Consulta la Guida al Social Procurement

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Consulta la Guida al Social Procurement
Perché e come
acquistare
dall’Economia
Sociale.
Una guida pratica per il
“Social Procurement”
Versione I – 2016
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Hub srl - Vietata la riproduzione anche parziale - Versione I - 2016
INDICE
Introduzione…………………………………………………………………...............3
Cos’è il settore dell’economa sociale?...........................................................5
L’economia carceraria………………………………………………………………9
L’economia sociale nell’Unione Europea……………………………………....10
L’economia sociale nel mondo: USA, Regno Unito e Sud Africa…………..11
Quali prodotti e servizi possono essere forniti dalle cooperative e
imprese sociali?.................................................................................................15
Perché le aziende dovrebbero comprare dalle cooperative e imprese
sociali?................................................................................................................19
Quale è l’andamento del business delle cooperative e imprese sociali e
il settore profit?.................................................................................................21
La riforma del Terzo Settore………………………………………………………..25
Ci sono barriere nell’instaurare rapporti lavorativi con le cooperative e
imprese sociali?.................................................................................................28
Esempi di collaborazione tra cooperative sociali e imprese profit………..31
Anche le organizzazioni non profit possono acquistare da cooperative e
imprese sociali?.................................................................................................45
Le aziende come possono entrare in contatto con le cooperative e
imprese sociali?.................................................................................................48
Quali sono le azioni pratiche per collaborare con l’economia sociale?...50
Le opinioni degli esperti…………………………………………………………….54
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INTRODUZIONE
Questa guida è indirizzata alle persone che lavorano in diversi
settori economici, alle imprese di qualsiasi dimensione, ai
professionisti che si occupano di Responsabilità Sociale
d’Impresa, approvvigionamento e fundraising, ai direttori generali
e al personale operativo.
La guida può essere utile anche alle persone che lavorano nel
settore pubblico e nel settore non profit, essendo i principi di base
applicabili a qualsiasi contesto.
Questa guida è stata creata per aiutare ad accrescere l’impatto
sociale positivo che l’impresa può avere sulla comunità,
sull’ambiente e sull’economia in generale, perseguendo
l’adozione di una catena di fornitura sostenibile.
Una delle più semplici ed efficaci azioni che si può intraprendere,
è appunto “comprare sociale” (in inglese Social Procurement).
Comprare sociale in Italia vuol dire acquistare beni e servizi dalle
cooperative e imprese sociali. Sempre più aziende e persone
guardano all’acquisto sociale come una strada per il
miglioramento della vita e della comunità di riferimento.
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Questo documento è finalizzato ad incoraggiare in primis le
imprese profit ad acquistare dalle cooperative e imprese sociali.
Il documento mostra esempi di successo dove, accanto a
prodotti e servizi di qualità, le cooperative e imprese sociali
forniscono ai loro clienti anche un forte valore sociale ed
ambientale.
Nel caso in cui l’azienda sia impossibilitata ad acquistare dalle
cooperative e imprese sociali (scadenze contratti, strategie,
policy o altra concreta causa), è possibile lavorare con i propri
fornitori di primo, secondo o livello successivo, per incoraggiarli a
comprare dalle cooperative e imprese sociali, assicurando,
quindi, un positivo impatto sociale attraverso la filiera della
fornitura.
Inoltre, questo documento è utile a far comprendere alle
cooperative e imprese sociali quello che i clienti profit si
attendono da loro e, quindi, quali leve operative, di marketing e
commerciali utilizzare per presentare e proporre i propri beni e
servizi.
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COS’È IL SETTORE
DELL’ECONOMA SOCIALE?
L’economia sociale, o il cosiddetto non profit produttivo, è
rappresentato dalle seguenti forme di organizzazioni:
1) Imprese Sociali: sono quelle che rispondono ai requisiti del
d.lgs. n.155/2006. Tale norma definisce l’Impresa sociale
come “una organizzazione privata senza scopo di lucro che
esercita, in via stabile e principale, un’attività economica di
produzione o di scambio di beni o di servizi di utilità sociale,
diretta a realizzare finalità di interesse generale”.
Possono dunque acquisire la qualifica di impresa sociale gli enti
senza fini di lucro e destinati al perseguimento di finalità eticosociali (le associazioni riconosciute e non, le fondazioni, i comitati)
e gli enti finalizzati alla produzione in funzione meramente
lucrativa o di mutualità interna di beni e di servizi (le società - di
persone, di capitali e cooperative e i consorzi).
Ad oggi in Italia sono circa 770.
• L‘economia sociale in Europa rappresenta il 10% delle imprese europee
(circa 2 milioni di imprese) e il 6,5 % dell'occupazione.
(Fonte: "Regione Emilia Romagna-AICCON, Economia Sociale: leva di sviluppo e benessere, 2014).
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2) Cooperative sociali: sono quelle che rispondono ai requisiti
della legge n.381/1991. Le cooperative sociali hanno lo scopo di
perseguire l'interesse generale della comunità nella promozione
umana e nell'integrazione sociale dei cittadini attraverso:
a) la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi (tipologia A);
b) lo svolgimento di attività diverse - agricole, industriali,
commerciali o di servizi - finalizzate all'inserimento lavorativo di
persone svantaggiate (tipologia B);
c) un’attività mista che rappresenta l’unione tra queste due
(tipologia A+B).
Si considerano persone svantaggiate gli invalidi fisici, psichici e
sensoriali, gli ex degenti di istituti psichiatrici, i soggetti in
trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti, i minori in
età lavorativa in situazioni di difficoltà familiare ed i condannati
ammessi alle misure alternative alla detenzione.
Ad oggi in Italia sono circa 11.000.
•301.191 le organizzazioni non profit in Italia, +28% in dieci anni
•680.811 lavoratori dipendenti, +39,4% in dieci anni
•64 miliardi di Euro di Entrate, di cui il 47,3% per vendita di beni e servizi
•57 miliardi di Euro di Uscite, di cui il 38% per acquisti di beni e servizi
•11.000 le cooperative sociali
(Fonte: "ISTAT, Censimento dell'Industria e dei Servizi 2011 - Istituzioni non profitti)
3) Imprese low profit: nonostante appartengano al settore for
profit e operando in ambiti non sociali, sono società di capitali
che danno priorità non tanto alla massimizzazione dei profitti e
alla remunerazione degli azionisti nel breve periodo, quanto,
grazie anche al reinvestimento degli utili, all’impatto del proprio
operato in termini di miglioramento sociale ed ambientale in una
logica di “capitale paziente”.
Sono le cosiddette Benefit Corporation, e ad oggi in Italia sono 23.
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• 76.774 le imprese cooperative attive iscritte nei Registri delle Camere di
Commercio (2013)
• 66.2 miliardi di euro il valore aggiunto prodotto, pari al 4,7% del reddito
totale prodotto in Italia (2012).
(Fonte: “Unioncamere-Si.Camera, Cooperazione, non profit e imprenditoria sociale:
economia e lavoro, 2014).
Benefit Corporation: sono aziende che volontariamente rispettano
rigorosi standard sociali e ambientali e contribuiscono alla
creazione di un nuovo modello di business, basato sulla
responsabilità e sulla trasparenza, oltre che sul profitto.
Una Benefit Corporation nasce o si evolve per contribuire a
rendere il mondo un posto migliore in cui vivere nel presente e nel
futuro. E lo sancisce nel proprio statuto, innalzando il tema della
responsabilità sociale da “opportunità strategica” a “vincolo di
missione”.
Ad oggi sono oltre 1.800 le Benefit Corporation nel mondo, in 50
paesi e 130 settori diversi.
Right Hub, già start up innovativa, è anche certificata B Corp.
Infatti ha ottenuto la certificazione B Corp nel giugno 2016, solo
un anno dopo la sua nascita.
Benefit Corporation e Certified B Corp non sono sinonimi (per
quanto spesso utilizzati come tali), essendo il primo una nuova
forma giuridica d’impresa legalmente riconosciuta e il secondo
una certificazione volontaria.
Per ottenere tale certificazione occorre superare il BIA - Benefit
Impact Assessment, un lungo percorso di valutazione che
coinvolge tutte le funzioni aziendali, analizzando ogni aspetto del
modello produttivo e organizzativo.
La valutazione è effettuata su quattro ambiti tematici, con
particolare attenzione alle pratiche, alle iniziative e ai risultati
ottenuti in chiave di sostenibilità.
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Fonte: http://www.righthub.it/ - http://www.csrpiemonte.it
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Evidenze dalla prima ricerca in Italia sul «Social
Procurement» di Right Hub e Associazione Isnet
L’indagine è stata condotta nel Dicembre 2015 e diffusa pubblicamente
a Febbraio 2016 su un campione di 109 aziende ed ha avuto i seguenti
obiettivi conoscitivi:
Verificare il livello di conoscenza delle cooperative sociali;
Disponibilità a considerare offerte di prodotti/servizi da parte delle
cooperative sociali;
Prodotti/servizi sui quali sarebbero disponibili a valutare offerte di
cooperative sociali;
Prodotto/servizio di maggiore interesse e aree in cui potrebbe essere
attivato;
Importanza dei criteri di valutazione di un potenziale fornitore rispetto
al prodotto/servizio di maggiore interesse
Disponibilità ad essere ricontattato per fornire maggiore dettagli sui
criteri di valutazione;
Principali perplessità ad avviare un rapporto di fornitura con le
cooperative sociali.
Domanda 1: «Conosce le cooperative Sociali?»
Oltre la metà delle imprese intervistate ha una conoscenza superficiale
delle cooperative sociali («Sì, per sentito dire» e «Si, ho letto qualcosa»)
mentre solo una piccola parte del campione non ne ha nessuna
conoscenza (6,4%).
Poco più di impresa su 4 tra quelle intervistate, ha già in essere rapporti di
clientela, fornitura o partnership con cooperative sociali.
La percentuale di collaborazioni risulta più elevata tra le imprese di
minori dimensioni (meno di 50 dipendenti) e tra le imprese che operano
nel settore della finanza/assicurazioni ed elettromeccanico.
6%
23%
Sì come azienda, siamo in rapporti di
fornitura/clientela/partnership
28%
11%
32%
Sì sono in rapporti con alcune ma solo
a titolo personale
Sì ho letto qualcosa
Sì per sentito dire
No mai sentite nominare
Per consultare i risultati completi della ricerca
http://www.righthub.it/images/news/docs/Indagine_RightHub_ISNET_feb2016.pdf
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L’ECONOMIA CARCERARIA
L’economia
carceraria
è
anch’essa
un
espressione
dell’economia sociale che ha tutto il potenziale produttivo per
contribuire alla crescita del Paese.
In Italia ci sono più di 50.0000 detenuti e solo 2.000 di essi
lavorano.
Non si tratta di una speculazione finanziaria, ma di un business
virtuoso, pulito e solidale poiché il lavoro dà un senso al tempo
speso dietro le sbarre.
Un detenuto che ozia non serve né a se stesso né alla società.
Un detenuto che lavora sperimenta relazioni sane, impara,
ricostruisce un ponte con il mondo e il suo futuro ma soprattutto,
quando esce dal carcere, ha meno probabilità di tornare a
delinquere.
I prodotti fatti in carcere sono tutti realizzati con lo stesso
obiettivo: il massimo della qualità, non il massimo profitto.
Il lavoro
costituisce uno degli strumenti principale per il
recupero dei detenuti.
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L’ECONOMIA SOCIALE
NELL’UNIONE EUROPEA
Nell'ultimo trentennio le varie autorità dell'UE hanno dedicato
all'economia sociale un'attenzione crescente, seppure in modo
incostante e differente tra le varie istituzioni, con un progressivo
riconoscimento del ruolo importante svolto dall’economia sociale
nello sviluppo sociale ed economico dell'Europa.
L’economia Sociale in Europa rappresenta il 10% dell’economia
europea (PIL), circa 2 milioni di imprese e il 6,5 % dell’occupazione,
che corrispondono ad oltre 11 milioni di lavoratori, ossia il 4,5% della
popolazione attiva nell’UE.
L’imprenditoria Sociale Europea rappresenta il:
- 7,5% della popolazione attiva in Finlandia,
- 5,7% nel Regno Unito,
- 5,4% in Slovenia,
- 4,1% in Belgio,
- 3,3% in Italia,
- 3,1% in Francia,
- 1 su 4 delle nuove imprese create ogni anno nell’Unione Europea.
Le imprese sociali contribuiscono ad una crescita intelligente,
rispondendo con l’innovazione sociale a bisogni non ancora
soddisfatti, ed ad una crescita sostenibile, grazie ad una visione a
lungo termine e alla preoccupazione per il proprio impatto
ambientale.
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Fonte: http://www.eesc.europa.eu/
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L’ECONOMIA SOCIALE NEL
RESTO DEL MONDO
La diversità sta diventando sempre più importante nelle strategie
di business di tutto il mondo.
L’ambito e i livelli di attuazione della diversità variano in base al
territorio geografico, e vengono, quindi, spesso influenzate dai
diversi regimi normativi locali. L'importanza della diversità non può
essere sottovalutata.
Le catene di fornitura sono sempre più differenziate, infatti la
percentuale di neri, asiatici e, in generale, dei gruppi di minoranze
etniche aumenta tra la popolazione come parte della
manodopera disponibile, così come aumenta la loro importanza
economica sia per i consumatori che per i produttori.
Questo avvantaggia l'economia nel suo complesso.
Una diversa base di fornitori è essenziale per sfruttare il massimo
vantaggio competitivo nella catena di fornitura del settore privato
ed è un ingrediente chiave nelle iniziative di governo a sostegno
del terzo settore.
