un'impresa di
malfattori che vi aveva installato un ricovero per disabili
finanziato dalla Regione. S'era risolto a darla in affitto
perché, congedato con nessun encomio dall'Aviazione,
finito il gruzzolo paterno in un affare fallimentare di
compravendita di natanti di varia dimensione, sbarcava il
lunario dirigendo squadre di tennisti cestisti pallavolisti
diversamente abili, e chiedendo prestiti alla sorella.
Col poco che gli riusciva di risparmiare coltivava la sua
passione: l'attrazione per il sesso femminile, che continuava
ad avvolgerlo in modo smisurato, sicuramente poco consono
all'età. Per superare maldicenze e limiti imposti dal decoro e
dalle convenienze di una società che, da sussiegoso ribelle,
aveva sempre stigmatizzato come bigotta, aveva trovato un
modo assai proficuo: l'emigrazione temporanea in Oriente,
più precisamente nella più grande delle isole Andamane, a
Phuket, dove coltivava l'orticello odoroso di svariate
ragazzine a cui portava regalucci tanto esotici quanto
economici, come certe varietà di mele che crescono
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
41
dovunque in Italia ma tra Thailandia e Malesia sono quasi
sconosciute.
Sconosciute le mele laggiù come quaggiù lo tsunami è
ignoto: il cuginone Pino per il giorno di Santo Stefano del
2004 fu colto da una sorpresa postnatalizia del tutto inattesa.
L'onda spaventosa dello tsunami gli passò sotto uno sguardo
meno terrorizzato di quanto sarebbe stato comprensibile,
grazie al miniappartamento all'ottavo piano che occupava
per ricevere in tutta libertà le giovinette con cui scambiava
mele dell'Alto Adige con meline davanti e didietro di tenera
ciccia Thai.
Dalla devastazione sottostante, esaurite le poche riserve
alimentari ed alcooliche di cui disponeva, emerse il
problema gravissimo del che fare per sopravvivere, con le
banche sventrate ed i bancomat degli alberghi fuori servizio,
senza energia elettrica né collegamenti telefonici. Siccome
da settantenne aveva non pochi problemi fisici, complice
sopratutto una scarsa propensione al risparmio non solo del
denaro, ma sopratutto delle proprie energie vitali alle quali
dava fondo senza ritegno, aiutandosi spesso con pillole
eterogenee ed infusi della medicina alternativa orientale
cinese condita da ginseng coreano, siccome insomma stava
male per davvero, si fece ricoverare come uno scampato alla
catastrofe. Aveva architettato il marchingegno non solo per
mangiare e farsi curare al contempo certe effettive aritmie e
magari anche i piedi gonfi, ma sopratutto perché sperava di
farsi rimpatriare gratis. Denunciò una cardiopatia, e finì
nella lista degli italiani non dispersi.
Filippo Federici detto Pippo un pomeriggio di gennaio
incontrò verso il Belgrano, sul lungomare, Mika Visalberghi
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
42
nipote del cuginone per via di madre, la Ninna, sorella
maggiore di tutta la fratria, e quindi per la proprietà
transitiva, cugina di primo grado di Pippo. Concitata, la bella
donna, sulla cinquantina o poco meno, quasi sua coetanea,
gli rese noto che lo zio Pino era ricoverato a Phuket, vittima
dello tsunami, e non si sapeva che fare. Pippo andò di corsa
a casa, mobilitò le sue abilità informatiche ed in pochi
minuti trovò nome e cognome del cuginone iscritto
nell'elenco dei ricoverati dalle 9:40 del 28 dicembre alla
Heart Clinic del Patong Hospital con la qualifica di Injured.
Telefonò immediatamente alla cuginona Ninna, per capire il
da farsi, ma fu sorpreso dai monosillabi della sua reazione.
Pareva assai poco emotivamente coinvolta, la Ninna, e Pippo
fu ad un passo dallo sdegnarsi, ma si trattenne, disorientato,
e cominciò a sentire altri cugini, vicini e lontani, tra cui
persino un omonimo produttore oleario di Porto Maurizio,
che lo mandò serenamente nel posto preconizzato da Beppe
Grillo.
Telefona di qua, telefona di là, grazie a Facebook riuscì
finalmente ad intercettare la figlia del Consolatori, la
splendida Noemi dalle sovracciglia lunghe e sfreccianti
verso l'esterno dell'ovale del volto, naturalmente bionde.
Sotto, brillavano occhi sfrontatamente penetranti, nerissimi e
taglienti, da amazzone indomita. Quarant'anni, fisico d'una
ventenne: aveva oramai provato di tutto, annoiata delle
troppo diffuse banalità di un sesso declinato in ogni variante
possibile assai prima che Internet ne diffondesse esempi
visibili a grandi e piccini, Noemi sdegnava certi atout, banali
quanto una pizza margherita.
Tentata la via della regìa cinematografica grazie alla
sceneggiatura d'un poeta valdostano tanto criptico quanto
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
43
sconosciuto, aveva finalmente votato la sua manualità a
qualcosa di più originale e solitario.
Costruiva tromboni.
Ogni altro genere di strumento a fiato che fosse d'ottone
la tentava, ma il trombone à coulisse le era particolarmente
congeniale. Scorrevole, elementare, non necessitava di
chiavi fastidiosamente complicate, che toccava comprare in
Germania. Non era necessaria la valentìa d'un orchestrale di
Dizzy Gillespie per farlo risuonare ora grave e serioso, ma
un momento dopo sguaiato e brillante. Ecco, lo amava,
quello strumento i cui glissando mimavano un orgasmo. In
questa sua nuova attività aveva trovato terra d'elezione in
una valle bolzanina, dove le tradizioni della gente che parla
Oberdeutsch includono un uso assai intenso di ottoni
eterogenei, oltre che di cappellini piumati. Innamorata
perdutamente del suo babbo, come tutte le ragazze, ciattando
via Facebook rese subito edotto il Federici degli sviluppi
della cosa. Sarebbe andata a Phuket a ritirare il degente per
riportarlo felicemente a Oneglia, in barba alla zia Ninna che
non aveva voluto elargire l'ennesimo òbolo al fratello
spendaccione. Le spese… le spese, avrebbe contribuito
mamma, non ancor divorziata ancorché separata in pratica
da sempre, da quando cioè, cercando pannolini sotto il sedile
della macchina per cambiarci la figlioletta, rinvenne al loro
posto alcune paia di mutandine altrui, di cui pare Pino
facesse incetta, poiché le sapeva sfilare con un garbo
incomparabile, ma poi se le teneva.
Walchiria Toccafondi, in famiglia Vivì, se n'era tornata
sconsolata a Bra colla bimba, ma il suo cuore infranto non
aveva saputo vincer la passione per quell'amante irresistibile
che era stato un marito affettuoso ed esclusivo per il tempo
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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di una sintetica luna di miele conclusasi con l'immediata
gravidanza.
[toglierei anche queste righe iniziali, propedeutiche a
quel che segue, e quindi inutili se lo si cancella] A Walchiria
quel nome pretenzioso ed ingombrante era stato impartito
dal padre Agostino detto Gosto, piccolo possidente spiantato
della Valdinievole, estimatore di Wagner, dei suoi deliri
nazionalisti, del germanesimo e dell'Alleato, ossia di Hitler.
Prima della Liberazione riparato nelle Langhe, dove nessuno
lo conosceva, era sfuggito al castigo per aver agevolato
rastrellamenti e stragi naziste, e in Piemonte s'era fatto
mettere al mondo una figliola, anche perché un neonato in
casa poteva sempre fungere da ostacolo, ancorché minimo, a
possibili ancorché improbabili, rappresaglie tardive dei rossi.
La moglie Domenica, la Ménica di Monsummano, aveva
modestamente provato ad opporsi a quel nome vanaglorioso,
ma le opinioni di una donna, come in tutte le famiglie
ispirate da fascistissimi ideali, contavan quanto una rana nel
Padule di Fucecchio. Sicché Walchiria, con la W
ovviamente, s'era ritrovata quel pesante retaggio quotidiano
da smaltire. Finite le scuole medie in un sussulto
adolescenziale d'autonomia s'era autonominata Vivì,
graziosetto soprannome dalla sonorità vezzeggiativa: con
grande scorno del nostalgico Gosto. Avveniva nonostante gli
ideali del passato che, nell'Italia americanizzantesi degli anni
'50, anche le opinioni di un maschio cominciavano a
piegarsi agli orientamenti suggeriti dai film neorealisti e
dalle canzoni di Sanremo.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
45
Insomma, Vivì per la sua bimba stravedeva: era il frutto
del suo amore perduto. Noemi partì, foraggiata dal
sostanzioso contributo della mamma Vivì e corroborata dalla
approvazione del Federici, unico tra la parentela diffusa a
mostrarsi comprensivo e rispettoso dell'amor filiale, anche
perché, di neanche vent'anni più attempato, non nutriva solo
purissimi sentimenti per la cuginetta. La quale a Phuket si
fece portare da un tassì a prezzo turistico (cioè giugulatorio)
al Patong Hospital per ritirare l'attempato genitore. Il
settantenne era in una sedia a rotelle parecchio anzi troppo
malandata, e di fronte al pianto tanto sfrenato quanto
liberatorio della sua Noemi si protese in avanti, quasi a
sollevarsi. Ma non ce la fece, e Noemi dopo l'abbraccio e le
lacrime dovette, rialzandosi, constatare sgomenta che babbo
Pino era in condizioni molto peggiori di quanto si sarebbe
potuto immaginare. Parecchie femmine, nella cerchia
familiare allargata, avevano acidamente malignato sulla
perversa capacità di Pino di confondere le acque per
abbindolare il prossimo. Quella volta stava male davvero.
Noemi lo interrogò, il babbo tirò su la gamba di un
pantalone, ed apparve una specie di informe salume
paonazzo e pustoloso.
- Mi si son gonfiate le gambe - confessò il degente, con
la voce meno ferma di quanto la figlia ricordasse, ma cambiò
subito discorso al passaggio di un'infermiera pochissimo
curvilinea, come in genere accade per le donne di laggiù.
- Papà ma insomma! Dobbiamo andare via, ti porto a
Oneglia subito subito - e, come in uno sceneggiato
americano, apparve sulla porta il funzionario del consolato
incaricato di accompagnarlo all'aeroporto.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
46
Il caos dell'aeroporto dove si affastellavano superstiti e
scampati non fu superato agevolmente nonostante la
seggiola a rotelle prontamente recuperata dalla solerte
Noemi. In realtà ce n'erano decine, parecchie usate da
minuscoli truffatorelli praticamente sani, o comunque più
sani di babbo Pino. Chi era malridotto per davvero stava in
barella. Nello smistamento del traffico valsero, più che i
tratti sofferenti del babbo, gli occhi conturbanti della
figliuola. Solo le portantine femmine non ne venivano
impressionate, sicché dopo qualche ora tra il caldo il puzzo
ed i lamenti riuscirono ad arrivare sottobordo all'aeromobile
predisposto dall'ambasciata. Un comandante sgarbato intimò
a hostess e steward di dare una mano a far salire su il
vecchio, che a sentirsi chiamar così s'inalberò subito,
dichiarò il suo esser colonnello dell'aeronautica militare in
congedo e grazie al sussiego anzi alla spocchia che seppe
mettere avanti fu minacciato, per l'alterco a cui non riusciva
a sottrarsi, di esser lasciato a terra. Ancora una volta gli
occhi e le movenze sinuose di Noemi salvarono la situazione
per la parte maschile dell'equipaggio, mentre da parte
femminile alcune raffinate galanterie seppero intenerire le
hostess, che fecero fronte comune contro il capitano, lo
stronzo, come una di loro sussurrò nell'orecchio di babbo
Pino che saliva la scaletta strascinando con gran fatica le
gambe elefantiache.
Dalla Malpensa una solerte ambulanza della Fratellanza
Militare condusse in poche ore padre e figlia alla Riviera di
Ponente, dove Ninna la sorellona accolse il fratellone in
modo assai freddo, nonostante l'evidente condizione di
sofferenza che lo stress delle quasi 24 ore di viaggio
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
47
avevano provocato nel dongiovanni in disarmo. Ora
piagnucolava un sacco di incomodi, poveraccio, e rimase
assai disorientato quando da sotto casa della sorella fu
spedito immediatamente in un pensionato per rottami
infermi sulla vecchia Aurelia, poco distante dal suo
palazzotto di un tempo. La sua sofferenza s'esprimeva con
noiosi bofonchi che a lui per primo apparivano poco
dignitosi: ma stava male, veramente male, molto peggio di
quando si era fatto ricoverare al Patong hospital.
La visita medica di ammissione alla casa di riposo
evidenziò una cardiopatia assai avanzata, peggiorata
probabilmente dal morbo che aveva provocato il
rigonfiamento abnorme degli arti inferiori e che il dottore
non sapeva veramente in che cosa consistesse:
- Chissà, forse una malattia tropicale, faremo le analisi.
E rinviò all'indomani il prelievo, con la banale
argomentazione che bisognava esser digiuni: ma preleva il
sangue di qui, raccogli deiezioni di là, che malattia fosse non
si riusciva a capire, e dopo una settimana le gambe erano
ancora più informi, e cominciavano ad aprircisi piaghe
purulente.
Il personale medico si consultava un giorno dopo l'altro,
Pino Consolatori si consolava facendo la corte alle
infermiere, finché una, all'ennesima toccata lasciva che non
consentì al vecchio porco di palpare la carne ma solo un
assorbente sovradimensionato, si sdegnò e lo maltrattò come
meritava. Poche parole rimasero da proferire: la direzione
approfittò del fattaccio per togliersi di mezzo quel degente
affetto da una malattia inidentificabile, e per ciò stesso,
rischiosa per gli altri ricoverati, oltre che per il personale.
Colsero la palla al balzo, e lo rispedirono dalla figliola, che
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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in realtà stava dalla zia, la quale avrebbe preferito fratturarsi
una caviglia che avere il fratello tra i piedi. Strilli
inconcludenti, accenti di disprezzo… una cosa deteriore:
Pino spossato dal morbo non riusciva neanche a reagire, a
rispondere a tono, tanto che relegato in una stanzetta che era
servita alle fantesche, quando c'erano i soldi per la servitù,
annessa alla lavanderia in fondo al giardino, non protestò
nemmeno perché non c'era televisore.
La sorella ce l'aveva sulle scatole, ma si rendeva conto
benissimo che era meglio se non gli moriva in casa. Sicché
visite, consulti: luminari periferici della scienza medica
(chiamare qualche specialista da Genova sarebbe stato
troppo costoso) si succedevano al capezzale del sofferente
rubacuori in disarmo, senza capirci nulla. E quello
peggiorava, stava proprio male. Dimagriva giorno per giorno,
tranne che nelle gambe, che continuavano ad ingrossare,
sanguinanti e puzzolenti per la carne marcita.
Povero Pino, stava talmente male che pochi giorni dopo
morì. Proprio in casa della sorella, Corinna Consolatori
vedova Visalberghi detta Ninna: Noemi ne rimase del tutto
disorientata, sicché di fronte agli isterismi della zia non
riuscì a pensare a niente di meglio che rivolgersi alla
mamma, la vedova bianca, come la dileggiavano amiche
tanto doppie quanto impietose, la Vivì, al secolo Walchiria
Toccafondi di Bra.
A dispetto dei suoi innumerevoli detrattori, il defunto
dongiovanni era un tipo d'una dirittura caratteriale notevole.
