Il vero Paolo - Equipe Notre Dame

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Il vero Paolo - Equipe Notre Dame
TEMA DI STUDIO
IL VERO PAOLO
Un percorso alla scoperta di San Paolo
INDICE
PRESENTAZIONE ........................................................................................................................... 3
PRIMO INCONTRO......................................................................................................................... 6
SECONDO INCONTRO................................................................................................................. 12
TERZO INCONTRO....................................................................................................................... 21
QUARTO INCONTRO ................................................................................................................... 27
QUINTO INCONTRO .................................................................................................................... 35
SESTO INCONTRO........................................................................................................................ 41
I diversi testi per gli incontri sul tema di studio fanno riferimento ad alcune pubblicazioni su S.
Paolo, in particolare a MARGUERAT D, Paul de Tarse. UN homme aux prises avec Dieu, Ed. du
Moulin, CH. 1999, e ad altri studi apparsi in occasione dell’Anno paolino.
Le domande sono state formulate dalle singole coppie della Equipe Torino 74, durante il tema di
studio svolto nell’anno 2009-10.
Le preghiere possono essere utilizzate per la riunione d’equipe.
Don Paolo Ripa di Meana
Chiara e Marcello Baricco
Cristina e Dado Greppi
Raffaella e Riccardo Osella
Laura e Carlo Ravetti
Giulia e Marco Salza
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PRESENTAZIONE
ANCHE IL CRISTIANESIMO HA AVUTO IL SUO ENFANT TERRIBLE
La reputazione di Paolo è ormai consolidata: autoritario, dottrinario, conservatore intransigente,
perfino anti-femminista ... Paolo è una figura molto controversa del cristianesimo. L'Occidente
cristiano non ha ancora finito di fare i conti con un apostolo cui peraltro deve la sua fede. I cristiani
si consolano volgendosi ai Vangeli, tanto più facili da leggere delle sue lettere, e soprattutto tanto
più semplici! Paolo avrebbe cambiato la pura religione del cuore, insegnata da Gesù Cristo, in un
sistema dottrinale complicato e tortuoso?
EVITARE UNA LETTURA DEFORMANTE DELLA FIGURA DI PAOLO
In ogni caso, Paolo ci risulta distante. Intanto per il suo linguaggio: quanti comprendono oggi che
cos'è la giustificazione per fede e la circoncisione del cuore, o sanno che gli atti carnali non
indicano un piacere sessuale? Distante per le vicende complesse in cui si è trovato implicato: che
cosa cova tra lui e i Corinzi? perché questa collera furibonda contro i Galati, i quali devono aver
pensato che il cielo crollasse loro sulla testa sentendosi dare degli stolti (Gal 3,1)?
Distante, anche perché il tempo passato in circa duemila anni ha depositato sulle sue parole una
ridda di idee, di esegesi, di interpretazioni, come altrettante mani di vernice su un vecchio mobile.
Così non è più Paolo colui che ascoltiamo quando lo leggiamo. È una voce filtrata, una voce
deformata, travisata dai secoli di lettura che si frappongono tra lui e noi. La sua voce si è attutita a
tal punto che, come vedremo, più di una volta le sue affermazioni sono interpretate al contrario di
quanto vogliono autenticamente significare.
Ma già ai suoi tempi, questo rinnegato del giudaismo suscitava irritazione. Perfino tra i cristiani,
questo apostolo autonominatosi tale non ha mai riscosso il generale consenso. Egli non era uno dei
Dodici. Egli non faceva parte del prestigioso gruppo dei compagni dell'uomo di Nazareth. Non ha
cessato di creare problemi a quel nucleo storico del cristianesimo che era la Chiesa di Gerusalemme.
Giovanni Crisostomo, un Padre della chiesa del IV secolo, già si doleva del disinteresse di cui
Paolo era vittima: «Soffro e mi rattristo all'idea che non tutti conoscano quest'uomo come
dovrebbero conoscerlo, che alcuni l'ignorino a tal punto da non sapere esattamente il numero delle
sue epistole. E questo non per mancanza di istruzione, ma per scarsa volontà di dedicarsi con assiduità a questo beato».
Paolo, figura controversa. E tuttavia senza di lui, senza la sua capacità di strutturare le verità
essenziali del cristianesimo, la cristianità sarebbe rimasta un'oscura setta. Paolo si è trovato là,
uomo provvidenziale se ce n'è uno, a quel crocevia dove il cristianesimo s'è aperto all' universale.
Paolo è stato il traghettatore attraverso cui la Parola è giunta al mondo. A distanza, mettendo insieme tutte le considerazioni, noi siamo dei figli di Paolo.
FIGURA DI FONDAMENTALE INTERESSE
Ci sono almeno tre motivi per interessarsi a Paolo oggi.
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Il primo è che quest'uomo ha avuto un percorso individuale sorprendente, che l'ha fatto passare
dalla condizione di nemico del movimento di Gesù a quella di predicatore dell'evangelo. Un uomo
che abbia vissuto delle esperienze tanto sconvolgenti, a cominciare dalla sua famosa «conversione»
- e bisognerebbe chiedersi se il termine è esatto -, ha parecchio da dire. Più di una volta troveremo
nelle sue affermazioni la traccia di una così forte esperienza di Dio.
La seconda ragione per interessarsi a Paolo è che con lui si è attuata agli inizi del cristianesimo
un'opera missionaria di portata senza precedenti. A che cosa si devono attribuire i suoi successi?
Rinvigorirsi nell'audacia e nelle sfide degli inizi gioverà al nostro cristianesimo stanco.
Terzo motivo, il più importante: Paolo ha definito la dottrina cristiana. Ha riflettuto sulla vita del
credente. Mai prima di lui era stato espresso con tanta profondità che cos'è la grazia, che cos'è il
peccato, che cos'è la libertà cristiana. In realtà, il destino dell' Occidente non sarebbe stato quello
che è stato, e quello che è, senza la capacità di Paolo di definire radicalmente la sorte dell'umanità
davanti a Dio.
Del resto Paolo, nella prima generazione cristiana, è stato il solo a scrivere. Tra l'anno 30 e l'anno
60, data in cui egli giunge a Roma prigioniero per essere giudicato dall'imperatore, nessun altro si
dedicherà come lui a una tale opera di scrittura. Tutti i Vangeli saranno redatti più tardi. Paolo è il
solo della sua generazione a prendere la penna in mano: né Pietro, né Giacomo il fratello del
Signore, né Andrea fratello di Pietro, né Apollo il predicatore di successo venuto da Alessandria,
nessuno lascerà dietro di sé tracce scritte.
Paolo, dopo diciotto anni di attività missionaria, inizierà a scrivere, o piuttosto a dettare a uno
scriba. Siamo nell'anno 50, ed egli è un po' sopra la quarantina. Manda ai cristiani di Tessalonica
una lettera di qualche pagina, la nostra prima Epistola ai Tessalonicesi. Perché ha aspettato tanto?
Quale nuova svolta della sua vita, a quel punto, l'ha indotto ad affidare la sua teologia a un supporto
meno effimero della memoria dei suoi ascoltatori? Arriveremo in seguito a una spiegazione.
Ecco dunque tre ragioni per interessarsi all'apostolo dei gentili: è un uomo con una storia
spirituale divisa in due, un pastore d'anime d'ogni terra, un teologo geniale.
Rinunciare a lui non sarebbe soltanto privarsi di una parte del Nuovo Testamento. Sarebbe
rinunciare a ciò che costituisce, in larga parte, l'identità della fede cristiana. Per questo è tanto
importante, malgrado le grandi difficoltà che ci attendono, cercare di comprendere che cosa sono
state la lotta e le convinzioni di quest'uomo alle prese con Dio. Sulla questione dei suoi rapporti con
la Legge, il dibattito è ancora oggi largamente aperto; entriamo in una discussione serrata.
LE FONTI D'INFORMAZIONE
Da dove traiamo le nostre informazioni su Paolo? Si dirà: dalle sue lettere e dagli Atti degli
apostoli. Con ragione. Non possediamo su di lui altri documenti dell'epoca.
Ma quali lettere? E sono compatibili con la narrazione degli Atti? La questione è complessa. Sette
lettere possono senza esitazione essere attribuite all' apostolo: Romani, I e II Corinzi, Galati,
Filippesi, I Tessalonicesi e la breve lettera a Filemone. Le altre (Colossesi, Efesini, I e II Timoteo,
Tito) sono tardive, come nessuno contesta, anche se alcuni le attribuiscono a un Paolo in fase di
declino. La maggioranza dei ricercatori le attribuisce però a dei discepoli di Paolo, cosa che non
inficia per nulla il loro valore teologico. Se si tratta di ricostruire il pensiero dell'apostolo, per
sicurezza, ci atterremo alle sette lettere incontestate.
Quanto agli Atti degli apostoli, essi sono stati redatti più di vent'anni dopo, verso l’80-85, da un
grande ammiratore di Paolo. Questo racconto è indispensabile per ricostruire la sua vita: egli parla
così poco di sé! Il problema è che il racconto di Luca è lacunoso. Non dice nulla sulle dispute di
Paolo con le sue comunità. A distanza di tempo, edulcora leggermente le cose. Soprattutto, tace su
ciò che non lo interessa, in particolare la lotta cruciale dell'apostolo sull'argomento della Legge.
Applicheremo perciò il principio seguente: le testimonianze degli Atti saranno utilizzate per
ricostruire la biografia di Paolo, ma mai per correggere gli apporti delle sue lettere. È meglio la
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parola dell'interessato, suffragata eventualmente dalle necessarie precisazioni, che l'informazione a
posteriori di terzi.
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PRIMO INCONTRO
PAOLO UN UOMO COSMOPOLITA
È difficile sapere quando nacque Paolo. Può darsi nell'anno 7 d. c. calcolando però un margine
d'errore in più o in meno di circa cinque anni. Ciò significa che egli era di una dozzina d'anni più
giovane di Gesù, il quale dev'essere nato nel 4 d. C. I due avrebbero potuto incontrarsi a
Gerusalemme prima del 30, uniti alla folla di pellegrini che salivano alla Città santa per la Pasqua ...
ma non fantastichiamo. Se ciò fosse accaduto, il piccolo gruppo di discepoli seguaci del rabbi di
Nazareth non avrebbe minimamente suscitato l'attenzione di Paolo.
Infatti, tutto divide Gesù e Paolo. Gesù è un galileo. Viene da una realtà lacustre e di villaggi;
questo figlio di un falegname non doveva sentirsi troppo a suo agio nella città di Gerusalemme. Non
è mai uscito dalla Palestina e la sua vocazione era quella di riformare il giudaismo.
Paolo è un cittadino, viene da Tarso in Asia minore. È un intellettuale d'alto livello. Per di più, è
fariseo, membro di quel gruppo che Gesù attaccherà tanto sovente, e che gli renderà la pariglia.
Tutto quindi divide Paolo da Gesù: nascita, cultura, professione, origini, lingua. Gesù usa il
linguaggio della terra e dell'acqua. Le sue parabole parlano di nozze nei villaggi, di disoccupati che
cercano lavoro, di semina difficile e del pastore che conta le sue pecore al tramonto. Paolo, invece,
evocherà le case e i mercati, i padroni e gli schiavi, le strade, i santuari dominanti la città.
Gesù è l'uomo della campagna e della Palestina; Paolo l'uomo delle città e dei grandi spazi. Da
queste due figure nascerà il cristianesimo.
UOMO DI DUE CULTURE
Nell'antichità, 1'identità delle persone era strettamente legata a tre fattori: il genere sessuale, la
discendenza e la provenienza. Essere uomo, maschio, dava immediatamente diritto all'istruzione
scolastica, a patto però di essere di famiglia agiata, libero e non schiavo, e di vivere se possibile in
ambiente urbano, perché la città è il luogo delle scuole e degli scambi culturali. Inoltre, bisognava
pure che i genitori, diciamo il padre, fossero ambiziosi e disponibili a investire nella formazione dei
loro figli. Questo insieme di «se» spiega il fatto che solo una piccola parte della popolazione
dell'Impero romano ricevesse un'istruzione, una percentuale davvero bassa. Andava un po' meglio
nel giudaismo, che sempre ha mirato a crescere i suoi figli nella conoscenza della Torah.
Per far parte di questa ristretta élite, bisognava dunque che molte condizioni favorevoli si
realizzassero contemporaneamente: sesso giusto, famiglia giusta, luogo giusto, genitori giusti. Paolo
ha goduto di tutto questo: abitante di una città, cittadino romano di nascita, fariseo. Leggendo la sua
corrispondenza, ci si rende conto che egli ha ricevuto un'eccellente istruzione scolastica.
In più, Paolo è l'uomo di due culture, quella ebraica e quella greco-romana. È un cittadino del
mondo. Nel I secolo si conoscevano solo altri due uomini che potessero sfoggiare così
brillantemente questa doppia cultura. Filone d'Alessandria (morto nel 50) è il filosofo che tentò di
strutturare la fede giudaica secondo le categorie del pensiero greco. Lo storico Flavio Giuseppe (37100), in un'opera poderosa, ha cercato di raccontare ai romani tutta la storia d'Israele, dalla
creazione del mondo alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, avvenuta nel 70 d.C.
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Filone l'Africano di Alessandria, Paolo l'Asiatico di Tarso, Giuseppe l'Ebreo di Roma: questi tre
personaggi eccezionali hanno avuto in comune il fatto d'essere i traghettatori di un pensiero, i
traghettatori del messaggio da un mondo all'altro.
TARSO, CITTÀ CROCEVIA
Paolo deve essere nato a Tarso, una città dell'odierna Turchia, al tempo capoluogo della provincia
di Cilicia, tra il Mar Mediterraneo a sud e l'imponente catena del Tauro a nord. Città all'incrocio
delle vie carovaniere: di lì bisognava passare per andare da Babilonia a Efeso, o dall'Egitto al Mar
Nero. Città crocevia, aperta al traffico mondiale, al commercio, agli scambi, agli incontri, alla
mescolanza delle idee e delle religioni.
Il ricordo di Cicerone, il grande oratore che ne era stato governatore, era vivo. Antonio vi aveva
incontrato la bella Cleopatra. Ma a Tarso ci si volge a ovest, verso Roma, la capitale dell'Impero
dove confluiscono vie e commerci. Con simili presupposti, non c'è da stupirsi che il missionario
Paolo abbia scelto una strategia di evangelizzazione incentrata sulle città e verso occidente: dopo
Antiochia, Efeso, Filippi, Corinto, Roma. Nelle città, Paolo si sente a casa. Pierpaolo Pasolini, che
nel 1968 progettava di realizzare un film su Paolo, immaginava di farlo viaggiare tra Parigi,
Ginevra, Barcellona e New York...
Io affermo che Paolo «deve» essere nato a Tarso. Per la verità, un dubbio sussiste, e non è il solo
riguardo i venticinque primi anni della sua vita, che restano parzialmente sconosciuti. Girolamo (IV
sec.) afferma: «I genitori di Paolo erano originari di Gischala, nella provincia di Giudea, e quando
tutta la provincia fu devastata dalle armate romane e gli ebrei dispersi in tutto il mondo, essi furono
portati a Tarso, città della Cilicia. Paolo, ancora giovanissimo, seguì i genitori». Paolo, un ragazzo
sradicato? Può darsi. Ma, se questo accadde, fu molto presto. In ogni caso egli non si è mai
presentato come giudeo, bensì secondo gli Atti degli Apostoli come Tarsiota (At 21,39;22,3).
FORMAZIONE DI QUALITÀ
Tarso è una città con scuole rinomate. Nell'Impero romano del I secolo, il percorso scolastico
comprendeva un'istruzione elementare - ginnastica, musica, lettura e scrittura -, poi per alcuni una
formazione di grado superiore che comprendeva la grammatica, la retorica (l'arte di parlare e di
scrivere con stile), la dialettica (l'arte del ragionare) e la matematica. Al vertice di questo sistema
scolastico, noi oggi diremmo a livello universitario, si trovavano le scuole filosofiche, e Tarso era
orgogliosa di ospitare la più famosa delle scuole stoiche. La filosofia era considerata la disciplina
più importante e più nobile, e lo stoicismo con il suo ideale di dominio di sé godeva all'epoca di
grande prestigio.
Paolo ha ricevuto una formazione comprendente i due primi livelli, verosimilmente in una scuola
ebraica che lo teneva lontano da influenze pagane, una sorta di scuola privata del giudaismo della
diaspora. Egli pensa e scrive in greco. Questo scrittore torrenziale eccelle in uno stile stringato,
ricco di formule, uno stile forse agitato come il personaggio, ma mai volgare o pesante. La scelta di
questa lingua - l'inglese dell'epoca - invece dell'aramaico, che egli pure parlava, denota da parte sua
la volontà di diffondere l'evangelo nella lingua di tutti e non in un linguaggio chiesastico.
Peraltro Paolo ha tratto buon frutto dai suoi corsi di retorica perché, anche nei periodi più
tempestosi delle sue relazioni con i Corinzi, egli conserva una notevole padronanza di espressione e
di ragionamento. Dirà certo di non aver loro annunciato il mistero di Dio con il fascino della parola
e che la sua predicazione nulla aveva dei persuasivi discorsi della saggezza (1 Cor. 2,1.4); egli intendeva solamente distinguersi dai discorsi ridondanti che seguivano la tendenza del suo tempo,
dove, per convincere, la forma era più importante del contenuto.
La costruzione del ragionamento in Paolo è notevole, ma così densa e serrata che ci si domanda
addirittura se i destinatari delle sue epistole comprendessero veramente ciò egli che scriveva loro.
O, come noi, si dovevano spremere le meningi per capire quello che l'autore aveva in effetti voluto
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dire? Non dimentichiamo che una lettera destinata a un gruppo era non solo consegnata, bensì
accompagnata da una persona vicina all'autore, la quale ne chiariva il significato e diceva anche ciò
che non si era voluto mettere per iscritto. Noi conosciamo il latore della Lettera ai Romani: una
donna di nome Febe (Rom. 16,1).
Le epistole di Paolo conservano traccia dell'istruzione ricevuta a Tarso nella loro qualità di
scrittura e di riflessione, e in un sottofondo di interesse particolare per le virtù e per la questione
della libertà. L'insegnamento stoico era infatti incentrato su questi temi.
PAOLO GIUDEO “DOC”
Paolo è dunque l'uomo di due mondi. Il suo doppio nome già lo indica: Paulos a Tarso e
nell'Impero romano, egli era Shaoul a Gerusalemme, dal nome del primo re d'Israele, Saul,
appartenente, come lui, alla tribù di Beniamino.
Giudeo dunque, ma di quale giudaismo? Perché agli inizi dell'era cristiana il giudaismo è percorso
da sensibilità differenti. Tra il contadino galileo nazionalista, l'aristocratico sadduceo conservatore,
il settario di Qumran o il fariseo che conosce la Torah sulla punta delle dita, l'immagine del
giudaismo antico è multiforme.
È assolutamente necessario liberarsi dell'immagine negativa che ne danno i Vangeli, scritti più
tardi, in un'epoca in cui i farisei incitavano l'ostilità giudea contro la chiesa.
Il farisaismo è un movimento laico di uomini pii, dediti a vivere la loro fede fino in fondo al cuore
rispettando scrupolosamente le minime prescrizioni della Legge; oggi li si definirebbe pietisti. La
cosa più importante per loro era restare puri, e dunque tenersi lontani da ogni contatto con il male,
le malattie, gli empi, i cattivi pensieri. «Ch'io non abbia nulla in comune con un empio», dice un
saggio.
UN UOMO COMBATTIVO
Paolo fu uno di questi ammirevoli uomini scrupolosi. Né ingrato, né falsamente modesto, dirà ai
filippesi: «Circonciso l'ottavo giorno, della razza d'Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio d'
ebrei; quanto alla Legge, fariseo; quanto allo zelo, persecutore della chiesa; quanto alla giustizia
che è nella Legge, irreprensibile» (Fil. 3,5-6). Da questo modo di presentarsi, si comprende che qui
parla un uomo combattivo, zelante nel suo impegno di fariseo, conscio dei suoi meriti.
