Abstract Il conflitto del Kashmir: il negoziato tra India e Pakistan

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Abstract Il conflitto del Kashmir: il negoziato tra India e Pakistan
Antía Mato Bouzas
Il conflitto del Kashmir:
il negoziato tra India e Pakistan
e la dimensione locale della disputa(*)
Da più di vent’anni nel Kashmir indiano è in corso un conflitto
armato durante il quale la valle omonima e le zone adiacenti sono
state occupate da forze militari e paramilitari. Se all’inizio lo
spiegamento massiccio delle forze di sicurezza da parte
dell’esercito indiano rappresentò una risposta dello stato centrale
alla comparsa di un movimento separatista sorretto da un
importante appoggio popolare, nel tempo il conflitto è degenerato
in uno scenario di violenza più complesso, non esente da una
componente di intolleranza religiosa. La militarizzazione del
Kashmir 1 ha determinato tra la popolazione locale un senso di
alienazione la cui origine va ricondotta allo stretto controllo
esercitato sugli individui dagli apparati di sicurezza in assenza di
norme chiaramente definite.
L’immagine di migliaia di turisti indiani che nel 2009 e nel 2010
sono tornati a trascorrere le ferie estive nella zona (e che il
governo centrale ha presentato come segno inequivocabile della
normalizzazione in corso), non ha potuto occultare le gravi crisi che
si sono susseguite anche negli ultimi anni. Nel 2008 la cessione da
parte dei governi centrale e regionale di alcuni terreni per il
complesso religioso indù di Amarnath ha dato luogo a imponenti
proteste, alle quali è seguita una risposta della componente indù di
Jammu, favorevole al provvedimento, che ha bloccato la principale
via di comunicazione con la valle. Nel 2010, in seguito alla brutale
repressione dei giovani che lanciavano pietre contro le forze di
sicurezza dopo la preghiera del venerdì (sull’esempio dell’intifada
palestinese) ci sono state imponenti mobilitazioni popolari e nuove
tensioni. Nonostante l’attività dei guerriglieri si sia ridotta 2 (la
polizia stima che attualmente ci siano ancora tra i 400 e i 500
guerriglieri attivi) e che una parte dei movimenti nazionalisti si
oppongano alla lotta armata, la situazione rimane molto precaria.
Quello che succede nel Kashmir pachistano è meno conosciuto,
sebbene la situazione sia cambiata notevolmente in seguito al
terremoto che nell’ottobre del 2005 ha colpito la regione e che ha
fatto sì che oggi circolino maggiori informazioni su quest’area.
Formalmente lo status giuridico del territorio è regolato da un
1
N. 56 – MAY 2011
Abstract
The analysis examines the current
context of the Kashmir conflict by
comparing the states’ perspectives
that have emerged from the IndiaPakistan dialogue process initiated
in 2004. This process has facilitated
the adoption of some initiatives
(which were unthinkable decades
ago) regarding the exchange of
people and goods across the Line of
Control (the line that divides both
sides of Kashmir). But confidence
building, for the time being, has
neither led to any substantial
reduction of the military presence in
the whole area nor significantly
altered the harsh living conditions of
the border communities. The
situation is particularly
unpredictable in the Indian Kashmir,
where a sense of alienation from the
central state still prevails among a
significant part of the population in
the valley. India’s and Pakistan’s
thinking on Kashmir is still framed
by sovereignty paradigms of
territorial control, therefore ideas of
converting the Line of Control to a
permeable border, without
significant political and social
changes in the territories affected,
might lead nowhere.
Antía Mato Bouzas, Research Fellow at
Zentrum Moderner Orient (ZMO),
Berlin.
(*) The opinions expressed herein are
strictly
personal
and
do
not
necessarily reflect the position of ISPI.
S. KAZI, Between Democracy & Nation: Gender and Militarisation in Kashmir, Women Unlimited, New Delhi 2009.
A. FAHEEN, Qamarwari Shootout, in «Greater Kashmir», December 1, 2010, http://www.greaterkashmir.
com/news/2010/Dec/1/qamarwari-shootout-43.asp.
2
2
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accordo federale con lo stato pachistano, ma in pratica l’area rimane sottoposta al ferreo controllo
dell’esercito e dei servizi di sicurezza militare. La loro presenza pone dei seri limiti alla libertà di
espressione e all’autonoma organizzazione delle forze politiche locali, in sintonia tra l’altro con
l’ambigua posizione ufficiale del governo centrale, che, se da una parte appoggia il separatismo del
Kashmir, dall’altra si adopera per l’integrazione della parte indiana all’interno del Pakistan.
