Verniani - Laboratorio di ricerca sociale

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Verniani - Laboratorio di ricerca sociale
Collana del Laboratorio di Ricerca Sociale
Il concetto in sociologia.
Considerazioni sul metodo
Letizia Verniani
Reti n.3
Collana del Laboratorio di Ricerca
Sociale
Dipartimento di Scienze Sociali
Comitato scientifico: Paolo Bagnoli (Univ. di Siena), Enrico Taliani (Univ. di Pisa), Mario
Aldo Toscano (Univ. di Pisa), Daniele Gambarara (Univ. della Calabria), Roberto Faenza
(Univ. di Pisa), Felice Cimatti (Univ. della Calabria), Francesco Ferretti (Univ. della Calabria),
Paolo Virno (Univ. della Calabria), Fausto Pedrazzini (Cnr Pisa), Antonio Thiery (Univ. di
Roma), Franco Martorana (Univ. di Pisa), Massimo Ampola (Univ. di Pisa)
Responsabile: Alfredo Givigliano (Univ. di Pisa)
Responsabile: Stefania Milella (Univ. di Pisa)
Responsabile: Stefania Milella (Univ. di Pisa)
Ai miei genitori
A mia nonna Renza
Indice
Introduzione
pag. 6
1. Il Giuoco delle Perle di vetro: analisi del concetto
pag. 15
1.1
Il Giuoco delle perle di vetro
pag. 17
1.2
Il Giuoco delle perle e la scienza
pag. 24
2. Il concetto nel pensiero sociologico
2.1
pag. 35
Il concetto agli albori della sociologia: Comte,
Durkheim, Pareto
pag. 36
2.1.1 Auguste Comte
pag. 37
2.1.2 Emile Durkheim
pag. 44
2.1.3 Vilfredo Pareto
pag. 51
2.2
Il concetto nella sociologia comprendente:
Max Weber
pag. 58
2.3
Il concetto in Talcott Parsons
pag. 67
2.4
Il concetto nella fenomenologia:
Alfred Schütz
2.4.1 Peter Berger e Thomas Luckmann
2.5
Il concetto e l’interazionismo simbolico:
pag. 74
pag. 85
George H. Mead e Herbert Blumer
2.6
pag. 87
Il concetto nella teoria sistemica
di Niklas Luhmann
3. Concetto e linguaggio
pag. 92
pag. 99
3.1
Introduzione
pag. 100
3.2
Accenni di filosofia sulla storia dei concetti
pag. 104
3.2.1 Platone, Aristotele e il dibattito
sugli universali
3.2.2 Il concetto: empiristi e razionalisti
pag. 104
pag. 110
3.2.2.1 Gli empiristi: Francis Bacon,
John Locke e David Hume
pag. 110
3.2.2.2 I razionalisti: René Descartes
e Gottfried W. Leibniz
3.3
pag. 118
Il concetto nella filosofia del linguaggio:
sviluppi recenti
pag. 123
3.3.1 Gottlob Frege
pag. 124
3.3.2 Bertrand Russell
pag. 128
3.3.3 Ludwig Wittgenstein:
il Tractatus Logico-Philosophicus
3.3.4 Il circolo di Vienna
3.5
pag. 134
Il concetto nella logica modale:
il caso di Richard Montague
3.6
pag. 132
pag. 137
Concetti: semantica a tratti, prototipi e
giochi linguistici
pag. 139
3.6.1 Semantica a tratti
pag. 139
3.6.2 Prototipi
pag. 147
3.6.3 Somiglianze di famiglia e giochi linguistici pag. 154
3.7
Charles S. Peirce
pag. 162
4
4. Il concetto come sistema
pag. 168
4.1
Concetti e sistemi chiusi
pag. 169
4.2
Concetto e Teoria Generale dei Sistemi
pag. 174
4.3
Concetti e sistemi complessi: Edgar Morin
e l’apertura verso la semantica
5. Il concetto nella metodologia
pag. 181
pag. 188
5.1
Introduzione
pag. 189
5.2
Riflessioni sul metodo e sulla metodologia pag. 193
5.3
I concetti nella ricerca quantitativa
pag. 202
5.4
I concetti nella ricerca qualitativa
pag. 214
5.5
Considerazioni sul concetto
pag. 223
Conclusioni
pag. 235
Bibliografia
pag. 246
5
INTRODUZIONE
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
In questo lavoro verrà preso in esame il problema legato alla
formulazione dei concetti nelle scienze ed in particolar modo
nella sociologia.
Non è stato un saggio, né un manuale di metodologia a
fornirne lo spunto, ma una ‘semplice’ opera letteraria. Sfogliando
le pagine del “Giuoco delle perle di vetro” di Hermann Hesse,
abbiamo avuto modo di riscontrare in esse buona parte delle
riflessioni condotte da altri autori nel panorama scientifico e di
vedere quindi, come i confini tra due discipline apparentemente
lontane, quali la scienza e la letteratura, possono in realtà
avvicinarsi e fondersi l’una nell’altra.
Non si ha intenzione di fornire alcuna lettura critica di questo
romanzo; da esso potremmo infatti trarre svariate tematiche, a
seconda del punto di vista adottato nel leggerlo, ma come detto
precedentemente, si tenterà solo di prendere spunto da alcuni
passaggi che hanno maggiormente destato interesse all’interno
del testo in questione.1
Hesse non fornisce per sua scelta, una descrizione del giuoco,
ma solo delle linee generali, in modo tale che ognuno di noi
possa crearsi una propria idea attorno ad esso. Guarderemo
quindi a questo libro, sottolineandone solo determinati aspetti ed
accentuandone
alcuni
concetti,
cercando
di
proporre
un
personale Giuoco delle perle.
La
sociologia,
in
quanto scienza,
non può
evitare
di
interrogarsi sulla spinosa questione dei concetti. Ogni ricerca
deve infatti delineare un oggetto di indagine, sceglierne degli
aspetti, dare definizioni relative agli elementi coinvolti. Gli
schemi cognitivi utilizzati devono essere vagliati attentamente; vi
L. Von Bertalanffy ha colto un’analogia tra il romanzo in questione e la
scienza. Cfr. L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale dei sistemi, (trad. it.) ILI,
Milano 1971, p. 36.
1
7
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sono differenti linee di discorso da seguire, più strade da
intraprendere che si intrecciano continuamente, generando una
complessa rete. L’errore maggiore risiede nel tentativo di
districare tale rete, al fine di considerarne solo alcuni specifici
elementi; agendo in tal modo rischiamo di perdere di vista il
significato dell’insieme, concentrandoci sulle singole parti ed
ottenendo conseguentemente, una visione parzializzata del
problema.
La questione del concetto investe innanzitutto tre tipi di
dimensioni: ontologica, epistemologica e metodologica. Ad esse si
aggiungeranno la riflessione sul linguaggio e sulla teoria dei
sistemi.
Un primo interrogativo si deve porre in termini di relazione
con la realtà. Supponendo di non negarne un’esistenza di per sé
data indipendentemente dagli individui, possiamo affermare
l’oggettività del reale. Il mondo, così concepito, può essere colto
direttamente dagli studiosi, i quali possono creare i loro concetti
basandosi proprio sull’oggettività delle cose. Le nozioni così
disposte nella sociologia, controllate per mezzo del metodo
sperimentale, avvalorate dalla cieca fiducia nell’infallibilità dei
metodi, sono in grado di formare delle basi indistruttibili e di
promuovere una disciplina onnisciente.
A. Comte innalza la fisica sociale al di sopra delle altre scienze
essendo questa la più efficiente a livello di generalizzazione, per
fornire leggi capaci di prevedere i fenomeni e di penetrarli nella
loro specializzazione. I concetti si formano a partire dalla base di
una piramide di discipline, in cui le nozioni base sono fornite
dalla matematica. A partire da queste si procede in crescendo: il
fenomeno viene isolato, le sue parti astratte dall’ambiente in cui
sono immerse per essere immesse in categorie, con le quali poter
8
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
lavorare nella formulazione di ipotesi. Salendo da una scienza
all’altra, le categorie riescono ad ingrandirsi per raccogliere
sempre più elementi e fenomeni. Questo procedimento permette
di raggiungere quel grado di generalità sempre maggiore che
culminerà poi nella fisica sociale. I concetti sono dunque legati
l’uno all’altro, tanti ingranaggi che permettono la coerenza di
tutto l’assetto teorico, la cui legittimità si basa, come detto, sulla
fiducia incondizionata nei metodi e sull’esistenza di una realtà e
di dati oggettivi da raccogliere.
Per E. Durkheim i fatti sono cose esteriori e costrittive. Le
nozioni dello studioso sono supportate dalla possibilità di
effettuare i propri schemi cognitivi su cose che preesistono
all’uomo stesso: la società domina l’individuo. Le nozioni create
si configurano come descrizioni altamente definite che non
lasciano adito al dubbio. I concetti della scienza si differenziano,
difatti, da quelli del linguaggio ordinario proprio per la loro
certezza e perché evitano di essere offuscati dai preconcetti del
vivere comune.
V. Pareto ritiene che la scienza debba basarsi sulle cose date
nella realtà: esse sono il punto di partenza per formulare le
concezioni atte a permettere il lavoro del ricercatore. Gli schemi
cognitivi su cui lavorare vengono formulati tramite definizioni
che emergono in classificazioni ottenute sempre mediante
astrazione degli elementi comuni relativi al fenomeno analizzato
e che si differenziano dalla fallacia del linguaggio comune
proprio come in Durkheim.
Lo struttural-funzionalismo di Parsons segue le impostazioni
dei
precedenti
autori;
anche
se
si
è
perduta
la
fede
nell’oggettività assoluta del dato, si tenta comunque di creare
sistemi teorici coerenti, i cui elementi cioè non cadano in
9
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
contraddizione: per questo le teorie sono costruzioni chiuse. I
concetti analogamente possono essere schemi di vasta portata in
base ai quali gestire la cernita del materiale da impiegare nella
ricerca, dirigendo l’osservazione verso particolari ambiti e
tralasciandone altri, rilegando quest’ultimi in zone d’ombra. I
concetti possono inoltre essere concepiti come parti dissociabili
dalla totalità, in misura maggiore o minore, a seconda del
legame di tipo organico o meccanico tra l’elemento e l’insieme. In
entrambi i casi si tratta comunque di categorie create ad hoc per
la ricerca; esse nascono in seno alla teoria e contribuiscono a
determinarla rimanendo intrappolate in una circolarità che è
tipica del pensiero parsonsiano.
Questi autori danno un’immagine del concetto intesa come
classificazione generale, come unione all’interno di un insieme,
di tutti quegli elementi comuni che caratterizzano i fenomeni
oggetto di studio. L’accurata definizione dei termini, che
comporta un elenco preciso di tutto ciò che può essere concepito
come membro parte di quella data etichetta terminologica,
permette agli scienziati di non cadere in contraddizione e di
garantire un uso oggettivo dei concetti.
Con la sociologia comprendente weberiana, si inizia a
guardare
ai
concetti
sottolineando
non
l’uguaglianza
e
l’uniformità degli elementi per la loro costituzione, ma alla
diversità, alla singolarità di ogni caso. Ciò è reso possibile
innanzitutto perché la realtà non viene più vista come di per sé
esistente, ma come costruzione continua da parte degli individui.
Sono i soggetti che, con i loro punti di vista ed il loro bagaglio
culturale, ritagliano il mondo in cui vivono scegliendone di volta
in volta determinati aspetti e dotandolo di senso. Quest’ultimo,
insieme all’individuo in azione, diventa il fulcro della sociologia.
10
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Tenendo conto di queste premesse potremo considerare in modo
diverso i nostri apparati cognitivi.
M. Weber riesce nelle sue riflessioni a far convivere il
momento della comprensione con quello della spiegazione, e
quindi concetti individuali e generali: entrambi hanno una loro
funzionalità, anche se i secondi sono un mezzo e non un fine,
per il raggiungimento della comprensione. L’idealtipo weberiano
può essere ancora un esempio di concetto generale, anche se
capace di tener conto della relazione al valore nella scelta del
dato, senza cadere nei giudizi di valore.
Per A. Schütz i costrutti sociologici sono costrutti di secondo
grado; essi hanno cioè, come riferimento quelli utilizzati nel
mondo della vita quotidiana. I ricercatori creano dei tipi ideali,
dei manichini con cui analizzare e ricostruire le azioni dei
soggetti, cercando di ricostruirne il senso.
I concetti del vivere comune sono invece, basati su delle
tipificazioni
ossia
su
categorie
affermatisi
a
livello
intersoggettivo, mediante le quali classificare la realtà per poterla
comunicare. Le tipificazioni possono presentare un diverso grado
di anonimità, di neutralità; esse infatti sono soggette ad un
processo rielaborativo da parte di ogni singolo individuo il quale
le modificherà in alcuni aspetti a partire dalle proprie credenze,
dai propri punti di riferimento e dalle particolari esperienze
biografiche.
Infine sarà con la corrente dell’interazionismo simbolico che si
porrà in rilievo il problema dell’interpretazione delle nozioni,
comunicate dagli individui. Anche per questi autori il significato
non
è
dato
oggettivamente,
ma
costruito
nel
momento
dell’interazione tra soggetti: ad essere veicolati non sono segni
corrispondenti al modello comportamentistico stimolo-risposta,
11
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
ma segnali particolari che devono essere di volta in volta
rielaborati e interpretati sia in base all’unicità dell’individuo, sia
per mezzo del processo di socializzazione a cui questo è soggetto.
L’idea di concetto, come categoria chiusa, si ammorbidisce in
quest’ultimo gruppo di autori, lasciando spazio a categorie
maggiormente elastiche capaci di prevedere un certo grado di
cambiamento nei loro elementi, anche se permane solitamente in
esse un nucleo di proprietà stabili, difficilmente intaccabili.
La riflessione condotta dalla filosofia del linguaggio viene in
soccorso per fornirci ulteriori spiegazioni intorno alla natura del
concetto. Quest’ultimo infatti è sempre stato al centro di un
serrato dibattito scientifico, ma anche linguistico il quale
richiama costantemente elementi di logica e di teoria dei sistemi.
Il concetto visto come classificazione rigida è legato alle teorie
linguistiche dei tratti; in base ad esse i concetti sono liste di
proprietà riunite all’interno di categorie. Si tratta di definizioni
ben costruite in cui ogni tratto, ogni carattere, si configura come
condizione necessaria e sufficiente ed in quanto tale ognuno di
essi contribuisce a determinare in egual misura degli altri, il
concetto.
Quanto
detto
comporta
che
le
proprietà
che
caratterizzano le classi non possano subire modifiche od essere
sostituite con altre. Modelli di questo genere si riallacciano ad
una visione sistemica chiusa che privilegia la nozione di insieme
e di sintassi a discapito dell’interpretazione semantica, e ad una
logica di tipo classico che si ispira ai principi aristotelici quali
quello di non contraddizione e del terzo escluso, elementi cardine
nella stesura di sistemi formalizzati. Quest’ultimi, come in
seguito vedremo, rimangono vittime dei teoremi di K. Gödel il
quale manderà in frantumi l’idea di sistema chiuso.
L’incapacità di adattamento e di flessibilità porterà ad
12
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
introdurre nuove prospettive per modificare il modo di intendere
il concetto. Si inizia così a parlare di salienza che va ad
individuare, all’interno di un insieme definito, solo alcune
proprietà necessarie e sufficienti permettendo la modifica di
tutte le altre. Con l’esperimento condotto da W. Labov,
riguardante lo studio dell’applicazione delle nostre categorie
concettuali nel riconoscimento di oggetti, emerge che gli
individui hanno nella loro mente esempi tipici che meglio
rappresentano la classe concettuale da utilizzare. Alla nozione di
salienza si aggiungerà dunque, quella di prototipo così come
definita da E. Rosch e quella, in parte analoga, di stereotipo
nella versione proposta da H. Putnam.
Nonostante i tentativi posti in atto per dare una formulazione
più convincente del concetto, che non rimanga imbrigliata nelle
fallacie dei sistemi rigidi incapaci di adeguarsi alle molte forme
della realtà, nonché alla diversità di ogni singolo individuo, le
nuove idee proposte rimangono comunque sempre limitate da
una logica dicotomica, anche se dotate di una maggiore duttilità.
Tutto ciò si riflette a livello metodologico nella scelta del
metodo da utilizzare nella ricerca. Laddove venga privilegiato un
assetto teorico che guarda alla realtà come un’esperienza
oggettivamente
conquistabile
o
alla
cui
veridicità
potersi
comunque avvicinare mediante l’occhio asettico dell’osservatore,
la ricerca si orienterà, in modo particolare, verso quelle tecniche
di indagine raggruppate sotto il termine quantitative. Esse si
basano fondamentalmente sull’utilizzo di strumenti statistici. Si
guarda al concetto nella sua generalità, all’uniformità dei
fenomeni analizzati, per costituire classi su cui operare in
termini di variabili e di correlazioni tra di esse. Vedremo come la
classificazione,
sia
anch’essa
uno
strumento
chiuso
che
13
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
appiattisce le diversità, omologando i dati studiati e perdendo la
loro ricchezza.
Dall’altro lato se la teoria ci dice di guardare alla realtà come
costruzione quotidiana sorta dal senso attribuito alle cose dai
singoli individui, all’interno dei loro rapporti sociali, il ricercatore
concepirà i concetti nella loro specificità.
H. Blumer indicherà nei sensitizing concepts gli strumenti atti
al procedimento di ricerca al posto dei definitive concepts; a
differenza di questi ultimi, i primi non essendo delineati in
definizioni rigide, ma solo in alcuni tratti, si costituiscono nel
corso della ricerca suggerendo i percorsi da seguire senza
obbligare il ricercatore ad intraprendere nessuna direzione
prefissata.
Le tecniche da utilizzare in questo caso, rispondono ad una
logica di tipo qualitativo: è la qualità, la singolarità, la ricchezza
del dato quella che permette di lavorare con dei concetti che non
sono costruiti dal ricercatore, ma che nascono di volta in volta
nel corso dello studio dall’interazione diretta e partecipante
dell’osservatore. I concetti vengono espressi per lo più, mediante
il ricorso a tipologie, o tramite la creazione di tipi ideali
weberiani. L’accentuazione dell’approccio qualitativo rischia però
di far emergere un altro problema, ossia quello di un relativismo
esasperato che non tenga conto della visione complessiva del
fenomeno.
Nelle pagine seguenti cercheremo di ripercorrere quanto fino
ad ora accennato, prendendo in considerazione ulteriori modi in
cui poter guardare alla nozione di concetto; modi che tengano
conto della complessità, dell’ordine senza escludere il disordine,
della generalità, ma anche della specificità, dell’intersoggettività
unita alla soggettività individuale.
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CAPITOLO 1
Il Giuoco delle Perle di vetro: analisi del concetto
L. VERNIANI,
1.1
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Il Giuoco delle perle di vetro
Il “Giuoco delle perle di vetro” viene edito, nella sua versione
completa, nel 1943 in territorio svizzero; è un romanzo nato
dalle mani di H. Hesse2, nei difficili anni che porteranno al
secondo conflitto mondiale filtrati dagli occhi di questo singolare
intellettuale
tedesco:
amante
della bellezza,
delle
filosofie
orientali, della cultura universale, dedito alla comprensione
dell’uomo e alla ricerca del giusto equilibrio tra individuo e
natura. L’opera in questione ha come base l’analisi della società
nazista ed il ruolo assunto in essa dall’intellettuale; viene posta
in essa una serrata critica la quale da una parte, si incentra sui
problemi politici connessi al regime hitleriano, quali il forte
nazionalismo, il rifiuto della libertà di pensiero, la cultura
dell’odio perpetrata mediante esasperanti propagande sfociate
nell’antisemitismo, dall’altra guarda all’intellettuale dimentico
del suo passato, asservito alle gioie del denaro e alla bramosia
del potere, immerso non più nel suo ruolo pedagogico di
educatore degli animi, ma in quello di creatore di illusioni puerili
e di sterili svaghi.
Nel presentare questa critica, Hesse traspone la società in un
futuro (calcolato dai critici intorno al 2200) in cui presuppone
l’esistenza di un’organizzazione di intellettuali, se vogliamo
utopica, una realtà distaccata dal resto del mondo. La Castalia è
H. HESSE scrittore tedesco insignito del premio Nobel nel 1946, nasce a
Calw, nel Wurttemberg, il 2 luglio del 1877. Sue opere principali sono: Peter
Camenzind (1904); Unterm Rad (1906); Gertrud (1910); Rosshalde (1914);
Knulp. Drei Geschichten aus dem Leben Knulp (1915); Märchen (1919); Demian
(1919); Klingsor letzter Sommer (1920); Klein und Wagner (1920); Siddharta
(1921); Steppenwolf (1927);
Narziss und Goldmund
(1930);
Die
Morgenlandfahrt
(1932);
Das
Glasperlenspiel.
Versuch
einer
Lebensbeschreibung des Magister Ludi Josef Knecht samt Knechts
hinterlassenen Schriften (1943); Krieg und Frieden. Betrachtungen zu Krieg und
Politik seit dem Jahre 1914 (1946).
2
16
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
un piccolo stato aristocratico, un’élite di uomini di scienza che
vivono immersi in un mondo di cultura ignorando la realtà
quotidiana: Castalia è un’istituzione a sé stante, situata nel
mondo reale, eppure lontana da esso, quasi eterea, il secondo
termine di una dicotomia tra natura e spirito. All’ interno di essa
spicca per la sua singolare genialità, la figura del protagonista
Josef Knecht, maestro del Giuoco delle perle; un’esistenza
questa, travagliata e tormentata dal tentativo di un continuo
raggiungimento di una più perfetta comprensione del tutto.
Questo romanzo va comunque ben oltre la semplice critica
socio-culturale di un’epoca: in esso possiamo seguire un’acuta
analisi, tracciata con maestria dall’autore, che verte sul mondo
della scienza, dei suoi problemi, dei suoi limiti, delle sue crisi.
Tutto ciò viene enucleato, nel corso dell’opera, mediante le
riflessioni, le divergenze, i diverbi che nascono in seno a questa
comunità di studiosi; non solo: il giuoco, fulcro centrale attorno
al quale si svolgono le vicende narrate, altro non cela che un
problema che da sempre si presenta a chi è impegnato nel fare
scienza: la scelta e l’uso dei concetti da adottare. Il Giuoco delle
perle di vetro è un procedimento dalle mille sfaccettature, nel cui
svolgimento si presentano continue antinomie3: l’idea di concetto
come sistema chiuso o aperto, come classificazione o come
insieme sfumato, l’uso della metafora e dell’analogia o il
reiterarsi degli schemi già costituitisi e affermatisi nel tempo per
la costituzione dei nostri strumenti cognitivi, il problema
dell’organizzazione
come
momento
riconducibile
solo
alla
creazione di ordine o come processo innovativo nato dalla
Per antinomia si intende una contraddizione, un paradosso che sorge in
seno a due leggi, o all’interno degli stessi principi di una legge. Come vedremo
nel Cap. 3, B. Russell svelerà un’antinomia presente nel pensiero fregeano,
che egli tenterà di risolvere mediante la formulazione della teoria dei tipi.
3
17
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
trasformazione e dal disordine4.
Il Giuoco nasce per soddisfare uno dei sogni più ambiti ed
inseguiti nella scienza: la creazione di un linguaggio universale5.
«Il Giuoco delle perle è dunque un modo di giocare con tutti i
valori e col contenuto della nostra civiltà. Esso giuoca con questi
come, mettiamo, nei periodi aurei delle arti un pittore può aver
giocato coi colori della usa tavolozza»6. Tale linguaggio può
essere visto come una sorta di Characteristica Universalis7
leibniziana ossia capace, mediante l’individuazione di elementi
comuni e di regole di trasformazione, di conciliare i concetti di
tutte le discipline scientifiche in un unico grande vocabolario di
simboli, la cui combinazione permetta di rappresentare tutta la
scienza. In questo caso i concetti fanno parte di un sistema
formale, una struttura chiusa le cui caratteristiche come
vedremo più avanti sono la presenza di un vocabolario ben
definito, una serie di assiomi da cui far derivare, seguendo regole
ben precise, tutti gli enunciati del sistema, del quale sappiamo
con certezza cosa vi possa essere considerato membro e ciò che
invece ne è escluso. «Ogni scienza che si impadroniva del Giuoco
creava a tal fine un linguaggio di formule, abbreviazioni e
possibili combinazioni»8.
All’interno della comunità di Castalia il tentativo di unificare
Tali tematiche verranno analizzate e trattate nei capitoli successivi.
Per linguaggio universale scientifico si intende un linguaggio capace,
mediante la creazione di un sistema simbolico ad hoc e di regole che ne
permettano l’utilizzo, di rappresentare tutti i concetti delle scienze.
6 H. HESSE, Il Giuoco delle perle di vetro Saggio biografico sul Magister Ludi
Josef Knecht pubblicato insieme con i suoi scritti postumi, (trad. it.) Mondadori,
Milano 1994, p. 10-11.
7 Per Characteristica Universalis si intende il tentativo leibniziano di dar vita
ad un linguaggio scientifico di carattere universale.
8 H. HESSE, Il Giuoco delle..., op. cit., p. 30.
4
5
18
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
le discipline scientifiche, di creare una “unio mystica,”9 finisce
con
l’esplicitarsi
generalizzazione
in
un
crescente,
fenomeno
basato
riduzionistico
sull’accostamento
di
degli
elementi comuni, sul trovare un massimo comun denominatore
che possa raccogliere e raggruppare di volta in volta i concetti in
categorie, rinunciando da una parte alla flessibilità, alla
particolarità di ogni nozione e dall’altra all’interazione tra oggetto
e soggetto. Questo tema è altamente attuale nella sociologia ove
l’unione del generale e del particolare, di oggetto e soggetto, di
ordine
e
disordine
si
rincorrano
incessantemente
senza
soluzione. Tali aspetti, così differenti della ricerca, si trovano ad
incarnare nel romanzo, da una parte le posizioni del castaliense
puro rinserrato nel suo mondo, nelle sue verità teoriche, avverso
ad ogni minaccia di cambiamento e dall’altra quelle di uno
spirito innovativo come quello del protagonista, il quale si muove
alla ricerca continua di spiegazioni, ogni volta pronto a mettere
in discussione i traguardi raggiunti.
Una simile differenza di posizione la ritroviamo anche
considerando il Giuoco nel suo aspetto di creazione concettuale.
Quest’ultimo va oltre un’unione di analisi e di sintesi, di
induzione e di deduzione, in quanto possiede altri due grandi
strumenti a cui ricorrere: quello dell’analogia e quello della
metafora. L’uso che si farà di questi ultimi due mezzi genererà
una grande divisione di metodo nella cerchia dei giocatori.
L’uomo
della
accostamento
tra
Castalia
concetti,
vede
l’analogia
sulla
base
come
delle
semplice
somiglianze
riscontrabili in essi, ed in cui la condensazione metaforica
Il Giuoco viene definito come “l’insieme dei fatti spirituali e artistici, il culto
sublime, la unio mystica di tutti i membri dell’Universitas Litterarum”. H.
HESSE, Il Giuoco delle..., op. cit., p. 34.
9
19
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
corrisponde alla sintesi delle parti comuni in un simbolo10,
rimanendo comunque sempre all’interno di quelle che sono le
caratteristiche e le proprietà conosciute intorno agli elementi
presi in esame. I simboli del giuoco, e analogamente i concetti
delle
scienze,
possono
essere considerati
etichette
a
cui
corrispondono precise definizioni: il concetto rimane in questo
caso intrappolato all’interno di uno schema rigido che non
consente il cambiamento, né l’elasticità necessaria ad adattarsi
alle situazioni. L’introduzione di nuove “perle” nel sistema deve
essere attentamente vagliata dall’Ordine castaliense: non vi deve
essere contraddizione o disordine nel vocabolario creato; è
fondamentale che ogni elemento sia in accordo con gli altri. La
differenza viene repressa come elemento destabilizzatore ed
inutile. Il sistema cognitivo-teorico deve essere non solo ben
esplicitato, ma deve rispondere ad
un principio di
tipo
coerentista11 per cui ogni nuovo aspetto può essere inserito nella
teoria solo se non si discosta dagli altri elementi già fissati
nell’insieme.
Il Giuoco, se visto nel suo procedimento di riduzione
astrattiva, finisce col non rappresentare più la realtà, ma solo
con il reiterare continuamente strutture, schemi, concetti
prefissati e accettati in seno alla comunità stessa. Il Giuoco
viene nel romanzo paragonato ad un organo perfetto: «i manuali
e i pedali tasteggiano tutto il cosmo spirituale, i suoi registri
sono quasi infiniti [...] Le tastiere, i pedali e i registri sono ormai
fissi e soltanto in teoria si potrebbe modificarne o tentare di
perfezionarne il numero o l’ordinamento: chi voglia arricchire il
Per simbolo intendiamo un segno accettato intersoggettivamente dalla
comunità in cui lo si usa.
11 Un sistema è coerente quando gli elementi al suo interno non cadono in
contraddizione.
10
20
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
linguaggio sonoro introducendovi nuovi contenuti sottostà al più
severo controllo da parte della suprema Direzione Musicale»12.
I sistemi teorici nelle scienze finiscono spesso con il sostituirsi
alla realtà, fornendo già cosa considerare come dato e come
raccoglierlo. Il sociologo stesso rischia sovente di dimenticare
l’esistenza di un mondo là fuori, di cui la teoria e i concetti in
essa contenuti, non sono che un ritaglio possibile tra i tanti da
cui partire per effettuare l’osservazione, e non un metapunto di
vista supremo, una lente frapposta tra lo scienziato e il mondo
che non permette altre visioni. Il tipo di studioso rappresentato
nella figura di Josef Knecht tiene conto di quest’ultima
considerazione. La grandezza di questo personaggio sta proprio
nella sua incapacità di arrendersi alla regola, all’ordine costruito
e nella sua perseveranza nell’andare oltre alle visione imposte
dai sistemi teorici dominanti. Maestro del Giuoco di eccezione,
egli va alla ricerca di altri schemi, ripudia il formalismo del
gioco,
sostenendo
nuovi
punti
di
vista,
guardando
alla
singolarità dell’uomo e del tempo. Il linguaggio universale, che
tende all’unione delle varie discipline, non deve basarsi su di un
sistema formale, ma sul passaggio, sulla fusione, sull’uso di
differenti giochi linguistici rappresentati dai differenti linguaggi
scientifici e da quello della vita quotidiana; esso non deve
sfruttare la riduzione dei concetti, ma la ricchezza contenuta in
essi.
I concetti non saranno allora scatole chiuse dai contorni
precisi, ma verranno creati all’interno di contesti, in momenti
determinati, mediante procedimenti di trasformazione e fusione
di elementi. Analogia e metafora divengono, alla luce di quanto
detto, due strumenti all’interno di un processo cognitivo di
12
H. HESSE, Il giuoco delle..., op. cit., p. 11.
21
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
natura creativa; esse possono essere considerate come momento
di apertura, di selezione di nuovi punti di vista non più legati al
processo induttivo e deduttivo, ma a quello abduttivo13. Le perle
di vetro diventano i simboli di nuovi concetti nati dall’originalità,
dall’intuizione e dalla riflessione sulla particolarità e sulla
differenza; in questo modo essi saranno al centro di un vortice
interattivo che fa del cambiamento il suo punto di forza.
Il Giuoco se da una parte presenta il formalismo di un
sistema
chiuso, dall’altra
è
caratterizzato dall’innovazione,
dall’irripetibilità della visione del singolo giocatore, dal suo
essere paragonabile ad una partita a scacchi: «Il lettore che
dovesse non conoscere il Giuoco delle perle può figurarsi un tale
schema simile a quello d’una partita a scacchi, salvo che i
significati dei pezzi e le possibilità dei loro reciproci rapporti e
influssi si devono immaginare moltiplicati e ad ogni pezzo, a ogni
posizione delle figure, a ogni mossa andrebbe attribuito un
contenuto effettivo, indicato simbolicamente da quella mossa, da
quella posizione e così via»14.
J. Knecht è un outsider che con le sue scelte si pone ai limiti
della comunità scientifica: egli è pronto a rischiare, a tentare la
strada dell’intuizione, dell’innovazione, del disordine all’interno
del sistema per creare nuovo ordine. Lentamente, egli inizia a
prendere le distanze dalla Castalia e lo fa avvicinandosi sempre
più «al senso della propria particolare posizione [...], mentre i
concetti
e
le
categorie
della
gerarchia
tradizionale
e
particolarmente castalia diventavano ai suoi occhi sempre più
relativi»15.
Ciò che distrugge il giuoco e la comunità castaliense è la
13
14
15
Per la definizione di abduzione vedere cap. 2.
H. HESSE, Il Giuoco delle..., op. cit., p. 127.
H. HESSE, Il Giuoco delle..., op. cit., p. 134-135.
22
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
rigidità della regola, l’attaccamento alla tradizione, la sicurezza
nella superiorità dei propri metodi e la certezza delle verità
detenute. J. Knecht riesce a superare tutto ciò, a compiere un
“salto” che lo porta fuori degli schemi teorici tradizionali.
L’armonia si esplicita in un ordine formale, artificiale, che
rischia di far implodere la comunità scientifica. La Castalia è
trincerata dietro alla sua teoria: non ha più bisogno di
confrontarsi con il mondo in cui vive perché può leggerlo
mediante gli studi già compiuti. Essa vive in una visione che per
molti aspetti ricalca il dualismo cartesiano: da una parte la
mente, la rex cogitans, dall’altra il mondo fisico, la rex extensa.
La Castalia finisce con il concentrarsi sul dato dimenticando che
esso non esiste in natura, ma che è costruito da quello stesso
uomo che essa vuole abolire e distruggere assieme alla realtà
quotidiana, ritenuta troppo bassa, volgare e piccola per poter
essere considerata dall’ambiente intellettuale. «[...] la Castalia,
l’Ordine, le scuole, gli archivi e il Giuoco delle perle di vetro non
sono sempre esistititi né sono opera della natura, bensì una
tarda e nobile creazione dell’umana volontà, transitoria come
tutte le cose create.»16
La razionalità domina incontrastata ed è in nome di questo
presunto razionalismo e ideale di cultura e di scienza (definita
dalla stessa élite castaliense) che viene difesa questa isola
artificiale, questo ordine apparente. La Castalia ancora più del
gioco è un concetto chiuso, una cerchia ristretta: essa è un
esempio di sistema formale che nel tentativo esasperante di
mantenere l’ordine elimina il mondo circostante guardandolo
nella maniera in cui un sistema chiuso vede l’ambiente, ossia
come rumore, elemento di disturbo da dominare seguendo ferree
16
H. HESSE, Il Giuoco delle..., op. cit., p. 360.
23
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
regole. L’uomo castalio non si rende conto, o meglio, finge di non
sapere che è proprio grazie all’ambiente che lo circonda che il
suo amato nido può continuare a vivere e a riprodursi,
organizzarsi e rafforzarsi. Il sapere rimane così legato al passato,
alla tradizione imposta; esso non riesce a modificarsi se non
rimanendo all’interno del sistema e nel rispetto degli assiomi
principali. Il disordine, la novità, minacciano il sistema: il
protagonista del romanzo è per questo messo al bando; ciò che lo
rende inaccettabile, un outsider è «[...]un invincibile desiderio
d’indagine, fondato sui dubbi d’una volta circa il Giuoco delle
perle»17.
1.2
Il Giuoco delle perle e la scienza
La Castalia con il suo Giuoco sembra dunque ripercorrere
dalla sua genesi e durante il corso delle sue trasformazioni e
aberrazioni, la storia della scienza (nel nostro caso specifico della
sociologia) dei suoi sistemi cognitivi, i quali influenzano i metodi
di indagine che a loro volta generano altre concettualizzazioni
assorbite poi, nello schema di base. All’interno dei paradigmi
dominanti, di cui la concezione castaliense può essere un
esempio, convivono indisturbati paradossi, dualismi inaccettabili
e
controsensi
che
vengono
ignorati
per
permettere
la
sopravvivenza del paradigma stesso. Ci troviamo così di fronte a
sistemi che, nel corso della storia, invece di aiutare a districarci
nella conoscenza del mondo, diventano motivo di stallo o di
regresso nella ricerca. Il problema maggiore sta nel credere che
per dare spiegazione della realtà sia necessario ordinarla, fissare
17
H. HESSE, Il Giuoco delle..., op. cit., p. 125.
24
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
i nostri concetti in schemi: ciò può avere la sua utilità, ma non
deve essere l’unico scopo della scienza la riduzione del disordine
e l’appiattimento della diversità. La pretesa di oggettività e di
ordine è stata minata dalle divergenze su questioni di natura
ontologica, di tipo epistemologico ed infine dall’incapacità di
uscire dai metodi d’analisi creati, i quali divengono una gabbia
per lo scienziato. Il differente approccio verso l’esistenza di un
mondo considerato come dato, il modo in cui pensiamo di farne
conoscenza e la scelta del metodo da utilizzare in tale obiettivo,
determinano il nostro modo di concepire i concetti nella scienza.
Con Platone si impone un primo sistema di pensiero fondato
sulla teoria delle Idee: si pone la dialettica come mezzo con cui il
filosofo può abbandonare il livello dell’immaginazione, passando
a quello dell’opinione (doxa) per giungere infine alla conoscenza,
al mondo delle Idee; i concetti sarebbero in questo caso
un’immagine sfuocata della perfezione ideale. Sarà Aristotele
comunque ad imporre il primo grande metodo scientifico, non
solo concentrando l’attenzione nelle cose e non più negli
universali, ma mediante l’uso del ragionamento sillogistico
caratterizzato dal principio di non contraddizione e del terzo
escluso; queste ultime due nozioni giocheranno un peso di primo
ordine nel concepire i concetti come classificazioni di proprietà
necessarie e sufficienti, insiemi chiusi e delimitati.
Il sistema aristotelico, rivisto e riadattato in epoca medievale,
(come ad esempio nel caso di Tommaso d’Aquino) riuscirà a
resistere fino al XVII secolo grazie al suo divenir istituzione ed in
quanto tale unica chiave di lettura del mondo, fonte di ogni
certezza prodotta: porre tutto ciò in discussione sarebbe
equivalso a sovvertire lo status quo, l’ordine e la gerarchia
presente, considerazioni, queste, che nel romanzo di Hesse
25
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
possono essere fatte valere per la Castalia. Il metodo creato dallo
Stagirita, giustificato in nome di un “ipse dixit”, è ciò contro cui
si dovrà scontrare e apparentemente soccombere G. Galilei. Il
suo nuovo metodo ipotetico-deduttivo, congiunto alla centralità
conferita da Descartes alle regole per il metodo scientifico e alla
sua teoria meccanicistico-deterministica, emergerà con il tempo
riuscendo a soppiantare quello aristotelico. Esso finirà per
ricoprire lo stesso ruolo istituzionale del precedente, nonostante
i colpi inferti al meccanicismo e alla nozione di causalità dalla
fisica del XX secolo.
L’idea stessa di scienza concepita come sistema chiuso e
assiomatizzato, già posto in crisi dalle geometrie non euclidee,
viene
ulteriormente
scosso
dai
teoremi
di
incompletezza
gödeliani e dalle nuove teorie sulla complessità. Il concetto non è
più riducibile a mera classificazione perché il mondo non è più
una realtà certa, osservabile da un unico punto di vista, di cui
poter indagare i misteri trasformandoli in leggi assolute. Ogni
cosa è relativa al sistema di riferimento adottato, muta
continuamente al cambiare della prospettiva scelta: per questo
non può più esservi un metapunto di vista osservativo. Ne
emerge che i concetti non possono essere totalmente strutture
rigide e immutabili, ma ritagli effettuati nel flusso esperienziale
ed è il modo in cui effettuiamo tale ritaglio che costituirà la
nostra chiave di lettura del mondo.
La
questione
inscindibile
dalla
metodologica-concettuale
riflessione
sul
è
da
linguaggio.
sempre
Possiamo
considerare quest’ultimo, o come uno strumento oggettivo,
capace di riprodurre fedelmente con le parole ciò che vediamo, o
come un’istituzione umana in cui l’uomo è immerso. In
quest’ultimo caso chiaramente, verrà a cadere la capacità di
26
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
descrivere senza essere influenzati dal nostro modo di concepire
le relazioni tra oggetti e parole. Teorie ed ipotesi saranno
condizionate dal tipo di soggetto, dal punto di vista adottato,
dalle parole utilizzate.
Il dibattito si rinsalderà sempre più nel corso dei secoli: la
certezza del linguaggio, dei concetti utilizzati nella scienza è
fondamentale per garantire l’esattezza di quest’ultima.
La scuola logicista cercherà, tramite la creazione di linguaggi
logici formali, di eliminare la pericolosa dinamicità ed elasticità,
l’arbitrarietà e la contraddittorietà di quello naturale; ma il
tentativo più eclatante di creazione di un linguaggio universale e
di un’unità della scienza si avrà per opera del Circolo di Vienna.
Nel manifesto del circolo18 ad opera di Hann, Neurath e Carnap
ci si prefigge l’unificazione della scienza mediante una struttura
logico matematica, base comune per la scienza empirica
moderna,
capace
di
eliminare
ogni
discorso
metafisico.
Analogamente al Giuoco delle perle di vetro, questo gruppo di
studiosi si pone come obiettivo la formalizzazione rigorosa del
linguaggio usando un insieme appropriato di regole di inferenza
e un sistema di notazione simbolica. All’interno del suddetto
programma verrà ripreso il progetto logicistico iniziato da G.
Frege19 e rivisto da B. Russell20 con A. N. Whitehead21 unito
L’opera a cui si fa riferimento è: H. HANN, O. NEURATH, R. CARNAP, La
concezione scientifica del mondo, (trad. it.) Laterza, Bari-Roma, 1979.
19 GOTTLOB FREGE (1848-1925), logico e matematico tedesco esponente del
programma logicista. Sue opere principali sono: Die Grundlagen der
Arithmetik. Eine logische-matematische Untersuchung über den Begriff der Zahl
(1884) e Grundgesetze der Arithmetik (1893).
20 BERTRAND RUSSELL (1872-1970) filosofo e matematico inglese; le sue opere
maggiori sono: Critical Exposition of the Philosophy of Leibniz (1900); Principles
of Mathematics (1903); Principia mathematica (con A. N. Whitehead, 19101913); The Analysis of Mind (1921); Human Knowledge (1948); An Inquiry into
meaning and Truth (1940).
21 ALFRED NORTH WHITEHEAD (1861-1947) filosofo inglese autore di: Universal
Algebra (1898); Principia mathematica (con B. Russell, 1910-1913); The concept
18
27
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
all’apporto fondamentale del L. Wittgenstein22 del Tractatus
logico-philosophicus. Sarà quest’ultimo autore, rivedendo le
proprie posizioni, a dare una nuova differente visione: il
significato di un termine è dato dal suo uso all’interno degli
infiniti giochi linguistici effettuabili; comprendere una parola
significa comprendere il linguaggio stesso, il quale è visto come
un intreccio di giochi linguistici in continuo mutamento.
L’uomo non può dunque uscire dal linguaggio, da un mondo
che egli stesso ha modellato in base alla sua creatività e alle sue
esigenze. L’uomo plasma il mondo, ma ne è plasmato a sua
volta; egli è una parte del tutto che contiene, a sua volta, le parti
di questo tutto. Il concetto non è considerabile come un’entità
riducibile a delle proprietà fisse, ma appare come un qualcosa di
vago, di momentaneo, la cui appartenenza ad un insieme non
può per questo essere ben definita. Nonostante si approdi a tale
nuova visione dei sistemi concettuali, permane la diffidenza
verso questo tipo di approccio, rimanendo vincolati ai metodi
classici, cercando di negare gli evidenti limiti di questi ultimi. Le
difficoltà legate nell’accettare un nuovo modo di vedere la scienza
e le concettualizzazioni implicite in essa sono un problema che
riguarda il passaggio da un paradigma ad un altro. T. Kuhn23
cercherà di illustrare tali difficoltà. Egli afferma che un giovane
of Nature (1920); The Principle of Relativity (1922); Science and the Modern
World (1925); Process and Reality (1920); Adventures of Ideas (1933).
22 LUDWIG WITTGENSTEIN (1889-1951), logico e filosofo del linguaggio autore
del:
Logisch-philosophische
Abhandlung
(1921);
Philosophische
Untersuchungen (postuma, 1953); The Blue and Brown Books (postuma,1958);
Philosophische BemerKungen (postuma,1964); Lectures and Conversations on
Aesthetic,
Psychology
and
Religious
Belief
(postuma,1966);
Zettel
(postuma,1967); Philosophische Grammar (postuma,1969); Über Gewißheit
(postuma,1969).
23 THOMAS KUHN (1922-1996), storico e filosofo della scienza, le sue opere
principali sono: The Copernican Revolution (1957); The Structure of Scientific
Revolutions (1962); The Essential Tension. Selected Studies in Tradition and
Change (1977).
28
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
scienziato che si trova a studiare quello che è considerato dalla
comunità scientifica il paradigma ufficiale, finisce con assimilare
inevitabilmente
tale
tradizione
di
ricerca.
Il
processo
di
istruzione rende possibile l’adattamento del suo pensiero al
paradigma. La fase in cui quest’ultimo non viene posto in
discussione è quella della scienza normale. Ogni risultato
prodotto dagli studiosi deve essere conforme alla teoria, mentre i
risultati anomali non sono presi in considerazione fino al
momento in cui il loro numero sarà tale da non poter più essere
ignorato. Emergono allora nuovi impianti teorici che mettono in
crisi il precedente paradigma andandolo a sostituire.
Ancor più netta la posizione di P. Feyerabend24 esponente
dell’anarchismo
metodologico,
il
quale
riterrà
inesistente
qualsiasi metodo privilegiato di ricerca scientifica. La scienza non
è infatti un’impresa razionale come si è soliti ritenere, ne è
dimostrazione
il
fatto
che
essa
progredisce
in
modo
controintuitivo con atti di irrazionalità, ovvero con idee in
disaccordo con i sistemi cognitivi in adozione. I paradigmi, sia
per Kuhn che per Feyerabend, non sono commensurabili:
questa, come fa notare D. Phillips, è una posizione che imbocca
la strada di un pericoloso relativismo scientifico. «Proclamata la
sovranità dei paradigmi, la loro funzione di strumenti per la
costruzione di concezioni del mondo alternative, Kuhn può
concludere per l’impossibilità che scienziati appartenenti a un
determinato paradigma abbiano concetti teorici in comune con
scienziati che operano all’interno di un paradigma rivale o di
paradigmi precedenti. Non essendo disponibile un vocabolario
comune, i seguaci di paradigmi diversi possono pure non essere
P. K. FEYERABEND (1924-1994), filosofo della scienza, esponente
dell’anarchismo metodologico le sue opere maggiori sono: Against Method
(1975); Science in a free society (1978).
24
29
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
in grado di formulare argomenti di discussione o di enunciare
punti di disaccordo»25. In questo modo le teorie, ma anche gli
stessi concetti sarebbero delle specie di monadi: i paradigmi
devono essere visti alla stregua di giochi linguistici. Afferma a
tale proposito Phillips: «a me pare che vi sia una chiara analogia
fra i giochi linguistici e i paradigmi, e perciò credo si possa
convenientemente parlare dei paradigmi scientifici come di
particolari
giochi
linguistici
giocati
all’interno
delle
varie
discipline scientifiche»26.
Tutte le questioni fino ad ora accennate sulla scienza
investono la sociologia. Anche in questo caso la costituzione
dell’apparato concettuale è vincolato dal particolare modo di
guardare alla realtà, al modo con cui intendiamo studiarla, ai
metodi richiesti e al linguaggio.
Nella ricerca può essere, difatti, privilegiato un tipo di
procedura basata sulla affermazione del concetto come insieme
di proprietà necessarie e sufficienti chiaramente definite, sul
bisogno di scovare le uniformità empiriche, sulla necessità di
effettuare una generalizzazione dei fenomeni, o muovendosi alla
ricerca di leggi necessarie, come auspicato agli albori della
disciplina sociologica, o abbandonando l’idea di legge assoluta e
rifugiandosi nella generalizzazione statistica.
A. Comte27 vede le varie discipline scientifiche come situabili
lungo una scala in cui quelle poste ai gradini più bassi
D. L. PHILLIPS, Wittgenstein e la conoscenza scientifica, (trad. it.) Il Mulino,
Bologna 1981, pp. 111-112.
26 D. L. PHILLIPS, Wittgenstein..., op. cit. p. 144.
27 AUGUSTE COMTE (1798-1857), considerato il padre della sociologia, si è
occupato anche di svariate altre discipline, nonché della costituzione di una
vera e propria religione ancora presente ad esempio in Brasile. Tra le sue
opere si possono ricordare il Cours de philosophie positive (1830-1842);
Discours sur l’ésprit positif (1844); Sistème de politique positive ou traité de
sociologie instituant la religion de l’humanité (1851-1854); Catéchisme
positiviste ou sommaire exposition de la religion universelle (1852).
25
30
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
forniscono i concetti base, le leggi più circoscritte attorno alla
natura dei fenomeni, mentre al vertice della scala si situa la
fisica sociale ossia la disciplina che sì, dipende da tutte le altre
poste al di sotto, ma che presenta il maggior grado di
generalizzazione nelle sue leggi, le quali devono avere il carattere
dell’assolutezza. Per E. Durkheim28 il linguaggio naturale
maschera la realtà. I concetti in esso veicolati presentano veli
che ottenebrano la vera conoscenza. Il linguaggio scientifico deve
essere un corpo di concetti chiari e definiti. Anche Secondo V.
Pareto29, il linguaggio scientifico deve attenersi alle cose: i
concetti devono essere chiari e precisi poiché «i termini del
linguaggio ordinario non corrispondono in generale a cose ben
determinate e, quindi, ogni ragionamento in cui si usano questi
termini è esposto al pericolo di non essere altro che una
derivazione verbale»30. Per T. Parsons31 i concetti sono forniti da
schemi di riferimento ricavabili dalla teoria con cui classificare la
realtà.
Su altre impostazioni ritroviamo la corrente di influenza
costruttivista, che da M. Weber32 passando per la fenomenologia
EMILE DURKHEIM (1858-1917) è uno dei maggiori sociologi esponenti dello
teorie organicistiche. Darà grande risalto alla metodologia. Tra le sue opere
principali: De la division du travail social (1893); Les règles de la méthode
sociologique (1895); Le suicide (1897); Les formes élémentaires de la vie
religieuse (1912); Le socialisme (postuma,1928).
29 VILFREDO PARETO (1848-1923) sociologo ed economista ricordato come
esponente della teoria elitista, le sue opere principali sono il Cours d’économie
politique (1896-1897); il Manuel d’économie politique (1906); Les système
socialistes (1902-1903); il Trattato di sociologia generale (1916).
30 V. PARETO, Trattato di sociologia generale, (trad. it.) Edizioni di Comunità,
Milano 1964, § 469.
31 TALCOTT PARSONS (1902-1979), maggiore esponente dello strutturalfunzionalismo, sue opere principali sono The Structure of Social Action (1937);
The Social System (1951); Sistemi di società. I: le società tradizionali (1966);
Sistemi di società II: le società moderne (1971).
32 MAX WEBER (1864-1920), sociologo tedesco, proporrà un’alternativa rispetto
agli approcci precedenti parlando di sociologia comprendente; le sue opere
maggiori sono: Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus (19041905); Die Wirtschaftsethik der Weltreligionen (1916); Wirtschaft und
28
31
L. VERNIANI,
schütziana,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
per
l’etnometodologia
di
H.
Garfinkel33
e
l’interazionismo simbolico assegnerà il primato nella ricerca alla
comprensione e alla costruzione del senso da parte del soggetto,
partendo dall’unicità e dalla singolarità di ogni individuo e di
ogni sua scelta. I concetti saranno ritagli effettuati a partire da
diversi punti di vista e da differenti interazioni. Weber, pur non
negandone la funzionalità nella scienza, afferma che i concetti
generali creano uniformità anche laddove essa non sussiste,
livellando e appiattendo l’informazione; al contrario il concetto
particolare rappresenta la singolarità, la diversità di ogni singolo
uomo. «Nessun sistema concettuale può esaurire l’infinita
ricchezza della realtà»34: il linguaggio non può cioè essere
rinchiuso in un sistema formale monologico35. I concetti sono al
centro di continue modifiche ed è per questo che «se ignoriamo
gli infiniti punti di vista e l’infinità dei significati volendo creare
concetti ben definiti, la scienza dovrà poi mutare la propria
impostazione ed il proprio apparato concettuale»36.
Secondo A. Schütz37 i costrutti della scienza sono di secondo
grado in quanto dipendenti da quelli del mondo della vita
quotidiana;
«ogni
nome
include
una
tipificazione
e
una
generalizzazione in riferimento al sistema di attribuzione di
importanza prevalente nel gruppo linguistico di appartenenza»38.
Gesellschaft (postuma, 1922); Gesammelte Aufsätze zur Wissenschaftslhre
(postuma, 1922).
33HAROLD G ARFINKEL (1920) padre fondatore dell’etnometodologia, sue opere
maggiori sono: Studies in Ethnomethodology (1967); The perception of the
other: a study in social order (1952).
34 M. WEBER, Il metodo delle scienze storico-sociali, (trad. it.) Einaudi, Torino
1997, p. 127.
35 Per monologico si intende un ragionamento che utilizza in maniera
esclusiva un solo tipo di logica.
36 M. WEBER , Il metodo..., op. cit., p. 135.
37 ALFRED S CHÜTZ (1899-1959) maggior esponente della scuola fenomenologica
in sociologia. Possiamo ricordare: Der sinnhafte Aufbau der sozialen Welt
(1932); Collected Papers, (1973-1976).
38 A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, (trad. it.) Utet, Torino 1979, p. 14
32
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Si ha una visione tale per cui il mondo risulta intersoggettivo; in
esso si apprendono le tipificazioni attorno alle quali ognuno di
noi pone la propria esperienza, la propria componente biografica,
rendendo il concetto unico ed il senso soggettivo irraggiungibile
nella sua pienezza, riducendo l’anonimità.
J.
Habermas39
puntualizzerà
l’importanza
della
comunicazione, del dialogo necessario per fissare un accordo sui
significati dei concetti; anche per questo autore il linguaggio
naturale
è
imperfetto,
arbitrario
e
per
questo
altamente
equivocabile a differenza dei linguaggi di calcolo. Difatti,
«soltanto i linguaggi formalizzati, costruiti monologicamente, cioè
in forma di calcolo, possono esser compresi astrattamente,
prescindendo dai processi pratici di apprendimento. Infatti la
comprensione dei linguaggi di calcolo richiede la riproduzione di
successioni di disegni secondo regole formali, un operare
solipsistico con i segni che assomigli sotto molti aspetti all’uso
monologico degli strumenti. Nella comprensione di un linguaggio
ordinario
lo
specifico
è
proprio
l’effettuarsi
di
una
comunicazione»40.
La diversità tra gli approcci qui solo accennati, ricalca come
detto la polarità esistente tra comunità della Castalia e il mondo
del protagonista: differenti giochi da effettuare. Recita J. Knecht
in una poesia intitolata “L’ultimo giocatore di perle”:
JÜRGEN HABERMAS (1929), filosofo e sociologo tedesco, esponente della
Scuola critica di Francoforte, tra le sue opere maggiori citiamo: Theorie und
Praxis. Sozialphilosophische Studien (1963), Technik und Wissenschaft als
Ideologie (1968) Theorie des Kommunikativen Handelns (1982).
40 J. HABERMAS, Logica delle scienze sociali, (trad. it.) Il Mulino, Bologna 1970,
p. 201.
39
33
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
[...] Il vecchio conta le sue perle tinte,
qui una bianca ne prende, là un’azzurra,
ne sceglie una piccina ed una grossa,
le dispone ad anello e fa il suo giuoco.
Grande fu un giorno nel giocare ai simboli,
maestro di molte arti e molte lingue,
conoscitore delle vie del mondo,
rinomato dall’uno all’altro polo,
sempre attorniato da colleghi e alunni.
Ora è rimasto solo, vecchio, stanco,
non un allievo implora il suo favore,
né maestro lo invita a disputare;
tutto è sparito, e templi e libri e scuole
di Castalia... Il vegliardo si riposa
sulle macerie con in man le perle,
geroglifici un dì molto eloquenti,
ora solo vetrucci colorati,
che dalle vecchie mani scivolando
silenziosi si perdono nella rena...41.