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Gli USA e il
Supplier
Diversity
Program
L'esperienza degli Stati Uniti suggerisce
che la diversità nelle catene di fornitura
è in grado di offrire reali benefici alle
aziende.
Le aziende che investono sulla
diversificazione dei fornitori generano un
ritorno degli investimenti maggiore del
133%.
Tali aziende spendono in media il 20% in
meno sulle loro operazioni di acquisto
rispetto ai loro concorrenti.
Gli Stati Uniti sono stati uno dei primi paesi promotori del processo
di diversificazione dei fornitori.
Una prima formalizzazione del processo di gestione e promozione
risale infatti al 1973, quando fu istituito il New York & New Jersey
Minority Supplier Development Council, Inc. (The Council) con
l’obiettivo di dare ai fornitori e ai rappresentanti delle minoranze,
l’opportunità di approvvigionamento con le aziende aderenti.
L'obiettivo era creare un legame tra grandi aziende e imprese di
minoranza, creando sia opportunità per i fornitori certificati dal
Consiglio, sia agevolare l'occupazione e lo sviluppo economico.
In seguito, nel 2010, è stato istituito Il Supplier Diversity Program
(SDP) con lo scopo simile di promuovere la diversità dei fornitori
negli appalti pubblici e per favorire lo sviluppo e il rafforzamento
delle M/WBEs (Minority and Women Business Enterprises)
certificate.
Le agenzie di certificazione assicurano che solo le imprese che
soddisfano i criteri di ammissibilità dei singoli programmi siano
adeguatamente certificate.
Il SDP è obbligatorio per adempiere ai contratti con il governo
degli Stati Uniti e con la maggior parte degli Stati e le municipalità
statunitensi, così come con alcuni clienti commerciali degli Stati
Uniti.
Fonte: http://www.msduk.org.uk/wp-content/uploads/2015/12/CIPS-Supplier-Diversity.pdf
www.mass.gov
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L’Inghilterra
ed
il Social
Value Act
Anche nel Regno Unito la definizione di
un fornitore “diverso” si riferisce ad
aziende che per almeno il 51% sono
controllate o gestite da: uno o più
individui membri di un gruppo etnico di
minoranza, disabili, donne o
economicamente svantaggiati (in
quanto il loro personale patrimonio netto
è inferiore a $ 750,000).
Nel contesto globale le imprese del Regno Unito sono state più
lente rispetto a quelle degli Stati Uniti nel riconoscere i vantaggi
ed a sviluppare ed attuare una politica di diversificazione dei
fornitori. Attraverso le sue agenzie esecutive, il Governo del Regno
Unito sostiene la promozione dell’attività di diversità commerciale.
Il 31 gennaio 2013 è entrata in vigore il Public Services (Social
Value) Act, una legge del Parlamento del Regno Unito che
prevede, per tutto il settore pubblico, la focalizzazione sul valore
sociale. Il suo scopo primario è infatti creare maggiori opportunità
per le imprese sociali nelle gare per la fornitura di servizi pubblici.
Questa legge richiede a tutti gli enti pubblici dell'Inghilterra e del
Galles, compresi gli enti locali, di considerare il benessere socioeconomico ed ambientale della zona come fattore principale
delle scelte di acquisto. Prima di iniziare il processo di
approvvigionamento, i commissari dovrebbero pensare se i servizi
che stanno per comprare, o il modo in cui comprano, potrebbero
garantire questi benefici per la loro area o le parti interessate.
La legge è uno strumento per aiutare i commissari a creare ed
ottenere maggior valore dalle spese affrontate. Essa incoraggia
inoltre i commissari a parlare con la comunità locale per
progettare servizi migliori, e spesso trovare soluzioni nuove e
innovative a problemi difficili.
Fonte: www.gov.uk http://www.msduk.org.uk/wp-content/uploads/2015/12/CIPS-SupplierDiversity.pdf
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Il Sud Africa
e il
Black
Economic
Empowerment
"Il nostro paese richiede un'economia in
grado di soddisfare le esigenze
economiche di tutti i nostri cittadini- la
nostra gente e le loro imprese - in modo
sostenibile", il Dipartimento del
Commercio e dell'Industria (DTI) dice nel
suo documento di strategia BEE.
"Questo sarà possibile solo se la nostra
economia si basa sul pieno potenziale di
tutte le persone e le comunità di tutto il
lungo e in largo questo paese».
Il Black Economic Empowerment (BEE) è una politica del governo
sudafricano volta ad aumentare la partecipazione dei neri nelle
imprese del Sud Africa.
L'atto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale nel gennaio 2004
ed è il principale strumento legale del paese che copre una
vasta gamma di questioni relative alla diversità.
Questa politica non è semplicemente un'iniziativa morale, per
riparare ai torti del passato. Si tratta di una strategia di crescita
pragmatica che mira a realizzare appieno il potenziale
economico del paese contribuendo a portare la maggioranza
nera nella corrente economica.
Nei decenni prima del 1994, anno in cui il Sud Africa raggiunse la
democrazia,
il
governo
dell'apartheid
aveva
escluso
sistematicamente africani e le altre etnie dalla partecipazione
all'economia del paese.
Nonostante i numerosi vantaggi economici realizzati nel Paese
dal 1994 ad oggi, il divario razziale tra ricchi e poveri persiste.
Tali disuguaglianze possono avere un effetto profondo sulla
stabilità politica. Infatti, le società caratterizzate da una radicata
disuguaglianza di genere o disparità di ricchezza razziale o
etnica, non sono suscettibili di essere socialmente e politicamente
stabili. In particolare, per quanto la crescita economica, questo
può facilmente aggravare queste disuguaglianze."
Fonte: www.southafrica.info
http://www.msduk.org.uk/wp-content/uploads/2015/12/CIPS-Supplier-Diversity.pdf
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QUALI PRODOTTI E SERVIZI
POSSONO ESSERE FORNITI DALLE
COOPERATIVE SOCIALI?
Le cooperative e imprese sociali forniscono praticamente tutto
ciò che offre il mercato ordinario. Lavorano in un’ampia varietà
di settori, fornendo sia prodotti che servizi alle imprese e al
settore pubblico.
Di seguito, a titolo di esempio, sono riportati alcuni prodotti e
servizi che le cooperative e imprese sociali forniscono:
PRODOTTI:
• Apparecchi elettronici
• Produzioni video
• Articoli per l’igiene orale
•Regali commerciali e di lusso
• Cancelleria
• Stampa e grafica
• Commercio Equo Solidale di
caffè, tea e cioccolato
• Mobili da ufficio e
arredamenti
• Sviluppo siti web
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SERVIZI:
• Archiviazione e magazzino
•Lavorazione del legno
• Catering
• Manutenzione del territorio
• Comunicazione
• Organizzazione di meeting
• Confezionamento
• Organizzazione eventi
• Controllo Qualità
• Pittura e decorazioni
• Digitalizzazione
• Sartoria
• Facility management
• Servizio di back office
• Help desk e call center
• Servizio di traduzione
• Lavanderia
• Strumenti promozionali
Quello che l’ampiezza di prodotti e di servizi e le loro specificità
di queste due liste suggerisce, è che comprare dalle
cooperative e imprese sociali non è solo di pertinenza della
funzione acquisti, ma è per tutte le persone o funzioni che
prendono decisioni d’acquisto oppure ne sono influenzatori, sia
che si tratti di decidere il caffè da acquistare o la location di un
evento.
Fonte: http://www.cips.org/supply-management/
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Evidenze dalla prima ricerca in Italia sul «Social
Procurement» di Right Hub e Associazione Isnet:
Domanda 2: «Che tipologia di rapporti intrattenete con
le cooperative sociali?»
Tra le imprese che hanno rapporti con le cooperative sociali, prevalgono
le forniture di prodotti e/o servizi: servizi di back office, pulizia, gestione e
smaltimento rifiuti, sartoria, assemblaggio, facchinaggio, imballaggi,
attività di lavorazione conto terzi, manutenzione verde, catering, servizi
di confezionamento e servizi di stampa (gli ambiti di lavoro sono stati
suggeriti in maniera libera dagli intervistati).
A seguire rapporti di partnership (partnership legate a progetti di CSR,
progetti di filantropia strategica, attività progettuali per lo svolgimento di
percorsi di sensibilizzazione con educatori, organizzazione eventi
benefici).
Per il 23,3% degli intervistati le cooperative sociali sono dei clienti.
Nella maggior parte dei casi, si tratta di imprese che operano nel settore
della finanza/assicurazione e della vigilanza privata.
Clientela
Partnership
23,3%
36,7%
Fornitura
Per consultare i risultati completi della ricerca
http://www.righthub.it/images/news/docs/Indagine_RightHub_ISNET_feb2016.pdf
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80%
Evidenze dalla prima ricerca in Italia sul «Social
Procurement» di Right Hub e Associazione Isnet
Domanda 3: «Per quali di questi prodotti e/o servizi
sareste disponibili a valutare offerte dalle cooperative
sociali?»
Mediamente le imprese dichiarano interesse per 6 categorie di servizi.
Ai primi posti nella graduatoria delle valutazioni i servizi di pulizia, quelli
di grafica, editoria e stampa e la manutenzione degli immobili (verde,
impianti, ecc.) che sono tra i servizi già al momento più diffusi nei
rapporti di fornitura da parte delle cooperative sociali.
Altro
Servizi socio sanitari per i dipendenti
Abbigliamento
Servizi di informatica e web
2,1%
10,4%
13,5%
14,6%
Lavorazioni e controlli su prodotti/semilavorati
17,7%
Prodotti alimentari
17,7%
Call/contact center
Formazione
Raccolta e imputazione dati
19,8%
22,9%
30,2%
Altre attività back office
31,3%
Assemblaggi e confezionamenti
31,3%
Piccole attività di logistica e distribuzione
36,5%
Raccolta e smaltimento rifiuti
36,5%
Catering e banqueting
Altri prodotti di regalistica aziendale e…
41,7%
51,0%
Manutenzione immobili (verde, impianti, ecc.)
58,3%
Grafica, editoria, stampa
58,3%
Servizi di pulizia
60,4%
Per consultare i risultati completi della ricerca
http://www.righthub.it/images/news/docs/Indagine_RightHub_ISNET_feb2016.pdf
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PERCHÈ LE AZIENDE DOVREBBERO
COMPRARE DALLE COOPERATIVE
ED IMPRESE SOCIALI?
I 4 motivi principali per acquistare dalle cooperative ed imprese
sociali sono:
1) Accesso all’innovazione e alla creatività
Incorporare valori sociali e ambientali nella catena di
approvvigionamento incoraggia l’innovazione. Le imprese
responsabili e chi adotta approcci differenti nella catena di
fornitura hanno dimostrato di saper sbloccare il potenziale
innovativo delle aziende, riuscendo a vedere le situazioni da un
punto di vista differente. Lavorare con imprenditori sociali ispira la
creatività all’interno del business stesso.
2) Dimostrare il Valore ai clienti
Le imprese sono sempre più sollecitate a dimostrare
comportamenti responsabili, alla trasparenza e all’impatto
sociale ed ambientale. Infatti una ricerca del Nielsen Global
Survey of Corporate Social Responsability and Sustainability rivela
che in Italia il 52% dei consumatori è disposta a pagare prezzi più
alti per i brand che operano azioni di sostenibilità sociale e
ambientale, un dato in aumento rispetto al 45% del 2014 e al 44%
del 2013, anche se ancora inferiore rispetto alla media globale
del 66% ma superiore al 51% della media europea. L’indagine è
stata condotta su un campione di 30.000 individui in 60 Paesi.
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3) Sviluppare le idee locali
Le cooperative e imprese sociali sono radicate nella comunità in
cui operano, il che li colloca in una buona posizione per
sviluppare soluzioni locali e personalizzate per interfacciarsi con i
business più complicati.
4) Diversificare la catena di fornitura
Molti professionisti degli approvvigionamenti e degli acquisti
iniziano a interessarsi e a confrontarsi circa l’importanza di una
catena di fornitura diversificata, dove le cooperative ed imprese
sociali ricoprono un ruolo chiave.
Enciclica Laudato Si’
Laudato Si’ è la seconda enciclica di Papa Francesco resa pubblica il 18
giugno 2016 e dedicata alla natura e alla tutela dell'ambiente che esorta
alla cura della casa comune a beneficio di tutti coloro che la abitano.
Un tema sociale ed ecologico, ma anche di fede, molto caro a Papa
Bergoglio, che più volte ha invitato i cristiani, e non solo, a prendersi cura del
Creato e ad essere custodi del disegno divino scritto nella natura.
“202. Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è
l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine
comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa
consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni,
nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale,
spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione”.
“206. Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una
sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e
sociale. È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a
far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per
modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare
l’impatto ambientale e i modelli di produzione.
È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese,
queste si vedono spinte a produrre in un altro modo. Questo ci ricorda la
responsabilità sociale dei consumatori. «Acquistare è sempre un atto morale,
oltre che economico». [146] Per questo oggi «il tema del degrado
ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi».[147]”.
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QUALE È L’ANDAMENTO DEL
BUSINESS TRA LE COOPERATIVE E
IMPRESE SOCIALI E IL SETTORE
PROFIT?
Le relazioni di business tra il
tendenzialmente in crescita
oggi, risulta che non molte
settore privato, un numero
seguenti diversi motivi:
settore profit e il settore sociale è
e potenzialmente significativo. Ad
imprese sociali fanno affari con il
che può invece crescere per i
• Cambiamento dell’assetto della Responsabilità Sociale
d’Impresa (RSI): le imprese progressiste affermano in maniera
costante che vogliono allineare i loro obiettivi in termini di RSI con
il loro core business. Molte organizzazioni si stanno rendendo
conto che il contributo per l’impatto sociale che già
corrispondono può superare di gran lunga quello per le attività di
RSI tradizionali ai margini del loro business.