Quest'uomo combattivo rappresenta bene la sua epoca. La pacificazione dell'Impero romano sotto
il regno di Augusto ha favorito lo sviluppo del commercio e degli affari. La parola d'ordine è agòn,
la lotta per i posti migliori. Al nastro di partenza, Paolo è ben piazzato, e lo sa. La sua educazione
farisaica non è potuta avvenire a Tarso, perché non si conoscono all'epoca delle scuole farisaiche
fuori della Palestina. «Educato ai piedi di Gamaliele nella rigida osservanza della Legge dei padri»
(At. 22,3), gli fa dire Luca, l'autore degli Atti; gli attribuisce come maestro il più stimato rabbino
degli anni 30. Ma può darsi che abbia esagerato.
Comunque sia, è a Gerusalemme che Paolo si è formato prima dei 25 anni e che è diventato un
fariseo militante. Aveva imparato il mestiere di fabbricante di tende - Tarso era famosa per la
coltivazione del lino -, ed egli lo praticherà durante il suo ministero.
L'uomo della città aperta è dunque diventato un militante con delle certezze più radicate, ma
anche più ristrette. Le sue convinzioni farisaiche affiorano frequentemente alla superficie delle sue
lettere, non come un residuo, una scoria da eliminare, bensì come un elemento integrato nella sua
nuova fede. Cambiare è spesso vedere le stesse cose in maniera diversa.
Quando Paolo dice: «Tutti quelli che si basano sulle opere della Legge sono sotto maledizione;
perché è scritto: "Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della Legge per
metterle in pratica"» (Gal 3,10), molti dei suoi contemporanei avrebbero stemperato dicendo: «non
proprio tutto», perché bisogna tener conto dell'imperfezione umana. Ma Paolo sostiene il tutto; tale
è l'ideale che gli fu inculcato. Se ci si attiene alla Legge, ci si attiene a tutta la Legge.
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I Salmi di Salomone, un testo farisaico scritto poco prima della nascita di Gesù, esaltano questo
ideale: «La certezza dei giusti (proviene) dal Signore loro salvatore, nella casa del giusto non c'è
posto per peccati su peccati: vigila sempre sulla propria casa il giusto, per eliminarne l'ingiustizia
(commessa) per errore. Fa espiazione per l'ignoranza digiunando e umilia se stesso, e il Signore
purifica ogni uomo pio e la sua casa» (3,6-8).
UN CONVERTITO ?
Colui che è fedele alla Legge sa di vivere della misericordia divina; essa gli viene accordata, in
quanto giusto, se rimane fedele fino alla morte. Paolo cambierà le sue convinzioni sull'origine della
grazia di Dio, ma non le cambierà mai sulla questione della Torah: o la si osserva totalmente o per
nulla (Gal 5,3)! Paolo manterrà anche la convinzione che alla fine della Storia ognuno sarà
giudicato davanti al tribunale di Dio. La lettura protestante elude sovente questa idea, ma Paolo ne è
convinto e la ripete più di una volta: «L'opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno di
Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia
l'opera di ciascuno» (1 Cor. 3,13).
In compenso, sarà su altri punti che Paolo romperà con il fariseismo. Per esempio, sul fatto che è
sufficiente appellarsi alla volontà dell'individuo perché costui rinunci al peccato. La situazione è
ben più grave e drammatica, dirà Paolo in seguito, parlando del peccato. In seguito a che cosa?
Dopo la sua "conversione", che verosimilmente accadde nel 32.
Ma si deve davvero parlare di conversione a Damasco? Io ne dubito. Vi dev'essere certamente
stato un cambiamento nella sua vita, e Paolo ha vissuto il ribaltamento del suo sistema di valori. Le
certezze su cui aveva costruito la sua vita sono franate sotto i suoi passi.
Ciononostante, quando si parla di conversione, abitualmente si racconta come qualcuno sia
passato dal vizio alla virtù, dal male al bene, come abbia abbandonato una religione per
abbracciarne un'altra.
Ora, nulla di tutto questo è accaduto a Paolo. Egli non passa dal vizio alla virtù. Ecco infatti un
uomo di cui si potrebbe dire: «È riuscito nella vita!». Cittadino del mondo, corrispondente agli
standard culturali dell'Impero, Paolo di Tarso incarna quel che l'ideale farisaico ha prodotto di
meglio: discute brillantemente, cita a memoria la Torah - secondo la traduzione greca dei Settanta e commenta la Scrittura come un rabbino. Dice di sé: «quanto allo zelo, persecutore della Chiesa;
quanto alla giustizia che è nella Legge, irreprensibile» (Fil 3,6). Irreprensibile ! E mai Paolo si
corregge dicendo: «Credevo di essere irreprensibile, ma in effetti...». No! Nulla da modificare in
questo ritratto esaltante. Saranno Agostino nel V secolo e, con la Riforma, Martin Lutero a proiettare su di lui l'immagine di un uomo tormentato dalle sue manchevolezze, in una condizione di
fallimento a fronte di un ideale di purezza. Ma dobbiamo eliminare quest'immagine spirituale,
perché essa corrisponde più alla vicenda personale di Agostino o di Lutero, che a quella di Paolo.
Paolo non esita ad affermare di essere giunto ai massimi livelli della devozione farisaica, e che per
questo ha perseguitato i cristiani, a quell'epoca una setta marginale nella grande varietà di opinioni
del giudaismo. Ciò che egli va a fare a Damasco, secondo il racconto degli Atti (At 9,1-2), è
stabilire delle misure di epurazione teologica allo scopo di bandire quella parte del giudaismo che
crede al Messia Gesù.
Perché? Molto verosimilmente, non a causa del Messia Gesù, bensì a causa della Legge. Per
quanto possa sembrare sorprendente, la sinagoga ammetteva in effetti opinioni anche bizzarre. A
una sola condizione, precisavano i farisei: non toccare la Legge! Perché mettere in dubbio la Torah
significa attentare all’identità stessa d'Israele. Si poteva sempre discutere per definire se e come si
dovesse applicare tale prescrizione; ma l'autorità della Legge, soprattutto della Legge rituale che
proteggeva la purità dei giusti, rimaneva intoccabile. Toccare la Legge è come dire a un cristiano
ortodosso che la liturgia ha poca importanza, o a un protestante che può gettare via la sua Bibbia.
Una questione di identità.
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Dunque, in cammino per Damasco, Paolo è caduto dall'alto. Non dall'alto del suo cavallo - in Atti
non se ne parla - bensì dall'alto delle sue convinzioni. Egli dovrà ricomporle. Ricostruirle. Fare
valutazioni in maniera diversa. Ormai Paolo parlerà di Dio in un modo che non si rifà a quello di
altri, ma che appartiene solo a lui.
Domande per il dovere di sedersi
1. UNA FORMAZIONE DI QUALITÀ: FEDE E CULTURA
ƒ Consideriamo il nostro bagaglio culturale un fattore positivo o un ostacolo alla nostra
fede?
ƒ Abbiamo avuto modo di testimoniare la nostra fede attraverso strumenti culturali in
nostro possesso?
ƒ Abbiamo mai incontrato delle difficoltà a conciliare la nostra fede cristiana con la nostra
cultura?
2.
“SI DEVE PARLARE DI CONVERSIONE?”: IL MISTERO DELLA
CONVERSIONE
ƒ Abbiamo mai fatto l’esperienza di una svolta,di un cambiamento,di un momento di crisi
a seguito di un’improvvisa illuminazione spirituale,di un’inaspettata rivelazione
interiore?
ƒ Abbiamo mai avuto l’impressione di un rinnovamento della nostra fede,quando siamo
stati costretti a cambiare la nostra mentalità, abbandonando alcune nostre convinzioni?
ƒ Quali sono gli ambiti in cui, personalmente o come coppia, ci sembra di avere piu’
bisogno di conversione? (la morale, la carità, la famiglia, il lavoro, la fede etc.)
3. “QUANTO ALLA GIUSTIZIA CHE E’ NELLA LEGGE, IRREPRENSIBILE”: I
PECCATORI VI PRECEDONO NEL REGNO DI DIO
ƒ Pensiamo di correre anche noi il rischio di crederci ”irreprensibili”di fronte a Dio?
ƒ Ci ritroviamo a volte a pensare che siano le nostre scelte a farci incontrare il Signore?
(la nostra devozione, la nostra preghiera, le nostre opere buone, la nostra buona
volontà?)
ƒ Ci ricordiamo che la nostra cultura, la nostra civiltà, le nostre leggi, la nostra
appartenenza alla Chiesa Cattolica ed alle Equipes, la nostra provenienza da buone
famiglie, il nostro essere ben inseriti nella società, non rappresentano un privilegio di
fronte a Dio?
ƒ Sappiamo porci con umiltà, attenzione e disponibilità all’ascolto verso chi non sembra
contare nulla,anzi e’ disprezzato,umiliato o trascurato?
Preghiera
Per quanto ho potuto,
per quanto tu mi hai concesso di potere,
ti ho cercato
e ho desiderato vedere con l’intelletto quel che ho creduto,
e molto ho disputato e faticato.
Signore Dio mio,
mia unica speranza,
esaudiscimi, perché non cessi di cercarti vinto dalla fatica,
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ma continui a cercare il tuo volto continuando ad ardere.
Donami le energie per cercarti,
tu che ti sei fatto trovare,
tu che mi hai dato sempre più speranza di trovarti.
Davanti a te stanno la mia fermezza e la mia infermità:
custodisci la prima e guarisci la seconda.
Davanti a te stanno la mia scienza e la mia ignoranza:
dove mi apristi la via, accetti che entri;
dove mi hai chiuso, apri al mio bussare.
Fa’ che mi ricordi di te,
che ti comprenda. che ti ami.
AGOSTINO D’IPPONA
De Trinitate 15.28.
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SECONDO INCONTRO
UNA NUOVA NASCITA (L’esperienza di Damasco)
Paolo, l'uomo dai due nomi, Shaoul e Paulos, è anche un uomo con due culture. Figlio d'Israele,
fariseo convinto, appassionato della Torah, si vedeva come un custode della purezza del popolo.
Cittadino di Tarso, educato a dibattere e a discutere, è un intellettuale di alto livello. E quest'uomo
combattivo un giorno è fermato dal Cristo.
QUALE CONVERSIONE?
Paolo, lo si è detto, era lontano dall'aver mancato alla sua devozione farisaica. Lo dichiara ancora
ai Galati: «E mi distinguevo nel giudaismo più di molti coetanei tra i miei connazionali, perché ero
estremamente zelante nelle tradizioni dei miei padri» (Gal 1,14).
Per questo esito a parlare di conversione nel suo caso, se questa parola indica il passaggio dal
vizio alla virtù, dal fallimento al successo. Paolo non ha fallito in nulla. La sua sola preparazione a
ciò che gli è capitato sulla via di Damasco fu perseguitare coloro che si cominciava a chiamare,
usando un soprannome, i christianòi, la «gente di Cristo» (cf At. 11,26). Ma, egli constata: «tutte le
cose che per me costituivano un guadagno - l'eccellenza nell'osservanza della Legge, lo zelo nella
persecuzione, l'inattaccabile giustizia - io le ho considerate come una perdita a causa di Cristo». Va
ancora più lontano: «Considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo»
(Fil 3,7-8). Paolo non ha imparato ad avere peli sulla lingua: scopre che il suo successo lo allontana
da Dio invece di avvicinarlo.
Che spettacolare ribaltamento! La parola conversione è adatta per esprimere questa folgorazione,
questa frattura, la vita di Shaoul che si capovolge e il crollo dei suoi valori? Se è adatta, allora
diciamo che Dio ha convertito Paolo. Non che quest'ultimo, dopo aver riflettuto, sarebbe stato
stanco della sua militanza farisaica e avrebbe deciso di finirla con la sacrosanta Torah. Dopodiché,
gli Atti degli apostoli e Paolo stesso sono d'accordo: questo rivolgimento nella sua esistenza ha
avuto una sola causa, Dio. A un certo momento della sua vita, Shaoul si è trovato a cadere dall'alto
delle sue certezze. È stato condotto con difficoltà ad aprirsi a un nuovo modo di guardare a Dio,
dove quello che era vero diviene falso e quello che era falso, vero. Le lettere dell'apostolo sono
ispirate, dal principio alla fine, dalla sua storia spirituale spezzata in due. L'uomo che parla ha
dovuto prima di tutto, duramente, scrivere queste frasi sulla sua carne.
L'INTEGRALISTA E GLI EMARGINATI
Paolo si sentiva assolutamente nel giusto assistendo a Gerusalemme alla lapidazione di Stefano.
«Assistere» è d'altronde una parola debole: l'autore degli Atti ci dice che Paolo «approvava i suoi
carnefici e custodiva i loro abiti» (At 7,58 ; 22,20), un ruolo ufficiale previsto dalla Mishnah, la
raccolta della più antica tra le sentenze rabbiniche.
Il delitto di Stefano era d'aver proferito «delle affermazioni ostili al Luogo santo e alla Legge» (At
6,13). Stefano era come Paolo un ebreo della diaspora, ma non con le stesse tendenze. Quest'ebreo
ellenista, che parla greco, è un liberale. Si è convertito al cristianesimo, probabilmente a
Gerusalemme, ma il cristianesimo, per lui e per gli altri ellenisti, è ben diverso da quello della
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chiesa raccolta intorno a Pietro e a Giacomo, fratello del Signore. Costoro considerano il Messia
Gesù l'Inviato di Dio a Israele. Rispettano la Torah, pregano regolarmente al Tempio e praticano i
riti alimentari di purificazione (cibo Kosher) che escludono di mangiare con un pagano.
Gli ellenisti, con Stefano, pensano in maniera assai differente: quanto profondamente, fin dagli
inizi la cristianità si è differenziata! Essi ricordano che Gesù ha talvolta violato il sabato: quando la
vita altrui è in gioco, la Legge deve piegarsi (Mc 3,4). Sanno che Gesù non si è dedicato alla
predicazione della Legge, ma del Regno di Dio. Non hanno dimenticato che un giorno, senza che si
sia ben capito perché, Gesù aveva cacciato i mercanti dal Tempio e parlato della comunità dei
credenti come di un nuovo Tempio (Cf Gv 2,13-20; 1 Cor 3,16-17; 2 Cor 6,16ss.).
Invisi a Gerusalemme, questi ellenisti si erano recati oltre il monte Ermon per fondare delle
comunità cristiane in Siria. Ecco perché Paolo si dirige a Damasco. Per lui, come per tutti i farisei
militanti, i cristiani s'ingannano sulla salvezza; hanno torto a insegnare che si può aggirare la Legge,
e risparmiarsi la costrizione della minuziosa obbedienza che è gradita a Dio in ogni istante con il
gesto, la parola e il pensiero. La chiesa di Gerusalemme rispetta le regole, ma agli occhi dei farisei
gli ellenisti vendono la grazia a buon mercato. Dichiarando che la Legge è facoltativa, essi fanno
della sacrosanta separazione tra il popolo eletto e gli altri un vero colabrodo.
Ora, i traditori dell'identità giudaica dovevano essere eliminati. Paolo non si è mai nascosto: egli
fu a quel tempo sostenitore dell'epurazione teologica (Gal 1,13.23). E, come tutti gli integralisti del
mondo, aveva (a suo parere) serie, se non buone, ragioni: da che si può riconoscere un ebreo, se non
dalla circoncisione, dal culto del Tempio e dal rispetto della Legge? La Torah è il bastione
dell’identità giudaica, e colui che l'attacca deve essere eliminato.
Ma quale immagine un fariseo come Paolo poteva farsi di Gesù? Egli ha dovuto imparare a
conoscerlo a contatto con gli ebrei cristiani di Giudea e di Siria che si dichiaravano suoi seguaci.
L'ha scoperto attraverso la propaganda farisaica di cui i Vangeli conservano traccia: questo
Nazareno è un «mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori!» (Lc 7,34). Un
passaggio dell'Epistola ai Galati riprende pari pari quello che doveva essere un argomento dei
farisei contro Gesù: «Maledetto chiunque è appeso al legno» (Gal 3,13, citando Deut 21,23).
Questo maledetto da Dio, condannato alla forca, non poteva essere che un maestro eretico, un pericolo per Dio e per Israele.
UN PROCESSO D'ILLUMINAZIONE
Di ciò che accadde sulla via di Damasco, il racconto degli Atti (At. 9,1-19; 22,6-16; 26,12-18) ha
costruito l'immagine di un Paolo folgorato da una luce, gettato a terra, condotto da cieco a
Damasco, poi guarito e battezzato da Anania. E, al centro di questa folgorazione, la domanda:
«Shaoul, Shaoul, perché mi perseguiti?». Ritroviamo, enfatizzato, un racconto che doveva circolare
già ai tempi dell'apostolo.
Paolo è molto più sobrio. Quando menziona l'avvenimento, dice semplicemente: «[Cristo]
apparve anche a me, come all'aborto; perché io sono il minimo degli apostoli, e non sono degno di
essere chiamato apostolo, perché ho perseguitato la chiesa di Dio. Ma per la grazia di Dio io sono
quello che sono» (1 Cor 15,8-10). O altrove: «Non sono apostolo? Non ho veduto Gesù, il nostro
Signore?» (1 Cor 9,1). Quando Paolo parla di quello che ha visto, mette la sua esperienza alla pari
con quella dei discepoli a cui Gesù s'è mostrato dopo la sua risurrezione; da questo punto di vista,
egli non è differente da loro (cf 1 Cor 15,5-8).
Ma Paolo fornisce l'indicazione più esplicita nella Lettera ai Galati. Dopo aver parlato della sua
fanatica persecuzione nei confronti della chiesa, aggiunge: «Ma Dio che m'aveva prescelto fin dal
seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il
Figlio suo perché io lo annunziassi fra gli stranieri ,..» (Gal 1,15-16).
In quest'esposizione, che ricalca la narrazione della vocazione profetica di Geremia (cf Ger 1,5),
va sottolineata l'espressione: rivelare in me suo Figlio. Il verbo «rivelare» corrisponde al greco
«apokalyptein», da cui deriva «apocalisse», letteralmente illuminazione, rivelazione: si apre un
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sipario che permette di vedere. Paolo indica così un'opera d'illuminazione dello Spirito in lui. Mi azzardo a dire: lo Spirito ha rischiarato in lui la zona d'ombra che apparteneva alla sua militanza
farisaica.
TESTIMONE DELLA PASQUA
Che cosa occorre evidenziare in questi scarni resoconti del capovolgimento di Paolo? Quattro
cose.
La prima è il legame ribadito tra l'illuminazione e la persecuzione dei cristiani: è nel momento
culminante del suo accanimento contro gli eretici che è avvenuto il suo ribaltamento. È la storia del
carnefice convertito dalle sue vittime? La sua stessa violenza l'ha sconvolto a tal punto che egli non
poteva più servire Dio massacrando? Sia quel che sia, è davvero il parossismo della repressione che
ha decostruito il suo rapporto con la Legge.
In secondo luogo, l'illuminazione è consistita nel vedere improvvisamente che il crocifisso del
Golgota era il Figlio, il Vivente, e che Dio era dalla parte della vittima e non dei carnefici. È la
Pasqua. Quando cita la primordiale professione di fede (1 Cor 15,3-8), egli mette il suo nome dopo
quello di coloro che hanno avuto la visione della Pasqua: Pietro, Giacomo, tutti gli apostoli ...
Aggiungerei le donne alla tomba, Maria Maddalena e Tommaso ...
La terza notazione messa in rilievo da Paolo in questo racconto di risurrezione - perché è lui che
rinasce - è la grazia. La rinascita è un puro dono: io sono diventato, egli dice, ciò che la grazia ha
fatto di me (1 Cor 15,10).
