Carlo Faiello- musicista, autore e componente della

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Carlo Faiello- musicista, autore e componente della
Carlo Faiello - musicista, autore e componente della Nuova Compagnia di Canto Popolare.
Intervento integrale alla conferenza stampa di presentazione del Cd:
I Discede mi hanno invitato non perché ho collaborato al CD, ma perché siamo amici, e la nostra amicizia è
fondata soprattutto su una passione: la passione per la musica popolare.
Diciamo che c’è stato uno scambio tra me e loro: loro hanno partecipato al mio progetto discografico “Il
suono della tradizione” ed io al loro CD.
La cosa bizzarra, la cosa strana, di questo incontro è che i Discede provengono dalla musica tradizionale e
hanno sperimentato la canzone, io viceversa, provenendo dall’accademia, ho voluto fare questa
esperienza. Mi sono reso conto che ad un certo punto l’accademia non basta, non basta il solfeggio, non
basta sapere armonizzare un canto, ma bisogna andare più nel profondo e, grazie ad alcuni Maestri, grazie
ai figli di questi Maestri del gruppo Discede, ho capito l’importanza della vostra musica, ho capito quella
potenza evocativa dei vostri canti, dei vostri testi ed ho imparato il magnetismo ipnotico delle vostre danze,
dei vostri ritmi.
Invece loro, provenendo dalla cultura popolare, dalla tradizione, nello sperimentare la forma “canzone”
hanno capito che la tradizione non è un concetto fisso, non è un concetto statico, ma è qualcosa di
dinamico, che si rinnova continuamente, che si trasforma.
Quindi, anche se abbiamo fatto due lavori differenti, c’è secondo me un obiettivo comune che è quello di
cercare di collegare, cercare di riprendere contatto con la radice su cui si fonda l’albero della nostra cultura,
sia per avere maggiore consapevolezza sulla nostra storia musicale, sia per poterci confrontare con altre
culture musicali.
Prof. Paolo Apolito - Docente di Antropologia Culturale alle Università di Roma e Salerno Intervento integrale alla conferenza stampa di presentazione del Cd:
Ringrazio intanto gli organizzatori per l’invito che hanno voluto fare, non credo però di essere in grado di
dare una risposta a una domanda così complessa come le origini e lo sviluppo di questo mondo tradizionale
da cui poi, come un ramo recente, nasce il vostro lavoro, il lavoro di questo gruppo.
Io posso semplicemente sottolineare il dato positivo della permanenza di un mondo cosiddetto
“tradizionale”, poi magari è un po’ meno “tradizionale” di quanto possa apparire, all’interno delle
trasformazioni culturali e sociali nelle quali siamo immersi.
Quando uno pensa alla Costiera Amalfitana, pensa ad un luogo in cui i movimenti di popolazione, sia per
ragioni di turismo che per ragioni anche di spostamenti lavorativi, sono da molti decenni così fitti e
complessi che è veramente difficile pensare alla Costiera Amalfitana come un luogo fermo nella storia.
In genere quando pensiamo al mondo tradizionale e alle conservazioni del mondo tradizionale, pensiamo
appunto a dei luoghi fermi, immobili, dove non c’è stata trasformazione o ricambio.
La Costiera sembrerebbe essere il contrario di un mondo di questo tipo, di un mondo dove almeno da
duecento anni i flussi di culture, persone, visioni del mondo diverse, sono così fitti e complessi che se uno,
ripeto, ha una mentalità, un riconoscimento della tradizione nei luoghi immobili si chiede: “ma come è
possibile che sia rimasto qualcosa?”. Noi sappiamo che questo “qualcosa” è veramente straordinario ed è
tutto quello che riguarda il culto e la tradizione alla Madonna dell’Avvocata. Ma io non mi limiterei solo a
questo, sia pure straordinario fenomeno e espressione del mondo tradizionale.
Per chi conosce la Costiera non solo per la settimana all’anno di vacanze che si fa, ma per viverci o per
frequentarla e non solo nei luoghi ufficiali ma anche nei luoghi più interni, sa bene che c’è una forte
componente di visione “tradizionale” del mondo che è ancora molto presente.