In Europa con la nuova direttiva 78/660/CEE sul non financial
reporting le società, il cui numero di dipendenti occupati in
media durante l’esercizio è superiore a 500 e che alla data di
chiusura del bilancio presentano un totale di bilancio superiore a
20 milioni di euro, a decorrere dall’esercizio finanziario avente
inizio dal 1° gennaio 2017, dovranno obbligatoriamente redigere
un rendiconto di sostenibilità.
L’analisi include anche una dichiarazione di carattere non
finanziario contenente almeno informazioni ambientali, sociali,
attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro
la corruzione attiva e passiva.
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• La consapevolezza sta crescendo: si sta diffondendo la
consapevolezza e l’informazione che molte cooperative ed
imprese sociali distribuiscono prodotti e servizi competitivi in termini
di qualità, consegna e prezzo e che possono portare soluzioni
innovative.
• Sviluppare programmi di sostenibilità, inclusione e diversità:
alcune imprese private hanno già fatto un lavoro significativo
nell’approvvigionamento da realtà diverse, piccole e sostenibili.
Quindi comprare dalle cooperative ed imprese sociali,
contribuendo a tutte e tre le aree, è un’estensione naturale di tale
attività.
• Responsabilità negli affari: ci sono aspettative crescenti per tutte
le imprese, nel considerare il loro ampio ruolo di responsabilità
nelle comunità con cui lavorano e operano.
Comprare dalle cooperative e imprese sociali è una via semplice
ed efficace per portare un contributo sociale positivo alle
comunità. Molte cooperative ed imprese sociali operano,
assumono e producono localmente. A volte possono aiutare le
imprese a mantenere nell’economia locale i soldi che spendono.
• Rispondere al «Suppliers Diversity Programme»: per le aziende
americane presenti in Italia potrebbe essere necessaria la
conformità al programma di fornitura da imprese “diverse”, come
stabilito dalla legge americana. Non essendo possibile seguire lo
stesso schema delineato dagli Stati Uniti, le imprese succursali,
filiali, siti produttivi e commerciali potrebbero valutare l’acquisto
dalle cooperative e imprese sociali e quindi soddisfare le
aspettative della loro casa madre americana.
• Rispondere alla richiesta dei propri clienti: che siano guidate da
regolamentazioni, leggi oppure dalla RSI più strategica, molte
grandi aziende, in primis, stanno in maniera crescente chiedendo
ai loro fornitori di primo e secondo livello di entrare in contatto e
comprare dalle cooperative e imprese sociali.
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• Certificazione ISO 9001: uno dei cambiamenti nella versione
2015 è l’approccio sistematico alla gestione del rischio, piuttosto
che trattarlo come una singola componente separata di un
sistema di gestione. Nella precedente edizione della ISO 9001 il
requisito sulle azioni preventive era separato dal resto, mentre
adesso pervade l’intero standard. Attraverso un approccio più
strutturato e costante, l’organizzazione diventa proattiva,
prevenendo e riducendo gli effetti indesiderati e promuovendo
il miglioramento continuo.
• Certificazione ISO 14001: il cambiamento maggiore è
nell’importanza del legame tra impatto ambientale, sostenibilità
d’impresa e business. Ad esempio, la catena di fornitura
prevede di analizzare e considerare maggiormente influenze e
riflessi sul ciclo di vita del prodotto per tutte le attività e i
processi. Inoltre, prevede di integrare pienamente gli aspetti
ambientali e di business, attuali e futuri, nella pianificazione
strategica ambientale. Maggiore enfasi sulla leadership e
sull’impegno del top management affinché si assuma la
responsabilità dell’efficienza del sistema di gestione.
• Green Public Procurement: Acquisti Verdi o GPP è l’approccio
in base al quale le Amministrazioni Pubbliche integrano i criteri
ambientali in tutte le fasi del processo di acquisto. Il GPP
incoraggia la diffusione di tecnologie ambientali e lo sviluppo di
prodotti validi sotto il profilo ambientale, attraverso la ricerca e
la scelta dei risultati e delle soluzioni che hanno il minore
impatto possibile sull’ambiente lungo l’intero ciclo di vita.
Si tratta di uno strumento di politica ambientale volontario che
intende favorire lo sviluppo di un mercato di prodotti e servizi a
ridotto impatto ambientale attraverso la leva della domanda
pubblica.
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• Rispondere alla legge sull’inserimento di disabili: secondo la
legge n.68/99 per le imprese Italiane c’è l’obbligo di inserimento
di dipendenti disabili in diversa misura secondo il numero di
dipendenti. Secondo i dati disponibili ad oggi (Fonte: Vita agosto 2015) ci sono circa 26.000 posti scoperti nel settore
privato su 117.000 complessivi. Questo fa supporre che molte
aziende non siano in regola con la legge e, quindi, sanzionabili.
Attraverso la convenzione ex art.14 Dlgs. 276/03, (così
denominata nella Città Metropolitana di Milano e la Provincia di
Monza Brianza, con altri nomi è applicata anche in altre
Province d’Italia) l’assunzione del lavoratore con disabilità, può
avvenire presso cooperative sociali di tipo B, permettendo allo
stesso tempo di approvvigionarsi di beni e servizi da imprese
sociali e surrogare così l’obbligatorietà dell’assunzione.
Right Hub nata per sviluppare l’economia sociale, offre un
servizio di supporto per esplorare e identificare le realtà più
appropriate al fine di soddisfare pienamente tale requisito e
anche per un beneficio complessivo (economico e sociale).
Per approfondimenti sulla convenzione ex art. 14 Dlgs 276/03.
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LA RIFORMA DEL TERZO
SETTORE
L’approvazione, a giugno, della Legge di Riforma del Terzo Settore,
ha portato a compimento un lungo percorso di profonda
discussione rispetto alla definizione normativa e al senso stesso di
“Terzo Settore”, nonché alle tipologie di realtà associative da esso
ricomprese.
Un risultato positivo e molto importante per le migliaia di
organizzazioni,
associazioni,
imprese
e
cooperative
che
costituiscono il terzo settore perché ne definisce anzitutto natura,
ambiti di azione, finalità e confini, consegnandoci una definizione
giuridica chiara e unitaria, finora assente.
Così l’art. 1 definisce il Terzo settore:
“il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza
scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e
che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i
rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di
interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o
di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi.
Non fanno parte del Terzo settore le formazioni e le associazioni
politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza
di categorie economiche.”
Enti che, aggiunge l’art. 2 che hanno la finalità di rendere effettivi gli
art. 2, 3, 18 e 118 della Costituzione, ovvero la tutela del diritto di
associazione, la valorizzazione delle formazioni sociali liberamente
costituite, il riconoscimento dell’iniziativa economica privata e la
sussidiarietà effettiva.
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È prevista la stesura di un Codice del Terzo Settore che dovrà
contenere:
- disposizioni generali applicabili a tutti gli enti ed individui;
- le attività di interesse generale svolte dalle organizzazioni del
terzo settore;
- la loro differenziazione tra i diversi tipi di ente;
- la definizione delle varie forme e modalità di organizzazione,
amministrazione e controllo;
- il divieto di redistribuzione degli utili;
- la determinazione delle modalità di rendicontazione, verifica,
controllo e informazione ispirate alla trasparenza;
- le modalità di tutela dei lavoratori e della loro partecipazione ai
processi decisionali;
- la definizione del Registro Nazionale del Terzo Settore e le
modalità di iscrizione (obbligatoria per numerose categorie di
enti) oltre che le forme di partecipazione all’elaborazione delle
politiche pubbliche.
Dal punto di vista fiscale è prevista la semplificazione della
normativa e l’istituzione di misure di supporto come alcuni strumenti
di finanza sociale, l’agevolazione delle donazioni, la costituzione di
un fondo presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il
consolidamento e una più trasparente regolazione del cinque
mille, come una maggiore trasparenza richiesta alle organizzazioni
del terzo settore.
Per quanto riguarda l’impresa sociale, la Legge delega introduce
importanti novità che renderanno possibile la coproduzione di beni
e servizi tra non profit, Pubblica amministrazione e investitori privati.
L’impresa sociale viene definita come un’organizzazione privata
che svolge attività d’impresa per le finalità di cui all’articolo 1, che
destina i propri utili prioritariamente al conseguimento dell’oggetto
sociale ma può remunerare il capitale investito nella misura pari a
quanto oggi in vigore per le cooperative a mutualità prevalente,
adotta modalità di gestione responsabili e trasparenti, favorisce il
più ampio coinvolgimento dei dipendenti, degli utenti e di tutti i
soggetti interessati alle sue attività.
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Si prevede inoltre l’aumento delle categorie di lavoratori
svantaggiati che dovrebbero comprendere anche le nuove
forme di esclusione.
La Riforma del terzo settore prevede inoltre la revisione della
normativa in materia di volontariato, promozione sociale e
servizio civile universale.
Evidenze dalla prima ricerca in Italia sul «Social
Procurement» di Right Hub e Associazione Isnet
Domanda 4: «Saresti disposti a valutare offerte delle
cooperative sociali per prodotti e/o servizi?»
No
12%
Sì
88%
Quasi 9 imprese intervistate su 10 si dichiara disponibile a valutare
offerte di prodotti e servizi di cooperative sociali.
Le imprese più «disponibili» sono quelle che hanno già in essere rapporti
con le cooperative sociali, a dimostrazione che una volta avviato un
primo contatto le imprese trovano nelle cooperative dei potenziali
partner.
Le più restie a valutare offerte da parte delle cooperative sociali sono
le imprese che operano nel settore manifatturiero e quelle che non
hanno nessuna conoscenza delle cooperative sociali.
Per consultare i risultati completi della ricerca
http://www.righthub.it/images/news/docs/Indagine_RightHub_ISNET_feb2016.pdf
Fonte: http://www.vita.it/it/article/2016/05/25/riforma-del-terzo-settore-ecco-cosacambia/139544/
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CI SONO BARRIERE
NELL’INSTAURARE RAPPORTI DI
COLLABORAZIONE CON LE
COOPERATIVE E IMPRESE SOCIALI?
La vasta maggioranza delle cooperative e imprese sociali sono
piccole realtà, quindi molte delle barriere e delle sfide sono simili a
quelle che si potrebbero affrontare quando si lavora con le PMI.
Per le singole cooperative e imprese sociali, la sfida sta nelle loro
dimensioni, capacità ed esperienza, specialmente quando hanno
a che fare con specifici sistemi di approvvigionamento.
Questo può significare, a volte, che qualcuna può non essere in
grado di assicurare una fornitura della portata richiesta o avere la
capacità di stabilire un processo di fornitura formale o, in
generale, avere le caratteristiche adeguate per una specifica
fornitura. Naturalmente, questo non è veritiero per tutte infatti
molte sono preparate come ogni altra impresa.
Acquistare da cooperative e imprese sociali non va ad incidere su
scelte strategiche di fornitura aziendale né tantomeno sono in
collisione con scelte d’acquisto centralizzate (frequenti nelle
grandi aziende), poiché gli acquisti sociali costituiscono solo una
piccola parte del totale.
Per questo motivo può essere fattibile per l’organizzazione
acquistare servizi e beni dalle cooperative e imprese sociali.
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Per le cooperative ed imprese sociali in generale, la più grande
sfida è rappresentata dalla distribuzione irregolare dei diversi
settori dell’industria nelle diverse aree geografiche. Le
cooperative ed imprese sociali tendono ad essere fortemente
concentrate nei centri urbani e meno nelle aree rurali. Allo stesso
modo, non può sempre esserci un catering locale o un servizio di
pulizia in ogni area. Certamente, per le aziende con sede nelle
maggiori città, questo limite è facilmente sormontabile.
E’ molto probabile che ci sia, da parte delle imprese, una scarsa
consapevolezza e conoscenza dell’economia sociale, oppure la
mancanza di informazione a proposito di come e dove trovare le
cooperative e imprese sociali.
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Evidenze dalla prima ricerca in Italia sul «Social
Procurement» di Right Hub e Associazione Isnet
Domanda 5: «Quanto sono importanti i seguenti
criteri di valutazione di un potenziale fornitore?».
Le discriminanti principali in termini di valutazione di un potenziale
fornitore sono il prezzo competitivo, i tempi brevi tra richiesta e
intervento e la presenza sul territorio in cui viene richiesta l’attività.
L’importanza dei diversi elementi varia a seconda del prodotto/servizio
da valutare.
Ad esempio per i servizi di pulizia, di assemblaggi e confezionamenti e
per le altre attività back office risulta particolarmente importante la
discriminante del prezzo mentre per la manutenzione immobili (verde,
impianti, ecc.) e per il catering e banqueting risulta molto più rilevante
la presenza sul territorio in cui viene richiesta l’attività.
Per il servizio di grafica, editoria, stampa è l'innovazione a risultare
come la variabile più importante nel processo di scelta e valutazione di
un fornitore.