Nella parte pachistana del Kashmir risiede anche un rilevante numero di famiglie che nei diversi periodi
di attrito o di scontro aperto tra India e Pakistan hanno attraversato la Linea di Controllo (LdC, linea che
di fatto costituisce la frontiera tra le due parti del Kashmir, anche se non è mai stata demarcata
formalmente) e che si sono più o meno inserite nella nuova realtà. Oltre a queste vi è però anche un
gruppo di 30.000 sfollati che fuggirono nel 1990 dalle zone montagnose vicine all’altro lato della LdC (in
maggioranza di lingua pahari) e che vivono in condizioni molto precarie all’interno di diversi campi
profughi 3. Riguardo al conflitto, però, il resto della popolazione locale ha opinioni molto diverse. Di fatto,
risulta difficile determinare con precisione in che misura la “questione del Kashmir” in Azad Jammu e
Kashmir sia alimentata dall’alto (da poteri burocratico-militari pachistani) e quanto invece sia radicata tra
le popolazioni locali.
Le problematiche locali di entrambi i territori – il Kashmir indiano e quello pachistano – risultano del tutto
eluse dalla prospettiva con la quale i governi di India e Pakistan guardano al conflitto. L’India continua a
rappresentare la questione kashmiri come il risultato di “un gioco sporco” orchestrato dal Pakistan con
l’appoggio nella zona indiana di alcuni gruppi islamisti. Secondo la prospettiva del Pakistan, la
mancanza di libertà nella parte controllata dal suo vicino mostra la vera identità dello stato indiano:
autoritario e con una forte impronta induista. Islamabad seguita a mantenere formalmente anche delle
rivendicazioni sul territorio, ma con poche possibilità che queste ottengano un qualche riconoscimento.
Nel 2004 i due paesi hanno aperto un processo di dialogo per risolvere diversi contenziosi bilaterali oltre
che per affrontare la disputa del Kashmir. Nonostante questi tentativi, sembra comunque difficile che la
prospettiva bilaterale possa dare delle risposte adeguate al problema, anche alla luce delle condizioni di
vita delle popolazioni locali.
Il processo di dialogo (2004-2008) e la questione del Kashmir
Nel corso del negoziato tra i governi indiano e pachistano sono state stabilite alcune misure per
alleviare la situazione delle famiglie divise tra i due lati della LdC. Sono stati anche promossi degli
accordi per favorire il commercio tra le due parti, con l’idea che il rafforzamento delle relazioni
economiche possa contribuire a creare fiducia reciproca e interdipendenza, riducendo la tensione
politica. Queste misure di confidence building si basano su alcuni principi cardine delle teorie sulla
gestione dei conflitti (conflict management) secondo le quali, davanti all’impossibilità di risolvere in
maniera definitiva la fonte della tensione, si cerca di fare in modo che non degeneri e che magari possa
migliorare 4. Si tratta di un approccio che nel caso specifico presenta però dei limiti di fondo, visto che le
parti interessate, e in particolar modo la popolazione locale, chiedono fermamente che il problema
approdi a una soluzione e che non venga semplicemente “gestito”.
In conseguenza delle misure decise durante il negoziato sono state create diverse linee di autobus e di
trasporto di mercanzie tra Srinagar e Muzaffarabad, e tra Rawalakot e Punch. Tra l’aprile del 2005 e il
3
Mass Welfare Foundation/Ikv Pax Christi, Life in the Migrant Camps of AJK: Kashmiri Migrants in the Picture,
Muzaffarabad, 2010.
4
Su questo si veda W.I. ZARTMAN, Conflict Management: The Long and Short of It, in «SAIS Review», 20, 1, 2000; N.
SWANSTRÖM - M.S.WEISSMANN, Conflict, Conflict Prevention, Conflict Management and Beyond: a conceptual
exploration, Concept Paper, Central Asia-Caucasus Institute-Silk Road Studies Programme, Washington, Sweden, 2005,
http://www.silkroadstudies.org/new/docs/ConceptPapers/2005/concept_paper_ConfPrev.pdf. Nel caso specifico della
gestione dei conflitti tra India-Pakistan si veda: M. SEWAK, Multi-track diplomacy between India and Pakistan,New Delhi
2005.