Quello che lo scienziato deve a questo punto decidere,
operando nella scienza e parlando di concetti, è se vuole sedersi
a contemplare e usare le medesime perle logorate dal tempo,
divenute nelle mani del vecchio giocatore dei pezzetti di vetro, o
se vuole vedere in esse non dei semplici simboli ed oggetti fissati
nel tempo e destinati a tramontare, ma dei sistemi vivi in
continua interazione: un flusso continuo di elementi che si
spostano e vengono richiamati all’interno di infiniti e nuovi
giochi.
41
H. HESSE, Il Giuoco delle..., op. cit., p. 455.
34
Capitolo 2
Il concetto nel pensiero sociologico
“ritornai
al volume nel punto ove interrotto
avevo la lettura: ma – stupore! –
non trovai più le immagini attraenti
di poc’anzi, e fuggiva e dileguava
tutto quel mondo che m’aveva conquiso
e spiegato il valor dell’universo;
e tentennava e s’annebbiava e nulla
in quel dissolvimento rimaneva
fuor che un vuoto grigior di pergamena.
Sulla mia spalla allor sentii posarsi
una mano; il vegliardo assiduo si era
avvicinato. Mi alzai. Sorridendo
prese il mio libro (un brivido mi colse
come di gelo) e pari ad una spugna
vi passò il dito: sulla pelle sgombra
tracciò poi con la penna, sillabando,
quesiti, nuovi titoli, promesse,
recenti aspetti di questioni antiche”
HESSE HERMANN, 1943, p. 459-460
L. VERNIANI,
2.1
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Il concetto agli albori della sociologia: Comte,
Durkheim, Pareto.
Il concetto rappresenta dunque un elemento di importanza
cruciale nella scienza. La sua definizione (sempre che sia
possibile fornirne una) sfugge al controllo del mondo scientifico;
il concetto è uno strumento ricco di sfaccettature, un cristallo
attraverso il quale guardare una luce che in ogni momento non è
mai la stessa ma sfrangia, si divide in colori che si intersecano
l’un l’altro in un gioco infinito; una luce che cambia in ogni suo
punto a causa del mezzo scelto per vederla (il cristallo), del
nostro intervento sul mezzo (un movimento involontario dato al
nostro oggetto), dei nostri modi di percepire l’oggetto (il nostro
sistema visivo) e di altri limiti nell’interrogarlo (la nostra cultura).
La
sociologia
non
sfugge
a
tale
pressante
questione;
soprattutto in questo campo, ove essendo l’uomo oggetto di
studio, la variabilità si fa sentire maggiormente, non si riesce a
sottrarsi a tale problema ed ogni autore si avventura nell’ardua
impresa di chiarire cosa effettivamente siano i concetti e
soprattutto quali siano i più degni di considerazione nell’ambito
della ricerca. Ciascuno ritiene senza ombra di dubbio di detenere
la chiave capace di dirimere la questione. Ci troviamo di fronte a
svariate definizioni, tutte decantate come “oggettive”. Sorge il
dubbio che forse l’oggettività assoluta sia solo un miraggio e che
la definizione stessa sia un mezzo alquanto insidioso nella
ricerca sociale, se non si tiene conto dei suoi margini di
incertezza. Soprattutto dobbiamo ricordare che essa non è una
realtà sui generis, un elemento ontologico da scoprire e cogliere
nella realtà, ma uno strumento creato ad hoc dall’uomo.
I pionieri della sociologia hanno fornito una visione del
36
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
concetto legata ad alcuni capisaldi dell’epoca. Conformemente al
paradigma scientifico42 in cui si trovavano immersi, questi autori
nutrivano una fiducia illimitata nella capacità della scienza di
fornire leggi immutabili, atemporali, necessarie e prescrittive,
sottostanti al principio di causalità lineare. Esiste una realtà
oggettiva al di là degli uomini, il ricercatore può vederla,
studiarla senza interferire con essa, riuscendo a classificare i
fenomeni analizzati in modo tale da garantire l’ordine delle cose
e la loro certezza43.
2.1.1 Auguste Comte
A. Comte ritiene che le concezioni formatisi nell’uomo siano il
risultato di un lungo processo lineare la cui evoluzione passa per
tre stadi, tre tappe necessarie nella scienza: il teologico, il
metafisico e il positivo. Lo stadio teologico si caratterizza nel
metodo,
per
una
supremazia
dell’immaginazione
sull’osservazione e nella dottrina, per la ricerca di concetti
assoluti, ove per assoluto si intende la ricerca di spiegazioni di
tipo finalistico44 ovvero le cause prime e finali di tutti gli effetti. I
fenomeni sono prodotti dall’azione diretta e continua di agenti
soprannaturali il cui intervento arbitrario spiega le anomalie
dell’universo.
Lo stadio metafisico è una fase intermedia, di transizione, una
semplice modificazione del teologico; gli agenti soprannaturali
sono in questo caso rimpiazzati da entità astratte a ciascuna
Per la nozione di paradigma scientifico vedere T. S. KUHN, La struttura delle
rivoluzioni scientifiche, (trad. it.) Einaudi, Torino 1995.
43 Cfr. M. CERUTI, Il vincolo e la possibilità, Feltrineli Milano, 1996, cap. 1; E.
CAMPELLI, Da un luogo comune, Carocci, Roma 1999, cap. 2.
44 Per cfr. vedere A. COMTE , Cours de philosophie positive, vol. I, p. 3.
42
37
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
delle quali verrà fatto corrispondere un determinato fenomeno.45
Solo con l’avvento della filosofia positiva i concetti diventano
relativi, non si cerca più il fine ultimo delle cose, ma le leggi
generali
dei
fenomeni.
La
conoscenza
non
può
basarsi
sull’immaginazione, ma richiede l’osservazione accurata dei fatti.
Comte afferma: «Tous le bons esprits répètent, depuis Bacon,
qu’il n’ y a de connaissances réelles que celles qui reposent sur
des faits observés»46.
L’osservazione
richiede
anche
una
capacità
di
generalizzazione e di classificazione sempre maggiore. Tutte le
nostre concezioni nello stadio positivo47, con l’avvento della fisica
sociale,48 devono assumere un carattere universale, divenire
omogenee e fondamentali49; quindi le conoscenze della scienza, e
conseguentemente i concetti attraverso cui esse si esplicano,
acquistano il carattere della stabilità, vengono accettate e date
per acquisite.
Il concetto in Comte appare una commistione di statica e di
dinamica; in esso sembra, infatti, riflettersi la diade ordine e
progresso,
teoria
e
prassi50.
Il
concetto
si
plasma
necessariamente all’interno di un processo che prevede il
passaggio attraverso i tre stadi di sviluppo (sopra menzionati)
dove il mutamento, il cambiamento da uno stadio all’altro
Cfr. A. COMTE , Cours..., op. cit., pp. 3-4.
A. COMTE , Cours..., op. cit., pp. 6-7.
47 Cfr. A. COMTE , Cours..., op. cit., p. 4.
48 Per fisica sociale Comte intende la sociologia. Con questi termini l’autore
vuole designare con un unico nome quella parte complementare della filosofia
naturale che si riferisce allo studio positivo dell’insieme delle leggi
fondamentali proprie ai fenomeni sociali. A. COMTE, Corso di filosofia positiva,
(trad. it. parz. a cura di F. Ferrarotti), Utet, Torino, 1967, p. 179.
49 Per universale Comte intende generale, cioè esteso a più casi possibili; per
omogenee si indica l’uniformità, la coerenza di ogni nozione con le altre; infine
per fondamentali si intende la caratteristica di questi concetti di essere
essenziali per tutta la scienza.
50Ordine e progresso, teoria e prassi, non sono altro che sinonimi usati
rispettivamente per indicare la statica e la dinamica.
45
46
38
L. VERNIANI,
appare
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
finalizzato,
come
tutta
la
dinamica
comtiana,
al
raggiungimento di uno stato di ordine e di armonia universale.
L’ordine in quanto generalità e omogeneità sovrasta l’individuale
riducendolo ad immutabilità all’interno di categorie predefinite. Il
concetto così come delineato non può certo definirsi elastico:
raggiunto lo stadio positivo tende infatti a fossilizzarsi nella
certezza della veste assunta.51
Comte, come egli stesso afferma in una frase del suo Corso di
filosofia positiva, («Craignons que l’esprit humain ne finisse par
se perdre dans les travaux de détail»52), non è interessato al
particolare, alla diversità, ed auspica che la scienza riesca ad
intraprendere un cammino in grado di dirigerla verso una
generalizzazione sempre maggiore delle sue conoscenze. Questo
vuol dire approfondire e portare alla luce i punti di incontro tra
le varie discipline. È necessario ridurre tutti i principi delle
singole materie ad un numero limitato di elementi comuni per
creare una nuova classe di sapere che indirizzi gli scienziati nel
loro lavoro in modo da creare accordo e intesa sui concetti da
utilizzare nella produzione scientifica.
«La philosophie des sciences fondamentales, présentant un
système de conceptions positives sur tous nos ordres de
connaissances réelles, suffit, par cela même, pour constituer
cette philosophie premier que cherchait Bacon, e qui, étant
destinée à servir désormais de base permanente à toutes le
spéculations humaines, doit être soigneusement réduite à la
Una volta raggiunto lo stadio positivo, tutte le nozioni che sono state
accettate come valide, acquistano una sorta di certezza e concorrano a
formare l’equilibrio del sistema teorico: per questa ragione tali concetti non
sono soggetti ad una facile modifica, ma si vanno a costituire come capisaldi.
A. COMTE, Corso..., op. cit. lezione XLVIII.
52A. COMTE, Cours..., op. cit., p. 24.
51
39
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
plus semple expression possible»53. Il corpo unitario di dottrine
scientifiche, che si deve venire a formare, ha alla base del suo
metodo il bisogno di rintracciare quei principi, riconosciuti come
validi, per costituire delle leggi generali, invariabili e necessarie
con cui poter prevedere i fenomeni.
Questo
bisogno
di
generalizzazione,
a
discapito
del
particolare, è riscontrabile anche nella nozione di classificazione
delle
scienze
positive
illustrata54
dall’autore.
Il
tipo
di
classificazione che l’autore propone ci ricorda le tavole di
presenza baconiane55: bisogna considerare tutti gli elementi che
accomunano la presenza del fenomeno tralasciando i particolari.
La classificazione rappresenta l’espressione del fatto più generale
che riscontriamo nella comparazione approfondita degli oggetti
contemplati; essa si basa sull’osservazione degli oggetti da
classificare ed è determinata tramite le affinità reali degli oggetti
stessi. In un simile tipo di analisi il concetto si costituisce come
una categoria generale dai contorni ben delineati e strutturati.
Comte considera i concetti che descrive come un qualcosa di
evidente, incontestabile e necessario.56
«Tous le phénomènes observables, nous allons voir qu’il est
possible de les classer en un petit nombre de catégories
naturelles, disposées d’une telle manière que l’étude rationnelle
de chaque catégorie soit fondée sur la connaissance des lois
principales de la catégorie précédente, et devienne le fondement
de l’étude de la suivante. Cet ordre est déterminé par le degré de
simplicité, ou, ce qui revient au même, par le degré de
généralité»57. La generalità è la parola d’ordine per ridurre la
53
54
55
56
57
A. COMTE, Cours..., op. cit., p. 61.
A. COMTE, Cours..., op. cit., pp. 71-72.
Cfr. F. BACON, Novum Organum, (trad. it.) Laterza, Bari 1968, II, § 11.
Cfr. A. COMTE , Corso..., op. cit., lezione L.
A. COMTE, Cours..., op. cit., p. 71.
40
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
semplicità, per eliminare la frammentazione data dai particolari,
è il primo passo verso la costituzione di un corpo unitario di
conoscenze scientifiche. È necessario cominciare dallo studio dei
fenomeni più semplici e generali, cioè quelli che si osservano in
un vasto numero di casi; essi vengono raggruppati e classificati
in base alle affinità dei caratteri che presentano all’interno delle
varie scienze.
Trovati i nessi causali tra di essi è possibile formulare un
primo corpo di leggi. Procedendo, ci dirigeremo verso fenomeni
sempre più particolari e complicati, classificandoli mediante le
leggi principali delle categorie precedenti, affinandole in modo
tale da renderle più generali, cioè capaci di dare spiegazione e di
poter prevedere un maggior numero di fenomeni.
Le
sei
scienze
fondamentali
indicate58
da
Comte,
la
matematica, l’astronomia, la fisica, la chimica, la fisiologia e la
fisica sociale, sono ordinate in un sistema unitario di tipo
gerarchico, seguente un ordine di generalità di legge crescente.
La matematica, ritenuta la base delle scienze, considera i
fenomeni i più generali, semplici e astratti; essa influisce su
tutte le altre senza essere influenzata da quest’ultime. I fenomeni
considerati dalla fisica sociale sono invece i più particolari, i più
concreti, i più vicini all’uomo e dipendono da tutti i precedenti
senza esercitare su di essi alcuna influenza. Il modello delle
scienze, che Comte ci prospetta, ricorda un sistema di scatole
cinesi: ogni scienza con le sue leggi ha bisogno delle precedenti
per sussistere; ogni concetto coesiste ed è connesso agli altri, sia
all’interno della singola legge o della disciplina, sia e soprattutto,
all' interno di quello schema generale che comprende tutte le
leggi e le scienze. Un errore alle basi del sistema potrebbe quindi
58
A. COMTE , Cours...,op. cit., p. 94.
41
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
minare in toto l’impianto concettuale ad esso legato.
Questa gerarchia rispecchia l’intento di Comte di dare
un’unità metodologica alle scienze. Il bisogno della creazione di
un corpo compatto di discipline, che trova nella fisica sociale il
culmine di questo momento unificatore, rientra in una delle
nozioni cardine comtiane: la solidarietà. Si tratta di creare un
ordine completo delle concezioni scientifiche, «di imprimere allo
spirito umano, quel grande carattere di unità di metodo e di
omogeneità di dottrina59.
«La filosofia positiva, una volta estesa ai fenomeni sociali
legherà i diversi ordini delle idee umane60» e ancora «La filosofia
positiva consolida tutti i concetti fondamentali dell’ordine sociale
che essa solo può proteggere contro le deviazioni metafisiche»61.
La solidarietà presuppone un prevalere dello spirito di
insieme sulle singole parti: ogni elemento sociale non è una
parte indipendente, essa deve essere concepita nei termini delle
altre.
«A
seguito
della
solidarietà
nessun
fenomeno
sociale
preventivamente esaminato potrebbe essere utilmente introdotto
nella scienza fintanto che resta concepito in maniera isolata [...]
Ogni studio isolato dei diversi elementi sociali è per la natura
della scienza profondamente irrazionale»62. La solidarietà implica
un superamento della semplicità, regno in cui gli elementi sono
più conosciuti dell’insieme, a favore della complessità63 nella
quale la conoscenza dell’insieme permette di comprendere le
particolarità. La solidarietà si collega alla statica che studia
A. COMTE, Corso..., op. cit., p. 45.
A. COMTE, Corso..., op. cit., p. 54.
61 A. COMTE, Corso..., op. cit., p. 356.
62 A. COMTE, Corso..., op. cit., p. 234.
63 Con il termine complessità si intende, in Comte, la capacità di leggere,
tramite l’uso delle conoscenze particolari, gli elementi individuali che, in
quanto tali, sono di difficile comprensione.
59
60
42
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
proprio le azioni reciproche degli elementi sociali nella loro
connessione; quest’ultima a sua volta crea consenso e armonia.
Possiamo
scorgere
un’analogia
tra il metodo
con cui si
costituiscono i principi delle scienze e la formazione dei concetti.
Abbiamo visto che ci muoviamo dal semplice, dai singoli
elementi, nel tentativo di comprendere l’insieme per poi utilizzare
quest’ultimo nella comprensione del particolare, laddove per
comprensione si intende spiegazione del fenomeno tramite leggi
di previsione generale.
Analogamente il concetto è un insieme chiuso di tratti ben
definiti che servono a leggere la realtà includendo al suo interno,
od escludendo di volta in volta, quegli elementi che non
presentano le determinate caratteristiche richieste. L’uomo per
Comte può osservare direttamente tutti i fenomeni eccetto i suoi
propri («Car par qui serait faite l’observation?»64): gli organi
deputati alla funzione dell’osservazione sono infatti diversi da
quelli sede delle passioni. Con questa divisione l’autore tenta di
conferire oggettività all’osservazione dandole una base fisiologica
differente da quella che anima le passioni, ma quando l’uomo
osserva non spegne un interruttore sul suo modo di sentire ed è
ovvio che la percezione dei fenomeni ne sia influenzata. Il mito
dell’oggettività dell’osservazione non sussiste. La teoria dirige
l’osservazione indirizzando lo studioso a guardare solo in certe
direzioni e a selezionare ciò che è coerente all’interno della teoria
stessa; quest’ultima a sua volta è però determinata dal punto di
vista dello scienziato; i concetti vengono definiti e creati dalla
teoria in funzione della giustificazione di quest’ultima: come è
facilmente
intuibile,
in
tutto
ciò,
non
vi
è
niente
di
necessariamente oggettivo.
64
A. COMTE, Cours..., op. cit., p. 29.
43
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
2.1.2 Emile Durkheim
Se in Comte la società è un organismo vivente, un Grande
Essere che si muove lungo i sentieri del divenire, in Durkheim
non riveste un ruolo minore; essa è sacra, si estende al di sopra
dell’uomo, preesiste ad esso; è una realtà sui generis che
determina e vincola le nostre azioni. «Vi sono (dunque) modi di
agire, di pensare e di sentire che presentano la notevole
proprietà di esistere al di fuori delle coscienze individuali»65.
Stiamo parlando dei fatti sociali66; questi come esposti nelle
prime regole del metodo sociologico, sono cose67 esteriori e
costrittive, il loro referente è il gruppo, non l’individuo.
L’esteriorità consiste nell’ esistenza del fatto indipendentemente
dalle nostre concezioni; la costrittività implica invece una
coercizione, «un potere imperativo in virtù del quale [i fatti] si
impongono a lui [all’uomo] con o senza il suo consenso»68. Non
dobbiamo comunque credere che tale proprietà rappresenti solo
un dover essere in senso kantiano ma anche un voler essere: ciò
che ci viene imposto dall’esterno è in fondo qualcosa di
desiderabile.
Nel definire tali fatti come sociali, l’autore tenta di eliminare
ogni forma di psicologismo (non sono fenomeni psichici), «il loro
E. DURKHEIM, Le regole del metodo sociologico, (trad. it.) Edizioni di
comunità, Milano 1996, p. 26.
66 Per fatto sociale, Durkheim intende ogni modo di fare, più o meno fissato,
capace di esercitare sull’individuo, una costrizione esterna – oppure un modo
di fare che è generale nell’estensione di una società data, pur avendo
esistenza propria, indipendente dalle sue manifestazioni individuali. Per cfr.
vedere E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 33 e p. 45.
67 Con il termine cosa Durkheim intende ogni oggetto di conoscenza che non
sia naturalmente compenetrabile dall’intelligenza – tutto ciò che lo spirito
giunge a comprendere soltanto a condizione di uscire da se stesso, per mezzo
di osservazioni e di sperimentazioni passando, progressivamente dai caratteri
esteriori e più immediatamente accessibili a quelli meno visibili e più
profondi. E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 10.
68 E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 26.
65
44
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
substrato non essendo l’individuo può essere solo la società»69.
Ciò comporta che altra caratteristica del fatto sia il suo essere
collettivo: esso è in ogni parte perché è nel tutto. L’insieme, come
in Comte, comprende e supera i suoi elementi. Non è possibile
ricostituire la totalità guardando la singolarità. Anche in
Durkheim abbiamo una visione sociale di tipo olistico che taglia
fuori dai giochi la particolarità e la diversità. Se da una parte è
apprezzabile una concezione non riduzionistica, in grado di
valorizzare l’insieme e la correlazione tra i suoi elementi,
dall’altra non è possibile immaginare l’esistenza del tutto senza
un ruolo attivo dei particolari.
La diversità è un elemento anomalo, o meglio anomico; al di là
delle abitudini, del comportamento omogeneo e indifferenziato
imposto dalla norma, si ha la devianza, ciò che disturba l’ordine
costituito70.
Durkheim
avrà,
nonostante
quanto
detto,
l’intuizione di comprendere che il momento deviante è comunque
un fattore necessario nella società anche se la spiegazione che
fornisce a tale necessità è essenzialmente funzionalistica71 e a
supporto del sistema teorico che l’autore stesso crea. La
devianza è infatti concepita come un mezzo di rafforzamento
della
norma,
non
come
sintomo
della
grande
instabilità
caratterizzante la condotta umana.
Quanto detto si riflette nel modo di concepire i concetti.
Innanzitutto
bisogna
distinguere
quelli
volgari
da
quelli
scientifici. Gli individui nel loro vivere quotidiano necessitano di
E. DURKHEIM, Le regole…, op. cit., p. 28.
Per anomia Durkheim intende una condizione di confusione che si genera
negli individui quando le norme sociali sono deboli, mancano o sono in
conflitto tra loro; su abitudine cfr. E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 28; per
devianza si intende solitamente un comportamento non conforme alle norme
sociali.
71 Usiamo il termine funzionalistico nel senso utilizzato da N. Luhmann nel
definire la teoria parsonsiana: funzionale è ciò che permette di mantenere
l’ordine nella società.
69
70
45
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
farsi un’idea delle cose che li circondano. I concetti volgari non si
basano sull’osservazione delle cose: «invece di osservare le cose,
di descriverle, di compararle, ci accontentiamo di prendere
coscienza delle nostre idee, di analizzarle, di combinarle: invece
di una scienza di cose reali, facciamo soltanto un’analisi
ideologica [...] le nozioni così create hanno lo scopo di metterci in
armonia con il mondo che ci circonda; sono formate dalla e per
la pratica»72.
I concetti comuni, per Durkheim, possono rivelarsi un grande
ostacolo per la scienza; essi infatti, tendono a mascherare la
realtà ammantandola di veli: sono simili agli idola baconiani73.
La sociologia in quanto scienza deve essere necessariamente
oggettiva. Per rendere ciò possibile, i concetti utilizzati devono
essere in qualche modo i sostituti legittimi delle cose74; non
dimentichiamo che la sociologia si occupa dei fatti sociali e che
questi sono cose ovvero «tutto ciò che è dato, tutto ciò che si
offre o che si impone all’osservazione»75.
Per garantire l’oggettività i concetti devono essere inoltre
costruiti
scientificamente.
Dobbiamo
quasi
in
maniera
cartesiana passare al vaglio tutte le idee; per fare questo, l’autore
propone di non assumere alcun tipo di prenozione e di definire le
cose da trattare per sapere bene di cosa occuparsi. Nuovamente
ritroviamo l’idea della possibilità di un osservatore che sia
distaccato dal suo oggetto di studio ovvero che non lo influenzi,
né che ne sia influenzato; il ricercatore, tuttavia, è pur sempre
un uomo immerso in un mondo di cui non si può liberare a
piacimento nel momento in cui riveste i panni dello studioso. Il
72
73
74
75
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., pp. 35-36.
Sugli idola baconiani cfr. nota 234.
Per cfr. vedere E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 35.
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 44.
46
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
modo con cui si concepisce la realtà è difatti talmente radicato in
ogni individuo da costituire il fondamento per ogni tipo di
discussione.
Una possibile critica a questo riguarda il fatto che il
linguaggio scientifico non può esistere come entità a sé stante,
chiuso ermeticamente a tutto il resto del mondo: la scienza
rappresenta uno dei tanti giochi linguistici76 che si attua grazie
alla presenza di altri tipi di giochi che di volta in volta, a seconda
delle circostanze, entrano in campo.
I fenomeni inoltre, devono essere espressi in funzione delle
proprietà che sono loro inerenti. Il concetto è per questo autore
una classificazione di fenomeni per mezzo di definizioni. Il punto
di partenza sono i caratteri attinti dalla percezione immediata77:
«per essere oggettiva la scienza deve partire non dai concetti
formati, ma partire dai dati sensibili per trarre le definizioni
iniziali»78. Riunendo poi tutti i fatti che esibiscono le proprietà
individuate, ovvero quelle che si presentano in modo identico e
senza eccezione in tutti i fenomeni di un certo ordine, otterremo
la nostra definizione.
Quanto esposto è riassumibile nella regola durkheimiana:
«Non prendere mai per oggetto di ricerca che un gruppo di
fenomeni prima definiti da certi caratteri esteriori che hanno in
comune e comprendere nella stessa ricerca tutti quelli che
rispondono a questa definizione»79.
Durkheim ci propone una visione ontologica del reale
estremamente forte: possiamo cogliere il mondo che ci sta
attorno e soprattutto afferrarlo tutti allo stesso modo. La
76
77
78
79
Per la definizione di gioco linguistico vedere cap. 3.
Per cfr. vedere E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., pp. 55-56.
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 55.
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 50.
47
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
comunità scientifica dovrà infatti trovarsi in accordo sul
materiale
fornito
dalle
percezioni
poiché
esse
ricalcano
l’oggettività del reale; ma se c’è una cosa su cui difficilmente gli
uomini possono completamente accordarsi sono i percetti,
essendo influenzati essi stessi dalla cultura, dai limiti biologici,
da elementi temporali e spaziali. L’autore stesso si accorge di
suddetti limiti: la sensazione può essere soggettiva.
La soluzione fornita è quella per cui lo studioso debba
scartare i dati sensibili troppo personali e sopratutto considerare
quei fatti sociali che sono i più distaccati dai fatti individuali.
«Una sensazione è tanto più oggettiva quanto maggiore è la
fissità dell’oggetto a cui si riferisce: la condizione di ogni
oggettività è l’esistenza di un punto di riferimento, costante e
identico, al quale la rappresentazione può venir riferita e che
permette di eliminare tutto ciò che essa ha di variabile, cioè di
soggettivo»80. Ciò che deve costituire oggetto di studio sono
quelle abitudini collettive che si sono cristallizzate in forme ben
definite come ad esempio nelle regole giuridiche: «queste forme
costituiscono, infatti, un oggetto fisso, un campione costante
sempre alla portata dell’osservatore che non lascia alcun
margine
alle
personali»81.
impressioni
Dobbiamo
soggettive
però
o
alle
osservazioni
considerare
che
un’abitudine
collettiva non è altro che un fissarsi di un comportamento
individuale, quindi alla base vi è, per qualche ragione, sempre e
comunque la soggettività del fatto individuale stesso.
Non esiste un metapunto di vista, un’unica grande lente
tramite cui guardare il mondo e non è nemmeno possibile fornire
una definizione obiettiva dei fenomeni. Uno dei maggiori
problemi nelle scienze è proprio trovare un accordo sulla
80
81
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 56.
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 57.
48
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
terminologia da impiegare. La classificazione non è altro che un
insieme di elementi, non dati dalla natura, ma scelti dall’uomo e
in quanto tali soggetti all’errore e all’arbitrarietà umana.
Possiamo rintracciare un esempio di ciò nella definizione data
dall’autore, di morale: «per decidere se un precetto sia o meno
morale, dobbiamo esaminare se esso presenta il segno esteriore
della moralità il quale consiste in una sanzione repressiva
diffusa, vale a dire un biasimo dell’opinione pubblica che vendica
ogni violazione del precetto»82.
A parte la circolarità in cui incorre tale definizione (la moralità
è stabilita tramite ricorso ad un segno esteriore di moralità
stessa) dobbiamo notare come essa potrebbe essere delineata a
partire da altre proprietà. L’oggettività delle caratteristiche
inoltre, è garantita dal fatto che esse si presentano in modo
identico e senza eccezione: ma è possibile affermare che due cose
sono identiche quando non riusciamo nemmeno a tenere sotto
controllo e a determinare con esattezza le variabili del singolo
fenomeno? Per il principio degli indiscernibili degli uguali
affermiamo che non vi possono essere due fenomeni uguali in
natura, essi sarebbero identici e quindi non due, ma lo stesso
caso83. Inoltre il principio di indeterminazione formulato da W.
Heisenberg84, per cui posizione e quantità di moto di una
particella non possono essere determinate simultaneamente con
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 54.
Sul principio dell’identità degli indiscernibili cfr. G. LEIBNIZ, Monadologia,
(trad. it.) Bompiani, Milano 2001, § 9.
84 WERNER HEISENBERG, (1901-1976) fisico e teorico tedesco. Diede un
fondamentale contributo alla meccanica quantistica tramite la formulazione
del principio di indeterminazione in base al quale, dato un segnale di una
certa durata ∆t, il cui spettro comprenda una certa banda di frequenze ∆f, il
prodotto delle due grandezze non può essere inferiore a un dato valore k
compreso fra 1 e 2, ossia ∆f ·∆t ≤k. Ciò significa che le due grandezze non
possono essere indipendenti; per un segnale di durata finita, la larghezza di
banda non può essere infinitesima; inversamente un segnale di una data
larghezza di banda ha una durata minima finita.
82
83
49
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
assoluta precisione, mette in crisi la causalità classica. Tutto ciò
sta a significare che nel momento in cui io osservo il mio
fenomeno questo è già in corso di cambiamento.
«Una particella è intrinsecamente indeterminata e acquista le
sue determinazioni solo quando sottoponiamo ad un atto di
misurazione uno dei suoi valori, modificando irrimediabilmente
gli altri»85. Se il ricercatore modifica l’oggetto di studio nel corso
della sua osservazione, e se teniamo conto del grado di
incertezza che ci troviamo ad affrontare anche nell’ambito
scientifico, è evidente che sarà impossibile poter assumere due
eventi come identici.
Come in Comte, anche in Durkheim, le categorie sono
strumenti artificiali, sono etichette per mezzo delle quali
ritagliare porzioni di mondo e tentare di fornire a quest’ultimo
un ordine. Selezioniamo determinate proprietà dei fenomeni a
discapito di altre in base a ciò che è più utile per la teoria;
ritroviamo proprio quel principio di utilità che Durkheim stesso
rifiuta in quanto caratteristico della formazione dei concetti
popolari: «la scienza ha bisogno di concetti che esprimano
adeguatamente le cose quali esse sono, non già quali è utile
concepirle alla pratica»86. Quella che prospetta Durkheim non è
una semplice constatazione della realtà, ma la creazione di
convenzioni su cui poter lavorare.
85
86
N. ABBAGNANO, Filosofi e filosofie nella storia, Paravia, Torino, 1992 p. 432.
E. DURKHEIM, Le regole..., op. cit., p. 55.
50
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
2.1.3 Vilfredo Pareto
Anche per Pareto la sociologia87, in quanto scienza, deve
essere oggettiva. Per perpetrare tale scopo è necessario eliminare
ogni forma di metafisica: «non bisogna contendere sui principi,
ovvero sulle essenze delle cose, bensì sui risultamenti»88. Pareto
critica a questo proposito Comte per aver dato un’esposizione
dogmatica della sociologia stabilendo i principi della sua dottrina
non in base alla realtà delle cose, ma dei suoi sentimenti; la
sociologia deve infatti, come per Durkheim, incentrarsi su fatti;
questi
sono
rigorosamente
sperimentali
ovvero
basati
sull’esperienza e sull’osservazione89.
Il metodo paretiano prescrive che si proceda per via induttiva,
dai casi concreti ai principi generali: si cerca ciò che è, non ciò
che deve essere. Siamo di nuovo in presenza di una forma di
dualismo epistemologico che vede possibile la conoscenza della
realtà per mano dell’osservatore senza che vi sia alcuna forma di
influenza. Come J. Dewey, sosteniamo che ciò che realmente si
trova nell’esperienza e la conoscenza di essa, è nell’attivo legame
situazionale tra soggetto e oggetto. La conoscenza non è riposta
solo nell’uno o nell’altro. Le cose di cui abbiamo esperienza sono
processualità dai confini spesso inafferrabili, che si trovano in
contesti situazionali da cui il soggetto è inseparabile.
Tra i fatti sperimentali dobbiamo annoverare le proposizioni e
le teorie90, queste per diventare oggetto di studio devono prima
di tutto essere classificate: ciò che interessa alla scienza è il
«La società umana è soggetto di molti studi [...] Alla loro sintesi, che mira a
studiare in generale la società umana, si può dare il nome di sociologia», V.
PARETO, Trattato...,op. cit., § 1.
88 V. PARETO, Trattato..., op. cit., § 4.
89 Cfr. V. PARETO, Trattato..., op. cit., § 6.
90 Cfr. V. PARETO, Trattato…, op. cit., § 8.
87
51
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
materiale sperimentale che può ricoprire due valori ossia quello
di verità o di falsità a seconda della sua corrispondenza o meno
con il riscontro empirico. La scienza così intesa ci appare un
sistema dicotomico: un mondo in cui non vi sono scale di
gradazione cromatica, ma in cui tutto deve essere ricondotto al
bianco o al nero; si finisce così, con il rinunciare a tutte le
eventuali tonalità intermedie ovvero a tralasciare informazioni. I
fenomeni, le teorie sono accettate o rifiutate nella loro totalità
perdendo in quest’ultimo modo le parti che potrebbero anche
avere un certo valore scientifico ed essere in qualche modo
utilizzate.
Nel metodo paretiano cade la necessità della legge; la scienza
non è intesa come un corpo statico di leggi invariabili, ma ha
una propria mobilità e la capacità di ampliarsi, crescere e
modificarsi: «Le teorie scientifiche sono semplici ipotesi, che
vivono sinché stanno d’accordo coi fatti, e che muoiono e
scompaiono quando nuovi studi distruggono quest’accordo.
Sono allora sostituite da altre alle quali è serbata simile sorte»91.
Le teorie logico-sperimentali presentano principi da cui dedurre
logicamente conseguenze: esse sono «proposizioni astratte in cui
sono condensati i caratteri comuni di molti fatti, dipendono dai
fatti, si accettano ipoteticamente solo in quanto e sino a che
concordano con i fatti»92. Per trattare le scienze sociali come le
scienze logico-sperimentali, occorre ridurre i fenomeni concreti
molto complicati a fenomeni teorici più semplici allo scopo di
scoprire uniformità sperimentali. Per rinvenire tali uniformità
dobbiamo «studiare direttamente gli individui, classificandoli con
norme
variabili
secondo
i
risultamenti
che
si
cercano;
considerare come un mezzo di ragionamento il complesso dei
91
92
Cfr. V. PARETO, Trattato..., op. cit., § 52.
V. PARETO, Trattato..., op. cit., § 55.
52
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
caratteri comuni che presenta una classe, e, quando una teoria
sia ottenuta, verificare se riproduce i singoli fatti che deve
spiegare»93.
I fenomeni studiati, così come i concetti, non sono elementi
semplici ma composti, formati da parti, da proprietà che
dobbiamo
poter
studiare
singolarmente,
riunendole
successivamente per ottenere la nostra teoria sul fenomeno in
questione. Abbiamo quindi due momenti in questo processo: il
primo quello dell’analisi ed il secondo quello della sintesi,
corrispondenti rispettivamente alla deduzione e all’induzione. La
prima, passando dal generale al particolare, non ci dice niente di
più di quel che già sappiamo, infatti, per il modello deduttivo:
«ogni teoria è una totalità chiusa ed autosufficiente. Una volta
date le ipotesi […] lo sviluppo di una teoria consiste unicamente
nel dedurre conseguenze logiche dalle ipotesi»94; il concetto
sarebbe solo una categoria di tratti definiti in cui far rientrare i
singoli casi.
L’induzione viene invece messa in crisi dalla critica rivolta da
K. Popper95 al verificazionismo. Per questo autore una teoria non
può essere verificata poiché è facile ottenere delle conferme per
quasi ogni teoria, ovvero trovare i dati a supporto di essa, se
questo è ciò che vogliamo. La critica popperiana ha un effetto
dirompente nella scienza96, a tal punto da far cadere al suo
interno la stessa idea di falsificazionismo proposta dall’autore.
V. PARETO, Trattato…, op. cit. § 1652.
C. CELLUCCI, I modelli, l’analogia e la metafora, in A. SIMON (a cura di), Modi,
criteri e canoni di conoscenza, Edizioni Plus, Pisa 2003, p. 25.
95 KARL POPPER (1902-1994), logico ed epistemologo austriaco. Sue opere
principali sono: Logik der Forschung (1934), The Poverty of Historicism (1944);
Conjectures and Refutations, The Grow of Scientific Knowledge (1963).
96 Cfr. K. POPPER, La logica della scoperta scientifica, (trad. it.) Einaudi, Torino
1970.
93
94
53
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Come fa notare Reichenbach97, infatti, non vi è molta
differenza fra costituire un forte caso empirico a favore della
verificazione o costruirlo per una falsificazione. Applicata al
concetto l’induzione costituirebbe una selezione di caratteri per
la costituzione di una categoria di attributi omogenei.
Una terza via ci è fornita da C. S. Peirce98 con la sua idea di
abduzione; questa è una forma di inferenza particolare, è
l’ipotesi, il momento creativo per eccellenza che permette
l’avanzamento conoscitivo, la creazione di nuove idee nella
scienza. L’abduzione è inventiva, ha natura iconica, intendendo
per icona un segno che possiede una qualità rappresentativa in
sé in quanto cosa, qualità che la rende atta ad essere un
representamen99. Le icone una volta costituite spuntano dal
flusso della semiosi e offrono nuove prospettive conoscitive,
«mostrando relazioni fra elementi che prima sembravano non
avere nessuna necessaria connessione»100 . In questo modo i
concetti
non
appaiono
come
scatole
chiuse,
ognuna
indipendente dall’altra, ma sono parte di un processo di
elaborazione, interpretazione e fusione continua.
In Pareto i concetti non corrispondono alle idee, che così come
per Durkheim sono soggettive, ma a classificazioni oggettive dei
fatti; come le teorie, dipendono e concordano con essi. Non
H. REICHENBACH (1891-1953), filosofo, membro principale della scuola di
Berlino la quale svolse la sua attività parallelamente al Circolo di Vienna. Sue
opere principali sono: Experience and Prediction. An Analysis of the
Foundations and the Structure of Knowledge (1938); Theory of Probability,
(1935); The Rise of Scientific Philosophy (1951).
98 CHARLES S ANDERS PEIRCE (1839-1914), filosofo statunitense, teorizzatore del
pragmaticismo. Cfr. C. S. PEIRCE, Collected Papers, The Belknap Press,
Cambridge 1965-1967.
99 Cfr. C. S. PEIRCE, Semiotica (trad. it. a cura di M. Bonfantini), § 2.276.
100 C. S. PEIRCE, Semiotica, op. cit., § 1.383. Nelle citazioni da Peirce il numero
del paragrafo si riferisce alla edizione dei Collected Papers citata nella nota
precedente con la seguente convenzione ormai usuale: il primo numero si
riferisce al volume, quello dopo il punto al paragrafo in senso progressivo.
97
54
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
interessa l’essenza della cosa, ci si orienta verso le proprietà che
essa possiede. Per sapere ad esempio, cosa sia la chimica non
dobbiamo sapere cosa è la materia, per poi di conseguenza
conoscere le proprietà chimiche di questa: «Il chimico moderno,
seguendo la via e i modi delle scienze logico sperimentali, studia
direttamente le proprietà chimiche, e da esse ricava proprietà o
astrazioni ancora più generali»
101 .
Grande merito di Pareto sarà quello di porre un’attenzione
particolare al problema del linguaggio nelle scienze. Possiamo
distinguere tra un linguaggio popolare, costituito da preconcetti
e da idee, e uno scientifico che trova il suo fondamento nelle
cose. Quello che preme alla sociologia è stabilire le relazioni tra i
fatti sociali, non conferire nomi alle cose. Le parole sono solite
ingannare,
non
hanno,
specie
quelle
usate
dal
popolo,
precisione. Per questo non bisogna contendere sui nomi, ma
utilizzare solo quelli più precisi, come indicato dalla regola otto
del paragrafo 69. I termini sono arbitrari, sono cartellini per
indicare le cose. «Le scienze sperimentali mirando in modo
esclusivo alle cose, nessun giovamento possono ritrarre dai
vocaboli, mentre ne possono avere danno grande, sia per i
sentimenti che suscitano i vocaboli, sia perché l’esistenza di un
vocabolo può trarre in inganno riguardo alla realtà della cosa
che si crede da essa figurata. e trarre così nel campo
sperimentale
entità
immaginarie
come
sono
quelle
della
metafisica o della teologia»102 .
Le scienze devono quindi creare un proprio linguaggio,
partendo anche dai concetti del linguaggio volgare, ma stando
attenti a ben specificare di questi, il significato: i termini devono
indicare le cose senza alcun tipo di ambiguità. Nell’utilizzare una
101
102
V. PARETO, Trattato..., op. cit., § 92.
V. PARETO , Trattato..., op. cit., § 114.
55
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
parola è necessario: 1)darne una definizione chiara; 2) non
confondere mai la cosa da lui definita con altra diversa che porta
lo stesso nome; 3) mostrare che c’è utilità nell’usare il nuovo
termine103 .
I
vocaboli
indicano
concetti
che
possono
corrispondere o meno ad una cosa: non vi potrà mai essere una
corrispondenza perfetta e assoluta. L’assolutezza non esiste nella
scienza, non è possibile conoscere un fenomeno concreto in ogni
suo particolare e ciò perché possiamo avere solo concetti
approssimati dei fenomeni concreti; difatti, bisogna utilizzare il
metodo delle approssimazioni successive: si deve da prima
ottenere un concetto generale del fenomeno, trascurando i
particolari, visti come perturbazioni e poi considerare questi
particolari,
muovendo
dai
più
importanti
e
procedendo
successivamente verso i meno rilevanti104 .
Se da un lato, rispetto a Durkheim, Pareto considera anche il
singolo elemento, dall’altro anche in questo autore si tende ad
evitare l’individualità insita nel particolare, rivolgendoci alla
ricerca dell’uniformità; la variabilità vista come problema viene
direttamente eliminata, senza cercare di darle una qualche
risoluzione. La scienza è un continuo divenire: le teorie si
susseguono perfezionandosi e avvicinandosi sempre più ai fatti
reali.
Nonostante questa apertura al cambiamento nella scienza,
Pareto
invita
a muoversi
sempre in concordanza con il
paradigma ufficiale e verso la generalità: «preferiremo, tra le
teorie che possiamo scegliere, quella che ha minori divergenze
coi fatti del passato e che meglio ci concede di prevedere i fatti
del futuro, e che inoltre si estende ad un maggiore numero di
103
104
Cfr. V. PARETO, Trattato..., op., cit., § 397.
Cfr. V. PARETO, Trattato..., op., cit., § 540.
56
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
fatti»105 .
Altra nota degna di considerazione per quanto riguarda
questo autore, è lo spazio concesso allo studio dell’azione umana
nella sociologia, specie a quelle non logiche. Queste sono quelle
azioni in cui mezzi e fini non sono uniti logicamente e
rispecchiano il bisogno dell’uomo di ammantare certi atti di una
razionalità che non possiedono. Nell’intraprendere il loro studio
dobbiamo dividerli in due elementi: a) il residuo o parte variabile,
che corrisponde a certi istinti e sentimenti dell’uomo e b) la
derivazione, ovvero la manifestazione del bisogno di logica
presente in ogni individuo che porta a rivestire i residui con
spiegazioni logiche.
Le
derivazioni
metodologico
ci
degli
rinviano
indicatori,
che
all’importante
tratteremo
problema
in
seguito.
Possiamo infatti stabilire un’analogia tra il bisogno dell’uomo di
utilizzare derivazioni e le funzioni latenti106 di R. K. Merton o lo
spazio di attributi latenti107 di P. F. Lazarsfeld. Così come
dobbiamo analizzare le azioni non logiche, senza fermarci alla
loro
apparenza,
analogamente
nella
ricerca
sociale,
non
possiamo fermarci ai primi concetti, o indicatori del fenomeno
considerato, perché facendo così potremmo dare rilevanza alle
parti più superficiali del problema, eliminando o considerando
marginalmente quelle più rappresentative del fenomeno.
I residui ci possono dare un’idea di come l’uomo formi i suoi
concetti nella vita quotidiana, specie se guardiamo all’istinto
delle combinazioni e alla persistenza degli aggregati. L’uomo ha
difatti la tendenza a classificare le cose selezionando determinati
elementi
e
combinandoli
assieme
(per
opposizione,
per
V. PARETO, Trattato..., op. cit., § 106.
Cfr. nota 432.
107 Cfr. nota 433.
105
106
57
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
somiglianza etc.). Una volta formate, tali categorie si radicano a
tal punto nel linguaggio comune, da creare resistenza ad ogni
tentativo di modifica, di cambiamento ad esse.
2.2
Il concetto nella sociologia comprendente: Max Weber
Dovremo aspettare le teorie di M. Weber per cambiare in
buona parte il modo di intendere la sociologia. L’olismo delle
precedenti esposizioni cede il posto all’individualismo: l’accento
non è più posto sulla società come momento unificatore e
superiore al singolo individuo, ma quest’ultimo si pone ora al
centro degli studi. Il realismo, l’idea di un mondo oggettivamente
dato, lascia il passo al costruttivismo, ad un soggetto attivo
capace di contribuire a creare con le proprie azioni un mondo
che non ha più una sola chiave di lettura, ma infinite come i
punti di vista di tutti gli attori.
La centralità dell’individuo era già emersa in quegli anni,
come questione di dibattito con lo storicismo tedesco il quale
stava tentando di conferire uno stato di scientificità alla storia
fino ad allora negato.
W. Dilthey108 attua una divisione tra scienze della natura e
scienze dello spirito; le prime si occupano dei fatti dell’esperienza
esterna, dei fenomeni fisici osservabili in natura soggetti a
spiegazione109
dell’esperienza
scientifica
interna,
(Erklären),
quelli
le
seconde
dell’uomo,
dei
fatti
accessibili
WILHELM DILTHEY (1833-1911), filosofo e storico, esponente di spicco dello
storicismo tedesco. Tra le sue opere principali: Einleitung in die
Geistesswissenschaften (1883); Ideen über eine beschreibende und
zergliedernde Psychologie (1894).
109 Per spiegazione, Dilthey, intende la ricerca di nessi di causalità, di leggi
mediante la formulazione di ipotesi che riguardano il mondo fisico.
108
58
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
immediatamente, proprio in quanto esperienza vissuta, tramite
la
comprensione
(Verstehen110 ).
Quest’ultima
permette
il
riconoscimento della propria esperienza interna, ma anche il
riconoscimento di sé nell’altro. Comprendiamo gli individui per
mezzo dell’intuizione, dell’empatia ovvero con il trasferimento
nella vita spirituale dell’altro. La differenza tra i due tipi di
scienza si costituisce quindi in base ad un diverso modo di
conoscere l’oggetto: da una parte la modalità procedurale di
ricostruzione
mediante
ipotesi
del
fenomeno
da
studiare,
dall’altra un oggetto che si dà subito al ricercatore in quanto
Erlebnis, connessione vivente di tutto un modo di sentire
comune.
W. Windelband111 attua invece una distinzione di metodo: egli
suddivide tra scienze nomotetiche e idiografiche; le prime, le
scienze della natura, si occupano di rintracciare le leggi generali
dei fenomeni, le seconde, le scienze della cultura, sono invece
rivolte allo studio degli eventi singoli e a cogliere l’unicità degli
accadimenti. Quest’ultime si orientano inoltre nel loro studio,
tramite l’uso del riferimento al valore. «La ragione definitiva della
validità universale della conoscenza scientifico-culturale sta nel
suo fondarsi su valori trascendenti e validi universalmente, che
l’etica è in grado di individuare nel contesto della vita storica
dell’uomo»112 . Quest’autore tenterà inoltre di conciliare i due
modi prospettati di fare scienza. Le scienze idiografiche non
possono essere infatti separate da quelle nomotetiche: la
Per comprensione, Dilthey, intende la capacità di cogliere nel mondo
storico-umano, le relazioni di senso dell’altro; ciò è reso possibile dalla
condivisione comune di esperienze vissute che permettono di immedesimarsi,
di stabilire un rapporto empatico con l’altro.
111 WILHELM WINDELBAND (1848-1915), filosofo e storico della filosofia. Opere
principali: Praludien: Aufsatze und Reden zur Einleitung in die Philosophie,
Mohr, Tubingen 1884.
112 E. CAMPELLI, Da un luogo..., op. cit., p. 156.
110
59
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
conoscenza dell’individuale resta in qualche modo legata a quella
delle leggi generali le quali facilitano l’analisi delle prime.
Infine guardiamo al lavoro di H. Rickert:113 questo autore è
tra i tre presentati quello che avrà maggiore influenza sulla
teoria weberiana. Ciò che interessa più all’uomo è poter dire se
qualcosa è vero: la verità è un valore incontestabile e come tale
ci permette una conoscenza oggettiva. «Objective knowledge is
knowledge of those selected facts which everybody wants to
know»114 . È proprio il riconoscimento di un valore culturale e
quindi valido e condiviso, a indirizzarci conseguentemente verso
determinati fenomeni individuali conferendogli significato. È la
relazione al valore che ci permette cioè di attribuire significato ad
alcune singolarità rispetto ad altre conferendogli un rilievo
particolare ed estraendole dal flusso della realtà. «I valori
strutturano la realtà amorfa in forme significanti»115 .
Sono due quindi le direzioni del lavoro scientifico: le scienze
naturali in cui «la realtà diventa natura quando la consideriamo
con riferimento al generale» e le scienze della cultura in cui la
realtà «diventa storia quando la consideriamo in riferimento al
particolare»116 . Il valore ha, nelle scienze della cultura, la
funzione che la legge svolge in quelle naturali: entrambe sono
necessarie e universali.
Rickert pone il problema di quali fatti selezionare nella
scienza e quali tratti di essi devono essere scelti, ovvero il
problema della formazione dei concetti nella ricerca. Vi sono
HEINRICH RICKERT (1863-1936) filosofo e storico tedesco, sue opere
principali sono: Die Grenzen der naturwissenschaftlichen Begriffsbildung: eine
logische Einleitung in die historischen Wissenschaften, Mohr, Tubingen und
Leipzig 1902.
114 T. BURGER, Max Weber’s Theory of Concept Formation, Duke University
Press, Durham 1987, p. 18.
115 E. CAMPELLI, Da un luogo..., op. cit., p. 160.
116 H. RICKERT, Die Grenzen…, op. cit., in E. CAMPELLI, Da un luogo..., op. cit.,
p. 159.
113
60
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
infatti infiniti fatti da considerare. «To the human observer, the
empirical world represents itself as an infinite multiplicity of
qualitatively
and
quantitatively
different
concrete
phenomena»117 .
La selezione avviene tramite un procedimento di astrazione
capace di definire le parti di realtà da considerare essenziali.
Bisogna quindi, che gli scienziati siano concordi sul criterio da
utilizzare; diciamo che lo standard di selezione è legittimato se
riconosciuto come intersoggettivamente valido. Al termine di tale
procedimento astrattivo otteniamo il concetto, ossia una forma
metodologica. Vi sono due principi in base ai quali effettuare la
selezione; il primo porta alla formazione di concetti generali delle
scienze naturali poiché richiede una cernita di quegli elementi
empirici comuni a molti fenomeni concreti. È possibile fornire
una definizione118 che ci indica
quali elementi particolari o
parti, devono presentarsi nel fenomeno concreto per poter
ricadere sotto un determinato concetto generale. «Such concepts
may represent things or relations of cause and effect between
things they are things-concepts and relational concepts»119 . Un
concetto generale è la versione corta, vaga e olistica di cosa una
persona ha in mente quando asserisce una dopo l’altra le
occorrenze di diverse cose in una certa combinazione.
Il secondo criterio di selezione riguarda invece la formazione
dei concetti individuali: non sono più gli elementi comuni ad
interessare, ma la singolarità del fenomeno, la quale viene
selezionata mediante la relazione al valore culturale scelto.
T. BURGER , Max Weber’s..., op. cit., p. 21.
such a concept is defined it is made explicit just what particular
elements or parts have to be present in a specific combination in a concrete
phenomenon for it to be subsumed under the concept», T. BURGER, Max
Weber’s...,op. cit., p. 26.
119 T. BURGER , Max Weber’s...,op. cit., p. 25.
117
118«When
61
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Weber, come accennato precedentemente, riprenderà nella
sua teoria, sottoponendole a rielaborazione, svariate nozioni
rickertiane come: la centralità del valore, quella dell’individuo, la
divisione tra concetti generali e individuali, i due tipi di
conoscenza,
quella
qualitativa
(particolarità)
e
quella
quantitativa (leggi) e il procedimento di astrazione nella selezione
degli elementi empirici.
La conoscenza scientifica per questo autore non rappresenta
mai una copia esatta della realtà, ma è sempre un’immagine
mentale selettiva: «Concrete empirical reality cannot be thought
of as it exists indipendent from the human mind»120 . La realtà
concreta ha un’estensione infinita da cui l’uomo ritaglia
continuamente delle parti orientato da particolari valori. I punti
di vista, da cui il reale è osservabile, sono cioè infiniti; il mondo
storico-sociale è il mondo dei valori, il quale mi permette di
scegliere la porzione di realtà che devo studiare.
Weber traduce il punto di vista come relazione al valore;
quest’ultima ci permette di delineare quei fatti o quegli elementi
che riteniamo degni della nostra considerazione: tale scelta,
effettuata nell’infinità del reale, è il primo passo verso la
costruzione
del
senso.
Ogni
individuo
agendo,
spinto
dall’orientamento al valore, conferisce un senso ai propri atti e
costruisce contemporaneamente il suo mondo. La relazione al
valore121 è anche la prima tappa verso la selezione degli oggetti
che mi permettono di costituire i concetti. Essi possono essere
generali e individuali ma, rispetto a Rickert, tale distinzione non
comporta una netta demarcazione tra i primi, appartenenti alle
scienze naturali e i secondi riguardanti invece le scienze della
T. BURGER , Max Weber’s...,op. cit., p. 61.
Per quanto riguarda la relazione al valore cfr. con M. WEBER, Il metodo...,
op. cit., p. 90; nota 8 a p. 139; p. 337.
120
121
62
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
cultura. In Weber la formazione di generalità non è da bandire
dalla sociologia, ma come in Windelband, è anch’esso strumento
utile di indagine. La comprensione, che permette di indagare sul
senso conferito dagli attori alle proprie azioni e che costituisce la
vera essenza delle scienze sociali, si unisce così alla spiegazione.
«Naturalmente non ne deriva che la conoscenza del generale,
la formazione dei concetti astratti di genere, la conoscenza di
regolarità e il tentativo di formulazione di connessioni legali non
abbiano
nel
campo
delle
scienze
della
cultura
alcuna
giustificazione scientifica. Al contrario, se la conoscenza causale
dello storico è una imputazione di conseguenze concrete a cause
concrete,
l’imputazione
valida
di
qualsiasi
conseguenza
individuale non è possibile in genere senza l’impiego della
conoscenza nomologica cioè della conoscenza delle regolarità
delle connessioni causali»122 . La nostra imputazione sarà tanto
più certa quanto più ci possiamo basare su una buona
conoscenza del generale. Teniamo conto che non stiamo
comunque parlando di connessioni universali, ma adeguate:
siamo nel caso della possibilità e non della necessità. Le
determinazioni di tale generalità inoltre non costituiscono un
fine
per
l’indagine,
ma
un
mezzo
per
raggiungere
la
comprensione dei singoli fenomeni. Una volta scelto, in base alla
relazione al valore, ciò che interessa al nostro studio, iniziando
così a delineare i nostri concetti individuali, dobbiamo passare
alla creazione di un concetto generale: il tipo ideale.
Per ottenerlo è necessaria l’accentuazione unilaterale di
alcuni punti di vista, nonché «la connessione di una quantità di
fenomeni particolari diffusi e discreti, esistenti qui in maggiore e
là in minore misura, e talvolta anche assenti, corrispondenti a
122
M. WEBER, Il metodo..., op. cit., p. 94.
63
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
quei punti di vista unilateralmente posti in luce, in un quadro
concettuale in sé unitario»123 .
Tutto ciò si può configurare come un’elaborazione concettuale
di importanza strategica per la misurazione e la organizzazione
di connessioni individuali significative; non solo: dalle parole
dell’autore traspare l’idea che il tipo ideale non sia solamente
considerabile come una semplice nozione generale, ma che sia
un metaconcetto che collega al suo interno un gran numero di
concetti: individuali e non. Tale formulazione essendo ideale non
è empiricamente rintracciabile nella realtà; essa è solitamente
un modello che ci illustra una situazione possibile in cui l’agire
degli agenti viene prospettato come razionale rispetto allo
scopo.124
L’ideal tipo è un mezzo, non un fine, uno strumento
metodologico per la creazione di ipotesi125 ; dopo aver misurato la
distanza
o
meno
del
modello
prospettato,
dalla
realtà,
procederemo imputando un maggiore peso ad alcuni fatti
rispetto
ad
altri.