Precedenti esperienze con aziende
omologhe
Esperienza pluriennale
Innovazione
12,5%
24%
25%
Certificazione sistema qualità/ambiente
30,2%
Contenuto di sostenibilità ambientale dei
prodotti e servizi offerti
38,5%
Capacitù produttiva e di servizio elevata
38,5%
Contenuto di sostenibilità sociale dei
prodotti e servizi offerti
Presenza sul territorio in cui viene richiesta
l'attività
Tempi brevi tra richieste e interventi
Prezzo competitivo
40,6%
43,8%
44,8%
54,2%
Per consultare i risultati completi della ricerca
http://www.righthub.it/images/news/docs/Indagine_RightHub_ISNET_feb2016.pdf
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Esempi di collaborazione tra
cooperative sociali e imprese profit
Caso 1: Geox + Vale un Sogno
Geox SPA: una società italiana, marchio mondiale
nel settore dell’abbigliamento e delle calzature
fondato nel 1995, continuamente focalizzato su
qualità del prodotto, innovazione e tecnologia.
Valemour: un “marchio sociale”, la cui missione
consiste nel favorire l’inserimento lavorativo di
persone con sindrome di Down e disabilità
intellettiva.
Cooperativa Sociale Vale un Sogno: è la realtà
che ha dato vita al progetto Valemour. Nel
laboratorio con sede a Torino si concretizzano
progetti di inserimento lavorativo di persone con
disabilità intellettiva mediante un percorso di
formazione con simulazione di attività e mansioni
che le persone coinvolte in seguito svolgeranno
presso un pool di aziende virtuose, disponibili ad
accoglierle.
La prova che è
possibile creare un
prodotto bello e di
successo ed in grado
di creare lavoro per
persone con disabilità
intellettiva.
Cooperativa Sociale
Vale un sogno è
31
“(…) Cosa ha unito Geox, eccellenza del made in Italy, e Valemour,
marchio della Fondazione Più di un Sogno Onlus? Semplicemente la
volontà e la capacità di trasformare, insieme, una buona azione in
un’azione buona. Con un’operazione di business responsabile e di
successo. O, probabilmente, di successo proprio perché responsabile.
Da questa collaborazione è nata infatti “Geox for Valemour”, una linea di
business di Geox fatta di colore, libertà, creatività. Un’operazione che ha
dato vita a qualcosa di unico, creando un’opportunità di lavoro reale per
persone disagiate attraverso la realizzazione di una vera collezione, in
edizione limitata.
Presentata nei negozi Geox nella primavera-estate 2014, Geox for Valmour
ha avuto un grande successo di vendita, anche online. Tanto da
proseguire con una nuova “Capsule Collection” per l’autunno-inverno
2014. E poi anche nella primavera-estate 2015, con la presentazione di una
nuova collezione, con nuovi colori e nuovi materiali: 6.500 i teli canvas
dipinti a mano e 40 i ragazzi di Valemour coinvolti, in diversi laboratori di
cooperative sociali (a Cosenza, Cuneo, Padova, Palermo, Rimini, Taranto,
Torino, Verona). Ovvero 40 diverse interpretazioni, nessuna uguale all’altra
perché ciascuna riflette l’unicità della persona che l’ha espressa, la sua
storia e la sua creatività. I teli colorati sono stati trasformati in calzature,
borse, sciarpe. Tutti pezzi unici, ognuno con le sue sfumature. Che hanno
dato vita a una collezione unica. Divenuta subito di culto. A far scoccare la
scintilla che ha dato origine al progetto è stato un incontro tra due
persone, un sognatore coi piedi ben piantati per terra e un creativo che sui
sogni lavora: Marco Ottocento, di Valemour, e Fulvio Luparia, artista del
colore. Due genitori di ragazzi con disabilità. Due professionisti del mondo
della moda. Marco Ottocento sostiene che spesso i sogni nascono dalla
condivisione dei valori. Parafrasandolo, e provando a interpretare la realtà
attraverso i miei occhi di manager di lungo corso, io sostengo che è solo
dalla condivisione dei valori che nasce il vero business duraturo. Cioè
un’attività che coniuga social impact e business impact. Un sogno anche
questo. Che però può diventare realtà”.
Il progetto non si è fermato e prosegue senza sosta oltrepassando i confini
italiani e approdando in Spagna per la collezione 2016, facendo diventare
il progetto una sfida Internazionale.
L’incontro tra Geox e Valemour ha quindi portato i suoi frutti e non solo in
termini di gradimento delle collezioni ma anche in termini di opportunità.
Sono infatti sempre più i ragazzi che stanno facendo esperienze lavorative
dopo aver partecipato ai laboratori Geox. Inoltre, Valemour ha potuto
reinvestire in nuovi progetti e laboratori, aumentando la sua capacità di
inserimento dei suoi ragazzi nell’ambiente lavorativo.
Fonte:
Fonte: http://www.righthub.it/images/media/docs/Articolo_Vita_Agosto_2015.pdf
http://breathe.geox.com/valemour/
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Caso 2 : Versace + Cangiari
Due linee, casual e
femminile, per un
duplice obiettivo.
Creare posti di lavoro
sani in Calabria e
portare l’etica nel
mondo delle grandi
firme. Con uno sponsor
d’eccezione: Santo
Versace.
Gianni Versace S.p.A: è un’azienda
italiana di moda e abbigliamento,
con sede a Milano, fondata nel 1978
dallo stilista Gianni Versace, e
lasciata in eredità alla famiglia: Santo
Versace ne è il presidente, Donatella
Versace il Vicepresidente e Direttore
Creativo.
Cangiari: brand di moda etica e
sociale nato dal consorzio Goel. La
collezione è interamente realizzata in
Calabria con materiali pregiati,
lavorazioni artigianali di alta qualità
ed importanti contenuti di impegno
civile.
33
“(…)Pensiamo ad esempio al settore abbigliamento, dove lo sfruttamento
dei lavoratori e delle risorse naturali genera un “debito” di sostenibilità molto
alto. Esprimendo una brutalità che agli occhi di una (larga?) parte del
mondo è apparsa solo col disastro del Rana Plaza. Proprio in questo settore
c’è una piccola realtà Italiana, una cooperativa sociale già molto nota e
consolidata, che incorpora tutti gli aspetti di business sostenibile:
valorizzazione della comunità, rispetto dei lavoratori nella filiera di
produzione, utilizzo di materie prime e materiali a basso impatto ambientale.
Si chiama Cangiari, dal 2009 primo marchio di moda eco-etica di fascia alta
in Italia. Cangiari in dialetto calabrese significa “cambiare”. E di vero
cambiamento si tratta, non solo economico ma di stili di vita e di modelli di
produzione. Gli abiti prodotti sono tutti in tessuti naturali, lana bio, ginestra,
seta cruelty-free (con i bozzoli lavorati salvando il baco), e realizzati
attraverso telai a mano, riproducendo forme e disegni dell’antica tessitura
grecanica e bizantina. La filiera di produzione è totalmente “made in Italy”,
formata dalle cooperative sociali del Gruppo Cooperativo Goel (rete Cgm),
che operano per il riscatto di un territorio su cui gravano come macigni la
criminalità organizzata e la disoccupazione giovanile (al 75%).
La prova che il modello funziona è nei risultati di business, con un centinaio di
occupati e circa 5 milioni di euro di fatturato l’anno. Ed è proprio la
sostenibilità, l’etica, a sostenere e fare business.
Lato impatto sociale, infatti, redditi dignitosi hanno permesso alle donne di
rimettere in moto gli antichi telai per realizzare prodotti preziosi, che
tramandano storia e tradizioni uniche.
Lato impatto ambientale, si utilizzano solo materiali e colorazioni biologiche (i
tessuti sono certificati Gots-Global Organic Textile Standard), unendo ricerca
e innovazione nel massimo rispetto dell’ecosistema e della salute di chi
indosserà quegli abiti.
Il progetto ha entusiasmato Santo Versace, che dopo averlo severamente
testato ha scelto Cangiari come fornitore per l’altissimo livello di qualità
artigianale garantito. Che nasce appunto dall’attenzione costante alla
dignità del lavoro, all’equità, alla sostenibilità”.
La collezione di Cangiari “Beauty is different” ha debuttato nel 2009 durante
la settimana della Moda di Milano, ed è stata subito molto apprezzata.
Dalle parole dell’imprenditore Santo Versace: “il Consorzio Sociale Goel e il
progetto di Cangiari sono una speranza per la Calabria”.
Anche il Comune di Milano ha dato il proprio patrocinio per gli obiettivi e
progetti sostenuti da Cangiari, dove è stata anche aperta una boutique,
“Spazio Cangiari”, con sede in un immobile confiscato alla ‘ndrangheta: una
boutique del Lusso Etico, Sociale ed Ecologico.
Fonte: http://giornalesentire.it/2010/settembre/1745/modaequaesolidale.html
http://www.righthub.it/images/media/docs/Good_Business_VITA_magazine_ottobre2015.pdf
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Caso 3: Unipol + Virtual Coop
Gruppo Unipol: è una Società per
Azione quotata alla Borsa Italiana
che opera nel settore bancario ed
assicurativo.
Virtual Coop: Una cooperativa
nata nel 1996, per iniziativa di un
gruppo di persone disabili che
intendevano
promuovere
le
proprie professionalità gestendo
direttamente un’impresa.
La cooperativa svolge una piccola
attività
editoriale,
stampa
in
digitale e si è specializzata nella
digitalizzazione e nel data entry.
Le tipologie di disabilità presenti
sono varie, dalla disabilità motoria
o sensoriale a quelle che implicano
problemi di ordine psichico e
comportamentale.
Lavorare bene paga, anche
nel sociale dove per giunta
aiuta a sostenere la mission.
Requisiti di professionalità,
impegno sociale,
l’allineamento con la Carta dei
Valori e il Codice Etico: questi i
criteri presi a riferimento dalla
funzione Acquisti del Gruppo
Unipol nella ricerca di una
cooperativa che potesse
soddisfare una specifica
esigenza di fornitura.
Virtual Coop è
35
“(…) Il rapporto con Gruppo Unipol è nato nel 2011: l’esigenza era
quella di gestire un lavoro di scansione e data entry dei resi postali
inerenti all’invio degli estratti conto alla clientela di Unipol Banca. Ciò
ha portato alla produzione di un database, in condivisione con la
stessa società del Gruppo, che ha permesso di abbattere del 35% i
costi di gestione della posta inesitata. E di ottenere una
normalizzazione dell’anagrafica, con conseguente efficientamento
delle comunicazioni verso la clientela.
In ragione degli ottimi risultati raggiunti, Unipol Assicurazioni ha in
seguito affidato a Virtual Coop la medesima attività, su un
quantitativo di 9 milioni di invii. Anche in questo caso ciò ha prodotto
un database anagrafica clienti poi condiviso con altre strutture di
business. Un’operazione rivelatasi inoltre strategica in relazione al
processo di rebranding che ha coinvolto il Gruppo Unipol negli ultimi
anni”.
Oltre al Gruppo Unipol, Virtual Coop conta fra i suoi principali clienti
Tper (Trasporto Passeggeri Emilia-Romagna), Coop Adriatica, Regione
Emilia Romagna, i Comuni di Bologna e Anzio e molti altri minori.
Inoltre, rivolge una particolare attenzione alla formazione e
professionalizzazione di personale disabile, offrendo pacchetti integrati
di servizi alle imprese per ottimizzare l'inserimento lavorativo dei
portatori di handicap in attuazione della Legge 68/99.
Fonte:http://www.righthub.it/images/media/docs/Good_Business_VITA_magazine_dicem
bre2015.pdf
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Caso 4: Gruppo Hera e le forniture
dalle cooperative sociali
In coerenza con quanto previsto
nel Protocollo sottoscritto nel 2009
con le associazioni di
rappresentanza della
cooperazione sociale, continuano
gli incontri periodici finalizzati al
monitoraggio dell’utilizzo del
personale svantaggiato utilizzato
dalle cooperative sociali di tipo B
nella gestione dei contratti di
appalto affidati dalle società del
Gruppo Hera.
Gruppo
Hera: è una
multiutility
italiana
che
opera principalmente nei
settori Ambiente (raccolta
e
trattamento
rifiuti),
Energia (distribuzione e
vendita di energia elettrica
e
gas)
ed
Idrico
(acquedotto, fognature e
depurazione).
37
“(…) Il monitoraggio viene effettuato sulla base di una istruzione operativa
in accordo al Protocollo sottoscritto e seguendo la linea guida
approvvigionamenti di Hera e riguarda tutti i contratti del Gruppo nei quali
opera il personale della cooperazione sociale. Con cadenza trimestrale
vengono verificati il numero complessivo degli inserimenti lavorativi
effettuati, la tipologia degli svantaggi dei singoli operatori impiegati nella
fornitura e la loro qualifica nell’ambito del singolo contratto. È così possibile
verificare il rispetto del progetto di inserimento lavorativo presentato in
sede di gara dal fornitore con conseguente valutazione dello stesso.
Nel 2013 il valore delle forniture riguardanti tipologie di lavori o servizi
richiesti a cooperative sociali è stato di circa 35,5 milioni di euro, con un
incremento del 7,1% rispetto al 2012. Di questo importo 34,1 milioni di euro
sono stati affidati per l’esecuzione di servizi ambientali, corrispondenti a
oltre il 26% del totale degli affidamenti effettuati dal Gruppo per questi
servizi. L’incremento delle forniture a cooperative sociali ha riguardato
principalmente l’incremento di alcuni servizi ambientali gestiti in particolare
nell’area Emilia. Le forniture hanno coinvolto 23 tra cooperative e consorzi
di cooperative sociali, con l’inserimento lavorativo di 581 persone
svantaggiate, di cui 410 con contratto a tempo indeterminato e 291 con
contratto a tempo pieno. I numeri maggiori di inserimenti di personale
svantaggiato si registrano per le aree territoriali di Modena (166 persone),
Forlì-Cesena (144) e Rimini (107). Le forniture assegnate da AcegasAps a
cooperative sociali sono state pari a 4 milioni di euro, prevalentemente nei
servizi ambientali (questo tipo di forniture rappresentano il 16% del totale
degli acquisti relativi ai servizi ambientali); gli inserimenti lavorativi sono pari
a 55 unità.