Il video che Sasà Mari ha girato l’anno scorso documenta uno di quegli aspetti straordinari di conservazione
e trasformazione al tempo stesso, che sono le tecnologie legate ai terrazzamenti, ci dicono storie molto
complesse ma altrettanto ci dicono trasformazioni molto avanzate.
Ecco, la peculiarità della Costiera è proprio questa, di essere per certi versi all’avanguardia delle
trasformazioni e al tempo stesso capace di dialogare con il proprio passato, con la propria intensa e
profonda storia culturale. Basta parlare con persone non soltanto anziane ma attente, non superficiali, non
completamente decapitate dalla televisione, ma interessate invece anche a parlare con la propria storia,
con il proprio passato per rendersi conto che la Costiera Amalfitana è un luogo di straordinaria ricchezza
umana, simbolica e culturale, e naturalmente poi il “centro” del mondo, per così dire totem della Costiera è
appunto, per così dire, il culto alla Madonna dell’Avvocata, a qui però non vorrei ridurre l’intera
complessità; certo è una dimensione importante e profonda rispetto alla quale sul piano musicale si è
conservata questa forma di tammorriata. Anche qui la parola “conservata” andrebbe messa tra virgolette
perché la tammorriata della Madonna dell’Avvocata di oggi non è la tammorriata della Madonna
dell’Avvocata di trenta anni fa, che a sua volta non era la stessa di sessanta anni fa, e queste sono piccole
differenze che magari i musicologi o quelli più addetti a queste cose riescono a cogliere rispetto invece a chi
non ha una esperienza, una conoscenza musicale.
Ma al di là di queste immancabili trasformazioni, e qui apro una parentesi, le cose che non si trasformano
sono le cose morte, le cose che si trasformano sono le cose vive, quindi se la tammorriata si è trasformata
rispetto a trenta anni fa è perché è viva, perché funziona, è perché ha ancora qualcosa da dire alla gente
che vive oggi e non cento anni fa, e comunque l’importanza di questa tammorriata sta nel fatto che, nel
senso tecnico e musicale viene suonata da più tamburi, un tamburo ha una maggiore dimensione di
conflittualità, di violenza, di aggressività, di “maschilità”, però non è tanto questa la dimensione, quanto il
fatto che ormai è veramente una delle poche che in Campania si conserva “in funzione”; “in funzione” è un
termine un po’ tecnico con il quale si vuole dire che non serve più soltanto fare gli spettacoli sui palchi o a
fare i CD, per altro legittimissimi e bene accolti, ma innanzitutto viene suonata in occasioni devozionali, cioè
viene suonata all’interno del ciclo devozionale del pellegrinaggio sul monte, mentre trenta anni fa, quando
io ho incominciato ad andare in giro per feste e pellegrinaggi ce ne erano tantissime di tammorriate “in
funzione”, adesso sono veramente molto poche, e molto poche intendo dire non la tammorriata in sé,
perché dovunque andate trovate la tammorriata, ma quella tammorriata, quella modalità particolare.
Voglio dire, se andate alla Madonna dell’Arco, il lunedì in Albis, il pomeriggio, sentite un sacco di
tammorriate, ma sentite la tammorriata di Marcello Colasurdo, la tammorriata di O’ lione, la tammorriata
del gruppo di Scafati, cioè le tammorriate di quelli che fanno ormai spettacolo (ripeto ben vengano, non ho
nulla contro di loro) ma non sentite più, o quasi più, la tammorriata della Madonna dell’Arco, mentre se
andate su e vi fate tutta la salita e riuscite ad arrivare in cima , lì sentite la tammorriata della Madonna
dell’Avvocata , poi potete sentire anche alte modalità, ma quella tammorriata è la tammorriata della
devozione.
Sulla parola devozione bisogna intendersi, non è la devozione dei nostri nonni o bisnonni, cioè una
devozione contadina completamente immersa in un mondo contadino, agrario, non esiste più quel mondo,
è inutile che ci facciamo illusioni; è una devozione più complessa, che non riguarda solamente il rapporto
della religiosità contadina arcaica, ma riguarda anche il rapporto con la propria identità locale,
L’identità locale è uno dei temi più importanti nel nostro presente e certo è uno dei temi che meriterebbe
una riflessione perché ci sono le luci e le ombre quando parliamo di identità locale, molte volte le identità
locali sono “in pensione” a tavolino, e non corrispondono a nessuna storia reale.