Uno tutto d'un pezzo, insomma. Aveva mantenuto per tutta
la vita due punti fermi, moralmente e spiritualmente:
venerare il Monte di Venere e pensarsi Libero Pensatore.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
49
La prima carta, vi aveva tenuto fede fino al penultimo,
se non proprio all'ultimo, per cause di forza maggiore. La
seconda carta, stava alle eredi onorarla, giacché Deorum
Manum jura sancta sunto. Il vecchio libertino doveva esser
cremato, secondo i desiderata scritti nel suo testamento
massonico, e le ceneri disperse in mare.
Toccò a figlia, vedova e sorella apprestare certificati,
lasciapassare, bare fatte apposta perché bruciassero alla
svelta e senza problemi, trovare carri funebri senza croci. E
senza cedere alla lusinga dell'odiata città limitrofa: «Gente di
Savona e legno di figo io con voi non mi c'intrigo». Per cui,
anche se c'era un efficientissimo e moderno tempio
crematorio a pochi chilometri, lo portarono a Bra, dove fu
incinerato senza pompa, con una cerimonia succinta, grazie
alla laicissima Società per la Cremazione a cui si scoprì che
il Consolatori era iscritto da oltre cinquant'anni, sicché gli
toccava il rito gratis, e forti sconti sul trasporto. Niente
musica, nella Sala del Commiato laico: solo il cugino
Federici recitò una poesia di Cesare Pavese, «Che diremo
stasera all'amico che dorme» mentre altri cugini più o meno
lontani guardavan di qua e di là, sentimentalmente poco
coinvolti. La bara entrò nel crematorio, dopo sei ore
uscirono dal tempio con un'urna sedicente biodegradabile
sotto il braccio della dolente Noemi.
Si pose il problema della dispersione in mare delle
misere ceneri. Con voce flautata ma ancora malferma per il
lutto, e sopratutto per la prova sconvolgente di tener
sottobraccio il babbo incinerato, Noemi fece:
- Come si fa ad andare in mare?
Il cugino Gualberto, che disponeva di uno sloop di una
decina di metri, si mise ad osservare perdutamente le punte
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
50
degli alberi dintorno, allontanandosi impercettibilmente dal
resto della famiglia, finché piano piano in lontananza non fu
che un visitatore qualunque, confuso tra gli altri. Il natante lo
aveva comprato proprio dal morto, che gli aveva raccontato
di fargli un favore familiare. In realtà gli aveva fatto un
prezzo spaventosamente alto, cosa di cui s'era accorto
approdando in crociera in Francia, dove i velieri Dufour
usati costavan la metà. Figuriamoci se lo ospitava da morto,
dopo la fregatura che gli aveva tirato da vivo. Noemi si
rivolse al Federici:
- Pippo, come si fa?
E lui, servizievole, un po' per pietas, un po' per
prepararsi a rimpiazzare il defunto nella missione di
seduttore:
- Guarda, non ti preoccupare, ci penso io, tempo tre
giorni si va.
Tornato a Oneglia cominciò a cercare una barca. Si fece
vedere al Molo Lungo, dove certi palamitori innescavano
puzzolentissime striscioline di cetrioli di mare; nessuno si
offrì alla bisogna, finché il Federici non fece balenare la
possibilità che venisse sganciata qualche decina di euri.
Allora un giovinastro che poco prima aveva sputato da una
parte si fece avanti e offrì il suo guscio di tre metri e mezzo.
- Ma siamo per lo meno quattro, più te!
gli fu obiettato. Bofonchiando quello rispose che non
aveva giubbotti salvagente abbastanza.
Gira gira, Federici s'imbatté nel Falanga, famoso
tipaccio degli angiporti, aduso ad ogni genere di servizio di
piccolo e piccolissimo cabotaggio.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
51
***
Questo Falanga in realtà di cognome faceva Bacigalupo.
Suo padre era un genovese della Foce meno avvezzo all'uso
della lingua che a quello della spada, che per lui era un
coltellaccio tenuto sempre pronto nella fascia che gli legava i
pantaloni alla vita. Sul finire degli anni Trenta del
Novecento era dignitosamente emigrato verso la terra della
libertà. Fuggiva la prepotenza dei neri che avevano
conquistato il potere, ed anche qualche debituccio più
giudiziario che economico, o forse tutt'e due. Insomma se
n'era andato in America sul bastimento, come nella canzone,
e s'era dato al contrabbando di alcolici, dorante il
proibizionismo. Affare lucroso, e aveva mandato qualche
soldo a Dorina la moglie amata, finché trascorsi pochi mesi
non se ne sentì più parlare, né di lui né tanto meno dei
dollari. Rimasta nel carugio con quattro bimbetti Dorina
s'era ingegnata a nutrirli, finché s'era inganzata con un certo
Falanga. Un greco, almeno così diceva lui, che parlava in
effetti con un accento assai strano, che ruscolava come
poteva, pescando e facendo tutto quello che si poteva fare
con una barchetta a remi in un porto di mare. I velieri che
ancora arrischiavano provava a condurli a banchina, ma i
piloti prima e le Guardie Regie dopo (con l'ausilio della
Regia Marina) gli fecero capire che non era il caso, cosa che
rafforzò nei bimbi di Dorina, sempre più affamati, lo spirito
repubblicano antifascista e sopratutto assai poco incline
all'ossequio verso l'autorità costituita. Andava sotto bordo ai
piroscafi, il Falanga, a portare acqua buona in cambio di
alcool schifoso, che poi i bimbi rivendevan qua e là. Con
l'andar del tempo prese a condurre puttane a bordo, e nel
tragitto di ritorno, se non trovava altro, si degradava a portar
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
52
via la rumenta, che i bimbi esaurivano di nascosto, dopo
aver fatto la cernita di quanto poteva servire. Un'esistenza
paradigmatica dell'arrangiarsi, insomma.
Il suo successore più diretto fu Pietro, detto oramai il
Falanga dal compagno mai sposato dalla madre. Beneficato
dalla scomparsa di fratelli e sorelle, inghiottiti uno dal
bombardamento francese, le altre dal ventre cloridrico della
perdizione prostitutiva ed alcoolica, il Falanga seppe elevarsi.
Questo Falanga, che in realtà di cognome faceva
Bacigalupo, da giovane aveva armato due imbarcazioni a
motore di cui disponeva per pescare l'una, per piccoli
trasporti l'altra, più grande. Però da vecchio la fatica
imponeva altre scelte: la pesca è un esercizio durissimo, e
alla fine ci guadagnano solo i mediatori. Non gli andava più
peraltro di dover battagliare sottobordo nottetempo con
marinai ubriachi pronti a tirar di coltello come il suo vero
padre, pratica che aveva sempre sdegnato, come colui che le
imputava il suo esser rimasto virtualmente orfano.
Sicché prese a traghettare genovesi dal porto verso la
marina balneare, Recco da una parte, Arenzano dall'altra,
finché un business formidabile gli si profilò davanti: i
funerali marini, liberalizzati alla fine del secolo da una
legislazione meno bigotta di quella dominata dalle occhiute
norme del concordato tra chiesa e stato che favorivano
sopratutto le confraternite religiose che gestivano i cimiteri
ed affittavano la terra per le sepolture. La libertà di
dispersione delle ceneri dei cremati in mare gli dette un
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
53
lavoro più leggero e dignitoso, unito ad una certa serenità
economica, che in vecchiaia non fa mai male.
Però, per non dover fare a cazzotti, a Genova, con una
concorrenza poco rispettosa della sua età, se ne era emigrato
ad Imperia, o meglio, ad Oneglia, dove aveva una figliola
che gestiva un bar vicino al porto, verso Borgo Peri. Lui
stava lì ad aspettare, arrivava qualcuno, affranto, pattuivano
il prezzo del servizio, e via. Ma d'estate, in mancanza di
esequie, dal Molo Lungo portava gente al mare fino alla
Galeazza e anche più in là, ed accettava persino di condurre
gitanti a Porto Maurizio, a rimirar dal largo il Parasio.
Per farla in breve, il Federici si congratulò con sé stesso
per aver incontrato il Falanga. Era lì, disponibilissimo, stava
almanaccando qualcosa su di un gozzo di dimensioni più che
sufficienti, ma chiese subito che mestiere faceva il morto.
Conoscendo l'apprezzamento di certa gente di mare per i
militari in genere, Federici premise:
- È andato in pensione una ventina d'anni fa.
- Se l'è goduta la vita! Ma da cosa?
- Da capitano…
- Ah, mercantile?
- No, non era in Marina…
- Mica dei carabinieri, vero? No, perché, sai, m'hanno
sempre fatto tanta simpatia… m'hanno rincorso parecchio!
avanzò schernitore il vecchio marinaio.
- No no, era aviatore, ma da congedato s'era messo ad
allenare i paraolimplici di pallacanestro.
- Ah, allora era dei nostri, via.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
54
Federici annuendo mentì. Non era il momento di
disvelare la fascistissima militanza del cuginone. Si dettero
appuntamento per il giorno dopo.
***
Era una bella giornata di febbraio, il ponente ligure è
freddo ma non troppo, splendeva un sole pallido ma
rassicurante, non tirava bava di vento che increspasse l'onde.
Al Molo Lungo le due barche ormeggiate una accanto
all'altra non ondeggiavano nemmeno. Arrivò per prima
Noemi.
Il cugino Pippo la prese a carezzare, le tolse l'urna
cineraria da sotto il braccio, le spiegò dolcemente che il
vecchio nocchiero che avrebbe condotto l'imbarcazione era
soprannominato il Falanga, e Noemi si sciolse in pianto. Tra
un singhiozzo e l'altro, Pippo Federici venne a sapere che
Pino, laggiù, lo chiamavano il Falang, o il Farang, più o
meno nello stesso modo insomma, grazie alla nota legge
fonetica della rotacizzazione. Noemi vi lesse un segno del
destino. Giunsero a piedi al Molo la Ninna amorevole
sorella e sua figlia Mika Visalberghi, nipote del defunto,
mentre da una macchina scese Vivì la vedova, un tempo
bianca ed oramai a pieno titolo. In mezzo a quel tiaso
Federici si sentiva il gallo della Checca, e cominciò a
sciorinare parolette argute e dolci, a rischio di esagerare,
secondo il suo solito. Per trattenersi, deviò l'attenzione e
narrò del Pietro Bacigalupo detto il Falanga, di come la
materfamilias seppe accomodar i suoi interessi allevando
prole appoggiandosi su un greco (forse) detto, appunto, il
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Falanga, date le variegate qualità del vero padre e marito,
contrabbandiere emigrato e rubacuori:
- Una simpatica canaglia proprio come Pino!
non seppe trattenersi l'amabile sorella, sprezzando la
sensibilità delle congiunte, vedova e figlia delle stanche
ceneri. Federici non sapeva più dove guardare, sicché
condusse il codazzo femminile dal marinaio, a cui presentò
subito Noemi, che si mise a piagnucolare, gli si gettò al collo
singhiozzando e confessandogli che il suo babbo, il suo
babbino caro lo chiamavan come lui, laggiù nei mari della
Sonda. Il Falanga con quella ciccia appetibile che gli s'era
avvinghiata addosso lanciò un'occhiata interrogativa al
Federici, poi guardò le altre signore, tutte assai ben tenute
anche se non appetibili quanto la piagnona, e magnanimo
offerse:
- Via, vista l'occasione, pigliamo la barca più grande.
Saliron tutti a bordo, il Federici in piedi a destra del
Falanga, divisi dalla barra di ferro del timone. Le ragazze,
tutte in avanti, due di qua, due di là, sedute ognuna su un
baglio, a dritta ed a mancina, ben avvinte agli scalmi, prima
della coverta di prora, azzurrina e lucida, sotto cui
borbottava un vecchio diesel, abbastanza insonorizzato.
Noemi teneva stretta al seno l'urna delle ceneri. Lentamente
salparono le cime d'ormeggio, alla punta del molo virarono a
levante, diretti verso il largo. Giudiziosamente, il Falanga
pensava che a uno di Oneglia gli avrebbe fatto schifo che le
sue ceneri fluttuassero nel mare di Porto Maurizio.
L'aria era dolce, il solicchio tèpido. Piano piano, le
quattro attempate fanciulle principiarono una a levarsi il
cappotto, l'altra a raccogliersi i capelli sul capo, scoprendo la
nuca, e le più giovani non si peritarono di allargare giubbetti
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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e golfini per cogliere quel minimo di raggi di sole che
potavano irrorar loro il petto, che cercavan di scoprire il più
possibile, ma con decoro. La più impacciata era Noemi, con
quell'urna che cascava da tutte le parti, ma riuscì in breve a
scoprire assai il colmo del bianco seno. Tanto era voltata, e i
due maschi impettiti a poppa potevan solo intuire, non
vedere. Finché la vedova, cessato ogni ritegno, arrotolò gli
austeri calzoni sin sopra al ginocchio, ma la sorella rilanciò,
impareggiabile: rialzata la gonna passò decisamente, dando
le spalle ai due, a sfilarsi le calze che ostacolavan troppo
l'assunzione dei benefici raggi solari. Signora d'altri tempi,
non vestiva collant e non sapeva far a meno delle giarrettiere.
Falanga guardò interrogativo il Federici, che in silenzio,
alzate le spalle e le pupille al cielo, parea scusarsi…
Dopo una decina di minuti di quell'elioterapia, il
barcaiolo lanciò un sonoro
- Qui va bene?
rompendo l'idillio femminile col dio Sole. Le ragazze si
riscossero, si ricomposero, si voltarono imploranti al
Federici. Noemi riprese a piangere sommessamente nel
porgere l'urna al cugino. Non trovava il coraggio di
compiere l'atto finale. Falanga si tolse il cappello, Federici
baciò l'urna e, spenzolandosi pericolosamente fuoribordo, la
depose delicatamente sulla superficie acquea. Quel
contenitore, che era stato dato per biodegradabile
autoestinguentesi (la ditta di pompe funebri ne garantiva lo
scioglimento in mare in un massimo di cinque - sei minuti)
prese a galleggiare, ondeggiando, e raccolto da una
imprevista quanto veloce corrente, si diresse decisamente
verso la spiaggia dove d'estate si sciorinavano lettini ed
ombrelloni, davanti al Memoriale Belgrano.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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- È proprio Pino, va a cercare il posto delle ragazze!
farfalleggiò la sorella, mentre la figlia innalzava alti
lamenti e le altre due donne si guardavano, imbarazzate, in
silenzio, con vedova e figliola una volta di più ferite da
quella spontaneità indelicata. Federici con l'animo del
padrone di mare indicò al Falanga di inseguire l'urna, ormai
parecchie braccia avanti, prima che si arenasse sulle secche.
Infatti non ne voleva sapere di autoestinguersi. Il valente
nocchiero aggirò di prora il galleggiante che venne a sbattere
sulla fiancata dell'imbarcazione. Pippo provò ad arpionarla
col mezzo marinaio, ma niente, il raffio ci scivolava sopra,
non trovava appigli. Allora pensò di costringerla sott'acqua a
colpi di ramazza, tra le urla di disappunto di Noemi e le
risatine isteriche di quell'altre. Macché. Dopo un quarto d'ora
era ancora perfettamente intatta, sicché Pippo decise
stoicamente di spenzolarsi fuori bordo, trattenuto per i piedi
dalle quattro pie donne, che ora erano tutte un piagnisteo da
prefiche. Le rimise in riga con un paio di spaventose
irripetibili bestemmie, corse il rischio di finire in mare
vestito, ma riuscì a riacchiappare l'urna. La ragazze
starnazzavano che si tornasse indietro che si lasciasse
perdere che no già che ci s'era era meglio finire ma come si
faceva eccetera. Federici cavò dalla tasca il suo fedele
Opinel, il temperino del lavoratore francese, e cominciò a
intagliare dei fori alla base dell'urna, facendosi cadere metà
ceneri addosso. Compiuta la bisogna, ributtò in acqua il
colabrodo, che stavolta si inabissò quasi subito.