Hera ha contribuito all’inserimento nel contratto collettivo nazionale dei
servizi ambientali (rinnovato nel febbraio 2011) di una specifica clausola di
salvaguardia delle esternalizzazioni a favore della cooperazione sociale.
Questa clausola prevede che una quota economica delle esternalizzazioni
(del 5%, elevabili a livello aziendale al 15%; Hera applica il 15% in base
all’accordo sottoscritto nel marzo 2012 con le organizzazioni sindacali e
con il coordinamento sindacale di Gruppo) per le attività di spazzamento,
raccolta, trasporto dei rifiuti, espurgo pozzi neri e lavaggio cassonetti, sia
esclusa dall’obbligo di applicazione del CCNL dei servizi ambientali,
attraverso
la
definizione
di
progetti
di
inclusione
sociale”.
Il lavoro significa anche inclusione sociale: nel 2015 è stato così per 686
persone svantaggiate, grazie ai circa 46,5 milioni di euro affidati a
cooperative sociali. Questo risultato valorizza il protocollo sottoscritto da
Hera nel 2009 con le rappresentanze della cooperazione sociale.
Fonte:http://www.gruppohera.it/binary/hr_gruppo/download_center/GruppoHera_Bilancio
_di_Sostenibilita_2015.1460726036.pdf
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Caso 5: TVMania + Alboran
TvMania:
è
leader
mondiale
in
abbigliamento in licenza Tv e di marca su
misura. Rappresenta una risposta rapida e
dinamica alle esigenze di mercato,
attraverso la sua catena di fornitura in Asia,
Europa e Africa, che segue una rigorosa
politica di responsabilità sociale.
Alboran: è una cooperativa sociale di tipo
b attiva dal 1994. Opera nel settore dei
servizi alle imprese dal 1996 specializzati in
logistica cartotecnica e assemblaggi,
facility management e pulizie. Nel
contempo offrono a persone che
presentano diverse situazioni di disabilità o
di svantaggio concrete possibilità di
inserimento
professionale
e
sociale,
coniugando le legittime esigenze di
mercato
con
il
valore
aggiunto
dell’intervento sociale.
«La multinazionale
non ci tiene come
fornitori perché
siamo buoni, ma
perché siamo bravi,
lavoriamo bene»
Alboran è
39
“Buona parte delle cooperative e imprese sociali in Italia devono ancora
colmare un gap in termini di approccio autenticamente imprenditoriale al
mercato. Una delle questioni principali che si devono analizzare è come il
concepirsi impresa a tutti gli effetti venga vissuto all’interno
dell’organizzazione. E come venga comunicato all’esterno o comunque
utilizzato per competere.
«Non ci presentiamo mai come cooperativa sociale, per dire che siamo
buoni dentro: ci presentiamo come una società che fa un lavoro, che
dev’essere fatto bene e con certi tempi e modi sul mercato. Poi, certo,
essendo un’impresa sociale, cerchiamo di avere un determinato approccio»
La riflessione, semplice ma significativa, è di Edgardo Galletta, presidente e
direttore generale di Alboran, cooperativa sociale di tipo B di Peschiera
Borromeo, in provincia di Milano, che opera dal 1994 in particolare nei settori
della logistica e spedizioni, cartotecnica e pulizie. Alboran fattura circa 1,5
milioni di euro l’anno e lavora da sempre soprattutto col settore privato,
benché fra i suoi clienti figurino anche enti pubblici.
Dal 2004 realizza il bilancio sociale, con uno storico da far invidia a molte
imprese profit, anche quotate.
Fra i suoi clienti ci sono nomi e marchi di alto livello: Fastweb, Lindt e Caffarel,
la multinazionale statunitense delle fibre ottiche Oclaro, Salmoiraghi &
Viganò, Lusofarmaco-Gruppo Menarini. C’è poi un cliente in particolare,
TvMania, il cui nome forse può non dire molto ma che commercializza
prodotti che entrano nelle case di mezza (o tutta) Italia, vale a dire capi di
abbigliamento col brand Hello Kitty, oltre a quelli di altri brand del mondo dei
comics.
Il rapporto con TvMania dura da dieci anni. Si tratta di uno dei principali
clienti di Alboran, che vale da solo il 30-40% del fatturato per la logistica. Ma
soprattutto tre anni fa TvMania è stata acquisita da una multinazionale
cinese: i nuovi proprietari chiesero ad Alboran di presentarsi, sia come
impresa, sia come organizzazione con una missione sociale. Evidentemente
rimasero e sono soddisfatti, anche perché in seguito la relazione con TvMania
ha prodotto per la cooperativa ulteriori contatti interessanti. Alboran venne a
sapere che nella valutazione dei nuovi proprietari il suo orientamento sociale
ebbe un peso. Non c’è controprova, ma senza la qualità e l’affidabilità del
lavoro su cui si poggiava, forse anche quel peso non sarebbe stato sufficiente
a spostare la bilancia dalla parte di Alboran.
L’obiettivo è quello di dare un’opportunità di crescita professionale e di
relazione a persone che hanno difficoltà ad entrare nel tradizionale mondo
del lavoro. Non è solo un semplice servizio di collocamento o un ambiente
chiuso alle logiche del mercato, ma la possibilità di sperimentare e
sperimentarsi in un contesto vero dove la convivenza tra soggetti
svantaggiati e lavoratori normodotati assume significato di reciproco
scambio.
Fonte:http://www.righthub.it/images/media/docs/Good_Business_VITA_magazine_novembre
2015.pdf
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Caso 6: Fly Emirates + Open Group
“Pensiamo sia un’attività da
far crescere perché ha
ampie possibilità di
occupazione e di
mercato”, sottolinea
Vincenzi, ricordando come
l’obiettivo della onlus sia
non tanto il profitto, quanto
sostenere persone che
stanno provando a far
ripartire la loro vita e che
non troverebbero spazio nel
normale tessuto lavorativo
industriale”.
Fly Emirates: Emirates è la compagnia
aerea di bandiera dell’Emirato Arabo di
Dubai, con base a Dubai. È la più grande
compagnia del medio oriente, con più di
3.000 collegamenti settimanali operati
dall'hub Aeroporto di Dubai (DXB) verso
161 destinazioni in 6 continenti.
Open Group: è un’impresa sociale che
opera attraverso 8 settori, in ambito
socioeducativo,
sociosanitario,
nella
gestione di patrimoni culturali, oltre che
nella comunicazione e nell’informazione.
Si occupa di disabilità, dipendenze,
inserimenti
lavorativi
di
persone
svantaggiate,
emergenze
abitative,
educativa di strada, sostegno scolastico,
integrazione.
41
«…Un po’ come nella vita ci sono rapporti che possono aiutare a crescere,
e in un certo senso impongono di farlo, lo stesso può accadere a una
realtà imprenditoriale. Che si tratti di un’azienda profit o di un’impresa
sociale, non fa alcuna differenza.
La cooperativa sociale Open Group, di Bologna, è una realtà con quasi
500 lavoratori. Fra i suoi clienti figurano nomi quali Faac (cancelli e accessi
automatici) o Ravaglioli (ponti sollevatori per officine e veicoli).
Open Group ha nella lavanderia industriale Splendor, oltre che nel
laboratorio elettromeccanico, uno dei suoi fiori all’occhiello.
Da anni Splendor lavora all’interno dell’aeroporto Guglielmo Marconi
nell’ambito di un’organizzazione multiservice che cura ad esempio la
pulizia dei velivoli.
Quando l’anno scorso Fly Emirates scelse lo scalo bolognese per un volo
giornaliero verso Dubai, chiese informazioni per un servizio di lavanderia sul
territorio.
Le fu fatto il nome di Splendor: «Sono venuti a visitarci diverse volte», spiega
Lorenzo Zanarini, direttore attività produttive di Open Group, «non hanno
badato alla dimensione sociale ma alla qualità del servizio e al prezzo.
E hanno prestato molta attenzione al discorso delle certificazioni: sono
state determinanti».
Splendor, infatti, vanta la certificazione di qualità Iso 9001 ma anche la
14065 sul controllo delle contaminazioni batteriche «Aver acquisito un
cliente come quello», sottolinea Zanarini, «grazie anche all’abilità nella
contrattazione del nostro Alberto Vincenzi, direttore di produzione in
Splendor, è stato di grande soddisfazione. Ma lo è ancora di più ricevere
ora i complimenti di Fly Emirates per il nostro lavoro». Sì, perché Fly Emirates,
con cui Splendor ha un contratto biennale fino al 2017 che già quest’anno
potrebbe valere il 15% del suo fatturato, è un cliente a dir poco esigente,
con standard di qualità elevatissimi: i tovaglioli per la sua prima classe, per
dire, dove per viaggiare si arrivano a spendere anche migliaia di euro,
vanno piegati a fiore di loto.
Ma non solo, perché i voli per Dubai sono anche di sabato e domenica,
per cui Splendor ha dovuto riorganizzarsi e modificare i suoi orari per servire
al meglio il cliente: probabilmente questa è stata la sfida più grossa. Per ora
vinta».
Fonte:http://www.righthub.it/images/media/docs/Good_Business_VITA_magazine_aprile2016
.pdf
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Caso 7: Circuito Mugello + L’Orologio
La notevole esperienza
maturata ha portato l’attuale
management a fare scelte
innovative nell’organizzazione
e nell’utilizzo dei più moderni
strumenti di gestione, che
consentono di rispondere
tempestivamente alle esigenze
dei clienti, personalizzando al
massimo i servizi offerti ed
ottimizzandone i costi.
L’Orologio è
L’Orologio è la cooperativa
capofila del Network Orologio 2.0
che
raggruppa
tre
diverse
Cooperative. Orologio 2.0 è
gestito da un gruppo dirigente
giovane e dinamico, convinto
che i valori della tradizione che
da sempre animano queste
cooperative debbano essere
tradotti in idee e progetti
concreti. Il campo d’azione del
network è ampissimo: servizi per
privati ed aziende, soluzioni
operative per le amministrazioni
comunali e gli enti, gestione delle
delegazioni territoriali di realtà
storiche come ACI ed Enel, a
dimostrazione della fiducia e
della professionalità che il gruppo
ha saputo guadagnare nel
tempo.
43
«Un gruppo dirigente di età media inferiore ai 30 anni, una gamma molto
ampia di servizi tutti svolti da dipendenti interni senza subappalti,
professionalità, tempestività nei tempi di risposta, efficienza ed economie di
scala»: a chi gli pone la classica domanda su quale sia la ricetta giusta,
risponde così Francesco Clementi, amministratore delegato della
Cooperativa L’Orologio.
Si tratta di un network di servizi, basato in Toscana, a Pontassieve ma
operativo in tutta Italia, che raggruppa una cooperativa capofila,
L’Orologio, una cooperativa sociale di tipo B, Cristoforo, e una di tipo A,
Giocolare. Oltre a un consorzio che offre servizi tecnici e amministrativi alle
tre realtà. Insieme fanno 1.600 dipendenti a tempo indeterminato (circa 150
quelli appartenenti a categorie protette), di cui 315 assunti solo lo scorso
anno con contratto a tutele crescenti.
Il campo d’intervento è molto vasto, dalle pulizie alla manutenzione, dal
back office al portierato, dalla gestione rifiuti alle mense, ai trasporti, ai servizi
per la persona e la comunità. Con rapporti che spaziano ad ampio raggio
nel pubblico e nel privato, dal credito cooperativo alle amministrazioni locali,
da Publiacqua all’Autodromo del Mugello. Emblematico è proprio il rapporto
col celebre autodromo. Nel 2003 il Mugello decise di affidare alcuni servizi: il
network partecipò e vinse.
A L’Orologio vennero progressivamente affidati una serie di altri servizi oltre
a quelli da cui era partita la relazione.
Fra questi quelli legati a Kiss Mugello, il programma internazionale partito
dall’Autodromo e promosso insieme alla Federazione Internazionale di
Motociclismo per sensibilizzare gli appassionati di motociclismo su temi della
sostenibilità ambientale e sociale.
«Nei giorni precedenti e successivi al Gran Premio sono circa 120 i nostri
addetti », sottolinea Clementi, che è anche presidente della cooperativa
sociale Cristoforo, «che ruotano nell’autodromo. Dove durante l’anno
curiamo ad esempio i servizi di pulizia, di facchinaggio, la manutenzione
idraulica».
«Il segreto del successo? “Giovani, competenze, organizzazione e cuore:
rispondere sempre e in tempo reale ai bisogni del cliente affrontando con
entusiasmo i problemi e le difficoltà – spiega Francesco Clementi,
amministratore delegato di Orologio 2.0 – Siamo riusciti tutti insieme a
raggiungere traguardi importanti e questo è motivo di soddisfazione ma
anche una grossa responsabilità: vogliamo mantenere quanto fatto di
buono e se possibile crescere ancora! In tutti i sensi”.
Fonte: http://www.orologionetwork.it/testi/texts_art.asp?idn=144
http://www.righthub.it/images/media/docs/Good_Business_VITA_magazine_giugno2016.pdf
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ANCHE LE ORGANIZZAZIONI NON
PROFIT POSSONO ACQUISTARE DA
COOPERATIVE E IMPRESE SOCIALI?