Infine, il quarto elemento da tener presente è il legame che stabilisce Paolo tra rivelazione e
vocazione a evangelizzare le nazioni. La sua visione di Dio cambia; egli scopre che il Dio
dell'alleanza con Israele vuole stringere un'alleanza con il mondo intero, e che la offre senza
condizioni.
Quel che Paolo abbia fatto dopo questa illuminazione, come sia stato accolto dai cristiani di
Damasco - Luca rivela solo un nome: Anania (Cf At 9,10-19) - non si sa. In compenso, si sa quello
che non ha fatto: non è salito a Gerusalemme insieme ai Dodici, ma è partito per 1 ' Arabia - forse
semplicemente per Petra, la capitale dei Nabatei - prima di ritornare a Damasco (Cf Gal 1,16-19).
Il messaggio è chiaro: Paolo ha ricevuto rivelazione e vocazione da Dio; non deve niente a
nessuno. È del resto così che più tardi comincerà le sue lettere: «Paolo chiamato ad essere apostolo
del Cristo Gesù dalla volontà di Dio (1 Cor 1,1; Rom 1,1; 2 Cor 1,1), Paolo, apostolo non da parte
di uomini né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre» (Gal 1,1). La
connessione tra l'esperienza spirituale di Paolo, la sua autorità apostolica e il pensiero teologico che
egli espone è totale: ciò che egli pensa esprime ciò che egli è, e ciò che egli è gli è stato donato.
LA LEGGE O IL CRISTO
Eccoci ora davanti alla maggior difficoltà: in che cosa consiste esattamente questo completo
capovolgimento di convinzioni?
Essenzialmente, il conflitto è tra due poli inconciliabili: il Cristo e la Legge. Prima, e l'abbiamo
notato, c'èra la posizione del Paolo fariseo: amare la Legge esclude il Cristo, poiché i suoi seguaci
non la osservano più totalmente. L'equazione rimane, ma ribaltata: ormai, per lui, il Cristo esclude
la Legge. All'onnipresenza della Legge si sostituisce la totale presenza del Cristo.
Perché la visione del Risuscitato lo ha posto davanti a un dilemma radicale. Delle due, l'una: o la
Legge ha ragione contro il Cristo, o Dio ha ragione contro l'uso fatto della Legge. O la Legge è
effettivamente rivelazione di Dio, come egli aveva fino allora fermamente creduto, e la condanna a
morte di Gesù non è che un atto di giustizia: «chiunque è appeso a un legno è maledetto» (Deut
21,23); oppure il Crocifisso è indicato da Dio come suo Figlio, e allora Dio non è più dietro la
Torah.
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In effetti, è ancora più complicato: per Paolo Dio c'era davvero dietro la Torah, ma l'essere umano
l'ha cacciato. Si è servito della Legge per assecondare il suo desiderio d'essere riconosciuto, senza
esserne verosimilmente cosciente. È l'ombra che rivelerà a Paolo l'illuminazione di Damasco e che
questi esporrà nella sua famosa contraddizione di Romani 7: «Io non faccio quello che voglio, anzi
faccio quello che non voglio».
L'affermazione nella quale Paolo ha fissato la sua scoperta è ben nota: «L'uomo non è giustificato
dalle opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo» (Gal 2,16). Due epoche
della storia della salvezza si trovano così contraddistinte da due atteggiamenti di vita: il tentativo di
essere giustificati davanti a Dio dalle opere della Legge ripreso dal mondo antico (Gal 1,4; 6,14),
mentre il ricevere lo Spirito per mezzo della fede caratterizza la nuova alleanza (Gal 3,1-5; 4,1-7).
Il guaio è che il senso di questa affermazione è stato totalmente oscurato dalle discussioni di cui
essa è stata fatta oggetto. Tanto nei dibattiti della Riforma protestante quanto nella conseguente
Controriforma cattolica, ma già nell'Epistola di Giacomo solo una trentina d'anni dopo la morte di
Paolo (Giac 2,14-26), non si sapeva più con esattezza quel che significasse.
Classicamente, l'opposizione tra le opere della Legge e la fede in Gesù Cristo è compresa come
un'antinomia tra legalismo e salvezza attraverso la grazia. Essere salvato dalle opere della Legge
designerebbe il tentativo dell'essere umano di essere giusto con le sue proprie forze, di ottenere la
sua propria giustizia con degli atti di obbedienza o dei meriti, quali che siano.
Questa lettura però, per quanto classica, non regge. La ragione è che la riscoperta dell'ambiente al
quale apparteneva Gesù ci fa progressivamente abbandonare l'idea di un giudaismo legalista, gretto
e pignolo. In particolare, ci pone davanti all'evidenza che, per la fede ebraica, è sempre Dio che
scagiona. L'immagine di un fariseo che si conferirebbe la salvezza con la sua fedeltà è uno
stereotipo comodo, ma ingannevole.
E dunque? Se la fede e le opere della Legge non sono in contraddizione, come ricevere la
salvezza e conquistarsi la salvezza, in che cosa si contraddicono?
IDENTITÀ CHIUSA...
In effetti, la differenza è altrettanto forte, ma più sottile. Per Israele, l'elezione è gratuita; la grazia
è un dono, e l'alleanza è offerta da Dio. Tuttavia l'alleanza crea degli obblighi: «do ut des».
Sottoscrivere l'alleanza implica sottostare alla Legge. Il giudaismo del tempo non era legalista in
senso stretto, ma correva un tenibile rischio: mettere la Legge, il codice, al centro della sua fede. Di
conseguenza, l'identità non si definisce se non attraverso la fedeltà al codice.
Così il popolo eletto è separato dagli altri dal rispetto della Torah morale e della Torah rituale. Il
fariseo sa di peccare, ma compensa le sue mancanze attraverso delle opere di espiazione che lo
mantengono nell'alleanza. La grazia è un dono, ma c'è una contropartita da parte del fedele, e questa
contropartita distingue gli eletti da coloro che non lo sono. Per i farisei, il confine passa anche all'interno d'Israele: collaborazionisti dei romani, malati, impuri d'ogni sorta, cristiani compresi, sono
esclusi dal vincolo. Nella setta di Qumran, la pratica della Torah segna la frontiera tra la
benedizione e la maledizione di Dio.
La posizione di Paolo è definita da un'affermazione che si può ritrovare nell'intero arco delle sue
lettere: «Non ci sono più né ebrei né greci, né schiavi né liberi, né maschio né femmina» (Gal 3,28;
cf 1 Cor 12,13; Rom 10,12). Questa affermazione è al centro del vangelo che predica l'apostolo;
porta nel linguaggio una nuova concezione di Dio e una nuova immagine dell'essere umano. Ormai,
questo è riconosciuto da Dio indipendentemente dalle sue qualità e dalle sue appartenenze. L'individuo è amato da Dio così com'è, incondizionatamente, aldilà di ogni prova da parte sua.
Questa dichiarazione di Paolo è propriamente rivoluzionaria in teologia. Perché l'essere umano è
sempre definito in funzione delle sue qualità e dei suoi atti. La Torah, come ogni legge, opera una
divisione tra coloro che la osservano e coloro che la trasgrediscono. La Legge qualifica,
positivamente o negativamente, l'umanità davanti a Dio, come il fatto d'essere liberi o schiavi,
uomini o donne, ricchi o poveri ci qualifica nella società.
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Tutta la vita sociale si articola in base a un progressivo elevarsi delle qualifiche, attualmente
molto legate al danaro o all'aspetto fisico; per riuscire, è meglio essere ricchi o belli, e se possibile
entrambi. È ciò che si definisce l'identità fissa: si riconoscono come simili coloro che sono della
stessa nazionalità, razza, condizione economica, opinione. La Legge partecipa a questo processo
strutturando la relazione con Dio secondo una scala di merito: i molto fedeli, i poco fedeli, gli
infedeli. Sempre l'identità fissa: la Legge sceglie secondo le qualità.
... E IDENTITÀ APERTA
A questo punto osserviamo come l'evangelo di Paolo rompe completamente con questa ideologia
del compenso. Dio riconosce l'individuo e l'accetta senza tener conto delle sue prestazioni, delle sue
appartenenze, delle sue dimostrazioni di lealtà, del suo rango sociale, del suo sesso. Davanti a Dio
non c'è alcun'altra legge qualificante che quella della grazia, e la grazia giustamente non considera
le qualità dell'uomo. Si riceve come un dono, spezzando la regola del «do ut des». La grazia non
chiede che di essere accolta, e quest'accoglienza si chiama fede.
L'identità fissa porta come conseguenza perversa l'identità omicida: gli altri devono essere
eliminati perché sono diversi. L'identità omicida si concreta in programmi d'epurazione d'ogni sorta:
etnica, religiosa, nazionalista. All'estremo opposto di questa chiusura, la giustificazione pone la
regola dell'identità aperta: gli altri non sono riconosciuti in base a ciò che sono o fanno, bensì in
funzione della grazia divina che hanno ricevuto, senza che alcuno possa pretendere di meritarla.
Eccoci al centro del pensiero teologico di Paolo. Ci aiuta a capirlo, per contrasto, il filosofo
cristiano del XVII secolo Blaise Pascal. Nei suoi Pensieri, egli si chiede se ci capita d'amare
qualcuno per lui stesso, e conclude di no. «Se un uomo si mette alla finestra per guardare i passanti
e io passo di là, posso dire che ci si è messo per vedere me? No, perché non pensa a me in
particolare. Ma colui che ama qualcuno a causa della sua bellezza, lo ama davvero? No, perché il
vaiolo, che ucciderà la bellezza senza uccidere la persona, farà cessare l'amore. E se mi si ama per il
mio giudizio, per la mia memoria, ama proprio me? No, perché posso perdere queste qualità senza
perdere me stesso». E in conclusione: «Non si ama dunque mai nessuno, ma solo delle qualità...».
La tesi rivoluzionaria di Paolo, al contrario, è che ogni persona esiste davanti a Dio
indipendentemente dalle sue qualità e dal suo agire. La peculiarità di Dio è di non discriminare, o,
se si riprende l'antica espressione della Bibbia ebraica, di non fare distinzione di persone (Deut
10,17; At 10,34).
A CAUSA DELLA CROCE
Ciò che Paolo chiama la «predicazione della croce» (1 Cor 1,18) è questa manifestazione di Dio
che, nella morte e risurrezione del Figlio, fa dell'essere umano una nuova creatura (Gal 6,15). Una
creatura autorizzata a prendere coscienza di sé, della sua identità, di ciò che le è proprio. Una
creatura autorizzata a dire: «io».
Per quale miracolo? «Perché Cristo ha pagato per liberarci dalla maledizione della Legge
diventando lui stesso maledizione per noi, come sta scritto: Maledetto chiunque è appeso al legno»
(Gal 3,13). Gesù è la nostra liberazione perché, lasciandosi crocifiggere, è diventato egli stesso
quest'essere disprezzato, addirittura maledetto, dalla Legge. Morendo così, Gesù toglie credibilità a
ogni tentativo di confidare nella Legge per giungere a Dio. Egli apre la via, questa è
l'interpretazione di Paolo, a un nuovo ordinamento: Gesù è l'uomo nuovo che Dio riconosce fuori di
ogni qualifica. E quest'uomo «senza qualità», Dio l'ha elevato con la risurrezione e l'ha fatto
riconoscere come Figlio.
Il Dio di cui Paolo fa l'esperienza non è dunque più il Dio della Legge che separa e qualifica, ma
il Dio del Crocifisso, trasgressore della Legge, solidale con gli esattori delle tasse e i peccatori,
amico delle donne dalla vita equivoca, compassionevole nei confronti di tutti gli altri
«inqualificabili».
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Non c'era più che un passo da fare e Paolo l'ha compiuto: «Non sono più io che vivo, ma Cristo
vive in me!» (Gal 2,20). Questo non significa assolutamente che la mia personalità sia annullata, ma
è il mio modo di guardare a me stesso che è radicalmente cambiato: abbandono una logica di
compenso per entrare in una logica di dono. Davanti a Dio, divento figlio o figlia di Dio, come
Gesù era figlio, per il fatto che Dio mi adotta indipendentemente dal mio stato, dalle mie origini,
dalle mie appartenenze e dai miei legami di fedeltà. Davanti a Dio, io nasco come persona. Questa
buona novella, il vangelo, è destinata non solo alla comunità dell'elezione e della Legge, Israele, ma
a chiunque sia disposto ad ascoltarla e a viverla. Così Paolo si sentirà irresistibilmente chiamato a
«essere apostolo, scelto per annunciare il Vangelo di Dio... a tutte le nazioni» (Rom 1,1.5).
LA CARNE E LO SPIRITO
La famosa antitesi tra la carne e lo Spirito si inserisce in quest'ordine di idee: le due parole
indicano ciascuna un modo di essere. Ma anche qui bisogna depurare le affermazioni di Paolo da
qualche secolo di lettura, in cui - sotto l'influenza della filosofia greco-romana - abbiamo preso la
carne per il sesso e lo spirito per l'anima.
Nulla di tutto ciò nell'apostolo, che segue la via ebraica di approccio all'essere umano. La carne è
tutto l'individuo visto nella prospettiva della sua fragilità, della sua precarietà, della sua mortalità.
«Ogni carne è come l'erba, [...] come il fiore del campo», dice il profeta (Is 40,6). Fare affidamento
nella carne significa accumulare intorno a sé delle sicurezze per sfuggire l'inquietudine e l'angoscia
della morte. Fidarsi della carne, in altri termini, significa circondarsi di requisiti, sia che si tratti di
ammassare dei beni per crearsi l'illusione dell'eternità, sia che si tratti di accumulare le opere della
Legge per assicurarsi il favore di Dio. La storia è sempre la stessa: sempre questa famosa paura di
non essere amati ...
Ma, scrive l'apostolo ai romani, «noi non camminiamo sotto il dominio della carne, ma dello
Spirito» (Rom 8,4). Che cosa vuoi dire affermando che i cristiani sono liberi dalla tirannia della
carne? La carne spinge a provare a se stessi che si è forti, amati e rispettabili; rispettabili, sì,
seguendo la Legge che vuole che si sia amati in ragione delle proprie qualità.
Ma Dio - che ama incondizionatamente - fa del credente qualcuno che lo Spirito solleva
dall'angoscia, dacché gli ripete che egli o ella è il figlio o la figlia di Dio senza doverlo meritare. In
noi non è più la carne che detta le regole, afferma Paolo. La paura non è più al timone, anche se
resta l'ospite indesiderata della nostra vita: lo Spirito lavora per stabilire dentro di noi la regola della
fiducia.
IL RITORNO DELL’IDEA DI COMPENSO: INACCETTABILE!
Vedremo in seguito a quali scelte di vita, a quale morale conduca questa vita secondo lo Spirito.
Restiamo ancora sulla questione della carne, per ricordare una delle grandi collere di Paolo, un
furore tale che ci è testimoniato dall'unica volgarità della sua corrispondenza.
A proposito di corrispondenza, ho già messo in rilievo che Paolo aveva atteso la quarantina per
iniziare i suoi scambi epistolari con le chiese. La prima Epistola ai Tessalonicesi è redatta nel 50,
quando Paolo ha dietro di sé diciotto anni di attività missionaria. Perché così tardi? Si può dedurne
che l'apostolo non interviene e non scrive se non su richiesta, quando le comunità si rivolgono a lui.
Ma, soprattutto, un anno prima si è svolta l'assemblea di Gerusalemme, nel corso della quale il suo
vangelo della salvezza fuori della Legge è stato riconosciuto come un'opera dello Spirito (Cf Gal
2,1-10). L'attività epistolare dell' apostolo inizia subito dopo; essendo stato riconosciuto il suo ruolo
di capo di una corrente, egli sente il diritto e il dovere di stabilire la sua interpretazione della fede, e
di controbattere le contestazioni.
La Lettera ai Galati, in cui appare la grossolanità di cui ho parlato, appartiene al filone di questi
interventi correttivi. Parlando dei predicatori che raccomandavano ai cristiani della Galazia di
praticare la circoncisione, Paolo scrive che, dal momento che bisogna farlo, essi potrebbero arrivare
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alla mutilazione: «Si facciano pure evirare quelli che vi turbano!» (Gal 5,12). I poveri Galati, che
poco prima erano stati chiamati insensati (3,1), hanno dovuto chiedersi che tarantola avesse morso il
fondatore della loro chiesa! Che l'apostolo mostri talvolta un caratteraccio, si deve ammettere; ma
riconosciamogli una cosa: egli non si alterava per un'inezia.
In due parole, ecco la situazione. Nel 49, nel corso del suo secondo viaggio missionario, Paolo ha
creato delle chiese in Galazia, una regione che occupa il centro dell’altopiano anatolico, a nord di
Tarso. Le ha visitate nuovamente nel 52. Negli anni seguenti, queste chiese accolsero altri
predicatori cristiani, il che era normale. Le cose si complicano quando questi predicatori, degli ebrei
messianici venuti da Gerusalemme o da chiese vicine, difendono l'idea che la fede cristiana non
deve rompere con la lunga tradizione d'Israele; da ciò le loro pressanti raccomandazioni di seguire i
rituali ebraici, di mangiare cibo Kosher e di praticare la circoncisione.
Pare che i Galati abbiano accolto favorevolmente tali proposte. Sono rimasti sbalorditi di sentire
Paolo fulminarli e accusarli di scegliere un altro Vangelo rispetto al suo (Cf Gal 1,6)! Dopotutto, se
si voleva rendere completa la salvezza per fede con la circoncisione e qualche prescrizione
alimentare, che male c'era?
Per Paolo ne va di un principio fondamentale. O la grazia di Dio è del tutto gratuita, e nulla separa
gli esseri umani gli uni dagli altri, poiché tutti sono ugualmente amati da Dio. Oppure la salvezza ha
un prezzo, e il credente porterà su di sé il marchio del suo diritto, della sua qualità, del suo
privilegio religioso: la circoncisione. «Voi che avete cominciato con lo Spirito, ironizza Paolo,
forse ora la carne vi porterà alla perfezione? » (Gal 3,3). In altre parole: dopo aver cominciato con
il dono, andrete a finire con il merito?
Dietro la raccomandazione apparentemente inoffensiva di adottare l'usanza ebraica, Paolo teme
vi sia il ritorno della carne, con l'idea che l'amore di Dio non è veramente gratuito. Il marchio della
circoncisione viene a reintrodurre sottilmente l'idea che l'accoglimento di Dio è oggetto di una
contrattazione, e che alcuni partono avvantaggiati.
Con falsa innocenza, in Galazia i predicatori concorrenti inserivano il compenso nell'ordine della
pura gratuità. Da qui la vivace reazione dell'apostolo. Per lui l'opposizione tra le opere della Legge e
la fede in Gesù Cristo non è quantitativa: un po’ meno di comandamenti da parte dei cristiani e un
po’ più d'amore da parte di Dio. L'opposizione è qualitativa. «A chi opera, il salario non è messo in
conto come grazia, ma come debito» (Rom 4,4). Ecco perché la grazia è il contrario della Legge:
arriva senza essere dovuta.
IL DIO DI TUTTI E DI CIASCUNO
La veemenza del rifiuto di Paolo è proporzionata al pericolo: ritornare alle opere della Legge
significa distruggere la grazia. Perché così facendo si rimette la prestazione umana nell'ambito di
ciò che permette all'essere umano di stare davanti a Dio. Ritornare al compenso e ristabilire le
differenze equivale a segnare la fine del vangelo. «Perché non c'è differenza - egli ripete ostinatamente - tutti sono peccatori, tutti sono privi della gloria di Dio, ma tutti sono gratuitamente
giustificati dalla sua grazia in virtù della redenzione operata da Gesù Cristo» (Rom 3,23-24).
La parola «gratuitamente» è da prendere alla lettera; significa: per pura libertà, senz'altra ragione
che la generosità del donatore, Dio. Il credente non ci mette niente, e anche la sua fede non deve
essere contabilizzata come una prestazione di cui egli sarebbe debitore. Facciamo attenzione a che il
compenso, dopo essere stato cacciato dalla porta del merito, non torni dalla finestra della devozione.