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febbraio del 2010 circa tredicimila passeggeri hanno utilizzato queste linee 5. Si tratta però di un servizio
che presenta numerose restrizioni, cui può accedere soltanto una piccola porzione della popolazione
delle due zone e a cui non hanno diritto neppure tutte le famiglie divise. Di fatto, al di là del significato
simbolico di questa misura, l’impatto sulle condizioni di vita della popolazione è stato molto limitato. Una
situazione simile si registra nello scambio commerciale tra le due zone, che si realizza prevalentemente
sotto forma di baratto tra impresari che già si conoscono, e che spesso appartengono alla stessa
famiglia. Nonostante le potenzialità di scambio commerciale, la mancanza di infrastrutture e il rigido
controllo su queste attività ne ostacolano lo sviluppo.
Il problema principale di entrambe le parti è la militarizzazione della società e le conseguenze che
derivano da questa condizione di anormalità: da un lato una grave limitazione alle libertà degli individui,
dall’altro una costante intromissione dell’esercito nell’attività della burocrazia civile, che finisce spesso
con l’alimentare un clima generale di corruzione per la mancanza di responsabilità chiaramente definite.
Anche l’attività economica risente in maniera significativa del conflitto e della massiccia presenza
militare. I militari occupano infatti una parte rilevante del territorio, e questa presenza disincentiva le
iniziative delle imprese, tanto più che gli investimenti dei governi centrali, seppur rilevanti, sono rivolti a
promuovere una situazione di dipendenza.
Il vasto spiegamento militare è giustificato dall’alto rischio di scontro tra i due Paesi ma si mantiene
anche, specialmente nella zona indiana, per combattere l’attività di guerriglia che riceve appoggio dal
territorio pachistano. Il governo indiano, infatti, pone la questione della diminuzione della violenza come
condizione imprescindibile per ridurre la propria presenza militare nella regione. Quello relativo
all’attività della guerriglia è un tema molto complesso, difficile da verificare, e che viene fortemente
manipolato dal discorso politico delle diverse parti in conflitto. Per esempio, ci sono stati casi in cui
membri dell’esercito indiano hanno assassinato civili innocenti per provare l’esistenza di un’attività
guerrigliera tra le due frontiere e dimostrare così la necessità della loro presenza nel territorio 6. Anche il
grado di repressione della popolazione civile esercitata dalle diverse forze di sicurezza è di non facile
verifica, ma si può comunque affermare con una certa sicurezza che i casi di desaparecidos si sono
ridotti notevolmente nel corso degli ultimi anni.
Il processo di pace indo-pachistano (ripreso recentemente dopo essere stato sospeso all’indomani del
massacro di Mumbai nel novembre 2008) può essere definito come un negoziato bilaterale molto
burocratizzato che affronta la questione del futuro della regione da un’ottica prettamente sovranista.
L’unica proposta che si è leggermente allontanata da questi parametri è quella fatta nel 2006 dall’ex
presidente pachistano Musharraf di smilitarizzare la regione e di concedere un’autonomia massima a
entrambe le zone senza alcun cambiamento nel loro status territoriale 7. Di fatto, questa proposta, che
aveva ricevuto un tacito appoggio dal Pakistan People’s Party, ma era stata criticata dalla Pakistan
Muslim League di Nawaz Sharif e della Jama´at-e-Islami, ha comportato una trasformazione
sostanziale nell’atteggiamento dello stato pachistano verso il conflitto, che probabilmente nessun altro
governo di Islamabad potrà alterare in futuro. La questione cruciale che emerge da questo contesto
riguarda però l’incapacità dei due stati di migliorare la situazione politica e sociale delle parti sotto il loro
controllo. A questo proposito il caso del Kashmir indiano ha una rilevanza particolare. Il governo di
Nuova Delhi iniziò nel 2004 un dialogo con la coalizione nazionalista All Parties Hurriyat Conference
(Aphc, ora diviso in due fazioni) che generalmente non prende parte ai processi elettorali perché non
riconosce l’appartenenza della regione allo stato indiano. Ci sono stati contatti anche con alcuni gruppi
guerriglieri come Hizbu-l Mujahidin. In seguito il governo di Manmohan Singh ha dato avvio a una serie
di incontri con i principali partiti politici kashmiri, ai quali l’Aphc ha rifiutato di partecipare. Durante
5
Dati ottenuti dal Director General Cross Loc Trade and Travel Authority, Muzaffarabad, Azad Jammu and Kashmir;
Government of India, Ministry of Home Affairs, 2009-10 Annual Report, p. 8, http://www.mha.nic.in/pdfs/AR(E)0910.pdf.
6
Colonel, two majors among 11 chargesheeted in Kupwara “fake encounter” case, in «Times of India», July 16, 2010,
in: http://timesofindia.indiatimes.com/india/Colonel-two-majors-among-11-chargesheeted-in-Kupwara-fake-encounter-case/
articleshow/6177014.cms.