Tutte le Associazioni e Organizzazioni, Fondazioni, Federazioni e
Consorzi, in uno spirito di reciprocità e condivisione dei princìpi
fondativi, possono scegliere per i propri acquisti di affidarsi ai
fornitori dell'Economia Sociale, allo stesso modo in cui lo possono
fare le imprese le istituzioni private e in generale tutti gli operatori
economici. Anzi, forse con qualche difficoltà in meno.
Infatti, le organizzazioni che hanno per loro natura e costituzione
giuridica una missione di tipo sociale o ambientale o di assistenza
senza scopo di lucro non riscontrano le difficoltà, gli equilibri e i
calcoli economici che, al contrario, devono affrontare le imprese
private.
L’impresa privata deve coniugare il costo del proprio prodotto e
servizio che vende con le scelte sostenibili, perché è business.
L’organizzazione non profit invece, nella maggior parte dei casi,
non ha questa “complicazione”, non deve porsi un calcolo di
costo industriale, di ricavo e di utile.
Le organizzazioni non profit che implementano scelte a basso
impatto ambientale, alto impatto sociale ed etico negli acquisti di
beni e servizi, possono ottenere benefici significativi, perché:
- è un atto di piena coerenza con la propria missione;
- è un messaggio nuovo (diverso) al donatore;
- è una forma innovativa di marketing che integra il fundraising;
- esse possono coniugare un uso sostenibile delle proprie risorse
economiche creando valore aggiunto.
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Fonte: http://www.righthub.it/ - http://elenazanella.it/
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COME POSSONO LE AZIENDE
ENTRARE IN CONTATTO CON LE
COOPERATIVE E IMPRESE SOCIALI?
In Italia, le cooperative sociali e imprese sociali aderiscono ad
organizzazioni e federazioni d’appartenenza (LegaCoop, CDO,
CGM, etc) e consorzi, il che aiuta ad identificarle.
Ad esempio Federsolidarietà raggruppa cooperative sociali e
consorzi per un numero totale pari a 6.200 (il 67,2% di Tipo A e il
32,8% di Tipo B, 252 consorzi) e 227.000 occupati (dati 2015).
Al momento non esiste un unico elenco di cooperative ed
imprese sociali in Italia, ma gli elenchi delle Regioni raccolgono le
cooperative ed imprese sociali con informazioni anagrafiche
talvolta non aggiornate e incomplete, Carenti di informazioni
indispensabili per una valutazione di metodo.
In RIGHT HUB MATCHING, il portale per l’incontro domandaofferta di Right Hub, possono essere individuate le maggiori realtà
sul territorio nazionale per diverse tipologie di beni e servizi offerti.
Per approfondimenti su RIGHT HUB MATCHING guarda il video di
presentazione.
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Possono iscriversi tra i Buyer le imprese, istituzioni/Enti Privati,
associazioni, Federazioni e fondazioni, interessate a servizi e
prodotti offerti dal mondo dell’Economia Sociale.
RIGHT HUB MATCHING può essere utile per i Buyer per aiutare le
aziende a trovare le cooperative ed imprese sociali
direttamente dalla lista degli iscritti e fornire una lista di fornitori
con l’identificazione “Seller Verificato” che possano soddisfare le
esigenze del Buyer.
Una cooperativa sociale e impresa sociale è “Seller Verificato”
in seguito ad una valutazione di adeguatezza da parte di Right
Hub. Il simbolo "Seller Verificato" non esprime una valutazione
qualitativa in sé, bensì indica che Right Hub ha avuto modo di
constatare l'adeguatezza dell'organizzazione e la sua
competenza per la fornitura al mercato dei suoi servizi e/o beni
proposti.
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PER IL BUYER: LE AZIONI
PRATICHE PER COLLABORARE
CON L’ECONOMIA SOCIALE
Ci sono un numero di azioni da attuare per aiutare ad accrescere
l’impatto economico e sociale delle aziende attraverso l’acquisto
dalle cooperative ed imprese sociali.
Ecco i punti fondamentali e suggerimenti:
Domande preliminari che l’azienda deve porsi:
- Il processo di approvvigionamento è giusto, trasparente e
aperto?
- Quali sono le opportunità di aggiungere valore tra i fornitori
attuali?
- C’è un’impresa sociale che può offrire un prodotto o un
servizio simile ma a maggior impatto sociale?
Lavorando con il libero accesso di diversi fornitori, le cooperative
e imprese sociali possono entrare nella catena di fornitura.
Determinazione del caso aziendale:
- Quali e come sono i fornitori attuali?
- Quali sono i beni e servizi acquistati?
- Come si può comprare dalle cooperative e imprese sociali?
È importante identificare e valutare le opportunità per poter
includere le cooperative e imprese sociali nella propria catena di
fornitura.
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Un incontro buyer/supplier può essere utile per rafforzare le
relazioni e accrescere la conoscenza di opportunità.
I benefici di una strategia d’approvvigionamento responsabile,
incluse le cooperative e imprese sociali, vengono percepiti
nell’azienda. La costruzione di un quadro completo del caso
aziendale è fondamentale e deve essere realizzato con chi è
responsabile per la RSI e per il marketing.
Impostazione di criteri e processi:
- Le politiche, i processi ed i criteri sono impostati in maniera
appropriata per incoraggiare il valore sociale e ambientale
attraverso la catena di fornitura?
- Le imprese che incarnano i valori aziendali sono favorite dalle
politiche, criteri e processi aziendali?
Un intermediario esperto (come Right Hub) può essere utile per
formare il team degli acquisti e mediare l’introduzione al settore,
per preparare l’azienda a comprare sociale.
Condividere l’esperienza:
Per una maggior consapevolezza delle opportunità offerte
dall’economia sociale è importante condividere le proprie
esperienze positive e quindi incoraggiare altre imprese e i propri
fornitori di primo e secondo livello a comprare dalle cooperative
e imprese sociali.
Registrati a RIGHT HUB MATCHING!
Questo aiuta a dimostrare che un’azienda è aperta a collaborare
con le cooperative ed imprese sociali. Mostra l’impegno dell’
azienda a comprare sociale.
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PER IL SELLER:
LE AZIONI PRATICHE PER LE
COOPERATIVE SOCIALI
Anche le cooperative e le imprese sociali devono mettere in
pratica azioni e prestare attenzione alle dinamiche di questo
mercato.
Rielaborando i dati e i risultati ottenuti dalla ricerca Isnet, ne
deriviamo che:
-
9 imprese su 10 sono disponibili a valutare proposte di
collaborazione con le cooperative ed imprese sociali.
Questo dato evidenzia un interesse significativo da parte degli
operatori dell’economia for profit nell’acquistare dall’economia
sociale.
-
Emerge una visione statica del mondo cooperativo (sia tra
imprese che già collaborano che tra quelle che non hanno
esperienze pregresse) e una mancata riconoscibilità della sua
dinamicità che ha portato ad una notevole differenziazione
dei servizi/prodotti proposti.
È quindi evidente che, nonostante l’aumento della gamma
offerta, le aziende hanno una conoscenza limitata dei prodotti e
servizi offerti dalle cooperative e imprese sociali e della loro
capacità di soddisfare le varie richieste del mercato.
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-
I prodotti e/o i servizi più interessanti per le imprese sono quelli
di pulizie, manutenzione degli immobili (impianti, verde, ecc)
e della grafica editoria e stampa. Sono i prodotti «classici»
delle cooperative sociali di tipo B.
Nonostante l’ampia disponibilità dei prodotti e servizi offerti, i
servizi classici come pulizie, manutenzione e grafica sono quelli di
maggior primo interesse per le aziende.
-
I parametri di valutazione più importanti di un potenziale
fornitore sono il prezzo, la tempistica di intervento e la
presenza sul territorio.
È necessario quindi che le cooperative ed imprese sociali, oltre ad
un prodotto di qualità, creino un’offerta appetibile in termini di
costo e tempo, e che vincano la sfida della copertura territoriale.
-
Le principali
servizio.
perplessità
riguardano
l’inadeguatezza
del
È importante ed utile approfondire le principali perplessità delle
aziende che hanno nell’investire nell’Economia Sociale. È chiaro
che c’è ancora ampio margine da parte delle cooperative ed
imprese sociali per dimostrare il loro livello di qualità e affidabilità.
-
Tra chi non conosce le cooperative e imprese sociali è
maggiormente diffusa la convinzione che le cooperative e
imprese sociali facciano soprattutto valore sociale e meno
economico.
Poiché spesso le aziende non guardano alle cooperative e
imprese sociali come ad un qualsiasi altro fornitore di beni e servizi,
ma bensì come un fornitore focalizzato soprattutto sulla creazione
di valore sociale (solidarietà) e meno economico, (minore qualità
e competitività), è assolutamente necessario un nuovo
paradigma che veda l’impresa profit riconoscere le cooperative
e imprese sociali al pari di qualsiasi altro fornitore, e le cooperative
e imprese sociali riconoscere l’impresa profit come un vero e
proprio Cliente.
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RIGHT HUB MATCHING può essere utile per il Seller poiché
permette di accedere a tutti i servizi e strumenti che Right Hub
mette a disposizione:
-
Accedere all’elenco di tutte le Richieste di Offerta (RdO)
dettagliate proposte dai Buyer: descrizione completa,
Soggetto richiedente, Importo, Scadenza.
-
Inserire la propria attività nella lista dei sellers a disposizione dei
buyers e rispondere alle loro richieste di Offerta (RdO): infatti
solo i Seller registrati potranno essere invitati a presentare le
loro offerte.
-
Realizzare una scheda completa per presentare tutte le
peculiarità e gli elementi distintivi della propria organizzazione.
È possibile inserire logo, riferimenti nominali, e ruolo, e-mail,
geo referenziazione, certificati di qualità, certificazioni sociali
ed ambientali.
-
Accreditare le proprie attività in tutte le categorie
merceologiche riferite ai servizi e/o prodotti: in questo modo i
buyer potranno individuare l’azienda più facilmente come
fornitore strategico per le loro necessità.
-
Utilizzare la funzionalità speciale di Right Hub Matching per la
creazione del proprio catalogo prodotti e servizi.
-
Accedere alla ricerca avanzata: ricerca senza limiti nel data
base Right Hub e visualizzazione delle schede complete di
ogni operatore.
-
Ottenere condizioni vantaggiose sui servizi Right Hub di
formazione, consulenza e affiancamento commerciale per
l’acquisizione di nuovi clienti.
-
Pubblicazione notizie d informazioni sulla propria attività in
home page che saranno visibili a rotazione nella sezione in
primo piano: 1 annuncio al mese visibile per 30 giorni, massimo
12 annunci l’anno.
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Possono iscriversi gratuitamente tra i Seller le imprese Sociali,
Cooperative di produzione e lavoro e tutti gli operatori
dell’Economia Sociale che propongono beni e servizi al mercato.
Evidenze dalla prima ricerca in Italia sul «Social
Procurement» di Right Hub e Associazione Isnet.
Domanda 6: «Quanto sono importanti i seguenti criteri
di valutazione di un potenziale fornitore?»
Per la porzione di campione che non ha in essere rapporti con le
cooperative sociali l’inadeguatezza a rispondere alle specifiche di
fornitura, rappresenta la principale perplessità.
All’interno di questa porzione, per chi dichiara di non conoscere le
cooperative sociali i principali ostacoli riguardano il fatto che siano
inadeguate e che facciano più valore sociale che economico.
Tra chi dichiara di non essere interessato ad avviare un rapporto di
fornitura (11,9% del campione), la convinzione è che le cooperative
sociali non trattino prodotti/servizi utili all’azienda, segue tra le criticità, lo
scarso livello di innovatività.
Tra le variabili «altro»: mancanza di conoscenza delle cooperative
sociali, mancanza di garanzia di affidabilità e una preferenza a
dialogare con soggetti strutturati essendo grandi imprese.
Nessuna
3,8%
Non so
Altro
Non siano sufficientemente innovative
Non siano competitive sotto il profilo dei
prezzi
Vadano bene solo per partnership sulla
responsabilità sociale
Realizzino soprattutto valore sociale
(meno economico)
Non trattino prodotti/servizi utili alla vostra
azienda
Non abbiano un adeguato livello
qualitativo
Siano inadeguate a rispondere alle
specifiche di fornitura
12,7%
7,6%
13,9%
13,9%
15,2%
19%
27,8%
35,4%
36,7%
Per consultare i risultati completi della ricerca
http://www.righthub.it/images/news/docs/Indagine_RightHub_ISNET_feb2016.pdf
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LE OPINIONI DEGLI
ESPERTI
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UN PUNTO
D’INCONTRO TRA
«AZIENDALESE» E
«SOCIALESE»
Andrea Di Turi intervista
Laura Bongiovanni Presidente di Associazione
Isnet.
Insieme a Right Hub, Isnet sta per
lanciare un nuovo progetto di
ricerca e formazione che punta a
rafforzare dialogo, conoscenza e
opportunità di partnership tra
profit e non profit. «Efficacia ed
efficienza – dice Bongiovanni sono fondamentali, su questo la
cooperazione sociale non può
permettersi sconti».
A che punto è il dialogo tra profit e non profit?
I dati dell’ultimo Osservatorio Isnet evidenziano come siano in crescita le
imprese sociali che diversificano l’attività nel privato: dal 36,5% del 2012 a
quasi il 40% nell’ultimo anno. Sono quelle con le performance economiche
migliori e il miglior sentimenti, cioè le previsioni di incremento di fatturato e la
propensione all’investimento. Evidentemente dialogare col privato è una
strada auspicabile.
Quali sono i principali ostacoli a questo dialogo?