Weber
utilizza
il
metodo controfattuale
esprimibile con la formula: se non x (dove x è un determinato
fatto),
allora...
Distinguiamo
quindi
a
seconda
del
peso
dell’evento che è stato modificato nel fenomeno, un’imputazione
causale adeguata o accidentale126 . Se in assenza del fatto il
processo è mutato in modo considerevole, allora saremo nel caso
di una causazione adeguata. «L’analisi causale dell’agire di una
persona procede logicamente [...] e cioè mediante un processo di
isolamento, di generalizzazione e di costruzione di giudizi di
M. WEBER, Il metodo..., op. cit., p. 108.
Per cfr. M. WEBER, Economia e società, (trad. it.) Comunità, Milano 1999,
cap. 1.
125 M. WEBER, Il metodo..., op. cit., p. 108.
126 M. WEBER, Il metodo..., op. cit. p., 228.
123
124
64
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
possibilità127 ». Quest’ultima implicherà la conferma delle mie
ipotesi e quindi della costruzione idealtipica, ossia la spiegazione
e
il
raggiungimento
di
un
intendere
esplicativo128 :
la
comprensione dell’agire dei nostri attori.
Il mondo weberiano appare ai nostri occhi, non come
un’oggettività da catturare tramite la creazione ad hoc di una
metodologia appropriata, ma come un mondo di possibilità che
di volta in volta emerge a seconda del taglio effettuato dagli attori
nel flusso della vita. «Non si può concepire una conoscenza di
processi culturali se non sul fondamento del significato che ha
per noi la realtà della vita, sempre individualmente atteggiata in
determinate relazioni particolari»129 . Il materiale di ricerca non
viene estratto direttamente dagli oggetti del mondo. Lo studioso
non può prescindere, nell’orientarsi nel suo studio, dai valori
culturali che condivide con gli altri uomini e che riflettono il
mezzo di selezione della realtà. «La cultura è una sezione finita
dell’infinità priva di senso del divenire del mondo alla quale è
attribuito senso e significato dal punto di vista dell’uomo»130 .
M. WEBER, Il metodo..., op. cit. p., 220.
«L’intendere può designare : 1) l’intendere attuale del senso intenzionato di
un’azione (e così pure di una manifestazione). – In questo modo, per esempio,
«intendiamo» attualmente il senso della proposizione «2 x 2 = 4» quando la
sentiamo o la leggiamo (comprensione attuale razionale di determinati
pensieri), oppure uno scoppio di collera che si esprima nell’aspetto del volto,
in interazioni, in movimenti irrazionali (comprensione attuale irrazionale di
affetti), oppure l’atteggiamento di un taglialegna, o di chiunque afferri la
maniglia per chiudere la porta, o si accosti ad essa con l’arma in mano
(comprensione attuale razionale di azioni); 2) L’intendere esplicativo. – In
questo modo «intendiamo» in base ad una motivazione quale senso attribuisca
all’aver compiuto un atto del genere proprio adesso, e in questa connessione,
colui che ha pronunciato o scritto la proposizione «2 x 2 = 4», quando lo
vediamo occupato in un calcolo commerciale, in una dimostrazione
scientifica, in una misurazione tecnica, o in un’altra azione nel cui ambito «si
inserisce» questa proposizione, secondo il suo senso a noi comprensibile –
rientrando così in una connessione di senso che ci è intelligibile
(comprensione razionale della motivazione)». M. WEBER, Economia e società,
op. cit., pp. 7-8.
129 M. WEBER, Il metodo delle..., op. cit., pp. 95-96.
130 M. WEBER, Il metodo..., op. cit., p. 96.
127
128
65
L. VERNIANI,
L’oggettività
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
della
scienza
risiede nel fatto
che
chiunque
assumerà il mio punto di vista potrà raggiungere i miei stessi
risultati.
Il concetto di idealtipo è pur sempre una classificazione di
tratti; la generalità e l’uniformità sono sempre un elemento
indispensabile: anche in Weber. Si avverte sempre la necessità di
connessioni causali generali per l’analisi dei fenomeni anche se
queste da finalità divengono mezzo di conoscenza. Il bisogno di
avvicinarsi ai canoni classici della scienza non viene a cadere.
Dall’altra parte Weber ha avuto la grande capacità di evitare di
parlare di un linguaggio scientifico come entità autonoma. I
concetti non sono precisi: il lavoro delle scienze della cultura
prevede una continua trasformazione delle nozioni con cui
cerchiamo di penetrare la realtà. Se ignoriamo gli infiniti punti di
vista e l’infinità dei significati volendo creare concetti ben
definiti, la scienza dovrà poi mutare la propria impostazione ed il
proprio apparato concettuale. I concetti variano perché i nostri
sistemi di riferimento o le coordinate all’interno di essi, mutano;
i valori cambiano spesso entrano in conflitto: non tenere conto di
ciò è permettere che la scienza rimanga imbrigliata nelle
definizioni che essa stessa ha creato.
Il riferimento al valore non è come in Rickert qualcosa di
universale, di incondizionato, ma «espressione di un interesse
conoscitivo orientato» appunto in base a valori «che sono assunti
in virtù di una scelta»131 . Non è possibile creare un sistema di
valori fisso «l’assunzione di un valore come criterio direttivo della
ricerca è sempre una scelta storicamente condizionata»132 .
131
132
M. WEBER, Il metodo..., op. cit., p.139.
M. WEBER , Il metodo..., op. cit., p. 140.
66
L. VERNIANI,
2.3
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Il concetto in Talcott Parsons
Nonostante evidenti divergenze, Parsons, in una delle sue
opere principali, tenterà di dar vita ad un assetto teorico unitario
in campo sociologico cercando una conciliazione tra autori di
diversa matrice quali Weber, Pareto e Durkheim. Effettivamente
la teoria parsonsiana costituirà una pietra angolare per molti
decenni nell’ambito della sociologia nord americana. La visione
atomistica weberiana verrà abbandonata a favore di una teoria
pervasa dall’idea di sistemi organizzati in equilibrio, aventi come
strumento regolativo la norma e la sanzione ed in cui svolge un
ruolo chiave la nozione di funzione. La posizione epistemologica
di quest’autore è realistica: esiste il mondo esterno della realtà
empirica.
La scienza è configurata come un grande metasistema in cui
ogni cosa è definita nei minimi termini. La teoria scientifica è un
corpo di concetti generali che si riferiscono a dati empirici in
relazione logica. Vi deve essere corrispondenza tra la teoria e i
fatti133 affinché la prima sia corretta; ciò non esclude che anche
la teoria svolga un ruolo importante nell’orientamento della
ricerca e nella determinazione dei dati. «Il corpo di teoria
esistente ad un determinato momento costituisce, in minore o
maggior grado, un sistema integrato [...] Ogni sistema di teoria
ha
una
struttura
logica
determinata»134
Quest’ultima
affermazione ci dice che le proposizioni enunciate sono collegate
l’una all’altra, non perché riducibili, ma perché un cambiamento
in qualsiasi punto del sistema (dovuto ad una nuova conoscenza
Parsons definisce il fatto come una proposizione circa i fenomeni, esposti
nei termini di uno schema concettuale, cioè rilevanti per il sistema teorico
adottato. Per fenomeno si intende invece entità concrete realmente esistenti.
T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p. 81.
134 T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p.47.
133
67
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dei fatti) provoca mutamenti nelle restanti parti; detto in altro
modo, il sistema teorico è logicamente chiuso. Si intravede l’idea
di sistema sociale come un tutto interrelato: un sistema che
tende ad assestarsi in base a quelle che sono le definizioni date:
il mutamento è avvertito come una minaccia per l’esistenza della
struttura. Il cambiamento è sempre all’interno di un paradigma;
si ammette la possibilità di un crollo delle precedenti nozioni a
seguito della critica della teoria e della nuova verifica empirica,
ma è una possibilità appena accennata così come lo sarà quella
di devianza e di disordine all’interno dell’assetto sociale.
Si può parlare di scienza solo se le nozioni che possediamo
non sono frammentarie, ma integrate in un sistema teoretico
determinato,
in
uno
schema
concettuale
assunto
le
cui
proposizioni devono avere riferimento empirico nei fenomeni
reali. Lo schema concettuale è il mezzo che ci indirizza nella
ricerca, con cui cioè scegliamo i nostri oggetti di studio,
lasciandone in ombra altri. Parsons chiama queste zone di
oscurità, categorie residue; esse racchiudono quei fatti che non
sono stati definiti positivamente, ma a cui sono state date
definizioni generiche in negativo, ovvero: «fatti conosciuti come
esistenti, che sono anche più o meno adeguatamente descritti,
ma sono caratterizzati teoricamente dall’impossibilità a farli
rientrare nelle categorie positivamente delimitate del sistema»135 .
Un esempio di ciò è citato da Parsons stesso, il quale indica136
come categoria residua la nozione di azione non logica paretiana.
Questi concetti nel momento in cui riusciamo a conferirgli una
definizione precisa, rappresentano il mezzo con cui effettuare
trasformazioni nel sistema teoretico; le precedenti nozioni
saranno rielaborate in maniera diversa e prenderanno in genere
135
136
T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p. 58.
Cfr. T. PARSONS, La struttura..., op. cit., nota 19 p. 58.
68
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
forma di caso speciale del nuovo. La scienza progredisce
traducendo
e
fagocitando
le
zone
di
ombra
all’interno
dell’impianto teorico. Tutto deve essere sistemato all’interno di
quella macro categoria che è il sistema scientifico: tanti strati
contenuti in strati più ampi.
Parsons afferma che «non esiste alcuna conoscenza empirica
che non sia, in qualche modo e in una certa misura, formata
attraverso concetti»137 . I dati sensibili dell’esperienza vengono
catturati tramite un processo di astrazione metodologica.
Scendendo più nei dettagli, possiamo individuare tre tipi di
concettualizzazioni a seconda del grado di generalità che
presentano. Innanzitutto abbiamo il già menzionato schema138
concettuale, una macro categoria che permette di circoscrivere la
descrizione dei fatti empirici, della realtà esterna, in determinati
ambiti ordinandoli selettivamente. I medesimi fatti possono
essere esposti in termini di uno o più di questi schemi, a
seconda del nostro scopo scientifico: «essi sono collegati l’un
l’altro non soltanto nel senso che uno costituisce un caso più
limitato o particolare di un altro, ma nel senso che interferiscono
l’uno con l’altro»139 . La funzione scientifica di uno schema di
riferimento descrittivo è di rendere possibile la descrizione dei
fenomeni, in modo tale da distinguere i fatti riguardanti tali
fenomeni (i quali devono essere rilevanti) al fine di fornire una
spiegazione in un determinato sistema teorico140 . Dall’insieme
delle
formulazioni
empiriche
scegliamo
cioè,
quelle
più
significative entro tale schema: tale processo per Parsons dà
origine a quella che Weber definisce individualità storica, senza
T. PARSONS, La struttura..., op. cit.,
Parsons utilizza la parola schema
tale termine un elenco di elementi.
139 T. PARSONS, La struttura..., op. cit.,
140 Cfr. T. PARSONS, La struttura..., op.
137
138
p. 68.
in senso kantiano ossia intendendo con
p. 70
cit., p. 786.
69
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
curarsi del fatto che la scelta dei dati in Weber avviene tramite
una relazione a valori che sono culturali e non tramite schemi
teorici precostituiti.
Esempi di tali schemi di riferimento possono essere la
struttura spazio temporale della meccanica classica oppure,
nelle
scienze
sociali,
quello
della
domanda
e
dell’offerta
economica: quest’ultimo a sua volta, è considerabile come un
sotto-schema di quello dell’azione.141 Una volta determinato
l’oggetto
di
interesse
scientifico
in
base
allo
schema
di
riferimento dovremmo darne spiegazione; questo avviene tramite
l’introduzione di altri due tipi di concetti: quelli di parte o unità e
quelli analitici.
Se il concetto si riferisce alla parte, ciò può avvenire in due
modi:
a) la parte in questione è “meccanica” cioè può essere
indipendente da tutti gli altri elementi dell’insieme di cui fa parte
e quindi essere suscettibile di osservazione singolarmente, senza
veder mutare le sue proprietà se sottratta alla totalità;
b) la parte considerata è organica ossia non può essere
separata dall’insieme di appartenenza, perché è la totalità del
rapporto tra gli elementi a determinare le proprietà delle parti.
Tali sistemi presentano delle proprietà emergenti, proprietà
«che variano in valore, nella realtà empirica indipendentemente
dalle proprietà elementari»142 .
Questi concetti, oltre a dover essere ben definiti e ad avere
un’identificazione
empirica
come
parti
reali
di
un
unico
fenomeno concreto, devono muovere verso la creazione di
141
142
Cfr. T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p. 69.
T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p. 73.
70
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
generalizzazioni empiriche143 . Possiamo infatti riunire le parti in
comune a diversi fenomeni e studiarne il comportamento in
circostanze date.
La parte viene assunta da questo autore, per esigenze
prettamente teoriche, come l’ultima unità d’analisi. Parsons
ritiene infatti, che per i fenomeni organici, unità troppo
elementari corrispondono a concetti più astratti e vuoti. La
singolarità è vista cioè come sinonimo di semplicità e quindi
scartata in quanto priva di contenuto d’analisi.
Infine il terzo tipo di concettualizzazione, come accennato
precedentemente, è quello analitico144 il quale presuppone il
concetto di parte. Una volta determinate le unità del fenomeno,
dovremmo guardare anche alle loro qualità generali. Ogni parte
può
essere
descritta
tramite
la
combinazione
di
questi
attributi145 . L’elemento analitico è un’astrazione che si riferisce
ad una proprietà generale; ciò che osserviamo realmente di essa
è il suo particolare valore nel determinato caso. Dalle parole
dell’autore vediamo emergere una corrispondenza tra la parte e il
concetto nell’indagine metodologica e tra gli elementi analitici e
le proprietà traducibili in variabili.
Parsons attua una divisione tra scienze storiche e analitiche.
Quest’ultime si riferiscono ad un sistema chiuso di teoria non
traducibile in termini di un altro sistema; a loro volta le scienze
analitiche possono essere sistemi naturali o di azione: entrambi
riguardano processi che avvengono nel tempo, ma mentre i
Per generalizzazione empirica Parsons intende gli enunciati generali circa il
comportamento possibile o probabile di tali parti, concrete o ipoteticamente
concrete, di fenomeni concreti o di combinazioni di essi, in date circostanze
tipiche. T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p. 74.
144 Per concetto analitico si intende l’insieme di attributi generali dei fenomeni
concreti rilevanti entro un dato schema di riferimento e a certe loro
combinazioni. T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p. 74.
145 In questa nozione di parte come combinazione di attributi, potremmo
vedere un’analogia con lo spazio di attributi di Lazarsfeld.
143
71
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sistemi naturali esprimono nel loro schema di riferimento il
tempo in funzione dello spazio, quelli d’azione guardano il tempo
in relazione al rapporto mezzi-fini. «Ogni teoria scientifica
conosciuta implica l’uno o l’altro di questi due schemi di
riferimento fondamentali, cioè lo schema fisico spazio-temporale
o quello dell’azione mezzi-fini»146 Questi due sistemi vengono
integrati da un terzo: quello culturale il quale non comporta
processi, dato che ai suoi oggetti non può essere applicata la
categoria del tempo e che solo le sue manifestazioni simboliche
possono essere colte mediante osservazione esterna.
La struttura sociale deve essere studiata principalmente in
termini di teoria dell’azione; essa vede coinvolti quattro tipi di
sistemi: quello culturale, quello sociale, quello biologico e quello
della personalità. Parsons privilegia nella sua analisi il concetto
di unità: i rapporti strutturali reciproci tra le parti sono alla base
dei sistemi concreti d’azione i quali comprendono tutti i
fenomeni suscettibili di descrizione secondo lo schema di
riferimento dell’azione. Quest’ultimo deve pertanto permettere di
ricondurre e analizzare i fenomeni in termini di parti. L’unità
fondamentale del sistema d’azione è l’atto elementare. Esso
richiede: 1) un attore; 2) un fine; 3) una situazione iniziale
analizzabile in base a due tipi di elementi: quelli su cui l’attore
non può influire per il raggiungimento dei suoi fini (condizioni) e
quelli che invece può controllare (mezzi); 4) un orientamento
normativo147 nella scelta dei mezzi alternativi per un dato fine.
L’elemento normativo è quello che dà concretezza al fine. Lo
schema concettuale deve tener conto inoltre che un atto è
T. PARSONS, La struttura..., op. cit., p. 814.
Per orientamento normativo Parsons vuole indicare un processo di
comportamento da realizzarsi in conformità ai principi delineati nel sistema
normativo. T. PARSONS, La struttura..., op. cit. p., 132.
146
147
72
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sempre un processo nel tempo: il concetto di fine implica infatti,
un riferimento al futuro.
Abbiamo quindi degli attori motivati, orientati verso certi fini,
ma che devono sottostare a determinate condizioni, definite a
loro volta dalle aspettative normative, prima di ottenere una
qualsiasi gratificazione. Per classificare meglio il modo in base in
cui l’attore agisce, Parsons introduce il concetto analitico di
variabile strutturale: «una dicotomia nella quale l’attore deve
scegliere una parte, prima che si definisca in lui il significato
della situazione data: prima, dunque, che egli possa agire in
modo conseguente a quella situazione148 ».
La teoria parsonsiana è una costruzione circolare avente lo
scopo di giustificare l’ordine e l’equilibrio dei sistemi. Tutto
all’interno di essi deve essere funzionale149 e sempre per questo
motivo è fondamentale costituire un sistema teorico-concettuale
che
soddisfi
tale
esigenza.
Parsons
ingabbia
la
realtà,
comprimendola all’interno di contenitori, di concetti che sono
solo categorie e sottocategorie rese applicabili tramite definizioni
ben formate. I concetti sono così creati in funzione della teoria e
nel contempo formano quest’ultima; una volta istituite, queste
chiavi di lettura diventano schemi normativi gerarchizzati che
orientano l’osservazione e che permettono di soddisfare le
aspettative del livello teorico.
I concetti sono quindi strumenti ad hoc concepiti per il
raggiungimento di uno scopo che è quello del mantenimento
dell’ordine e dell’equilibrio150 all’interno dei vari sistemi. In
R. A. WALLACE, A. WOLF, La teoria sociologica contemporanea, (trad. it.) Il
Mulino, Bologna 1994 p. 43.
149 Per funzionale vedere nota 71.
150 Per Parsons «[L’equilibrio sociale è] un concetto secondo cui la vita sociale
possiede une tendenza ad essere e rimanere un fenomeno integrato a livello
funzionale di modo che ogni mutamento in una parte del sistema sociale porti
148
73
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
questo autore il fine giustifica il mezzo: l’ordine viene anzitutto e
in nome di una cieca e immotivata fiducia in esso, vengono
ignorate le eventuali anomalie, le disfunzioni. La diversità deve
essere soppressa, ignorata; non si guarda alle perturbazioni del
sistema come ad innovazioni, esse rappresentano solo rumore,
neanche degno di nota, nei processi strutturali.
L’attore sociale è nel suo agire guidato da regole e aspettative
di ruolo che lo sovrastano. Al sistema culturale si guarda come
produttore di simboli normativi, capaci di mantenere il controllo
e la coesione sociale, non si pensa ad esso come prodotto di ogni
singolo individuo impegnato nella costruzione del suo mondo.
Come invece fa notare Weber, non esiste cultura senza
individuo: il concetto di cultura è un concetto di valore e difatti,
‹‹Il significato della configurazione di un fenomeno culturale,
nonché il suo fondamento, non può però essere derivato, fondato
e reso intelligibile in base a nessun sistema di concetti legali, per
quanto completo esso sia, poiché esso presuppone la relazione
dei fenomeni culturali con idee di valore»151 .
2.4
Il concetto nella fenomenologia: Alfred Schütz
La linea sostenuta da Weber troverà ampio respiro nella teoria
fenomenologica di A. Schütz, il quale riprenderà a parlare del
mondo sociale in termini di continue costruzioni di senso, messe
in atto dall’agire dei singoli individui. Il problema del senso
acquisterà uno spessore ancora maggiore in questo autore il
con sé aggiustamenti in altre parti del sistema. Il mutamento iniziale crea uno
squilibrio, ma avviene un assestamento funzionale delle parti al fine di
ricostruire un sistema integrato, messo a punto e relativamente stabile» G. A.
THEODORSON, A. G. THEODORSON (a cura di), A modern Dictionary of Sociology,
in R. A. WALLACE, A. WOLF, La teoria sociologica..., op. cit., p. 51.
151 M. WEBER, Il metodo..., op. cit., p. 90.
74
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
quale ne darà una formulazione che si distacca in parte, dalla
precedente concezione weberiana.
Il significato è «il nome di una determinata direzione-dellosguardo su un vissuto proprio, vissuto che noi, vivendo
semplicemente nel decorso della durata, possiamo “mettere in
rilievo” su tutti gli altri vissuti come “ben delimitato” solo in un
atto
riflessivo»152 .
La
coscienza
è
un
fluire
continuo
di
esperienze; essa non è mai vuota, ma sempre intenzionale: non
esiste una realtà in sé, ma solo la nostra esperienza di una
determinata
realtà.
intenzionalmente
Nel
verso
momento
qualcosa,
in
non
cui
ci
facciamo
rivolgiamo
altro
che
focalizzare la nostra attenzione verso un determinato oggetto del
flusso della coscienza, compiendo un atto di riflessione: la cosa
in
questione
viene
come
fatta
emergere
in
superficie,
estrapolandola da un divenire uniforme per renderla un oggetto
avente dimensioni spazio-temporali definite.
Il tempo è uno degli elementi essenziali posto in luce da
questo autore e la riflessione su di esso sarà anche la base per la
critica sul senso rivolta a Weber. Quest’ultimo avrebbe, secondo
Schütz, presentato la questione trascurando elementi essenziali,
ad esempio, non attuando una distinzione tra actio, ovvero l’agire
nel suo compiersi e l’actium, ossia l’azione compiuta. «L’agire non
è l’anonimo atto avvenuto, ma è una serie di vissuti che si
organizzano nel decorso concreto e individuale della coscienza
dell’attore»153 ; quest’ultima è legata al tempo in quanto, nel corso
dell’agire, si ha la progettazione, la strutturazione di ciò che
verrà attuato, ma in ogni momento in cui il soggetto struttura le
proprie esperienze in vista dell’azione, egli cambia, non è mai lo
A. SCHÜTZ, La fenomenologia del mondo sociale, (trad. it.) Il Mulino,
Bologna 1974, p. 59.
153 A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 56.
152
75
L. VERNIANI,
stesso
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dell’attimo
precedente
poiché
si
arricchisce
continuamente di nuovi vissuti. Il senso dell’agire è dato proprio
dal progetto154 che si va costituendo nel corso del tempo. «La
struttura significativa muta con l’adesso e così, di volta in volta
presente a partire dal quale viene effettuata l’osservazione. La
struttura concettuale del significato inteso porta sempre l’indice
dell’adesso-e-così di volta per volta presente dell’interpretazione
significativa»155 . Le contingenze dei momenti portano il soggetto
a muoversi su un sistema di coordinate spazio-temporali
assumendo di volta in volta il punto zero; uno stesso vissuto
subisce sempre modificazioni di significato a seconda del
momento in cui gli viene rivolto lo sguardo: il significato
scaturisce da un continuo processo di autointerpretazione delle
esperienze vissute. «Ogni giorno i vissuti subiscono mutamenti
di significato a seconda del punto temporale in cui si collocano
rispetto all’adesso attuale, in cui si compie il ricordo di quei
vissuti»156 .
Altra distinzione che Weber tralascia di delineare è quella tra
significato
soggettivo
e
obiettivo;
il
primo
è
conoscibile
interamente solo da colui che pone in essere l’azione, un
qualsiasi interlocutore o un osservatore potrà tentare di
ricostruirlo, ma senza mai raggiungerlo completamente: essi
cercheranno allora di comprendere i vissuti del mondo esteriore
mediante schemi di interpretazione.
La nostra conoscenza del mondo non ci è data in modo
immediato; essa comporta la creazione di costrutti tramite
processi di astrazione e di generalizzazione. «Tutti i fatti sono fin
Un progetto è un vissuto di fantasia in cui cioè viene fantasticata l’azione
modo futuri exacti come già compiuta, in un punto temporale in cui essa non è
ancora compiuta. Cfr. A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 90.
155 A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 91.
156 A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p.104.
154
76
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dall’inizio selezionati da un contesto universale dalle attività
della nostra mente. Pertanto vi sono sempre fatti interpretati»157 .
Ci è possibile cogliere solo determinate parti della realtà:
scegliamo quelle più rilevanti per noi e per la nostra vita,
selezioniamo
cioè pragmaticamente
attribuzione
di
importanza.
in
Schütz
base
a
sistemi
riprende
da
di
E.
Husserl158 l’idea di sintesi. Per questo autore i concetti sorgono
dall’esperienza percettiva tramite processi di sintesi passive: il
soggetto deve essere in grado di andare oltre i differenti modi di
presentarsi di uno stesso oggetto nei suoi dati sensoriali,
sintetizzando quest’ultimi in un contenuto, il noema159 , messo in
luce dalla noesi, dal modo cioè in cui mi rivolgo ad esso.
Possiamo però anche avere una genesi attiva la quale si basa
sulla
creazione
di
condensazioni
ancor
più
complesse,
utilizzando come materiale di costruzione le sintesi passive.
Per Schütz i concetti si costituiscono in base alla sintesi delle
varie fasi esperenziali chiamate atti politetici, che possono essere
colte unitariamente come atti monotetici160 . Tramite sintesi
continue di molteplici esperienze si costruisce un oggetto di
esperienza di cui dovremo tener conto dei suoi aspetti sempre
nuovi. Tali sintesi potranno poi essere condensate ulteriormente
in altri atti politetici che daranno vita a sintesi di ordine
superiore e creeranno nuove strutture categoriali rette da nessi
di significato. «Diciamo dei nostri vissuti dotati di senso V1,
A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 5.
E. HUSSERL filosofo tedesco, padre della fenomenologia; le sue opere
principali sono: Philosophie der Arithmetik (1891); Logische untersuchungen
(1900-1901); Ideen zu einer reinen Phänomenologie und Phänomenologischen
Philosophie (1913); Méditation Cartesiennes (1931); Die Phänomenologie und
die Fundamente der Wissenschaften (1952).
159 Non bisogna confondere il noema con l’oggetto; esso è infatti la maniera in
cui l’oggetto entra nel nostro campo d’esperienza.
160 Per un approfondimento sulla trattazione degli atti politetici e monotetici
vedere, A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., cap. 2, par. 5, 8, 9.
157
158
77
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
V2...Vn che essi stanno in un nesso significativo, se questi vissuti
in atti articolati politeticamente si costituiscono in una sintesi di
ordine superiore e se noi possiamo coglierli con uno sguardo
monotetico come un’unità costituita»161 . Le sintesi di ordini
superiori permettono di costituire dei sistemi ordinati mediante i
quali interpretare i nostri vissuti e quelli altrui: «l’interpretazione
è dunque la riconduzione di ciò che è sconosciuto a ciò che è
conosciuto, di ciò che è colto con rivolgimenti attenzionali agli
schemi d’esperienza»162 . Ma questi schemi non sono strutture
rigide come le concettualizzazioni parsonsiane: ogni vissuto può
far parte di più di uno di essi.
Ogni interpretazione del mondo si basa su precedenti
esperienze nostre, o trasmesseci163 ed esse sono a nostra
disposizione come tipiche; il mezzo con il quale vengono
trasmesse le conoscenze tipizzate sono il vocabolario e la sintassi
del nostro linguaggio. Ogni nome comporta una tipificazione:
mette difatti in relazione un particolare oggetto di cui abbiamo
avuto esperienza, con altri percepiti precedentemente e aventi
struttura analoga. Il bisogno di riunire all’interno di categorie
certi aspetti della nostra vita è dettato da motivi pragmatici:
conferiamo nomi a ciò che riteniamo rilevante poter comunicare,
a ciò che ci appare importante nel condurre la nostra esistenza.
Il mondo è infatti un mondo intersoggettivo di cultura.
«Intersoggettivo perché viviamo in esso come uomini tra gli
uomini [...] di cultura perché, fin dall’inizio il mondo della vita
quotidiana è per noi un universo di significato, una struttura di
significati che dobbiamo interpretare per individuare le nostre
A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 107.
A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 120.
163 L’esperienza trasmessa socialmente fa parte di un processo che Schütz
chiama socializzazione genetica, cfr. A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p.
14.
161
162
78
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
possibilità di azione nel suo ambito e per giungere a patti con
esso»164 . Le nostre concettualizzazioni di vissuti possono essere
quindi tipizzate cioè essere viste come classificazioni basate su
caratteri generali e su cui vige un comune accordo, ma ogni
individuo può attribuire a queste generalizzazioni caratteristiche
specifiche: si ha cioè un nucleo centrale a cui aggiungere delle
frange165 .
Un
concetto
espresso
al
massimo
della
sua
generalizzazione presenta anche il maggior grado di anonimità e
una più elevata oggettività di significato; è questo il caso, ad
esempio,
dei
costrutti
istituzionalizzati
come
norme
di
comportamento.
Le specificazioni individuali invece, dipendono dalla biografia
di ogni singola persona, dal bagaglio esperienziale che costei
porta appresso; in tal modo Schütz dà spazio alla singolarità
innovatrice, ad elementi unici, facenti parte di un significato
soggettivo, attribuito da ogni attore alle cose, che presentano
un’estrema variabilità perché non riconducibili a schemi e
quindi sfuggenti all’ordine costituito.
Come precedentemente detto, il senso attribuito ai nostri
vissuti è soggetto a modifica continua perché il tempo agisce
trasformando le nostre esperienze; non possiamo nemmeno
avere corrispondenza tra i significati di esperienze appartenenti
ad individui diversi: la situazione biografica di ognuno di noi
determina un diverso sistema di rilevanze166 che non può mai
coincidere. La capacità di cogliere l’altro direttamente e di
A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 11.
Il concetto di frangia viene mutuato da W. James, cfr. W. J AMES, Il flusso
di coscienza cap. IX e X, da I principi di psicologia, Mondadori, Milano 1998, p.
74.
166 Per sistema di rilevanze intendiamo un criterio di attribuzione di
importanza: «noi volgiamo il nostro interesse a quelle esperienze che per un
motivo o l’altro ci sembrano rilevanti nei confronti dell’insieme totale della
nostra situazione così come ne facciamo esperienza in ogni specifico
presente». A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 256.
164
165
79
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
avvicinarci ai significati che ci comunica, dipende inoltre dalla
provincia finita di significato167 in cui ci troviamo. Il mondo della
vita quotidiana è per Schütz quello fondamentale in cui si
costituisce l’intersoggettività: specie nel mondo sociale-ambiente
possiamo fare conoscenza dell’altro e dei suoi vissuti in modo
diretto; in esso possiamo verificare l’intersoggettività, l’esistenza
dell’alter-ego, ovvero l’esistenza di esseri umani che percepiscono
il mondo come lo percepisco io. Possiamo infatti fare conoscenza
dell’altro che è fisicamente presente dinanzi a noi e coglierne i
vissuti in modo diretto, afferrare il suo flusso di coscienza, non
tramite un procedimento empatico, ma trasferendo l’esperienza
di noi stessi nell’altro, dando per assodato che condividiamo un
analogo sistema concettuale. Ciò è possibile perché i due flussi
di coscienza sono dati contemporaneamente168 . Afferma Schütz,
riprendendo la teoria bergsoniana: il tu è contemporaneo all’io.
«Attribuisco al tu un ambiente che trae i caratteri, con i quali
viene appreso, dal mio adesso e così e presuppongo che i
contenuti trascendenti degli atti dell’io e del tu, in un ora qui e
così dati, siano rigorosamente identici»169 . Non ci è dato di
sapere senza dubbio se i vissuti colti nell’altro, a cui, quindi,
rivolgiamo un atto riflessivo, siano anche per il Tu in relazione,
oggetto della stessa attenzione riflessiva, ma ogni attore deve
comunque tentare di avvicinarsi al senso soggettivo delle azioni
Con provincia finita di significato Schütz chiama un insieme di esperienze
con specifico stile cognitivo coerente rispetto a questo stile di per sé e
compatibile con gli altri insiemi. A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 203.
168 «J’appelle “contemporaines” deux flux qui sont pour ma conscience un ou
deux indifféremment, ma conscience les percevant ensemble comme un
écoulement unique s’il lui plâit de donner un acte indivisé d’attention, les
distinguant au contraire tout au long si elle préfère partager son attention
entre eux, faisant même l’un et l’autre à la fois si elle décide de partager son
attention et pourtant de ne pas la couper en deux». E. BERGSON, Durée et
simultanéité. A propos de la théorie d’Einstein, Parigi, 1923, p. 66, cit. in A.
SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 146.
169 A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 149.
167
80
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
altrui. Una volta individuato il senso oggettivo tramite l’uso delle
tipizzazioni, dovremo rivolgerci al vissuto particolare: solo così
possiamo parlare di comprensione. Il Verstehen è un processo
interpretativo in cui «il particolare segno o oggetto, considerato
indice di un vissuto di coscienza, viene posto in relazione al
contesto soggettivo del suo produttore»170 . Nel momento in cui i
due flussi si coordinano e si co-determinano in una serie di
riferimenti reciproci di esperienze abbiamo una relazione legata
al Noi. Ognuno entra nella relazione con l’altra parte portando i
suoi schemi tipici di riferimento, compresi quelli relativi all’altro.
«Nel costruire il suo discorso e nel rivolgerlo a me, non solo si
aspetta di essere correttamente interpretato, ma tende a
produrre modificazioni attenzionali nel mio vissuto, a suscitare
delle risposte: l’anticipazione della risposta diviene così un
elemento costitutivo del suo progetto di azione»171 .
Nel mondo della scienza le cose stanno diversamente. Le
scienze naturali si muovono in un campo di indagine selezionato
dall’osservatore, ma in cui fatti ed eventi non sono già stati
interpretati. Diversamente avviene per l’osservatore del mondo
sociale il quale si trova a fronteggiare una realtà già strutturata
concettualmente. Fatti ed eventi da trattare hanno subito infatti
la selezione e l’interpretazione da parte degli attori sociali
divenendo costrutti di senso comune, usati abitualmente nel
mondo della vita quotidiana. Lo scienziato deve quindi lavorare
su tali oggetti di pensiero e su di essi costruire i suoi concetti: si
ottengono in tal modo i cosiddetti costrutti di secondo grado.
Questi sono «costrutti dei costrutti fatti dagli attori sulla scena
L. MUZZETTO, Sviluppi della sociologia post-weberiana, in M. A. TOSCANO (a
cura di),Introduzione alla sociologia, Franco Angeli, Milano, 1996, p. 250.
171 L. MUZZETTO, Fenomenologia, Etnometodologia, Franco Angeli, Milano,
1997, p. 212.
170
81
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sociale, il cui comportamento lo scienziato osserva e cerca di
spiegare in
accordo
con le
regole procedurali
della
sua
scienza»172 .
La visione dell’osservatore non può coincidere con quella del
senso comune poiché ci muoviamo in due province di significato
distinte, con criteri di rilevanza differenti. Il sociologo deve
cercare di raggiungere il senso dell’attore tramite costruzioni
idealtipiche. Per raggiungere tale obiettivo, egli individua un
possibile problema da studiare e sceglie in base a criteri di
rilevanza fatti ed eventi del mondo sociale creando attorno ad
essi degli schemi di comportamento tipici. «Ogni tipificazione
consiste nel rendere uguali i tratti rilevanti per lo scopo
particolare che si vuole raggiungere, e per il quale il tipo è stato
formato, e nel trascurare quelle differenze individuali degli
oggetti tipificati che sono irrilevanti per tal fine»173 . Lo scopo è
dettato dal nostro interesse: è il sistema di attribuzione di
importanza a dirci in quella determinata situazione, gli elementi
da assumere come tipicamente uguali o diversi. Si creano delle
marionette, in cui i modelli di azione tipica vengono attribuiti a
un tipo personale174 con mete tipiche, nozioni tipiche e coscienze
fittizie, rilevanti per il problema in esame. Lo scienziato
determina tutte le conoscenze che il suo manichino deve avere a
disposizione. Quest’ultimo «non assume nessun ruolo al di fuori
di quello attribuitogli dal direttore dello spettacolo di marionette
chiamato modello del mondo sociale [...]. Tutti i principi e le
istituzioni che regolano il tipo di comportamento del modello
sono
sostituiti
fin
dall’inizio
dai
costrutti
dell’osservatore
A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 6.
A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 427.
174 Per tipo personale si intende un idealtipo costruito attorno ad un soggetto
ideale che l’osservatore immagina dotato di coscienza.
172
173
82
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
scientifico»175 . Solo in questo modo, ossia inserendo nel modello
tutti gli elementi della situazione, possiamo parlare di azione
razionale. Se un attore nella vita quotidiana avesse conoscenza
di tutti gli elementi della tipificazione personale, eseguirebbe
l’azione tipificata.
«Ogni interpretazione che ricorre a tipi ideali ha carattere di
eventualità»176 ; essa è infatti condizionata da un osservatore che,
in quanto essere umano, ha un proprio sistema di rilevanze, e
proprie concettualizzazioni che gli derivano dal vivere nel mondo
della
vita
quotidiana
e
non
può
prescindere
da
questa
situazione.
I concetti creati dallo scienziato non possono però essere in
balia delle esperienze soggettive: per garantire l’obiettività è
necessario seguire determinate regole. Innanzitutto i costrutti
creati devono essere definiti con chiarezza e compatibili con i
principi della logica formale (postulato della coerenza logica); i
costrutti devono inoltre tentare di avvicinarsi il maggiormente
possibile
al
significato
dell’interpretazione
soggettivo
soggettiva);
nel
degli
attori
costruire
un
(postulato
sistema
concettuale bisogna anche fare in modo che questa costruzione
non sia arbitraria ma che permetta di essere comprensibile
all’attore
stesso
(postulato
dell’adeguatezza)
ed
infine
il
problema, una volta individuato dall’osservatore, pone le basi
per la formazione di un sistema di riferimento e i limiti entro i
quali
formare
i
tipi
ideali
(postulato
dell’attribuzione
di
importanza)177 .
I concetti in Schütz sono intesi come classificazioni delle
A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 42.
A. SCHÜTZ, La fenomenologia..., op. cit., p. 277.
177 Per la trattazione dei postulati cfr. A. S CHÜTZ , Saggi sociologici, op. cit., pp.
43-44 e p. 346.
175
176
83
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
esperienze che selezioniamo in base alle nostre aspettative, ai
nostri interessi: essi sono il mezzo mediante cui gli uomini
possono stabilire delle relazioni comunicative e grazie al loro
carattere intersoggettivo rendono possibile l’interpretazione e la
comprensione reciproca. L’uomo crea dei segni, dei simboli con i
quali unire in un gioco di rimandi continui, percezioni e concetti.
Molto spazio viene riservato da questo autore all’uso del
concetto generale che come in Weber, implica sempre un criterio
di selezione dato dal riferimento al valore: dalle tipificazioni del
mondo della vita quotidiana ai macroconcetti della scienza, legati
all’idea di agire razionale in base allo scopo.
Se questo punto di vista può sembrarci interessante, ancor
più lo è l’idea legata alla nozione di frangia. Nella vita quotidiana
la comunicazione non avviene solamente mediante l’uso di
tipificazioni: vi sarebbe così un accordo totale sui significati,
cosa che non avviene. Ogni individuo apporta ai concetti comuni
la propria esperienza del mondo, arricchisce le nozioni condivise
con gli altri di elementi unici, irripetibili creando nei concetti,
una variabilità di cui possiamo solo prendere atto senza riuscire
rinchiuderla
in
schemi,
o
inquadrarla
in
una
struttura
perfettamente organizzata; ed è questa parte individuale che
evita alla società di essere un sistema piatto e ordinato,
rendendo invece le sue relazioni in ogni momento sottoposte dai
soggetti a contrattazioni. Si hanno continue interpretazioni e
compromessi sulle diverse sfumature di significato che possono
assumere i concetti.
Schütz apre uno spiraglio verso un modo di concepire i
concetti, che non si basa solo su rigide definizioni: se vi sono
degli insiemi questi non hanno confini rigidi, ma si intersecano
continuamente proprio nel tentativo di conferire senso all’azione
84
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
altrui e di trovare un accordo con chi abbiamo di fronte. Questa
apertura si infrange però contro le province finite di significato
così come teorizzate dall’autore. Il passaggio dall’una all’altra,
infatti non può avvenire se non tramite un brusco cambiamento:
un trauma determinato da una modificazione nello stile cognitivo
precedentemente assunto. Sarebbe interessante invece, vedere
anche
i
regni
comunicazione
delle
che
province
fluiscono
come
l’uno
insiemi
nell’altro
in
e
costante
capaci
di
influenzarsi vicendevolmente.
2.4.1 Peter Berger e Thomas Luckmann
P. L. Berger e T. Luckmann178 riproporranno in buona parte
la teoria di Schütz, ma la particolarità di questi due autori è di
aver esplicitamente tentato di conciliare in un unico approccio,
un problema fin ora espresso in termini dicotomici: quello tra
realismo e costruttivismo, tra una costrittività sociale a la
Durkheim e il Verstehen weberiano. La società può essere vista
contemporaneamente
sia
come
un’oggettività
e
sia
come
momento di costruzione soggettiva. In quanto oggettività, il
sociale si presenta all’individuo come una struttura predefinita
costituita da istituzioni, norme, abitudini, schemi simbolici che
dovranno mano a mano essere appresi, tramite processi di
socializzazione e di interiorizzazione, per poter comunicare con
PETER BERGER (1929), sociologo statunitense interessato soprattutto al
campo della sociologia della conoscenza e della religione; sue opere maggiori
sono: The Social Construction of Reality (con A. T. Luckmann, 1966); The
Homeless Mind: Modernizationd and Consciousness (1974); The War over the
Family: capturing the Middle Ground (con B. Berger, 1983); The Sacred Canopy
(1969); Modernity, Pluralism and the Crisis of Meaning (con A. T. Luckmann,
1995). THOMAS LUCKMANN (1927), The Social Construction of Reality (con A. T.
Luckmann, 1966), The Structures of the Life-World (con A. Schütz, 1973),
Phenomenology and sociology: Selected readings (1978).
178
85
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
gli altri esseri sociali.179 . Il linguaggio è il mezzo principale
mediante il quale è possibile imparare a muoverci nel mondo
circostante, promuovere l’ordine e rafforzare l’intersoggettività.
«Le oggettivazioni comuni della vita quotidiana si mantengono,
prima di tutto, grazie alle significazioni linguistiche [...]. Il
linguaggio che possiamo qui definire un sistema di segni vocali,
è il più importante sistema di segni della società umana»180 .
Tramite la ripetizione che avviene nell’uso costante, le strutture
concettuali
permettono
esistenti
la
si
certezza
cristallizzano,
della
realtà
si
istituzionalizzano,
nell’uomo.
Quando
incontriamo il linguaggio esso si presenta come una fattualità
esterna e coercitiva che ci costringe nei suoi modelli; esso
permette di classificare le nostre esperienze: posso «incasellarle
in categorie generali che hanno significato non solo per me
stesso, ma anche per i miei simili»181 . Tali classi essendo generali
sono anonime, staccate dal contesto particolare, uguali per tutti.
Ogni società definisce ciò che per essa è reale tramite
l’interazione dei suoi membri.
Dall’altra parte non dobbiamo dimenticare di scorgere nella
società, una realtà soggettiva. Gli uomini creano continuamente
significati e li trasformano in segni e simboli: ciò avviene
mediante un processo di astrazione a livello esperienziale
La costruzione sociale avviene, secondo Berger e Luckmann, sulla base di
tre momenti dialettici: l’esteriorizzazione ovvero il processo per cui gli
individui attraverso le loro attività creano le dimensioni sociali;
l’oggettivazione per cui la vita viene vista come realtà ordinata e predefinita
aldilà dell’individuo; infine, l’interiorizzazione, il momento in cui l’ordine
istituzionale viene fatto proprio da ogni individuo. A questo proposito si parla
di socializzazione primaria, che avviene nell’infanzia e termina con la capacità
di assumere i ruoli degli altri, e la socializzazione secondaria, tramite la quale
un individuo già socializzato, continua il processo di interiorizzazione, questa
volta di ruoli più specifici, di sottomondi istituzionali.
180 P. L. BERGER , T. LUCKMANN, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino,
Bologna, 1969, p. 60.
181 P.L. BERGER, T. LUCKMANN, La realtà come..., op. cit., p. 62.
179
86
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
determinato per lo più pragmaticamente, in base cioè agli
interessi prevalenti nella vita quotidiana. L’uomo, tramite le sue
azioni e le sue interazioni, è l’unico costruttore del suo mondo:
un mondo che egli comprende e a cui dà significato.
2.5
Il concetto e l’interazionismo simbolico: George H.
Mead e Herbert Blumer
L’idea dello studio della società, ponendo come elemento
centrale l’individuo ed il modo in cui questo crea il suo ambiente
sociale, tramite la comunicazione, saranno tematiche presenti
anche
in
un’altra
prospettiva
sociologica:
quella
dell’interazionismo simbolico. Il temine che dà nome a questa
corrente viene utilizzato per la prima volta da H. Blumer182 , in
un articolo scritto nel 1937 per la rivista “Man and Society”. «The
term “symbolic interactionism” has come into use as a label for a
relatively distinctive approach to the study of human group life
and human conduct»183 .
Il precursore di questa scuola è però rintracciabile nella
persona di G. H. Mead184 . Per questo autore, un organismo
agendo determina il suo ambiente, rivolgendo la propria
attenzione agli stimoli che riceve dall’esterno, raccogliendoli e
selezionandoli.
Ogni
individuo,
avendo
un
proprio
profilo
biografico, ha esperienze diverse rispetto a tutti gli altri, ma è
H. BLUMER, (1900-1987); tra le sue opere ricordiamo: Symbolic
Interactionism: Perspective and Method, Englewood Cliffs, N.J., Prentice Hall,
1986.
183 Anche in H. BLUMER, Symbolic Interactionism, op. cit.
184 GEORGE H. MEAD (1863-1931). Tra le opere si possono ricordare Social
Consciousness and the Consciousness of Meaning (1910); The Social Self
(1913); The Genesis of Self and Social Control (1925); Mind, Self and Society
(1934).
182
87
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
possibile anche ritrovare un blocco di esperienze comuni.
Quest’ultimo si costituisce tramite un’interazione che avviene
per mezzo di simboli. Mead ritiene che alla base della
comunicazione (ad esempio in quella animale) vi siano i gesti,
ovvero dei segnali, che costituiscono stimoli, scatenanti risposte
a livello istintuale. «Quando [...] il gesto esprime un’idea che lo
presuppone e fa sorgere, contemporaneamente, la stessa idea
nell’altro individuo, allora ci troviamo di fronte a un simbolo
significativo»185 .
I gesti diventano significativi quando suscitano o si ritiene che
suscitino le stesse risposte sia nell’individuo che li compie, sia in
colui al quale sono rivolti: vi deve essere cioè una concordanza di
significato.
Perché
ci
sia
comunicazione
il
simbolo
deve
significare la stessa cosa per tutti gli interessati. Il significato si
crea nel corso dell’atto sociale tramite l’instaurarsi di una
relazione triadica tra il gesto compiuto, la risultante dell’atto
sociale di cui il gesto è una fase iniziale e la risposta di un altro
organismo. L’individuo rispondendo al gesto, lo interpreta e ne
stabilisce un significato. Gli oggetti, o se vogliamo i concetti,
vengono così costituiti nel contesto della relazione sociale ove si
verifica la simbolizzazione186 . È solo per mezzo del linguaggio e
dell’interpretazione nel processo sociale, che emergono i concetti
di senso comune. Essi vengono astratti dalla totalità degli eventi
ed individuati come elementi rilevanti.
I simboli sono così porzioni di esperienza che ne indicano o
rappresentano altre parti che possono non essere presenti. Essi
devono essere universali e per divenire tali occorre che l’uomo
abbia la capacità di comprendere cosa le persone con cui
G. H. MEAD, Mente, sé e società, (trad. it.) Editrice Universitaria G.
Barbera, Firenze 1966, p. 72.
186 Cfr. G. H. MEAD, Mente, sé e società, op. cit. p. 100.
185
88
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
stabiliamo relazioni ci vogliono comunicare e selezionare il tipo
di risposta appropriata che questi si aspettano da noi; dobbiamo
essere in grado cioè di assumere le aspettative e gli atteggiamenti
degli
altri.
Mead
parla
a
questo
proposito
dell’altro
generalizzato187 . Ogni individuo deve interiorizzare il mondo così
come è stato reso significativo e nel far ciò sviluppa una
particolare struttura sociale chiamata Sé. Questo si forma
durante un processo di socializzazione iniziato nel periodo
infantile e che culmina nella capacità di assumere di volta in
volta, nelle varie situazioni che si presentano, gli atteggiamenti
del gruppo sociale organizzato a cui si appartiene188 . «L’individuo
si pone al posto dell’“altro generalizzato” che rappresenta le
risposte organizzate di tutti i membri del gruppo»189 . Per Mead
esiste
cioè
una
struttura
concettuale
comune
che
viene
interiorizzata da ogni soggetto, ma accanto a questa vi è
comunque il fatto che ogni Sé presenta una sua unicità. Questa
distinzione
si
riproduce
anche
nella
scissione
operabile
all’interno del Sé tra il Me, ossia l’individuo convenzionale,
abituale, che tutela e rinforza con le sue scelte le strutture
esistenti, e l’Io, ovvero la parte individuale, innovativa capace di
determinare cambiamenti.
Mead afferma che: «l’universalità o l’impersonalità del pensiero e della
ragione sono, […] il risultato del processo per il quale l’individuo assume gli
atteggiamenti degli altri nei suoi riguardi e viene finalmente cristallizzando
questi atteggiamenti particolari in un unico atteggiamento o punto di vista
che può essere definito come quello dell’“altro generalizzato”», G. H. MEAD,
Mente, sé e società, op. cit. p. 110.
188 Mead delinea diversi stadi nello sviluppo del Sé. Il primo è quello prerappresentativo, caratterizzato dall’agire imitativo (si svolge intorno ai due
anni di vita); esso è per l’autore privo di significato perché è ancora assente
qualsiasi tipo di assunzione di ruolo dell’altro. Nel secondo stadio della
rappresentazione il bambino impara ad assumere la posizione di un ruolo alla
volta: siamo nell’ambito del play, (il gioco libero); la svolta decisiva nella
formazione del Sé si ha con il passaggio dal play al game, (il gioco con regole)
in cui il ragazzo deve essere in grado di assumere più ruoli
contemporaneamente e saper usare le regole del gioco.
189 G. H. MEAD, Mente, sé e società, op. cit., p. 177.
187
89
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Il nostro pensiero appare in Mead come un gioco di simboli:
egli illustra un procedimento analogo a quello che Peirce ha
definito infinità del processo semiosico190 . «Attraverso i gesti, le
risposte sono sollecitate nei nostri atteggiamenti e non appena
sollecitate esse evocano, di volta in volta, altri atteggiamenti.
Quel che era il significato ora diviene un simbolo che ha un altro
significato»191 . Quest’ultimo diviene a sua volta simbolo. La
risposta diviene simbolo e la risposta allo stimolo, significato.
Il significato nasce dunque da un’interpretazione continua di
simboli: è questo il punto focale ripreso da Blumer nella sua
teoria. Sono tre le premesse fondamentali che vengono poste da
questo autore: la prima ci dice che il nostro comportamento in
relazione alle cose in cui ci imbattiamo, dipende dai significati
che attribuiamo ad esse; la seconda sottolinea come il significato
delle cose emerga dai processi di interazione che intratteniamo
con i nostri simili ed infine la terza premessa indica che
ciascuno di noi deve trattare, giocare ed anche modificare i
significati a seconda del contesto in cui si presentano192 . Il
processo interpretativo avviene continuamente. L’interpretazione
dipende in parte dagli schemi di definizione posseduti dagli
individui. Essi conferiscono un certo grado di ordine e continuità
alle azioni umane. Ognuno di noi può selezionare uno degli
schemi di definizione che possiede o crearne di nuovi. Un
esempio di questi schemi sono dati da quella che Blumer
Cfr. Cap. 3.
G. H. MEAD, Mente, sé e società, op. cit., p. 194.
192 «The first premise is that human beings act toward things on the basis of
the meanings that the things have for them [...]. The second premise is that
the meaning of such things is derived from, or arises out of, the social
interaction that one has with one’s fellows...The third premise is that these
meanings are handled in, and modified through, an interpretative process
used by the person in dealing with the things he encounters.», H. BLUMER,
Symbolic Interactionism, op. cit., p. 2
190
191
90
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
definisce joint action193 . Questa è un’azione collettiva data
dall’insieme delle linee di condotta indirizzate dai partecipanti,
gli uni sugli altri. La costante ripetizione di questi tipi di azione,
aiuta a creare dei significati comuni che diventano una guida,
una sorta di anticipazione per lo svolgimento di comportamenti
futuri.
Non
possiamo
però
risolvere
tutti
i
problemi
di
interpretazione con l’utilizzo di queste strutture predefinite. Le
situazioni non si ripetono in modo sempre uguale ed è quindi
necessario essere pronti a fronteggiare la novità che sorge in un
particolare contesto, modificando se necessario le regole e i
significati acquisiti. Per interazione infatti Blumer intende un
processo che, nelle sue parole, «consists in making indications to
others of what to do and in interpreting the indications as made
by others»194 .
I concetti, che sono la chiave di lettura del mondo empirico,
possono
essere
utilizzati
come
classificazioni
rigide
che
etichettano l’esperienza, anche se per Blumer le definizioni
formali servono a ben poco nel corso di una spiegazione: sono,
infatti, necessari concetti che predispongano la mente ad una
libera comprensione dei fatti.
Questa distinzione si riflette sia a livello metodologico, nella
contrapposizione tra definitive e sensitizing concepts195 , sia a
livello linguistico tra linguaggio comune e scientifico. I concetti di
senso
comune possono
essere considerati
degli
stereotipi
affermatisi nella pratica di ogni giorno; essi presentano per
Cfr. H. BLUMER, Symbolic Interactionism, op. cit., pp. 16-20.
H. BLUMER, Symbolic Interactionism, op. cit., p. 20.
195 «A definitive concept refers precisely to what is common to a class of
objects, by the aid of a clear definition in terms of attributes or fixed bench
marks [...] A sensitizing concept [...] instead gives the user a general sense of
reference and guidance in approaching empirical instances. Whereas
definitive concepts provide prescriptions of what to see, sensitizing concepts
merely suggest directions along which to look.» H. BLUMER, Symbolic
Interactionism, op. cit., pp. 147-148.
193
194
91
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
questo, contenuti pressoché immodificabili, statici. La loro
costituzione avviene tramite un processo di astrazione che
risulta
essere
indipendente
per
ogni
singolo
costrutto.
Contrariamente, nella scienza i concetti si modificano nei loro
contenuti a seconda delle nuove esperienze a cui l’osservatore è
sottoposto; un’altra loro caratteristica è infatti la vaghezza: essi
non presentano cioè dei tratti espliciti che permettono di
identificare chiaramente la cosa denotata.
I concetti della scienza non sono slegati l’uno dall’altro, ma
spesso si uniscono nel formare un sistema coerente. Attraverso
la concettualizzazione, gli oggetti196 possono essere visti secondo
nuove relazioni e noi possiamo conseguentemente riorganizzare
sempre, il nostro mondo percettivo.
2.6 Il concetto nella teoria sistemica di N. Luhmann
Il dibattito sociologico sposterà nuovamente il suo fulcro verso
un approccio sistemico con N. Luhmann. Egli, muovendosi dalla
linea antropologica di Malinowski fino da arrivare a quella
sociologica parsonsiana, esporrà una critica al funzionalismo e
proporrà un nuovo modo di concepire il termine funzione, nella
sua teoria dei sistemi. All’interno di questa assumono grande
rilevanza anche parole come senso e complessità.
Per Parsons «una prestazione è ritenuta funzionale quando
concorre alla conservazione di un’unità strutturale in maniera
Per oggetti, Blumer, intende qualsiasi cosa che possa essere indicata o a
cui possiamo riferirci. Possono essere suddivisi in tre classi: fisici (un albero,
una sedia), sociali (studente, madre, amico) e astratti (principi morali,
giustizia, compassione). Cfr. H. BLUMER , Symbolic Interactionism, op. cit., pp.