Invece nel caso dell’Avvocata, questo ritorno di identità locale, questo orgoglio che adesso i maioresi
sentono per la loro tammorriata, sulla loro Madonna, è fondata su una storia concreta, reale, su una storia
documentabile rispetto alla quale gli attuali abitanti di Maiori fanno una selezione, cioè sono scomparse
certe cose mentre invece vengono confermate altre cose, e concludo sottolineando proprio la positività di
questo lavoro, che credo si apra con questo disco ma non si chiuda con questo disco, altrimenti non
sarebbe il caso di un impiego e di energie tali, per fare solamente un disco, con tutto il rispetto per il disco.
Il disco, credo, sia un passo lungo un percorso, un cammino, che va affrontato.
E da questo punto di vista questo passo è un passo molto significativo, perché io conosco i suonatori della
tammorriata dell’Avvocata da molto tempo e li ho sempre considerati, come loro sanno benissimo, delle
persone che suonano in una maniera straordinaria e fanno gruppo in una maniera straordinaria.
Per esempio, sul piano dell’impatto visivo e dell’ascolto hanno una potenza spettacolare straordinaria.
Sentir suonare la tammorriata dell’Avvocata (sul piano proprio della percezione di un pubblico rispetto ad
un palco) e poi sentire un’altra tammorriata, la differenza si coglie in maniera enorme proprio nella
dimensione spettacolare, perché la potenza fisica, la dimensione concertistica, l’impatto emozionale che
produce questa tammorriata, ma suonata da loro, non suonata da chicchessia, cioè da questo gruppo
specifico di giovani, è talmente forte nella sua dimensione espressiva, anche spettacolare ma poi
comunitaria, che, se tu li hai visti una volta, non te li scordi più, rispetto ad altre realtà.
Ebbene, però, qualche anno fa quando io li ho visti, li ho conosciuti, avevo, e non lo nascondo, qualche
sentimento di paura, di timore, perché pensavo “come faranno a mantenere questa dimensione così
forte?”. Perché la vita li può prendere, l’uno da una parte, l’altro dall’altra, è difficile che questo momento
magico (io parlo di dieci anni fa), si possa conservare e si possa mantenere in questa dimensione, perché li
vedevo forti, interessati al dialogo con la tradizione, ma troppo ragazzi, rispetto alle tentazioni che possono
passare nella testa dei ragazzi.
Li avevo sottovalutati, perché in realtà con il passare del tempo non si sono disgregati ma in qualche modo
si sono ingigantiti nella loro volontà di mantenersi gruppo coeso, e allora questa occasione, che in questo
momento l’associazione offre, di intesa con il comune di Maiori, visto che abbiamo qui delle importanti
presenze istuzionali, dà una base, una stabililità a questo gruppo che ripeto, lo dico senza peli sulla lingua,
per me è la realtà più importante dal punto di vista culturale che in questo momento esprime Maiori
rispetto alla sua tradizione.
Non in senso assoluto, a Maiori ci sono delle altre cose che dal punto di vista culturale sono interessanti,
ma dal punto di vista del rapporto con la tradizione che a mio parere, che ripeto, lo dico senza peli sulla
lingua, rappresenta la realtà culturalmente più importante.
Allora, la sponda che è stata offerta loro per mantenere questa coesione nel continuare a dialogare con la
loro storia, con la loro tradizione e al tempo stesso aprirsi a sperimentazioni di tipo testuale o di tipo
musicale, o legati alla ricerca sul campo, quindi spettacoli, musica, testi, poesia e quant’altro possa venire a
voi in mente, bene, mi sembra veramente la cosa più interessante di questo lavoro che è stato fatto in
questo momento, la cosa che io apprezzo di più e che mi fa bene sperare nel futuro dell’associazione e
anche della cultura di Maiori.