Prora al molo, rientrarono.
Solo Ninna la sorella ebbe la disinvoltura di rimettersi a
prendere il sole.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
58
***
Ormeggiato il natante, Falanga ossequiò le dame, nel
frattempo ricompostesi per sbarcare, ringraziare ed
allontanarsi frettolose, mentre il Federici fu lasciato a
cavarsela, a tu per tu col barcaiolo. Disorientamento,
perplessità, silenzi, mentre si eseguivano le manovre, a prora
un doppio giro di parlato all'anello rugginoso infisso nel
Molo, la cima del corpo morto recuperata a poppa e data di
volta ad un golfare accanto alla barra del timone, che venne
sfilata, e poi due botte di gottazza per esaurire un po' d'acqua
di sentina.
Pippo Federici non sapendo come uscirne fece il gesto
più ovvio: tirò fuori il portafoglio, ma quel signore del
Falanga gli impose una mano sulle sue:
- I parenti non si scelgono. Non voglio nulla.
Federici rilanciò, prima di saltare a terra:
- Allora voglio fare un'oblazione a tuo nome. Dimmi a
chi, a che cosa, società di soccorso, croce rossa,
parrocchia…
- Fa' come ti pare.
In lontananza le quattro pie donne erano sparite.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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IL FALLO DI SUOR ADELE
Riuniti nell'aula magna dell'Istituto Tecnico Femminile
Parificato "Sant'Agnese" di Firenze una trentina di docenti
discuteva con garbata animazione dell'asse culturale su cui
far ruotare la nuova scuola media superiore. Esercitazione
tutto sommato inconcludente, poiché ogni cosa sarebbe stata
decisa altrove, chissà quando: quello non era che un
semplice corso d'aggiornamento frequentato da pochi
insegnanti giovani e barbuti, da qualche vecchio barboso, da
tante professoresse d'ogni materia, d'ogni scuola, d'ogni età e
condizione. C'era colei che, dedita alla famiglia, ritardava le
sue entrate, anticipando le uscite, per attendere al buon
governo delle cose domestiche e dei figli; c'era la vestale
della cultura, giovanotta insoddisfatta di tutto e di tutti,
mentre più in là il suo futuro era incarnato dalla zitella
inacidita tra i banchi.
Infine un nuovo tipo di collega provocava uno strano
turbamento a Giuseppe Giordani, libero pensatore d'un liceo
scientifico statale capitato lì per raggranellare il punteggio
che la frequenza al corso assicurava. La suora era
un'inusuale figura, quasi esotica per lui, verso cui
profondersi con l'ingegno della sua irriverenza per indagare
senza verecondia motivazioni, aspirazioni, qualità recondite,
bellezze e nefandezze delle religiose votate all'insegnamento;
senza escludere la maliziosa possibilità d'inquietarne l'animo.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Gli occhi verdi di suor Adele lo avevano subito ispirato.
Minuta, i tratti fini sottolineati appena da qualche rughetta,
vivacemente interloquiva con l'accento leggermente
strascicato che denunziava l'origine ligure e che, nei guizzi
arguti, talvolta provocatori, conferiva alla di lei persona un
interesse che induceva il Giordani a miscelare
ambiguamente l'avversione per l'abito monastico con
qualcosa di più profondo della semplice attrazione per colei
che lo vestiva.
Gesti misurati eran quelli della vicepreside del
"Sant'Agnese": parlava inclinando il capo ora verso l'una ora
verso l'altra, studiatamente non sorrideva mai ai colleghi, ai
quali si rivolgeva seccamente, talvolta gli occhi bassi, più
spesso stravolgendoli in un fare aggressivo, che al Giordani
rivelò tutta la caducità di una castità impostasi, più che scelta.
"Ci assale per farci stare sulla difensiva"
pensò
"Teme in noi la propria debolezza; ha paura di cedere.
Ora ci penso io"
continuò tra sé e sé. Iniziò immediatamente ad inviare
sottili raffinati eloquenti segnali alla monaca. Tra un
commento e l'altro, faceva in modo di chiamare in causa le
scuole confessionali, le scuole femminili, le scuole
legalmente riconosciute, gli ecclesiastici con la vocazione
del precettore, e così via, evitando sempre le valutazioni
sprezzanti che gli venivano spontanee, trasformandole
addirittura in melliflue considerazioni la cui ambiguità
incuriosiva suor Adele, che tentava di chiedere precisazioni.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
61
Era quello che il Giordani si aspettava: gettare le basi d'un
colloquio da proseguire in separata sede, perché fosse
fruttuoso delle più saporose conseguenze.
La suora a volte si stizziva della elusività del suo
interlocutore, che non mancava di proporre in continuazione
la ripresa della discussione in seguito; furono gli altri che,
stanchi di quelle schermaglie, di cui solo forse qualcuno tra i
più anziani comprendeva premesse e fini, esortarono a
tagliar corto. Giordani esultò: colse al volo l'occasione per
finire, sorridente e perentorio
"Se ne riparla dopo",
condito da un'occhiata densa di ogni significato che non
fosse improntato alla modestia. Suor Adele, evidentemente
colpita, strinse le labbra alzando lievemente la spalla destra
ed inclinando contemporaneamente da quella parte il capo,
in segno di misurata e benevola commiserazione, non
discinta da qualche interessamento per la personalità di quel
tipo dallo sguardo profondo.
Altre disquisizioni proseguirono, senza più alcun peso
per il Giordani, che prendeva appunti con un solo scopo:
quello di potersi a buon diritto proporre come uno degli
estensori della relazione da redigere a conclusione d'ogni
seduta. Non era difficile del resto farsi attribuire un compito
del genere: tutti avevano in animo di defilarsi, al momento
giusto. Così, quando il direttore del corso dichiarò chiuso
l'incontro di quel pomeriggio, facendo appello ai presenti per
la stesura del verbale, con la facondia sua propria Giordani
trovò una mezza dozzina di buoni motivi per proporre che
partecipassero al compito suor Adele, il cui contributo al
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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dibattito era stato essenziale, un'altra insegnante che aveva
già detto di doversene andare per via dei compiti da
correggere, e, ovviamente, sé stesso, ove naturalmente tutti
gli altri l'avessero ritenuto opportuno, ché lui n'avrebbe fatto
volentieri a meno, per motivi personali, ma sopratutto perché
non si sentiva certo all'altezza di interpretare,
formalizzandolo sulla carta, il pensiero altrui, né capace
d'impegno cotanto, e via così inanellando banalità qualsiasi.
Un coro di garbate esortazioni lo accolse,
incoraggiandolo, molcendolo. Suor Adele ci tenne a
precisare che lei non avrebbe accettato di recedere dalle
proprie convinzioni in materia di scuola libera e libertà
dell'istruzione, e il Giordani sogghignò tra sè:
"Vai vai che t'istruisco io".
Parole che così mutarono sulle sue labbra:
"Tale libertà altro non è che l'estensione generalizzata
della libertà d'insegnamento sancita dalla legge 417".
Mentre
tutti
s'allontanavano,
il
direttore
raccomandandosi alla sua operosità, Giuseppe andò a sedersi
accanto alla collega, sfoderando il suo più accattivante
sorriso. Questa, dapprima un po' sulle sue, si sciolse presto a
chiacchiera, finché curiosa introdusse una domanda:
"Ma lei..."
"Non lei, TU ti prego! Basta con questo formalismo tra
noi!"
l'attaccò Giordani, e lei:
"Va bene, dimmi: tu confidi mai nella grazia del
Signore?".
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
63
Il punto a favore colto con la maggior familiarità
raggiunta rischiava d'esser vanificato da una domanda diretta
cui era giocoforza rispondere. Era inverosimile mentire
millantandosi credente; del resto, denunziarsi ateo convinto
e militante rischiava di spostare il discorso su di un piano
fastidioso.
"S'io credo, rispose quel laico non meno esperto d'un
gesuita, non è certo così tanto da votare tutta la mia vita al
soprannaturale".
Aveva ancora una volta fatto centro. Suor Adele
s'abbandonò sulla seggiola, prese a guardare davanti a sé,
cincischiando con una mano il bordo del soggolo, e con
l'altra tracciando ghirigori e
"Vedi, Pino..."
"Beppe, non Pino mi chiamano tutti a Livorno"
la corresse Giordani, determinato a sgretolare i residui
punti di resistenza della donna, attaccandola senza tregua.
"Livorno?"
chiese lei, tutta contenta di abbandonare un argomento
che doveva bruciarle non poco,
"Ma sai che ci vado spesso? Le consorelle hanno un
istituto..."
e lì prese a raccontare con la foga d'una adolescente dei
suoi rapporti non precisamente distesi con le suore di laggiù,
e rideva gaia, mentre Giordani la fissava come volendone
penetrare la mente. Anzi, quando lui fece il nome d'una sua
zia che insegnava presso l'istituto famoso, suor Adele
piacevolmente sorpresa:
"Ma no!"
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
64
esclamò, posandogli la mano sul braccio; e quel
navigato libertino sussultò e fremette, portò lo sguardo sulla
mano di lei, voltò la propria e sfiorò non impercettibilmente
il gomito fasciato di nero.
Tutto era silenzio, un odore d'umanità fumatrice e
sudaticcia impregnava i banchi ed i muri da cui pendevano
sudici atlanti che illustravano le specie del mondo animale.
Giordani si protese leggermente in avanti, verso la donna
attonita e sconcertata, i cui occhi vispi e verdi frugavano nel
vuoto circostante, ora alla ricerca di soccorso, ora ad
assicurarsi dell'assenza di questo, perché quell'insano
sublime momento non venisse interrotto.
"Adele..."
"Sai come mi chiamavo prima di prendere il velo?
Faustina!"
si riscosse la monaca, riacquistando il suo brio; e prese a
parlargli della sua vocazione, e delle sue rinuncie.
"Faustina..."
tentò di riprendere Giuseppe, ma:
"Ora sono suor Adele"
sentenziò lei, irrigidendosi sulla sedia.
"Insomma"
sbottò lui
"mi vuoi far dire, a chi tu sia,..."
e giù una mezza dichiarazione d'affetto, se non d'amore.
Lei lo guardò con materna sufficienza, gli prese le mani, lo
pregò di osservare la propria coscienza, di mondarsi delle
cose del mondo, e tutta la roba che può dire una suora in casi
del genere, per concludere con un supplicante
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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"E, ti prego, non mi tentare. Il richiamo della carne è
forte in noi tutti".
Giordani si convinse d'essere ormai in porto.
Per far maturare la cosa, pensò di rinviare la stesura
della relazione, ma gli venne insperato l'invito:
"Domani dovrò andare a Livorno, col diretto delle 15 e
20: per vedere la superiora"
"Anch'io ci devo tornare" mentì il seduttore "faremo il
viaggio assieme".
Si dedicarono al lavoro, che terminarono tra gentilezze e
complimenti reciproci, e si salutarono. Lui azzardò una
carezza sul dorso di colei, atteggiando il volto a franchezza
ed esultanza, e strappò un sorriso.
L'indomani, mentre si avviava verso il quinto binario,
Giuseppe Giordani si sentiva agitato. Aveva indotto in
tentazione una suora, il che è bene, pensava. Ma gli metteva
un po' d'uggia aver giocato coi sentimenti d'una persona.
Trovò decine di argomenti storici per proseguire
nell'ignobile beffa, il cui valore di nemesi non poteva esser
cancellato. Si trattava di punire in suor Adele le secolari
responsabilità di chi aveva mandato al rogo migliaia di
innocenti, depravato il cuore di milioni di persone, di chi
s'era impadronito del mondo intero con l'astuzia ed il raggiro.
All'eroico pensiero si commosse e
"Giordano Bruno, sarai vendicato!"
esclamò agguantando con foga risoluta il corrimano
della portiera del vagone. Vi si issò col minimo sforzo,
poiché oramai la missione da compiere gli centuplicava ogni
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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vigoria, ed iniziò la ricerca dell'ignara, misera vittima. Dopo
aver percorso due volte il convoglio senza vederla
cominciava a dubitare che la divina provvidenza ci avesse
messo lo zampino, ma, proprio al momento del fischio del
treno, lei arrivò trafelata e, sgonnellando sotto gli improperi
del ferroviere che aveva già un piede sul predellino, salì.
Giuseppe era affacciato, ma subito ritrattosi guizzò a
sedere, fingendosi concentrato a leggere Hegel, che s'era
portato dietro per rafforzare l'immagine intellettuale di sé.
Ansante, suor Adele lo scorse dal vetro del corridoio, ed
entrò. Lui ostentava calma assorta: sul volto di lei un gran
sorriso carico di bontà non celava la malizia che sprizzava
dagli angoli degli occhi, il cui verde smeraldino, esaltato
dalla luminosità del limpido pomeriggio d'ottobre, non
celestiale, ma demoniaco brillava.
Giordani provò disagio: era stato aggredito dall'ingresso
trionfante di quella donna che ora gli pareva molto più
sgraziata della sera avanti, e lo annegava in un mare di
parole, risatine, sbuffi. Non aveva le calze nere: il disegno
delle caviglie stagliava, in fondo allo scuro della veste,
avvolto dal nailon trasparente.
"Accidenti, s’è messa i collant. Ma cosa vuole da me?"
pensò infastidito da un pesante nasone che gli si agitava
davanti, e dai tic che denunziavano l'agitazione di costei.
"Ma guarda che racchia, ma cosa m'è preso, basta..."
titubava tra sé, mentre tentava di sfuggire alla sua
aggressiva verbigerazione.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Propose di fumare, certo del rifiuto della suora: si
sarebbe potuto allontanare nel corridoio. Naturalmente lei lo
seguì. In piedi, accanto al finestrino, suor Adele parve meno
disprezzabile al volubile Giordani, che cominciò a stimare la
profondità delle riflessioni intime della donna. Lo fissava
penetrante, le mani aggrappate alle maniglie del finestrino, e
si lasciava spingere verso di lui dalle scosse del treno. Si
urticchiarono due o tre volte, poi Giordani s'allontanò
impercettibilmente, e lei, credendo che fosse per riguardo,
inclinò vezzosamente il capo a quel modo che faceva
avvampare e gli si riavvicinò, dandogli d'anca: al volgare
messaggio Giuseppe stralunò.
Tornò a farglisi strada nella mente il ribrezzo antico per
l'ipocrisia clericale, unito alla vergogna d'aver fatto uso
d'una doppiezza altrettanto ignobile. Preso dallo scoramento,
pensò che aveva turlupinato una povera donna che vestiva
infelicemente i panni della suora. La persona, la persona
umana, ecco ciò di cui s'era beffato. Aveva insultato in lei la
propria dignità...
No, non così si vendicava Giordano Bruno.
Mentre, agitato, il Giordani era quanto mai distante dal
perseguire gli originari fini che oramai ripudiava, suor Adele
senza smettere un attimo di chiacchierare aveva adocchiato
lo scompartimento terminale del vagone. Era di quelli
riservati al servizio ristoro, che su quel treno non funzionava.
Di solito si tratta di un vano lungo come due normali, che se
è in disuso vien serrato da un lucchetto; e così era. Ma la
curiosità di suor Adele era grande, e poi doveva avere
qualche santo dalla sua, poiché, al tentativo di far scorrere la
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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portiera, il chiavistello saltò rivelando l'interno, stretto e
profondo. Una cristallina risata accolse l'inatteso schiudersi:
la suora s'intrufolò dentro, trascinando per la mano
l'esterrefatto Giordani che, preoccupato, si volgeva indietro,
non si sa se per assicurarsi di non esser visto, o per
rassicurarsi alla vista di qualcuno. Comunque, il corridoio
era deserto.