10-11.
196
92
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
complessa»197 . La funzione viene definita in termini causalistici:
essa è un particolare caso di rapporto causale in cui si stabilisce
l’esistenza di un nesso invariante tra cause necessarie ed effetti
corrispondenti. Per Luhmann la questione si pone in ben altro
modo, innanzitutto è necessario affermare che non è la funzione
ad essere un tipo di relazione causale, ma quest’ultima «a
costituire
un
caso
particolare
di
applicazione
dell’ordine
funzionale»198 . Non esiste una relazione di invarianza tra causa
ed effetto, ma vi sono infinite cause rintracciabili per ogni effetto
e infiniti effetti per ogni causa, inoltre «ogni causa può essere
combinata con altre o sostituita da altre in infiniti modi, il che
produce corrispondentemente una molteplicità di differenze al
livello degli effetti»199 . Per evitare che la causalità perda
completamente il suo significato di fronte a questi processi
all’infinito, dobbiamo sempre scegliere il nostro problema di
riferimento
(eliminando
i
suoi
effetti
collaterali)200
e
conseguentemente quei gruppi di cause o di effetti equivalenti in
grado indifferentemente, di realizzare rispettivamente l’effetto o
la causa di riferimento.
Parliamo, a proposito di questo procedimento, di equivalenze
funzionali. «La funzione non è un effetto da realizzare, ma uno
schema di senso, con funzione regolativa, che organizza un
ambito comparativo fra prestazioni equivalenti»201 .
I sistemi non si ritrovano così costretti all’interno di schemi
rigidi di prestazioni specifiche, ma si apre ad essi un mondo di
possibilità
equivalenti,
selezionabili.
L’azione
non
è
più
N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, (trad. it.), Il Saggiatore, Milano 1983 p.
4-5.
198 N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 13.
199 N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 13.
200 Cfr. N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 14.
201 N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 10.
197
93
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
spiegabile sulla base di leggi e scopi predefiniti, ma interpretata
come una possibilità scelta tra altre. È mediante questo
continuo confronto di alternative che si produce conoscenza. Il
criterio che regola le scelte effettuate è fornito dal senso. Questo
infatti, viene visto come una selezione continua in un contesto di
possibilità ed in quanto tale permette un rinvio continuo ad altre
alternative. Il senso così inteso, porta alla riduzione della
complessità all’interno di un sistema. La teoria di Luhmann si
basa infatti, su una divisione triadica tra le nozioni di: sistema,
ambiente e mondo.
La prima è definita (con riferimento al sistema sociale) come
«un nesso dotato di senso di azioni sociali, che rimandano l’uno
all’altra e delimitato rispetto all’ambiente, costituito da azioni
non pertinenti»202 . L’ambiente è ciò che non è racchiudibile
all’interno
del
sistema;
esso
rappresenta
un
insieme
di
possibilità, di complessità: «la formazione di un sistema si attua
attraverso la stabilizzazione di un confine tra sistema e
ambiente, entro il quale un ordinamento di grado superiore può
essere
mantenuto
invariato
con
un
numero
inferiore
di
possibilità»203 . Luhmann non si limita alla coppia oppositiva
system/umwelt, egli rifiuta infatti di studiare i problemi secondo
principi di logica classica e quindi di non contraddizione
esprimibile nella dicotomia dentro/fuori. Le difficoltà presenti
nei problemi da analizzare, richiedono spesso la compresenza di
elementi contraddittori204 . In questo caso viene inserito un terzo
membro: il mondo. Questo costituisce un’unità di riferimento la
N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., pp. 131-132.
N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 87.
204 «Non esiste una logica adeguata al concetto di problema. Una teoria che
impiega il concetto di problema deve infatti esibire contemporaneamente
determinati enunciati relativi ai problemi insoluti e relativi alle soluzioni dei
problemi, facendosi quindi carico di una contraddizione palese». N. LUHMANN,
Illuminismo sociologico, op. cit., p. 308.
202
203
94
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
cui esistenza non è messa in pericolo o minacciata da alcunché,
in quanto non subisce le delimitazioni e i vincoli imposti da un
ambiente.
La complessità intesa come la totalità degli eventi possibili,
non permetterebbe alcun tipo di organizzazione: i sistemi sociali
hanno proprio lo scopo di agire come strumenti capaci di
mediare tale complessità e ciò avviene reagendo ai mutamenti
dell’ambiente, scegliendo, mediante il senso, tra alternative
funzionalmente equivalenti; essi possono far riferimento solo ad
un mondo limitato: ogni individuo possiede un orizzonte ristretto
di consapevolezza, per questo la complessità deve essere alla
portata dell’esperienza vissuta e dell’azione.
Come visto la prima riduzione della complessità205 avviene
con la delimitazione dei confini tra sistema e ambiente: «la
differenza fra un dentro e un fuori permette di formare isole a
complessità ridotta entro il mondo e di mantenerle costanti. Il
sistema sociale “impara” a distinguere se stesso dal suo
ambiente e quindi anche a distinguere la propria complessità, [la
quale sarà più ridotta] dalla complessità del mondo»206 .
La
riduzione
della
complessità
ambientale
richiede
la
formazione di strutture: esse sono un atto selettivo aventi perciò
un senso informativo e direttivo. «La struttura trae il proprio
senso da fatto che esclude l’incertezza circostante del mondo,
definendo
un
temporale
e
volume
alle
di
possibilità
capacità
di
adeguato
all’orizzonte
comprensione
consapevole
dell’uomo»207 . Possiamo parlare di strutture d’ambiente, le quali
si occupano di ridurre la complessità del mondo e di quelle
205Luhmann
parla di Illuminismo sociologico, intendendo con il termine
illuminismo «l’ampliamento della capacità umana di cogliere e di ridurre la
complessità del mondo» N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 75.
206 N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 134.
207 N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 139.
95
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sistemiche. Quest’ultime aiutano a delimitare i confini del
sistema
in
quanto
permettono
una
generalizzazione
di
aspettative di comportamento: creano cioè delle tipologie di
comportamento uniformi con validità permanente e quindi
stabili nel tempo. Le strutture prevedono il formarsi di istituzioni
con norme che regolano l’assunzione di ruoli praticabili in
contesti mutevoli. Tutto ciò rende possibile la stabilizzazione del
sistema e la formazione di un ordine che permette di superare
eventuali situazioni anomale o di devianza che costituiscono un
pericolo per la società.
Possiamo dire che, da una parte, il sistema può mantenersi in
vita solo riducendo la complessità di un ambiente incontrollabile
e fluttuante208 , dall’altra esso si amplia solo grazie all’incremento
della complessità stessa, ovvero mediante l’aumento delle
possibilità di scelta proveniente dall’esterno. Si assiste quindi,
ad una ristrutturazione continua a livello sistemico, ad un
accrescimento che comporta un rafforzamento della selezione e
una specializzazione maggiore nelle competenze per riuscire a far
fronte ai nuovi, eventuali elementi. Ogni evento modifica un
sistema e con ciò contemporaneamente l’ambiente di altri
sistemi.
Si ha un’articolazione in sistemi parziali (a loro volta
suddivisibili in sotto-sistemi) che hanno una loro autonomia e
indipendenza, ma che mostrano anche la loro dipendenza dal
sistema
della
società. Attraverso
il
loro
senso
i
sistemi
determinano anche i loro limiti e le possibilità di attribuire
determinate azioni a qualcuno. Ciò non vuol dire che esiste un
sistema di attribuzione univoca per cui un determinato agire
corrisponde a quel sistema; un individuo può muoversi sia in un
208
Cfr. N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 87.
96
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sistema alla volta, sia in più di uno contemporaneamente: «vi
sono regole di trasformazione che consentono di trasferire senso
da un sistema ad un altro»209 .
La
società
ha
dunque
la
funzione
di
eliminare
l’indeterminazione proveniente dall’ambiente trasformandola in
una complessità definibile e per questo accettabile sia per i suoi
sistemi parziali, che per il comportamento individuale. In questo
processo si generano sistemi d’azione sempre più razionali210 .
Da questo breve excursus possiamo trarre spunto per
delineare una definizione di concetto che ricalchi la teoria
sistemica di Luhmann. Innanzitutto possiamo vedere il sistema
sociale come l’insieme totale delle esperienze umane e quindi
stabilire un’analogia che contempli il concetto come sistema
parziale formatosi mediante una selezione di elementi possibili,
presenti in un dato sistema-ambiente, in un determinato tempo,
ed astraibili in base ad un criterio di senso. Il concetto è
definibile quindi, tramite dei tratti, delle proprietà che nel loro
complesso delimitano i confini del sistema: essi rappresentano
ciò che deve essere considerato appartenente all’insieme in
contrapposizione a ciò che è da esso escluso. «I concetti non
possono che riprodurre e rendere tangibile e consapevole ciò che
è venuto differenziandosi come fenomeno autonomo nel corso
«Un esempio di attribuzione d’azione tra sistemi, è fornito da Luhmann
stesso. «Un funzionario dello Stato che mangia il suo panino imbottito in
servizio, agisce all’interno del sistema dell’amministrazione pubblica (sia che
egli utilizzi un intervallo o lo faccia senza autorizzazione) e agisce inoltre
all’interno del sistema della famiglia. Egli è anche in grado di tenere distinti i
due sistemi. Infatti, egli non manifesterà direttamente nei confronti del
proprio superiore o dei suoi colleghi, il suo fastidio per il fato che la moglie gli
ha preparato di nuovo un panino al formaggio invece che al salame». N.
LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 134.
210 Per Luhmann «un sistema d’azione è razionale nel caso in cui gli interessi
che ne assicurano la stabilità sono generalizzati in modo tale che di fronte ad
un mutamento delle condizioni ambientali si delinea un numero sufficiente di
possibilità di soddisfarli». N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 54.
209
97
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dell’evoluzione
sociale»211 .
Il
continuo
accrescimento
delle
esperienze e delle conoscenze, dovute alle influenze ambientali
esterne, creerà il bisogno di una nuova riduzione di elementi. Si
formeranno attorno al nucleo base, pressoché invariabile, del
concetto costituito (assimilabile ad una struttura) una serie di
sottosistemi
formati
da
sottotratti
ovvero
articolazioni,
specificazioni simili a frange, che orbitano tutte attorno ad esso.
Il concetto è così un mezzo per classificare il mondo, per
ordinare un ambiente ostile e caotico utilizzando processi di
riduzione e di auto-referenzialità.
Nelle
scienze
sociali
la
concettualizzazione
non
può
distaccarsi dai processi di selezione determinati dai soggetti.
Un’intersoggettività priva di giudizi di valore è impossibile: la
stessa avalutatività costituisce una preferenza tra valori. I valori
fungono da regole che indicano l’opportunità di dare priorità a
determinate azioni e che danno struttura ad un ambito di
selezione possibile.
“Appena ci avvezziamo ad una sede
rischiamo d’infiacchire nell’ignavia;
sol chi è disposto a muoversi e partire
vince la consuetudine inceppante”
HESSE HERMANN, 1943, p. 465
211
N. LUHMANN, Illuminismo sociologico, op. cit., p. 238.
98
Capitolo 3
Concetto e linguaggio
il Giuoco dei giuochi era diventato
una specie di linguaggio universale
col quale i giocatori erano in grado
di esprimere valori mediante simboli
e di metterli in vicendevole rapporto”.
HESSE HERMANN, 1943, p. 36
L. VERNIANI,
3.1
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Introduzione
Il linguaggio assume un ruolo di primaria importanza nella
disciplina sociologica: è impossibile tentare di prescindere da
esso; se vogliamo capire come formiamo i concetti da analizzare
da un punto di vista sociale, non possiamo esulare dalla
conoscenza di varie concezioni che vertono sul linguaggio. Esso è
preminentemente sociale o per dirla con le parole di Ferdinand
de Saussure, «il linguaggio è un’istituzione sociale»212 .
Tutti gli autori che abbiamo fin qui esaminato non hanno
potuto evitare nella loro trattazione la questione linguistica.
Comte ritiene che un sistema conveniente di segni intellettuali
sia necessario per collegare il passato e il futuro dell’uomo e
delle sue istituzioni sociali213 .
Durkheim crede che il linguaggio naturale parlato dal volgo
comprenda nozioni che formano dei veli, capaci di frapporsi tra
gli osservatori e la realtà delle cose. Partendo da questa
considerazione, l’autore illustra il suo metodo per poter formare i
concetti oggettivi del linguaggio scientifico.
Pareto come già sottolineato precedentemente, darà molto
spazio al problema linguistico. Anche questo autore sente il
bisogno di distinguere le nozioni della scienza da quelle utilizzate
nella vita quotidiana. Egli sostiene che «i termini del linguaggio
comune mancano di precisione, e non può essere altrimenti,
giacché
la
precisione
può
accompagnare
solo
il
rigore
scientifico»214 . Afferma inoltre che «la lingua è un organismo
vivente, anche ora nelle contrade nostre, in cui si cerca di
F. DE SAUSSURE, Corso di linguistica generale, (trad. it.) Laterza, Roma-Bari,
1999, p. 25.
213 A. COMTE, Corso..., op. cit., p. 365.
214 V. PARETO, Trattato..., op. cit., par. 108.
212
100
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
irrigidirla in forme precise, che essa rompe ogni tanto, come le
radici delle piante spezzano il macigno nelle fessure del quale
crescono»215 .
Schütz nei Saggi sociologici dedica un intero capitolo al
linguaggio, sia come teoria dei segni e dei simboli, sia come
mezzo
indispensabile
tipificazioni
costruite
interpretare
il
per
dagli
linguaggio
trasmettere
e
uomini
tempo.
umano
nel
tramandare
prescientifico
le
«Possiamo
come
una
custodia di caratteristiche e di tipi precostituiti, ognuno dei quali
porta
con
sé
un
orizzonte
aperto
di
contenuti
tipici
inesplorati»216 .
Berger e Luckmann affermano che
«il linguaggio, che
possiamo definire un sistema di segni vocali, è il più importante
sistema di segni della società umana.»
oggettivare i
miei
significati
217
Il linguaggio riesce ad
soggettivi, cioè
cristallizza
e
stabilizza per me la mia soggettività: mentre parlo all’altro
oggettivizzo il mio essere, ed inoltre la logica attribuita all’ordine
istituzionale è data dal linguaggio218 .
In Mead invece, non solo il linguaggio è lo strumento tramite
il quale ogni individuo riesce a costruire il suo Sé, perché
consente il confronto con gli altri, ma è l’intera società umana a
dipendere da esso in quanto permette il costituirsi di quella
particolare e caratteristica forma di organizzazione e non
un’altra219 .
J.Habermas
dal
canto
suo,
nella
teoria
dell’agire
comunicativo, fissa nell’apprendimento del linguaggio il punto
centrale per un’eventuale comprensione e una possibile critica
V. PARETO, Trattato..., op. cit., par. 469.
A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit. p., 257.
217 P. BERGER E T. LUCKMANN, La realtà come..., op. cit., p. 60.
218 Cfr. P. BERGER E T. LUCKMANN, La realtà come..., op. cit., p. 97.
219 Cfr. G. H. MEAD, Mente, sé e società, op. cit., p. 177 e p. 242.
215
216
101
L. VERNIANI,
del
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sistema
culturale
e
tradizionale.
«Il
processo
di
socializzazione per mezzo del quale il singolo cresce insieme col
suo linguaggio, è la più piccola unità del processo di tradizione
[...] Con le prime regole linguistiche fondamentali il bambino
impara non solo le condizioni del consenso possibile, ma
apprende al tempo stesso le condizioni di una possibile
interpretazione di queste regole, le quali gli permettono di
superare una distanza» e quindi di esprimerla220 .
H. Garfinkel, nel prospettare la sua indagine sui metodi con
cui si costituiscono le pratiche di senso comune, pone il
problema
del
significato
linguistico.
Quest’autore
infatti,
nell’effettuare il procedimento di riduzione con cui sospende
l’atteggiamento naturale per mettere in luce gli etnometodi,
sospende
anche
la
teoria
della
referenzialità
diretta
del
linguaggio. L’idea che il significato di un termine sia dato dal
referente, ossia dall’oggetto corrispondente nella realtà, viene
messa in crisi dalla nozione di indicalità e dalla riflessività. Ogni
significato è indice, cioè di un particolare contesto e degli
elementi che ne fanno parte: questi ultimi due, infatti, si
interpretano
vicendevolmente.
«L’assenza
di
un
referente
assumibile come dato rivela il carattere circolare, di necessaria
costruzione reciproca tra azione e contesto, tra azione e account.
[...]
La
possibilità
elaborazione
[...]
di
è
una
sua
[del
paradossalmente
contesto]
indefinita
responsabile
della
“esperienza del parlare come sempre dotato di senso”»221 .
Abbiamo inoltre visto che le teorie sociali ruotano per lo più,
attorno a tre grandi interrogativi:
a) quello ontologico, ovvero il chiedersi se esiste o meno una
J. HABERMAS, Agire comunicativo e logica delle scienze sociali, (trad. it.) Il
Mulino, Bologna 1980, p. 226.
221 L. MUZZETTO, Fenomenologia, etnometodologia, op. cit., p. 283.
220
102
L. VERNIANI,
realtà
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
esterna
all’individuo
da
poter
indagare;
b)
quello
epistemologico, che si incentra sul come sia possibile conoscere
questa presunta realtà; c) quello metodologico, ossia i mezzi e le
tecniche a disposizione del ricercatore per effettuare i suoi studi.
Le
teorie
del
linguaggio
ricalcano
questa
suddivisione,
chiedendosi: se esiste un mondo che sia esterno al nostro
sistema linguistico, o se questo in parte lo determini, come
applichiamo i nostri sistemi concettuali per rappresentarci o
crearci le nostre conoscenze ed infine quali siano i metodi che
rendono possibile la struttura concettuale.
Nelle varie esposizioni delle teorie del linguaggio ritroviamo
solitamente un continuo confronto tra varie scuole di pensiero
che, dall’antichità ad oggi, hanno dato vita, a causa di continue
rielaborazione e rivisitazioni, ad un numero sempre maggiore di
“ismi” che spesso si somigliano, si confondono, si compenetrano.
Solo per citare qualche
esempio, possiamo parlare di
contrapposizione tra esternalismo e internalismo, essenzialismo
e nominalismo, realismo e costruttivismo, convenzionalismo e
arbitrarietà, tra referenzialismo e chi frappone tra i termini del
linguaggio e la realtà un terzo elemento di mediazione.
Nel tentativo di riuscire a districarci in questa mappa di
etichette, proviamo a descrivere le concezioni di quegli autori che
possono aiutarci nel comprendere quali siano considerati, da un
punto di vista linguistico, gli strumenti e le difficoltà incontrate
nel costruire il nostro apparato concettuale.
103
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
3.2 Accenni di filosofia sulla storia dei concetti
3.2.1 Platone, Aristotele e il dibattito sugli universali.
Platone crede che vi sia un regno delle idee in cui vivono le
vere essenze delle cose. Esisterebbe cioè per ogni concetto, un
corrispondente, in questo mondo, di nozioni perfette, alla
conoscenza delle quali l’individuo si deve dedicare. L’uomo infatti
vive solitamente avvolto in un’ ombra: le sue concezioni delle
cose sono immagini distorte e velate del reale, le sue stesse
concezioni sono mutevoli e imperfette. È di queste immagini
ingannatrici che si deve liberare per assurgere al mondo
dell’essenza. Il suo compito è quello cioè di passare dalle fantasie
e dall’opinione alla vera conoscenza.
Nel Cratilo Platone pone proprio il problema del linguaggio,
ossia se le parole siano adatte a rappresentare le cose o se siano
svincolate da un qualsiasi rapporto con esse. Presenta, cioè una
distinzione
fondamentale:
quella
tra
convenzionalisti
e
naturalisti. Nel dialogo si fronteggiano tre personaggi: Socrate
che personifica il pensiero dell’autore, Ermogene, sostenitore
della pensiero degli Eleatici e Cratilo, sostenitore della dottrina
eraclitea, ovvero il punto di vista naturalista. In quest’ultimo
caso i nomi rispecchiano la natura, l’essenza delle cose, secondo
una giustezza che in esse universalmente sussiste. «Il nome è
uno strumento atto a insegnare e distinguere l’essenza, così
come la spola distingue la struttura del tessuto»222 Dall’altra
parte troviamo il nominalista Ermogene per il quale i nomi non
hanno nessuna funzione conoscitiva, ma sono etichette che
222
PLATONE,
Cratilo, 386b 13-c 1.
104
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
attribuiamo alle cose senza che vi sia un legame con esse e che
vengono utilizzate convenzionalmente da tutti, per il reiterato
uso che se ne fa all’interno di una comunità; infatti, come dice lo
stesso personaggio:«nessun nome è inerente a nessuna cosa per
natura, ma soltanto per consuetudine e per l’uso di coloro che,
ormai abituati, continuano a chiamare le cose in un certo
modo»223 . Socrate mostrando la fallacia di entrambe le tesi,
chiarisce il fatto che «i nomi non sono fino in fondo attendibili
per accedere alla verità, e conviene piuttosto prescindere dal
linguaggio per assurgere alla autentica contemplazione delle
idee»224 . Platone distingue cioè la sfera linguistica da quella
ontologica: una cosa sono le parole, un’altra gli enti da
conoscere. Le parole sono per lo più strumenti utilizzati per
ordinare le cose: «Giusti sono i nomi non perché somigliano alle
cose, ma perché servono a mostrare e classificare le cose»225 .
Aristotele non parla di entità sospese nell’iperuranio, ma
prospetta una realtà che possiamo conoscere: egli si rivolge alle
cose.
Le
condizioni
caratteristiche
generali
e
fondamentali
necessarie
che
dell’essere,
rendono
ossia
ogni
le
cosa
strutturata in una data maniera, sono rappresentate dalle
categorie226 tra le quali, la sostanza svolge un ruolo del tutto
particolare in quanto determina l’essere proprio di ogni realtà
specifica. In Aristotele l’essere ha un suo valore che a differenza
di Platone non è dato da un principio estrinseco, fornito
PLATONE, Cratilo, op. cit., 384d 7-9.
S. GENSINI, (a cura di), Manuale della comunicazione, Carocci, Roma 2002,
p. 34.
225 L. FORMIGARI, Il linguaggio, Laterza, Roma-Bari 2001 p. 31.
226 Aristotele elenca nove tipi di categorie: che cosa (sostanza), quanto grande
(quantità), che tipo di cosa (qualità), riferito a che cosa (relazione), dove
(luogo), in quale atteggiamento (posizione), in quale circostanza o avere (stato
o possesso o avere), quanto è attivo, che cosa sta facendo (azione o agire),
quanto è passivo, che cosa subisce (passione o passività o patire). Cfr.
ARISTOTELE, Categorie, 1b-2°.
223
224
105
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dall’ordine e dalla perfezione, ma da un principio intrinseco,
ovvero dalla sostanza. Quest’ultima può essere suddivisa in due
parti: l’essenza dell’essere e l’essere dell’essenza. La prima è data
dalla sostanza come forma (la natura propria della cosa), ed in
quanto tale è concepibile come concetto generale o ragione
d’essere. Essa è difatti ciò che la ragione può cogliere della realtà
in quanto elemento stabile e necessario, una pura entità logica;
è inoltre definizione in quanto rappresenta ciò che la ragione può
intendere e dimostrare dell’essere.
La sostanza come essere dell’essenza è invece “sinolo” ovvero
l’unione di forma e materia: si riferisce infatti alla cosa come
esistente; la sostanza è in questo caso soggetto, materia, ente
autonomo, realtà determinata, come un concetto particolare.
L’essere
è
inoltre
caratterizzato
dal
principio
di
non
contraddizione. Da un punto di vista ontologico, questo si
riferisce all’impossibilità che l’essere sia e non sia al contempo;
da un punto di vista logico, si intende l’impossibilità di poter
predicare l’essere e il non essere di uno stesso soggetto. Per
Aristotele compito del filosofo era quello di cercare definizioni
corrette delle cose, dei concetti generali. L’essere necessario è
infatti, il vero oggetto della scienza anche se è possibile avere
conoscenza di ciò che è, solo nella misura in cui questo si
avvicina alla necessità, ovvero manifesta una certa uniformità e
persistenza. Per dare definizioni dei concetti o universali227 , si
procede tramite classificazione. Negli Analitici Secondi troviamo
che: «Occorre poi condurre l’indagine considerando certi oggetti
singoli, che siano simili e indifferenziati, e osservando che cosa
tutti quanti abbiano in comune; in seguito, si dovranno
L’universale di cui parla Aristotele non è quello platonico. Le forme
generali non sono idee che vivono fuori dalla cose, ma fanno parte della realtà
stessa.
227
106
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
esaminare altri oggetti singoli, che rientrano nello stesso genere
dei primi, e sono identici tra loro quanto alla specie, differendo
invece specificatamente da quei primi oggetti. E così, quando si
sia stabilito in cosa si identificano quest’ultimi oggetti, e si sia
fatta la stessa cosa per quei primi oggetti, si dovrà ancora una
volta
considerare
se
le
determinazioni
che
toccano
rispettivamente ai due gruppi abbiano qualcosa in comune, sino
a che si giunga ad un unico discorso definitorio: tale discorso
costituirà
infatti
l’espressione
definitoria
dell’oggetto
in
questione»228 .
La costituzione dei concetti, che siano di specie, definizione o
genere, emerge dunque da un lavoro induttivo di classificazione
sempre più generale, il quale avviene scegliendo in base a criteri
di somiglianza e differenza e tenendo conto sia del suddetto
principio di non contraddizione, per cui un elemento non può
allo stesso tempo essere e non essere qualcosa, sia del principio
del terzo escluso in base al quale tra due opposti non è data
terza possibilità, non si può, ossia avere una via di mezzo.
Possiamo comprendere da quanto detto che non solo gli elementi
di una classe (quindi del concetto) sono determinati rigidamente
nella loro appartenenza o meno ad essa, ma è anche negata la
possibilità di qualsiasi tipo di gradualità al suo interno.
Altra importante conquista aristotelica per quanto riguarda i
nostri ‘concetti’ è espressa nel De interpretatione. Lo Stagirita
pone in quest’opera una sostanziale differenza tra i suoni che
sono nella voce, le cose di cui i suoni sono segni e che sono
uguali per tutti gli uomini, e le affezioni dell’anima; anche
quest’ultime sono identiche per tutti in quanto corrispondono
alle cose. «Ora i suoni che sono nella voce sono simboli delle
228
ARISTOTELE, Secondi Analitici, 97b.
107
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
affezioni che sono nell’anima, e i segni scritti lo sono dei suoni
che sono nella voce. E come neppure le lettere dell’alfabeto sono
identiche per tutti, neppure le voci sono identiche. Tuttavia ciò
di cui queste cose sono segni, come di termini primi, sono
affezioni dell’anima identiche per tutti e ciò di cui queste sono
immagini sono le cose già identiche»229 . Vi è quindi una
corrispondenza tra le cose reali e i contenuti mentali, o in altri
termini, i significati dei concetti sono le cose a cui si riferiscono.
Una tale referenzialità la ritroviamo espressa anche in un passo
della Metafisica230 in cui si esplica come la significazione debba
essere determinata e come ogni termine debba avere riscontro
nelle cose affinché vi possano essere scambi di pensiero tra gli
individui.
Nel De Interpretatione viene espressa anche l’idea secondo la
quale «il nome è una voce capace di significare secondo
convenzione. [...] E il nome è secondo convenzione, poiché
nessuno dei nomi è per natura, ma quando diventi simbolo»231 .
Le dottrine sia platonica, sia aristotelica verranno fatte
oggetto, nei secoli avvenire, di continui studi e rivisitazioni.
Specie nell’epoca medievale, l’interesse andò a convergere in
modo particolare, su un aspetto fondamentale e divergente delle
teorie dei due grandi autori dell’antichità. Tale questione porterà
ad un serrato dibattito dando vita a quella che viene definita la
disputa sugli universali, problema che pur se con toni e
ARISTOTELE, Della interpretazione, 16a 3-8.
Se si dicesse: «che il termine uomo ha infiniti significati, allora non si
potrebbe evidentemente fare alcun ragionamento, giacché non avere un solo
significato equivale a non avere significato alcuno, e se i nomi non hanno
significato alcuno, viene di fatto soppresso ogni scambio di pensiero non solo
con gli altri, ma a dire il vero, anche con se medesimi; difatti è impossibile
possedere un pensiero, se non si pensa una cosa sola, e [...] a questa cosa
non si potrà assegnare che un solo nome. [...] Il nome sta a significare [...]
una cosa sola», ARISTOTELE , Metafisica, Γ, 4, 1006b, 6-13.
231 ARISTOTELE, Della interpretazione, 16a 28-29.
229
230
108
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
argomentazioni differenti, è stato ripreso e riadattato da molti
studiosi fino ai nostri giorni, andando per molti a costituire una
pericolosa spada di Damocle. Il dibattito sugli universali vede
l’emergere di una contrapposizione tra due gruppi: i realisti e i
nominalisti. I realisti sostengono che gli universali esistono, se
pur con alcune differenze: vi è chi, come i platonici, ritiene che
essi siano separati dalle cose preesistendo ad esse, in quanto
Idee, e chi, come gli aristotelici, ritiene invece che i concetti
universali non possano esistere separatamente delle cose in
quanto forma intrinseca di esse: il reale può essere colto nelle
sue forme e nelle sue strutture.
La Scolastica specie nella figura di S. Tommaso parlava a tale
proposito di adequatio rei et intellectus ovvero, come già abbiamo
visto in Aristotele, la coincidenza di concetto e cosa.
I nominalisti contrariamente sostenevano che gli universali
non esistessero nella realtà, ma come nozioni nella nostra
mente: sono categorie aventi una validità logico-mentale e non
ontologica; il concetto diviene così segno mentale e linguistico,
atto a classificare e non coincidente con la realtà.
Il problema di un’ontologia del reale e della possibilità di una
diretta rappresentazione di esso, si riproporrà a partire dal XVI
secolo, all’interno di due grandi movimenti contrapposti: quello
degli empiristi e quello dei razionalisti.
109
L. VERNIANI,
3.2.2
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Il concetto: empiristi e razionalisti
3.2.2.1 Gli empiristi: Francis Bacon, John Locke,
David Hume
Gli empiristi ritengono, in linea generale, che la mente di ogni
individuo sia una tabula rasa in cui entrano i concetti ricavabili
dalla percezione o dall’assembramento delle percezioni tratte dal
mondo esterno, il quale è una realtà incontestabile.
F. Bacon232 nella sua opera principale il Novum Organum
afferma che la natura può essere compresa soltanto tramite
l’osservazione, quindi tramite la percezione233 . La scienza ha
proprio il compito di scoprire le forme, non tanto intese come
essenze, ma come leggi, come determinazioni che governano le
cose in sé; non solo: il sapere si trasmette e si costruisce di
epoca in epoca e nel suo affermarsi ha l’importante compito di
rimuovere tutte quelle errate convinzioni che si sono saldate
negli individui. Lo scienziato non deve infatti, nell’osservare,
cadere in alcuni errori tipici che portano a vedere ciò che in
realtà non sussiste. La peculiarità della posizione di Bacon si
esprime nella esortazione a non fermarsi alle apparenze; egli
afferma che la mente umana ha il difetto di non sapere
rappresentare fedelmente il mondo, poiché essa agisce come una
sorta di specchio incantato che riflette un’immagine deformata.
Viene messo in evidenza come i concetti che ci formiamo
possano essere viziati, alterati e condizionati da una serie di
F BACON, ( 1561-1626), filosofo e statista inglese, assiduo sostenitore del
metodo induttivo. Tra le sue opere citiamo: Novum Organum (1620) e New
Atlantis (1627).
233 F. BACON, Novum Organum, op. cit., Libro I, § 1.
232
110
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
fattori culturali e biologici. Si distinguono quattro tipi di errori in
cui possiamo imbatterci, ovvero gli idola: tribus, specus, theatri e
fori. Gli idola tribus sono quelli legati alle facoltà umane,
all’imperfezione delle nostre percezioni e delle capacità del nostro
intelletto sottoposto agli effetti esercitati dalla volontà e dalla
passione. Queste caratteristiche portano la nostra mente a
creare delle generalizzazioni con cui interpretare la realtà in
maniera costante. Gli idola specus (o della caverna) sono invece
determinati dalla costituzione individuale, dall’educazione, dalle
abitudini le quali condizionano la nostra attività conoscitiva. Con
gli
idola
theatri
(o
del
teatro)
l’autore
va
ad
intendere
metaforicamente i pregiudizi contenuti nei testi filosofici laddove
si siano avanzate teorie senza basarle su buone osservazioni ed
esperimenti. Infine gli idola fori (o della piazza) sono quelli sottesi
all’uso del linguaggio, ovvero alle false visioni veicolate dal
significato delle parole234 .
Bacon si rende dunque conto di quanti siano gli impedimenti
che incorrono nella formazione dei nostri concetti e di come
quest’ultimi, una volta costituitisi, vengono riprodotti, avvalorati
e
rafforzati
tramite
il
linguaggio,
consolidando
conseguentemente, in un continuo processo circolare, quelle che
sono le abitudini, i significati e le visioni del mondo. Nonostante
queste considerazioni, l’autore ritiene possibile l’oggettività nella
costituzione
dei
concetti
scientifici:
l’osservatore
sarebbe
immune da tutti i limiti suddetti, come se potesse liberarsi dalle
nozioni con cui vive ogni giorno, al di fuori del suo laboratorio. I
concetti vengono a crearsi allora, tramite procedimenti induttivi
di classificazione di determinate caratteristiche, o se vogliamo di
234
Cfr. F. BACON, Novum Organum, op. cit., Libro I.
111
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
tratti235 ben determinati, dei quali viene stabilita l’appartenenza
o meno, in base al principio di non contraddizione, all’insieme
costituito dal concetto. Stiamo parlando delle note tavole
baconiane.
J. Locke236 considerato il vero caposcuola dell’empirismo
inglese, paragona la mente alla nascita, ad un foglio bianco su
cui ogni individuo scrive, nel corso della sua esistenza le idee237
nate dalle impressioni. «Supponiamo dunque che la mente sia
quel che si chiama un foglio bianco, privo di ogni carattere senza
alcuna idea, in che modo giungerà esso a ricevere idee? [...]
Rispondo con una sola parola: dall’esperienza»238 . L’esperienza è
di due tipi: sensazione e riflessione.
Le sensazioni, penetrano nell’anima, tramite i nostri organi di
senso: «è così che acquistiamo le nostre idee del bianco, del
giallo, del caldo [...] di tutto ciò che chiamiamo qualità sensibili.
Dico che i nostri sensi fanno entrare tutte queste idee nella
mente, intendendo con ciò che, dagli oggetti esteriori, essi fanno
passare nella mente ciò che vi produce queste percezioni»239 . La
mente rivolgerà poi, la sua attenzione alle operazioni che essa
compie sulle idee di sensazione, ottenendo le idee su quelle
stesse operazioni, ovvero idee di riflessione (percepire, pensare,
credere...). Sensi e riflessione danno vita alle idee corrispondenti:
o a singole qualità degli oggetti esterni o a singoli fatti psichici,
ossia
alle
idee
semplici.
Queste
sono
i
materiali
della
La teoria dei tratti linguistici qui accennata verrà approfondita in seguito,
in questo capitolo.
236 J. L OCKE (1632-1704), filosofo inglese, sue opere principali sono: Essay on
the Law of Nature (1664); An Essay concerning Human Understanding (1690);
Two Treatises of Governement (1690).
237 Le idee sono per Locke tutto ciò che è oggetto della nostra intelligenza
quando pensiamo.
238 J. LOCKE , Saggio sull’intelligenza umana, (trad. it.) Laterza, Roma-Bari
1972 II, I ,2.
239 J. LOCKE, Saggio sull’intelligenza umana, op. cit., II, I ,3.
235
112
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
conoscenza, in quanto una volta formatesi, si impongono alla
nostra mente che non ha alcun potere su esse: né di crearle, né
di distruggerle. La nostra mente può però combinarle per
formare le idee complesse anche se queste sono sempre
riconducibili alle loro parti costituenti: le idee semplici, che
rappresentano, un limite posto dall’esperienza alla nostra
conoscenza.
Le idee complesse possono essere: di modo, di relazione o di
sostanza. Le idee di modo sono quelle che non sussistono di per
se stesse, ma sono dipendenze o affezioni delle sostanze. I modi
a sua volta possono essere semplici, ossia quelli che risultano
dalla combinazione o dalla ripetizione della stessa idea semplice,
o misti, quelli ottenuti invece dalla ripetizione o combinazione di
idee semplici diverse240 . Le idee di relazione riguardano i rapporti
tra
le
sostanze.
Infine
per
idee
di
sostanze
si
intende
rappresentazioni di cose particolari che sussistono di per se
stesse.
Quanto detto su quest’autore ci serve per introdurre la sua
teoria sul linguaggio. Per Locke «le parole sono i segni delle idee
degli uomini e quindi gli strumenti con cui gli uomini
comunicano il loro concetti»241 . Le parole sono cioè contrassegni
delle idee, etichette che vengono attribuite arbitrariamente ai
concetti. Viene abbandonata la formula referenziale che unisce
parola e cosa a favore di quella che unisce la parola alla cosa
tramite
la
mediazione
del
concetto.
Si
ha
quindi
un
«I modi si distinguono in “semplici” e “misti”. I modi “semplici” sono quelli
che risultano dalla combinazione o dalla ripetizione della stessa idea
semplice, per esempio le idee di numeri ottenute dalla ripetizione dell’idea
semplice di unità; [...]. I modi “misti” sono quelli ottenuti dalla ripetizione o
dalla combinazione di idee semplici diverse: per esempio le idee di bellezza, di
gratitudine, di bugia». in AA.VV., Corso di filosofia, Vol. 2, Mondadori, Milano,
1997, pp. 290-291.
241 J. L OCKE , Saggio sull’intelligenza umana, op. cit. III, II, 6.
240
113
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
cambiamento in ciò che determina il significato del termine: nel
primo caso esso è fornito dalla cosa nominata a cui ci si riferisce;
nel secondo esso è dato dal concetto: «lo scopo delle parole è di
essere segni sensibili delle idee; e le idee che esse rappresentano
sono il loro significato proprio ed immediato»242 .
Le cose esistono come particolari, ma la massima parte del
nostro lessico è composto da nomi generali: se ogni singolo
particolare avesse un nome, significherebbe che nella mente di
ognuno vi dovrebbe essere un’idea corrispondente per quella
determinata cosa, ma ciò trascenderebbe la capacità mnemonica
della mente umana.
Le parole generali servono a designare classi di oggetti:
l’intelletto seleziona per mezzo di un procedimento di astrazione,
certe cose, e non altre e le unisce in idee generali e astratte a cui
viene
attribuita
un’unica
denominazione.
Possiamo
successivamente inserire all’interno dell’idea, del modello che ci
siamo creati, altri particolari esistenti che incontriamo nel caso
questi mostrino somiglianza con gli elementi costituenti l’idea
così come essa è formata. I nuovi particolari così selezionati
verranno quindi ad essere classificati sotto il dato nome.
L’astrazione, compiuta nel selezionare i particolari, varia di
grado a seconda del tipo di idee che si vanno a costituire. Essa è
minima nelle idee semplici in quanto si riferiscono direttamente
all’esistenza delle cose: per questo i nomi con cui vengono
contraddistinti sono anche i meno ambigui e i meno arbitrari. Il
maggior grado di astrazione si raggiunge invece nelle idee
complesse dei modi misti: per la loro creazione la mente segue
infatti tre punti: «primo sceglie un certo numero di idee, secondo
pone un certo legame fra di esse, terzo le lega assieme con un
242
J. L OCKE , Saggio sull’intelligenza umana, op. cit., III, II, 1.
114
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
nome»243 . Le idee vengono cioè scelte in modo del tutto arbitrario
senza che vi sia alcun riferimento ad un’esistenza reale o ad un
modello, per questo i loro nomi sono anche i più oscuri e
controversi.
Le idee non sono uguali in tutti gli individui: una stessa idea
complessa può essere formata da un numero maggiore o minore
di idee semplici. Per un bambino ad esempio, l’idea dell’oro può
essere costituita semplicemente dall’idea del colore giallo; altri
potrebbero aggiungervi la malleabilità, la fusibilità e così via.
Quando un individuo «rappresenta a se stesso le idee di altri
mediante qualche idea sua propria se a queste egli acconsenta a
dare gli stessi nomi che danno loro gli altri , egli li dà pur sempre
alle sue proprie idee»244 . Nonostante ciò, gli uomini danno per
scontato che le parole siano segni di idee che si ritrovano sia
nella mente del parlante che in quella dell’ascoltatore; ed invece
è necessario nella comunicazione trovare accordo sulle idee, che
le parole usate rappresentano. Afferma a proposito Locke, che
«gli uomini avendo collegato alle parole certe idee ed avendolo
fatto per lungo tempo sono portati ad immaginare un rapporto
così stretto e necessario fra i nomi e il senso in cui li usano che
sono pronti a immaginare che uno non possa non capire che
cosa essi intendono. Ci si aspetta che uno concordi con le parole
dette, non dandosi pensiero di spiegare i significati propri o di
capire chiaramente quelli degli altri»245 . La conoscenza ed il
ragionamento
hanno
bisogno
di
concetti
che
siano
ben
determinati e precisi, solo così è possibile evitare ogni forma di
fraintendimento. Sembreremmo dinanzi
ad una
specie di
linguaggio privato in cui ogni individuo forma idee distinte dagli
J. L OCKE , Saggio sull’intelligenza umana, op. cit., III, V, 4.
J. L OCKE , Saggio sull’intelligenza umana, op. cit., III, II, 2.
245 J. L OCKE , Saggio sull’intelligenza umana, op. cit., III, X, 22.
243
244
115
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
altri perché costituite da collezioni di particolari differenti; per
questo l’unico modo per evitare fraintendimenti nel comunicare i
propri pensieri è precisarli il più possibile. L’intersoggettività
sarebbe comunque garantita da quello strato intoccabile di idee
semplici provenienti dall’esperienza sensibile, che determinano
un sostrato comune su cui l’intelletto può lavorare e che è
uguale per tutti gli uomini.
Ultimo autore che prenderemo in esame nel movimento
empirista è D. Hume246 . Molti sono i punti in comune con Locke
rintracciabili nella sua trattazione della natura umana; prima di
tutto il concepire la mente come una tabula rasa su cui vanno a
fissarsi le conoscenze apprese tramite percezione della realtà
esterna. Vi sono le impressioni e le idee: «Quando proviamo una
passione o un’emozione di qualsiasi specie o i sensi ci
trasmettono le immagini degli oggetti esterni, egli [l’autore]
chiama la percezione della mente che ne risulta impressione [...].
Quando riflettiamo su una passione o su un oggetto che non è
presente, questa percezione è un’idea»247 . La differenza tra le due
percezioni è data dal grado di forza e vivacità che esse
possiedono: le impressioni essendo apprese direttamente dai
sensi sono più vive, le idee sono invece immagini delle
impressioni che perdono per questo la nitidezza dei colori
originari.
Ogni
idea
ha
un’impressione
corrispondente
e
somigliante: ogni idea è una copia di un’impressione avuta
precedentemente. Quest’ultime essendo chiare ed evidenti sono
dunque il materiale primo per la conoscenza: se un’idea ci
risulta ambigua nella sua formulazione dobbiamo risalire
D. HUME (1711- 1776), filosofo inglese. Tra le sue opere ricordiamo A
treatise of human nature (1739).
247 D. HUME , Opere filosofiche, vol IV Laterza, Roma-Bari 1987, op. cit., p.
738.
246
116
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
all’impressione che l’ha generata; il significato del termine con
cui indichiamo quel determinato concetto dipende proprio dalla
possibilità di rintracciare un’impressione corrispondente: se non
ne troviamo, la parola sarà priva di significato. Questo processo
di riduzione è ancora più evidente quando andiamo a guardare i
significati dei simboli delle idee complesse, i quali possono
essere spiegati rintracciando i simboli che stanno per le idee
semplici
e
riducendoli
quindi
alle
impressioni
sensoriali
dirette248 .
Le idee possono riprodurre le impressioni ad esse legate
attraverso la memoria e l’immaginazione. La prima conserva le
impressioni con la loro forza, nella seconda invece si perde tale
vivacità; essa ha però una grande capacità di produrre idee
unendole, fondendole, componendole, rispettando comunque un
principio regolativo fondamentale: quello di associazione. L’uomo
possiede cioè un istinto per cui egli opera connessioni tra
impressioni e idee. Sono tre i modi con cui avvengono le
associazioni: per somiglianza, per contiguità spazio-temporale e
per causalità. Tali connessioni inizialmente fatte per istinto,
verranno in seguito effettuate e ripetute per abitudine249 .
Secondo Hume ogni cosa in natura è individuale, di
conseguenza i termini generali si riferiscono sempre ad immagini
particolari: se sentiamo la parola «cane» non associamo ad essa
un concetto generale, ma quello di un particolare cane. L’idea
generale è data, analogamente a Locke, da un processo di
classificazione di oggetti diversi, uniti per somiglianza, a cui
attribuiamo uno stesso nome. Gli oggetti simili che non sono
A questo proposito vedi D. OLDROYD, Storia della filosofia della scienza,
(trad. it.) EST, Milano 1998, p. 147.
249 L’abitudine per Hume è la tendenza ad associare assieme due elementi
perché per esperienza essi si presentano solitamente uniti.
248
117
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
stati direttamente classificati, verranno richiamati alla mente
tramite l’abitudine ogni volta che l’occasione lo richiede.
«L’abitudine ci spinge ad applicare quel nome, secondo le
motivazioni e le necessità pratiche del momento, a uno degli
individui che l’uso linguistico ci ha avvezzati ad associare ad
esso. Il significato è insomma un potenziale dei nomi la cui
realizzazione dipende da fattori pragmatici»250 .
3.2.2.2 I razionalisti: René Descartes e Gottfried W. Leibniz
I razionalisti affrontano le questioni discusse dagli empiristi,
partendo da assunti completamente diversi. Innanzitutto i nostri
concetti non vengono trapiantati in una mente vuota; in essa
sono di fatto contenute delle idee innate. Non è l’esperienza del
mondo a fissare i limiti della nostra conoscenza, ma è per mezzo
della ragione che possiamo apprendere: essa è come una luce
che ci guida nel discernere le concezioni vere da quelle false.
Razionalista per antonomasia è il francese R. Descartes251 .
Egli afferma: «ciò che propriamente si chiama buon senso o
ragione, è naturalmente uguale in tutti gli uomini; così che la
diversità delle nostre opinioni non deriva dal fatto che gli uni
sono più ragionevoli degli altri, ma solo dal fatto che percorriamo
differenti via di pensiero, e non prendiamo in considerazione le
stesse cose»252 . Dobbiamo distinguere due tipi di concetti: quelli
che crediamo ingenuamente essere veri, e quelli veri. I sensi
L. FORMIGARI, Il linguaggio, op. cit., p. 164.
RENE DESCARTES (1596-1650), scienziato e filosofo francese, tra le sue
opere possiamo ricordare Regualae ad diretionem ingenii (1628); Discours de la
methode (1637); Meditationaes de prima philosophia (1641).
252 R. DESCARTES , Discorso sul metodo, (trad. it.) Bompiani, Milano 2002, p.
89.
250
251
118
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
spesso ci confondono facendoci avvertire le cose in modo diverso
da come sono realmente; la realtà non è più il punto archimedeo
per la conoscenza, ma elemento ingannatore. Per questo
dobbiamo
vagliare
ogni
nostra
concezione
per
mezzo
dell’intelletto e finire con l’accettare solo ciò che risulta essere
chiaro ed evidente, quindi privo di dubbio. Descartes ritiene che
l’unica vera certezza sia rintracciabile nella res cogitans (la cosa
pensante, la mente) che si differenzia dalla res extensa (la cosa
estesa, il corpo) dando così vita ad un dualismo ontologico che
separa la mente, sede del ragionamento e di ogni nostro
pensiero, dal corpo sede degli organi di senso. Posso dubitare
che esista il mio corpo, ma non il mio pensiero253 .
L’idea di pensare è infatti un qualcosa di innato in me, così
come
innata
è
l’idea
dell’esistenza
di
Dio.
Quest’ultima
costituisce la base metafisica che giustifica la nostra capacità
tramite ragionamento, di distinguere i nostri concetti veri da
quelli falsi. Dall’esistenza dell’essere pensante e da quella di Dio
possiamo, quindi, partire per valutare tutte le nostre idee. Nel
fare ciò dobbiamo tenere ben presenti le quattro regole del
metodo cartesiano che ci aiuteranno a procedere correttamente.
Le regole sono: 1) «[...] non accogliere mai come vera nessuna
cosa che non conoscessi con evidenza essere tale: vale a dire di
evitare accuratamente la precipitazione e la prevenzione; e di
non comprendere nei miei giudizi nulla di più di ciò che si
presentasse alla mia mente così chiaramente e distintamente,
Dice Descartes: «Esaminando attentamente ciò che ero e vedendo che
potevo fingere di non avere nessun corpo, e che non ci fosse nessun mondo,
né luogo alcuno in cui mi trovassi; ma che non potevo per questo fingere che
io non fossi; e che al contrario, dal fatto stesso che pensavo di dubitare della
verità delle altre cose, seguiva con grande evidenza e grande certezza che io
ero; laddove, se solo avessi cessato di pensare, anche se tutto il resto che
avevo immaginato, fosse stato vero, non avrei dovuto alcuna ragione di
credere che io fossi». R. DESCARTES, Discorso sul metodo, op. cit., p. 149 e p.
151.
253
119
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
che io non avessi occasione alcuna di metterlo in dubbio»; 2) «[...]
dividere ciascuna delle difficoltà che esaminasi in tante piccole
parti quanto fosse possibile e necessario per risolverle meglio»; 3)
«[...] condurre con ordine i miei pensieri, cominciando dagli
oggetti più semplici e più facili da conoscere, per risalire poco a
poco, come per gradi, fino alla conoscenza dei più complessi;
supponendo inoltre un ordine anche tra quelli che non si
precedono l’un l’altro in natura»; 4) «[...] fare dappertutto delle
enumerazioni così complete e delle rassegne così generali da
essere sicuro di non omettere nulla»254 .
I nostri pensieri, i nostri concetti sono esprimibili per mezzo
del linguaggio: esso è strumento di comunicazione che permette
di distinguerci dagli animali. Tale distinzione è data dalla nostra
capacità di creare e di combinare parole, ossia segni, per
trasmettere i nostri pensieri; segni che vengono disposti
diversamente ed adattati, in base al senso che acquista la
conversazione stessa.
Altro esponente del razionalismo che prendiamo in esame è
G. Leibniz255 . Questo autore introdurrà nel linguaggio filosofico il
concetto di monade; essa è la «sostanza semplice che entra nelle
cose composte [...] ed è necessario che ci siano sostanze
semplici, poiché esistono quelle composte: il Composto è infatti
un ammasso o aggregatum di Semplici. [...] Queste monadi sono
dunque i veri atomi della Natura: in breve, sono gli elementi delle
cose»256 . Le monadi esistono a priori in quanto già presenti nella
mente divina: sono dei possibili, delle essenze perfettamente
determinate, dotate di una definizione completa; possibili che
R. DESCARTES, Discorso sul metodo, op. cit., p. 121 e p. 123.
G. LEIBNIZ (1646-1716), filosofo e scienziato tedesco. Sue opere principali
sono: Essais de théodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l’homme et l’origine
du mal (1710); Monadologie (1714); Principes de la nature et de la grâce (1714).
256 G. LEIBNIZ, Monadologia, op. cit., §§ 1,2,3.
254
255
120
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
diventano realtà dinamiche per mezzo della volontà divina. La
monade porta in sé la ragione di tutti i suoi cambiamenti, ovvero
gli stati futuri di essa sono determinabili a partire dalle
percezioni anteriori: «ogni stato presente di una sostanza
semplice è una conseguenza naturale del suo stato precedente,
per cui in essa, il presente è gravido dell’avvenire»257 . Siamo di
fronte ad una sostanza che non ha “finestre”, impermeabile agli
eventi esterni, incapaci di modificare quegli attributi, quelle
determinazioni che essa possiede e che la rendono unica rispetto
alle altre. La monade rappresenta la parte che esprime l’unità,
ed è per questo «uno specchio vivente perpetuo nell’universo»258 .
Ognuna di esse offre un punto di vista differente da cui poter
osservare il tutto. Si parla a proposito di “Armonia Universale”
per la quale «ogni sostanza esprime esattamente tutte le altre
mediante i rapporti che ha con esse»259 . Proprio a seconda delle
combinazioni dei rapporti, basate sulle percezioni che si
stabiliscono tra le monadi, possiamo avere infinite prospettive da
cui guardare la realtà, o in altre parole differenti mondi possibili.
Così come la monade, anche l'idea è una parte che esprime il
tutto.
Leibniz, negli ultimi anni della sua vita, cercò di portare a
termine senza riuscirvi un progetto a cui tanti autori si
dedicheranno: la creazione della characteristica universalis, ossia
di un linguaggio universale altamente formalizzato, unito alla
potenzialità del calcolo logico. Tale intento nasce da un bisogno
di fornire una base insindacabile a tutti i nostri ragionamenti.
Leibniz, partendo dall’assunto che vi sia una forte analogia tra
calcolo e pensiero, cerca di dar vita ad un linguaggio ideografico.
G. LEIBNIZ, Monadologia, op. cit., § 22.
G. LEIBNIZ, Monadologia, op. cit., § 56.
259 G. LEIBNIZ, Monadologia, op. cit., § 59.
257
258
121
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Si tratta di rintracciare per ogni scienza i concetti in essa
utilizzati e di ridurli alle nozioni semplici che li costituiscono. È
possibile scomporre i concetti fino a trovare dei componenti
primitivi, irriducibili. Le idee semplici saranno poi tradotte in
caratteri, ossia segni che vanno a rappresentare direttamente le
idee; ad esempio si potrebbe associare queste nozioni primitive
ad un numero. In questo modo è possibile formulare calcoli,
utilizzando i segni trovati, che permetteranno di ottenere tutte le
combinazioni effettuabili tra i caratteri e le idee, per mezzo anche
di regole di trasformazione.
Si tenta così di eliminare l’arbitrarietà e l’inaffidabilità della
lingua che troppo spesso si presta a fraintendimenti nell’ambito
scientifico e di sostituirla con la rigorosità degli assunti
matematici. Quest’ultimi infatti rientrano nelle verità di ragione;
tali sono le concezioni considerate necessarie ed esistenti a priori
che nessuna esperienza potrà conferire all’uomo, in quanto già
presenti nell’intelletto. Ogni conflitto di opinioni si potrà così
dirimere per mezzo del calcolo e della deduzione, dai principi
primi matematici. La characteristica leibniziana possiede inoltre
la capacità di unire l’apriorità di certe nostre nozioni all’aspetto
pratico, meccanico del calcolo ossia alla contingenza delle verità
di fatto260 .
Contingenza e necessarietà sono due tratti distintivi dell’opera
di questo autore. Egli tenterà di stabilire un’armonia metafisica
(voluta da Dio) tra i due regni della natura e della grazia,
conciliando meccanicismo e finalismo. Il trait d’union tra i due
mondi è rappresentato dalla monade, che come visto ricalca la
nozione di idea intesa come parte capace di esprimere nella sua
G. Leibniz con verità di fatto si riferisce a tutte quelle cose che accadono
nella realtà e che non possono essere dedotte a priori, ma accertate a
posteriori, solo con l’aiuto dell’esperienza.
260
122
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
simbolizzazione il tutto da cui è sì, tratta, ma che a sua volta
contribuisce a costituire.
3.3
Il concetto nella filosofia del linguaggio: sviluppi
recenti
Riepilogando quanto fino ad ora esposto, possiamo affermare
che le varie teorie prese in considerazione sul linguaggio ruotano
attorno ad alcuni punti centrali che convergono in un elemento
comune.
Sia nel caso in cui i concetti siano il risultato di operazioni di
rielaborazione e riflessione delle percezioni tratte dall’esperienza,
sia che essi siano già presenti nel nostro intelletto o comunque
raggiungibili per mezzo del ragionamento, sia che i concetti
corrispondano a entità o cose, sia che essi siano uno strumento
di classificazione logico-cognitivo, tutte queste teorie concordano
nel vedere il concetto come strumento rigido di raggruppamento.