Credere è dare fiducia alla fiducia di Dio.
Il capovolgimento di Paolo, venuto da una fede che lega l'amore di Dio alle qualità umane, è
radicale. Ma ci si accorge, improvvisamente, che Paolo giunge a derivarne la conseguenza ultima
del monoteismo ebraico. Perché che cosa significa monoteismo, se non che esiste un solo Dio? Ma
se Dio è l'Unico, dev’essere il Dio di tutti. Non può essere l'Unico se è solo la divinità di qualcuno.
«Forse Dio è Dio soltanto dei giudei? Non lo è anche dei pagani? Sì! Ed è anche il Dio dei pagani
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perché non c'è che un solo Dio che giustificherà per la fede i circoncisi e per la fede i non
circoncisi» (Rom 3,29-30).
La limitazione dell'alleanza al solo Israele non può dunque sussistere. La fede diventa il comune
denominatore di tutti coloro che riconoscono l'unico Dio, che è il Dio di tutti e di ciascuno. Paolo
teorizza così quello che Gesù, in pratica, aveva messo in atto: solo la grazia è coerente con
l'universalità di Dio. Laddove la Legge da a ciascuno ciò che gli è dovuto e classifica i credenti
secondo le loro qualità, la grazia del Dio universale si dona a tutti ugualmente. Paolo insiste sovente
su questa peculiarità della grazia: essa sfugge a ogni alternativa - o ebreo o greco - ed è offerta in
sovrabbondanza (Cf Rom 5,15-21).
Domande per il dovere di sedersi
Ci vengono proposte alcune contrapposizioni tra gli atteggiamenti del cristiano di oggi, che già San
Paolo aveva evidenziato nel suo messaggio. Proviamo a riflettere su questi contrasti, per cercare di
capire da che parte stiamo.
1. LEGGE E GRAZIA
“L’uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma soltanto per la fede in Gesù Cristo” (Gal
2,16).
Dio Padre non guarda ai nostri meriti, ma ci ama per quello che siamo.
ƒ Nelle nostre azioni quotidiane, siamo più propensi a ricevere o a conquistare?
ƒ Riusciamo ad amare anche chi non ha meriti?
ƒ Nella nostra vita di coppia, quanto conta il merito?
2. IDENTITÀ CHIUSA E IDENTITÀ APERTA
“Non ci sono più né ebrei né greci, né schiavi né liberi, né maschio né femmina” (Gal 3,28)
Dio Padre non guarda alla nostra appartenenza, ma ci ama al di là di ogni prova.
ƒ Nei nostri rapporti con il prossimo, con il coniuge, riusciamo ad amare al di là di ogni
prova?
ƒ Abbiamo la tendenza a classificare le persone che ci circondano in base alla loro
appartenenza?
ƒ Dovendo definire la nostra identità, a cosa facciamo riferimento?
3. CARNE E SPIRITO
“..noi non camminiamo sotto il dominio della carne, ma dello spirito” (Rm 8,4)
“Voi che avete cominciato con lo Spirito, forse ora la carne vi porterà alla perfezione?” (Gal 3,3)
Dio Padre non guarda ai nostri gesti, ma ci ama perché abbiamo fiducia in lui.
ƒ Sentiamo a volte di partire avvantaggiati per via dei nostri gesti di devozione?
ƒ Quali sono i gesti di oggi che farebbero scandalizzare Paolo?
ƒ Tendiamo ad accumulare intorno a noi sicurezze (economiche, sociali, affettive)
confidando più nella carne che nello spirito?
Preghiera
Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio,
concedi a noi miseri di fare, per tuo amore,
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ciò che sappiamo che tu vuoi,
e di volere sempre ciò che a te piace,
affinché, interiormente purificati,
interiormente illuminati
e accesi dal fuoco dello Spirito Santo,
possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto,
il Signore nostro Gesù Cristo,
e con l'aiuto della tua sola grazia giungere a te,
o Altissimo,
che nella Trinità perfetta e nell'Unità semplice
vivi e regni e sei glorificato,
Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli.
Amen.
SAN FRANCESCO DI ASSISI
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TERZO INCONTRO
PAOLO E LE DONNE «Tu partorisci tra i dolori e le angosce, donna; tu subisci l'influenza di tuo marito, ed egli è il tuo
maestro. E ignori che Eva sei tu? È viva ancora in questo mondo la sentenza di Dio contro il tuo
sesso. Devi dunque vivere sotto accusa. Sei tu la porta del diavolo; sei tu che hai spezzato il sigillo
dell'Albero; sei tu che per prima hai trasgredito la legge divina; sei tu che hai ingannato colui sul
quale il diavolo non ha potuto far presa; sei tu che hai vinto così facilmente la resistenza dell'uomo,
l'immagine di Dio. È la tua ricompensa, la morte, che è valsa la stessa morte al Figlio di Dio. E tu
puoi pensare di coprire d'ornamenti le tue tuniche di pelle?».
È necessario precisare che questa citazione non è di Paolo? È di un Padre della chiesa, un africano
di Cartagine, Tertulliano. All' inizio del III secolo, nel 202, questo Padre ha scritto un trattato su
«Gli ornamenti delle donne», dove si scaglia contro la civetteria e condanna senza appello i fronzoli
femminili; per lui non sono altro che «sozzura». Slogan di questo manifesto al vetriolo:
«Accontentatevi di piacere a Dio». Lo ripeto: non è Paolo che ha scritto questo.
NON SIAMO INGIUSTI CON PAOLO !
Si potrebbero leggere cent'anni prima nelle epistole pastorali (I e II Timoteo; Tito) delle
argomentazioni dello stesso tenore antifemminista fondate su una lettura tendenziosa della Genesi:
«Non permetto alla donna d'insegnare, né di usare autorità sul marito, ma stia in silenzio. Infatti
Adamo fu formato per primo, e poi Eva; e Adamo non fu sedotto; ma la donna, essendo stata sedotta, cadde in trasgressione; tuttavia sarà salvata partorendo figli, se persevererà nella fede,
nell'amore e nella santificazione con modestia» (I Tim. 2,12-15).
Chi parla qui? Ancora una volta, non Paolo di Tarso, ma uno dei suoi discepoli, appartenente alla
generazione seguente, che ha ritenuto di trarre queste conclusioni dall'insegnamento del maestro.
Questo ideale di donna sottomessa, assoggettata al maschio, quest'immagine di femminilità
pericolosa riscattata dalla maternità, non appartiene all'apostolo.
Ma che cosa dice Paolo? Secondo l'opinione corrente, le sue parole non sono molto più positive.
Più di una donna imputa all'apostolo la tradizione bimillenaria della tutela maschile imposta alle
donne nella chiesa.
La questione non sta nel dichiarare Paolo innocente a ogni costo, bensì nel rendergli giustizia.
L'apostolo appartiene a una cultura patriarcale che, con differenze minime, è quella di tutta la
società antica, ebraica e romana; il rapporto dell'uomo con la donna vi è concepito in termini
gerarchici. Sarebbe dunque assurdo esigere da Paolo una sensibilità moderna riguardo la condizione
della donna, o farlo comparire davanti al tribunale del femminismo contemporaneo.
Per rendergli giustizia bisogna rispettare tre condizioni.
La prima è di non confondere i discorsi dei suoi successori con i suoi: le epistole pastorali di
Tertulliano si inseriscono in un percorso deviato rispetto alle affermazioni dell'apostolo come noi le
leggiamo nella prima Epistola ai Corinzi.
La seconda condizione è di intendere la posizione di Paolo partendo dal suo centro, dal suo
principio fondamentale, senza isolare un elemento secondario come se leggessimo l'essenza del suo
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pensiero. Da questo punto di vista, derivando la sua posizione dalla famosa ingiunzione: «Le donne
tacciano nelle assemblee» (I Cor. 14,34), la tradizione cristiana si è ingannata sul suo conto e ha
gravemente mutilato il suo pensiero.
Terza condizione: non si può tacciare Paolo di conservatorismo o di progressismo, se non in
rapporto alla società del suo tempo, e non assoggettandolo agli ideali di liberazione sociale della
donna, che in Europa non datano che dagli anni Sessanta. Secondo questo criterio, si definirà
conservatore colui che concorda con gli usi del suo tempo, e si considererà progressista colui che
difende l'idea o il programma di un cambiamento dei ruoli sociali.
NÉ MASCHIO NÉ FEMMINA
In che cosa consiste il principio fondamentale del programma paolino?
Eccolo! Suona chiarissimo: «Non c'è qui né giudeo né greco; non c 'è né schiavo né libero; non
c'è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Gal. 3,28). Tra i credenti, la
fede cristiana instaura la stessa unità di valori e annulla queste differenze.
La società in cui si trova Paolo è interamante strutturata in base a queste differenze! È il mondo
dell'identità fissa: l'ebreo vive del fatto di non essere greco, vale a dire pagano; il greco di non
essere un barbaro senza cultura; la persona libera vive del non essere schiava, il cittadino romano di
non essere un indigeno, l'uomo di non essere donna, la donna di non essere bambino, e così via.
L'identità si basa su caratteristiche religiose, politiche, sociali, economiche; queste caratteristiche
danno diritto a delle prerogative o a dei privilegi, ma anche a delle responsabilità. Nella società
antica, io appartengo per nascita a un gruppo, il gruppo dei miei simili, che determina i miei legami
di fedeltà. Oggi i gruppi sono diventati più permeabili, i figli di un operaio possono diventare
amministratori delegati o una donna ministro. Ma il principio dell'identità fissa resta di rigore: ogni
gruppo sociale - uomini, donne, ricchi, poveri, bianchi, neri - si definisce per delle caratteristiche di
cui gli altri sono privi.
Al centro della teologia di Paolo, la giustificazione per fede enuncia un principio d'identità
aperta: Dio mi riconosce indipendentemente dal mio stato, dalle mie appartenenze, dalle mie
caratteristiche. È dunque sull'accoglimento incondizionato di Dio che è basata la persona, l'«io».
Tuttavia Paolo non si è accontentato di lanciare l'idea; egli ne ha tratto un programma per la
creazione delle comunità cristiane. La sua pratica pastorale è anche un prolungamento diretto del
suo evangelo. I membri delle chiese che egli ha fondato si riconoscono uguali davanti a Dio; ci si
chiama fratelli e sorelle; si sa di essere diventati figli e figlie di Dio con il battesimo; ci si riconosce
partecipanti del medesimo corpo: la chiesa corpo di Cristo; si divide lo stesso pane e lo stesso calice
nell’eucaristia.
La chiesa è la comunità dei credenti in tutto separati nella vita - sono ebrei, greci, schiavi,
cittadini, uomini, donne -, che però la grazia di Dio rende uguali. Perché nessuno, per essere
salvato, può esibire davanti a Dio alcun privilegio di sorta, fosse anche la sua devozione. Tutto è
donato. Perciò il diritto del padrone sullo schiavo, il diritto dell'uomo sulla donna non valgono
davanti a Dio.
Davanti a Dio, sì; ma davanti agli esseri umani? Gli uomini delle comunità paoline consideravano
davvero le donne come loro uguali?
COMUNITÀ DIVERSE !
La risposta c'è, ma voglio insistere ancora su questo programma paolino perché è veramente
rivoluzionario, e il termine non è esagerato. Egli segnerà profondamente la storia dell'Occidente
proponendo un nuovo tipo di comunità che né il giudaismo né il mondo greco-romano
conoscevano.
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Qual è questo nuovo tipo di comunità? La scoperta che la persona, l'«io», è il risultato
dell'accoglienza senza riserve da parte di Dio permette il riconoscimento dell'altro come un altro me
stesso, un «tu» a cui Dio acconsente, quali che siano le differenze che ci separano.
La società che si costruisce così è contrassegnata contemporaneamente dal suo universalismo
poiché è aperta a tutti, e dal suo pluralismo perché non abolisce le differenze fra le persone, bensì
afferma che queste differenze non determinano una gerarchia davanti a Dio.
L'antichità non ha mai conosciuto una società che combinasse l’universalismo con il pluralismo,
l'apertura verso tutti e la considerazione della particolarità di ciascuno.
Il primo secolo conosceva l'universalismo: era l'ambizione dell'Impero romano di raccogliere in
una stessa struttura politica tutta l’oikoumene, tutto il mondo abitato. L'Impero si considerava già
come un villaggio globale. Ma questo universalismo era quello del «a tutti lo stesso»: a tutti la stessa legge, a tutti la stessa amministrazione, a tutti lo stesso imperatore divinizzato. Gli ebrei e
soprattutto i cristiani conosceranno il prezzo da pagare per non piegarsi a questo conformismo.
Questa globalizzazione, si noti, non impediva affatto una stretta chiusura della vita sociale: uomini
con uomini, schiavi con schiavi e così via.
II I secolo conosceva anche il pluralismo, e la sinagoga ne è un buon esempio. Questo pluralismo,
però, sanzionava la differenza e prevedeva la separazione: il gruppo si definisce attraverso ciò che
lo distingue. Anche all'interno del giudaismo antico esistevano le differenze, che dividevano la
diaspora in tre cerchie: al centro gli ebrei di nascita; poi i proseliti, nati pagani ma seguaci della
Torah e praticanti la circoncisione; al limite esterno, la terza cerchia comprendeva i timorati di Dio,
uomini e donne attirati dalla fede d'Israele ma che non si erano ancora convertiti. La predicazione
cristiana avrà del resto un grande successo presso questa terza cerchia, a cui la chiesa offriva uno
stato non più di inferiori nella comunità, ma di membri a pieno titolo. Lo stesso accadrà con le
donne.
Quindi il tipo di comunità che Paolo fonda si distingue contemporaneamente dall'universalismo
centralizzatore e dal pluralismo discriminante. Il Dio di Paolo è il Dio di tutti e di ciascuno.
UN CRISTIANESIMO ATTRAENTE PER LE DONNE
Le chiese paoline comprenderanno ebrei e pagani, schiavi e individui liberi, uomini e donne.
Affermare che non ci sono più né ebrei né greci, significava rifiutare ogni divisione legata alla
razza, alla storia, alla religione. Affermare che non ci sono più né liberi né schiavi, voleva dire che
il valore della persona non è più stabilito dalle opportunità, o dalla loro mancanza, offerte dalla
società; è dunque possibile vivere nel mondo altrimenti che in funzione del ruolo che la società
assegna a ciascuno. Affermare che la dualità maschio - femmina non esiste più, significava staccarsi
dalle scuole filosofiche e dalle società locali, che all'epoca erano riservate ai maschi o, se
ammettevano le donne, praticavano la segregazione nell’ ambito delle loro attività.
Le comunità nate dalla predicazione paolina sono miste sotto ogni aspetto: uomini e donne, ricchi
e poveri, padroni e schiavi. Il successo del cristianesimo nel I secolo è dovuto precisamente a questo
nuovo tipo di società. Questa coesistenza solleverà del resto i sarcasmi dei filosofi pagani. Celso
verso il 180 e Porfirio alla fine del secolo continuavano a ironizzare sul fatto che la nuova religione
raccoglieva adepti negli strati bassi della popolazione: schiavi e donne. Essi non se ne stupivano,
perché per loro le donne sono votate all'ignoranza e alla superstizione. Ciò non impedisce che essi
ci trasmettano, loro malgrado, un'informazione preziosa: il cristianesimo attrasse le donne sin
dall'inizio.
IL PROBLEMA DEL VELO
II lungo percorso che abbiamo compiuto prima di affrontare il problema delle donne non era una
deviazione, bensì un passaggio obbligato per mettere a fuoco la questione. Innanzitutto, abbiamo
chiarito il programma paolino: una comunità di uomini e donne con un'identità aperta. Poi abbiamo
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preso coscienza del fatto che questo programma, che rifiuta ogni forma di divisione, risultava
assolutamente innovatore nella società romana del I secolo. Infine, abbiamo constatato che esso non
cancella le differenze fra le persone; mantiene dunque le loro particolarità ma rifiuta ogni idea di
potere dell'uno sull'altro.
È essenzialmente nella prima Epistola ai Corinzi che Paolo si pronuncia sulla coesistenza di
uomini e donne nella chiesa; non che lo voglia fare di sua iniziativa, ma la comunità di Corinto gli
ha chiesto aiuto nella crisi che attraversava.
Che cos'era successo? In apparenza un problema di velo. L'abitudine instaurata da Paolo a
Corinto, seguendo in questo l'uso della sinagoga, prevedeva che gli uomini pregassero a capo
scoperto, mentre le donne pregavano velate. Si sa che la pratica ebraica è oggi opposta, gli uomini si
coprono il capo con la kippah; ma questa usanza data soltanto dal IV secolo. Ai tempi di Paolo le
donne si velavano, e questo era il segno della loro femminilità. Nell'Impero gli usi variavano: il
rituale greco del sacrificio prevedeva il capo scoperto, il rituale romano la testa coperta con una
piega della toga.
A Corinto alcune donne hanno manifestamente deciso che il velo era di troppo (I Cor. 11,2-16).
Per quale motivo? È difficile dirlo con sicurezza. Si è sollevata l'ipotesi che avessero voluto
eliminare il velo per essere come le profetesse dei culti misterici di Dioniso e di Iside, le quali
officiavano con i capelli sciolti. È possibile del resto che il culto egiziano di Iside abbia contaminato
la pratica cristiana: questo culto era un concorrente molto serio del cristianesimo, poiché era uno dei
pochi che ammetteva uomini e donne, e prometteva la risurrezione come i cristiani; ma soprattutto,
questo culto esaltava la figura della dea madre.
Le donne di Corinto furono sedotte dall'aspetto femminista di questo culto? Paolo non vi fa alcuna
allusione. Piuttosto, è assai più verosimile che queste donne, ispirate dai precetti dell'apostolo,
abbiano voluto rinunciare a questo simbolo del loro sesso per essere uguali agli uomini... poiché
non vi è più né maschio né femmina. L'imbarazzo di Paolo a rispondere - perché visibilmente
l'apostolo è a disagio - si capirebbe bene se queste donne, usando come arma le sue affermazioni,
volessero essere più paoline di Paolo.
Sicuro è che per l'apostolo la questione non si pone a livello di civetteria, bensì di identità
femminile. Bisogna sapere che nell'antichità la pettinatura aveva un valore altamente simbolico.
Secondo l'usanza ebraica, portare i capelli sparsi sulle spalle era per una donna altrettanto indecente
che avere il petto scoperto; vi si vedeva l'atteggiamento delle prostitute (cfr. Lc 7,38 ss.). Era altrettanto vergognoso avere la testa rasata.
RECIPROCITÀ
Paolo dice no all'abbandono del velo. La sua reazione è il sussulto di un fariseo urtato? La
spiegazione è un po' troppo semplice. Egli scrive: «Ma voglio che sappiate che il capo di ogni uomo
è Cristo, che il capo della donna è l'uomo, e che il capo di Cristo è Dio. Ogni uomo che prega o
profetizza a capo coperto fa disonore al suo capo; ma ogni donna che prega o profetizza senza
avere il capo coperto fa disonore al suo capo, perché è come se fosse rasa» (I Cor. 11,3-5).
La struttura gerarchica che qui viene indicata appartiene all'ordine della creazione così come lo si
comprendeva allora: la donna dipende dall'uomo, che dipende da Cristo, che dipende da Dio.
Notiamo che il termine greco tradotto con capo è «képhalè», che indica anche la testa. Dire che Dio
è la testa di Cristo, o l'uomo la testa della donna, significa indicare una fonte, un'ispirazione, una
protezione così come un'autorità. Come l'uomo vive della relazione con Cristo, e Cristo del suo
rapporto con Dio, la donna nel mondo esiste nel suo rapporto con l'uomo.