Nella protezione del ricettacolo fu tutto uno scoprire
sportellini, ripiani, ante, cassetti ingegnosamente
incastrantesi nei luoghi più impensati, a sfruttare più a fondo
possibile il non eccessivo spazio disponibile. Era un
piacevole infantile ricercare, un divertirsi ad immaginare gli
scomparti riempiti d'ogni cosa, ed in fondo al vano c'era
addirittura un piccolo lavabo. Tentarono il rubinetto, ma
l'acqua non scorreva più.
Stretti verso il fondo, una curva presa ad alta velocità li
spinse uno sull'altra. Giordani imbarazzatissimo sentiva la
suora ansimare, stretta tra di sé ed il metallo lucido.
Paonazza, gli scarruffò i capelli e tentò di baciarlo: egli si
svincolò e corse verso la porta. Non sapeva più come
sfuggire: l'orrore di quell'incontro ottenuto col sotterfugio
l'assaliva, ma dovette soccombere alla propria sessualità
beffarda. Serrò la porta, a separare sé e lei dal mondo.
Si volse, afferrò le vesti della donna, sollevandole: più
veloce, o più esperta, ella frugò il suo inguine, traendone a
fatica l'oggetto della ricerca, e gettatasi a terra si trascinò
ogni cosa addosso. Pronto, egli le rovesciò le nere gonne,
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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coprendole quasi il viso, scorse le bianche carni e, occultato
da candido cotone, indovinò il bruno morbido pube.
"Non ha i collant, con le mezze calze è più facile"
constatò distaccato e razionale, mentre si sentiva
avvinghiato da esili cosce, ed il nasone di lei gli affondava
nella barba. Più che esperta, vogliosa, mugolava e si
muoveva decisa a far tesoro d'ogni più insignificante fremito.
Ora esauriva la forza di lui suggendone ogni vitalità, mentre
Giuseppe, sconcertato, si osservava come sdoppiato,
ripensando agli strani casi dell'esistenza.
Aveva fatto gli occhi dolci ad una suora, questa s'era
mostrata disponibile, allora gli eran presi gli scrupoli, ed ora
eccoci qui. Assorto in considerazioni del genere, si sentì
redarguire da suor Adele, il cui lavorìo era frustrato dalla
deconcentrazione di lui. Ma era cosa fatta: le forze spente,
Giordani fece per rialzarsi.
"Che fai, ma via, insomma, vieni, ah..."
lo invitava la suora, mentre, senza neppure aver
raggiunto il piacere, Giordani percepiva tutto lo squallore
della situazione e, l'avvilimento dipinto sul volto, guardava
come da lontano colei che aveva preteso scegliere ad oggetto
del suo scherno, ed invece adesso l'assaliva.
Gli saltò di nuovo al collo, ma lui si schermì,
avvampando: mentre andava ricomponendosi, balbettava
parole di disimpegno come
"Viene gente...".
Lei lo tentò un'ultima volta.
"Sei tu che devi venire, torna qui, non aver paura, io sì
che mi dovrei vergognare, dài..."
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
70
ed aveva un tono aspro, più che accattivante. Ma
"Bisogna andare. Finiamola con questa storia"
soggiunse perentorio lui, che pareva aver recuperato una
stoica dignità, di fronte alla bassezza degli istinti.
Cavalleresco, protesse la riservatezza dell'uscita dal nido,
e suor Adele, indugiando un attimo sulla soglia, ebbe a
guardarlo con un'aria di compatimento sconsolato e senza
speranza, così diversa dall'occhiata della sera prima.
Rientrando suscitarono la blanda attenzione d'una anziana
signora che s'era seduta accanto ai loro posti. Mentre
Giuseppe, contrito, il volto serioso, tentava di non
manifestare il proprio avvilimento immergendosi in una
lettura da cui si distoglieva ogni minuto, suor Adele aveva
necessità di sfogare tutta l'energia inarrivata rimastale. Si
dette ad una rutilante conversazione con l'anziana signora, a
cui, di fronte all'imbarazzato e deludente Giordani,
magnificò tra l'altro le doti d'un suo confessore
"sacerdote umanamente completo"
com'ebbe a definirlo, fissando beffarda il compagno d'un
attimo di segreto smarrimento.
RIFLUSSO
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
71
Era più di due ore che aspettavano di sfilare, in piedi tra
Piazza Esedra e Piazza dei Cinquecento, e siccome ai panini
subentravano immediatamente grandi quantità di bevande,
ed il fresco umido faceva il resto, aiutato dalla suggestione
di certi schizzi di pioggia Falaschi addivenne alla
determinazione di scaricare la vescica, prima della lunga
camminata che l'attendeva. Perciò prese ad aggirarsi per il
corteo, con studiata noncuranza, pronto a cogliere il
momento ed il luogo opportuni.
Dalla maestosa serenità di Santa Maria degli Angeli il
concentramento già iniziava a defluire verso Via Veneto,
dove l'odiata ambasciata nordamericana attendeva,
isolatissima tra nugoli di agenti bardati. Tra grida ritmate e
canti dall'intonazione approssimata si sciorinavano striscioni
patetici o irriverenti, comunque coloriti, che i poliziotti
accatastati dentro i pulmini blindati guardavano stolidi senza
comprendere, odiando i pacifisti perché accompagnati da
tante, appariscenti, disponibili ragazze.
Se il corteo s'era sbloccato, il settore a cui Francesco
apparteneva in breve si sarebbe mosso, perciò decise di
accelerare i tempi della ricerca d'un appartato, estemporaneo
vespasiano. Tornò indietro, lungo il viale Principi di
Piemonte
risonante
di
slogan
battaglieri,
contraddittoriamente rutilante delle bandiere iridate della
pace. Camminava lentamente sotto alberi ritorti: ma prima di
trovarsi di nuovo a piazza dei Cinquecento, si diresse alla
sua sinistra, lasciandosi alle spalle il grosso del frastuono.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
72
Tra le siepi che delimitavano le aiuole, tra i lecci più
bassi e le panchine, intravide un incavo, un avvallamento
che come un fossato circondava le mura imperiali che
incombevano sul giardino. Era nient'altro che il prodotto
dell'accumularsi secolare di detriti accanto al rudere che
pareva poggiare in una fossa: e vi si poteva discendere,
grazie a passaggi sapientemente attrezzati dalle Belle Arti.
Discese dunque il Falaschi serenamente i gradini lunghi
e bassi della scalea d'accesso al lato delle Terme di
Diocleziano che guarda Termini. A destra, un'ara
seminascosta tra cespugli di pitòsfori, dinanzi, due cippi, a
delimitare l'ingresso all'austero rudere in laterizio peraltro
sbarrato da possenti, romani portali in rovere, resi temibili da
nere borchie ferree. All'angolo che il soprastante giardinetto
formava con la muratura imperiale un giovane alto, nodoso
nella muscolatura che risaltava di sotto la maglia fasciante,
le gambe piantate in largo, la sinistra sul fianco, guardava
per aria, non si sa se a numerare le nicchie della vetusta
muraglia ricettacolo di colombi, o a studiare le evoluzioni di
questi medesimi, per evitarne il bombardamento fisiologico.
I piedi affondavano in una nerastra, maleodorante melma,
ove impronte di frequentatori precedenti formavano un
reticolo di crateri oblunghi, in cui ristagnavano liquidi
organici appena diluiti dai rari scrosci di pioggia.
Un po' interdetto, poiché una sbirciata preventiva gli
aveva fatto credere che la sua profanazione sarebbe rimasta
sconosciuta, Falaschi dette uno sguardo a quel giovane
aitante, risolvendo di fermarsi all'ultimo gradino per non
finire anche lui nel pantano. Assunse comunque un'aria di
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
73
cameratesca complicità, mentre l'altro, molleggiando un paio
di volte sulle ginocchia, annunziava la conclusione del suo
appostamento. Falaschi tentò una battuta briosa: ma il suo
predecessore se n'era già partito, senza nemmeno guardarlo
in faccia.
Assunta una posizione confacente, anche se meno
statuaria dell'altro, prese dunque a liberarsi. Guardava anche
lui in alto, volgendo da sinistra a destra il capo con fare tutto
ritmato da un'armoniosa cadenza. Il frastuono del
concentramento pareva scomparire: tutto si esauriva nella
solitudine austera dell'ermo circondato da arbusti. Era la
discreta pace dell'appartarsi in mezzo alla folla che così
spariva, diveniva un'entità distante nello spazio, un ricordo.
Esser soli con sé stessi, guardare in alto davanti un rudere
che incombe, oltre il quale immaginare tutto, esser lì come
altrove, mentre tutta la persona freme lievissima, e si libera
con un piacere discreto dei liquidi avvelenati.
Quando ci si astrae dal mondo, raccogliendoci in noi
stessi, i nostri sensi escludono dalla percezione tutto quanto
ci colpisce in modo soverchiante: ma una sollecitazione
sottile, quasi impercettibile, comunque inattesa per l'opera di
censura sensitiva è capace di insinuarsi con prepotente
determinazione tra gli interstizi dei bastioni dentro i quali si
è creduto di potersi rifugiare.
Così , d'un tratto Falaschi avvertì , ben distinto dal
brusìo magmatico delle migliaia di persone dintorno, uno
scalpiccìo, accompagnato da strillettini che, a tutta prima
indecifrabili, andavano via via facendosi intellegibili. Si
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
74
voltò, mentre l'altra parte di sé restava intenta all'atto
principale; e vide una ragazza, anzi, una donna precipitarsi,
ma a piccoli passetti, giù per la scalinata.
´´Mi scappa,
lasciatemela!"
mi
scappa,
lasciatemela
fare,
gridava tra l'implorante e l'imperioso. Gli lanciò
un'occhiata da cui fu chiara tutta la di lei indifferenza alla
situazione che andava delineandosi, e lui l'accompagnò con
lo sguardo mentre scendeva i gradini, verso la mota
puzzolente.
Era una tipa tracagnotta, più vicina ai quaranta che ai
trenta, infagottata, più che vestita, in una giacca di pelle
imbottita e lustra, e sotto un golf a maglia larga color avana,
una camicetta a quadrettoni, ed un foulard in tinta col resto.
La gonna, scozzese, pieghettata, finiva di appesantire la
figura di questa non più giovane compagna, dalla cui faccia,
malamente dipinta, incorniciata da una pacchianissima
permanente biondiccia, traspariva la disabitudine a lunghe,
sforzate trasferte come quella della grande manifestazione
per la pace. Doveva essere in viaggio sin dalle prime ore del
mattino, stravolta dal sonno perduto e dallo sciabordìo
dell'autobus, rosa dall'appetito, aduso con tutta evidenza ad
esser abbondantemente soddisfatto, ed infine tormentata dal
bisogno di far la pipì: in tutto ciò il suo volto pareva
decomporsi in un disequilibrio di quadro cubista.
Falaschi era imbarazzatissimo: quella gli girò intorno,
poi si appostò decisa tra le sabbie mobili quasi di fronte a lui,
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
75
un po' spostata a sinistra. Prese a sollevarsi le gonne, e
Falaschi conobbe un attimo di vero e proprio sgomento: gli
mancò il fiato come in momenti particolari a tutti avviene, e
spostò due o tre volte lo sguardo dalle proprie mani a quelle
dell'altra.
Lei intanto, senza vederlo nemmeno, tutta intenta
mostrava cosce fasciatelle da panetti di grasso, imbragate, in
su, verso le anche, in antiestetici collants di nylon, che
avviluppavano anche le mutande, schiacciate contro la carne
in modo casualmente asimmetrico, cosicché le trine
nascondevano ancor meno l'esosa pesantezza, e in cima
stringevano una maglia di lana (o era una panciera?).
Sbigottito, Falaschi non sapeva più che fare: pensò di
ricorrere all'ironia, ma con una donna era difficile instaurare
quel rapporto di connivente cameratismo già tentato con
l'altro, e poi lui aveva ormai quasi terminato, mentre l'altra,
incurvata leggermente in avanti, in uno strano equilibrismo
teso a volersi guardar sotto per controllare il regolare
funzionamento d'ogni cosa, stava già incitandosi con un
insistente piripiscipiscipì .
Molto signorile, il Falaschi volse il guardo e,
rinunziando persino alle scrollatine, tanto piacevoli quanto
utili all'igiene generale, rinserrò ogni cosa. Intanto pensava
che l'impellenza del bisogno di quella lì era come minimo
dubbiosa. Era arrivata strillacchiando e saltellando, s'era
messa lì davanti e ora non faceva nemmeno pipì, faceva il
teatrino, invece, e allora gli balenò di concludere la
situazione alla maniera dei satiri. Ma il principale strumento
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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d'una tale realizzazione era ormai riposto; tra l'altro, non era
nemmeno così emblematico da poter essere ostentato
voluttuosamente, ché anche per lui la via era stata lunga, e la
stanchezza molta, e poi, l'ambiente era dei meno invitanti...
E si voltò, allontanandosi, ed avvertì che ripeteva il
gesto con cui, da piccolo, per non dispiacere a mamma, s'era
inibito il soddisfacimento della naturale curiosità di rimirare
le coscettine d'una bimbetta che faceva un bisognino, ai
bordi del prato di un giardino pubblico.
Riemerse dalla depressione melmosa, e per la scalinata
raggiunse veloce il corteo vociante. Vi si tuffò dentro, ed il
suo turbamento si liquefece e scomparve.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
FOLLI
CROCIERE
CATTOLICO
77
D'UN
LUNFARDO
Appena sceso dal treno José Antonio Viola
Castañares, alias Manuel Villareal Loboso, cercò di
orientarsi, seguendo il lusso dei frettolosi con cui aveva fatto
parte del viaggio, per evitare di dover ricorrere alle
indicazioni di qualcuno che avrebbe potuto ricordare la sua
fisionomia.
Sul piazzale davanti la stazione attendevano parecchi
autobus: nessuno di questi però era privilegiato dalla massa
di gente che defluiva spedita dall'atrio dell'edificio, per
distribuirsi abbastanza omogeneamente sui vari mezzi
pubblici in attesa. Dovette perciò scartare la possibilità di
accodarsi a quelli che manifestamente si recavano
all'importante appuntamento che il Pontefice aveva con
quella città di provincia.
Per la verità non riusciva a identificare la gente che
doveva recarsi a ricevere la benedizione papale, che poco
frequentemente si otteneva fuori da Roma, e non capiva
questa assenza di concorso popolare: restò turbato, come da
un cattivo auspicio. Secondo le sue esperienze, fiumane di
persone avrebbero dovuto affollare treni e pullman,
facilitandogli l'orientamento.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
78
Con disappunto si rivolse a un tipo che, per l'aspetto
trasandato nel vestire, i capelli e la barba lunghi e scarruffati,
sembrava dare maggiore affidamento, nel senso che un tipo
del genere era del tutto improbabile potesse appartenere a
qualche corpo di polizia preposto alla sorveglianza di quel
giorno speciale, e che comunque, sciamannato com'era,
certamente non avrebbe fissato nella mente le sue fattezze,
per ricordarsele in un secondo tempo.
- Come si fa per arrivar dal Papa?
chiese al barbuto, che si fermò, lo squadrò con un'aria
strana che lo fece trasalire, e gli chiese di rimando:
- Lei vuol andare in Piazza della Repubblica, dove
faranno la messa, al Vescovado o al campo dove sbarca
dall'elicottero?