Il concetto è inteso come categoria a cui possono appartenere
solo quegli elementi aventi dei caratteri ben precisi; questi
fungono da condizioni necessarie e sufficienti per determinare
l’inclusione o meno in un concetto. Tra la fine dell’Ottocento e gli
inizi del Novecento saranno molti gli autori a concepire il
concetto nei termini appena descritti; tra i vari ricordiamo G.
Frege, B. Russell, la scuola neopositivista. Verrà ripreso anche il
tentativo
leibniziano
di
eliminare
l’incertezza
insita
nel
linguaggio naturale, proponendo nuovi tipi di soluzioni, per lo
più riduzionistiche, affinché la scienza possa usufruire di
concetti chiari.
Ancora: il problema del linguaggio si unisce a quello della
123
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
costituzione di un corpo di nozioni autonomo e coerente anche
nelle scienze matematiche, ove si cerca di rintracciare i principi
fondamentali.
3.3.1
Gottlob Frege
G. Frege261 , con il suo programma logicista, tenta di definire
in termini logici i concetti fondamentali della matematica262 , i cui
oggetti vengono considerati non come fatti empirici, ma come
entità
platoniche,
come
elementi
indipendenti
dal
nostro
pensiero. È in questo contesto che possiamo guardare alla
nozione di numero, così come concepita da questo autore, per
passare a delineare una teoria semantico-cognitiva.
Il concetto di numero è infatti un’entità puramente logica,
una classe di classi, formata da tutti gli elementi che sono
raggiungibili a partire dallo zero263 con un numero finito di
applicazioni della relazione di successore. Per giungere ad
esprimere le dimostrazioni matematiche in termini precisi, è
necessario abbandonare il linguaggio naturale che risulta essere
inadeguato per gli scopi prefissati, data la sua potenzialità
espressiva, sostituendolo con uno ideografico. Il rapporto che
intercorre tra l’ideografia e la lingua è esprimibile mediante
un’analogia tra il microscopio e l’occhio. Il primo è adatto
G. FREGE , (1848-1925) è riconosciuto come il fondatore della logica
matematica.
262 «Il modo più sicuro di condurre una dimostrazione è evidentemente quello
puramente logico, che, astraendo dalla natura particolare delle cose, si basa
soltanto sulle leggi sulle quali si fonda ogni conoscenza». G. FREGE, Ideografia,
(trad. it.) in C. MANGIONE (a cura di), Logica e Aritmetica, Boringhieri, Torino
1965 p. 103.
263 Lo zero è il numero appartenente al concetto “essere diverso da se stesso”,
o classe di tutte le classi vuote, ed in quanto tale privo di qualsiasi
estensione. Il numero uno di conseguenza sarà definibile come quello
appartenente al concetto che ha sotto di sé lo zero, ecc.
261
124
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
esclusivamente a svolgere un lavoro di precisione scientifico che
l’occhio, nonostante la sua maggiore elasticità nelle competenze,
non riesce a compiere264 .
La creazione di un linguaggio ideografico che tanto ricorda la
characteristica universalis di Leibniz, avrà anche un’utilità per i
filosofi, aiutandoli ad eliminare dai loro pensieri gli inganni insiti
nella natura della lingua. Proprio per permettere alla sua
ideografia di assolvere a tale compito, Frege non si limiterà a
creare una sintassi ad hoc per il suo linguaggio, ma si occuperà
anche della componente semantica: lo studio del significato
diviene un elemento cruciale della sua trattazione teorica; si
parlerà a proposito di semantica formale intendendo con essa «il
programma di ricerca sul significato che applica al linguaggio
naturale strumenti di analisi originariamente elaborati nello
studio delle proprietà semantiche dei linguaggi formalizzati
[...]»265 .
Frege distingue Sinn da Bedeutung ossia il senso dal
significato. Innanzitutto dobbiamo guardare ai termini singolari:
il significato di un segno è in questo caso dato dall’oggetto stesso
a cui ci si riferisce, il senso dal modo in cui penso e mi rivolgo
all’oggetto.
Ciò
non
vuol
dire
che
il
senso
sia
una
«Credo di poter rendere più chiaro il rapporto della mia ideografia con la
lingua di tutti i giorni, paragonandolo al rapporto esistente fra il microscopio
e l’occhio. Quest’ultimo per l’estensione della sua applicabilità, per la rapidità
con la quale sa adattarsi alle più disparate circostanze, ha una grande
superiorità nei confronti del microscopio. Considerato però come apparecchio
ottico, esso rivela certamente parecchie imperfezioni che di solito passano
inosservate, solo in conseguenza del suo intimo collegamento con la vita
spirituale. Ma, non appena scopi scientifici richiedano precisione nel
discerner, l’occhio si rivela insufficiente. Il microscopio invece è adatto nel
modo più perfetto proprio a tali scopi, ma appunto per questo risulta
inutilizzabile per tutti gli altri.» G. FREGE , Ideografia, op. cit., p. 105.
265 M. SANTAMBROGIO, (a cura di), Introduzione alla filosofia analitica del
linguaggio, Laterza, Roma-Bari 1992, p. 41.
264
125
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
rappresentazione266 mentale soggettiva di ogni singolo individuo:
esso è infatti sempre intersoggettivo.
I rapporti che intercorrono tra segno, senso e significato non
sono di natura biunivoca: ad un segno corrisponde normalmente
un senso determinato e a questo corrisponde un significato; ma
ad un dato significato possono corrispondere sensi differenti e ad
uno stesso senso non corrisponde invece un unico segno.
Il senso di un enunciato è invece dato dal pensiero che
esprime (il contenuto concettuale) e quest’ultimo a sua volta può
avere due valori: il vero o il falso. «Il senso è ciò che è rilevante
per la verità», perché indica le condizioni a cui è vero
l’enunciato267 . Frege «asserisce che ogni enunciato esprime un
senso e le stipulazioni del formalismo determinano a quali
condizioni l’enunciato si riferisce al vero […] il senso di un
enunciato, cioè il pensiero espresso, “è il pensiero che tali
condizioni siano soddisfatte”»268 . Il significato è invece il valore di
verità dell’enunciato. Per il “principio di composizionalità”, il
senso e il riferimento (termine che può essere utilizzato in luogo
di significato come traduzione di bedeutung) di un enunciato
sono funzione del senso e del riferimento delle sue parti, così
come il valore di verità di un enunciato composto dipende dal
valore di verità degli enunciati componenti. «Nelle lingue
formalizzate [...] dove c’è corrispondenza fra regole sintattiche e
regole semantiche (e quindi fra struttura grammaticale e
Per Frege la rappresentazione di un segno è “una mia immagine,
originatasi dal ricordo sia delle impressioni sensoriali da me provate sia delle
attività, tanto interne quanto esterne, da me esercitate. Questa immagine è
spesso mescolata a sentimenti[...]Al medesimo senso non si collega sempre la
medesima rappresentazione, neanche nella stessa persona. G. FREGE, Senso e
significato, (trad. it.) in C. M ANGIONE (a cura di), Logica e Aritmetica, op. cit. p.
379.
267 C. PENCO, Filosofia del linguaggio, (trad. it.) in F. D’AGOSTINI, N. V ASSALLO (a
cura di), Storia della filosofia analitica, Einaudi, Torino 2002, p. 80.
268 C. PENCO, Filosofia del linguaggio, op. cit., nota 9 a p.80.
266
126
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
struttura logica), il principio di funzionalità [il significato del
tutto è una funzione del significato delle parti] è una naturale
conseguenza di questa situazione e può essere applicato senza
intoppi»269 .
Infine possiamo parlare di significato del predicato, ossia del
concetto. Il modo di pensare tale concetto costituisce il suo
senso. Il concetto è una funzione i cui valori sono valori di verità.
Frege attua una distinzione importante tra insieme e concetto: è
quest’ultimo a determinare l’insieme, assegnando il valore il vero
agli elementi che ne fanno parte e il valore il falso a quelli che
verranno esclusi. Gli insiemi sono costituiti da oggetti270 , non da
funzioni, e ciò determina che mentre l’oggetto è un’entità
completa, la funzione è invece incompleta; essa è insatura finché
non viene applicata ad un argomento. «Concetto è il significato di
un predicato; oggetto invece è ciò che non può mai costituire
tutto il significato di un predicato, ma può costituire tutto il
significato di un soggetto»271 . La funzione associa ad un
determinato argomento un valore che indica l’appartenenza o
meno ad un determinato insieme i cui elementi sono dati
dall’estensione del predicato. Per estensione si intende l’insieme
di oggetti a cui il predicato si può riferire. «Così ad esempio, il
significato del predicato “essere rosso” sarà la funzione R tale
che, per ogni argomento a, R(a) = il vero se a è un oggetto rosso e
R(a) = il falso altrimenti. [...]. In generale, se l’estensione di un
certo predicato è l’insieme I, la Bedeutung, di quel predicato sarà
la funzione di F tale che, per ogni argomento a, F(a) = il vero se a
A. BONOMI, (a cura di), La struttura logica del linguaggio, Bompiani, Milano
1992, p. 407.
270 “Oggetto è tutto ciò che non è funzione e la cui espressione non contiene
così alcun posto vuoto”. G. FREGE, Funzione e concetto,( trad. it.) in A. BONOMI
(a cura di), La struttura logica del linguaggio, op. cit., p. 422.
271G. FREGE, Oggetto e concetto, (trad. it.) in C. M ANGIONE (a cura di), Logica e
Aritmetica, op. cit., p. 365.
269
127
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
è elemento di I, e F(a) = il falso altrimenti»272 .
Il linguaggio ideografico deve appunto essere in grado di
fornire un valore di verità per ogni enunciato; per far ciò bisogna
che il suo contenuto concettuale sia determinato ed affinché il
concetto sia determinato è necessario che ogni nome abbia una
denotazione. Ogni termine deve avere un significato preciso e
costante.
3.3.2
Bertrand Russell
Per B. Russell il linguaggio deve essere riportato alla forma
logica: mondo fisico e logica presenterebbero la stessa struttura.
La filosofia, anche per questo autore, è minata dall’ambiguità
della lingua. Il nostro bisogno di certezza ci porta ad accettare
come
incontestabili
nozioni
vaghe
e
imprecise:
dobbiamo
superarle passando a concetti realmente precisi, chiari e definiti.
«Ogni cosa è vaga in una misura di cui non ci si rende conto fino
a quando non si è provato a renderla precisa, e ogni cosa che sia
precisa è così lontana da ciò che normalmente pensiamo, da far
sì
che
non
venga
riconosciuta
come
ciò
che
realmente
intendiamo quando esprimiamo ciò che pensiamo»273 . Con
questo non si vuol dire che sia possibile una verità assoluta:
passando dal vago al preciso si commette sempre qualche errore.
Vi è però una cosa sicura: il mondo è composto da fatti
indipendenti da qualunque nostro pensiero su di essi; i materiali
primi da cui attingiamo la nostra esperienza sono i dati
sensoriali tramite i quali possiamo avere conoscenza del mondo.
M. SANTAMBROGIO, (a cura di), Introduzione alla filosofia..., op. cit., p. 17.
B. RUSSELL, La filosofia dell’atomismo logico, (trad. it.) Einaudi, Torino
2003, p. 6.
272
273
128
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
I fatti, di cui è costituito il mondo, vengono espressi mediante
enunciati
all’interno
di
proposizioni:
essi
rendono
una
proposizione vera o falsa. Non esistono fatti falsi, un fatto è vero
o
falso
secondo
condizioni.
Per
ogni
fatto
esistono
due
proposizioni: una vera e l’altra falsa, ma le proposizioni non sono
nomi
che stanno
per
fatti:
«i fatti non possono
essere
nominati»274 . Partendo da questo presupposto Russell cerca di
svelare la struttura logica del mondo per mezzo della sua teoria
dell’atomismo logico. Esiste una forma base275 , la forma atomica,
da cui partire nella nostra analisi per comprendere una
proposizione. La forma atomica è un enunciato composto da un
predicato a n posti combinato con n nomi; in essa viene
enunciato un solo fatto e per questo si parla di proposizione
atomica, a cui dovranno essere ricondotte le proposizioni
complesse. Per comprendere la proposizione, che è un simbolo
complesso, dobbiamo comprenderne le parti a cui è riducibile,
ossia le parole, che sono a loro volta simboli276 .
Per Russell un linguaggio logicamente perfetto è quello in cui
si può applicare una teoria del riferimento diretto, cioè una
corrispondenza del tipo uno a uno tra la parola e l’oggetto. Nei
linguaggi naturali tutto questo non avviene. Russell individua i
nomi propri, ovvero le parole che stanno per particolari; affinché
un nome significhi un certo particolare è necessario che il
parlante abbia una conoscenza diretta di ciò che nomina.
«Quando si ha conoscenza diretta di quel particolare, si ha una
comprensione del nome piena, adeguata e completa e non è
richiesta nessuna informazione ulteriore. Nessuna informazione
B. RUSSELL, La filosofia…, op. cit., p. 15.
La forma non è un altro elemento, delle proposizioni, ma è il modo in cui
sono messi insieme gli elementi.
276 Per simbolo Russell intende «qualcosa che ‘significa’‚ qualcos’altro.» B.
RUSSELL, La filosofia..., op. cit., p.13.
274
275
129
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
ulteriore riguardo ai fatti che sono veri di quel particolare vi
permetterebbe di avere una comprensione più piena del
significato del nome»277 . I particolari sono indipendenti dagli
altri, sono autosussistenti. In senso logico solo gli indicali come
questo sono realmente nomi propri, perché implicano la
compresenza dell’oggetto indicato.
Nella vita quotidiana i termini sono invece ambigui. Russell
solleva la questione delle descrizioni definite attraverso cui cerca
di dare soluzione alla verifica di quegli enunciati in cui
compaiono o termini singolari non denotanti (cioè nomi di entità
come Pegaso, Romolo) da non confondere con i nomi propri, i
quali sono simboli usati per intendere un certo particolare
riportabili a definizioni, o descrizioni definite improprie278 come
ad esempio “L’attuale re di Francia è calvo”. Frege sosteneva che
le descrizioni definite, qualora non si attagliassero a nessun
oggetto, fossero prive di significato e quindi né vere, né false.
Russell contesta quest’idea. Gli enunciati in questione sono
valutabili, la loro forma grammaticale maschera l’effettiva forma
logica: basterà dunque parafrasarli in una forma più opportuna.
Così “L’attuale re di Francia è calvo” può essere tradotto come
“esiste un solo x tale che x è attuale re di Francia ed è calvo”;
dato che oggi non esiste alcun re di Francia, l’enunciato è falso.
Per Russell sia nei linguaggi formalizzati che nelle lingue
naturali è possibile una normalizzazione logica. Tramite le
definizioni contestuali i miei enunciati risulteranno sempre veri o
falsi. Invece in Frege, per quanto riguarda i linguaggi naturali, si
tratta di trovare le circostanze in virtù delle quali ciò che io dico
B. RUSSELL, La filosofia..., op. cit., p. 31.
«Un descrizione definita è impropria, quando non esiste un unico individuo
che la soddisfi o perché più di un individuo la soddisfa [...] o perché nessun
individuo la soddisfa». E. NAPOLI, Riferimento diretto, in M. SANTAMBROGIO, (a
cura di), Introduzione alla filosofia..., op. cit., n. p. 389.
277
278
130
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
è vero o falso279 .
S. Kripke280 contesterà la teoria di Russell sulle definizioni
definite: anche se fissiamo il riferimento di un nome tramite una
descrizione, tra i due non potrà intercorrere una relazione di
sinonimia. Il nome infatti, designa rigidamente l’oggetto anche se
scoprissimo che la cosa nominata non soddisfa la descrizione
che ne abbiamo dato. Se diciamo che Platone è stato allievo di
Socrate, le due caratterizzazioni non sono equivalenti, Platone
andrebbe ad indicare quel dato individuo e quindi non
cesserebbe di essere tale se si scoprisse che non è stato allievo di
Socrate. I nomi propri sono cioè designatori rigidi, termini che
hanno sempre lo stesso referente in tutti i mondi possibili281 .
Russell pone in luce un delicato problema che va a minare sia
i fondamenti della matematica, sia l’idea di concetto fregeano
visto come funzione che associa un valore di verità all’argomento
che appartiene all’insieme degli oggetti predicabili di quel dato
predicato. Il problema è riscontrabile nell’estensione dei concetti
o delle classi: il fatto che una proprietà possa individuare una
classe
di
oggetti
di
essa
predicabili,
fa
nascere
una
contraddizione. Supponiamo di avere la proprietà “non essere
membro di se stessa”; questa individuerà la classe C di tutte le
classi che non si appartengono. Il paradosso si genera nel
momento in cui ci chiediamo se C appartiene o no a se stessa.
Se C è membro di se stessa, in realtà non potrà esserlo perché
gode della proprietà che la caratterizza, ovvero non essere
membro di se stessa; se invece C non appartiene a se stessa,
Cfr. A. BONOMI, (a cura di), La struttura logica del linguaggio, op. cit., p.
176.
280 Cfr. S. KRIPKE , Identità e necessità, in A. BONOMI, (a cura di), La struttura
logica..., op. cit., pp. 265-285.
281 Per confronto vedere S. KRIPKE, Identità e necessità, in A. BONOMI, (a cura
di), La struttura logica del linguaggio, op. cit., pp. 265-285.
279
131
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
paradossalmente lo sarà perché dovrà appartenere alla classe
delle cose che non sono membri di se stesse.
Per risolvere questa autoreferenzialità all’interno delle classi,
Russell introdurrà la teoria dei tipi, per cui ad una classe non
può appartenere né se stessa, né classi di ordine superiore; o
detto in altro modo, un oggetto può appartenere ad un tipo solo
se non include se stesso od oggetti di ordine superiore.
«Dovremmo distinguere una gerarchia di classi. Inizieremo con le
classi che sono composte interamente di particolari: questo sarà
il primo tipo di classe. Poi procederemo alle classi i cui membri
sono classi del primo tipo: questo sarà il secondo tipo. Poi
procederemo alle classi cui membri sono classi del secondo tipo:
questo sarà il terzo tipo, e così via»282 . Russell non elimina così il
problema, ma riesce ad aggirare la questione con un postulato
ad hoc.
3.3.3
Ludwig
Wittgenstein:
Il
Tractatus
Logico–
Philosophicus
Per L. Wittgenstein è il linguaggio che ci permette di
raffigurare il mondo: ciò è quanto questo autore esprime nel
Tractatus logico-philosophicus tramite quella che viene definita la
teoria raffigurativa della realtà. Il mondo non è costituito da
oggetti ma da nessi tra stati di cose, ossia «il mondo è la totalità
dei fatti» così come «ciò che accade, il fatto è il sussistere di stati
di cose»283 . Detto anche in altre parole, i fatti sono sussistenti,
mentre gli stati di cose sono solo delle possibilità.
B. RUSSELL, La filosofia..., op. cit., p. 104.
L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, (trad. it.) Einaudi, Torino
1998, 1.1 e 2.
282
283
132
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Di questi fatti noi ci facciamo delle immagini284 , i cui elementi
rappresentano gli oggetti nell’immagine stessa. La connessione
di tali elementi danno vita alla struttura dell’immagine la cui
possibilità è la forma di raffigurazione dell’immagine. «La forma
di raffigurazione è la possibilità che le cose siano l’una con l’altra
nella stessa relazione che gli elementi dell’ immagine»285 . Per
poter raffigurare la realtà, ogni immagine (qualunque ne sia la
forma) deve avere in comune con essa la forma logica, ossia la
forma
della
realtà:
abbiamo
così
un’immagine
logica286 .
L’immagine logica dei fatti è data dal pensiero: « “uno stato di
cose è pensabile” vuol dire: Noi possiamo farci un’immagine di
esso»287 . Il segno tramite il quale esprimo il pensiero è quello
proposizionale.
Il linguaggio è l’insieme delle proposizioni munite di senso ed
ogni proposizione rappresenta un pensiero, ossia un’immagine
logica dei fatti. Possiamo a questo punto tracciare una sorta di
isomorfismo tra gli stati di cose, che sono le unità elementari del
mondo,
e
le
proposizioni,
ossia
le
unità
elementari
del
linguaggio, nonché una corrispondenza tra gli elementi della
proposizione (le parole) e quelli degli stati di cose (i singoli
oggetti).
Così come le cose prese di per sé, senza alcuna relazione, non
costituiscono un fatto, le parole da sole non hanno senso.
Contrariamente a Frege, per Wittgenstein i nomi hanno solo il
significato, ossia la loro denotazione. È da evitare che ad un
segno corrispondano più simboli o che vi sia per simboli
«L’immagine è un modello della realtà» L. WITTGENSTEIN, Tractatus logicophilosophicus, op. cit., 2.12.
285 L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, op. cit., 2.151
286 «La logica è non una dottrina, ma un’immagine speculare del mondo.» L.
WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, op. cit., 6.13.
287 L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, op. cit., 3.001.
284
133
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
differenti, lo stesso segno. Dobbiamo usare un linguaggio
segnico che ricalchi la sintassi logica. Il senso della proposizione
esprime una possibilità: quella che le cose mostrate288 nella
proposizione siano vere. La verità o la falsità dell’enunciato è
data invece dal confronto empirico con la realtà di cosa è
asserito nella proposizione: vi è una sorta di coincidenza tra i
concetti espressi in una teoria e il mondo fisico.
3.3.4
Il Circolo di Vienna
La scuola neopositivista riprende le idee di tutti questi autori,
nel tentativo sempre di eliminare dalla scienza ogni forma di
devianza metafisica; per far ciò è necessario risalire alla
struttura del linguaggio, analizzarlo e stabilire un criterio
insindacabile per decidere la verità delle proposizioni. In quello
che è considerato il manifesto del Circolo di Vienna si afferma
che: «La concezione scientifica del mondo [...] si prefigge come
scopo l’unificazione della scienza. Suo intento è di collegare e
coordinare le acquisizioni dei singoli ricercatori nei vari ambiti
scientifici. Da questo programma derivano l’enfasi sul lavoro
collettivo, sull’intersoggettività, nonché la ricerca di un sistema
di formule neutrali, di un simbolismo libero dalle scorie, non
meno che la ricerca di un sistema globale dei concetti. Precisione
e chiarezza vengono perseguite, le oscure lontananze e le
profondità impenetrabili respinte»289 .
Il problema fondamentale è attuare una riduzione del
«La proposizione mostra la forma logica della realtà. L’esibisce»; «Ciò che
può essere mostrato non può essere detto», L. WITTGENSTEIN, Tractatus logicophilosophicus, op. cit., 4.112 e 4.1212.
289 H. HAHN, O. NEURATH, R. CARNAP, La concezione scientifica..., op. cit., p. 74
288
134
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
linguaggio a forme in cui possano essere tradotte leggi e teorie
scientifiche, senza lasciar spazio al dubbio e trovare un metodo
affinché esse siano sempre verificabili.
R. Carnap290 teorizzerà vari tipi di riduzionismo: dapprima,
assumendo come assunto di partenza la sensazione, e poi
abbandonando la base fenomenistica per orientarsi verso una di
tipo fisicalistico. Dovevano essere le cose osservabili e non le
sensazioni a fornire spiegazione degli oggetti della scienza.
L’autore introduce così, prima gli enunciati protocollari291 e di
seguito, il linguaggio cosale fisico. Quest’ultimo deve permettere
la creazione di un lingua universale, intersoggettiva, conferendo
base empirica a tutta la scienza. Il significato di tutte le
proposizioni nel linguaggio teorico deve essere convertito e
quindi tradotto, per mezzo della fisica, nei termini di proposizioni
di osservazione al livello delle cose.
M. Schlick292 definendo il significato di una proposizione
come il metodo della sua verifica, accentra l’attenzione sulla
componente sintattica, tralasciando l’aspetto semantico del
problema. L’enunciato ha significato se è verificabile, ossia se
esso è prodotto in conformità alle regole con cui sono stati
definiti i termini. «Il significato di una parola o di una
combinazione di parole è così determinato da un insieme di
R. CARNAP (1891-1970), logico e filosofo tedesco, tra i fondatori del Circolo
di Vienna. Emigrò negli Stati Uniti prima del secondo conflitto mondiale,
influenzò profondamente il milieu culturale di questa nazione e della sua
filosofia.
291 I protocolli sono descrizioni immediate di esperienze elementari, resoconti
tali da precedere un ulteriore intervento di risistemazione concettuale. Cfr. E.
CAMPELLI, Da un luogo..., op. cit., par. 8.5
292 M. S CHLICK (1882-1936), filosofo austriaco, fu il vero centro del Circolo di
Vienna. Dopo la sua morte avvenuta per mano di un fanatico nazista il
Circolo perse poco a poco il suo impulso aggregativo fino alla diaspora totale
dei suoi componenti.
290
135
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
regole che presiedono al loro uso»293 . Tali regole sono quelle della
nostra lingua, fornite dalla grammatica. Di esse fanno parte le
definizioni comuni, ossia «spiegazioni di parole per mezzo di altre
parole» e definizioni ostensive, «spiegazioni per mezzo di una
procedura che associa una parola al suo uso attuale»294 . Il
riferimento ostensivo, essendo collegato all’esperienza, è il vero
mezzo di verificazione. Il linguaggio è così dato come sistema
formale, caratterizzato da regole di formazione e di uso decise
arbitrariamente, le quali determinano rigidamente ciò che è
significativo da ciò che non lo è. «La linea di divisione fra
possibilità e impossibilità logica è assolutamente chiara e
distinta; non vi è transizione graduale fra significato e nonsenso.
Infatti o abbiamo fornito le regole grammaticali di verificazione, o
non le abbiamo fornite: tertium non datur»295 .
O. Neurath296 introduce invece una teoria coerentista del
significato, in base alla quale la verità di un enunciato è legata
alla coerenza che ha questo con l’insieme di enunciati già
esistenti. Per introdurre un nuovo concetto all’interno del
sistema è quindi necessario che questo non sia in contraddizione
con le concezioni già affermate, a meno che non si voglia
procedere alla revisione di tutto l’impianto teorico stesso.
Afferma Neurath: «una volta che un enunciato sia stato
formulato, esso viene confrontato con la totalità degli enunciati
già esistenti. Se si accorda con essi viene aggiunto ad essi; se
non si accorda, viene definito “non vero” e viene respinto, oppure
M. SCHLICK, Significato e verificazione, in A. BONOMI, (a cura di), La struttura
logica del linguaggio, op. cit., p. 73.
294 M. SCHLICK, Significato e verificazione, in A. BONOMI, (a cura di), La struttura
logica del linguaggio, op. cit., p. 73.
295 M. S CHLICK , Significato e verificazione, in A. BONOMI, (a cura di), La
Struttura logica del linguaggio, op. cit., p. 84.
296 O. NEURATH (1882-1945), sociologo e filosofo tedesco, in un primo
momento su posizioni assolutamente parallele a quelle di Schlick, in seguito
se ne discostò a causa del cosiddetto problema dei protocolli.
293
136
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
il complesso esistente degli enunciati della scienza viene
modificato in modo che il nuovo enunciato possa esservi
incorporato»297 .
3.5
Il concetto nella logica modale: il caso di Richard
Montague
Il tentativo di ridurre il linguaggio naturale a quello formale
della logica è presente tra i vari autori, anche in R. Montague298 ;
il suo programma si incentra sul tentativo di ridurre il linguaggio
naturale a quello formale della logica, ad un mero calcolo.
Partendo dall’idea che la nostra competenza semantica si
caratterizza per la capacità di valutare e di costituire infiniti
nessi di implicazione tra gli enunciati, Montague ritiene che la
teoria
semantica
debba
caratterizzare
un
algoritmo,
«caratterizzare cioè la capacità di emettere giudizi di implicazione
concernenti una potenziale infinità di enunciati. Si tratta di
fornire una lista di assiomi da cui sia possibile inferire per una
coppia di enunciati A e B di una lingua naturale L, se A implichi
B o meno»299 . Le relazioni semantiche devono essere ridotte ad
un sistema di calcoli. Gli enunciati sono trasformati in un
linguaggio logico in cui le componenti sintattiche, unite per
mezzo
dei
connettivi,
sono
analizzate
attribuendo
a
tali
componenti valori semantici che determinano il valore di verità
delle connessioni sintattiche delle parti. Le condizioni di verità
O. NEURATH, Physicalism: the philosophy of the Viennese Circle, in “Monist”,
41, 1931, p. 53
298 R. M ONTAGUE (1930-1970), logico e filosofo statunitense, fu allievo di A.
Tarski. I sui scritti più importanti dal punto di vista filosofico–linguistico sono
raccolti nell’opera postuma Filosofia Normale (1974).
299 G. CHIERCHIA, Logica e linguistica, in M. S ANTAMBROGIO, (a cura di), Storia
della filosofia..., op. cit., p. 292.
297
137
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sono legate al concetto di mondi possibili (in parte analoghi alle
descrizioni di stato di Carnap, o ai possibili stati di cose di
Wittgenstein). Le condizioni di verità ci informano così in quali
stati di cose l’enunciato è vero e dove è invece falso. La
proposizione è esprimibile così tramite una funzione che associa
ad uno stato di cose un valore di verità che l’enunciato presenta
in quella data situazione. «I diversi stati di cose o mondi possibili
possono venir visti semplicemente come un insieme di punti che
formano uno spazio logico: ciò che potrebbe darsi, gli stati in cui
il mondo potrebbe trovarsi. Ciò che un enunciato esprime divide
lo spazio logico dei mondi possibili in due: da un lato gli stati di
cose compatibili con il contenuto dell’enunciato, dall’altro quelli
non compatibili con esso»300 . La semantica viene ridotta ad
operazioni logiche; le intensioni301 (come possiamo vedere nella
tabella302 sottostante) sono espresse mediante funzioni che
traggono origine dai mondi possibili.
Categoria sintattica
Estensione
Intensione
funzioni da mondi possibili
Frasi
Valori di verità
a valori di verità(= insiemi
di mondi possibili)
Sintagmi verbali, nomi
insiemi
comuni
funzioni da mondi possibili
a insiemi
Sintagmi nominali
singolari (per esempio
descrizioni definite)
individui
funzioni da mondi possibili
a individui
G. CHIERCHIA, Logica e linguistica, in M. SANTAMBROGIO, (a cura di), Storia
della filosofia..., op. cit., p. 302.
301 L’intensione viene intesa in senso carnapiano come il variare delle
estensioni nei diversi stati di cose.
302 G. CHIERCHIA, Logica e linguistica, in M. SANTAMBROGIO, (a cura di), Storia
della filosofia..., op. cit., p. 309.
300
138
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Il senso delle nostre espressioni viene così omologato
all’interno delle categorie sintattiche e ridotto sulla base di criteri
di appartenenza ad essi: gli enunciati all’interno della stessa
categoria sintattica hanno lo stesso significato. Come fa notare
P. Violi, nella semantica modellistica di Montague, viene fatta
astrazione dalle componenti soggettive del significato; «la nozione
di verità [...] utilizzata è una nozione totalmente oggettiva, nel
senso che gli enunciati sono veri o falsi indipendentemente dal
nostro riconoscerli come tali, e perfino dal fatto che essi possano
essere pensati da qualcuno»303 . In questo modo verrebbe
eliminato il soggetto ed ogni forma di comprensione da parte di
questo.
3.6
Concetti:
semantica
a
tratti,
prototipi
e
giochi
linguistici
3.6.1
Semantica a tratti
Tutti questi autori propongono teorie del linguaggio in cui il
concetto è assimilabile a funzioni, ossia è dato da relazioni
insiemistiche di tipo estensionale. Le proprietà determinano
infatti, come detto, un insieme di oggetti. Questi insiemi sono
concepiti come sistemi formali304 , all’interno di una logica
P. VIOLI, Significato ed esperienza, Bompiani, Milano 1997, p. 29.
sistemi formali sono sistemi assiomatici caratterizzati da: 1. un
vocabolario, ossia un insieme di simboli capaci di identificare in maniera
univoca tutti gli oggetti; 2. regole di buona formazione per creare formule ben
formate i cui valori di verità sono il vero e il falso. 3. regole di trasformazione
che permettono di dedurre formule ben formate da altre formule ben formate;
4. gli assiomi scelti all’interno delle formule ben formate da cui far derivare
tutte le altre proposizioni.
303
304I
139
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
classica ed in quanto tali presentano i caratteri di: chiusura
(qualcosa è dentro o fuori dell’insieme, in base al principio
aristotelico del terzo escluso), coerenza interna (i teoremi del
sistema non possono essere in contraddizione tra di loro) e
completezza (ogni teorema può essere derivato dalla struttura). I
concetti sono così rappresentabili come categorie, con regole di
formazione ben precise, che determinano sia la costituzione del
concetto stesso, sia ciò che ne può di volta in volta entrare a far
parte.
La fallibilità di tale logica di tipo estensionale è individuata
come visto da Russell, nell’antinomia delle classi. La teoria dei
tipi, con il suo processo di gerarchizzazione delle classi, non
fornisce una soluzione a tale problema; con essa si pone una
condizione
necessaria
e
sufficiente
che
risolve
solo
apparentemente la questione. In realtà l’antinomia scoperta
permane: i paradossi continueranno a sussistere, verranno solo
aggirati.
Come fa notare D. R. Hofstadter, questa autoreferenzialità
paradossale pone problemi non solo nell’ambito matematico, ma
anche
nel
linguaggio:
dovremmo
gerarchizzare
anche
quest’ultimo in livelli per non perderci in processi circolari. Al
primo livello poniamo un linguaggio-oggetto con uno specifico
dominio di applicazione il quale non permette di commentare il
linguaggio-oggetto
stesso.
Viene
quindi
introdotto
un
metalinguaggio e per riflettere su quest’ultimo servirà un metametalinguaggio e così via ad infinitum. Analogamente dato un
concetto, dovremo servirci per esprimerlo, di un metaconcetto, la
cui riflessione sarà affidata ad un meta-metaconcetto e così di
seguito. Quanto appena detto viene formulato da A. Tarski, il
quale riconosce la complessità di una lingua naturale ed il suo
140
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
incorrere in possibili paradossi semantici. Per evitare tali
antinomie e nel tentativo di fornire una teoria della verità, Tarski
afferma che una spiegazione della verità è possibile solo nei
linguaggi formalizzati, poiché caratterizzati da una struttura
sintattica specifica, e che bisogna mantenere una divisione tra il
linguaggio “in cui si parla” e quello “di cui si parla”, ossia tra
linguaggio
oggetto
e
metalinguaggio.
Sarà
quest’ultimo
a
determinare se gli enunciati espressi nel linguaggio oggetto sono
veri.
Ogni enunciato (o concetto) deve appartenere ad un dato
livello altrimenti non può avere significato: in realtà il linguaggio
non può essere così rigidamente stabilito. «Queste teorie sono del
tutto accademiche e dicono ben poco a proposito dei paradossi
[...] Senza dire che la volontà di eliminare i paradossi a tutti i
costi, specie quando ciò richiede la creazione di formalismi
decisamente artificiosi, dà un peso eccessivo alla mera coerenza,
mentre ne dà troppo poco alle stranezze e alle bizzarrie che
rendono interessanti la matematica e la vita. È certo importante
cercare di salvaguardare la coerenza, ma se questo ci obbliga ad
abbracciare una teoria orripilante, sappiamo che qualcosa non
va»305 .
Sarà K. Gödel a spezzare definitivamente la certezza nei
sistemi assiomatizzati. Il suo primo teorema di incompletezza
afferma che all’interno di ogni sistema formale può essere
costruita una proposizione G, tale che questa non sia né
dimostrabile, né non dimostrabile all’interno del sistema stesso.
Il secondo teorema di incompletezza ci dice che è possibile
stabilire la coerenza di un sistema S tramite un enunciato
poiché questo non sarebbe dimostrabile in S, ma in un
D. R. HOFSTADTER , Gödel, Escher, Bach: un’eterna ghirlanda brillante, (trad.
it.) Adelphi, Milano 2001, p. 24.
305
141
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
metasistema S'306 . Quindi: «aggiungendo un assioma a qualsiasi
sistema formale in modo tale da eliminare la contraddizione che
viene a prodursi a causa del primo risultato, non si costruisce
altro che un nuovo sistema formale all’interno del quale è
comunque possibile costruire l’enunciato A' che fa entrare in
crisi il sistema»307 .
Non possiamo più guardare al linguaggio come ad un sistema
formale o tentare di ridurlo ad esso per analizzarlo. L’arbitrarietà
e l’incertezza della lingua non può essere evitata senza dar vita a
qualcosa che non è più linguaggio. Il concetto di conseguenza
non
è
esprimibile
in
termini
di
funzioni
caratteristiche
cantoriane308 . Non è cioè applicabile una logica binaria: vi
saranno sempre elementi che sfuggiranno ad un tipo di
classificazione
concettuale,
dicotomica
in
termini
di
dentro/fuori. La creazione di un controllo sul linguaggio che
permetta nella scienza l’uso di concetti chiari, precisi, e
corrispondenti agli oggetti della realtà, ha costituito il sogno di
molti sociologi come Durkheim e Pareto, ed anche per Parsons,
per cui i concetti sono strumenti di classificazione rigidi della
realtà,
coerenti
tra
loro
nell’ambito
del
sistema
teorico
Per il primo teorema di Gödel, si ha che «in ogni sistema assiomatizzato,
almeno come l’aritmetica di Peano, si può costruire una proposizione a partire
dagli assiomi tale che né lei, né la sua negazione formale possono essere
dimostrate all’interno del sistema stesso.» A. GIVIGLIANO, Ipotesi, Collana del
Laboratorio di Ricerca Sociale, Univ. di Pisa 2002, p. 17. Per il secondo
teorema si ha invece che: «per ogni sistema formale adeguato S, l’enunciato
Coers che esprime in modo naturale la coerenza di S non è dimostrabile in S.
Quindi, anche se S è coerente, la sua coerenza non può essere stabilita in S.
Per stabilirla si dovrebbe ricorrere a un sistema formale S' più potente di S, la
cui coerenza a sua volta non potrebbe essere stabilita in S’ ma solo in un
sistema formale S'' più potente di S', e così via all’infinito.» A. GIVIGLIANO,
Ipotesi, op. cit., p. 61.
307 A. GIVIGLIANO, Ipotesi, op. cit., p. 61
308 La funzione caratteristica di un insieme è così esprimibile:
306
1 se x $ A
f ( x) = #"
! 0 se x % A
142
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
considerato.
Per quanto fino ad ora espresso, non possiamo limitarci nel
considerare il concetto così come viene tracciato dalle teorie
composizionali o da quelle semantiche a tratti. Seguendo la
distinzione fornita da Violi, possiamo individuare un modello
composizionale di analisi, ossia un metodo di analisi semantica
(da non confondere con una teoria sul significato delle parole)
che prevede la scomposizione dei termini in componenti di
significato, e una teoria semantica a tratti. Per quest’ultima il
concetto è dato da una definizione delle proprietà (ossia dei tratti
semantici) che ne determina il significato. «Il significato risulta
essere il prodotto della intersezione delle classi dei suoi
componenti, di conseguenza la sua definizione non è mai
graduale
ma
presenta
confini
di
delimitazione
netti,
perfettamente compatibili con la logica booleana a due valori e
con una teoria classica delle categorie»309 .
Tali proprietà sono condizioni necessarie e sufficienti nello
stabilire il significato del concetto. Ciò comporta che i tratti
selezionati siano indispensabili, quindi non eliminabili e che al
contempo essi costituiscano una lista chiusa e completa, non
ulteriormente ampliabile. A tale proposito si parla anche di
modello dizionariale contrapposto ad uno di tipo enciclopedico.
Un dizionario è infatti un repertorio circoscritto di conoscenze,
capace di dare una rappresentazione finita e precisa dei suoi
termini differentemente da un’enciclopedia, la quale racchiude
tutto
il
sapere,
e
che
conseguentemente
è
illimitata
e
irrappresentabile.
L’altro aspetto peculiare della teoria semantica dei tratti è
l’idea che determinati tratti possano costituire dei primitivi
309
P. VIOLI, Significato ed esperienza, op. cit., p. 85.
143
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
semantici. Primitivi sono gli elementi base non riducibili a
nient’altro: per Hume e Locke possono essere le percezioni, per
Descartes le idee innate, per Leibniz i simboli che stavano per le
idee semplici nel suo linguaggio universale, per Russell la forma
atomica, per Carnap le cose, per Durkheim i fatti sociali, per
Luhmann il sistema del sistema, per Weber il senso, per Morin il
tetragramma ordine/disordine/organizzazione con l’informazione
come piattaforma girevole sulla quale poggia il tutto.
L’idea dei primitivi è al centro anche dei modelli cognitivisti,
anche se questi non sempre sono legati alle teorie dei tratti. Tale
interesse si è sviluppato in differenti forme all’interno di questo
movimento così composito. Bisogna innanzitutto distinguere tra
chi vede nel primitivo un elemento invariante, delle unità
atomiche, o chi invece allarga tale nozione ad una struttura, uno
schema a cui riportare il sistema concettuale.
Per J. Fodor i primitivi corrispondono ad unità elementari, ad
alcuni concetti base espressi (come tutti i concetti) in un
particolare linguaggio della mente: il mentalese. I concetti sono
occorrenze, particolari mentali; sono atomi, in quanto non
derivano il loro «contenuto in virtù della posizione [che
occupano] entro una rete di relazioni concettuali»310 . Non
comprendiamo i concetti tramite la loro definizione o la loro
scomposizione nei tratti costituenti, ma mediante un processo di
corrispondenza diretta tra percezione di una occorrenza, che
genera uno stato mentale, e una rappresentazione mentale a cui
viene collegata un’espressione linguistica. Tutto ciò è ben
espresso nel seguente passo «per ogni evento che consiste nel
fatto che una creatura ha un atteggiamento proposizionale con il
contenuto P, c’è un evento corrispondente che consiste nel fatto
310
J. FODOR, Concetti, (trad. it.) McGraw-Hill, Milano, 1999, p. 78.
144
L. VERNIANI,
che
la
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
creatura
un’occorrenza
è
(token)
collegata
di
in
modo
rappresentazione
caratteristico
mentale
ad
con
il
contenuto P»311 . Tali occorrenze sono simboli con cui effettuare
operazioni formali, mettendoli in relazione: pensare è computare.
Ogni rappresentazione mentale è data dall’applicazione di un
numero finito di operazioni ad un numero finito di concetti
primitivi. Quest’ultimi sarebbero secondo Fodor innati, anche se
egli ammette che non vi sia ancora un accordo nel definire una
lista di possibili primitivi: assume solo che vi debbano essere.
R. Jackendoff, nel suo tentativo di accordare semantica e
costruzione grammaticale, pone le basi per una teoria della
struttura concettuale. Quest’autore propone «l’esistenza di un
unico
livello
di
rappresentazione
mentale,
[la
struttura
concettuale], nel quale e dal quale si proietta tutta l’informazione
periferica»312 . Vi deve essere compatibilità tra l’informazione
linguistica,
quella
sensoria
e
quella
motoria:
«le
parole
consistono in concetti immagazzinati, connessi con elementi
dell’espressione linguistica»313 ;
ciò fa
sì che
la
struttura
concettuale contenga quella semantica, e che sia legata da regole
di corrispondenza direttamente con la struttura sintattica. Le
percezioni che abbiamo del mondo non sono riproduzioni fedeli
di una realtà esterna, ma di un mondo proiettato314 così come
percepito dai processi organizzativi della nostra mente. Tali
processi organizzativi sono in parte innati, strutture primitive,
così come sono primitive le categorie ontologiche, «dimensioni di
base sulla quale gli esseri umani possono organizzare la loro
J. FODOR, Concetti, op. cit., p. 8.
R. JACKENDOFF, Semantica e cognizione, (trad. it.) Il Mulino, Bologna 1989,
p. 38.
313 P. VIOLI, Significato ed esperienza, op. cit., p. 52.
314 Possiamo vedere la realtà proiettata anche come la struttura imposta al
mondo reale dagli uomini.
311
312
145
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
percezione»315 .
G. Lakoff e M. Johnson vedono i primitivi in termini di
struttura profonda, ossia rintracciano degli schemi di natura
psico-fisica soggiacenti alla capacità di creazione di concetti da
parte dell’uomo. «Il nostro sistema concettuale in base al quale
pensiamo e agiamo è metaforico»316 . Tale struttura ricalcherà i
valori più importanti che sono presenti in una data cultura; ad
esempio, una società come la nostra basata sull’economia di
mercato, assocerà la limitatezza del tempo disponibile alla
scarsità tipica dei beni economici, nella frase “il tempo è denaro”.
I concetti, come vedremo in seguito nel modello di E. Rosch,
emergono dunque in primo luogo, dalle strutture preconcettuali
con cui organizziamo la nostra esperienza corporea. Questi
schemi sono immagini che permettono di rappresentarci le
conoscenze più salienti. Ne sono un esempio quelli relativi
all’orientamento spaziale del nostro corpo (come su-giù, avantidietro) o quelli ontologici relativi alle relazioni con gli oggetti fisici
(come contenitore, percorso). Le strutture sono alla base della
costituzione dei concetti che emergono da esse come strutture
metaforiche colte unitariamente dai soggetti, mediante un
processo di natura gestaltico. Gli elementi più salienti, così
determinati, creano un nucleo prototipico attorno al quale
nascono ulteriori elementi ed elaborazioni.
L’idea di una struttura primitiva sottostante al nostro
linguaggio è presente anche nelle teorie di N. Chomsky. Egli
afferma l’esistenza di una grammatica universale comune a tutte
le lingue, presente come schema concettuale innato in tutti i
bambini ed attivato come programma genetico in una certa
R. J ACKENDOFF, Semantica e cognizione, op. cit., p. 95.
G. LAKOFF e M. JOHNSON, Metafora e vita quotidiana, (trad. it.) Milano,
Bompiani 1980, p. 21.
315
316
146
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
fascia di età. Il bambino non farebbe altro che apprendere
etichette da applicare ai concetti che sono già parte del suo
apparato
concettuale.
«Noi
semplicemente
apprendiamo
l’etichetta che si combina con un concetto preesistente. [...] in
altre parole, è come se il bambino, prima di ogni esperienza,
avesse una lunga lista di concetti [...] e che successivamente
osservasse il mondo per vedere quale suono si abbini al
concetto»317 . Le lingue naturali sarebbero così dedotte da questa
grammatica universale e non viceversa.
3.6.2
Prototipi
Abbiamo detto che il definire il concetto in termini di
condizioni necessarie e sufficienti non può costituire la soluzione
migliore. La semantica a tratti si basa sulla creazione di
categorie discrete, ovvero insiemi aventi contorni chiari e definiti,
in modo tale che sia sempre possibile stabilire l’appartenenza o
meno dell’oggetto ad una categoria determinata. Non vi possono
essere casi incerti, gradi intermedi: la diversità viene annullata.
Questo schema di analisi incorre, quindi, in tutte le anomalie
che abbiamo descritto nel delineare i sistemi formalizzati. Il fatto
di ridurre la conoscenza del mondo ad un tipo di informazione
da dizionario e quindi fortemente selezionata è un altro punto
dolente di questi modelli semantici.
Prendiamo ad esempio la definizione di “uomo” data da M.
Bierwisch: uomo = animato & umano & maschio & adulto. Non
possedere anche solo una delle proprietà elencate, essendo esse
condizioni necessarie e sufficienti, sancisce l’esclusione da quel
N. CHOMSKY, Linguaggio e problemi della conoscenza, (trad. it.) Il Mulino,
Bologna 1981, p. 170.
317
147
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
tipo di concetto318 . Dovremmo però convenire nel dire che le
quattro proprietà individuate non potranno mai essere esaustive
dell’ente “uomo”. Le conoscenze che abbiamo su di esse sono
sicuramente in numero più elevato e varieranno nella loro
maggior specificazione da individuo a individuo.
H. Putnam sostiene che nel dire cosa è l’oro, ogni persona
darebbe una descrizione più o meno articolata; per qualcuno
l’oro è un metallo giallo, per altri sarà un metallo giallo e
malleabile e così via in base alle informazioni possedute.319
Afferma Violi, che i modelli classici che implicano condizioni
necessarie e sufficienti, «hanno la forma di una definizione
esaustiva in cui le proprietà individuate nel definiens si
presentano come conversione sinonimica del definiendum, senza
residui e con carattere di completa reversibilità fra i due
componenti della definizione»320 . Ciò implica un irrigidimento
inferenziale: una descrizione chiusa non permette di creare
nuove inferenze, è un elemento completamente anelastico,
incapace
di
adattarsi
alle
circostanze,
contrariamente
al
linguaggio. Le categorie non sono inoltre neanche strutturate al
loro interno: non vi è una gerarchia di importanza tra le
proprietà, tutte rivestono la stessa rilevanza, tutte hanno lo
stesso valore, un’omogeneità che risulta veramente irrealistica.
L’esprimere il concetto in termini di definizione è inoltre
problematico per le controversie che ruotano attorno al concetto
stesso di definizione. In essa solitamente si riscontra una petitio
principii,
una
struttura
autoreferenziale
e
ricorsiva,
che
potremmo chiamare con le parole di Hofstadter, uno “strano
Questo esempio di analisi componenziale fornito da M. Bierwisch, è
contenuto in P. V IOLI, Significato ed esperienza, op. cit., p. 84.
319 Per cfr. vedere H. PUTNAM, Il significato di significato, in H. PUTNAM,
Linguaggio e realtà, (trad. it.) Adelphi, Milano 1987.
320 P. VIOLI, Significato ed esperienza, op. cit., p. 142.
318
148
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
anello”321 . Si tenta di spiegare una parola usando altre parole,
che richiamano a loro volta all’interno della loro spiegazione,
altre parole e soprattutto il termine stesso di definizione.
Wittgenstein sostiene che «a volte richiediamo definizioni, non
per il loro contenuto, ma per la forma della definizione. La nostra
è una richiesta architettonica; la definizione è come un finto
cornicione che non sorregge nulla»322 . Nonostante questo, le
definizioni sembrano non essere eliminabili (a meno che non
intendiamo sostenere un atomismo concettuale a la Fodor); esse
svolgono, aldilà dei loro limiti, un compito fondamentale nella
comunicazione
sociale;
la
definizione
è
uno
strumento
pragmatico, creata ed utilizzata per garantire l’intersoggettività
comunicativa tra i parlanti.
Altro elemento da sottoporre a critica sono i primitivi
semantici: non vi sarà mai un accordo su cosa essi siano e su
quale criterio usare per individuarli. Anche laddove si arrivi a
fornire una lista di elementi primitivi, è ovvio che essa nascerà
da una selezione arbitraria, viene solamente apposta a dei
termini l’etichetta di primitivi. N. Goodman ritiene che: «Non è
perché un termine è indefinibile che viene scelto come primitivo;
piuttosto è perché un termine è stato scelto come primitivo per
un sistema che è indefinibile»
323 .
Per comprendere la nozione di concetto dobbiamo quindi
abbandonare la teoria classica delle categorie per orientarci
verso altri orizzonti che contemplino la vaghezza semantica. Un
«Il fenomeno dello “Strano Anello” consiste nel fatto di ritrovarsi
inaspettatamente salendo o scendendo lungo i gradini di qualche sistema
gerarchico al punto di partenza.» HOFSTADTER D. R., Gödel, Escher, Bach...,
op. cit. p., 11.
322 L.WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, (trad. it. ) Einaudi, Torino 1967, §
217.
323 N. G OODMAN, The structure of Appearance, in P. VIOLI, Significato ed
esperienza, op. cit., p. 51.
321
149
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
passo avanti viene sicuramente compiuto con le teorie dei
prototipi, che si basano sempre su di una nozione ancora in
parte rigida, di categoria, ma che comunque elimina le proprietà
sufficienti e necessarie. Le categorie discrete vengono sostituite
dall’idea di un continuum lungo il quale si dispongono le entità
che ne fanno parte.
Il prototipo è in generale considerato come una sorta di
modello standard, quello che più rappresenta il nostro concetto,
ed attorno ad esso ruotano casi più o meno aderenti alla nozione
centrale, avvicinandosi o distaccandosi da essa, non in termini
di dentro/fuori, ma seguendo una certa gradualità semantica.
Cosa
vogliamo
descrivendo
gli
esprimere
esperimenti
può
essere
condotti
da
meglio
W.
compreso
Labov
sulla
categorizzazione. Egli mostrò un certo numero di figure di oggetti
rappresentanti tazze e simili (ciotole, scodelle, bicchieri), ad
alcuni soggetti i quali avevano il compito di denominarli. Alcuni
oggetti, presentando caratteri simili, venivano individuati subito
senza difficoltà e riconosciuti come tazze; questi andavano a
costituire i casi centrali. Allontanandosi dai casi centrali
aumentava il tempo di riconoscimento dell’oggetto, e diminuiva
l’accordo sulla denominazione. «In sostanza la categorizzazione
di un’entità dipende da quanto l’oggetto si avvicina a un valore
ottimale che fa da punto di riferimento per la categoria in
questione e che possiamo chiamare [...] il prototipo della
categoria»324
Una delle più rilevanti teorie sull’argomento è quella di E.
Rosch: come Labov, pone il problema della categorizzazione.
Bisogna stabilire le modalità con cui creiamo i nostri concetti,
ossia come e cosa selezioniamo e astraiamo dal continuum
F. CASADEI, Significato ed esperienza. Linguaggio, cognizione, realtà, in D.
GAMBARARA (a cura di), Semantica, Carocci, Roma 1999, p. 100.
324
150
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dell’esperienza nel formare classificazioni. In primo luogo le
categorie possono essere divise in tre livelli gerarchici: quelle
sovraordinate, (ad esempio, animale) quelle intermedie o di base
(ad esempio cane) e quelle subordinate (labrador). È il livello
base quello che più interessa la Rosch poiché è il primo in cui gli
oggetti vengono classificati. La formazione di questo tipo di
categoria è permessa dalle nostre strutture percettive e cognitive,
che interagendo con le
cose, ci permettono di scegliere
determinati aspetti della realtà e non altri. «È a partire dal nostro
corpo e dal suo muoversi nello spazio che si possono individuare
unità discrete nel mondo che ci circonda e queste unità hanno
maggiore
salienza
corrispondono
a
cognitiva
e
un’interazione
percettiva
quanto
più
unitaria con l’ambiente»325
Individuati gli elementi percettivi comuni ad un dato oggetto,
questi potranno essere percepiti come Gestalt: una forma
unitaria che valga per tutti i membri della categoria. All’interno
di ogni livello base possiamo rintracciare un prototipo ossia «il
caso
più
chiaro
di
appartenenza
alla
categoria,
definito
operativamente dal giudizio delle persone sulla “bontà” di
appartenenza della categoria»326 . Questo sarà l’esempio migliore,
quello che meglio rappresenta la categoria, ossia il più saliente.
Il prototipo possiede il maggior numero di proprietà tipiche e di
caratteri comuni con gli altri membri della categoria e la minor
somiglianza con i membri delle altre.
La nozione di prototipo verrà utilizzata anche da H. Putnam
nel suo articolo “Il significato di significato.” In questo scritto,
l’autore espone la teoria secondo la quale il significato non è dato
soltanto,
dall’intensione
o
dall’estensione
del
termine.
P. VIOLI, Significato ed esperienza, op. cit., p. 161.
E. ROSCH, Principle of categorization, in P. V IOLI, Significato ed esperienza,
op. cit., nota 1 p. 171.
325
326
151
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Innanzitutto viene criticata l’idea di estensione intesa come un
insieme di cose delle quali il termine è vero. Dice Putnam che le
parole di una lingua non sono generalmente del tipo si-no: dato
un qualsiasi oggetto, esso o appartiene sicuramente a I o non vi
appartiene327 . Egli ammette l’esistenza di casi limiti a cui la
rigidità estensionale degli insiemi non sa fornire una risposta.
L’estensione è legata alla natura dell’oggetto (cosa è il referente);
la conoscenza di essa non corrisponde con la competenza
referenziale (quale è il referente).