Prof. Rino Mele - docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo all’Università di Salerno Intervento integrale alla conferenza stampa di presentazione del Cd:
Ha detto Paolo Apolito: “le cose che non hanno forza di trasformarsi, capacità di trasformarsi, sono morte”,
ed è vero. Il caso di questo piccolo territorio, in fondo, così poi contratto in sé come un foglio che si tenga
stretto e che si possa poi slargare e diventare ampio, così come la Costiera artigliata nelle sue variegate e
fortissime contrazioni, immaginiamola che potesse dispiegarsi, allargarsi, diventare infinitamente grande,
ebbene, la Costiera ha le caratteristiche per conservare e per trasformare, per conservarsi e trasformarsi,
ha caratteristiche particolari.
Fino all’Ottocento non c’era la strada che unisce Maiori e Amalfi a Salerno ed era difficilissimo raggiungere
le cittadine, i piccoli paesi della Costiera.
La Costiera conserva questo dono, questa capacità silenziosa di restare chiusa, di essere in qualche modo
irraggiungibile.
La Costiera conserva nei suoi stretti, piccoli solchi la sua indisponibilità a essere facilmente raggiungibile, e
quindi in qualche modo ha le caratteristiche giuste per tenere, conservare, trattenere, trattenere la propria
storia, e per riproporla nuovamente.
Pensiamo al caso di Maiori. Da ragazzo andavo spesso a Maiori, mio padre era ispettore scolastico proprio
in queste zone….., quando ci fu l’alluvione, Maiori subì una violenza, una ferita, una desolazione così feroce
ed era irriconoscibile.
Dopo il 54’ Maiori non era più Maiori, era diventato un paese che non apparteneva in qualche modo alla
orografia, alla continuità della Costiera, sembrava di trovarsi in un’altra zona d’Italia.
Io per anni ho fatto lo sforzo per ri-conoscere, Maiori è stata strappata a se stessa…ricordo che la violenza
dell’acqua, della tempesta che tagliava l’aria era irriducibile.
Ora, la serietà di questo sforzo di leggere la Costiera del gruppo Discede consiste anche nell’aver voluto
lavorare non sulla storia, sulla storia della voce della Costiera, ma nella storia.
Non sulla storia, cioè porsi un po’ emotivamente, un po’ per attrazione musicale a guardare e a conservare.
No! è immettersi nella storia, non sulla ma nella, e questo si vede dal fatto che hanno voluto inserire
l’evento del 54’ nella storia, cioè sentirsi anche essi “in funzione”, sentirsi cioè all’interno di ciò che si
trasforma.
La tradizione…
Una maschera non ha solo la parte concava, interiore, interna, dimenticata e indimenticabile
contemporaneamente, ma ha anche la parte convessa, quella che si mostra, quella che va verso il futuro,
quella che si trasforma.
Io trovo che è stato un atto forse d’impulso, di istinto, ma anche di intelligenza raffinatissima, avere inserito
nel testo della raccolta anche questo micro testo “Malanotte”.
Avere inserito significa aver compreso profondamente come la storia non è solamente ciò che è
catalogabile, registrabile, verificabile, ma è ciò che viviamo, che continuiamo a vivere e anche ciò che
appartiene al vostro desiderio, al vostro progetto, al futuro.
In nessuna parte d’Italia forse, o poche parti d’Italia, sono così disponibili a questo doppio scambio tra
passato e presente come la Costiera.
Chi veramente conosce la Costiera, chi veramente ha attraversato, è passato attraverso i passaggi non
frequentati, così difficili da percorrere, chi veramente conosce la Costiera? Quasi nessuno!
Quindi la Costiera conserva, trattiene, è ferocemente pudica, ferocemente legata a se stessa, eppure
contemporaneamente oramai si è così aperta la parte convessa della maschera, la parte che si mostra, è
diventata così conosciuta, falsamente conosciuta nel suo aspetto più leggero.
Il lavoro che loro fanno è quel tipo di lavoro che nell’umiltà, umiltà che è veramente necessaria per
conoscere questa parte della Campania, hanno avuto il coraggio di partecipare alla creazione della
tradizione.
Questo significa parlare dell’alluvione del 54’ e cantarlo, e semmai coinvolgere altre voci più note come in
questo caso.
E allora, veramente, questo tipo di lavoro che loro hanno fatto con attenzione e potenza, mi sembra
particolarmente importante per trattenere il passato trasformandolo nel presente, e cioè creare e
partecipare.