Imbarazzato
dall'imprevisto
atteggiamento
inquisitorio, José Antonio rimandò :
- No, no, alla Messa
rispose brevemente, per limitare la possibilità che il
suo accento flautato e ritmato assieme lo denunciasse come
straniero, e quindi sospetto, alle orecchie di quell'individuo
inaspettatamente curioso, a cui per giunta se n'era aggiunto
un altro, meglio in arnese.
- Allora prenda quel bus lì, il 19, e scenda al capolinea:
si sbrighi, ché sta per andar via"
consigliò il subdolo informatore, mentre l'altro
sogghignava.
José Antonio si volse in fretta, saltò sul 19, e si sentì
sollevato. L'incontro l'aveva lasciato perplesso: come mai il
tizio l'aveva squadrato dall'alto in basso con quell'aria tra
compatimento e scherno? E l'altro che ridacchiava? Non
poteva credere che l'avessero già individuato: gli avrebbero
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
79
chiesto i documenti, o almeno qualcuno l'avrebbe pedinato.
Ma l'autobus, che era vuoto, si fermava ad un passaggio a
livello, e dietro non si vedeva l'ombra né d'una pantera né di
un'autocivetta della polizia.
Risolse il problema rispondendosi che lì la gente
doveva essere di natura curiosa; dopo tutto, specie nelle città
di mare come quella, è quasi d'obbligo individuare i nuovi
arrivati per catalogarli e decidere velocemente che utile si
può trarre da essi... Sedate le sue preoccupazioni, cominciò
ad insospettirsi di nuovo: come mai l'autobus era così vuoto?
Ora, tra l'altro, superata la ferrovia, s'era praticamente in
campagna.
- Farà un giro lungo...
tentò di argomentare tra sé, ma l'autobus entrava
addirittura in uno spiazzo sterrato, tra alti pini ad ombrello, e
dall'altra parte c'era un edificio modesto, con un bar ed un
negozio d'alimentari.
-Capolinea!
gli gridò l'autista, che voleva chiudere la vettura per
scendere a bere qualcosa. José Antonio gli si fece incontro e,
abbandonata ogni circospezione, gli domandò:
- Dove arriva il Papa?
-Non vorrà mica che venga fin quaggiù... Va bene
che è un pastore, ma lo vede che qui al Cisternino non c'è
rimasto neanche un filo d'erba per le pecore! Arriva in città:
lei ha sbagliato vettura.
Frastornato, José Antonio, che non aveva capito bene
la faccenda delle pecore, azzardò:
- E come si torna in città?
L'autista, seccato perché stava consumando il suo
tempo-sosta con quel pellegrino fuorviato, sbottò:
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
80
- Come vuole che ci si torni, a piedi o con me. Si
riparte tra un quarto d'ora. Scenda, per piacere.
Obbedendo, il povero José Antonio si mise a
passeggiare su e giù sotto i pini, e rimuginava che tutto
sommato il contrattempo non era negativo: anzi, era la
controprova che i suoi timori di prima erano infondati. Era
rimasto vittima d'un semplice scherzo. Intanto però aveva
dato nell'occhio al tranviere, e questo era veramente
fastidioso. Comunque si trovava in campagna, a svariati
chilometri dal sito dell'incontro, e non rimaneva che
aspettare. Avrebbe preso un po' d'aria.
La sua filosofia era che bisogna sempre trarre il
meglio dalle cose che ti succedono. Nonostante questo,
mentre nella pineta s'ossigenava a grandi passi, sentiva
montare l'irritazione per la beffa subita. Gli diveniva chiaro
che era stato preso di mira perché riconosciuto pellegrino. Il
suo cattolicesimo latinoamericano, che trascendeva
dall'epidermico al viscerale secondo i momenti, in quel
frangente si rivoltava, in un fremito di dignità, proprio
perché era stato irriso.
José Antonio era venuto da un paio d'anni
dall'Argentina, col grande flusso della seconda
immigrazione, quella della fine degli anni Settanta. Prima,
con quella precedente l'Europa s'era popolata degli scampati
dai golpe cileno, uruguaiano, argentino, boliviano: erano
semplici militanti di partiti di sinistra e loro dirigenti,
simpatizzanti peronisti e parenti di persone compromesse
con la politica, tutti sfuggiti alle allucinazioni del carcere
militare, della tortura, della soppressione silenziosa. A
centinaia, specialmente in Italia avevano trovato una
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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seconda patria, avevano partecipato alle mobilitazioni di
solidarietà con l'America latina, avevano imparato ad
assaporare lentamente il disincantato gusto del ricordo,
giorno dopo giorno avevano subito lo smarrimento della
coscienza del vecchio mondo, volubile nello scegliersi miti
da difendere, pronto a rimuovere dal proprio impegno la
memoria di battaglie perdute. Agli esaltati giorni della
mobilitazione di massicce folle che parevano invincibili,
negli animi degli impazienti manifestanti era andato
avanzando un senso di fastidioso compatimento nei
confronti dei latinoamericani, testimoni viventi d'insuccessi
lontani, ed allora i profughi s'erano rifugiati una seconda
volta, raccogliendosi con la riservatezza della dignità offesa
nel sentimento della propria identità, che non lasciavano più
trasparire all'esterno con fierezza, poiché ormai serviva solo
ad ispirare quella pesante reverenza compassionevole da cui
si sentivano marchiati. Lavoravano, vivevano come
chiunque altro, ed i loro figli perdevano persino la memoria
del retaggio di padri, il bene della lingua castigliana.
Non era di questi José Antonio. Lui era il
sottoprodotto della devastazione civile successiva
all'instaurarsi del regime militare a Buenos Aires. Era parte
di quella schiera di disperati che per non morire di fame era
partita alla riconquista del Vecchio mondo, da dove gli esuli
scrivevano ai parenti rimasti che, tutto sommato, lì ci si
poteva sopravvivere, lavorare, star bene. Con lui le aviolinee
sudamericane avevano trasportato in Italia migliaia di
persone senz'arte né parte, capaci solamente d'arrangiarsi ed
abituate a vedere nel ricco (quello che si sazia tutti i giorni,
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
82
vive in una casa, magari possiede un televisore) un essere da
cui trarre tutto il vantaggio possibile.
Arrivare a Roma, per José Antonio, era stato
sconvolgente: erano tutti ricchi! Anche i compatrioti che
l'avevano preceduto! E poiché non sapeva far altro, come
lavoro vero e proprio, che il mandriano, il gaucho la cui vita
è romantica solo in qualche milonga da esportazione, in
Italia il nostro eroe aveva scelto di darsi ad un mestiere
semplice e redditizio.
Faceva il borsaiuolo.
Era lo stesso mestiere che aveva praticato, appena
inurbatosi, a Buenos Aires, dove aveva subito dato prova di
essere un ladro assai abile e spregiudicato. Per questo nel
quartiere La Boca, dove era riuscito ad istallarsi grazie a
certe conoscenze familiari, lo avevano soprannominato El
Lunfardo: il principe dei malfattori, il re dei tagliaborse.
Prontamente la hermandad degli argentini a Roma lo
aveva accolto, rifocillato, alloggiato e gli aveva consegnato
un passaporto venezuelano, intestato a Manuel Villareal
Loboso, di Caracas. Con la sua nuova identità s'era visto
assegnare un settore, molto limitato, poco redditizio, dove
non sarebbe comunque entrato in collisione con cileni o
colombiani: le linee dell'ATAC che salgono a Monte Sacro.
Si levava al mattino presto, usciva dalla soffitta di via dei
Caprettari dove dormiva con altri quattro o cinque
disgraziati, andava a Termini, prendeva l'autobus fino a
Porta Pia e di lì saliva, con un'altra vettura, sino al capolinea,
da dove ridiscendeva a valle, attento alla ressa.
Nelle ore di punta riusciva a raggranellare qualche
liretta, dalle borse delle donne o dalle tasche degli studenti:
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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ma era difficile, e neanche troppo fruttifero. Andava meglio
a mezza mattinata, quando tra gente che andava a far la
spesa, impiegati in assenteismo temporaneo e turisti riusciva
a vivere decentemente, a mandare soldi alle sue
innumerevoli sorelle ed a pagare la sua quota alla
hermandad, che provvedeva ai problemi logistici, alla
politica del territorio ed al soccorso giuridico, di cui ci
poteva sempre esser bisogno. [quanto precede non può
essere cancellato integralmente, poiché annuncia la
hermandad che è essenziale per la comprensione dle
racconto]
Assai religioso, come colui che tante volte non aveva
avuto altra risorsa che raccomandarsi al Signore, la
domenica non mancava da Piazza San Pietro, felice di
potersi immergere nel magma festoso della folla che, rapita,
impetrava la benedizione divina; senza peraltro che l'estasi
lo allontanasse dall'assolvimento dei suoi compiti sociali.
Per questo nei fedeli che sciamavano verso il Tevere
per via della Conciliazione, alla leggerezza eterea dell'animo
sollevato dalla santificazione domenicale concelebrata col
vicario di Cristo s'aggiungeva spesso un materiale ed
increscioso alleggerimento. Qualcuno rimaneva infatti privo
del portafoglio, utilizzato per un'inconsapevole, involontaria
attuazione del dovere cattolico dell'elemosina. Ché José
Antonio in fondo era povero, non aveva né casa né
televisore; i "suoi" soldi sfamavano i nipotini, e quindi...
E quindi aveva deciso di seguire le peregrinazioni del
papa polacco, che amava molto viaggiare; ma all'insaputa
dell'hermandad, che forniva la sua protezione in cambio d'un
controllo assai rigido su chi si legava a lei. Nelle ore di
libertà, insomma, faceva un po' di lavoro nero: ciò lo
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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inorgogliva quasi, perché si sentiva ancor di più integrato
nella società che l'aveva accolto.
Oggi ad Assisi, domani a Bari, seguendo le visite che
il Vescovo di Roma amava fare sempre più frequenti fuor
della diocesi sua, era finalmente capitato a Livorno, al
seguito di Giovanni Paolo secondo, che aveva deciso di
rilanciare la battaglia per la fede in quella terra d'anticristi:
ma l'ignoranza di quest'ultimo particolare doveva portare
sventura al Lunfardo.
Tornato quindi dalle campagne del Cisternino col
medesimo autobus scese al capolinea provvisoriamente
istituito ai bordi del percorso ufficiale, e l'autista gli indicò
con un grugnito la direzione. Cosa, stavolta, del tutto inutile,
perché finalmente i grappoli di persone che si assiepavano
presso il campo sportivo dove sarebbe disceso l'elicottero
pontificale erano ben visibili, dai finestrini dell'autobus.
Filari di gente si snodavano lungo un viale alberato.
Un vecchio prete, curvo, trasognato nell'ispirazione
del volto, reggeva un cartello : "Altopascio osanna il Papa
delle genti" e con passo malfermo ma inteso guidava una
vociante colonna di bimbetti verso il luogo ove poter
rimirare dal vivo le sembianze di colui che incarnava lo
scopo di tutta la sua esistenza.
Moltissimi inoltre erano gli agenti d'ogni tipo, che
José Antonio si piccava di saper individuare a fiuto, pur
occultati in anonimi abiti borghesi: pensando bene allora di
darsi un'aria irreprensibile, quando gli capitò a tiro un
giovanotto azzimato con un fascio di volantini dal contenuto
edificante sotto il braccio, gliene chiese un po' con fare
raggiante, per contribuire attivamente alla diffusione della
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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lieta novella contenutavi. Non che gliene importasse molto:
la cosa decisiva era crearsi un alibi, un aspetto rispettabile,
immergersi nell'atmosfera dominante per esserne tutelato,
avvolto come in un bozzolo che ti protegge, di fronte a
imprevisti, inconvenienti, inciampi sempre in agguato.
Presi i volantini, cominciò a distribuirli seguendo il
giovane suo partner. Ma il popolo non sembrava riporre
attenzione eccessiva né al contenuto dello stampato, né
talvolta allo stampato stesso: i più prendevano il foglietto e
lo gettavano, qualcuno addirittura lo rifiutava con
malagrazia. "Aspettano l'uomo, non la carta" sentenziò
dentro di sé l'improvvisato annunziatore del Verbo, mentre
proseguiva per il gran viale, lungo le transenne, e constatava
la gente farsi men disattenta, verso la gran piazza destinata
ad accogliere il successore di Pietro.
Là un precario baldacchino copriva il palco
sapientemente eretto dagli operai municipali in tubi di ferro
e tavole di legno, fasciate da candidi tessuti, simbolo di
quella purezza evangelica che i governanti della città, un
tempo mangiapreti, volevano gesuiticamente mostrare di
aver recuperato. Insistente, un fastidioso libeccio ne provava
la solidità, mentre all'intorno cori laici ed ecclesiastici fusi
insieme salmodiavano concelebranti, e le note serafiche si
disperdevano per l'aria, amministrate dall'agitarsi esaltato
delle lunghe braccia d'un maestro concertatore in lungo,
nero abito talare, che si stagliava contro il candore dell'altare.
Col permesso delle raffiche del vento, qualche nota calava
sui fedeli che pazientemente attendevano, ed inalberavano
striscioni festanti, involontariamente umoristici, come "Pisa
ti attende a cuore aperto", invocazione che, evocando le
raffinatezze chirurgiche della clinica cardiologica degli
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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ospedali di Santa Chiara in Piazza dei Miracoli provocava i
sarcasmi maligni delle chiacchiere dei curiosi.
L'atmosfera irridente pareva palpabile: José Antonio
ne fu fisicamente urtato entrando in piazza, poiché capitò in
un capannello in cui si vociava contro il fermo, appena
avvenuto, di alcuni giovani che avevano portato dei
palloncini con sotto appeso qualcosa di scritto, che era
inutile per lui identificare, perché invece era importante
sottrarsi al crocchio di gente, troppo inquinato da poliziotti
travestiti da persone normali. José Antonio si allontanò dal
rischioso assembramento, ed iniziò a puntare qualche
possibile vittima, aggirandosi con surrettizia indifferenza per
la piazza. Aveva comunque formulato la sua strategia:
bisognava stringersi presso le transenne, quello era il luogo
in cui si assiepavano i credenti. Gli altri, più indietro, erano
semplici curiosi, e pochi di loro all'arrivo del Papa sarebbero
stati presi dal trasporto mistico al punto di dimenticare di
tenere stretta la borsa o il portafoglio.
Girellò a lungo, finché decise di attendere la discesa
del vicario di Cristo per entrare in azione. Al momento
infatti regnava troppa disunione, troppa frammentazione, in
quella moltitudine: gente che andava e veniva come lui, altri
che litigavano, o alzavano semplicemente la voce. Insomma,
tutto un che di poco convincente.
La folla si agitò allegra e rumorosa quando un
elicottero sorvolò la piazza. José Antonio credette di poter
approfittare del momento in cui tutti stavano col naso
all'insù per tentare di cogliere, nelle fattezze a malapena
intuibili di chi sedeva nella carlinga del velivolo, il volto
largo e spigoloso di Sua Santità. Ma fu fuoco di paglia: si
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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trattava nientemeno che di un elicottero dei Carabinieri, che
dopo un paio di evoluzioni dal significato esoterico si
allontanò a controllare (ed allarmare in modo festosamente
fallace) altre zone della città. Il Lunfardo decise
definitivamente di pazientare, approfittando dell'attesa per
capire di più e meglio la psicologia della piazza,
informazione assai importante per chi, come lui, doveva
muovercisi a fini professionali cercando di correre il minor
numero di rischi possibile.
Con poche occhiate di sbieco comprese che il
rapporto numerico tra fedeli ed agenti d'ogni tipo era già
pericoloso: ma un sentimento tra il furioso e lo smarrito lo
prese, accorgendosi che c'era una concorrenza da far paura.
