Ripensare la sicurezza alimentare

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Ripensare la sicurezza alimentare
Romano Prodi
Ripensare la
sicurezza alimentare
Aspenia
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Il tema del cibo è il problema di maggiore rilevanza per il mondo. Il quesito di fondo è: “Vi è cibo per tutti?”. La risposta è:
“No”. Su oltre 7 miliardi di abitanti, 795 milioni soffrono la
fame, secondo le statistiche della FAO. Una percentuale inferiore al passato, ma anche lontana dagli obiettivi posti negli
ultimi anni, in particolare con i Millennium Development Goals
che puntavano a dimezzare la quota di persone affamate proprio entro il 2015. Molti paesi sono riusciti a raggiungere questo obiettivo, ma tanti altri non ci sono arrivati. E rimangono
dunque gravi problemi per il futuro.
Anche se si insiste sulla tesi (in parte corretta) che l’alimentazione è soprattutto un problema di distribuzione, vi sono invece molti dati secondo i quali la
domanda è superiore all’offerta, e soprattutto lo sarà nel futuro. Questa domanda crescente viene dal mondo in sviluppo – in particolare dall’Asia e dall’Africa – per nutrire nuove bocche, ma anche per nutrire meglio i cittadini del
mondo. È un problema imRomano Prodi, ex presidente della Commissione
mane: non abbiamo solo i
europea ed ex presidente del Consiglio dei Ministri,
795 milioni di persone che
è presidente della Fondazione per la Collaborazio-
hanno fame, ma anche i mi-
ne tra i Popoli e professore alla CEIBS di Shanghai.
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liardi che cambiano dieta. E qui il problema è di una semplicità estrema: per
nutrirsi a proteine e carne occorre, pro capite, una superficie di terreno cinque
volte superiore rispetto a un nutrimento a base di soli cereali. E il consumo di
carne sta aumentando a ritmi elevati: in Cina, ad esempio, era di 20 chilogrammi a testa nel 1980, di 52 nel 2010, e continua a crescere.
Vi è scarsissima consapevolezza nel mondo che il tasso di crescita della domanda è superiore al tasso di crescita della produzione. E le previsioni non
sono buone, perché quasi tutti gli esperti di agricoltura ritengono che nel
prossimo decennio avremo una crescita della produzione intorno all’1,5%, a
fronte di una crescita nell’ultimo decennio di 2,5-3%. Perché questa differenza? È molto semplice: la produttività cresce meno che in passato. Negli
anni migliori della “rivoluzione verde” (dalla fine della seconda guerra mon-
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diale agli anni Settanta) si registrava un aumento della produttività di circa
il 3% l’anno, mentre oggi l’aumento è di circa l’1%, perché l’avanzamento
scientifico incontra nuovi limiti: le terre più fertili sono già state occupate,
lavoriamo su terre marginali e abbiamo, quindi, un aumento della produttività inferiore al passato. Veniamo in effetti da una fase di innovazioni quasi
miracolose, che hanno consentito in particolare di triplicare la produzione
dei cereali in cinquant’anni. Ma sarà molto difficile replicare quei miracoli.
Quindi, il dilemma del mondo è: o aumentare la produzione o ridurre i consumi. Avremo da nutrire, intorno al 2050, l’equivalente aggiuntivo di due
paesi grandi come l’India. Senza uno sforzo enorme si rischia davvero che le
guerre future saranno per il cibo e per l’acqua.
LE DISTORSIONI DIETRO LA SCARSITÀ. Il rapporto tra risorse impiegate in agricoltura e prodotto finale è caratterizzato da molti aspetti poco
noti, da distorsioni e da alcune vere e proprie assurdità. Il 70% dell’acqua
utilizzata dall’umanità viene impiegata per l’agricoltura; gli usi domestici e
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l’industria assommano complessivamente a meno di un terzo. Acqua e cibo
vanno dunque di pari passo e sono legati in modo strettissimo.
Un’altra distorsione enorme è dovuta alla crescita quantitativa dei terreni
impiegata nei biocarburanti, con incentivi spesso assurdi: il 40% del mais
americano è destinato ai carburanti per auto e non al cibo. Questa percentuale equivale a occupare per i biocarburanti un terreno più grande di un
medio paese europeo. Per riempire il serbatoio di un
suv
sono necessari
circa 240-250 chili di grano, sufficienti a nutrire una persona per un anno.
Quindi, l’alternativa è: un singolo pieno di carburante oppure il nutrimento
di una persona per un anno intero.
Ulteriore problema è quello degli sprechi, visto che un terzo del cibo finisce
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nel pattume. Questo è il quadro desolante: scarsità o addirittura fame estrema da una parte, e sistematici sprechi alimentari dall’altra.
Poi c’è la questione dei prezzi. Negli ultimi due anni e mezzo si parla meno
di questo aspetto, semplicemente perché viviamo in una congiuntura particolare: i prezzi agricoli sono in questo momento piuttosto bassi, ci sono
stati ottimi raccolti fuori dalla media degli ultimi tempi, e c’è stato un certo
abbassamento della crescita della domanda dovuta alla crisi europea. Ma va
fatta attenzione, visto che in questo secolo abbiamo già attraversato due
periodi di prezzi altissimi, da cui sono derivate forti tensioni anche sul piano sociale e politico. Non va dimenticato infatti che l’aumento di prezzi del
2011-2012 è stato così elevato che ha costituito una delle ragioni più forti
delle rivolte arabe e in altre zone del mondo. Quegli episodi si legano anche
a un’altra concausa di instabilità sociale, cioè la rapidissima urbanizzazione, che concentra la domanda alimentare in alcune aree specifiche e riduce
intanto la superficie coltivata, e spesso la più fertile. Un processo a cui si è
già assistito in Asia – l’esempio cinese è impressionante, con una stima di
200 milioni di persone urbanizzate che si aggiungeranno nel prossimo de-
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cennio a un paese già fortemente urbanizzato. E il medesimo processo si sta
ormai verificando in gran parte dell’Africa.