Come vediamo nelle esperienze che seguiamo, oltre che nei dati, sussiste
una sorta di territorio di incomunicabilità: i due linguaggi, che alcuni
definiscono “aziendalese” e “socialese”, delle aziende l’uno e delle imprese
sociali l’altro, si confrontano ma fanno ancora fatica a intendersi nel
momento in cui si figura una potenzialità di accordo operativo. Un caso in
cui direi che sono riusciti a incontrarsi è la collaborazione avviata a Milano
tra il gruppo Mercedes e la cooperativa sociale Spazio Aperto Servizi sul
servizio di car sharing Car2Go, di cui la cooperativa gestisce il parco
macchine.
La sharing economy può essere una frontiera di sviluppo per le imprese
sociali?
Ci sono dei punti di contatto. Ad esempio il riferimento alla capacità dei
cittadini di attivarsi proponendo nuove soluzioni a bisogni sociali o
comunque al miglioramento della qualità della vita. È chiaro che le
esperienze di sharing economy non presentano il valore aggiunto sociale
che quelle dell’economia sociale hanno invece per definizione. Queste
ultime, però, spesso non considerano adeguatamente le potenzialità delle
nuove tecnologie per valorizzare le proprie iniziative. Ritengo auspicabile
che fra i due mondi si creino sinergie, specie attraverso i giovani (se ne
parlerà il 30 settembre-1 ottobre a Milano, dov’è in programma un incontro
per iniziare a progettare la seconda edizione della Biennale della Prossimità,
di cui Isnet è stata fra i promotori lo scorso giugno a Genova).
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Tra «aziendale» e «socialese» chi ha più strada da fare?
Entrambi devono scendere a compromessi, aprire a codici comuni.
L’impresa sociale dev’essere più attenta a temi quali l’efficienza,
l’operatività, le tempistiche. E investire di più nella formazione, su skills che la
aiutino a capire meglio il mondo delle aziende, anche rivedendo strutture
organizzative e stili di lavoro. Mentre l’impresa profit nel rapporto con
l’economia
sociale
deve
puntare
sull’autenticità,
senza
“strumentalizzazioni” a scopo d’immagine, ma mettendosi in gioco,
facendosi contaminare, anche in relazione e mission e obiettivi. Del resto
l’interesse del profit a dialogare col sociale è in crescita.
Come spiega l’avvicinamento del profit all’economia sociale?
Da una parte è una richiesta dei consumatori. Dall’altra, con la crisi molte
aziende hanno messo in campo strumenti di welfare aziendale innovativi
per andare incontro alle esigenze dei dipendenti. In quest’ambito la
collaborazione con le imprese sociali ha avuto riscontri positivi, anche
perché la struttura tipicamente snella e flessibile dell’impresa sociale le
permette di cogliere in tempo reale certe esigenze. E di strutturarsi di
conseguenza.
Quali sono le caratteristiche del progetto che Isnet e Right Hub stanno per
lanciare?
Si tratta di un’attività di ricerca che in funzione delle evidenze raccolte avrà
anche un risvolto operativo. La rilevazione è in fase di start up, entro
l’autunno sarà completata. Interpellando un campione selezionato di
aziende profit in tutt’Italia, intendiamo capire quale sia oggi il
posizionamento dell’economia sociale rispetto alle esigenze aziendali, in
termini di punti di criticità e di forza, di potenzialità di sviluppo, di confronto
coi desiderata delle aziende. Cercheremo di identificare opportunità e
metodi che i soggetti dell’economia sociale possono interpretare per
intercettare con successo nuovi interlocutori profit.
Una volta raccolte e analizzate le informazioni di scenario, le tradurremo in
un’esperienza pratica, condividendole coi soggetti potenzialmente
interessati ad esempio attraverso corsi di formazione. L’obiettivo è creare il
presupposto per incontri con le aziende nei quali la cooperazione sociale
possa presentarsi preparata e consapevole dei loro bisogni. Per risultare
efficace e credibile.
Fonte: http://www.righthub.it/news-da-right-hub/25-archivio-news-prima-pagina/le-intervistedi-right-hub/101-un-punto-d-incontro-tra-aziendalese-e-socialese
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OBIETTIVO
«DIGNITÀ DI
PARTENARIATO»
PER LA
COOPERAZIONE
SOCIALE.
Andrea Di Turi
intervista Valerio Di
Bussolo, Direttore
Relazioni esterne di
Ikea Italia.
“Profit e non profit uniti dal social
procurement”: questo il
titolo
dell’evento del 10 febbraio nel
quale Right Hub e Isnet hanno
presentato la prima ricerca in
Italia sui rapporti di fornitura avviati
da imprese profit con cooperative e
imprese sociali. Fra i relatori è
intervenuto Valerio Di Bussolo,
direttore relazioni esterne di Ikea
Italia, col quale iniziamo una serie di
approfondimenti per esplorare la
prospettiva, i modi, anche le
perplessità con cui le imprese profit
guardano alle cooperative e
imprese sociali come potenziali
fornitori.
Quali sono a suo avviso gli elementi più interessanti emersi dalla prima
indagine sul social procurement in Italia?
Il dato strutturale è che tante aziende non conoscono le potenzialità delle
cooperative sociali, non hanno reale conoscenza dei loro campi di attività
e quindi non le reputano possibili partner. La prima cosa che le cooperative
sociali dovrebbero fare è quella di andare dalle grandi associazioni
datoriali, come Confindustria, Confcommercio o Federdistribuzione, per
fare un’azione non di convincimento ma, appunto, di conoscenza.
Facendo vedere non solo che esistono ma che con la loro attività
incontrano le esigenze delle imprese. Ciò farebbe saltare una sorta di
“tappo” e potrebbe già aprire molte strade. Ma poi bisogna proseguire…
Vale a dire?
Di fronte alla manifestazione d’interesse da parte degli imprenditori,
bisogna subito fugare i possibili dubbi, legati fondamentalmente
all’efficienza: la cooperativa sociale è in grado di offrire i livelli di efficienza
e di produttività che le vengono richiesti per poter essere presa in
considerazione come concorrente all’interno di una gara?
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Come le cooperative sociali possono ridurre, se non sciogliere, i dubbi
che molte imprese nutrono nei loro confronti?
Occorre un passaggio in un certo senso propedeutico ai due appena
indicati. Senza nascondere gli insuccessi, che del resto si registrano anche
fra le aziende, si devono raccogliere informazioni su tutta una serie di
case history in cui le cooperative sociali sono state protagoniste di buone
collaborazioni con le aziende. Una storicizzazione di esperienze virtuose, in
cui le cooperative sociali hanno saputo conseguire risultati né più né
meno delle aziende. Sarebbe importante perché, anche laddove fra le
imprese c’è conoscenza della cooperazione sociale, magari non c’è
l’abitudine ad avere rapporti con essa. Noi abbiamo iniziato a lavorare
con le cooperative sociali circa quindici anni fa, il rapporto ha ormai una
certa maturità e le conosciamo piuttosto bene, per cui sappiamo che
hanno una assoluta dignità di partenariato, allo stesso livello di partner
profit.
Come si è evoluto il rapporto di Ikea Italia con la cooperazione sociale?
Partendo da attività più tradizionali come le pulizie o i servizi generali, si è
progressivamente sviluppato e allargato ad altre aree: ad esempio la
gestione dei rifiuti, i servizi di panificazione, i lavori di sartoria, che a
Bologna ad esempio affidiamo alla cooperativa collegata al carcere
della Dozza. Per diversi anni abbiamo lavorato molto bene anche con le
cooperative del carcere di Bollate, dove impostammo il servizio di primo
filtro del nostro call center e la spedizione dei nostri cataloghi per posta.
Siamo stati agevolati, nello sviluppo, dal fatto di essere un’azienda molto
conosciuta, ma l’allargamento del rapporto è avvenuto anche grazie
alla nostra totale apertura. E al fatto che le cooperative sociali hanno un
network molto ben collegato, dove il passaparola ha fatto sì che
venissimo richiesti di considerare una gamma sempre più ampia di servizi
offerti.
In futuro come pensate di sviluppare ulteriormente le relazioni con le
cooperative sociali?
Su due fronti. Il primo: invitare a ogni gara una cooperativa sociale. E poi:
in alcuni servizi, in cui obiettivamente l’offerta del sistema delle
cooperative sociali è particolarmente ampia, fare gare riservate
solamente a loro, cioè dove tutte le realtà invitate alla gara sono
cooperative sociali, anche per stimolare la concorrenza al loro interno.
Contiamo di raggiungere questi due obiettivi nel corso del 2017.
Fonte: http://www.righthub.it/news-da-right-hub/25-archivio-news-prima-pagina/leinterviste-di-right-hub/143-obiettivo-dignita-di-partenariato-per-la-cooperazione-sociale
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LO SVILUPPO
DELL’IMPRENDITORIA
SOCIALE PASSA
DALLA
DIVERSIFICAZIONE.
Andrea Di Turi
intervista Giuseppe Guerini,
Presidente di
Federsolidarietà, Portavoce
dell’Alleanza delle
Cooperative Sociali e
presidente di
Confcooperative Bergamo.
Presidente
di
Federsolidarietà,
l’organismo di rappresentanza delle
cooperative e imprese sociali aderenti
a
Confcooperative,
Portavoce
dell’Alleanza
delle
Cooperative
Sociali
e
presidente
di
Confcooperative Bergamo fresco di
riconferma, Giuseppe Guerini è un
esperto
di
lungo
corso
di
cooperazione e impresa sociale, in
Italia e in Europa, dove fa parte
del CESE-Comitato Economico e
Sociale
Europeo.
Interverrà
all’incontro del 10 febbraio prossimo a
Milano dove Right Hub e ISNET
presenteranno la prima ricerca in
Italia sul social procurement. Un
fenomeno che «esiste molto più di
quanto si pensi», dice Guerini.
Il profit si sta dunque accorgendo che c’è qualità, professionalità,
competitività anche fra le imprese sociali?
Sì, anche se occorre farli incontrare di più, creando le occasioni. Con
Federsolidarietà, ad esempio, abbiamo avviato un’esperienza con la
Fondazione Altagamma per far incontrare grandi aziende profit della moda,
i grandi marchi italiani, con le cooperative sociali: da questi incontri a volte
nascono esperienze bellissime. Ma, ripeto, il social procurement è già ora
diffuso più di quanto ci si aspetti.
In quali settori l’imprenditoria sociale ha più potenzialità di sviluppo?
A mio avviso un ambito particolarmente interessante è l’area culturaleeducativa, ad esempio tutta la gestione dei beni culturali. Ci sono iniziative
molto interessanti, fra le tante mi viene in mente l’esperienza, straordinaria, di
padre Antonio Loffredo e delle Catacombe di Napoli. Credo che per l’Italia
vi sia un potenziale molto grande su questo fronte.
Quali sono le condizioni per lo sviluppo del tante volte citato “ecosistema”
dell’impresa sociale?
Ci sono diversi elementi da considerare. Occorre ad esempio definire regole
di mercato chiare e trasparenti che permettano di competere alla pari e in
questo senso nella legge delega sugli appalti, che recepisce Direttive Ue in
materia, ci sono spazi interessanti. Serve una liberalizzazione, ma senza
privatizzazioni, di settori finora condizionati dal soggetto pubblico, come reti
energetiche o determinati servizi. Detto questo, è necessario promuovere
un’imprenditoria sociale diversificata, facendo crescere e valorizzando,
ognuna con la sua specificità, diverse forme di impresa sociale...
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Vale a dire?
In ambiti come la cultura o lo sport esiste una quantità enorme di
organizzazioni non profit. L’ultimo rapporto di Iris Network individua oltre
82mila organizzazioni non profit orientate verso una dimensione di mercato
e una buona parte di queste appartiene ai settori che citavo. Non si tratta
ovviamente di “costringere” chiunque, anche le piccolissime realtà, a
diventare impresa sociale. Ma organizzazioni che muovono cifre importanti
forse è il caso che diventino imprese sociali e affinché ciò avvenga ci vuole
una volontà. Io ritengo che se nascessero in Italia qualche migliaio di
imprese sociali non cooperative, sarebbe un vantaggio complessivamente
per tutto il sistema, anche per la difesa dell’autenticità e delle peculiarità
delle cooperative sociali.
C’è anche una questione culturale da affrontare per lo sviluppo
dell’imprenditoria sociale?
C’è senz’altro anche questo elemento, soprattutto in una parte del settore
non profit. Ma vanno fatte anche altre considerazioni, magari dure o
brutali, legate all’opportunismo e all’interesse economico di quelle realtà a
cui fa comodo restare nello stato di fatto, sebbene si debba distinguere
anche qui: il riferimento è alle realtà che gestiscono attività
economicamente rilevanti, che sarebbe bene per l’intero sistema se
uscissero da un certo alveo di ambiguità e facessero chiarezza.
Gli anni della crisi hanno cambiato l’attenzione e la considerazione che c’è
in generale verso l’economia sociale?
Purtroppo questo mondo finisce più facilmente sotto i riflettori per situazioni
negative, mentre facciamo fatica di solito a “bucare il video”.
Bisognerebbe sottolineare di più i dati, che sono di tutta evidenza: In Italia
le cooperative sociali hanno registrato un +115% di occupati nel periodo
2001-2014, nessun altro settore ha fatto tanto. Ma in tutta Europa, e se n’è
parlato anche di recente in un incontro cui ho partecipato a Bruxelles,
cooperazione e imprenditoria sociale hanno avuto in questi anni
performance importanti. Similmente è accaduto in Canada, in Giappone.