Ma vediamo bene che cosa imbarazza l'apostolo: è altrettanto disonorevole per un uomo pregare o
profetare a capo coperto che per una donna togliersi il velo. Perché? Perché si entra nel regno della
confusione. Il segno della mascolinità (pregare a capo nudo) e il segno della femminilità (pregare
con il velo) non sono intercambiabili. Togliersi il velo elimina la differenza dei sessi e nega la
femminilità della donna. Ecco cosa lo induce a dire no.
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Fermarsi qui sarebbe come costruire puramente e semplicemente un rapporto gerarchico
uomo/donna. Paolo si guarda bene dal cadere in questa trappola, in cui sono caduti tanti dei suoi
lettori! Una lettura attenta del passo dimostra che egli introduce a tre riprese una logica di
reciprocità, che ristabilisce la simmetria uomo/donna.
Dopo aver affermato: Non l'uomo deriva dalla donna, ma la donna dall'uomo (v. 8), Paolo
aggiunge: Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza (v. 10), perché
ella è la gloria dell'uomo. Dire poi: La donna è inseparabile dall'uomo (v. 11a) lo porta subito ad
aggiungere: e l'uomo è inseparabile dalla donna, nel Signore (v. 11b). Infine, dall'affermazione
contenuta nella Genesi: la donna viene dall'uomo (v. 12a) egli deriva quella reciproca: così l'uomo
ha vita dalla donna, e tutto viene da Dio (v. 12b).
È dunque precipitoso attribuire a Paolo una mentalità patriarcale che si compiacerebbe
dell'ineguaglianza tra uomini e donne. Si vede bene che in lui la gerarchia come tale viene
sovvertita dal principio di reciprocità. La constatazione dell'insufficienza della donna senza l'uomo
è reversibile, e dire che la donna viene dall'uomo equivale a constatare che l'uomo nasce dalla
donna.
Paolo applica questo stesso principio quando affronta la questione del matrimonio (I Cor. 7): Ai
coniugi poi ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito (v. 10). Ma di
seguito egli aggiunge: e che il marito non mandi via la moglie (v. 11). Simmetria del dovere! O
ancora: La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito (v. 4a). Prima di indignarci, ascoltiamo il seguito: e nello stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie (v.
4b). Simmetria della responsabilità: ciascuno è chiamato a rispondere dell'uso del suo corpo davanti
all'altro.
In conclusione potremo dire che è vero che Paolo definisce la condizione della donna sulla base di
una struttura patriarcale fondata sull' ordine della creazione: il rapporto d'autorità va dall'uomo alla
donna, non viceversa. Ma davanti a Dio e alla Chiesa, egli insiste, il diritto del maschio non è più
valido.
In ogni caso, tale eguaglianza attraverso la grazia non deve condurre a negare la particolarità di
ciascuno. Per questo Paolo si oppone al fatto che le donne si omologhino agli uomini pregando o
profetizzando a capo scoperto. Non è contrario a questa iniziativa in nome di una qualche inferiorità
femminile - quest'idea è subito bloccata dalla logica della reciprocità -, ma in virtù del ruolo
attribuito a ciascuno da Dio. Dunque, il ruolo della donna è di essere la gloria dell'uomo, il suo
riflesso, il suo orgoglio.
Uomini e donne sono dunque invitati a vivere la verità che li attraversa - universalismo della
grazia - senza rinnegare il ruolo specifico che loro appartiene nella creazione. E questo è il
pluralismo.
PIÙ PROGRESSISTA DI QUANTO NON SI CREDA
La questione può ora riproporsi: nel I secolo, Paolo fu un conservatore o un progressista?
Per rispondere nettamente bisognerebbe conoscere con precisione la situazione delle donne
all'epoca; questa precisione è però negata agli storici, in mancanza di documenti che
permetterebbero loro di ricostruire il tessuto sociale negli ambienti popolari e di stabilire il peso dei
costumi locali.
Diciamo in generale che la donna è onorata per la maternità e per il ruolo di amministratrice della
casa, produttrice e riproduttrice al tempo stesso. A Roma si festeggiano le madri il 1° marzo di ogni
anno: i Matronalia. Per principio la vita pubblica è riservata agli uomini. Nei fatti, la donna greca è
più libera della donna ebraica, e la matrona romana più libera della donna greca. Si trovano donne
artigiane, operaie, commercianti. Anche donne medico, sebbene la cosa sia infrequente, come
testimonia l'epitaffio che un marito, anch'egli medico, ha fatto incidere sulla tomba della moglie:
«Tu sei giunta con me al sommo della fama in quanto medico, e sebbene donna, non mi eri inferiore
nella mia arte». L'Impero romano non fu per le donne questo mare d'ingiustizia che ci si immagina!
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Le chiese fondate da Paolo sono nondimeno eccezionali su un punto: il ruolo e la dignità
riconosciuti alle donne nella comunità. Le donne non vi furono del resto insensibili. Certo, la vita
sociale, a Corinto come ad Antiochia, a Roma come ad Alessandria, pullulava di associazioni
private, di club, di corporazioni, di gruppi religiosi perfino misti. Ma perlopiù ciascuno conservava
nel gruppo il posto ed il ruolo che aveva nella società: lo schiavo con gli schiavi, il senatore con i
senatori, la donna con le donne.
Nelle comunità paoline, l'identità aperta conferiva a ciascuno un'uguaglianza di stato. E la disputa
corinzia sul velo non deve mettere in ombra un fatto importante: nel culto di Corinto, uomini e
donne pregano, uomini e donne profetizzano. Ecco ciò che è assolutamente straordinario. Le donne
come gli uomini sono abilitate a esercitare, nella e per la comunità, le funzioni che si chiameranno,
progressivamente, sacerdotali.
La profezia femminile a Corinto non è affatto un caso isolato. Nella sua opera di
evangelizzazione, Paolo si è circondato di collaboratrici e di collaboratori, donne e uomini cui rende
omaggio nelle sue lettere. Per limitarsi alle persone che egli saluta alla fine dell'Epistola ai Romani:
Febe, diaconessa della chiesa di Cencre (Rom. 16,1), Aquila e Prisca, suoi collaboratori in Cristo
Gesù (v. 3), Maria che si è molto affaticata per voi (v. 6), Andronico e Giunia (è una donna) che
Paolo gratifica del titolo di «apostoli» (v. 7), Perside «che si è affaticata molto nel Signore» (v. 12),
Rufo «e sua madre» (v. 13), Nereo «e sua sorella» (v. 15)... Una manciata di nomi che non
solamente indicano tutta una rete di collaborazione, ma testimoniano la fiducia e l'ammirazione di
Paolo per le donne che operano con lui alla diffusione dell'evangelo.
In tutta la letteratura dell'epoca non troviamo assolutamente l'equivalente di questo capitale di
fiducia investito su delle donne poco conosciute, quelle che uno storico definirebbe oscure. Paolo è
senza dubbio un progressista del I secolo. Egli ispirò del resto un movimento di emancipazione
femminile di cui cent'anni più tardi gli Atti apocrifi di Paolo e Tecla manterranno il ricordo.
Ma bisogna limitarsi al I secolo per definire Paolo progressista? Oggi, Paolo non ha nulla di
nuovo da dire sulla presenza e la vita della donna nella comunità cristiana? La risposta è immediata:
la posizione di Paolo sulla donna nella Chiesa resta assolutamente progressista. Duemila anni dopo.
Domande per il dovere di sedersi
1. NON SIAMO INGIUSTI CON PAOLO
La tradizione cristiana si è ingannata sul conto di Paolo e ha gravemente mutilato il suo
pensiero.
E’ inoltre presente una tradizione bimillenaria della tutela maschile imposta alle donne nella
Chiesa.
ƒ Perché il pensiero di Paolo sulle donne è stato così travisato?
ƒ Questo messaggio erroneo ha influenzato la nostra vita cristiana e di fede? In che
modo?
ƒ Qual'è oggi il ruolo della donna nella Chiesa? Cosa pensiamo riguardo all’aprire il
Sacerdozio alle donne?
2. NE’ MASCHIO NE’ FEMMINA – COMUNITÀ SENZA UGUALI
ƒ Riusciamo a vivere nel nostro ambiente un Universalismo vero della Grazia dove
veramente l’essenza è quella del “tutti sono accolti per quello che sono"?
ƒ Il Pluralismo che viviamo oggi nel contesto che ci circonda, nella nostra famiglia è
davvero basato sulla reciprocità e sulla specificità delle persone?
3. IL PROBLEMA DEL VELO
ƒ Che cosa è il “velo” per le donne oggi? E il “capo scoperto” per gli uomini? E per me?
ƒ Da che cosa vorremmo noi donne/uomini liberarci?
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ƒ
Il Femminismo voleva essere una rivalsa della donna sull’uomo. Paolo ci parla di
reciprocità. E noi come coppia dove siamo?
Preghiera
Preghiera per la donna
O Vergine Maria,
fa che il riflesso della Tua sublime bellezza,
risplenda in ogni volto di donna.
O Sposa,
di illibato candore,
rendi trasparente di grazia il suo amore.
O Madre,
di infinita tenerezza,
che nessun grembo si chiuda alla vita,
nessun cuore all'amore.
O Vergine del silenzio,
che ogni donna contempli come te,
il mistero che l'avvolge,
l'amore divino che la possiede,
la tenerezza del figlio che porta in grembo,
il dolore di quello che perde nel cammino della vita,
la gioia di chi nella sua maternità verginale,
si è consacrata al suo Signore.
O Donna del si,
rendi fedele il suo amore,
gioioso il suo donarsi,
paziente il suo lavoro,
gratificante l'essere come te donna,
immagine viva della tenerezza divina.
Che ogni uomo sappia contemplare il suo volto,
comprendere la sua fragilità, intenerirsi del suo amore.
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QUARTO INCONTRO
LA RADICE di PAOLO: ISRAELE
Paolo si porta dietro la fama d'essere l'uomo che ha causato l'irreparabile. Irreparabile è la frattura
tra ebrei e cristiani nel I secolo. Come se, dopo che Gesù si era consacrato a Israele, Paolo avesse
tagliato i legami filiali che lo legavano al giudaismo e avesse aperto il cristianesimo al mondo.
Daniel Boyarin, un ebreo americano, scrive nel suo libro dedicato a Paolo (1994): Paolo «è
all'origine dell'universalismo occidentale. Nel suo autentico fervore per assicurare un posto ai
pagani nella struttura fissata dalla Torah [...], egli ha, quasi contro la sua volontà, gettato il seme di
un discorso cristiano che privava totalmente la specificità etnica e culturale del giudaismo di ogni
valenza positiva, e si tramutava in una "maledizione" agli occhi dei cristiani pagani».
Non si può davvero negare che nella storia un tale discorso di maledizione sia stato fatto. È certo
che la dottrina paolina della giustificazione senza la Legge ha funzionato come arma ideologica
antisemita. Ma la domanda è questa: Paolo sostiene questo discorso? È lui l'anima dannata
dell'antigiudaismo?
Dopo la Shoah, questo interrogativo è diventato molto delicato. Aldilà dei loro rimorsi, i cristiani
sono infatti obbligati a interrogarsi non solo sulle derive antisemite del cristianesimo, ma, ed è
ancora più grave, sull'eventuale antigiudaismo trasmesso attraverso il Nuovo Testamento. Potrebbe
darsi che il disprezzo nei confronti del giudaismo abbia contaminato anche i testi fondanti della fede
cristiana? Che cosa si dovrebbe fare se la meditazione del Nuovo Testamento istillasse in noi, a nostra insaputa, il veleno dell'odio contro gli ebrei?
PAOLO NON E’ UN AGGRESSIVO
Scartiamo innanzitutto un'idea semplicistica, e cioè che Paolo da solo avrebbe provocato la
separazione tra la chiesa e la sinagoga. Troppo semplice per essere vero. Infatti il processo di
separazione tra ebrei e cristiani è durato almeno mezzo secolo. Fu lento, progressivo, accidentato,
diverso da regione a regione, più avanzato in Italia che in Siria. Per esempio, il Vangelo di Marco
negli anni 60 considera la separazione come dato di fatto, mentre ciò sta appena iniziando ad
accadere per la chiesa di Matteo dieci anni più tardi in Siria.
Questa separazione è stata il frutto di un lento deterioramento dei legami, che ha avuto molteplici
cause. E se si ebbe un'accelerazione in questo processo, essa venne da un giudaismo traumatizzato
dalla catastrofe del 70 - la conquista di Gerusalemme da parte delle truppe romane di Tito -, una
catastrofe che condannava il giudaismo a ricostruirsi senza il Tempio. Questa ricostruzione,
notevole dopo una scossa tanto violenta, è stata portata a buon fine da coloro che potevano
cementare il giudaismo intorno a un perno, la Torah. Sono i farisei che presero in mano il destino
religioso d'Israele dopo la sconfitta. Le altre correnti non avevano più credibilità: gli zeloti avevano
portato alla sconfitta, e i sadducei senza il Tempio non contavano più nulla.
Ebbene, questa ricomposizione sotto la guida farisaica ha fatto emergere un'ortodossia giudaica,
fenomeno fino allora sconosciuto, che escludeva i marginali, i «minimi», tra i quali si trovavano i
discepoli di Giovanni Battista e i cristiani. Il cristianesimo ha dovuto riprendersi da questa
esclusione, anche violenta; il fenomeno dell'espulsione ha portato la chiesa verso i non ebrei e
indurito il suo antagonismo nei confronti della sinagoga.
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Non ci stupiamo dunque che i Vangeli, che sono datati, tranne quello di Marco, dopo il 70,
presentino gli ebrei, soprattutto i farisei, in una luce negativa. Il testo dei Vangeli, principalmente di
Matteo e Giovanni, è totalmente intriso della tragedia che andava avvenendo: lo scisma tra la fede
del Dio di Abramo e la fede nel Messia Gesù.
LA CRISTIANITÀ SI SERVIRÀ DI LUI
Attenzione però: tutti questi avvenimenti sono posteriori a Paolo. L'apostolo scrive vent'anni
prima, e di sua mano non si legge nulla che somigli, neppure lontanamente, a una tale evoluzione.
Non si trovano nei suoi scritti né generalizzazioni sugli «ebrei» (tranne in 1 Tess. 2,14-16), né
immagini negative d'Israele, né aggressività antisemite. Si cercherebbe invano nelle sue parole
l'immagine dell'«ebreo deicida» che nella storia ha schiacciato questo popolo sotto un' accusa
pesante e immotivata.
Siamo negli anni 50. Le chiese fondate dall'apostolo riunivano insieme cristiani d'origine ebraica e
pagana. Paolo parla degli ebrei come di suoi fratelli, della sua razza, quella da cui è venuto Cristo
(Rom. 9,3). Egli rivendica la sua identità ebraica: ebreo figlio di ebrei, della razza d'Israele, della
tribù di Beniamino (Fil. 3,5). Paolo viene prima che tutto sia sconvolto.
L'idea corretta è che Paolo non è all'origine di una frattura che egli non ha prodotto né desiderato,
benché egli la acceleri e se ne dolga di già. Per contro, egli ha concettualizzato ciò che separa la
fede ebraica dalla fede cristiana. Voglio dire che egli ha permesso al cristianesimo di riflettere sulla
frattura che si è prodotta in seguito, di comprenderla, di motivarla teologicamente.
Paolo non ha quindi decretato la separazione, ma ha posto in rilievo la specificità cristiana nei
confronti del giudaismo. E nel momento in cui la crisi scoppierà tra la sinagoga e la chiesa, la
cristianità si servirà delle sue argomentazioni come di un'arma, prima per proteggersi, poi per
attaccare il giudaismo.
Ma ancora una volta, per Paolo il Dio d'Abramo è insieme il Dio degli ebrei e dei greci, il Dio
degli ebrei prima, poi dei greci, come egli non cessa di dire. E mai dubita del fatto che Israele sarà
salvato. La cristianità che fa d'Israele il popolo maledetto da Dio per aver ucciso il Figlio, questa
cristianità non ha letto Paolo.
Questa riflessione porta a tre domande. Prima di tutto, chiediamoci se Paolo si oppone
religiosamente solo a Israele. Poi, torneremo sul rifiuto paolino della Legge. Infine, dovremo
affrontare quello che l'apostolo chiama il mistero della salvezza d'Israele.
DIO INCONCEPIBILE
Cominciamo con la prima domanda: per Paolo essere cristiani significa solo «non essere
ebrei», come essere di sinistra in politica equivale a non essere di destra?
La risposta è chiaramente no. Essere cristiani è credere in un Dio che ci arriva nella fragilità, un
Dio che accoglie in noi quel che noi siamo, senza che lo si debba a delle qualità o a delle opere
della Legge. Ecco la novità sbalorditiva del evangelo secondo Paolo.
Che cosa accade allora quando l'apostolo si rivolge a dei greci o a degli italiani per i quali la
Torah non significa nulla? Se ne ha un buon esempio a Corinto, dove gli ex ebrei non sono
numerosi in seno alla comunità. Ebbene, nelle due lettere che egli indirizza ai corinzi, non menziona
per così dire mai la Torah, né ricorre al linguaggio della giustificazione, che riserva al dibattito con
la teologia ebraica. In compenso, utilizza largamente il linguaggio della saggezza, diciamo la lingua
dei filosofi. La predicazione della croce, egli scrive, è pazzia per quelli che periscono, ma per noi
che veniamo salvati, è la potenza di Dio; infatti sta scritto: «Io farò perire la sapienza dei saggi e
annienterò l'intelligenza degli intelligenti» (1 Cor. 1,18-19).
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Ecco come Paolo parla del Dio della croce a delle genti che non possono far riferimento alla
Torah: la buona novella è una pazzia: si traduce sovente stoltezza, ma il termine greco è ben più
duro; indica un'inezia, un'assurdità, qualcosa di disdicevole per l'intelligenza.
Ma perché il Dio della croce è sconveniente? Semplicemente perché la filosofia greca metteva
Dio agli antipodi; lo associava al potere, al sapere, alla perfezione. È il Dio della nostra
immaginazione, che sa tutto, può tutto, vede tutto, dice tutto. Come potrebbe quindi rivelarsi
completamente nel corpo straziato del rabbi di Nazareth , questo “superpapà”, giudice di tutte le
cose, padrone del ' cielo e della terra?
Credere che Dio riveli l'intimo segreto della sua essenza nel silenzio di questa morte è
sicuramente una sfida alla ragione e alla nostra immaginazione. Chi, ragionevolmente, si
augurerebbe un Dio incapace d'impedire la morte di suo Figlio, un Padre muto mentre il Figlio
agonizza? «Poiché il mondo non ha conosciuto Dio mediante la propria sapienza, è piaciuto a Dio,
nella sua sapienza, di salvare i credenti con la pazzia della predicazione» (I Cor. 1,21).
Il Dio della grazia assoluta è altrettanto inconcepibile per l'ebreo legato all'osservanza della Legge
che per il greco impegnato nel pensiero di Dio. L'uno e l'altro non possono arrivare alla fede che al
prezzo di una rinuncia: la rinuncia sia a definire Dio sia a pretendere di esistere davanti a lui per le
proprie qualità. Credere al vangelo comporta una frattura rispetto alle immagini di Dio, qualunque
origine abbiano.
IL SALTO DELLA FEDE: UN’ESIGENZA PER TUTTI
Quindi il non essere ebrei non significa assolutamente che si possa beneficiare di una sorta di
accesso diretto al Dio della croce. I greci hanno un equivalente della Torah ed è la loro saggezza e
la loro immagine del divino. Convertirsi al vangelo implica per loro una destabilizzazione
dell'immagine di Dio altrettanto forte di quanto non sia per un ebreo apprendere che la Torah non è
più un cammino di salvezza.
È per questo che Paolo, sempre rivolgendosi ai corinzi, unisce ebrei e greci nello stesso errore e
nella medesima necessità di una conversione, cioè di un cambiamento della visione di Dio: «I
giudei infatti chiedono miracoli e i greci cercano sapienza, ma noi predichiamo Cristo crocifisso,
che per i giudei è scandalo, e per gli stranieri pazzia; ma per quelli che sono chiamati, tanto giudei
quanto greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio» (1 Cor. 1,22-24).