L’intensione invece, intesa come “vaga nozione di concetto”,
non può esprimere in modo univoco l’estensione. Essa fornisce
un insieme di proprietà che dovrebbero individuare l’oggetto, ma
di fatto ad uno stesso termine può essere associata una stessa
descrizione, pur nella diversità non riconosciuta del referente,
così come viene dimostrato nell’esperimento mentale della terra
gemella. In esso si suppone l’esistenza della Terra e di una Terra
gemella uguale alla prima. Entrambe le popolazioni dei due
pianeti parlano italiano. Vi sono però delle differenze tra le due
terre: ad esempio vi è un liquido che entrambi chiamano
“acqua”. Le descrizioni dei due liquidi corrispondono; essi hanno
infatti
stesso
colore,
stesso
gusto,
sono
apparentemente
indistinguibili. Vi è però una sostanziale differenza, ignorata
dalle persone: sulla Terra la formula chimica dell’acqua è H2O,
sulla Terra Gemella XYZ328 . Uno stesso nome con stessa
intensione va così a riferirsi a due oggetti differenti. Da quanto
detto emerge che la conoscenza del significato di un nome non
dipende dalle nostre concettualizzazioni e che l’intensione non
determina univocamente l’estensione.
Cfr. H. PUTNAM, Il significato..., op. cit., p. 241.
L’esperimento di Terra gemella è riportato in H. PUTNAM, Il significato..., op.
cit., pp. 247-248.
327
328
152
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
I nomi, specie quelli di sostanza sono per Putnam, come per
Kripke, designatori rigidi: essi si riferiscono direttamente al
referente aldilà delle definizioni che possiamo darne329 . Le
proprietà individuate dal concetto creato non sono quindi
condizioni necessarie e sufficienti di ciò che deve essere
denotato.
Suddividendo tra competenza referenziale e conoscenza
dell’estensione, si attua anche una divisione linguistica: gli unici
che potranno conoscere realmente il referente o avvicinarsi ad
esso sono gli esperti, gli scienziati, in quanto essi potranno
disporre di informazioni maggiori. La comunità di parlanti si
appoggerà al gruppo di esperti per rintracciare i denotati, ma
soprattutto si esprimerà utilizzando stereotipi, ossia un insieme
di conoscenze medie, socialmente condivise che permettono di
rintracciare il referente delle parole usate.
Lo stereotipo è dato per definizione o per gesto ostensivo,
fornisce tratti standardizzati o considerati tipici della cosa; «i
tratti generali dello stereotipo sono generalmente criteri, tratti
che in situazioni normali rappresentano modi per riconoscere se
una cosa appartiene al genere o almeno condizioni necessarie
per l’appartenenza al genere»330 . Lo stereotipo può essere più o
meno preciso; ad esempio quello di tigre (costituito da felino con
mantello a strisce), ci permetterà di riconoscere questo animale
nella maggioranza dei casi, altri come “molibdeno” saranno
costituiti per lo più dal tratto metallo e quindi facilmente
confondibile con altri elementi. «La maggioranza degli stereotipi
colgono
di
fatto
le
caratteristiche possedute
dai membri
paradigmatici della classe considerata»331 .
Cfr. H. PUTNAM, Il significato..., op. cit., p. 259
H. PUTNAM, Il significato..., op. cit., p. 254.
331 H. PUTNAM, Il significato..., op. cit., p. 275.
329
330
153
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Lo stereotipo è un’idea convenzionale, spesso fuorviante: può
cioè essere creato su concezioni totalmente errate e svolgere
perfettamente la sua funzione. Lo stereotipo è sociale: la sua
determinazione è regolata all’interno della comunità linguistica;
è questa che decide quale sia il livello minimo di competenza del
parlante, che coincide con il giusto uso di un dato stereotipo.
Putnam parla anche di una competenza individuale nel
significato, il cui intervento non è comunque così forte da
determinare l’estensione del termine. Lo stereotipo è una
componente del significato, il quale assume la forma di un
vettore o sequenza finita. Questo è formato da indicatori
sintattici che valgono per quella parola (ad esempio “nome”), da
indicatori semantici (come “animale”), da una descrizione delle
caratteristiche aggiuntive dello stereotipo, e da una descrizione
dell’estensione. «Tutti i componenti del vettore rappresentano
un’ipotesi sulla competenza del singolo parlante, ad eccezione
dell’estensione»332 , la quale come già detto gli è preclusa.
3.6.3
Somiglianze di famiglia e giochi linguistici
Abbiamo dunque visto che la nozione di prototipo (o di
stereotipo) non può prescindere da una teoria sulle categorie,
quindi dai concetti di appartenenza e di rappresentatività.
Questi ultimi due elementi devono essere posti al centro di
alcune considerazioni.
Se
noi
consideriamo
equivalenti
rappresentatività
e
appartenenza, e se quest’ultima è graduale, ciò vorrà dire che
anche l’appartenenza sarà misurata in termini di gradi a
332
H. PUTNAM, Il significato..., op. cit., p. 294.
154
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
seconda della maggiore o minore somiglianza con il prototipo. Gli
elementi
che
costituiscono
la
categoria
saranno
valutati
mediante giudizi inferenziali dati dal grado di maggiore o minore
similarità
rispetto
al
prototipo,
determinando
gradi
di
rappresentatività diversa per ognuno di essi. Gradi diversi di
appartenenza significano categorie dai confini sfumati e quindi
non nettamente tracciati.
Tale concezione non sembrerebbe però essere utilizzabile per
tutte le categorie. Alcuni nostri concetti sono costruiti secondo il
modello classico, mediante una definizione che contempla una
lista di condizioni necessarie e sufficienti, la quale a sua volta
sancisce la rigida appartenenza all’insieme. Altri concetti invece
utilizzano la nozione di salienza; vi sarebbero cioè delle proprietà
tipiche e invarianti, ed altre variabili. Le prime, che hanno
maggiore salienza, determinano l’appartenenza alla categoria in
termini non di gradualità, ma di dentro/fuori come nel modello
classico, le seconde, il grado di rappresentatività. Il prototipo è
infatti considerato il caso che presenta i caratteri tipici uniti al
maggior numero di caratteri variabili. I confini della categoria
non possono essere sfumati, non esistono infatti casi dubbi di
confine.
Alcuni aspetti della teoria di Jackendoff sulla categorizzazione
e sul significato sono interessanti sotto alcuni dei rispetti
analizzati. Quest’autore è critico nei confronti dello stereotipo se
inteso come classe di tratti chiusi. La categorizzazione è un
aspetto fondamentale del processo cognitivo in quanto permette
di «giudicare se un oggetto particolare sia o meno un caso
particolare di categoria»333 . Il concetto può essere, dunque visto
come rappresentazione di un oggetto categorizzato [token] o come
333
R. J ACKENDOFF, Semantica e cognizione, op. cit., p. 137.
155
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
rappresentazione di una categoria (type), “cane” può essere un
esempio di type e “chihuahua” di token. I type e i token non sono
elementi invariabili: possiamo continuamente crearne di nuovi o
modificare
“QUELLI”334
già
esistenti,
il
loro
numero
è
potenzialmente illimitato. I type e i token hanno insita nella loro
struttura interna dei principi e delle regole che permettono
questa “categorizzazione creativa”.
«I [TYPE] non sono una lista prefissata e immutabile [...], ma il
processo di categorizzazione deve prevedere principi che possono
essere usati in maniera
creativa per categorizzare nuovi
[TOKEN]. Si possono inoltre creare [TYPE] nuovi, per esempio
costituire per un [TOKEN]i arbitrario un [TYPE] di oggetti simili a
[TOKEN]i per i quali la somiglianza può essere determinata in
modo arbitrario»335 .
Le strutture concettuali trovano espressione nel significato,
esso è una rappresentazione mentale internalizzata. Le parole
non hanno significati definiti e precisi individuati da condizioni
necessarie e sufficienti; come per Putnam i termini non
rispondono a giudizi del tipo si/no. Il linguaggio è infatti
caratterizzato dalla vaghezza: «la sfocatezza è una caratteristica
inevitabile dei concetti espressi dal linguaggio»336 . Per specificare
il significato e quindi per formare i concetti,337 sono necessarie
tre tipi di condizioni:
1) quelle necessarie, per cui il concetto di tigre deve contenere
la condizione “OGGETTO”, così come rosso deve contenere quella
Jackendoff utilizza un metalinguaggio nella sua teoria in cui le lettere
maiuscole stanno ad indicare un’informazione mentale, mentre all’interno di
parentesi quadre saranno indicati i costituenti concettuali. Cfr. R.
JACKENDOFF, Semantica e cognizione, op. cit., p. 58
335 R. J ACKENDOFF, Semantica e cognizione, op. cit., p. 144.
336 R. J ACKENDOFF, Semantica e cognizione, op. cit., p. 203.
337 Dobbiamo ricordare che per Jackendoff la struttura semantica è contenuta
in quella concettuale.
334
156
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
di colore;
2) le condizioni graduate o di centralità per le quali esiste un
valore centrale allontanandosi dal quale abbiamo i casi meno
rappresentativi di quel concetto. Se prendiamo il concetto
“rosso”, gli esempi più lontani da questo saranno anche i casi
peggiori di rosso. Tali condizioni potrebbero richiamare l’idea di
prototipo, nonché quella di salienza;
3) le condizioni tipiche338 invece vengono avvicinate dallo
stesso autore alle somiglianze di famiglia di Wittgenstein. Vi
sono cioè fasci di condizioni di tipicità che attraversano i
concetti, che sono però soggette ad eccezioni.
Proprio le somiglianze di famiglia, introdotte da Wittgenstein
nelle sue Ricerche filosofiche, vanno a costituire un nuovo
sistema di categorizzazione; con esse viene abolita la nozione di
caso centrale. Non c’è nessun modello esemplare come il
prototipo a cui rapportare gli altri possibili membri della
categoria,
somiglianza
misurandone
di
famiglia
la
prossimità
è
un
o
principio
la
di
distanza.
La
organizzazione
categoriale in cui gli elementi non hanno bisogno di condividere
tutti la stessa caratteristica, ma occorre che vi siano solo
somiglianze condivise tra almeno due membri della categoria.
Non siamo più in presenza di una struttura concentrica in cui
tutti i costituenti si riuniscono attorno al nucleo centrale
prototipico, con il quale si condivide una o più proprietà; tale
nozione viene abbandonata a favore di una struttura lineare. Le
categorie non sono così segnate da proprietà che determinano la
chiusura del sistema, i concetti possono essere visti come
Generalmente può essere fatta una distinzione tra proprietà essenziali e
tipiche. Le prime sono considerate condizioni indispensabili per
l’appartenenza alla categoria e quindi difficilmente eliminabili, le seconde
danno luogo ad inferenze solamente probabili e per questo possono essere
cancellate.
338
157
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
insiemi dai contorni sfumati: sono ammessi cioè i casi dubbi, di
confine, cui la modellistica classica non sapeva dare una
collocazione.
Teoricamente il modello classico di condizioni necessarie e
sufficienti potrebbe essere considerato un caso particolare di
somiglianza di famiglia. «Poiché il concetto di somiglianza di
famiglia non impone che vi siano esclusivamente somiglianze
locali, ma lo permette solamente, nulla vieta di considerare una
categoria classica come una forma particolare di somiglianza in
cui tutti i membri hanno in comune le stesse proprietà»339 .
Le somiglianze di famiglia vengono paragonate alle analogie
presenti tra i membri di una famiglia che presenteranno dei
tratti comuni: chi la corporatura, chi i tratti del volto, chi il
colore degli occhi o dei capelli. Le somiglianze si sovrappongono
e si incrociano in un unico filo «e la robustezza del filo non è
data dal fatto che una fibra corre per tutta la sua lunghezza, ma
dal sovrapporsi di molte fibre l’una all’altra [...] un qualcosa
percorre tutto il filo, - cioè l’ininterrotto sovrapporsi di queste
fibre»340 .
La nozione di somiglianza di famiglia viene inserita come
caratterizzazione
dell’opera
di
un
altro
wittgensteiniana,
elemento
ossia
il
chiave
gioco
all’interno
linguistico.
Consideriamo tutto ciò che denominiamo “giuoco”: vedremo che
non c’è qualcosa di comune a tutti i giochi, ma solo una serie di
somiglianze, di parentele; alcuni privilegiano la competizione,
altri il vincere o il perdere, alcuni l’abilità mentale, altri quella
fisica.
Il linguaggio non è più, come nel Tractatus, un’immagine della
339
340
P. VIOLI, Significato ed esperienza, op. cit., p. 198.
L. WITTGENSTEIN L., Ricerche filosofiche, op. cit., § 67.
158
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
realtà341 , ma costruisce quest’ultima: nulla è dato al di fuori del
linguaggio. «Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una
parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra
parte, e non ti raccapezzi più»342 . Le parole non sono etichette
che si applicano agli oggetti, il loro significato è dato dall’uso che
se ne fa all’interno di un preciso contesto, all’interno degli infiniti
giochi che possono essere attivati. Il significato è come una
cassetta di attrezzi, contenenti usi diversi: «Pensa agli strumenti
che si trovano in una cassetta di utensili: c’è un martello, una
tenaglia, una sega, un cacciavite, un metro, un pentolino per la
colla, la colla, chiodi e viti. – Quanto differenti sono le funzioni di
questi oggetti, tanto differenti sono le funzioni delle parole»343 .
Del gioco linguistico non si può, secondo Wittgenstein, dare
una definizione, ma solo fornire esempi, «Come faremo allora a
spiegare a qualcuno che cos’è un giuoco? Io credo che gli
descriveremo alcuni
giuochi,
e poi potremmo aggiungere:
“questa, e simili cose, si chiamano “giuochi”»344 .
Il gioco così come ogni cosa nel linguaggio viene appresa
tramite addestramento che prevede sì, il far imparare i concetti
mediante l’uso di definizioni e di gesti ostensivi, ma che alla fine
è principalmente resa dall’uso di esemplificazioni, dal porre cioè
parole e concetti in situazione.
Considera la molteplicità dei giochi linguistici contenuti in
questi (e in altri esempi):
Comandare, e agire secondo il comandoDescrivere un oggetto in base al suo aspetto o alle sue
dimensioni–
«La totalità delle proposizioni è il linguaggio», «La proposizione è
un’immagine della realtà», L. WITTGENSTEIN, Tractatus logico-philosophicus, op.
cit., 4.001, 4.01.
342 L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit. § 203.
343 L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit. § 11.
344 L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit. § 69.
341
159
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Costruire un oggetto in base a una descrizione (disegno)Riferire un avvenimentoFar congetture intorno all’avvenimentoElaborare un’ipotesi e metterla alla provaRappresentare i risultati di un esperimento mediante tabella e
diagrammiInventare una storia e leggerlaRecitare in teatro –
Cantare in girotondoSciogliere indovinelliFare una battuta; raccontarlaRisolvere un problema di aritmetica applicata–
Chiedere, ringraziare, imprecare, salutare, pregare. 345
Comprendere un gioco significa saperlo giocare, conoscerne
anche le regole. I concetti quindi, traggono il loro significato
all’interno di giochi, i quali sono retti da delle regole.
Usare una regola significa applicarla nel modo in cui
generalmente viene applicata in quel gioco linguistico, è seguire
una prassi; «seguire una regola, fare una comunicazione, dar un
ordine, giocare una partita a scacchi sono abitudini (usi,
istituzioni)»346 . Un gioco linguistico non è comunque interamente
strutturato dalle regole. Il modo in cui utilizziamo i nostri
concetti non è circoscritto in maniera precisa: noi facciamo e
modifichiamo le regole via via che procediamo nel nostro
gioco.347
Il linguaggio e le nostre regole dipendono molto dalla natura
umana, dalla nostra particolare forma di vita. Quest’ultima
determina ciò che per noi è concettualmente possibile. «Dunque,
L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit., § 23.
L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit., § 199.
347 «E non si dà anche il caso in cui giochiamo e – ‘make up the rules as we go
along?. E anche il caso in cui le modifichiamo – as we go along». L.
WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit., § 83, la parte in inglese viene
tradotta come «facciamo le regole via via che procediamo», in inglese nel testo
originale.
345
346
160
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
i limiti delle proprie capacità percettuali sono in un certo senso
empiricamente determinati. I giochi linguistici nei quali si viene
addestrati pongono un limite ai modi possibili in cui si può
vedere questo o quest’altro. Tutti noi acquisiamo un linguaggio
come parte della nostra crescita e veniamo socializzati nell’uso
del linguaggio nell’ambito di una determinata forma di vita. È
così che ci viene fornito l’apparato concettuale (composto di
regole, significati, convenzioni) che presiede alle nostre possibili
esperienze percettive»348 . I nostri concetti dipendono da come
sono gli uomini e il mondo, per questo il linguaggio è un
prodotto dell’agire umano. Da quanto detto potrebbe risultare
una visione statica del linguaggio, ma ciò è vero solo in parte,
poiché esso non può essere strutturato interamente né da regole,
né dalla nostra natura: il linguaggio è un produttore di senso. «È
un fatto dell’esperienza che gli esseri umani modificano i loro
concetti, li sostituiscono con altri quando vengono a conoscenza
di fatti nuovi; quando, così ciò che per loro era importante
prima, diventa non importante e viceversa»349 . «I concetti ci
inducono ad indagare. Sono l’espressione del nostro interesse e
dirigono il nostro interesse»350 .
Il linguaggio è sociale, è pubblico: non esistono nella mente
concetti privati, essi non potrebbero essere compresi dalle altre
persone. I concetti possono darsi solo nel linguaggio ed è solo
mediante questo che si impara ad usarli: «Come faccio a sapere
che questo colore è rosso? – Una risposta potrebbe essere
questa: “Ho imparato l’italiano”»351 .
D. Phillips afferma che «un gioco linguistico è un modello
D. PHILLIPS, Wittgenstein..., op. cit., p. 161.
L. WITTGENSTEIN, Zettel, (trad. it.) Einaudi, Torino 1997, § 352.
350 L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit., § 570.
351 L. WITTGENSTEIN, Ricerche filosofiche, op. cit., § 381.
348
349
161
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
semplificato di qualche aspetto particolare del nostro linguaggio,
considerato più o meno in isolamento in quanto concepito come
il linguaggio in se stesso completo di un determinato gruppo di
persone»352 .
Il
linguaggio
ordinario
svolge
una
specie
di
ruolo
metalinguistico rispetto agli altri, ad esempio a quello della
scienza; esso fornisce le regole e le convenzioni di base dei
giochi, permette di crearne di nuovi.
3.7
Charles S. Peirce
Se con Wittgenstein ci indirizziamo verso un’idea di concetto
visto come insieme sfumato, dai contorni vaghi e non più legato
a liste chiuse di proprietà, con C. S. Peirce si delinea
l’importanza del processo metaforico, ideativo e innovativo nel
costituire e veicolare i nostri concetti. La nozione da cui partire
per tracciare la teoria di questo autore è senza dubbio quella di
segno, questo può essere definito «come qualcosa che da un lato
è determinato da un Oggetto e dall’altro determina un’idea nella
mente
di
una
persona,
in
modo
tale
che
quest’ultima
determinazione, che io chiamo l’Interpretante del segno, è con
ciò stesso mediatamente determinata da quell’Oggetto»353 . Siamo
di fronte ad un rapporto triadico, in cui i tre componenti non
possono essere ridotti l’uno all’altro, ma si coadiuvano nel creare
il significato; il segno è il trait d’union, l’elemento mediatore tra
interpretante e oggetto. Il segno non è una sorta di immagine
D. PHILLIPS, Wittgenstein..., op. cit., p. 60.
C. S. PEIRCE, I problemi della classificazione dei segni, (trad. it.) in
Semiotica, op. cit., § 8.343. Per lo stile di citazione utilizzato riguardo Peirce
cfr. nota 100.
352
353
162
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
speculare dell’oggetto, ma ne coglie determinati aspetti, che la
persona andrà a rielaborare nell’utilizzo del segno stesso. La
conoscenza non è mai oggettiva, bensì sempre soggetta ad un
continuo processo di interpretazione di tipo ipotetico.
Peirce individua tre percorsi nel metodo scientifico: la
deduzione, l’induzione e l’abduzione354 . Quest’ultima è tra le tre
citate, il fattore innovativo, il vero momento ipotetico: «mediante
l’ipotesi, noi concludiamo l’esistenza di un fatto completamente
differente da alcunché di osservato, fatto ipotizzato da cui, in
base
a
leggi
note,
qualche
fatto
osservato
risulti
necessariamente»355 . L’interpretazione è proprio un processo
creativo di tipo abdutivo in cui si ha una rielaborazione continua
dei nostri concetti. Un segno, dovendo rappresentare un oggetto,
mette in moto un processo semiosico all’infinito: se un segno è
altro dal suo oggetto è necessaria una spiegazione, il segno e la
spiegazione vanno a costituire un altro segno (un metasegno) in
un processo ad infinitum, in cui il nuovo segno sempre più
ampliato accoglie e sintetizza le parti delle spiegazioni (a loro
volta segni) precedenti, come in una continua costruzione
metaforica. L’individuo isola cioè nella realtà determinati aspetti,
che sintetizza tramite procedimento metaforico in un unico
concetto. Quest’ultimo è la rappresentazione di una porzione di
realtà, un’immagine condensata di parti di essa, un segno.
Il pensare è dunque una continua trasformazione e fusione di
segni: ogni pensiero precedente suggerisce qualcosa al pensiero
seguente, ovvero è il segno di qualche cosa per quest’ultimo. Il
procedimento ipotetico-metaforico che crea innovazione è da
La deduzione è un procedimento in cui si trae il risultato dalla regola e dal
caso, l’induzione trae la regola dal caso e dal risultato, mentre l’abduzione è
un’inferenza che trae il caso dalla regola e dal risultato.
355 C. S. Peirce, Opere (trad. it,) Bompiani, Milano 2003, § 2.636.
354
163
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Peirce considerato un momento iconico. L’icona è un segno che
rappresenta qualcosa in virtù della sua somiglianza con un
oggetto356 . Le icone offrono sempre nuovi spunti conoscitivi,
mettendo
in
luce
quelle
connessioni
tra
elementi a
cui
inizialmente non diamo importanza; assieme all’indice e al
simbolo, essa costituisce un modo di organizzare l’esperienza
all’interno di un complesso rapporto triadico che contempla tre
categorie: primità, secondità e terzità. La Primità è un elemento
qualitativo, indifferenziato che si dà nella sua immediatezza, «è il
modo d’essere di ciò che è così come è, positivamente e senza
riferimento a nient’altro [...] l’impressione totale non analizzata
causata da una molteplicità non pensata come fatto effettivo, ma
semplicemente come una qualità, come semplice possibilità
positiva di appartenenza»357 . La Secondità è un elemento di
esperienza che emerge dal confronto con un altro, «è il modo
d’essere di ciò che è così come è rispetto a un secondo ma senza
alcun riguardo a qualsiasi terzo»358 . Infine la Terzità è una
categoria di mediazione che riunisce a sé le prime due inserendo
l’elemento interpretativo, «è la relazione triadica esistente fra un
segno, il suo oggetto, e il pensiero interpretante»359 .
Peirce dividerà poi il segno in base a questi suoi tre aspetti:
nel
suo
essere
primo,
ossia
nel
suo
essere
considerato
espressione, nel suo essere secondo ossia nel suo rapporto con
l’oggetto e nel suo essere terzo cioè nel suo rapporto con
«Un’Icona è un Representamen la cui Qualità Rappresentativa è una
Primità dell’Icona in quanto l’Icona è un Primo: cioè una qualità
rappresentativa che l’Icona possiede in quanto cosa e che la rende atta a
essere un representamen”. C. S. PEIRCE , Grammatica speculativa, (trad. it.) in
Semiotica, op. cit., § 2.276.
357 C. S. PEIRCE, I problemi della..., op. cit., §§ 8.328-8.329.
358 C. S. PEIRCE, I problemi della..., op. cit., § 8.328.
359 C. S. PEIRCE, I problemi della..., op. cit., § 8.332.
356
164
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
l’interpretante. Otteniamo il seguente schema360 :
Categorie o
1. Segni in se
2. Segni in
3. Segni in
modalità
stessi
connessione con i
relazione con gli
loro oggetti
interpretanti
secondo come
questi
rappresentano i
segni
a)Primità,
a)Qualisegno
a)Icona
a)Rema
b)Sinsegno
b)Indice
b)Proposizione
c)Legisegno
c)Simbolo
c)Argomento
Possibilità
b)Fecondità,
Fatto
c)Terzità,
Legge
Se l’icona361 , come abbiamo precedentemente affermato, è ciò
«I segni risultano così divisibili in tre tricotomie. 1) Il Segno considerato in
se stesso può essere o una pura qualità, o un esistente effettivo, o una legge
generale. 2) Il Segno, considerato in relazione con l’Oggetto, può avere tale
relazione come dipendente o da qualche carattere che il segno ha in se stesso,
o da un rapporto esistenziale con l’oggetto, o dalla sua relazione con
un’interpretante. 3) Il Segno, considerato in rapporto con l’Interpretante, può
essere rappresentato dal suo Interpretante o come un segno di possibilità, o
di fatto, o di ragione». M. Bonfantini (a cura di), Semiotica, p. 125.
361 Peirce parla anche di ipoicona, ossia un representamen iconico. «Le
ipoicone possono essere sommariamente suddivise a seconda del modo di
Primità di cui partecipano. Quelle che partecipano di qualità semplici, ovvero
della Prima Primità, sono immagini; quelle che rappresentano le relazioni
360
165
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
che, nella sua capacità creativa, permette di cogliere sempre
nuovi aspetti per inferire e interpretare i nostri concetti, in quella
che abbiamo definito una semiosi infinita; il simbolo è la
codificazione in un habitus di un significato, di una certa
interpretazione: è un concetto cristallizzato dalla pratica e
dall’uso quotidiano, è il costituirsi di una credenza. L’uomo vive
infatti tormentato dall’incertezza del dubbio, dal quale tende ad
uscire creando una credenza, un abito. «Il dubbio è uno stato di
irrequietezza e di insoddisfazione per uscire dal quale lottiamo
per passare allo stato della credenza; mentre quest’ultimo è uno
stato calmo e soddisfacente che non desideriamo evitare o
cambiare per credere in qualcos’altro»362 .
L’abito
è
una
regola
di
condotta;
questo
una
volta
instauratosi, non rimane fisso in eterno; la sua applicazione
pone altri interrogativi, richiede nuovi processi interpretativi che
porteranno dal dubbio alla costituzione di una nuova credenza.
Peirce indica questi tre momenti interpretativi come fuga degli
interpretanti per cui si ha l’acquisizione di un significato
(interpretante immediato), il sorgere di un dubbio e delle
conseguenti
ipotesi
(interpretante
dinamico)
e
l’affermarsi
provvisorio della legge (interpretante logico). La regola che deve
guidarci
nel
formare
concetti
chiari
è
la
massima
del
pragmaticismo,363 per cui la nostra concezione dell’oggetto
sarebbe data dall’insieme degli effetti che attribuiamo al
determinato oggetto e dalla sua influenza sulla condotta di
(principalmente diadiche o considerate tali) delle parti di una cosa per mezzo
di relazioni analoghe fra le loro proprie parti sono diagrammi; quelle che
rappresentano il carattere rappresentativo di un representamen mediante la
rappresentazione di un parallelismo con qualcos’altro sono metafore». C. S.
PEIRCE, Grammatica speculativa, op. cit., § 2.277.
362 C. S. PEIRCE, Il fissarsi della credenza, op. cit., § 5.374.
363 Peirce differenzia la sua dottrina dal pragmatismo di W. James,
ribattezzandola pragmaticismo.
166
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
vita.364
In Peirce ritroviamo una dualità continua, da una parte la
capacità dell’uomo di rielaborare, modificare e creare i propri
concetti, espressa mediante processi dinamici come l’abduzione,
la semiosi illimitata, la fuga degli interpretanti; dall’altra parte il
significato dei nostri concetti si deve cristallizzare, fissarsi
staticamente in una regola capace di determinare il nostro agire.
Il segno acquista così le vesti convenzionali del simbolo,
strutturando l’agire e determinando la nostra realtà365 .
“Si può asserire sia che ogni uomo
su questa terra possa per principio
comunicarsi a ogni altro,
sia che non esistano due uomini
in questo mondo fra i quali
possa darsi comunicazione
e comprensione autentica,
intima e senza lacune:
l’un caso è vero quanto l’altro”.
HESSE HERMANN, 1943, p. 304.
La massima del pragmaticismo è così espressa: «Considerate quali effetti
che potrebbero concepibilmente avere conseguenze pratiche voi concepite che
gli oggetti della vostra concezione abbiano. Allora, la vostra concezione di
quegli effetti è la totalità della vostra concezione dell’oggetto. C. S. PEIRCE ,
Questioni di pragmaticismo, in Opere, op. cit., § 5.438.
365 Secondo Peirce «la serie delle cognizioni reali e quella delle cognizioni
irreali – consistono rispettivamente di quelle cognizioni che, dopo un tempo
sufficientemente protratto, la comunità in futuro continuerà sempre a riaffermare, e di quelle cognizioni che, nelle stesse condizioni, la comunità in
futuro continuerà a negare». C.S. PEIRCE, Pensiero-Segno-Uomo, in Opere, op.
cit., § 5.311.
364
167
CAPITOLO 4
Il concetto come sistema
“Lo studio [...] presuppone che si sappia
come esso tenda a qualcosa d’impossibile
eppure necessario nonché importante.
Studiare[...] significa abbandonarsi al caos,
ma nello stesso tempo conservare la fede
nell’ordine e nel senso”.
HESSE HERMANN, 1943, p. 172
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
4.1 Concetti e sistemi chiusi
Abbiamo spesso parlato della nozione di concetto nei
precedenti capitoli esprimendoci in termini di “insieme” o di
“sistema”; tali parole sono state utilizzate fino ad ora in senso
molto generico senza specificarne e tracciarne quelle differenze
fondamentali, che emergono specie in seno alle teorie sistemiche
propriamente dette.
La visione di un insieme, come raggruppamento di un dato
numero di elementi accomunati da alcuni caratteri, è alla base
di un altro concetto, quello di sistema chiuso. Quest’ultimo
rappresenta la struttura architettonica di un modo di concepire
la
scienza
che
coinvolge
varie
implicazioni
relative
alla
formulazione teorica nonché alla formazione degli schemi
cognitivi. Sono questi i quadri forniti dai modelli scientifici
classici sviluppatisi in epoca moderna grazie a Newton, Galilei e
Descartes.
Il sistema è visto come un’insieme di assiomi e postulati da
cui poter dedurre tutti gli enunciati scientifici: le ipotesi
proposte, oltre ad essere confrontate con il mondo empirico,
dovranno non contraddire le verità già accertate, specialmente i
postulati di base. La chiusura si manifesta nel tentativo di
mantenere ad ogni costo le certezze e i metodi sostenuti. Il
sistema è dato dalla somma delle sue parti, tutto si produce
all’interno di esso: nessun ambiente esterno è preso in
considerazione, così come viene eliminato ogni forma di possibile
interazione tra gli elementi dei fenomeni analizzati. Si predilige
un
approccio
“atomistico”,
ossia
un
procedimento
di
smembramento delle unità analizzate in singoli atomi, in parti.
Ogni oggetto di studio sia esso un fenomeno, sia una
169
L. VERNIANI,
disciplina
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
scientifica,
potrà
così
essere
analizzato
indipendentemente da tutti gli altri elementi che costituiscono la
situazione
totale.
Le
entità
verranno
mediante
procedura
analitica, scomposte in parti studiabili singolarmente per poi
essere nuovamente riassemblate nell’insieme.
Procedura di indagine questa cara a Descartes, il quale non
mancherà di farne il fulcro del suo metodo, illustrandola nelle
sue regole fondamentali, per mezzo del principio di analisi e di
quello di sintesi. Il primo richiede di «dividere ciascuna delle
difficoltà [...] in tante piccole parti quanto fosse possibile e
necessario per risolverle meglio»; il secondo richiede invece «di
condurre con ordine i [...] pensieri, cominciando dagli oggetti più
semplici e più facili da conoscere, per risalire poco a poco, come
per gradi, fino alla conoscenza dei più complessi [...]»366 . Viene in
tal modo isolato ogni singolo problema come elemento a sé
stante, liberandolo dalla variabile tempo, che viene assunta
come costante, e dal soggetto che compie lo studio.
Questa mancanza di interazione tra le parti implica anche il
ricorso ad una causalità di tipo lineare: le relazioni che si
potranno instaurare saranno solo tra due variabili di cui una la
causa e l’altra l’effetto. Come fa notare L. Von Bertalanffy «le
scienze classiche si interessavano, in sostanza, di problemi a
due variabili, di treni causali lineari, di relazioni univoche tra
causa ed effetto, oppure al massimo, di problemi in cui il
numero delle variabili superava di ben poco il numero di due»367 ,
ma problemi in cui poter considerare solo due elementi sono un
miraggio specie in sociologia; per questo l’autore aggiunge che «vi
sono, in particolare entro la biologia e nelle scienze sociali e
R. DESCARTES, Le regole..., op. cit., p. 121; per quanto riguarda le quattro
regole del metodo cartesiano cfr. cap. 3.
367 L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale…., op. cit., p. 156.
366
170
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
comportamentistiche, molti problemi che, in sostanza, sono
problemi a volte variabili, e che rendono necessari nuovi
strumenti concettuali»368 .
Tutto ciò comporta a livello cognitivo, la creazione di concetti
che rispecchiano la chiusura del sistema, essendo questi
circoscritti
nell’ambito
delineato
della
teoria
ed
essendo
caratterizzati da insiemi di proprietà necessarie e sufficienti che
determinano in base ad una logica dicotomica, appunto a due
variabili, ciò che può essere considerato rigidamente dentro o
fuori del concetto stesso. Il sistema chiuso predilige il momento
sintattico, la regola che ne detta gli standard di procedura ed il
concetto come tale risulta essere una mera categoria con i suoi
canoni
di
formazione.
La
componente
semantica
viene
tralasciata: non serve l’interpretazione; essa comporta una
variabilità e una soggettività di scelte che non può essere
ammessa. È l’ordine, l’immobilità ciò che serve a garantire la
certezza delle verità scoperte. «Il sapere scientifico dell’età
moderna si definisce dalle sue radici, in maniera caratteristica
ed innovativa, attraverso la ricerca di invarianti [...] si può dire
che ogni grande svolta della scienza nell’età moderna si
accompagni ad una scoperta (o ad una costruzione) di invarianti
sempre più profonde, in grado di connettere ambiti spaziotemporali (o livelli di realtà) precedentemente tenuti come
incommensurabili»369 .
Negli scritti dei primi grandi autori della sociologia ritroviamo
già accenni alla teoria sistemica. Con ciò non intendiamo
affermare che questi ultimi abbiano presentato una teoria dei
sistemi, ma la loro visione del sociale, come una sorta di
organismo dato da una totalità di parti o di individui, ne fa in
368
369
L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 156.
M. CERUTI, Il vincolo..., op. cit., p. 124.
171
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
qualche modo i precursori del campo. Non si tratta comunque di
sistemi chiusi nel senso conferito al termine di insieme. Come
sostiene Comte la solidarietà, che è alla base della società,
presuppone un prevalere dell’insieme sulle parti: ogni elemento
sociale non è una parte indipendente, ma concepibile solo nei
termini delle altre. Tuttavia vi sono delle analogie anche con
degli aspetti cruciali del sistema chiuso che investono il modo di
concepire le teorie e i concetti in esse esposti. Nonostante venga
sostenuta la necessarietà della coesistenza e della connessione
di entrambi, essi finiscono con il divenire gabbie con cui poter
analizzare le parti dell’insieme. Pareto utilizzerà i principi
cartesiani di analisi e sintesi, ritenendo essenziale nello studio
del fenomeno, dividere questo nelle sue parti costituenti per poi
riunificarle: «il fenomeno concreto è molto complesso e può
considerarsi come formato da molte parti A, B, C, ... .
L’esperienza dimostra che per acquistarne conoscenza, il modo
migliore è di separarne le parti A, B, C, ... e di studiarne ad una
ad una, per poi nuovamente riunirle ed aver la teoria del
fenomeno complesso»370 .
La teoria e la stessa idea di concetto, intesa come insieme di
elementi fissi, statici, invarianti in cui far prevalere un criterio
decisionale di tipo dicotomico, è presente in Durkheim, per il
quale compito della scienza, è dare esatta definizione dei concetti
usati e quindi selezionare le proprietà che si ritengono atte a
rappresentarlo, le quali a loro volta determineranno l’estensione
dell’insieme così delimitato.
In seguito sarà Parsons ad impostare in termini più decisi la
scienza sociale sulla nozione di sistema. Quest’autore oscilla per
diversi aspetti tra un sistema chiuso ed uno aperto. Egli afferma
370
V. PARETO, Trattato…, op. cit., § 38.
172
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
che il sistema teorico deve essere chiuso, nel senso che ogni
enunciato espresso deve trovare origine all’interno del sistema
stesso per garantirne la coerenza interna. La decisione di porre
l’equilibrio e l’ordine come finalità del sistema sociale lo porterà
ad ignorare l’interazione possibile con l’ambiente esterno. Non si
dà spazio così all’innovazione, al cambiamento il quale viene
avvertito come una minaccia; non solo: si cade in una situazione
paradossale creata proprio dal formalismo dello schema teorico
parsonsiano, l’ordine ha come effetto la norma, quest’ultima ha
come effetto l’ordine; ed in questo modo non viene fornita
nessuna spiegazione del motivo per cui il sistema sociale
dovrebbe tendere all’ordine stesso.
Anche la nozione di concetto mostrato da questo autore
presenta analogie con il sistema chiuso, sia se concepito nella
sua funzione di schema concettuale (che in questo modo
presenta problemi del tutto simili a quelli del sistema teorico) sia
se guardato nella sua veste primaria di parte. Quest’ultima può
infatti presentare in misura maggiore o minore il carattere della
meccanicità o dell’organicità371 . È il primo caso a ricalcare la
nozione di sistema chiuso come insieme di elementi non
connessi tra di loro. Se il concetto è inteso come parte e se
quest’ultima è di tipo meccanico, essa potrà essere studiata
singolarmente, estrapolandola dal suo contesto di origine, senza
che tale processo modifichi o alteri le proprietà sia della parte
analizzata, sia del sistema. Quest’ultimo finisce con l’essere
concepito come una semplice risultante di una somma di
addendi.
Il
concetto
viene
in
questo
modo
completamente
decontestualizzato, privato di ogni riferimento temporale, di ogni
371
A tale proposito cfr. nota 142.
173
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dinamicità e possibilità di cambiamenti nati dalla interazione: è
statico, piatto, senza alcuna dimensione.
4.2 Concetto e teoria generale dei sistemi
Il sistema concepito come agglomerato di elementi in rapporto
di comunicazione, si affaccerà nel dibattito solo quando verranno
presi in considerazione i sistemi aperti. Una svolta decisiva in
questo senso viene compiuta intorno agli anni ’50 del XX Secolo
con la Teoria Generale dei Sistemi.
Il biologo Von Bertalanffy si rende conto di come una scienza
così come concepita nelle sue teorizzazioni classiche, sia
inadeguata ad affrontare i problemi che si pongono all’attenzione
del ricercatore. «La necessità e la possibilità di realizzare
concretamente un approccio in termini di sistemi divennero
manifeste solo di recente. Questa necessità risultò dal fatto che
lo schema meccanicista basato su treni causali isolabili e su
trattazioni analitiche si dimostrava insufficiente ad affrontare i
problemi teorici, e in particolare quelli emergenti nelle scienze
biosociali, nonché i problemi di tipo pratico imposti dalla
tecnologia moderna»372 . Si avverte il bisogno di studiare gli
oggetti della scienza utilizzando nuove concettualizzazioni, nuove
categorie, o rivedendone altre come i termini di organizzazione,
sistema e informazione.
La nozione riguardante i sistemi chiusi «e cioè quei sistemi
che sono trattati come se fossero isolati rispetto a ciò che li
circonda»373 viene affiancata da quella relativa ai sistemi aperti
ossia complessi di elementi interagenti. «Interazione significa che
372
373
L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 36.
L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 74.
174
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
gli elementi p, sono connessi da relazioni, R, in modo tale che il
comportamento di un elemento p in R è differente da quello che
sarebbe il suo comportamento rispetto a un’altra relazione R’»374 .
La dinamicità delle relazioni tra le varie parti fanno parlare
non più di una totalità fornita dalla somma degli elementi, ma di
un composto dato dalle interazioni tra le parti. Essendo l’unità
diversa
dalla
somma
delle
sue
componenti,
il
sistema,
considerato nelle sue interrelazioni viene concepito nella sua
totalità istantanea, come una gestalt, in cui le caratteristiche375
del complesso emergono come nuove, diverse rispetto a quelle
delle singole parti. Del sistema si enfatizza la capacità di
organizzarsi e di mantenere tale organizzazione in uno stato
stazionario, il quale non deve essere confuso con lo stato di
equilibrio termodinamico di un sistema chiuso. Quest’ultimo è
infatti ottenibile solamente raggiungendo un massimo grado di
entropia, di disordine, tale che non si abbia più la possibilità di
cambiamento o trasformazione376 . In un sistema aperto sono
possibili, da un punto di vista termodinamico, un aumento
L. VON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 97.
Secondo Von Bertalanffy possiamo parlare di caratteristiche sommabili e
costitutive: «le caratteristiche sommabili sono quelle che restano le stesse sia
all’interno che all’esterno del complesso; esse pertanto possono essere
ottenute per mezzo di una somma di caratteristiche e di comportamento degli
elementi in quanto singolarmente noti. Le caratteristiche costitutive sono
invece quelle che dipendono dalle relazioni specifiche entro il complesso; per
comprendere caratteristiche di questo genere dobbiamo quindi conoscere non
solo le parti, ma anche le relazioni». L. VON BERTALANFFY, Teoria generale..., op.
cit., pp. 95-96.
376 «Il secondo principio, accennato da Carnot e formulato da Clausius (1850),
introduce l’idea non di perdita - il che contraddirebbe il primo principio - ma
di degradazione dell’energia. [...] Quindi, se prendiamo in considerazione un
sistema che non sia alimentato da energia esterna, cioè un sistema “chiuso”,
ogni trasformazione che si accompagna necessariamente a una crescita di
entropia e, in base al secondo principio, questa degradazione irreversibile può
soltanto recedere fino a un massimo, che è uno stato di omogeneizzazione e di
equilibrio termico in cui scompaiono la capacità di svolgere lavoro e la
possibilità di trasformazione». E. MORIN, Il metodo. La natura della natura,
(trad. it.) Raffaello Cortina Editore, Milano 2001, p. 35.
374
375
175
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dell’ordine e una diminuzione dell’entropia»377 . Il sistema aperto
riesce a superare il disordine e ad organizzarlo in ordine
mediante dei procedimenti regolativi. Il principio di omeostasi378
si basa sulla tendenza del sistema a ritornare presso il suo stato
stazionario ogni qualvolta intervenga un qualsiasi tipo di
perturbazione
a
fargli
abbandonare
lo
stato
precedente:
mediante il raggiungimento di tale obiettivo il sistema riesce a
sopravvivere.
Per
contemplata uno
determinate
conseguire
la
schema
causalità classica
cause,
a
di
precise
stabilità
condizioni
non
viene
più
in cui
iniziali,
a
devono
corrispondere certi effetti, ma si introduce la nozione di
equifinalità, intendendo con tale termine «la tendenza verso uno
stato finale caratteristico a partire da stati iniziali diversi e
seguendo vie diverse, e basata sull’interazione dinamica in un
sistema aperto tendendo a uno stato stazionario»379
Il perseguimento dello stato stazionario viene assicurato
anche da procedimenti di feedback, il modello retroattivo, il
quale permette mediante un ritorno
dell’informazione dal
ricevente all’emittente (o se vogliamo dall’output all’input), di
mantenere o perseguire una certa strategia. La retroazione si
configura cioè come «il mantenimento omeostatico di uno stato
caratteristico oppure la ricerca di un obiettivo, basati entrambi
su catene causali circolari e su dispositivi capaci di inviare
all’indietro le informazioni relative alle deviazioni, rispetto allo
stato
che
si
vuol conservare o all’obiettivo
che
si
vuol
raggiungere»380 . Il mantenimento dello stato stazionario permette
ai sistemi stessi di controllare l’entropia e di svilupparsi verso
L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p.235.
L’omeostasi è una nozione elaborata in biologia da Cannon.
379 L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 84.
380 L. V ON BERTALANNFY, Teoria generale..., op. cit., p. 84.
377
378
176
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
una condizione di organizzazione crescente.
Essendo il sistema una totalità, la variazione di un qualsiasi
elemento al suo interno si ripercuoterà su tutte le altre parti. La
complessità del sistema, intesa come un maggior grado di
difficoltà in grado di perturbare l’ordine, viene controllata, gestita
e ridotta fino al raggiungimento di un nuovo stato stazionario,
mediante altri meccanismi ossia quello di meccanicizzazione e
segregazione progressiva e quello di centralizzazione. «Il principio
della meccanicizzazione progressiva esprime la transizione da
una globalità indifferenziata a funzioni di più alto livello,
transizione che è resa possibile dalla specializzazione e dalla
“divisione del lavoro”»381 ovvero mediante una segregazione,
processo in cui le parti si differenziano in base alle loro
caratteristiche e alle funzioni che devono svolgere per il buon
funzionamento del sistema382 .
La complessità proveniente dall’esterno viene gestita quindi
mediante una riorganizzazione interna che prevede la divisione
da parte del sistema delle sue componenti, le quali si
specializzeranno in determinati settori per far fronte alle
difficoltà. Alcune parti assumeranno un ruolo di predominanza
per le funzioni svolte nel sistema dando origine ad un processo
di centralizzazione crescente. Si formeranno delle stratificazioni
di sistemi, un ordine gerarchico, in cui «i sistemi spesso sono
strutturati in modo che i loro singoli membri sono a loro volta,
L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 324.
Nella nozione di meccanicizzazione e di segregazione espressa da Von
Bertalanffy possiamo scorgere un’analogia con quelle che H. Spencer definiva
la differenziazione delle strutture e la specializzazione delle funzioni. La
società per questo autore era considerabile come un organismo in cui
l’accrescimento di massa provocava un aumento delle sue strutture le quali
moltiplicandosi si diversificano in base alle funzioni che dovevano svolgere
nell’organismo al fine di una migliore gestione di quest’ultimo. Cfr. H.
SPENCER , Principi di sociologia, Utet, Torino 1967.
381
382
177
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dei sistemi di ordine immediatamente inferiore»383 .
In questo modo si è in grado di fornire ordine sempre più
elevato e si permette al sistema di svolgere la sua funzione autoregolativa. L’autoregolazione permette infatti all’organismo di
attuare tutti i mezzi a sua disposizione per far fronte alle sue
necessità.
La
specializzazione
del
sistema
porta
ad
una
individualizzazione degli elementi; questo fenomeno non deve
comunque valicare certi limiti: bisogna pur sempre guardare alla
globalità come finalità principale.
L’organizzazione è permessa proprio tramite una crescita e
una
rielaborazione
continua
dell’informazione;
quest’ultima
viene vista come entropia negativa, che a differenza di quella
positiva, la quale crea disordine, porta un maggior ordine nel
sistema.
L’informazione
permette
l’ordine
e
quindi
il
mantenimento dell’organizzazione: ciò che non produce ordine
viene considerato rumore da eliminare.
La visione dei sistemi così come descritta da Von Bertalanffy
permette di guardare al concetto non più come categoria chiusa,
come insieme di tratti incancellabili, ma nei termini di apertura
verso un ambiente esterno con cui continuamente contrattare e
adattarsi; è la dinamicità delle relazioni tra i vari elementi a farsi
ora sentire nell’ elaborazione degli schemi cognitivi ed in ciò
potremmo vedere una considerazione maggiore verso il piano
semantico, totalmente escluso nelle concettualizzazioni chiuse.
In realtà l’elemento dinamico è sì, indubbiamente presente
rispetto al passato, ma rimane comunque a livelli bassi: è
sempre la sintassi a regolare il campo. Il tempo viene ora
considerato, ma sempre come variabile lineare, non come
383
L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit. p. 123.
178
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
particolare momento in cui cogliere le relazioni tra le parti nella
costituzione di un concetto capace di evolvere continuamente. La
teoria generale dei sistemi si prefigge come scopo la scoperta di
isomorfismi tra le varie scienze in grado di garantire la presenza
di leggi generali valevoli in ogni settore, principi questi che si
porranno come assiomi. «Esistono insomma dei modelli, dei
principi e delle leggi che si applicano a sistemi generalizzati o a
loro sottoclassi, indipendentemente dal loro genere particolare,
dalla natura degli elementi che li compongono e dalle loro
relazioni, o “forze”, che si hanno tra essi. Risulta pertanto lecito
il richiedere una teoria non tanto dei sistemi di tipo più o meno
speciale, ma dei principi universali che sono applicabili ai
sistemi in generale.
In questo senso noi postuliamo una nuova disciplina che
chiamiamo Teoria generale dei sistemi. Il suo oggetto di studio
consiste nella formulazione e nella derivazione di quei principi
che sono validi per i “sistemi” in generale»384 . Nonostante si
auspichino nuove concettualizzazioni da parte della scienza, si
finisce con il riproporre una vecchia ricetta che si basa
sull’immutabilità di alcuni elementi all’interno delle teorie e delle
stesse concettualizzazioni.
La dinamicità data dall’interazione con l’ambiente e dagli
scambi di materiali con esso, non evita però di concepire la
complessità come difficoltà che il sistema dirime mediante
procedimento riduttivo. Così come per Luhmann la complessità
deve essere controllata, selezionata e ridotta all’interno di
strutture e di sottosistemi, per Von Bertalanffy l’organizzazione
si
mantiene
mediante
i
processi
di
differenziazione
e
specializzazione del sistema, raggruppando in tanti sottosistemi
384
L. V ON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 66.
179
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
disposti gerarchicamente e tra i quali alcuni di essi spiccano
come centrali. Il concetto in questo caso può essere visto come
classificazione di elementi di cui alcuni emergono per la loro
capacità di rappresentare il concetto stesso, avvicinandosi così
all’idea di prototipo o di salienza. Rimaniamo sempre all’interno
di
una
nozione
incapace
di
proporre
flessibilità.
La
preoccupazione per la presenza di un ordine che possa
mantenere in vita il sistema è radicata a tal punto, anche nella
dottrina dei sistemi, da non permettere che le concettualizzazioni
possano evolversi tenendo conto di una complessità che non sia
vista solo in termini di difficoltà da superare e di mantenimento
delle nozioni esistenti.
Von Bertalanffy riprende le critiche rivolte al funzionalismo
parsonsiano per cui questo sopravvaluterebbe «la conservazione,
l’equilibrio, l’adattabilità, l’omeostasi, le strutture istituzionali
stabili e così via, con il risultato che la storia, i processi di
sviluppo, le modificazioni socioculturali, gli sviluppi diretti
dall’interno, ecc., vengono sottovalutati e nel migliore dei casi
appaiono come “devianti” e dotati di una connotazione in termini
di valori negativi»385 . La teoria generale dei sistemi supera, a
detta dell’autore, tali limiti «poiché implica sia la conservazione
che la variazione, il mantenimento del sistema e il conflitto
interno»386 . In realtà, come visto, non viene data possibilità al
conflitto, alla diversità, di esprimersi; il disordine è rumore nel
sistema è tutto ciò che distoglie dall’ordine, dagli schemi
concettuali costituiti.
385
386
L. VON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 299.
L. VON BERTALANFFY, Teoria generale..., op. cit., p. 299.
180
L. VERNIANI,
4.3
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Concetti e sistemi complessi: Edgar Morin e l’apertura
verso la semantica
La complessità come qualcosa di gestibile e traducibile a
livello di ordine è presente anche nel modello informativo di
retroazione su cui si basano i sistemi aperti. Questo prevede,
come già visto, un invio di messaggi i quali, se rispondono alla
logica del sistema, vengono mantenuti, altrimenti in quanto
anomali o dannosi sono rivisitati per poter essere inseriti nello
schema dei due comunicanti. Siamo ancora lontani dalla visione
del concetto come un qualcosa che si forma nel corso
dell’interazione mediante una continua trattazione e mediazione
di significato e di senso. Solo partendo da questi presupposti è
possibile effettuare un discorso che ponga la dovuta attenzione
verso la semantica. Un ulteriore passo in avanti in questa
direzione
verrà
compiuto
dai
teorici
della
complessità.
Quest’ultima non viene stavolta utilizzata nell’accezione di Von
Bertalanffy (alla quale si dà ora il nome di complicatezza) ma in
un nuovo modo che fa del disordine un momento indispensabile
nella sopravvivenza del sistema.
Afferma E. Morin: «la parola complessità, dal canto, suo non
può che esprimere il nostro disagio, la nostra confusione, la
nostra incapacità di definire in modo semplice, di nominare con
chiarezza, di mettere ordine nelle nostre idee»387 , ed ancora « In
prima istanza, la complessità è un tessuto (complexus: ciò che è
tessuto insieme) di costituenti eterogenei inseparabilmente
associati: pone il paradosso dell’uno e del molteplice. In seconda
istanza, la complessità è effettivamente il tessuto di fatti, azioni,
interazioni, retroazioni, determinazioni, alea, che costituiscono il
E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, (trad. it.) Sperling & Kupfer,
Milano 1993.p., 1.
387
181
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
nostro mondo fenomenico. Ma allora la complessità si presenta
con i lineamenti inquietanti dell’accozzaglia, dell’inestricabile, del
disordine, dell’ambiguità, dell’incertezza [...]. Di qui la necessità,
per la conoscenza, di mettere ordine nei fenomeni respingendo il
disordine, di allontanare l’incerto, vale a dire di selezionare gli
elementi di ordine e di certezza, di depurare dall’ambiguità, di
chiarire, distinguere, gerarchizzare»388 . L’organizzazione389 non
scaturisce solo dall’ordine, che permette di raggiungere uno
stato vicino all’equilibrio, ma nasce proprio da quei processi di
disordine considerati precedentemente solo rumore da eliminare.
Il disordine è necessario alla sopravvivenza del sistema quanto
l’idea
di
continua
ordine:
che
entrambi
consente
sia
permettono
una
l’innovazione,
rigenerazione
l’apertura
verso
possibilità di scelte, sia la stabilità permanente che eviti di
muoversi nell’incertezza completa. «In un universo di ordine
puro, non si darebbe innovazione, creazione, evoluzione. Non si
darebbe esistenza vivente né umana. Allo stesso modo nessuna
esistenza sarebbe possibile nel puro disordine, poiché non ci
sarebbe
alcun
elemento
di
stabilità
sul
quale
fondare
un’organizzazione. Le organizzazioni hanno bisogno d’ordine e
bisogno di disordine»390 .
Prigogine, altro teorico della complessità, afferma che i
sistemi complessi (ove sussiste un forte grado di interazioni tra
un elevato numero di elementi) agiscono come strutture
dissipative: la loro esistenza è garantita dalla perenne possibilità
E. MORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 10.
Per Morin «l’organizzazione è la sistemazione di relazioni fra componenti o
individui che produce un’unità complessa o sistema, dotata di qualità ignote
al livello di componenti o individui. [...] Essa garantisce una solidarietà e una
solidità relativa a tali legami, e garantisce quindi al sistema una certa
possibilità di durata nonostante le perturbazioni aleatorie.» E. M ORIN, Il
metodo..., op. cit., p. 117.
390 E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 89.
388
389
182
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
di scelta, dal fatto che l’ordine procede mediante continue
fluttuazioni, ossia cambiamenti di stati che inseriscono disordine
nel sistema allontanandolo dal suo stato stazionario. Il sistema
passa quindi dalla stabilità a dover affrontare lungo il suo
cammino delle biforcazioni attorno alle quali si fanno sentire con
maggior forza le fluttuazioni, le possibilità di scelta. Quest’ultime
aumenteranno il disordine nel sistema, il quale ritornerà poi ad
assumere un equilibrio che verrà nuovamente posto in crisi: per
questo si parla per le strutture dissipative di ordine mediante
fluttuazioni.
«Il problema della stabilità e delle fluttuazioni è strettamente
correlato alla comparsa di novità, di innovazioni. La stabilità di
un sistema è vagliata non soltanto da fluttuazioni riguardanti
grandezze già presenti, ma anche grandezze (per esempio nuovi
tipi di molecole) che non esistevano prima. [...] lontano
dall’equilibrio la materia comincia a “percepire” il suo ambiente,
a distinguere tra piccole differenze che all’equilibrio non
avrebbero significato. La ragione è molto semplice. All’equilibrio,
o vicino all’equilibrio, si dà soltanto una struttura che può
essere alterata quando si muta il suo ambiente. Lontano
dall’equilibrio le fluttuazioni ci permettono di usare le differenze
dell’ambiente per produrre differenti strutture»391 . Anche per
Prigogine, il sistema raggiunge quindi la sua organizzazione
mediante un alternarsi e un convivere di ordine e di disordine in
interazione.