Vide addirittura portar via due colleghi in una volta sola.
Perciò si strinse i residui volantini al petto, e, mischiatosi ad
un gruppo rapsodiante, si dette alla preghiera. Tra l'altro, da
fervido credente qual era, non aveva bisogno d'interpretare
un ruolo studiato: l'unico vero problema era di evitare di
pregare a voce alta, per non farsi riconoscere come
forestiero, con il rischio che quegli zelanti tutori della
pubblica serenità si insospettissero per la rotondità delle sue
erre, o la sonorità delle sue esse.
Tra il coro centrale, e l'aggregarsi casuale di fedeli
che qua e là prendevano a cantare, inserendosi senza grande
cognizione delle melodie né rispetto del ritmo, la cacofonia
rendeva idrofobi: contribuivano ad irritare gli animi gli
improvvisi colpi di vento che gonfiavano gli stendardi,
frustandoli fino a scuotere mani, braccia e persona tutta dei
generosi che li inalberavano. Per non parlare dei vescovi, la
cui tiara, in leggero inamidato tessuto, materiale più consono
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
88
delle gemme d'un tempo al dettame evangelico di povertà,
veniva rovesciata in terra ogni volta (ed eran tante) che
sferzate di vento musulmano colpivano gli stoici prelati.
Essi indomiti sul palco soffrivano, a testimoniare
l'incrollabile volontà di adorazione, non intaccata da artrosi
né enfisemi, ma dovevano chinarsi parecchio a raccogliere i
copricapi svettanti di cartone e lino, e talvolta rincorrerli giù
dall'altarone, tra i letti dei distrofici non miracolati a
Lourdes disposti lì davanti a semicerchio, e inciampavano
spesso nei lunghi simbolici pastorali che finivano di traverso
tra i gonnelloni.
José Antonio avvertì un trambusto, e si volse verso
l'ampio viale che aveva percorso: sembrava che il corteo
s'avvicinasse. Col suo si volsero centinaia e migliaia di volti,
ed il vociare fu intenso. Rapide occhiate in giro lo
convinsero ad attendere ancora. La calca non era così fitta
da agevolare il borseggio: c'era addirittura chi poteva fender
la folla in bicicletta o in motorino, e come fosse la piazza del
mercato, riduceva a banalità quotidiana quel sacro
irripetibile momento.
Eppoi, da dietro la siepe di carne umana addossata
alle transenne di ferro gente con ghigni strani s'alzava sulle
punte dei piedi, drizzando il capo, a scorgere lo zuccotto
pontificale ondeggiante come una boa di segnalazione in
mare, che appare e sparisce secondo il frangente, e nel caso
le onde erano il moto dei fedeli esaltati e saltanti uno
sull'altro, appoggiandosi sulle spalle di chi stava davanti per
cogliere uno sguardo, un sorriso, chissà, una personale
fuggevole benedizione dell'anello piscatorio.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
89
Sinché il pellegrino apostolico, tra profusione di
prosternazioni, giunse ad ascendere il pergamo eretto a
mezzo dell'ovale della gran piazza, benevolmente guardato
dai due Granduchi di Lorena, che dall'alto dei loro panneggi
statuari occhieggiavano con bonari sorrisi, quasi a farsi
perdonare qualche peccatuccio di giansenismo. Autorevoli
figure cittadine, sul palco, si sdilinquivano di fronte alla
maestà del triregno; e Giovanni Paolo secondo parlava
misticamente del trasporto pastorale della missione, così
necessario non solo nelle sperdute contrade del
Matabeleland o del Kashemir orientale ma anche costì, a due
passi da Roma.
In ginocchio José Antonio spremette una lacrimuccia,
per corroborare l'animo suo con la solennità del momento: di
lì a poco avrebbe dovuto convertirsi alla più fredda e decisa
razionalità. Nel mentre, vide accanto a sé un miscredente
ritto in piedi, occhiali da vista sulla punta del naso, che
sbirciava in tralice con piglio sarcastico. Lo tirò per l'orlo
del pullover, con occhiatacce di fuoco, e quello, di rimando,
premurosissimo:
 Si sente male? Ha bisogno di qualcosa?
L'invasamento
ispano-cattolico
stava
già
abbandonando José Antonio mentre subentrava la coscienza
della pericolosità di quell'atto, per di più inutile: ma la
resipiscenza non fu così tempestiva da sapergli impedire di
ribattere:
 Si metta giù, in ginocchio, infedele!
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
90
L'altro, infedele per davvero, non era neppur
moralmente cristiano, e quindi, poco propenso a subire
porgendo l'altra guancia, gli rispose a suon di violentissimi
improperi.
Ne seguì un parapiglia che
coinvolse subito un mucchio di gente, tra cui gli zelanti
tutori dell'incolumità pubblica: tornato esperto, José Antonio
sgattaiolò via senza parere, (ma tra di sé andava
maledicendosi) ed in pochi passi si trovò al lato opposto a
quello dove era prima, e vi si inginocchiò di nuovo, con
l'intenzione decisa di non lasciarsi più travolgere dal furore
religioso. Era giunto il momento dell'azione: ma il suo
occhio esercitato nella ricerca del pollo da spennare gli
rivelò una netta prevalenza di volatili d'altro genere. Come
sparvieri rapaci, nugoli di concorrenti gettavano sguardi
predatori sugli astanti.
Come il fulmine succede al lampo, balenò al Lunfardo
una variante creativa del borseggio, già sperimentata,
ancorché ignobile. Avrebbe fatto da vittima. Si sarebbe
posto in modo da rappresentare un appetibile obiettivo per la
ladreria altrui, cogliendo il malcapitato collega nell'atto. Lo
avrebbe bloccato, minacciato, ricattato, e ne avrebbe tratto il
giovamento possibile.
Mentre le prime ombre del crepuscolo si allungavano
sul popolo di Dio, José Antonio pose in buona vista il
portafoglio, nella tasca posteriore sinistra dei calzoni. Con le
mani intrecciate sul fondo schiena, pronte a scattare come la
molla d'una tagliola, attese di sentirsi sfiorare da un tocco
mariuolo. Se ne stava adesso ai limiti esterni della folla
intenta al rito, dimodoché il marchingegno truffaldino
s'innescasse senza eccessivo rumor di popolo.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
91
Non stette molto che sentì picchiettarsi sulla tasca, ed
i suoi sensi raffinatissimi gli significarono la positura del
tagliaborse: poco addietro, verso destra. La mano libera,
sorretta dall'altra, con felina sicumera ebbe un guizzo di
fionda ed agguantò una falda. Contemporaneamente José
Antonio si voltava, facendo pernio sul tallone, e con la
sinistra afferrava il bavero dell'altro. Sarcastico gli fece,
premendolo:
- Cosa ti credevi, stupido. Andiamo a parlare un po'...
L'altro esterrefatto ma non troppo non tremava per
nulla, era solo un po' rosso, e di rimando:
- Vacci piano, che non ti conviene
gli sibilò e José Antonio sempre sospingendolo verso
l'estremo bordo della piazza, con fare contrattuale gli
propose di barattare la liberazione contro un consistente
riscatto. Ma poiché quello, invece di impaurirsi,
sghignazzava, minacciò di consegnarlo alla polizia, e intanto
lo malmenava, per convincerlo. S'avvicinò gente:
- Sono affari nostri, andatevene!
ringhiò il borsaiolo tramutato in ricattatore, ed alla
vittima confermò:
- Dammi il denaro, e tanto, sennò ti consegno alla
polizia.
Allora successe una cosa tremenda: i due o tre che si
erano avvicinati, invece di andarsene per i fatti loro, presero
ciascuno il povero José Antonio per un braccio e lui,
sentendosi in trappola, perse il sangue freddo, cosa che gli
accadeva del resto abbastanza di frequente, e si mise a
calciare violentissimo, raggiungendo qualcuno nelle parti
più nobili. Gli risposero colpendolo con durezza al capo, e
svenne.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Quando si riebbe, non faticò molto a capire di essere
in viaggio su un cellulare, con altri disgraziati. Scendendo,
ancora indolenzito, fu separato dagli altri da un terzetto di
persone col manganello, tra cui continuava a ridacchiare il
tizio che aveva tentato di ricattare, e che mostrava di avere
tutta l'intenzione di vendicarsi del ben piazzato pedatone di
poc'anzi. Mentre salivano le scale della questura, i tre lo
pungolavano nelle costole coi manganelli, indicandogli la
strada come ad un mulo. Nel rinchiuderlo in una stanza, a
spintoni, lo sbeffeggiarono, minacciandolo di chissà cosa:
ma lui era troppo confuso per impaurirsi davvero.
Poi vennero altri, lo identificarono, lo interrogarono
sui motivi della sua presenza al raduno, e della sua reazione
violenta. José Antonio, ormai Manuel Villareal Loboso,
come attestava il passaporto, riacquistò il suo spirito, per
sostenere con sdegnata fierezza essere nient'altro che la
vittima d'un tentativo di furto: ma apparve il presunto
borsaiolo, che strafottente gli fece notare che lui lo aveva
voluto avvisare di intascare più in fondo il portafoglio,
proprio a sua tutela, e che s'era qualificato, e poi era stato
assalito e ricattato da quello che gli era parso un devoto
pellegrino...
L'ispettore che redigeva il verbale guardò ora l'uno
ora 'altro, e ostentando incredulità nei confronti d'entrambi
licenziò il subalterno, e non poté far a meno di denunciare in
stato d'arresto il Villareal Loboso per violenza a pubblico
ufficiale.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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José Antonio, ormai Manuel, ebbe allor chiara la
propria disperata situazione: non poteva appellarsi ai buoni
uffici della hermandad, per nulla benevola verso chi si dava
ad attività in proprio, e i porteños di Rio de la Plata non sono
gente che scherza. Del resto, non poteva battagliare gran che
con la giustizia italiana, perché la faccenda della sua falsa
identità poteva saltar fuori, e smuovere la curiosità di
qualche ispettoruccio di prima nomina desideroso di far
carriera, col rischio, ancora una volta, di tirare in ballo
l'organizzazione, e sarebbero stati guai seri.
Tradotto al vetusto carcere dei Domenicani,
all'ingresso, durante la perquisizione di rito, fu trovato con
varie banconote straniere addosso, frutto di un estemporaneo
lavoretto ai danni d'una turista svedese, sul treno: cosa che
gli fruttò un'altra incriminazione, per possesso ingiustificato
di valuta estera. Ma il peggio fu che si rese conto che non
poteva nemmeno sperare nel conforto dei compagni di
detenzione: il suo piano finito male era da veri filibustieri, e
glielo avrebbero fatto scontare con gli interessi, non appena
ne avessero compresa la dinamica. Perciò non poteva
confidarsi, doveva tenersi sulle generali, senza stringere
legami con nessuno: sarebbe dovuto restare isolato, e non c'è
niente di peggio, in galera, che non poter contare su nessun
amico.
Terminata la quaresima di quella tormentosa
detenzione, l'odissea del povero Lunfardo parve concludersi
quando, scontata la condanna, fu espulso dall'Italia e
rispedito col primo aereo a Caracas, sua città natale, secondo
il falso passaporto fornitogli a suo tempo. Nelle lunghe ore
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
94
di trasvolata aveva passato il tempo a fantasticare, senza
perdersi d'animo, su tutte le possibili iniziative, per la sua
riconquista del nuovo continente. Ma a Maiquetia,
l'aeroporto della capitale venezuelana, superata la fila del
controllo dei passaporti, fu avvicinato da un drappello di
persone armate, che lo portarono via di peso. Nella saletta
riservata alle persone importanti ebbe modo di comprendere
disperatamente tutta la potenza della hermandad argentina di
Roma: la sua falsa identità gli era stata assegnata per tenerlo
inchiodato. Manuel Villareal Loboso era il nome del
ricercatissimo capo del temibile Ejercito de Liberaciòn
Nacional del Venezuela, su cui pendeva una condanna a
centinaia di anni di reclusione.
IL CONCORSO A PRESIDE
Gli era accaduto spesso, di vedersi mentre viveva certe
esperienze determinanti. Chissà da cosa veniva questo
sdoppiarsi,
questo
sentirsi
attore
scenico
e
contemporaneamente spettatore in platea. Come quando
era andato all'orale del concorso a preside. Aveva superato
gli scritti senza barare, a differenza del suo amico e collega
di studi Carlone. In uno dei numerosi cessi di quella sala
immensa dell'Ergife romano, famosissima mecca di tutti i
convegni concorsuali pubblici, Gianfrancesco Fiaccadori
s'era recato a depositare l'onere della vescica sfiancata dal
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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lungo trasferimento (oltre 4 ore di auto), mentre il Carlone,
più resistente, invece di vuotare l'organo, aveva sciorinato
dalle tasche una serie di cirannini, da cui strappava
paginette essenziali, per cacciarsele nelle tasche, sotto i
polsini della camicia, eccetera. Tutto ciò, nonostante la
solerte presenza di commissari, vigilanti, cerberi bercianti
di cui tutti i candidati presidi si facevan gioco, lasciandoli
al loro inutile sbraitare, di cui sembravano intimiditi solo
quelli che usavano appropriatamente i vespasiani.
Insomma, il Fiaccadori era passato agli orali, come il
Carlone che aveva avuto ovviamente un voto migliore; ma
l'interrogazione sarebbe toccata loro in giorni diversi. Per
l'occasione (un concorso a Preside!) il Fiaccadori dismise
i blue jeans, la maglietta a girocollo che decenni più tardi
sarebbe diventata impresentabile, in quanto civetteria del
ladron de'ladroni, il servo dei padron de'padroni della non
più FIAT, la fabbrica non più italiana che era stata di
Torino ed era oramai di Detroit.
Aveva un caro zio, il Fiaccadori, un idealista che dopo la
vittoria del fascismo s'era fatto riconoscere la prima ora,
millantando una inesistente partecipazione alla marcia su
Roma, e poi durante la guerra, non ancora quarantenne,
quindi in perfetta vigoria, s'era imboscato con scuse
sanitarie pretestuose. Da sfollato, durante un
rastrellamento, catturato dalle SS, era stato interrogato, a
modo loro: era apparso troppo giovane ed in forze, quindi
era un disertore, o un partigiano, o chissà che. Andava
smascherato! Tornato a casa sfigurato, sul subito non
l'avevano riconosciuto né la moglie né le cognate, ma lui
era rimasto sempre di quelli, sopratutto dopo la
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
96
Liberazione, quando s'era palesato concreto il rischio che
sotto la spinta dei sovversivi partigiani rossi gli
nazionalizzassero quanto possedeva nel porto ligure di cui
era originario. Insomma nonostante il liscia e bussa
dell'Alleato era rimasto coscienziosamente fedele ai suoi
interessi di classe, anche perché non aveva molto tempo
per revisioni ideologiche, occupatissimo a rincorrere la
moglie che via via lo lasciava per amanti lontani
prendendo una nave, ché l'aereo era un mezzo ancor
troppo poco diffuso, e sopratutto meno romantico.
Fiaccadori voleva bene a questo zio, bonario ottimista, ne
ascoltava le favole a sfondo quasi sempre boccaccesco e
ne sopportava le ironie antiprogressiste e fascistoidi. Da
bravo ligure non sganciava mai (eccetto una volta, quando
seppe della laurea: gli dette 5000 lire) ma era prodigo di
vestiti smessi. Era un dandy, un coureur de femmes, lo zio
Mimmo; a ottant'anni suonati il Fiaccadori lo trovò in
ascensore e subito si sentì interrogare se il borsalino
marron andava bene :
«Sai, bisogna sempre esser pronti, posson capitare delle
occasioni»
e soggiunse, al sorriso tra lo stupito e lo scettico del nipote
«Guarda, non voglio farti le memorie d'un ottuagenario,
ma io… ancora, sì sì, funziono, funziona» con aria
asseverativa, sottolineando il dire con un serissimo
accigliarsi, trasformatosi presto in un sorriso annuente,
nell'effluvio di acqua di colonia che lo accompagnava.