Antonio Polidoro - Docente di Storia della Musica al Conservatorio “San Pietro a Maiella” di
Napoli:
Il gruppo “Discede” di Maiori, ha condotto un serio ed interessante lavoro di ricerca etnomusicologica sul
territorio che ha dato vita ad elaborazioni di estrema eleganza e non lontane dal punto di vista strumentale
dagli stilemi che caratterizzano la prassi dell’elaborazione del materiale popolare.
E’ noto come si possa parlare di una vera “scuola napoletana dell’arrangiamento”, una scuola che si
caratterizza per l’incisività ritmica, il vero fondamento della tradizione musicale popolare in area
partenopea, nonché per garbati ricorsi a momenti polifonici di sicura presa.
Il gruppo maiorese ha curato l’elaborazione di tre brani interessantissimi anche per la bellezza del testo.
La “Cantata della trasportatrice di limoni” può agevolmente essere inquadrata nel ricco filone del canto di
lavoro. Si tratta di una sorta di “rivendicazione” in versi dei diritti ignorati delle trasportatrici con
efficacissimi passaggi.
Un brano godibilissimo e “impegnato” nel quale si tratteggia la figura del padrone spregiudicatamente
incurante dei disagi dei lavoratori alle prese con problemi di sopravvivenza segnatamente per i figli delle
trasportatrici, ai quali non è possibile provvedere come una madre vorrebbe e che (si lamenta la
lavoratrice-madre) “si nun ce dongo niente, s’abboccano co’ viente.
Il testo di “Io so devoto” è dovuto ad un giovane maiorese che ha assimilato in famiglia la freschezza della
linfa della poesia popolare con una partecipazione emotiva singolarissima al punto che diventa difficile
storicizzare il brano.
“Io so devoto” potrebbe, infatti, risalire a cento o duecento anni fa: alla provvidenziale conservazione della
lingua della costiera si aggiunge una devozione autentica che ha sfidato i secoli e che si “legge” con estrema
evidenza nel brano.
Anche in questo caso la veste musicale è sapientemente costruita con esiti di straordinaria suggestione
espressiva.
Molto interessante la natura “modulare” di “Russo melillo” strutturato in due momenti: il primo affidato
alla sola voce di una anziana donna del luogo nello splendore della nuda melodia, il secondo è costituito
dall’intervento del gruppo anche in questo caso perfettamente in linea con l’atmosfera simpaticamente e
garbatamente licenziosa.
E’ il canto dispettoso di una ragazza abbandonata che rivendica alla sua positiva influenza l’antica vitalità
dell’innamorato ormai ridotto a condizioni pietose.
Impagabile l’invito finale a liberarsi dall’attuale compagna, un invito di irresistibile forza espressiva: “levate
sta’ gialluta ca puort o lato”.
l lavoro del gruppo merita di essere ulteriormente pubblicizzato ed inserito nei canali delle rassegne
specializzate.
CONSERVATORIO DI MUSICA “Nino Rota” di Monopoli
Ministero dell’Istruzione, dell’’Università e della Ricerca
Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica
IL DIRETTORE
Gianpaolo Schiavo
Discede, è un’antica contrada di Maiori, “nu piezzo e terra e tanta libbertà”!
Tale sembra voler essere il programma concepito e il percorso intrapreso ed espresso nel disco “Musiche e
canti della Costa d’Amalfi”, dal Gruppo musicale che ha ereditato il nome proprio da questa località, che
appare quasi come il punto di osservazione di tutto un mondo, che attraversa spazio e tempo, in una
contemporaneità quasi magica.
Ma procediamo con ordine: i Discede, gruppo musicale di Maiori, cittadina della “mia” Costiera, cercano,
attraverso un attento percorso musicale, di portarci nell’intimo vivere di un popolo che del Mediterraneo è
cittadino autorevole e significativo, ma che proprio per questo porta con sè i segni dello sforzo del vivere
tra ingiustizie e fatalità, che ha imparato in qualche modo a razionalizzare e gestire attraverso riti e culti,
riuscendo poi a sopravvivere grazie ad un pragmatismo sereno ma implacabile.