In questo quadro, la sfida per la sicurezza alimentare viene portata avanti in
modo energico soprattutto dai paesi che ne hanno più bisogno. Ciò a sua
volta è causa di un cambiamento della gestione dell’agricoltura mondiale –
che in qualche modo segue quello dei grandi equilibri economici.
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LA GEOPOLITICA DELLA SICUREZZA ALIMENTARE. La Cina ha il
7% di terre coltivate ma oltre il 20% della popolazione mondiale, quindi si
trova in una situazione completamente diversa rispetto ai ricchi paesi occidentali. La sicurezza alimentare è così uno degli obiettivi fondamentali della politica dei grandi paesi emergenti: non solo di Cina e India, ma anche di
paesi più avanzati, come la Corea. L’ultimo rapporto del Samsung Research
Institute si conclude con questa affermazione: “L’interesse nazionale è garantirsi il rifornimento di cibo in un periodo di incertezze”. Un problema
politico, oltre che ovviamente umano.
E così arriviamo al fenomeno dell’accaparramento della terra coltivabile1.
La terra incolta è pari al 20% della terra coltivata. E dove si trova la terra
incolta? Soprattutto in Africa e in America Latina. La geopolitica mondiale
si sposta verso queste aree anche per motivi legati appunto alla sicurezza
alimentare: il fenomeno del land grabbing, o comunque il grande sforzo per
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affittare la terra o entrare con massicce iniziative imprenditoriali in Africa
e in America Latina da parte di paesi esterni a quelle regioni, è diventato un
fatto ormai normale nella nuova politica mondiale.
Noi siamo soprattutto attenti ai problemi del land grabbing perché hanno un
sapore di neocolonialismo, ma stiamo perdendo di vista altri fenomeni macroscopici. Mentre siamo molto interessati alla fusione tra Kraft e Heinz,
sottovalutiamo il fatto che il più grande magazzino di cereali del mondo è
ormai la Cina. Oggi il 30% delle scorte di grano mondiali sono nei silos cinesi, assieme al 40% delle scorte di mais e al 42% delle scorte di riso. E il
più grande esportatore di soia brasiliano è cinese. Intanto, anche il 40%
della produzione suinicola degli Stati Uniti è di proprietà cinese – perché la
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pur enorme produzione interna non basta più a nutrire il paese più popoloso
del mondo. Diventa allora chiaro che il cibo non è soltanto una questione di
nutrizione ma diventa anche un grande problema strategico: difensivo per i
paesi sovrappopolati, offensivo per i paesi che possono diventare esportatori.
Infine, la ricerca: il 70% della ricerca pubblica in agricoltura è sostenuta
dai governi brasiliano e russo. Invece di lamentarsi dello strapotere delle
imprese multinazionali nel campo delle sementi e della genetica, un paese
come l’Italia dovrebbe lavorare di più sulla ricerca in questo settore, che è
appunto realmente strategico. Non soltanto perché sono possibili grandi
progressi con benefici tangibili, ma anche per la fiducia che avremmo nei
nostri strumenti avanzati, basati sulla nostra ricerca tecnologica, nel rispetto del famoso principio di precauzione.
UN’AGENDA ALIMENTARE PER L’ITALIA. L’Italia – come tutti i
paesi più avanzati – è chiamata a dare un contributo importante al perseguimento della sicurezza alimentare globale, nel rispetto, ovviamente, delle
regole europee. Abbiamo l’obbligo di cooperare alle sfide mondiali in modi
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molto lineari, che richiederanno però impegni non facili: primo, sprecare di
meno; secondo, produrre di più con meno inquinamento (basti ricordare che
il 40% dell’inquinamento delle falde superficiali è causato dalle attività
agricole); terzo, produrre di più con meno acqua (adottando metodi di irrigazione moderni e varietà che resistono alla siccità e agli stress idrici);
quarto, usare più terra per nutrire e relativamente meno per produrre energia (con una politica equilibrata in materia).
È stato coniato un nuovo termine che descrive bene l’agricoltura del futuro:
“intensificazione sostenibile” – un anglicismo magari non elegante ma
molto chiaro per indicare i nostri obiettivi. Per raggiungerlo serve anzitutto
organizzazione, visto che abbiamo aziende agricole da rafforzare, da incentivare, da sostenere nell’export e nella ristrutturazione. È necessario poi
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portare risorse alla ricerca nelle nostre università e nei nostri istituti sperimentali. La ricerca in agricoltura è la Cenerentola del nostro sistema di
ricerca, che è già a sua volta la Cenerentola nel sistema di ricerca mondiale. L’Italia vanta un passato glorioso nella ricerca scientifica in agricoltura:
i grandi incroci del grano a Bologna, i nuovi agrumi dell’Università di Palermo, le viti e la frutta nel Nordest. Questa è l’Italia.
L’Italia ha trasformato tutta la struttura degli ibridi, che poi si sono diffusi
nel mondo. Al tempo stesso, non dobbiamo più rubare nemmeno un metro
quadrato di terra alla nostra agricoltura. Abbiamo già devastato abbastanza
il suolo italico, abbiamo zone urbanizzate disordinate, infinite e inutilizzate – che la crisi economica ha moltiplicato. Qualunque saranno le caratteristiche specifiche della ripresa, essa non avrà bisogno di quella terra: lasciamola quindi all’agricoltura, perché in questo modo lasceremo una buona terra ai nostri figli.
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Si veda su questo punto l’articolo di Claudia Sorlini in questo stesso numero.
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