Fiaccadori Quella sera gli era salito in casa perché la
vecchia zia gli aveva annunciato la disponibilità di uno
stock di camicie, calzini, gilet, paletot e vestiti completi
che lo zio non avrebbe più messo. C'era persino un
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
97
completo gessato, doppiopetto, pantaloni coi risvolti,
foderato in seta oramai ingiallita, pieno di bottoni, senza
neanche una cerniera lampo, che risultò essere il vestito
del matrimonio: oltre cinquant'anni prima. La felice quanto
burrascosa unione si era consumata nel 1930, ma il vestito
era in ottimo stato, se si evitava di porre l'occhio sul colore
dubbio della fodera in corrispondenza del cavallo dei
pantaloni. Solo che era di lana pesante, e l'esame si teneva
in tarda primavera, a giugno: per fortuna, nel ciarpame che
in altri tempi sarebbe stato destinato alla Charitas c'era
anche un bel completo giallo oro, di cotone; probabilmente
usato una o due volte ai Tropici, e senza colorazioni
nascoste ed inquietanti. Un taglio desueto (peraltro, mai
improponibile quanto il colore) non scoraggiò il Fiaccadori,
e lo vestì per il concorso che doveva dare una svolta alla
sua vita: fare il Preside, come la mamma, che ne sarebbe
stata felicissima, trovandosi realizzata anche nel figlio in
cui aveva sempre creduto poco, concludere la carriera da
preside, finalmente rimettendo in sesto i Destini della
Scuola Italiana che non aveva potuto raddrizzare da
capopopolo prima e sindacalista poi, andare in pensione
con un bel gruzzolo, e recuperare infine con uno status
sociale elevato e dignitoso tutte le malefatte di gioventù,
anzi, tutto quello che aveva combinato fino al giorno
prima.
Col suo bel completo giallo non badava alle ironiche
taglienti occhiate degli altri aspiranti concorrenti a quella
che vent'anni dopo sarebbe divenuta dirigenza scolastica.
Non pensava che quei sorrisi di scherno mascherato da
sufficienza riguardassero il completo da crociera caribica
dello zio, ma piuttosto la sua barba rossiccia e cespugliosa,
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
98
manifestamente evocatrice di gloriose barricate,
ideologiche ma non solo, e se ne pompeggiava. Finché
toccò a lui.
***
L'ingesso non fu esaltante. Era un'aula scolastica
ricondotta ad altra, più elevata, funzione, però questo
mutamento di destinazione lo infastidì immediatamente.
Eppure lo sapeva dov'era! Dietro un grande, lungo tavolo
di ciliegio stavano sussiegosamente seduti cinque funtori
della Scuola Pubblica. Al centro, un tipo segaligno, con
degli occhialetti cerchiati in metallo dorato: il Presidente,
un professore universitario di chimica, o roba simile. Alla
sua destra una carampana belloccia ed ammiccante,
platinata fintabionda, labbra rosse: un'ispettrice,
accompagnata da una smorta preside in servizio. Dall'altra
parte un ministeriale, chissà, un capodivisione, tronfio
paonazzo gocciolante, e poi uno che, interessatissimo,
leggeva un giornale.
Il Presidente aveva davanti a sé il corbello delle
dotte pubblicazioni di Fiaccadori, articoli sul Risorgimento
e sopratutto sulla fenomenologia delle confessioni
religiose nella multietnica città dove il Fiaccadori era nato
e tornato a risieder dopo alcune peregrinazioni.
Un sostanzioso malloppo, ed il fatto che fosse in mostra
corroborò il candidato:
- Butta bene, s'interessano alla mia produzione scientifica.
Firma di qua, firma di là, si accomodò dalla parte delle
squinquoie, perché con loro poteva gigioneggiare. Era l'
arma abituale in situazioni del genere: far partire occhiate
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
99
assassine, toni bassi e suadenti che escono dal cuore più
che dal gùtture, e le tardone, specialmente loro! son fatte.
Così accadde: la fintabionda, che vestiva un vaporoso
vestito chiaro, quasi in tinta col completo caribico dello
zio (ma l'impreziosivano tre giri di una collana di rametti
di corallo, in tinta perfetta, questo sì, col rossetto) prese
subito le redini dell'interrogazione, e dopo qualche cazzata
sull'importanza del ruolo del Preside formulò l'assennata
quistione:
- Libertà della scuola, libertà nella scuola
disse, calcando particolarmente sulla prima sillaba delle
due preposizioni articolate. Il Fiaccadori smise di tubare e
prese a titubare:
- Cosa avrà voluto dire, accidenti, ma da che parte butta
questa sgarzuola?
In effetti l'argomento era capzioso: a parte il Presidente,
una sfinge, gli altri quattro erano stati scelti col manuale
Cencelli delle commission d'esame: ciascuno dei tre
sindacati confederali aveva un rappresentante, ed uno era
del sindacato autonomo. Ma chi era? Su chi poteva
appoggiarsi il disorientato Gianfrancesco per un discorso
appena lontanamente in linea col disgusto per la scuola
clericale? La presenza di spirito cominciava a fallare, prese
a balbettare ovvietà sull'articolo 34 della Costituzione, e la
sgarzuola lo bloccò subito, riferendosi a non so più quale
dibattito alla Costituente. Sparò uno slogan sulla illiceità
del finanziamento occulto o palese a qualsivoglia scuola
non statale, e i quattro cominciarono a strepitare contro
quella banalità, ma presto principiarono a becchettarsi a
vicenda, oramai ignorando il candidato, in un crescendo di
manifestazioni di solidarietà cogli asili delle suore, e di
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
100
rimando con quelli comunali dell'Emilia allora ancor rossa,
senza scordarsi l'Università Cattolica del Sacro Cuore, e
via così. Erano tre a uno, perché il Presidente continuava
imperturbabile a consultare gli scritti del Fiaccadori
davanti a sé.
Piano piano successe quella cosa.
Cominciò a vedersi da lontano, o meglio, da qualche metro
di distanza, di tre quarti, dietro. Era lì tra la finestra e il
muro della porta, ma al tempo stesso era seduto davanti a
sé con quel buffissimo completo giallo, il sole traluceva
dalle veneziane sgangherate illuminando la banda dei
quattro e il loro Presidente gesticolanti mentre i raggi
ineguali del romanissimo sol invictus di giugno
disegnavano strani arzigogoli su braccia, collane, occhiali
e ghigne sudaticce.
Ritto in piedi si guardava seduto, e fu il disvelamento del
futuro a proporsi al di lui libero arbitrio.
- E io dovrei diventare come quelli lì?
Quelle lì che parlavano parlavano, per corregger le sue
parole, smentirle, mortificarle ed annientare la sua
originalità il suo essere la sua barba rossa, e costringerlo a
indossare gessati e cravatta tutti i giorni, e chissà se lo zio
ne avrebbe avuti abbastanza, da dismettere e trasmettere a
quel nipote che lui tanto amava, nonostante non si
vergognasse di proclamarsi comunista, lui che a giorni
alterni si vantava d'aver fatto la Marcia su Roma. Chissà
perché quello zio amava quel nipote. Forse perché era
tirchio più di lui?
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
101
Insomma al Fiaccadori sarebbe toccato comprare dei
vestiti completi. E metterli. Con la cravatta, che è il
peggiore dei problemi, perché mai aveva saputo sceglierle
in tinta. Si sarebbe dovuto affidare a qualche bidella, o
segretaria (professoresse no, troppo impegnative).
Mentre in piedi, al muro, la proiezione del suo corpo si
torceva mani e meningi con quelle nerissime previsioni sul
futuro della sua persona e del suo portafoglio, davanti a lui
seduto il Presidente chiedeva quali fossero i suoi interessi
scientifici e di ricerca. Fece la faccia stranita, il
disorientatissimo candidato che pensando «come, ha
scartabellato le mie pubblicazioni fino ad ora e me lo
chiede?» rispose:

La qabbalah.
con un sorriso tra l'ebete e l'aria a offendere.
La coalizione si ricompose. Questa manica di burocrati
ignoranti conosceva la mistica ebraica meno di quanto il
Fiaccadori conoscesse la propulsione nucleare dei
sottomarini sovietici, sicché cominciarono i sorrisetti, le
smorfie di disgusto, lo sconcerto generale. Gli venne in
mente che chissà, a qualcuno di quel convegno dei cinque
la parola doveva aver evocato lontani ricordi, tipo la
cabala del lotto, quella del botteghino dove zia Concetta lo
portava a spasso per giocare i numeri sognati nottetempo.
Sicché provò il contrattacco, cercando di spiegare con
manifesto disprezzo di che cosa si trattasse. Macché, i
cinque avevan già deciso di sbatterlo fuori.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
102
Uscì, raccogliendo la professorale cartella nera, senza
neanche salutare.
Non l' avrebbero avuto.
Rientrò a casa dello zio (non quello dei vestiti smessi, un
altro, giornalista nella capitale, una persona delle più
sventurate) che lo ospitava abitualmente quando veniva a
Roma.
Fiaccadori raccontò sollevato del pericolo a cui era
scampato, ma la reazione fu completamente diversa
dall'entusiasmo liberatorio che lo animava.
- Mi aspettavo mi dicessi "Caro zio, mi dispiace non aver
vinto questo concorso"
fece, deluso di non poter aggiungere un preside al blasone
familiare.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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I FRAMMENTI DI GIAMBLICO
Nelle ampie, riservate sale di consultazione della
Biblioteca Nazionale di Firenze nel silenzio giacevano in
deposito centinaia di volumi sui lunghi, massicci tavoli di
quercia. Ad intervalli emergevano, funghi evocanti antiche
tecnologie non indifferenti all'estetica, lampade a doppio
braccio ritorto, coverto da tondi cappelloni, che raramente
illuminavano la lettura: i lettori, rispettosissimi delle carte
destinate alla pubblica cultura, spesso non disdegnavano
rifornirsi di pubbliche lampadine.
Alle pareti gli scaffali si succedevano in austera teoria,
conchiudendo in sé i repertori di molta parte dello scibile
umano, anzi, quasi tutto. Esso era ordinato secondo oscuri
ma funzionali criterii biblioteconomici: non uno spazio
vuoto spiccava. Corridoi, pilastri, rientranze delle finestre,
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
104
tutto era fasciato da palchetti ricolmi, che solo in certe
stanze ariose, dalle cui vetrate s'intravvedeva scorrere
lutulento l'Arno, si trasformavano in austeri plùtei,
invitanti ai piaceri dello studio.
Una fuga di ripiani saliva verso l'interruzione del ballatoio,
che consentiva agli studiosi di ripartire nella ricerca da
quattro metri d'altezza, per svettare sino al soffitto,
complici certe scale assicurate ad una rotaia che ne
permetteva il movimento nei due sensi orizzontali. Robusti
corrimano in legno e metallo salvaguardavano gli utenti da
improvvidi scivoloni o esiziali cadute; leggii scorrevoli
consentivan la consultazione di tomi voluminosi già lassù,
senza doverseli calare ai tavoli. Vi si accedeva per certe
scalinate di legno cigolante, strette, ripide.
Il professor Girardi, filologia classica, grassissimo, ci
passava a malapena di traverso. Quando poi le passerelle
al suo incedere s'incurvavano minacciose, la gente dai
tavoli di sotto s'alzava, per allontanarsi a far prudenziale
rifornimento di caramelle, consultare il catalogo,
corteggiare una bibliotecaria... Qualsiasi scusa era buona
per salvarsi dal rischio del crollo.
Poi, nella sala più lontana, che s'apriva dopo il reparto
della storia ecclesiastica, Andrea Francucci ricercava.
Intorno a lui, il vuoto: nessuno voleva farsi veder vicino a
chi aveva maldestramente reinterpretato le fotocopie delle
lettere di Togliatti scovate negli archivi moscoviti dopo la
dissoluzione dell'URSS, e lui fuggiva sdegnosamente tutti,
convinta vittima dell'invidia, ancor più che delle beffe
della sorte. Ma nulla poteva cancellare lo sbiadito grigiore
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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in cui gli sfiorivano il baffo ed i capelli, un tempo biondi
riccioluti e sbarazzini.
Solo un tipo dall'aspetto poco convenzionale azzardò
avvicinarglisi, una mattina. Inizialmente evitando
riferimenti precisi cominciò a farsi riconoscere: gli fece
presente di essere rimasto trozkista, aggiungendo, con
civettuola ironia autocritica, di sentirsi perciò un
conservatore, in pratica un tradizionalista fuori del tempo.
Comunque, mai quanto i cultori della Rivista di Studi
Napoleonici di Portoferraio, elbani vagheggiatori dei
Cento giorni.
Francucci sospettosissimo illividiva a quelle citazioni
trasversali: tra i filonapoleonici, oltre ad avvocati in
disarmo e begli spiriti locali, spiccava Furio Diaz, il
decano degli storici d'Italia, che lo avrebbe volentieri
scuoiato. Quanto ai trozkisti, era notorio che sempre se
n'era burlato, specialmente quando se li trovava davanti
agli esami: insomma non capiva perché quell'individuo di
cui non ricordava nulla ce l'aveva con lui.
Se ne sovvenne l'indomani: il tizio tornato a sederglisi
accanto gli ricordò di trent'anni prima, quando (erano
appena ragazzi) ad un convegno nazionale di Nuova
Resistenza, nel salone di S. Apollonia, qualcuno aveva
vomitato violacei resti dietro gli scranni della presidenza
già allora occupata da Francucci, che aveva chiamato per
pulire. Quel qualcuno era lui, il Falleni, allora un
giovinetto poco esperto degli effetti combinati di tabacco e
vino, e perciò ecco, ricordare i vecchi tempi e le belle
speranze, oh che distensione! Francucci erano mesi che
non si faceva una risata di cuore.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Giorni dopo capitò a far ricerche Soriano Afridi. Falleni lo
salutò vivace, a manifestargli affettuosa solidarietà, e poi
malefico attaccò briga col solito Francucci, illudendolo di
potersi fare un'altra risata liberatoria. Il diabolico Falleni
chiamò in causa dapprima la società totalitaria, poi
l'immaginario repressivo, quindi l'avvento traumatico
dell'età moderna, con i roghi di streghe ebrei e liberi
pensatori, e via a far paralleli con la situazione
contemporanea, per finire con un "Che ne pensi, Afridi?" e
lui, viperesco: "Scegliere fra tradire la storia e rimanerne
tradito... Ti dirò: sono contento di non essere Francucci".
Paonazzissimo, lo storico non rispose ed anzi s'allontanò
molto agitato, per le scale che portavano dove eran
raccolte le opere di Giamblico, un esoterico del mondo
antico assai distante dai suoi interessi, nonostante tutto
ancora concentrati sul passato recente del movimento
operaio organizzato italiano.
S'aggirò furiosamente su e giù, come per decidere che
cosa cercare, mentre la gente di sotto lo guardava in tralice.
Ma tenevano sopratutto d'occhio il grassissimo, pericoloso
Girardi, caracollante lento in lontananza. Quando disparve
alla vista degli studiosi, nessuno gli fece più caso. Solo
qualcuno con un cortese ma fermo "Silenzio!" zittì il
trambusto che ad un certo punto s'avvertì discendere
proprio da dove era sparito Francucci. Poi, Afridi se ne
andò, con un saluto a malapena accennato, distratto anzi.