Rispondiamo alla prima domanda constatando che la teologia paolina non è uno strumento
antisemita e favorevole ai pagani. Paolo definisce l'immagine del Dio della croce staccandosi tanto
dalla ricerca filosofica greca quanto dalla devozione giudaica nei confronti della Legge, cosa che gli
permette, nella sintesi illuminante che abbiamo citato, di unificare i due tentativi di cogliere l'essenza di Dio che si trovano nel profondo di tutta l'umanità: il bisogno di potere e il bisogno di
rappresentazione. Il bisogno di potere porta a fare di Dio l'ostaggio della fedeltà umana:
l'obbedienza alla Legge diventa garanzia della grazia, e il miracolo dovrebbe ricompensare la
fedeltà. Il bisogno di rappresentazione imprigiona Dio nell'ambito di una spiritualità dove il divino
non è ammesso se non entro i limiti della ragione. Dio non sconvolge più.
Al credente giustificato senza le opere della Legge, Paolo aggiunge il credente salvato a dispetto
delle resistenze della ragione. Quando egli delinea il ritratto di un'umanità che sbaglia riguardo a
Dio (Rom. 1,18- 3,20), egli mette in effetti sullo stesso piano lo smarrimento dei pagani votati a una
devozione idolatra e lo scacco degli ebrei nel praticare totalmente la Legge.
Il salto della fede è totale, per tutti. Concentrando la predicazione cristiana sulla croce, l'apostolo
di Tarso indica il punto in cui l'incarnazione dà scacco alle chimere religiose. Bisogna ripeterselo
oggi, in una cultura permeata a tal punto di cristianesimo da essere immunizzata contro ogni nuovo
stimolo. È sufficiente meditare tre righe di Paolo per convincersi che Dio non è come l'acqua fresca.
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L'ESEMPIO DI ABRAMO
Ciò non impedisce che, di fronte al giudaismo, la frattura prodotta da Paolo sia spalancata. Ecco
la seconda domanda: che cos'è davvero la Legge, visto che tutta la devozione d'Israele celebra
con il canto la fortuna d'averla ricevuta non per merito, bensì per grazia? Più volte al giorno, i pii
ebrei intonavano la litania di celebrazione dei benefici della Torah. «La Legge del SIGNORE è
perfetta, essa ristora l'anima; [...] I precetti del SIGNORE sono giusti, rallegrano il cuore; il
comandamento del SIGNORE è limpido, illumina gli occhi» (Sal. 19,7-8). E come si è visto, per i
farisei ciò non era troppo: la Legge era diventata per loro la quintessenza della saggezza divina.
Non era iconoclasta attentare alla venerabile autorità della Torah? Paolo si decide a rispondere a
questa domanda, diciamo meglio a quest'accusa, nella sua Lettera ai Romani (Rom. 4). Non si tratta
del resto che di una lunga difesa della sua teologia dagli attacchi di cui era stata fatta oggetto; egli
tratta il problema dandogli un taglio catechistico, di riassunto dottrinale, che non si ritrova nel resto
della sua corrispondenza. E dunque Paolo intende dimostrare che non è sacrilego affermare che la
Legge non salva, e che egli ha ottime ragioni per sostenere quest'opinione.
Egli trae le sue ottime regioni direttamente dalla fonte. E quale è la fonte della fede d'Israele?
Abramo. Non Mosè, ma Abramo. Perché ogni israelita è figlio di Abramo e vede in lui l'inizio della
promessa, come a dire l'atto di nascita del popolo: «Io farò di te una grande nazione, ti benedirò
[...]. Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te saranno benedette tutte
le famiglie della terra (Gen. 12,2-3).
L'intenzione di Paolo è chiara: risalire al patriarca significa risalire all'origine, dove Dio si rivela
nella luce. Che cosa dunque si apprende all'origine? Abramo credette al Signore, che glielo
accreditò come giustizia (Gen. 15.6). Paolo esamina minuziosamente queste parole, in ciò seguendo
le lezioni di esegesi che aveva ricevuto nella sua scuola farisea. E ciò si può dimostrare in tre punti.
Punto primo: Abramo è stato considerato giusto; ma su quale base? Sulla base della sua
obbedienza? No, sulla base della sua fede, della sua fiducia in Dio. Conseguenza: Dio accredita la
giustizia indipendentemente dalle opere (Rom. 4,4-8).
Punto secondo: questa promessa è riservata ai circoncisi, cioè soltanto a Israele, o riguarda tutta
l'umanità? La promessa è stata fatta ad Abramo prima che fosse circonciso! Paolo propone qui
un'argomentazione tipicamente rabbinica, cioè la cronologia attestata dalla Scrittura: secondo la
tradizione, tra il momento in cui il patriarca è stato considerato come giusto in virtù della sua fede
(Gen. 15) e la sua circoncisione (Gen. 17) passarono ventinove anni. Abramo era dunque già un
giusto quando fu circonciso. Conseguenza per Paolo: la salvezza può essere accordata per fede a
tutti gli incirconcisi (Rom. 4,9-12).
Punto terzo: l'eredità di Abramo deve osservare questa regola se vuol essere fedele all'origine.
Quindi, se l'eredità, la salvezza, è subordinata alla Legge, allora la fede non ha più senso, e la
promessa è annullata. L'equazione «fede = grazia di Dio» è dunque valida tanto per i fedeli della
Legge, Israele, quanto per i fedeli fuori della Legge, i pagani. Conclusione: Abramo è sia il padre
dei circoncisi sia il padre degli incirconcisi, nella misura in cui tutti, ebrei e pagani, camminano
sulle orme della fede del nostro padre Abramo prima della sua circoncisione (Rom. 4,13-16).
UNA STESSA GRAZIA
Ragionamento pressante! Anche se l'argomentazione, tipica dell'epoca, non ha più la stessa forza
di persuasione oggi, bisogna considerarne i risultati. Questa dimostrazione permette prima di tutto a
Paolo di situare all'origine stessa d'Israele il primato della fede sull'obbedienza. Essa porta poi a
riconoscere che la particolarità d'Israele, contrassegnata dalla circoncisione, è in secondo piano
rispetto alla grazia originaria di Dio. Essa legittima infine l'esistenza di due discendenze di Abramo,
una passante per la Legge, l'altra no, ma che si riconoscono l'una come l'altra debitrici della stessa
grazia fondante.
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Per Paolo la figura d'Abramo non si presenta dunque come una figura d'esclusione, bensì
d'inclusione o d'integrazione: in lui, Dio si rivela Dio degli ebrei e dei pagani. Non in virtù di un
diritto ma perché Dio, adottando Abramo, adotta un «uomo senza qualità», cioè un uomo che nulla
qualificava a beneficiare della sua grazia.
L'apostolo pone qui il principio ineluttabile di ogni dialogo interreligioso. Questo dialogo non può
e non deve consistere in una sorta di trattativa diplomatica tra religioni; deve basarsi sul
riconoscimento che l'assoluto ci sfugge, che noi siamo gli uni e gli altri, nonostante le nostre
differenze stratificatesi nel corso della storia, debitori di un gesto di grazia immeritata su cui ci
basiamo.
DUE PUNTI DI VISTA CONTRADDITTORI?
Da quello che abbiamo appreso a proposito di Abramo, nasce una nuova difficoltà: quale fu allora
il ruolo della Legge? Arrivando da Romani 4, la domanda non può più essere evitata: la Legge non
fu che una parentesi nefanda nella storia del rapporto di Dio con l'umanità?
Paolo affronta la questione tre capitoli oltre, incentrando la risposta su questo assioma: non è la
Legge a essere cattiva, bensì il peccato che agisce in me e mi fa compiere non il bene che voglio,
ma il male che non voglio (Rom. 7). È qui che Paolo segna più fortemente il suo divario dalla
teologia ebraica. La sua affermazione sembra essere in contrasto con quello che scriveva ai
filippesi: per la giustizia che si trova nella Legge, io sono irreprensibile (Fil. 3,6). Prima della sua
conversione Paolo fu dunque il fariseo impeccabile rispetto alla Legge (Fil. 3) o il credente incapace
di fare il bene (Rom.7)? Ci si presenta una questione tortuosa e molto complessa, che ha generato
un fiume di scritti.
Sembrano convincenti le argomentazioni di un esegeta tedesco, Gerd Theissen, che unisce
teologia e psicologia per dire che si possono attribuire a Paolo entrambe le affermazioni, seppure
contraddittorie. Basta ricordare quanto dicevano i soldati dopo la seconda guerra mondiale: «Ho
fatto il mio dovere scrupolosamente; ma in seguito mi sono reso conto che in realtà tradivo, per
obbedire agli ordini, gli ideali del mio paese». È dunque possibile avere sul proprio passato due
opinioni differenti, punti di vista opposti, perché con il passare del tempo si è verificato un nuovo
chiarimento.
Così Paolo fu un eccellente allievo della scuola farisaica della Torah; fu anche un ebreo
praticante, molto attivo e fiero di esserlo. Ma il capovolgimento di Damasco ha modificato il suo
punto di vista, non facendogli scoprire qualche mancanza che prima non avrebbe avvertito, ma
rivelandogli l'errore che comportava quest'impeccabile obbedienza. Essa era animata dalla
cupidigia, dice, che consiste nel mettere le proprie qualità in contrappeso alla grazia. «Do ut des». Il
merito di Paolo è di aver rivelato la zona d'ombra che può accompagnare l'obbedienza religiosa.
Questa ombra è davvero perversa: a partire dal momento in cui la Legge definisce
dettagliatamente l'obbedienza, essa instilla l'idea che sia possibile soddisfare il desiderio di Dio;
mette la salvezza a portata di mano. Da qui a dedurre che è possibile impadronirsene, non c'è che un
passo. Ma Paolo precisa: non è la Legge che vuole questo, è il peccato: prendendo l'occasione dal
comandamento, mi ha sedotto e per mezzo di esso mi ha dato la morte (Rom. 7,11).
Paolo parla di peccato al singolare e non al plurale, il che dimostra che vuoi colpire il male alla
radice. Peccare per lui non vuoi dire trasgredire a un codice o a una morale, bensì cedere a una
tentazione di onnipotenza. Peccare consiste nel credersi depositario della salvezza: la morte di Gesù
ha insegnato questo a Paolo. La potenza in questione insinua al cuore stesso della religione che
soddisfare la volontà di Dio dà diritto a questo certificato di proprietà. L'ombra divora allora la fede.
Volersi impadronire della grazia significa rinunciare a Dio.
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LA RADICE CHE TI PORTA
Ma torniamo ad Abramo. Se Paolo fa di lui l'antenato degli ebrei e dei pagani, a che cosa serve
Israele? A che serve il lungo rapporto di Dio con questo popolo particolare, se alla fine questo
legame esclusivo viene reciso? E poi, se la giustificazione non è mai data se non in virtù della fede,
quale salvezza attende coloro che negano questa priorità della fede sulla Legge? Eccoci all'ultima
domanda: da un punto di vista cristiano, che avvenire ha Israele davanti a Dio?
È ancora nell'Epistola ai Romani che Paolo tratta la questione, con il massimo rigore, in un lungo
passo che comprende i capitoli 9, 10 e 11. Dopo aver sistematicamente esposto la giustificazione
per fede, giunge a chiedersi: e allora Israele?
Le argomentazioni di questi capitoli non sono facili da seguire. Evidentemente Paolo è agitato,
letteralmente, agitato dalla domanda che lo tormenta. Lo dichiara all'inizio: Preferirei essere io
stesso separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne, gli
israeliti a cui appartengono l'adozione, la gloria, le alleanze, la Legge, il culto, le promesse e i patriarchi (Rom. 9,3-5). Paolo è percorso da sentimenti contraddittori di fronte allo splendore di una
tradizione cui Dio si è così intimamente legato, ma che ha rifiutato il suo Messia.
Paolo esita tra due argomenti opposti che egli intreccia quasi fino alla fine. Il primo consiste nel
dire che in fondo non vi è alcuno scacco. I veri figli di Abramo sono i figli della promessa, dunque i
cristiani. La storia del popolo eletto ha del resto sempre seguito lo stesso percorso, egli nota: la
maggioranza del popolo non ascoltava la voce dei profeti, rimaneva sorda; ma c'era una minoranza,
una minoranza salvata secondo la libera scelta della grazia (Rom. 11,5). Si ritrova questo concetto
a Qumran, che si concepisce parimenti come «minoranza».
Il secondo argomento è molto diverso: sì, Israele ha sbagliato; sì, essi hanno crudelmente errato
rifiutando il Messia. Perché hanno zelo per Dio, ma non secondo una retta conoscenza (10,2).
Eppure essi sono caduti per sempre? No, perché il loro errore ha avuto il benefico effetto di far
accedere i pagani alla salvezza per suscitare la gelosia d'Israele (11,11). Paolo ricorda ai pagani che
essi sono beneficiari in seconda istanza, innestati sui rami restanti dell'olivo. Israele è dunque la
radice che ti porta (11,18), perché è a lui che sono state fatte le promesse.
IL MISTERO RIMANE
Si percepisce bene la tensione tra i due argomenti. Il primo giustifica lo sviluppo del cristianesimo
attraverso una logica della minoranza, inerente alla storia stessa d'Israele: c'è sempre stato un
piccolo gruppo residuo, salvato dalla grazia, e questa è la decisione di Dio. Questa minoranza è la
chiesa. Ma nel momento in cui ci si appresterebbe a cancellare Israele che rifiuta il vangelo, il
secondo argomento interviene a impedirlo: hanno sbagliato, ma la salvezza viene da loro, e il loro
errore ha permesso ai pagani di entrare nella santità del popolo eletto.
C'è più che una tensione: siamo in un vicolo cieco. Da un lato, si potrebbero dimenticare gli ebrei;
dall'altro, essi non dovrebbero mai essere dimenticati perché la nostra salvezza ci viene da loro. Per
un verso, essi si sono davvero induriti, ma per l'altro, i cristiani tributino loro infinito rispetto per
aver portato fino a loro la grazia.
Come uscire da questo vicolo cieco? Con un colpo di scena che in teologia si definisce «mistero».
Il mistero indica una verità non prevedibile e non deducibile. Non voglio che ignoriate, fratelli,
questo mistero, perché non siate presuntuosi: l'indurimento di una parte d'Israele è in atto finché
saranno entrate tutte le genti; e allora tutto Israele sarà salvato (11,25-26).
Dietro questo mistero della salvezza d'Israele alla fine dei tempi si trovano tre convinzioni
radicate di Paolo. Si vede emergere il suo assoluto rispetto della libertà di Dio, che salva chi vuole
senza che l'essere umano giunga sempre a capire. Si discerne anche che ai suoi occhi i doni e la
chiamata di Dio sono irrevocabili (11,29): le promesse fatte da Dio a Israele nel passato non
verranno rinnegate.
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Ma, più che dalla sovrana libertà di Dio, più che dalla sua inviolabile tenerezza, Paolo è spinto in
qualche modo da una terza convinzione: il punto focale della sua teologia, la giustificazione per
fede. Se è definitivamente vero che Dio salva attraverso la grazia e non tenendo conto
dell'obbedienza, allora anche Israele beneficerà del dono prodigioso.
La teologia paolina della grazia trova così il suo esito definitivo nel confessare che nessuno è
padrone di Dio. Né Israele, né la chiesa. Se la storia della grazia è ormai legata ai cristiani, non per
questo il legame di Dio con Israele è privato della misericordia che l'ha nutrito. Non perché gli ebrei
se lo siano meritato, ma perché Dio è Dio.
Domande per il dovere di sedersi
1. UNA NUOVA VISIONE DI DIO
ƒ Com’è Dio nella nostra immaginazione, come lo vediamo o viviamo nel nostro pregare ?
ƒ Cosa oggi fa scandalo, cosa è oggi pazzia ?
ƒ Che tipo di linguaggio serve oggi per comunicare Dio al mondo ?
2. QUANDO L’OBBEDIENZA DIVENTA PECCATO
ƒ Dove nella nostra vita rischiamo di essere solo obbedienti alla Legge ?
ƒ L’obbedienza è ancora una virtù da trasmettere ai figli. Come insegnarla ?
ƒ Quando oggi è giusto non essere obbedienti ?
3. L’AVVENIRE DI ISRAELE
ƒ Oggi, cosa ci distingue ancora dagli Ebrei, se la salvezza viene dalla Grazia e anche
Israele beneficerà del suo dono prodigioso ?
Preghiera
«Il nostro Dio che è nei cieli, il Signore della pace avrà compassione e misericordia di noi e di tutti i
figli della terra, che implorano la sua misericordia, la sua pietà domandando la pace, perseguendo la
pace. Il nostro Dio che è nel cielo, dia a noi la forza di agire, di operare e di vivere fino a che si
manifesti su di noi lo spirito dall'alto; e il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà
considerato una selva.
Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Effetto della giustizia sarà
la pace e frutto del diritto una perenne sicurezza. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in
abitazioni tranquille, in luoghi sicuri.
E così, o Signore nostro Dio e Dio dei nostri padri, porta a compimento per noi e per tutto il mondo
la promessa che ci facesti attraverso il profeta Michea:
"Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e
s'innalzerà sopra i colli e affluiranno ad esso i popoli; verranno molte genti e diranno: "Venite,
saliamo al monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe; egli ci indicherà le sue vie e noi
cammineremo sui suoi sentieri" poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del
Signore. Egli sarà arbitro tra molti popoli e pronunzierà sentenza fra numerose nazioni; dalle loro
spade forgeranno vomeri; dalle loro lame, falci. Nessuna nazione alzerà la spada contro un'altra
nazione e non impareranno più l'arte della guerra. Ma sederanno ognuno tranquillo sotto la
propria vite e sotto il proprio fico e più nessuno li spaventerà, poiché la bocca del Signore degli
eserciti ha parlato".
O Signore che sei nei cieli, dona pace alla terra, dona benessere al mondo, dona tranquillità nelle
nostre case.
E diciamo Amen!».
PREGHIERA EBRAICA
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QUINTO INCONTRO
LE COMUNITÀ di PAOLO: UN’IDENTITÀ APERTA
Paolo continua a ripetere energicamente agli ebrei come ai non ebrei, che è necessario un
cambiamento: credere a Dio nel Cristo fa passare dall'identità chiusa a un'identità aperta.
L'individuo non è più definito dal posto che occupa nella società - libero o schiavo, ebreo o pagano,
uomo o donna -, bensì dallo spazio che gli concede la fiducia di Dio. C'è per l'essere umano una
speranza che non gli deriva dalle sue eredità o dalle sue attività, ma che gli assicura lo sguardo
benevolo di Dio.
Così come abbiamo visto, annunciare che Dio salva per fede e non per la Legge non consiste per
Paolo nel diffondere semplicemente una dottrina; l'apostolo di Tarso ne ha tratto le conseguenze
nella sua pratica pastorale. La composizione delle comunità da lui fondate segue il principio
dell'identità aperta: si segnala per la compresenza paritetica di uomini e donne, circoncisi e incirconcisi, ricchi e poveri. Ricevere il vangelo fa entrare in una nuova condizione.
A questo punto, si affollano alcune domande che riguardano le conseguenze pratiche della
predicazione di Paolo. A che cosa serve obbedire fedelmente se in ogni caso Dio ci accoglie senza
condizioni? L'insistenza paolina sulla giustificazione per fede non comporta in cambio il rischio di
un rilassamento morale?
Questa domanda ne nasconde un'altra, più insidiosa. Perché Paolo non ha lanciato alcun
programma di trasformazione della società basato sul principio dell'identità aperta, per migliorare la
condizione della donna e abolire la schiavitù?
E, in concreto, ci si può fare un'idea del modo in cui convivevano nelle comunità paoline coloro
che erano separati dalle barriere sociali? Per esempio, ricchi e poveri si frequentavano? i padroni
s'intrattenevano con gli schiavi?
