ma ai giovani dio interessa. parola di prof

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ma ai giovani dio interessa. parola di prof
L’ESPERIENZA DI UN INSEGNANTE DI RELIGIONE
CREDERE 12 maggio 2013
STORIA DI COPERTINA
9 ALUNNI SU 10 SCELGONO
L’ORA DI RELIGIONE
Nelle scuole italiane (dalle materne
alle superiori) l’insegnamento della
religione cattolica è previsto come
materia di studio. Lo stabilisce il
Concordato Chiesa-Stato del 1984.
Studenti e famiglie hanno facoltà
di scegliere se avvalersene o meno.
Secondo gli ultimi dati (2011/12),
scelgono l’“ora di religione” l’89,3%
degli studenti (91,6% alle materne,
93% alle elementari, 90,% alle
medie e 83% nelle superiori). Forti
le differenze tra Nord (frequenza
più bassa: 84,4%) e Sud (97,9%). Nel
1993/94 la percentuale era 93,5%.
«MA AI GIOVANI
DIO INTERESSA.
PAROLA DI PROF»
Testo di Giorgio Bernardelli
Foto di Alessandro Tosatto
Dalla sua cattedra in
un istituto professionale
di Faenza, si misura ogni
giorno con le domande sul
senso della vita. Tocca
con mano l’analfabetismo
religioso di oggi e i tanti
pregiudizi sulla Chiesa.
Eppure Gilberto Borghi
non ha perso la voglia
di dialogare con i suoi
studenti e di mostrare
loro un altro volto di Dio.
ncontra ogni settimana 350 ragazzi dai 14 ai 18
anni, in quell’ora settimanale in cui anche la religione cattolica diventa materia di studio sui banchi di scuola, istituti professionali compresi. È
l’esperienza sua e di migliaia di colleghi in tutta
Italia. Ma la particolarità del professor Gilberto Borghi – docente presso l’istituto professionale “Strocchi-Persolino” di
Faenza – è aver scelto di raccontare on line questi incontri: da
tre anni sul blog collettivo www.vinonuovo.it rilancia le domande sulla fede dei suoi ragazzi. Spesso tutt’altro che banali.
Professor Borghi, dove trovano Dio gli adolescenti di
oggi e dove invece non lo trovano?
«Spesso non lo trovano, è vero. Ma sono disposti a farsi
trovare da Lui, se qualcuno li stana dalle loro nicchie. Quando
accettiamo la fatica di intercettare i deboli segnali di vita
I
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IN CATTEDRA
Nelle immagini
di questa pagina:
il professor Gilberto
Borghi, con i suoi
studenti di una
quinta dell’istituto
professionale
“Strocchi-Persolino”
di Faenza
in provincia
di Ravenna
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L’ESPERIENZA DI UN INSEGNANTE DI RELIGIONE
CREDERE 12 maggio 2013
«SPESSO GLI ADOLESCENTI DI OGGI NON TROVANO DIO.
MA SONO DISPOSTI A FARSI TROVARE DA LUI, SE QUALCUNO LI STANA...»
QUELLA PREGHIERA INATTESA
«Quando uscirò dal grembo della madre terra
verserò ancora una lacrima, ma sarà l’ultima,
perché dopo sorriderò per sempre. Sei un Dio
giusto e misericordioso, perciò, ti prego, chiudi
un occhio su di me, perché il discorso della
montagna non l’ho vissuto tutti i giorni. Chiudi
un occhio su di me, perché gli angeli e i santi
perderebbero un loro compagno di giochi.
E quando busserò alla tua porta corrimi
incontro e abbracciami perché mi manca da
una vita quel calore del tuo sorriso».
Letta ai funerali di Luca, 23 anni, morto in un incidente
stradale. Luca era uno studente del professor Borghi
spirituale che sono disposti a lasciar
filtrare dalle loro corazze, ci accorgiamo
che per loro Dio sta dove c’è un’emozione che sa di vita, una sorpresa che
smonta quanto gli adulti mostrano loro
ordinariamente. Forse le vie del Signore
sono cambiate e non ce ne accorgiamo.
Perché spesso noi diamo idee e loro vogliono emozioni, offriamo motivazioni e
loro chiedono esperienze, diamo doveri
e loro vogliono gratuità, doniamo senso
e loro domandano ricerca, diamo risposte e loro vogliono condivisione».
In questo modo ci parlano di Dio?
