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Rassegna Stampa
La Repubblica Palermo
Venerdì 4 Settembre 2015 pagina 5
ZERO SERVIZI, TASSE RECORD COSÌ LA SICILIA ALLONTANA GLI
INVESTITORI - INVESTIRE? NO, GRAZIE SICILIA BOCCIATA "SERVIZI
MEDIOCRI E TASSE ALLE STELLE"
Investire? No, grazie Sicilia bocciata "Servizi mediocri e tasse alle stelle" La rilevazione
effettuata da Unioncamere: alti i costi di elettricità e gas differenziata al palo. Aprire
un albergo, un ristorante, una bottega di parrucchiere, un'industria alimentare, un
bar, un supermercato, un negozio di ortofrutta o uno di calzature è più facile a Isernia
e Campobasso che a Palermo o in una delle altre città dell'Isola. Nella classifica dei
101 capoluoghi di provincia italiani, Palermo è terzultima per capacità di attrarre nuovi
investimenti, seguita solo da Agrigento e da Cosenza. È quanto emerge da uno studio
di Unioncamere-Ref. L'indagine incrocia i dati sulla qualità e le tariffe dei servizi
essenziali per l'impresa, cioè la tassa sui rifiuti e lo smaltimento, l'energia elettrica, il
gas, il servizio idrico e le eventuali perdite dell'acquedotto. Nessuna delle sette città
siciliane prese in considerazione — Palermo, Trapani, Agrigento, Caltanissetta,
Catania, Siracusa, Enna (mancano i dati di Messina e Ragusa) — è nella top ten, che
invece vede al primo posto Udine, seguita da Sondrio, Monza, Isernia, Bolzano,
Verona, Campobasso, Milano, Lodi, Como.
Insomma, fare impresa in Sicilia è più costoso e la qualità dei servizi è più bassa che
nel resto d'Italia. Basta pensare che a Palermo la spesa totale per il gas è in media di
15.561 euro l'anno per un albergo con un consumo di circa 20 mila metri cubi, 2.167
euro per una bottega di parrucchiere con un consumo di 2.500 metri cubi, 5.732 euro
per un ristorante che consuma 7 mila metri cubi e 24.457 euro per un'industria
alimentare. Inoltre, la qualità dei servizi è scadente. I livelli di raccolta differenziata
sono molto bassi: si va dal 3 per cento di Siracusa al 4,4 per cento di Enna, mentre
Palermo supera di poco il 10 per cento, Agrigento è a quota 11, Caltanissetta al 12,8
per cento, Trapani al 13,2. Per non parlare degli sprechi della rete idrica: a Trapani, su
cento litri d'acqua, quindici non arrivano nel rubinetto, e a Siracusa le perdite arrivano
a 61 litri ogni cento.
Ed ecco che nella classifica delle città italiane Enna è al 77 posto con una qualità di
servizi mediocre e una spesa accettabile, Caltanissetta all'82, Trapani all'86 seguita da
Siracusa e Catania, mentre Palermo e Agrigento sono in coda. C'è poi una classifica
relativa a ciascuna categoria economica, dall'albergo al negozio di calzature. Qualche
esempio: una bottega di ortofrutta ennese è al 54 posto del ranking nazionale per
costi e qualità dei servizi, mentre un albergo palermitano è in ultima posizione per
costi e qua-tassati cinque volte più della civile abitazione, un albergo di trenta camere
e mille metri quadrati versa al Comune circa ottomila euro l'anno, nonostante le
recenti riduzioni. E ancora l'Imu è assimilata alle seconde case, mentre nelle altre città
italiane viene calcolata come attività produttiva, con un'aliquota inferiore: anche i
canoni d'affitto, di conseguenza, aumentano se l'albergo è in gestione. Non è un caso
che una grande catena alberghiera come l'austriaca Falkensteiner abbia lasciato tre
anni fa una struttura in corso Vittorio Emanuele a Palermo, proprio per il livello
esorbitante delle imposte».
Vede meno nero Salvo Bivona, presidente regionale della Cidec, che riunisce 15 mila
imprese: «La legge regionale consente di aprire un'attività in 24 ore con la Scia, la
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"segnalazione certificata di inizio attività" che va comunicata ai Suap dei vari comuni.
Eci sono esempi virtuosi come Ragusa, dove sono state aperte molte attività nel
settore della ristorazione, sull'onda del successo della fiction su Montalbano. Palermo
è stata penalizzata dagli scavi per le maxiopere, ma le tariffe dei servizi stanno
diminuendo, e questo ci porta a credere che prossimamente ci saranno più aperture
che chiusure d'impresa».
Sintetizza Vittorio Messina, vice presidente di Unioncamere Sicilia: «Questi dati
confermano la situazione di sottosviluppo permanente in cui versa l'imprenditoria
dell'Isola. Le imposte comunali sono troppo alte e bloccano lo sviluppo delle
imprese». Gli fa eco Nunzio Reina, presidente di Confartigianato a Palermo «Le tasse
comunali e regionali sono più alte rispetto al resto d'Italia. Ecco perché a Palermo non
investono le grandi catene di bar come il Biffi di Milano, o le grandi firme di coiffeur
come Coppola. E poi un grosso freno agli investimenti è il pizzo». Patrizia Di Dio,
presidente di Confcommercio Palermo, punta il dito contro la lentezza della
burocrazia. «Abbiamo sottoposto all'amministrazione comunale una proposta per
rendere più efficiente e al servizio delle imprese lo sportello unico del Comune. Invito
tutte le istituzioni a dare risposte adeguate, così da ritrovarci il prossimo anno almeno
a metà classifica».
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