7
La proposta di Musharraf si può vedere nel suo controverso libro di memorie: In the Line of Fire: A Memoir, New York
2006, p. 303.
4
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queste riunioni sono state affrontate questioni come l’economia, il buon governo, gli aspetti umanitari e
costituzionali del Kashmir indiano, così come le misure per incrementare le relazioni con il Kashmir
pachistano. I documenti contenenti i risultati di tutta questa serie di iniziative sembrano però essere finiti
nel dimenticatoio. Più di recente, nel novembre 2010, dopo i tumulti dei mesi precedenti, Nuova Delhi
ha nominato tre esperti come interlocutori dei diversi attori del Kashmir, anche se le aspettative in
merito a questa iniziativa non sono molto grandi 8.
L’aspetto che contraddistingue maggiormente il conflitto è soprattutto il protrarsi del suo stato di
impasse, visto che né l’India né il Pakistan sembrano capaci di adottare delle decisioni significative in
grado di mutare lo scenario esistente. Nel caso del Kashmir indiano, l’opinione prevalente in alcuni
settori politici e accademici della Valle è che Nuova Delhi sia indifferente rispetto alle proposte che
emergono dagli attori locali, che si tratti del governo regionale o di settori riconducibili al movimento
nazionalista. Per quanto riguarda il Pakistan, invece, il margine di manovra del governo per mettere in
atto cambiamenti relativi alla disputa rimane vincolato in ultima istanza alle inclinazioni dell’apparato
militare. La posizione di relativa debolezza del governo civile pachistano ha un impatto non solo sulle
relazioni con l’India, ma anche in merito alla possibilità di migliorare la situazione delle libertà di
espressione e la governabilità nel Kashmir pachistano e nella zona di Gilgit-Baltistan.
Difficoltà nella comprensione del conflitto
Il conflitto del Kashmir è estremamente complesso, visto che diverse variabili interagiscono tra loro,
rendendo difficile l’individuazione di una chiave di lettura dominante che permetta di comprendere la
disputa. Se fino alla fine degli anni Ottanta la questione kashmiri era considerata prevalentemente come
una disputa territoriale tra India e Pakistan (anche se mascherata con argomenti che facevano leva
sull’identità nazionale: secolare vs. religiosa), la rivolta separatista nella parte indiana ha cambiato
notevolmente questa percezione. Da quel momento la disputa ha iniziato ad essere considerata da
parte degli studiosi (soprattutto da quelli indiani), un caso di separatismo motivato da questioni politiche
di mal governo nella regione, con aspirazioni a una riunificazione del territorio (compresa la parte
pachistana) in uno stato indipendente. La successiva trasformazione delle forme di lotta dei gruppi
separatisti ha conferito alla disputa un segno diverso, anche perché il Pakistan non ha mai voluto
puntare sull’opzione indipendentista e ha appoggiato invece quei gruppi che sostenevano
l’assorbimento del Kashmir indiano nello stato pachistano. A partire dal 2001, quando si è sviluppato a
livello globale il discorso della “lotta contro il terrorismo” di matrice islamista, il conflitto del Kashmir è
stato incorporato, almeno in parte, all’interno di questa narrativa.
Il tema dell’identità è sempre rimasto latente durante l’intero corso della disputa tra India e Pakistan9. La
questione del Kashmir viene spesso descritta nell’ambito accademico come un caso di competizione tra
due identità nazionali inconciliabili sorta in seguito alla divisione del subcontinente indiano nel 1947:
una musulmana e l’altra secolare. L’idea stessa dello sviluppo di un’identità kashmiri continua ad essere
molto discussa. L’elemento unitario che definisce maggiormente il popolo del Kashmir è il territorio
storico occupato dallo stato principesco di Jammu e Kashmir e la lotta contro il regime oppressivo dei
maragià. Nel corso della disputa, il concetto di identità kashmiri è stato applicato limitatamente alla
popolazione di maggioranza musulmana e di lingua kashmiri che risiede nella Valle del Kashmir in
India, ma questo tipo di scelta, se si considera la situazione sul terreno, risulta molto discutibile.
Il problema dell’identità, all’interno della disputa, non può essere compreso senza tenere in
considerazione la questione delle frontiere e il ruolo avuto dalla LdC non solo nel separare due paesi,
ma anche nel mantenere una situazione di insicurezza durante piú di sei decadi. Il ruolo della Linea di
8
A. RIYAZ, If they mean business, in «Greater Kashmir», November 18, 2010, http://www.greaterkashmir.
com/news/2010/Nov/17/if-they-mean-business-13.asp.