UN' INTERIORIZZAZIONE DELLA FEDE?
La prima domanda tocca l'equilibrio del pensiero paolino. Dando il massimo rilievo alla salvezza
ottenuta gratuitamente, Paolo non si trova in difficoltà sul terreno dell'etica?
Classicamente, la teologia distingue tra giustificazione e santificazione. La giustificazione indica
la concessione della grazia al credente, mentre la santificazione designa la trasformazione della vita
dell'essere umano dal momento in cui crede in Dio. Paolo non avrebbe puntato tutto sul momento
della giustificazione, e lasciato in ombra questa lunga opera di santificazione che concerne tutta la
vita del credente? In breve, se si è salvati, si può vivere come si vuole?
La domanda risale addirittura ai tempi dell' apostolo. Quando egli scrive: «Peccheremo forse
perché non siamo sotto la Legge ma sotto la grazia?» (Rom. 6,15), cita un'obiezione che i suoi
parrocchiani, se così posso dire, gli facevano già. Se si osserva lo sviluppo del cristianesimo nella
storia, si percepisce che il cattolicesimo, che si ispira al Vangelo di Matteo, ha sempre insistito sulla
santificazione a scapito della giustificazione; il protestantesimo - seguendo gli insegnamenti di
Paolo - tradisce da parte sua una debolezza congenita nel coniugare giustificazione e santificazione,
o, se si preferisce, ad applicare un'etica alla predicazione della salvezza per fede.
Di fatto, la teologia di Paolo incentrata sulla dottrina della giustificazione per fede ha condotto,
nella storia della chiesa, a un'interiorizzazione della fede a detrimento dell'impegno nel mondo. Ha
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favorito una spiritualità dell'«uomo interiore», che minimizza la responsabilità cristiana nella
società. Si comprende il meccanismo: tradurre la fede in atti non è più così importante poiché
l'essere umano non deve fare nulla per essere accettato da Dio.
Dunque già a Paolo, quand'era in vita, è stata fatta quest'osservazione. Il pericolo di vedere nella
giustificazione il punto d'arrivo della sua teologia era per lui molto concreto e reale. A Corinto il
suo vangelo venne travolto in una spiritualità entusiasta che autorizzava alcuni cristiani a ogni
libertà. Per gli uni si trattava di una sessualità sregolata, per altri di una sovrana indifferenza alle
sventure altrui. Guardate dove porta l'abbandono della Legge, dicevano i detrattori dell'apostolo!
Perciò coloro che hanno proposto ai Galati il «supplemento ebraico» della circoncisione e dei riti
alimentari - quel supplemento che farà sobbalzare l'apostolo - hanno avuto tanto successo:
colmavano quello che i cristiani avvertivano come un vuoto. Era già l'obiezione ebraica: Paolo
vende la grazia a buon mercato.
PER CONDURRE UNA NUOVA VITA
C'è effettivamente un punto debole nella struttura del pensiero di Paolo, ma non certo un vuoto.
Per lui infatti è ovvio che se l'uomo e la donna hanno ricevuto nell'intimità del loro essere il
messaggio della giustificazione, allora la loro vita deve cambiare. Se hanno accettato fino in fondo a
se stessi l'annuncio che Dio li accoglie, la loro condotta non può più essere la stessa.
Paolo lo fa chiaramente capire quando parla del battesimo ai cristiani di Roma (Rom 6,1-14). Dice
loro in sostanza: Vi rendete conto di ciò che vi è capitato? Capite che non siete più gli stessi d'ora in
poi? Potete benissimo vivere come se niente fosse successo, ma io vi dico che qualcosa è accaduto
per voi. E questo qualcosa è una morte, la morte di Cristo, la morte dell'«uomo senza qualità» dal
punto di vista della Legge: per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella
morte (6,4).
Le parole di Paolo sono forti. Il battesimo unisce al destino di Gesù al punto di far condividere la
sua morte. Il battesimo fa passare per una porta così stretta e bassa come la porta di una tomba, e
questa porta è la dura accettazione del fatto che noi non abbiamo merito nell'interesse che Dio ci
dimostra. Ecco il prezzo da pagare per l'identità aperta, e per questo qualcosa deve morire in noi: la
pretesa che noi possiamo meritare quest'amore. Il vecchio uomo di cui parla Paolo (6,6) è colui che
dentro di noi rifiuta l'abbandono alla grazia e si attacca all'identità fissa.
Il passaggio è obbligato. Ma il cammino non si ferma qui: Siamo stati sepolti con Lui perché,
come Cristo fu risuscitato dalla morte per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo
camminare in una vita nuova (6,4). La condivisione del destino di Gesù va fino in fondo: dopo la
morte, l'entrata in una vita nuova. È la santificazione di cui parlavamo prima: Consideratevi morti
al peccato e viventi per Dio in Gesù Cristo (6,11).
C'è dunque davvero in Paolo un passaggio dalla giustificazione alla vita trasformata, una vita al
servizio dell'amore e dell'apertura agli altri. Questo coinvolgimento in una vita aperta è tanto
imperativo, tanto indispensabilmente legato alla giustificazione, che Paolo ricorre per esprimerlo al
linguaggio militare: Non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma
offrite voi stessi a Dio come vivi, tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia
per Dio (6,13).
LA STIMA DI SE’
Perché è richiesto questo impegno? Ricevere l'annuncio che Dio mi accoglie, indipendentemente
da ogni prestazione da parte mia - io non ho che da credere -, significa ricevere un'indistruttibile
autostima. Di conseguenza posso liberarmi dall'angoscia lancinante di provare agli altri, ma
soprattutto a me stesso, di essere forte. Non ha più bisogno di usare la mia vita per provare
disperatamente che sono degno di essere amato e apprezzato.
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Ho ricevuto da Dio quest'approvazione su cui mi baso. Posso dunque cessare di preoccuparmi per
me per occuparmi degli altri, smettere di utilizzare gli altri come strumenti della mia riuscita,
mettermi al servizio della giustizia. Bisogna dire «posso», perché questo processo di decentramento
da sé per aprirsi agli altri, questa capacità d'amare, è un lavoro lungo, da riprendere ogni giorno.
L'esistenza che il battezzato deve lasciare è una vita ripiegata sull'io, contratta sull'io, invasa dal
bisogno d'essere amato e ammirato. L'individuo deve continuamente provare a se stesso che esiste,
e utilizza gli altri per questo. Paolo chiama questo modo di vivere le opere della carne: odi,
discordie, gelosie, scatti d'ira, rivalità, dissensi, divisioni, invidie (Gal 5,20-21). Torno a ripetere
che, nel linguaggio biblico, la carne è l'intero essere umano visto nella sua fragilità, invaso
dall'angoscia di mancare, dalla paura di non essere più amato, crudele a forza di angosciarsi.
All'opposto, c'è l'esistenza aperta agli altri. Non significa dimenticarsi di sé, sacrificarsi, bensì
essere a tal punto convinti che Dio consente alla nostra vita da poter allentare la tensione su se stessi
e curarsi della vita degli altri. Paolo chiama questo il frutto dello Spirito e lo definisce
dettagliatamente: amore, gioia, pace, pazienza, bontà, benevolenza, fede, dolcezza, padronanza di
sé (Gal 5,22-23).
Considerando questi due elenchi - l'uno che enumera i gesti portatori di morte, l'altro gli
atteggiamenti creatori di vita - ci si rende conto che per Paolo noi siamo contemporaneamente degli
esseri della carne e dello Spirito. La nostra vita si intesse tra questi due opposti. Lasciarsi
riconquistare dalla carne vuoi dire non aver veramente introiettato la grazia della giustificazione.
Per altro, notiamo che Paolo parla del frutto dello Spirito: ecco ciò che lo Spirito di Dio viene a
creare, a produrre nella vita dei credenti.
Si dice giustamente dell' amore o della fortuna che trasformano la gente. Succede lo stesso con
l'amore di Dio: apre la nostra vita all' azione dello Spirito che ci rassicura, allontana l'angoscia,
rende sensibili ai problemi altrui. La paura non ci domina più. Paolo insiste: Cristo ci ha liberati
perché restassimo liberi... Purché questa libertà non diventi un pretesto per vivere secondo la carne! Ma, mediante la carità, siate al servizio gli uni degli altri; tutta la Legge infatti trova la sua
pienezza in un solo precetto: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Gal 5,1.13-14). Ecco come
Paolo, dopo aver rifiutato la Legge come mezzo per ottenere la salvezza, la recupera infine come
guida etica, interamente ripresa in questo spazio libero che è l'invito ad amare il prossimo.
Questo ritorno della Legge può sorprendere, ma la sua logica appare chiara quando si legge bene
Paolo. Ancora una volta, non è l'obbedienza alla Torah che è in causa nelle sue parole, bensì il fatto
che quest'obbedienza qualifica l'essere umano davanti a Dio. Paolo elimina ogni pretesa a questo
proposito: seguire la Torah non porta a meritare Dio. Liberata da questa pregiudiziale, la Legge può
dunque riproporsi, ma spogliata di tutto ciò che protegge gli eletti e ricentrata sull’amore per gli
altri. Amare è una risposta umana all'amore gratuito di Dio.
E LA MORALE ?
Ho parlato di un punto debole nella teologia di Paolo: eccolo. Paolo intende assolutamente
impedire il ritorno del compenso nel rapporto con Dio. E a tal punto deciso a evitare che questo
compenso - che egli ha eliminato dalla giustificazione - rientri dalla finestra della santificazione che
non definisce alcuna morale a uso dei credenti.
Nessuna nuova legge. Nessun comando. Nessun codice di morale cristiana. Solo un richiamo alla
Torah, ma una Torah concentrata nel meno codificabile degli imperativi: Amerai il tuo prossimo
come te stesso (Rom 13,8; Gal 5,14). Sovrana libertà d'amare.
Paolo è stato un utopista? La natura ha orrore del vuoto, la fede anche. Dopo Paolo, le leggi
morali non hanno tardato a ripresentarsi. Ma qualche grande teologo ha compreso lo spirito
dell'apostolo. Agostino ha riassunto la morale cristiana con queste parole «Ama e fa' quel che vuoi»,
e Martin Lutero: «Perdere Cristo, è perdere tutto. Avere Cristo, è avere tutto; là dove Cristo mi
resta, tutto mi resta e può essere ritrovato».
37
CAMBIARE LA SOCIETÀ?
Tutto questo ci porta direttamente a una domanda: perché Paolo non ha spinto la sua riflessione
fino al punto di formulare un programma politico di trasformazione della società? Dopo quello che
sappiamo delle comunità egualitarie create da lui e comprendenti ebrei, greci, schiavi, liberi, uomini
e donne, perché bisognerà attendere fino al 1780 che una chiesa americana (i Quaccheri)
disapprovino la schiavitù, e fino al 1888 che un papa (Leone XIII) condanni la schiavitù come
pratica disumana?
Nella più breve delle sue lettere, Paolo rimanda a Filemone uno schiavo, Onesimo, che era fuggito
per rifugiarsi presso di lui. Ora, egli non scrive al padrone: «Affranca Onesimo», bensì
«[riaccoglilo] non più come uno schiavo, ma molto più che uno schiavo: come un fratello» (Filem
16). L'apostolo non parla di un'emancipazione di Onesimo. La questione della libertà civile non
viene sollevata, il che implica che una relazione padrone-schiavo non è incompatibile secondo lui
con la fede cristiana. Paolo condivide in questo l'opinione unanime dell'antichità, in cui la schiavitù
era indiscutibile. Per contro, la fede deve esercitare i suoi effetti nelle relazioni interpersonali
all'interno della chiesa: Onesimo è schiavo ma fratello, schiavo nella società, ma fratello nella fede.
Comincia qui quello che è diventato, prevalentemente, il paolinismo nella storia: una devozione
interiorizzata, una fede incapace di ispirare cambiamenti sociali. Rimane il ricordo dello
sconcertante silenzio dei luterani tedeschi sotto il nazismo, o l'approvazione della segregazione
razziale da parte di alcune chiese in Sudafrica. Perché questa sorta di schizofrenia tra chiesa e
società, che tollera nella società quello che è rifiutato nella chiesa?
A questa domanda si possono dare due risposte, una storica, l'altra teologica. O piuttosto, si può
comprendere la cosa storicamente e spiegarla teologicamente.
In una prospettiva storica, consideriamo la situazione. Nel I secolo le poche comunità cristiane
disseminate sulle coste del Mediterraneo avevano un peso politico e sociale irrisorio in confronto
all' apparato dell' Impero romano. L'idea che questi piccoli gruppi avessero potuto fomentare una
strategia di cambiamento istituzionale per mettere in discussione il diritto immemorabile della
schiavitù è altrettanto illusorio che immaginare la promulgazione dei diritti dell'uomo nel
Medioevo!
Aggiungo un elemento spesso dimenticato: Paolo è convinto - e l'ha insegnato alle sue comunità che la fine del mondo è vicina e che Cristo tornerà presto (cfr 1 Tess. 4,13-17). I tempi non sono
molto propizi per trasformare questo mondo che il Signore farà finire presto. Sarà la generazione
cristiana dopo di lui a prendere atto che la storia continua, e a metter radici nel tempo.
LA FRATERNITÀ È PIÙ FORTE DELLA SCHIAVITÙ
Teologicamente, quello che ha trattenuto Paolo dal pensare a un programma politico contro la
schiavitù attiene ancora una volta a ciò che costituisce il centro di gravita del suo pensiero: la
giustificazione per fede. Il suo ragionamento è questo: se l'essere umano è riconosciuto da Dio, se
l'io si fonda su questa identità indistruttibile, che importa quel che pensa la società? Che importano
gli usi o le costrizioni? Secondo lui, essi non toccano questo fondamento che sfugge a ogni presa.
Paolo è qui d'una logica indiscutibile. Il suo modo di rimandare Onesimo al suo padrone Filemone
invita l'uno e l'altro a riconoscere la loro fraternità a un livello di profondità a cui non arriva alcuna
legge. Questo fa pensare al prigioniero politico che dice ai suoi giudici: «Condannatemi se volete,
non ucciderete mai la mia libertà di pensiero...». Paolo avrebbe approvato.
La conclusione del suo pensiero a questo riguardo, formulata con la brillante arte del paradosso
che gli è pro- pria, si trova in 1 Corinzi 7: «Ognuno rimanga nella condizione in cui era quando fu
chiamato. Sei stato chiamato essendo schiavo ? Non te ne preoccupare, ma se puoi diventar libero,
è meglio valerti dell'opportunità. Poiché colui che è stato chiamato nel Signore, da schiavo, è un
affrancato del Signore; ugualmente colui che è stato chiamato mentre era libero, è schiavo di
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Cristo. Voi siete stati riscattati a caro prezzo; non diventate schiavi degli uomini» (1 Cor 7,20-23).
È una libertà cristiana che nulla infirma, un'autorità che nulla piega.
SCANDALO ALLA CENA DEL SIGNORE
Una domanda si impone: in effetti, come funzionava il programma? Come si è attuata, nelle
comunità fondate da Paolo, la convivenza di coloro che vivevano nella chiesa secondo il principio:
«Voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28)? Perché fuori essi rimanevano schiavi o liberi, poveri
o ricchi!
Osserviamo più da vicino quello che successe a Corinto, dove ovviamente la convivenza non era
perfetta. Forti tensioni hanno provocato un intervento pastorale di Paolo che ben chiarisce la
situazione (1 Cor 11,17-34).
La crisi è scoppiata al momento della Cena del Signore. Si sa che la comunità di Corinto era
divisa in fazioni, le quali avevano ciascuna la propria specificità teologica, alcune più carismatiche
di altre. Queste fazioni si riunivano in occasione della Cena. Bisogna dire che all'epoca questa
aveva luogo alla fine di un pasto comunitario, o comunque che avrebbe dovuto essere comunitario
ma a Corinto non lo era. Si mangiava in piccoli gruppi. Si arrivò al dunque: poiché ognuno portava
il suo cibo, certi gruppi avevano vivande nettamente migliori e più abbondanti di altri, sia perché i
membri erano più abbienti, sia perché uno di loro portava tutto in dono. Risultato: al momento di
presentarsi alla Cena del Signore, uno ha fame mentre l'altro è ubriaco (11,21): tra gli affamati si
trovavano gli schiavi che avevano poco, o che erano stati liberati tardi dalle loro incombenze.
La reazione di Paolo? Come d'abitudine, la sua critica mira al nocciolo della questione. Ai suoi
occhi il disprezzo dei ricchi per coloro che non hanno nulla non è solo una mancanza morale, è
soprattutto una mancanza teologica. Il disprezzo non tocca solo gli individui, ma la chiesa di Dio
(11,22), la chiesa che Dio riunisce per l'eucarestia.
RICONOSCERE IL CORPO
Sempre lo stesso discorso: Paolo non chiede ai Corinzi di fare diversamente, bensì di riflettere su
ciò che sono diventati davanti a Dio. Ci si stupisce nel vedere che Paolo è tanto spesso accusato di
moralismo, considerato che egli riporta continuamente la discussione dal fare all'essere.
Ciascuno pertanto esamini se stesso e poi mangi questo pane e beva da questo calice: perché
colui che mangia e beve senza riconoscere il corpo mangia e beve la sua propria condanna (1 Cor.
11,28-29). Si può comprendere il peso dell'autocolpevolizzazione che questo testo, travisato, ha
provocato in chi si domandava se avesse ben «riconosciuto» il corpo di Cristo nel pane. Ma Paolo
non va assolutamente in questa direzione.
Colui che mangia e beve senza riconoscere il corpo... Che cos'è il corpo? Ciò che in ogni altra
occasione l'apostolo chiama il corpo, è il corpo di Cristo, la chiesa. Qui è lo stesso. Colui che
partecipa alla Cena senza riconoscere che il sacramento fa dei credenti un unico corpo, una
comunità di fratelli e di sorelle, costui mangia e beve la propria condanna. Contraddice ciò che fa il
Signore! Ecco perché i Corinzi sono in torto quando uno ha fame mentre l'altro è ubriaco;
prendono il pane e il vino per la salvezza delle loro anime, ma in concreto portano dentro la chiesa
le divisioni che regnano nella società. Distruggono l'opera di Dio. Fanno del corpo di Cristo un
corpo scisso.
Paolo non ha proposto di cambiare le strutture sociali. Oggi, tenuto conto del peso del
cristianesimo nella società, non possiamo tacere come lui su questo argomento. Non ignoriamo più
che il silenzio sulle ingiusti- zie sociali contribuisce a legittimarle. Fermo restando questo, notiamo
come Paolo prenda sul serio la chiesa, che vede come una microsocietà dove i credenti sono
chiamati a vivere insieme in maniera diversa, al di là di quanto altrove li separa. Bella sfida per la
chiesa diventare effettivamente il luogo del «vivere insieme», il terreno dell'identità aperta! Nel viso
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dei fratelli e delle sorelle nella chiesa, Paolo invita a contemplare ciò che Dio crea a nostra insaputa:
il corpo di Cristo nella sua magnifica diversità.
Domande per il dovere di sedersi
1. SANTIFICAZIONE/ GIUSTIFICAZIONE
Se la fede è un dono, e la grazia viene data al credente
ƒ
ƒ
ƒ
come si collocano i non credenti? Sono soltanto “sfigati” o hanno una responsabilità?
L’intervento divino sarà solo per salvarli alla fine dei tempi?
che cosa ci qualifica come credenti? Quale è il nostro ruolo attivo per esserlo?
La giustificazione non può diventare per noi una ragione per sottrarci all’impegno nel
coltivare la nostra fede. Quali sono concretamente le vie che sperimentiamo come più
efficaci per coltivare e accrescere la fede?
2. SANTIFICAZIONE
ƒ La nostra vita cambia davvero perché crediamo in Dio? Basta rispettare il riassunto
morale di Sant’Agostino “ama e fà quel che vuoi?” Fino a che punto siamo disposti ad
amare?