L’operazione che hanno compiuto con questo lavoro, si sostanzia di questi elementi, e la tradizione
popolare, intesa come il complesso di esperienze che le persone autentiche e concrete di questa terra
compiono, è vissuta appunto come testimonianza profonda nella ricerca di operare una sintesi tra la storia
che ognuno attraversa e la realtà che in ogni momento procede inesorabile per il suo corso.
Quindi è un folklore che non sembra cedere molto alla dimensione olistica e menzognera della sola sfera
del folklorismo turistico, ma che cerca di realizzare una consapevolezza delle proprie origini per specchiarsi
costantemente in esse.
I materiali musicali utilizzati infatti sono quelli della tradizione autentica di questi luoghi così come i testi:
canti per il lavoro, o di lavoro, ninne nanne, scioglilingua e tammurriate (tutte profondamente legate ad
una azione rituale o per il culto alla Madonna, qui particolarmente sentito). La scelta di proporre alcuni
canti nella loro versione originale è estremamente significativa ed eloquente, indice della serietà e verità
della ricerca operata da questo gruppo.
I canti “Russo melillo”, “Tammurriata e zi Nannina”, “Tammurriata dell’Avvocata” danno conto di un testo
frutto di esperienza collettiva di un popolo che diventa una modalità di lettura del proprio mondo, ma il
pregio è offerto dalla vocalità e dalla lingua “originale” con cui questi canti sono presentati. Diventano così
dei veri e propri reperti da preservare, vivere e tramandare come riferimenti quasi esistenziali. E’ questo un
servizio fondamentale che si rende alla propria comunità, al proprio patrimonio culturale, ricordando eventi
della quotidianità, fatti lieti o tragici del proprio passato: un popolo è tanto più libero e capace di
autodeterminarsi, quanto più ha consapevolezza della propria identità e delle sue radici.
Questa musica, questi testi e queste voci, entrano nei pori e nel cuore alimentando la nostra forza e
salvandoci dal terribile cancro dell’omologazione, nel quale, come dannata, l’Umanità, smarrendo le
proprie origini, disperde anche i suoi valori, e senza valori fondanti e fondati sulla propria esperienza
storica, tutto si dissolve, ogni cosa non ha nulla a cui riferirsi. Ci si perde!
Questa esperienza, si diceva, diventa un punto di osservazione del Mediterraneo. Il Mediterraneo infatti è
stato un formidabile luogo di scambio di esperienze, riti e miti, ed ogni popolo che vive sulle sue sponde
porta un poco della realtà e della vita di tutti gli altri. La ricchezza, in termini di Conoscenza e Saggezza è
veramente enorme.
E’ attorno a queste esperienze che si può tentare da un lato di sviluppare in modo autentico una storia di
benessere individuale e sociale di un popolo e nello stesso tempo di mantenere viva un’ integrità ed una
tensione di consapevolezza e di libertà profonda.
Accanto alla testimonianza di canti arcaici nella loro versione originale, è altrettanto significativa la
realizzazione di nuovi brani che, mantenendo un testo originale, sono realizzati su una musica che ha come
suoi “mattoni di costruzione” motivi, stilemi e perfino strumenti arcaici (quindi riconoscibili da un popolo),
mattoni messi insieme con un linguaggio che fa uso anche di elementi moderni e riconoscibili pure dalle
nuove generazioni. Questa operazione sembra onesta nel senso che cerca di incontrarsi con i giovani a
metà strada, senza privarli della sostanza ricca di quelle esperienze.
In questo senso il lavoro con le voci e con gli strumenti diventa davvero pregevole nel realizzare sonorità
autentiche delle “nostre” Comunità che ancora riecheggiano e mi riportano a ricordi del bambino che fui
tra le vie e le vicende di uno dei paesi della Divina Costiera.
E’ lo stesso, autentico percorso tra i “profumi” e le dimensioni più autentiche compiuto, con gratitudine e
rispetto da questo popolo, da questi uomini e queste donne di Discede.
Gianpaolo Schiavo - Dicembre 2005
Piazza S. Antonio n. 27 – 70043 – Monopoli (Ba) - Tel. e fax n. 080.9306827 | email:[email protected]

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