Falleni rimase: di solito si tratteneva sino alla chiusura.
S'alzò soltanto quando vennero a pregarlo d'andarsene.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Il mattino dopo, fu il Giornale Radio delle sette a farlo
sobbalzare. Francucci era stato trovato strangolato nella
Sala Consultazione della Biblioteca Nazionale Centrale di
Firenze. Apparecchiandosi la succulenta colazione d'ogni
mattina, Falleni pensava ai bizzarri casi della vita: poteva
essere stato l'ultimo, anzi, il penultimo ad averlo visto vivo,
ad averci scambiato due parole. Neanche per un attimo
presentì ciò gli stava per capitare: il codice a barre della
tesserina verde che serviva per entrare in Biblioteca aveva
consentito di registrare l'ora d'uscita degli utenti. Lui era
stato proprio l'ultimo: con tempestività computerizzata la
Questura di Firenze lo mandò a prendere. In pochi minuti
fu a destino.
Negli uffici di via San Gallo Falleni avvertiva un vago
disagio. Con maestria televisiva l'ispettore Concetto
Cipparrone gli lesse una deposizione: «Dinanzi a noi,
eccetera eccetera, il prevenuto Afridi Soriano, di
professione pubblicista, pregiudicato, a domanda risponde:
"Non ho scambiato neanche una parola col Francucci. Ho
parlato a persona che parlava con lui, e che non intendo
nominare, anche perché non ne ricordo esattamente nome
e cognome, avendone avuto conoscenza superficiale in
tempi lontani, quando non si prestava attenzione ai dati
anagrafici...».
Falleni cominciava a capire che stava nascendo un guaio.
«Fu lei la persona che fece da tramite tra la vittima
Francucci Andrea ed il prevenuto Afridi Soriano?»
«Macché da tramite, io parlai con entrambi degli stessi
argomenti, ossia dell'intersezione tra la dimensione dello
storico-politico con quella del sociale, che c'entra...»
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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L'ispettore, tutt'altro che laureato in discipline storicosociali, tagliò corto e fece un cenno al dattilografo che
solerte digitò: «A questo punto al prevenuto Falleni
Giuseppe viene contestata l'imputazione di omicidio nella
persona di Francucci Andrea, in concorso con Afridi
Soriano ed ignoti. Il prefato Falleni viene altresì invitato a
nominare un difensore di fiducia».
Falleni prese a tremare. I meccanismi della caccia alle
streghe gli erano anche troppo noti, e la correità con Afridi,
imputato di omicidio di un famoso anzi famigerato
commissario, era di pessimo augurio. Tra l'altro, non
poteva nascondere d'avere progettato di torturare intellettualmente, è vero, ma sino a che punto la
distinzione poteva avere un senso?- il Francucci, per far
vendetta del superbo strupo... In fondo, ciò che importava
era proprio questo: Falleni non poteva non sentirsi, e
quindi non essere, colpevole, avendo non solo immaginato,
ma addirittura iniziato a tormentare, pur se solo
verbalmente, la propria vittima.
Era colpevole, e correo di colui che si era dimostrato
colpevole nel caso del commissario, poiché era stato
riconosciuto tale. Falleni faceva calcoli, mentre lo
traducevano alla sezione giudiziaria del carcere di
Sollicciano: per concorso in omicidio, con le attenuanti di
legge poteva cavarsela con sedici anni di rito abbreviato,
un po' di buona condotta, in sette-ott'anni sarebbe stato
fuori.
Nel cellulare gli venivano i lucciconi agli occhi, al pensiero
di tante notti in branda senza le dolcezze della sua cara
Marina. Subentravano delirii di autoaffermazione, come il
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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mellifluo solletico di un altro possibile "J'accuse" di Carlo
Ginzburg, in cui Afridi e Falleni si trovassero gemellati,
nella battaglia di cultura e civiltà contro l'oscurantismo
poliziesco di fine millennio. Intellettuali di tutto il mondo
vi si sarebbero uniti... Noam Chomsky, naturalmente, e
Renzo Piano, Pedro Almodovar, magari anche Rita Levi
Montalcini...
Intanto, l'ispettore Cipparrone, nella saletta massaggi di
una riservatissima sauna dalle parti di Bellariva, rifletteva
sul materiale che aveva messo insieme. Certe cose non
quadravano davvero. Doveva esserci una complice donna.
Quei due non ne avevano parlato. Cocciuti, teste di rapa,
duri come cavolfiori surgelati: ma ci avrebbe pensato lui,
quella specie di codice d'onore di lottacontinuisti in
disarmo non avrebbe funzionato.
L'avrebbe incastrata quella che s'era sfilata i collant
serviti a strozzare il professore. Già, perché i riscontri
visivi ed olfattivi dimostravano inequivocabilmente che
quei collant erano usati, e di fresco... Purché non
arrivassero prima i Carabinieri...
A quel tremendo pensiero, Cipparrone si riscosse, e
lasciate le mollezze della sauna, rinfrancato a sufficienza
da certe confidenziali manipolazioni tornò in Questura, e
con un veloce controllo incrociato sul suo cervellone
elettronico, scovò una che, presente nelle sale della
Nazionale più o meno all'ora del delitto, era di sinistra ed a
suo tempo aveva avuto a che fare con Francucci.
Trattavasi di certa Tatiana Cortopassi, già aderente al
Partito Marxista Leninista Italiano, impiegata alla Regione,
fuoricorso di Lettere, trentasette anni.
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Poco capace di tacere, appena interrogata spiegò subito di
essere stata sedotta dal miraggio di pubblicare la propria
tesi su certi inediti carteggi di Giancarlo Pajetta che
(manco a dirlo) parlava male di Togliatti. Francucci gliene
aveva promesso l'edizione, ma dopo l'incidente delle
fotocopie moscovite le aveva comunicato che il progetto
doveva considerarsi abortito (assieme ai suoi desideri di
portarsela a letto), La Cortopassi da allora aveva vissuto
solo per la vendetta. All'ispettore che l'interrogava aveva
gridato tutto il suo disprezzo per quello spompato di finto
ricercatore, e senza ritegno né prudenza s'era mostrata
compiaciuta assai della sua meritata fine.
Lei l'aveva seguito quel pomeriggio sul ballatoio, gli
aveva sibilato (sottovoce, per non disturbare i lettori) tutto
il suo odio, lo aveva investito della sua ira: aperta la
borsetta, dove conservava in un sacchetto i collant che si
era appena dovuta cambiare, glieli avrebbe volentieri
ficcati in bocca, ma lui s'era difeso, e s'era limitata a
tirarglieli sul muso. L'unico suo rammarico era di non
essere stata lei ad ammazzarlo.
Naturalmente, a quest'ultima dichiarazione non prestò
fede Cipparrone che la schiaffò dentro convinto di aver
risolto il caso: aveva trovato l'omicida, dopo aver arrestato
i complici che avevano ordito la trappola contro lo
sventurato storico.
La stampa nazionale colse l'occasione per aggiungere
nuove pennellate all'immagine di malvagi maestri che certi
rivoluzionari d'un tempo, idealisti malvissuti, si portavano
incollata addosso. L'istruttoria era chiusa, si trattava ormai
di attendere fiduciosi il processo, e la condanna a cui i
mostri non sarebbero potuti sfuggire.
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Nel carcere dove consumava le sue speranze Falleni
venne visitato da un amico, un insigne professore di latino
medievale. Chiacchierando delle ricerche interrotte e di
quelle da fare, il discorso cadde sul convegno di studi
"Origini delle scienze filologiche" a cui il detenuto aveva
inviato un contributo scritto. Data la situazione, non
avrebbe dovuto esser preso in considerazione, ma grazie a
Girardi era stato letto in una seduta secondaria, e sarebbe
stato comunque pubblicato con le altre relazioni.
A Falleni che mesto chiedeva di ringraziare il filologo,
venne in mente di averlo visto in biblioteca il pomeriggio
dell'omicidio. Lo disse all'amico, che, messo in allarme dal
suo intuito di ricercatore, rammentò che Girardi al
convegno era apparso deconcentrato, come se qualcosa lo
rodesse. Era giunto persino a sbagliare un paio di
desinenze, pronunziando il suo discorso in latino...
Promise a Falleni di andarci a parlare, se per caso aveva
sentito, o visto, qualcosa, quella dannata sera.
Girardi stava male. Colesterolo, postumi di un ictus, flebite,
difficoltà di respirazione... Il grasso esorbitante che si
portava dietro consumava irreversibilmente la sua forza
vitale. Visitato nel suo letto di dolore dall'insigne collega
latinista, si confidò con lui.
Pochi giorni dopo il grassissimo filologo ansimando
stoicamente di fronte al Procuratore della Repubblica di
Firenze salvava Falleni, Afridi e la Cortopassi dalla galera,
e Cipparrone, la Questura e la giustizia da un'ennesima
brutta figura.
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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Con la sua confessione illuminò tutti i punti oscuri di quel
pomeriggio, lassù sul ballatoio.
Quando Francucci era salito nel settore degli esoterici del
mondo antico, era stato seguito dalla Cortopassi, che
l'aveva aggredito, sibilandogli improperi, per allontanarsi
subito silenziosamente dopo avergli tirato in faccia i
collant graveolenti. Poco lontano Girardi aveva assistito
non visto alla scena: non appena la ragazza era sparita,
seguita per qualche passo dallo storico, s'era fatto avanti
lui. Presi i collant rimasti impigliati nel corrimano aveva
avvicinato Francucci, ancor disorientato e fermo sui primi
gradini della scala che scendeva.
Lasciati quindi scivolare in terra certi fogli, aveva fatto le
viste di non riuscire a riprenderseli, a causa delle
ristrettezze del camminamento, e dell'ampiezza della sua
pancia. Ma era una scusa, per chiedere sussurrando aiuto al
Francucci, che s'era voltato, felice di poter fare qualcosa
che lo distogliesse dal subbuglio provocatogli dall'insulto
appena patito, e dal basso del gradino s'era chinato in
avanti a raccoglierli, quasi ai piedi del collega grassone.
Il professor Girardi rapido avviluppando il sudicio collant
attorno al collo, non davvero taurino, dello storico prono
sotto di lui aveva stretto, girando a vite, il sintetico,
resistentissimo tessuto. Lo sconcerto dell'improvviso
assalto unito all'affanno della rabbia che già animava il
petto del povero Francucci ne avevano accelerato la fine,
impedendogli quasi di reagire.
Era caduto ai piedi dell'edizione critica dei
frammenti di Giamblico: l'abbondante filologo quindi,
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vendicatore della dignità delle scienze umane violata
dall'ignobile falso antitogliattiano s'era dunque allontanato,
per una volta leggero, anche se solo nell'animo, pago della
bisogna compiuta.
INDEMONIATO
Undici di mattina più o meno precise. Campane, mentre
l'organo attacca accordi che avrebbero voluto esser
maestosi, ma stridevano, perché si vede le canne eran
fredde. Cantar salmodiando di ragazzini in doppia fila, dal
più alto al più piccino e il prete in fondo, così svettava
ancor di più. Urto allo stomaco con rigurgito di vomito:
dovetti allontanarmi verso l'uscita laterale, e passando
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114
davanti all'acqua benedetta mi si girò la testa, e pensai a
quel dottore che si diceva cattolico praticante, e poi di
sicuro immergeva le mani in quel ricettacolo di microbi
eterogenei che sono le acquasantiere, e mi venne un
sentimento tra lo sprezzante e l'attonito.
Una strizza dalla parte del fegato mi convinse ad uscire;
detti la colpa all'eccessiva quantità di vino della sera prima.
Macché, era roba buona, e poi la testa non mi doleva. No,
era proprio il demonio. Di fuori, non mi soddisfaceva più
neanche guardare in alto le metope, e lo sguardo scese
verso l'abside. Mi prese ancor di più la rabbia di quel
campanile assurdo, un parallelepipedo di cemento armato
dietro una splendida pieve romanica pisana.
Ecco, il problema era tutto lì: mi faceva rabbia il prete col
codazzo di ragazzini che avevo visto accarezzare lubrico,
il porco simposiarca dagli inconfessati desideri platonici,
invece magari preconizzava il neotomismo, con quegli
occhiali da studioso estemporaneo di manoscritti
trecenteschi. Masturbatore di falli a malapena puberi, altri
l'avrebbe considerato un buongustaio, io l'odiavo. Non so
se fosse invidia o repulsione, so che aveva delle lunghe
mani con dita nodose da sverginamucche, e tastava i
ragazzini, naturalmente sul collo, sulle spalle, ma la
corrente bioelettrica che trasmetteva l'avvertivo a distanza:
i ragazzini ridacchiavano maliziosi.
Eppure ero entrato e il colpo d'occhio della navata centrale
coll'arioso succedersi delle colonne, ed il pilastro là dove
avrebbe potuto aprirsi il transetto, e i capitelli, solo pochi
istoriati alla maniera altomedievale con mostri o teste
impressionanti, e invece eran quasi tutti corinzi, e il sole
che traluceva dalle feritoie oblunghe, tutto per qualche
Pardo Fornaciari - Il fallo di suor Adele ed altri racconti
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attimo m'aveva condotto al sublime. La grazia, l'eleganza
del romanico pisano è ciò che più distende e corrobora e
produce fiducia nella bontà profonda dell'animo umano. E
poi ti vedo quel prete col gonnellone che carezza un
adolescente, e mi son venuti in mente tutti quelli che han
tentato di carezzare me o chi m'era vicino, e poi s'é
spostato verso la turba di ragazzini, e pareva proprio il
Vescovo delle 120 giornate di Sodoma.
Sacerdote ma di che? Che dono sacro comunicava, quel
sodomita represso, che poi va bene esser sodomiti, certo,
eppoi spesso i ragazzini sono più eccitanti delle
ragazzine… ma no, il problema è tutt'altro: che lui va in
giro a predicare la castità, la monogamia, l'anorgasmia, e
poi approfitta dei giovinetti. Mesto rituale da bucanieri che
si perpetua dai chiusini dei seminari alle tovaglie bianche
delle sacrestie.
Ah, lo splendore solare di chi rivendica per sé e per gli
altri la libertà assoluta della forza erotica! L'assoluto
assumersi su di sé la forza del piacere da prendere e
comunicare, senza impastoiarsi ai vincoli del sesso e
dell'età...
Bene, quel maledettissimo prete m'allontanò una volta di
più dalla sacralità di cui doveva esser dispensiere. Tante
altre volte m'è successo. Stavolta aveva funzionato con
l'allontanarmi dalla fruizione del bello. Il senso di
esaltazione che m'aveva preso, grazie al colpo d'occhio
dalla navata all'abside, decadde e si convertì in malessere,
oppressione del plesso solare.
Doveva essercisi messo di mezzo il demonio, di certo.
Se non riconosco la sacralità presbiterale nel momento di
quella che a lui prete sembra tenerezza giuliva, nel
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condurre la turba degli adolescenti all'altare, ed io invece
ci vedo, anzi, ci scopro, la doppiezza d'una inconfessabile
pederastia, vuol dire che è il maligno conoscitore ad
animarmi.
Nel paradiso terrestre quei due vollero conoscere, ecco
cosa!
Il peccato originale è di conoscenza, forma intellettuale
della curiosità, ancor prima che di disobbedienza, di
ribellione all'autorità, ecco cosa!
Il serpentaccio malefico t'incita alla sapienza, ecco cosa!
Ed io sapientemente disvelo, a me stesso sicuramente, e
poi se vuole anche al prete, il torbido della sua melliflua
tenerezza.
Sono un indemoniato.

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