La vita del sistema dipende dunque da un tetragramma
composto da ordine disordine organizzazione e interazioni392 .
I. PRIGOGINE , I. STENGERS, La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza,
(trad. it.) Einaudi, Torino, 1981, p. 171.
392 «L’interazione è in effetti una nozione necessaria, cruciale; è la piattaforma
girevole in cui si incontrano l’idea di disordine, l’idea di ordine, l’idea di
391
183
L. VERNIANI,
Quest’ultime
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sono
fondamentali
nel
garantire
lo
scambio
comunicativo tra tutti gli elementi dell’unità, i quali traggono
dalla forza delle interazioni in gioco, il loro aspetto globale pur
mantenendo all’interno del sistema le loro caratteristiche di
parti: non si ha una visione olistica che distrugge i suoi
componenti.
Per Morin il sistema non è qualcosa di più di una somma di
costituenti, né un qualcosa di meno, ma contemporaneamente si
configura come più e meno rispetto agli elementi che lo
compongono.393 Dalla totalità emergono proprietà, dette appunto
proprietà emergenti, definite come «le qualità o proprietà di un
sistema che presentano un carattere di novità rispetto alle
qualità o proprietà delle componenti considerate isolatamente o
disposte in maniera differente in un altro tipo di sistema»394 . Le
parti a loro volta prese singolarmente, presentano caratteristiche
che non si danno nella totalità, tuttavia ognuna di questi
componenti porta in sé le informazioni della totalità. È questo
trasformazione, infine l’idea di organizzazione». E. MORIN, Il metodo..., op. cit.,
p. 106.
393 «Prendiamo una tappezzeria contemporanea. Il tessuto contiene dei fili di
lino, di seta, di cotone, di lana, di vari colori. Per conoscere questa
tappezzeria, sarebbe interessante conoscere le leggi e i principi che
riguardano ciascuno di questi tipi di filo. Eppure, la somma delle conoscenze
su ognuno di questi tipi di filo che entrano nella tappezzeria non solo è
insufficiente per conoscere quella realtà nuova che è la stoffa, vale a dire le
qualità e le proprietà proprie di quel tessuto, ma, inoltre, è incapace di
aiutarci a conoscerne la forma e la configurazione. Prima tappa della
complessità: abbiamo delle conoscenze semplici che non aiutano a conoscere
le proprietà dell’insieme. Una constatazione banale che ha conseguenze non
banali: la tappezzeria è qualcosa di più della somma dei fili che la
costituiscono. Un tutto è più della somma delle parti che lo costituiscono.
Seconda tappa della complessità: il fatto che ci sia una tappezzeria fa sì che le
singole qualità di questo o quel tipo di filo non possano manifestarsi
pienamente. Sono inibite o virtualizzate. Il tutto allora è meno della somma
delle sue parti. Terza tappa: questo presenta delle difficoltà per il nostro
intelletto e la nostra struttura mentale. Il tutto è contemporaneamente più o
meno della somma delle parti.» E. MORIN, Introduzione al pensiero..., op. cit., p.
85-86 .
394 E. M ORIN, Il metodo..., op. cit., p. 121.
184
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
uno dei principi395 sistemici di Morin, quello ologrammatico per
cui il tutto è contenuto nella parte e la parte nel tutto. Vi è un
continuo circuito informazionale e relazionale per mezzo del
quale l’unità e le sue parti si rielaborano e si modificano
continuamente
e
vicendevolmente.
Per
il
principio
della
ricorsività dell’organizzazione non esiste infatti un input e un
output nel processo, ma questi si interscambiano: le cause
divengono effetti e viceversa. All’interno del sistema non vi è una
logica di esclusione per cui gli elementi discordanti o considerati
opposti vengono esclusi: questi, visti nella loro complementarità,
entrano a far parte della totalità così come la coppia ordine e
disordine pur se apparentemente antitetica coesiste nel formare
l’organizzazione, siamo di fronte al terzo principio enunciato da
Morin sui sistemi: quello dialogico.
Il concetto deve essere visto in quest’ottica: esso non è un
sistema chiuso ove una proprietà può solo essere presente o
assente, ma un sistema in cui sia possibile far convivere anche
gli opposti. «L’ontologia dell’Occidente era fondata su entità
chiuse, come sostanza, identità, causalità (lineare), soggetto,
oggetto. Queste entità non comunicavano tra loro, le opposizioni
provocavano il rigetto o l’annullamento di un concetto da parte
dell’altro (come soggetto/oggetto): la “realtà” non poteva dunque
«Ci sono tre principi che possono aiutarci a comprendere la complessità. Il
primo è il principio che io chiamo dialogico. [...] L’ordine e il disordine sono
nemici: l’uno sopprime l’altro, ma contemporaneamente, in certi casi,
collaborano e producono organizzazione e complessità. Il principio dialogico ci
consente di mantenere la dualità in seno all’unità; associa due termini
elementari e insieme antagonisti. Il secondo principio è quello del ricorso di
organizzazione. [...] Un processo ricorsivo è un processo in cui i prodotti e gli
effetti sono contemporaneamente cause e produttori di ciò che li produce. [...]
Il terzo principio è il principio ologrammatico. In un ologramma fisico, il più
piccolo punto dell’immagine dell’ologramma contiene la quasi-totalità
dell’informazione dell’oggetto rappresentato. Non solo la parte è nel tutto, ma
il tutto è nella parte”, E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit.,
pp. 73-74.
395
185
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
essere delimitata da idee chiare e distinte. [...] La logica
dell’Occidente era una logica omeostatica, destinata a mantenere
l’equilibrio
del
discorso
mediante
l’espulsione
della
contraddizione e dell’erranza»396 . Il concetto si nutre di scelte e di
novità, di un certo grado di disordine, non solo: queste scelte
implicano la presenza di un soggetto dimenticato spesso dalle
teorie dei sistemi. L’individuo seleziona gli elementi a sua
disposizione
portando
avanti
le
sue
strategie397 ,
le
sue
concezioni; egli apprende delle nozioni, le vaglia, ne determina
un particolare ritaglio, e a sua volta è influenzato nel modo in
cui può effettuare tali ritagli. Il soggetto è attivo nella creazione
delle sue concezioni rimanendo contemporaneamente passivo,
influenzato dalle sue scelte e da quelle effettuate da altre
persone.
Nell’interazione le proprietà emergenti determinano in un dato
momento, l’assetto organizzativo assunto dal concetto ed ogni
parte apporta in questo processo le sue peculiari proprietà, le
quali possono ora avere uno status speciale, ora essere
accantonate, ora contribuire a formare una proprietà emergente
del concetto nella sua totalità. Le proprietà aiutano ad elaborare
il concetto e quest’ultimo riorganizza ed influisce sulle proprietà
stessa nei termini di quei principi ologrammatico, dialogico e di
ricorsività prima menzionati; «allora possiamo arricchire la
conoscenza delle parti attraverso il tutto e del tutto attraverso le
parti, in uno stesso movimento che produce conoscenze. Dunque
l’idea ologrammatica è essa stessa legata all’idea ricorsiva che a
E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 53.
Per Morin «La strategia consente, muovendo da una decisione iniziale, di
ipotizzare un certo numero di scenari per l’azione, scenari che potranno
essere modificati secondo le informazioni che arriveranno nel corso dell’azione
e secondo le alee che sopraggiungeranno e perturberanno l’azione». E. MORIN,
Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 79.
396
397
186
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sua volta è in parte legata all’idea dialogica»398 .
Questo processo rielaborativo avviene continuamente: il
concetto non è mai statico, esso si forma e si trasforma, si
costruisce mediante l’interpretazione dei soggetti in un tempo
che non è solo quello lineare, ma soprattutto contingente. La
semantica acquista così la sua centralità. Un concetto che non
presupponesse la possibilità di essere interpretato, modificato,
variato, sarebbe uno strumento inutile, privo di malleabilità, di
capacità
di
adattamento,
alla
mutevolezza
degli
scenari
situazionali. I concetti hanno bisogno di un ordine, di fissarsi
per mezzo di esso in una base comune intersoggettiva, ma d’altro
canto si affidano anche al disordine per crescere, per adattarsi,
riuscire a cogliere e vedere nuovi punti di vista con cui
approcciare il reale, un disordine che è permesso dalla
componente soggettiva.
Per quanto detto i concetti non possono avere contorni rigidi,
questi devono essere aperti verso un ambiente con cui interagire.
Afferma Morin che «non bisogna mai cercare di definire
attraverso le frontiere le cose importanti. Le frontiere sono
sempre sfumate, sono sempre interferenti»399 . Le nostre nozioni
non devono circoscrivere un campo, delimitare un ambito: «esse
delineano linee di forza, non isolano essenze; fanno giocare
rapporti, interagiscono tra loro»400 .
“Così la sua via aveva girato in tondo o in un’ellissi,
in una spirale o che so io, ma certo non era stata rettilinea,
poiché la linea retta si riscontra
soltanto nella geometria, non nella natura o nella vita”.
HESSE HERMANN, 1943, p. 394
E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 75.
E. M ORIN Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 75.
400 E. M ORIN, Il metodo..., op. cit., p. 441.
398
399
187
CAPITOLO 5
Il concetto nella metodologia
“nonostante tutto quegli apostati destano in me una certa riverenza, [...].
Forse hanno fatto un passo falso, anzi l’hanno fatto senza dubbio,
in ogni caso però qualcosa hanno fatto, qualcosa hanno compiuto,
hanno osato un salto per il quale ci voleva coraggio.
Noialtri siamo stati diligenti e ragionevoli, abbiamo avuto pazienza,
ma fatto non abbiamo niente. Salti non ne abbiamo spiccati!”
HESSE HERMANN, 1943, p. 75
L. VERNIANI,
5.1
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Introduzione
Il concetto costituisce una componente essenziale all’interno
del discorso riguardante il campo metodologico, ancor più se lo
consideriamo in connessione alla sfera sociale. Il problema
principale è che a differenza di quelle che solitamente vengono
etichettate come scienze naturali, quelle sociali devono trattare
con termini la cui definibilità non è possibile in maniera
rigorosa, perché i concetti di cui si deve occupare sono radicati
nella società da indagare, in ogni singolo individuo e nel suo
linguaggio. Quest’ultimo abbiamo già visto essere caratterizzato
dall’ambiguità, da una polisemia che lo rende non rigidamente
classificabile, da una vaghezza che porta ogni concetto ad essere
rappresentabile come un insieme dai contorni non strettamente
determinabili, in cui un ruolo chiave viene svolto dalla nozione di
somiglianza di famiglia. I concetti con cui deve lavorare il
sociologo sono caratterizzati da aloni di vaghezza dovuti sia
all’impossibilità di classificare un elemento flessibile e duttile
come il linguaggio, sia dalla sorprendente capacità dell’uomo di
interpretare continuamente i materiali di conoscenza a sua
disposizione.
Schütz sottolinea la differenza dell’ azione programmata nel
suo compiersi da quella posta in essere: le due non saranno mai
le stesse perché tra la progettazione dell’agire e l’atto compiuto si
verificheranno dei cambiamenti di senso401 . Quest’ultimo è
infatti soggetto a modificazioni determinate dai sistemi di
rilevanze utilizzati dal trascorrere del tempo. Analogamente i
concetti vengono rimodellati nel corso della comunicazione dai
singoli individui, tenendo conto dei punti di vista adottati
401
Cfr. nota 153.
189
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
durante l’interazione e dei cambiamenti dovuti all’influenza
reciproca esercitata da un parlante sull’altro. L’agire sociale, dice
Weber, è un «agire che sia riferito – secondo il suo senso,
intenzionato dall’agente o dagli agenti – all’atteggiamento di altri
individui, e orientato nel suo corso in base a questo».402
La natura del concetto emerge come simbolo al centro, per
dirla
con
Peirce,
di
un
processo
semiosico
infinito
di
reinterpretazione del segno a livello iconico403 . Il concetto non è
una scatola confezionata al cui interno ritrovare caratteristiche
definitorie immutabili e il cui significato è sempre determinabile
in termini estensionali. Il significato viene contrattato volta per
volta, all’interno di ogni singolo gioco linguistico ritagliato in una
data forma di vita; esso viene costruito in un processo interattivo
costituito da attori dotati di senso, immersi in un contesto
caratterizzato da coordinate spazio-temporali ben precise. Non
siamo mai gli stessi individui che eravamo un attimo prima: ogni
attimo rappresenta un accrescimento esperienziale che si
ripercuote sui nostri sistemi di rilevazione, sul modo di concepire
le nostre relazioni e tutto ciò che esse implicano. «La cultura è
una sezione finita dell’infinità priva di senso del mondo, alla
quale è attribuito senso e significato dal punto di vista
dell’uomo»404
D’altro canto è innegabile che accanto a questo processo – se
vogliamo di dinamica trasformazione – vi sia un altro aspetto da
considerare, ossia l’intersoggettività; senza di essa non vi
sarebbe forse il benché minimo accordo su ciò che intendiamo,
dovremmo dare spiegazione di ogni singola nostra parola a chi ci
ascolta ed invece quasi sempre è possibile una comprensione
M. WEBER, Economia e società, op. cit., p. 4.
Per la nozione di processo semiosico infinito, cfr. cap. 3.
404 cfr. nota 130.
402
403
190
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
reciproca. Vi è un modo di intendere comune, a cui i concetti
non si sottraggono.
Pensiamo alla tipificazione schütziana, all’habitus di Peirce,
allo stereotipo di Putnam: tre differenti nozioni che rimandano
tutte all’idea di una parte centrale, fissa, all’interno dei nostri
concetti, che viene accettata ed appresa dalla comunità dei
parlanti e che permette di stabilire almeno un accordo minimo
su
ciò
che
vogliamo
indicare
con
le
nostre
parole.
Quest’elemento statico appare come un nucleo classificatorio
contenente alcuni caratteri giudicati essenziali, per lo più da un
punto di vista pragmatico.
Nell’apprendere i nostri concetti ci basiamo sulle categorie
concettuali socialmente rilevate e accettate nel tempo che ci
vengono fornite dai membri della società con cui entriamo in
contatto, schemi spesso rigidi che devono assolvere una funzione
ordinatrice della realtà. È proprio la necessità di dare ordine alla
caoticità che porta l’uomo e sovente anche lo scienziato, ad
ordinare il suo mondo. La paura di un sistema retto dal
disordine, avvertito in quanto tale come ingovernabile, spinge a
dimenticarsi
della
dimensione
dinamica
dei
concetti
a
considerarla come un rumore proveniente dall’esterno, da
eliminare perché non uniformabile all’interno di classi.
Parsons propone delle definizioni di concetti in termini
meramente funzionali ovvero di capacità di rendere servizio
all’equilibrio del sistema. Essi sono schemi di riferimento o parti
ben
definite
che
nella
loro
organicità
concorrono
al
mantenimento del sistema. Luhmann tenta di ridurre la
complessità crescente, tramite il controllo da parte delle
strutture istituzionali e per mezzo di un’attenta ripartizione delle
informazioni provenienti dall’esterno, tra i vari sistemi parziali e
191
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sottosistemi.
Contrariamente Morin, ci fornisce l’idea della necessarietà
della collaborazione tra ordine e disordine per produrre un
qualcosa
di
organizzato.
Il
tetragramma
ordine/disordine/organizzazione ci spiega che «Non si può
ricondurre la spiegazione di un fenomeno né a un principio di
ordine puro, né a un principio di organizzazione ultimo. È
necessario mescolare e combinare questi principi. L’ordine, il
disordine e l’organizzazione sono interdipendenti e nessuno di
essi è prioritario».405
Emerge una dualità nell’ambito concettuale la quale non deve
però
essere
vista
come
uno
scontro
di
opposti,
una
riproposizione del principio di non contraddizione o del terzo
escluso, dobbiamo anzi guardare ad essa, nel modo sottolineato
da M. Ceruti, ossia come una relazione asimmetrica in cui gli
elementi della coppia si realizzano «in un rapporto circolare di
determinazione reciproca»406 . Citando F. Varela, l’autore scrive
che
queste
dualità
asimmetriche:
«sono
rappresentate
adeguatamente dall’embricazione di livelli, in cui un termine
della coppia emerge dall’altro. La funzione di questa coppia si
realizza in un rapporto circolare di determinazione reciproca»407 .
In realtà è dall’accettazione di questa componente duale del
concetto di ordine e disordine, di sintassi e semantica, di statica
e dinamica, che dobbiamo partire per svolgere ricerca nell’ambito
sociale
e
per
sviluppare
una
metodologia
che
sia
conseguentemente adeguata.
E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., pp. 108-109.
M. CERUTI, Il vincolo…, op. cit., p. 118.
407 F. V ARELA, Principles of biological Autonomy, North Holland, New York,
1979, in M. Ceruti, Il vincolo…, op. cit., p. 118.
405
406
192
L. VERNIANI,
5.2
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Riflessioni sul metodo e sulla metodologia
Il termine stesso di metodologia si presta a fraintendimenti.
Con
esso
semplicemente
possiamo
intendere,
affidandoci
all’etimologia della parola, lo studio del metodo. Di quest’ultimo
a sua volta sono fornite diverse accezioni: alcune limitative, altre
troppo estese. Innanzitutto non possiamo ridurre il metodo ad
un insieme di tecniche e strumenti di analisi dei dati della
ricerca.
A. Comte, ad esempio sostiene che il metodo non può essere
studiato separatamente dalle ricerche in cui è utilizzato;
altrimenti si tratta di uno studio sterile, incapace di fecondare lo
spirito che vi si dedica408 . Il metodo come prassi di ricerca non
può essere separato dal problema epistemologico; sono due le
cose da rimarcare: la prima è che non esiste un metodo assoluto
legato alla teoria perfetta (così come poteva essere concepito il
metodo aristotelico, o quello sperimentale galileiano); la seconda
è che il metodo subirà l’influenza della teoria e verrà di volta in
volta scelto e nel caso opportuno modificato a seconda di quelli
che sono gli scopi definiti dalla ricerca.
R. K. Merton sostiene che: «lo stereotipo del teorico sociale
che vive nell’alto empireo delle idee pure, non contaminate dai
fatti del mondo, sta rapidamente passando di moda [...] Durante
gli ultimi decenni, nel costruire il grande edificio della sociologia,
teorici ed empiristi hanno imparato a lavorare insieme [...] Tutto
ciò ha portato non solo alla consapevolezza che teoria e ricerca
empirica
dovrebbero
essere
interdipendenti, ma anche
al
risultato che esse di fatto lo sono»409
A. Marradi sostiene che il metodo «consiste essenzialmente
408
409
A. COMTE, Cours..., op. cit., p. 71.
R. K. MERTON, Teoria e struttura..., op. cit., p. 253.
193
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
nell’arte di scegliere le tecniche più adatte ad affrontare un
problema
cognitivo,
eventualmente
combinandole,
confrontandole, apportando modifiche e al limite proponendo
qualche soluzione nuova. «[...] Il metodologo – o chi per lui- non
compie queste scelte solo alla luce delle competenze tecniche e
delle esperienze di ricerca sua e altrui. Le sui propensioni per
questa o quella tecnica, la sua maniera di interpretare le
esperienze di ricerca sono condizionate dalle sue opzioni gnoseoepistemologiche [...]»410 .
A. Bruschi, pur se accentuando in certi suoi passi la
componente normativa del metodo, vedendolo come un corpo di
norme e tecniche generali e astratte che guidano i passi della
ricerca411 , parla di metodo «come insieme di regole, da usarsi
caso per caso, da scegliere, interpretare e integrare, i cui risultati
sono più o meno affidabili e precisi a seconda della tecnologia
utilizzata e delle circostanze»412 . La scelta e l’interpretazione
richiedono senza ombra di dubbio la chiarezza epistemologica:
senza di essa il ricercatore non potrebbe optare per nessuna
delle tecniche selezionabili.
Il metodo deve emergere dal procedere della ricerca stessa,
non devono essere le regole a forzarla, incanalandola sempre in
A. M ARRADI, Metodo come arte, in “Quaderni di Sociologia”, XL, 10, 1996,
pp. 71-92, p. 86-87.
411 Il carattere prescrittivo emerge in affermazioni come: «Della ricerca la
metodologia è una componente necessaria, sebbene non sufficiente, perché
riguarda unicamente le regole che possono aiutare il ricercatore nella sua
opera.» o «La metodologia dunque non è epistemologia: con essa ha in comune
solo i problemi che possono essere considerati (traducibili in) operativi [...]» A.
BRUSCHI, La competenza metodologica, NIS, Roma 1996, p. 33, 36; ed ancora:
«La metodologia si occupa solo di una parte di queste attività [della ricerca],
quelle che sono regolabili; pertanto, essa è interessata alle operazioni
esplicitabili della ricerca, che indaga secondo un’ottica ingegneristica. Suo
compito è elaborare regole e tecniche, per ottimizzare gli obiettivi della
ricerca». A. BRUSCHI, Metodologia delle scienze sociali, Mondadori, Milano
1999, p. 13.
412 A. BRUSCHI, La competenza metodologica, op. cit., p. 47.
410
194
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
una stessa direzione.
P. Bourdieu afferma: «Domandarsi che cosa significa fare
scienza o, più precisamente, sforzarsi di sapere che cosa fa lo
scienziato, che egli sappia o meno ciò che fa, equivale non solo a
interrogarsi sull’efficacia e sul rigore formale delle teorie e dei
metodi disponibili, ma a interrogare inoltre le teorie e i metodi
nella loro messa in opera, per determinare ciò che essi fanno agli
oggetti, e gli oggetti che determinano»413 . Abbiamo stabilito che
epistemologia e metodologia sono da considerare come parti
inscindibili. L’unità di teoria e prassi nella ricerca sociologica
non deve essere dunque messa in discussione; la scelta
dell’applicabilità o meno delle regole deriva dalla conoscenza che
abbiamo di esse. Vi è a questo punto un’altra importante
questione da considerare, quella legata alla teorizzazione stessa.
Dobbiamo infatti chiederci se la teoria sia una rappresentazione
esatta della realtà, incapace di influire negli oggetti di analisi o
se essa vada a modificare e ad interagire con i dati empirici,
guidandoci ed imponendosi nella ricerca, facendoci vedere solo
ciò che la teoria adottata ed in cui siamo totalmente immersi ci
vuol
far
vedere,
minando
così
l’oggettività
del
dato.
L’impostazione teorica costituisce sovente un ostacolo nella
ricerca scientifica.
T.
Kuhn
parla di
paradigma
dominante
nella scienza
normale414 : «Con la scelta di questo termine», dice Kuhn, «ho
voluto far presente il fatto che alcuni esempi di effettiva prassi
scientifica riconosciuti come validi – esempi che comprendono
P. BOURDIEU, J. C. CHAMBOREDON, J. C. PASSERON, Il mestiere del sociologo,
(trad. it.) Guaraldi editore, Rimini-Firenze 1976, p. 28.
414 «‘scienza normale’ significa una ricerca stabilmente fondata su uno o su
più risultati raggiunti dalla scienza del passato ai quali una comunità
scientifica, per un certo periodo di tempo, riconosce la capacità di costituire il
fondamento della sua prassi ulteriore.» T. KUHN La struttura delle...,op. cit., p.
29.
413
195
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
globalmente leggi, teorie, applicazioni e strumenti – forniscono
modelli che danno origine a particolari di ricerca scientifica con
una loro coerenza»415 . Il paradigma è un corpo di teorie
sostenuto e condiviso dalla comunità scientifica che indirizza la
ricerca in determinati termini; «allorché impara un paradigma lo
scienziato acquisisce teorie, metodi e criteri, tutti assieme, di
solito in una mescolanza inestricabile»416 . L’insieme di concezioni
vigenti in una data epoca vincoleranno lo scienziato, che
guarderà ad un mondo plasmato dalla dottrina scientifica, la
quale sancirà la non scientificità di tutti quei lavori che non
risultano corrispondere all’assetto teorico dominante. I risultati
inattesi o problematici vengono ignorati finché la quantità di
lavori che si discostano dal paradigma saranno di entità tale da
porre in crisi la scienza normale. «La scienza normale sopprime
spesso
novità
fondamentali,
perché
esse
sovvertono
necessariamente i suoi impegni basilari»417 . Si avrà allora una
“rivoluzione” a seguito della quale un nuovo paradigma si
insedierà al posto del precedente (i due non potrebbero infatti
convivere
assieme,
ne
essere
confrontati
vista
l’incommensurabilità dei punti di vista).
Da quanto esposto appare evidente che se la teoria influenza
il modo di porsi dello scienziato (nel nostro caso il sociologo), di
fronte al procedimento di ricerca, allora capire come viene
ricomposta la questione ontologica ed epistemologica sarà di
importanza fondamentale. I nostri obiettivi ed il nostro apparato
concettuale non potranno fare a meno di dipendere dagli assunti
teorici di partenza; se riteniamo che vi sia una realtà esistente,
oggettivamente data, pronta ad essere colta dal ricercatore, i
T. KUHN, La struttura delle..., op. cit., p. 30.
T. KUHN, La struttura delle..., op. cit., p. 138.
417 T. KUHN, La struttura delle..., op. cit., p. 24.
415
416
196
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
fenomeni del mondo saranno visti come cose direttamente
analizzabili, dotati di relazioni deterministiche da scoprire. Ciò
implica spesso un dualismo tra osservatore e dato per cui
entrambi sono considerati come indipendenti da possibili
influenze e modifiche da parte dell’altro. Proprio la sicurezza che
il ricercatore ha di raccogliere un materiale di indagine oggettivo,
sviluppa l’idea di una scienza onnisciente capace di produrre
uniformità empiriche, leggi la cui evidenza sia incontestabile. È
questa una posizione radicale assunta dai primi sociologi.
Di Comte ricordiamo la cieca fiducia nel progresso scientifico,
l’idea di creare un corpo di discipline legate da leggi poste in una
gerarchia di generalità crescente. Durkheim, sente il bisogno di
fornire delle regole per il metodo della scienza sociale (derivanti
da quelle naturali) che permettano di liberarsi da tutti quei
concetti comuni e volgari che minacciano la veridicità della
ricerca; egli pone grande attenzione nel delimitare l’oggetto della
scienza: il fatto sociale, il quale è considerato come una cosa
esteriore e costrittiva rispetto all’uomo ed in quanto tale
oggettivamente conoscibile; da qui la possibilità di enunciare
leggi di natura caratterizzate da rapporti di causalità lineare.
L’attenzione posta al problema dei concetti del linguaggio
naturale verrà ripresa anche da Pareto, il quale come i suoi
predecessori, ritiene indispensabile utilizzare all’interno della
scienza solo nozioni chiare e precise che non lascino margine
all’ambiguità. A ciò si unisce la ricerca anche in questo autore,
delle uniformità empiriche capaci di fornire spiegazioni dei
fenomeni del mondo; la sociologia deve incentrarsi su fatti, sulle
cose e queste sono rigorosamente basate sull’esperienza e
sull’osservazione.
Con il secondo principio della termodinamica, le scoperte di
197
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Einstein sulla relatività di spazio e tempo e con il principio di
indeterminazione di Heisenberg, cade la certezza nella possibilità
della scienza di fornire previsioni basate su leggi necessarie e
universali. P. Duhem afferma l’impossibilità dell’ experimentum
crucis, ossia falsificare una sola ipotesi all’interno di una teoria:
tutte le ipotesi coinvolte dovranno essere negate o accettate nella
totalità; un grado di incertezza deve essere tollerato nella ricerca.
Gli scienziati si dirigono così verso mete meno irraggiungibili: i
risultati proposti dovranno essere attendibili non da un punto di
vista assolutistico, ma probabilistico ammettendo quindi al loro
interno, un certo margine di errore. Reichenbach sostiene che
tutta la conoscenza deve avere natura probabilistica: non
potendo considerare tutti gli elementi dovuti le nostre previsioni
non possono essere assolute. «Soddisfare le condizioni sufficienti
per il conseguimento della vera conoscenza non è in nostro
potere; accontentiamoci di essere in grado di soddisfare almeno
le
condizioni
necessarie
per
la
realizzazione
di
questa
rivendicazione intrinseca della scienza»418 .
Conseguentemente alle nuove scoperte anche il dogma
dell’oggettività del dato e dell’osservazione viene messo in parte
in discussione. Il dato risulta essere carico di teoria. Rimane
comunque centrale l’importanza di formare concetti chiari il più
possibile precisi, rispecchianti le cose del mondo, e di fornire
spiegazioni generali per i fenomeni che ci circondano. Le
tecniche
privilegiate
sono quelle
quantitative: matematico-
probabilistiche. Il linguaggio della ricerca sociale è così formato
dall’operativizzazione dei concetti, da misurazioni, classificazioni,
da procedure di analisi multivariata e via discorrendo.
Ponendo altri assunti ontologici ed epistemologici la ricerca
H. REICHENBACH, Experience and Prediction: An Analysis of the Foundations
of Science, in D. OLDROYD, Storia della filosofia della scienza, op. cit., p. 357.
418
198
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sarà affiancata da altri metodi. Se crediamo che non sia possibile
affermare una realtà di per sé esistente aldilà di qualsiasi
intervento umano, non potremo nemmeno avere fenomeni
oggettivamente indipendenti dall’osservazione del ricercatore.
Ogni individuo, compreso quindi lo scienziato, contribuisce a
creare o meglio a costruire il mondo in cui vive dotandolo di
senso. Il senso è per Weber la motivazione dell’agire sociale
umano, per Schütz scaturisce da un rivolgimento attenzionale
verso un flusso di coscienza da cui estrarre quel determinato
particolare e per Blumer nasce da un processo di natura
interpretativa.
Non è più una concezione olistica di un sociale visto come
sistema, ad interessare il sociologo, ma l’individualità nella sua
specificità di particolari. Le spiegazioni in termini di teorie
generali, non fanno altro che ridurre la complessità del mondo
schiacciandola all’interno di categorie uniformi e immodificabili,
rinunciando a notevoli quantitativi di informazione legati proprio
alla singolarità degli eventi. J. Dewey sostiene419 che ciò che si
trova nell’esperienza è dato da un legame tra oggetto e soggetto: i
due elementi non possono essere separati; se infatti, facciamo
corrispondere l’esperienza con l’oggetto del conoscere in quanto
tale, ciò porterebbe ad una riduzione e una perdita di ciò che è
impreciso. La differenza è elemento indispensabile nel processo
di comprensione ed è quest’ultima a cui principalmente deve
mirare uno scienziato sociale. Lo studioso deve selezionare da
un’infinita gamma di informazioni quelle che ritiene importanti:
«ogni conoscenza concettuale della infinita realtà da parte dello
spirito umano finito poggia infatti sul tacito presupposto che
soltanto una parte finita di essa debba formare l’oggetto della
419
Cfr. E. CAMPELLI, Da un luogo…, op. cit., pp. 278-279.
199
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
considerazione scientifica, e perciò risultare “essenziale” nel
senso di essere “degna” di venir conosciuta”»420 . Questa scelta
viene compiuta in base ad uno specifico punto di vista, una
relazione al valore che non implichi però giudizi di valore. Dice a
questo proposito Weber «non c’è nessuna analisi scientifica
puramente “oggettiva” della vita culturale o – ciò che forse è più
ristretto, ma che non vuol dire di certo nient’altro per il nostro
scopo – dei “fenomeni sociali”, indipendentemente da punti di
vista specifici e “unilaterali”, secondo cui essi [...] sono scelti
come
oggetti
di
ricerca,
analizzati
e
organizzati
nell’esposizione»421 .
L’uomo che indossa i panni del ricercatore non per questo
cessa di essere un uomo con un bagaglio culturale determinato e
con una biografia unica: non possiamo dividere rigidamente il
mondo scientifico da quello della vita quotidiana. Per questo
Schütz ritiene che i costrutti della sociologia siano costrutti di
secondo grado, ovvero concetti basati su quelli degli uomini
comuni usati nella vita di ogni giorno. Il materiale della scienza è
radicato nella società la quale è una costruzione continua di
senso da parte degli individui. «Gli oggetti di pensiero costruiti
dagli scienziati sociali si riferiscono agli oggetti di pensiero
costruiti dal pensiero del senso comune dell’uomo che vive la
sua vita quotidiana tra i suoi compagni e sono fondati su di
essi»422 .
Per conseguire gli obiettivi posti da una eventuale ricerca, si
prediligeranno
non
le
tecniche
matematiche,
ma
quelle
raggruppate sotto il nome di qualitative: non si può ridurre
l’uomo e il suo modo di concettualizzare il mondo a variabili,
M. WEBER, Il metodo delle..., op. cit., p. 85.
M. WEBER, Il metodo delle..., op. cit., p. 84.
422 A. SCHÜTZ, Saggi sociologici, op. cit., p. 6.
420
421
200
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
l’analisi deve riguardare i soggetti stessi, deve comprendere il
loro agire.
Questo dualismo tra ricerche quantitative e qualitative, tra
differenti concezioni teoriche e tipi di tecniche utilizzate non è
fortunatamente così netta: sempre di più sembra emergere l’idea
di un necessario connubio tra le due fazioni applicando di volta
in volta il mezzo migliore. Individualismo e olismo sono entrambi
momenti importanti per la ricerca: non dobbiamo effettuare una
scelta forzata abdicando all’uno o all’altro. L’ordine, dato
dall’unità del sistema e dalle leggi che lo governano, abbiamo
detto
essere
messo
in
crisi
dalle
teorie
costruttiviste/individualiste. Quest’ultime inseriscono con il loro
porre una luce particolare sulla differenza, l’idea di una serie di
singolarità
irripetibili,
di
una
continua
e
irrefrenabile
costituzione ed elaborazione di nuovi sensi, di nuovi concetti e
prospettive: la visione di una realtà infinita di fronte alle finite
potenzialità dell’uomo, che continuamente viene a ricrearsi, a
ricostituirsi ex novo in ogni relazione sociale.
L’irriducibilità di ogni singolo momento a forme sistemiche di
semplificazione si affianca al bisogno dell’uomo di dare un ordine
classificatorio al suo mondo; la fuga degli interpretanti di
Peirce423 illustra bene i caratteri dei concetti su cui il sociologo
deve incentrare la sua attenzione, al fine di recuperare il suo
materiale per la ricerca. Un processo che contempla sia un
momento
iconico-abduttivo
interpretazione,
conoscenza
per
sia
una
motivi
di
continua
progressiva
pragmatici
trasformazione
cristallizzazione
di
ordine,
che
e
della
verrà
nuovamente posta in discussione rigenerando il processo
iniziale. La complessità è ciò che deve inserirsi all’interno del
423
Cfr. C. S. PEIRCE, L’interpretante logico finale, in Semiotica, op. cit.
201
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
dibattito sociologico. Parlando della contrapposizione tra olismo
e individualismo, Morin sostiene: «io mi pongo dunque sì al di
fuori dei due clan antagonisti, uno che stritola la differenza
riconducendola all’unità semplice, l’altro che occulta l’unità
perché vede unicamente la differenza; al di fuori, ma tentando di
integrare la verità dell’uno e dell’altro, ovvero di superare
l’alternativa»424 ; in un altro passo questo autore ci invita ad
accogliere la complessità come un mezzo per una conoscenza
che non si appiattisca sulla riduttività, ma che aspiri ad una
conoscenza
multidimensionale:
«non
dovremo
riprendere
l’ambizione del pensiero semplice, che era quella di controllare e
dominare il reale; dobbiamo esercitarci a un pensiero capace di
operare con il reale, di dialogare con lui, di negoziare con lui.»425 .
Guardiamo ora più nei dettagli, come le tecniche tradizionali,
sia quantitative che qualitative, affrontano il problema della
scelta e dell’utilizzo dei concetti nella ricerca.
5.3
I concetti nella ricerca quantitativa
Nell’intraprendere qualsiasi ricerca è necessario anzitutto
delineare il tipo di fenomeno che si intende trattare e quindi
spiegare. Il punto nodale è la selezione dei concetti più
rappresentativi del fenomeno da analizzare e la conseguente
trasformazione di essi in variabili sulle quali poter effettuare
analisi statistiche mediante l’opportuna definizione operativa. Il
primo problema che si pone è legato alla componente linguistica.
I concetti di cui ci serviamo appartengono alla comunità
studiata; essi presenteranno tutti i caratteri che abbiamo visto,
424
425
E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 13.
E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 3.
202
L. VERNIANI,
relativi
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
al
linguaggio
naturale:
l’ambiguità,
la
vaghezza,
l’incertezza intensionale. Il sociologo che vuole applicare delle
tecniche quantitative di indagine, dovrà arginare tale ostacolo: il
concetto per essere analizzato deve essere ben definito nei suoi
caratteri, non potremmo altrimenti avere un quadro chiaro di ciò
che dobbiamo trasformare in elementi statistici. La vaghezza del
concetto, la sua ricchezza semantica, deve essere semplificata,
ridotta
circoscrivendola
nella
sua
applicabilità,
mediante
apposita definizione. «nel linguaggio scientifico si tende ad
eliminare queste caratteristiche. Le cosiddette fallacie informali
hanno
origine
proprio
nell’ambiguità
di
significato
delle
espressioni; inoltre un linguaggio semanticamente impreciso
ostacola il processo comunicativo tra i ricercatori e impedisce
l’accumulazione del sapere scientifico»426 . Un’equivalenza tra
definiendum e definiens è praticamente impossibile, la parte
definitoria non solo non può tener conto dell’infinite possibilità
legate
all’utilizzo
semantico
del
concetto,
ma
soprattutto
coinvolgerà una serie di termini indicanti ulteriori nozioni, le
quali avrebbero bisogno a loro volta di altre delucidazioni
coinvolgendo nuovi concetti.
Bruschi pone grande attenzione al problema linguistico nel
delineare i passi della progettazione scientifica. Egli individua un
processo decisionale diviso in quattro livelli a cui corrispondono
differenti tipi di regole427 ; tra questi il livello “tattico operativo”
A. BRUSCHI, Metodologia delle scienze..., op. cit., p. 58.
I quattro livelli decisionali sono quelli: politico, strategico, tattico e
operativo. Le decisioni politiche sono quelle più generali e che per questo
influenzano tutte le altre. Esse operano per mezzo di principi e orientamenti.
A livello strategico le decisioni sono vincolate dall’obiettivo cognitivo preposto
nella ricerca. Le scelte del ricercatore obbediscono al principio della
razionalità strumentale (accordo mezzi-fini); esse si esplicano mediante
metodi e sistemi. Le decisioni tattiche si basano su regole dette procedure. Le
decisioni operative permettono invece la realizzazione delle scelte effettuate a
426
427
203
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
prevede diversi tipi di procedure tra cui quelle di linguaggio, le
quali hanno proprio il compito di ridurre la vaghezza semantica
dei concetti. «L’applicazione delle procedure assicura che le
nostre
espressioni
scientifico,
cioè
godano
che
delle
siano
proprietà
del
espressioni
linguaggio
ben
formate
semanticamente e sintatticamente, empiricamente interpretate e
adeguatamente
organizzate.
Le
procedure
di
formulazione
linguistica si dicono anche procedure di formalizzazione»428 . Le
tecniche
di
esplicitazione
semantica
servono
a
produrre
definizioni il più precise possibile, anche se per Bruschi una
corrispondenza
perfetta,
che
permetta
la
sostituzione
del
definiendum con il definiens in un qualsiasi contesto è
impossibile. «Le tecniche di questa classe di procedure operano
sulla dimensione teorica dell’intensione, cercando di [...] ridurne
la vaghezza descrittiva (“igiene semantica”) e incrementarne la
fecondità teorica»429 .
Se il concetto risulta avere un’ampiezza semantica troppo
vasta, per cui diventa un problema la sua definizione operativa e
la conseguente trasformazione in variabile, non rimane che
individuare
una
definizione
che
ne
metta
in
luce
i
macrocaratteri, ossia come afferma Lazarsfeld, le “dimensioni”
del problema. Quest’ultime verranno poi suddivise in altri
elementi che svolgono nei confronti del concetto originario, un
ruolo di rappresentanza semantica; stiamo parlando degli
indicatori, dei concetti, posti ad un livello inferiore nella scala di
astrazione semantica430 e che stanno appunto in un rapporto di
livello tattico e come quest’ultime si basano sull’uso di micro e meso regole.
Cfr. A. Bruschi, Metodologia delle scienze..., op. cit., cap. 2.
428 A. Bruschi, La competenza metodologica, op. cit., p. 126.
429 A. BRUSCHI, La competenza metodologica, op. cit., p. 130.
430 A. Marradi sostiene la grande importanza del concetto di scala di
astrazione (che lui ribattezza scala di generalità) ossia una scala semantica in
204
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
indicazione con la nozione primaria. Solitamente è impossibile
affidarsi ad uno solo di essi: non riusciremmo probabilmente a
dare una giusta rappresentazione del concetto. Ogni singolo
indicatore, ricoprendo solo una parte specifica, non esaurisce
l’intensionalità del concetto generale, ma dovrà essere affiancato
da altri indicatori ognuno dei quali apporterà, chi in misura
maggiore, chi minore, il suo appropriato contenuto semantico.
Gli indicatori possono anche essere connessi con più concetti:
a seconda del livello dell’unità di analisi, un concetto specifico può
essere fondatamente considerato indicatore di due concetti
generali di contenuto semantico assai diverso e magari opposto.
Se l’unità è il comune, la percentuale di anziani sulla popolazione
totale è un indicatore di marginalità socio-economica del comune,
per il fatto che i giovani “tendono a trasferirsi dai comuni rurali e
montani a quelli urbani, dove trovano possibilità di lavoro, redditi
e tenore di vita migliori”. Se l’unità è la provincia, comuni centrali
e periferici della stessa provincia si fondono in una sola unità, e
quindi il significato della percentuale degli anziani può più essere
legato alla differenza fra comuni centrali e periferici. Quel concetto
diviene invece un plausibile “indicatore delle condizioni igieniche e
della qualità della vita in genere, che permettono a tutta la
popolazione delle province favorite di vivere mediamente più a
lungo”. 431
È necessario quindi porre attenzione agli indicatori prescelti;
in
base
alla
distinzione
proposta
da
Marradi,
possiamo
rintracciare in ognuno di essi una “parte indicante” e una “parte
estranea”. La prima è quella che condivide il contenuto
semantico con il concetto generale, la seconda è quella
contenente gli elementi estranei ad esso. La proporzione con cui
le due parti si presentano ci dirà se l’indicatore prescelto è un
cui si sale mano a mano che un concetto aumenta la propria portata
estensionale e riduce quella intensionale. Cfr. A. MARRADI, Concetti e metodo
per la ricerca sociale, La Giuntina, Firenze 1995, pp. 14-17.
431 A. MARRADI, Concetti e metodo..., op. cit., p. 35.
205
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
buon rappresentante semantico o meno. La selezione di un
indicatore a discapito di un altro, a meno che non sia stabilita
dalla prassi della ricerca e quindi da una sorta di convenzione
tacita tra gli studiosi, è lasciata alla discrezionalità del singolo
ricercatore il quale dovrà solo motivare la scelta per cui ha
optato. In questo modo però incorriamo nel rischio che tale
cernita: a) possa in qualche modo mal caratterizzare il fenomeno,
perdendo preziose informazioni; b) influisca sull’ oggetto di
studio determinandone i tratti ancor prima di averlo studiato; c)
finisca con l’indirizzare, la ricerca su sentieri resi forzati dalle
scelte operate dallo studioso.
Merton ha sollevato il problema di come spesso i ricercatori si
fermino nelle loro indagini a quelle che lui definisce le “funzioni
manifeste”,
ovvero
quelle
proprietà
che
sembrano
apparentemente spiegare il fenomeno studiato; in realtà, come
sottolinea questo autore, esistono “funzioni latenti”, ossia
elementi sottostanti alla superficie del problema che possono
essere portati alla luce solo dopo un’attenta analisi dei fatti.432
Analogamente Lazarsfeld introduce il concetto di “spazio di
attributi latenti”. Nell’analizzare un concetto dobbiamo essere
accorti nella scelta degli indicatori da operativizzare; non
dobbiamo cioè fermarci solo a quelle proprietà che sono
direttamente
rilevabili
dal
ricercatore,
ma
procedere
con
particolari tipi di analisi statistiche che permettano di scoprire
quegli
attributi
latenti,
inferibili
da
quelli
manifesti.
«Le
osservazioni empiriche ci consentono di situare gli oggetti in uno
«Il fondamento logico della distinzione tra funzioni manifeste e funzioni
latenti sta in ciò, che le prime si riferiscono a quelle conseguenze oggettive per
una unità specifica (persona, sottogruppo, sistema sociale o culturale), che
contribuiscono all’adattamento o all’aggiustamento di essa ed a tal fine sono
state volute; le seconde a conseguenze dello stesso genere che non sono né
volute, né riconosciute.» R. K. MERTON, Teoria e struttura..., op cit., p. 191.
432
206
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
spazio manifesto di attributi, ma non è questo che realmente ci
interessa. Ciò che vogliamo conoscere è la posizione che gli
stessi oggetti occupano all’interno di uno spazio latente di
attributi. Il nostro problema è quindi, quello di inferire questo
spazio latente dai dati manifesti»433 . Tale inferenza è possibile
tramite quella che Lazarsfeld indica come “analisi della struttura
latente”. La tecnica preposta a tale scopo è quella dell’analisi
fattoriale; questa permette di analizzare una matrice composta
da variabili osservate e tra loro correlate (matrice di correlazione
al fine di ridurne il numero scoprendo una serie di fattori latenti
(factor loadings) sottostanti: che permetteranno di determinare se
un indicatore è veramente un buon rappresentante semantico.
Gli indicatori che presentano dei pesi fattoriali troppo bassi e
che quindi hanno anche la parte indicante minore in comune
con gli altri fattori, vengono scartati in quanto stime non valide.
Di seguito vengono calcolati dei coefficienti (detti factor score
coefficients) «che ponderino ciascun indicatore in base al suo
contributo semantico specifico, non condiviso con gli altri
indicatori»434 .
Una volta individuate le possibili dimensioni e gli indicatori in
grado di sostituire il concetto, la definizione operativa, in base a
quanto predisposto, ci dirà: come effettuare l’operativizzazione
ossia la trasformazione delle proprietà in variabili e quali
strumenti di rilevazione utilizzare (indagine campionaria, panel),
infine
come
formare
la
matrice-dati
con
le
informazioni
raccolte435 per poi dar vita alla rispettiva tabella di frequenza e
all’analisi dei dati.
P. F. L AZARSFELD, Formazione e misurazione dei concetti nelle scienze del
comportamento: alcune osservazioni storiche, in P. F. LAZARSFELD, Saggi storici
e metodologici, (trad. it.) EUCOS, Roma 2001, p. 157.
434 A. MARRADI, Concetti e metodo..., op. cit., p. 75.
435 Per matrice-dati intendiamo una matrice casi per variabili.
433
207
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Lo strumento ad hoc per la rilevazione dei dati è l’inchiesta
campionaria ossia un procedimento di rilevamento informazioni,
tramite metodo standardizzato di interrogazione, effettuato su
un gruppo rappresentativo di individui che sono oggetto di
ricerca, al fine di spiegare le possibili relazioni tra fenomeni.
Questa fase è di estrema importanza nella operativizzazione dei
concetti: è nel momento della strutturazione del questionario che
normalmente si determinano i tipi di variabile da utilizzare
successivamente. L’intervista si basa su domande e risposte
standardizzate, altamente definite, che non danno libertà al
soggetto di esprimere proprie opinioni costringendolo a scegliere
tra le alternative fornite. Se quest’ultime sono per esempio in
numero troppo ridotto, probabilmente non riusciranno a cogliere
a fondo le differenze e le sfumature di risposte, omologandole e
costringendole all’interno di poche categorie. In questi casi si
rischia di perdere una notevole quantità di informazione e di non
riuscire
a
dare
giusta
rappresentazione
del
concetto
da
analizzare. Tali problemi si accentuano quando le alternative alle
domande si presentano mediante due modalità di risposta come:
sì/no. In fase di rielaborazione dati, si avrà la formazione di
variabili dicotomiche436 . «Il massimo di distorsione si ha allorché
una proprietà rappresentabile su un continuum è ridotta a uno
stato dicotomico, come quando si chiede agli intervistati se sono
pro o contro un dato oggetto [...] se i valori possibili sono due, un
errore trasforma automaticamente lo stato di un individuo nello
stato opposto»437 .
Altra fonte di errore sono date dalle batterie di domande in
Per variabili dicotomiche si intendono le variabili nominali (vedere nota
438) che possono assumere solo una tra due modalità (un esempio classico è
il genere: femminile o maschile).
437 A. MARRADI, Concetti e metodo..., op. cit., p. 58.
436
208
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
cui vengono proposte domande con forma analoga e stesse
alternative
di
risposta.
Ciò
permette
al
ricercatore
uno
snellimento del lavoro in fase trattamento dati, ma offre il fianco
a numerosi inconvenienti tra cui quello appena visto relativo alla
dicotomia delle risposte (nel caso queste siano tutte poste in
termini di affermazione o negazione), e a quello delle response
set. Questo consiste nel fornire sempre lo stesso tipo di risposta
di fronte alle solite scelte proposte dal questionario. Per esempio
se le risposte previste sono del tipo: molto, abbastanza, poco, non
d’accordo, il soggetto intervistato potrebbe per noia, per pigrizia,
per mancanza di interesse concentrare le sue risposte sulla
formula poco d’accordo.
Altri tipi di errori sono dovuti al modo di somministrazione
dell’intervista. I ricercatori che adottano queste tecniche sono
solitamente convinti che sia necessario mantenere un certo
distacco dal soggetto intervistato per non influenzare le sue
decisioni: l’intervistatore deve comportarsi in maniera neutrale e
uniforme con tutti gli individui scelti per la ricerca. Ciò non
permette di comprendere la particolarità della storia di ogni
singola
persona:
l’uniformità
di
metodo
garantisce
un’uguaglianza formale, ma distrugge quella sostanziale; ogni
caso essendo differente da un altro dovrebbe essere trattato in
base alla sua singolarità di situazione.
Raccolte le informazioni si procede alla stesura di una
matrice-dati. Ad ogni singolo caso contenuto in essa dovrà
essere accostata un’etichetta numerica prodotta da codifica,
basata su un processo di classificazione, o di conteggio o di
misurazione, o dall’unione di più procedimenti, a seconda del
209
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
tipo di variabile438 su cui stiamo effettuando la registrazione del
dato.
La classificazione è un procedimento in base al quale ogni
caso viene assegnato ad una delle classi (una modalità)
precedentemente
distinta:
a
seconda
che
le classi
siano
ordinabili gerarchicamente o meno, abbiamo classificazione in
senso stretto o ordinamento.
Il conteggio è un procedimento in base al quale si va a rilevare
contando, la quantità di oggetti posseduti da quella data
proprietà discreta, siamo cioè nell’ambito dei numeri naturali.
La misurazione è invece un procedimento che rileverà, per
ogni caso, il rapporto dell’unità di misura con l’ammontare della
proprietà: il risultato sarà stavolta un numero reale.
Un’enorme confusione ruota comunque, attorno a queste
terminologie, specie al termine classificazione. Ciò è dovuto al
fatto che quest’ultima è presente in tutti i procedimenti di
ordinamento, di misurazione e di conteggio. Dice a questo
proposito
Marradi:
«la
classificazione
è
l’inevitabile
atto
conclusivo di ogni processo di assegnazione di valori»439 .
La classificazione può essere generalmente anche definita
Le variabili possono essere nominali, ordinali, discrete e continue (le
ultime due vengono anche chiamate cardinali). Le variabili nominali (ad
esempio: il genere) sono quelle in cui la proprietà da registrare assume stati
discreti non ordinabili, tra i quali possono essere stabiliti solo relazioni di
uguaglianza o disuguaglianza. Esse si ottengono dal procedimento di
classificazione. Le variabili ordinali sono quelle in cui la proprietà da
registrare assume stati discreti, ordinabili (ad esempio: il titolo di studio); le
relazioni possibili sono di uguaglianza e disuguaglianza e d’ordine (maggiore
di o minore di); si ottengono da un procedimento di ordinamento. Le variabili
discrete sono quelle in cui la proprietà da registrare assume stati finiti non
divisibili, (ad esempio: il numero dei figli); esse si ottengono tramite conteggio
cioè contando quante volte l’unità di conto (unità naturale), è contenuta nella
proprietà posseduta dall’oggetto. Le variabili continue (ad esempio: l’età), sono
infine quelle in cui la proprietà da registrare assume, in un intervallo tra due
stati, infiniti stati intermedi; si ottengono mediante misurazione che utilizza
un’unità di misura convenzionale.
439 A. MARRADI, Concetti e metodo..., op. cit., p. 48.
438
210
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
come la ripartizione dell’estensione di una data proprietà in
classi (modalità o stati), all’interno delle quali inserire i vari casi
a seconda del valore o dell’ etichetta nominale che ad essi è stato
attribuito.
La
ripartizione
dei
casi
in
categorie
emerge
chiaramente dando uno sguardo alle tabelle di frequenze in cui
solitamente vengono ricomposte e rielaborate le informazioni
delle matrici dati. Le categorie formate devono rispondere a tre
requisiti:
a) esaustività: ogni caso deve poter trovare collocazione
all’interno di una delle categorie;
b) esclusività: un caso può appartenere solo ad una categoria;
c) unicità del criterio di divisione: il modo in cui decidiamo di
effettuare la ripartizione della proprietà deve basarsi su un unico
criterio di scelta.
Le classi così delineate sono dei sistemi chiusi in cui gli
elementi che ne fanno parte devono avere determinati caratteri
che appaiono come condizioni necessarie e sufficienti per
l’appartenenza all’interno della categoria. Non vi sono ulteriori
possibilità di scelta: tertium non datur, un elemento non può
essere in gradi diversi contenuto in varie classi. Il concetto, che
già
abbiamo
visto
essere
in
parte
ridotto,
sia
dopo
il
procedimento di selezione degli indicatori, sia dopo un’ eventuale
rilevazione dei dati per mezzo di inchieste di tipo campionario,
subisce ulteriori perdite di informazioni volendo, una volta
operativizzato il concetto in questione, dividere la variabile
ottenuta in classi.
Un aggravio della situazione si verifica quando, come spesso
accade, le categorie non vengono ben costruite. Tutto il materiale
che non riusciamo a far rientrare in una categoria specifica,
viene solitamente registrato nelle cosiddette categorie residue
211
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
come inclassificabile, altro, le quali nel corso delle analisi
vengono per comodità tralasciate. Il numero delle classi può
inoltre distorcere o meno il nostro concetto operativizzato: se
questo è troppo alto finiremo con l’appesantire la tabella di
frequenze non permettendo la velocità di lettura e rallentando
l’analisi; peggiore, ai fini della perdita informativa, è il caso
contrario, ossia scegliere un numero di classi troppo ristretto
che compatta troppo il tutto.
Problemi maggiori si hanno ogni qualvolta è necessario
misurare gli atteggiamenti dei soggetti: i concetti operativizzati
daranno questa volta origine a variabili quasi cardinali, così
chiamate perché misurate su proprietà continue, ma incapaci di
diventare variabili cardinali; è quasi impossibile per il ricercatore
trovare un’unità di misura capace di misurare gli atteggiamenti,
e quindi stabilire, come nel caso delle variabili cardinali, un
ordine tra le categorie e definirne la distanza reciproca. Tali
incombenze vengono affidate alla valutazione da parte del
soggetto. La procedura utilizzata per rilevare tali tipi di concetti
va sotto il nome di tecnica delle scale, i cui elementi sono
solitamente domande a test. Le risposte possono essere di tre
tipi:
a) risposte semanticamente autonome. In questo caso,
vengono proposte al soggetto studiato una serie di risposte che
per essere comprese non devono essere messe in relazione l’una
con le altre. L’ordine delle categorie è garantito, ma il soggetto
dovrà indicare le distanze che ritiene intercorrere tra una
categoria e l’altra;
b) risposte a parziale autonomia semantica. Le risposte fornite
sono stavolta in parte vincolate, per la loro comprensione, le une
con le altre. Il problema è rappresentato dal fatto che il
212
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
ricercatore divide il continuum della proprietà da indagare del
tutto arbitrariamente in un certo numero di categorie, di cui
fissa le distanze reciproche assegnando a ciascuna un’etichetta
numerica; ad ogni individuo si chiede di scegliere la sua
posizione tra le categorie proposte.
c) categorie auto-ancoranti: vengono fornite due classi poste
ai due estremi di un continuum rappresentante la nostra
proprietà. Il soggetto dovrà stabilire la sua posizione sul
continuum e nel far questo avrà anche il compito di attribuire le
distanze tra le modalità di risposta, stabilendo così l’unità di
misura della scala. Questa tecnica si espone ad un rischio di
errore troppo elevato lasciando quasi tutto il compito nelle mani
di un soggetto inesperto e quindi spesso inaffidabile.