ƒ Ci consideriamo credenti anche quando non rispettiamo le leggi morali della Chiesa? Se
basta amare, che spazio diamo alla legge? Che relazione c’è tra la legge di Dio e le
indicazioni morali della Chiesa?
3. COMUNITÀ /SOCIETÀ
ƒ Quando ci è capitato di sentirci fratelli nella fede con persone diverse da noi, ad esempio
socialmente svantaggiate?
ƒ Paolo accetta la schiavitù in quanto parte integrante della società in cui vive. Noi, nella
nostra società, scendiamo a compromessi accettando diseguaglianze e discriminazioni,
come ha fatto Paolo? Quando?
Preghiera
Giungono per tutti, nella vita degli attraversamenti in
cui crollano gli orizzonti di senso a cui eravamo ancorati
finora, e ci scopriamo improvvisamente in oscurità fonde.
E ci viene chiesto di ospitarle, queste notti,
queste ombre confuse della nostra anima o della nostra epoca.
Ed è, spesso, il permanere in questo buio, in cui si brancola,
in cui non si può fare nulla se non patire quel vuoto di senso,
che può aver luogo un avvento, una nuova partenza,
una più vasta illuminazione.
Lo sguardo si abitua alla notte, si impara a vedere, e la
notte si trasforma, oppure qualcosa nella vista si affina,
e ci troviamo rivoltati in un aperto che diffonde la sua
luce. Non una luce che irrompe, o abbaglia, ma la sorpresa
di un sentire, di un respirare allargato. Il respiro, come
un soffio, non è mai del tutto in nostro potere, è pervasivo,
agisce in noi, e tuttavia non è nostro quello che ci attraversa.
DA “I PASSAGGI DI DIO” IVAN NICOLOTTI
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SESTO INCONTRO
PAOLO E GESU’
Chi ha fondato il cristianesimo: Gesù o Paolo? La risposta non è facile. Dietro a questa domanda
se ne cela del resto un'altra che consiste nel sapere se Paolo è stato fedele a Gesù oppure no.
Chi è il fondatore del cristianesimo? Come tutte le parole che terminano in «esimo», il termine
«cristianesimo» riconduce a un sistema, un pensiero organizzato, se non addirittura a un'ideologia di
cui Paolo sarebbe il padre più di Gesù.
Leggendo i Vangeli, si comprende subito che Gesù non aveva propositi sistematici nel trasmettere
il suo pensiero. Doveva insegnare come fa un pittore impressionista, il quale non crea la struttura di
un'immagine, bensì trasmette delle emozioni con un gioco di colori: colori chiari con le parabole,
colori vivaci con le massime sconvolgenti (Chi vuoi salvare la sua vita la perderà), colori cupi con
l'annuncio del giudizio finale.
Gesù è totalmente conforme allo spirito del giudaismo, che non possiede un corpo dottrinale o
dogmi, ma delle Scritture e un'immensa raccolta di sentenze dei maestri, vale a dire il Talmud. Gesù
aveva la coerenza di un Hillel, grande rabbino ebreo vissuto agli inizi del cristianesimo, e non la
sistematicità di un Tommaso d'Aquino (XIII sec).
Quindi la qualifica di «fondatore del cristianesimo» implica più di una piccola spinta iniziale;
presuppone un'attività assai lunga e originale per far nascere una nuova religione, con la sua
teologia, le sue istituzioni, il suo culto e il suo clero.
Gesù non aveva assolutamente l'intenzione di fondare una religione concorrente a quella d'Israele.
Tutti i suoi i sforzi erano tesi a riformare la fede ebraica, che l'ha respinto. E il suo ministero
nell'ambito del suo popolo è stato tragicamente abbreviato.
PAOLO, FIGURA DOMINANTE
Se Gesù non fu il fondatore della religione cristiana come movimento specifico e organizzato, a
chi altro pensare se non a Paolo? Pietro ha svolto un ruolo importante come garante della tradizione
di Gesù secondo i Vangeli (Mt. 16,16-19; Giov. 21,15-19); Giacomo, il fratello del Signore, è stato
il vescovo della chiesa di Gerusalemme, dopo Pietro. Ma anche se questi due apostoli sono aureolati
dal prestigio d'aver condiviso la vita del Maestro, nessuno raggiunge la statura di Paolo, la sua
strabiliante personalità, la profondità della sua riflessione teologica, la fecondità della sua attività
letteraria, la radicalità della sua esperienza spirituale.
La figura di Paolo domina incontestabilmente la prima generazione cristiana con la sua presenza
schiacciante. Questo apostolo ha lasciato al cristianesimo non solo una rete di comunità che copriva
la metà dell'Impero romano, ma dei concetti come redenzione, giustificazione, libertà, coscienza
che si cercherebbero invano nei Vangeli e che, con lui, sono entrati nel vocabolario della Chiesa.
Partendo da questi concetti, a partire dal III, secolo sono stati elaborati i dogmi cristiani.
Dunque, a parte Paolo, chi altri? Certi difendono l'idea che sia lui il fondatore del cristianesimo.
Ma questo onore reso all'apostolo dei pagani nasconde un tranello, perché questi sono gli stessi che
ritengono che Paolo abbia negativamente complicato e oscurato quello che agli inizi, con Gesù, era
un messaggio meravigliosamente semplice. O, ancora, ci sono dei pensatori ebraici che ritengono
che l'apostolo abbia tagliato al movimento cristiano le sue radici nell'alleanza d'Israele. Il problema
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dell'identità del fondatore del cristianesimo è dunque indissociabile da quello della fedeltà di Paolo
a Gesù.
UN EVENTO COLLETTIVO
Storicamente, Paolo non è il fondatore del cristianesimo. Facendo un elenco di tutti gli autori della
prima generazione cristiana (tra il 30 e il 60), si constata chiaramente che Paolo non è che uno dei
tanti. C'è la corrente degli ellenisti che fondano la cristianità di Antiochia e lanciano il programma
di cristianizzazione dei non-ebrei. C'è la missione di Pietro, che secondo gli Atti ha giocato un ruolo
importante nel rapido progresso del cristianesimo fuori d'Israele (At 10 - 11). Un'altra cristianità
sotto il patrocinio dell'apostolo Giovanni segue una via propria, senza contatti con la missione
paolina, e nel suo ambito nasceranno il vangelo e le epistole che portano il suo nome. Ovviamente,
senza parlare del giudeo-cristianesimo di Gerusalemme, sotto la guida di Giacomo, che difenderà
fino al III secolo una fede nel Messia Gesù totalmente unita alla pratica della Torah e alla ritualità
giudaica.
La missione paolina non è dunque che una parte della cristianità nascente, concorrente di altre
parti e contestata da queste, soprattutto sulla questione del rapporto con la Legge.
L'evangelizzazione dei pagani è cominciata prima di Paolo, e tra i concetti che egli trasmette e che
la cristianità dopo di lui adotterà, alcuni li ha recepiti da coloro che l'hanno preceduto: il titolo
Signore, la dottrina dello Spirito santo, la redenzione per mezzo di Cristo, la comprensione della
croce come sacrificio, per esempio. Ciò che in teologia si chiama il kérygma è una formulazione
arcaica della fede cristiana incentrata sulla morte di Gesù, il perdono che ciascuno può trovarvi e la
risurrezione. Ebbene, questa formulazione è giunta a Paolo attraverso la tradizione dei cristiani di
Antiochia. Lo prova il testo che egli cita alla fine della sua prima Lettera ai Corinzi, dove egli
reinnesta la loro fede nella tradizione precedente (1 Cor 15,1-5):
Vi ricordo, fratelli, il vangelo che vi ha annunziato, e che voi avete ricevuto, nel quale state anche
saldi [...]. Vi ho prima di tutto trasmesso, come l'ho ricevuto anch'io, che Cristo morì per i nostri
peccati, secondo le Scritture; che fu seppellito; che è stato risuscitato il terzo giorno, secondo le
Scritture; che apparve a Cefa, poi ai Dodici.
Paolo non ha mai nascosto di essere stato preceduto. Il cristianesimo non è l'opera di uno solo; è
un evento collettivo, una creazione comunitaria. Il cristianesimo è nato dal molteplice sorgere dello
Spirito santo nel cuore di molti. Ha subito trovato una dimensione pluralistica con l'inserimento,
sempre differente, del kérygma nelle varie culture e pratiche religiose. Il cristianesimo dimostra fin
dagli inizi una vocazione alla diversità, che non lo farà mai somigliare all'Islam.
PRECURSORE DELL'AUTONOMIA DEL CRISTIANESIMO
Dunque Paolo fa parte di una collettività cui il cristianesimo deve la sua esistenza. Ma è diventato,
per così dire, il fondatore nella memoria cristiana. Non si può veramente parlare di cristianesimo
che al momento in cui i suoi legami con il giudaismo sono stati profondamente tagliati, e, come
abbiamo visto, questo è avvenuto dopo la caduta di Gerusalemme, nel 70.
Il cristianesimo si è dibattuto contro questo strappo che gli veniva imposto, come testimonia per
esempio il Vangelo di Matteo; tuttavia non l'ha potuto ricomporre. Ha avuto bisogno di ricostruire
la sua identità. E chi gliel'ha permesso, se non la cristianità paolina già abituata a vivere senza la
Torah?
Il cristianesimo ha scoperto in Paolo un precursore della sua indipendenza nei confronti del
giudaismo. Colui che in vita era stato considerato un estremista che nuoceva alle buone relazioni
della piccola setta cristiana con la massa degli ebrei, era ormai visto come il teorizzatore profetico
di una rottura inevitabile. Rileggendo le sue lettere - che alla fine del I secolo erano già ordinate in
raccolta (cf 2 Pt 3,16) - si è visto in lui il fondatore di un cristianesimo da allora in poi autonomo.
Perché la storia aveva dato ragione a Paolo!
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È possibile pertanto parlare di una tendenza alla glorificazione di Paolo, apostolo e martire. I
primi segnali sono percettibili nel ritratto che di lui dà l'autore degli Atti degli apostoli, negli anni
80. Nella stessa epoca, le lettere scritte dai suoi discepoli o dall'apostolo stesso sono ricevute nelle
chiese con rispetto.
Paolo poi è diventato la guida spirituale della maggioranza. Ma notiamo che venerando così
l'apostolo dei pagani si dimostrava maggior attenzione alla rottura con il giudaismo che al legame
genetico che Paolo aveva voluto conservare con la tradizione d'Israele. Come accade spesso, i
lettori hanno rilevato nelle sue parole quello di cui al momento avevano bisogno, rompendo su questo punto l'equilibrio del suo pensiero.
IL SILENZIO DI PAOLO SU GESÙ
Ma che ne è del rapporto con Gesù di Nazareth? Paolo gli è stato fedele o ha terribilmente
stravolto il suo messaggio?
Tutti i lettori del Nuovo Testamento sanno per esperienza che i Vangeli e le Epistole sono due
mondi quasi estranei l'uno all'altro. Certo, è Gesù Cristo che agisce da una parte e dall'altra, ma che
baratro tra le due!
Da un lato, i Vangeli raccontano i fatti e i gesti di Gesù, il suo percorso, i suoi insegnamenti, i
suoi contatti con la gente, e per finire la sua morte e il mistero della risurrezione.
Da parte di Paolo, niente di tutto ciò: nessuna informazione sulla vita di Gesù, sui suoi atti, sui
suoi incontri; sola eccezione le parole dell’ ultima cena (1Cor 11,23-25), ma lì si tratta di una
tradizione liturgica. Nel suo insegnamento non è citata, salvo a tre riprese, una parola del Signore
(1Cor 7,10; 9,14; 1 Tess 4,15-17) che non coincide mai esattamente con quello che noi sappiamo
dai Vangeli. Solo la morte e la risurrezione sono citate, e spesso anche, ma come dato di fatto; non
vengono mai raccontate. Che grande sorpresa constatare che Paolo evoca così raramente ciò che
costituisce, dopo i Vangeli, il contenuto stesso della fede, la conoscenza della vita e della parola del
Figlio di Dio! Quindi Gesù interesserebbe a Paolo solo da morto?
Si potrebbe naturalmente partire dal principio che le chiese alle quali Paolo si rivolge
conoscevano altrimenti la vita di Gesù, avendo a disposizione una sorta di riassunto evangelico che
doveva esistere prima che fossero scritti i grandi Vangeli. L'apostolo non avrebbe avuto bisogno di
ripetere nelle sue lettere le stesse cose.
Pur tenendo conto di tutto questo, e aggiungendo il fatto che la corrispondenza paolina è
occasionata da questioni concrete che l'apostolo deve trattare, si resta stupiti che, nell’esaminare tali
argomenti, egli presti così poca attenzione al Gesù terreno, il Gesù in carne e ossa.
Bisogna riconoscere una cosa che deriva dalla diversità del cristianesimo di cui abbiamo parlato.
Agli inizi, la fede cristiana ha preso due strade differenti. Da una parte, la fedeltà a Gesù si è
concretata nella memorizzazione minuziosa e nella trasmissione delle sue parole e dei suoi atti; i
Vangeli sono il frutto di questa tendenza. Dall'altra parte, la fede si è concentrata sull'evento della
croce e della Pasqua; il kérygma è il prodotto di quest'altra tendenza. Matteo, Marco, Luca e
Giovanni sono i teologi della parola di Gesù. Paolo è un teologo del kérygma, focalizzato sulla
morte in cui si compie il disegno di Dio. Questo concentrarsi sul kérygma è peraltro più
comprensibile se si considera che Paolo non aveva incontrato l'uomo di Nazareth, bensì ha avuto la
visione del Risorto. È partendo da qui, da questo punto centrale, che si definisce per lui la scoperta
del cristianesimo.
PAOLO E IL MESSAGGIO DI GESÙ
Tuttavia non siamo ancora alla fine del cammino. Il fatto che Paolo non citi Gesù, o lo faccia così
di rado, non risolve ancora la questione di sapere se egli ha correttamente interpretato il suo
messaggio o meno. Qui occorre stare attenti. Perché si può essere fedeli a un pensiero,
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trasponendolo in tutt'altri ambiti, rispettandone lo spirito o la struttura anziché la lettera. Questo
fenomeno si è prodotto tra Paolo e Gesù riguardo due punti essenziali.
Il primo punto riguarda il fondamento stesso del messaggio. Nel messaggio di Gesù, il tema
centrale è l'avvento del Regno di Dio, reso prossimo e imminente dalla sua presenza. In Paolo, il
fondamento è la giustificazione per fede. Ebbene, il secondo è la trasposizione del primo.
Mi spiego. L'espressione «Regno di Dio» non si trova quasi mai negli scritti dell'apostolo, ma
questo non vuoi dire che il concetto non sia presente. Per la precisione, la giustificazione per fede è
l'equivalente paolino del Regno di Dio. Entrambi sono rivelati. Per entrambi si tratta di un evento
totalmente derivante dalla volontà di Dio, un evento di salvezza che determina radicalmente la vita
dell'individuo, un evento che l'essere umano non può che accettare e non dominare. Di fronte alla
venuta del Regno e di fronte all'annuncio della giustificazione - l'una e l'altro sono chiamati vangelo
(cf Mt 4,23 e Rom 1,16-17) - i credenti sono invitati a scoprire una nuova immagine di Dio da cui
deriva una nuova comprensione di sé.
La simmetria così evidente tra Gesù e Paolo riguardo questo nodo focale della loro teologia si
estende del resto ai suoi effetti: in entrambi l'importanza dell'accoglienza di Dio è tanto essenziale
che non viene neppure proposta una morale codificata in regole. Il discepolo di Gesù, esattamente
come l'allievo di Paolo, si trova davanti alla vertiginosa libertà di dover scegliere in che modo il suo
essere nuovo si concreterà in azione.
UN ECCESSO D'AMORE
Anche sull'etica Paolo e Gesù parlano seguendo vie parallele: è il secondo punto di equivalenza.
Si sa che la morale di Gesù si condensa nel Sermone sul monte: non ferire gli altri con l'ingiuria,
porgere l'altra guancia, amare il nemico, pregare per i persecutori (Mt 5,21-48). Si tratta di una
morale inaudita, radicale, una morale dell'eccesso che introduce l'infinito del desiderio di Dio nel
quotidiano delle nostre vite.
Anche Paolo concentra la legge di Cristo nell'amore per gli altri. Anche per lui, l'etica consiste
nell'offrire all'altro lo spazio in cui possa essere accolto: «Se avessi il dono di profezia e conoscessi
tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare, i monti, ma non avessi
amore, non sarei nulla. Se distribuissi tutti i miei beni per nutrire ipoveri, se dessi il mio corpo a
essere arso, e non avessi amore, non mi gioverebbe a niente» (1 Cor 13,2-3).
Si può dunque fare e non essere nulla. Paolo lo sa per esperienza: si può raggiungere l'eroismo
religioso e ritrovarsi vuoti. L'amore non è dunque un elemento facoltativo a fianco della fede. È
anche, come per Gesù, di un'estrema semplicità: «L'amore è paziente, è benevolo; l'amore non
invidia; l'amore non si vanta..., non s'inasprisce..., non gode dell'ingiustizia..., soffre ogni cosa,
crede ogni cosa, spera ogni cosa, sopporta ogni cosa» (13,4-7).
Credere ogni cosa, sopportare ogni cosa? È pazzesco. Non è inumano esigere questo?
Giustamente, un amore così non è umano. Viene da Dio quest'eccesso d'amore. Ma non contiamo su
Paolo per farne una nuova legge: l'inno di 1 Corinzi 13 non definisce le regole dell'amore. Qui si
dice dove ci può portare lo Spirito di Cristo, se noi vogliamo aprirci a lui, e che ci fa intravedere il
valore incalcolabile degli altri.
Radicalità dell'accoglienza di Dio. Morale dell'eccesso e dell'inaudito. L'afflato di Gesù è passato
attraverso Paolo. L'incendio lasciato in lui dalla sua scoperta di Cristo è stato la matrice della sua
teologia, lo ha volto verso l'assoluto.
Ma noi abbiamo questo tesoro - egli diceva - in vasi di terra, affinché questa grande potenza sia
attribuita a Dio e non a noi (2 Cor 4,7).
Beato Paolo, la cui vita appassionata e stravolta, stravolta perché appassionata, s ' è fatta per noi
icona di Cristo.
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Domande per il dovere di sedersi
1. “Concetti come redenzione, giustificazione, libertà, coscienza si cercherebbero invano nei
Vangeli e con lui ( San Paolo), sono entrati nel vocabolario della Chiesa. Partendo da questi
concetti, a partire dal III, secolo sono stati elaborati i dogmi cristiani.”
ƒ Quanto ci sentiamo di conoscere questi concetti ed in che modo fanno parte della nostra
fede personale?
2. “Il cristianesimo non è l'opera di uno solo; è un evento collettivo, una creazione comunitaria. Il
cristianesimo è nato dal molteplice sorgere dello Spirito santo nel cuore di molti. Ha subito
trovato una dimensione pluralistica con l'inserimento, sempre differente, del kérygma nelle varie
culture e pratiche religiose. Il cristianesimo dimostra fin dagli inizi una vocazione alla diversità,
che non lo farà mai somigliare all'Islam.”
ƒ Abbiamo mai fatto esperienze di arricchimento della nostra fede attraverso contributi
provenienti da ambiti non tradizionali?
3. “Regno di Dio e giustificazione per fede”
ƒ Cosa significano concretamente per noi?
Preghiera
O Signore Dio nostro,
ti ringraziamo per la saggezza che apprendiamo dalle Scritture.
Infondici il coraggio di aprire il nostro cuore e la nostra mente al prossimo,
ai vicini di altre confessioni cristiane e di altre fedi.
Concedici la grazia di superare le barriere dell'indifferenza,
del pregiudizio e dell'odio;
donaci la visione degli ultimi giorni,
quando i cristiani potranno camminare insieme verso la festa finale,
quando le lacrime e il dissenso saranno superate attraverso l'amore.
Amen
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