9
A. ACHARYA - A. ACHARYA, Kashmir in the International System, in W.P. SINGH SIDHU - B. ASIF - C. SAMII (eds.),
Kashmir: New Voices, New Approaches, Boulder/London 2006, pp. 161-163; V. NARS, National Identities and the IndiaPakistan conflict, in T.V. PAUL (ed.), The India-Pakistan Conflict: An Enduring Rivalry, Cambridge 2005, pp. 178-201.
5
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Controllo può essere compreso soltanto a condizione di tenere
in considerazione non solo ciò che divide ma anche come lo
divide, determinando due zone che sottostanno a regimi molto
diversi tra loro dentro i rispettivi stati nazionali e dove lo stato
d’emergenza costituisce la regola. L’elemento comune delle
due parti del Kashmir è proprio l’assenza delle libertà
fondamentali e del buon governo. Per queste ragioni, senza
cambiamenti nel regime politico e giuridico di questi territori (e
senza una loro demilitarizzazione) la trasformazione della LdC
in una frontiera permeabile è condannata al fallimento.
L’assenza di un atteggiamento più pragmatico nei confronti
della disputa dipende sicuramente in larga misura dalla
costruzione ideologica che ne hanno fatto negli anni i vari
attori (sia l’India e il Pakistan che parte della classe dirigente
del Kashmir) e dalla sua costante riproduzione nella retorica
politica. Si tratta di rappresentazioni che spesso trascendono
le condizioni materiali di vita delle popolazioni locali e la loro
percezione di se stessi in quanto comunità. Nel Kashmir
pachistano, ad esempio, convivono gruppi etnici che non
hanno molto a che vedere con la disputa (a eccezione della
popolazione di immigrati provenienti dalla zona indiana) ma si
sentono molto più coinvolti da quello che accade all’interno
dello stato pachistano. Nel Kashmir indiano, invece, il governo
di Nuova Delhi tende a ignorare che il ruolo del Pakistan è
abbastanza criticato da parte della stessa popolazione locale
per aver procurato un grosso danno alle loro ambizioni
politiche nazionali. La comprensione del contesto regionale e
locale, in entrambi i casi, mette in discussione le percezioni
della disputa che emanano dai governi nazionali.
Conclusioni
La situazione attuale nella regione che comprende le due parti
del Kashmir può essere definita di impasse prolungato, che
rischia a breve di degenerare in maniera sostanziale. Il fatto
che le scaramucce lungo la frontiera tra India e Pakistan e
l’attività di guerriglia dei gruppi che operano nella parte indiana
siano diminuite notevolmente non implica che il problema
politico si sia affievolito. I sollevamenti che negli ultimi anni si
sono registrati nella Valle mostrano che la società del Kashmir
continua a nutrire sentimenti di forte rabbia nei confronti del
governo indiano. Nella parte pachistana, nonostante non si
registrino conflitti, c’è da temere soprattutto per l’instabilità che
colpisce il resto del paese e che potrebbe avere conseguenze
anche in quella zona.
La ricerca ISPI analizza le
dinamiche politiche, strategiche
ed economiche del sistema
internazionale con il duplice
obiettivo di informare e di
orientare le scelte di policy.
I risultati della ricerca vengono
divulgati attraverso
pubblicazioni ed eventi,
focalizzati su tematiche di
particolare interesse per l’Italia e
le sue relazioni internazionali e
articolati in:
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Programma Caucaso e Asia
Centrale
Programma Europa
Programma Mediterraneo e
Medio Oriente
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I - 20121 Milano
www.ispionline.it
I negoziati tra India e Pakistan sul futuro del Kashmir hanno
apportato alcuni risultati positivi per la regione, soprattutto
quelli di favorire l’incontro di famiglie che a lungo erano state
divise e di agevolare piccoli scambi economici. Nonostante ciò, l’impatto reale di queste misure
continua a essere piuttosto limitato. Da un lato, in entrambe le zone del Kashmir è necessario
rispondere a un problema politico che riguarda lo status del territorio e le relazioni con i rispettivi centri
di potere politico: Islamabad e Nuova Delhi. Dall’altro, la ricerca di una risoluzione innovativa alla
disputa, che trascenda un’ottica bilaterale e posizioni sovraniste, sembra, per diversi motivi, non essere
alla portata delle possibilità o delle intenzioni dei due governi.

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