Le tecniche quantitative hanno certamente il merito di fornire
un quadro omogeneo di un problema, cercano di dare una
spiegazione dei fenomeni e nel far questo optano per una scelta
di campo che privilegi aspetti come l’uniformità e la generalità
dei fenomeni stessi. Tutto ciò va a discapito della differenza dei
particolari, dell’eterogeneità delle situazioni, della varietà dei
casi.
Il concetto viene ridotto ad una variabile che perde il contatto
con la realtà originaria da rappresentare. L’ambiguità, la
vaghezza vengono cancellate, dal processo classificatorio, ma è
proprio in tali caratteristiche che si annida la diversità dei
problemi che permette al ricercatore di orientarsi verso un
approccio più legato alla comprensione.
213
L. VERNIANI,
5.4
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
I concetti nella ricerca qualitativa
Le tecniche qualitative incentrano la loro attenzione sulla
ricchezza e sulla qualità del dato. Nel far questo si privilegiano
quei metodi440 che permettono di dar conto della singolarità dei
fenomeni e soprattutto di porre al centro della discussione il
soggetto. La ricerca sociale deve essere in grado di permettere la
comprensione; questa per qualsiasi evento trattato, richiede una
serie di accorgimenti e di alcune considerazioni preliminari:
solitamente le teorie ermeneutiche svolgono un ruolo chiave
nella chiarificazione di ciò che è importante all’interno di un
approccio di tipo qualitativo. L’accento deve essere posto su
elementi quali la relazione tra soggetto e oggetto, il contesto, la
funzione linguistica, il quadro storico in cui siamo immersi.
P. Montesperelli dà una visione interessante della questione:
«L’ermeneutica
linguistico
che
filosofica
descrive
determina,
un
delimita,
orizzonte
condiziona
storico
e
l’esserci
dell’uomo. La distanza che si frappone fra il soggetto e l’oggetto
non è sufficiente al soggetto per un’analisi obiettiva ed esaustiva
dell’oggetto; fra i due si viene a innescare un movimento
circolare dato dalla comunanza che unisce l’interprete alla
tradizione in generale e all’oggetto da interpretare in particolare
(circolo ontologico ermeneutico)»441 .
L’oggetto è come posto all’interno di un campo e individuabile
solo se teniamo conto delle sue coordinate. La sua comprensione
dipenderà da uno spazio determinato, dal tempo sia attuale che
passato (la tradizione) e dal soggetto che esperisce il tutto
I metodi tipici utilizzati nella ricerca di tipo qualitativo sono: l’osservazione
partecipante, l’intervista qualitativa e l’uso di documenti quali possono essere
lettere, diari, autobiografie.
441 P. MONTESPERELLI, L’intervista ermeneutica, Franco Angeli, Milano 1998, p.
15.
440
214
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
trovandosi però vincolato dalla tradizione stessa. Quest’ultima
costituisce una sorta di orizzonte, un limite oltre il quale non si
può procedere; in essa ritroviamo tutti gli schemi concettuali e
comportamentali formatisi e cristallizzatisi nel tempo, appresi e
tramandati tramite un continuo processo di socializzazione
presente nell’intersoggettività della vita quotidiana.
Il ricercatore non potrà avere a disposizione un oggetto in sé
da analizzare, ma solo un dato co-costruito dalla normale
interazione tra un oggetto esperito e un individuo dotato di una
sua componente autobiografica, strettamente personale, e una
sociale, comunitaria derivante come detto da una serie di modi
istituzionalizzati che si riflettono nel pensiero, nel linguaggio e
nel comportamento. M. Ceruti parla a proposito di un rapporto
simmetrico e
asimmetrico che
definisce
ogni osservatore:
«simmetrico perché tutti gli osservatori condividono gli stessi
vincoli naturali e – ad un certo livello di astrazione – gli stessi
vincoli culturali, le stesse grammatiche, le stese “limitazioni”
cognitive; asimmetrico perché la conoscenza si costituisce
nell’intreccio irriducibile delle storie individuali, degli eventi
irripetibili,
dei
tagli
effettuati,
delle
ritiene
non
motivazioni
idiosincratiche...»442 .
La
teoria
ermeneutica
che
sia
possibile
comprendere la parte senza avere coscienza dell’insieme; in
maniera analoga la corrente etnometodologica afferma che la
comprensione può emergere solo da una cooperazione tra
elemento e contesto in un processo in cui l’uno interpreta e
costituisce continuamente l’altro. Il dato come costruzione
teorica, perde il suo carattere di oggettività assoluta: «Anche
l’interpretazione del ricercatore “interferisce” sulla realtà “pura”.
442
M. CERUTI, Il vincolo e..., op. cit., p. 13.
215
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Una forte strutturazione delle informazioni, quale si ha in una
matrice dei dati, richiede comunque al ricercatore un lavoro di
interpretazione nella trasformazione delle proprietà in variabili e
delle informazioni in dati. E poiché le informazioni a loro volta,
sono il risultato di un’interpretazione, i dati in matrice possono
essere considerati interpretazioni di interpretazioni»443 .
Da questo quadro, emerge con evidenza che il concetto non
può essere visto come qualcosa di statico, una categoria generale
che viene selezionata, ridotta e manipolata dall’osservatore e che
finisce con l’indicare come guardare al fenomeno e come
misurarlo. «Le procedure decisionali per porre i fenomeni sociali
entro categorie sono incorporate nelle assunzioni implicite di
senso comune circa l’attore, le persone concrete, e le vedute
proprie
dell’osservatore
riguardo
alla
vita
quotidiana.
Il
ricercatore comincia spesso la sua classificazione solo con ampie
dicotomie, alle quali si aspetta che i suoi dati “si adattino”, e poi
lavora su queste categorie [...]»444 . Nell’indagine qualitativa si
rispetta maggiormente la vaghezza del linguaggio. Il concetto non
deve prescrivere cosa guardare, non deve cioè divenire un limite
posto dallo studioso stesso alla ricerca. Il concetto deve solo
essere di aiuto, deve essere uno strumento flessibile nelle mani
del ricercatore, passibile di modifiche e cambiamenti se richieste
nel corso dell’indagine. Per Blumer i concetti sono ponti verso il
mondo empirico; per questo il loro uso è uno dei problemi
fondamentali di cui la metodologia deve occuparsi. I concetti
nella sociologia devono essere classi rigide nettamente definite,
L. RICOLFI, La ricerca empirica nelle scienze sociali, in “Rassegna Italiana di
Sociologia”, XXXVI, 3, luglio-settembre 1995, pp. 389-418, p. 395.
444 A. V. CICOUREL, Method and Measurement in Sociology, The Free Press, New
York 1964, p. 21.
443
216
L. VERNIANI,
ma
concetti
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
sensibilizzanti
(sensitizing
concepts)445 ,
ovvero
concetti che non hanno un referente preciso, ma che svolgono la
funzione di suggerire al ricercatore la direzione lungo cui
guardare. Nel modo così inteso «conception arises as an aid to
adjustment with the insufficiency of perception; it permits new
orientation
and
new
approach;
it
changes
and
guides
perception»446 . Nella scienza i concetti sono dinamici, pronti a
plasmarsi in base a nuovi punti di vista, ad includere nuove
esperienze: «Scientific concepts have a career, changing their
meaning from time to time in accordance with the introduction
of new experiences and replacing one content with another»447 ed
ancora: «Through conception objects may be perceived in new
relations, which is tantamount to saying that the perceptual
world becomes reorganized»448 .
Il concetto viene mantenuto impreciso, è uno schema i cui
contorni non sono stati fissati, ma che si definiranno nel corso
dello studio. Per questo è essenziale che la figura dell’osservatore
coincida con quella del ricercatore: egli non deve sottoporre tutti
i soggetti ad uno stimolo uniforme come avviene in un’inchiesta
standardizzata. L’attenzione da porre sulla ricchezza che può
fornire ogni dato, porta lo studioso a non delineare un rigido
piano di ricerca: egli di volta in volta tenendo conto della
situazione hic et nunc e del soggetto con cui deve rapportarsi,
deciderà la strategia con cui procedere nella sua indagine e sarà
pronto ad adattarla e a plasmarla (così come abbiamo visto
avvenire per i concetti) al corso degli eventi, ad ogni imprevisto e
inaspettato cambiamento situazionale.
Per la differenza tra sensitizing concept e definitive concept rimandiamo alla
nota 195.
446 H. BLUMER, Symbolic Interactionism, op. cit., p. 156.
447 H. BLUMER, Symbolic Interactionism, op. cit., p. 162.
448 H. BLUMER, Symbolic Interactionism, op. cit., pp. 164-165.
445
217
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
La modalità di indagine per eccellenza in questo settore è,
infatti, quella dell’osservazione partecipante ossia «una strategia
di ricerca nella quale il ricercatore si inserisce a) in maniera
diretta e b) per un periodo di tempo relativamente lungo in un
determinato gruppo sociale c) preso nel suo ambiente naturale,
d) instaurando un rapporto di interazione personale con i suoi
membri e) allo scopo di descriverne le azioni e di comprenderne,
mediante un processo di immedesimazione, le motivazioni»449 .
Il sociologo, per rappresentare il fenomeno e fornire i punti di
vista più interessanti che possono aiutare a formare un’idea e a
far
emergere
la
comprensione,
deve
individuare
i
casi
maggiormente rappresentativi. Non è la quantità che permette di
avvicinarci alla realtà, non è la legge dei grandi numeri450 a
guidare
la
scoperta:
la
qualità
si
ottiene
a
discapito
dell’estensione dei campioni. La complessità delle interviste ed il
tempo richiesto da esse sarebbe troppo gravoso da applicare ad
un elevato numero di persone, sia in termini monetari che di
possibilità
temporali.
La
intervistato/intervistatore
presunta
viene
a
asetticità
cadere:
è
del
rapporto
naturale
che
essendovi una forte interazione tra i due, si avranno influenze
reciproche negli atteggiamenti. Il ricercatore deve guadagnarsi la
fiducia ed il rispetto delle persone con cui entra in contatto, deve
essere capace di stabilire buone relazioni con esse: nel caso in
cui studiassimo una qualsiasi comunità sociale mediante
osservazione partecipante sarà necessario cercare il più possibile
di entrare a farne parte in modo tale da raccogliere confidenze,
racconti, storie di vita dalle persone. In caso contrario, se cioè il
P. CORBETTA, Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Il Mulino, Bologna
1999, p. 368.
450 Per la legge dei grandi numeri in statistica, si ha che maggiore è il numero
di elementi del campione più i risultati di questo potranno essere
rappresentativi e quindi estendibili alla popolazione.
449
218
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
ricercatore non dovesse riuscire a farsi accettare dal gruppo che
intende studiare, dovrà rinunciare a comprenderne il modo di
pensare e di porsi in relazione con i fenomeni studiati. Anche
una volta entrati in sintonia con il gruppo (magari mediante
l’aiuto di qualche mediatore culturale451 ) è necessario fare
attenzione al tipo di risposte o di resoconti dati: i soggetti
studiati spesso tendono a fornire risposte per compiacere
l’intervistatore,
cercano
di
nascondere
eventuali
carenze
culturali o di opinione assecondando eventuali suggerimenti
forniti, si lasciano guidare dal senso comune affermando punti
di vista che non gli appartengono, ma che corrispondono a
stereotipi sociali.
Lo studioso deve prestare attenzione all’uso che fa del
linguaggio; possono nascere vari inconvenienti dalla scelta dei
termini e dai concetti che si vogliono esprimere o indagare. Ogni
individuo attribuisce alle parole particolari sfumature che
possono essere più o meno vicine tra loro, per questo è
necessario che vi sia un accordo tra le espressioni usate dallo
studioso e dal soggetto.
L’intervista
qualitativa,452
utilizzando
risposte
aperte,
permette mediante il dialogo dell’intervistato, di risalire ad
eventuali fraintendimenti nelle attribuzioni di senso, a differenza
dei questionari classici con domande e risposte chiuse. G. Gobo
nell’analizzare il problema lessicale fornisce vari esempi e
impressioni: «Numerosi studi hanno sottolineato che anche una
Il mediatore culturale è una persona stimata dal gruppo di cui fa parte ed
in grado di comprendere le motivazioni del ricercatore.
452 «Per intervista qualitativa si intende “una conversazione a) provocata
dall’intervistatore, b) rivolta a soggetti scelti sulla base di un piano di
rilevazione e c) in numero consistente, d) avente finalità di tipo conoscitivo, e)
guidata dall’intervistatore, f) sulla base di uno schema flessibile e non
standardizzato di interrogazione». P. CORBETTA, Metodologia e tecniche..., op.
cit., p. 405.
451
219
L. VERNIANI,
piccola
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
modifica
nel
testo
della
domanda
può
attivare
nell’intervistato schemi diversi [...] Ad esempio un termine può
essere sinonimo di un altro per il ricercatore e non esserlo per
l’intervistato»; e «Il problema della formulazione delle domande
va considerato alla luce del divario fra i significati assegnati dai
ricercatori e quelli attribuiti agli intervistati. In una serie di studi
in cui re-intervistava i soggetti sul significato specifico delle frasi,
Belson ha notato che c’è un qualche divario almeno il 70% delle
volte»453 .
Il ricercatore ha il dovere di trascrivere il più fedelmente
possibile il materiale raccolto (interviste, testi, informazioni,
osservazioni) onde evitare di modificare il contenuto ed il senso
delle
parole
del
soggetto
intervistato.
«Occorre
prestare
attenzione al patrimonio linguistico cui attinge l’intervistato e
all’ambiente socio-culturale che lo ha elaborato. Un trascrittore
disattento potrà giudicare irrilevante la decisione di sostituire un
termine con un sinonimo, salvo scoprire che per l’intervistato i
due termini non sono per nulla equivalenti»454 .
Marradi distingue come elementi della coscienza tre sfere:
quella del pensiero (cognitivo-concettuale), quella del linguaggio
(relativa ai segni, ai termini) e quella del referente. Il rapporto tra
termini e referente è mediato dal pensiero, dai nostri concetti:
non possiamo presupporre una corrispondenza tra il modo di
intendere le varie cognizioni. «Il fatto di utilizzare uno stesso
termine non ci garantisce che i concetti e i referenti siano gli
stessi. Lo stesso termine può richiamare concetti differenti»455 .
Questa mancanza di accordo nel modo di intendere le
Gli esempi forniti sono tratti da G. GOBO, Le risposte e il loro contesto,
Franco Angeli, Milano 1997, pp. 47-52.
454 P. M ONTESPERELLI, L’intervista ermeneutica, op. cit., p. 105.
455 A. MARRADI, Referenti, pensiero e linguaggio: una questione rilevante per gli
indicatori, in “Sociologia e ricerca sociale”, XV, 43, 1994, pp. 137-207, p. 179.
453
220
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
concezioni che stanno dietro a delle etichette nominali, porta
un’ulteriore dilemma che consiste nella possibilità o meno, per il
ricercatore di riportare, e quindi tradurre, i pensieri espressi
dagli individui studiati ai propri schemi espressivi. Senza questo
presupposto
non
sarebbe
operabile
nessun
tipo
di
interpretazione. W. V. O. Quine afferma l’indeterminatezza della
traduzione, sostiene cioè che ogni singola espressione di un
linguaggio non sia univocamente rappresentabile in un altro: vi
saranno più alternative offerte, più ipotesi di traduzione valide
per ognuna di esse, a seconda del nostro schema concettuale. «Il
riferimento è un non-senso tranne che relativamente ad un
sistema di coordinate»456 ; il significato delle parole non è cioè
determinabile al di fuori di un contesto. La comprensibilità dei
concetti individuali diviene importante non solo nel rapporto
faccia a faccia tra osservatore e osservato, ma anche laddove ci
si avvalga nella ricerca di mezzi ausiliari come lettere o diari. La
necessarietà dell’interpretazione diviene ancora più forte in
questo caso, ma anche più difficile da effettuarsi. La difficoltà sta
qui sia nel non poter entrare in contatto con gli autori delle
missive per chiedere eventuali delucidazioni, sia nel dover
comprendere realtà storico-sociali che non ci appartengono.
I dati emersi alla fine dell’indagine possono essere presentati
sotto
forma
di
resoconto,
riproducendo
stralci
o
intere
conversazioni dei soggetti studiati, uniti a note e considerazioni
personali. Un tentativo di sintesi dei dati è possibile mediante
l’individuazione di tipi; il ricercatore avrà modo di scorgere certe
uniformità,
uguaglianze,
ricorrenze
che
possono
essere
raggruppate, dando vita a tipologie o a tipi ideali.
Le tipologie sono classificazioni in cui le variabili sono
W. O. QUINE, Ontological Relativity, in “Journal of Philosophy”, LXV, 1968,
p. 48, in M. SANTAMBROGIO, Introduzione alla filosofia..., op. cit. p. 214.
456
221
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
considerate simultaneamente; i tipi ideali come già visto in
precedenza, sono invece i costrutti teorici weberiani, «una
costruzione concettuale per la misurazione e la caratterizzazione
sistematica di connessioni individuali, cioè significative nella loro
singolarità»457 , sono macro punti di vista con cui osservare la
realtà. Tali metodi di sintesi, uniti al numero ristretto di soggetti
studiati, non permettono di estendere i risultati della ricerca:
manca cioè la generalizzazione del fenomeno, caratteristica della
tecnica
quantitativa.
Si
forniscono
quadri
di
studio,
rappresentazioni della particolare realtà indagata; tutto avviene
in base al punto di vista del ricercatore che segue, come visto,
specifici percorsi di ricerca. Questo modo di procedere viene
conseguentemente
standardizzazione,
criticato
di procedure
per
di
la
mancanza
di
indagine uniformi: ciò
determina anche l’impossibilità di replicare gli studi effettuati.
«Se il ricercatore cambia, cambiano anche i soggetti e gli
ambienti osservati, i modi di osservare, la sequenza degli atti di
rilevazione, le pratiche di raccolta dati e quindi le stesse
caratteristiche del materiale empirico utilizzato»458 .
Le tecniche qualitative sono inoltre, a causa della libertà
lasciata al ricercatore, tacciate di soggettivismo. Non avendo il
ricercatore che una traccia abbozzata dell’indagine da seguire e
dei concetti da utilizzare, che compone mano a mano che
procede nelle sue scoperte, egli potrebbe finire per imporre in
nome di una presunta libertà concettuale, le sue aspettative, i
suoi preconcetti culturali, ed indirizzare la ricerca non in base a
relazioni al valore, ma a giudizi di valore. I concetti studiati
verrebbero pilotati dal sociologo, non mediante la selezione di
caratteri che li rappresentino semanticamente come nel caso
457
458
M. WEBER, Il metodo delle..., op. cit., p. 120.
P. CORBETTA, Metodologia e tecniche..., op. cit., p. 402.
222
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
degli indicatori, ma attraverso i propri schemi cognitivi.
Il voler porre le distanze rispetto alle tecniche quantitative
porta ad un altro grave inconveniente, ovvero il rischio di
accentuare troppo la componente individuale, cancellando quella
intersoggettiva e cadendo in un relativismo completamente
sterile per la ricerca.
5.5
Considerazioni sul concetto:
La
dicotomia
quantitativo/qualitativo,
o
se
vogliamo
spiegazione/comprensione e per alcuni olismo/individualismo,
non ha comunque alcuna utilità immediata, ma rappresenta solo
un ostacolo per l’analisi dei concetti e quindi per la sociologia
stessa;
essa
rimane
comunque
al
centro
del
dibattito
metodologico. Vi sono gruppi di studiosi che rimangono fautori
incondizionati di una delle due posizioni criticando la parte
avversa, portando avanti gli ormai troppo scontati cavalli di
battaglia e rimanendo ciechi verso le incongruenze delle proprie
convinzioni. Con il passare del tempo un numero sempre
maggiore di studiosi si sono indirizzati a favore di un uso
complementare dei due tipi di ricerca. Si può infatti optare per
l’una o l’altra, o per entrambe a seconda dello scopo della ricerca
e dell’oggetto di studio da trattare. Ciò non vuol dire che una
debba essere sottoposta in via ausiliaria all’altra, creando
procedimenti di serie A e di serie B.
Lazarsfeld, ad esempio, divide tra analisi formale e analisi
interpretativa: pur affermando che entrambe collaborano ai fini
della ricerca, emerge chiaramente come l’analisi formale sia
superiore alla seconda per chiarezza e precisione nel definire i
223
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
concetti abbozzati in parte dalla fase interpretativa459 . Dice
Montesperelli: «a mio parere il problema non è stabilire in
generale quali siano le tecniche migliori, dato che ogni volta si
dovrà scegliere in base allo specifico obiettivo cognitivo che ci si
prefigge. Si tratta, dunque di un problema metodologico, perché
riguarda la scelte delle tecniche più opportune in base
all’obiettivo cognitivo prefissato»460 . Entrambe le procedure
possono rivestire un medesimo grado di importanza: tutto
dipende da ciò che vogliamo trovare, dal tipo di fenomeno e di
concezioni con cui dobbiamo trattare. Trincerarsi dietro al
singolo individuo come unico modo di guardare al sociale, così
come dietro alle correlazioni tra variabile statistiche non porta a
nessun traguardo. Il concetto non potrebbe esistere né come
elemento singolo al di fuori del linguaggio e della società, né
come elemento visto solo nel suo aspetto intersoggettivo. In
sociologia non dobbiamo porre una netta separazione tra micro e
macro procedure e nemmeno tentare di ridurre l’una all’altra,
ma cercare forse un dialogo continuo tra questi due mondi.
Marradi in un suo articolo parla, prendendo spunto da una tesi
di
K.
Knorr-Cetina
di
un
tertium
genus
fra
olismo
e
individualismo: il situazionismo metodologico. La situazione viene
cioè posta come alternativa sia all’individuo, sia alle istituzioni
sociali. «Le unità di analisi dei situazionisti non sono individui o
istituzioni, ma “interazioni in situazioni sociali”»461 e questo
comporta
che
la
coppia
individuo-società
si
compenetri
vicendevolmente.
Per la divisione tra analisi formale e interpretativa, cfr. il saggio di P.
LAZARSFELD, L’amicizia come processo sociale: un’analisi interpretativa e
metodologica, in P. LAZARSFELD Saggi storici e metodologici, op. cit., pp. 47-100.
460 P. M ONTESPERELLI, L’intervista ermeneutica, op. cit. p. 130.
461 A. MARRADI, Un tertium genus fra olismo e individualismo?, in “Rassegna
Italiana di Sociologia”, XXV, 1, 1984, pp. 151-166.
459
224
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Nella scienza come nella vita di ogni giorno, gioca un ruolo
strategico la questione delle scelte e per ogni scelta vi è un
prezzo che dobbiamo essere disposti a pagare. Non crediamo che
vi
siano
soluzioni
e
ricette
assolute
che
permettano
di
raggiungere verità necessarie ed eterne. L’uomo e soprattutto lo
studioso, deve affrontare ed accettare i suoi limiti: le sue
capacità sono finite di fronte all’infinità del mondo empirico
specie quando l’oggetto di studio è caratterizzato dall’instabilità
umana. L’ostacolo maggiore è dato dall’incapacità di rinunciare
al fatto che la realtà con cui viviamo non sia ordinata. Spiegare
un concetto vuol dire impossessarsene, dominarlo, schiacciarlo
all’interno
dei
nostri
schemi
concettuali,
in
una
parola:
classificarlo rapportandolo ad elementi già conosciuti.
Il conoscere come momento di raggiungimento di una verità
esistente in sé o come scoperta di un ordine dato in natura, è
sempre stato presente negli uomini e si è acuito con la nascita
della scienza moderna.
Ordinare è un mezzo per controllare, per spazzare via il
timore dell’ignoto e della complessità: semplificazione, riduzione,
determinismo sono le parole chiave del metodo cartesiano. «Per
lungo tempo la conoscenza scientifica fu concepita, spesso è
tuttora concepita, come depositaria della missione di dissipare
l’apparente complessità dei fenomeni al fine di rivelare l’ordine
semplice al quale obbediscono»462 Parsons raccomanda di
inserire tutti fenomeni esperiti in quadri concettuali collaudati
ed esistenti all’interno di teorie, ciò che non si può registrare in
esse va a costituire le categorie residue. Luhmann pur
rendendosi conto che la complessità dell’informazione è il motore
di sviluppo della società, non trovando gli strumenti adatti per
462
E. M ORIN, Introduzione al pensiero complesso, op. cit., p. 1.
225
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
trattarla, ha finito per eliminarla tramite la riduzione di essa in
strutture istituzionali controllabili.
Questa bramosia di ordine non è altro che un miraggio che ha
abbagliato la comunità scientifica: il mondo non è ordinato. Il
fatto
che
continuamente
cerchiamo
di
ingabbiare
questo
continuo fluire di conoscenze, riunendole e classificandole, non
vuol dire che l’ordine sia una condizione ontologica della realtà:
questo è un aspetto che conferiamo al reale per motivi
squisitamente pragmatici.
L’uomo ha bisogno di comunicare, di stabilire delle basi
comuni di intesa per farsi comprendere dagli altri suoi simili.
Tale bisogno porta l’essere umano a creare i suoi concetti,
astraendo
dal
flusso
esperienziale
particolari
elementi
e
racchiudendoli in una categoria, uno stereotipo capace di fornire
una rappresentazione valida per la comunità di parlanti. L’uomo
avverte la necessità di uniformare, di stabilire arbitrariamente,
definizioni da vocabolario da tirare in causa ogni qualvolta non
vi sia una comprensione tra i comunicanti. In caso di
incomprensione dei concetti si cerca di appellarsi alle nozioni
standard, al senso comune delle cose. Una volta creati questi
segni, questi particolari modi di rappresentare la realtà, essi si
cristallizzano in habitus, in simboli, in forme di tipificazione del
sapere
che
verranno
tramandate
tramite
il
processo
di
socializzazione perché costituiscono l’elemento intersoggettivo
del sociale. Gli individui impareranno così i concetti tipizzati,
verranno “addestrati” ad apprenderli, ossia a saperli utilizzare in
ogni contesto degli infiniti giochi linguistici che possiamo creare.
Tutto ciò permette di semplificare la vita, di sentirsi meno in
balia della caoticità che ci sommerge. L’uomo crea gli schemi
concettuali e ne rimane imbrigliato: essi si reiterano separandosi
226
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
in parte dal loro creatore, per divenire patrimonio collettivo.
Non per questo il concetto si riduce ad un elemento
interamente intersoggettivo e definito dagli standard comuni. Vi
è un’altra componente da analizzare sovente trascurata perché
difficilmente sottoponibile a generalizzazione. Non esistendo
individui completamente uguali, non esistono nemmeno concetti
identici per tutti. Il concetto presenta una parte individuale.
Il senso soggettivo, dice Schütz, non è mai totalmente
raggiungibile: alla nozione tipificata, data intersoggettivamente,
ognuno di noi aggiunge delle frange di significato, create tramite
il nostro specifico sistema di rilevanze, dallo specifico punto di
vista
con
cui
esperiamo
e
ritagliamo
il
mondo.
Ogni
concettualizzazione è una rielaborazione personale di tutti questi
elementi biologici, biografici, soggettivi e oggettivi; rielaborazione
che
avviene
costantemente,
all’interno
dei
rapporti
di
comunicazione con gli altri, con il crescere delle nostre
esperienze e delle nostre informazioni.
I concetti non possono essere categorie chiuse, devono essere
elastici per adattarsi ad ogni imprevisto comunicativo.
Una serie di tratti necessari e sufficienti non garantirebbe
una giusta capacità interpretativa: non riusciremo a modificare i
nostri schemi, ad uscire da essi: saremmo come chiusi in un
programma di calcolo incapace di intraprendere nuove strade
uscendo dallo schema fornito dal programma stesso. L’elasticità
del concetto ci permette di vedere la comprensione non come un
procedimento meccanico, ma come un momento sempre nuovo
fatto di incertezze, di ipotesi (o meglio di abduzioni463 ) di analogie
tra il nostro modo di intendere e quello altrui. La flessibilità ci dà
la possibilità di superare le situazioni di impasse elaborando
463
Per la definizione di abduzione rimandiamo al cap. 3.
227
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
nuove nozioni per mezzo non solo dell’analogia, ma anche della
metafora ossia di una trasposizione linguistica di significato
ottenuta tramite la condensazione delle proprietà rilevanti di due
oggetti in un unico concetto. Quest’ultima permette di creare
schemi nuovi di orientamento e di unire elementi e concetti in
forme differenti. Ogni concetto è un insieme dai contorni aperti,
non definiti, vaghi, sfumati; ogni cambiamento nelle coordinate
(soggetti interagenti, spazio, tempo, contesto) provoca l’emergere
di concetti sempre diversi in un continuo altalenarsi tra giochi
linguistici differenti.
«I concetti sono nuvole. Uno guarda in un punto del cielo e
vede una nuvola. Distoglie gli occhi e poi torna a guardare in
uno stesso punto: grosso modo è la nuvola di prima: ma chi può
dire che non abbia subito cambiamenti? Le nuvole hanno un
perimetro e una densità cangianti; i bordi sono sfrangiati. Ai
bordi ci chiediamo dove è ancora quella nuvola, dove non lo è
più e se è un’altra nuvola. C’è una impossibilità a delimitare e
sovrapporre i concetti. Essi sono vaghi.»464 .
I concetti non presentano la parte più fissa e quella sfrangiata
distribuite in egual misura. Se la prima prevale sulla seconda
avremo una facilità maggiore nel comprendere il messaggio che
ci viene indirizzato: se il concetto è riconducibile allo stereotipo,
gli attori si troveranno probabilmente d’accordo; in caso
contrario, mano a mano che la seconda prevale sulla prima
parte, l’accordo dovrà essere costruito e raggiunto per mezzo di
un processo di interpretazione sempre più complesso che
contempli,
come
detto
precedentemente,
strumenti
come
l’analogia e l’abduzione.
F. Cimatti, propone un’interessante schema di analisi della
464
A. MARRADI, Referenti, pensiero e linguaggio…, op. cit., p. 146.
228
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
comunicazione. Innanzitutto definisce quest’ultima come «un
evento che abbraccia tutti coloro che vi partecipano [...i quali]
condividono una serie di conoscenze sul proprio ambiente, sulla
propria posizione nello spazio e nel tempo [...] un’insieme che
definiamo
CONTESTO
– di cui tuttavia sono coscienti in modo vago
e diseguale, nel senso che non tutti condividono lo stesso
sottoinsieme di conoscenze relative alla porzione di contesto in
cui ha luogo l’evento comunicativo cui stanno partecipando»465 .
Se uno dei soggetti interagenti si rende conto che la sua
posizione si sta delineando in modo più chiaro nel contesto,
userà dei segni per precisare meglio tale posizione: gli altri
cercheranno di capire questi segni rendendosi conto della
posizione che essi hanno all’interno del contesto e orientando il
loro agire in conseguenza ad esso. La comunicazione prevede
cioè uno spostamento sia in uno spazio mentale che in uno
fisico. Il primo è uno spazio contestuale e informativo condiviso
da mittente e destinatario; i segni sono i punti di riferimento che
guidano e selezionano i possibili percorsi all’interno dello spazio
mentale. A partire dai riferimenti dati, il destinatario si muove
nella comunicazione compiendo le sue scelte. Lo spazio fisico è
invece dato dal movimento fisico nella realtà che «corrisponde
alle attività materiali innescate dalla comunicazione»466 .
Cimatti propone uno schema in cui è raffigurato “il continuo
della comunicazione”. Vi sono due posizioni estreme: una è data
da un grado massimo di processo interpretativo, che richiede un
momento metaforico/abduttivo, l’altra da un grado minimo,
rappresentata dalla semplice decodifica di un messaggio, come
avviene in un modello elementare di comunicazione quale quello
F. CIMATTI, Fondamenti naturali della comunicazione, in S. GENSINI (a cura
di), Manuale della comunicazione, Carocci, Roma 2002, pp. 82, 83.
466 F. CIMATTI, Fondamenti naturali della..., op. cit., p. 80.
465
229
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
di C. Shannon e W. Weaver467 .
r
i
c
o
r
s
o
Decodifica
(MPC)
a
l
c
o
n
t
e
s
t
o
Metafora
abduzione
+
-
densità dei punti di riferimento nello spazio mentale
+
In alto a destra si avranno quegli eventi comunicativi che
richiedono il minimo sforzo mentale per l’interpretazione (siamo
nel caso del
MPC468 ):
sono forniti tutti i punti di riferimento che
permettono una decodifica automatica senza il ricorso alle
conoscenze di tipo contestuale. Mano a mano che ci spostiamo
sulla riga delle ascisse verso sinistra, aumentano i dubbi e le
incertezze comunicative e lo sforzo cognitivo diventa massimo; i
C. Shannon e W. Weaver propongono un modello elementare di
comunicazione che viene definito anche modello postale in quanto vede il
processo comunicativo come il passaggio di un messaggio codificato, tra un
mittente (il soggetto) e il destinatario (altro soggetto) che condividono tale
codice. Il modello prevede oltre un codice, ossia le regole che permettono di
combinare e tradurre i segni che costituiscono il messaggio, anche un canale
fisico, ossia parole, segni grafici, ecc., e il contesto in cui avviene la
comunicazione. Quest’ultima avviene se il destinatario interpreta il messaggio
inviato (che per questo viene visto come un pacco, o una lettera postale) con
lo stesso codice utilizzato dal mittente; in caso contrario la comunicazione
non avviene: si ha l’esclusione del processo interpretativo. Il messaggio viene
o non viene compreso non si danno altre alternative. Cfr. S. GENSINI,
Preliminari sul segno e la comunicazione, in S. GENSINI, (a cura di), Manuale
della comunicazione, op. cit. par. 1.1.
468 Per MPC si intende il modello postale della comunicazione così come
spiegato in nota 467.
467
230
L. VERNIANI,
punti
di
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
riferimento
forniti
dal
messaggio
del
mittente
diminuiscono, mentre aumenta il ricorso al contesto il quale
fornisce una mappa di elementi entro cui muoversi agevolmente.
Al destinatario non basteranno gli schemi concettuali conosciuti,
per comprendere, ma dovrà fare ipotesi, congetture, tentare
analogie tra i vari elementi da avvalorare o smentire nel corso
della comunicazione stessa, dovrà inoltre creare nuovi percorsi
mediante metafore per possibili e ulteriori interpretazioni. «Il
continuo [della comunicazione] può anche essere visto come una
specie di gradiente, che va da un massimo di concentrazione
mentale – la regione in basso a sinistra, in cui la
COMPRENSIONE
del messaggio richiede un notevole impegno interpretativo a un
minimo (teorico) – la regione in alto a destra – in cui la
comprensione richiede ‘soltanto’ la conoscenza delle equivalenze
fra significanti e significati previste dal codice [...]»469 .
Veicolare
un
concetto
significa
saperlo
interpretare
e
comprendere e quindi saperlo usare.
I concetti della scienza sociale si fondano su quelli della vita
quotidiana: sugli attori sociali, sul loro modo di pensare e di
agire.
È
impossibile
pensare
che
una
categoria
nella
maggioranza dei casi possa racchiudere un concetto: essa
elimina le varie sfumature che esso ricopre. Più il nostro
concetto è riconducibile al nucleo intersoggettivo più sarà facile
rapportarlo ad una categoria. Più il nostro concetto è ricco di
componenti sfumate, maggiore sarà il rischio di snaturare il
concetto stesso, perdendo informazioni, riducendolo ad una
classe
chiusa.
Un
problema
questo,
che
la
metodologia
quantitativa stessa ammette in materia di misurazione degli
atteggiamenti e della susseguente costruzione di scale con
469
F. CIMATTI, Fondamenti naturali della..., op. cit., p. 83.
231
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
variabili cardinali che sfuggono al controllo del ricercatore,
rimanendo la valutazione di vari parametri nelle mani dei
soggetti interrogati.
La sociologia deve trattare con la dinamicità dell’uomo e per
far questo deve capire che non può creare un linguaggio
scientifico
asettico,
svincolato
da
quello
naturale.
Ogni
linguaggio è una forma di vita, direbbe Wittgenstein, un
intersecarsi continuo di giochi linguistici. Ogni linguaggio
scientifico con i suoi concetti può essere visto come un gioco in
cui si svolgono altri giochi, tra i quali quello del linguaggio
ordinario della vita quotidiana riveste un ruolo primario. I giochi
non sono province finite di significato, il passaggio dall’una
all’altra non richiede un “salto”, un cambiamento drastico; non
vi è neppure un passaggio tra un gioco e l’altro perché questi si
richiamano, si fondono e si intrecciano di volta in volta uno con
l’altro.
La stessa idea di scienza caratterizzata dall’oggettività, dalla
semplificazione, dalla causalità, dalla spiegazione, non è altro
che un concetto affermato all’interno di un gioco linguistico
dominante, una scelta, all’interno della quale effettuare ulteriori
selezioni e giochi.
Guardare alla classificazione come mezzo privilegiato per
studiare i concetti, alle tecniche statistiche per analizzarli, alla
generalizzazioni empiriche per raccontarli, vuol dire porsi in un
preciso gioco linguistico: la cosa importante è non ritenere che
esso sia l’unica possibilità da mettere in campo. È una scelta
effettuata dal ricercatore che decide di non contemplare gli
aspetti più flessibili legati alla maggior parte dei concetti, per
concentrarsi sulla comunanza degli elementi, sulla generalità di
estensione di queste parti.
232
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Guardare al concetto privilegiando il soggetto, dando spazio
alla diversità, alle caratteristiche individuali, agli elementi
irripetibili
della
comunicazione
è
invece
un’altra
visione
possibile.
Potremmo
però
fermarci
a
considerare
l’eventualità
di
addentrarci in un altro tipo di gioco ancora, che possa tener
conto della complessità; un gioco in cui l’oggetto non sia
qualcosa di isolabile dal suo ambiente, di astraibile sempre nello
stesso modo, valido per ogni tempo ed ogni contesto, ed in cui il
soggetto non sia l’unico mezzo per studiare il concetto. L’oggetto
deve emergere non come elemento chiuso, ma come potenzialità
sistemica nata da un fitto scambio interrelazionale di soggetti
che vivono in un ambiente in cui scelgono e organizzano la loro
vita, influenzati dalle stesse situazioni ambientali e dagli oggetti
chiamati in causa. «Una nuova concezione emerge e dalla
relazione complessa tra soggetto e oggetto, e dal carattere
insufficiente e incompleto di ciascuna delle due nozioni. Il
soggetto
deve
rimanere
aperto, privo di
un
principio di
decidibilità al suo interno; l’oggetto pure deve rimanere aperto,
da
una
parte
sul
soggetto,
dall’altra
sul
suo
ambiente
circostante, il quale a sua volta si apre necessariamente e
continua ad aprirsi oltre i limiti del nostro intelletto»470 .
Ogni scambio, ogni dialogo, determina cambiamenti nello
scenario in cui ci muoviamo, nuovi vincoli ed ulteriori decisioni
da prendere, in modo tale che la stabilità del processo sia, nel
momento stesso in cui si crea, nuovamente negoziabile o messa
in crisi da altre informazioni e punti di vista che sorgono in
quello stesso istante.
I concetti emergono dunque in un continuo dialogo tra queste
470
E. M ORIN, Il metodo…, op. cit., p. 42.
233
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
forze agenti, in un ciclo che fa della ricorsività, della diversità,
del disordine e della discussione i suoi elementi di forza.
“Era dunque una cellula scomoda e indigesta
di una comunità che ha per ideali l’armonia e l’ordine.
Ma, pur essendo così, costituiva in mezzo
a un piccolo mondo così limpido e ordinato
un continuo fremito vitale, un rimprovero,
un monito, un lievito di idee nuove,
ardite, vietate e temerarie”
HESSE HERMANN, 1943, p. 279
234
CONCLUSIONI
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
Abbiamo visto oscillare, nel corso di questo lavoro, la nozione
di concetto tra varie teorie e differenti punti di vista. Il bisogno di
attribuire un ordine alla disarmante caoticità del mondo, porta
l’uomo ad illudersi che questa disposizione così precisa sia
realmente e oggettivamente data nei termini delle classificazioni
e delle strutture che egli stesso realizza per motivi prettamente
pragmatici. La necessità di creare un ordine per dialogare, per
comunicare
dei
significati
che
possano
essere
intersoggettivamente intesi, è innegabile. Nella vita quotidiana
l’uomo, direbbe A. Schütz, dà vita alle sue tipificazioni, ossia a
quegli schemi generali, anonimi, medianti i quali si riesce a
stabilire un accordo tra la comunità dei parlanti; essi si
affermano e si reiterano nel tempo, grazie alla loro capacità di
fornire una chiave di lettura del mondo ritenuta convincente e
per questo tramandata nel corso della socializzazione. P. Berger
e T. Luckmann nella loro opera La costruzione della realtà
sociale, specificano l’importanza di questo ruolo svolto dalla
socializzazione primaria nell’apprendimento di quegli schemi
cognitivi fondamentali, alla base dei processi comunicativi.
Il
problema
dell’ordine
all’
interno
della
formulazione
concettuale non riguarda solo il linguaggio quotidiano. La
scienza
prende
solitamente
le
distanze
da
quest’ultimo,
giudicandolo troppo incerto e inesatto, ma alla fine ne condivide
più aspetti di quanto possa ammettere, interrogativi compresi.
Tentare di guardare oltre queste categorie genera infatti una
sorta di timore anche nella scienza: la paura dell’ignoto e della
dinamicità degli eventi.
Nelle prime teorie sociologiche si tenta di fornire un quadro
organico dei fenomeni empirici, omologandoli ed incasellandoli
all’interno di leggi generali e necessarie: l’obiettivo baconiano di
236
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
asservire il regno della natura alla ragione scientifica sembra
così realizzabile. In seguito la teoria parsonsiana porterà
chiaramente alla luce tutti i limiti connessi all’esasperante
attaccamento ad una concezione sistemica, concepita in termini
di ordine e di equilibrio. Il concetto diviene così uno strumento
creato
per
garantire
la
coerenza,
per
salvaguardare
l’impostazione teorica elaborata, indirizzando in tal modo la
ricerca verso binari prestabiliti.
Solamente ingabbiando la realtà all’interno di questi schemi è
possibile per T. Parsons mantenere l’ordine. Egli semplicemente
decide di ignorare il suo nemico, di escludere la diversità dal
mondo. In questo modo può essere mantenuto un formalismo
artificiale, che come tale non può che degenerare in paradossi
che minano la coerenza e l’equilibrio e ai quali il sistema non
può resistere se non negandoli a se stesso.
N.
Luhmann
avverte
la
necessità
di
prendere
in
considerazione il fatto che il mondo presenta un alto grado di
complessità. L’ambiente separato dal sistema, riesce ad inserire
all’interno di quest’ultimo il disordine. Nonostante ciò, anche
questo autore vede nella complessità, pur considerandola
essenziale per la crescita del sistema, un elemento nocivo con il
quale non si può dialogare se non in termini di riduzione e di
semplificazione. La diversità anche in questo caso, non riesce a
trovare una giusta collocazione all’interno dei nostri schemi
concettuali.
Il bisogno di porre un limite alla flessibilità del linguaggio, alla
sua dinamicità, esprimendo i concetti come classificazioni rigide,
si è manifestato nella scienza anche nel tentativo di creazione di
un linguaggio universale capace di unire tutte le discipline
scientifiche sotto un unico vocabolario di simboli, in grado di
237
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
riprodurre adeguatamente i concetti delle varie scienze e con
regole di trasformazione atte a permetterne l’utilizzo. Questo è
stato un obiettivo sospirato nel corso dei secoli e che in tempi
più recenti è stato perseguito, sia dai programmi logicisti, sia
dagli esponenti del Circolo di Vienna. Di fatto, simili ricerche
non sono mai riuscite nei loro intenti, così come si è assistito al
fallimento delle teorie referenziali, le quali ritengono possibile
abbinare ad ogni termine un preciso riferimento nella realtà,
determinando un rapporto su scala uno a uno tra termini e
oggetti.
G. Frege ritiene che il significato di un nome coincida con la
sua estensione, che un concetto sia una funzione in grado di
associare ad ogni argomento un valore di verità o di falsità a
seconda dell’appartenenza o meno ad un determinato insieme,
avente per membri quegli elementi che sono estensione del
predicato. Rimaniamo all’interno di una visione insiemistica del
concetto che si esprime nei riguardi dei suoi possibili attributi in
termini
dicotomici
di
dentro/fuori
senza
dare
ulteriori
possibilità. Per L. Wittgenstein il mondo è un insieme di fatti, il
sussistere di stati di cose; di quest’ultimi possiamo farci
un’immagine che rappresenta la struttura logica dei fatti. Il
linguaggio rappresenta l’insieme delle proposizioni le quali a loro
volta
sono
un’immagine
della
realtà:
vi
è
cioè
una
corrispondenza analogica tra proposizioni e fatti, così come vi è
tra un nome e il suo referente.
Queste visioni completamene anelastiche del linguaggio si
presentano anche in alcune delle moderne teorie cognitiviste,
come quella esposta da J. Fodor, il quale sostiene che i concetti
siano
dei
particolari
mentali,
ossia
degli
atomi
la
cui
comprensione è possibile mediante una corrispondenza diretta
238
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
tra la percezione di un’occorrenza e la rappresentazione mentale,
quest’ultima
resa
possibile
da
un
particolare
linguaggio
contenuto nella nostra mente: il mentalese.
Si ricercano delle strutture immutabili, dei concetti primitivi a
partire dai quali comprendere tutti gli altri e dare spiegazione
alla nostra capacità di parlare, di apprendere e di formare
nozioni.
Il concetto inteso come sistema chiuso porta a concepire,
come visto, categorie rigide definite mediante lista di proprietà
da cui non si può prescindere. Le definizioni stesse restano
imprigionate all’interno di una logica circolare, non essendo mai
esaustive e dovendo sempre ricorrere ad ulteriori precisazioni e
definizioni dei termini utilizzati.
Il concetto inteso come classificazione assume un ruolo di
primaria importanza in sociologia, nella difficoltosa scelta del
metodo da utilizzare nella ricerca. Anche in questo frangente,
abbiamo visto come la classificazione presenti tutti quei
problemi legati ai sistemi chiusi, formalizzati. Il materiale
informativo-concettuale viene parcellizzato in dimensioni ed
indicatori per essere meglio gestito in sede di analisi; una volta
operativizzato, le variabili ottenute verranno rappresentate
mediante classi di modalità che raggruppano i vari casi in base a
proprietà specifiche. I principi su cui si basa la logica
classificatoria – esaustività, esclusività e unicità del criterio di
divisione – mostrano come questo strumento tenda a ridurre la
complessità dell’informazione, ad occuparsi del campo sintattico,
a
semplificarne
i
contenuti
per
uno
scopo
prettamente
pragmatico, proprio come l’uomo della strada usa le sue
categorie intersoggettive per riuscire a dominare il caos e
ricondurlo ad una situazione di maggiore possibilità gestionale.
239
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
La classificazione non può dunque essere il mezzo più adatto
con cui intendere il concetto, anche se non possiamo escludere il
suo utilizzo ed il suo contributo in sede di formazione di
determinati tipi di schemi cognitivi. Siamo però lontani dal dire
che il concetto sia riconducibile solamente a questo tipo di
procedimento, sia nel mondo della vita quotidiana, sia nella
sociologia.
Dobbiamo
innanzitutto
introdurre
altre
componenti
fondamentali fino a questo punto sottovalutate: il senso, la
diversità e l’interpretazione data in un processo interattivo.
M. Weber porrà come centrale nella sua teoria la questione
del senso e l’importanza dell’individuo. Le concettualizzazioni
che dobbiamo vagliare e studiare sono individuali, ossia colgono
la singolarità e non l’uniformità del fenomeno. La diversità si
pone come momento saliente nel procedimento volto alla
comprensione dell’agire umano. L’uomo si pone al centro del
discorso, in quanto costruttore della società in cui vive, dotato di
un senso in base a cui si orienta e agisce. Il ricercatore deve
studiare tutto ciò, non dimenticando che anch’egli è un
individuo, oltre ad essere uno studioso. I concetti di quest’ultimo
sono dunque influenzati dal suo particolare punto di vista. La
relazione al valore permette di ritagliare i concetti in base
all’unicità
del
soggetto,
senza
comunque
scendere
nella
soggettività del giudizio. Weber non esclude però la compresenza
di concetti dotati di generalità, come il tipo ideale stesso; il quale
vede comunque riconosciuta nella sua formazione il punto di
vista di chi lo crea. Cade anche l’oggettività assoluta dei concetti
generali: non vi sono un insieme di proprietà necessarie e
sufficienti che lo determinano in egual misura. Al massimo
possiamo parlare di alcuni tratti (l’accentuazione unilaterale di
240
L. VERNIANI,
alcuni
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
punti
di
vista)
che
risaltano
nello
schema
di
rappresentazione di un dato fenomeno.
Anche A. Schütz propone come concetti del vivere quotidiano
degli schemi generali, le tipificazioni, ma ad esse si aggiunge il
senso attribuito da ogni singolo soggetto. Abbiamo visto che il
senso può essere per questo autore sia oggettivo, e quindi
comprensibile
per
un
altro
eventuale
interlocutore,
sia
soggettivo, che invece rimane sempre avvolto da un certo grado
di impenetrabilità. Ogni persona, in base alle proprie esperienze
di vita, ai modelli culturali in cui si trova coinvolto, rielaborerà le
nozioni intersoggettive, apponendovi una propria personale
rielaborazione. Schütz parla a proposito, come W. James, di
frangia, componente appunto, che si aggiunge ad un nucleo
centrale nel concetto. Il sociologo deve partire da queste nozioni
per indagare il suo oggetto di studio: i suoi costrutti dovranno
essere di secondo grado. Egli tenterà di elaborare i suoi idealtipi,
i suoi “manichini” con cui cercare di ricostruire il senso delle
azioni
compiute,
avvicinandosi
il
più
possibile
a
quello
soggettivo.
Sia in Weber che in Schütz possiamo rintracciare la nozione
di stereotipo. Il fatto che vi sia un nucleo centrale di proprietà
attorno al quale porre caratteristiche modificabili, porta ad
un’apertura del concetto inteso come sistema chiuso; siamo
sempre in presenza di categorie, ma non totalmente rigide. Viene
lasciato
maggiore
spazio
all’individuo
per
elaborare,
per
interpretare le situazioni che di volta in volta si presentano. Si
introduce così la componente semantica fino ad ora tralasciata,
anche se ancora in misura non adeguata.
Nella ricerca sociale sono le tecniche qualitative a mirare alla
particolarità e alla differenza del dato, ad elaborare concetti che
241
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
non siano fissati e determinati in tutto il loro percorso, ma che
possano definirsi durante un procedimento di continua scoperta
capace di promuovere la comprensione degli attori. Si è visto che
però anche il concentrarsi totalmente sulla diversità, escludendo
la generalità, non può fornire una visione adeguata del concetto.
Dobbiamo allora fare un ulteriore passo che ci consenta di
inserire nel discorso i termini di complessità, di ordine e di
disordine.
La complessità non va intesa come nella teoria generale dei
sistemi nell’accezione di difficoltà; essa fa del disordine un
momento essenziale nella crescita del sistema. Il tetragramma di
Morin vede l’unione di ordine e disordine in un processo
interattivo che crea organizzazione. Il concetto può essere così
visto, non come una categoria stabile e determinata, ma come
un fluttuare, una interpretazione continua in cui il punto di
arrivo è in realtà un nuovo punto di partenza verso un’ulteriore
apprendimento di informazione. Non vi sono dicotomie: gli
opposti possono convivere perché la presenza dell’uno non
esclude l’altro. Il rapporto di esclusione viene cambiato in uno
dialogico.
Introduciamo allora un’ulteriore, possibile, idea di concetto
che
consenta
un’apertura
maggiore
rispetto
al
prototipo:
iniziamo a parlare delle somiglianze di famiglia teorizzate da L.
Wittgenstein. In questa visione i concetti sono visti come una
particolare forma di categorizzazione, in cui gli elementi facenti
parti della categoria non devono condividere tutti le stesse
proprietà; è sufficiente che vi sia condivisione della caratteristica
tra almeno due membri. Il concetto acquista in questo modo dei
confini sfumati, in quanto la categoria che lo caratterizza può
comprendere casi limite, che in una logica di tipo classico non
242
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
troverebbero possibilità di espressione.
I concetti si inseriscono allora all’interno di una rete
comunicativa la quale non può essere ridotta al modello classico
tipo postale di C. Shannon e W. Weaver, in cui i concetti veicolati
sono come pacchetti che non subiscono cambiamenti nel corso
dell’interazione tra individui. I concetti non sono contenitori
preconfezionati,
sono strutture
aperte che
si
nutrono
di
informazione, il cui contenuto viene messo in gioco in ogni
momento dello scambio comunicativo. Non ci sono un input e un
output definiti, ma una nozione che si costituisce di volta in volta
nel corso del tempo; quest’ultimo non è più solamente lineare,
ma è soprattutto contingente, relativo al particolare momento a
cui rivolgiamo lo sguardo. Il concetto dipende dai soggetti
coinvolti, dal tempo, dalla situazione. H. Garfinkel parla di
indicalità per riferirsi alla ricorsività presente nell’interpretazione
di elemento e contesto i quali si costituiscono reciprocamente.
Per quanto riguarda il processo interpretativo, possiamo
scorgere in esso un avvicendarsi di momenti abduttivi. Il
soggetto procede nel corso delle sue interazioni per mezzo di
ipotesi, di congetture che vengono avanzate sul possibile senso
attribuibile ai propri e agli altrui concetti: quest’ultimi vengono
dunque costruiti ed emergono di volta in volta nel corso del
processo interattivo. L’abduzione, nella visione peirceiana, viene
associata alla metafora e quest’ultima è sempre un elemento che
introduce innovazione e nuovi punti di vista, nascendo essa, da
una condensazione di parti che si uniscono nel formare una
nuova concezione.
Ricapitolando: i concetti richiamano varie nozioni. Come fa
notare P. Violi, essi possono presentarsi come insieme di
proprietà definite, altre volte come prototipo, altre ancora con
243
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
confini vaghi e sfumati. Vi sono due parti che convivono nei
nostri schemi mentali e che ben rappresentano come ordine e
disordine, statica e dinamica, sintassi e semantica, possano
convivere e alimentarsi reciprocamente.
L’ordine porta l’uomo e conseguentemente anche il sociologo,
a vedere il mondo come se esso fosse realmente costituito dalle
categorie, che egli stesso elabora per orientarsi al suo interno.
L’uomo, come sostiene Peirce, teme il dubbio e per superarlo si
forma delle credenze, degli habitus espressi a livello simbolico ed
accettati intersoggettivamente dalla società. In questi casi il
concetto si avvicina alle nozioni di classificazione nella sua
accezione più forte o in quella più debole di prototipo.
Le credenze istituzionalizzate vengono apprese, gli individui
imparano ad usare le nozioni all’interno di particolari giochi
linguistici. Il concetto presenta però anche altri aspetti, quelli
della soggettività e della dinamicità. Ogni individuo rielabora le
nozioni costituite in base al proprio bagaglio esperienziale;
componente questa che non ci è comprensibile automaticamente
come può esserlo una definizione da vocabolario appresa. Il
senso
deve
essere
indagato.
I
concetti
che
ci
vengono
comunicati, così come quelli che utilizziamo in prima persona,
vanno ricostruiti a partire da un processo interpretativo che fa
dell’abduzione il suo fulcro. Il livello semantico si costituisce
lungo dei piani cartesiani a più dimensioni che tengono conto
dello spazio, del flusso comunicazionale, del tempo, dei soggetti e
dei loro punti di vista. Tali coordinate si spostano continuamente
costringendo gli individui a tener conto di nuovi elementi che di
volta in volta si pongono alla loro attenzione.
I concetti che possono emergere da questo scambio di
informazioni, considerati in un’ottica della complessità, hanno il
244
L. VERNIANI,
Il concetto in sociologia. Considerazioni sul
metodo
pregio di possedere dei confini sfumati, come le somiglianze di
famiglia ed in grado di adattarsi e di rigenerarsi.
La sociologia deve fare i conti con i concetti del mondo della
vita quotidiana; questi non sono infatti due mondi separati, ma
piani che si intersecano e si fondono l’uno nell’altro: dei giochi
linguistici in cui uno non esclude l’altro.
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