«Da qualche anno mi capita una cosa strana: io parto a fare lezione con una
mia idea su Dio, che vorrei passasse loro. E alla fine mi ritrovo io ad aggiustare l’idea che ho di Lui. Succede – come
racconto nel mio libro (vedi box) – ad
esempio quando Clara mi butta lì che
secondo lei Dio è più “terra” che “cielo”,
nel senso che è Qualcuno che ci sostiene
qui e ora, nella vita concreta. O quando
Laura mi regala una perla sul Dio che
non giudica. E anche quando Andrea mi
dice che di Dio gli piace il fatto che è inutile, all’opposto di una cultura in cui tutto è utile, si monetizza (persino il senso
della vita) e la gratuità di Dio rischia di
non trovare spazio. Ecco: credo che dovremmo davvero imparare ad ascoltarli di più, senza essere prevenuti. Spesso
la loro fede è fresca, diretta, sincera. Da
far crescere, certo; ma il seme iniziale è
sano e sta fuori dalle pastoie dei riti recitati a macchinetta».
Quale immagine di Gesù Cristo
hanno i suoi ragazzi?
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«Trovo sempre
più studenti
che non hanno
nessuna idea
di Gesù Cristo,
se non piccoli
brandelli
di memorie
catechistiche,
inservibili
per la loro vita»
UN DIO «INUTILE»
OSSIA GRATUITO
«Un Dio inutile»: è il titolo
del libro (EdB, pag. 194, euro
14) nel quale il professor
Gilberto Borghi, 52 anni, ha
raccolto alcuni dei post che ha
pubblicato via via nella rubrica
«Secondo banco» che tiene su
www.vinonuovo.it,
un blog collettivo sulla Chiesa
in Italia animato da un gruppo
di giornalisti cattolici di varia
estrazione culturale.
Le storie che Borghi propone
in quelle pagine sono un
modo per entrare in punta
di piedi nelle classi durante
l’ora di religione, ascoltare
i ragazzi e guardarci un po’
allo specchio attraverso
di loro. Di sé l’autore dice:
«Forse ho studiato troppo»
(filosofia, teologia, pedagogia
clinica…). Ma la scuola a cui è
legato di più è quella dei suoi
ragazzi. Insegna Religione
in alcune scuole superiori
della sua Faenza (Ravenna),
da una ventina d’anni.
All’insegnamento affianca
l’attività di pedagogista
clinico. È inoltre co-fondatore
della cooperativa Kaleidos che,
nella zona di Faenza, propone
servizi educativi per bambini,
ragazzi ed adolescenti; in essa
si occupa della formazione.
«Lo slogan di qualche decennio fa
era “Cristo sì, Chiesa no”. Oggi sarebbe
“Cristo chi?”. Trovo sempre più studenti che non hanno di Lui nessuna idea,
se non piccoli brandelli di memorie catechistiche, inservibili per la loro vita.
Quindi spesso devo darmi da fare, non
dando per scontato nulla. E vedo che
raccontare in modo diretto la vicenda
di Gesù è ancora un modo per arrivare
a loro e lasciare una traccia. È come se il
corpo di Cristo fosse molto più interessante delle idee di Cristo».
E la Chiesa? Lei, sul campo, quale atteggiamento riscontra nei suoi
confronti?
«“Chiesa”, per molti studenti, fa rima immediatamente con Vaticano, intrighi, pedofilia, soldi... Abbiamo un bel
dire che è anche colpa dei mass media.
Ma il dato di fatto rimane. E fanno molto
più rumore queste cose delle belle
LA DOMANDA SU DIO
Gli alunni del
professor Borghi
durante una lezione
di Religione.
«Oggi – spiega
il docente – Gesù
è uno sconociuto
per gli adolescenti»
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L’ESPERIENZA DI UN INSEGNANTE DI RELIGIONE
CREDERE 12 maggio 2013
«RAGGIUNGIAMO RAGAZZI CHE LA CHIESA NON RAGGIUNGE:
PERCIO’ LA NOSTRA RESPONSABILITA’ È ENORME»
D’AVENIA: LE DOMANDE
SU DIO STANNO A CUORE
AGLI ADOLESCENTI
esperienze di fede e carità delle nostre comunità. Di fatto, io raggiungo ragazzi e ragazze che la Chiesa non raggiunge mai e quasi nessuno presidia la
frontiera dove siamo noi insegnanti di
religione. Per questo, il carico di responsabilità è enorme e spesso mi sgomenta,
perché so di non essere all’altezza. Ma
è la mia vocazione, e ci provo. La concretezza del rapporto coi miei ragazzi
è il luogo dove far sperimentare loro la
Chiesa, nell’amore che ho per loro e nel
tentativo di accoglierli così come sono.