C’è, insomma, un modello che funziona. E c’è un mercato in crescita,
anche perché i bisogni non sono comprimibili. Credo che cooperazione ed
economia sociale abbiano ancora molto da dire.
Fonte: http://www.righthub.it/news-da-right-hub/25-archivio-news-prima-pagina/leinterviste-di-right-hub/137-lo-sviluppo-dell-imprenditoria-sociale-passa-dalla-diversificazione
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I BENI COMUNI NEL
FUTURO
DELL’IMPRESA
SOCIALE.
Andrea Di Turi intervista
il professor Carlo Borzaga,
Presidente di Iris Network e
di Euricse.
Presidente di Iris Network, la rete
degli istituti di ricerca sull’impresa
sociale, e di Euricse, Istituto
Europeo di Ricerca sull'Impresa
Cooperativa e Sociale, il professor
Carlo Borzaga è uno dei maggiori
esperti di economia sociale in
Italia e in Europa. «Nonostante i
tanti anni di crisi – dice -, la
situazione per le imprese sociali è
ancora positiva».
Che momento sta attraversando l’impresa sociale in Italia?
Per rispondere occorre intendersi su come si definisce l’impresa sociale. In
generale, comunque, nei lunghi anni trascorsi dall’inizio della crisi, non ci
sono stati grandi fenomeni di fallimenti che hanno riguardato l’impresa
sociale e laddove ci sono stati problemi si è proceduto normalmente a
fusioni. Se restringiamo poi il campo alle cooperative sociali, che
rappresentano una quota consistente delle imprese sociali comunque le si
definisca, negli anni tra il 2008 e il 2013 hanno aumentato gli occupati, gli
investimenti, in modo consistente il valore della produzione: a confronto con
l’andamento economico generale, dunque, l’impresa sociale non ha avuto
sostanziali flessioni.
In quali settori potrebbe maggiormente svilupparsi?
Non nei servizi socio-assistenziali, dove gli spazi di crescita rimangono ma
l’offerta è già piuttosto ampia. Credo piuttosto nei servizi di interesse
generale che interessano le comunità: ad esempio cultura, ristrutturazione
urbana, housing sociale, gestione di beni comuni.
Ci sono soprattutto i beni comuni nel futuro dell’impresa sociale?
Riguardo ai beni comuni, si sta assistendo a processi di progressiva
strutturazione nella loro gestione da parte di gruppi cittadini. Il che è
interessante anche in senso macroeconomico, perché le istituzioni
comunitarie, proprio per la loro natura comunitaria, potrebbero essere quelle
più capaci di attrarre risorse dai cittadini finalizzate allo sviluppo. L’impresa
sociale, del resto, almeno in Italia è un fenomeno essenzialmente bottom-up.
In questo senso ritengo che il fenomeno emergente della cooperative di
comunità sia uno dei più interessanti da monitorare: assomiglia al modo con
cui negli anni ’80 era nata la cooperazione sociale.
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Cresce anche in Italia l’attenzione verso le benefit corporation: in questo
contesto, che ruolo possono avere?
Si fa di solito un po’ di confusione in quest’ambito, ad esempio tra le benefit
company, che sono istituite per legge, e le B Corp, che sono un marchio. In
ogni caso, credo che introdurle in Italia, come forma che potremmo
definire di Csr potenziata (corporate social responsibility, ndr), potrebbe
soprattutto aiutare il legislatore a fare chiarezza rispetto a come deve
essere definita l’impresa sociale nella legge Delega per la Riforma del Terzo
settore.
E tra impresa sociale e sharing economy, vede possibilità di percorsi di
sviluppo intrecciati?
Senza dubbio la sharing economy migliora le condizioni di vita, perché
consente di avere dei servizi a costi inferiori. Ma distinguerei tra quella che si
basa su meccanismi cooperativi e quella che si basa sul perfezionamento
di meccanismi di mercato, perché sono due cose diverse. Chiaramente
una sharing economy gestita con modalità cooperativa sarà più
interessante per gli utenti, perché il gestore della piattaforma non tenderà
a massimizzare i profitti, ma sarà interessato a garantire che chi utilizza quel
servizio lo possa fare al costo più basso possibile.
Una maggiore diffusione fra le aziende profit di pratiche di social
procurement potrebbe aiutare l’impresa sociale ad affermarsi
ulteriormente?
Social procurement è un termine ancora poco utilizzato, anche se come
attività è più presente di quanto non si creda: per la cooperazione sociale
di inserimento lavorativo, ad esempio, una larga fetta del fatturato già
proviene da collaborazioni con le imprese, che acquistano prodotti o
servizi. Oppure pensiamo ai servizi di welfare aziendale, che spesso
vengono richiesti alle cooperative. Questa attività potrebbe certamente
essere più sviluppata, però, se vi fossero più imprese sociali che svolgono
attività di potenziale interesse per l’imprenditore for profit. Anche perché le
imprese italiane hanno sempre avuto un’attenzione molto alta nei confronti
della loro comunità, solo che l’hanno dimostrato di solito con modalità
tradizionali come ad esempio le donazioni o le sponsorizzazioni: laddove ci
fossero imprese sociali che effettivamente sono nelle condizioni di lavorare
per l’impresa profit, credo che non ci sarebbero grandi problemi per lo
sviluppo del social procurement.
Fonte: http://www.righthub.it/news-da-right-hub/25-archivio-news-prima-pagina/le-intervistedi-right-hub/125-i-beni-comuni-nel-futuro-dell-impresa-sociale
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PROFIT E NON
PROFIT PIÙ VICINI
CON LE SOCIETÀ
BENEFIT
Andrea Di Turi
intervista il Senatore
della Repubblica
Mauro Del Barba
Il Senatore Mauro Del Barba (PD) è
stato il primo firmatario del disegno
di legge sulle società benefit
(Sb) che ha portato alla loro
introduzione
nell’ordinamento
italiano con la Legge di Stabilità
2016. L’Italia è diventata così il
primo Paese al mondo, dopo gli
Stati Uniti (dove è nato il fenomeno
delle B Corp, di cui le Sb sono
strette parenti), ad aver legiferato
in materia. Allo sviluppo delle Sb
guarda con curiosità e crescente
interesse anche il Terzo settore, in
virtù del fatto che le Sb si
prefiggono non solo di conseguire
un utile ma anche di produrre un
impatto sociale positivo.
A che punto sono le Sb in Italia?
Proprio la settimana scorsa a Roma, all’Universitas Mercatorum, ho
partecipato alla presentazione del primo rapporto sulle Sb in Italia, che ha
offerto numeri, analisi degli statuti, valutazioni (32 le Sb operanti oggi in Italia
secondo il rapporto, prevalentemente al Nord, in vari settori merceologici a
cominciare da servizi e informatica, alimentare, assistenza a disabili e
formazione scolastica, sanità, ndr). Oltre a quelle del rapporto a noi risultano
anche altre Sb, in tutto sarebbero una cinquantina (proprio nei giorni
scorsi è stata la volta di Vita Spa, ndr), e sto facendo controllare nelle liste
delle imprese perché è possibile che altre ancora siano rimaste fuori dal
monitoraggio. Posso dire che lo sviluppo delle Sb sta andando molto al di là
delle previsioni: essendo questa scelta così impegnativa e radicale per
un’impresa, un obiettivo realistico sarebbe stato quello di avere entro un
anno da una a dieci società “convertite” o nate come Sb. La curva di
crescita delle Sb, addirittura, è al momento superiore a quella che si registrò
negli Stati Uniti all’avvento di questo tipo di società. Sono inoltre in contatto
con primarie società italiane, anche quotate in Borsa, che stanno valutando
l’opzione Sb.
La legge sta dunque centrando l’obiettivo?
Sì. Ma, per quanto mi riguarda, gli obiettivi di questa legge sono anche più
ambiziosi: puntano a una riforma del capitalismo. Per cui si potrà dire che la
legge ha funzionato quando la maggior parte delle imprese saranno Sb.
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Come si inseriscono le Sb nel rapporto tra profit e non profit?
Formalmente la separazione è netta, perché le Sb sono società profit.
L’esperienza però dimostra che non è inconsueto, anzi, è piuttosto naturale
vedere che le Sb collaborano, fanno sinergia, si “contaminano” con il
mondo non profit. A volte anche in maniera rilevante, come numerosi
esempi possono dimostrare.
In che modo il non profit guarda alle Sb? L’approccio è in qualche modo
differente rispetto a quello solitamente tenuto nei confronti di “normali”
società profit?
Inizialmente, non lo nascondo, c’era una certa diffidenza del Terzo settore
verso le Sb: venivano viste un po’ con il timore che potessero essere ostili,
sovrapporsi in qualche modo agli obiettivi del Terzo settore. Ma la diffidenza
si è poi sciolta come neve al sole, di fronte alla realtà delle cose sono caduti
i timori iniziali, che potevano anche essere comprensibili. E alcuni soggetti
del Terzo settore sono passati dall’essere critici a un’attenzione verso il
fenomeno Sb. Mi sembra di cogliere in essi una riflessione in corso
importante, che potrebbe preludere all’avvio di una nuova fase.
Vale a dire?
Per adesso il mio è solo un auspicio. Ritengo però che una parte dei soggetti
del Terzo settore potrà iniziare a valutare molto attentamente la possibilità di
diventare Sb, cioè di trasformarsi in società profit Sb con le finalità che
avevano da non profit, mettendo in un certo senso in cassaforte attraverso
lo statuto i valori che motivavano quel genere di organizzazioni. Magari
anche vincolando gli utili alla crescita degli obiettivi di beneficio comune.
Penso ad esempio a realtà associative con un indotto economico rilevante,
in situazioni magari un po’ borderline in riferimento all’attività commerciale,
che nella Sb potrebbero trovare una semplificazione e allo stesso tempo un
volàno per uscire da quella sorta di limbo che ne impediva la crescita.
Le Sb potrebbero costituire la punta più avanzata per la diffusione del social
procurement in Italia?
Tra gli obiettivi espliciti di beneficio comune che possono essere inseriti nello
statuto di una Sb, come tra le grandezze che vengono misurate nella
valutazione d’impatto, vi è proprio la filiera dei fornitori e come è costruita.
Fonte: http://www.righthub.it/news-da-right-hub/10-news-da-right-hub/186-profit-e-nonprofit-piu-vicini-con-le-societa-benefit
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«Razionalizzazio
ne, la scelta
saggia che il
non profit
non fa»
Articolo di Luca
Guzzabocca per
Nonprofit Blog
“ (…) Un lunga esperienza e
conoscenza a livello internazionale
sulla
progettazione
e
implementazione di iniziative di
sostenibilità ambientale, sociale ed
etica mi porta ad affermare che,
seppur con diversa intensità di
impegno legate alle dimensioni
aziendali, alla geografia dei siti
produttivi e distributivi, al settore di
mercato, in questi ultimi dieci anni
sono stati fatti grandi passi avanti.
Aumenta la sensibilizzazione del consumatore così come la consapevolezza
riguardo ai temi ambientali e sociali. Questa nuova consapevolezza influisce
sui comportamenti delle imprese profit.
E il settore non profit come affronta questo impegno?
Le organizzazioni che hanno per loro natura e costituzione giuridica una
missione di tipo sociale o ambientale o di assistenza senza scopo di lucro,
potrebbero scegliere di implementare scelte a basso impatto ambientale e
alto sociale sugli acquisti di beni e servizi senza i vincoli economici che
blindano il profit e con risultati sicuramente interessanti a livello di bilancio.
Un esempio su tutti: pensiamo ai prodotti distribuiti in occasione delle
campagna di raccolta fondi nelle piazze. A questi, si decide di non dare un
prezzo definito ma il valore attribuito è per sua natura simbolico e come tale
viene considerato dal donatore. Il donatore si comporterebbe certamente
in modo diverso se trovasse su uno scaffale lo stesso prodotto a un prezzo
imposto.
Qualche domanda e qualche spunto di riflessione ci aiutano a mettere a
fuoco questo processo:
Che forte valore aggiunto darebbe all’oggetto una scelta di
approvvigionamento sostenibile?
Quale chiaro messaggio di coerenza al donatore?
Quale risvolto positivo anche in termini di reputazione e non solo di raccolta
fondi potrebbe generare una scelta sostenibile?
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Dal punto di vista strategico, queste sono scelte di marketing con un impatto
sull’organizzazione nel medio/lungo periodo e con incidenze anche in
termini di posizionamento.
Un altro esempio per capire: i materiali di consumo in una mensa per poveri,
solitamente di plastica potrebbe essere sostituita da materiale
biodegradabile e compostabile con un ritorno economico sul costo di
smaltimento dei rifiuti.
Perché non effettuare queste valutazioni e comparare le scelte in ottica di
costo totale di acquisizione, gestione, uso e fine vita?
Sono esempi banali ma che implicano scelte né immediate né tantomeno
scontate. Quelle proposte sono alcune riflessione che una organizzazione
non profit dovrebbe porsi in modo costruttivo.
Papa Francesco, nella sua Enciclica Laudato sì, ha iniziato a rispondere a
queste domande e cerca di farsi guida nelle scelte delle imprese e
organizzazioni in modo che agiscano in modo responsabile per sé, per
l’ambiente e la comunità. Cattolici o laici: il principio non cambia.
E’ una necessità di coerenza, nel rispetto della propria missione sociale e
delle scelte etiche che le organizzazioni non profit devono o dovrebbero
perseguire. A questi, si coniuga il buon uso delle risorse economiche che
spesso con grande sacrificio il fundraiser è chiamato raccogliere.
Fonte: http://elenazanella.it/razionalizzazione-la-scelta-saggia-che-il-nonprofit-non-fa/
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