Ma la Chiesa potrebbe far meglio tesoro dell’esperienza dei docenti di religione, almeno in alcuni ambiti pastorali».
Lei dice spesso che con i giovani
l’evangelizzazione può essere solo «da
pancia a pancia». Che cosa intende?
«A me non tocca evangelizzare, a
scuola, ma insegnare. Questo comunque richiede di stabilire un contatto e
per farlo occorrono tempo e disponibilità: bisogna vincere le loro resistenze,
ma anche lasciarsi guardare dentro. Se ti
permettono di entrare nelle segrete della loro vita, tu poi devi essere disposto a
condividere la tua vita, il tuo modo di
pregare e di sentire Dio e a rivelare loro
le tue difficoltà e come le affronti. Parole
e concetti servono, ma oggi vengono dopo. All’inizio ci sono sguardi, sorrisi, gesti fisici, in cui la Parola può farsi carne».
Ma in questo dialogo con loro, poi,
Borghi fa il professore di Religione?
«Eh, bella domanda... Ho inseguito
per dieci anni i miei colleghi delle altre
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«Ho deciso di raccontare questa
generazione perché ero stufo di sentirla
descritta come amorale, superficiale
e distratta. Sono migliori di noi». Così
si esprime, in una recente intervista,
Alessandro D’Avenia, professore di Lettere
e scrittore. Dal suo best-seller “Bianca
come il latte, rossa come il sangue” è stato
tratto l’omonimo film, che sta conoscendo
grande successo (nelle immagini alcuni
fotogrammi). D’Avenia – titolare del
seguitissimo blog “Prof. 2.0” – è fra coloro
che sostengono che non è vero che i giovani
di oggi siano estranei alla fede. «Mi sono
divertito – ha dichiarato – a fare una sorta
di statistica: fra i quesiti che vengono
posti dai ragazzi, l’argomento Dio è fra i
più gettonati. Sono quesiti che rimangono
nascosti nel loro cuore, per timore, pudore
o paura di essere giudicati».
«La comunicazione
con i giovani
funziona “da pancia
a pancia”: devi
metterti in gioco,
saper condividere
le emozioni e le tue
difficoltà. Parole
e concetti servono,
ma vengono dopo»
POCA FIDUCIA NELLA CHIESA
MA PIACCIONO LE PERSONE
Le nuove generazioni nutrono poca fiducia nella
Chiesa, ma promuovono uomini e donne che la
rappresentano (sacerdoti, missionari e insegnanti
di religione). Emerge dal Rapporto giovani,
un’indagine pluriennale promossa dall’Istituto
Toniolo (ente fondatore dell’Università Cattolica)
in collaborazione con la Fondazione Cariplo, su
un campione di 9.000 intervistati tra i 18 e i 29
anni. È stato chiesto ai giovani di dare un voto da
1 a 10 al grado di fiducia verso la Chiesa. La media
è un desolante 4, che sale 6,6 se si considerano
solo le risposte dei praticanti. Ma la situazione
cambia se ai giovani si chiede cosa pensano non
dell’istituzione, ma delle singole persone che vi
fanno parte. Altre ricerche infatti mostrano
maggiore consenso verso missionari, sacerdoti e
insegnanti di religione. Buono anche il grado
di fiducia verso le parrocchie e gli oratori.
materie: mi premeva far sì che Religione a scuola avesse una sua dignità culturale riconoscibile. Poi, però, mi sono
reso conto che così perdevo l’interesse
degli studenti. In realtà loro apprezzano
la nostra specificità: ci vedono come il
segno di un altro modo di fare scuola,
più attento alla vita e meno alle nozioni. Se alla fine dei cinque anni i miei studenti sanno la distinzione tra i vari tipi
di monachesimo, ma non hanno colto
la dimensione spirituale nella loro vita,
penso di non aver fatto un buon servizio. Ovviamente anch’io faccio verifiche e interrogo, seguendo le indicazioni ministeriali. E sono bene dove sta la
differenza tra catechesi e insegnamento della Religione. Ma insegnare non è
solo dare nozioni, bensì soprattutto offrire una cultura in senso alto».
«Mi preme, certo,
che Religione
a scuola abbia la sua
dignità culturale.
Ma i ragazzi mi
chiedono un altro
modo di fare lezione,
più attento alla vita
e meno alle nozioni.
Senza, però,
trasformarlo
in catechesi»
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